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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/06/2026

Indagini per corruzione sul Ponte sullo Stretto, prima ancora che inizino i lavori

La Procura di Roma ha avviato un’indagine per corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio, intorno all’approvazione del progetto per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Al centro dell’inchiesta ci sono tre figure chiave: un ex presidente aggiunto della Corte dei Conti (in pensione da febbraio scorso), un avvocato già membro del Consiglio di amministrazione della società “Stretto di Messina Spa” e un imprenditore.

Su delega dell’ufficio giudiziario romano, i Carabinieri del Ros hanno eseguito decreti di perquisizione a carico dei tre indagati nelle province di Roma, Reggio Calabria e Frosinone. Secondo i magistrati di Roma, i tre indagati avrebbero messo in atto condotte precise per condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo dell’opera.

Per la Procura della Capitale sarebbe stato creato un vero e proprio schema di scambio di favori e promesse. L’avvocato e l’imprenditore avrebbero avvicinato l’ex giudice contabile promettendogli il proprio appoggio politico e relazionale per fargli ottenere incarichi di rilievo in enti di diritto pubblico, una volta raggiunta la pensione.

In cambio, il giudice si sarebbe offerto di monitorare dall’interno la procedura della Corte dei Conti, fornendo costanti aggiornamenti sugli orientamenti e il lavoro dei colleghi.

Dalle carte dell’indagine emerge inoltre che l’ex magistrato contabile “avrebbe esaminato la decisione sfavorevole del 29 ottobre del 2025, impegnandosi a predisporre, nell’interesse della ‘Stretto di Messina Spa’, una memoria sulla vicenda da consegnare al commercialista della società manifestando, in cambio, l’interesse a diventare Presidente dell’Antitrust o di una società partecipata”.

L’avvocato e l’imprenditore, secondo gli inquirenti, avrebbero anche tentato di agganciare altri magistrati ritenuti “utili” alla causa e divulgato a terzi informazioni coperte dal segreto d’ufficio. Ora, i documenti e gli strumenti elettronici sequestrati durante le perquisizioni saranno analizzati per ricostruire la rete di contatti dei tre indagati.

Non si è fatta attendere la reazione dei vertici della “Stretto di Messina Spa”. L’amministratore delegato, Pietro Ciucci, ha espresso forte stupore per l’indagine, ribadendo la totale estraneità e la correttezza della condotta aziendale.

Affermando la massima disponibilità a collaborare con le forze dell’ordine, Ciucci ha però precisato che la società che guida “prosegue nel suo impegno di realizzare il Ponte sullo Stretto con massima trasparenza per adempiere alla missione affidatale dal Parlamento e dal Governo conformandosi a tutti i rilievi espressi dalla Corte dei Conti nelle sue delibere così come dettagliatamente definito dal DL ‘Commissari’ dell’11 marzo 2026”.

Non si può però non sottolineare come questo “impegno” non abbia già mostrato tutti i suoi limiti tecnici, ma anche quelli economici e giuridici. Gli attivisti ambientali e per la tutela delle zone coinvolte nel progetto denunciano da tempo come il Ponte sullo Stretto sia una grande opera inutile, funzionale solo a far mangiare su miliardi di soldi pubblici i soliti noti e imprese legate alla criminalità organizzata. Questa indagine mostra come le preoccupazioni espresse abbiano tutte le ragioni del mondo.

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04/04/2026

Italia - Una indagine scuote grandi aziende e militari, ma già non se ne parla più

C’è una indagine in corso della quale sui mass media sembra già essere scattato il silenziatore. Dopo la notizia girata con rilievo dieci giorni fa, sono ormai giorni che nessuno sembra avere interesse per novità o considerazioni in merito ad una inchiesta che pure si annuncia cicciosa e rognosa.

I fatti ci dicono che il 26 marzo scorso ci sono state delle perquisizioni da parte della Guardia di Finanza al Ministero della Difesa, a Rfi (Ferrovie), a Terna e al Polo Strategico Nazionale. Le perquisizioni sono avvenute nell’ambito di una indagine della Procura di Roma a seguito di quella sulla Sogei (ministero dell’Economia) in cui vengono ipotizzati i reati di corruzione, riciclaggio e autoriciclaggio oltre alla turbativa d’asta e al traffico di influenze illecite.

Gli indagati risultano essere in totale 26. Nella nuova fase di indagine della Procura di Roma i nuovi indagati sono 15. Fra le persone perquisite ci sono anche generali della Difesa, dirigenti di imprese pubbliche e imprenditori.

Il nuovo filone di inchiesta coinvolgerebbe anche un ufficiale della Marina già coinvolto nel filone principale dell’indagine che portò all’arresto, nell’ottobre del 2024, dell’ex direttore generale di Sogei Paolino Iorio.

Inevitabile rilevare come i piagnoni della destra abbiano già messo le mani avanti. Secondo il quotidiano storico della destra romana Il Tempo, queste indagini “arrivano all’indomani della vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere. Una coincidenza che non può passare inosservata”.

L’onorevole Giorgio Mulè di Forza Italia, sottosegretario alla Difesa nel governo Draghi fino al 2022 e attualmente vicepresidente della Camera, non risulta indagato ma il suo nome è venuto fuori il 26 marzo in un articolo de Il Domani. Prevedibile la reazione dell’onorevole il quale ha dichiarato che: “Ovviamente è del tutto casuale che ciò sia avvenuto subito dopo il referendum che mi ha visto fieramente opposto al capo di quella Procura protagonista dell’inchiesta”.

Ma sulle pagine de Il Tempo è possibile leggere anche una chiara excusatio non petita. “Perché proprio adesso?” – si chiede retoricamente il giornale – “L’emersione dell’inchiesta, che potrebbe coinvolgere anche esponenti politici della maggioranza di governo, avviene in un momento politicamente sensibile: subito dopo l’esito referendario sulla separazione”.

Ma se l’inchiesta avesse voluto influenzare il referendum sarebbe semmai venuta alla luce prima e non dopo. Il vittimismo aggressivo della destra sembra ormai aver perso ogni minimo raziocinio.

Il Ministero della Difesa in compenso ha assicurato pieno supporto e massima collaborazione sin dall’avvio delle attività investigative iniziate negli anni precedenti. “Eventuali responsabilità accertate – si legge in una nota della Difesa – saranno perseguite con la massima severità, nel rispetto della legge e delle prerogative dell’Autorità giudiziaria”.

L’ipotesi della Procura di Roma è che alcuni imprenditori abbiano manipolato le gare di appalto di alcuni importanti enti e aziende pubbliche, corrompendo funzionari e dirigenti al loro interno.

Tra queste aziende risultano esserci Terna, che è il gestore nazionale della rete elettrica, la RFI, che fa parte del gruppo Ferrovie dello Stato e gestisce la rete ferroviaria italiana, e il Polo Strategico Nazionale, una società pubblica che fornisce sistemi informatici in cloud alla pubblica amministrazione. Ma le perquisizioni sono avvenute anche al ministero della Difesa per via del presunto coinvolgimento di alcuni alti ufficiali.

Le indagini sono ancora in corso e riguardano soprattutto i rapporti tra due aziende: la Red Hat, che sviluppa software, e la Nsr, che li distribuisce sul mercato e li vende ad aziende ed enti pubblici.

Diversamente, all’interno del ministero della Difesa, l’indagine riguarda una gara d’appalto indetta da Teledife cioè l’ufficio che si occupa di progettare e gestire i sistemi informatici per le forze armate. L’ipotesi investigativa è che alcuni ufficiali abbiano favorito la Nsr rivelando in anticipo informazioni riservate e requisiti del bando per gli appalti. Secondo i magistrati sarebbero coinvolti alcuni funzionari di Teledife.

Sotto indagine è finito anche il Polo Strategico Nazionale dove, secondo gli investigatori, la direzione dell’organismo avrebbe fatto pressioni su ufficiali del ministero della Difesa per far inserire i prodotti informatici della Red Hat e altre forniture riconducibili alla Nsr all’interno dei servizi offerti dal Polo alla pubblica amministrazione.

Infine una parte dell’indagine si concentra anche sull’Aeronautica Militare dove un generale è accusato di corruzione, perché avrebbe rivelato a un imprenditore informazioni su un appalto relativo alla fornitura di sistemi meteorologici del valore di oltre 200 milioni di euro. In cambio, stando ai magistrati, avrebbe ottenuto dall’imprenditore, molto influente tra gli alti funzionari della Difesa, la promozione a generale.

Queste vero e proprio terremoto che, come abbiamo visto, è stato rapidamente silenziato sui mass media, pare essere lo sviluppo delle indagini nate da un’altra inchiesta: quella sulla Sogei, ovvero l’azienda che si occupa di gestire i servizi informatici di molti enti pubblici e che è controllata totalmente dal ministero dell’Economia. Nel 2024 il direttore generale della Sogei, Paolino Iorio, era stato arrestato insieme a un imprenditore dopo che i due erano stati colti in flagranza di reato mentre Iorio riceveva una tangente di circa 15mila euro. Iorio aveva poi patteggiato una pena a tre anni per corruzione.

Insomma l’indagine ha tutti i crismi per essere “cicciosa” ma stranamente è già uscita dall’attenzione dei mass media e non è ancora entrata in quella della politica.

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04/12/2024

Neofascisti vecchio stile. 12 arresti per armi e terrorismo

Mentre la masnada politica che è oggi “maggioranza” nel Parlamento italiano – con parecchie “sintonie” anche nel PD – erano tutti attentissimi a quanta “violenza” si esprimeva nelle piazze dell’opposizione reale (magari enfatizzando al massimo qualche fotografia bruciata, roba da riderci sopra...), gli aficionados più rozzi dei neofascisti di governo si organizzavano per fare qualcosa di molto pericoloso.

Apprendiamo dall’agenzia Agi (niente di “sovversivo”, è di proprietà dell’Eni!) che:
È di 12 arresti in tutta Italia il bilancio di un”operazione della Polizia di Stato contro un gruppo neonazista e suprematista denominato “Werwolf Division”. Le accuse sono di associazione con finalità di terrorismo, propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e detenzione illegale di arma da fuoco.

Le misure cautelari in carcere sono state emesse dal Gip del Tribunale di Bologna, su richiesta della locale Procura della Repubblica. Contestualmente, sono in corso altre 13 perquisizioni domiciliari. L’operazione è coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione.

La ‘Werewolf Division’ (il nome viene dai ‘lupi mannari’ nazisti guidati da Heinrich Himmler per contrastare l’avanzata delle forze alleate e sovietiche in Germania alla fine della Seconda guerra mondiale) era già finita nel mirino di un’inchiesta della Procura di Napoli nel maggio 2023 con otto indagati. In quell’occasione era emersa una rete Telegram gestita da Bologna che sarebbe servita per organizzare “atti eversivi violenti“, inneggiando alla Shoah.
Sottolineatura redazionale: forse è solo per quest’ultima ragione che qualcuno, “ai piani alti”, si è preoccupato... In pieno trip amoroso dell’estrema destra italiana col genocida Netanyahu, ci mancava solo che qualche scombinato neonazista si mettesse a fare – davvero – qualche azione antisemita “vecchio stile”...

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22/11/2024

Brasile - Bolsonaro incriminato per tentato colpo di Stato

Bolsonaro aveva “piena conoscenza” di un piano per impedire a Lula e al suo governo di assumere l’incarico dopo la sua vittoria elettorale.

La polizia brasiliana ha terminato il suo rapporto investigativo che comprende diverse centinaia di pagine nelle quali si riportano prove a sostegno delle conclusioni: l’ex presidente Jair Bolsonaro era a conoscenza di un piano per mantenere il potere dopo l’elezione del suo rivale e successore Luiz Inácio Lula da Silva, nel 2022. Secondo le indagini il complotto prevedeva l’assassinio del vicepresidente di Lula, Geraldo Alckmin, e del giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes. Per eliminare gli oppositori il piano indicava l’utilizzo di esplosivi e anche di veleno.

Le autorità brasiliane hanno incriminato Bolsonaro insieme ad altre 36 persone. Ora sarà la Corte Suprema di Brasilia a dover decidere se confermare le accuse o chiudere l’indagine.

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28/10/2024

Dossier e spionaggio. Più un business fetido che un’operazione politica

Sarebbero migliaia le informazioni prelevate dalle banche dati strategiche nazionali, stando alle indagini della Direzione antimafia di Milano e della Direzione nazionale antimafia sullo spionaggio di segreti bancari, giudiziari e industriali che ha portato a quattro misure cautelari agli arresti domiciliari e due restrizioni minori sulle 13 richieste dai pubblici ministeri.

Tra gli indagati, che rispondono di concorso negli accessi abusivi della presunta organizzazione – composta da hacker, consulenti informatici e appartenenti alle forze dell’ordine – figurano due soggetti di spicco della finanza – Leonardo Maria Del Vecchio e Matteo Arpe – l’ex funzionario di polizia Carmine Gallo (tra gli arrestati dell’operazione) ed è indagato il presidente della Fondazione Fiera Milano Enrico Pazzali. Sono inoltre coinvolti anche ex dipendenti di un’altra società di investigazione, la Skp di Milano.

I giudici milanesi hanno provato a dare spessore politico a questa indagine. “Non è esagerato affermare che si tratta di soggetti che rappresentano un pericolo per la democrazia di questo Paese” scrive il pubblico ministero di Milano Francesco De Tommasi negli atti dell’indagine sul gruppo che fabbricava dossier. Il pm parla di “soggetti pericolosissimi perché, attraverso le attività di dossieraggio abusivo” con “la creazione di vere e proprie banche dati parallele vietate e con la circolazione indiscriminata di notizie informazioni sensibili, riservate e segrete, sono in grado di tenere in pugno cittadini e istituzioni” e “condizionare dinamiche imprenditoriali e procedure pubbliche, anche giudiziarie”.

Eppure sul piano giudiziario la cosa è, al momento, assai meno clamorosa di quanto venga invece presentata dai mass media e dalle dichiarazioni della politica. La Procura di Milano aveva chiesto 13 arresti in carcere e 3 ai domiciliari ma ha ottenuto solo 4 ordini di custodia ai domiciliari e due misure cautelari minori.

Il Gip di Milano ha ridimensionato il tutto a una storia ordinaria di spionaggio industriale. Dalla Procura è stata prodotta una richiesta scritta di 1172 pagine da dove emerge non “un pericolo per la democrazia” ma solo un gruppo di truffatori capaci di vendere a prezzi alti ai loro clienti informazioni che spesso erano già reperibili su fonti open source e di pubblico dominio. Un business altamente redditizio.

L’inchiesta ruoterebbe attorno alle attività della Equalize srl, una società privata di business dell’intelligence fondata da un ex agente della squadra mobile, per oltre 30 anni in servizio alla Procura di Milano, e nella quale Pazzali detiene quote. Secondo le ipotesi dei pm di Milano Francesco De Tommasi e Antonio Ardituro della Direzione nazionale antimafia, avrebbero sottratto dati e informazioni segrete anche su commissione dei clienti e dietro il pagamento di denaro. La Procura con il Nucleo investigativo dei carabinieri di Varese indaga per associazione a delinquere, intercettazioni abusive, accesso abusivo a sistema informatico, corruzione e violazione di segreto.

La raccolta dei dati avveniva attraverso Beyond, una sorta di piattaforma creata dalla Equalize. Beyond si legge nelle carte, è un sistema che funge “da aggregatore di dati e informazioni che il gruppo di Equalize”, società al centro dell’inchiesta, “attinge direttamente da banche dati istituzionali, e in particolare da quelle in uso all’amministrazione finanziaria e al ministero dell’Interno, mediante violazione dei relativi sistemi informatici”. Secondo i giudici, uno degli indagati avrebbe avuto a disposizione un “hard disk contenente ottocentomila Sdi”, ossia informazioni acquisite dalla banca dati delle forze dell’ordine.

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26/10/2024

L’attentato dimenticato: che fine hanno fatto le indagini sul gasdotto NordStream?

Nonostante la lotta contro il terrorismo internazionale sia considerata priorità assoluta dai paesi occidentali, la distruzione dei gasdotti Nord Stream ad opera di ignoti sembra essere finita in un punto morto, grazie alla mancanza di slancio (per usare un eufemismo) delle procure europee. Visibilmente imbarazzate, le autorità politiche e giudiziarie di vari paesi europei cercano di sviare la questione, e per una buona ragione: dopo due anni di indagini, le piste conducono non al Cremlino, ma a Kiev, Washington e Varsavia.

Il 26 settembre 2022 una serie di esplosioni hanno gravemente danneggiato il gasdotto Nord Stream, che collega la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico. Questi eventi hanno causato delle perdite importanti nel gasdotto, sia nel Nord Stream 1 (che già era stato chiuso da Mosca) sia nel Nord Stream 2 (mai entrato in funzione a causa delle sanzioni). Le autorità hanno presto sospettato che le esplosioni fossero state causate da un atto di sabotaggio deliberato, sebbene l’origine e i responsabili non siano mai stati definitivamente accertati.

Le esplosioni del Nord Stream hanno avuto un impatto significativo sui paesi europei, sia in termini di sicurezza energetica sia di strategia geopolitica ed economica. L’interruzione del Nord Stream ha aggravato la crisi energetica in Europa, causando una volatilità estrema nei prezzi del gas naturale. Nel 2022, i prezzi hanno raggiunto livelli record, esercitando una pressione inedita sulle famiglie e sulle imprese.

A sua volta, la crisi energetica ha costretto alcuni settori industriali ad affrontare costi operativi elevati, mettendo a rischio la competitività delle industrie europee sul mercato globale. Alcuni paesi, come la Germania e la Francia, hanno dovuto fornire sostegni mirati per evitare che le industrie ad alta intensità energetica riducessero la produzione o trasferissero le attività all’estero.

Quello che è stato senza dubbio il più grande atto di sabotaggio della storia europea dal secondo dopoguerra, combinato con un dramma ambientale, avrebbe dovuto scatenare la furia investigativa delle autorità. Invece, due anni dopo, le indagini ufficiali si caratterizzano per una strana discrezione e un chiaro imbarazzo a percorrere le piste investigative fino in fondo. Ad oggi, non ci sono stati né arresti, né interrogatori, né accuse contro i presunti autori.

All’inizio di giugno, un mandato di arresto europeo è stato emesso dal procuratore generale contro un cittadino ucraino residente in Polonia di nome Volodymyr Zhuravlov. Secondo I media tedeschi, Zhuravlov sarebbe una figura chiave del caso, e sarebbe connesso all’imbarcazione “Andromeda”, il veicolo utilizzato probabilmente dai sabotatori per installare gli esplosivi sui gasdotti.

Varsavia, tuttavia, ha rifiutato di fermare il sospettato (così come previsto dalla legge), che è riuscito a fuggire in Ucraina senza essere perseguito. Rispetto a questa vicenda, il primo ministro Donald Tusk, campione dei liberali europei, ha dichiarato questo il 17 agosto su X: “A tutti gli iniziatori e i mecenati di Nord Stream: l’unica cosa che dovete fare è chiedere scusa e stare zitti”.

Subito dopo le esplosioni, le autorità giudiziarie svedesi e danesi hanno ipotizzato un sabotaggio deliberato, poiché il gasdotto era altamente resistente e situato in una zona del Mar Baltico sotto stretta sorveglianza. Successivamente, hanno improvvisamente chiuso le indagini, senza pubblicare risultati.

Non appena l’attentato fu commesso, gli Stati Uniti annunciarono l’avvio di indagini, rese ancora più promettenti dal fatto che i loro servizi di intelligence coprono interamente il Mar Baltico; ma non hanno comunicato nulla. Parallelamente, gli occidentali hanno sistematicamente rifiutato l’offerta di Mosca di partecipare all’indagine.

Le autorità tedesche continuano a condurre le proprie ricerche, ma in risposta a integgorazioni parlamentari, il governo risponde che ogni divulgazione di informazioni metterebbe in pericolo il “bene dello Stato”. In altre parole, che sarebbero compromessi paesi o servizi segreti alleati.

Giornalisti d’inchiesta e deputati del Bundestag affermano all’unisono che le loro richieste incontrano un muro di silenzio. Holger Stark, del settimanale Die Zeit, ha parlato di “pressioni brutali su tutte le autorità affinché non parlino con nessun giornalista”. Intervistato da Le Monde Diplomatique, il deputato socialdemocratico Ralf Stegner ritiene “molto sorprendente” che un crimine così grave, commesso in uno dei mari più sorvegliati al mondo, abbia generato così poche informazioni due anni dopo i fatti. Il suo collega Andrej Hunko, dell’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW), parla di un “disinteresse provocatorio per il chiarimento” di questo misfatto.

Le indagini sulle esplosioni del Nord Stream hanno prodotto varie ipotesi sui possibili responsabili, senza però giungere a conclusioni definitive. Innanzitutto, i russi stessi. La Russia che avrebbe potuto (secondo queste teorie) sabotare il proprio gasdotto per aumentare la pressione politica sull’Europa o creare confusione nel blocco occidentale. Questa ipotesi è stata accolta con scetticismo da diversi esperti, poiché avrebbe comportato un costo economico significativo per Mosca, proprietaria di una parte considerevole del gasdotto.

Dal canto loro, le autorità giudiziarie tedesche e svedesi hanno ripetuto più volte di non avere alcuna indicazione di un coinvolgimento russo. Lo stesso ha affermato il direttore della CIA, William Burns, difficilmente sospettabile di favorire Mosca, così come il Washington Post al termine di una lunga inchiesta.

Tra i motivi misteriosi che avrebbero spinto la Russia a distruggere un’infrastruttura costosa che detiene al 51%, l’argomento secondo cui Mosca avrebbe voluto evitare penali in caso di interruzione delle forniture non convince molto: dato il contesto delle sanzioni e degli asset russi confiscati, probabilmente avrebbe semplicemente rifiutato di pagare.

La seconda teoria è stata lanciata l’8 febbraio 2023, quando il giornalista Seymour Hersh, ha pubblicato un’inchiesta che suggerisce un possibile coinvolgimento degli Stati Uniti e della Norvegia, in base a una fonte anonima. Hersh afferma che l’operazione sarebbe stata coordinata dall’amministrazione Biden per interrompere la dipendenza energetica europea dalla Russia. Questa teoria è stata ripresa da alcuni media, ma non ha ricevuto conferme ufficiali, e numerosi esperti hanno messo in discussione la validità delle fonti utilizzate da Hersh.

Un mese dopo, il 7 marzo, il New York Times avanzava una terza ipotesi basata su testimonianze anonime “di funzionari americani che hanno valutato informazioni dei servizi di intelligence”: il sabotaggio non sarebbe stato commesso dai servizi americani, ma da un “gruppo filo-ucraino”. L’inchiesta ha suggerito che questi sabotatori potrebbero aver operato in modo autonomo, senza il coinvolgimento diretto del governo di Kiev.

Le prove principali a sostegno di questa teoria includono il noleggio della barca Andromeda in Germania da parte di un gruppo di persone con documenti ucraini, oltre al coinvolgimento sospetto di Volodymyr Zhuravlov. Poco dopo, un consorzio di media tedeschi guidato da Die Zeit approfondisce, basandosi su informazioni provenienti anche dal procuratore generale federale: gli articoli identificano una barca a vela noleggiata dai sabotatori.

Da allora, le pubblicazioni dei media si sono focalizzate praticamente soltanto su questa versione: la barca Andromeda è stata noleggiata in Germania e utilizzata per trasportare attrezzature subacquee e esplosivi. Le indagini hanno trovato residui esplosivi a bordo, ma non ci sono prove concrete su chi abbia realmente orchestrato l’attacco. Questo sistema di operazioni autonome consentirebbe al governo ucraino di mantenere le mani pulite, evitando così responsabilità dirette.

Il talento degli organizzatori o la volontà dell’Europa di rimanere all’oscuro si riflettono nel fatto che le tracce dei presunti responsabili si dissolvono nell’incertezza. Secondo fonti del Washington Post, i passaporti falsi utilizzati dai sabotatori sarebbero stati creati dai servizi segreti ucraini.

Le autorità tedesche non hanno richiesto assistenza giudiziaria ai loro omologhi ucraini, e addirittura secondo alcune ricostruzioni avrebbero facilitato la fuga di uno dei sospetti, non inserendo il suo nome nel registro Schengen. Un rapporto della CIA citato dal Washington Post indica che i mandanti dell’attentato sarebbero l’agente ucraino Roman Chervinsky e l’ex comandante delle forze armate, Valeri Zaloujny, attuale ambasciatore a Londra.

Dietro l’ombra dei servizi ucraini, però potrebbe celarsi quella dello zio Sam. Secondo un articolo del Washington Post del 6 giugno 2023, infatti, la CIA era a conoscenza di un piano ucraino per sabotare i gasdotti già nel giugno 2022 e avrebbe informato alcuni paesi europei, tra cui la Germania.

Nonostante ciò, i governi occidentali avrebbero omesso di rivelare al pubblico che l’Ucraina era un principale sospettato nel sabotaggio. Alcuni funzionari americani hanno suggerito che la CIA tentò di dissuadere l’Ucraina, mentre altri esperti ipotizzano un possibile coinvolgimento attivo degli Stati Uniti nella pianificazione dell’attacco, con manovre NATO usate come copertura.

L’attentato al Nord Stream rimane un caso irrisolto, con molti parlamentari che chiedono un’inchiesta indipendente, magari sotto l’egida dell’ONU. Tuttavia, una proposta di risoluzione da parte di Russia, Cina e Brasile non ha ottenuto il supporto degli Stati Uniti e dei loro alleati. Germania e Svezia hanno rifiutato una commissione d’inchiesta per non compromettere le indagini in corso. La paura di implicazioni geopolitiche ha alimentato questo gioco a nascondino attorno a un episodio di grande rilevanza internazionale.

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19/08/2024

Liguria - Tolto un Toti se ne fa un altro

Venerdì 26 luglio Toti si è dimesso dalla carica di governatore della Liguria dopo 80 giorni agli arresti domiciliari. Una decisione inevitabile che apre la strada alle elezioni anticipate; queste dimissioni, però, non portano solo alla fine dei nove anni dell’era Toti in regione, ma anche del “modello Liguria” tanto sostenuto dallo stesso Toti e dal sindaco di Genova Marco Bucci.

Le elezioni regionali liguri, insieme a quelle in Umbria ed Emilia-Romagna previste per l’autunno, saranno un banco di prova sia per la tenuta della coalizione di centro-destra, sia per il campo largo del centro-sinistra, che ha aperto le danze con la cosiddetta “via maestra”.

Risulta pertanto doveroso interrogarsi sul modello Liguria, gli interessi che difende, così da costruire un’alternativa reale che ribadisca una discontinuità verso un sistema che di certo non cambierà da solo: del resto, come diciamo dall’inizio, “tolto un Toti se ne fa un altro”.

L’inchiesta che ha portato alle dimissioni di Toti ha rivelato la corruzione di un sistema basato su interessi personali e privatistici di una classe politica e imprenditoriale marcia fino al midollo: sarebbe tuttavia sbagliato pensare che questa rete di scambi di favori e corruzione riguardi solamente il centro-destra, infatti, sarebbe ingenuo pensare che il centro-sinistra e il campo largo possano costituire una vera opzione di discontinuità con la gestione precedente, dal momento che sono anch’essi legati a doppio filo con il mondo imprenditoriale.

Non è un caso che sia stata proprio l’amministrazione Burlando (centro-sinistra) a spianare la strada alle politiche di privatizzazione e speculazione in Regione: pensiamo alla sanità, alla deindustrializzazione e alla turistificazione selvaggia subita dal territorio ligure. Inoltre, non dobbiamo assolutamente dimenticare il coinvolgimento dell’uomo ombra del PD, Vianello, nella maxi-inchiesta sulla corruzione ne’ gli incontri di Burlando e Sanna sullo yacht di Spinelli, o i sostegni economici sempre elargiti da quest’ultimo al PD.

Su questa scia si è mosso anche il Movimento 5stelle, che ha consolidato il centro-destra in Regione, nominando Bucci commissario straordinario dopo il crollo del Ponte Morandi e con il Decreto Genova, preso a modello dalla destra e diventato sinonimo di deroghe, nomine dirette, pochi controlli in nome di un’emergenza in realtà quotidiana, ormai usato in tutte le inutili infrastrutture.

Proprio per questi motivi, l’idea di appoggiare da sinistra il campo largo rende complici di un’operazione di maquillage e di legittimazione dei corresponsabili della situazione regionale e nazionale vigente; serve, invece, un progetto radicale di rottura con il ventennio Burlando-Toti, rimettendo finalmente al centro gli interessi della collettività, finora sacrificati sull’altare del profitto e del clientelismo.

Chiusura delle opportunità di profitto per la sanità privata, più aiuti ai giovani su stipendi (introducendo il salario minimo a 10€ in tutti gli affidamenti o bandi regionali) più soldi all’istruzione con un profondo riordino dei fondi sulla “formazione professionale” e misure che garantiscano la fine dell’invasione di turisti mentre prevedano iniziative culturali e musicali per chi è residente. La regione Liguria spende milioni in enti inutili come Alisa o l’ente regionale dei rifiuti e decine di milioni di euro in propaganda per Toti.

Le risorse da investire per i liguri ci sono, serve una proposta politica che le investa in modo strutturale e duraturo in beni e servizi per il benessere della regione.

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20/05/2024

Un dossier sulle aggressioni sioniste rimaste impunite nella città di Roma

egalità o connivenza con lo squadrismo sionista nella Capitale?

L’aggressione sotto casa a Chef Rubio è stato solo l’ultimo episodio di una catena di aggressioni di gruppi sionisti contro attivisti solidali con la Palestina e i palestinesi a Roma. Negli ultimi venti anni ci sono stati ripetuti episodi di aggressione da parte degli settori ultrasionisti della comunità ebraica romana contro manifestanti o personalità attive nella solidarietà con il popolo palestinese. Aggressioni rimaste tutte impunite. Un dossier lo documenta.

Già nel 2010 il Forum Palestina curò e rese disponibile un dossier sulle aggressioni avvenute nella città di Roma negli anni precedenti. Il dossier è stato aggiornato fino agli episodi delle ultime settimane.

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9 marzo 2002. Aggressione in Largo Arenula e Largo Torre Argentina contro i manifestanti che tornavano dal corteo per la Palestina.

8 aprile 2002: manifestazione sotto la direzione del PRC. Ferito un agente di polizia in borghese che scattava fotografie. Nessuna conseguenza legale contro gli aggressori . Il 4 ottobre del 2004, sempre a Roma, quattro manifestanti di sinistra saranno individuati, arrestati e condannati esattamente per lo stesso reato nel corso di una manifestazione all’Eur.

10 aprile 2002: Aggredita Luisa Morgantini. Alle ore 23.30, a Roma, Luisa Morgantini, europarlamentare appena tornata dalla Palestina, al termine della trasmissione ‘Sciuscià‘ cui aveva partecipato, è stata aggredita all’uscita degli studi RAI. Una trentina di persone hanno circondato l’auto su cui era salita e hanno tentato di bloccarla e di sfondarne i vetri. Fortunatamente l’aggressione non è riuscita. Nessuna conseguenza legale contro gli aggressori

10 giugno 2002. Aggressione contro Vittorio Agnoletto e Rossana Rossanda in un ristorante del Portico D’Ottavia e poi, all’uscita, dei partecipanti al social forum che si teneva al “Sant’Ambrogio occupato”. Le foto sui giornali e i telegiornali mostrano Agnoletto e la Rossanda uscire protetti dalla polizia con gli scudi contro le sassate lanciate dagli aggressori. Nessuna conseguenza legale contro gli aggressori.

31 maggio 2010. Fronteggiamento, in una traversa di via delle Botteghe Oscure, tra il corteo che sfila per protestare contro il sanguinoso attacco alla Freedom Flottiglia diretta a Gaza ed esponenti della comunità ebraica. Il tutto si risolve fortunatamente a colpi di slogan contrapposti. La manifestazione ci conclude davanti Montecitorio. I manifestanti vengono invitati a defluire evitando Largo Torre Argentina, dove vengono segnalati gruppi che li attendono minacciosamente.

4 giugno 2010. Al termine di un’altra manifestazione contro l’attacco alla Freedom Flottilla diretta a Gaza, conclusasi a Trinità dei Monti, mentre sta defluendo, un manifestante viene aggredito a colpi di casco, calci e pugni da quattro persone a bordo di due moto in Largo Santa Susanna. Un precedente tentativo di aggressione contro due donne palestinesi (con bambini) su via Barberini viene sventato dall’intervento di altri manifestanti che mettono in fuga due aggressori anche essi su una moto. La denuncia di Costanza Pasquali Lasagni (moglie dell’aggredito e testimone dell’aggressione) finisce anche su alcuni giornali. Nessuna conseguenza legale contro gli aggressori.

24 giugno 2010. Aggressione ad una manifestazione per la Palestina sulla scalinata del Campidoglio. Due feriti gravi, un palestinese e un italiano. Numerosi i contusi. Gli aggressori erano armati di tirapugni di ferro. Anche questa volta non ci sarà alcuna conseguenza legale contro i picchiatori.

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Altri episodi successivi al dossier del 2010.

18 novembre 2012. Alcuni attivisti del Teatro Valle occupato vengono picchiati al termine di una manifestazione di studenti mentre transitavano per le strade del quartiere ebraico di Roma. “Qui dentro non ci dovete entrare. Potete andare a fare casino per tutta Roma, ma se entrate qui dentro siete morti” .

https://www.ilfattoquotidiano.it/…/aggrediti…/418276/

17 gennaio 2014: quattro ragazzi alle 4 di mattina vengono aggrediti da una quindicina di persone con mazze da baseball per le strade del quartiere ebraico. Uno di loro aveva strappato un manifesto che celebrava il leader israeliano Sharon.

https://www.ilfattoquotidiano.it/…/dopo-il…/846883/

25 aprile 2014. I sionisti aggrediscono i manifestanti che hanno kefieh e bandiere palestinesi alla partenza del corteo per la Liberazione al Colosseo. Immortalati da numerosi video che testimoniano l’aggressione. Non si ha notizia di provvedimenti legali a loro carico.

https://www.romatoday.it/…/corteo-25-aprile-bandiera…

1 luglio 2014. La cronaca romana de La Repubblica riferisce che nel pomeriggio c’è stata una prima aggressione ai danni di un ragazzo italiano che indossava la kefia in piazza Venezia da parte di un gruppo di giovani ebrei. Ma in serata il bilancio si è fatto ancora più pesante. Sei giovani si sono presentati con traumi vari all’ospedale FatebeneFratelli raccontando di essere stati aggrediti da alcuni dei partecipanti alla manifestazione indetta dalla comunità ebraica in segno di lutto per l’uccisione di tre ragazzi israeliani a Hebron.

Roma. Lo squadrismo sionista impazza nella Capitale. Aggressioni ripetute – Contropiano

13 maggio 2021. Due studenti stranieri, uno siriano e uno palestinese vengono aggrediti all’isola Tiberina perché avevano una bandiera palestinese. Al Portico d’Ottavia era in corso una manifestazione a sostegno di Israele.

https://www.romatoday.it/…/picchiati-roma-bandiera…

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Gli episodi più recenti:

25 ottobre 2023: L’attivista italo-palestinese Karem Rohana, viene aggredito da quattro persone al suo rientro in Italia dopo un pedinamento dall’aeroporto di Fiumicino fino a via Ostiense.

25 aprile 2024: In piazza Porta San Paolo i sionisti convergono in massa alla manifestazione per l’anniversario della Liberazione. Per due ore si fronteggiano con i manifestanti solidali con la Palestina contro cui lanciano petardi e scatolette metalliche, insultano le donne, intimidiscono i giornalisti. Decine di video li immortalano in azione.

7 maggio 2024: un commando di sionisti a volto coperto, in pieno pomeriggio, entra nell’università La Sapienza, vandalizza la targa che era stata dedicata a Sufiah Tayeh, fisico e rettore dell’università di Gaza, imbratta con scritte “Israel” e stelle di Davide il muro della facoltà di Fisica.

14 Maggio 2024. Un commando di cinque/sei persone aspetta sotto casa Chef Rubio, noto per le sue posizioni sulla Palestina e preso di mira pubblicamente in una manifestazione pro-Israele. Bloccano il cancello elettronico e lo massacrano con sassi e martellate.

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Presentando il dossier curato nel 2010, Il Forum Palestina scriveva:

Il Forum Palestina esprime la propria solidarietà alle compagne ed ai compagni aggrediti mentre manifestavano pacificamente sulla scalinata del Campidoglio per ricordare gli 11.000 Palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, il milione e mezzo di uomini e donne assediati nella Striscia di Gaza e le vittime della Freedom Flotilla. Questa aggressione, opera di squadristi armati di caschi e tirapugni e che ostentavano bandiere israeliane, non è la prima, e rivela un clima nella nostra città che non siamo assolutamente disposti a tollerare.

E’ inaccettabile che gruppi di picchiatori bene identificati possano agire impunemente contro cittadini che manifestano il proprio sostegno alla causa palestinese, e sono inaccettabili le dichiarazioni bugiarde e provocatorie del sindaco Alemanno, che insulta i pacifisti e tace sulle violenze degli squadristi sionisti.

Roma è stata e sarà teatro di grandi manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese e per una pace giusta in Medio Oriente. Non accettiamo l’idea che vi siano zone della nostra città precluse al diritto di manifestare: il centro di Roma non è una colonia israeliana e se Alemanno ambisce ad essere il sindaco di Tel Aviv non ha che da candidarsi alle elezioni di quella città.

Esprimiamo la nostra indignazione per le versioni dell’accaduto che sono state fornite da alcuni organi di informazione, a partire dall’edizione on line del Corriere della Sera e dal TG1, che parlano di “rissa” fra “israeliani e palestinesi”, quando si è trattato di una vigliacca aggressione contro pacifici attivisti italiani da parte di squadristi che ostentavano le bandiere dello Stato di Israele.

Rinnovando la nostra solidarietà e il nostro affetto alle compagne ed ai compagni colpiti dagli squadristi, ribadiamo il nostro impegno a fianco del popolo palestinese e invitiamo le forze politiche democratiche, gli antifascisti, il mondo dell’associazionismo e della solidarietà a costruire insieme una mobilitazione che respinga con forza la violenza squadrista e riaffermi il diritto di manifestare nella nostra città.

Roma 25 giugno 2010
 

05/03/2024

Il “dossieraggio” travolge l’Antimafia

Il mondo politico, soprattutto di destra, è in rivolta contro una struttura fin qui osannata pubblicamente da tutti, ma che le prime indagini mostrano esser diventata un “potere indipendente” cresciuto in barba a molte regole e a tutte le “opportunità” proprie di una democrazia liberale.

Vicenda complicata, come tutte quelle che si svolgono a metà strada tra poteri “segreti” e ruoli pubblici, ma che si può riassumere così: un ex sostituto procuratore dell’Antimafia e il suo braccio operativo, un tenete della Guardia di Finanza, avrebbero usato il sistema “Sos” (“segnalazioni di operazioni sospette”) per monitorare – senza alcun mandato – le operazioni bancarie di una lunga serie di personalità pubbliche che va da politici in attività (Crosetto, Urso, ecc.) fino a “vip” che con la politica (e soprattutto con la mafia) non hanno nulla a che vedere (il sempre presente Fedez, Cristiano Ronaldo, ecc).

Il sistema Sos ha come scopo quello di portare a conoscenza dell’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia le operazioni per le quali «si sa, si sospetta o si hanno ragionevoli motivi» per sospettare che vi siano in corso oppure che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.

Target largo, certamente, ma non infinito. “Riciclaggio” e “terrorismo” sono definizioni ormai arbitrarie, dipendenti dalle diverse soggettività operanti, tutt’altro che univoche. Ma comunque, in linea generale, si dovrebbe poter distinguere con una certa facilità una operazione furbesca di arricchimento individuale condotta a “regole di mercato” dal riciclaggio di denaro mafioso e da finanziamenti a gruppi terroristici.

Altrimenti ogni movimento bancario, in regime capitalistico, diventerebbe immediatamente “sospetto” (tranne forse il pagamento delle rate sottratte allo stipendio).

Ora è in corso un’indagine della Procura di Perugia, condotta peraltro dall’ex presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, e dallo stesso procuratore nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, contro dei “colleghi” con cui hanno condiviso per anni strumenti operativi e logiche.

Vedremo gli sviluppi, ma qualcosa questa storia l’ha già messa in chiaro.

Poter utilizzare l’accesso alle banche dati che riguardano quasi tutto quello che c’è di importante per qualsiasi persona – i soldi, le relazioni, ma non solo – è un potere immenso. Che andrebbe in teoria usato soltanto quando è indispensabile per raggiungere obiettivi di importanza collettiva, cioè pubblica.

In questa vicenda, invece, sembra all’opera la stessa logica delle “inchieste a strascico” – si assumono tutte le informazioni possibili su persone, gruppi, collettivi, ecc., e poi si vede se da qualche parte è stato commesso un “reato”.

Si tratta dell’inversione pura e semplice del potere di indagine – il più devastante – che le legislazioni liberali concedono una volta che la magistratura abbia ricevuto una “notizia di reato”, per denuncia di singoli e o degli organi di polizia giudiziaria.

Detta in soldoni: se è stato commesso un “reato” si cercano i colpevoli e c’è un certo potere di controllare i movimenti dei principali indiziati. Tutt’altra cosa – opposta, da “grande fratello” – è monitorare tutto per trovare eventualmente un “reato”.

Anche perché, chiaramente, non è possibile “monitorare tutto” su “tutti” (anche su chi indaga, come in questo caso), e dunque di fatto la scelta su chi monitorare viene fatta sempre arbitrariamente.

Siamo al punto di arrivo finale della logica “poliziottesca” cresciuta senza limiti dalle “leggi d’emergenza” dagli anni ‘70 in poi. E siamo anche al punto di esplosione della mistica della “legalità”, come se la legge fosse ispirata da qualche divinità eterna e non invece una stipulazione temporanea all’interno di una formazione sociale in perenne evoluzione.

Siamo perciò al punto che qualche investigatore con le chiavi d’accesso a un sistema di controllo può sentirsi dio e agire di proprio impulso (o su mandato altrui, altrettanto “privato”) per sapere il più possibile di Tizio o di Caio.

Per i motivi più diversi. Politici, nel caso di indagine su qualche esponente della più incompetente e corrotta classe politica di sempre (quindi ovviamente molto preoccupata di vedere esposti in piazza i propri immondi traffici). O per semplice curiosità “gossippara” nei confronti di questo o quel “famoso”.

In ogni caso, la tragedia di un degrado che si presenta in forma di ridicolo.

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05/10/2023

Cosa c’è nell’indagine UE “contro i sussidi all’elettrico cinese”

In primo luogo, l’indagine riguarda i nuovi veicoli elettrici a batteria fino a 9 passeggeri. Non comprende gli ibridi, gli ibridi plug-in e i motocicli.

In secondo luogo, con un notevole distacco dalla prassi precedente, l’indagine è stata avviata autonomamente dalla Commissione Europea. Diverse dichiarazioni della Commissione confermano che il rischio di ritorsioni contro i produttori dell’UE è stato il motivo principale di questa scelta.

In terzo luogo, le sovvenzioni prese di mira includono:

– trasferimento diretto di fondi e potenziali trasferimenti diretti di fondi o passività;

– agevolazioni fiscali (alias “rinuncia a entrate pubbliche o mancata riscossione”);

– forniture governative di beni o servizi per una remunerazione meno che adeguata (input sovvenzionati).

La CE cita:

– sovvenzioni bancarie statali, prestiti, crediti all’esportazione e linee di credito o obbligazioni garantite da banche statali:

– assicurazione preferenziale sulle esportazioni;

– riduzioni ed esenzioni fiscali su importazioni, esportazioni, dividendi e IVA;

– importazioni sussidiate (es. materie prime, componenti) e servizi.

In quarto luogo, la CE non ha ancora riscontrato alcun pregiudizio, ma il caso si basa sulla minaccia di pregiudizio.

La CE ritiene che i prezzi dei veicoli elettrici sovvenzionati siano significativamente inferiori a quelli dei veicoli elettrici dell’UE, deprimendo i prezzi e impedendo gli aumenti di prezzo, in modo da esercitare una pressione significativa sulle vendite, sulle quote di mercato e sui margini di profitto dell’UE.

La CE ritiene che ciò sia “particolarmente rilevante” nel caso in cui l’industria europea dei veicoli elettrici debba raggiungere volumi di vendita più elevati nel mercato dei BEV per assorbire gli ingenti investimenti necessari per rimanere competitiva nella transizione verso la completa elettrificazione.

Secondo l’UE, quindi, un’ondata di importazioni cinesi di BEV a basso prezzo che conquistassero quote di mercato significative in un mercato in crescita porterebbe l’industria europea a subire pesanti perdite che potrebbero rivelarsi rapidamente insostenibili.

In quinto luogo, il periodo dell’inchiesta sulle sovvenzioni e sul pregiudizio è – come nella maggior parte delle azioni di difesa commerciale dell’UE – l’anno precedente, quindi dal 1° ottobre 2022 al 31 settembre 2023.

I dati macroeconomici sul pregiudizio dell’industria europea sono raccolti per il periodo precedente di 3 anni (a partire dal 1° gennaio 2023).

In sesto luogo, le aziende interessate a partecipare al campione devono registrarsi al procedimento entro un breve periodo di 7 giorni. Altrimenti, come di consueto, le osservazioni sono benvenute entro un periodo di 37 giorni.

Spiegando la decisione di avviare un procedimento anti-sovvenzioni e non anti-dumping (i dazi nei casi di AD sono di solito molto più alti di quelli di AS), la CE ha spiegato che lo scopo non è quello di chiudere il mercato UE alle importazioni, ma solo di controbilanciare le sovvenzioni fornite all’industria della RPC.

Questo conferma che lo scopo dell’indagine è quello di essere utilizzata come strumento di contrattazione con i cinesi sui sussidi all’industria verde, e non come strumento di protezione del mercato.

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08/06/2023

Inquisiti D’Alema e Profumo. Tutto lo sporco, prima o poi, viene al pettine

Lo so bene che, in Italia, giusto o meno che sia, il giudizio definitivo circa le responsabilità penali di un qualsiasi cittadino/a arriva dopo tre gradi di giudizio. Dunque, se sia stato o meno, Massimo D’Alema ad offrire i 40 milioni ai funzionari colombiani perché quest’ultimi comprassero costosissimi e raffinatissimi armamenti dalla italiana Leonardo Finmmeccanica, il cui AD, all’epoca era il suo amicone, Alessandro Profumo, allo stato attuale, è solo un ipotesi accusatoria della Procura di Napoli che sta svolgendo queste indagini e non da ieri.

Tuttavia, quel che fa specie è che, sempre secondo quella procura, nell’affare colombiano con al centro una colossale vendita di armamenti di vario tipo, è un fatto già accertato che D’Alema «si poneva quale mediatore informale nei rapporti con i vertici delle società italiane, ossia Alessandro Profumo quale amministratore delegato di Leonardo e Giuseppe Giordo quale direttore generale della divisione navi militari di Fincantieri».

Certo, da chi, in qualità di presidente del Consiglio, insieme ai paesi di quella alleanza di banditi internazionali ancora in piedi quale è la #NATO, tra il 24 marzo 1999 ed il 10 giugno 1999, autorizzò il bombardamento della ex Jugoslavia che andò avanti per due mesi e mezzo di fila, facendo strage di civili e distruggendo tutte le principali infrastrutture del paese, c’era d’aspettarselo che avesse mantenuto nel tempo una spiccata passione per il settore.

Meno facile capire chi, fino all’altro ieri, continuava a tenerlo come interlocutore privilegiato per un fantomatico progetto di rilancio di un’area politica di sinistra in Italia. Peraltro non ho mai capito se costoro fossero in malafede o soltanto parecchio smemorati visto che il governo che guidò D’Alema tra il 1998 ed il 1999 era sostenuto da una maggioranza di cui facevano parte il CDU di Rocco Buttiglione e, udite udite, l’UDR di Francesco Cossiga.

Per chi all’epoca non c’era oppure era un bambino, Cossiga, da ministro dell’interno, il giorno dopo l’assassinio da parte della polizia dello studente Francesco Lo Russo, avvenuto l’11 marzo del 1977, inviò a Bologna i carri armati (ripeto, i carri armati). Non ancora contento, il 12 maggio del 1977, a Roma, sguinzagliò, invece, le sue particolarissime squadre speciali a sparare su un corteo pacifico indetto per sfidare il divieto di manifestare, in occasione dell’anniversario della vittoria referendaria sul divorzio uccidendo Giorgiana Masi, una giovane compagna scesa in piazza insieme a tante e tanti altri.

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Verona - Cinque poliziotti arrestati con l’accusa di tortura

Accusati di tortura e lesioni. Cinque poliziotti della Questura di Verona sono stati posti questa mattina alla misura cautelare degli arresti domiciliari. Sotto accusa sono finiti un ispettore e quattro agenti per presunti atti di violenza tra il luglio 2022 e il marzo 2023, nei confronti di persone sottoposte, a vario titolo, alla loro custodia perché momentaneamente private della libertà personale.

Il clamoroso esito è il risultato di indagini condotte per otto mesi dalla Squadra mobile di Verona, su mandato della Procura e hanno riguardato comportamenti che sarebbero sfociati anche in atti gravemente lesivi della dignità delle persone sottoposte ad accertamenti di polizia. Gli agenti avrebbero agito nei confronti di persone, soprattutto immigrati, sottoposte alla loro custodia.

Ai cinque indagati, oltre al reato di tortura, sono stati contestati, a diverso titolo, anche i reati di lesioni, falso, omissioni di atti d’ufficio, peculato e abuso d’ufficio.

Ma la decisione di procedere all’arresto non è stato un fulmine a ciel sereno, infatti i poliziotti destinatari ”delle misure cautelari erano già stati trasferiti ad altri incarichi all’indomani della chiusura delle attività di indagine e quindi da alcuni mesi”, sottolinea la questura di Verona in una nota.

Da indiscrezioni risulta che anche altri 10 agenti di polizia risultino indagati. ”Dopo i successivi accertamenti giudiziari”, il questore della provincia di Verona, ”ha altresì disposto – si chiarisce nella nota – la rimozione dagli incarichi di altro personale che, pur non avendo preso parte a episodi di violenza, si presume possa non aver impedito o comunque non aver denunciato i presunti abusi commessi dai colleghi”.

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17/05/2023

Le indagini sugli anni '70 sono per sempre

Le indagini sulla lotta armata siano per l’eternità. È questo il messaggio contenuto nell’ordinanza emessa dal gip torinese Anna Mascolo che accogliendo la richiesta della procura ha riaperto le indagini su un fatto di quasi 50 anni fa, la sparatoria di Cascina Spiotta, in relazione all’omicidio del brigadiere D’Alfonso di cui risponde l’ex brigatista Lauro Azzolini, nonostante questi fosse stato già prosciolto nel 1987 dal giudice istruttore di Alessandria.

Ci sarebbe stato tra l’altro un problema di competenza territoriale, ma il gip lo ha bypassato spiegando che essendoci di mezzo la finalità di terrorismo la competenza si radica nel capoluogo del distretto. La norma specifica però è del 2001 e i fatti risalgono al 5 giugno del 1975. Quando c’è di mezzo la parolina magica terrorismo evidentemente salta qualsiasi regola e non è possibile obiettare nulla.

La sentenza del 1987 inoltre non era stata allegata agli atti perché introvabile causa alluvione ma il giudice passa sopra anche su questa circostanza affermando che non vi è dubbio vi sia stata.

Il gip afferma che era già previsto all’epoca l’istituto della revoca della sentenza di proscioglimento emesso dal giudice istruttore nel caso siano sopravvenuti nel frattempo nuovi elementi di prova.

Secondo il difensore Davide Steccanella emerge al massimo che Azzolini potrebbe aver toccato il dattiloscritto documento riferito ai fatti del 5 giugno e sequestrato in occasione dell’arresto di Renato Curcio il 19 gennaio del 1976.

Circostanza del tutto neutra posto che quel documento in cui si riferivano i dettagli del fatto in cui era morta una fondatrice delle Brigate Rosse venne ovviamente esaminato da moltissimi militanti dell’organizzazione e persino oggetto di una pubblicità, un’azione su un giornale clandestino.

Per cui sarebbe impossibile che non vi comparissero altre impronte oltre a quelle di Azzolini per cui è da escludersi che il documento una volta redatto e consegnato a Curcio sia stato immediatamente chiuso in una cassaforte come un talismano da preservare visto che era stato redatto proprio per informare tutti gli altri membri dell’organizzazione che non erano presenti di come erano andate le cose quel drammatico giorno alla Spiotta” si legge nella memoria della difesa.

Del resto la stessa procura è consapevole dell’inconsistenza di tale elenco probatorio ai fini di una condanna considerando che l’accusa chiede la riapertura delle indagini e non il rinvio a giudizio.

“Se io raccontassi all’estero che un giudice in Italia può revocare una sentenza di assoluzione per fatti di 50 anni fa di cui non dispone materialmente mi prenderebbero per matto” dice Davide Steccanella.

Anna Mascolo è un giudice giovanissimo. Evidentemente non aveva genio, non se la sentiva di opporsi alla richiesta della procura più forcaiola e arrogante del paese, e ha fatto copia e incolla con l’istanza dei pm.

Ci troviamo in un teatro dell’assurdo. Le indagini prorogate dopo decenni per sei mesi con ogni probabilità porteranno a niente ma servono ad agitare un fantasma del passato nell’ambito dell’infinita emergenza italiana dove magistratura politica e giornaloni sono uniti nella lotta.

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Aggiornamento:

La difesa di Lauro Azzolini impugnerà per cassazione l’ordinanza del gip di Torino che ha riaperto le indagini sui fatti di Cascina Spiotta del 5 giugno 1975.

L’avvocato Davide Steccanella ricorrerà esclusivamente sulla revocabilità di una sentenza di assoluzione non allegata agli atti perché non c’è. Scomparsa causa alluvione. Anche per capire se la decisione del gip diventa un precedente.

In questo paese l’amministrazione della giustizia è una vera e propria pagliacciata. Soprattutto se ci sono di mezzo i maledetti anni ‘70, l’unico periodo in cui lor signori rischiarono di perdere il potere nonostante avessero dalla propria parte il più forte partito comunista dell’Occidente...

Amen

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04/03/2023

Da Bergamo a Crotone, speculare sulla morte altrui...

Due inchieste giudiziarie ai poli opposti dello Stivale – Bergamo e Crotone – gettano loro malgrado una luce fortissima sull’inconsistenza, o l’atteggiamento criminogeno, della “nuova classe politica” emersa nell’ultimo decennio.

Diciamo subito che non nutriamo alcuna illusione sul fatto che queste due inchieste arrivino al traguardo indenni. Sappiamo per lunga esperienza che il potere politico, per quanto fragile e impresentabile, difficilmente paga dazio. Se non per le vicende di corruzione, le uniche rimaste “sensibili” dai tempi di Mani Pulite, attraverso la stagione del populismo manettaro.

La stessa Mani Pulite, per altro, è oggi facilmente rileggibile come la prima operazione-test di lawfare, con cui i vertici multinazionali dell’imperialismo hanno poi decapitato sistemi o partiti non più utili o facilmente soggiogabili (in America Latina, per esempio, con Lula, Lugo e altri).

Più semplice, per certa magistratura, mostrarsi “durissima” con gli anarchici o le mobilitazioni sociali – dai No Tav alla logistica – interpretando al millimetro gli obiettivi indicati dai governi e dai “servizi”.

Comunque sia le inchieste per ora ci sono e ci mostrano un quadro di agghiacciante cinismo misto a palese incapacità. Ma questo filo comune non nasconde la differenza, rimarchevole anche se egualmente ignobile.

A Bergamo, come abbiamo scritto subito, tre anni fa, la decisione di non decretare una “zona rossa” in Val Seriana poteva avere una sola conseguenza: diffondere la pandemia in tutto il Paese.
“Dal punto di vista sanitario la scelta del governo Conte è completamente inutile, o almeno ampiamente insufficiente, così come tutte quelle precedenti. Per due ordini di motivi.

Il primo, e principale, sta nell’assurda decisione di autorizzare spostamenti e permanenza in spazi chiusi, anche pieni di persone, ‘per motivi di lavoro’. In questo modo sicuramente il contagio continuerà ad espandersi, con oltre 20 milioni di lavoratori (e dirigenti) che in varia percentuale si infetteranno sul posto di lavoro e poi contageranno la famiglia, in teoria ‘messa al sicuro’ a forza di messaggi ‘io resto a casa’.

Il secondo, altrettanto importante, era già inserito invece nel decreto di sabato notte, quello che dichiarava ‘zona rossa’ tutta la Lombardia e altre 14 province del centro-nord. Lì, annullando il confinamento delle prime zone ritenute ‘focolaio’ per il numero eccezionale di casi positivi al Covid-19, veniva ‘liberato’ il virus su un’area eccezionalmente vasta.”
Quella scelta del governo Conte 2 rispondeva perciò in modo criminale alla domanda: “il Pil o la vita?”. Tutto il capitale privato italiano, e del Nord innanzitutto, metteva il Pil con tabù intoccabile e pretendeva perciò che nulla potesse “disturbare la produzione“. Un comandamento poi diventato esplicito solo con il governo Meloni, ma che riassume al meglio le caratteristiche di ogni governo degli ultimi 30 anni.

Nella bergamasca, e poi in tutta Italia, abbiamo dunque avuto una strage di massa di proporzioni bibliche – ad oggi oltre 188mila morti ufficialmente registrati – per una ragione squisitamente economica cui l’intera classe politica non sapeva, poteva o voleva contrastare.

Nessuna forza politica è stata estranea a questa decisione. E chi pure era all’opposizione (l’attuale compagine governativa) ha semmai cavalcato successivamente la dietrologia “no vax”, non certo le priorità della salute collettiva.

Le imprese devono fare comunque profitto, voi potete anche morire a mucchi. Chiaro?

L’ordine è stato eseguito...

Il caso del naufragio in Calabria è effettivamente diverso, sia per i numeri (più di 60 persone, diversi bambini), sia per la nazionalità (tutti stranieri di paesi lontani come Siria, Iraq o Afghanistan), sia per la ragione.

A Crotone – se saranno confermate le ipotesi di reato sul “mancato salvataggio” – la motivazione è forse ancora più ignobile: lo sperato “ricavo elettorale”, o di generico consenso politico, a vantaggio delle forze di governo.

Non c’è naturalmente una graduatoria possibile nell’abissale infamia che le due inchieste rivelano. Servirebbe un Borges per descriverla appieno, e non abbiamo quella sapienza di scrittura.

Però possiamo dire che non ci potranno essere dimissioni – dovute, obbligate, persino “convenienti” per qualcuna della forze di questa maggioranza a scapito di altre – che potranno mai riempire quell’abisso.

Questa è la classe dirigente (imprese, politica, media, ecc.) che, accodata al treno “euro-atlantico”, per ragioni economiche o di calcolo politico, ci sta portando nella più totale inconsapevolezza verso un sempre più probabile conflitto mondiale.

Abituati come sono a considerare la morte altrui in termini di possibile “vantaggio”, non pensano neanche per un attimo di poter far parte, stavolta, della schiera che ci rimetterà le penne.

Fonte

03/03/2023

Mancata “zona rossa” in Val Seriana, l’indagine sulla strage

Dopo tre anni di indagini quanto meno farraginose, la Procura di Bergamo è arrivata a chiudere l’inchiesta indicando 17 persone come possibili responsabili di “epidemia colposa”. Tra loro l’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte, il ministro della sanità Roberto Speranza e naturalmente il presidente della regione Lombardia appena riconfermato – il leghista Attilio Fontana – e l’allora assessore alla sanità Giulio Gallera.

Sul piano politico, insomma, non si salva nessuna componente, dunque sarà complicato provare il classico gioco dello scaricabarile tra momentaneo governo e altrettanto momentanea opposizione.

Seguono altre figure apicali del dispositivo di contrasto alla pandemia: il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, l’allora coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo, l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli e l’allora direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito.

E poi l’ex capo della Prevenzione del Ministero della Salute Claudio D’Amario, l’ex segretario generale Giuseppe Ruocco, il responsabile delle Malattie infettive Francesco Maraglino.

Secondo il consulente dei magistrati inquirenti, Andrea Crisanti (oggi senatore del Pd), si sarebbero risparmiati 4.148 morti con una chiusura della sola Val Seriana dal 27 febbraio, 2.659 dal 3 marzo.

Ed è proprio la mancata chiusura di quella valle il nodo del contendere, fin da quando il governo “giallo-rosa” (grillini e Pd) inviò esercito e polizia per imporre un lockdown ferreo (stile Codogno, per intenderci), rinunciandovi poi a seguito delle pressioni della Confindustria, subito fatte proprio dai vertici leghisti e berlusconiani che controllavano il Pirellone.

Come i nostri lettori ricorderanno – cliccando sui molti link di questo articolo – abbiamo da subito considerato quella rinuncia un vero e proprio atto criminale, che ha permesso il dilagare della pandemia in tutto il paese, con vertici di orrore quando le strutture di direzione della sanità lumbard decisero di mandare i “contagiati non gravi” nelle Rsa. Provocando così un’ecatombe di anziani tale da esser poi registrata come una riduzione generale dell’”aspettativa di vita”.

Insomma, i calcoli di Crisanti – certamente scrupolosi, ma comprensibilmente “cauti” – andrebbero moltiplicati in modo esponenziale.

Solo nella provincia di Bergamo – il sindaco piddino Gori, in quei giorni, faceva suo lo slogan leghista “Bergamo non si ferma!” – tra marzo e aprile del 2020 furono registrati 6.200 morti contro una media mensile precedente che si limitava a circa 800. Quelli “certificati Covid”, grazie a un tampone, erano stati circa la metà. Per gli altri neanche quello...

Il risultato fu, come si ricorda, una fila di camion militari che portava via i cadaveri – come nelle scene della peste manzoniana – perché i cimiteri locali non avevano la possibilità di “smaltire” nei forni crematori tutti quei corpi (che probabilmente ora qualcuno chiamerebbe “carico residuo”).

Il mantra padronale di quei mesi fu chiarissimo, ripetuto a ogni ora del giorno: non si può fermare la produzione per nessun motivo. Gli operai dovevano andare in fabbrica e produrre, senza protezioni, viaggiando su treni e autobus pieni come al solito, esponendosi ed esponendo le proprie famiglie al contagio con un virus che in quel momento non si sapeva come fermare (i vaccini arrivarono solo un anno dopo).

Seguiremo questa inchiesta insieme ai familiari delle vittime e ai comitati che chiedono da anni la verità su questa strage, divenendo addirittura oggetto di intimidazioni, perquisizioni, ecc..

Fonte

08/01/2023

Bolsonaro vuole venire in Italia per evitare un possibile arresto in Brasile

Jair Bolsonaro (PL) non vuole tornare in Brasile. Il viaggio nella città nordamericana di Orlando, in Florida (USA), alla fine di dicembre, fa parte di un piano di protezione contro un possibile arresto. La famiglia intende ottenere al più presto il rilascio della cittadinanza italiana presso l’Ambasciata d’Italia a Brasilia (DF).

Secondo le informazioni pubblicate giovedì 5 gennaio dalla rivista IstoÉ, Bolsonaro sa che in breve tempo il ministro della Corte Suprema (STF) Alexandre de Moraes o un altro giudice ordinerà il suo arresto. L’ex occupante del Planalto è indagato per il coinvolgimento in uno serie di fake news che avrebbero dovuto garantirgli maggiore consenso elettorale.

La Polizia Federale ha dichiarato che Bolsonaro ha commesso un reato associando l’AIDS a un vaccino contro il Covid-19.

Anche i figli di Bolsonaro in possesso di un mandato elettivo – Flávio (senatore PL-RJ), Eduardo (deputato federale PL-SP) e Carlos (consigliere PL nel comune di Rio de Janeiro) – hanno richieste di cittadinanza aperte, ma sembra non vogliano lasciare il Brasile.

Ufficialmente, l’Ambasciata italiana non ha confermato il protocollo delle richieste e ha risposto alla rivista di non poter fornire informazioni su questo tipo di richieste per motivi di segretezza.

Durante il suo governo, Bolsonaro è stato oggetto di oltre 140 richieste di impeachment. È stato accusato di reati legati alla pandemia e ci sono richieste alle autorità giudiziarie di rinvio a giudizio suggerite dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid.

L’ex capo dell’esecutivo federale è accusato di apologia della tortura e di partecipazione a uno serie di notizie false. È stato anche accusato di aver stimolato le proteste a favore di un colpo di Stato, con la chiusura del Congresso nazionale e della Corte suprema.

Negli ultimi anni, Bolsonaro ha cercato di trasmettere alla popolazione il messaggio che la magistratura ostacola il governo. Ha inoltre difeso la partecipazione delle Forze armate al conteggio dei risultati elettorali. 

Lo scorso novembre, il Tribunale elettorale superiore (TSE) ha inflitto al PL una multa di 22,9 milioni di reais dopo che il partito aveva messo in dubbio l’affidabilità delle urne elettroniche.

Fonte

21/08/2022

Germania - Indagine contro Abu Mazen per “istigazione all’odio"

Un ulteriore segno del recente deterioramento delle relazioni del governo socialdemocratico tedesco di Olaf Scholz con l’Autorità Palestinese (o dei legami ancora più stretti di Berlino con le autorità di occupazione e il primo ministro provvisorio israeliano Yair Lapid) è leggibile nella decisione della polizia tedesca di avviare venerdì le indagini in “istigazione all’odio” contro il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen).

Le indagini prendo spunto dalle dichiarazioni del leader palestinese su “50 olocausti contro i palestinesi” da parte delle autorità occupanti dopo l’inizio della “Nakba” (la pulizia etnica della Palestina da parte degli israeliani) nel 1949. Le dichiarazioni di Abbas sono state rilasciate a Berlino mercoledì sera, in una conferenza stampa di un’intervista congiunta con il leader tedesco, ma sono state condannate nel modo più forte 24 ore dopo, a causa delle proteste delle autorità israeliane.

“Dal 1947 ad oggi, Israele ha commesso 50 massacri in 50 villaggi e città palestinesi, 50 massacri, 50 olocausti, e ancora oggi abbiamo la morte quotidiana da parte dell’esercito israeliano”, ha detto Abu Mazen.

Un portavoce della polizia giudiziaria tedesca a Berlino ha annunciato venerdì che la polizia aveva accettato una denuncia contro Abbas per “relativizzazione dell’Olocausto”. Il Dipartimento speciale della Polizia giudiziaria ha quindi avviato un’indagine, per la quale prevede di informare “presto” la Procura, che deciderà se procedere o meno, ha spiegato all’Afp un rappresentante della polizia.

Il ministero degli Esteri tedesco ha chiarito che, sebbene la Germania non riconosca i Territori Palestinesi come stato, il leader palestinese gode dell’immunità dalle indagini delle autorità giudiziarie tedesche perché si è recato in visita ufficiale nel Paese.

Più di 130 paesi riconoscono la Palestina come stato, ma non la Germania. Berlino, invece, ha stabilito relazioni diplomatiche con l’Autorità Palestinese.

Reazioni come quelle della Germania rafforzano le atrocità delle forze di occupazione israeliane, che quasi ogni giorno uccidono e arrestano anche adolescenti.

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11/08/2022

Guerra in Ucraina - Neofascista genovese indagato come mercenario

Un neofascista genovese, è stato indagato dalla magistratura per essersi arruolato nella Brigata internazionale ucraina che combatte contro le forze armate russe e le milizie repubblicane del Donbass.

Il reato ipotizzato dai magistrati è quello previsto dall’articolo 3 della legge 210/1995 che ratifica la convenzione internazionale dell’Onu contro il reclutamento, l’utilizzo, il finanziamento e l’istruzione di mercenari. Il giovane, Kevin Chiappalone, sarebbe militante di CasaPound. Di lui non si hanno notizie da circa un mese. Si troverebbe nel Donbass.

L’indagine della Digos era partita dopo le dichiarazioni del neofascista al settimanale Panorama in cui annunciava di volere partire per difendere l’Ucraina dopo avere sentito Putin parlare di “denazificare il Paese”. Al momento il neofascista genovese è l’unico indagato, ma gli investigatori stanno cercando di capire se vi siano altri mercenari e se vi sia una rete di reclutatori.

Le istruzioni per il reclutamento vengono però diffuse dalle ambasciate e dai consolati ucraini – attività proibita in Italia – prevede il rilascio di un documento dal consolato di Milano (come all’Ambasciata di Roma) – con le istruzioni per entrare in Ucraina: la lista degli spostamenti, i riferimenti delle cariche militari e il commissariato a cui rivolgersi una volta lì. Si passa per la Polonia, a Rzeszon, dove ci sono dei pullman per i gruppi di reclutamento, poi indirizzati con mezzi blindati fino a Korchova, proprio sulla frontiera. Una volta in Ucraina firmerà un altro documento per l’arruolamento volontario. Poi si va direttamente al coordinamento di Novoyavorivsk, vicino Leopoli.

Una foto pubblicata lo scorso 17 maggio sulla pagina Facebook “Milza Zena”, riconducibile a Kevin Chiappalone, lo ritrae in mezzo ad altre persone in divisa militare e armate con la bandiera dell’Ucraina alle spalle. Il suo volto è l’unico non oscurato in mezzo alle altre persone.

Gli accertamenti condotti dalla Digos hanno permesso di appurare il neofascista è entrato in Ucraina con un pullman dalla Polonia, dopo che aveva raggiunto Varsavia in aereo.

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07/10/2021

Per la morte di Luana D'Orazio tre indagati. Per spiccioli di produzione in più

Dopo cinque mesi di indagini la Procura di Prato ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini a tre persone per il caso di Luana D’Orazio, la giovane operaia morta il 3 maggio scorso in una fabbrica tessile di Montemurlo, provincia di Prato.

Gli indagati sono Luana Coppini titolare dell’azienda, il marito Daniele Faggi, che amministrava l’impresa, e Mario Cusimano, tecnico e manutentore dell’azienda “L’Orditura”.

Tra i reati ipotizzati dai magistrati ci sono quello di omicidio colposo e rimozione dolosa delle cautele anti-infortunistiche.

Gli accertamenti tecnici sono stati fatti da un consulente nominato dalla procura. L’autopsia e la perizia effettuata su due orditoi dell’azienda, hanno confermato che l’operaia è morta trascinata dal macchinario tessile al quale era stata tolta la rete protettiva. I due orditoi, secondo i periti, avrebbero potuto uccidere in qualsiasi momento.

Secondo le valutazioni del perito nominato dalla Procura di Prato, il macchinario tessile su cui stava lavorando Luana, un orditoio per campionatura, sarebbe stato modificato: i dispositivi per la sicurezza infatti erano disattivati. Quando la ragazza è stata risucchiata dal macchinario, questo viaggiava ad una velocità molto alta. Eppure le saracinesche che avrebbero dovuto coprirlo erano abbassate.

Da fonti della Procura viene sottolineato come l’ottenimento dell’8% di produzione in più per le eventuali modifiche all’orditoio “non avrebbe però generato alcun guadagno per l’azienda”. Ma non dovrebbe essere considerata un'”attenuante”. Anzi...

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14/11/2020

Conclusa l’inchiesta per corruzione contro il PM anti-notav Padalino

È stata notificato l’avviso di chiusura indagini da parte della Procura di Milano sulla “cricca dei favori” che ha coinvolto il PM anti-No tav, Andrea Padalino.

Le carte riferiscono di cene gratis in ristornati di lusso e weekend graziosamente offerti al magistrato e consorte nonché operazioni e visite mediche ottenute come scambio.

Secondo La Repubblica si tratta di ”tredici pagine che chiudono senza sconti, almeno sotto il profilo dell’accusa, una storia travagliata rimasta in certo modo sospesa fino a questo vaglio, dopo aver letteralmente spaccato in due la procura torinese”.

Il filone principale riguarda gli scambi di cortesie con l’ufficiale della guardia di finanza Fabio Pettinicchio. La vicenda comincia quando, con altri 13 colleghi, Pettinicchio viene condannato a 5 anni per sfruttamento della prostituzione. Gli “angeli in divisa” assicuravano protezione a una serie di locali a luci rosse sul Lago maggiore in cambio di consumazioni gratis e prestazioni sessuali. Pettinicchio, dopo il processo in primo grado, ha chiesto aiuto al PM Padalino per preparare la difesa e farla franca.

Fondamentale per la cricca il contributo dell’avv. Bertolino (oggi deceduto), altra figura ben conosciuta dai NoTav in quanto avvocato nominato costantemente dai poliziotti che si costituiscono parte civile contro i manifestanti valsusini nonché referente del sindacato di polizia salviniano SAP.

Il sostegno del PM Padalino all’ufficiale Pettinicchio si sarebbe spinto fino al prestito dell’auto con scorta assegnata al magistrato perché il finanziare potesse tornare con più agio in Piemonte da un viaggio di affari a Roma in cui si preparava la difesa per il processo di appello.

Pettinicchio ovviamente non ha mai mancato di restituire le attenzioni dell’uomo di legge con favori e regali. Tra questi, cena al bistrot Canavacciuolo, diversi soggiorni a costo zero all’Hotel San Rocco di Orta San Giulio.

Non si tratta di episodi isolati, lo schema corruttivo era consolidato e andava avanti da anni. Oltre a queste “consulenze”, prevedeva sostanzialmente che Padalino si facesse assegnare, grazie all’intervento di un appuntato dei carabinieri, i fascicoli “degli amici” che potevano così assicurarsi un esito favorevole dei procedimenti in cui erano coinvolti. Dalle carte emergono altri episodi, una cena da 590 euro mai pagata, operazioni chirurgiche gratis e così via.

“Al di là di questo quadro vergognoso riportato dai giornali, arriviamo ora all’elefante nel corridoio di cui non vediamo traccia sui giornali medesimi visto che, per poter almeno scorgerne la proboscide, servirebbe quel coraggio che ai paladini dell’informazione italiana ha fatto difetto in 30 anni di lotta di NoTav e continua a fare difetto ancora oggi” scrive in un comunicato il Movimento No Tav.

“Quando parliamo del signor Padalino non stiamo parlando di un PM qualsiasi, stiamo parlando di un PM che ha fatto carriera provando a reprimere forse il più importante e duraturo movimento sociale esistito negli ultimi anni nel nostro paese. Questa inchiesta non è un fulmine a ciel sereno. L’azione della procura di Torino è stata denunciata per oltre un decennio dal movimento No Tav, i cui attivisti stanno tutt’ora accumulando, proprio grazie alle attenzioni del PM Padalino, centinaia di anni di carcere. Una denuncia che è stata ignorata, quando non schernita da politici e giornalisti, la cui ignavia pesa oggi come un macigno. Tutti sapevano del marcio, ma, come nel miglior schema mafioso, nessuno ha detto nulla”.

Nelle carte consegnata dalla procura di Milano sulla corruzione nella procura di Torino viene scritto nero su bianco che il procedimento automatico di assegnazione delle indagini, garanzia dell’imparzialità dello svolgimento processuale, veniva costantemente violato grazie all’intervento di un semplice appuntato.

Questo non pone forse enormi dubbi su come sono state affidate negli anni decine e decine di inchieste sui No Tav “casualmente” sempre al solito PM Padalino? Ancora più importante. Dall’inchiesta non emergono singole condotte criminose ma emerge in maniera inequivocabile che la benzina che ha mosso negli anni il PM Padalino sono i favori. Quali favori e da chi ha ricevuto il procuratore torinese per portare avanti decine di procedimenti contro i No Tav?

La domanda non è “accademica”. Si sta parlando di processi che sono costati casa, lavora e libertà a chiunque ha osato alzare la testa contro la grande opera che s’ha da fare. Una di loro, Dana, si trova a oggi rinchiusa in carcere con una condanna a due anni per aver tenuto in mano un megafono durante una protesta No Tav.

Le indagini della Procura di Milano adesso sono concluse e se si andrà a processo si vedrà che cosa ne uscirà fuori.

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