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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/05/2026

Servizi segreti e polizie: ancora abusi e corruzione. Impuniti

Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” – una volta tanto – stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti”.

Come svelato da qualche storico (in particolare vari articoli pubblicati su insorgenze.net da Paolo Persichetti, alcuni scritti di Aldo Giannuli e il recente libro di Giovanna Tosatti) non è affatto la prima volta che in Italia si scoprono pratiche criminali dei servizi segreti sempre governati secondo la logica del libero arbitrio, cioè senza mai alcun effettivo controllo democratico indipendente.

Già per il caso Equalize l’indagine della Procura di Milano ho mostrato che non riguardava solo un sistema criminale, ma il rapporto tra informazione, potere e legalità. In particolare si capisce bene che nelle manovre di ogni sorta da parte di privati a beneficio dei loro affari finanziari ed economici, alla loro domanda di informazioni riservate corrisponde sempre un’offerta pronta a soddisfarla da parte delle agenzie istituzionali capaci di offrirla (vedi infra Mario Turla).

Ma se ciò avviene è sempre perché non c’è mai controllo democratico di queste agenzie come del resto delle polizie in generale. Fra l'altro il registro dei titolari effettivi di queste informazioni resta sempre bloccato.

Come scrive Turla in https://altreconomia.it :
“esiste un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici. Secondo gli inquirenti siamo di fronte a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.
Ma appare alquanto limitato pensare che tutto ciò risalga al nuovo codice di procedura penale del 1989 che introdusse la facoltà della difesa di svolgere indagini aprendo quindi la possibilità per soggetti privati di raccogliere informazioni anche “in via preventiva”.

Ricordiamo che il mercato delle investigazioni private è sempre esistito e si è strutturato e consolidato grazie anche alle nuove tecnologie e al boom delle speculazioni finanziarie, potendo anche contare sulla disponibilità e la corruttibilità di appartenenti o ex appartenenti alle forze dell’ordine.

Fra gli altri casi, si ricordi appunto l’allucinante caso Telecom-Pirelli che portò al rinvio a giudizio di 34 persone, tra cui vari dipendenti e agenti della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza (vedi wikipedia). Gli indagati erano inquisiti per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali, rivelazione del segreto di stato, appropriazione indebita, falso, accesso abusivo a sistemi informatici, favoreggiamento e riciclaggio. 

Il processo durò 7 anni e alla fine fra patteggiamenti e riduzioni di accuse  quasi nessuno ha scontato pene in carcere e tanto meno mister Tronchetti Provera – ex presidente Pirelli – e Carlo Buora – ex amministratore delegato.

Il caso dello spionaggio e le indagini su ex membri dei Servizi, imprenditori e sul gruppo clandestino “Squadra Fiore” (vedi quiqui) svela l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore​ Saladino. Fra gli indagati l’ex-vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza – Dis – Giuseppe Del Deo, e l’hacker Samuele Calamucci, indagati da parte del Ros su delega dei PM romani.

Un’indagine che riguarda anche quella per truffa e peculato a carico di ex appartenenti ai servizi; quindi sia l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore Saladino a cui tra il 2022 e il 2024 la principale agenzia italiana di controspionaggio avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza, sia gli spionaggi illeciti da parte della «Squadra Fiore» che coinvolgerebbe anche l’ex vicedirettore del Dis, Del Deo e Samuele Calamucci, l’hacker legato all’altra società di spionaggio Equalize e altri membri della squadra.

Questo ex-vicedirettore del Dis sarebbe indagato anche per peculato per i 5 milioni di euro per contratti verso una società “amica”, la Sind, che si occupa di sistemi di riconoscimento facciale e biometrici (se ne guardi il sito: al di là della pretesa di connessioni con tutto l’apparato dello stato, mostra un potenziale super pervasivo).

È anche indagato per truffa l’ex capo e fondatore della società Maticmind, Carmine Saladino.

I fatti risalgono al 2022 e riguardano 7 indagati. Fra altri l’indagine riguarda anche Vincenzo De Marzio, ex Ros, nome in codice “Tela”, legato ai Servizi segreti e Mario​ Cella, uomo di fiducia prima di Leonardo Del Vecchio e oggi del figlio Leonardo​ Maria.

L’inchiesta è infatti collegata con l’altra indagine della procura di Milano sulla società milanese Equalize: i due gruppi si sarebbero scambiati informazioni top secret nascondendole dietro alla fornitura di banali servizi investigativi.

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi segreti, Alfredo Mantovano, ha fatto sapere di aver adottato una linea di fermezza e preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la tenuta del sistema di sicurezza. Ne avrebbe discusso con il Copasir – presieduto dal PD Lorenzo Guerini che segue sempre l’orientamento di Minniti, diventato grande sodale di Mantovano e della sig.ra Meloni –. Ma ha subito difeso l’integrità dei Servizi che lavorerebbero anche per isolare eventuali talpe interne (siamo alla solita manfrina delle “mele marce”).

Ricordiamo che a proposito del caso Paragon, il sig. Mantovano al Copasir ha riassolto i servizi. L’Aisi e l’Aise hanno ammesso di essere in possesso del software israeliano, ma “di non averlo utilizzato nei confronti degli attivisti e giornalisti coinvolti in questa vicenda”, aggiungendo che “avrebbero seguito le procedure in maniera legittima” – SIC! – (Luca Casarini dell’ong Mediterranea Saving Humans e Francesco Cancellato di Fanpage furono spiati a mezzo di Paragon).

E ricordiamo anche che Mantovano sul caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato col volo di stato, ha difeso l’operato dei servizi segreti e del governo, mantenendo il segreto sui dettagli delle audizioni e sostenendo la legittimità delle azioni per la sicurezza nazionale, respingendo le accuse di favoreggiamento.

In altre parole, come in passato grazie all’ex-sinistra (e in particolare ai vari Violante e Minniti), le destre oggi al governo garantiscono l’impunità dei servizi segreti e nessuno evoca la sfacciata assenza del loro controllo politico democratico e indipendente, come del resto vale per tutto l’apparato militare e le forze di polizia (vedi osservatoriorepressione.info).

Fonte

09/11/2024

Se le banche dati strategiche sono un business

Era il 26 aprile 2021 quando a Roma, alla Direzione centrale della polizia criminale, veniva inaugurata la nuova sala C-SOC (Cyber Security Operations Center) all’interno del Servizio per il Sistema informativo interforze.

“La nuova sala operativa, una struttura d’avanguardia, si occuperà di proteggere le banche dati interforze, da eventuali malfunzionamenti o da attacchi informatici, attraverso un complesso sistema di controlli e allarmi gestiti da software e operatori specializzati nell’analisi del funzionamento dei sistemi informatici”, recitava il comunicato della polizia [corsivi miei].

“La funzione del C-SOC è quella di vigilare sulla sicurezza dei sistemi informativi presenti nella Direzione centrale della polizia criminale, affinché tutte le informazioni possedute (sui documenti, sulle persone, sui veicoli) siano adeguatamente protette; nello stesso tempo garantisce la protezione dei dati personali per evitare che questi vengano dispersi”.

Si tratta di una struttura, definita d’avanguardia, finanziata dai fondi europei, “per la prevenzione e l’intervento tempestivo sugli incidenti alle banche dati delle forze di polizia, di natura accidentale, naturale o dolosa, come gli attacchi hacker”, spiegava nel 2021 la Rivista trimestrale di perfezionamento delle forze di polizia.

Si tratta probabilmente del Fondo di Sicurezza Interno 2014-2020 (che rientra nei fondi europei per la sicurezza) attraverso il quale nel 2018 viene finanziato il progetto e realizzazione del Cyber Security Operations Center delle Banche Dati del Sistema Informativo Interforze per quasi 2 milioni di euro, stando a un documento del Ministero dell’Interno visionabile online.

“La sala operativa [del C-SOC] si trova presso la Direzione Centrale della Polizia Criminale”, scriveva AreaNetworking in una intervista del 2022 ai dirigenti, “che tra le altre attività che svolge nell’ambito delle forze anche internazionali, gestisce i sistemi informativi interforze, ossia un insieme di banche dati alimentate e consultate da tutte le forze di polizia. Tra queste banche dati vi sono: il c.d. CED Interforze, ovvero il Centro elaborazione dati del Ministero dell’Interno istituito con la Legge 121/1981, la banca dati nazionale del DNA e il sistema informativo Schengen di nuova generazione”.

Come si vede la consapevolezza della necessità di proteggere le nostre banche dati strategiche, insieme a iniziative e fondi, era presente da anni. Uno dei pilastri di queste banche dati, e dell’inchiesta della Dda di Milano (quella comunemente definita dei dossieraggi), è infatti il sistema che fa capo al CED Interforze – e che contiene l’ormai stranoto SDI, Sistema D’Indagine.

Il Centro Elaborazione Dati del Ministero dell’Interno, detto anche CED Interforze, è stato istituito dall’art. 8 della legge 1° aprile 1981, n. 121 col compito di curare la raccolta delle informazioni e di gestire la banca dati del Dipartimento di Pubblica Sicurezza. I dati raccolti sono custoditi nel cosiddetto Sistema Informativo Interforze (definito spesso anche Sistema D’Indagine o SDI, da una sua banca dati) che sono posti a disposizione delle forze di polizia.

SDI, scriveva anni fa la Rassegna dell’Arma, pubblicazione dei Carabinieri, “è un sistema chiuso, accessibile, cioè, solo da postazioni di lavoro certificate che consentono l’acquisizione delle informazioni in sede locale utilizzando una rete intranet, senza esporsi ad interazioni con la rete pubblica. L’accesso alla Banca Dati, quindi, è possibile solo a persone debitamente autorizzate in sede locale dal proprio Funzionario/Ufficiale Responsabile e previa abilitazione di un apposito profilo, diversificato a seconda delle informazioni che il personale deve conoscere, in ragione delle mansioni da svolgere”.

Come ci accedono gli operatori autorizzati? Tramite “l’inserimento di una password unica e personale”, scriveva nel 2023 la rivista specialistica Sicurezza e Giustizia, “assolutamente non cedibile a terzi, motivando altresì al sistema il motivo tale per cui si accede in banca dati (Es, controllo durante un posto di blocco, indagini in corso, rilascio di porto d’ armi, ricerca persone, cose, autovetture, ecc.)”.

L’inchiesta di Milano

Nell’inchiesta della Dda di Milano sui presunti dossieraggi che ruotavano attorno all’agenzia di investigazioni private Equalize, l’accesso alle banche dati strategiche è centrale. Si parla delle banche dati delle Agenzie delle Entrate Punto Fisco e Serpico, la banca dati SIVA che contiene le SOS ovvero Segnalazioni Operazioni Sospette in ambito finanziario, l’ANPR, con le informazioni anagrafiche dei cittadini, la banca dati INPS, e perfino la delicatissima banca dati FSE (Fascicolo Sanitario Elettronico). Ma a fare da padrona nell’inchiesta milanese è proprio lo SDI o Sistema d’Indagine delle forze di polizia, cui accedono una grande quantità di operatori.

Sono proprio i dati ottenuti dallo SDI a essere alla base dei presunti “dossieraggi” realizzati dal gruppo, sostengono gli inquirenti. La via principale sembra essere il passaggio di queste informazioni da una rete di funzionari che hanno accesso al sistema e che farebbero le interrogazioni su richiesta del gruppo, dice l’accusa. Insomma, un tipico problema di insider threat, espressione con cui si indica un dipendente infedele, oppure un ex-dipendente o anche un collaboratore esterno che abbia (o abbia avuto) accesso alla rete e che usi questo accesso per sottrarre dati (o eseguire altre attività malevole).

È quindi una minaccia interna alla confidenzialità dei dati che, ricordiamolo, rientra tra i rischi previsti in ambito cybersicurezza e che quindi prevede anche una serie di misure con cui monitorare e mitigare questi rischi.

Gli inquirenti descrivono anche delle altre presunte vie d’accesso più diretto a queste banche dati, ad esempio attraverso delle backdoor su un “disaster recovery” dei dati situato in un luogo diverso dalla sede di Roma del CED, e sembrano convinti di queste altre vie, ma per loro stessa ammissione su questo aspetto sembrano avere meno riscontri tecnici.

Su un elemento però insistono molto: i dati estrapolati da SDI sono centrali nell’attività di presunto dossieraggio del gruppo. Più in generale riconoscono il valore di mercato di queste informazioni per un grande numero di soggetti privati che vendono investigazioni e advisoring. Sono una miniera d’oro, per scopi privati e politici e come arma di ricatto. Ricatti che non vediamo normalmente, che non emergono sempre in scandali, che spesso si risolvono in forma di accordi privatistici ed extragiudiziali.

Un fenomeno giudicato in crescita, almeno quanto la digitalizzazione della pubblica amministrazione. Si percepisce anche la frustrazione di chi indaga, nel momento in cui vede accedere una serie di soggetti sotto inchiesta alla banche dati strategiche nazionali più rapidamente di chi sta esercitando le funzioni di polizia giudiziaria.

Ogni individuo e società coinvolta nell’indagine milanese avrà modo di chiarire le proprie posizioni, e resta per tutti la presunzione di innocenza. Ma se ci astraiamo dai casi singoli e guardiamo il disegno complessivo, dall’inchiesta emerge una rete fitta di agenzie private, investigatori, consulenti, pubblici ufficiali, ex membri di forze dell’ordine, soggetti in relazione coi servizi, che fanno delle informazioni confidenziali il loro business quotidiano.

Quanti altri casi esistono nel Paese che meriterebbero un approfondimento di indagine? E quanto possono stare le nostre banche dati strategiche ancora a rischio di essere saccheggiate per potere e denaro, per citare sempre gli inquirenti?

Sempre su questo caso segnalo:
Come funziona Beyond, il database finito al centro dell’inchiesta sui dossier – Luca Zorloni, Wired Italia
Agenzia per la cybersicurezza nazionale, perché se ne parla nell’inchiesta sui dossieraggi, sempre Luca Zorloni, Wired Italia

Fonte

05/11/2024

Spioni e spiati. C’è di tutto, incluso il Mossad e Jp Morgan (prima parte)

Da un sondaggio Euromedia emerge che quasi il 70% degli italiani (67.1%) è convinto che la ricerca di dati riservati su istituzioni, personaggi politici, imprenditori, personaggi pubblici, sia molto diffusa nel nostro Paese e 1 cittadino su 4 (25. 6%) è convinto di essere spiato in prima persona.

L’indagine della Dda di Milano e della Dna ha scoperto un gigantesco mercato di informazioni riservate e personali raccolte in modo illecito da alcune società rubandole da banche dati strategiche per il paese.

Per fare questo lavoro erano stati arruolati ex appartenenti o appartenenti a Polizia e Guardia di Finanza, tecnici informatici e hacker in grado di violare qualsiasi archivio informatico. E non è finita qui: secondo quanto emerge dall’inchiesta in alcuni casi tra chi rubava i “segreti” o ne permetteva il furto era anche il responsabile della cybersicurezza – il Ced – ovvero colui che avrebbe la funzione di difendere i dati dai ladri informatici.

Al momento risultano indagate 52 persone con 16 richieste di arresto, di cui però solo quattro delle quali sono state concesse dal Gip. Emesse anche due misure interdittive nei confronti di un poliziotto e un finanziere. Tra le accuse – a vario titolo – c’è l’associazione per delinquere finalizzata all’accesso abusivo a sistema informatico, corruzione, intercettazione abusive e rivelazione del segreto d’ufficio.

Nell’atto del pm si legge anche che la società indagata, la Equalize srl, nei primi sette mesi del 2023 avrebbe incassato coi suoi report 763mila euro. E gli investigatori hanno, poi, calcolato con una serie di parametri i presunti incassi per quei servizi di dossieraggio in oltre 2,3 milioni di euro in tre anni, tra 2022 e 2024. Il resto del complessivo incasso di oltre 3,1 milioni arriverebbe da altre quattro società, tra cui la Mercury Advisor srls e la Develope and Go srls.

Il blitz come noto è scattato venerdì 25 ottobre scorso ed ha portato all’esecuzione di sei misure cautelari tra arresti domiciliari (per quattro destinatari) e interdittive (per gli altri due) e al sequestro di diverse società.

Tra le persone coinvolte nell’operazione ci sarebbero sia appartenenti alle forze dell’ordine attualmente in servizio (si parla di un carabiniere) sia ex appartenenti (un poliziotto).

L’indagine portata avanti dalla Dda e dalla Procura nazionale antimafia avrebbero documentato una sistemica “esfiltrazione” di documenti archiviati in banche dati strategiche nazionali. Tra questi risultano lo Sdi, utilizzato dalle forze di polizia per incamerare i dati di una persona che ha commesso un reato e per consultare gli stessi dati in tempo reale per controllare eventuali precedenti; il sistema Serpico dell’Agenzia delle Entrate; il software dell’Istituto nazionale di previdenza sociale (Inps); quello dell’Anpr, il registro anagrafico centrale del Ministero dell’Interno, fino al portale Siva che contiene informazioni su potenziali operazioni finanziarie sospette.

Dati che, secondo quanto emerge, sarebbero stati sottratti illecitamente su commissione di ‘clienti’, anche a “fini privatistici”, e poi rivenduti a chi era disposto a pagare per entrarne in possesso, non si sa ancora se per ricattare qualcuno o per altri scopi.

Secondo i magistrati inquirenti, la società Equalize ha una struttura “a grappolo” dove ogni “componente” e “collaboratore” ha a sua volta “contatti nelle forze dell’ordine e nelle altre pubbliche amministrazioni” con cui “reperire illecitamente dati”.

Tra i contatti della società Equalize, risultano esserci anche alcuni funzionari di Palazzo Chigi di cui è ormai nota la predisposizione a interfacciarsi con i servizi segreti. “Dall’inizio dell’attività tecnica si è già accertato che presso gli uffici della Equalize si sono già recati funzionari della Presidenza del Consiglio dei Ministri le cui conversazioni non sono state oggetto di sunto e trascrizione” – è il passaggio rilevante del rapporto dei carabinieri che hanno avviato l’indagine sulla rete di spioni. In un altro passaggio del documento – con 41 pagine di omissis nerettati su 86 – è scritto che “Tale evidenza però dimostra l’entratura dei soggetti con i quali ci si sta approcciando e la ragnatela di conoscenze e contatti di cui dispongono allo stesso tempo si è accertato che gli stessi non hanno alcun ruolo organico con apparati di sicurezza nazionali”.

Tra i clienti della società di spionaggio risultano esserci aziende come Erg, Ilva, Barilla, Heineken, Fenice soprattutto per spiare alcuni dipendenti e, in alcuni casi molti dipendenti, alla ricerca di talpe o irregolarità oppure per avere informazioni su aziende concorrenti. Tra i clienti che avevano chiesto un “lavoro” all’Equalize, anche se la società ha smentito con una nota ufficiale, ci sarebbe anche l’Eni o comunque il responsabile dell’ufficio affari legali dell’Eni.

Tra i clienti risulta esserci anche il Mossad israeliano che, a quanto si è appreso, avrebbe pagato un milione di euro per monitorare gli attacchi informatici provenienti dalla Russia e il tracciamento dei movimenti bancari della compagnia privata di mercenari Wagner. A loro volta gli agenti del Mossad avrebbero fornito informazioni sul traffico illecito di gas iraniano in Italia.

Tra gli spiati c’è anche il rappresentante in Italia della banca d’affari JP Morgan a colloquio con un costruttore romano.

Sullo sfondo di tutta questa vicenda non vanno perse di vista le “forzature” che in materia di spionaggio istituzionale vengono introdotte dal nuovo Decreto Sicurezza (il famigerato 1660 passato alla Camera), del quale l’art. 31, oltre ad ampliare le attività sotto copertura dell’intelligence, trasforma la facoltà dei servizi segreti di “corrispondere” con le pubbliche amministrazioni e le società di interesse pubblico, compresi gli atenei e gli enti di ricerca – cosa però già prevista dalla legge124/2007 – in un vero e proprio “obbligo di collaborazione e assistenza” per la “tutela della sicurezza nazionale”.

Prevede poi che le “convenzioni” tra i vari soggetti pubblici e i Servizi segreti, anche queste già consentite, “possono prevedere la comunicazione di informazioni anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza”.

Fine prima parte

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28/10/2024

Dossier e spionaggio. Più un business fetido che un’operazione politica

Sarebbero migliaia le informazioni prelevate dalle banche dati strategiche nazionali, stando alle indagini della Direzione antimafia di Milano e della Direzione nazionale antimafia sullo spionaggio di segreti bancari, giudiziari e industriali che ha portato a quattro misure cautelari agli arresti domiciliari e due restrizioni minori sulle 13 richieste dai pubblici ministeri.

Tra gli indagati, che rispondono di concorso negli accessi abusivi della presunta organizzazione – composta da hacker, consulenti informatici e appartenenti alle forze dell’ordine – figurano due soggetti di spicco della finanza – Leonardo Maria Del Vecchio e Matteo Arpe – l’ex funzionario di polizia Carmine Gallo (tra gli arrestati dell’operazione) ed è indagato il presidente della Fondazione Fiera Milano Enrico Pazzali. Sono inoltre coinvolti anche ex dipendenti di un’altra società di investigazione, la Skp di Milano.

I giudici milanesi hanno provato a dare spessore politico a questa indagine. “Non è esagerato affermare che si tratta di soggetti che rappresentano un pericolo per la democrazia di questo Paese” scrive il pubblico ministero di Milano Francesco De Tommasi negli atti dell’indagine sul gruppo che fabbricava dossier. Il pm parla di “soggetti pericolosissimi perché, attraverso le attività di dossieraggio abusivo” con “la creazione di vere e proprie banche dati parallele vietate e con la circolazione indiscriminata di notizie informazioni sensibili, riservate e segrete, sono in grado di tenere in pugno cittadini e istituzioni” e “condizionare dinamiche imprenditoriali e procedure pubbliche, anche giudiziarie”.

Eppure sul piano giudiziario la cosa è, al momento, assai meno clamorosa di quanto venga invece presentata dai mass media e dalle dichiarazioni della politica. La Procura di Milano aveva chiesto 13 arresti in carcere e 3 ai domiciliari ma ha ottenuto solo 4 ordini di custodia ai domiciliari e due misure cautelari minori.

Il Gip di Milano ha ridimensionato il tutto a una storia ordinaria di spionaggio industriale. Dalla Procura è stata prodotta una richiesta scritta di 1172 pagine da dove emerge non “un pericolo per la democrazia” ma solo un gruppo di truffatori capaci di vendere a prezzi alti ai loro clienti informazioni che spesso erano già reperibili su fonti open source e di pubblico dominio. Un business altamente redditizio.

L’inchiesta ruoterebbe attorno alle attività della Equalize srl, una società privata di business dell’intelligence fondata da un ex agente della squadra mobile, per oltre 30 anni in servizio alla Procura di Milano, e nella quale Pazzali detiene quote. Secondo le ipotesi dei pm di Milano Francesco De Tommasi e Antonio Ardituro della Direzione nazionale antimafia, avrebbero sottratto dati e informazioni segrete anche su commissione dei clienti e dietro il pagamento di denaro. La Procura con il Nucleo investigativo dei carabinieri di Varese indaga per associazione a delinquere, intercettazioni abusive, accesso abusivo a sistema informatico, corruzione e violazione di segreto.

La raccolta dei dati avveniva attraverso Beyond, una sorta di piattaforma creata dalla Equalize. Beyond si legge nelle carte, è un sistema che funge “da aggregatore di dati e informazioni che il gruppo di Equalize”, società al centro dell’inchiesta, “attinge direttamente da banche dati istituzionali, e in particolare da quelle in uso all’amministrazione finanziaria e al ministero dell’Interno, mediante violazione dei relativi sistemi informatici”. Secondo i giudici, uno degli indagati avrebbe avuto a disposizione un “hard disk contenente ottocentomila Sdi”, ossia informazioni acquisite dalla banca dati delle forze dell’ordine.

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