La nuvola ha radici nella terra
Per anni la trasformazione digitale è stata raccontata attraverso un lessico apparentemente immateriale: i dati sono nella “nuvola”, i servizi vengono erogati dal cloud e l’intelligenza artificiale sembra operare in uno spazio separato dalla produzione materiale. Eppure, proprio mentre questa rappresentazione si afferma, diventa sempre più evidente che dietro ogni modello, piattaforma o servizio digitale esiste una base fisica fatta di semiconduttori, server, edifici, reti in fibra ottica, sottostazioni elettriche, sistemi di raffreddamento, acqua, energia e territorio.
I data center costituiscono questa base materiale. Al loro interno non vengono semplicemente conservati dati, ma viene prodotta la capacità di calcolo dalla quale dipendono ormai una parte crescente dell’industria, della logistica, del sistema bancario, della pubblica amministrazione e, soprattutto, dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Proprio per questo la questione non può essere ridotta al confronto tra innovazione e ambiente, perché, prima ancora di discutere quanto queste infrastrutture consumino risorse, occorre capire quale funzione stiano assumendo nel processo di accumulazione e chi controlla la ricchezza che esse rendono possibile.
La crescita degli investimenti mostra infatti che non siamo davanti a una componente marginale dell’economia digitale. Nel 2025 la spesa in conto capitale delle maggiori imprese tecnologiche mondiali ha raggiunto centinaia di miliardi di dollari e continua ad aumentare, fino a collocarsi su dimensioni confrontabili, e in alcuni casi superiori, con quelle dei grandi settori energetici tradizionali.
L’intelligenza artificiale, quindi, non rende il capitalismo meno materiale; al contrario, costringe il capitalismo delle piattaforme a poggiare su una quantità crescente di capitale fisso. Se Google, Amazon, Microsoft o Meta erano state spesso rappresentate come imprese capaci di valorizzarsi soprattutto attraverso software, dati e proprietà intellettuale, la nuova fase mostra come quella valorizzazione richieda ora [abbia sempre richiesto in realtà -ndR] enormi anticipazioni di capitale in infrastrutture energetiche e computazionali.
Questo non significa che la corsa all’intelligenza artificiale sia soltanto un modo per assorbire capitale eccedente, dal momento che le applicazioni della nuova tecnologia possono effettivamente trasformare produttività, organizzazione del lavoro e interi settori economici. Proprio perché questa trasformazione è reale, tuttavia, essa apre una nuova frontiera della valorizzazione e rende strategico il controllo della capacità di calcolo sulla quale quella trasformazione si fonda.
La concentrazione del mercato mostra già in quale direzione si stia procedendo: Amazon Web Services, Microsoft e Google controllano insieme la maggior parte del mercato mondiale delle infrastrutture cloud. Quanto più la capacità di calcolo diventa una condizione generale della produzione, tanto maggiore diventa quindi il potere economico di chi può determinarne accesso, prezzo e destinazione.
È in questo passaggio che il rapporto tra capitale e Stato assume un’importanza decisiva, perché la crescita dei data center non avviene attraverso il semplice funzionamento spontaneo del mercato. Quando una nuova infrastruttura diventa essenziale per la competitività e per la posizione geopolitica delle economie occidentali, gli Stati intervengono direttamente per costruirne le condizioni di sviluppo, finanziando nuove reti, semplificando le procedure, mettendo a disposizione territori e sostenendo gli investimenti.
Negli Stati Uniti questo avviene apertamente, perché la costruzione di data center, impianti per semiconduttori e nuova capacità energetica viene ormai considerata una condizione della competizione internazionale sull’intelligenza artificiale; l’Unione europea utilizza invece il linguaggio dell’“autonomia strategica” e della “sovranità tecnologica”, ma persegue anch’essa un’espansione accelerata della capacità computazionale, mobilitando risorse pubbliche con l’obiettivo dichiarato di attirare una quantità ancora maggiore di capitale privato.
La pianificazione, dunque, non è scomparsa sotto il neoliberismo; ciò che è cambiato è soprattutto il fine al quale viene subordinata. Lo Stato non pianifica necessariamente quali bisogni sociali soddisfare, ma organizza le condizioni generali affinché il capitale possa investire nei settori ritenuti strategici.
I data center rendono questo processo particolarmente evidente, perché il capitale privato può possedere edifici, server e sistemi di raffreddamento, ma non può costruire autonomamente la rete elettrica, le infrastrutture territoriali, le procedure urbanistiche e autorizzative, la disponibilità di energia e il quadro normativo necessari al funzionamento degli impianti. Le condizioni della produzione vengono quindi socializzate, mentre il controllo dell’infrastruttura e l’appropriazione della ricchezza rimangono privati.
L’Italia entra in questo processo con una contraddizione ancora più evidente, dal momento che il governo Meloni presenta l’espansione dei data center come parte della costruzione della “sovranità digitale”, mentre la propria strategia ufficiale è esplicitamente orientata all’attrazione degli investimenti esteri nel settore.
Agli investimenti già avviati dovrebbero aggiungersi nei prossimi anni decine di miliardi, con un ruolo rilevante di operatori globali come EdgeConneX, Equinix e K2 Strategic. La distanza tra sovranità proclamata e realtà non consiste tuttavia soltanto nell’origine straniera dei capitali, perché localizzare fisicamente un data center in Italia può certamente migliorare latenza, resilienza e giurisdizione sui dati, senza che ciò significhi controllare la capacità computazionale che vi è installata, dal momento che il capitale, le piattaforme cloud, i semiconduttori e i modelli di intelligenza artificiale possono continuare a dipendere da soggetti multinazionali.
La sovranità rischia così di ridursi alla capacità di ospitare sul territorio nazionale infrastrutture che rimangono inserite in catene del valore e di comando esterne. Lo Stato mantiene il controllo sul luogo nel quale vengono collocate le macchine, senza per questo acquisire il controllo sulle macchine stesse, sulla capacità computazionale che producono e sulla ricchezza che attraverso di esse viene generata.
È dentro questo processo generale che va collocata la crescita dei data center in Lombardia, dove nel marzo 2026 risultavano 49 impianti attivi, 33 dei quali nella Città metropolitana di Milano, nella quale si concentra circa il 68% della potenza nominale nazionale censita. A questi si aggiungono gli impianti in costruzione e quelli sottoposti a valutazione, che mostrano dimensioni molto maggiori rispetto alla generazione precedente.
Quando gli insediamenti passano da pochi megawatt a campus da decine o centinaia di megawatt, il problema non può più essere trattato come quello di una singola attività produttiva, perché la loro presenza comincia a incidere direttamente sulla pianificazione energetica e territoriale. Le richieste di connessione alla rete attribuite ai progetti di data center hanno ormai raggiunto in Lombardia valori dell’ordine delle decine di gigawatt; non tutta questa potenza verrà necessariamente realizzata, ma la sua dimensione è già sufficiente a influenzare la programmazione delle infrastrutture elettriche.
A questo punto la questione ambientale assume un significato politico più preciso. Non si tratta soltanto di misurare quanta energia o quanta acqua consumi il singolo impianto, perché anche un data center efficiente continua a utilizzare risorse che potrebbero essere destinate ad altri usi.
L’energia necessaria ad alimentare centinaia di megawatt di capacità computazionale può essere utilizzata anche per elettrificare i trasporti, decarbonizzare l’industria o ridurre il consumo di combustibili fossili negli edifici; allo stesso modo un terreno può essere destinato a un data center, all’agricoltura o a servizi, mentre un’area urbana dismessa può ospitare infrastrutture digitali ma anche edilizia pubblica, ricerca, produzione o verde.
Quando le risorse sono limitate, decidere come utilizzarle significa inevitabilmente stabilire una gerarchia tra bisogni differenti.
La legge regionale lombarda sui data center, approvata nel giugno 2026, rende visibile proprio questa contraddizione. Da un lato introduce criteri ambientali reali, privilegiando le aree dismesse, il recupero del calore e la riduzione dei consumi idrici; dall’altro afferma esplicitamente l’obiettivo di favorire gli investimenti attraverso semplificazioni e misure premiali.
Non siamo quindi davanti a una Regione che ignora gli impatti ambientali, bensì a un modello nel quale quegli impatti vengono trattati come variabili da governare affinché l’espansione possa continuare.
Il consumo di suolo lo dimostra bene: pur privilegiando le aree già compromesse, la legge non vieta in assoluto l’utilizzo di suolo agricolo, ma rende economicamente più onerosi gli interventi che lo consumano. Il limite naturale viene così trasformato in un costo che può essere incorporato nell’investimento.
La differenza tra due possibili forme di pianificazione emerge precisamente qui. Una pianificazione orientata ai bisogni collettivi può decidere che una determinata quantità di territorio, acqua o energia non sia disponibile perché necessaria ad altre finalità; una pianificazione orientata alla valorizzazione, invece, prende l’investimento come punto di partenza e cerca successivamente di renderlo compatibile, mitigando o compensando gli effetti prodotti.
Non sorprende, da questo punto di vista, che nella discussione regionale siano emerse forti resistenze nei confronti di una valutazione cumulativa più stringente degli insediamenti e di limiti rigidi alle localizzazioni, mentre nella stessa maggioranza è stata esplicitata la preoccupazione che norme troppo severe possano spingere gli investitori verso territori meno restrittivi.
Il capitale può scegliere dove localizzarsi; le istituzioni vengono quindi spinte a competere per rendere il proprio territorio sufficientemente attrattivo.
Milano riproduce la stessa contraddizione su scala urbana. Il progetto Rubattino 84, collocato interamente nel Comune di Milano, interessa circa 66 mila metri quadrati e viene presentato dall’amministrazione come parte della trasformazione dell’area in un polo tecnologico e infrastrutturale avanzato.
Nel caso di Rubattino l’investimento privato porta con sé opere pubbliche e interventi di riqualificazione, tra cui collegamenti ciclabili, mobilità e trasformazioni degli spazi circostanti. Il problema non è negarne l’utilità, ma osservare che il bisogno pubblico viene soddisfatto come conseguenza di una trasformazione privata dalla quale l’amministrazione cerca di ricavare una quota di utilità collettiva.
È lo stesso meccanismo che attraversa una parte della trasformazione urbanistica milanese: anziché partire dai bisogni della città per individuare gli investimenti necessari, si parte dall’investimento disponibile e si negoziano al suo interno servizi, verde e compensazioni.
Anche in questo caso, dunque, non manca la pianificazione; cambia il principio dal quale prende le mosse.
È questa logica che le mobilitazioni lombarde potrebbero mettere in discussione, qualora riuscissero a superare la dimensione della singola vertenza e a sottrarsi alla possibilità che il conflitto venga progressivamente ricondotto entro il terreno della compatibilità.
La nascita della Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center e il manifesto “Verso un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei Data Center” indicano, da questo punto di vista, una possibilità interessante, perché il documento non rifiuta la digitalizzazione né l’intelligenza artificiale, ma pone il problema del modo in cui il loro sviluppo viene deciso, chiedendo un Piano nazionale capace di stabilire quali data center siano realmente necessari, dove possano essere localizzati e quali limiti energetici, idrici e territoriali debbano rispettare.
Se questa impostazione venisse portata fino alle sue conseguenze, il conflitto potrebbe spostarsi dalla compatibilità del singolo impianto alla finalità sociale dell’intero processo: perché domandare quali data center siano necessari significa inevitabilmente chiedere quanto siano necessari a chi, per produrre cosa e sotto il controllo di quale soggetto.
Non è però un esito scontato
Le mobilitazioni territoriali attraversano inevitabilmente contraddizioni politiche e sociali differenti e possono essere ricondotte, attraverso il rapporto con amministrazioni, forze istituzionali e associazioni ambientaliste, sul terreno della mitigazione e della compensazione. Il precedente di Bollate è istruttivo proprio perché mostra questa ambivalenza: il ricorso e la mobilitazione hanno prodotto risultati concreti sul piano delle compensazioni ambientali e della tutela di alcune aree, senza tuttavia impedire la realizzazione dell’infrastruttura, tanto che il conflitto ha potuto chiudersi attraverso un accordo tra le parti.
Non si tratta di liquidare quel risultato, che per il territorio può avere un valore reale, quanto di coglierne il limite politico: quando la discussione viene spostata esclusivamente sulla quantità della compensazione, la decisione fondamentale sull’utilità sociale dell’investimento torna fuori dal campo del conflitto.
Lo stesso rischio potrebbe riprodursi su scala regionale qualora la costruzione della rete dei comitati si limitasse a ottenere maggiori tutele, compensazioni o una distribuzione territorialmente meno impattante degli impianti, lasciando però intatto il principio secondo cui la quantità di capacità computazionale da costruire viene determinata dalla domanda del mercato e dalla disponibilità del capitale a investirvi.
La presenza, intorno alle mobilitazioni, di forze politiche e istituzionali che criticano alcuni aspetti dell’attuale sviluppo dei data center senza mettere necessariamente in discussione il modello di fondo rende questa possibilità tutt’altro che astratta. Ciò non significa attribuire ai comitati una regia esterna né negarne l’autonomia, ma riconoscere che ogni movimento attraversa una lotta sulla propria direzione politica e sul punto fino al quale è disposto a spingere le proprie rivendicazioni.
Se riuscisse a mantenere aperta la domanda sulla necessità degli impianti, sulla proprietà della capacità di calcolo e sulla destinazione delle risorse, la rete potrebbe quindi superare tanto il localismo quanto il rifiuto astratto della tecnologia; se invece il conflitto venisse ricondotto alla ricerca di un compromesso più sostenibile con lo stesso modello di sviluppo, il risultato potrebbe essere una forma più regolata e territorialmente compensata della medesima espansione.
La differenza è decisiva
Se la capacità di calcolo sta diventando una forza produttiva indispensabile alla ricerca, alla sanità, all’industria e ai servizi pubblici, proprio per questo la sua quantità, la sua localizzazione e il suo controllo non possono essere lasciati esclusivamente alla redditività degli investimenti privati.
Una pianificazione fondata sui bisogni sociali dovrebbe partire dalla quantità di capacità computazionale realmente necessaria e dalle funzioni alle quali destinarla, stabilendo poi quali risorse possano essere impiegate e quale forma di proprietà consenta di distribuire collettivamente i benefici prodotti. La pianificazione oggi dominante segue invece il percorso inverso: parte dalla nuova frontiera di valorizzazione, mobilita energia, territorio, reti e apparati pubblici affinché l’investimento si realizzi e interviene successivamente per mitigarne le conseguenze.
Nel primo caso sono i bisogni a determinare l’investimento; nel secondo è l’investimento a determinare quali bisogni possano trovare spazio.
La contraddizione che attraversa oggi la Lombardia non riguarda quindi soltanto alcuni data center. Essa mostra come, proprio mentre le condizioni della produzione diventano sempre più socializzate e dipendenti dall’intervento pubblico, il controllo delle nuove forze produttive e l’appropriazione della ricchezza rimangano concentrati.
Per questo i conflitti nati intorno ai terreni agricoli, alle sottostazioni, ai consumi idrici o ai nuovi insediamenti potrebbero diventare qualcosa di più di una resistenza periferica alla modernizzazione, nella misura in cui riuscissero a mettere in discussione non soltanto gli effetti della trasformazione digitale, ma il principio secondo il quale essa viene organizzata.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
11/09/2026
Data center, valorizzazione del capitale e sovranità digitale in Lombardia
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