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26/09/2026

L’asse del Sud globale come risposta al nuovo assedio imperialista

Il nuovo equilibrio mondiale si sta costruendo contemporaneamente in più geografie del Sud globale. Dall’Iran al Messico, dalla Patagonia al Cile, dal Venezuela a Cuba, emerge un tratto comune: la rivendicazione della sovranità nazionale contro le nuove forme di imperialismo politico, economico e militare. Non si tratta di episodi isolati, ma di un processo storico nel quale i BRICS sono chiamati ad assumere una responsabilità ben più ampia di quella economica.

L’aggressione militare statunitense contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha rappresentato uno spartiacque. Il silenzio di molte cancellerie e la prudenza di alcuni Paesi emergenti hanno mostrato i limiti dell’attuale architettura multipolare.

Se i BRICS vogliono realmente rappresentare un’alternativa all’ordine unipolare, non possono limitarsi alla cooperazione commerciale o alla costruzione di strumenti finanziari autonomi: devono affermare con chiarezza il principio dell’inviolabilità della sovranità degli Stati e del rifiuto delle guerre di aggressione.

La multipolarità, senza una comune politica di pace e di difesa del diritto internazionale, rischia di ridursi a una semplice redistribuzione del potere economico.

La questione iraniana, dunque, non riguarda soltanto Teheran. Riguarda la possibilità stessa di costruire un ordine internazionale nel quale nessuna potenza possa arrogarsi il diritto di decidere unilateralmente quali governi possano esistere, quali economie possano svilupparsi e quali popoli possano essere sottoposti a sanzioni, bombardamenti o destabilizzazioni.

L’America Latina contro il ritorno della Dottrina Monroe

Questo stesso conflitto attraversa oggi l’America Latina. Il Messico di Claudia Sheinbaum ha lanciato un messaggio destinato a tutta la regione. La decisione di Washington di classificare i cartelli della droga come organizzazioni terroristiche non può diventare il pretesto giuridico per interventi militari oltre frontiera. Dietro la retorica della sicurezza si cela infatti il rischio della riattivazione della storica dottrina dell’intervento negli affari interni dei Paesi latinoamericani.

La risposta messicana difende non soltanto il proprio territorio, ma un principio fondamentale del diritto internazionale che riguarda l’intero continente: nessuna emergenza, neppure quella legata alla criminalità organizzata, può trasformarsi in una licenza per violare la sovranità di uno Stato.

La vecchia Dottrina Monroe sembra così riaffacciarsi in forme nuove. Non più soltanto attraverso invasioni militari dirette, ma mediante pressioni economiche, sanzioni, operazioni di destabilizzazione, controllo delle risorse strategiche e costruzione di governi politicamente subordinati agli interessi statunitensi.

Patagonia e Cile, la nuova frontiera geopolitica

Più a sud, la Patagonia e il Cile rappresentano un’altra frontiera della contesa geopolitica. Non è soltanto uno scontro elettorale tra destra e sinistra: è il confronto fra due modelli di sviluppo e di sovranità.

L’avanzata dell’ultradestra, incarnata dall’asse ideologico che lega Javier Milei in Argentina e José Antonio Kast in Cile all’eredità politica del pinochettismo, propone un modello fondato sulla privatizzazione delle risorse naturali, sulla finanziarizzazione dei beni comuni e su un forte allineamento agli interessi geopolitici occidentali.

In gioco vi sono il litio, l’acqua, le immense riserve energetiche, le terre rare, le risorse minerarie e le rotte australi che fanno della Patagonia uno dei territori strategicamente più importanti del XXI secolo. La difesa della sovranità latinoamericana passa dunque anche dalla capacità dei popoli di impedire che le proprie ricchezze naturali vengano trasformate in una riserva strategica al servizio delle grandi multinazionali e delle potenze imperialiste.

Le lotte per la sovranità energetica, per la difesa dei territori indigeni e per il controllo pubblico delle materie prime si intrecciano così con i processi di integrazione latinoamericana promossi da ALBA, CELAC e BRICS.

Il Venezuela e il tradimento del chavismo

Dentro questo scenario non si può ignorare la drammatica parabola del Venezuela, soprattutto dopo l’attacco imperialista del 3 gennaio, il rapimento di Nicolás Maduro e Cilia Flores e le successive concessioni della vicepresidente ad interim Delcy Rodríguez al governo degli Stati Uniti.

Quello che appare sempre più evidente è il rischio di un tradimento del progetto originario del chavismo da parte di una nuova direzione politica che, in nome della necessità di sopravvivere alla crisi, sembra accettare compromessi sempre più profondi con Washington. Gli accordi energetici recentemente conclusi con gli Stati Uniti, accompagnati da una crescente apertura del settore petrolifero al capitale straniero, pongono una questione politica che va ben oltre la gestione dell’emergenza economica.

Il problema non è soltanto economico, ma riguarda l’identità stessa della Rivoluzione bolivariana. Il chavismo era nato come progetto di sovranità nazionale, redistribuzione della ricchezza, controllo pubblico delle risorse strategiche e costruzione di un’America Latina autonoma dagli Stati Uniti. Se oggi, dopo anni di scontro e di resistenza, la nuova leadership venezuelana accetta una subordinazione crescente agli interessi energetici e geopolitici di Washington, il rischio è che venga svuotato proprio il significato storico della lotta di Hugo Chávez.

Non si tratta di negare la necessità di riaprire relazioni internazionali, attirare investimenti o rilanciare l’economia venezuelana. Una cosa è utilizzare la diplomazia per rompere l’isolamento e ottenere margini di manovra; altra cosa è trasformare la necessità in una nuova dipendenza. È questa la linea di demarcazione sulla quale si misura oggi la fedeltà al chavismo.

Portare il nome di Chávez non significa necessariamente portare avanti il suo progetto. Il vero lascito della Rivoluzione bolivariana dovrebbe essere la difesa della sovranità, dell’indipendenza economica, dell’integrazione latinoamericana e del diritto del popolo venezuelano a decidere autonomamente il proprio destino.

Cuba e Iran, due fronti della stessa aggressione

Cuba e Iran vivono due forme diverse della medesima aggressione: l’una attraverso il bloqueo economico genocida, mediante sanzioni, minacce militari e destabilizzazione, e l’altro attraverso dure sanzioni economiche e una guerra militare di sterminio, che sta vedendo una grande resistenza e gli Stati Uniti impantanati in un nuovo Vietnam. La risposta deve essere comune, politica e organizzata all’interno del progetto multipolare dei BRICS.

È proprio questo il punto che deve essere compreso quando si parla di Sud globale. Non siamo davanti a crisi separate, ma a differenti manifestazioni di una stessa struttura di potere. Cuba viene strangolata economicamente perché ha scelto un modello politico indipendente; l’Iran viene colpito perché occupa una posizione strategica decisiva nella costruzione del nuovo equilibrio multipolare. In entrambi i casi, la posta in gioco è la sovranità.

Per questo il silenzio dei BRICS davanti alle aggressioni contro i Paesi che resistono all’ordine unipolare non può diventare la normalità. La costruzione di un mondo multipolare richiede una solidarietà politica concreta, capace di trasformare la cooperazione economica in uno strumento di protezione collettiva.

Cuba, il bloqueo e l’assedio alla Rivoluzione

Cuba non sta semplicemente affrontando una crisi economica. Sta resistendo a un genocidio economico, costruito attraverso oltre sessant’anni di bloqueo statunitense e oggi aggravato dalla complicità politica e finanziaria dell’Unione Europea, che continua ad allinearsi alle sanzioni extraterritoriali di Washington invece di difendere realmente il diritto internazionale e la sovranità dei popoli.

Il blocco non è una semplice misura diplomatica: è un’arma di guerra economica. Colpisce il diritto alla salute, all’alimentazione, all’energia, ai trasporti, alla ricerca scientifica e allo sviluppo. È una delle forme più sofisticate dell’imperialismo contemporaneo, perché tenta di piegare un popolo attraverso la scarsità, l’isolamento finanziario e la privazione delle risorse necessarie alla vita quotidiana.

La Rivoluzione cubana ha compreso da tempo che la sicurezza nazionale non coincide soltanto con le armi. Difendere la sovranità significa garantire scuole, ospedali, energia, ricerca e produzione alimentare. È precisamente questo che il bloqueo tenta di impedire.

Le parole di Abel Prieto, secondo cui “combattiamo contro un nemico molto potente, ma non onnipotente”, sintetizzano la consapevolezza di un popolo che continua a resistere nonostante l’enorme pressione esterna. Cuba continua a produrre cultura, medicina, solidarietà internazionale e dignità, dimostrando che la resistenza non è soltanto militare, ma anche sociale, culturale e politica.

Cuba verso i BRICS

In questa prospettiva, la richiesta cubana di ottenere il sostegno della Russia per entrare a pieno titolo nei BRICS assume un’importanza strategica. Cuba è già Paese partner del gruppo e punta a trasformare questa relazione in una vera integrazione politica ed economica.

L’Avana ha inoltre indicato nella nuova fase di apertura economica un elemento favorevole all’integrazione nel gruppo, sostenendo che le riforme possano creare maggiori opportunità per gli investimenti esteri e per una cooperazione più stretta con le economie dei BRICS.

L’ingresso pieno nei BRICS consentirebbe a Cuba di rafforzare i propri legami economici e finanziari con un insieme di Paesi che rappresenta una parte crescente dell’economia mondiale e che può offrire strumenti alternativi rispetto ai circuiti finanziari dominati dal dollaro.

Ma l’obiettivo non può essere soltanto quello di trovare nuovi investitori. Per Cuba, l’integrazione nei BRICS dovrebbe rappresentare soprattutto la possibilità di spezzare progressivamente l’isolamento imposto dal bloqueo e di costruire nuove relazioni economiche fondate sulla cooperazione e sulla reciprocità.

Il Sud globale davanti alla scelta decisiva

Dall’Iran al Messico, dal Venezuela a Cuba, dalla Patagonia al Cile, il Sud globale si trova davanti a una scelta decisiva. Da una parte c’è la possibilità di continuare a essere frammentato, sottoposto alle pressioni delle grandi potenze e costretto a negoziare individualmente con un sistema internazionale ancora dominato dagli Stati Uniti. Dall’altra c’è la possibilità di trasformare la multipolarità in un progetto politico concreto.

I BRICS rappresentano oggi il principale spazio nel quale questa trasformazione può prendere forma. Ma per farlo devono superare la dimensione esclusivamente economica e diventare uno strumento politico di difesa della sovranità dei popoli.

Non basta parlare di multipolarismo: occorre praticarlo. Significa creare sistemi finanziari alternativi, rafforzare la cooperazione energetica e alimentare, sviluppare sistemi di pagamento indipendenti dai circuiti dominati dal dollaro, sostenere i Paesi sottoposti a sanzioni e aggressioni e costruire una posizione comune contro le guerre di aggressione.

Salvare Cuba significa difendere un principio universale

Chi pensa che la questione cubana riguardi soltanto i cubani commette un errore storico. Se il bloqueo può continuare impunemente contro Cuba, domani qualunque Paese che rifiuti l’egemonia occidentale potrà essere sottoposto agli stessi strumenti di strangolamento economico.

La questione cubana diventa quindi una questione universale. Difendere Cuba significa difendere il principio secondo cui nessun popolo può essere condannato alla fame, alla scarsità e all’isolamento perché ha scelto un percorso politico diverso da quello imposto dalle potenze dominanti.

Cuba, Iran, Venezuela e le altre realtà del Sud globale non chiedono un nuovo imperialismo che sostituisca quello precedente. Chiedono la possibilità di essere sovrani. È questa la vera sostanza della battaglia multipolare.

I BRICS hanno davanti a sé una responsabilità storica: trasformare la forza economica dei nuovi equilibri mondiali in una forza politica capace di difendere la pace, il diritto internazionale e l’autodeterminazione dei popoli.

Il Sud globale non vuole semplicemente un posto al tavolo dell’ordine esistente. Vuole contribuire a costruirne uno nuovo. E la partita decisiva si gioca oggi proprio sulla capacità di trasformare la solidarietà tra i popoli in un progetto politico organizzato, autonomo e realmente multipolare.

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