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01/05/2026

Vendetta di Stato. Nordio rinnova il 41bis a Cospito

Il 41 bis è tortura. Il suo rinnovo contro Alfredo Cospito è una scelta politica punitiva che conferma il carcere come strumento di annientamento.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha deciso di rinnovare il 41 bis ad Alfredo Cospito. Il provvedimento, atteso entro il 4 maggio, è stato notificato al difensore Flavio Rossi Albertini e conferma la linea più dura possibile: nessun arretramento, nessuna revisione, nessun dubbio. Non è un atto tecnico. Non è routine amministrativa. È una scelta politica deliberata che va chiamata con il suo nome: vendetta.

Il 41 bis non è una semplice misura restrittiva. È isolamento prolungato, privazione dei contatti, compressione della parola, rarefazione della vita sociale fino al limite della sopportazione. È un regime che svuota la persona, che riduce l’esistenza a sopravvivenza controllata. Per questo, da anni, giuristi, osservatori e organizzazioni lo indicano come una forma di tortura. Non una metafora: una descrizione.

Il caso di Alfredo Cospito ha costretto il Paese a guardare dentro questo dispositivo. Sei mesi di sciopero della fame, tra il 2022 e il 2023, hanno rotto il silenzio. Hanno mostrato cosa significa vivere sotto quel regime: isolamento quasi totale, relazioni ridotte al minimo, controllo continuo. Hanno posto una domanda semplice e radicale: può uno Stato costituzionale infliggere tutto questo? La risposta di Nordio è stata altrettanto semplice: sì, e ancora.

Eppure il dato resta lì, inchiodato alla realtà. Cospito è sottoposto al massimo regime carcerario per un attentato – quello del 2006 a Fossano – che non ha provocato morti né feriti. La sproporzione non è un dettaglio: è il cuore del problema. Perché il 41 bis, qui, non serve a impedire collegamenti operativi. Serve a lanciare un messaggio. A dimostrare che lo Stato non arretra. A usare il corpo di un detenuto come terreno di affermazione del potere.

Non è giustizia. È esemplarità punitiva. Nel 41 bis l’uscita non è un percorso rieducativo. È una resa. È la collaborazione, la dissociazione, la rinuncia a sé. Questo è il meccanismo reale: non correggere, ma piegare. Non reinserire, ma spezzare.

E mentre si rinnova questo regime, si aggiungono ulteriori privazioni. A Cospito viene negata perfino la possibilità di leggere liberamente o ascoltare musica. Anche il pensiero, anche l’immaginazione, anche lo spazio interiore diventano oggetto di controllo. È la logica dell’annientamento che si fa totale.

Tutto questo collide frontalmente con l’Articolo 27 della Costituzione italiana. Non come formula astratta, ma come principio concreto: la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione. È difficile sostenere che un regime fondato sull’isolamento prolungato e sulla compressione sistematica delle relazioni possa avere una funzione rieducativa.

La verità è che il caso Cospito è diventato un banco di prova. E il governo ha scelto da che parte stare. Nordio sta difendendo e rafforzando il 41bis. Sta dicendo che questo modello di carcere non solo è legittimo, ma è necessario. Sta spostando il confine di ciò che è accettabile, rendendo normale ciò che normale non dovrebbe essere.

Il punto non è più solo Cospito. Il punto è lo Stato che usa la pena per annientare, che risponde al dissenso con l’isolamento estremo, che confonde sicurezza e vendetta, sta già scivolando fuori dal perimetro costituzionale. E quando questo accade, non è il detenuto a essere sotto processo. È il sistema.

Il rinnovo del 41 bis non chiude nulla. Conferma tutto. Conferma che il carcere duro, in Italia, non è uno strumento eccezionale. È diventato un linguaggio politico. Un messaggio. Un avvertimento. E questo, in uno Stato di diritto, dovrebbe essere inaccettabile.

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Il “decreto Primo Maggio” è contro i lavoratori

di Giorgio Cremaschi

Il cosiddetto decreto Primo Maggio del governo Meloni è una truffa e una doppia lesione, anche costituzionale, dei diritti del lavoro.

È una truffa perché non stanzia un solo centesimo per i lavoratori, mentre finanzia le imprese con circa un miliardo di euro, distribuito su tre anni. L’unica spesa del decreto è costituita dai soldi che vengono donati alle imprese che assumono o che confermano a tempo indeterminato i giovani e i lavoratori del mezzogiorno.

È la solita esenzione contributiva che in realtà viene pagata dagli stessi lavoratori, cui vengono a mancare i fondi per l’Inps. E forse abbiamo sbagliato a dire che il governo non dà nulla ai lavoratori, in realtà il governo Meloni toglie un miliardo ai lavoratori per finanziare le imprese.

Questa è la truffa, poi ci sono due gravissime lesioni a danno delle retribuzioni dei lavoratori, che il governo ha titolato sotto il nome beffardo di “salario giusto”.

La prima, gravissima, è lo stravolgimento dell’articolo 36 della Costituzione.

Il testo costituzionale recita che la retribuzione dei lavoratori debba essere: “…in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ed è proprio rifacendosi a questo principio costituzionale che molte sentenze della magistratura hanno annullato accordi e contratti con salari da fame.

Così ha fatto il tribunale di Milano per lavoratori che avevano paghe inferiori ai quattro euro all’ora, a seguito di regolari contratti sottoscritti da CGILCISLUIL. Anche la Corte di Cassazione ha ribadito che il principio della “equa retribuzione” non coincide affatto con quello della contrattazione e viene prima di essa.

Invece il governo Meloni ha ribaltato questo dettato costituzionale, come del resto ha fatto per diversi principi della costituzione antifascista, e ha affermato che i contratti, purché firmati da sindacati “comparativamente più rappresentativi”, siano già un’equa retribuzione. Quindi sono gli accordi firmati da CGILCISLUIL a definire cosa sia un salario giusto. Non è un caso che la segretaria della CISL abbia ringraziato il governo per il regalo incostituzionale ricevuto.

La seconda lesione ai diritti del lavoro è una correzione della prima. Infatti se a CGILCISLUIL viene concesso il potere di fare contratti che valgono come la Costituzione, alle imprese viene offerta la convenienza a non firmare gli accordi.

Il governo Meloni ha stabilito che se un contratto non venisse rinnovato da più di dodici mesi, allora le imprese dovrebbero pagare ai lavoratori un’indennità del 30% della rivalutazione delle paghe dovuta all’indice IPCA dell’inflazione. A parte che questo indice è già penalizzante per i lavoratori e CGILCISLUIL sono anche riusciti a peggiorarlo, eliminando da esso i costi del petrolio e del gas, con questo decreto si incentivano le imprese a non firmare.

Se non firmano il contratto, devono pagare meno di un terzo del già poco dovuto per recuperare l’aumento dei prezzi. Più allunghi il tempo del contratto, meno paghi.

Diverso sarebbe stato se il governo avesse approvato la norma, annunciata in precedenza, secondo la quale alla firma del contratto le imprese avrebbero dovuto pagare tutti gli arretrati dalla data di scadenza del contratto stesso. Firmi dopo due anni? In ogni caso mi paghi tutto fin dal primo giorno. Era una buona proposta che avrebbe messo pressione sulle aziende, era strano che fosse venuta a Meloni, che infatti l’ha abbandonata.

Cosi mentre i dati ufficiali ISTAT ci fanno sapere che i lavoratori dal 2021 hanno perso più del 7% per l’inflazione, quasi un mese di salario, il Governo Meloni incentiva il moderatismo rivendicativo di CGILCISLUIL e l’intransigenza contrattuale delle imprese.

Cosi il precipizio verso il basso dei salari sarà ancora più rapido. E anche come imprenditore il governo Meloni colpisce i salari. Nella sanità pubblica il governo offre un aumento dei salari attorno al 6%, di fronte ad una perdita di potere d’acquisto dei lavoratori del 12%. Un contratto che riduce le retribuzioni, con CGILCISLUIL che si dichiarano disponibili.

Ci vogliono un salario minimo di almeno 12 euro all’ora, il ripristino della scala mobile, una retribuzione effettiva di almeno 2000 euro netti al mese, per far uscire il mondo del lavoro dalla catastrofe sociale nella quale è affondato. Il decreto del Governo Meloni invece incentiva a continuare come nel passato e peggio del passato e il moderatismo contrattuale di CGILCISLUIL di tutto questo è complice.

Ci vuole una rottura sociale vera, prima di tutto contro il Governo Meloni, poi contro la trentennale politica dei bassi salari, infine per rovesciare la concertazione sindacale; altrimenti le paghe dei lavoratori continueranno a sprofondare. Questo è il messaggio che deve venire da questo Primo Maggio.

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