Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
31/05/2026
La Banda dell’Uno bianca tra finte rivelazioni e nuovi spiragli di verità
Il botta e risposta dei fratelli Savi (Roberto e Fabio) attraverso due interviste televisive rispettivamente a Belve Crime – andata in onda su Rai2 il 5 maggio – ed il 29 maggio a Quarto Grado su Rete4, se ha rimesso al centro del cono di luce dei media le vicende legate alla cosiddetta Banda della Uno bianca, rischia di “inquinare” il dibattito proprio nel momento in cui sono state riaperte le indagini sulla lunga scia di sangue che dal 1987 al 1994 ha letteralmente sconvolto prevalentemente Bologna e la Romagna.
Almeno 24 omicidi, più di 100 feriti, oltre 100 azioni criminali è il bilancio di una storia fatta di delitti sproporzionati rispetto all’incasso di magri bottini difficilmente spiegabili all’interno dei perimetri della criminalità comune.
La finalità delle parole dei due killer, con le ampie anticipazioni della stampa a fare una sorta di “effetto lancio”, rimangono oscure e sembrano orientate più ad una logica di scambio e lancio di messaggi ad uso interno a quegli ambienti dove vige la regola del silenzio e del ricatto, ambienti che sono l’humus in cui sono cresciuti i protagonisti della strategia della tensione: gli ultimi depositari di una verità storica che potrebbero portarsi nella tomba.
Una strategia in cui probabilmente va inserita “l’operazione Banda della Uno bianca” e che in Italia si è protratta con modus operandi differenti fino alla prima metà degli anni Novanta con il crepuscolo della Prima Repubblica, quella che la Falange Armata in uno suo comunicato affermava essere: “stato di equilibrio politico basato con demagogia di contrabbando sulla ipocrita, famelica e corrotta ricerca del consenso straccione”.
Da quando sono state riaperte le indagini, grazie all’opera meritoria in primis dei legali dell’associazione delle vittime della Banda dell’Uno bianca, al di là delle sparate dei Savi ad uso di telecamera dal carcere di Bollate in cui scontano l’ergastolo, vi sono in particolare due fatti di cronaca di una certa rilevanza.
Il primo è l’arresto a febbraio di Corrado Pizzoli, colui che aveva rilevato l’armeria di via Volturno in pieno centro di Bologna, dove il 2 maggio del 1991 si compì una vera e propria strage per opera della banda. Pizzoli, 85 anni, deteneva una vera e propria Santa Barbara con tanto di granate, tritolo e armi da guerra non registrate nel proprio appartamento in via Tinozzi, una zona residenziale a pochi passi dai giardini Margherita.
Il secondo fatto di cronaca è l’inspiegabile “suicidio” di Pietro Gugliotta che da anni aveva finito di scontare la propria pena per i fatti legati alla Banda e che, sembra per voce del suo avvocato, fosse intenzionato a parlare con urgenza pochi giorni prima di togliersi la vita.
Ciò che rende il “suicidio” di Gugliotta ancora più inquietante è che la notizia si è saputa solo qualche giorno dalla prima intervista di Savi, nonostante fosse avvenuto a gennaio e nessuno si fosse sentito in dovere di comunicarlo.
Per i legali dell’associazione dei familiari delle vittime “è incredibile che la Procura di Bologna sia stata informata dopo mesi del suicidio di Pietro Gugliotta” e l’avvocato Alessandro Gamberini non fa mistero delle sue “perplessità” su quanto avvenuto.
E aggiunge: “si sta riproponendo la storia della Uno Bianca”, e più esplicitamente “lo stesso clima di quando le polizie giudiziarie e le diverse procure non si parlavano tra di loro”. Tra il 1987 e il 1994, “questi difetti di comunicazione impedirono agli investigatori di svolgere le indagini in maniera sistematica, e fu la fortuna della banda”.
E se anche la Procura può “non avere colto la portata dell’evento”, è comunque grave che i carabinieri, che sicuramente hanno informato la loro scala gerarchica, non abbiano informato i colleghi di Bologna.
Un fatto abbastanza strano, che ricorda il periodo in cui nonostante l’alto tributo di sangue dell’Arma, con 9 morti e svariati feriti in quegli anni, a Bologna i Carabinieri non sentirono la necessità di stendere alcun rapporto da inviare a Roma.
È il secondo suicidio piuttosto “strano” dopo quello dell’agente Claudio Bravi in forza alla Questura di Bologna, avvenuto il 29 marzo del 1989, che potrebbe essere collegato alle vicende della Banda, e su cui rimandiamo alla terza puntata dell’ottima serie podcast prodotti da Paolo Soglia “Uno Bianca Reloaded”.
Se consideriamo questi eventi di cronaca e il fatto che le indagini sembra che finalmente vogliano andare più a fondo di quanto fatto finora, allora forse le parole dei Savi assumono un’altra veste: inquinano piuttosto che chiarire, elidendosi nello scontro verbale tra fratelli-coltelli.
Anche il giornalismo d’inchiesta sta svolgendo una funzione tutt’altro che secondaria.
Non possiamo non citare due recenti inchieste giornalistiche che in parte hanno trattato delle vicende della Banda.
La prima è la trasmissione in diretta di Fanpage “Confidential” di Francesco Piccinini con la presenza dell’ex-parà della Folgore Fabio Piselli, il quale fornisce una testimonianza importante in grado di far comprendere la possibile evoluzione operativa di alcuni apparati filo-atlantici ed il loro bacino di reclutamento dalla seconda metà degli anni Ottanta, e di cui consigliamo vivamente la visione.
In trasmissione, Piselli, era affiancato dal magistrato Antonio Spinosa e dal criminologo Federico Carbone.
L’altra è la prima parte della recente inchiesta di report “Le piste nere”, a cui rimandiamo e che sembra avvalorare appieno le domande di fondo poste nel dossier pubblicato dalla Rete dei Comunisti: “La Uno bianca e altre storie. Nell’Ultima fase della strategia della tensione”, insieme a fornire particolari importanti rispetto alle guerre ai vertici dell’Arma dei Carabinieri riguardo alla vicenda.
Speriamo che le inchieste giudiziarie possano colmare almeno in parte quei vuoti evidenti sulla reale composizione numerica della Banda – 6 membri di cui 5 poliziotti, o almeno “ufficialmente” poliziotti, ma almeno 3 in più sembrano confermare le indagini stando alle indiscrezioni giornalistiche – e far luce più nello specifico rispetto ad alcuni episodi su cui sarebbe stato necessario scavare ma che – una volta terminati i processi nei vari gradi di giudizio – come tutta la serie di vicende a cui è legata sono state frettolosamente archiviate come risolte, senza che ci si interrogasse a sufficienza e venisse trasmessa una memoria adeguata di quegli anni terribili.
Siamo convinti che una lettura più puntuale di quei fenomeni potrebbe contribuire a spiegare meglio quel tornante politico dalla Prima alla Seconda Repubblica, fare luce sulla funzione che ebbe quella parte di Stato profondo più incline a seguire i desiderata di Washington, che ruolo giocarono i protagonisti dell’eversione nera che da metà Anni sessanta sono protagonisti delle vicende politiche italiane, quali furono i limiti della magistratura che sposò strampalate piste investigative credendo a chi depistava serialmente le indagini anziché seguire ipotesi proposte da esponenti politici autorevoli come Libero Gualtieri.
Riportiamo le parole di Libero Gualtieri del 31 gennaio 1995 in una seduta di una Commissione parlamentare d’inchiesta, in cui spiega cosa disse ad un convegno a Bologna del giugno 1991:
“Spiegai allora che fatti analoghi erano accaduti in Belgio alcuni anni prima, quando la banda del Brabante, con una macchina simile, una specie di uno nera, rapinò e uccise una trentina di persone”, 28 omicidi e 40 feriti, per la precisione. “Si scoprì poi che erano appartenenti alle forze di polizia. Il giorno dopo la falange armata minacciò questi che avevano parlato al convegno”.Ancora oggi la verità giudiziaria sulla Banda del Brabante, che ha agito nella prima metà degli anni Ottanta, non è giunta purtroppo ad alcunché, e si sono riaperte le indagini nel 2025.
Rimane poi da indagare come si comportarono nei confronti della Banda della Uno bianca le maggiori testate giornaliste ed i media in genere pronte a sposare la tesi del “regolamento di conti criminale” o “l’esclusione del movente razziale” quando venivano colpiti membri della comunità Romaní con due assalti ai cosiddetti “campi nomadi” o cittadini di origine straniera. Media pronti ad incriminare la malavita comune con un tocco di razzismo anti-meridionale, o a criminalizzare interi quartieri – come il Pilastro – ed i ceti popolari che li abitavano.
Lo diciamo, in maniera abbastanza provocatoria, ma alla fine l’ultima fase della strategia della tensione, almeno per quanto riguarda la Banda della Uno bianca, risultò vincitrice nella sua capacità di seminare il terrore, modificare i comportamenti di massa, e porre la questione della sicurezza e dell’ordine pubblico in maniera sempre più reazionaria, facendo sì che questa richiesta venisse capitalizzata da alcune forze politiche della destra che ereditarono i temi propugnati dalla maggioranza silenziosa degli anni Settanta.
Non ultimo, la Banda inaugurò la pratica della strage razziale nel nostro paese, sdoganando il suprematismo bianco “armato” che vedrà prodursi una serie di episodi, anche quelli presto rimossi per ciò che concerne la riflessione pubblica, come la strage di piazza Dalmazia a Firenze del 13 dicembre del 2011 da parte del neo-fascista Gianluca Casseri (2 morti ed un ferito grave) e la tentata strage di Macerata (6 feriti) da parte di Luca Trani del 3 febbraio del 2018.
Per questo come Redazione di Bologna continueremo a contribuire ad un’opera di sensibilizzazione che dopo la riuscita iniziativa in piazza Maggiore del 28 maggio vada in quei luoghi colpiti dal terrorismo della Banda della Uno bianca e per la prima volta ne parli pubblicamente, o riprenda a parlarle chiedendo verità e giustizia per una ferita che non si è mai rimarginata.
Sull’argomento vedi anche:
La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità – Contropiano
La banda della Uno bianca/2. Un capitolo della “guerra a bassa intensità” – Contropiano
La Uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione – Contropiano
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Il governo Meloni frena sul SAFE, ma non sul riarmo
È abbastanza chiaro che la legislatura è stata sostanzialmente ipotecata – fatta eccezione per la legge elettorale – e dunque ogni partito comincia a guardare a come ritagliarsi il proprio posto nel mercato elettorale del 2027, e il fatto che Palazzo Chigi dovrà gestire quella che per molti è la peggior crisi energetica di sempre preoccupa. Crosetto, tuttavia, deve far contenta anche la sua base sociale: il complesso militare-industriale.
È partendo da queste semplici consapevolezze che va inquadrato lo scontro che si sta consumando a Roma, e tra Roma e Bruxelles. In una conferenzza stampa del 29 maggio, Thomas Regnier, portavoce della Commissione Europea, ha confermato che l’Italia non darà seguito a tutti gli accordi preannunciati all’interno del programma SAFE (Security Action For Europe).
L’iniziativa consta di 150 miliardi di euro, finanziati a debito comune (e perciò con tassi di interesse vantaggiosi rispetto a quelli che può ottenere il governo sul mercato) la cui scadenza è fra 45 anni. Il loro scopo, sulla carta, dovrebbe essere quello di rafforzare lo sviluppo di una difesa comune europea.
Dei 14,9 miliardi di euro inizialmente prenotati da Roma, l’esecutivo sembra volerne richiedere effettivamente circa un terzo, tra i 4 e i 5 miliardi, ovvero ciò che è necessario per coprire esclusivamente i progetti già vincolati da contratti firmati. Il taglio di 10 miliardi alle promesse è esplicitamente usato come leva politica nei confronti della UE, in relazione alla mancanza di flessibilità sulle spese relative proprio allo shock dei prezzi dei carburanti e dell’energia.
Proprio oggi, 31 maggio, è fissata la scadenza per la presentazione formale dei progetti da finanziare tramite il SAFE, ma la data non è considerata dal governo come perentoria. Prima di procedere in qualsiasi senso, Roma ha deciso di attendere il 3 giugno, per avere in mano l’attesa risposta della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, a una lettera inviata il 18 maggio, in cui si chiedeva di rendere l’emergenza energetica prioritaria, al pari degli investimenti militari, e godere così della stessa flessibilità in termini di spesa.
Va dunque sottolineato un primo nodo: il governo non sta rinunciando al SAFE. Ne prende una parte, comunque sostanziosa, e spera di poter muovere Bruxelles “a più miti consigli” su una minaccia sostanziale a quel che rimane dell’industria italiana (minacciata dai prezzi dell’energia), sfruttando la centralità del paese nei programmi di riarmo europeo. Basti pensare che il Belpaese dovrebbe usare il SAFE per lo sviluppo comune del sistema satellitare Sicral2, e per l’acquisto di 272 carri armati e di 24 Eurofighter.
La sottolineatura di come il 31 maggio non sia una data perentoria è come un mettere le mani avanti per la possibilità futura di accedere ai restanti 10 miliardi per ora congelati, nel caso in cui il braccio di ferro con la Commissione non vada a buon fine. Del resto, bisogna pure considerare che c’è la necessità di fondi a buon mercato per un paese ancora sotto infrazione europea per il deficit, e che ha comunque promesso di raggiungere gli assurdi target di spesa della NATO.
Parallelamente, si muovono anche gli uomini di Fratelli d’Italia a Bruxelles. Raffaele Fitto, commissario europeo alle Politiche Regionali e di Coesione, ha avanzato la proposta di riallocare i fondi strutturali europei esistenti (come il Fondo di coesione e il Fondo europeo di sviluppo regionale) per contrastare il caro energia e la carenza di approvvigionamenti causata dalla crisi dello Stretto di Hormuz.
Roma, non a caso, si è detta favorevole, ma molte regioni europee hanno alzato un muro di proteste contro il cambio di destinazione delle risorse territoriali. Ma va detto che, ad ogni modo, per quanto articolata possa essere la strategia che sembra mettere d’accordo Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, si muove completamente all’interno della gabbia dei vincoli europei.
E anzi, non solo non ne mette in discussione l’indirizzo bellicista, ma lo promuove attivamente, al di là della retorica e della propaganda. In un’intervista a Mattino Cinque del 28 maggio, la presidente del Consiglio ha affermato che “non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa” e non per il costo del pieno e delle bollette. I dati, però dicono esattamente questo.
Lasciando da parte i trucchi di bilancio per dichiarare il raggiungimento del 2% del PIL in spese militari, in conformità con le richieste della NATO, l’Osservatorio Mil€x stima che sia stato comunque toccato il record, in termini assoluti, di spesa nel settore bellico: circa 33,9 miliardi di euro, intorno all’1,46% del PIL.
Soprattutto, il trend di crescita per l’acquisto di nuovi sistemi d’arma resta reale e ai massimi storici. Infatti, i fondi stanziati per il 2026 raggiungono i 13,1 miliardi di euro (+60% rispetto al 2022), con impegni pluriennali già approvati dal Parlamento che superano i 36 miliardi di euro. Nei prossimi 15 anni si preventivano addirittura impegni per 130 miliardi.
Insomma, il governo sta trattando non un cambio di rotta che risponda alla maggioranza della popolazione, quanto piuttosto su tempi e ritmi del massacro sociale inevitabile, dentro la gabbia europea e con la necessità di spendere ogni centesimo disponibile nella tendenza alla guerra. Per fare in modo che non sia l’attuale maggioranza a pagarne lo scotto elettorale.
Non bisognerà attendere troppi giorni per capire come evolverà la situazione. Intanto, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha convocato un vertice informale sulla sicurezza nel formato “E5” (che oltre alla Germania coinvolge il Regno Unito, la Francia, la Polonia e l’Italia) a Berlino per il 2 giugno, suscitando l’irritazione italiana, dato che si tratta della Festa della Repubblica, giornata in cui tra l’altro è prevista la tradizionale parata delle forze armate.
Roma ha chiesto formalmente un rinvio al 3 o 4 giugno (quando tra l’altro dovrebbe essere ormai nota la risposta della Commissione alla lettera del 18 maggio), ma Tajani già si prepara a partecipare nel caso in cui non venga concesso. È in sostanza sempre maggiore la pressione sugli assetti europei, che possono essere superati solo con uno strappo in cui ci saranno vincitori e vinti. Il governo non vuole essere tra gli ultimi, o per lo meno non fino a dopo le elezioni generali.
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Il drone russo precipitato in Romania è stato deviato dagli ucraini
Sulla vicenda del drone russo finito sul tetto di un palazzo a Galati, in Romania, la fonte che ha smentito le veline di guerra dei giornali e telegiornali italiani guerrafondai è decisamente autorevole.
È stato infatti lo stesso presidente romeno Nicusor Dan – nonostante sia un pagatore di cambiali con la Ue – a ricostruire i fatti e a smantellare la tesi di un deliberato attacco russo sulla Romania.
Il presidente romeno Nicușor Dan ha dichiarato infatti che il drone che si è schiantato su un palazzo residenziale a Galați è stato deviato verso la Romania dalla difesa aerea ucraina.
“C’era un gruppo di 43 droni, che proveniva da est, attraversavano l’Ucraina per, diciamo, 20-30 chilometri da nord del Danubio, da est a ovest. Mentre attraversavano il territorio ucraino, alcuni di loro sono stati abbattuti – e uno di loro, probabilmente colpito sopra la città di Reni, ha cambiato la sua traiettoria ed è arrivato a Galati”, ha detto il presidente romeno.
Quando un quotidiano come La Repubblica, titolava la prima pagina di ieri con “Mosca colpisce l’Europa” – battendo con fragore sui tamburi di guerra – è diventato troppo imbarazzante se non impossibile rettificare doverosamente la notizia. Lo stesso dicasi per il Corriere della Sera che ha titolato la prima pagina: “L’Europa finisce nel mirino: la Russia ha deciso di ampliare il perimetro”.
Ragione per cui oggi sia su La Repubblica che sul Corriere della Sera fanno tutti finta di niente.
Anche in questa occasione sono stati in molti a invocare – a sproposito – gli Articoli 47 del Trattato della Ue o l’art. 5 della Nato chiedendo di intervenire contro la Russia con tutte le conseguenze che ne derivano.
Pare che ormai siano tutti in attesa di un “incidente di Gleiwitz” per poter scatenare i signori della guerra. Per chi ha la memoria corta, l’incidente di Gleiwitz fu l’operazione false flag che la Germania nazista usò come pretesto per invadere la Polonia il 31 agosto del 1939.
Ma quanto accaduto su questo ennesimo episodio, ci dà la cifra dei pericoli che incombono sulla libertà e la qualità dell’informazione qui da noi, nel nostro e nei nostri paesi. Dobbiamo saperlo e apprestarci a combattere con tutte le forze affinché l’informazione – e vergognosamente in nome della lotta alla disinformazione degli “altri” – diventi totalmente arruolata nella guerra cognitiva e nella propaganda di guerra.
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Trump disfa l’accordo per aiutare Netanyahu
L’ultima novità è che il presidente Trump ha chiesto diversi emendamenti all’accordo che i suoi stessi “inviati” avevano raggiunto con i loro omologhi iraniani. Almeno stando alle “indiscrezioni” raccolte sia dal New York Times che da Axios (ovviamente tramite il “giornalista” Barak Ravid, ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano).
Il punto chiave riguarderebbe il materiale nucleare iraniano, hanno detto due funzionari statunitensi rimasti come sempre coperti da anonimato. L’intento dichiarato è il solito: “assicurarsi che l’Iran non possa mai possedere un’arma nucleare”.
La storia recente mostra quanto sia devastante la supponenza idiota nella politica internazionale. La questione era stata infatti affrontata e in buona parte risolta con l’accordo siglato da Obama nel 2015, dopo ben due anni di trattative.
L’accordo non era ovviamente stato raggiunto sulla base di pure dichiarazioni di principio, ma prevedeva controlli stringenti da parte dell’Aiea, ed era stato certamente rispettato fino al 2018. Quando proprio Donald Trump, al suo primo mandato da presidente, lo stracciò dichiarandolo una “sconfitta” per gli Usa.
A quel punto, naturalmente, gli iraniani erano e si sentirono svincolati, procedendo ad arricchire una parte dell’uranio a loro disposizione (sono anche produttori) fino al 60%. Un livello decisamente superiore a quello per usi solo civili (elettricità), intorno al 4%, ma ancora lontano da quello necessario per assemblare un’arma nucleare (oltre l’85%).
La pretesa di Trump – ottenere quei circa 400kg di uranio arricchito “con le buone o le cattive” – si è già rivelata impraticabile sul piano militare portando al disastro di Isfahan malamente camuffato da “salvataggio di due piloti” (peraltro rimasti sconosciuti, contrariamente a tutti i casi simili). Insistere ora significa perder tempo cercando una “vittoria” tramite la diplomazia.
Ma questa è una constatazione elementare che chiunque può fare, anche i diversamente intelligenti che compongono l’attuale amministrazione Usa.
Più plausibile, dunque, che in realtà Trump stia traccheggiando solo per lasciare campo libero a Netanyahu in Libano ancora per qualche giorno, magari pensando a quanti soldi si potranno fare con lo sfruttamento turistico di una location come il Castello di Beaufort, dove stamattina è stata piantata la bandiera dello Stato genocida.
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L’Hondurasgate portato in tribunale, e oggi si vota in Colombia
Il giurista colombiano Luis Guillermo Pérez Casas, storico difensore dei diritti umani, e il collega Mario Serrato hanno annunciato la presentazione di una denuncia penale in Colombia e in Honduras contro Juan Orlando Hernández, l’ex presidente del paese centroamericano. Hernández, condannato nel 2024 a 45 anni di carcere per narcotraffico da un tribunale federale di New York, è stato clamorosamente graziato nel 2025 dal presidente statunitense Donald Trump.
L’azione legale mira a smantellare quella che è una fitta rete transnazionale di corruzione, destabilizzazione politica e manipolazione mediatica orchestrata per colpire i governi progressisti delle Americhe, di cui si è già parlato in questo articolo ripreso da Pagine Esteri. Si tratta del cosiddetto “Hondurasgate”, basato su 37 audio forensi di cui l’autenticità è stata confermata da perizie forensi indipendenti.
Nelle registrazioni si sente l’ex presidente honduregno negoziare con alleati interni e internazionali – sono coinvolti, ovviamente, Trump e Milei, ma tra gli interessi in campo ci sono anche quelli israeliani – una strategia coordinata per destabilizzare i governi di sinistra di quello che Washington considera il proprio “cortile di casa”.
La denuncia presentata in Colombia è dunque il primo atto di una più vasta strategia legale internazionale che si sta muovendo contemporaneamente in diversi paesi e organi di giustizia, e che sul piano politico ha il merito di ribadire l’autodeterminazione dei popoli latinoamericani contro le ingerenze dell’imperialismo stelle-e-strisce.
L’azione penale assume una rilevanza cruciale proprio in relazione alla Colombia, dove oggi si stanno svolgendo le elezioni presidenziali per scegliere il successore di Gustavo Petro. I documenti presentati dai legali dimostrano l’esistenza del “Proyecto Júpiter”, una macchina di propaganda e disinformazione finanziata con fondi esteri per diffondere notizie false e generare paura e incertezza tra la popolazione colombiana, attaccando direttamente la campagna del candidato del Pacto Historico, Iván Cepeda Castro.
La denuncia è stata depositata anche presso la Procura generale di Tegucigalpa in Honduras. I due avvocati colombiani hanno denunciato di aver subito un trattamento ostile al loro arrivo nel paese, dove le autorità locali li hanno costretti a firmare una dichiarazione in cui si accettava il rischio di un anno di reclusione qualora la denuncia contro Hernández fosse stata giudicata infondata.
Non è mancata la dura reazione dell’ex presidente honduregno, che ha affidato a un post sul suo profilo X la sua difesa: “È inconcepibile vedere presunti difensori dei diritti umani viaggiare dalla Colombia per presentare una denuncia fabbricata contro di me. Coloro che hanno orchestrato questa farsa saranno quelli che finiranno per renderne conto penalmente”.
Anche il presidente colombiano uscente ha già annunciato su X una denuncia formale a proprio nome, mentre gli avvocati hanno annunciato di aver inviato copie della denuncia anche all’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale. A più stretto giro, ad ogni modo, gli occhi del continente sono puntati sulle urne: il voto colombiano stabilirà se la strategia del Proyecto Júpiter avrà successo o se Cepeda riuscirà a vincere, in un’America Latina che sta vivendo una preoccupante ondata reazionaria.
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Netanyahu punta al controllo sul 70% di Gaza, in barba al cessate il fuoco
Mentre le forze armate israeliane continuano a colpire obiettivi in Libano (oltre cento negli ultimi giorni stando alle dichiarazioni di Effie Defrin, portavoce delle IDF), Netanyahu conferma che il problema non è Ben Gvir, ma Israele stesso come entità sionista, e dunque coloniale e suprematista, votata all’occupazione delle terre dei palestinesi e alla definitiva pulizia etnica.
Il Primo Ministro di Tel Aviv ha espresso pubblicamente la volontà di espandere il controllo militare su Gaza fino al 70% del territorio, stracciando di fatto gli accordi di cessate il fuoco dello scorso ottobre. Cosa che era già stata fatta continuando a uccidere impunemente centinaia di persone nella Striscia, ma che ora riceve una sanzione ufficiale direttamente dalle parole del ricercato per crimini di guerra che guida l’entità sionista.
Mentre Israele cerca di colpire importanti figure di Hezbollah, con il rischio di far crollare le trattative tra USA e Iran, Netanyahu ha detto ai microfoni di Channel 12: “ad oggi controlliamo il 60 per cento della Striscia. Eravamo partiti dal 50 per cento, il mio obiettivo è arrivare al 70 per cento. Dobbiamo continuare a fare pressione su Hezbollah, ma al momento stiamo tenendo alle strette Hamas“.
Non si ferma la caccia israeliana ai leader di Hamas. A Khan Yunis sono stati uccisi Ihab Khrizim, responsabile della rete centrale di trasferimento fondi dell’organizzazione, e Mohammed al-Habash, comandante d’unità per la produzione di armi. Hamas ha inoltre confermato la morte di Imad Aslim, vice comandante della brigata di Gaza City, preso di mira in un raid insieme a Izz ad-Din Beck, comandante della brigata del Nord.
Per quanto riguarda la “partizione” temporanea della Striscia, il cessate il fuoco imponeva il ritiro delle truppe israeliane dietro la cosiddetta Yellow Line (la Linea Gialla), che lasciava alle IDF l’occupazione del 53% del suo territorio. Le immagini satellitari mostrano invece un avanzamento sistematico verso ovest e verso il mare, accompagnato dalla distruzione degli edifici.
Mentre si moltiplicano barriere e blocchi di cemento a definire un nuovo confine, la distruzione degli edifici rende impossibile qualsiasi ritorno della popolazione locale, e prepara il terreno per la speculazione immobiliare della classe dirigente sionista di tutto il mondo.
Varie testate riportano che milizie palestinesi filoisraeliane, come quella guidata da Ashraf al-Mansi, costringono i civili ad abbandonare i rifugi prima dell’avanzata dell’esercito. Lo spazio per la popolazione di Gaza si è ridotto a un terzo rispetto all’inizio del conflitto, ammassando milioni di persone in un territorio devastato, e la cui ricostruzione è nei fatti legata alla pulizia etnica dei palestinesi, nei piani di Tel Aviv avallati da Washington.
Infatti, ancora una volta, il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha ventilato l’obiettivo di favorire quella che chiama una “migrazione volontaria” dei palestinesi, quando in realtà è la continuazione della Nakba su cui si è fondato Israele. E non a caso, più di una organizzazione per i diritti umani ha definito il piano di Katz come una vera e propria pulizia etnica, sviluppata a lungo termine.
Parallelamente, la tensione diplomatica ha raggiunto nuove vette con l’ONU: il Ministero degli Esteri israeliano ha annunciato la sospensione totale dei rapporti con l’ufficio del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. La reazione è scattata a seguito della decisione di inserire entità israeliane nella “lista nera” per le violenze sessuali nei contesti di conflitto, confermata da una gran serie di rapporti giornalistici indipendenti.
Nel frattempo, la UE continua con le sue mosse propagandistiche, con sanzioni inutili ai coloni in Cisgiordania senza colpire le relazioni con Israele, che garantisce la continuazione dell’occupazione. Ovviamente, Bruxelles parla dei coloni “violenti“, perché essere coloni non è una colpa, come ha detto Tajani.
Difficile che si accorgano, prima o poi, che la risoluzione delle Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di colonialismo è del 1960. Del resto, l’Occidente, come Israele, si è costruito sul colonialismo, il segregazionismo, il suprematismo, l’occupazione, la pulizia etnica.
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L’enciclica di PapaLeone XIV e la materialità dell’IA
Magnifica humanitas, l’enciclica con cui Leone XIV affronta la questione dell’intelligenza artificiale è un documento insieme tardivo e necessario. Se un’istituzione tradizionalmente prudente come la Chiesa decide di intervenire apertamente su un tema, significa che è ormai troppo evidente per essere eluso.
Il Papa arriva però su questo terreno quando l’industria dei modelli linguistici ha già consolidato un’architettura globale del potere che gli Stati faticano a contenere e di cui sono già utilizzatori, spesso per fini tutt’altro che filantropici.
L’enciclica colpisce per il tono deciso, a tratti duro. Proprio per questo merita di essere letta con attenzione, evitando tanto riflessi devoti – piuttosto grotteschi nel caso di chi sventola l’enciclica come fosse una ristampa del “libretto rosso” – quanto la liquidazione laica di chi vi vede soltanto l’ennesimo appello morale e generico.
Occorre cogliere subito un’intuizione decisiva, perché dà senso a tutto il seguito. Leone XIV scrive che “Nulla, nel mondo dell’IA, è immateriale o magico”.
Attorno a questa affermazione, apparentemente ovvia, costruisce un ragionamento che molti ambienti critici faticano ancora a imporre nello spazio pubblico. L’industria digitale ha infatti edificato la propria egemonia culturale sull’immagine opposta, fatta di un’intelligenza diffusa, quasi eterea, veicolata com’è da un “cloud” che evoca più metafisica che ingegneria.
Riportare l’algoritmo alla sua gravità terrestre significa spezzare questa narrazione e rimettere al centro ciò che il mainstream ha quasi del tutto espulso dal campo visivo: i data center con il loro consumo immane di acqua ed energia, le miniere di terre rare con i loro adolescenti che frantumano minerali a mani nude in condizioni di pericolo, le legioni di moderatori e annotatori che da Nairobi a Manila trascorrono le giornate a etichettare contenuti, spesso traumatici, per pochi dollari l’ora.
Quando l’enciclica parla di “corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa”, usa un linguaggio netto e proprio per questo politicamente rilevante.
Questa materialità riconosciuta apre uno spazio politico che il testo percorre con coerenza. Il punto si fa ancora più interessante quando Leone scrive che “Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi”. La questione riguarda le strutture proprietarie che concentrano dati e capacità di calcolo nelle mani di pochissimi attori, determinando un’asimmetria che l’enciclica definisce giustamente “epistemica, economica e politica”.
L’aggettivo decisivo è il primo, perché segnala che il monopolio digitale non controlla soltanto un mercato, ma le condizioni stesse entro cui la società conosce e classifica il reale. In questo senso, il potere delle piattaforme non consiste solo nel fornire servizi cognitivi, ma nel modellare l’ambiente dentro cui il pensiero sociale prende forma.
Qui Leone XIV si avvicina, senza nominarla, a una linea critica che attraversa il Novecento e arriva fino al dibattito contemporaneo sulla privatizzazione del sapere sociale. Quando scrive che i dati “sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi”, riconosce che il general intellect è ormai una materia prima decisiva del capitalismo contemporaneo e che la sua appropriazione equivale a una reiterata e ancor più aggressiva forma di estrazione del patrimonio sociale.
La proposta di trattare i dati “come uno dei beni comuni o collettivi” mantiene toni prudenti, ma nella sostanza è radicale, perché mette in discussione il fondamento del modello di business su cui poggia l’intera filiera dell’intelligenza artificiale generativa.
Fin qui i meriti, molti e sostanziali. Sarebbe però disonesto fingere che il documento non incontri anche un limite proprio. Che non consiste nel fatto che l’enciclica non offra un programma d’azione, perché sarebbe un’obiezione mal posta nei confronti di un genere che procede per criteri e orientamenti generali. Riguarda piuttosto le condizioni storiche entro cui una diagnosi anche molto lucida può tradursi in efficacia politica.
Magnifica humanitas descrive con acutezza la struttura del problema e individua con chiarezza la concentrazione di potere che accompagna l’attuale sviluppo dell’intelligenza artificiale. Proprio in quanto testo di principi, però, lascia necessariamente aperto il passaggio decisivo, quello che conduce dalle enunciazioni normative alle forme politiche, giuridiche e sociali attraverso cui quei principi possono tradursi in organizzazione e trasformazione.
È su questo terreno che criteri come la vita democratica, il lavoro dignitoso, la pace e il limite ecologico dovrebbero misurare la loro effettiva capacità di incidere. Non è una manchevolezza accidentale, ma il tratto costitutivo di un intervento che può orientare e offrire criteri, senza per questo determinare da sé le mediazioni attraverso cui dovrebbe incidere nella realtà.
È qui che emerge un suo limite storico, più che teorico. In un ecosistema come quello dell’intelligenza artificiale contemporanea, nel quale le grandi imprese hanno imparato a incorporare il linguaggio dell’etica e della responsabilità, anche una presa di parola così netta rischia di essere assorbita, elogiata e infine neutralizzata dagli stessi attori che chiama indirettamente in causa, senza produrre attrito sufficiente.
Il nodo, in altre parole, non sta tanto nel testo quanto nelle condizioni della sua ricezione.
La questione interessante riguarda infatti l’ecosistema mediatico-industriale dentro cui Magnifica humanitas viene messa in circolazione. Essa è stata presentata in un contesto che includeva, tra gli esperti di intelligenza artificiale chiamati a dialogare, anche figure di primo piano provenienti da Anthropic, azienda che ha costruito la propria identità pubblica precisamente sui fondamenti che l’enciclica mette in discussione.
La stessa Anthropic ha siglato accordi commerciali significativi con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti collocandosi stabilmente all’interno della filiera militare e di intelligence dell’intelligenza artificiale.
È plausibile che Leone XIV non ignori la cooperazione di Anthropic con Palantir o l’uso del suo modello Claude in Venezuela, in Iran e contro i migranti negli Stati Uniti. È difficile immaginare che un testo del genere prescinda dal lavoro occulto che alimenta l’IA senza sapere che Anthropic esternalizza gran parte delle proprie operazioni sui dati in condizioni molto simili a quelle già emerse nel caso di OpenAI e Meta.
Non è in questione la legittimità del dialogo, ovviamente, perché la dottrina sociale ha sempre fatto della disponibilità al confronto uno dei propri tratti distintivi. È in questione qualcosa di più fine ed è il fatto che il linguaggio della critica può essere appunto fatto proprio dagli stessi attori e trasformarsi in una risorsa aggiuntiva per la loro legittimazione.
La capacità dell’industria di metabolizzare le obiezioni più radicali raggiunge, nell’ambito dell’intelligenza artificiale, un livello di sofisticazione particolare. Le grandi aziende del settore finanziano conferenze sull’etica, sostengono ricerche sui rischi dei propri sistemi, partecipano ai forum sui diritti digitali e parlano il linguaggio della responsabilità.
In un simile contesto, quando un’enciclica che denuncia la concentrazione del potere tecnologico viene presentata accanto a rappresentanti delle aziende che quel potere lo incarnano, il rischio non è tanto una cattura ideologica del Magistero, quanto la sua trasformazione in materiale utilizzabile per lo storytelling istituzionale dell’industria.
Una frase come quella sulla morale algoritmica “decisa da pochi” può essere facilmente citata in un white paper aziendale come prova di sensibilità etica, proprio perché non nomina nessuno e quindi consente a chiunque di collocarsi dalla parte giusta del discorso.
Questo non riduce il valore del documento; semmai ne chiarisce la statura e, insieme, il limite. Magnifica humanitas è un testo coraggioso e insufficiente nello stesso tempo. Coraggioso, perché introduce nella tradizione della Chiesa cattolica categorie che fino a poco tempo fa avremmo trovato soprattutto nei lavori degli studi critici sull’IA.
Insufficiente, non perché manchi di prescrizioni, ma perché affida la propria efficacia a una forza dei principi che, da sola, la storia moderna non ha quasi mai mostrato sufficiente a intaccare gli assetti proprietari della produzione.
Che Leone XIV abbia portato la dottrina sociale davanti alla nuova forma della questione operaia, riconoscendo che il capitale algoritmico non sfrutta soltanto il lavoro ma cattura anche la conoscenza sociale, rappresenta comunque un passaggio storico importante. Resta però vero che la questione operaia non fu mai risolta dai documenti che la affrontarono, per quanto alti o appassionati, ma da conflitti reali che quei documenti poterono al massimo accompagnare o interpretare a posteriori.
La domanda con cui Magnifica humanitas lascia il lettore, dunque, non riguarda la qualità del testo, che è notevole e in più punti sorprendente. Riguarda la sua capacità di attivare processi reali nei contesti che lo riceveranno. Più che dalle parole del Papa, in larga misura giuste, la risposta dipenderà dalle pratiche dei poteri che oggi governano dati e infrastrutture.
Se l’industria riuscirà a trasformare l’enciclica in un’occasione di dialogo senza effetti sulle proprie scelte operative, il documento sarà ricordato come uno dei molti testi importanti rimasti senza seguito. Se invece società civili, sindacati delle piattaforme, ricercatori indipendenti e movimenti per la sovranità digitale sapranno usarlo come uno strumento di pressione politica concreta, allora la sua portata potrà rivelarsi più ampia di quanto il suo stesso autore abbia previsto.
La storia insegna che i documenti più fecondi non sono necessariamente quelli più radicali nelle intenzioni, ma quelli che riescono a incontrare forze già in movimento e a fornire loro un linguaggio comune.
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30/05/2026
Cuba non è sola: le piazze italiane contro il bloqueo
Le diciotto piazze che giovedì hanno attraversato l’Italia da nord a sud, con migliaia di persone a Roma e decine di migliaia complessivamente mobilitate nel Paese, non rappresentano soltanto una manifestazione di solidarietà internazionale.
Sono state qualcosa di più profondo: un atto politico e morale contro la barbarie della guerra, contro il ricatto economico imposto ai popoli sovrani e contro l’idea che il mondo debba essere governato dalla legge del più forte.
Da Roma a Napoli, da Milano a Palermo, da Bologna a Bari, lavoratori, studenti, donne, migranti, associazioni pacifiste, sindacati di base e realtà della solidarietà internazionalista hanno riaffermato con forza che Cuba non è sola.
Hanno gridato che il popolo cubano ha diritto alla propria autodeterminazione e che il bloqueo imposto dagli Stati Uniti da oltre sessant’anni costituisce una violenza criminale, una forma di guerra economica permanente che colpisce la vita quotidiana di milioni di persone.
Il dato politico più importante emerso da questa straordinaria mobilitazione nazionale è che cresce anche in Italia una coscienza collettiva capace di collegare le lotte dei popoli.
La causa cubana, quella palestinese, la denuncia della NATO e delle politiche imperialiste, la richiesta di pace e giustizia sociale non sono battaglie separate. Sono parti di un unico fronte umano e politico contro un modello di dominio fondato sulla guerra, sul saccheggio delle risorse, sulla finanziarizzazione dell’economia e sulla distruzione dei diritti sociali.
Cuba continua a rappresentare, nonostante enormi difficoltà materiali, una straordinaria esperienza di resistenza. In decenni di aggressioni, attentati, sabotaggi e isolamento economico, l’isola non ha esportato guerre, né eserciti, né devastazione.
Ha esportato medici, solidarietà, alfabetizzazione, cooperazione internazionale. Ha mandato brigate sanitarie nei territori colpiti dalle epidemie, dai terremoti e dalle catastrofi naturali. Ha costruito un modello sociale fondato sulla gratuità e universalità della sanità e dell’istruzione, in netto contrasto con il neoliberismo che trasforma tutto in merce.
Lo abbiamo visto anche in Italia, nella Calabria abbandonata da decenni di privatizzazioni e tagli alla sanità pubblica, dove i medici cubani hanno rappresentato un aiuto concreto per intere comunità lasciate senza servizi essenziali. Eppure proprio chi ha smantellato il welfare e precarizzato il lavoro pretende di impartire lezioni di democrazia a un popolo che, pur sotto assedio, continua a difendere la propria dignità nazionale.
Il bloqueo non è un embargo qualsiasi. È un dispositivo di strangolamento economico che impedisce l’acquisto di medicinali, tecnologie, pezzi di ricambio, strumenti sanitari e risorse finanziarie. È un meccanismo che tenta di piegare un popolo attraverso la fame e la sofferenza. Ed è ancora più grave perché viene accompagnato da continue campagne mediatiche e da minacce di destabilizzazione politica e militare.
Per questo le piazze italiane di ieri assumono un significato internazionale. In un tempo segnato dalla militarizzazione dell’economia e dalla normalizzazione della guerra, schierarsi dalla parte di Cuba significa schierarsi dalla parte della pace. Significa dire no all’imperialismo, no alle sanzioni unilaterali, no alla logica dei blocchi geopolitici. Significa difendere il diritto dei popoli a scegliere autonomamente il proprio modello sociale, politico ed economico.
C’è poi un altro elemento che non può essere ignorato. La solidarietà con Cuba nasce oggi soprattutto tra quelle fasce sociali che stanno pagando il prezzo più alto della crisi capitalistica: giovani senza prospettive, lavoratori impoveriti, migranti, pensionati, donne colpite dalla precarietà e dai tagli allo stato sociale.
Chi vive sulla propria pelle le conseguenze delle politiche neoliberiste comprende meglio il significato della resistenza cubana. Comprende che la battaglia contro il bloqueo riguarda anche il futuro dei diritti sociali in Europa.
Le mobilitazioni del 28 maggio indicano dunque la necessità di rilanciare un nuovo internazionalismo dei popoli. Un internazionalismo concreto, capace di trasformare la solidarietà in iniziativa politica, cooperazione, raccolta di farmaci, sostegno materiale e battaglia culturale contro la propaganda dominante.
Per questo sarà importante l’assemblea nazionale “Cuba per la pace”, convocata per il 7 giugno al Nuovo Cinema Aquila di Roma. Non come semplice momento celebrativo, ma come tappa di un percorso più ampio di organizzazione e mobilitazione permanente.
Difendere Cuba oggi significa difendere l’idea stessa che un altro mondo sia possibile. Significa opporsi alla barbarie della guerra globale e riaffermare la centralità della pace, della giustizia sociale e della solidarietà tra i popoli.
Perché Cuba continua a resistere non solo per sé stessa, ma per tutti coloro che nel mondo non vogliono arrendersi all’arroganza dell’impero.
Cuba no está sola! Hasta la victoria siempre!
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IA e futuro del capitalismo da un punto di vista marxista e neoclassico
Quali sarebbero i probabili effetti dell’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nell’economia, dal punto di vista marxista? Curiosamente, questa domanda, per quanto ne so, non è stata posta.
Inizialmente, le implicazioni per la teoria del valore-lavoro di Marx sembrano negative o in contraddizione con i fatti o con le nostre aspettative. L’IA implica l’introduzione di tecniche produttive estremamente intensive in capitale, o per usare la terminologia marxista, di processi con una composizione organica del capitale molto elevata. In altre parole, l’IA implica un rapporto c/v molto alto. Ovvero il rapporto tra capitale costante (c) e il capitale impiegato per assumere lavoro (v).
Se la presenza del lavoro è piccola, e forse in casi di produzione completamente automatizzata, vicina allo zero, anche il plusvalore prodotto dal lavoro deve essere piccolo o vicino allo zero. Indipendentemente da quanto alto sia il tasso di sfruttamento, una v molto piccola implica una s (plusvalore) molto piccola.
Stabiliamo così che il tasso di profitto (s/(c+v)) deve essere anch’esso molto piccolo, in linea con una delle più famose “leggi dello sviluppo capitalistico” di Marx, ossia la tendenza del saggio di profitto a diminuire con l’introduzione di processi produttivi più intensivi in capitale.
Nel caso di produzione quasi interamente automatizzata, il tasso di profitto dovrebbe diventare zero o avvicinarsi a zero. Come ci dicono Marx, Schumpeter e il senso comune, il capitalismo con profitti pari a zero è un’assurdità. I capitalisti non investiranno se il loro rendimento atteso è zero. Quindi, la tendenza del saggio di profitto a diminuire segna la fine del capitalismo.
Molto prima che apparisse l’IA, questa era l’idea discussa da economisti marxisti del primo Novecento come Rosa Luxemburg e Henryk Grossman. Si aspettavano proprio ciò che osserviamo oggi: che introducendo processi produttivi a più alta intensità di capitale, i quali per ogni singolo capitalista che li introduce sono più redditizi, i capitalisti come classe, quando lo fanno tutti insieme, sostituiscono il lavoro vivo, riducono la quantità di plusvalore e, di conseguenza, portano il loro stesso saggio di profitto (per tutti i capitalisti nel loro insieme) verso lo zero.
Quindi l’IA porrà fine al capitalismo? Questo non sembra accordarsi bene con i fatti e con le aspettative di tassi di profitto non minori, ma maggiori, che deriverebbero dall’introduzione dell’IA. Marx aveva completamente torto? Forse no.
Per capirlo, si consideri un’economia composta da due settori. Primo, il settore con composizione organica del capitale molto elevata, esattamente come l’abbiamo descritto.
Ma ora ammettiamo che la completa automatizzazione della produzione in questo settore crei una domanda di produzione di beni e servizi che solo il lavoro umano vivo può svolgere, o in cui il lavoro umano vivo è superiore all’IA: pensiamo ad attività di cura, sport, infermieristica, abilità culinarie d’alto livello, coaching, baristi, scrittura creativa e una moltitudine di altri compiti che, proprio perché alcuni di essi possono essere svolti in modo grossolano dall’IA, diventeranno sempre più preziosi quando svolti da lavoro umano vivo, reale e qualificato.
Migliaia di insegnanti potranno essere sostituiti dall’IA, ma la domanda di insegnanti veramente bravi, in grado di battere l’IA, aumenterà.
Allora, un secondo settore, l’opposto del settore completamente automatizzato, si svilupperà. Sarebbe caratterizzato da una bassa composizione organica del capitale: il capitale costante (c) sarebbe piccolo rispetto al capitale variabile (cioè rispetto alla quantità di capitale impiegato pagato sotto forma di salari). A differenza del settore automatizzato, genererebbe un’enorme quantità di plusvalore.
Ma come sappiamo, nel capitalismo, le merci e i servizi non sono venduti secondo i valori-lavoro, ma secondo i prezzi di produzione che eguagliano i saggi di profitto nei settori ad alta e bassa intensità di capitale (cioè in settori con diverse composizioni organiche del capitale). Ciò significa, a sua volta, che l’ammontare del profitto nel settore automatizzato sarà, in equilibrio, proporzionale all’enorme quantità di capitale impiegato nel settore medesimo.
Pertanto, il profitto del nostro settore automatizzato non sarà trascurabile come sembrava inizialmente quando lo si guardava in modo isolato e si supponeva che l’intera economia fosse composta solo da esso. Al contrario, il saggio di profitto potrebbe aumentare perché la sostituzione del lavoro in un settore è accompagnata dalla creazione di processi produttivi a più alta intensità di lavoro altrove.
In parole povere: mentre una parte dell’economia funzionerà solo con macchine (dove sotto il termine macchina includo l’IA), un’altra parte dell’economia sarà molto più intensiva di lavoro, probabilmente anche più di oggi. Questo a sua volta significa che i profitti nel settore dell’IA potrebbero essere elevati, ma solo se la crescita del settore IA è accompagnata da una crescente domanda di beni e servizi prodotti dal lavoro vivo e quindi dall’emergere di quel secondo settore.
Se il settore IA prendesse l’intera economia, allora secondo le analisi marxiste, il saggio di profitto dovrebbe tendere a zero. E anche nell’analisi neoclassica sarebbe così, perché una produzione completamente automatizzata che non impiega affatto lavoro implicherebbe salari totali pari a zero o quasi zero, e diventerebbe poco chiaro a chi potrebbe essere venduto il benessere della nuova produzione.
Così, l’abbondanza generata dall’IA porta, anche in un mondo neoclassico (in assenza di una massiccia redistribuzione verso le persone che non lavorano), a una domanda aggregata insufficiente, e di conseguenza a un saggio di profitto vicino o uguale a zero.
Nel mondo neoclassico, come in quello marxista, l’ascesa dell’IA deve essere accompagnata da un equivalente aumento delle attività ad alta intensità di lavoro per mantenere l’economia in equilibrio e non far scendere a zero la domanda aggregata e il saggio di profitto.
Per riassumere: sia nel mondo marxista che in quello neoclassico, un’economia composta solo da un settore altamente automatizzato è incompatibile con il mantenimento del capitalismo. In un caso perché il plusvalore prodotto e quindi il profitto è zero; nell’altro caso, perché una domanda aggregata insufficiente porta a profitti pari a zero. La situazione può essere “salvata” solo da un equivalente aumento di un settore ad alta intensità di lavoro o da una massiccia redistribuzione verso le persone che non lavorano.
Così, vediamo un futuro meno cupo per il lavoro di quanto alcuni sostengano. Le attività in cui il lavoro non può essere sostituito dall’IA fioriranno.
L’IA porterà a una complessiva dequalificazione del lavoro o no? A prima vista, sembra che l’IA porterà alla dequalificazione del lavoro semplicemente perché molte competenze (come l’informatica, lo sviluppo software, la scrittura, persino la matematica) diventeranno ridondanti in quanto potranno essere svolte dalle macchine.
Tuttavia, questo processo può essere, ed è probabile che sia, controbilanciato dalla creazione di occupazioni in cui le competenze lavorative supereranno il livello odierno, semplicemente perché dovrebbero essere superiori ai livelli di competenza prodotti dall’IA affinché le persone vogliano acquistare tali prodotti e servizi.
Pertanto, mentre una parte della forza lavoro potrebbe soffrire di dequalificazione, o per dirla chiaramente, di imbarbarimento intellettuale, un’altra parte della forza lavoro diventerà più sofisticata e molto più qualificata. Per rimanere all’avanguardia, dovrà competere con le macchine più che con gli altri esseri umani.
Ma finché crediamo nell’adattamento umano, possiamo pensare che ci sarà sempre un segmento di tale lavoro che farà cose che le macchine non possono fare, o anche dove lo stesso output è prodotto da entrambi, sarà più apprezzato (e quindi più valorizzato) se fatto da lavoro vivo piuttosto che dall’IA. Un pattinatore artistico generato dall’IA ugualmente bello, difficilmente sarà apprezzato quanto un pattinatore artistico umano. Almeno, dagli umani.
Nota: nel testo, ho usato i termini “maggiore intensità di capitale della produzione” e “più elevata composizione organica del capitale” come intercambiabili. Il primo è ovviamente un termine neoclassico, il secondo marxista, ma in questo contesto esprimono entrambi la stessa cosa: macchine (inclusa l’IA) che sostituiscono gli umani.
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Drone russo finisce in Romania. Qualcuno vuole farne un casus belli?
La Romania, almeno per ora, non ha richiesto l’attivazione dell’articolo 42.7 del Trattato dell’Unione europea, cioè quello sulla difesa reciproca né l’art. 5 della Nato.
Bucarest ha dichiarato “persona non gradita” il console russo in Romania, con conseguente chiusura del consolato a Costanza, mentre l’ambasciatore russo è stato convocato dal ministero degli esteri a Bucarest.
Il Consiglio supremo di difesa nazionale rumeno, si è riunito “per discutere le implicazioni del più grave incidente che abbia colpito il territorio nazionale dall’inizio della guerra di aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina”, ha dichiarato il presidente della Romania Nicusor Dan, ovvero l’uomo imposto al potere da Bruxelles a Bucarest al termine di una campagna elettorale estremamente controversa e caratterizzata dalle ingerenze della Ue sulle elezioni. Tanto è vero che il governo “europeista” imposto alla Romania proprio recentemente è andato in crisi.
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha assicurato la piena solidarietà della Nato ed espresso vicinanza alle persone ferite nell’incidente. “Ho ribadito che la Nato è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato”, ha riferito Rutte su X. “Continueremo a rafforzare la nostra prontezza operativa per scoraggiare e contrastare qualsiasi minaccia, comprese quelle rappresentate dai droni”, ha sottolineato Rutte, ribadendo che “il comportamento irresponsabile della Russia rappresenta un pericolo per tutti noi”.
Anche la presidente della Commissione europea Von der Leyen ha alzato i toni affermando che “La guerra di aggressione della Russia ha oltrepassato un altro limite”.
Dalla Russia hanno fatto sapere che le contromisure non tarderanno ad arrivare. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova ha commentato che “Gli occidentali hanno bisogno del clamore mediatico suscitato dal drone in Romania per distogliere l’attenzione dall’omicidio dei bambini di Starobilsk per mano di Zelensky, commesso con fondi e sostegno dell’Ue e, come ormai è chiaro, per giustificare la chiusura del Consolato generale russo a Costanza”.
Il Cremlino ha dichiarato che la Russia è pronta a condurre un’indagine obiettiva sul drone caduto in Romania se le verranno consegnati i resti del velivolo, ricordando che in passato “droni ucraini sono entrati in diversi Paesi e la prima reazione è sempre stata “i russi stanno attaccando”. Il riferimento va a quanto accaduto in un paio di occasioni in Polonia e più recentemente nei paesi Baltici.
Fin qui i fatti e le prime reazioni dei più diretti interessati sul campo.
In Italia invece per tutta la giornata di ieri è stato un tambureggiare dei sostenitori della guerra contro la Russia.
Dalle redazioni di giornali e telegiornali più guerrafondai, abbiamo potuto ascoltare dichiarazioni che sostanzialmente definivano quanto avvenuto a Galati quasi come il casus belli da cui “cogliere l’occasione” per una escalation verso la Russia.
Abbiamo sentito con le nostre orecchie a La 7 la corrispondente de La Repubblica Tonia Mastrobuoni affermare “siamo in guerra con la Russia ormai dobbiamo saperlo”, detto con una inquietante nonchalance.
Il governo Meloni intanto invierà altri 100 militari italiani in Romania. Entro metà giugno partirà infatti una missione che coinvolgerà circa cento militari dell’Aeronautica Militare, destinati alla base di Mihail Kog Iniceanu, nei pressi di Costanza. L’operazione, che era già pianificata da tempo ma finora era rimasta riservata, assume ora un significato politico e strategico diverso.
Il partito dei “volenterosi guerrafondai” in Italia continua così a sfruttare ogni incidente sul campo per trascinare il paese verso l’escalation militare contro la Russia.
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Trump diventa “Re tentenna”
Per giustificare in qualche modo il rinvio, agli occhi dei “mercati” e dei suoi elettori, ha confusamente citato “linee rosse” che vorrebbe esser certo saranno rispettate. Ma oltre alla riapertura di Hormuz (che, ricordiamo, era totalmente esente da condizionamenti al transito fino al 28 febbraio, primo giorno di questa guerra) e all’impegno a non fabbricare una bomba atomica (contro cui peraltro pende da anni una fatwa della defunta “Guida suprema”, Ali Khamenei), non si è capito cosa voglia. O non lo dice.
Teheran ha risposto invitandolo a raccontare meno balle mischiate a pezzi di verità, come di solito fanno i depistatori professionali (tipo i servizi segreti, insomma). Dal loro punto di vista, la discussione è al momento solo sulla fine della guerra.
Ma in definitiva un memorandum dovrebbe esistere e, si spera, entrambe le parti dovrebbero avere lo stesso testo.
Nel balletto delle versioni, orchestrato dall’amministrazione statunitense, pesa chiaramente molto la necessità di “vendere” al pubblico di casa una “vittoria” almeno diplomatica, perchè quella sul piano militare non c’è stata.
E di fatto l’unica possibilità rimasta di raccontare questa favoletta sta nella possibilità – oppure no – di avere i famosi 400 kg di uranio altamente arricchito che Teheran avrebbe prodotto negli ultimi anni (dopo che lo stesso Trump, nel precedente mandato, aveva disdetto l’accordo siglato da Obama). Ma sul punto non si vede luce, nel senso che il massimo del “sacrificio” che Teheran appare disposta a subire sta nella consegna del carico alla Cina o alla Russia. Non a Washington.
Tutti gli altri obbiettivi dichiarati, e cambiati spesso, nell’arco di tre mesi non sono stati raggiunti. Meno di tutti il “cambio di regime”, nonostante i pesanti “omicidi mirati” di Ali Khamenei e Larijani.
La maggior parte degli analisti ex diplomatici, oltretutto statunitensi, non ha dubbi sul fatto che comunque vada per Trump sarà nel migliore dei casi un “accordo al ribasso”. Una mezza sconfitta, se non completa, difficile da esaltare.
La responsabilità in genere viene attribuita proprio all’unico alleato-suggeritore: Israele, e Netanyahu in particolare, che avrebbe spinto per l’attacco “decapitante” garantendo che il regime sarebbe poi crollato come un castello di carte. Anche il Mossad, insomma non è più quello di una volta...
Col passare delle settimane, oltretutto, gli interessi di Trump e di Netanyahu si vanno divaricando. Il primo ha bisogno di metter fine ad un conflitto altamente impopolare (la benzina 5 dollari il gallone, come sotto il peggior periodo di Biden, è il suo incubo), mentre il genocida “Bibi” ha bisogno della guerra per provare a restare in sella. O almeno libero (è inseguito da un processo per corruzione che riesce a fare rinviare da mesi solo grazie alle “superiori necessità belliche”).
Ma il manico – economia e forniture di armi – sta in mano a Washington, e prima o poi dovrà prendere una decisione finale.
La partita può ancora sfuggire di mano, soprattutto per l’irresponsabilità criminale di Tel Aviv, chiusa ormai nel ruolo del serial killer senza alternative. Ma appare chiaro che il suprematismo mafioso praticato nella politica estera – “prendere o lasciare”, “o ci date qual che vogliamo o vi facciamo fuori” – non funziona contro paesi e popoli di una certa levatura.
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Dall’orbita alla fabbrica/2. Il fallimento del paradigma neoliberale europeo
(Seconda parte)
La crisi di Ariane è stata simbolicamente devastante. Per mesi l’Europa non ha avuto accesso autonomo allo spazio per carichi pesanti. Mentre SpaceX effettuava oltre cento lanci annuali, abbassando drasticamente i costi e monopolizzando il mercato globale, l’Europa si trovava paralizzata: ritardi, frammentazione industriale, dipendenza esterna, incapacità produttiva.
È stata una crisi politica prima ancora che tecnologica perché ha mostrato il vero limite storico dell’Unione Europea: un capitalismo continentale avanzato ma privo di piena centralizzazione politica e industriale. La globalizzazione neoliberale aveva convinto le classi dirigenti europee che bastassero il mercato, la finanza, la regolazione, l’innovazione diffusa.
La crisi geopolitica mondiale ha dimostrato il contrario. Senza industria, energia, infrastrutture, manifattura strategica, capacità produttiva autonoma, non esiste alcuna sovranità. Per questo l’UE sta tornando massicciamente alla politica industriale. Non per superare il neoliberismo, ovviamente, ma per tentare di salvarlo attraverso una nuova fase di centralizzazione tecnologico-militare.
Lo “Stato” europeo torna a investire. È una forma nuova di keynesismo: non sociale ma imperialista. I costi vengono socializzati. I profitti vengono privatizzati. I cittadini europei finanziano attraverso fondi pubblici la costruzione dell’infrastruttura spaziale continentale, mentre il comando resta nelle mani di Airbus, Leonardo, Thales, Eutelsat, OHB, grandi fondi finanziari, apparati militari. Il capitalismo europeo sta cioè costruendo una nuova infrastruttura pubblica per rilanciare la redditività privata.
Space industry significa operai
La divisione tra lavoro mentale e lavoro manuale non scompare automaticamente nel capitalismo contemporaneo. Anzi, il capitale continua ad averne bisogno per organizzare gerarchie, salari e comando. Ma nella produzione spaziale questa separazione diventa sempre più artificiale dal punto di vista reale del processo produttivo. La space industry non è più artigianato tecnologico.
Durante la corsa allo spazio della Guerra Fredda si producevano pochi razzi, pochi satelliti, pochissime missioni, con costi enormi, tempi lunghissimi, lavorazioni quasi uniche. Ogni vettore era sostanzialmente un prototipo. In quella fase la separazione tra progettazione scientifica, ricerca e manifattura, assemblaggio, era molto più netta. La produzione era relativamente limitata: pochi oggetti, altissimo valore unitario, centralità assoluta del lavoro scientifico e ingegneristico.
La nuova space industry invece funziona sempre più come industria seriale avanzata. Questo è il vero salto storico. Con mega-costellazioni satellitari, mini-satelliti, telecomunicazioni orbitali, razzi riutilizzabili, produzione modulare, manifattura digitale, la produzione spaziale entra progressivamente in una logica semi-industriale di massa. Il caso Starlink è emblematico.
Non si tratta più di costruire “il satellite”. Si tratta di produrre migliaia di satelliti: standardizzati, modulari, continuamente aggiornati, integrati industrialmente. SpaceX ha già lanciato oltre 7000 satelliti Starlink. Amazon prepara Kuiper. L’UE con IRIS² si muove nella stessa direzione.
Questo cambia completamente il rapporto tra lavoro mentale e lavoro manuale. Poiché la produzione seriale di sistemi spaziali richiede continuità produttiva, integrazione tra progettazione e fabbrica, feedback costante tra assemblaggio e design, cooperazione permanente tra operai, tecnici e ingegneri, l’operaio altamente specializzato non esegue semplicemente ordini ma interviene nell’ottimizzazione, nell’adattamento, nella risoluzione tecnica, nel controllo qualità, nella gestione dei processi complessi. La manifattura avanzata spaziale incorpora ormai continuamente sapere tecnico-scientifico. Qui emerge una trasformazione evidente attuata nella space industry.
Nella grande fabbrica fordista classica:
- il sapere produttivo era fortemente centralizzato nel management e negli ingegneri;
- l’operaio veniva progressivamente dequalificato;
- il lavoro era spezzettato e ripetitivo.
Il taylorismo separava brutalmente:
- concezione,
- esecuzione.
La space industry contemporanea, invece, funziona sempre più attraverso:
- automazione avanzata,
- sistemi integrati,
- produzione flessibile,
- digitalizzazione,
- feedback continuo.
Questo obbliga il capitale a reintegrare nel lavoro manuale una quota crescente di sapere tecnico. L’operaio specializzato della manifattura spaziale legge dati, interpreta software, utilizza modellazione digitale, interagisce con sistemi automatizzati, gestisce processi ad alta complessità.
In altre parole il lavoro manuale diventa sempre più cognitivo. Ma contemporaneamente accade anche il contrario. L’ingegnere spaziale contemporaneo non assomiglia più alla figura elitista della grande industria novecentesca. Nel capitalismo spaziale contemporaneo progettazione, coding, simulazione, cybersecurity, modellazione, IA, vengono sempre più inseriti in processi industrializzati, in flussi standardizzati, dentro gerarchie aziendali, sotto pressione produttiva continua. Il lavoro mentale viene cioè progressivamente proletarizzato.
Il ricercatore o il programmatore non controllano il processo produttivo, non possiedono autonomia reale, vendono forza lavoro altamente qualificata, subiscono ritmi e obiettivi imposti, sono spesso precarizzati. La retorica del “talento” nasconde il fatto che anche il lavoro cognitivo è ormai lavoro salariato subordinato. Ed è qui che la separazione tra lavoro mentale e manuale diventa sempre più artificiale perché entrambi dipendono dal capitale, partecipano alla stessa cooperazione produttiva, subiscono la stessa subordinazione industriale, contribuiscono allo stesso processo di valorizzazione.
La cooperazione reale è di fatto già unificata. La produzione spaziale contemporanea è probabilmente una delle forme più avanzate di cooperazione sociale integrata. Un satellite non può essere separato in: “chi pensa”, “chi esegue”. Il capitalismo però continua a organizzare questa cooperazione attraverso gerarchie: salariali, culturali, simboliche. E qui arriviamo al nodo salariale.
Nella space industry contemporanea la differenza salariale tra ingegnere, tecnico specializzato, operaio altamente qualificato, continua a esistere ma sempre meno riflette una reale separazione del sapere produttivo. Molti operai della manifattura avanzata spaziale possiedono competenze digitali elevate, capacità di problem solving, conoscenze software, autonomia tecnica significativa.
Allo stesso tempo molti giovani ingegneri lavorano precariamente, hanno salari relativamente bassi, sono fortemente subordinati, non possiedono alcun controllo strategico. Il capitalismo mantiene quindi la divisione non perché corrisponda ancora pienamente alla produzione reale, ma perché serve a frammentare il lavoro, a impedire coscienza comune, a costruire gerarchie, a differenziare salari e status. La divisione tra lavoro mentale e manuale diventa quindi sempre più ideologica e politica. Serve al comando capitalistico.
La nuova industria spaziale europea mostra quindi qualcosa di molto più generale. Nel capitalismo contemporaneo:
- il lavoro manuale incorpora sempre più sapere;
- il lavoro mentale viene sempre più industrializzato;
- la produzione è sempre più cooperazione sociale integrata.
La distinzione netta tra chi pensa e chi produce diventa sempre meno reale dal punto di vista materiale ma continua a essere riprodotta economicamente, culturalmente, politicamente, perché è uno strumento fondamentale del comando capitalistico sul lavoro vivo.
Ed è proprio qui che la space industry diventa un osservatorio privilegiato della trasformazione contemporanea del lavoro, un settore in cui il capitale ha socializzato enormemente il sapere produttivo, ma continua a privatizzarne il controllo, i profitti, il comando, le gerarchie.
La domanda che sorge è: siamo difronte ad una aristocrazia operaia high-tech?
Sì, potenzialmente. Ma il punto decisivo è capire in quale forma storica e soprattutto se questa aristocratizzazione riesca ancora oggi a stabilizzarsi come nel capitalismo fordista del Novecento perché qui la questione è più contraddittoria.
Lenin parlava di “aristocrazia operaia” per descrivere quei settori del proletariato dei paesi imperialisti che beneficiavano indirettamente dei superprofitti coloniali, della posizione dominante dell’imperialismo, della redistribuzione parziale della rendita imperialista.
Questo produceva salari relativamente più alti, maggiore stabilità, integrazione politica, moderazione sindacale, identificazione con l’ordine capitalistico nazionale. Nella grande industria fordista questa aristocrazia operaia aveva basi materiali relativamente solide: contratti stabili, welfare, sindacalizzazione forte, professionalità riconosciuta, continuità occupazionale.
Ora, nella space industry contemporanea, qualcosa di simile effettivamente tende a riprodursi ma in una forma molto più instabile e contraddittoria. L’operaio altamente specializzato della manifattura spaziale possiede competenze rare, gestisce tecnologie avanzate, ha maggiore formazione tecnica, gode spesso di salari relativamente migliori rispetto al proletariato logistico o dei servizi. Lo stesso vale per tecnici aerospaziali, operatori di precisione, specialisti compositi, manutentori avanzati, operatori software-industriali.
Questi lavoratori possono sviluppare una forte identità professionale, coscienza corporativa, separazione simbolica dal resto del proletariato, percezione di appartenenza a settori “strategici”. Il capitale, infatti, alimenta continuamente questa distinzione. La retorica dell’“eccellenza tecnologica”, del “settore avanzato”, della “frontiera industriale” serve proprio a produrre differenziazioni interne alla classe, identificazione aziendale e integrazione ideologica. In questo senso la space industry tende certamente a produrre nuove forme di aristocrazia tecnica ma oggi manca la “stabilità” fordista.
La differenza rispetto al Novecento è questa: il capitalismo contemporaneo non riesce più a stabilizzare pienamente queste figure. L’operaio specializzato della space industry è spesso inserito in reti produttive frammentate, dipende da subappalti, lavora dentro filiere globali instabili, subisce outsourcing e ristrutturazioni, vive forte pressione competitiva internazionale. Anche quando possiede salari relativamente alti, raramente possiede sicurezza strutturale, continuità sociale, piena integrazione stabile. La stessa cosa vale per il lavoro mentale.
L’ingegnere spaziale contemporaneo può avere competenze elevate, salario discreto, forte identità professionale ma contemporaneamente precarietà, ricattabilità, dipendenza da fondi pubblici, burnout, assenza di controllo sul processo produttivo.
Qui emerge una differenza storica fondamentale. Nel fordismo classico l’aristocrazia operaia era relativamente stabilizzata dentro la crescita economica, il welfare, il compromesso socialdemocratico e l’espansione industriale. Nel capitalismo contemporaneo invece il capitale ha bisogno di sapere diffuso ma non vuole (e non può) più garantire stabilità strutturale, quindi produce una aristocrazia tecnica fragile, intermittente, competitiva.
C’è poi un altro punto molto importante. Il fatto che il sapere produttivo si sposti verso l’operaio non significa automaticamente maggiore coscienza di classe, maggiore autonomia politica, radicalizzazione. Anzi. Spesso il capitale riesce a trasformare la competenza tecnica in individualismo professionale, meritocrazia, identificazione aziendale, competizione interna.
Il tecnico altamente specializzato può percepirsi non come proletario, ma come “eccellenza”. Ed è precisamente qui che il capitale lavora ideologicamente. Eppure, la contraddizione non sparisce perché anche il lavoratore altamente specializzato vende forza lavoro e non controlla i mezzi di produzione, non decide finalità della produzione e subisce ritmi e gerarchie, partecipa alla valorizzazione del capitale.
Inoltre, nel capitalismo contemporaneo automazione, IA, standardizzazione, modularizzazione, tendono continuamente a dequalificare parti del sapere tecnico. Il capitale infatti vuole utilizzare conoscenza diffusa ma contemporaneamente renderla intercambiabile. Questa è una contraddizione tipica della space industry contemporanea. La retorica dell’innovazione serve anche a destrutturare identità collettive, a dissolvere solidarietà di classe, a trasformare il sapere in privilegio competitivo individuale.
Da una parte serve lavoro altamente competente, dall’altra il capitale tenta continuamente di standardizzare, automatizzare, ridurre autonomia, abbassare il potere contrattuale. Quindi l’aristocratizzazione esiste, ma è instabile e continuamente erosa.
La tendenza più profonda non è tanto la formazione di una nuova aristocrazia stabile, è piuttosto la proletarizzazione crescente anche del lavoro altamente qualificato. La space industry rende visibile proprio questo fenomeno:
- operai sempre più cognitivi;
- ingegneri sempre più subordinati;
- tecnici sempre più precarizzati;
- ricerca sempre più industrializzata.
Le vecchie distinzioni sociali non spariscono del tutto, ma diventano più fluide e contraddittorie. Il capitale continua a produrre gerarchie salariali e simboliche perché ne ha bisogno politicamente ma il processo produttivo reale tende sempre più a integrare sapere, cooperazione, lavoro tecnico, manifattura, logistica, ricerca.
Per questo la nuova industria spaziale europea è interessante, mostra contemporaneamente la socializzazione estrema delle forze produttive e il tentativo del capitale di mantenere artificialmente separate figure lavorative che nella produzione reale sono sempre più integrate. Ed è proprio dentro questa contraddizione che si possono creare condizioni per conflitti futuri tra integrazione corporativa, aristocratizzazione tecnica e nuova proletarizzazione del lavoro qualificato.
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La prossima tappa del fronte antirusso passa per le elezioni in Armenia
Il timore è quello che, anche in Armenia, possa ripetersi una presunta “correzione di rotta autoritaria, repressiva e antidemocratica” simile a quella intrapresa dalla Georgia di Irakli Kobakhidze, che ha vinto le elezioni.
Le “forze democratiche mondiali” sono dunque in apprensione e fanno il possibile perché a Erevan venga scongiurata la minaccia di una dittatura: cioè di una svolta “filo putiniana”. Perché, si sa, secondo i vangeli di Bruxelles, la “democrazia”, senza alcuna specificazione storica e di classe, è quella categoria che coincide coi sacri “valori europeisti”.
Quando un paese pare sul punto di volgere alcune scelte verso Moskva, ecco che compare con ciò stesso il presunto rischio della “dittatura” e di un ingresso nella cerchia delle forze del cosiddetto “asse del male”.
Per la verità, il rischio non è poi così alto: secondo un sondaggio Gallup, al momento il partito Contratto Civile di Pašinjan può contare sul 27% dei consensi, mentre il principale rivale, il partito Armenia Forte di Samvel Karapetjan, si ferma al 14%.
Per rincuorare Bruxelles, tuttavia, si può rilevare che il politologo Semën Uralov, ad esempio, lega alcune restrizioni imposte da Moskva sull’importazione di frutta e ortaggi armeni, ai timori russi di una decisa “svolta occidentale” di Erevan, anche se pare presto per trarre conclusioni sui risultati elettorali.
Il “Titanic” armeno, dice Uralov, sta manovrando tra un ipotetico scenario ucraino e uno georgiano, col secondo che «ha dimostrato che è possibile spodestare un protetto di una potenza occidentale e unirsi, se non agli alleati della Russia, almeno a un paese neutrale».
Semmai, il pericolo più serio è quello rappresentato da un eventuale scenario «ucraino o moldavo, in cui la parte sconfitta impiega mezzi di lotta non politici e trasforma la repubblica in un campo di battaglia civile».
Anche perché, afferma Uralov, il carattere nazionale di Nikol Pašinjan lo rende un abile improvvisatore, il che lo accomuna all’usurpatore ucraino Vladimir Zelenskij: come ogni «improvvisatore, potrebbe precipitare molto rapidamente nella guerra. E questo, a mio avviso, è il pericolo principale. Se perde il potere, potrebbe decidere di scatenare una guerra civile».
Ma le scelte politiche di Pašinjan minacciano l’Armenia anche di guerra esterna; una guerra legata al “TRIPP”, il corridoio di Trump, che dovrebbe estendersi dal Medio Oriente, attraverso Turchia e Armenia, fino all’Azerbajdžan, con l’obiettivo di accerchiare l’Iran e interrompere il corridoio Nord-Sud della Russia, nel quadro più generale di guerre e conflitti locali alle periferie russe.
I timori di Moskva non sono d’altronde infondati. La russofobia in Armenia ha raggiunto livelli tali che nessun bonus o concessione da parte russa potrà porvi rimedio, afferma l’orientalista Nikolaj Sevostjanov a radio Komsomol’skaja Pravda: «non possiamo più considerare l’Armenia uno stato amico. Pašinjan ha fatto abbastanza per garantire che l’Armenia cessi di esserlo. E i soggetti che alimentano la narrativa occidentale in Armenia continuano a promuovere l’idea che la Russia sia praticamente per l’Armenia un nemico storico».
Se Moskva crede di poter rendere di nuovo l’Armenia uno stato amico, dice Sevostjanov, con restrizioni sull’import o, al contrario, con «bonus e agevolazioni, non funzionerà. Troppe risorse sono state investite» per presentare la Russia, agli occhi degli armeni, come “il diavolo”».
Inoltre, afferma il politologo Ajk Ajvazjan, coordinatore del Fronte anti-nazista armeno, se il regime di Pašinjan manterrà il potere in Armenia, la popolazione locale, come già accaduto in Ucraina, verrà preparata a un conflitto militare con la Russia.
Si può spiegare in quest’ottica anche il precipitoso viaggio del Segretario di Stato americano Marco Rubio che, in un’ora, senza nemmeno uscire dall’aeroporto di Erevan, ha firmato documenti sulla “cooperazione strategica”, che orientano il paese verso Occidente.
Una visita così rapida, dice Ajvazjan, è legata alla preoccupazione USA per la possibilità che Pašinjan perda le elezioni e il prossimo governo possa rifiutarsi di rispettare gli impegni presi dall’attuale primo ministro. Rubio, dunque, ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan, garantendo così la sicurezza di Washington: tutti gli accordi precedenti saranno attuati. Se Pašinjan dovesse perdere, gli USA userebbero questa visita per complicare la situazione al prossimo governo, che si vedrebbe costretto a rispettare gli obblighi imposti al paese dall’attuale primo ministro.
Per fugare i timori euro-atlantisti, si è così iniziato a fare pressioni sugli oppositori di Pašinjan. Per timore della sconfitta del partito di governo e della prospettiva del fallimento dei piani contro la Russia nel Caucaso meridionale, dice Ajvazjan, USA e loro alleati hanno dato a Pašinjan il via libera per vincere con ogni mezzo necessario, comprese falsificazioni e accuse penali inventate.
L’intera campagna elettorale di Contratto Civile è stata basata sul proclamare la Russia nemico principale e le forze che si oppongono all’élite al potere vengono etichettate come “agenti del Cremlino”, con relativi procedimenti penali a loro carico.
L’Occidente vuole combattere la Russia per interposta persona e deve pertanto «intensificare la propaganda anti-russa nei paesi post-sovietici per motivare gradualmente la popolazione a confrontarsi con la Russia... non è un caso che gli eserciti di Georgia, Azerbajdžan e Armenia vengano convertiti agli standard NATO».
Così, anche Ajk Babukhanjan, leader del partito Unione del Diritto Costituzionale, a proposito dell’accordo di partenariato strategico USA-Armenia e dell’avvio del “TRIPP”, dice che se l’Occidente, con l’aiuto di Pašinjan, riuscisse a estromettere la Russia dall’Armenia, ciò cambierebbe la struttura geopolitica sia della Transcaucasia, che dell’intero Grande Medio Oriente e dell’Asia centrale, in contrasto con gli interessi di Mosca e Teheran.
Si è più volte detto, soprattutto alla luce dell’aggressione yankee-sionista all’Iran, che l’utilizzo della “rotta Trump” da parte degli americani diventa sempre più pericoloso per l’Armenia, dato che l’infrastruttura si trova proprio a ridosso del confine iraniano e potrebbe essere utilizzata contro Teheran.
Inoltre, nessuno ha ancora «spiegato perché l’Armenia ne abbia bisogno. Perché ne abbiano bisogno Turchia, Azerbajdžan e Stati Uniti è chiaro, ma perché ne ha bisogno l’Armenia?»
I media di Pašinjan alimentano l’isteria riguardo alle presunte “azioni ostili” della Russia volte a interferire negli affari interni dell’Armenia e a minare la stabilità politica e, racconta Babukhanjan, in questo senso è dal 2018 che è in corso una riformulazione della politica estera armena, cioè dai primi giorni della «presa del potere da parte di questa junta. Da allora, è in atto un processo di abbandono dell’amicizia e dell’alleanza con la Russia, a favore dell’Occidente e dell’Azerbajdžan. È dunque naturale che tutte le azioni dell’attuale leadership siano di natura anti-russa, volte a estromettere la Russia dall’Armenia e dall’intera Transcaucasia, aprendo la strada a Turchia, UE e USA».
Ecco dunque che Erevan ha sospeso l’adesione al ODKB, è in discussione la partecipazione alla Unione Economica Euroasiatica e sono stati firmati impegni per la transizione agli standard energetici UE e USA. Manca per ora la richiesta di chiusura della base militare russa di Gyumri e di ritiro delle guardie di frontiera.
È chiaro dunque, dice Babukhanjan, che il voto del 7 giugno riveste un’importanza colossale sia per l’Armenia, sia anche, in un certo senso, per l’intera regione, per la Russia e avranno un impatto anche sull’Iran.
In effetti, ecco che dalla RAND Corporation (la “CIA ombra”) Michael Cecire afferma che l‘Armenia rientra nella sfera degli interessi USA e sottolinea come il Cremlino cerchi di ostacolare la realizzazione del “TRIPP”, che minaccia Russia e Iran. L’Armenia, dice Cecire, rappresenta l’anello mancante in un sistema di corridoi di trasporto interconnessi noto come Corridoio Medio: una via terrestre alternativa tra la regione indo-pacifica e l’Europa.
In sostanza, afferma Pëtr Akopov su RIA, Moskva chiede all’Armenia di decidere se aderire alla UE o rimanere nell’Unione Economica Euroasiatica. Poche settimane fa, Vladimir Putin ha ricordato pubblicamente a Nikol Pašinjan che sarebbe impossibile conciliare la partecipazione alle due unioni economiche. Sebbene ciò sia ormai evidente a tutti, la leadership armena sta temporeggiando nel dare una risposta, soprattutto in vista delle elezioni parlamentari.
Pašinjan etichetta la richiesta russa come una pressione sugli elettori, per convincerli a votare contro l’attuale governo. Ed è più o meno la stessa cosa con la questione della Repubblica d’Artsakh, della cui perdita a vantaggio di Baku l’Armenia incolpa Moskva, anche se la Russia, dice Akopov, è responsabile solo di non aver spinto l’Armenia a negoziare con l’Azerbajdžan con sufficiente forza prima di arrivare alla guerra, poi vinta dagli azeri.
Tra i vicini dell’Armenia ci sono anche Georgia e Iran, ma Erevan non fa affidamento su di loro e sceglie Europa e Stati Uniti. L’Occidente è ora molto interessato all’Armenia, perché occupa una posizione strategica fondamentale: collega la logistica e i flussi di petrolio e gas dal mar Caspio al mar Nero e offre anche un comodo punto di controllo sull’Iran.
Ecco quanto è “fortunata” l’Armenia, ironizza Akopov: raggiungerà un accordo anche con i turchi e l’Occidente la sosterrà. Non avrà dunque più bisogno della Russia; che importa se la sua economia dipende quasi interamente dalla Russia?
La Russia comunque «non se ne andrà; è interessata a mantenere la presenza, anche militare e quindi continuerà a comprare cognac e vendere gas». E l’Armenia si arricchirà grazie ai suoi legami con tutti contemporaneamente: Europa, Stati Uniti, Turchia e persino con Iran e Russia. Ma non è un segreto che l’interesse occidentale per l’Armenia sia in gran parte anti-russo.
E poi viene la domanda base, dice Akopov: la UE accetterà l’Armenia al suo interno? Non accadrà mai; gli USA la proteggeranno dall’Azerbajdžan o dalla Turchia? Ancora più assurdo. Allontanandosi dalla Russia, l’Armenia rischia di diventare una provincia di un nuovo impero turco.
Dunque, “democratici” e “anti-dittatoriali” d’Europa e d’America, fate fronte comune per scongiurare la minaccia di una svolta autoritaria e filo-Cremlino in Armenia: ne va del disegno euroatlantico di un “argine potente contro l’aggressione russa”. Presunta...
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A Marsiglia il boicottaggio di Erri De Luca e Joann Sfar
Due autori molto diversi, ma accomunati dal sionismo acritico e dalla negazione dei crimini di guerra del governo israeliano. Il primo romanziere napoletano, operaio, alpinista e traduttore di ebraico antico; il secondo autore di fumetti, illustratore, romanziere, attore e regista originario di Nizza e figlio di ebrei algerini.
Erri De Luca e Joann Sfar sono invitati festival letterario «Oh les beaux jours!» in programma dal 26 al 31 maggio a Marsiglia e saranno oggetto di un boicottaggio per le loro posizioni sulla Palestina.
L’autore del famoso «Il gatto del rabbino» è in programma per un «concerto illustrato», venerdì alle 20:30, al teatro La Criée, mentre il romanziere napoletano sabato alle 11, nell’ambito di una lunga intervista, nello stesso teatro.
In risposta, il collettivo «Cultures en lutte 13» ha lanciato un appello al boicottaggio con lo slogan «Sionisti fuori dalle nostre città», ricevendo il sostegno dell’eurodeputata di LFI Rima Hassan.
Su un manifesto dai colori della bandiera palestinese che mostra un ritratto di Joann Sfar un altro con quello di Erri De Luca, contrassegnati dal logo «Boicottaggio», il collettivo Cultures en lutte 13, emanazione del sindacato Sud che si presenta come un’«assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici dell’arte e della cultura a Marsiglia», «antifascista, anticapitalista, intersezionale e intersettoriale», ha indetto una manifestazione contro la presenza degli artisti, con lo slogan «Sionisti fuori dalla nostra città».
«Con il pretesto dell’umanesimo, della pace o del dialogo, Joann Sfar sviluppa in realtà una retorica che contribuisce a rendere accettabile il proseguimento della politica coloniale e genocida israeliana», sostiene Cultures en lutte 13. Per quanto riguarda Erri De Luca, sono le sue ultime dichiarazioni al quotidiano Israel Hayom, «sono un sionista e non collaborerò ad alcun evento in cui si parli di genocidio a Gaza», che hanno provocato il boicottaggio.
Diversi lavoratrici e lavoratori del festival hanno riferito che aderiranno al boicottaggio, per le motivazioni citate nel comunicato del collettivo.
Di fronte a queste critiche, l’associazione «Des livres comme des idées», organizzatrice del festival, difende la propria programmazione. In un comunicato inviato mercoledì al «Figaro», ricorda che Erri De Luca e Joann Sfar sono stati stato invitati «in qualità di autore e l’altro come artista per presentare un’opera a fumetti e un concerto illustrato».
Il festival sottolinea che questa creazione, già in programma in particolare «all’Institut du monde arabe o alla Maison de la poésie a Parigi», «mette in dialogo disegno e musica».
La prefettura delle Bouches-du-Rhône ha dichiarato che «il raduno pubblicato su Instagram contro la presenza di Joann Sfar non è stato segnalato come manifestazione presso i nostri uffici». Precisa tuttavia che è «noto alle forze di sicurezza interna e viene tenuto in debita considerazione». Anche il collettivo di estrema destra «Nous Vivrons» prevede di essere presente, in sostegno all’autore, davanti al teatro La Criée venerdì sera.
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29/05/2026
Una guerra in cui (quasi) tutti perdono
A meno di tre mesi dall’inizio dell'aggressione di Israele e Stati Uniti contro Iran e Libano, si chiarisce l’effetto di questa: migliaia di vittime dirette e indirette e impatti negativi immediati e collaterali. Gli attacchi di Israele in Libano a partire dal 28 febbraio hanno già causato almeno 2.800 morti e 8.700 feriti, numero che continua a crescere nonostante il cessate il fuoco concordato in aprile. Verso la fine di quel mese, la Fondazione dei Martiri dell’Iran riconosceva quasi 3.500 morti come risultato dei bombardamenti nel loro paese. Da parte sua, un recente analisi della catena informativa tedesca Deutsche Welle calcola che, fino a questo momento, il conflitto ha generato spese militari vicine ai 30 miliardi di dollari e un fardello di infrastrutture distrutte, senza dubbio somme colossali per una eventuale futura ricostruzione.
Cereali tra le nuvole
L’aumento del costo dei combustibili a livello internazionale, conseguenza del controllo militarizzato dello Stretto di Hormuz, da dove circola un quinto del petrolio e del gas mondiale, si ripercuote direttamente sulle economie di numerose nazioni. Lo dimostra l’indice dei prezzi degli alimenti di base che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) pubblica mensilmente.
Quello di aprile conferma una tendenza al rialzo rispetto a marzo, in particolare per quanto riguarda gli oli vegetali, la carne e i cereali: circa l’1,6%. Sebbene non si tratti di un incremento isolato, ma del terzo consecutivo, il costo degli alimenti ad aprile è aumentato del 2,0% rispetto allo stesso mese del 2025, anche se è inferiore a quello di marzo 2022, quando è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina.
L’aumento del prezzo dei cereali (eccetto il sorgo e l’orzo) è preoccupante. Nel caso del grano, un 0,8%, conseguenza della pressione al rialzo dovuta alla siccità subita in alcune zone degli Stati Uniti e a una maggiore probabilità che le precipitazioni in Australia si situino al di sotto della media annuale. Ma i fattori meteorologici non spiegano tutto, come sottolinea bene la FAO. Questi incrementi sono dovuti anche alle “previsioni di una riduzione delle semine di grano nel 2026 [perché] gli agricoltori stanno optando per colture che richiedono meno fertilizzanti”, che i maggiori costi energetici e le perturbazioni legate alla chiusura effettiva dello stretto di Hormuz hanno notevolmente aumentato. Da parte sua, il mais è aumentato dello 0,7%, e come il grano, non solo a causa delle condizioni climatiche avverse in Brasile e negli Stati Uniti, ma anche per la forte domanda di etanolo “in un contesto di aumento dei costi” dei combustibili grezzi. Per quanto riguarda il riso in tutte le sue varietà, l’incremento è stato dell’1,9%.
Gli oli vegetali sono aumentati del 5,9% rispetto a marzo, il livello più alto dal luglio 2022, a causa dell’aumento dei prezzi della palma, della soia, del girasole e della colza. E la carne, 1,2%, ma il 6,4% in più rispetto ad aprile 2025.
Il prezzo dei prodotti lattiero-caseari e dello zucchero, gli altri due settori di riferimento, è diminuito ad aprile. Principalmente, a causa della diminuzione delle quotazioni internazionali del burro e del formaggio, anche se il prezzo del latte intero in polvere è rimasto stabile. D’altra parte, il calo del prezzo dello zucchero è stato principalmente dovuto alle aspettative di abbondanti forniture nel Mondo, rafforzate dal miglioramento delle prospettive di produzione, in particolare in Cina e Thailandia. In modo complementare, l’inizio della nuova raccolta in condizioni meteorologiche favorevoli nel sud del Brasile ha contribuito ulteriormente alla diminuzione generale dei prezzi internazionali di questo prodotto.
In sintesi, i consumatori di tutto il Mondo si confrontano con aumenti considerevoli dei prodotti essenziali come corollario diretto della guerra scatenata in Medio Oriente.
I pochi che guadagnano molto
Nonostante la tendenza perdente della maggior parte della popolazione mondiale, esistono aziende e settori economici che stanno ottenendo enormi profitti grazie a questa congiuntura così conflittuale.
Il su e giù incontrollato del mercato energetico da quando è stato imposto il doppio tappo allo Stretto di Hormuz beneficia, in primo luogo e fondamentalmente, diverse delle più grandi aziende di idrocarburi del mondo. Tra queste, come segnala un recente analisi della catena britannica BBC, le multinazionali europee con divisioni specializzate nell’acquisto e nella vendita fisica del petrolio, così come nelle operazioni di borsa. Grazie a queste attività, tra le altre, hanno potuto approfittare dei brutali movimenti del mercato durante il primo trimestre dell’anno per incrementare astronomicamente i loro guadagni.
È il caso della britannica British Petroleum (BP), che ha più che raddoppiato i suoi introiti in quel periodo, con guadagni di 3,2 miliardi di dollari. La Shell, della stessa bandiera, ha anche superato le aspettative degli analisti quando ha riportato un aumento dei suoi ricavi dell’ordine di 6,920 miliardi di dollari. Da parte sua, quelli della multinazionale francese TotalEnergies sono aumentati di quasi un terzo, con guadagni di 5,4 miliardi di dollari.
Il sito Web indipendente Democracy Now riprende un recente analisi del quotidiano britannico The Guardian che sostiene che le 100 principali aziende di petrolio e gas del mondo – tra cui Saudi Aramco, Gazprom ed ExxonMobil – hanno ottenuto più di 30 milioni di dollari all’ora in concetto di guadagni straordinari durante il primo mese della guerra contro l’Iran. Se il prezzo del barile di petrolio continua a mantenersi attorno ai 100 dollari, alla fine dell’anno queste aziende potrebbero guadagnare, insieme, 234 miliardi di dollari. Nel frattempo, “decine di paesi affrontano deficit di bilancio dopo aver ridotto le tasse sui combustibili per alleviare la situazione dei consumatori”.
L’articolo della BBC menziona altri tre settori che hanno beneficiato durante lo stesso periodo grazie alla guerra in Medio Oriente: quello bancario, quello dell’industria bellica e quello delle energie rinnovabili. Ad esempio, la divisione di borsa di JP Morgan ha registrato entrate record di 11,6 miliardi di dollari. Solo un'altra volta aveva guadagnato tanto in un solo trimestre. E le sei banche più potenti degli Stati Uniti, conosciute come “Le Sei Grandi” (Bank of America, Morgan Stanley, Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo, oltre a JP Morgan), hanno anch'esse aumentato sostanzialmente i loro ricavi. Il settore bancario nel suo complesso ha generato guadagni dell’ordine di 47,7 miliardi di dollari in questo breve periodo.
Previsioni allarmanti
Proiezioni economiche molto varie e di fonti diverse prevedono che nel 2026 i prezzi delle materie prime continueranno ad aumentare a passi da gigante, il che spingerà l’inflazione e il rallentamento della crescita economica. Tale è la tesi principale, ad esempio, di Commodity Markets Outlook (Prospettive dei mercati delle materie prime), del Gruppo Banca Mondiale. Nel suo ultimo rapporto prevede che quest’anno i prezzi dell’energia aumenteranno del 24%, raggiungendo così il loro livello più alto dall’inizio del conflitto Russia-Ucraina, a causa del fatto che “la guerra in Medio Oriente sta provocando una grave perturbazione nei mercati mondiali delle materie prime”. E che i prezzi delle materie prime aumenteranno del 16%, spinti dal “vertiginoso incremento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti, e dai massimi storici raggiunti dai prezzi di vari metalli chiave”.
Per quanto riguarda la crisi del petrolio, Commodity Markets Outlook segnala che gli attacchi alle infrastrutture energetiche e le interruzioni del trasporto marittimo nello stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 35% del commercio mondiale di questo prodotto, “hanno scatenato la maggiore crisi di approvvigionamento fino ad oggi, con una riduzione iniziale di circa 10 milioni di barili al giorno”. E precisa che, a metà aprile, i prezzi del petrolio Brent si trovavano già al 50% sopra i livelli registrati all’inizio dell’anno. Infine, prevede che nel 2026 raggiungerà una media di 86 dollari al barile, un notevole aumento rispetto ai 69 dollari nel 2025. Sempre che, avverte, “le perturbazioni più acute finiscano a maggio” e il trasporto marittimo attraverso lo stretto di Hormuz ritorni “gradualmente ai livelli precedenti alla guerra”.
Questa nuova guerra, al di là del suo risultato finale, conta già miliardi di perdenti e pochi vincitori. Perdono i più deboli, a causa dei bombardamenti indiscriminati e vedendo svanire più rapidamente i loro redditi in tutto il Mondo a causa degli aumenti incontrollabili del paniere, proprio come il dolore altrui.
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