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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/07/2026

Banda della Uno Bianca: i dubbi insoluti sugli omicidi in armeria portano ai Servizi?

Da ciò che riportano i quotidiani locali, ci sono alcune sostanziali novità per ciò che concerne la nuova inchiesta sulla Banda della Uno bianca così come sulla condizione detentiva dei due fratelli Savi.

Partiamo proprio da Roberto Savi, il “corto”, presunto capo del sodalizio criminale che operò tra Bologna, Romagna e Marche dal 1987 al 1994, compiendo un centinaio di azioni che portarono all’uccisione di almeno 24 persone ed al ferimento di più di un altro centinaio.

Roberto, il cui nome era di nuovo tornato nel cono di luce dei media per la sua intervista a “Belve Crime” andata in onda il 5 maggio, è stato trasferito al carcere di Ferrara dal carcere di Bollate in cui stava scontando l’ergastolo insieme al fratello Fabio, alias “il lungo”, con cui non parlerebbe da anni.

“Il corto”, nell’intervista, aveva esplicitamente fatto riferimento alla copertura da parte dei servizi che li avrebbero ingaggiati nel corso della loro già iniziata attività di rapinatori, con annesse notevoli disponibilità di denaro e basi all’estero.

Si deve ricordare che dopo l’arresto, il comportamento del presunto capo della Banda è stato caratterizzato dall’alternarsi di dichiarazioni e ritrattazioni, per poi tornare al silenzio.

Anche questa volta, Roberto Savi ha scelto di parlare “ad uso di telecamere” per poi tacere di fronte ai magistrati che l’hanno interrogato in carcere, forse incentivato dalla notizia resa pubblica poco dopo la sua intervista – ma relativa ad alcuni mesi prima – del misterioso suicidio di Pietro Gugliotta, altro membro della Banda che aveva da tempo scontato la sua pena, ritrovato morto nel paese in Friuli dove viveva, pochi giorni dopo avere comunicato alla sua legale la propria urgenza di parlarle di persona.

Lo spostamento del “corto” è avvenuto su richiesta della Procura, di cui i PM Lucia Russo e Andrea Feis hanno in mano la nuova inchiesta avviata nel 2024 grazie all’esposto degli avvocati dell’associazione dei familiari vittime della Banda, Alessandro Gamberini e Luca Moser.

Anche Fabio Savi potrebbe essere spostato dal carcere di Bollate, mentre il terzo fratello della Banda sta scontando la pena detentiva a Padova, dove di giorno si reca al lavoro.

“Il lungo”, anche lui intervistato in una trasmissione andata in onda su Rete 4 alcuni giorni dopo, ha smentito seccamente le dichiarazioni del fratello, per poi, l’11 giugno, di fronte ai PM – tra cui il Procuratore Capo Paolo Guido – rispondere per qualche ora ad alcune domande. Sulle risposte date da Fabio Savi non è trapelata finora nessuna indiscrezione.

Le novità più rilevanti vengono però da un altro teste, testimone del duplice omicidio commesso dalla Banda il 2 maggio del 1991, all’armeria di via Volturno a Bologna, in cui perirono la proprietaria Lucia Ansaloni ed il suo assistente, Pietro Capolungo, un ex carabiniere in pensione che faceva da commesso.

Ricostruiamo i fatti e l’incredibile incapacità delle forze dell’ordine di fare 2+2.

Un’azione criminale operata in pieno centro a Bologna, a volto scoperto, con un flusso costante di clienti, che valse come “bottino” il furto di due pistole Beretta 9×21. Un risultato piuttosto risibile, se non ci fossero stati due morti di mezzo, considerando l’arsenale di cui già disponeva la Banda.

La dinamica è resa ancora più strana per due circostanze verificate.

Roberto Savi risulterà essere cliente abituale dell’armeria che lo riforniva di armi e proiettili, quindi ben conosciuto dalle vittime della progettata rapina.

Dei due killer che si sono recati la mattina in armeria attendono il rientro di Capolungo – in commissariato per sbrigare alcune pratiche – uno si piazza al bancone guardando le pistole, l’altro alla porta. Quando Capolungo rientra sembra che gli sparino inserendo il caricatore nella pistola che stavano visionando – ma successive perizie balistiche escludono tale ipotesi – per poi freddare anche la proprietaria.

Le motivazioni additate dai Savi in sede processuale, cioè il furto, stridono sia con l’assoluta inutilità di procurarsi altre due pistole uccidendo due persone, sia per la dinamica.

Paolo Soglia, infatti, nell’11 capitolo di Uno Bianca Reloaded si chiede giustamente: “E se l’obiettivo invece fosse stato quello di togliere di mezzo un testimone scomodo, tipo il Capolungo, che forse aveva intuito qualcosa e poteva parlare? È possibile, ma perché ucciderlo in una situazione così rischiosa?”.

A rendere più inquietante la vicenda per la cecità di chi ha condotto le indagini ci sono altri tre particolari.

Il primo è che il marito e comproprietario dell’armeria, Luciano Verlicchi, sentito per circa un mese tutti i giorni, ad un certo punto riferisce testualmente al Dottor Buono la frase: “Questo somiglia ad uno dei vostri”, vedendo l’identikit fatto raccogliendo le indicazioni di un cliente che era entrato in armeria e di una passante che aveva visto il killer subito dopo gli spari.

Luciano Verlicchi, vedovo della Ansaloni, ne è sicuro perché proprio ad un poliziotto della questura di Bologna, aveva venduto un’arma poco comune, una Smith and Wesson 44 Magnum.

Se si confronta poi l’identikit con la foto di Roberto Savi, si nota che sono praticamente sovrapponibili.

Al dottor Buono probabilmente “non si è accesa una scintilla” come ebbe a dichiarare dopo l’arresto dei Savi a Radio Città del Capo, l’ormai chiusa emittente radiofonica bolognese che si occupò costantemente delle vicende della Banda.

Il secondo particolare, che in qualche misura avvalora la tesi dell’“assassino che torna sempre sul luogo del delitto”, è il fatto che Roberto Savi si ripresenterà in divisa davanti all’armeria assieme ai suoi colleghi e verrà ripreso dalle telecamere della Rai regionale.

Un frammento che si vede, tra l’altro, anche nella puntata della serie Rai Blu Notte dedicata alla Banda da Carlo Lucarelli.

Altro particolare è il fatto che Roberto Savi possiede non uno, ma ben due AR70, lo stesso tipo di fucile che ha sparato in diverse stragi, tra cui quella del Pilastro avvenuta nel gennaio dello stesso anno.

Paradossalmente era stato un altro poliziotto ai vertici della Questura di Bologna ad aver chiesto proprio a Savi di portare quel fucile ai colleghi per fare i confronti, e lui porterà naturalmente quello “pulito”, acquistato dopo avere utilizzato l’altro in suo possesso.

Il terzo particolare è il fatto che mentre l’identikit di uno dei due killer è la copia di Roberto Savi, l’altro fornito dai testimoni è diversissimo da quello di Fabio, che pure si è attribuito l’omicidio come “reo confesso”, ma la cui testimonianza risulta piuttosto strampalata, con una ricostruzione della dinamica che fa acqua da tutte le parti.

In sede giudiziaria i due “super-testi” che videro gli assassini in faccia furono Sergio Tugnoli, cliente dell’armeria, e Maria Cristina Erede. Il primo è tanto sicuro negli interrogatori, quanto confuso e smemorato al processo del ’96, quanto è invece più lineare la seconda, allora studentessa a Bologna, che non riconosce affatto Fabio Savi come il secondo uomo.

Ci sono insomma più che solide ragioni per supporre che il “secondo uomo” non fosse Fabio Savi, e che il movente del delitto non fosse quello del furto di due pistole per un’armeria che, è bene ricordarlo, era l’unica che vendeva a Bologna proiettili calibro 222. I Savi si rifornivano lì, comprandone molte, per rimpiazzare quelli sparati con il fucile AR70 di Roberto e con il SIG di Fabio.

Ci siamo concentrati su questi aspetti, proprio perché i quotidiani sembrano non volerli riprendere, concentrandosi su altre novità, comunque importanti, di cui pure tratteremo. Ma qui dobbiamo riportare un altro fatto che potrebbe collegarsi alle nuove scoperte, bellamente ignorato fino ad oggi dalla stampa.

Il 4 maggio 1991, 2 giorni dopo il duplice omicidio all’armeria, la redazione dell’Ansa di Bologna riceve una telefonata. L’anonimo telefonista dall’accento tedesco dice le seguenti parole: “Questo è il comunicato numero 5. Anche se ne accusiamo la paternità, l’azione messa in atto in via Volturno deve essere intesa in senso che non rientra nella strategia sociale, politica e militare che la nostra organizzazione persegue. Bensì come un fatto che fa unicamente riferimento alla nostra ferma determinazione a evitare che smagliature di alcun genere possano avvenire nei meccanismi della Falange”.

Chi parla dice di far parte della Falange Armata, a cui rimandiamo per la storia e gli intrecci con la Banda della uno bianca al dossier La uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione.

Quella “smagliatura” è probabilmente qualcosa in grado di rompere la segretezza con cui stava operando, e a cui bisognava rimediare tappando qualche bocca con ogni mezzo.

Le novità riguardano i pedinamenti “non autorizzati” di uno dei testimoni, un militare dell’Arma, ora in pensione, che corrisponderebbe all’identikit dell’uomo dei Servizi che un nuovo “super-teste” – allora poliziotto alla questura di Bologna – avrebbe incontrato in un ufficio di copertura dei Servizi (la Gattel Srl) a Porta Lame, portato lì da Roberto Savi e Pietro Gugliotta nel 1990 per essere reclutato.

«Fu quell’uomo a pedinarmi nel 1991. È lui, ne sono sicuro». Il testimone non ha dubbi e assicura di essere in grado di riconoscere il carabiniere – allora in servizio e oggi in pensione – che lo pedinò, assieme a un altro soggetto mai identificato, pochi giorni dopo il duplice omicidio nell’armeria di via Volturno, riporta La Repubblica del 10 luglio.

Il testimone che si è fatto avanti, secondo il quotidiano, ricorda bene quei giorni, e quel carabiniere «che incrociò prima in modalità ravvicinata» e al quale «chiese spiegazioni del pedinamento» e che incontrò di nuovo, «pochissimi giorni dopo», all’interno della Caserma dei carabinieri di via dei Bersaglieri.

La stessa caserma, peraltro, dove aveva prestato servizio proprio Pietro Capolungo, ucciso nell’armeria. Di recente, il testimone ha riferito che ritiene possibile che un’altra persona residente a Imola e nota in città come ex appartenente all’Arma, fosse la stessa che lo pedinò all’epoca.

I legali dei familiari delle vittime hanno recuperato anche la foto di questa persona: e il testimone «oggi non manifesta alcun dubbio sull’affermare che la foto corrisponde perfettamente al carabiniere che lo pedinò nel 1991, ovviamente con alcune modifiche del volto derivanti dall’invecchiamento».

Peraltro – proseguono nella nuova istanza – all’epoca il testimone sentiva di poter essere oggetto di minacce alla propria vita e quindi ricorda bene quei fatti e quei volti ed è pertanto, per questi motivi, da ritenersi attendibile.

Insomma, il comunicato della Falange potrebbe essere non solo una rivendicazione del duplice omicidio – fornendo le presunte ragioni di sicurezza organizzativa affinché continuasse ad essere impenetrabile – ma una precisa indicazione per impedire che qualcuno fornisse elementi utili.

Era forse anche un messaggio rivolto a chi poi pedinò il testimone e magari in parte a coloro che avrebbero dovuto fare 2+2, grazie alle testimonianze e alla lista di armi e proiettili venduti ai clienti dell’armeria da cui si rifornivano i Savi? 

A cercare di comporre il quadro, fornendo eventuali piste interpretative, saranno gli inquirenti ed il Copasir, se svolgeranno fino in fondo il loro lavoro.

Per fare un po’ di luce, da parte nostra, mettiamo a disposizione altri due elementi che andrebbero approfonditi.

Il primo, di cui i giornali sembrano scordarsi, è il ritrovamento a febbraio di quest’anno di una vera e propria Santabarbara – 300 “pezzi” circa – con tanto di materiale bellico in una zona residenziale vicino ai Giardini Margherita, nella casa dell’ottantacinquenne Corrado Pizzoli, ossia colui che acquistò l’armeria ad una cifra irrisoria per l’epoca, dopo il duplice omicidio.

Pizzoli, tra l’altro, conosceva il proprietario della villa a San Lazzaro, dove c’era un poligono abusivo in cui sparavano i fratelli Savi.

Si tratta di Villa Paglia, oggi Villa Scornetta, proprietà ai tempi di Lucio Paglia, che fino al 1982 era proprietario proprio dell’armeria di via Volturno e di cui era stato cliente anche Paolo Bellini, poi condannato in via definitiva per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

Sulle intricate vicende di quel poligono abusivo rimandiamo all’inchiesta di Gigi Marcucci: “Strage del 2 agosto e omicidi della Uno bianca: il poligono dei destini incrociati”, che riporta, anche in questo caso, la mancata verifica di alcune piste investigative che avrebbero potuto portare all’individuazione dei membri della Banda dell’Uno Bianca, per una sorta di ostruzionismo anche di figure ai vertici dei Servizi (in questo caso il Sismi).

Riportiamo ciò che si legge nell’esposto dei familiari delle vittime, depositato in Procura dall’avvocato Alessandro Gamberini:
“Nella prima circostanza, il Mariani – unitamente al figlio Davide, al socio Paolo Monti, a un amico, tale Paolo Accorsi – aveva avuto accesso a un poligono abusivo attrezzato nella cantina della villa ove, nella circostanza, spararono alcuni colpi con l’arma legalmente detenuta dal Monti. In quell’occasione, Mariani affermò d’aver ricevuto come confidenza da Edoardo Paglia che presso quel poligono si esercitavano al tiro poliziotti della Questura di Bologna, della Criminalpol e dei Servizi Segreti.
Prima di lasciare il poligono, il figlio Davide Mariani raccolse dei bossoli, probabilmente di un’arma lunga descritta come un ‘7,62 Nato’, che aveva utilizzato nel corso del servizio militare. Descrisse le dimensioni delle munizioni, ricordandole più grandi di una cal. 9, e con la scritta Winchester (i bossoli ritrovati nel poligono potrebbero essere proprio i 222 utilizzati dall’AR70 o del SIG a disposizione dei Savi.”
È forse negli strani incroci ed incontri che avvenivano in quel poligono che bisogna cercare il movente del doppio omicidio in via Volturno?

Se non era Fabio Savi, uno dei due killer, chi potrebbe essere l’altro membro finora sconosciuto della Banda che sparò in armeria?

*Vedi le altre puntate dell’inchiesta

La scoperta di Gladio e l’inizio dell’attività “stragista” della Banda della uno bianca – Contropiano

La Banda della Uno bianca, in odor di “servizi” – Contropiano

Banda della Uno Bianca: chi ha paura della verità? – Contropiano

Banda della uno Bianca: “fare la guerra anche a Bologna” – Contropiano

La Banda dell’Uno bianca tra finte rivelazioni e nuovi spiragli di verità – Contropiano

Banda della Uno bianca: la verità in piazza – Contropiano

Fonte

06/07/2026

La scoperta di Gladio e l’inizio dell’attività “stragista” della Banda della uno bianca

Come abbiamo riportato, gli ultimi elementi emersi dalla nuova indagine sulla Banda dell’uno bianca, avviata nel 2024, sembrano indicare un legame piuttosto organico tra i membri della banda – quasi tutti poliziotti in servizio attivo – ed i Servizi Segreti (quelli “normali”, visto che non esistono quelli “deviati”).

Su questo, sappiamo che anche il Copasir ha aperto un fascicolo, che si spera contribuisca, insieme alle indagini giudiziarie, a far luce su una banda che terrorizzò dal 1987 al 1994 Bologna, la Romagna e le Marche, mietendo almeno 24 vittime e provocando ben più di cento feriti, in un centinaio di “azioni”.

Una sorta di super-teste, che in precedenza aveva fatto più volte dichiarazioni agli avvocati dell’associazione delle vittime della banda, per poi essere sentito in Procura, aveva rivelato che insieme a Roberto Savi – di cui era collega e con cui si confidava – si era recato a bordo di una volante, per un colloquio di “reclutamento”, presso un’azienda usata come copertura dai Servizi.

Savi aveva accolto la confidenza del collega, che voleva lasciare la routine di poliziotto in servizio alla questura di Bologna per arruolarsi nella Legione Straniera, affermando che “si poteva fare la guerra anche a Bologna”, portandolo per questo nella sede “coperta” dei Servizi.

Dalle successive rivelazioni giornalistiche, abbiamo appreso che su quella volante non erano solo in due, ma in tre.

Il terzo era Gugliotta, altro membro della banda, che da tempo aveva finito di scontare la propria condanna, recentemente “suicidatosi” in circostanze piuttosto misteriose qualche giorno dopo aver chiamato la propria legale per esprimerle il desiderio di parlarle di persona.

Particolare non di poco conto, il suo suicidio, è stato reso noto solo mesi dopo, a pochi giorni di distanza dall’intervista di Roberto Savi a Belve Crime, in cui il “capo” della banda – che ha poi deciso di fare scena muta nell’interrogatorio di fronte ai magistrati nel carcere di Bollate – aveva di fatto dichiarato che il suo gruppo era al soldo dei Servizi, dotata di coperture, soldi e basi all’estero.

Probabilmente, pensiamo noi, il “suicidio” di Gugliotta non dev’essere stato un incentivo a parlare, dopo il suo exploit televisivo.

Altro particolare, si è saputo l’anno in cui è avvenuto questo tentativo di reclutamento: 1990.

E da qui parte il nostro ragionamento.

Nel 1990, presso l’archivio della VII Divisione del Sismi – nata prima della riforma dei Servizi del ’77 come Sezione Addestramento – venne ritrovato il cosiddetto «archivio Gladio», o almeno parte di ciò che restava.

Il suo ritrovamento non è casuale, ma è dovuto alla determinazione di un giudice istruttore, in questo caso Felice Casson, che stava svolgendo indagini supplementari sulla strage di Peteano, ovvero sul massacro di tre Carabinieri con un’autobomba in provincia di Gorizia, il 31 maggio 1972, ed in particolare il depistaggio della prima inchiesta a opera dei vertici dei Carabinieri. Si tratta peraltro dell’unica strage per cui c’è un reo confesso: il fascista Vincenzo Vinciguerra.

Il magistrato veneziano scopre l’esistenza di una rete di depositi occulti di armi in Friuli, i cosiddetti «nasco».

Su questa “strage” dimenticata che ha notevoli punti in comune con le vicende della Banda della uno bianca, rimandiamo al volume di Paolo Morando, L’Ergastolano. La strage di Peteano e l’enigma di Vinciguerra.

È singolare che nonostante alcuni tratti in comune – 3 Carabinieri uccisi in un vero e proprio attentato-trappola, le piste giudiziarie quanto meno ingannevoli, le deposizioni di testi rivelatisi inaffidabili, l’incapacità (scarsa volontà) di avvalersi di alcuni indizi che avrebbero portato presto ai veri responsabili – l’attentato di Peteano non sia mai stato “confrontato” con la strage del Pilastro del 4 gennaio 1994, almeno per ciò che concerne i suoi primi e ultra-fallimentari esiti giudiziari.

Singolare anche perché anche nel caso della uno bianca, fu un Carabiniere, il depistatore seriale Domenico Macauda, che molto probabilmente non agiva “in solitaria”, a depistare le indagini sulle morti di altri uomini dell’Arma.

Altra singolare somiglianza: Macauda era stato – insieme ai suoi colleghi dell’O.A.I.O che in modo esplicito o indiretto avvaloreranno la sua versione nel depistaggio sul caso Stasi-Erriu – protagonista di una elogiata operazione repressiva nel 1986 contro il movimento antagonista a Bologna, finita in una bolla di sapone nel giro di neanche un mese, con sentenza del giudice veneziano Carlo Mastelloni.

A Peteano la prima pista d’indagine era stata “indirizzata” verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento, allora uno degli epicentri del lungo ’68 italiano.

Ma restiamo su Gladio e le indagini di Casson.

Casson voleva capire se l’esplosivo usato a Peteano provenisse da uno di quei depositi; un’ipotesi investigativa che potrebbe far luce anche su altri attentati della “strategia della tensione”.

Chiese allora di poter accedere all’archivio del Sismi insieme al collega Carlo Mastelloni – lo stesso che nell’aprile del 1986 prese un grosso granchio arrestando i compagni del KAMO a Bologna – allora impegnato nelle indagini sull’abbattimento dell’aereo dei servizi Argo 16 nel 1973 (un’operazione compiuta dal Mossad, si seppe in seguito) che già nel 1988 aveva intuito l’esistenza della rete Stay Behind, dato che quell’aereo era stato utilizzato, tra l’altro, per i trasferimenti dei “gladiatori” nella base di addestramento di Alghero.

Sulla stampa trapelano le prime indiscrezioni, ed il 27 luglio 1990, dopo diversi dinieghi, l’allora presidente del Consiglio Andreotti autorizza Casson ad accedere agli archivi della VII Divisione del Sismi a Forte Boccea, a Roma.

Di lì a poco, giocando d'anticipo, il Divino Giulio fece una rivelazione clamorosa, cercando l’effetto boomerang su una vicenda che avrebbe potuto travolgerlo.

Coglie l’occasione offerta dall’ordine del giorno presentato da alcuni deputati dell’allora PCI che – facendo esplicito riferimento a quanto emerso nell’inchiesta Rosa dei Venti – impegna il governo a rispondere entro 60 giorni circa l’esistenza di una struttura occulta all’interno dei servizi, ovvero la famosa “organizzazione X” scoperta dal giudice Tamburino, che i giornali ai tempi avevano ribattezzato «Super Sid», o «Sid Parallelo».

Insomma, la madre di tutti i misteri legati ai Servizi del dopoguerra.

Nell’ottobre del 1990, Andreotti riconosce pubblicamente l’esistenza della cosiddetta “Gladio”, un’organizzazione segreta costituita in ambito Nato, polo italiano di una rete stay-behind presente in molti paesi dell’Europa Occidentale.

È la seconda volta, nella vita politica di Andreotti, che il navigato democristiano inscena un clamoroso gesto di trasparenza. Lo aveva già fatto nel 1974 con le rivelazioni su Giannettini e sul golpe Borghese, cercando di realizzare almeno 3 effetti politici per lui più che desiderabili:

  1. silurare Cossiga, collocandolo tra i padri di “Gladio”, come candidato concorrente al Quirinale, a cui aspirava per coronare la sua carriera e “schermarsi”.
  2. distogliere l’attenzione dal ritrovamento dell’ex base delle Brigate Rosse di via Montenevoso a Milano, contenente fotocopie dei manoscritti della prigionia di Moro, in parte inediti. Come sappiamo, da quel memoriale non emerse un’immagine edificante della classe dirigente democristiana. In particolare di Andreotti, che era stato il più accanito oppositore della trattativa che avrebbe potuto portare alla liberazione di Moro.
  3. dare in pasto all’opinione pubblica un’organizzazione ormai ridotta a “residuato bellico” della Guerra Fredda appena conclusa, facendo convergere su di essa tutti i sospetti relativi all’esistenza di strutture paramilitari e d’intelligence occulte emerse nei decenni precedenti.

In particolare per l’inchiesta sulla Rosa dei Venti, allontanando ed ostacolando, con l’ennesimo polverone mediatico, una possibile chiarificazione sulla famigerata “organizzazione X”, ammessa in sede giudiziaria dal capo del Sid Miceli nel 1974, almeno in parte sovrapponibile con i Nuclei di Difesa della Stato, cui erano collegati gli stragisti della galassia ordinovista.

Paradossalmente, la rivelazione di Gladio era il “male minore” a Guerra Fredda ormai vinta, anche se proiettava un’ombra piuttosto lunga sulla “doppia fedeltà” degli apparati dello Stato democratico (agli Usa, oltre che all’Italia).

Dopo l’accesso di Casson, la documentazione è stata oggetto di analisi per svariate procure che indagano su varie stragi, dall’Italicus a Brescia.

Sullo stato volutamente pietoso di quegli archivi dei Servizi, rimandiamo all’ultimo capitolo del volume di Benedetta Tobagi, Segreti e Lacune. Le stragi tra i servizi segreti, magistratura e governo.

Qui ci preme ricordare che entrambi i servizi usciti fuori dalla riforma del ’77 saranno, da lì a poco, al centro di due “scandali” per così dire paralleli: quello dei cosiddetti “fondi neri” del Sisde che lambì il personale politico della Prima Repubblica – in cui si scopre anche un’attività di infiltrazione dei Servizi nell’ambiente antagonista tramite un’attività economica finanziata con i soldi dei contribuenti – e quello del cosiddetto “Super-Sismi” o “Super S”.

È accertato che i vertici dei servizi provvedevano arbitrariamente al reclutamento di uomini in modo che non potessero essere ricondotti all’attività di Servizi, come nel caso del generale Musumeci dell’Ufficio Controllo e Sicurezza, il quale oltre a partecipare alle procedure di selezione, procedeva all’arruolamento diretto di personale in modalità non chiare.

Musumeci «Provvide» secondo la sentenza per l’Italicus 1994 «ad arruolare un numero imprecisato, non inferiore a trenta, di ex paracadutisti, addestrati alla guerriglia ed al sabotaggio», «creando un nucleo clandestino di offesa e di provocazione sottratto ad ogni controllo», di cui non si sapeva (e non si sa) nulla.

Insomma operazioni coperte più o meno efferate destinate a non essere mai conosciute davvero, neanche in parte, con buona pace del “controllo democratico” auspicato dalla Riforma del ‘77.

E questa è la storia recente dei servizi, per i quali il modus operandi qui appena accennato sembra sposarsi con il profilo operativo del periodo della Banda della uno bianca.

Sono gli anni, quelli della prima decade del Novanta, in cui comincia ad emergere la verità su un’altra banda – mostruosamente simile a quella della uno Bianca – che aveva agito in Belgio a metà degli Anni Ottanta, i cui effettivi probabilmente arrivavano dall’intreccio tra apparati, “eserciti segreti” della NATO ed ambienti neo-fascisti.

Ciò che colpisce è l’anno, il 1990. Soprattutto se teniamo conto della contemporaneità con le rivelazioni su Gladio da parte di Andreotti – tese in parte a depistare su ulteriori accertamenti rispetto a tutto il marcio che stavano ancora producendo i servizi (una buona parte provenienti dalle fila dell’Arma), in combutta con la dirigenza politica della Prima Repubblica – e l’inizio della “stagione delle stragi” della Banda, come l’ha giustamente definita Paolo Soglia nel Capitolo 8 di Uno Bianca Reloaded. La storia, l’inchiesta, le nuove verità.

Infatti, il 10, il 22 ed il 23 dicembre la banda compie tre stragi – solo in parte riuscite – “a sfondo razziale” in cui restano ferite 9 persone al campo nomadi di Santa Maria di Quarto, due all’Ipercoop di via De Gasperi, mentre rimangono uccise due persone e due altre ferite al campo di via Gobetti, il 23 dicembre.

Il 4 gennaio del ’91 avviene la strage al Pilastro, cui il vero movente non è ancora stato accertato, e l’anno proseguirà con una trentina di azioni criminali.

È una semplice “coincidenza temporale” il fatto che il 1990 fu l’anno del tentativo di reclutamento e che, a pochi mesi di distanza dalla rivelazione su Gladio, la strategia stragista della Banda compì un vero e proprio salto di qualità? Oppure è una “sincronia significativa”?

Chissà se le indagini giudiziarie e del Copasir avranno il coraggio di far luce anche su questo.

Fonte

15/06/2026

Banda della uno Bianca: “fare la guerra anche a Bologna”

Ripercorriamo le ultime importanti rivelazioni rispetto alla nuova inchiesta sulla ‘Banda della uno bianca’ che concernono i rapporti tra il “capo”, Roberto Savi, ed i Servizi segreti.

Smanioso di lasciare la noia della routine quotidiana, un ex-poliziotto – sentito più volte dai PM, ora diventato una sorta di super-teste nella nuova inchiesta sulla banda – avrebbe confessato all’allora collega Savi di volere fare qualcosa in più, come ad esempio la Legione Straniera.

Savi, che allora lavorava come agente in forza alla questura di Bologna – 5 dei 6 membri finora accertati per via processuale della Banda erano poliziotti – gli avrebbe risposto che non c’era bisogno di andare lontano per arruolarsi, perché poteva farlo anche qui a Bologna.

Savi l’avrebbe apostrofato dicendo che ‘se voleva fare la guerra poteva farla anche a Bologna, in mondo diverso’ e gli disse che lo avrebbe accompagnato da una persona che poteva reclutarlo.

Quella di Savi – se riferita alla Banda – è tutto fuorché una metafora perché la guerra la fecero davvero, non solo a Bologna, ma anche in Romagna e nelle Marche. Questa operò – stando alle risultanze processuali – in un lasso di tempo che va dal 1987 al 1994, provocando almeno 24 vittime e più di un centinaio di feriti, compiendo più di cento azioni criminali tra cui numerose stragi, effettive o solo sfiorate, come la tentata rapina all’ufficio postale di via Mazzini, il 15 gennaio del 1990, dove i feriti furono ben 67.

Accettando l’insolita proposta del collega, i due agenti si recarono nella sede della Volante, secondo la testimonianza del super-teste, al secondo piano di un edificio in Porta Lame, nel centro del capoluogo emiliano-romagnolo.

Il colloquio, effettuato con un uomo corpulento di mezza età, sembra non sia andato a buon fine e, dalle indiscrezioni fatte trapelare ai quotidiani, non emergono per ora altri particolari.

Tranne per ciò che riporta Il Resto del Carlino, riproducendo l’identikit dell’uomo dei Servizi, “molto simile” a quello “di uno dei complici non identificati della banda, visto in azione con i Savi nel ’91 a Santarcangelo di Romagna”.

Il riferimento del quotidiano sembra essere alla tentata rapina a un distributore di benzina in quel comune, nella provincia di Rimini, del 5 maggio di quell’anno. Un annus horribilis in cui la Banda compì una trentina di atti criminali, tra cui svariate rapine dal modestissimo bottino a distributori e uffici postali, iniziando il 3 gennaio con la cosiddetta “strage del Pilastro” in cui perirono – in un vero e proprio agguato – 3 membri dell’Arma dei Carabinieri.

Una coincidenza piuttosto straordinaria, quella riferita dal super-teste, pensando alle parole pronunciate da Roberto Savi (sempre da prendere con le pinze perché mischia costantemente realtà e finzione) nel ‘96 che aveva parlato di una sua frequentazione di un ufficio dei servizi in zona via Lame.

Più recentemente, aveva affermato che si sarebbe recato una volta alla settimana a Roma per incontrare i servizi, oltre a riferire sulle ingenti disponibilità economiche di cui avrebbero goduto e delle basi all’estero.

Sono tutte illazioni? Vedremo.

In quella zona, i giornalisti andarono effettivamente a verificare e trovarono sui campanelli i nomi di società di copertura del Sisde, in particolare la Gattel Srl.

La “Gattel” e la “Gus”, furono due società di “copertura” che vennero liquidate dopo lo scoppio dello scandalo dei “fondi neri” del Sisde nei primi Anni Novanta – di cui i quotidiani che hanno riportato la notizia legata alla testimonianza del super-teste sembrano dimenticarsi – che mise in luce le cifre astronomiche utilizzate in maniera arbitraria dai servizi, probabilmente con il beneplacito della classe politica nella fase crepuscolare della Prima Repubblica.

Da ciò che sembra emergere, Roberto Savi, poliziotto di lungo corso alla questura di Bologna, sarebbe stato una specie di “antenna” che studiando i propri colleghi avrebbe fatto da interfaccia con il Sisde, con un rapporto quindi di strutturata fiducia da parte di questa branca dei servizi segreti che gli affidava la funzione di scouting.

Insomma, non proprio un collaboratore occasionale... 

La domanda sorge quindi spontanea: quale rapporto ci fu tra la Banda dell’uno bianca ed i servizi, in questo caso il Sisde?

In maniera più esplicita: l’attività terroristica della Banda era parte integrante dell’iniziativa degli apparati in quella che è stata definita “ultima fase della strategia della tensione” di cui Bologna è stata centro, o meglio vittima?

Sono le domande che stiamo ponendo, facendo si che le faccende legate alla Banda e le loro implicazioni diventino di dibattito pubblico ed emergano come fatti dalla valenza nazionale per capire meglio l’azione degli apparati nella tumultuosa fase tra fine Anni Ottanta e prima metà degli Anni Novanta, su cui c’è bisogno di un supplemento di analisi politica oltreché di indagini giudiziarie.

Ora se è ipotizzabile una regia di questo ramo dei servizi per ciò che concerne l’attività della Banda, od almeno in una fase della loro attività criminosa, bisogna ricordare che è certa l’attività del Sismi (la branca “estera” dei servizi) nel tentativo di depistaggio sulla strage alla stazione del 2 agosto del 1980 per conto della Loggia massonica P2, ai cui vertici c’era quel Licio Gelli – ex gerarca fascista – condannato in via definitiva nel cosiddetto “processo ai mandanti”.

Gelli era uno dei relais transcontinentali con la parte più oltranzista dell’atlantismo, finalizzata ad una pura subordinazione dell’Italia ai desiderata di Washington, oltre ad essere espressione della parte più reazionaria del blocco di potere disposta a mantenere a tutti i costi i propri privilegi di classe e piuttosto allergica alla democrazia rappresentativa.

Alcuni esponenti di spicco dei Servizi e dell’Arma, per così dire, svolsero un’opera di alto livello nel depistare le indagini sulla Strage di Bologna, in buona compagnia di alcuni esponenti della stampa e alcuni politici che ancora oggi perseverano con le narrazioni tossiche su fantomatiche “piste internazionali” artefatte dagli stessi servizi sostanzialmente con tre “variazioni sul tema”.

Le condanne definitive in cassazione nel novembre 1995 per depistaggio sono state comminate tra l’altro a Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte del Sismi, oltre che al faccendiere e collaboratore dei servizi Francesco Pazienza; mentre Federigo Mannucci Benincasa, a capo del centro controspionaggio di Firenze dal 1971 al 1991 (un caso più unico che raro), ha goduto della prescrizione per il reato di depistaggio nonostante l’accertata condotta in tal senso nel terzo processo per la strage.

Piergiorgio Segatel, carabiniere del nucleo investigativo di Genova, completa il quadro: è stato anche lui condannato a sei anni in via definitiva per depistaggio il 1 luglio 2025 ed è attualmente ai domiciliari.

Se sommiamo i depistaggi sulla Strage sui cieli di Ustica, di cui si stanno svolgendo ora le udienza per l’opposizione all’archiviazione, il quadro è abbastanza completo.

Insomma, non sembra peregrino che il “grumo di potere” attorno al Sisde fosse altrettanto marcio di quello attorno al Sismi, come dimostrano le certo non limpidissime figure di Grassini e di Malpica, entrambi ai vertici, in periodi diversi, del Sisde.

Torniamo ai Savi.

Roberto Savi, dopo le parole profuse ad uso di telecamere nell’intervista resa a Belve crime, si è recentemente avvalso della facoltà di non rispondere alle domande dei magistrati Lucia Russo e Andrea de Feis, andati al carcere di Bollate insieme al procuratore capo Paolo Guido.

Una specie di “inversione dei ruoli” da parte dei fratelli-coltelli, con Fabio Savi – “il lungo” – che invece ha parlato per circa due ore di fronte ai magistrati, probabilmente per dare un primo segno tangibile di collaborazione, ma in cambio di una riabilitazione propedeutica all’ottenimento dei benefici. Il “lungo”, in un’intervista televisiva, aveva ribadito che di fatto la Banda dell’uno bianca fosse composta solo da efferati criminali che si erano fatti prendere troppo la mano dalla spirale violenta che avevano innescato.

Il comportamento di Roberto Savi è interpretabile all’interno proprio di quella “comunicazione perversa” tipica degli apparati, probabilmente tesa a mandare messaggi con una logica di stop-and-go, come a far intendere: “so, potrei parlare in maniera più circostanziata, ma scelgo il silenzio di fronte ai giudici”.

Occorre ora, andare un po’ a ritroso per capire un po’ meglio il quadro dei Servizi presuntamente “riformati”, almeno di facciata, e come agissero.

La legge n.801 del 24 ottobre 1977 approva una “riforma dei servizi”, ultima e assolutamente non lineare tappa di un processo avviato dagli scandali che avevano travolto il Sifar, istituendo due organismi con il Sisde che diviene dipendente – in via teorica – dal Ministro dell’interno e con compiti di «sicurezza democratica» entro i confini nazionali.

Alla testa del Sismi viene nominato Giulio Grassini, generale dei Carabinieri, che ha svolto svariati ruoli tra cui – tra il ’67 ed il ’71 – la direzione del reparto speciale interforze costituito per il contrasto del terrorismo in Alto Adige, un’attività che avviene con particolare “spregiudicatezza” e che verrà poi per certi versi riutilizzata con la guerra sporca a bassa intensità scatenata contro il nascente movimento rivoluzionario.

Grassini, è bene ricordarlo, si era impegnato con una memoria scritta in un’inchiesta militare interna sui fatti del 1964 in difesa del generale golpista De Lorenzo, alla faccia delle “credenziali democratiche”.

Nel biennio ’76-’77 si occupa a Padova del contrasto all’attività antagonista della città epicentro dell’Autonomia Operaia veneta, che verrà colpita duramente, due anni dopo, dalla operazione repressiva del 7 aprile 1979 basata sul cosiddetto “Teorema Calogero”.

La nomina di Grassini, ai tempi, destò stupore rispetto a altri nomi papabili, come Carlo Alberto della Chiesa (altro iscritto alla P2, il cui fratello Romolo era tra i “congiurati del Piano Solo”) che aveva guidato il nucleo speciale antiterrorismo tra il ’74 ed il ’75, od il questore Emilio Santillo, alla guida dell’Igat (poi SdS) fin dalla sua creazione.

Ai tempi venne fuori anche il cugino del generale, Franco Grassini, un senatore della DC di area moderata, nonché dirigente d’industria, ma il vero sponsor della sua nomina era stato proprio Licio Gelli.

Per la cronaca, come vice di Grassini era stato nominato Silvano Russomanno, regista della macchinazione per la criminalizzazione degli anarchici a cui vengono attribuiti l’ondata di attentati della primavera-estate del 1969, organizzati in realtà dai neo-fascisti Freda e Ventura.

Era stato uomo centrale, anche a livello europeo, della strategia di lotta al movimento rivoluzionario in Europa, tra le sue “credenziali” vi era quella di aver combattuto in giovane età durante la Resistenza direttamente in un battaglione nazista!

La scoperta, risalente alla primavera del 1981, che entrambi i capi di servizio erano affiliati alla P2 proietta una luce sinistra sulla regia “occulta” di alcune scelte che ne portarono alla nomina e segnalano una catena di fedeltà immutata nonostante la volontà, comunque parziale, di riformare i servizi e limitarne lo strapotere discrezionale. Possiamo parlare di una continuità operativa con modalità immutate che arrivò, nonostante i numerosi cambi ai vertici del Sisde, fino agli anni Novanta.

È bene ricordare che la scoperta “parziale” dell’elenco degli affiliati alla P2 generò il capovolgimento dei vertici militari più ampio dopo Caporetto: 179 figurano nella lista di Gelli, poco meno di 1 su 5 della lista dei “fratelli” noti era un militare, tra cui molti posti in posizione apicali nei servizi.

Come emergerà poi, la prima volta, nello scandalo sui “fondi neri”, i servizi potevano disporre di una notevole quantità di risorse di fatto senza che ci fosse alcun controllo: dai 41,5 miliardi del 1979 che saranno circa 3 volte tanto 3 anni dopo, nella previsione di bilancio dello stato.

È in questo “ambiente resiliente” dei servizi, dotato di grandi disponibilità economiche da usare discrezionalmente, rapporti strutturali con il neo-fascismo e le strutture che erano state create durante il picco della guerra fredda nei circoli atlantisti, che maturò l’“Operazione Uno Bianca”.

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31/05/2026

La Banda dell’Uno bianca tra finte rivelazioni e nuovi spiragli di verità

Giovedì, a Bologna, la redazione di Contropiano ha organizzato in Piazza Maggiore un incontro pubblico per riprendere in mano una battaglia di verità sulla famigerata Banda dell’Uno bianca che seminò di sangue quel territorio negli anni Novanta.

Il botta e risposta dei fratelli Savi (Roberto e Fabio) attraverso due interviste televisive rispettivamente a Belve Crime – andata in onda su Rai2 il 5 maggio – ed il 29 maggio a Quarto Grado su Rete4, se ha rimesso al centro del cono di luce dei media le vicende legate alla cosiddetta Banda della Uno bianca, rischia di “inquinare” il dibattito proprio nel momento in cui sono state riaperte le indagini sulla lunga scia di sangue che dal 1987 al 1994 ha letteralmente sconvolto prevalentemente Bologna e la Romagna.

Almeno 24 omicidi, più di 100 feriti, oltre 100 azioni criminali è il bilancio di una storia fatta di delitti sproporzionati rispetto all’incasso di magri bottini difficilmente spiegabili all’interno dei perimetri della criminalità comune.

La finalità delle parole dei due killer, con le ampie anticipazioni della stampa a fare una sorta di “effetto lancio”, rimangono oscure e sembrano orientate più ad una logica di scambio e lancio di messaggi ad uso interno a quegli ambienti dove vige la regola del silenzio e del ricatto, ambienti che sono l’humus in cui sono cresciuti i protagonisti della strategia della tensione: gli ultimi depositari di una verità storica che potrebbero portarsi nella tomba.

Una strategia in cui probabilmente va inserita “l’operazione Banda della Uno bianca” e che in Italia si è protratta con modus operandi differenti fino alla prima metà degli anni Novanta con il crepuscolo della Prima Repubblica, quella che la Falange Armata in uno suo comunicato affermava essere: “stato di equilibrio politico basato con demagogia di contrabbando sulla ipocrita, famelica e corrotta ricerca del consenso straccione”.

Da quando sono state riaperte le indagini, grazie all’opera meritoria in primis dei legali dell’associazione delle vittime della Banda dell’Uno bianca, al di là delle sparate dei Savi ad uso di telecamera dal carcere di Bollate in cui scontano l’ergastolo, vi sono in particolare due fatti di cronaca di una certa rilevanza.

Il primo è l’arresto a febbraio di Corrado Pizzoli, colui che aveva rilevato l’armeria di via Volturno in pieno centro di Bologna, dove il 2 maggio del 1991 si compì una vera e propria strage per opera della banda. Pizzoli, 85 anni, deteneva una vera e propria Santa Barbara con tanto di granate, tritolo e armi da guerra non registrate nel proprio appartamento in via Tinozzi, una zona residenziale a pochi passi dai giardini Margherita.

Il secondo fatto di cronaca è l’inspiegabile “suicidio” di Pietro Gugliotta che da anni aveva finito di scontare la propria pena per i fatti legati alla Banda e che, sembra per voce del suo avvocato, fosse intenzionato a parlare con urgenza pochi giorni prima di togliersi la vita.

Ciò che rende il “suicidio” di Gugliotta ancora più inquietante è che la notizia si è saputa solo qualche giorno dalla prima intervista di Savi, nonostante fosse avvenuto a gennaio e nessuno si fosse sentito in dovere di comunicarlo.

Per i legali dell’associazione dei familiari delle vittime “è incredibile che la Procura di Bologna sia stata informata dopo mesi del suicidio di Pietro Gugliotta” e l’avvocato Alessandro Gamberini non fa mistero delle sue “perplessità” su quanto avvenuto.
E aggiunge: “si sta riproponendo la storia della Uno Bianca”, e più esplicitamente “lo stesso clima di quando le polizie giudiziarie e le diverse procure non si parlavano tra di loro”. Tra il 1987 e il 1994, “questi difetti di comunicazione impedirono agli investigatori di svolgere le indagini in maniera sistematica, e fu la fortuna della banda”.
E se anche la Procura può “non avere colto la portata dell’evento”, è comunque grave che i carabinieri, che sicuramente hanno informato la loro scala gerarchica, non abbiano informato i colleghi di Bologna.

Un fatto abbastanza strano, che ricorda il periodo in cui nonostante l’alto tributo di sangue dell’Arma, con 9 morti e svariati feriti in quegli anni, a Bologna i Carabinieri non sentirono la necessità di stendere alcun rapporto da inviare a Roma.

È il secondo suicidio piuttosto “strano” dopo quello dell’agente Claudio Bravi in forza alla Questura di Bologna, avvenuto il 29 marzo del 1989, che potrebbe essere collegato alle vicende della Banda, e su cui rimandiamo alla terza puntata dell’ottima serie podcast prodotti da Paolo Soglia “Uno Bianca Reloaded”.

Se consideriamo questi eventi di cronaca e il fatto che le indagini sembra che finalmente vogliano andare più a fondo di quanto fatto finora, allora forse le parole dei Savi assumono un’altra veste: inquinano piuttosto che chiarire, elidendosi nello scontro verbale tra fratelli-coltelli.

Anche il giornalismo d’inchiesta sta svolgendo una funzione tutt’altro che secondaria.

Non possiamo non citare due recenti inchieste giornalistiche che in parte hanno trattato delle vicende della Banda.

La prima è la trasmissione in diretta di Fanpage “Confidential” di Francesco Piccinini con la presenza dell’ex-parà della Folgore Fabio Piselli, il quale fornisce una testimonianza importante in grado di far comprendere la possibile evoluzione operativa di alcuni apparati filo-atlantici ed il loro bacino di reclutamento dalla seconda metà degli anni Ottanta, e di cui consigliamo vivamente la visione.

In trasmissione, Piselli, era affiancato dal magistrato Antonio Spinosa e dal criminologo Federico Carbone.

L’altra è la prima parte della recente inchiesta di report “Le piste nere”, a cui rimandiamo e che sembra avvalorare appieno le domande di fondo poste nel dossier pubblicato dalla Rete dei Comunisti: “La Uno bianca e altre storie. Nell’Ultima fase della strategia della tensione”, insieme a fornire particolari importanti rispetto alle guerre ai vertici dell’Arma dei Carabinieri riguardo alla vicenda.

Speriamo che le inchieste giudiziarie possano colmare almeno in parte quei vuoti evidenti sulla reale composizione numerica della Banda – 6 membri di cui 5 poliziotti, o almeno “ufficialmente” poliziotti, ma almeno 3 in più sembrano confermare le indagini stando alle indiscrezioni giornalistiche – e far luce più nello specifico rispetto ad alcuni episodi su cui sarebbe stato necessario scavare ma che – una volta terminati i processi nei vari gradi di giudizio – come tutta la serie di vicende a cui è legata sono state frettolosamente archiviate come risolte, senza che ci si interrogasse a sufficienza e venisse trasmessa una memoria adeguata di quegli anni terribili.

Siamo convinti che una lettura più puntuale di quei fenomeni potrebbe contribuire a spiegare meglio quel tornante politico dalla Prima alla Seconda Repubblica, fare luce sulla funzione che ebbe quella parte di Stato profondo più incline a seguire i desiderata di Washington, che ruolo giocarono i protagonisti dell’eversione nera che da metà Anni sessanta sono protagonisti delle vicende politiche italiane, quali furono i limiti della magistratura che sposò strampalate piste investigative credendo a chi depistava serialmente le indagini anziché seguire ipotesi proposte da esponenti politici autorevoli come Libero Gualtieri.

Riportiamo le parole di Libero Gualtieri del 31 gennaio 1995 in una seduta di una Commissione parlamentare d’inchiesta, in cui spiega cosa disse ad un convegno a Bologna del giugno 1991:
“Spiegai allora che fatti analoghi erano accaduti in Belgio alcuni anni prima, quando la banda del Brabante, con una macchina simile, una specie di uno nera, rapinò e uccise una trentina di persone”, 28 omicidi e 40 feriti, per la precisione. “Si scoprì poi che erano appartenenti alle forze di polizia. Il giorno dopo la falange armata minacciò questi che avevano parlato al convegno”.
Ancora oggi la verità giudiziaria sulla Banda del Brabante, che ha agito nella prima metà degli anni Ottanta, non è giunta purtroppo ad alcunché, e si sono riaperte le indagini nel 2025.

Rimane poi da indagare come si comportarono nei confronti della Banda della Uno bianca le maggiori testate giornaliste ed i media in genere pronte a sposare la tesi del “regolamento di conti criminale” o “l’esclusione del movente razziale” quando venivano colpiti membri della comunità Romaní con due assalti ai cosiddetti “campi nomadi” o cittadini di origine straniera. Media pronti ad incriminare la malavita comune con un tocco di razzismo anti-meridionale, o a criminalizzare interi quartieri – come il Pilastro – ed i ceti popolari che li abitavano.

Lo diciamo, in maniera abbastanza provocatoria, ma alla fine l’ultima fase della strategia della tensione, almeno per quanto riguarda la Banda della Uno bianca, risultò vincitrice nella sua capacità di seminare il terrore, modificare i comportamenti di massa, e porre la questione della sicurezza e dell’ordine pubblico in maniera sempre più reazionaria, facendo sì che questa richiesta venisse capitalizzata da alcune forze politiche della destra che ereditarono i temi propugnati dalla maggioranza silenziosa degli anni Settanta.

Non ultimo, la Banda inaugurò la pratica della strage razziale nel nostro paese, sdoganando il suprematismo bianco “armato” che vedrà prodursi una serie di episodi, anche quelli presto rimossi per ciò che concerne la riflessione pubblica, come la strage di piazza Dalmazia a Firenze del 13 dicembre del 2011 da parte del neo-fascista Gianluca Casseri (2 morti ed un ferito grave) e la tentata strage di Macerata (6 feriti) da parte di Luca Trani del 3 febbraio del 2018.

Per questo come Redazione di Bologna continueremo a contribuire ad un’opera di sensibilizzazione che dopo la riuscita iniziativa in piazza Maggiore del 28 maggio vada in quei luoghi colpiti dal terrorismo della Banda della Uno bianca e per la prima volta ne parli pubblicamente, o riprenda a parlarle chiedendo verità e giustizia per una ferita che non si è mai rimarginata.

Sull’argomento vedi anche:

La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità – Contropiano

La banda della Uno bianca/2. Un capitolo della “guerra a bassa intensità” – Contropiano

La Uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione – Contropiano

Fonte

17/05/2026

La banda della Uno bianca/2. Un capitolo della “guerra a bassa intensità”

Seconda parte.

In un momento in cui, prima e dopo la vicenda della Banda Uno bianca, la gestione dell’ordine pubblico ha assunto alcuni connotati che, mutatis mutandis ritroviamo ancora oggi, invitiamo caldamente alla lettura di una testimonianza importante pubblicata più di una decina di anni fa su Carmilla.

Chi ha vissuto da attivista quegli anni ben ricorda fatti e fattacci di chi si trovava nei ruoli apicali della Bologna “rossa di vergogna”, come cantavano in Stop al Panico gli Isola Rossa Posse All Stars.

Tornando a quelli che sono i tre avvenimenti di cronaca strettamente collegati alla vicenda della Banda della Uno bianca, e ad un possibile “nuovo” filone connesso, anche se non direttamente, a quelle vicende, riteniamo che tale filone risulti essere intrecciato al fatto che i neo-fascisti agirono fino agli anni Novanta probabilmente come killer di una parte del blocco di potere.

Il primo avvenimento è l’arresto a metà febbraio di Corrado Pizzoli, un 85enne di Bologna cui è stato scoperto un arsenale presso la sua abitazione. Centinaia di armi, munizioni, persino tritolo. Pizzoli è l’uomo che ha rilevato l’armeria di via Volturno nel 1992, qualche mese dopo l’omicidio, per mano della Banda della Uno bianca, della titolare Licia Ansaloni e dell’uomo che lavorava con lei, Pietro Capolungo, carabiniere in pensione. Il sospetto è che fosse proprio lui, il vero obiettivo.

Nessuno sembra che si sia mai sentito in dovere di monitorare questa figura che aveva nel suo appartamento di San Donato una Santa Barbara di armi detenute illegalmente non si sa a quali fini e che per “pochi spiccioli” aveva acquistato una lucrosa attività commerciale.

Il secondo avvenimento è la fine del “lungo silenzio” di Roberto Savi con l’intervista di Francesca Fagnani per Belve Crime ad inizio maggio.

È stata annunciata inoltre un’altra intervista, oltre a quella del 5 maggio scorso, per il 24 maggio a Rete 4 sempre ad uno dei fratelli Savi

Le cose più rilevanti dell'intervista a Belve Crime, al netto dei dubbi sulle finalità delle dichiarazioni e sulla loro complessiva attendibilità, sarebbero legate alla presunta finalità dell’azione sotto copertura per una parte dei servizi segreti dell’epoca, ai fondi di cui disponeva la Banda e alla rete protettiva con ramificazioni all’estero.

Ragione per cui – sia detto per inciso – non sarebbe peregrino pensare a quelle strutture parallele di cui disponeva la NATO in tutta l’Europa Occidentale e a quella “galassia” nera che sarà corresponsabile dell’operazione Blue Moon, come magistralmente spiegato nel documentario “Operazione Blue Moon – Eroina di stato” diretto da Peter D’Angelo e Manuela Virdis, e delle uccisioni extra-giudiziarie come nel caso dei militanti indipendentisti baschi da parte dei GAL.

Illazioni? Aspettiamo che qualcuno ci smentisca.

È inquietante che quell’intervista fatta nel carcere di Bollate in cui è detenuto Savi sia avvenuta dopo il “suicidio” di Pietro Gugliotta, un altro membro della Banda dell’Uno bianca nella casa di un paesino di Pordenone dove abitava dopo avere scontato la propria pena. Anche lui ex-poliziotto definito “gregario” dai giornalisti, si sarebbe tolto la vita a gennaio ma il fatto è stato reso noto solo sabato 9 maggio, 4 giorni dopo l’intervista a Savi e ben quattro mesi dopo il fatto.

Ricordiamo che sarebbe il secondo “suicidio”, quanto meno sospetto, nelle vicende che potrebbero essere collegate all’Uno bianca, dopo quello di Claudio Bravi che prestava servizio in Questura a Bologna, trovato morto nella sua auto il 29 marzo del 1989.

Così riporta Nicoletta Tempera su Il Resto del Carlino in un articolo di alcuni giorni fa che ricorda quella morte sospetta: “una vicenda archiviata come suicidio, malgrado i dubbi sollevati subito dai familiari dell’agente” e con i particolari che stridono con la versione ufficiale, oltre a quelli su cui distrattamente non si seppe o non si volle indagare.

Sia detto per “dovere di cronaca” che Alberto Savi, il più giovane dei fratelli che facevano parte della Banda, è in semi-libertà a Padova dove sconta l’ergastolo e lavora presso gli uffici di una cooperativa All’Opera per poi rientrare in carcere dei Due Palazzi.

L’altro fratello, Fabio Savi, quello a cui Roberto non parla perché lo accusa di avere spifferato tutto alla sua amante, detenuto nello stesso carcere è quello che pronunciò la celebre frase: “Dietro la Uno bianca c’è soltanto la targa, i fanali e il paraurti” che di fatto è diventata l’interpretazione ufficiale.

Un’affermazione tipica di chi conosce bene gli ambienti dove vige la regola del ricatto e del silenzio, ed è meglio portarsi i segreti nella tomba piuttosto che scavarsela da soli.

In ultimo, il filone riaperto dalle inchieste di Report – contro cui si è scagliato l’attuale esecutivo – sul possibile coinvolgimento di neo-fascisti di spicco nelle vicende degli attentati “mafiosi” dei primi anni Novanta di cui si è occupato anche recentemente Il Fatto Quotidiano con l’articolo di Giuseppe Pipitone il quale riprende le parole del magistrato Vittorio Teresi: “Paolo si interessò al pentito della pista nera”.

Per chiarezza, Vittorio Teresi è l’ex Pm che indagava sui “mandanti occulti” delle stragi, su cui l’avvocato di Salvatore Borsellino – fratello del celebre magistrato Paolo – ha depositato un vecchio verbale, mentre il “pentito” in questione è Alberto Lo Cicero.

Ci auguriamo che le nuove indagini aperte rispetto alla Banda della Uno bianca e sulle stragi di mafia si trasformino in nuovi processi tesi a fare luce ulteriormente sui buchi e le storture evidenti a cui la verità giudiziaria è fino ad ora giunta.

Però come Redazione pensiamo che sia un “dovere civico e politico” essere strumento di promozione di momenti pubblici che facciano emergere – non solo tra “gli addetti ai lavori” – il groviglio di questioni che la Banda dell’Uno bianca solleva e che si vada molto oltre le poche parole di circostanza – o veri e propri silenzi – fin qui sentite dalle istituzioni politiche a tutti i livelli.

Vogliamo, per quanto sia possibile, “collegare i puntini” di quello che già dopo la Liberazione è stato definito Il latte nero del terrore dispensato alle classi subalterne in chiave smaccatamente reazionaria.

A questa necessità di “verità e giustizia” cercheremo di contribuire al meglio nelle prossime settimane, facendoci co-promotori di momenti pubblici di approfondimento e di denuncia politica su quello che pensiamo essere un episodio della lunga strategia della tensione che ha coinvolto trame nere, gruppi neofascisti, settori di carabinieri e polizia, la parte più filo-atlantica dei servizi segreti, ed una parte non irrilevante della borghesia italiana, la quale – come noto – ha finanziato le stragi e ordito piani golpisti, sognando una soluzione “greca” o “cilena” nei confronti del movimento operaio e democratico e facendo una guerra spietata al movimento rivoluzionario.

Pesa, però, come un macigno la responsabilità diretta di quelle forze politiche della sinistra, ed i corpi intermedi ad esse collegate, che – a differenza della strage del 2 agosto 1980 – non ha fatto delle vicende legate alla Banda della Uno bianca una battaglia politica, affinché la verità emergesse in tutta la sua tragica chiarezza e venisse in parte ricucita una ferita che come stiamo vedendo ancora sanguina.

Forse perché, come scriveva Pasolini a metà degli anni Settanta: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”.

Per parte nostra continueremo a cercare di coniugarli con le nostre modeste forze, aperti a chiunque avverta la stessa necessità.

Vedi la prima parte: La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità

Fonte

15/05/2026

La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità

Le vicende della cosiddetta Banda dell’Uno Bianca che ha operato in Emilia Romagna tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta sono di nuovo al centro dell’attenzione mediatica.

Quegli avvenimenti sono una doppia ferita ancora aperta sia per chi ne è stato suo malgrado protagonista – come i familiari ed i conoscenti delle 24 vittime delle azioni della banda (e gli oltre cento feriti) – sia coloro che ingiustamente hanno conosciuto il carcere a causa di indagini basate su veri e propri depistaggi, o piste giudiziarie che si sono rivelate assolutamente infruttuose.

Sia i depistaggi, in seguito accertati, che le strampalate linee investigative, furono sposate da buona parte dei media che in quelle vicende hanno abbondantemente abdicato ad un minimo di autonomia di giudizio critico.

Giornali e televisioni hanno preferito “sbattere il mostro in prima pagina”, oppure uccidere due volte le vittime – come nel caso dei lavoratori immigrati o dei “Rom” – le cui uccisioni sono state considerate regolamenti di conti mentre veniva scartata l’ipotesi del movente razzista.

Una prassi simile a quella applicata cosiddetta “Banda del Kebab” in Germania che si è poi scoperta essere un gruppo neo-nazista coperto dai servizi segreti tedeschi.

È una “Doppia ferita” perché di quella vicenda, come sembrano ulteriormente dimostrare i recenti fatti di cronaca su cui torneremo, non si è saputo – o meglio non voluto – fare luce fino in fondo, trattandola per lo più come una crime story riguardante una banda particolarmente efferata e sadica (e lo fu) composta prevalentemente da membri delle forze di polizia, alcuni con ruoli di rilievo alla Questura di Bologna.

Se per una parte dei fatti delittuosi della lunga scia di sangue di cui è stata protagonista la Banda dei fratelli Savi e compagnia, le vicende giudiziarie hanno fatto luce attribuendo precise responsabilità penali, su alcuni fatti dirimenti è caduto il silenzio e si è preferito rimuoverli sperando che “i vecchi morissero ed i giovani dimenticassero”.

Così non è stato.

I legittimi dubbi di chi già ai tempi aveva inquadrato la vicenda con un approccio contro-informativo – cioè ben prima dell’arresto dei Savi nel 1994 – indicando la pista da seguire, ora stanno emergendo con la forza di un geyser, perché la verità è a volte come un fiume carsico che ha bisogno di strada per affiorare in superficie.

La Banda aveva altri membri? Come hanno fatto ad agire senza che nessuno sapesse nulla nell’ambito lavorativo in cui la gran parte dei protagonisti accertati lavorava? Di che tipo di coperture godevano negli apparati di potere?

Soprattutto agivano per conto proprio, o come in altri episodi della lunga strategia della tensione e della guerra a bassa intensità che ha caratterizzato il nostro Paese, erano mercenari ben pagati al soldo di una parte di quel blocco di potere che ha usato qualsiasi mezzo extralegale per influenzare il corso politico italiano e mantenere intatta la propria rendita di posizione ed inscalfibili i propri privilegi di classe?

Poco meno di un anno fa, per l’anniversario della strage del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna, pubblicammo un dossier a cura della Rete dei Comunisti dal titolo: “La Uno bianca ed altre storie. Nell’ultima fase della strategia della tensione” che ricostruiva le vicende mettendole in parallelo a quelle della Falange Armata e mostrandone i numerosi punti di contattato, e cercava di  analizzare una serie di questioni che all’oggi non sono state risolte.

Quel dossier – che in una versione aggiornata diventerà prossimamente un libro – nasce dalla necessità di fare luce su una vicenda che, dopo le dichiarazioni di Amato al quotidiano La Repubblica sulla Strage di Ustica del 2 settembre 2023, era tornata impellente e di fornire un contributo a quelle nuove generazioni a cui non era stata trasmessa memoria adeguata di quelle tragiche vicende, se non per alcuni delitti.

Pensiamo sia stato particolarmente stucchevole volere fare vittime di serie A e di serie B in quella vicenda, scordandosi che fu proprio la Banda dell’Uno bianca a iniziare la pratica degli omicidi mirati contro persone che oggi si definirebbero “razzializzate”: membri dei popoli romaní che vivevano nei cosiddetti campi nomadi, lavoratori nord e centro africani, componenti della società che ai tempi erano divenute il bersaglio di attacchi da parte di quella rinvigorita galassia dell’estrema destra e che poi vedrà la Lega Nord e il MSI – poi Alleanza Nazionale – divenire principali imprenditori politici del razzismo.

Inoltre, nel dossier, si accennava al processo di criminalizzazione di alcuni quartieri popolari bolognesi – in particolare del Rione del Pilastro e la Barca – e delle fasce sociali che li abitavano, i quali hanno subìto per anni una stigmatizzazione negativa difficile da scrollarsi di dosso, un fattore che ancora li caratterizza secondo quello che era lo stereotipo con cui la borghesia ha sempre guardato il proletariato: classe laborieuses classe dangereuses.

Chi si è occupato seriamente di quei quartieri e delle persone che li hanno vissuto e ne ha ricostruito la storia, è riuscito a dare una visione assai diversa da quella che si è voluta riprodurre nell’immaginario collettivo bolognese, come lo racconta ad esempio il magnifico documentario di Roberto Beani, Il Pilastro, o l’altrettanto bello A tu lado – scritto da Cristiano Regina, Ruggero Tantulli e dalla sceneggiatrice cubana Nuri Duarte – un lavoro che ci descrive la vita dell’allenatore di boxe bolognese (barcaolo e cittadino cubano allo stesso tempo) Samuel Fabbri, e della sua palestra pugilistica popolare a l’Avana sotto il bloqueo.

Non interpretare in una città rossa e operaia, come fu Bologna, ciò che successe anche in termini di classe e “razziali” sarebbe un errore fatale, e lo sarebbe soprattutto non cogliere il carattere di tentativo di disarticolazione con il terrore di un tessuto politico-sociale che caratterizzava le classi popolari e l’allora movimento antagonista in un momento di grandi trasformazioni e di tumultuosi cambiamenti politici.

Fine prima parte.

Fonte

02/08/2025

La Uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione

Introduzione

Le vicende legate alla cosiddetta “banda della Uno bianca” e alla “Falange Armata” che agirono a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, sebbene costituiscano una profonda ferita ancora aperta per coloro che tali vicende hanno vissuto anche indirettamente, non sono state al centro di una doverosa riflessione che andasse oltre le limitate verità giudiziarie emerse ed un trattamento più da crime story che da fatto politico rilevante e caratterizzante una parte della storia del nostro Paese.

Pensiamo invece che vadano rilette alla luce della categoria della “guerra a bassa intensità” sviluppatasi nel nostro Paese con il fine di determinarne pesantemente il corso politico con strumenti non convenzionali da parte di quella fitta trama di poteri ed apparati che sono stati la longa manus dell’Alleanza Atlantica e delle sue strategie reazionarie nel corso di tutta la storia repubblicana.

Quella che potremmo definire come “ultima fase” della strategia della tensione avvenne in un arco temporale di stravolgimenti epocali come la fine del mondo bipolare ed il processo di costruzione dell’Unione Europea che hanno “terremotato” il quadro politico e gli assetti della cosiddetta Prima Republica, determinando nel nostro ridotto nazionale scelte politiche preconizzate illo tempore dagli esponenti di spicco della reazione, “golpisti” inclusi, normalizzate a pratiche e a lessico politico corrente da chi – a destra come a sinistra – ha picconato la sovranità popolare e le garanzie sociali conquistate nel corso degli anni precedenti.

Siamo allo stadio di una sorta di damnatio memoriae per cui la lunga scia di sangue di un’organizzazione terroristica (come definire diversamente Savi e soci?) è stata derubricata a mera banda criminale nonostante la logica della propria azione andasse oltre i meri fini delinquenziali con un fine che non può essere quello di soddisfarne solo il cinico sadismo e il tornaconto personale, ma che ha appunto – insieme alla Falange Armata – svolto una precisa funzione politica nel convulso quadro politico dell’epoca per conto di mandanti su cui nessuno ha voluto far luce.

La propria longevità ed intoccabilità fa ipotizzare un’ampia e stratificata rete di coperture perlomeno nei ranghi della propria categoria di provenienza, e non solo.

I depistaggi e il trattamento giornalistico sono stati usati per inquinare le acque e stravolgere la verità utilizzando come capri espiatori vittime innocenti di fantasiose macchinazioni giudiziarie (spesso sostenute acriticamente dalla stampa) per le quali non sembra che alcuno si sia sentito in dovere di scusarsi.

Pensiamo quindi sia utile, fare opera di “rammemorazione” critica e proporre ipotesi interpretative che leggano quei fatti e i loro protagonisti come archeologia di un presente, in cui – è bene ricordarlo – chi governa ha scelto una simbiosi mortale tra politiche securitarie di tipo autoritario e austerità dentro un quadro in cui le scelte guerrafondaie del blocco occidentale vanno a braccetto con la militarizzazione della società.

Un contesto in cui riemergono preoccupanti modi di operare propri della guerra sporca con cui si è voluto ferocemente combattere la lotta di classe nel nostro paese da parte di una parte consistente delle classi dirigenti. Chi quelle vicende non le ha vissute o ne ha solo una vaga nozione, potrà immergersi nelle pagine più buie che hanno caratterizzato una parte dell’Emilia Romagna e delle Marche dove gli “insospettabili” poliziotti della Uno bianca hanno agito per anni indisturbati come killer seriali seminando il terrore.

Questo lavoro è dedicato alla memoria delle vittime “dimenticate” e in particolare di Ndiay Malik e Babon Cheka, operai senegalesi freddati a San Mauro Mare, vicino a Cesenatico, la notte del 18 agosto del 1991 da sedici colpi sparati dalla banda della Uno bianca.

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