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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/07/2026

Banda della Uno Bianca: i dubbi insoluti sugli omicidi in armeria portano ai Servizi?

Da ciò che riportano i quotidiani locali, ci sono alcune sostanziali novità per ciò che concerne la nuova inchiesta sulla Banda della Uno bianca così come sulla condizione detentiva dei due fratelli Savi.

Partiamo proprio da Roberto Savi, il “corto”, presunto capo del sodalizio criminale che operò tra Bologna, Romagna e Marche dal 1987 al 1994, compiendo un centinaio di azioni che portarono all’uccisione di almeno 24 persone ed al ferimento di più di un altro centinaio.

Roberto, il cui nome era di nuovo tornato nel cono di luce dei media per la sua intervista a “Belve Crime” andata in onda il 5 maggio, è stato trasferito al carcere di Ferrara dal carcere di Bollate in cui stava scontando l’ergastolo insieme al fratello Fabio, alias “il lungo”, con cui non parlerebbe da anni.

“Il corto”, nell’intervista, aveva esplicitamente fatto riferimento alla copertura da parte dei servizi che li avrebbero ingaggiati nel corso della loro già iniziata attività di rapinatori, con annesse notevoli disponibilità di denaro e basi all’estero.

Si deve ricordare che dopo l’arresto, il comportamento del presunto capo della Banda è stato caratterizzato dall’alternarsi di dichiarazioni e ritrattazioni, per poi tornare al silenzio.

Anche questa volta, Roberto Savi ha scelto di parlare “ad uso di telecamere” per poi tacere di fronte ai magistrati che l’hanno interrogato in carcere, forse incentivato dalla notizia resa pubblica poco dopo la sua intervista – ma relativa ad alcuni mesi prima – del misterioso suicidio di Pietro Gugliotta, altro membro della Banda che aveva da tempo scontato la sua pena, ritrovato morto nel paese in Friuli dove viveva, pochi giorni dopo avere comunicato alla sua legale la propria urgenza di parlarle di persona.

Lo spostamento del “corto” è avvenuto su richiesta della Procura, di cui i PM Lucia Russo e Andrea Feis hanno in mano la nuova inchiesta avviata nel 2024 grazie all’esposto degli avvocati dell’associazione dei familiari vittime della Banda, Alessandro Gamberini e Luca Moser.

Anche Fabio Savi potrebbe essere spostato dal carcere di Bollate, mentre il terzo fratello della Banda sta scontando la pena detentiva a Padova, dove di giorno si reca al lavoro.

“Il lungo”, anche lui intervistato in una trasmissione andata in onda su Rete 4 alcuni giorni dopo, ha smentito seccamente le dichiarazioni del fratello, per poi, l’11 giugno, di fronte ai PM – tra cui il Procuratore Capo Paolo Guido – rispondere per qualche ora ad alcune domande. Sulle risposte date da Fabio Savi non è trapelata finora nessuna indiscrezione.

Le novità più rilevanti vengono però da un altro teste, testimone del duplice omicidio commesso dalla Banda il 2 maggio del 1991, all’armeria di via Volturno a Bologna, in cui perirono la proprietaria Lucia Ansaloni ed il suo assistente, Pietro Capolungo, un ex carabiniere in pensione che faceva da commesso.

Ricostruiamo i fatti e l’incredibile incapacità delle forze dell’ordine di fare 2+2.

Un’azione criminale operata in pieno centro a Bologna, a volto scoperto, con un flusso costante di clienti, che valse come “bottino” il furto di due pistole Beretta 9×21. Un risultato piuttosto risibile, se non ci fossero stati due morti di mezzo, considerando l’arsenale di cui già disponeva la Banda.

La dinamica è resa ancora più strana per due circostanze verificate.

Roberto Savi risulterà essere cliente abituale dell’armeria che lo riforniva di armi e proiettili, quindi ben conosciuto dalle vittime della progettata rapina.

Dei due killer che si sono recati la mattina in armeria attendono il rientro di Capolungo – in commissariato per sbrigare alcune pratiche – uno si piazza al bancone guardando le pistole, l’altro alla porta. Quando Capolungo rientra sembra che gli sparino inserendo il caricatore nella pistola che stavano visionando – ma successive perizie balistiche escludono tale ipotesi – per poi freddare anche la proprietaria.

Le motivazioni additate dai Savi in sede processuale, cioè il furto, stridono sia con l’assoluta inutilità di procurarsi altre due pistole uccidendo due persone, sia per la dinamica.

Paolo Soglia, infatti, nell’11 capitolo di Uno Bianca Reloaded si chiede giustamente: “E se l’obiettivo invece fosse stato quello di togliere di mezzo un testimone scomodo, tipo il Capolungo, che forse aveva intuito qualcosa e poteva parlare? È possibile, ma perché ucciderlo in una situazione così rischiosa?”.

A rendere più inquietante la vicenda per la cecità di chi ha condotto le indagini ci sono altri tre particolari.

Il primo è che il marito e comproprietario dell’armeria, Luciano Verlicchi, sentito per circa un mese tutti i giorni, ad un certo punto riferisce testualmente al Dottor Buono la frase: “Questo somiglia ad uno dei vostri”, vedendo l’identikit fatto raccogliendo le indicazioni di un cliente che era entrato in armeria e di una passante che aveva visto il killer subito dopo gli spari.

Luciano Verlicchi, vedovo della Ansaloni, ne è sicuro perché proprio ad un poliziotto della questura di Bologna, aveva venduto un’arma poco comune, una Smith and Wesson 44 Magnum.

Se si confronta poi l’identikit con la foto di Roberto Savi, si nota che sono praticamente sovrapponibili.

Al dottor Buono probabilmente “non si è accesa una scintilla” come ebbe a dichiarare dopo l’arresto dei Savi a Radio Città del Capo, l’ormai chiusa emittente radiofonica bolognese che si occupò costantemente delle vicende della Banda.

Il secondo particolare, che in qualche misura avvalora la tesi dell’“assassino che torna sempre sul luogo del delitto”, è il fatto che Roberto Savi si ripresenterà in divisa davanti all’armeria assieme ai suoi colleghi e verrà ripreso dalle telecamere della Rai regionale.

Un frammento che si vede, tra l’altro, anche nella puntata della serie Rai Blu Notte dedicata alla Banda da Carlo Lucarelli.

Altro particolare è il fatto che Roberto Savi possiede non uno, ma ben due AR70, lo stesso tipo di fucile che ha sparato in diverse stragi, tra cui quella del Pilastro avvenuta nel gennaio dello stesso anno.

Paradossalmente era stato un altro poliziotto ai vertici della Questura di Bologna ad aver chiesto proprio a Savi di portare quel fucile ai colleghi per fare i confronti, e lui porterà naturalmente quello “pulito”, acquistato dopo avere utilizzato l’altro in suo possesso.

Il terzo particolare è il fatto che mentre l’identikit di uno dei due killer è la copia di Roberto Savi, l’altro fornito dai testimoni è diversissimo da quello di Fabio, che pure si è attribuito l’omicidio come “reo confesso”, ma la cui testimonianza risulta piuttosto strampalata, con una ricostruzione della dinamica che fa acqua da tutte le parti.

In sede giudiziaria i due “super-testi” che videro gli assassini in faccia furono Sergio Tugnoli, cliente dell’armeria, e Maria Cristina Erede. Il primo è tanto sicuro negli interrogatori, quanto confuso e smemorato al processo del ’96, quanto è invece più lineare la seconda, allora studentessa a Bologna, che non riconosce affatto Fabio Savi come il secondo uomo.

Ci sono insomma più che solide ragioni per supporre che il “secondo uomo” non fosse Fabio Savi, e che il movente del delitto non fosse quello del furto di due pistole per un’armeria che, è bene ricordarlo, era l’unica che vendeva a Bologna proiettili calibro 222. I Savi si rifornivano lì, comprandone molte, per rimpiazzare quelli sparati con il fucile AR70 di Roberto e con il SIG di Fabio.

Ci siamo concentrati su questi aspetti, proprio perché i quotidiani sembrano non volerli riprendere, concentrandosi su altre novità, comunque importanti, di cui pure tratteremo. Ma qui dobbiamo riportare un altro fatto che potrebbe collegarsi alle nuove scoperte, bellamente ignorato fino ad oggi dalla stampa.

Il 4 maggio 1991, 2 giorni dopo il duplice omicidio all’armeria, la redazione dell’Ansa di Bologna riceve una telefonata. L’anonimo telefonista dall’accento tedesco dice le seguenti parole: “Questo è il comunicato numero 5. Anche se ne accusiamo la paternità, l’azione messa in atto in via Volturno deve essere intesa in senso che non rientra nella strategia sociale, politica e militare che la nostra organizzazione persegue. Bensì come un fatto che fa unicamente riferimento alla nostra ferma determinazione a evitare che smagliature di alcun genere possano avvenire nei meccanismi della Falange”.

Chi parla dice di far parte della Falange Armata, a cui rimandiamo per la storia e gli intrecci con la Banda della uno bianca al dossier La uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione.

Quella “smagliatura” è probabilmente qualcosa in grado di rompere la segretezza con cui stava operando, e a cui bisognava rimediare tappando qualche bocca con ogni mezzo.

Le novità riguardano i pedinamenti “non autorizzati” di uno dei testimoni, un militare dell’Arma, ora in pensione, che corrisponderebbe all’identikit dell’uomo dei Servizi che un nuovo “super-teste” – allora poliziotto alla questura di Bologna – avrebbe incontrato in un ufficio di copertura dei Servizi (la Gattel Srl) a Porta Lame, portato lì da Roberto Savi e Pietro Gugliotta nel 1990 per essere reclutato.

«Fu quell’uomo a pedinarmi nel 1991. È lui, ne sono sicuro». Il testimone non ha dubbi e assicura di essere in grado di riconoscere il carabiniere – allora in servizio e oggi in pensione – che lo pedinò, assieme a un altro soggetto mai identificato, pochi giorni dopo il duplice omicidio nell’armeria di via Volturno, riporta La Repubblica del 10 luglio.

Il testimone che si è fatto avanti, secondo il quotidiano, ricorda bene quei giorni, e quel carabiniere «che incrociò prima in modalità ravvicinata» e al quale «chiese spiegazioni del pedinamento» e che incontrò di nuovo, «pochissimi giorni dopo», all’interno della Caserma dei carabinieri di via dei Bersaglieri.

La stessa caserma, peraltro, dove aveva prestato servizio proprio Pietro Capolungo, ucciso nell’armeria. Di recente, il testimone ha riferito che ritiene possibile che un’altra persona residente a Imola e nota in città come ex appartenente all’Arma, fosse la stessa che lo pedinò all’epoca.

I legali dei familiari delle vittime hanno recuperato anche la foto di questa persona: e il testimone «oggi non manifesta alcun dubbio sull’affermare che la foto corrisponde perfettamente al carabiniere che lo pedinò nel 1991, ovviamente con alcune modifiche del volto derivanti dall’invecchiamento».

Peraltro – proseguono nella nuova istanza – all’epoca il testimone sentiva di poter essere oggetto di minacce alla propria vita e quindi ricorda bene quei fatti e quei volti ed è pertanto, per questi motivi, da ritenersi attendibile.

Insomma, il comunicato della Falange potrebbe essere non solo una rivendicazione del duplice omicidio – fornendo le presunte ragioni di sicurezza organizzativa affinché continuasse ad essere impenetrabile – ma una precisa indicazione per impedire che qualcuno fornisse elementi utili.

Era forse anche un messaggio rivolto a chi poi pedinò il testimone e magari in parte a coloro che avrebbero dovuto fare 2+2, grazie alle testimonianze e alla lista di armi e proiettili venduti ai clienti dell’armeria da cui si rifornivano i Savi? 

A cercare di comporre il quadro, fornendo eventuali piste interpretative, saranno gli inquirenti ed il Copasir, se svolgeranno fino in fondo il loro lavoro.

Per fare un po’ di luce, da parte nostra, mettiamo a disposizione altri due elementi che andrebbero approfonditi.

Il primo, di cui i giornali sembrano scordarsi, è il ritrovamento a febbraio di quest’anno di una vera e propria Santabarbara – 300 “pezzi” circa – con tanto di materiale bellico in una zona residenziale vicino ai Giardini Margherita, nella casa dell’ottantacinquenne Corrado Pizzoli, ossia colui che acquistò l’armeria ad una cifra irrisoria per l’epoca, dopo il duplice omicidio.

Pizzoli, tra l’altro, conosceva il proprietario della villa a San Lazzaro, dove c’era un poligono abusivo in cui sparavano i fratelli Savi.

Si tratta di Villa Paglia, oggi Villa Scornetta, proprietà ai tempi di Lucio Paglia, che fino al 1982 era proprietario proprio dell’armeria di via Volturno e di cui era stato cliente anche Paolo Bellini, poi condannato in via definitiva per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

Sulle intricate vicende di quel poligono abusivo rimandiamo all’inchiesta di Gigi Marcucci: “Strage del 2 agosto e omicidi della Uno bianca: il poligono dei destini incrociati”, che riporta, anche in questo caso, la mancata verifica di alcune piste investigative che avrebbero potuto portare all’individuazione dei membri della Banda dell’Uno Bianca, per una sorta di ostruzionismo anche di figure ai vertici dei Servizi (in questo caso il Sismi).

Riportiamo ciò che si legge nell’esposto dei familiari delle vittime, depositato in Procura dall’avvocato Alessandro Gamberini:
“Nella prima circostanza, il Mariani – unitamente al figlio Davide, al socio Paolo Monti, a un amico, tale Paolo Accorsi – aveva avuto accesso a un poligono abusivo attrezzato nella cantina della villa ove, nella circostanza, spararono alcuni colpi con l’arma legalmente detenuta dal Monti. In quell’occasione, Mariani affermò d’aver ricevuto come confidenza da Edoardo Paglia che presso quel poligono si esercitavano al tiro poliziotti della Questura di Bologna, della Criminalpol e dei Servizi Segreti.
Prima di lasciare il poligono, il figlio Davide Mariani raccolse dei bossoli, probabilmente di un’arma lunga descritta come un ‘7,62 Nato’, che aveva utilizzato nel corso del servizio militare. Descrisse le dimensioni delle munizioni, ricordandole più grandi di una cal. 9, e con la scritta Winchester (i bossoli ritrovati nel poligono potrebbero essere proprio i 222 utilizzati dall’AR70 o del SIG a disposizione dei Savi.”
È forse negli strani incroci ed incontri che avvenivano in quel poligono che bisogna cercare il movente del doppio omicidio in via Volturno?

Se non era Fabio Savi, uno dei due killer, chi potrebbe essere l’altro membro finora sconosciuto della Banda che sparò in armeria?

*Vedi le altre puntate dell’inchiesta

La scoperta di Gladio e l’inizio dell’attività “stragista” della Banda della uno bianca – Contropiano

La Banda della Uno bianca, in odor di “servizi” – Contropiano

Banda della Uno Bianca: chi ha paura della verità? – Contropiano

Banda della uno Bianca: “fare la guerra anche a Bologna” – Contropiano

La Banda dell’Uno bianca tra finte rivelazioni e nuovi spiragli di verità – Contropiano

Banda della Uno bianca: la verità in piazza – Contropiano

Fonte

17/05/2026

La banda della Uno bianca/2. Un capitolo della “guerra a bassa intensità”

Seconda parte.

In un momento in cui, prima e dopo la vicenda della Banda Uno bianca, la gestione dell’ordine pubblico ha assunto alcuni connotati che, mutatis mutandis ritroviamo ancora oggi, invitiamo caldamente alla lettura di una testimonianza importante pubblicata più di una decina di anni fa su Carmilla.

Chi ha vissuto da attivista quegli anni ben ricorda fatti e fattacci di chi si trovava nei ruoli apicali della Bologna “rossa di vergogna”, come cantavano in Stop al Panico gli Isola Rossa Posse All Stars.

Tornando a quelli che sono i tre avvenimenti di cronaca strettamente collegati alla vicenda della Banda della Uno bianca, e ad un possibile “nuovo” filone connesso, anche se non direttamente, a quelle vicende, riteniamo che tale filone risulti essere intrecciato al fatto che i neo-fascisti agirono fino agli anni Novanta probabilmente come killer di una parte del blocco di potere.

Il primo avvenimento è l’arresto a metà febbraio di Corrado Pizzoli, un 85enne di Bologna cui è stato scoperto un arsenale presso la sua abitazione. Centinaia di armi, munizioni, persino tritolo. Pizzoli è l’uomo che ha rilevato l’armeria di via Volturno nel 1992, qualche mese dopo l’omicidio, per mano della Banda della Uno bianca, della titolare Licia Ansaloni e dell’uomo che lavorava con lei, Pietro Capolungo, carabiniere in pensione. Il sospetto è che fosse proprio lui, il vero obiettivo.

Nessuno sembra che si sia mai sentito in dovere di monitorare questa figura che aveva nel suo appartamento di San Donato una Santa Barbara di armi detenute illegalmente non si sa a quali fini e che per “pochi spiccioli” aveva acquistato una lucrosa attività commerciale.

Il secondo avvenimento è la fine del “lungo silenzio” di Roberto Savi con l’intervista di Francesca Fagnani per Belve Crime ad inizio maggio.

È stata annunciata inoltre un’altra intervista, oltre a quella del 5 maggio scorso, per il 24 maggio a Rete 4 sempre ad uno dei fratelli Savi

Le cose più rilevanti dell'intervista a Belve Crime, al netto dei dubbi sulle finalità delle dichiarazioni e sulla loro complessiva attendibilità, sarebbero legate alla presunta finalità dell’azione sotto copertura per una parte dei servizi segreti dell’epoca, ai fondi di cui disponeva la Banda e alla rete protettiva con ramificazioni all’estero.

Ragione per cui – sia detto per inciso – non sarebbe peregrino pensare a quelle strutture parallele di cui disponeva la NATO in tutta l’Europa Occidentale e a quella “galassia” nera che sarà corresponsabile dell’operazione Blue Moon, come magistralmente spiegato nel documentario “Operazione Blue Moon – Eroina di stato” diretto da Peter D’Angelo e Manuela Virdis, e delle uccisioni extra-giudiziarie come nel caso dei militanti indipendentisti baschi da parte dei GAL.

Illazioni? Aspettiamo che qualcuno ci smentisca.

È inquietante che quell’intervista fatta nel carcere di Bollate in cui è detenuto Savi sia avvenuta dopo il “suicidio” di Pietro Gugliotta, un altro membro della Banda dell’Uno bianca nella casa di un paesino di Pordenone dove abitava dopo avere scontato la propria pena. Anche lui ex-poliziotto definito “gregario” dai giornalisti, si sarebbe tolto la vita a gennaio ma il fatto è stato reso noto solo sabato 9 maggio, 4 giorni dopo l’intervista a Savi e ben quattro mesi dopo il fatto.

Ricordiamo che sarebbe il secondo “suicidio”, quanto meno sospetto, nelle vicende che potrebbero essere collegate all’Uno bianca, dopo quello di Claudio Bravi che prestava servizio in Questura a Bologna, trovato morto nella sua auto il 29 marzo del 1989.

Così riporta Nicoletta Tempera su Il Resto del Carlino in un articolo di alcuni giorni fa che ricorda quella morte sospetta: “una vicenda archiviata come suicidio, malgrado i dubbi sollevati subito dai familiari dell’agente” e con i particolari che stridono con la versione ufficiale, oltre a quelli su cui distrattamente non si seppe o non si volle indagare.

Sia detto per “dovere di cronaca” che Alberto Savi, il più giovane dei fratelli che facevano parte della Banda, è in semi-libertà a Padova dove sconta l’ergastolo e lavora presso gli uffici di una cooperativa All’Opera per poi rientrare in carcere dei Due Palazzi.

L’altro fratello, Fabio Savi, quello a cui Roberto non parla perché lo accusa di avere spifferato tutto alla sua amante, detenuto nello stesso carcere è quello che pronunciò la celebre frase: “Dietro la Uno bianca c’è soltanto la targa, i fanali e il paraurti” che di fatto è diventata l’interpretazione ufficiale.

Un’affermazione tipica di chi conosce bene gli ambienti dove vige la regola del ricatto e del silenzio, ed è meglio portarsi i segreti nella tomba piuttosto che scavarsela da soli.

In ultimo, il filone riaperto dalle inchieste di Report – contro cui si è scagliato l’attuale esecutivo – sul possibile coinvolgimento di neo-fascisti di spicco nelle vicende degli attentati “mafiosi” dei primi anni Novanta di cui si è occupato anche recentemente Il Fatto Quotidiano con l’articolo di Giuseppe Pipitone il quale riprende le parole del magistrato Vittorio Teresi: “Paolo si interessò al pentito della pista nera”.

Per chiarezza, Vittorio Teresi è l’ex Pm che indagava sui “mandanti occulti” delle stragi, su cui l’avvocato di Salvatore Borsellino – fratello del celebre magistrato Paolo – ha depositato un vecchio verbale, mentre il “pentito” in questione è Alberto Lo Cicero.

Ci auguriamo che le nuove indagini aperte rispetto alla Banda della Uno bianca e sulle stragi di mafia si trasformino in nuovi processi tesi a fare luce ulteriormente sui buchi e le storture evidenti a cui la verità giudiziaria è fino ad ora giunta.

Però come Redazione pensiamo che sia un “dovere civico e politico” essere strumento di promozione di momenti pubblici che facciano emergere – non solo tra “gli addetti ai lavori” – il groviglio di questioni che la Banda dell’Uno bianca solleva e che si vada molto oltre le poche parole di circostanza – o veri e propri silenzi – fin qui sentite dalle istituzioni politiche a tutti i livelli.

Vogliamo, per quanto sia possibile, “collegare i puntini” di quello che già dopo la Liberazione è stato definito Il latte nero del terrore dispensato alle classi subalterne in chiave smaccatamente reazionaria.

A questa necessità di “verità e giustizia” cercheremo di contribuire al meglio nelle prossime settimane, facendoci co-promotori di momenti pubblici di approfondimento e di denuncia politica su quello che pensiamo essere un episodio della lunga strategia della tensione che ha coinvolto trame nere, gruppi neofascisti, settori di carabinieri e polizia, la parte più filo-atlantica dei servizi segreti, ed una parte non irrilevante della borghesia italiana, la quale – come noto – ha finanziato le stragi e ordito piani golpisti, sognando una soluzione “greca” o “cilena” nei confronti del movimento operaio e democratico e facendo una guerra spietata al movimento rivoluzionario.

Pesa, però, come un macigno la responsabilità diretta di quelle forze politiche della sinistra, ed i corpi intermedi ad esse collegate, che – a differenza della strage del 2 agosto 1980 – non ha fatto delle vicende legate alla Banda della Uno bianca una battaglia politica, affinché la verità emergesse in tutta la sua tragica chiarezza e venisse in parte ricucita una ferita che come stiamo vedendo ancora sanguina.

Forse perché, come scriveva Pasolini a metà degli anni Settanta: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”.

Per parte nostra continueremo a cercare di coniugarli con le nostre modeste forze, aperti a chiunque avverta la stessa necessità.

Vedi la prima parte: La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità

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12/12/2025

Piazza Fontana, sono stati loro...

Milano, venerdì 12 dicembre 1969. A metà pomeriggio la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, brulica ancora di correntisti. Chi vende bestiame, chi sementi, chi aziende intere. Il salone è un alveare. Le voci rimbalzano tra le colonne. Il fruscio delle carte si mescola ai passi. Poi: tutto si spezza.

Alle 16:37, ventitré minuti prima della chiusura, sotto un tavolone ottagonale al piano terra esplode una bomba. Dieci chili di tritolo. Dieci chili che spazzano via corpi e le illusioni di un Paese che ancora crede nella propria innocenza.

L’edificio vomita vetro e sangue. L’aria si riempie di schegge. I corpi volano in alto, sbattuti come manichini. Urla. Sangue. Panico. Nessuno capisce subito, ma tutti sanno: è una strage.

Il bilancio: diciassette morti e ottantotto feriti. La strategia della tensione ha bisogno di corpi da contare.

Ma Milano non basta. La regia è troppo ambiziosa per un solo atto. Roma trema alla stessa ora. Tre bombe. Tre colpi nel cuore della capitale.

La prima alle 16:45: Banca Nazionale del Lavoro, sotterraneo tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti. Una strage mancata.

Alle 17:16, Altare della Patria, seconda terrazza, lato Fori Imperiali. Otto minuti dopo, di nuovo lì: lato scalinata dell’Ara Coeli. Come a dire: la vostra patria è una menzogna.

Anche a Milano, alla Banca Commerciale di piazza della Scala, c’è una bomba che aspetta il suo turno. Ma il caso la disinnesca: il timer si inceppa.

Alle 21:30 gli artificieri della polizia fanno brillare l’ordigno nel cortile interno. Distruggono le prove insieme alla bomba. Qualcuno ha fretta di cancellare le tracce, nascondere le firme, proteggere i veri colpevoli.

Quel 12 dicembre le bombe seguono una direttrice precisa: Milano-Roma. Denaro-Potere. È un messaggio in codice per chi sa leggere nel sangue.

Lo scopo: spingere il governo Rumor a consegnare le chiavi a chi promette ordine. Non vogliono il caos. Vogliono l’opposto: l’ordine della paura. La vera posta in gioco: fermare un Paese in movimento. Spegnere l’autunno caldo del lavoro organizzato. Arginare l’onda del ’68.

Un anno dopo, ancora complotti: è il turno del golpe Borghese, il colpo di Stato abortito all’ultimo minuto. Stessa logica: usare la paura per cambiare tutto, affinché nulla cambi.

E la regia? Cercare nelle stanze dei bottoni, dove si mescolano sette occulte, servizi marci, fascisti redivivi, fanatici d’America, signori dell’economia, generali coperti di stelle. Sono stati loro. E hanno continuato a esserlo.

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Le mele marce dell’informazione

1

I fatti sono noti. Il 12 dicembre 1969 a Milano esplode una bomba che devasta la Banca Nazionale dell’Agricoltura. 17 i morti. Una strage passata alla Storia come “la madre di tutte le stragi”. È l’inizio della “Strategia della tensione”.

Una guerra non ortodossa lunga un decennio, accompagnata da un’altra guerra, per certi versi, ancora più subdola: quella condotta dal “Sistema dell’Informazione ufficiale”. Missione: manipolare un’opinione pubblica disorientata e impaurita. Del resto una guerra senza propaganda non si è mai vista.

La paternità della strage è immediatamente attribuita agli anarchici. Facile. Sono loro i bombaroli per eccellenza. È particolarmente viva nel Paese la ferita provocata dall’esplosione di due ordigni il 25 aprile 1969, sempre a Milano. Nel giorno dell’anniversario della Liberazione, nel capoluogo lombardo, esplodono infatti due bombe: una alla Fiera Campionaria e l’altra all’Ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, nella stazione di Porta Garibaldi, ferendo una ventina di persone.

Il quotidiano “Il Giorno”, titola subito: «Sono bombe anarchiche». Il “Corriere della Sera” opera con la stessa logica che proporrà solo qualche mese più tardi, all’indomani della strage di Piazza Fontana, suggerendo immediatamente ai suoi lettori i colpevoli. Alludendo addirittura alle bombe del 1928, che «anche allora fu un gesto criminale di un gruppo anarchico».

Allora sul selciato di piazzale Giulio Cesare, all’ingresso della Fiera di Milano, per una granata restarono a terra venti morti e più di quaranta feriti. Tutta gente che era venuta ad assistere alla visita di re Vittorio Emanuele III.

Tornando alle bombe del 25 aprile, si attestano subito sulla linea colpevolista oltre al “Corriere”, anche “Il Tempo” e “La Nazione”. Un millimetro più cauta “La Stampa” di Torino.

Seguono le bombe sui treni di agosto. L’8 ed il 9 agosto 1969 esplodono otto bombe posizionate su diversi treni delle Ferrovie dello Stato, presso le stazioni di Chiari, Grisignano, Caserta, Alviano, Pescara, Pescina e Mira, mentre altre due bombe vengono ritrovate, inesplose, nelle stazioni di Milano Centrale e Venezia Santa Lucia.

Nel racconto della carta stampata si trasmette l’idea che l’Anarchia è disordine, sangue, morte. Si prepara il terreno. Si costruisce una sorta di pregiudizio di colpevolezza.

Sul quotidiano di Via Solferino, Mario Cervi, il gemello di Indro Montanelli, tratteggia l’immagine di un Paese in attesa di «misure insieme repressive e preventive che oggi non sono più dilazionabili e rinunciabili».

Il collega Alberto Grisolia, sembrerebbe legato ai servizi segreti, nelle pagine interne della cronaca di Milano si prodiga nell’indicare la suggestione di un altro precedente storico, a suo avviso, di marca anarchica: «Un tragico precedente: lo scoppio del Diana. La bomba esplose la sera del 23 marzo 1921. Autori furono tre anarchici».

La suggestione rimbalza anche nelle altre testate di Destra come “Il Giornale d’Italia”, “La Notte”, “Il Resto del Carlino”. Anche “L’Osservatore Romano” soffia sul fuoco degli anarchici e più in generale sulla stagione della Contestazione. Scrive: «Un’ondata di anarchia si abbatte sul paese».

L’attentato alla Fiera di Milano di aprile, le bombe sui treni di agosto, la morte dell’agente Annarumma il 19 novembre, durante una mobilitazione di piazza, rappresentano una catena di atti terroristici che culminerebbero con la strage di Piazza Fontana. Di questa ricostruzione se ne fa interprete, nel discorso di fine anno, anche il capo dello Stato, Giuseppe Saragat. C’è bisogno di ordine, di ripristino dell’ordine pubblico. Bingo.

Per i quotidiani della sinistra storica “L’Unità”, “L’Avanti” e “Paese Sera” la matrice è invece inconfondibile: di marca fascista. Mentre i giornali della sinistra rivoluzionaria, sono ancora più espliciti: la Strage, non è solo fascista è di Stato.

È “La Stampa” a riportare le parole del commissario di Polizia, Luigi Calabresi, che a sole poche ore dall’attentato dichiara di guardare all’«estremismo di sinistra», perché «non sono certo quelli di destra che fanno queste azioni. Sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti (Potere operaio, Lotta continua)».

Due giorni dopo «una spinta e l’anarchico Pinelli vola giù» da una finestra della Questura di Milano.

2

La strage di Piazza Fontana ha segnato inequivocabilmente una spaccatura nella storia della Repubblica. Un evento che darà il via alla strategia della tensione. Formula, coniata da una giornalista inglese, che ebbe come obiettivo, usando le parole di Aldo Moro, «di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 e del cosiddetto autunno caldo».

La strage nella Banca Nazionale dell’Agricoltura ha rappresentato però, anche, il punto di non ritorno del giornalismo italiano. Infatti, come abbiamo abbozzato nella prima parte, la stampa italiana in larghissima parte ha deliberatamente sposato, sin dal primo minuto, le versioni ufficiali delle indagini che indicavano i colpevoli nella pista anarchica.

Scorrendo quindi le pagine della stampa nazionale nei primi giorni seguiti alla strage, il “Corriere della Sera”, è sempre il primo a pubblicare notizie sulle indagini, soprattutto grazie alla penna del cronista Giorgio Zicari, collaboratore del SID.

Sarà Giulio Andreotti in un’intervista rilasciata a “Il Mondo” del giugno 1974 a confermare le accuse che si stavano muovendo nei confronti di Zicari e Giannettini come informatori del SID, “Servizio informazioni difesa” (sciolto nel 1977 e al suo posto furono create due strutture: una civile e una militare SISDE e SISMI).

Altro snodo strategico dei servizi segreti saranno le agenzie di stampa, che inonderanno di redazionali, articoli in apparenza asettici e senza firma, i quotidiani locali.

La svolta narrativa è del 16 dicembre. Il mostro da sbattere in prima pagina ha un’identità: Pietro Valpreda. È davvero una pubblica gogna quella che il giornalismo italiano costruisce ai danni di un uomo le cui vicende più intime sono presentate come sintomi di un sordo rancore verso la società.

A dare agli italiani la notizia dell’arresto è la diretta Rai del telegiornale della sera, prima tramite le parole ripetute di Rodolfo Brancoli – “un appartenente al gruppo anarchico 22 marzo è stato riconosciuto da un testimone” – poi, con assoluta e perentoria certezza, dal giovane inviato Bruno Vespa che in collegamento dalla questura di Roma dichiara: «Pietro Valpreda è un colpevole, uno dei responsabili».

Il giorno successivo, il 17 dicembre, sulle prime pagine è un diluvio di titoli malvagi. Uno degli articoli che più ferocemente traccia l’identikit di Valpreda è a firma di Vittorio Notarnicola (La furia della bestia umana, “Corriere d’Informazione”, 17 dicembre 1969)
«La bestia umana è stata presa [...]. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha trentasette anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be-bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta e sotto le strade del centro, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grassa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette […]. Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia […] Così nasce un Pietro Valpreda. Da questo entroterra arriva al massacro».
Dal momento dell’arresto, Valpreda è oggetto di una campagna di criminalizzazione senza precedenti, nonostante abbia un alibi di ferro. La prozia Rachele ha testimoniato che il pomeriggio del 12 dicembre il nipote era a casa sua con l’influenza, e per questo è stata incriminata per falsa testimonianza nonostante il suo avvocato difensore Guido Calvi abbia fatto mettere a verbale al PM Vittorio Occorsio come il tassista Rolandi avesse dichiarato che, prima del confronto, gli era stata mostrata dai Carabinieri di Milano una fotografia del ballerino anarchico, dicendogli che era la persona che avrebbe dovuto riconoscere, un fatto che invalidava alla radice il riconoscimento.

Di fronte a questa ondata di fango il 23 dicembre si costituisce a Milano il “Comitato per la libertà di stampa e per la lotta contro la repressione”, cui aderiscono circa 150 giornalisti di differenti testate impegnati a denunciare le trame reazionarie del potere esecutivo e giudiziario. Aprendo la via alla controinformazione sollecitata dalla “discussa” morte dell’anarchico Pino Pinelli e dal “provvidenziale” arresto di Pietro Valpreda.

Nonostante l’emergere di lì a breve della pista neofascista alternativa a quella anarchica per la strage, Valpreda rimane in carcere fino al 1972. Sarà assolto in via definitiva soltanto nel 1987.

Il giornalismo di Stato è il peggiore dei giornalismi.

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17/10/2025

Due bombe contro Sigfrido Ranucci

È tornata la strategia della tensione. Con tutti i suoi annessi... 

Nella serata di ieri, intorno alle 22, davanti alla sua abitazione a Pomezia, alle porte di Roma, due esplosioni hanno distrutto l’automobile di Sigfrido Ranucci, coordinatore del team di Report e quella di sua figlia. Le vetture erano parcheggiate una accanto all’altra.

Nessuno è rimasto ferito, ma la figlia del giornalista era passata a casa poco prima delle deflagrazioni, quindi c’è stato il rischio serio che fosse investita dall’esplosione. Del resto è nella natura stessa degli attentati esplosivi mettere in conto che possano restare coinvolte persone di ogni tipo, specie se le bombe sono piazzate in mezzo ad una strada ad un’ora ancora di discreto traffico.

Tant’è vero che il codice penale italiano considera il reato di “strage” come collegato esclusivamente all’uso di esplosivi, distinguendo poi in sede processuale tra “stragi” con vittime oppure senza, e procedendo quindi a comminare pene diverse nei due casi (fa notoriamente eccezione l’assurda sentenza di primo grado contro Alfredo Cospito, condannato all’ergastolo – poi annullato dopo l’intervento della Cassazione – per un “petardone” messo di notte in un cassonetto della spazzatura nei pressi di una caserma dei carabinieri).

Sul posto sono intervenuti i carabinieri e gli investigatori della Digos, che hanno avviato i rilievi tecnici per accertare la natura della doppia esplosione, di grande potenza e quindi quasi sicuramente causata da esplosivi “professionali”. Secondo quanto emerso dai primi accertamenti, sarebbe quasi un chilo il materiale esplosivo con il quale sarebbe stato confezionato l’ordigno rudimentale.

Ranucci conduce da anni Report, dopo la gestione iniziale di Milena Gabanelli, mantenendo la struttura originale: una serie di autori indipendenti che propongono “servizi”, realizzati solo dopo essere stati approvati dal coordinatore.

Questa struttura garantisce una notevole libertà agli autori e contemporaneamente un capacità di selezione da parte dello stesso Ranucci, tale da disegnare uno “stile” complessivo unitario. Il che naturalmente implica una certa differenza – qualitativa e di orientamento politico-giornalistico – tra un servizio e l’altro.

Come i nostri lettori sanno non abbiamo lesinato critiche ai prodotti secondo noi peggiori, come quelli dedicati alla lettura dietrologica del sequestro Moro, ecc., mentre in parecchi altri casi dobbiamo riconoscere una qualità di “investigazione” di alto livello.

Difficile immaginare in questo momento, perciò, chi possa aver ordinato il pesante attentato contro Ranucci e la sua famiglia. I potenziali “nemici” che si ritengono danneggiati dalla sua trasmissione sono pressoché infiniti e vanno da esponenti della criminalità organizzata fino a ministri in carica.

Come sempre, in questi casi, si comincia ad intuire qualcosa a seconda di come vanno le indagini nel tempo. Se procedono rapidamente e senza grandi “depistaggi” (la visione dei filmati delle molte telecamere di sorveglianza ha ridotto di molto la possibilità di “agire” senza lasciare tracce), c’è margine per ritenerle attendibili.

Se invece si brancola a lungo nel buio, inseguendo piste fantasiose o ignorando strumenti di indagine ormai comuni (nel caso dell’aggressione ad un altro volto noto della tv, Chef Rubio, selvaggiamente pestato da una squadraccia sionista, non si muove foglia dopo un anno e mezzo), c’è la certezza matematica che si vogliano coprire i colpevoli perché agiscono per conto di qualche alto livello del potere.

In questo senso l’epoca della strategia delle stragi di Stato, subappaltate ai fascisti, fornisce un campionario pressoché completo di come i “servizi” e la magistratura possano operare per insabbiare, anziché scoprire.

La Procura di Roma ha ovviamente aperto un’inchiesta, ma per “danneggiamento”, ipotizzando l’aggravante del “metodo mafioso”. Il che ci fa pensare che non si sia partiti affatto con il piede giusto. Più realistico, ci sembra, sarebbe stato procedere “contro ignoti”, lasciando quindi la possibilità di “non escludere nessuna pista”.

E soprattutto fissando fin da subito il reato come strage, non un generico e minimizzante “danneggiamento” (anche qui spicca la differenza di trattamento tra queste bombe ad alto potenziale e il “petardone” attribuito a Cospito).

Delle dichiarazioni dei politici non mette conto riferire. Sappiamo per lunga esperienza che le espressioni retoricamente più estreme arrivano spesso da chi sa benissimo chi sono “i mandanti”.

È tornata la strategia della tensione. Usiamo la testa.

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02/08/2025

La Uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione

Introduzione

Le vicende legate alla cosiddetta “banda della Uno bianca” e alla “Falange Armata” che agirono a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, sebbene costituiscano una profonda ferita ancora aperta per coloro che tali vicende hanno vissuto anche indirettamente, non sono state al centro di una doverosa riflessione che andasse oltre le limitate verità giudiziarie emerse ed un trattamento più da crime story che da fatto politico rilevante e caratterizzante una parte della storia del nostro Paese.

Pensiamo invece che vadano rilette alla luce della categoria della “guerra a bassa intensità” sviluppatasi nel nostro Paese con il fine di determinarne pesantemente il corso politico con strumenti non convenzionali da parte di quella fitta trama di poteri ed apparati che sono stati la longa manus dell’Alleanza Atlantica e delle sue strategie reazionarie nel corso di tutta la storia repubblicana.

Quella che potremmo definire come “ultima fase” della strategia della tensione avvenne in un arco temporale di stravolgimenti epocali come la fine del mondo bipolare ed il processo di costruzione dell’Unione Europea che hanno “terremotato” il quadro politico e gli assetti della cosiddetta Prima Republica, determinando nel nostro ridotto nazionale scelte politiche preconizzate illo tempore dagli esponenti di spicco della reazione, “golpisti” inclusi, normalizzate a pratiche e a lessico politico corrente da chi – a destra come a sinistra – ha picconato la sovranità popolare e le garanzie sociali conquistate nel corso degli anni precedenti.

Siamo allo stadio di una sorta di damnatio memoriae per cui la lunga scia di sangue di un’organizzazione terroristica (come definire diversamente Savi e soci?) è stata derubricata a mera banda criminale nonostante la logica della propria azione andasse oltre i meri fini delinquenziali con un fine che non può essere quello di soddisfarne solo il cinico sadismo e il tornaconto personale, ma che ha appunto – insieme alla Falange Armata – svolto una precisa funzione politica nel convulso quadro politico dell’epoca per conto di mandanti su cui nessuno ha voluto far luce.

La propria longevità ed intoccabilità fa ipotizzare un’ampia e stratificata rete di coperture perlomeno nei ranghi della propria categoria di provenienza, e non solo.

I depistaggi e il trattamento giornalistico sono stati usati per inquinare le acque e stravolgere la verità utilizzando come capri espiatori vittime innocenti di fantasiose macchinazioni giudiziarie (spesso sostenute acriticamente dalla stampa) per le quali non sembra che alcuno si sia sentito in dovere di scusarsi.

Pensiamo quindi sia utile, fare opera di “rammemorazione” critica e proporre ipotesi interpretative che leggano quei fatti e i loro protagonisti come archeologia di un presente, in cui – è bene ricordarlo – chi governa ha scelto una simbiosi mortale tra politiche securitarie di tipo autoritario e austerità dentro un quadro in cui le scelte guerrafondaie del blocco occidentale vanno a braccetto con la militarizzazione della società.

Un contesto in cui riemergono preoccupanti modi di operare propri della guerra sporca con cui si è voluto ferocemente combattere la lotta di classe nel nostro paese da parte di una parte consistente delle classi dirigenti. Chi quelle vicende non le ha vissute o ne ha solo una vaga nozione, potrà immergersi nelle pagine più buie che hanno caratterizzato una parte dell’Emilia Romagna e delle Marche dove gli “insospettabili” poliziotti della Uno bianca hanno agito per anni indisturbati come killer seriali seminando il terrore.

Questo lavoro è dedicato alla memoria delle vittime “dimenticate” e in particolare di Ndiay Malik e Babon Cheka, operai senegalesi freddati a San Mauro Mare, vicino a Cesenatico, la notte del 18 agosto del 1991 da sedici colpi sparati dalla banda della Uno bianca.

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24/12/2024

La strage del rapido 904 - 23 dicembre 1984

Il contesto

Il 1984 era stato un anno piuttosto "caldo" per la politica e la società italiana. L'anno era iniziato col "decreto di San Valentino" varato dal governo Craxi, relativo al taglio dei punti di contingenza e volto a colpire il meccanismo della "scala mobile". Ne era derivato un duro scontro tra il governo, sostenuto dalla Cisl di Carniti, da un lato, e il Pci di Berlinguer con la Cgil di Lama e i Consigli dei lavoratori autoconvocati, dall'altro. Lo scontro, che metteva in discussione un compromesso sociale di vecchia data, aveva avuto una prima ricaduta nella manifestazione del 24 marzo contro il decreto e un serrato confronto sociale e parlamentare che sfocerà infine in una proposta di referendum abrogativo.

Alle elezioni europee di giugno, svoltesi all'indomani della morte di Berlinguer dopo il comizio di Padova, il Pci era diventato il primo partito del Paese.

Il sistema politico, tuttavia, rimaneva bloccato. Il mese seguente, le conclusioni della relazione Anselmi, al termine dei lavori della Commissione d'inchiesta sulla loggia P2, avevano provocato le dimissioni del ministro socialdemocratico Pietro Longo.

Nelle settimane seguenti, mentre il giudice Casson indagava su quella che sarebbe stata nota come "Gladio" e rinviava a giudizio il colonnello Amos Spiazzi, la magistratura fiorentina approfondiva i rapporti tra neofascisti e servizi segreti in relazione agli attentati ai treni compiuti in Toscana negli anni precedenti [1]. Intanto Michele Sindona era estradato in Italia e venivano arrestati il boss della banda della Magliana Enrico Nicoletti e vari esponenti della camorra.

Ma erano soprattutto le rivelazioni di Tommaso Buscetta – personaggio di primo piano di "Cosa nostra", anch'egli estradato in Italia – a mettere in discussione una serie di equilibri dei quali lo strapotere della mafia era stato parte significativa. Ne derivarono, il 29 settembre, ben 366 mandati di cattura per reati di mafia, cui seguirono altri 127 arresti provocati dalle dichiarazioni del pentito Salvatore Contorno.

"Cosa nostra" reagiva prontamente, il 18 ottobre, con la strage di piazza Scaffa a Palermo.

Intanto, negli stessi giorni, il gen. Musumeci, ex vicedirettore del Sismi, e altri cinque dirigenti dei servizi segreti venivano arrestati con l'accusa di avere depistato le indagini sulla strage di Bologna e di aver favorito la fuga del faccendiere Francesco Pazienza, coinvolto tra l'altro nelle inchiesta sul caso Calvi e sulla Loggia P2. Il 3 novembre a essere arrestato per rapporti con la mafia era invece l'ex sindaco di Palermo, il democristiano Vito Ciancimino [2].

Poche settimane prima, infine, era stato ucciso Tony Chichiarelli, il "falsario di Stato" autore dei falsi comunicati Br durante il sequestro Moro. A marzo era stato protagonista della rapina alla Brink's Securmark, una finanziaria di cui era socio anche Sindona, assieme ad esponenti della Banda della Magliana; prelevati 35 miliardi di lire, i rapinatori avevano lasciato alcuni proiettili e una finta risoluzione delle Brigate Rosse, inviando poi a un quotidiano altri "reperti" riconducibili ai casi Moro e Pecorelli [3].

Pressata da inchieste e arresti, iniziava dunque a venire alla luce quella che l'ex presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino definirà "la 'zona grigia' fatta da elementi della P2, dei servizi, da un mondo oscuro degli affari, da criminalità organizzata, siciliana e romana, da personaggi della destra eversiva" [4].

Equilibri consolidati, fondati su patti indicibili, rischiavano di saltare. È in questo contesto, oltre che nel quadro di una situazione sociale e politica molto mossa, che matura la "strage di Natale".

La strage

È il 23 dicembre 1984, due giorni prima del Natale.

Molti sono i meridionali che hanno parenti al Nord e partono da Napoli per trascorrere le festività con loro; qualcuno, invece, come due giovani fidanzati di Parma, Susanna Cavalli e Pier Francesco Leoni, è salito sul treno a Roma, diretto verso casa [5].

Il treno è il rapido 904, partito da Napoli alle 12:55. Alle 19:08, quando ha lasciato da mezz'ora la stazione di Firenze, una terribile esplosione, partita dal vagone 9 di seconda classe, lo squarcia e ne arresta la corsa. L'effetto è ancora più devastante poiché lo scoppio avviene nella Grande Galleria dell'Appennino, tra le stazioni di Vernio e S. Benedetto Val di Sambro, la stessa zona dove dieci anni prima era avvenuta la strage dell'Italicus. Se il treno che viaggiava in senso contrario fosse entrato anch'esso nella galleria, le conseguenze sarebbero state ancora peggiori, ma un piccolo ritardo e l'intervento di macchinista e ferrovieri evitano un disastro più grave.

Lo squarcio nel treno provocato dall'esplosione è comunque impressionante. L'intero vagone 9 è completamente devastato. I morti sono quindici, fra i quali tre bambini e un'intera famiglia, i De Simone; 267 i feriti, di cui alcuni in modo grave.

Un sedicesimo viaggiatore, Gioacchino Taglialatela, padre di una delle vittime, la piccola Federica, perderà la vita di lì a poco a causa delle ferite riportate. Nelle loro testimonianze i superstiti ricordano il boato, il buio pesto, il fumo denso, e un silenzio irreale, ovattato, provocato dal trauma ai timpani, cui seguono il caos, le urla disperate, l'orrore dei corpi straziati [6].

Antonio Calabrò, che sarà presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime, ricorda "le macerie addosso, la bocca piena di sangue, il senso di oppressione al petto"; Lucia Gallo, "la cascata di vetri [che] come proiettili arrivavano da tutte le parti" [7]. "Non avevo più la percezione del corpo – dichiarerà Antonio Celardo, anch'egli poi presidente dell'Associazione – soprattutto non mi sentivo gli arti […]. Poi mi feci coraggio e cominciai a toccarmi. Nonostante una gamba fracassata mi resi conto di essere intero e ancora vivo" [8].

I soccorsi sono immediati ed efficienti. Tuttavia occorre più di un'ora e mezza perché possano raggiungere il luogo dell'esplosione. Il denso fumo all'interno della Galleria dell'Appennino è il maggiore ostacolo che si trovano di fronte i ferrovieri che per primi giungono sul posto.

Molto vivide, a distanza di anni, le testimonianze di alcuni di loro, come il toscano Andrea Marzoppi o Luciano Rescazzi, responsabile della protezione civile presso l'Unione dei comuni.

Ricorda un altro soccorritore, Paolo Vandelli, di origine campana ma allora residente nel Bolognese: "Tutto in quella galleria era un muro di fumo e polvere", raggiungere il convoglio non fu facile, mentre i superstiti abbandonavano il treno come potevano [9].

Quello che i soccorritori si trovano di fronte è impressionante. Nella loro memoria, e nella memoria collettiva, rimarrà una bambola, giocattolo di una delle bambine presenti sul treno, anch'essa coperta da bagagli e detriti.

Lo scoppio è stato causato da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli, presumibilmente durante la sosta a Firenze. Una viaggiatrice sopravvissuta, Rosaria Gallinaro, parlerà agli inquirenti di un uomo, salito a Santa Maria Novella, intento a sistemare due borsoni sulla griglia portapacchi del corridoio anziché negli scompartimenti, dove pure vi era spazio [10].

Una testimonianza raccolta da Giuliana Covella, quella di Lidia Carreras, ascoltata dagli inquirenti solo a partire dal 2013, riferirà di "un uomo alto, con una ventiquattrore, che andava avanti e indietro alla stazione di Napoli prima che il treno partisse", osservando "con circospezione i finestrini e gli scompartimenti" [11].

Ai funerali delle vittime, che si tengono a Bologna con il discorso del sindaco Renzo Imbeni e la presenza del Presidente della Repubblica Pertini e della Presidente della Camera Nilde Iotti, partecipa una folla enorme.

Le prime reazioni

La strage rievoca nella coscienza collettiva del Paese le pagine più atroci della strategia della tensione.

Le prime notizie giungono come un fulmine a ciel sereno nel clima prenatalizio.

Subito la stampa rileva la coincidenza del luogo della strage con quella dell'Italicus di dieci anni prima.

Per "l'Unità" è un ennesimo "agguato alla democrazia". "La Repubblica" si domanda "chi protegge gli assassini" e ricollega la strage alle inchieste su strategia della tensione e depistaggi che nei mesi precedenti hanno coinvolto alti esponenti del servizi segreti e lo stesso Licio Gelli.

Intanto giungono varie rivendicazioni. Tra queste, una telefonata all'Ansa "di un uomo con accento siciliano, secondo la quale la strage non doveva essere considerata 'una trama politica' ma un fatto di mafia", e "la bomba non era a tempo, ma telecomandata"; e una al "Corriere della Sera", da parte di uno sconosciuto che il giorno dopo viene incontrato da un funzionario della Digos alla stazione di Firenze: la strage sarebbe partita "dalla mafia, dalla 'ndrangheta e dai politici perché per i loro traffici di droga avevano avuto fastidi dalla polizia". Dell'uomo, però, si perdono le tracce [12].

Nel frattempo inquirenti e commentatori avanzano le prime ipotesi. Secondo il sostituto procuratore di Bologna, Claudio Nunziata, "la pista nera è chiarissima": troppe sono le analogie con l'Italicus.

Per il giornalista Giorgio Bocca, la strage potrebbe esser fatta "risalire a quei poteri occulti, a quei centri di criminalità politica e mafiosa che sono stati messi negli ultimi anni con le spalle al muro".

Nel dibattito che si svolge alla Camera il 27 dicembre, il capogruppo socialista Formica afferma: Con tempismo costante i seminatori di morte [...] invadono la scena per ricordare pesantemente al Governo [...] agli italiani e agli altri, che l'Italia non può e non deve avanzare in autonoma sovranità, non può e non deve liberarsi dai limiti di una democrazia circoscritta [...]. La fragilità dello Stato ha aperto varchi [...] a poteri paralleli, a criminalità organizzata, ad inquinanti contaminazioni.

Ma "da almeno due anni" sta avanzando "una riflessione collettiva intorno ai temi corposi della democrazia più alta [...] della presenza internazionale più autonoma e più autorevole".

È questo processo che si vorrebbe bloccare.

Il democristiano Rognoni avanza invece una lettura simile a quella di Bocca: "In un momento in cui lo Stato è duramente impegnato contro la criminalità organizzata, l'improvviso e studiato ritorno di un fronte terroristico [potrebbe] rappresentare un tentativo di alleggerire la pressione della difficile battaglia contro i commerci, i poteri, i delitti della mafia o di alte consorterie occulte" [13].

Di fatto anche negli anni seguenti saranno queste – strage di matrice politica con manovalanza camorristica e mafiosa, oppure strage di mafia anticipatrice di quelle del 1992-93 – le due interpretazioni prevalenti, assieme a quella che vede un intreccio di queste due componenti.

Le indagini

Le indagini si indirizzano subito su una duplice pista: quella napoletana, che ha origine nell'anticipazione della strage che Carmine Esposito – un ex poliziotto di estrema destra, che aveva appena trascorso un breve periodo di detenzione – aveva fatto alcuni giorni prima dell'eccidio alla Questura di Napoli, e che porta verso il clan di Giuseppe Misso, gruppo camorristico il cui leader ha anch'egli posizioni neo-fasciste, e verso Massimo Abbatangelo, parlamentare del Movimento sociale italiano; e quella romana, avviata dall'arresto di Guido Cercola, braccio destro a Roma dell'esponente mafioso Pippo Calò, cui segue il ritrovamento, nella casa dell'affittuario e sodale di Cercola, di due congegni radioelettrici in grado di innescare un'esplosione compatibili con quelli usati per la strage, e poi, in un casale dello stesso Cercola, di due pani di esplosivo Semtex H (di cui uno ridotto di circa un chilo), sei cariche di tritolo (di cui una mancante di 40 grammi) e nove detonatori, anch'essi compatibili con quelli usati per l'attentato.

La figura di Calò è di particolare rilievo: "cassiere della mafia", è al "crocevia di affari che legano mafia siciliana, camorra napoletana, malavita romana [...] e sottobosco dell'estrema destra" [14].

Secondo il giudice Viglietta, che indaga sulla banda della Magliana, – quella di Calò è "un'organizzazione con stretti vincoli con la destra eversiva, ambienti deviati dei servizi segreti e della massoneria", la quale non è priva di "obiettivi politici" [15].

Nelle settimane successive vengono fermati vari membri del clan Misso. Il primo è il giovane Carmine Lombardi, sospettato di aver portato l'esplosivo alla stazione di Napoli, il quale di lì a poco viene ucciso in un agguato. Il secondo è Lucio Luongo, che conduce gli inquirenti all'arsenale del gruppo. Dal canto suo, un altro componente della banda già detenuto, Mario Ferraiuolo, inizia a collaborare, confermando che il clan, oltre all'attività di criminalità comune, si muoveva anche per finalità politiche, e sostenendo che si erano svolte riunioni con Abbatangelo, il quale, ai primi di dicembre del 1984, avrebbe consegnato a Misso armi, detonatori e un pacco chiuso contenente esplosivi, portato a Roma da Luongo una settimana prima di Natale; affermazioni poi confermate da Luongo.

Nell'ottobre 1985 Calò è incriminato come mandante della strage, mentre altri 22 ordini di cattura sono emessi per Misso e i suoi per reati di camorra; tra i ricercati è anche Gerlando Alberti jr, legato alla "famiglia" di Calò ma "trapiantato" nel clan Misso e di fatto elemento di collegamento tra le due realtà. Misso riceve inoltre una comunicazione giudiziaria per la strage del 904, e così di lì a poco Abbatangelo.

Nel gennaio 1986 il Pm Vigna chiede il rinvio a giudizio di Calò, Cercola, e altri tre esponenti del gruppo romano, e di Misso, Abbatangelo e altre tre persone del gruppo napoletano. Per Vigna, la strage sarebbe il frutto di un intreccio di interessi, di mafia, camorra e destra eversiva, e finalizzata a "distogliere l'impegno della società civile dalla lotta contro la mafia", producendo un "blocco del paese sulla via della democrazia". Il Pm ipotizza "una pluralità di valenze" della strage, frutto del legame tra settori di mafia, camorra, destra eversiva e Banda della Magliana, e di una convergenza di interessi tra questi soggetti [16].

I processi e le sentenze

Il primo passo dell'iter giudiziario sulla strage del 904 è la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio emessa dal G.I. di Firenze Gironi il 3 novembre 1987, che accoglie le richieste di Vigna sul rinvio a giudizio di Calò, Cardone, Cercola, Di Agostino, Rotolo, Schaudinn, Misso, Galeota, Luongo ed Esposito, cui poi sarà aggiunto Pirozzi. La posizione di Abbatangelo, eletto deputato, viene stralciata.

Il giudice, accettando le ipotesi investigative del Pm, ritiene possibile "che l'attentato sia stato suggerito allo scopo di distogliere l'attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta contro le centrali emergenti della criminalità organizzata". Tuttavia "le marcate connotazioni politiche di molti degli imputati, i collegamenti con precisi ambienti della destra eversiva […] possono rendere ipotizzabili anche altri più ambiziosi moventi". Insomma è plausibile che la strage avesse anche "obiettivi politici" e fosse parte di un piano comprendente una serie di gravi attentati. Quanto al gruppo napoletano, in presenza di "numerosi indizi di probabili contatti" tra clan Misso e Calò, il suo ruolo resta da approfondirsi [17].

Intanto, alla vigilia dell'inizio del processo, Schaudinn – ritenuto l'artificiere della strage, e dunque elemento centrale della vicenda – con la complicità di funzionari dell'Ambasciata tedesco-occidentale di Roma, si sottrae agli arresti domiciliari e fugge in Germania.

Nel febbraio 1989 è emessa la sentenza di primo grado.

Vengono condannati all'ergastolo per i reati di strage, attentato per finalità terroristica ed eversiva, banda armata, fabbricazione e detenzione di esplosivi, Calò e Cercola del gruppo romano, e Misso, Galeota e Pirozzi tra i napoletani; per gli stessi reati, ma con le attenuanti, sono condannati anche Di Agostino (28 anni) e Schaudinn (25 anni), pure del gruppo romano.

Per il giudice Sechi, la strage aveva "molteplici finalità": Indebolire il sistema democratico del nostro Stato; distogliere con false emergenze l'impegno civile, politico e giudiziario e determinare, dunque, quella situazione di incertezza e di disorientamento dei pubblici poteri e di sfiducia in questi da parte dei cittadini che sono i presupposti indispensabili per la crescita [...] del proprio potere (mafioso) [18].

Nel marzo 1990 la Corte d'Appello di Firenze conferma le condanne di Calò, Cercola e Di Agostino, ma assolve Misso, Galeota e Pirozzi dai reati di strage, attentato e banda armata. La Corte, cioè, ritiene credibili le riunioni "politiche" del clan Misso e la consegna di esplosivi al clan da parte di Abbatangelo, ma non giudica questi elementi sufficienti a provare il nesso con la strage.

Circa un anno dopo, la I sezione della Corte di Cassazione – presieduta da Corrado Carnevale – respinge i ricorsi di PM e parti civili, mentre accoglie quelli degli imputati, annullando la sentenza di II grado. Per Carnevale, gli elementi emersi nel processo sono "generici" ed "equivoci", e addirittura sarebbe "arbitrario e assiomatico" definire Calò mafioso. Pochi giorni dopo, invece, la Corte d'Assise di Firenze condanna Abbatangelo all'ergastolo. Si crea così una situazione paradossale, per cui gli imputati del processo principale sono stati assolti, mentre Abbatangelo – il cui ruolo era inserito nella stessa vicenda – è condannato.

Nel novembre 1991 si apre il processo di rinvio in appello, che a sua volta ribalta la decisione della Cassazione. La II Corte d'Assise d'Appello di Firenze, presieduta dal giudice La Cava, nella sentenza del 14 marzo 1992 ribadisce l'ergastolo per Calò e Cercola e la condanna di Schaudinn a 22 anni, e riduce a 24 anni la pena per Di Agostino. Per Misso, Galeota e Pirozzi – già assolti in via definitiva per i reati più gravi – sono confermate le condanne per la detenzione di esplosivi. Il quantitativo di esplosivi in dotazione al gruppo romano, peraltro, fa pensare a "un vasto [...] programma di attentati", per cui la strage del 904 si inserirebbe "in una strategia terroristica di più ampio respiro". Quanto al gruppo napoletano, secondo la Corte la consegna degli esplosivi da Abbatangelo a Misso non basta a provare il nesso con la strage.

Commenta Guido Neppi Modona: la sentenza fa "luce sul perverso intreccio tra mafia e politica, terrorismo neofascista e deviazioni istituzionali che ha insanguinato gli ultimi venti anni di storia italiana". La strage del 904 viene dunque inquadrata in un "programma stragista, in cui il controstato della criminalità mafiosa e dell'eversione nera avevano sperimentato la comunanza di obiettivi e di metodi di lotta politica".

Sulla via del ritorno da Firenze, peraltro, Galeota viene freddato da un killer: è un altro protagonista dei fatti che non potrà più parlare. A lui si aggiungerà, nel gennaio 2005, Guido Cercola, suicida in carcere in circostanze sospette. Quanto ad Abbatangelo, nel febbraio 1994 è assolto in appello dall'accusa di strage, e condannato a sei anni per detenzione di armi ed esplosivo.

La vicenda si riapre nel 2010, allorché, in seguito alle dichiarazioni di alcuni pentiti, la Dia di Napoli riapre l'inchiesta. Nell'aprile 2011 Totò Riina, il "capo dei capi" della mafia, è colpito da un'ordinanza di custodia cautelare come mandante della strage del 904. L'ipotesi investigativa è che la strage servisse a costringere lo Stato a trattare con la mafia; il fatto che l'esplosivo utilizzato nel 1984 fosse dello stesso tipo di quello impiegato per gli attentati dell'Addaura e di via D'Amelio sembrerebbe confermare il collegamento [19].

Rinviato a giudizio Riina nell'aprile 2013, nel maggio dell'anno successivo si tiene l'udienza preliminare; a novembre inizia presso la Corte d'Assise di Firenze, presieduta da Ettore Nicotra, il nuovo processo.

Durante le udienze, nel gennaio 2015, Giovanni Brusca ribadisce la sua convinzione del coinvolgimento dei vertici di Cosa Nostra nella strage: non solo Calò, dunque, ma lo stesso Riina.

Un altro collaboratore di giustizia, Leonardo Messina, conferma che Calò non avrebbe potuto agire in autonomia perché "nessuno, pena la morte, può fare un omicidio di questo livello senza il permesso della commissione provinciale o regionale".

Tuttavia, nell'aprile 2015, la Corte assolve Riina per non aver commesso il fatto. Ancora una volta, l'idea di una strage esclusivamente mafiosa non convince i magistrati. "Non può escludersi – scrivono nelle motivazioni della sentenzache [nella strage] abbia trovato coagulo un coacervo di interessi convergenti di diversa natura".

Il contributo delle commissioni d'inchiesta e le ricostruzioni storiografiche

La ricerca storica sulla strage del treno 904 ha stentato a decollare.

Dieci anni dopo l'evento, Roberto Arbitrio, coordinatore dell'osservatorio permanente dell'Eurispes sui fenomeni criminali, presieduto dall'onorevole Giuseppe Ayala, dedica al tema una prima ricerca. Per l'autore, dietro la strage vi sono "connivenze tra estrema destra […] criminalità organizzata di stampo mafioso […] e Massoneria deviata". Arbitrio sottolinea l'"anomalia" dell'attentato, che costituirebbe "la prima bomba di mafia sui treni". Di fatto "l'obiettivo non ha un significato strettamente mafioso".

Dietro l'attentato si può dunque ipotizzare "una struttura complessa, non solo di interesse mafioso". Del resto, le rivelazioni di Buscetta riguardavano non solo questioni di mafia, ma anche retroscena del golpe Borghese, del rapimento Sindona, dell'omicidio Moro. La strage può essere stata dunque "il punto di incontro" tra gli interessi della mafia e quelli di altri soggetti attraverso l'uso del terrorismo stragista.

Della vicenda del rapido 904 si occupa anche la Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Nel dicembre 1995 la relazione Pellegrino mette in discussione la lettura della strage come esclusivamente di mafia.

È un giudizio che la Commissione ritiene di dover riconsiderare [...]. Vero è che [...] l'accertata matrice mafiosa dell'episodio parrebbe in qualche misura separare la strage del 904 dalle precedenti e configurarla quasi come una anticipazione degli attentati di Roma, Milano e Firenze che hanno segnato l'estate del 1993 [...]. E tuttavia è la stessa personalità del principale responsabile individuato per la strage del 904, a fornire spunti di rilievo opposto.

È accertato, infatti, il 'ruolo di frontiera' svolto da Calò, per i rapporti stretti fin dagli anni '70 con la Banda della Magliana, personaggi del mondo politico ed economico. Si tratta di "una zona grigia caratterizzata da rapporti incrociati tra mafia, servizi segreti, criminalità politica e comune, il cui ruolo appare ormai innegabile [...] 'un nodo siciliano'" che va ben oltre il contesto dell'isola.

L'iter giudiziario, insomma, non avrebbe portato alla luce quella "rete di complicità" che pure esisteva.

In tal senso la conclusione dei magistrati, che hanno visto nella strage una reazione della mafia alle rivelazioni di Buscetta e alla crisi del patto col potere politico, è "apprezzabile – ma non pienamente appagante".

Il giudizio della Commissione, dunque, lascia aperti molti interrogativi. Pochi mesi dopo un volume a cura dell'Associazioni di familiari vittime per stragi ribadisce che quello del rapido 904 "fu un attentato anomalo. Un attentato in cui più chiaramente di altri si intravede l'ampiezza delle logiche criminali, i collegamenti tra esse, un attentato nel quale al fine eversivo fa da sfondo l'ombra inquietante dell'elemento mafioso; un nemico composito e nascosto, con molte facce e molte presenze dentro e fuori del nostro paese" [20].

Anche la ricostruzione storica proposta nel volume del 2006 conferma la necessità di approfondire ulteriormente l'intreccio di moventi e protagonisti della strage [21]. A sua volta, Rita Di Giovacchino sottolinea il ruolo dell'organizzazione di Calò come "struttura di servizio" a disposizione di massoneria e "apparati dello Stato", evidenziando inoltre come l'artificiere Schaudinn, lungi dall'essere una figura secondaria, fosse "un elemento di spicco di un'organizzazione internazionale", legata ad ambienti neofascisti, protetta da autorità croate, Cia e Mossad, "a metà guado tra mafia e servizi segreti" [22].

Dal canto suo, Stefania Limiti, sulla base tra l'altro delle rivelazioni di un altro pentito, Luigi Giuliano, osserva che il gruppo di Misso – secondo Giuliano "un'organizzazione potentissima", comprendente esponenti politici e militari – era legato all'organizzazione neofascista "La Fenice", già protagonista di vari episodi della strategia della tensione [23].

È interessante notare infine che le stesse più recenti acquisizioni giudiziarie, quelle cioè relative al processo Riina, abbiano confermato l'insufficienza di una lettura che attribuisca l'eccidio esclusivamente alla mafia, alludendo anch'esse a un panorama più articolato e complesso.

La verità storica sulla strage del 904 non può dirsi dunque ancora raggiunta.

Memorie e letture contemporanee

La memoria della strage del 904 non ha avuto un percorso facile. Sebbene l'Associazione tra i familiari delle vittime sia stata costituita poche settimane dopo l'evento, il 17 marzo 1985 – anche grazie alla collaborazione dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna e del suo presidente di allora, Torquato Secci – il sostegno delle istituzioni non è stato sempre all'altezza delle aspettative.

La prima commemorazione si tenne nella sede del Consiglio comunale di Napoli, al Maschio Angioino, il 18 dicembre 1985. All'Associazione fu promessa una sede, che tuttavia arriverà solo venti anni dopo.

Per i superstiti si apre il drammatico dilemma tra il dimenticare, il rimuovere una esperienza così dolorosa, e il coltivare la memoria. Alcuni di loro trovano nell'Associazione "una seconda famiglia" [24].

Il secondo anniversario vede la realizzazione di una mostra fotografica, allestita nella stazione di Napoli per circa un mese, e un'altra mostra, più grande, viene realizzata per il ventennale, nel 2004. Quest'ultimo anniversario è particolarmente importante per rilanciare la memoria della strage. In quella occasione, oltre alla commemorazione ufficiale, si svolgono un incontro tra i familiari delle vittime e il sindaco di Napoli, Rosa Russo Jervolino, e un reading del giornalista e scrittore Daniele Biacchessi [25].

Anche in queste iniziative, la strage del 904 viene collegata alle altre stragi che hanno insanguinato il Paese a partire dal 1969. Non a caso, l'Associazione dei familiari partecipa alle commemorazioni della strage dell'Italicus e di quella di Bologna, ed è parte attiva della rete che le varie associazioni, gli archivi e le altre strutture che si occupano della storia e della memoria di quei fatti tragici hanno costituito negli ultimi anni.

Importante anche la commemorazione svoltasi in occasione del trentennale, alla quale hanno preso parte anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e don Luigi Ciotti, presidente dell'Associazione "Libera".

A Ischia, dove la memoria della piccola Federica Taglialatela è molto curata ed esiste anche una fondazione a lei intitolata, un recital degli allievi della scuola media "Giovanni Scotti" ha ricordato la giovanissima scolara che perse la vita quel 23 dicembre.

In genere, in occasione degli anniversari, la strage viene ricordata con una duplice cerimonia: alla stazione di Napoli e poi alla stazione di San Benedetto Val di Sambro.

Dal 2003, nella stazione del capoluogo campano, una targa ricorda le vittime dell'eccidio, ma la sua collocazione poco felice la rende "una traccia 'invisibile'" [26]. Un'altra targa si trova a San Benedetto Val di Sambro.

La stessa memoria collettiva del Paese stenta ad avere coscienza di quanto avvenne quel 23 dicembre.

Dopo lo studio di Roberto Arbitrio per l'Eurispes, solo nel 2006 è stata pubblicata, grazie all'Associazione dei familiari col sostegno della Regione Campania, una prima monografia dedicata alla strage.

Nel 2014 la giornalista Giuliana Covella ha pubblicato un nuovo volume sulla "strage dimenticata", con la prefazione del sindaco De Magistris, le cui presentazioni hanno ravvivato l'attenzione sul 904.

Riguardo ai mass-media, è soprattutto negli ultimi anni che l'attenzione alla vicenda del rapido 904 si è fatta più viva. Nel 2010 il giornalista napoletano Marcello Anselmo realizza un audio-documentario, trasmesso da Radio Tre dal 20 al 24 dicembre di quell'anno. Nel gennaio 2012, per la trasmissione "La storia siamo noi", la Rai manda in onda un documentario sulla strage.

Pochi mesi dopo, una video-intervista a Enza Napoletano realizzata da Eliana Iuorio per Road Tv Italia, torna a dare voce ai superstiti. Del dicembre di quello stesso anno è infine un'altra video-intervista, al presidente dell'Associazione Antonio Celardo, in viaggio verso San Benedetto Val di Sambro per la commemorazione della strage.

Nel dicembre 2015 Rai Storia ha dedicato un nuovo documentario alla vicenda del 904.

Negli stessi giorni Martino Lombezzi, giovane documentarista bolognese, ha ultimato il suo documentario sulla strage, ricco di testimonianze e di molte riprese anche dell'ultimo processo celebrato, quello a Totò Riina.

L'Associazione dei familiari, dal canto suo, continua a promuovere la memoria dell'evento, attraverso attività nelle scuole, iniziative pubbliche e una pagina Facebook costantemente aggiornata.

Attualmente la presidente è Rosaria Manzo. Ha dichiarato uno dei superstiti:  Vedere in carcere chi ha materialmente messo la bomba […] non mi avrebbe dato nessun appagamento. Mi darebbe grande appagamento scoprire la verità sul vero perché è stata organizzata questa strage, sui veri motivi alla base delle varie stragi italiane di quel periodo [27].

È questa, in effetti, la ferita ancora aperta della memoria collettiva del nostro paese.

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12/12/2024

Piazza Fontana, incancellabile memoria

A poche settimane dalla morte di Licia Pinelli, dolorosa testimone e vittima di quei giorni bui non si può dimenticare: 12 Dicembre 1969, strage di Piazza Fontana (senza dimenticare un altro attentato a Roma, al Vittoriano, questo fortunatamente senza spargimento di sangue): si inaugura in Italia la “strategia della tensione”.

Nel frattempo, nel correre degli anni sono cambiate profondamente le cose attorno a noi ed oggi costatiamo, dolorosamente, che sul piano sociale, economico, soprattutto politico stiamo tornando indietro: a condizioni materiali di vita, nella possibilità di esercizio dei diritti, nella capacità di rappresentanza politica che avremmo creduto superate per sempre.

Ricordare oggi Piazza della Fontana deve significare, quindi, mettere assieme, la testimonianza della nostra ricerca della verità e la nostra volontà di impegnarci, e lottare ancora per invertire la rotta non rinunciando all’idea di una società da ricostruire pezzo per pezzo, pietra su pietra, secondo gli ideali dell’eguaglianza, della solidarietà sociale, dell’internazionalismo.

In quel momento nessuno, o pochissimi, riconosce la verità: si segue la pista anarchica, Pino Pinelli viene “suicidato” da una finestra della questura di Milano (quella dell’ufficio del commissario Calabresi, capo della “squadra politica”, ndr). Pietro Valpreda arrestato.

Il Presidente Saragat plaude alla “cattura del mostro” ed il suo telegramma di felicitazione al Capo della Polizia è letto, al Telegiornale (senza uno e senza due, in quel momento) dal solito, ineffabile Bruno Vespa, poi eterno anchorman di regime.

Si tratta del primo atto di una lunga striscia di sangue, di una serie di attentati fascisti che costelleranno la storia d’Italia degli anni’70-’80.

Ricordiamo la cupezza di quei giorni, la folla milanese che si stringe attorno alle bare delle vittime, i pochi giornalisti coraggiosi, Camilla Cederna, Bruno Ambrosi, che cercano ostinatamente la verità, l’impegno del Comitato Antifascista milanese.

Soprattutto pensiamo alla grande mobilitazione studentesca e operaia in atto in quegli anni: un lungo ’68 che arrivò fino all’autunno caldo dell’anno successivo, appunto il 1969, grazie alla saldatura delle lotte tra operai e studenti.

Lotte che reclamavano non soltanto un diverso tenore di vita, il diritto allo studio e al lavoro, ma un’idea diversa di società democratica, di prospettiva per il futuro.

I fascisti (senza il neo) diretta progenie dell’attuale destra di governo che lavorarono per attuare quelle stragi intendevano fermare quel movimento, spezzare quella spinta, ricacciarci tutti indietro.

Seguirono poi anni difficili, nel corso dei quali imparammo quanto fosse complesso scoprire la verità, in mezzo a tentativi di colpi di stato, servizi segreti al “servizio” dell’eversione, coperture politiche ad altissimo livello.

Non abbiamo smesso però di cercarla quella verità ed ancor oggi, levando alto il nostro richiamo alla memoria, ci rivolgiamo a tutti i democratici: quel giorno fu spezzato un filo, svoltò un punto importante della storia d’Italia.

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02/08/2024

Strage di Bologna - Oggi il corteo. Mano fascista, mente lo Stato

Con la conferma da parte della Corte d’Assise d’Appello di Bologna dell’ergastolo in primo grado anche a Paolo Bellini per i fatti del 2 agosto 1980, che fa seguito a quello a Gilberto Cavallini di quasi un anno fa, la peggiore strage del periodo della strategia della tensione arriva, dopo oltre quarant’anni ad una verità giudiziaria ormai appurata e incontrovertibile, nonostante decenni di depistaggi e insabbiamenti: la mano della strage fu senza alcun dubbio fascista, ma ad armarla non fu il supposto “spontaneismo” dei NAR, ma i soldi della P2 sottratti al Banco Ambrosiano e la volontà politica dei vertici dei servizi segreti.

Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, tutti legati a vario titolo agli interessi della Nato nel nostro Paese.

Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana legata a doppio filo alle organizzazioni Stay Behind atlantiste (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Seconda Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale, per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana.

Dopo la doverosa partecipazione al corteo in ricordo delle vittime, vi invitiamo dunque a partecipare ad un momento di approfondimento questa sera alle 19 al Parco della Zucca non solo su questa strage ma più in generale sul ruolo della Nato e delle organizzazioni Stay Behind all’interno della strategia della tensione.

Aggiornamento. Come ogni 2 agosto, questa mattina abbiamo partecipato al corteo della città che ricorda la ferita inferta dalla bomba piazzata dai fascisti, pagata dai fascisti e pagata dalla P2, coperta e manovrata dallo stato in connessione con la NATO. Abbiamo partecipato denunciando la continuità tra i fascisti di allora e quelli di oggi che siedono al governo e continuano il processo di distruzione degli spazi democratici, degli spazi in cui è possibile lottare per avanzare verso una società migliore, verso forme di socialismo. E proprio oggi alla cerimonia è stato presente quel ministro Piantedosi che sta facendo passare un decreto sicurezza che addirittura inventa il reato di terrorismo di parola.

Dopo il minuto di silenzio abbiamo abbandonato la piazza, insieme a tante e tanti bolognesi che evidentemente non sopportano più la retorica istituzionale – incarnata da Lepore – secondo cui dopo le condanne dei fascisti resta solo da ripetere anno dopo anno il cerimoniale.

Abbiamo abbandonato la piazza anche per andare a rispondere alla provocazione di chi in via de Carracci ha svolto un presidio “innocentista” per Mambro, Fioravanti e tutta la banda degli assassini fascisti, ripetendo ancora l’infame menzogna della pista palestinese.

A Bologna non c’è spazio per fascisti vecchi e nuovi, tanto più il 2 agosto. Pensiamo che la ferita di Bologna si curi riportando al centro ciò che fascisti, massoni e stato hanno voluto colpire: la lotta per il socialismo!

Potere al Popolo Bologna

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13/07/2024

Strage di Montagna Longa: perché non vogliono riaprire le indagini?

Il 5 maggio 1972 il volo Alitalia 112, con un DC-8 di linea partito dall’aeroporto di Roma-Fiumicino e diretto all’aeroporto di Palermo-Punta Raisi, si concludeva in prossimità dell’atterraggio schiantandosi contro la Montagna Longa, tra il territorio di Cinisi ed il territorio di Carini, alle porte di Palermo. A bordo 108 passeggeri e 7 membri dell’equipaggio, tutti morti.

“Errore del pilota”?

Le successive indagini si conclusero con la sentenza del tribunale di Catania che incolpava i piloti di non aver seguito le linee guida dei controllori di volo durante le fasi dell’atterraggio. Insomma, un incidente causato da un “errore del pilota”? L’Associazione Nazionale Piloti Aviazione Commerciale (ANPAC) si schierò dalla parte dei piloti, rifiutando la possibilità di un loro errore per la lunga esperienza che avevano.

“Il DC-8 fu colpito da proiettili esplosi a terra da fascisti e mafiosi”

Maria Eleonora Fais, sorella di Angela, morta nella strage, dopo molti anni, è riuscita a recuperare il rapporto dell’allora vicecapo della polizia Giuseppe Peri secondo il quale l’aereo fu colpito da proiettili esplosi da terra. Peri nel rapporto attribuiva la responsabilità a dei neofascisti che agivano in collaborazione con alcuni mafiosi. Questo “attentato terroristico” si è verificato tre giorni prima delle elezioni politiche e avrebbe avuto lo scopo di spostare a destra l’asse politico nazionale.

La pista NATO

A marzo 2012 un altro parente delle vittime, un generale dei Carabinieri che nella strage perse il fratello, chiese alla Procura di Catania di riaprire l’inchiesta sul 5 maggio 1972.
Il generale sosteneva l’esistenza di un nesso tra un’esercitazione NATO, con consistente traffico aereo, e una foto scattata all’indomani dell’incidente, con tre presunti fori d’entrata di proiettile sull’ala dell’aereo.

“La presenza di esplosivo a bordo DC-8”

Un anno fa i familiari della strage di Montagna Longa hanno richiesto la riapertura delle indagini e hanno lanciato un appello al presidente Mattarella. In una nota firmata da Ernesto Valvo, presidente dell’Associazione familiari delle vittime di Montagna Longa, si legge, tra l’altro: “La magistratura ha recentemente respinto la richiesta di riapertura delle indagini da noi presentata, scaturita dalla meticolosa relazione del professor Rosario Marretta, che ipotizza la presenza di esplosivo a bordo del DC-8 schiantatosi misteriosamente il 5 maggio 1972. Senza contare che mai si è fatta luce sul mancato funzionamento della scatola nera e sulla scomparsa del tracciato radar”.

Da Montagna Longa a Ustica

Montagna Longa come Ustica, due aerei inghiottiti dalla morte con tutto il loro carico umano. Due aerei civili che hanno subito la stessa sorte sorvolando lo stesso tratto di mare colmo di segreti orrendi. Due stragi che hanno in comune anche il silenzio dei radar e la scomparsa dei tracciati precedenti “l’incidente”. Ma la strage di Montagna Longa ha un contesto storico e politico assai diverso dalla strage di Ustica: la strategia della tensione, le stragi fasciste, Gladio...

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14/12/2023

Le stragi dimenticate

Anniversari – A 54 anni di distanza, la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 è ormai un episodio dimenticato nella memoria pubblica. Al suo posto i solenni rituali commemorativi che cadenzano il cerimoniale istituzionale hanno edificato una nuova topolatria che celebra il 9 maggio 1978 per rappresentare il sacrificio versato ai valori legittimi. Quel momento drammatico che ha segnato il destino di una generazione indicando quale fosse il livello di violenza che gli apparati statali erano disposti a mettere in campo pur di impedire ogni cambiamento nel Paese è stato derubricato nella gerarchia degli eventi. Non è un caso se l’iniziale paradigma antifascista che ispirava il progetto costituzionale sia stato soppiantato da un nuovo mito fondativo: il paradigma antiterrorista che ostracizza gli anni 70, il decennio della sovversione sociale

Paolo Persichetti
Antifanzine Dicembre 2023

Se nell’estate del 1964 l’obiettivo del cosiddetto «piano Solo», la minaccia golpista ispirata dall’allora presidente della Repubblica Antonio Segni, era quello di esercitare una fortissima pressione sulle forze politiche che stavano dando vita ai governi del primo centro-sinistra, la stagione stragista iniziata cinque anni più tardi prenderà di mira direttamente la rivolta degli studenti del 1968 e le mobilitazioni operaie dell’«autunno caldo».

Le minacce di svolta autoritaria

Si tratta di una prima sostanziale differenza che separa la stagione del secondo dopoguerra, in particolare quella che prende avvio negli anni 60 caratterizzata da una lenta ma progressiva avanzata elettorale delle sinistre, il rafforzamento della opposizione parlamentare sostenitrice della necessità di profonde riforme di struttura, dall’apparizione sul finire del decennio e nei primi anni del successivo di un fortissimo ciclo di lotte sociali da cui scaturisce un nuovo spazio politico anticapitalista e rivoluzionario. Ad essere prese di mira sono queste nuove forme radicali di autonomia sindacale e politica, di autorganizzazione nei posti di lavoro (gruppi di studio operai-tecnici-studenti, comitati unitari di base, assemblee autonome) cresciute attorno alle vertenze per il rinnovo dei contratti, che si aprono nel maggio 1969, per saldarsi con l’attivismo degli studenti politicizzati davanti ai cancelli delle fabbriche dando vita all’«autunno caldo». Un enorme sommovimento di gruppi sociali, di giovani sradicati dalle loro terre d’origine influenzato da una rinnovata cultura politica marxista, dalla stagione delle lotte anticoloniali e dalla controcultura proveniente dagli Stati Uniti.

Il «piano Solo»

Nella prima metà degli anni '60 era bastato agitare la presenza di «piani di contingenza» nei quali si prospettavano misure d’eccezione per la tutela dell’ordine pubblico, come il «piano Solo» appunto, della cui realizzazione era stato incarircato il capo di Stato maggiore dell’esercito, generale dei carabinieri De Lorenzo, e nei quali si prevedeva l’internamento di «enucleandi», ovvero esponenti politici, parlamentari e sindacali della sinistra, il controllo dei punti nevralgici e di comando del Paese attraverso le brigate meccanizzate dei carabinieri che nella estate del 1964, tra la festa del 2 giugno e quella del 150esimo anniversario dell’Arma di metà giugno, erano confluite in massa nella Capitale insieme a reparti speciali e tecnici della comunicazione, per piegare il Partito socialista – dopo le dimissioni del primo governo Moro – e spingerlo durante le trattative per il nuovo esecutivo a un accordo al ribasso con la Democrazia cristiana rinunciando a riforme di struttura più importanti e incisive.

La stagione delle bombe

Nel 1969 a farsi sentire non saranno più le minacce di golpe, l’«intentona», come venne definita nella pubblicistica per distinguerla dal «pronunciamento» o da un «golpe» vero e proprio, o il «tintinnar di sciabole», secondo l’espressione utilizzata dal socialista Pietro Nenni, ma le bombe fatte esplodere con una strategia iniziale ben precisa: quella della false flag, ovvero con l’obiettivo di attribuirne la paternità ai gruppi della estrema sinistra secondo un copione consolidato che trae origine da alcuni principi militari codificati nei manuali della «guerra rivoluzionaria», la controguerriglia o guerra non ortodossa, oggi si direbbe «ibrida». Teorizzata nei manuali di alcuni ufficiali francesi che l’avevano sperimentata in Indocina, per poi impiegarla nella guerra d’Algeria ed esportarla nei regimi dittatoriali sudamericani, questa nuova dottrina, diffusa negli ambienti della destra europea da Yves Guérin-Serac, capitano dell’arme française in Indocina e in Algeria, militante dell’Oas, l’Organizzazione armata segreta che si oppose all’indipendenza algerina e dichiarò guerra a De Gaulle, fu discussa nel maggio del 1965 in un convegno sulla guerra rivoluzionaria promosso dall’Istituto Alberto Pollio, emanazione dell’ufficio Relazioni economiche industriali del Sifar, che si tenne a Roma all’hotel Parco dei Principi, radunando il gotha del neofascismo italiano ed esponenti dei Servizi poi coinvolti nella stagione delle bombe e delle stragi.

I gruppi neofascisti, infiltrati, manipolati o conniventi con strutture importanti degli apparati dello Stato e delle sedi Nato presenti in Nord Italia (il Comando delle forze terrestri alleate del sud Europa, Ftase, di Verona), deponevano bombe sul territorio nazionale (solo nel 1969 la cellula padovana di Ordine nuovo ne piazzò una ventina, tra esplose e inesplose) mentre polizia e carabinieri indirizzavano immediatamente le indagini verso i gruppi anarchici o le formazioni della nuova sinistra extraparlamentare.

È una lista lunghissima che inizia molto probabilmente con le due bombe inesplose trovate davanti alla Rinascente di Milano nell’agosto e poi nel dicembre del 1968 per proseguire il 25 aprile con l’esplosione davanti alla fiera campionaria e alla stazione centrale di due ordigni a bassa intensità, «bombe carta» destinate a fare danni e suscitare terrore senza uccidere. Le prime indagini per mano della commissario Luigi Calabresi imboccarono subito la pista anarchica. Tra l’8 e il 9 agosto esploderanno altri 8 congegni esplosivi molto simili sui treni delle vacanze presso le stazioni di Chiari, Grisignano, Caserta, Aviano, Pescara, Pescina, Mira e ancora Milano stazione centrale e Venezia santa Lucia, altre due restarono inesplose, con un bilancio finale di 10 feriti. Bombe inesplose per problemi tecnici vennero ritrovate il 21 maggio e il 19 agosto davanti la Corte di cassazione e la procura generale della repubblica di Roma, il 24 luglio all’interno del tribunale di Milano e il 28 ottobre davanti alcuni edifici giudiziari di Torino. La scia proseguirà fino alla tragico pomeriggio del 12 dicembre dove nel giro di 53 minuti esploderanno tre bombe a Roma: la prima in una sede della banca nazionale del lavoro, la seconda a piazza Venezia e la terza all’Altare della patria, senza fare morti. Una bomba inesplosa venne trovata in piazza della Scala a Milano mentre un altro ordigno, stavolta molto potente, confezionato per uccidere, esplose all’interno della banca nazionale dell’agricoltura, in piazza Fontana, causando 17 morti e 88 feriti.

12 dicembre 1969, la strage dimenticata

Sul piano giudiziario e storico è ormai accertato che dietro quegli ordigni c’era la cellula padovana di Ordine nuovo che faceva capo a Franco Freda e Giovanni Ventura. Una struttura infiltrata dal Sid, sigla dei Servizi segreti dell’epoca. La loro responsabilità giudiziaria nella strage più cruenta, quella di piazza Fontana è stata fissata in modo definitivo soltanto nel 2005, in una sentenza di Cassazione dopo una lunga serie di pronunciamenti contraddittori e all’esito di nuove indagini e acquisizioni documentali e testimoniali. Ma nel 2005 Ventura era morto e Freda, protetto dal ne bis in idem poiché assolto in via definitiva in precedenza, non si è visto comminare alcuna sanzione penale. Per la lunga scia di attentati invece i due furono condannati fin dal primo grado a 15 anni di reclusione. Giudici e storici non hanno ancora trovato una risposta soddisfacente sulle ragioni che portarono i due nazifascisti a decidere la strage interrompendo la lunga serie di attentati più o meno dimostrativi realizzati prima del 12 dicembre. Intelligence e servizi di polizia erano al corrente dei progetti e delle azioni dinamitarde realizzate della cellule ordinoviste. La lunga serie di attentati con bombe a basso potenziale era funzionale alla creazione di un clima di tensione e paura nel Paese che, secondo i suoi ideatori e ispiratori, avrebbe dovuto suscitare una domanda d’ordine, l’introduzione da parte del governo di misure d’eccezione, una svolta autoritaria che avrebbe allineato l’Italia alle dittature portoghese e spagnola e al golpe dei colonnelli greci del 1967, oltre a consentire la repressione delle forze della sinistra estrema su cui veniva fatta ricadere la responsabilità concreta e morale delle bombe e la messa in mora delle organizzazioni ufficiali del movimento operaio.

Si è ipotizzato che l’insofferenza e la frustrazione verso l’indecisione delle autorità di governo democristiane nel varare un giro di vite autoritario avrebbe spinto la cellula ordinovista a inalzare autonomamente il livello di violenza passando alla strage. In ogni caso gli apparati statali erano talmente compromessi che dovettero correre ai ripari: l’intera struttura dell’Ufficio affari riservati, l’intelligence della polizia, si precipitò nella questura di Milano per depistare fin da subito le indagini indirizzando l’inchiesta verso gli ambienti anarchici. Una forzatura violenta della verità che costò la vita a Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico fermato dal commissario Calabresi, trattenuto e interrogato illegalmente in questura per giorni e fatto precipitare dalla finestra degli uffici della polizia politica

Dall’antifascismo all’antiterrorismo

A distanza di 45 anni, quella che viene ritenuta la madre di tutte le stragi, un momento drammatico di svolta che ha segnato il destino di una generazione di giovani militanti e che indicava chiaramente quale fosse il livello di violenza che gli apparati statali erano disposti a mettere in campo pur di impedire ogni cambiamento nel Paese, è ormai un episodio dimenticato nella memoria pubblica. Al suo posto i solenni rituali commemorativi che cadenzano il cerimoniale istituzionale hanno edificato una nuova topolatria che celebra il 9 maggio 1978 per rappresentare il sacrificio versato ai valori legittimi. Non è un caso se l’iniziale paradigma antifascista che ispirava il progetto costituzionale sia stato soppiantato da un nuovo mito fondativo: il paradigma antiterrorista che ostracizza gli anni 70, il decennio della sovversione sociale e delle lotta armata di sinistra.

1970, il golpe rientrato

Il cosiddetto «golpe Borghese», ideato da Junior Valerio Borghese, già capo della decima Mas di stanza a La Spezia durante la Repubblica sociale mussoliniana e fondatore nel dopoguerra del Fronte Nazionale, venne avviato nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 (ingresso nell’armeria del ministero dell’Interno) ma poi fermato dallo stesso perché – si ipotizza – fossero venuti meno gli appoggi promessi. Questo golpe mancato appare direttamente connesso con la stagione delle bombe del 1969 di cui probabilmente voleva essere il corollario. E’ bene sottolineare che all’inizio del decennio Settanta ai settori industriali più avanzati, come la Fiat e Pirelli, non giovava affatto una svolta politica autoritaria ma piuttosto una situazione di crescita keynesiana con politiche economiche concertate con l’opposizione politica. Insomma i progetti golpisti non erano graditi, molto più interessante per gli interessi industriali apparirà il progetto di «compromesso storico» avanzato dal segretario del Pci, Enrico Berlinguer, tre anni dopo.

Strategie della tensione e rappresaglie fasciste senza una regia unica

La lunga stagione delle bombe, delle stragi, dei tentati golpe e degli organismi paralleli è passata alla storia sotto il nome di «strategia della tensione». Definizione che alcuni studiosi riconducono a un articolo apparso subito dopo la strage di piazza Fontana sull’Observer. Secondo altri, in realtà, prendeva origine da una frase di Aldo Moro sulla «strategia dell’attenzione», rivolta all’opposizione e pronunciata durante il congresso della Democrazia cristiana il 29 giugno del 1969, rivisitata durante i comizi dell’estrema sinistra dopo la strage. Nonostante l’indubbio successo e l’efficacia della definizione che ha ispirato una intensa pubblicistica e una convinzione ideologica ampiamente diffusa, la nozione ha sempre presentato numerose criticità accentuate con l’approfondimento delle conoscenze storiche. Oltretutto, col passar dei decenni, si è rafforzata l’interpretazione dietrologica del concetto fino ad estremizzarne la periodizzazione cronologica: estesa agli albori della Repubblica, con la strage di Portella delle ginestre avvenuta nel 1947 in Sicilia per mano degli uomini di Salvatore Giuliano, fino alle bombe mafiose del 1992-93 passando per la strage alla stazione di Bologna dell’agosto 1980.

Una narrazione «consolatoria» che riscrive il primo cinquantennio repubblicano sotto il segno di un unico disegno criminale dominato da forze occulte, poteri invisibili, complotti, minacce e crimini eversivi che avrebbero ostacolato la compiuta maturazione democratica del Paese. Lettura destinata a giustificare, in particolare, l’insuccesso della strategia politica attuata dal Pci nel corso degli anni 70 e successivamente l’avvento della stagione commerciale e politica berlusconiana.

Una lettura storicamente infondata poiché gli eventi citati non hanno le stesse caratteristiche, non rispondono a una medesima strategia, non sono coordinati tra loro, hanno attori diversi e si svolgono in fasi storiche e politiche molto differenti. Se la strage di piazza Fontana e le bombe del 1969 hanno molti elementi in comune con la strage di Peteano del maggio 1972 (autobomba che provocò la morte di tre carabinieri attirati in una trappola), i successivi eventi stragisti presentano aspetti diversi. Per Piazza Fontana e Peteano, realizzate entrambe da cellule odinoviste, le indagini si indirizzarono subito contro anarchici e Lotta continua coprendo i veri autori degli attentati, le cui attività erano ben note ai Servizi e alla forze di polizia.

La strage di Gioia Tauro del luglio 1970 appare invece un episodio legato al contesto della rivolta di Reggio Calabria, egemonizzata dall’estrema destra. L’attentato che danneggiò la linea ferroviaria dove sfrecciava la Freccia del sud, provocando 6 morti e 77 feriti, e che vide il coinvolgimento di tre esponenti di Avanguardia nazionale, fu seguito da una intensa campagna di attentati dinamitardi. Ben 44, avvenuti tra il luglio 1970 e il l’ottobre 1972, contro le infrastrutture della rete ferroviaria.

La bomba alla questura e l’enigma Bertoli

Nel maggio del 1973 Gianfranco Bertoli, un personaggio dalla storia indecifrabile e dalla personalità borderline, lanciò una bomba a mano all’interno della questura di Milano durante la cerimonia di commemorazione del commissario Calabresi, ucciso l’anno precedente in un agguato mai rivendicato ma dalla magistratura attributo a distanza di decenni a una struttura coperta di Lotta continua. L’attentato mirava alla vita del ministro dell’Interno Mariano Rumor, che era sul posto per scoprire un busto dedicato alla memoria del funzionario di polizia, solo che alcune defaillances personali di Bertoli gli impedirono di centrare per tempo il bersaglio. L’ordigno, una bomba ananas a frammentazione, fece comunque 4 morti e 52 feriti. Bertoli ha sempre rivendicato la sua militanza anarchica, identità che mantenne coerentemente nei lunghi decenni di carcere collaborando persino con alcune riviste libertarie e intrattenendo una lunga corrispondenza con il teorico dell’anarcoinsurrezionalismo Alfredo Maria Bonanno. Prima di lanciare la bomba, l’anarchico o presunto tale aveva soggiornato in un kibbutz israeliano anche se il collaboratore di giustizia Carlo Digilio, ordinovista componente della rete veneta di informatori dei servizi segreti americani (nome in codice «Erodoto»), riferì in una fase successiva che a ospitarlo e armarlo erano stati alcuni membri di Ordine nuovo che lo avevano utilizzato per vendicarsi di Rumor, a cui rimproveravano di non aveva dichiarato lo stato di emergenza quando era presidente del consiglio. Una versione che tuttavia non resse alle verifiche giudiziarie. Negli anni cinquanta Bertoli era stato anche un confidente del Sifar all’interno del Pci (nome in codice «Negro»). Attività che non durò molto a causa della bassa qualità delle informazioni da lui fornite. Ancora oggi non è chiaro chi sia stato veramente Bertoli: un anarchico scapestrato che voleva vendicare la morte di Pinelli o un borderline manipolato dagli ordinovisti?

Poco precedente a quello di Bertoli è il tentativo di attentato sulla linea ferroviaria Genova-Roma, realizzato il 7 aprile del 1973 dal neofascista Nico Azzi che rimase ferito mentre preparava un ordigno esplosivo nel gabinetto del treno dopo essersi fatto notare dai passeggeri con una copia di Lotta continua in mano. Azzi era un militante della Fenice, un circolo milanese di orientamento ordinovista che faceva capo a Giancarlo Rognoni

Le stragi del 1974, una vendetta per lo scioglimento di Ordine nuovo

La strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974 durante un comizio del Comitato antifascista locale (8 morti e 102 feriti) si distinse immediatamente dai precedenti episodi perché l’obiettivo colpito rivelava fin da subito la matrice politica neofascista degli esecutori. Dopo un lungo e travagliato iter giudiziario la Cassazione ha confermato la condanna finale di due ordinovisti: Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, quest’ultimo confidente del Sid di Padova col nome in codice «Tritone». Sono tuttora in corso altri due procedimenti contro gli ordinovisti veronesi Marco Toffaloni, all’epoca minorenne e che avrebbe materialmente deposto l’ordigno, e Roberto Zorzi.

Nel novembre del 1973 il movimento politico Ordine nuovo era stato sciolto dal ministro dell’Interno Taviani sulla base della condanna emessa dal tribunale di Roma per ricostituzione del disciolto Partito nazionale fascista. A causa di questo fatto, nel luglio del 1976 Pierluigi Concutelli, capo militare della struttura clandestina di Ordine nuovo, uccise a Roma Vittorio Occorsio, il pubblico ministero che aveva sostenuto l’accusa contro i dirigenti del gruppo neofascista.
 L’attentato di Brescia come quello successivo sul treno Italicus, nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 all’interno del tunnel Valdisambro (18 morti e 48 feriti), rivendicato da «Ordine nero» in un volantino che parlava di vendetta per la morte di Giancarlo Esposti, un fascista sanbabilino ucciso dai carabinieri sugli altipiani reatini il 30 maggio precedente, erano una chiara rappresaglia contro la messa al bando di Ordine nuovo.

Creato nei primi mesi del 1974, Ordine nero raccoglieva transfughi del disciolto Ordine nuovo, di Avanguardia nazionale e del Fronte nazionale rivoluzionario, struttura prevalentemente toscana. Fu protagonista dell’ultima stagione stragista caratterizzata da un’aperta dichiarazione di guerra contro lo Stato accusato di tradimento verso una esperienza politica, eversiva e golpista, che gli apparati avevano lungamente sostenuto, foraggiato, ispirato e manipolato. Nulla a che vedere dunque con i precedenti episodi che miravano ad attribuire alla sinistra la paternità degli eccidi con l’obiettivo di scatenare una risposta autoritaria dello Stato.

Ordine Nero e le bombe del 1974

Lungi dall’essere una ulteriore puntata della strategia della tensione questi due sanguinosi attentati, parte di una campagna più ampia avviata nel gennaio del 1974 a Silvi Marina, vicino a Pescara, dove una bomba fallì nel colpire l’ennesimo treno, appaiono piuttosto il segno sanguinoso della sua fine, la conseguenza dell’abbandono precipitoso e rovinoso da parte degli apparati statali che l’avevano utilizzata. Il 9 febbraio un altro ordigno venne ritrovato inesploso su un treno merci diretto da Taranto a Siracusa. A marzo un’esplosione fece saltare una rotaia nei pressi di Vaiano, vicino Prato, dove avrebbe dovuto passare il treno Palatino. La strage mancata fu rivendicata con un volantino di Ordine Nero ritrovato a Lucca. Ad aprile fu colpita la casa del popolo di Moiano, in provincia di Perugia. Nel complesso furono fatti esplodere tra Milano, la Toscana e Savona, oltre una decina di ordigni, culminati nell’attentato compiuto sulla linea ferroviaria di Terontola, il 6 gennaio 1975, a cui segui lo smantellamento del Fronte nazionale rivoluzionario di cui facevano parte Luciano Franci, Mario Tuti, Marco Affatigato, Andrea Brogi e Augusto Cauchi. Gruppo che ebbe contatti anche con Licio Gelli, al quale, secondo testimonianze di alcuni pentiti, Cauchi aveva chiesto un finanziamento per la sua attività politica.

La magistratura indaga sui progetti di golpe

Tra il 1973 e il 1974 vengono a galla, grazie a diverse inchieste condotte dalla magistratura, una serie di progetti di golpe di segno politico diverso anche se tutti caratterizzati dalla tentativo di scongiurare il «pericolo comunista». Non è possibile approfondire in questa sede una questa materia dagli intrecci estremamente complessi, ci limitiamo ad accennare brevemente alla indagine sulla «Rosa dei venti», portata avanti dal giudice istruttore Tamburino, e da cui emergeva traccia della presenza di strutture «parallele» interne agli apparati statali coinvolte nelle attività golpiste e stragiste. Testimone centrale nella ricostruzione di questa rete, siapur tra contraddizioni e reticenze, sarà il generale dell’esercito Amos Spiazzi. In anni più recenti la ricerca storica ha focalizzato meglio quanto avvenuto: accanto alla struttura Nato europea Stay behind, che in Italia aveva preso il nome di Gladio, apparato di difesa «non ortodosso» gerarchicamente dipendente dai comandi Nato, approntato per fare fronte ad una eventuale invasione militare delle truppe de patto di Varsavia e composto essenzialmente da membri della ex brigata Osoppo, partigiani bianchi antifascisti e anticomunisti, di cui si scoprì l’esistenza nella estate del 1990, dopo la vicenda del «piano Solo» venne messa in piedi una seconda struttura che dipendeva gerarchicamente dal ministero della Difesa. Si trattava dei Nuclei per la difesa dello Stato, apparato misto composto da membri selezionati degli uffici informativi dell’esercito, dei Servizi, dei carabinieri e di civili di dichiarata fede neofascista. Tra i membri di questa struttura disciolta nel 1973 vi erano molti ordinovisti.

Un’altra inchiesta riguarda il Movimento armato rivoluzionario di Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando. Fumagalli era un ex partigiano bianco legato ai Servizi inglesi. Ferocemente anticomunista organizzò una struttura clandestina armata con un forte insediamento in Valtellina, dove realizzò una serie di attentati dinamitardi contro tralicci dell’altra tensione che alimentavano le città e le industrie del Nord Italia. L’intenzione era quella di fronteggiare una eventuale offensiva di piazza o una vittoria elettorale dei comunisti. Nonostante il suo iniziale posizionamento antifascista, Fumagalli non disdegnò l’alleanza con i gruppi ordinovisti in vista di un colpo di stato.

L’esperienza più interessante appare tuttavia quella che venne definita il «golpe bianco», portato avanti da Edgardo Sogno, un altro ex partigiano della brigata Franchi, badogliana, liberale e anticomunista. Sogno aveva progettato in pieno agosto 1974 un «golpe liberale», un colpo di mano istituzionale di stampo presidenzialista, sul modello gollista della quinta repubblica francese che forte dell’appoggio dei vertici militari e istituzionali avrebbe dovuto sciogliere il parlamento, liberarsi del ventre molle democristiano ritenuto corrotto e irriformabile, creare un sindacato unico, internare le opposizioni di sinistra e di estrema destra, abolire l’immunità parlamentare e istituire un Tribunale speciale.

Agosto 1980, stazione di Bologna, una strage in cerca di movente

Sentenze e pubblicistica iscrivono la strage alla stazione centrale di Bologna del 2 agosto 1980, che fece 85 (forse 86) morti, e 200 feriti, come l’ultimo episodio della strategia della tensione anche se nell’ultima sentenza, quella di primo grado contro l’ex avanguardista Paolo Bellini, ritenuto insieme a Fioravanti, Mambro e Cavallini, appartenuti ai Nar, uno dei responsabili della strage, sulla scorta di un’ampia pubblicistica complottista si sostiene che la strategia della tensione sia proseguita fino alla stragi di mafia del 1992-93. In realtà nessuna delle tante sentenze è mai riuscita a indicare chiaramente un movente certo e convincente, tanto che solo nelle ultime motivazioni dei verdetti pronunciati contro Cavallini e Bellini ci si addentra sull’argomento, identificando come mandante la P2 di Licio Gelli, nel frattempo defunto, che avrebbe agito per rafforzare la propria capacità ricattatoria all’interno di equilibri occulti di potere. Una ipotesi tra le tante, per altro completamente sganciata dalle logiche della strategia della tensione enunciate in passato.

Nel 1980 la situazione internazionale stava rapidamente mutando: nel maggio dell’anno prima in Inghilterra era salita al governo la tory Margaret Teatcher, un anticipo della cosiddetta controrivoluzione neoliberale che si imporrà definitivamente con l’insediamento alla Casa Bianca del conservatore repubblicano Ronald Reagan. In Italia il clima politico e sociale era profondamente mutato rispetto ai primi anni 70. Si era avviata la stagione del riflusso, il compromesso storico era stato sconfitto, il Pci aveva avviato il suo declino elettorale, il movimento operaio e gli altri movimenti sociali erano sulla difensiva, in forte difficoltà sotto i colpi delle profonde ristrutturazioni del sistema produttivo. L’estrema sinistra in crisi. Non esisteva più il «pericolo comunista» che aveva ispirato la stagione stragista dei primi anni 70. Nella seconda metà del decennio il Pci aveva dato ampia prova di moderatismo, aveva sorretto le istituzioni di fronte all’offensiva della sinistra armata con molto più impegno di altre forze politiche. Non vi erano più ragioni per ricorrere ad una strage di tale portata, la più grande in Europa prima di quella di Madrid del 2004, provocata da Al Quaeda. Anche se sappiamo che gli attentatori non avevano previsto conseguenze così catastrofiche dovute alla presenza di un treno sul primo binario che respinse l’onda d’urto facendo crollare l’edificio dove era situata la sala d’attesa di seconda classe. Per questo motivo si è anche guardato a eventuali ragioni internazionali, come la vicenda di Ustica o il posizionamento dell’Italia nel Mediterraneo. L’aporia giudiziaria rappresentata dall’assenza di un movente valido ha facilitato l’offensiva giornalistica della destra che ha tirato in ballo la cosiddetta «pista palestinese». Ipotesi di comodo, smentita dalla recente desecretazione del carteggio Sismi-Olp, agitata dalla destra con l’intento di riscrivere il paradigma delle stragi e liberare i fascisti e i loro eredi politici dalle responsabilità avute nella precedente stagione delle bombe e dei massacri. Questo tentativo di strumentalizzazione tuttavia non esime dal porsi le giuste domande sul reale movente di quel massacro.

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