Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/11/2025

Piersanti Mattarella, Ustica, stazione di Bologna... “Ha stato Gheddafi!”

Sono letteralmente scioccato. Ho appena finito di ascoltare su Radio Popolare di Milano una buona ora di sconcertante monologo di Miguel Gotor in cui lo “storico”, nonché esponente del Partito Democratico, ha illustrato le funamboliche teorie complottiste contenute nel suo ultimo libro intitolato “L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980)”.

Peraltro, il giornalista in studio non lo ha mai interrotto con delle domande in grado di chiarire i tanti salti logici del discorso di Gotor, che ha esposto il suo teorema senza mai essere disturbato.

In breve, Gotor, partendo dall’assassinio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella (che indica come “l’erede politico di Aldo Moro”), traccia una linea tra le “stratificazioni del potere italiano” soffermandosi sugli «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia, “apparati deviati dello Stato” e... udite, udite, la Libia di Gheddafi!

Gotor indica delle relazioni organiche tra l’omicidio Mattarella e le stragi di Ustica e di Bologna e mette tutto in relazione alla decisione degli Stati Uniti e della NATO di installare in Sicilia i missili Cruise contro la Libia e contro l’Unione Sovietica.

Non che non vi possa essere stata qualche relazione tra queste cose, ma la spiegazione che da Gotor è rigorosamente (e paradossalmente) monocausale: Gelli ha organizzato tutto ma su mandato di Gheddafi che era in combutta con i neofascisti italiani per via del comune “antisemistismo” e del suo peso specifico, politico e finanziario, nel quadro della così detta “prima Repubblica”.

Ovviamente sui rapporti di Gelli con gli USA ed i milioni di dollari affluiti sul suo conto svizzero nemmeno una parola. Eppure è ormai di pubblico dominio il fatto che Licio Gelli fosse di casa negli Stati Uniti. Come è stradocumentato che, tra gli iscritti alla P2 c’era il capo della stazione CIA di Roma, Randolph Stone, ai cui ordini era il capo servizi segreti italiani.

Altrettanto acclarato il rapporto tra il servizio segreto USA e quello militare italiano (prima Sifar, poi Sid) nel quadro della pianificazione segreta di “Stay Behind” (Gladio) che era nata, in funzione anticomunista, nel 1956, da un accordo tra CIA e SIFAR.

Anche il servizio segreto civile italiano (l’Ufficio affari riservati) aveva stretti legami con gli amerikani. A capo di quell’ufficio era Federico Umberto D’Amato che, nelle sentenze di primo grado e d’appello della Corte d’Assise di Bologna, confermate poi dalla Corte di Cassazione, è indicato come uno dei 4 mandanti, organizzatori o finanziatori della strage alla stazione di Bologna del 1980 insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi iscritto alla P2. D’Amato era in costanti rapporti con Gelli ma, soprattutto, era un uomo della CIA ed aveva anche un filo diretto con l’FBI.

Ma di tutto ciò, nel teorema nuovo di zecca di Gotor, non c’è alcun accenno perché il collante che terrebbe tutto insieme – assassinio di Piersanti Mattarella, strage di Ustica, strage di Bologna – è soltanto Gheddafi, “antisemita”, “salvatore della Fiat” e “finanziatore dei neofascisti italiani”.

Mohammar Gheddafi, il quale, ovviamente, non potrà replicare alcunché né difendersi perché, dopo essere scampato miracolosamente alla morte in seguito al bombardamento USA del 1986 – che ne uccise la figlia di soli 15 mesi – è stato poi assassinato brutalmente nel 2011 dai “ribelli” finanziati da Francia e Stati Uniti.

Ci sarebbe da ridere se non fosse che stiamo parlando di due stragi che hanno causato 166 morti (più oltre 200 feriti) e dell’assassinio dell’allora Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Insomma, se credevate che il repertorio dietrologico e complottardo sulla recente storia d’Italia ne avesse già sparate di tutti i colori, sappiate che è un filone che non finirà mai di stupirci.

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03/08/2025

Bologna 2 agosto ’80. Fascisti stragisti e dediti ai depistaggi

Un certo Maurizio Gasparri assicura di aver letto i documenti dei servizi segreti italiani che “dimostrano la matrice mediorientale” della strage alla stazione di Bologna. E attacca lo storico Paolo Morando che su Il Domani aveva smontato questa tesi messa in giro dal Mossad israeliano già oltre venti anni fa e poi – ovviamente – fatta propria da fascisti e sedicenti postfascisti che non vedevano l’ora di ribaltare (seppure con un falso clamoroso) lo stigma che li contraddistingue da sempre. La strategia della tensioni, le stragi sui treni e nelle banche, hanno sempre avito progettazione Nato-Cia-servizi italiani e manovalanza fascista per l’esecuzione.

Ricordiamo il caso di Nico Azzi, iscritto al Movimento Sociale Italiano (quella “fiamma” che ancora figura nel logo dei Fratelli d’Italia meloniani), appartenente al gruppo La Felice, costola milanese di ON, che sul treno Torino-Genova-Roma del 7 aprile 1973, nascosto nel cesso (ma non c’è nulla da ridere...), rimase ferito dall’esplosione del detonatore che stava inserendo in una potente bomba destinata a compiere un’altra strage.

Oppure anche il caso del reo confesso Vincenzo Vinciguerra, che insieme a Carlo Cicuttini e Ivano Boccaccio – tutti membri Ordine Nuovo – aveva compiuto la strage di Peteano.

Insomma, di prove sul fatto che i fascisti allora servivano anche per realizzare stragi che avrebbero dovuto innescare una reazione tale da portare ad un colpo di stato militare in stile greco (allora la Grecia era in mano ai militari), ce ne sono a sufficienza.

Bologna è l’ultima e la più devastante di quelle stragi, chiude il cerchio della “restaurazione” alla fine degli anni ‘70, anticipando la sconfitta operaia dei 35 giorni alla Fiat, che aprì la stagione della perdita di diritti e salario che dura ancora oggi. I tempi erano cambiati, le dittature militari meno “presentabili”, il movimento operaio e variamente comunista in crisi...

Che siano stati materialmente i fascisti a fare la strage, nessun dubbio. Che siano stati quelli individuati dalla magistratura bolognese è un po’ più incerto, ma la “matrice politica” resta in ogni caso la stessa: Nato-Cia-servizi segreti italiani con “manodopera” di estrema destra.

Sulla cosiddetta “pista palestinese” la magistratura inquirente ha chiuso il discorso quasi subito, anche grazie a quei documenti che Gasparri giura di aver letto. Il che apre ipotesi inquietanti sulla sua capacità o volontà di comprendere un testo (propendiamo per la seconda ipotesi, a scanso di equivoci).

Resta la domanda, semmai, su quanto sia contorta la gestione dei servizi segreti in questo paese. La branca “interna” (il Sisde, erede Sid) organizza attentati, quella “esterna” (il Sismi) anni dopo – incaricata di verificare se ci fosse o no qualche connessione tra stragi e “mondo mediorientale” scopre che proprio non esiste.

Per chi vuole approfondire di seguito una serie di link con il resoconto di chi quei documenti non solo se li è letti davvero, ma li ha anche pubblicati, senza che Gasparri se ne accorgesse (non c’è più alcun vincolo al “segreto di Stato”).

https://insorgenze.net/2023/03/13/nelle-informative-di-giovannone-la-soluzione-negoziata-sulla-crisi-dei-lanciamissili-e-il-funzionamento-del-lodo-moro-seconda-puntata/

https://insorgenze.net/2023/03/11/i-documenti-desecretati-smetiscono-la-destra-sulla-strage-di-bologna/

https://insorgenze.net/2023/03/11/strage-di-bologna-ecco-i-cablo-di-giovannone-che-smentiscono-la-pista-palestinese-prima-puntata/

https://insorgenze.net/2023/03/23/strage-di-bologna-ennesima-bufala-sulla-pista-palestinese-gli-allarmi-dellucigos-e-del-capo-della-polizia-dell11-luglio-1980-non-erano-attuali-risalivano-a-una-nota-della-questura/

https://insorgenze.net/2023/08/01/strage-di-bologna-una-commissione-dinchiesta-per-cancellare-lo-stragismo-fascista/

https://insorgenze.net/2024/11/09/vecchie-documenti-desecretati-presentati-come-nuovi-i-trucchi-disperati-della-destra-per-tenere-aperta-la-pista-palestinese-sulla-strage-di-bologna/

https://insorgenze.net/2016/08/03/strage-di-bologna-come-e-stata-fabbricata-la-pista-palestinese/

Ma tornano utili anche alcuni articoli che resocontano i tentativi dei fascisti, e in particolare di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, di attribuire responsabilità nella strage addirittura... a una delle vittime, solo perché compagno della sinistra extraparlamentare.

https://insorgenze.net/2012/04/18/strage-di-bologna-in-arrivo-un-nuovo-depistaggio-enzo-raisi-fli-tira-in-ballo-una-delle-vittime-nel-disperato-tentativo-di-puntellare-la-sgangherata-pista-palestinese/

https://insorgenze.net/2012/08/02/strage-di-bologna-la-storia-di-mauro-di-vittorio-vittima-tra-le-altre-vittime-che-enzo-raisi-e-giusva-fioravanti-vorrebbero-trasformare-in-carnefice/

https://insorgenze.net/2012/10/18/strage-di-bologna-il-diario-di-viaggio-di-mauro-di-vittorio/

https://insorgenze.net/2012/10/18/strage-di-bologna-la-vera-storia-di-mauro-di-vittorio-crolla-il-castello-di-menzogne-messo-in-piedi-da-enzo-raisi/

https://insorgenze.net/2014/08/03/strage-di-bologna-ecco-i-documenti-di-mauro-di-vittorio-di-cui-raisi-negava-lesistenza/

https://insorgenze.net/2020/05/03/strage-di-bologna-fu-delle-chiaie-a-lanciare-per-primo-la-pista-di-sinistra-accusando-mauro-di-vittorio/

https://insorgenze.net/2020/08/03/enzo-raisi-lo-sciacallo-che-si-nutre-della-memoria-di-mauro-di-vittorio-vittima-della-strage-di-bologna/

https://insorgenze.net/2020/09/10/paolo-bolognesi-imprenditore-della-memoria-della-strage-di-bologna-fa-marcia-indietro-torna-la-foto-di-maria-fresu/

https://insorgenze.net/strage-di-bologna-il-depistaggio-di-raisi-fioravanti-pelizzaro-company-contro-mauro-di-vittorio/

https://insorgenze.net/2023/01/28/ecco-come-valerio-fioravanti-e-francesca-mambro-hanno-giocato-con-la-vita-dei-familiari-di-una-delle-vittime-della-strage-fine/

https://insorgenze.net/2023/01/25/sciacalli-e-agnelli-le-mail-di-fioravanti-mambro-a-anna-di-vittorio-e-giancarlo-calidori-1/

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02/08/2024

Strage di Bologna - Oggi il corteo. Mano fascista, mente lo Stato

Con la conferma da parte della Corte d’Assise d’Appello di Bologna dell’ergastolo in primo grado anche a Paolo Bellini per i fatti del 2 agosto 1980, che fa seguito a quello a Gilberto Cavallini di quasi un anno fa, la peggiore strage del periodo della strategia della tensione arriva, dopo oltre quarant’anni ad una verità giudiziaria ormai appurata e incontrovertibile, nonostante decenni di depistaggi e insabbiamenti: la mano della strage fu senza alcun dubbio fascista, ma ad armarla non fu il supposto “spontaneismo” dei NAR, ma i soldi della P2 sottratti al Banco Ambrosiano e la volontà politica dei vertici dei servizi segreti.

Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, tutti legati a vario titolo agli interessi della Nato nel nostro Paese.

Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana legata a doppio filo alle organizzazioni Stay Behind atlantiste (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Seconda Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale, per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana.

Dopo la doverosa partecipazione al corteo in ricordo delle vittime, vi invitiamo dunque a partecipare ad un momento di approfondimento questa sera alle 19 al Parco della Zucca non solo su questa strage ma più in generale sul ruolo della Nato e delle organizzazioni Stay Behind all’interno della strategia della tensione.

Aggiornamento. Come ogni 2 agosto, questa mattina abbiamo partecipato al corteo della città che ricorda la ferita inferta dalla bomba piazzata dai fascisti, pagata dai fascisti e pagata dalla P2, coperta e manovrata dallo stato in connessione con la NATO. Abbiamo partecipato denunciando la continuità tra i fascisti di allora e quelli di oggi che siedono al governo e continuano il processo di distruzione degli spazi democratici, degli spazi in cui è possibile lottare per avanzare verso una società migliore, verso forme di socialismo. E proprio oggi alla cerimonia è stato presente quel ministro Piantedosi che sta facendo passare un decreto sicurezza che addirittura inventa il reato di terrorismo di parola.

Dopo il minuto di silenzio abbiamo abbandonato la piazza, insieme a tante e tanti bolognesi che evidentemente non sopportano più la retorica istituzionale – incarnata da Lepore – secondo cui dopo le condanne dei fascisti resta solo da ripetere anno dopo anno il cerimoniale.

Abbiamo abbandonato la piazza anche per andare a rispondere alla provocazione di chi in via de Carracci ha svolto un presidio “innocentista” per Mambro, Fioravanti e tutta la banda degli assassini fascisti, ripetendo ancora l’infame menzogna della pista palestinese.

A Bologna non c’è spazio per fascisti vecchi e nuovi, tanto più il 2 agosto. Pensiamo che la ferita di Bologna si curi riportando al centro ciò che fascisti, massoni e stato hanno voluto colpire: la lotta per il socialismo!

Potere al Popolo Bologna

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11/07/2024

Strage di Bologna. Confermata condanna a Bellini. La mano fu fascista, la mente lo Stato

Dopo la conferma dell’ergastolo a Gilberto Cavallini di quasi un anno fa, la Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha confermato l’ergastolo di primo grado anche a Paolo Bellini per i fatti del 2 agosto 1980, quando una bomba distrusse la sala d’attesa della stazione di Bologna causando 85 morti e oltre 200 feriti.

La peggiore strage del periodo della strategia della tensione arriva dunque, dopo oltre quarant’anni, ad una verità giudiziaria ormai appurata e incontrovertibile, nonostante decenni di depistaggi e insabbiamenti: la mano della strage fu senza alcun dubbio fascista, ma ad armarla non fu il supposto “spontaneismo” dei NAR, ma i soldi della P2 sottratti al Banco Ambrosiano e la volontà politica dei vertici dei servizi segreti.

Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, pur se non più processabili in quanto ormai tutti deceduti ma questo, si sa, è nel pieno stile della giustizia borghese del nostro Paese.

In particolare sono stati ritenuti in via definitiva responsabili di questi capi d’imputazione Licio Gelli e l’ex capo dell’ufficio affari riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato, insieme all’imprenditore Umberto Ortolani e all’allora direttore del quotidiano Il Borghese Mario Tedeschi il quale, inoltre, col suo giornale organizzava (spesso in accordo con D’Amato stesso) campagne di depistaggio o diffamazione, a seconda delle necessità del momento; tutti risultarono poi iscritti alla P2.

Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Prima Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale e per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana fino ad auspicare “l’instaurazione di uno Stato autoritario, nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse” (dalla sentenza di condanna a Cavallini).

Diventa per noi dunque essenziale rilanciare, come ogni anno, la più forte e viva partecipazione al corteo che commemora la strage del 2 agosto, per una memoria che rimanga viva e militante al di là delle sentenze dei tribunali e di verità giudiziarie che sappiamo per certe da anni.

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08/08/2023

L’ardita retromarcia di De Angelis e le faide tra fascisti

Il sedicente “Giordano Bruno del terzo millennio” ci ha messo un attimo a scoprire che il fuoco scotta, che le “assolute certezze” si possono stemperare in un ossequioso “diritto al dubbio” e che, in definitiva, non conviene giocarsi un sontuoso stipendio per un banale sentimento di vicinanza giovanile e/o familiare.

E quindi una letterina di scuse si può sempre scrivere, ma senza presentare dimissioni.

A voler essere superficiali e strafottenti si potrebbe liquidare così l’“ardita retromarcia” di Marcello De Angelis a proposito delle sentenze sulla strage alla stazione di Bologna che inchiodano Mambro, Fioravanti e Ciavardini (suo cognato, en passant).

Ma stiamo parlando di un milieu fascista che è asceso al governo, non di ragazzi scapestrati che aprono bocca e sparano sentenze per poi essere costretti a rimangiarsele.

La sortita di De Angelis aveva due bersagli grossi: il presidente della Repubblica e il presidente del Senato, seconda carica dello Stato. Insomma quell’Ignazio La Russa che pure – da avvocato – aveva difeso i missini Loi e Murelli, assassini di un poliziotto a colpi di bombe a mano Srcm ai margini di un comizio dello stesso La Russa in qualità di giovane leader del Movimento Sociale milanese.

Entrambi i presidenti si erano posizionati – per puro dovere istituzionale, se non altro – nei confronti delle sentenze della magistratura come “verità” da difendere. “Strage neofascista”, per tenere sotto il tappeto la verità completa...

Fosse rimasto solo un vecchio esponente di Terza Posizione, politicamente ai margini, le parole di De Angelis sarebbero state ignorate o al massimo stigmatizzate come “reducismo paleo-fascista”.

Ma ricoprendo la carica di “portavoce istituzionale” del presidente della Regione Lazio – altro personaggio con una carriera significativa, peraltro – quelle bordate non potevano non segnalare uno scontro interno al partito di maggioranza relativa che esprime il presidente del consiglio.

Oltre che, ovviamente, con tutto l’universo antifascista – vero o “di comodo” che fosse – che per decenni li aveva relegati nello sgabuzzino (a parte lo sdoganamento berlusconiano, ma pur sempre in posizione servile).

Abbiamo dunque più piani di conflitto politico che si intersecano in una vicenda che ha assunto come occasione di scontro il piano, per così dire, “storiografico”, ma che vanno dipanati per comprendere cosa bolle in quel calderone (e quindi ai vertici della squallida “politica italiana”).

C’è – con evidenza solare – il desiderio urgente di riscrivere la Storia togliendosi di dosso, per quanto impossibile possa essere, l’immagine di “complici degli stragisti”. Gli attuali vertici euro-atlantici (gli stessi che hanno promosso i nazisti del battaglione Azov a “studiosi di Kant”), sono certamente di bocca buona, ma quel puzzo di cordite e sangue è troppo forte per essere accettati senza riserve nei salotti migliori.

Sull’urgenza di questa riscrittura, “neo-conservatori” (Meloni, La Russa, ecc) e “nostalgici” sarebbero tranquillamente d’accordo, se l’esercizio della funzione di governo – con tutte le contraddizioni e torsioni diplomatiche che implica – non sollevasse dubbi e contraddizioni su tempi, modi, formule retoriche da usare.

Il grosso della partita, anche qui, si gioca sul piano delle politiche economiche, non sulla “Storia antica”, quando i fascisti erano tollerati solo come manovalanza per il lavoro sporco filo-padronale o per la Nato.

Questo governo, diciamo spesso, è in perfetta continuità con quelli precedenti. Ha sposato il neoliberismo euro-atlantico, l’austerità europea, i vincoli di bilancio e i conseguenti tagli feroci alla spesa sociale. Cancella il reddito di cittadinanza scaricando sui Comuni il problema degli indigenti, è contrario al salario minimo per garantire ai micro-imprenditori di spremere dipendenti precari o in nero per poche centinaia di euro al mese, sgombera le famiglie dalle case occupate, fa attaccare dalla polizia i presidi sindacali, ecc.

È in questo contesto che si rifà viva l’ala “destra sociale”, che ha per il momento in Alemanno (Alemanno!) l’esponente di punta. Non per mettere in atto una “scissione” simile a quelle avvenute a ripetizione dopo la fine del Pci, ma per giocare il più antico ruolo di “partito di lotta e di governo”, strumentalizzando – e neutralizzando – anche i temi dell’opposizione.

Vedremo gli sviluppi presto, immaginiamo, ma una cosa chiara viene dimostrata dalla “ardita retromarcia” di Marcello De Angelis: ad una verità diversa sulla strage di Bologna e tutte le altre... non ci credono neanche loro.

Tana.

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Il “lodo De Angelis” per riscrivere la Storia

Su certe cose è bene essere seri ed evitare di ammucchiarsi con i commentatori di mestiere, che di tutto parlano senza nulla sapere.

Il “fatto politico” in questo momento è l’uscita di Marcello De Angelis – ultimo incarico: portavoce del presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca – tesa a scagionare i neofascisti Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini dall’accusa di essere gli autori materiali della strage alla stazione di Bologna, il 2 agosto del 1980.

De Angelis ricopre un ruolo importante in una istituzione molto rilevante – la Regione Lazio ha un bilancio superiore a quello di diversi paesi europei – e certamente le sue parole sbattono in modo totale con le affermazioni di Sergio Mattarella, fatte in occasione dell’anniversario della strage: “La matrice neofascista della strage è stata accertata nei processi e sono venute alla luce coperture e ignobili depistaggi, cui hanno partecipato associazioni segrete e agenti infedeli di apparati dello Stato”. Così “infedeli” da venir premiati con splendide carriere, spesso... ma vabbè, non è di questo che parliamo oggi.

Prevedibili sia le reazioni politiche che le parti in commedia, con Giorgia Meloni silente, l’ex sindaco di Roma (!) Gianni Alemanno solidale, il governo in imbarazzo e le opposizioni parlamentari sulle barricate delle chiacchiere.

La vicenda in sé è abbastanza semplice e chiara – i fascisti (dichiarati o in via di “ripulitura”) vogliono riscrivere la storia ufficiale sancita dalle sentenze giudiziarie e in primo luogo scaricarsi di dosso le responsabilità per la strage di Bologna. La più grave, la più densa di depistaggi, “la più” in molti sensi.

Difficile, in altri termini, diventare credibili come “statisti” e “governanti” con questo fardello sulle spalle.

Non stupisce neppure che il ruolo di “testa d’ariete” sia stato assunto da Marcello De Angelis, un “fascista vero ma serio” (poco a che fare con gente come Gasparri et similia), di quelli che hanno usato le mani e non solo, facendosi anche qualche anno di latitanza e poi di galera.

Fratello di un altro membro di Terza Posizione, “Nanni”, morto in carcere in seguito al violento pestaggio subito nella questura di Roma, ma trovato impiccato nella sua cella di Rebibbia, pochi giorni dopo.

Il che sembrerebbe piuttosto inusuale, vista la storica “vicinanza” tra fascisti e le varie forze di polizia.

La “vicenda semplice” – il desiderio di riscrivere la storia – si svolge insomma su una storia molto complessa e con aspetti che vanno esaminati singolarmente, per evitare confusioni che tornerebbero a vantaggio dei soli fascisti.

I fratelli De Angelis in Terza Posizione

Sia Marcello che Nazareno (“Nanni”) furono inizialmente tra gli accusati per la strage alla stazione di Bologna. Entrambi si diedero alla latitanza, contemporaneamente a Luigi Ciavardini. Nanni fu arrestato in piazza Barberini, a Roma, il 3 ottobre del 1980.

Le cronache – e le denunce successive alla morte – riferiscono che i poliziotti lo scambiarono proprio per Ciavardini, riconosciuto come autore dell’omicidio del vicebrigadiere Francesco Evangelista, detto “Serpico”, davanti al liceo Giulio Cesare, a fine maggio.

La vendetta dei poliziotti si sarebbe insomma consumata sulla persona sbagliata e la successiva impiccagione in cella, frettolosamente rubricata come “suicidio”, sarebbe servita a coprire la gravità delle ferite riportate nel pestaggio (ma refertate da un certificato medico in soli sette giorni di prognosi).

Per chi conosce storie e pratiche questurino-carcerarie tutto è abbastanza chiaro, ma difficile da provare in un’aula di tribunale.

C’è quindi da tener presente che Marcello De Angelis abbia una ragione personale non banale per essere ostile alle ricostruzioni storiche ufficiali sulla strage di Bologna. Tanto più che Ciavardini è anche suo cognato, avendone sposato la sorella.

“Stragi di Stato” o “stragi fasciste”?

Fin dalla strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), o addirittura da quella a Portella della Ginestra (1 maggio 1947), la storia italiana è stata piena di stragi “misteriose” il cui significato politico – e il cui mandante – era invece chiarissimo: fermare l’ascesa del movimento operaio e di una possibile “alternativa politica” che si presentava anche come “alternativa di sistema”.

Da piazza Fontana in poi, non a caso, si cominciò a parlare esplicitamente di “stragi di Stato” evidenziando – con tanto di prove, a volte poi anche riprese nelle inchieste giudiziarie – che si trattava di atti terroristici “commissionati” dallo Stato – e dai servizi statunitensi – ma eseguiti materialmente da fascisti.

In alcuni casi il collegamento tra fascisti e Stato fu esplicito. Per la strage di Peteano (31 maggio 1972), per esempio, c’è stata la confessione volontaria di uno degli esecutori, Vincenzo Vinciguerra, membro di Ordine Nuovo.

In quel caso i depistaggi furono piuttosto grossolani (i servizi provarono inizialmente a indirizzare le indagini verso la sinistra extraparlamentare, giocando sul fatto che le vittime erano tre carabinieri), e non mancò neanche l’intervento materiale di Giorgio Almirante (allora segretario del Movimento Sociale Italiano), sospettato di aver favorito l’espatrio di un altro degli esecutori materiali, Carlo Cicuttini.

Per quella di piazza Fontana, invece, seppure in fortissimo ritardo, fu provata la partecipazione come “artificiere” di Carlo Digilio, contemporaneamente membro di Ordine Nuovo, agente dei servizi segreti italiani e “uomo di mano” della Cia (impiegato poi anche come reclutatore di esuli cubani anticastristi).

Oggi – per esaurimento della sinistra radicale vera e propria – la dizione di “stragi fasciste” si è imposta come narrazione dominante che copre proprio le responsabilità dirette dello Stato italiano e dei suoi “alleati” euro-atlantici. Ma è assolutamente certo che tutte le stragi sono state “di Stato”. Eseguite – questo sì – da fascisti.

L’omicidio di Valerio Verbano

I fratelli De Angelis sono entrati, con ruoli diversi, anche nelle indagini per l’assassinio di Valerio, in casa sua, il 22 febbraio 1980.

Nanni era rimasto ferito nell’ottobre del 1978, durante uno scontro in piazza Annibaliano (nel quartiere Trieste-Africano, “territorio” di Terza Posizione), proprio da Valerio Verbano.

Come si usava a quei tempi, in questi scontri casuali – “a vista” – si rimaneva contusi o feriti in molti, ma si ricorreva al pronto soccorso (e alle registrazioni amministrative relative) solo in caso di ferite abbastanza serie.

In quell’occasione Valerio aveva però perso il suo zainetto, con dentro anche i documenti. I sospetti sui De Angelis, dopo la sua uccisione, furono originati proprio da quell’episodio, collegando la perdita dei documenti, quindi le informazioni indispensabili per organizzare una “vendetta” e l’interesse diretto dei fratelli De Angelis.

Marcello sciolse tutti i sospetti presentandosi, anni dopo, direttamente a Carla Verbano per chiederle se lo riconosceva come uno dei tre assassini di suo figlio. Risposta negativa e fine delle speculazioni.

L’omicidio di Valerio e la Roma dell’epoca sono stati magistralmente ricostruiti nel libro di Valerio Lazzaretti, Valerio Verbano. Ucciso da chi, come e perché, Odradek.

Depistaggi fascisti e non solo sulla strage di Bologna

Anche i condannati per la strage – Fioravanti e Mambro – una volta scarcerati si sono dati da fare per inventare “altre piste”, tutte rigorosamente fasulle. La più nota è quella “tedesco-palestinese”, su cui più volte questo giornale ha scritto o pubblicato interventi molto rigorosi e ai quali rimandiamo (Vedi qui, qui, qui, qui ecc.).

Non sono mancati neanche i tentativi di far passare un compagno rimasto vittima della strage come “responsabile”, arrivando persino a strumentalizzare il dolore dei familiari da cui avevano ottenuto una sorta di “perdono”...

Il gioco della “ripulitura” dei fascisti ha insomma una lunga storia. Ma oggi sono al governo e ritengono giunto il momento per far passare il proprio interesse.

Una carriera senza ostacoli

Marcello De Angelis, dopo aver scontato la sua pena al rientro dalla latitanza in Gran Bretagna – vi era andato per avvertire i “capi” di Terza Posizione, Roberto Fiore e Massimo Morsello, del possibile loro arresto, peraltro mai avvenuto – entra nei ranghi di Alleanza Nazionale, diventando prima senatore e poi anche deputato alla Camera, addirittura membro della Commissione Difesa (tra le altre).

Quindi diventa direttore de Il Secolo d’Italia (storico giornale fascista-missino), poi di Area (testata della “corrente” di Alemanno e Storace).

Non disdegna neanche la collaborazione con Maurice Bignami, ex leader pentito di Prima Linea, forse in omaggio all’antica convinzione di Terza Posizione di porsi come “ponte” con la sinistra extraparlamentare.

Contrariamente ai forcaioli di ogni risma, è nostra convinzione che chi ha scontato la sua pena sia libero in tutti i sensi. E quindi possa fare qualsiasi mestiere sia in grado di fare. E anche “politica”, magari diventando parlamentare.

Quello che ci indigna sempre è un’altra cosa.

Se questo accade a un fascista, nessuno ci fa caso. Se per caso un compagno osa soltanto “prendere parola” tutti – soprattutto tra i sedicenti “democratici” – si sgolano gridando allo scandalo.

C’è un senso, non avviene per sbadataggine...

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04/08/2023

Strage di Bologna, una commissione d’inchiesta per cancellare lo stragismo fascista

All’alba del quarantatreesimo anniversario della strage alla stazione centrale di Bologna incombe una nuova stagione di strumentalizzazione politica della storia. L’attentato esplosivo che fece saltare in aria circa trecento persone provocandone la morte di 85 è ancora un campo di battaglia giudiziario, politico e storico.

Diversi esponenti dell’attuale maggioranza di governo hanno depositato all’inizio del mese di luglio una proposta di indagine parlamentare sulle «connessioni del terrorismo interno e internazionale con gli attentati, le stragi e i tentativi di destabilizzazione delle istituzioni democratiche avvenuti in Italia dal 1953 al 1992 e sulle attività svolte dai servizi segreti nazionali e stranieri, anche relativamente alla scomparsa di Graziella De Palo e Italo Toni e all’attentato del 1982 alla Sinagoga di Roma».

Già nel precedente mese di febbraio, Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d’Italia, aveva lanciato la singolare proposta di una inchiesta sulla violenza politica avvenuta in Italia tra il 1970 e il 1989. Furbescamente Rampelli aggirava la madre di tutte le stragi, ovvero la bomba esplosa il 12 dicembre 1969 all’interno della banca dell’agricoltura di piazza Fontana a Milano. Vicenda in cui la responsabilità della destra neofascista, in combutta con alcuni apparati Nato del Triveneto, è stata accertata in sede giudiziaria e storica.

La destra italiana ha una tara genetica, quella dello stragismo intrecciato alle velleità golpiste messe in campo negli anni '70. L’attuale destra di governo, erede di quella stagione, ha tra gli obiettivi la ripulitura della propria storia, il lavaggio dei propri crimini e misfatti. La storia del primo cinquantennio repubblicano deve essere immersa nella candeggina delle commissioni d’inchiesta parlamentare per essere sbiancata, cancellata e riscritta, o meglio rovesciata. L’obiettivo è il capovolgimento del paradigma storico dello stragismo fascista e statale (democristiano), una sorta di risarcimento simbolico che in qualche modo deve riequilibrare e riabilitare in forma vittimistica la sua immagine macchiata dall’infamia indelebile per il ruolo giocato in quella sporca stagione di bombe nelle piazze, sui treni e nelle stazioni.

Washing storiografico

La proposta di Rampelli è stata così sussunta nel nuovo progetto che mira a rileggere il secolo breve della repubblica italiana. Sul portale istituzionale del parlamento non è ancora possibile conoscere il testo integrale del disegno di legge perché in fase di assegnazione, tuttavia il titolo è più che emblematico poiché propone la rilettura di un intero periodo storico che va dai moti triestini del novembre 1953, repressi dal governo militare alleato, fino alle stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio. Il tutto – sembrano suggerire i promotori, tra cui compare anche il nome di Rita Dalla Chiesa (Forza Italia) insieme a quello di Sasso (Lega), Antoniozzi, Mollicone e Foti (Fratelli d’Italia) – sorretto da un’unica trama in cui nuclei di terrorismo interno erano sovradeterminati da forze straniere. Se per decenni la narrazione complottista della sinistra, elaborata dalla cultura cattocomunista, aveva designato l’atlantismo Nato, con tutti i suoi derivati e subordinate, come responsabile di ogni cosa, per la destra si deve semplicemente rovesciare la narrazione. Ennesima prova di subalternità culturale e assenza di capacità critica. La complessità del mondo, delle relazioni sociali, dei processi e dei conflitti che muovono la storia può restare materia di una piccola cerchia di studiosi, quel che conta è costruire una diversa egemonia culturale fatta di bugie, favole e leggende da spacciare come nuovo oppio dei popoli.

Giunta finalmente al governo del Paese in una condizione di vuoto pneumatico dell’opposizione politica e di fragilità dell’opposizione sociale, per un periodo che salvo errori macroscopici o drastici rivolgimenti internazionali ha tutte le opportunità di non esser breve, la destra erede del regime sconfitto nel 1945 deve riscrivere la propria storia. Per realizzare la propria visione autoritaria e disciplinare della società e dare corpo al più sfrenato liberismo economico ha ormai tra le mani le leve dello Stato, deve dunque cancellare ogni memoria del proprio passato sporco e cospirativo, dove nell’ombra si proponeva strumento del potere per portare a termine le azioni più indicibili pur di fermare il protagonismo del movimento operaio e delle sinistre.

Utilizzare la strage di Bologna per costruire un nuovo paradigma stragista

L’attuale proposta di una commissione d’inchiesta ricalca una precedente iniziativa depositata sempre da esponenti di Fratelli d’Italia nel 2021, anche se allora l’indagine si fermava al 1989. Il testo dell’epoca faceva riferimento a saggi e studi fautori della esistenza di «collegamenti internazionali del terrorismo italiano» con chiaro riferimento all’attività delle formazioni combattenti palestinesi, senza risparmiare accuse alla sinistra armata italiana, sulla scorta dei lavori di “autori d’area” come Enzo Raisi, Valerio Cutonilli o giornalisti come Gian Marco Chiocci, oggi direttore del Tg1, Gian Paolo Pelizzaro e altri. Tra i temi centrali da rivedere c’era la responsabilità neofascista nella strage di Bologna, a seguito di un documento del capo centro Sismi a Beirut, Stefano Giovannone, del 27 giugno 1980. Dalla parziale e fuorviante lettura di quel testo e dal clamoroso errore dell’ex parlamentare Carlo Giovanardi, che aveva confuso la data di un documento dell’aprile 1981, nel quale si riferivano minacce da parte palestinese, antidatandolo all’aprile 80, si elaborava il teorema della ritorsione palestinese come movente della strage giustificata – a detta degli esponenti della destra – dal sequestro, nel novembre del 1979 davanti al porto di Ortona, dei due lanciamissili non armati appartenenti al Fronte popolare per la liberazione della Palestina.

La successiva desecretazione di una cospicua parte del carteggio (195 documenti resi accessibili in due momenti diversi tra giugno 2022 e aprile 2023) proveniente dal centro Sismi di Beirut metteva fine alla cosiddetta pista palestinese, proposta come verità alternativa alle sentenze giudiziarie che indicano, sia pur tra lacune, prove indiziarie e ricostruzioni storiche dietrologiche, la responsabilità della destra neofascista nella strage alla stazione. Le carte di Giovannone dimostrano, infatti, che la crisi dei lanciamissili si era conclusa già il 2 luglio 1980.

Le recriminazioni della destra per le attese andate deluse

Recentemente l’avvocato di estrema destra Valerio Cutonilli ha dato voce alla cocente delusione della destra nei confronti del carteggio Giovannone-Olp puntando il dito su ciò che a suo dire manca: «C’è un buco temporale inverosimile, a mio avviso non casuale, che copre proprio il periodo più utile per la ricerca sulla strage di Bologna. Quello che va dai primi di luglio alla metà di settembre 1980». Prendersela con le presunte «carte mancanti», magari «sottratte», è una vecchia risorsa della retorica complottista che ha sempre pensato di risolvere con questo facile escamotage le proprie defaillances, anche in questo Cutonilli manca di originalità e copia pedissequamente gli inarrivabili maestri del complottismo di sinistra. Quello dell’estate ’80 è in realtà il periodo di silenzio più breve, nel carteggio ce ne sono di ben più lunghi, ma a Cutonilli – posto che lo sappia – non interessano perché non sono strumentalizzabili. Ancora Cutonilli, si è detto «sconvolto» per aver appreso solo recentemente che il palestinese Abu Saleh, coinvolto nella vicenda degli Strela, nel 1981 fu trasferito dal carcere speciale di Trani a quello di Pianosa, dove subì insieme a decine di altri detenuti un brutale pestaggio. Cutonilli insinua che l’episodio sia collegato alla strage di Bologna, dimenticando che il trasferimento in massa da Trani avvenne dopo la rivolta seguita al sequestro D’Urso, rapito dalle Brigate rosse. Una parte dei detenuti vennero trasferiti a Pianosa e qui pestati per rappresaglia, come Saleh che nella rivolta non ebbe alcun ruolo. Nel carteggio del Sismi gli esponenti del Fplp, ben consapevoli delle ragioni del pestaggio, si lamentarono con Giovannone e chiesero il trasferimento a Rebibbia che avvenne di lì a poco, testimoniando netta condanna nei confronti delle Brigate rosse e solidarietà verso il magistrato D’Urso, che al ministero della Giustizia si occupava degli Istituti penitenziari. Basterebbe leggerli i documenti o attenersi ai fatti ma per alcuni, come ricordava Nietzsche, «non esistono i fatti ma solo interpretazioni».

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03/08/2023

Bologna 2 agosto 1980: le voci che sembrano annunciare la strage

Le voci che sembrano annunciare la strage di Bologna del 2 agosto 1980 non costituiscono in sé delle prove sufficienti per condannarne i presunti autori, ma – quando risultano documentate e attendibili – possono diventare elementi utili per approfondire la conoscenza del contesto storico in cui essa avvenne ed eventualmente assumere i connotati di indizi da mettere in relazione con l’analisi dell‘arma del delitto e con le testimonianze oculari e video sulle persone sospettate di aver avuto a che fare con quel crimine.

Fatta questa dovuta premessa, entriamo nel merito della questione.

Nell’udienza del 9 gennaio 1988 per il processo di primo grado sulla “Strage alla stazione di Bologna” entra in scena un uomo detenuto dal gennaio 1980 nel carcere di Padova per una rapina, conosciuto nella stessa città dagli ultimi anni ’60 come militante neofascista del Movimento Sociale Italiano e coinvolto nell’attentato bombarolo del 15 aprile 1969 allo studio del rettore di Padova, un’azione compiuta dal gruppo diretto da Franco Freda per farla attribuire all’estrema sinistra (leggasi: “Attentato imminente. Pasquale Juliano, il poliziotto che nel 1969 tentò di bloccare la cellula neofascista veneta”, di Antonella Beccaria e Simona Mammano, casa editrice Stampa Alternativa, 2009).

Si tratta del testimone Luigi Vettore Presilio e quest’ultimo chiede un “rinvio a giudizio”.

In realtà, non avendo delle imputazioni in quel procedimento giudiziario e conoscendo poco e male la lingua italiana, vuole il rinvio della sua testimonianza poiché, stando alle sue parole e sulla base di un “certificato medico”, sarebbe diventato dipendente dall’alcool e non avrebbe più la capacità di intendere e volere.

Quel giorno lui ha senza dubbio un comportamento ambiguo, ma capisce bene quel che vuole far capire bene.

Ogni tanto guarda verso la gabbia degli accusati, dove c’è il padovano Roberto Rinani, segretario della sezione del Movimento Sociale Italiano dell’Arcella dall’autunno 1976 al dicembre 1977, ed è come se, anche attraverso il linguaggio non verbale notato e contestato perfino dal Presidente della Corte, voglia fargli capire che ha intenzione di ritrattare le sue precedenti dichiarazioni.

Come capita ad ogni persona informata sulle vicende giudiziarie e di cronaca connesse alla strage di Bologna, Luigi Vettore Presilio sa che poco più di due anni prima, il 15 dicembre 1985, “la moglie di Rinani, Luciana Perulli, è stata aggredita (...) da uno sconosciuto mentre rientrava a casa a Mestre.

Ha reagito al tentativo di strangolamento e se l’è cavata con la frattura di un dito. L’aggressione è stata messa in relazione con la notizia, pubblicata da un giornale, di un possibile pentimento di Rinani, che sino ad ora non ha mai collaborato con gli inquirenti”
(vedasi “I magistrati bolognesi: «Sulle stragi troppa disinformazione»”, di Giancarlo Perciaccante, pag. 5 del quotidiano “L’Unità” del 18 dicembre 1985).

Luigi Vettore Presilio guarda di nuovo verso il Rinani e gli fa capire di non avere alcuna intenzione di continuare a collaborare con la magistratura.

Come mai il Vettore Presilio ha deciso di non parlare più di Roberto Rinani?

Per comprendere a sufficienza il perché di questa apparente forma di schizofrenia, bisogna comunque ricordare che Presilio, non essendo sottoposto a misure di sicurezza, come invece sarebbe stato logico per un testimone a rischio di ritorsioni, martedì 25 novembre 1980 viene aggredito e ferito da persone sconosciute nel carcere di Padova.

Due giorni dopo quell’episodio, non a caso, il Giudice Istruttore esamina Luigi Vettore Presilio e quest’ultimo, fra l’altro, dichiara: “... sono stato accoltellato certamente per punizione in relazione alla pubblicazione sull’Espresso di notizie riguardanti la deposizione che ho reso a voi magistrati di Bologna.

Infatti le stesse persone che mi hanno colpito mi hanno informato che la ragione della loro azione era quella di punirmi per aver parlato. Sono certo che volessero uccidermi. Non ci sono riusciti perché io mi rotolavo e mi sono difeso disperatamente gridando ed infine sono riuscito ad infilarmi sotto la branda”
(dichiarazione riportata dalla sentenza della Corte di Assise di Bologna del giorno11 luglio 1988).

Inoltre, sempre davanti al Giudice Istruttore, Presilio ufficializza per la prima volta la sua indisponibilità a “rendere ulteriori dichiarazioni” in relazione alle voci che nel carcere patavino, dove lui fa parte dei detenuti addetti alla lavanderia, quindi anche al ritiro delle lenzuola sporche e alla consegna settimanale di quelle pulite alle persone lì ristrette, avrebbe sentito Roberto Rinani (vedasi: sentenza della Corte di Assise del giorno 11 luglio 1988).

Di fatto è un “testimone reticente” dato che non rispetta l’articolo 372 del Codice Penale italiano, ma resta sempre impunito per questo reato!

Al di là della logica del “do ut des”, che fino a poco tempo prima aveva animato il suo desiderio di ottenere in modo rapido la libertà provvisoria, Luigi Vettore Presilio fa delle dichiarazioni che risultano incancellabili e, senza dubbio, variabili nel tempo.

Subito dopo l’omicidio del sostituto procuratore Mario Amato, avvenuto a Roma il 23 giugno 1980 e rivendicato dall’organizzazione neofascista denominata Nuclei Armati Rivoluzionari, si riferiscono a futuri attentati contro magistrati come Pietro Calogero e Lorenzo Zen.

Dall’inizio di luglio e prima del 2 agosto 1980 trattano invece qualcosa di molto diverso: oltre a precisare che Calogero avrà salva la vita finché tale magistrato continuerà ad accusare di gravi reati gli Autonomi dell’estrema sinistra, riportano i suoi sentito dire su un futuro attentato al giudice Giancarlo Stiz e a proposito di un fatto molto più clamoroso che lo dovrebbe anticipare.

La sentenza del processo di primo grado, emersa dopo quasi otto anni dalla strage di Bologna, ben lontana dal ricostruire in modo esaustivo i comportamenti del Vettore Presilio e lungi dal tenere presente la variabilità di contenuto nelle sue affermazioni, prende comunque in considerazione la nota del 6 agosto 1980 trasmessa dal Giudice di Sorveglianza di Padova, Giovanni Tamburino, al Procuratore della Repubblica, la conferma del contenuto di tale nota da parte del Vettore Presilio, la rivelazione fatta da costui in base alla quale la fonte delle proprie affermazioni sarebbe Roberto Rinani, il neofascista detenuto nello stesso carcere di Padova che il 13 maggio del 1980 si consegna alle forze di polizia dopo 11 mesi di latitanza perché accusato di aver ferito, con dei colpi di pistola, Umberto D’Affara, di 23 anni, iscritto a Scienze Politiche e aderente alla sinistra extraparlamentare padovana (vedasi: rapporto della Digos di Padova del 12/8/1980, documentata alla nota numero 71 della sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988).

Sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988

Il 6 agosto 1980, come afferma la sentenza della Corte di Assise dell’11 luglio 1988, il Giudice di Sorveglianza di Padova riferisce alla Procura della Repubblica di Bologna che il 10 luglio 1980 Luigi Vettore Presilio
“gli aveva informalmente dichiarato d’esser stato contattato da esponenti di un’organizzazione di estrema destra, che gli avevano proposto di partecipare ad un attentato ai danni del Giudice Stiz di Treviso.

L’attentato in questione, da compiersi nell’immediato futuro con un’Alfetta truccata da autovettura dei Carabinieri (il gruppo disponeva anche di divise dell’Arma), sarebbe stato preceduto – secondo quanto il Vettore aveva appreso – da altro attentato ad opera della medesima organizzazione, di eccezionale gravità, tanto che avrebbe “riempito le pagine dei giornali”.

A conferma della propria attendibilità, il Vettore aveva indicato un appuntato o brigadiere dei Carabinieri (tale Sibilia o Scibilia Giacomo) con il quale si trovava da lungo tempo in rapporto confidenziale.

Nella serata dello stesso 6 agosto il Vettore confermava tali dichiarazioni al Procuratore della Repubblica di Bologna, aggiungendo d’aver ricevuto le proposte di cui sopra da un compagno di detenzione.

A distanza di cinque giorni, l’11 agosto, il Vettore si decideva a rivelare che il compagno di detenzione autore delle riferite proposte era stato tale Rinani.

Il 3/9/1980, nel corso di una ricognizione personale cui venne sottoposto Rinani Roberto, detenuto nel carcere di Padova nel periodo (inizio estate) cui il Vettore faceva risalire i contatti e le rivelazioni in ordine agli attentati, il Vettore riconobbe nel Rinani la persona da cui tali rivelazioni avrebbe ricevuto.

Nel corso delle sue dichiarazioni istruttorie, il Vettore riferiva altresì di aver appreso dal Rinani dei contatti che costui aveva sempre intrattenuto con la cellula veneta già facente capo a Freda e Ventura, di cui all’epoca era principale esponente Fachini Massimiliano.”
Dal punto di vista della ricerca storica, le parole di Luigi Vettore Presilio sono documentabili e precedono la strage di Bologna.

Risultano essere oggettivamente confuse e generiche, ma da esse emergono tre dati: prima di tutto, pur non facendo esplicito riferimento a quella che sarà la strage di Bologna del 2 agosto 1980, prevedono un attentato di eccezionale gravità che avrebbe “riempito le pagine dei giornali”; permettono di sventare un possibile attentato mortale ai danni del giudice Giancarlo Stiz, cioè di colui che per primo individuò la cellula neofascista del Triveneto diretta da Franco Freda e Giovanni Ventura come responsabile della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969; in ultimo, ma non per importanza, fanno capire che Luigi Vettore Presilio ha un “rapporto confidenziale” con un uomo delle forze di polizia il cui nome sarebbe “Sibilia o Scibilia Giacomo”.

In realtà, durante il processo di primo grado sulla “Strage alla stazione di Bologna”, i giudici già sanno che quell’uomo è Scibilia Giacomo, e non Sibilia Giacomo, ma non sentono il bisogno di capire meglio chi sia, che cosa faccia e nemmeno di interrogarlo.

Eppure, già dal 27 agosto 1980 la magistratura sa delle cose molto interessanti.

Quel giorno, di fronte al giudice istruttore di Bologna, dottor Claudio Nunziata, compare l’avvocato Franco Tosello che riporta diverse dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio.

Dal connesso verbale esce fuori la notizia secondo cui il Vettore Presilio avrebbe affrontato anche “il discorso relativo a un appuntato o maresciallo a nome Scibilia facente parte degli uomini del gen. Dalla Chiesa e che era venuto un ispettore da Roma per sentirlo” (dal verbale del 27 agosto 1980 scritto dal giudice istruttore di Bologna, dottor Claudio Nunziata sulla testimonianza dell’avvocato Franco Tosello, nato a Este il 27 aprile 1938 con studio in Padova, via Altinato 56).

Facendo un’indagine anche solo superficiale rispetto ad anni meno lontani, si può dire che, secondo il teste Enrico Carella, ex appartenente alle forze di polizia ascoltato nel corso dell’udienza del 30 aprile 2021 del “Processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980)”, nel 1980 Giacomo Scibilia è in servizio al Sisde (‘Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica’) di Padova ed ha un buon rapporto col capo del Sisde Giulio Grassini, tanto da esserne l’autista quando costui visita il Veneto (vedasi dal minuto 2:24).

Inoltre, si può ricordare che nell’udienza del processo denominato “La ricostituzione di Ordine Nuovo attentati e rapine della vecchia e nuova destra dal 1974 al 1980”, tenutasi a Roma mercoledì 4 ottobre 1989, il Presidente della corte chiede proprio a Giacomo Scibilia se conferma “una dichiarazione sull’episodio Vettore” e lui – lasciando intendere che conosce da molti anni e bene quell’uomo – risponde affermativamente.

Giacomo Scibilia da svariato tempo utilizza come confidente Luigi Vettore Presilio, un uomo nato il 3 marzo 1938 che muore il 21 febbraio 2011 e viene poi sepolto nel Cimitero Maggiore di Padova.

Partendo da questi elementi, dato per altro che un confidente delle forze di polizia non brilla certo per autonomia rispetto allo Stato, si sarebbero dovute capire meglio e subito alcune questioni, come quelle relative ai ruoli svolti da Scibilia Giacomo fra “gli uomini del gen. Dalla Chiesa”, dal capo del Sisde di Padova Quintino Spella e dal capo nazionale del Sisde Giulio Grassini rispetto a Luigi Vettore Presilio e alle dichiarazioni di quest’ultimo.

Invece il procedimento della Corte di Assise di Appello non si pone per niente queste problematiche e ciò si riflette nella sentenza del 18 luglio 1990:
“(…) l’attenta rilettura, ed il riascolto, del brano di conversazione registrato (Vettore interrogato e sollecitato dal P.M.) non sembra possano attribuire alle parole del teste il significato certo individuato dalla sentenza di primo grado.

Ed invero, le parole utilizzate in quella circostanza richiamano, nel loro significato ultimo, ad un fatto di terrorismo diretto pur sempre contro un soggetto o un bersaglio determinato, sia pure di rilievo tale da suscitare enorme clamore.”
Sentenza della Corte di Cassazione del 12 febbraio 1992

A seguito del ricorso per la Cassazione proposto dalla Procura generale e dalle Parti civili, il 12 febbraio 1992 le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione stabiliscono che, non avendo valutato in termini logici e corretti prove e indizi, il processo va rifatto.

Sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello del 16 maggio 1994

La sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello cerca allora, fra l’altro, di ricostruire la testimonianza di Luigi Vettore Presilio.

A tale proposito, ricorda il suo interrogatorio avvenuto la sera del 6 agosto 1980 nella casa circondariale di Padova da parte di due sostituti della Procura di Bologna, allorché lui ribadisce che “prima dell’attentato a Stiz vi sarebbe stato altro attentato di tali proporzioni per cui ne avrebbe parlato la prima pagina di tutti i giornali del mondo” e che l’evento di maggiore risonanza “si sarebbe verificato nella prima settimana di agosto”.

In tale occasione Vettore Presilio non sottoscrive il verbale e decide di non proseguire nella collaborazione “poiché non era stata accolta la condizione, da lui posta, che gli fosse concessa la libertà provvisoria”.

In seguito, il giorno 11 agosto 1980, “i due magistrati interrogano di nuovo il Vettore e questa volta le dichiarazioni del teste sono registrate su nastro”.

Il 27 agosto 1980 viene invece interrogato il legale di fiducia del Vettore, l’avvocato Franco Tosello di Padova, il quale precisa che il detenuto è stato da lui incontrato il 1° luglio e gli ha riferito di un progettato attentato al giudice Stiz.

Qualche giorno dopo, il Tosello riceve dal suo cliente un biglietto (prodotto in fotocopia ed allegato al verbale di deposizione; biglietto poi riconosciuto formalmente per suo dal Vettore in occasione della deposizione resa al G.I. di Bologna il 13 novembre 1980) con il seguente testo:
“Egregio Avvocato Tosello.

L’ultimo colloquio che abbiamo avuto assieme, Lei sa di quello che abbiamo parlato non creda che io sia stato così deficente (SIC!) di avergli dato tutti i particolari precisi, ma bensì prima di quel fatto si sentirà per Televisione e quotidiani una notizia che farà molto ma molto scalpore, quindi la invito presto, presto di venire a un colloquio col giudice di sorveglianza o chi di competenza.

Vettore Luigi Presilio

Se le scrivo questo è perché una persona di mia conoscenza non deve uscire dal carcere prima di me.

Così avrò modo di lavorarmi i miei amici, sempre con nomi di battaglia.

Non se la prenda sottogamba altrimenti la ritengo responsabile di prima persona di tutto quello che avverrà”
(vedasi: testo del biglietto pubblicato nella sentenza del secondo processo della Corte d’Assise di Appello del 16 maggio 1994).

In tale sentenza, oltre a ripetere che il 3 settembre del 1980, il Vettore procede nella ricognizione formale di Roberto Rinani e lo riconosce, si parla di nuovo della deposizione del Vettore registrata l’11 agosto 1980 da due PM:
“In considerazione del fatto che la trascrizione del nastro eseguita nel 1980 conteneva taluni omissis che ne facevano sospettare una certa incompletezza e a seguito del difetto di motivazione che la Corte di Cassazione ha rilevato sul punto – non avendo i giudici di appello dato conto delle parole del Vettore sulla base delle quali erano pervenuti al giudizio riportato – questo Collegio ha disposto, in sede di rinnovazione del dibattimento, la trascrizione del nastro con le forme della perizia ed ha quindi proceduto all’ascolto, in pubblica udienza, dell’intera registrazione.

Nella predetta udienza, alla quale era presente anche il perito, si sono compiute talune correzioni del testo della trascrizione, dandosene atto a verbale di volta in volta.

Orbene, è risultato accertato (pag.16 della perizia e precisazioni a verbale che fanno riferimento alla pagina suddetta) che il giudice dell’appello è caduto in un evidente errore di percezione delle parole del dialogo tra i due PM e il testimone. (...)

Dal testo del dialogo, dunque, emerge con assoluta chiarezza che il fatto terroristico – diverso dall’attentato al giudice Stiz – di cui ha parlato il Vettore non consisteva in un attentato ad una persona e, anzi, si contrapponeva all’uccisione di una singola persona in ragione delle dimensioni dell’evento che, proprio per questo, avrebbe avuto particolare risonanza”.
Sentenza del Tribunale dei Minori del 2002

Ventidue anni dopo la strage di Bologna, si ha la sentenza del Tribunale dei Minori contro Luigi Ciavardini che presenta la ricostruzione istituzionale più chiara rispetto alla cronologia delle dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio.

Con essa, in poche parole e senza dover qui ripetere ciò che è già stato scritto nelle altre e precedenti sentenze, viene precisato quanto segue:
«nel corso del primo casuale incontro con l’avv. Tosello, avvenuto intorno al 20 giugno, Vettore Presilio era in possesso solo di informazioni confuse sull’attentato a un giudice (parla di Calogero o di Zen). Il 1° luglio il dichiarante sapeva che si sarebbe dovuto colpire il giudice Stiz e conosceva nei minimi termini il piano predisposto dai terroristi per l’agguato.

Tuttavia, solo nella missiva inviata all’avv. Tosello il 7 luglio, Vettore Presilio mostra di essere a conoscenza dell’attentato di eccezionale gravità che avrebbe dovuto precedere l’assassinio del giudice e di cui avrebbero parlato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. (...)

Infine, solo dopo la strage, nel corso di un informale incontro con i giudici bolognesi, Vettore Presilio rivelò di aver appreso che l’attentato di eccezionale gravità sarebbe stato compiuto nella prima settimana di agosto» (vedasi: sentenza del Tribunale dei Minori del 2002 contro Luigi Ciavardini).
Sentenza del 9 gennaio 2020

A proposito delle voci che avrebbero preceduto la strage di Bologna, ben più confusa è la ricostruzione presente nella sentenza del 9 gennaio 2020 contro il militante neofascista dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), poi condannato all’ergastolo, Gilberto Giorgio Guido Cavallini.

Lì si riparla delle dichiarazioni rese il 10 luglio 1981 al magistrato di Sorveglianza Giovanni Tamburino di Padova da Luigi Vettore Presilio che – secondo la sentenza del 9 gennaio 2020 – sarebbero state “apprese da Roberto Rinani, che faceva parte del gruppo neofascista diretto da Fachini, e il cui nome venne rinvenuto all’interno di un’agenda, sequestrata al Cavallini contenente un elenco di numerosi estremisti di destra”.

Inoltre si precisa che il fatto di eccezionale gravità menzionato dal Vettore Presilio avrebbe “riempito le pagine dei giornali” nella prima settimana di agosto. In realtà, come abbiamo già chiarito, Vettore Presilio parla della “prima settimana di agosto” soltanto dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Infine, sempre secondo la sentenza del 9 gennaio 2020, la sopraddetta circostanza sarebbe da mettere in connessione alle dichiarazioni di un “pentito” come l’ex militante neofascista Mauro Ansaldi secondo cui Giovanna Cogolli gli avrebbe confidato che, poco prima della strage del 2 agosto 1980, si sarebbe allontanata da Bologna su diretto suggerimento di Massimiliano Fachini.

Su tale aspetto sembra opportuno fare due precisazioni: prima di tutto, la Cogolli non ha confermato le parole di Mauro Ansaldi; in ultimo ma non per importanza, non ci sono prove sufficienti per dimostrare l’attendibilità di quel “pentito”.

Dichiarazioni di Aldo Del Re

Nei processi relativi alla strage di Bologna soltanto con la sentenza per Cavallini del 2020 si cominciano a riportare le dichiarazioni di coloro che affermano di aver sentito annunciare un grosso attentato nella città di Bologna, ma lo fanno molti anni dopo il 2 agosto 1980!

Costoro non solo sono ipocriti ma – a differenza di quanto riteneva la magistratura nella sua stragrande maggioranza in base alle leggi allora vigenti – avrebbero meritato di essere accusati di calunnia!

Aldo Del Re, ad esempio, dice di aver avvisato in anticipo – cioè prima del 2 agosto 1980 – la Procura della Repubblica di Venezia, ma quest’ultima non ne ha mai saputo nulla!

Lui afferma di averne parlato molto tempo dopo anche con il legale del neofascista Stefano Delle Chiaie, l’avvocato Stefano Menicacci, ma nel dicembre del 1990 proprio assieme a questo personaggio è coinvolto nelle indagini sulla trattativa per liberare Carlo Celadon, sequestrato dalla ‘ndrangheta calabrese, una vicenda inquietante che vede la presenza da un lato della “linea dura” del Procuratore generale di Vicenza dott. Ferdinando Canilli e dall’altro di alcuni “mediatori” fra cui l’avvocato calabrese ed ex ordinovista Aldo Pardo (leggasi: “Celadon. Il sequestro più lungo. Italia, ndrangheta: racconto di un’infamia” e “Una liberazione pilotata” di Giorgio Marenghi, in “Quaderni vicentini” n.1, 2016).

Chi è dunque Aldo Del Re?

Costui – definito “ordinovista veneto” a pagina 196 della sentenza del 9 gennaio 2020 – è un personaggio che, pur facendo finta di essere un non violento militante del Partito Radicale, risulta collegato per forza di cose ai servizi segreti dell’Egitto, è condannato impunemente all’ergastolo in Libia per il tentativo di colpo di stato del 6 agosto del 1980 contro Gheddafi e poi è protetto dai governi e dal Sismi (Servizio informazioni e sicurezza militare) dell’Italia di quel tempo.

In altre parole, non si sa se Aldo Del Re abbia frequentato in modo attivo o passivo l’area dei golpisti contro Gheddafi.

A che gioco gioca, in quella circostanza, questo agente dei servizi segreti italiani mentre la linea ufficiale di politica estera dell’Italia non sembra essere contro Gheddafi e nemmeno, più in generale, contro il mondo arabo?

Il fatto che egli sia stato implicato in quel tentativo di golpe, avente come base organizzativa l’Egitto, fa ritenere che quest’ultimo abbia coinvolto i servizi segreti Usa, francesi ed italiani.
“Il 21 agosto (del 1980, ndr) Moammad Yussef Lanagarief, ex ambasciatore libico in India, nel corso di una conferenza stampa parlò della rivolta militare avvenuta i primi giorni dell’agosto a Tabruk.

L’ex ambasciatore affermò tra l’altro che la rivolta era stata guidata da ufficiali un tempo noti per la loro lealtà a Gheddafi, tra cui Idris Shaibi, comandante della IX brigata e capo operativo dei servizi di informazione libici.

L’11 agosto, con l’accusa di corruzione e attività contro la sicurezza dello stato, venne arrestato un imprenditore italiano accusato di fare parte di un servizio segreto. Secondo una informativa del Sismi del 16 novembre 1988, gli italiani arrestati erano Orlando Peruzzo, Edoardo Selliciato ed Enzo Castelli, mentre Aldo Del Re risultava ricercato.

Il Peruzzo venne scarcerato il 7 dicembre 1980, mentre Selliciato, Castelli e Del Re vennero condannati all’ergastolo. Secondo una prassi consolidata nei rapporti tra servizi segreti, il 6 ottobre 1986 Castelli e Selliciato vennero scarcerati e scambiati con tre detenuti libici in Italia.

Ciò lascia intendere che essi furono veramente implicati nel tentativo di golpe, che ebbe come retroterra organizzativo l’Egitto e coinvolse i servizi segreti Usa, francesi ed italiani”

(Luigi Cipriani, “Il caso Ustica-Libia. 1990”, Stralci).
Ciò che Aldo Del Re conosce bene e direttamente è il tentativo di golpe in Libia del 6 agosto 1980, ma non fa niente per essere chiaro ed esaustivo rispetto al tema del coinvolgimento dei servizi segreti italiani e stranieri (oltre a quelli statunitensi e francesi, anche quelli israeliani) e preferisce diventare un “collaboratore di giustizia” parlando di ben altri fatti di cui non sa nulla o quasi nulla e rapportandosi, in modo e per interesse personale, alle mutevoli esigenze dei governanti dello Stato italiano.

In questo quadro, dichiara di aver ascoltato da Roberto Rinani delle parole annuncianti un’azione con l’esplosivo a Bologna.
“Nell’estate del 1979, ha raccontato Del Re, egli si trovò al caffé Pedrocchi a Padova insieme al Rinani e captò dei discorsi che questi fece alla moglie: disse che avrebbe partecipato di lì a qualche mese a un’azione a Bologna che avrebbe comportato l’uso di esplosivo. Al che la moglie del Rinani avrebbe reagito malamente dicendo: «Voi siete dei pazzi, lì ci sono donne e bambini innocenti!»” (pagina 197 della sentenza del 9 gennaio 2020).
Aldo Del Re potrebbe essere credibile rispetto ad alcune dichiarazioni da lui esternate, ma quella relativa a Roberto Rinani è del tutto priva di logica.

Il Rinani, che dopo il 13 aprile 1979 e fino al 13 maggio 1980 è ricercato dalle forze di polizia per tentato omicidio (reato poi derubricato in “lesioni gravi”) nei confronti di Umberto D’Affara, nell’estate del 1979 sarebbe andato nel famoso caffè Pedrocchi di Padova, un luogo notoriamente frequentato dall’estrema destra patavina, addirittura con la moglie e nelle vicinanze delle orecchie di Aldo Del Re, a parlare di un’azione con l’esplosivo da compiere a Bologna!!!

In pratica, poco tempo dopo l’inizio della sua latitanza, Rinani avrebbe fatto l’esatto contrario di quel che in genere fa una persona latitante.

Il caffé Pedrocchi di Padova, alla fine degli anni ’70, è un luogo di ritrovo dell’estrema destra locale. Ciò viene confermato dall’ex neofascista Niccolò Ghedini (futuro avvocato del fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi) nell’udienza del “Processo per la strage alla stazione di Bologna” tenutasi lunedì primo febbraio 1988 e dallo stesso Roberto Rinani nell’udienza del Processo per la strage alla stazione di Bologna (II appello)” che si svolge mercoledì 7 novembre 1993 a Bologna.

Di conseguenza, il tempo, il luogo e la circostanza della presunta voce raccolta da Aldo Del Re su Rinani un anno prima della strage di Bologna non corrispondono né ai criteri minimi di razionalità né ai comportamenti molto disciplinati con cui il Rinani si sarebbe caratterizzato secondo la descrizione fattane dallo stesso Aldo Del Re.

Come se non bastasse, nell’udienza del processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980) che si svolge a Bologna il 6 aprile 2022 l’avvocato di Parte Civile Andrea Speranzoni precisa quanto segue:
“In questa istruttoria dibattimentale sono entrati in possesso di questa Corte d’Assise anche i verbali di un teste Aldo Del Re (…); dico questo perché Aldo Del Re risulta a sua volta essere stato una fonte confidenziale a Padova facente capo anche all’Arma dei Carabinieri; avete quei verbali” (vedasi da minuto 29:30 a 29:50 ).
In pratica, nel 1980 Luigi Vettore Presilio e Aldo Del Re sono fonti confidenziali delle forze di polizia, nello specifico dell’Arma dei Carabinieri, e quindi dei servizi segreti italiani di allora (Sisde e Sismi) che hanno al vertice proprio uomini dell’Arma dei Carabinieri. Un giudizio simile, in sostanza, merita di essere fatto anche per un altro testimone.

Affermazioni di Maurizio Tramonte

Maurizio Tramonte, il terzo testimone del problema di cui stiamo parlando, nella fase istruttoria del processo sulla strage di piazza della Loggia di Brescia, avvenuta il 28 maggio 1974 provocando la morte di otto persone, ribadisce in sostanza le notizie da lui inviate a suo tempo al Sid (Servizio informazioni difesa che dal 24 ottobre 1977 al 1 agosto 2007 sarà sostituito da due organismi: il Sisde e il Sismi).

Costui è infatti un informatore del servizio segreto interno dello Stato italiano. Il suo nome clandestino è «Tritone», ma sia di fronte alla Corte d’Assise che alla Corte d’Appello di Brescia decide di non confermare in aula quelle notizie e dice che le ha inventate.

Il suo dramma è che nel processo di primo grado viene assolto; invece nel processo d’appello è condannato all’ergastolo non tanto perché riconosciuto da una foto come presente in piazza della Loggia subito dopo la strage, ma perché lui stesso ha dichiarato di aver partecipato alla riunione preparatoria di quell’eccidio; tale sentenza è confermata dalla Cassazione nel 2017.

Dal giugno del 2022 la difesa del Tramonte chiede la revisione del processo, ma il 5 ottobre 2022 quest’ultima è respinta dalla Corte d’appello di Brescia sulla base del motivo fondamentale per cui lui è stato condannato in maniera definitiva.

Fatta questa doverosa precisazione, è opportuno aggiungere che ci sono agli atti molte informative di Tramonte sull’estrema destra veneta nell’arco di quasi tutti gli anni Settanta e pure la sua deposizione resa il 29/02/2000 al Pubblico Ministero di Bologna Paolo Giovagnoli:
“Io ero un infiltrato nelle cellule neofasciste operanti in Veneto [...] e fino al 1977 riferivo a un agente del Sid tutte le notizie rilevanti che apprendevo [...]. Le mie dichiarazioni continuano fino al ’77 [...], ma avevo modo di continuare a vedere gli appartenenti al detto gruppo neofascista [che era costituito] dal dottor Carlo Maria Maggi di Venezia, da Giovanni Melioli, Gian Gastone Romani, Arturo Francesconi Sartori, Davide Riello e un certo Luigi, amico di Maggi [...]

Con Melioli io ho continuato a vedermi sporadicamente, ma almeno un paio di volte all’anno, sicuramente fino al 1980 e forse anche per qualche anno dopo; in particolare incontravo Melioli nel periodo estivo e più di una volta siamo andati insieme, noi due soli a mangiare il pesce in ristoranti dei Lidi Ferraresi o Ravennati.

In una di tali occasione, credo che fossero i primi giorni del giugno 1980, Melioli mi disse ‘non passare per Bologna a fine luglio perché faremo un gran botto’, io intesi che voleva dire che lui e il suo gruppo avrebbero fatto un grave attentato; le parole potrebbero essere lievemente diverse, ma il senso di quello che mi disse è sicuramente quello che ho riferito.

Dopo qualche giorno che avevo avuto da Melioli tale notizia, decisi di riferirla a Don Nino Bisaglia, un sacerdote dì Rovigo [...].

Nel giugno ’80 [lo] cercai pertanto [...] sull’elenco telefonico di Rovigo e ci vedemmo in una chiesa nei pressi della piazza centrale di Rovigo, all’interno della chiesa, seduti sui banchi, io gli riferii quello che mi aveva detto Melioli, senza però fare il nome di costui, ma dicendogli che le persone che stavano preparando l’attentato erano un gruppo di destra di Rovigo.

Chiesi [al sacerdote] di ricevere le mie confidenze in confessione e gli feci indossare la stola da sacerdote, io infatti ho frequentato per poco tempo il seminario e ho qualche conoscenza delle regole religiose [...].

Qualche giorno dopo il colloquio [il sacerdote] mi telefonò a Lozzo Atesino e mi chiese se ero disponibile ad andare a Roma e riferire quello che gli avevo raccontato a qualcuno che non mi disse chi era; io non lo feci finire e gli dissi che non ero disponibile e che poteva andarci lui che ne sapeva quanto me” (Dichiarazioni rese il 29 febbraio 2000 al PM di Bologna Paolo Giovagnoli nel pp. n. 263/ 97-44, fasc. Df pag. 286).
In sintesi: Tramonte da un lato dichiara che “in particolare” incontrava Giovanni Melioli “nel periodo estivo”, cioè solo in quel periodo, e dall’altro afferma di averlo visto “i primi giorni del giugno 1980”.

In realtà, come sanno pure i bambini delle scuole elementari italiane, “i primi giorni di giugno” non fanno parte del “periodo estivo”.

Anche il fatto che lui ne avrebbe dato notizia prima possibile a Don Bisaglia (che comunque non si chiamava Don Nino Bisaglia ma Don Mario Bisaglia) e che costui ne avrebbe parlato a suo fratello, il dirigente democristiano Antonio Bisaglia, a quel tempo ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, non depone certo a favore della sua attendibilità!

I due fratelli Bisaglia, morti annegati entrambi, il ministro in circostanze decisamente non chiare a Santa Margherita Ligure il 24 giugno 1984 e all’età di 55 anni, il sacerdote – di sicuro assassinato – ritrovato in un lago di montagna il 17 agosto 1992, sarebbero stati informati del progetto di strage a Bologna del 2 agosto 1980 nel corso del precedente mese di luglio.

Ma la cosa curiosa è che il Tramonte, con queste sue “rivelazioni” ed in modo complementare a quanto fece un giornalista legato al ministro dell’industria Antonio Bisaglia, sembra aver fatto un piacere proprio a chi – come quest’ultimo – aveva delle azioni della Itavia, l’impresa proprietaria degli aerei DC9, e cercava di far credere che la strage del DC9 Itavia, avvenuta ad Ustica il 27 giugno 1980, fosse stata provocata dalla bomba di qualche neofascista dei NAR.
“L’anonimo che il pomeriggio del 28 giugno 1980 telefonò per attribuire ai Nar la strage del DC9 Itavia non era (...) un terrorista o un agente dei servizi: era un giornalista amico del ministro.

Il Sismi lo sapeva e già il 2 luglio lo mise nero su bianco, evitando però accuratamente che fino a oggi presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari, commissioni d’inchiesta e giudici potessero venirne a conoscenza e salire il primo dei gradini che forse portano al livello di copertura politica di una strage se non addirittura due: Ustica e Bologna.”

(“Ustica, l’uomo di Bisaglia depistò le indagini” di Andrea Purgatori, Corriere della Sera, 13 ottobre 1995).
Quella telefonata, avvenuta alle ore 15 del 28 giugno 1980, giunge alla redazione romana del Corriere della Sera; con essa si vuole far diffondere la falsa notizia secondo cui la strage di Ustica, avvenuta il giorno prima, sarebbe stata provocata da un incidente capitato sul DC9 dell’Itavia al neofascista Marco Affatigato che ha con sé una bomba e – cosa conosciuta solo dall’informatore del Sismi Marcello Soffiati – uno dei personaggi più importanti della destra stragista della Prima Repubblica italiana, porta al polso un orologio di marca francese Baume & Mercier.

Chi è Marco Affatigato?

Per dare una risposta sintetica ma esaustiva è qui sufficiente riportare quanto su di lui scrisse il parlamentare di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani nella Relazione alla Commissione stragi inverno 1989-1990 su Ustica e Bologna:
“...Affatigato, da tempo latitante in Francia, viveva a Nizza e dopo aver lavorato per la Cia divenne informatore del servizio segreto francese, lo Sdece diretto da De Maranche. Dove fosse latitante Affatigato era noto anche al Sismi perché frequentava un loro informatore, il massone Marcello Soffiati. Quindi solo il servizio francese e quello italiano erano in grado di conoscere il particolare dell’orologio con tanto di marca.”
A maggior ragione, dal punto di vista metodologico, è opportuno valutare criticamente tutte le voci che sembrano annunciare la strage di Bologna, anche quelle solo vagamente riferite ad essa, e ricordare che nelle parole di tanti “collaboratori di giustizia” ci sono spesso cose vere mischiate a cose false.

Nell’Italia degli anni Settanta e del decennio successivo, in un periodo storico di sovrabbondanza di faccendieri, “pentiti”, ciarlatani, megalomani e depistatori professionali, nei processi molte dichiarazioni sono a dir poco contraddittorie e quindi bisogna sempre evitare di considerarle tutte attendibili.

Un dato è certo: la voce secondo cui sarebbe stato imminente un fatto grave, molto peggiore rispetto all’attentato ad una singola persona e di conseguenza destinato a riempire le pagine dei giornali, circola solo dopo la strage di Ustica del 27 giugno 1980 ed è conosciuta negli ambienti delle forze di polizia italiane, dei servizi segreti (Sisde e Sismi), e nel campo del governo diretto dal democristiano Francesco Cossiga e di cui fa parte il ministro Antonio Bisaglia.

Ciò è confermato da quanto emerge nel corso dell’udienza del “Processo a carico di Paolo Bellini ed altri (strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980)” tenutasi a Bologna mercoledì 28 aprile 2021.

Testimonianza dell’ex giudice Tamburino del 28 aprile 2021

In tale circostanza, le parole dell’ex giudice Giovanni Tamburino, anticipate il 14 maggio 2019 dal confronto fra quest’ultimo e l’ex generale del Sisde di Padova Quintino Spella, avvenuto davanti ai magistrati della Procura generale che indagavano sui mandanti della strage di Bologna, dimostrano che il capo del Sisde di Padova del 1980, pur negando il fatto fino alla morte avvenuta nel gennaio del 2021, era stato informato da Tamburino delle dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio prima della strage di Bologna e precisamente il 15 luglio.

A quel punto, secondo la ricostruzione del giornalista Roberto Scardova (“L’oro di Gelli: strage di Bologna”, Editore Castelvecchi, 2020), Spella informa il centro nazionale del Sisde e quest’ultimo decide di affidare le indagini al colonnello Amos Spiazzi – personaggio tornato in auge, con tanto di nulla osta di sicurezza (NOS) della Nato, dopo che dal 13 gennaio 1974 al 7 dicembre 1977 era stato in carcere in modo preventivo perché considerato al centro dell’inchiesta proprio di Giovanni Tamburino sull’organizzazione “Rosa dei Venti” (una specie di servizio segreto interno parallelo e collegato alla Nato) – e di mandarlo a Roma.

Spiazzi fa parte dell’Esercito; non potrebbe lavorare per i servizi segreti, ma ha un rapporto stabile con il centro Sisde di Bolzano (competente anche per le città di Padova e Verona).

Grazie a ciò parte per Roma e alcuni giorni dopo riferisce oralmente al maresciallo Francesco Benfari del centro Sisde di Bolzano. Su questa base nasce un testo, rinvenuto parecchi anni dopo nel corso di una perquisizione nella sua casa, nel quale – parlando in terza persona – racconterebbe il suo viaggio a Roma.
“Soltanto allora il Sisde fu costretto a mettere a disposizione della giustizia il rapporto, datato 28 luglio, ma redatto da Benfari una settimana prima. In esso era scritta tutta la storia del viaggio a Roma” (pag. 97 del libro “L’oro di Gelli: strage di Bologna”, di Roberto Scardova, Editore Castelvecchi, 2020).
Nel concreto, quel rapporto riservato arriva a Roma, al capo del Sisde e aderente alla loggia massonica P2 Giulio Grassini, prima della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
“In quel documento, ieri depositato dall’accusa, si dice che i Nar stavano preparando qualcosa di micidiale e rastrellando, insieme ad altri gruppi dell’estrema destra, armi ed esplosivo. Ma non una parola sulle rivelazioni di Vettore Presilio, insabbiate.” (“Strage di Bologna. Il giudice Tamburino: «Così avvisai i Servizi»”, di Andreina Baccaro, Corriere della Sera, 29 aprile 2021).
Di conseguenza, le indagini svolte da Spiazzi sono allontanate dal Triveneto, appaiono ambigue e imprecise e non tutti le ritengono nate nel mese di luglio del 1980.

Ad esempio, secondo Ugo Maria Tassinari,
“il presunto viaggio a Roma alla metà di luglio, nel corso del quale Spiazzi avrebbe incontrato un fantomatico «Ciccio», capo dei NAR, va retrodatato al novembre ’79: ne esce rafforzato il sospetto che apparati statali e internazionali si siano messi al lavoro, dopo la strage di Ustica, per coprire le responsabilità del disastro” (pag 316 di “Fascisteria”, di Ugo Maria Tassinari, Sperling & Kupfer, 2008).
Un dato è certo: quella riportata da Luigi Vettore Presilio è l’unica voce che sembra annunciare la strage di Bologna. Non sappiamo però se il Vettore Presilio sia stato sincero, cioè se all’origine della suddetta voce ci sia stata l’area neofascista del Triveneto diretta da Massimiliano Fachini, oppure se sia stato bugiardo di propria iniziativa o su pressione dei servizi segreti italiani per cui era diventato un collaboratore.

Le dichiarazioni di Cecilia Loreti

Le parole di Luigi Vettore Presilio potrebbero infine apparire complementari nei confronti delle dichiarazioni di Cecilia Loreti di cui si parla spesso nella vicenda giudiziaria relativa alla strage di Bologna.

Esse riguardano la telefonata che, in base a quanto da lei riferito al Giudice Istruttore di Roma il 23-12-1980 e successivamente al Giudice Istruttore di Bologna del processo di primo grado, il neofascista latitante e allora minorenne Luigi Ciavardini (poi condannato in via definitiva a 30 anni per quella strage) avrebbe fatto in casa di Marco Pizzari per far posticipare, a causa di suoi gravi problemi, il viaggio ferroviario da Roma a Venezia programmato da Elena Venditti, Cecilia Loreti e Marco Pizzari.

Quella telefonata sarebbe stata ricevuta da Marcello Pizzari (padre di Marco) che, a sua volta, avrebbe telefonato a Luigi Loreti, zio di Marco abitante a Ladispoli, affinché fossero avvisati i tre giovani che in quel periodo si trovavano in quella località marittima della provincia di Roma.

Un primo problema è costituito dal fatto che Marcello Pizzari non ha mai confermato di aver ricevuto quella telefonata (vedasi sentenza del 1990).

Un’altra questione è che non si sa con esattezza né l’ora né il giorno in cui sarebbe stata fatta la telefonata del Ciavardini. In particolare, non si sa se sarebbe stata fatta il 31 luglio come ritiene l’Avvocatura dello Stato nel ricorso avverso alla sentenza del 1990, il primo agosto 1980 come ritengono la sentenza di assoluzione del 1990 e le sentenze di condanna dello stesso Ciavardini, oppure il 2 agosto 1980, a strage avvenuta, come sostiene Elena Venditti che, all’epoca, era la fidanzata del Ciavardini.

Come se non bastasse, non si sa di preciso nemmeno a che ora e in quale giorno, dopo il 2 agosto 1980, sarebbe avvenuto l’incontro del Ciavardini con la Venditti, la Loreti e il Pizzari (assassinato il 30 settembre 1981 dai Nar perché avrebbe favorito l’arresto del suo vecchio amico Ciavardini), il 4 agosto secondo le dichiarazioni del 23 dicembre 1980 della Loreti al Giudice Istruttore di Roma oppure il 3 agosto secondo le dichiarazioni della stessa Loreti al Giudice Istruttore di Bologna del processo di primo grado (vedasi sentenza del processo di primo grado).

La circostanza più credibile è che la telefonata del Ciavardini a casa Pizzari sia stata effettuata il primo agosto e ciò risulta compatibile con quanto affermato dai suoi avvocati difensori, cioè con l’ipotesi che il posticipo dell’appuntamento a Venezia dal 2 al 3 agosto sarebbe stato motivato solo da problemi di documenti necessari ad una persona latitante come lui.

Conclusioni

In estrema sintesi, l’unica voce documentata che annuncia qualcosa di paragonabile alla strage di Bologna è quella di Luigi Vettore Presilio, sembra provenire dall’area neofascista di Ordine Nuovo del Triveneto diretta in quel periodo da Massimiliano Fachini e nasce soltanto dopo due fatti di grande risonanza internazionale: la Dichiarazione di Venezia prodotta dalla CEE il 12 e 13 giugno 1980 sul conflitto israelo-palestinese che trova la completa ostilità degli Usa e di Israele, e la strage di Ustica del 27 giugno 1980 su cui gli Usa (e la Francia) hanno senza dubbio delle dirette responsabilità.

La strage di Bologna, obiettivamente parlando, giova al “partito dell’ordine” che sul finire del 1980 si contrappone all’occupazione operaia della Fiat a Torino e contribuisce a distogliere l’attenzione dai responsabili della strage di Ustica, con i suoi 81 morti, e da chi, come l’allora ministro dell’industria Antonio Bisaglia, è fra i proprietari della Itavia.

Ciò, a sua volta, spiega da un lato l’inconcludenza della magistratura italiana rispetto alla strage di Ustica e dall’altro anche il perché dei depistaggi ed ‘impistaggi’ dei servizi segreti italiani, statunitensi e francesi rispetto alla strage di Bologna.

Fonte

17/04/2023

Prove di memoria storica. La strage di Bologna e un fondatore del MSI

“Il 16 aprile di 50 anni fa l’Italia e Roma hanno vissuto una delle pagine più buie della storia nazionale”, ha scritto la premier Giorgia Meloni in un messaggio inviato al presidente dell’Associazione Fratelli Mattei, Giampaolo Mattei, sfruttando l’anniversario dell’attentato di Primavalle, nel 1973, in cui rimasero uccisi due fratelli minorenni.

Una pagina certamente orrenda, ma davvero non unica in quegli anni ’70 in cui la violenza fascista andava a braccetto con la strategia delle stragi organizzata dallo Stato e, si è scoperto dopo, anche dalla Nato.

Per essere ancora più chiari, non c’era – come scrivono ancora oggi i “giornaloni” della borghesia italiana – uno scontro tra “opposti estremismi”, ma la lotta aperta tra un potere imperialista violento, stragista, para-golpista (che usava anche, ma non solo, la manovalanza fascista) e una resistenza di massa che univa operai, lavoratori, studenti, proletariato metropolitano dei quartieri.

Ci sembra perciò doveroso ricordare a nostra volta le responsabilità, dirette e indirette, di numerosi protagonisti del partito fascista – il Movimento Sociale Italiano – dentro cui Giorgia Meloni si è formata. Questo articolo, pubblicato giorni fa da il manifesto, segnala il ruolo svolto da uno dei fondatori del Msi. Peraltro considerato un “moderato” rispetto alla media

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Quando il 26 dicembre 1946 venne fondato il Movimento Sociale Italiano (Msi) Mario Tedeschi rappresentava per il fascismo vecchio e «nuovo» già un punto di riferimento.

Dopo la deposizione delle motivazioni della sentenza sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 la sua storia riemerge da un passato con cui l’Italia non è mai riuscita a fare i conti, tanto che oggi si ripresenta nella forma del «richiamo della foresta» promosso persino dai più alti scranni delle istituzioni repubblicane: vuoi con gli attacchi alla Resistenza e all’antifascismo, vuoi con le idee di una agognata «rivincita» a proposito degli anni Settanta e della «memoria dei camerati caduti».

Nelle migliaia di carte processuali Tedeschi è indicato, insieme al suo potente amico Federico Umberto D’Amato capo dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno, come uno dei responsabili (dietro pagamento) del depistaggio finalizzato a coprire i mandanti, Licio Gelli ed il vertice della P2, e gli esecutori materiali della strage alla stazione di Bologna ovvero i terroristi neofascisti dei Nar Fioravanti, Mambro e Ciavardini (condannati in via definitiva) nonché Gilberto Cavallini e Paolo Bellini (condannati in primo grado).

La traiettoria biografico-politica di Tedeschi coincide simmetricamente con quella di tanti «fascisti in democrazia» raccolti in quel Msi che la Presidente del Consiglio Meloni ha definito un partito con «un ruolo molto importante nel combattere la violenza e il terrorismo». Vediamo come.

Dopo l’8 settembre 1943 Mario Tedeschi si era arruolato nel battaglione Barbarigo della X Mas di Junio Valerio Borghese (futuro presidente onorario del Msi e poi artefice del tentato golpe del 7-8 dicembre 1970) combattendo contro gli Alleati sul fronte di Anzio-Nettuno nel gennaio 1944.

Godendo dell’amnistia Togliatti, insieme a migliaia di reduci e criminali saloini, nel dopoguerra fu tra i fondatori del movimento eversivo dei Fasci di Azione Rivoluzionaria (FAR), poi membro del cosiddetto «senato» neofascista (un coordinamento clandestino di ex gerarchi e dirigenti reduci del regime e della repubblica di Salò diretto da Pino Romualdi, all’epoca latitante e ricercato) e infine, di fatto, tra i fondatori del Msi ovvero il partito che oggi rappresenta il punto di riferimento ideale tanto di Meloni quanto del Presidente del Senato La Russa.

Tedeschi è da sempre ricordato come animatore e direttore de «Il Borghese», molto meno per altre sue attività.

Fin dal dopoguerra fu in ottimi rapporti con il capo della sezione del controspionaggio dei servizi segreti Usa, James Jesus Angleton (che salvò il suo ex-comandante Junio Borghese dai partigiani nel 1945); nel novembre 1961 partecipa al convegno di Roma finanziato dalla Nato «La minaccia comunista nel mondo» dove prendono forma i criteri di azione che, con il successivo e più celebre convegno del 1965 sulla «guerra rivoluzionaria» dell’Istituto di Studi militari «Alberto Pollio», saranno messi a punto come base ideologica della «strategia della tensione» in Italia.

Nel 1966 organizza con il capo di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie, sempre con la regia di Federico Umberto D’Amato con cui Tedeschi condivide anche l’iscrizione nella lista dei membri della P2, la provocazione dei «manifesti cinesi» prodromica all’opera di infiltrazione neofascista nei movimenti di sinistra che culminerà con l’operazione della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Il 29 maggio 1969 Tedeschi annuncia dalle pagine de «Il Borghese» la nascita dei cosiddetti Gruppi d’Azione Nazionale (GAN) anticomunisti, formati in particolare dai «giovani del Fuan» e della «Giovane Italia» del Msi, «insomma da gente disposta a menar le mani».

Tedeschi è senatore del Msi negli anni 1972-1979 quelli della politica del «doppiopetto», o meglio del doppio binario, incarnata da Almirante: da una parte la propaganda elettorale da partito d’ordine e dall’altra le attività squadristiche non solo davanti a fabbriche, scuole ed università ma anche nelle strade e nelle piazze, come nella Reggio Calabria dei mesi del «boia chi molla» o nella Milano degli scontri del 12 aprile 1973 in cui morì l’agente di PS Antonio Marino.

D’altronde l’idea che si aveva della democrazia parlamentare negli ambienti missini dell’epoca è ben descritta dalla penna dello stesso Tedeschi, che alla vigilia della stagione delle stragi evoca un colpo di mano dell’esercito: «in tutte le sedi di comandi militari bisogna organizzarsi per essere vicini ai soldati – scrive ancora nel maggio 1969 – oggi in Italia tutto è possibile a chi abbia coraggio e volontà di rischiare. Ricordate bene, questo è un regime parlamentare, quindi si basa sul parlamento; ma il parlamento nel momento in cui è screditato che cos’è? È un totale di mille persone, cioè meno di due battaglioni di fanteria».

Ricordato come fautore e padre della destra nazionale e moderata che darà vita nel 1976 alla scissione del gruppo «Democrazia Nazionale» dal Msi, Tedeschi concluderà quell’esperienza con il fallimento elettorale (0,6% dei voti) del 1979 ma, come si legge nelle carte del processo per la strage di Bologna, non resterà inoperoso.

Fonte