Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/07/2024

Strage di Bologna. Confermata condanna a Bellini. La mano fu fascista, la mente lo Stato

Dopo la conferma dell’ergastolo a Gilberto Cavallini di quasi un anno fa, la Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha confermato l’ergastolo di primo grado anche a Paolo Bellini per i fatti del 2 agosto 1980, quando una bomba distrusse la sala d’attesa della stazione di Bologna causando 85 morti e oltre 200 feriti.

La peggiore strage del periodo della strategia della tensione arriva dunque, dopo oltre quarant’anni, ad una verità giudiziaria ormai appurata e incontrovertibile, nonostante decenni di depistaggi e insabbiamenti: la mano della strage fu senza alcun dubbio fascista, ma ad armarla non fu il supposto “spontaneismo” dei NAR, ma i soldi della P2 sottratti al Banco Ambrosiano e la volontà politica dei vertici dei servizi segreti.

Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, pur se non più processabili in quanto ormai tutti deceduti ma questo, si sa, è nel pieno stile della giustizia borghese del nostro Paese.

In particolare sono stati ritenuti in via definitiva responsabili di questi capi d’imputazione Licio Gelli e l’ex capo dell’ufficio affari riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato, insieme all’imprenditore Umberto Ortolani e all’allora direttore del quotidiano Il Borghese Mario Tedeschi il quale, inoltre, col suo giornale organizzava (spesso in accordo con D’Amato stesso) campagne di depistaggio o diffamazione, a seconda delle necessità del momento; tutti risultarono poi iscritti alla P2.

Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Prima Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale e per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana fino ad auspicare “l’instaurazione di uno Stato autoritario, nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse” (dalla sentenza di condanna a Cavallini).

Diventa per noi dunque essenziale rilanciare, come ogni anno, la più forte e viva partecipazione al corteo che commemora la strage del 2 agosto, per una memoria che rimanga viva e militante al di là delle sentenze dei tribunali e di verità giudiziarie che sappiamo per certe da anni.

Fonte

17/04/2023

Prove di memoria storica. La strage di Bologna e un fondatore del MSI

“Il 16 aprile di 50 anni fa l’Italia e Roma hanno vissuto una delle pagine più buie della storia nazionale”, ha scritto la premier Giorgia Meloni in un messaggio inviato al presidente dell’Associazione Fratelli Mattei, Giampaolo Mattei, sfruttando l’anniversario dell’attentato di Primavalle, nel 1973, in cui rimasero uccisi due fratelli minorenni.

Una pagina certamente orrenda, ma davvero non unica in quegli anni ’70 in cui la violenza fascista andava a braccetto con la strategia delle stragi organizzata dallo Stato e, si è scoperto dopo, anche dalla Nato.

Per essere ancora più chiari, non c’era – come scrivono ancora oggi i “giornaloni” della borghesia italiana – uno scontro tra “opposti estremismi”, ma la lotta aperta tra un potere imperialista violento, stragista, para-golpista (che usava anche, ma non solo, la manovalanza fascista) e una resistenza di massa che univa operai, lavoratori, studenti, proletariato metropolitano dei quartieri.

Ci sembra perciò doveroso ricordare a nostra volta le responsabilità, dirette e indirette, di numerosi protagonisti del partito fascista – il Movimento Sociale Italiano – dentro cui Giorgia Meloni si è formata. Questo articolo, pubblicato giorni fa da il manifesto, segnala il ruolo svolto da uno dei fondatori del Msi. Peraltro considerato un “moderato” rispetto alla media

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Quando il 26 dicembre 1946 venne fondato il Movimento Sociale Italiano (Msi) Mario Tedeschi rappresentava per il fascismo vecchio e «nuovo» già un punto di riferimento.

Dopo la deposizione delle motivazioni della sentenza sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 la sua storia riemerge da un passato con cui l’Italia non è mai riuscita a fare i conti, tanto che oggi si ripresenta nella forma del «richiamo della foresta» promosso persino dai più alti scranni delle istituzioni repubblicane: vuoi con gli attacchi alla Resistenza e all’antifascismo, vuoi con le idee di una agognata «rivincita» a proposito degli anni Settanta e della «memoria dei camerati caduti».

Nelle migliaia di carte processuali Tedeschi è indicato, insieme al suo potente amico Federico Umberto D’Amato capo dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno, come uno dei responsabili (dietro pagamento) del depistaggio finalizzato a coprire i mandanti, Licio Gelli ed il vertice della P2, e gli esecutori materiali della strage alla stazione di Bologna ovvero i terroristi neofascisti dei Nar Fioravanti, Mambro e Ciavardini (condannati in via definitiva) nonché Gilberto Cavallini e Paolo Bellini (condannati in primo grado).

La traiettoria biografico-politica di Tedeschi coincide simmetricamente con quella di tanti «fascisti in democrazia» raccolti in quel Msi che la Presidente del Consiglio Meloni ha definito un partito con «un ruolo molto importante nel combattere la violenza e il terrorismo». Vediamo come.

Dopo l’8 settembre 1943 Mario Tedeschi si era arruolato nel battaglione Barbarigo della X Mas di Junio Valerio Borghese (futuro presidente onorario del Msi e poi artefice del tentato golpe del 7-8 dicembre 1970) combattendo contro gli Alleati sul fronte di Anzio-Nettuno nel gennaio 1944.

Godendo dell’amnistia Togliatti, insieme a migliaia di reduci e criminali saloini, nel dopoguerra fu tra i fondatori del movimento eversivo dei Fasci di Azione Rivoluzionaria (FAR), poi membro del cosiddetto «senato» neofascista (un coordinamento clandestino di ex gerarchi e dirigenti reduci del regime e della repubblica di Salò diretto da Pino Romualdi, all’epoca latitante e ricercato) e infine, di fatto, tra i fondatori del Msi ovvero il partito che oggi rappresenta il punto di riferimento ideale tanto di Meloni quanto del Presidente del Senato La Russa.

Tedeschi è da sempre ricordato come animatore e direttore de «Il Borghese», molto meno per altre sue attività.

Fin dal dopoguerra fu in ottimi rapporti con il capo della sezione del controspionaggio dei servizi segreti Usa, James Jesus Angleton (che salvò il suo ex-comandante Junio Borghese dai partigiani nel 1945); nel novembre 1961 partecipa al convegno di Roma finanziato dalla Nato «La minaccia comunista nel mondo» dove prendono forma i criteri di azione che, con il successivo e più celebre convegno del 1965 sulla «guerra rivoluzionaria» dell’Istituto di Studi militari «Alberto Pollio», saranno messi a punto come base ideologica della «strategia della tensione» in Italia.

Nel 1966 organizza con il capo di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie, sempre con la regia di Federico Umberto D’Amato con cui Tedeschi condivide anche l’iscrizione nella lista dei membri della P2, la provocazione dei «manifesti cinesi» prodromica all’opera di infiltrazione neofascista nei movimenti di sinistra che culminerà con l’operazione della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Il 29 maggio 1969 Tedeschi annuncia dalle pagine de «Il Borghese» la nascita dei cosiddetti Gruppi d’Azione Nazionale (GAN) anticomunisti, formati in particolare dai «giovani del Fuan» e della «Giovane Italia» del Msi, «insomma da gente disposta a menar le mani».

Tedeschi è senatore del Msi negli anni 1972-1979 quelli della politica del «doppiopetto», o meglio del doppio binario, incarnata da Almirante: da una parte la propaganda elettorale da partito d’ordine e dall’altra le attività squadristiche non solo davanti a fabbriche, scuole ed università ma anche nelle strade e nelle piazze, come nella Reggio Calabria dei mesi del «boia chi molla» o nella Milano degli scontri del 12 aprile 1973 in cui morì l’agente di PS Antonio Marino.

D’altronde l’idea che si aveva della democrazia parlamentare negli ambienti missini dell’epoca è ben descritta dalla penna dello stesso Tedeschi, che alla vigilia della stagione delle stragi evoca un colpo di mano dell’esercito: «in tutte le sedi di comandi militari bisogna organizzarsi per essere vicini ai soldati – scrive ancora nel maggio 1969 – oggi in Italia tutto è possibile a chi abbia coraggio e volontà di rischiare. Ricordate bene, questo è un regime parlamentare, quindi si basa sul parlamento; ma il parlamento nel momento in cui è screditato che cos’è? È un totale di mille persone, cioè meno di due battaglioni di fanteria».

Ricordato come fautore e padre della destra nazionale e moderata che darà vita nel 1976 alla scissione del gruppo «Democrazia Nazionale» dal Msi, Tedeschi concluderà quell’esperienza con il fallimento elettorale (0,6% dei voti) del 1979 ma, come si legge nelle carte del processo per la strage di Bologna, non resterà inoperoso.

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30/10/2021

Umberto D’Amato, «La spia intoccabile»

La storia di Federico Umberto D’Amato e dell’Ufficio Affari Riservati nel libro di Giacomo Pacini “La spia intoccabile”.

Nel corso di un incontro a Roma nel 1977 disse che non c’era da preoccuparsi del terrorismo nero. «Mi fa ridere», aggiunse. Ora il suo nome compare nell’atto di accusa della Procura generale di Bologna tra i mandanti e i finanziatori della strage del 2 agosto 1980, materialmente eseguita da neofascisti, la più grave di tutta la storia del Paese. Si tratta di Federico Umberto D’Amato, a fine anni Sessanta il «più potente funzionario degli apparati di sicurezza italiani». Così lo definisce Giacomo Pacini nel suo La spia intoccabile. Federico Umberto D’Amato e l’Ufficio Affari Riservati (Einaudi, pag. 265, 28 euro) che va a integrare e completare Il cuore occulto del potere: Storia dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale (1919-1984) uscito nel 2010.

D’Amato, nato nel 1919 a Marsiglia, dove il padre, commissario di polizia, si trovava per lavoro, riuscì in un arco di tempo assai breve a scalare i vertici degli Affari Riservati (Uar), il servizio segreto interno, nato nell’ottobre del 1948 nell’Italia repubblicana. La sua carriera ebbe inizio dopo l’8 settembre 1943, grazie ai buoni uffici di James Jesus Angleton, responsabile del controspionaggio statunitense, che lo reclutò per una missione (riuscita) nella Repubblica di Salò per entrare in possesso dell’archivio segreto dell’Ovra, la struttura spionistica fascista. Da qui in sequenza al comando dell’Ufficio politico della questura di Roma nel 1952 e nell’Uar a fine anni Cinquanta, dove assunse il coordinamento delle squadre periferiche già alla metà degli anni Sessanta, divenendo di fatto il capo del servizio, carica che assunse formalmente nel 1971. Non sempre chiare, sottolinea Pacini, furono «le ragioni della sua formidabile ascesa».

Modellato nell’immediato dopoguerra sulle base delle tecniche dell’Ovra, avvalendosi anche del personale precedentemente attivo in quella struttura, l’Uar – lautamente finanziato dai servizi americani – si specializzò principalmente in attività di controllo dei partiti di sinistra, progettando addirittura nell’aprile 1954, causa l’ostruzionismo in Parlamento, un piano per la «messa fuori legge del Pci». L’Uar assunse nel corso dei decenni diverse denominazioni, pur rimanendo inalterata la sua funzione. Ma è sotto la guida di D’Amato che assunse un ruolo centrale, entrando a far parte del Comitato di sicurezza della NATO, composto dai principali servizi segreti europei, e dando vita, per iniziativa dello stesso D’Amato, al cosiddetto “Club di Berna”, un coordinamento sovranazionale delle polizie.

D’Amato, documenta Pacini, nella sua veste di massimo dirigente del servizio segreto civile, operò per infiltrare i partiti di sinistra e le organizzazioni extraparlamentari; provocare con falsi manifesti inneggianti alla rivoluzione culturale cinese affissi in diverse città, un’operazione condotta grazie alle squadre di Avanguardia Nazionale; proteggere Freda e Ventura di Ordine Nuovo, fra i responsabili degli attentati sui treni nell’agosto del 1969 e della strage di piazza Fontana, depistando verso la «nuova sinistra»; accanirsi post-mortem su Giuseppe Pinelli, costruendo un «castello di carte» false «al fine di accusare un innocente».

L’ex generale dei servizi segreti Nicola Falde sostenne esplicitamente che «l’attentato di piazza Fontana era stato organizzato dall’Uar». D’Amato, tessera 554 della P2, morì il 1° agosto 1996. Alcuni funzionari testimoniarono che molte carte, con l’elenco delle spie del Viminale, furono nascoste in una «villa al mare», posseduta dall’“Intoccabile”. Un archivio segreto mai più rinvenuto.

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02/08/2020

Quella di Bologna fu strage fascista e di Stato, come le altre


Il 2 agosto sono quaranta anni da quella strage alla stazione di Bologna che fermò il paese – spezzandolo in due – e il cuore di milioni di persone convinte che la stagione delle Stragi di Stato fosse ormai alle spalle. Il costo umano fu enorme, 85 morti e 200 feriti, solo poche settimane dopo la strage di Ustica in cui venne abbattuto un aereo civile dell’Itavia, anch’esso partito da Bologna.

La strage della stazione di Bologna, da un lato, fu la continuazione della politica delle stragi di Stato tesa a condizionare nel profondo i rapporti politici e di classe nella società, nonché a confermare la collocazione dell’Italia nelle relazioni internazionali. Dall’altro materializzò agli occhi di tutti il significato di una guerra concepita e combattuto sul “fronte interno”, in cui i killer fascisti sono stati utilizzati come manovalanza per il lavoro sporco.

In molti continuano a chiedersi che faccia e che logica possano avere i personaggi che collocano una bomba ad alto potenziale nell'affollata sala d’attesa della principale stazione dell’Italia centrale, nei giorni della partenza per le vacanze (che allora, con un’altra organizzazione della produzione, avveniva in contemporanea quasi per tutti).

È la stessa faccia di chi aveva collocato bombe in una banca nel giorno di maggiore affollamento, in una piazza riempita da una manifestazione sindacale antifascista, in un treno affollato d’agosto e negli anni successivi durante le feste natalizie.

Li abbiamo denominati come gli esponenti della rete degli “uomini neri”. Non numerosissimi, ma operativi, pronti a fare il lavoro sporco per lo Stato; anzi per il deep state, quello secondo cui ci sono prezzi da pagare per un “fine superiore”, che può essere la stabilità o l’instabilità, a seconda delle fasi storiche e delle esigenze delle classi dominanti.

A febbraio di quest’anno la Procura di Bologna ha chiuso le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

Per gli inquirenti bolognesi i colpevoli che si aggiungono a quelli già condannati sono: Paolo Bellini fascista di Avanguardia nazionale, in qualità di esecutore; Licio Gelli, fascista fin dai tempi della guerra di Spagna e poi con Salò, capo della Loggia P2, in qualità di mandante e finanziatore; Umberto Ortolani banchiere e bancarottiere, in quanto finanziatore e mandante; Federico Umberto D’Amato, prefetto e capo dell’Ufficio Affari Riservati, legato alla CIA, in qualità di mandante e depistatore, e Mario Tedeschi, altro fascista della Repubblica di Salò, senatore del MSI e direttore del settimanale Il Borghese.

I tentativi di depistaggio sulla strage di Bologna sono stati numerosi, a cominciare dai neofascisti, così come avvenuto per Piazza Fontana, Piazza della Loggia, il treno Italicus.

Quello perseguito con maggiore sfrontatezza e pervicacia è stato il tentativo di addossare la strage alla resistenza palestinese. Un depistaggio che ha visto protagonisti non solo Cossiga, ma anche giornalisti “di sinistra” occhieggianti ai favori di Israele o di qualche cordata islamofoba e filo-Usa sempre attiva.

Quale soluzione migliore che allontanare da sé la rabbia e le indagini?

Per quaranta anni le autorità politiche del paese hanno cercato di tenere alla larga dallo “Stato” ogni responsabilità. Ma le sistematiche contestazioni di massa in Piazza Medaglie d’Oro hanno impedito, anno dopo anno, ogni autoassoluzione. Quest’anno non si faranno eccezioni.

Noi, purtroppo e per fortuna, non dimentichiamo nulla. Abbiamo una memoria prodigiosa.

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03/01/2015

1996. Napolitano, un "non nemico" al Viminale

Un documento straordinario, di quelli che bisognerebbe incorniciare e tenere sempre a portata di mano. Per chi era in buonafede convinto che il “grande Partito Comunista di Togliatti-Longo-Berlinguer” (e via degradando...) fosse davvero un problema sia per il capitalismo che per il sistema politico nazionale.

Si tratta di un'intervista a Federico Umberto D'Amato, il capo della polizia politica italiana ai tempi di Piazza Fontana (allora Ufficio Affari Riservati), fascista d'antàn e tessitore di trame reazionarie come pochi altri, nel cui nome ci si imbatte in ogni inchiesta e depistaggio sulle stragi di stato. Anche l'intervistatore merita una menzione: Giuseppe D'Avanzo, grande firma di Repubblica, scomparso mentre si teneva in forma andando in bicicletta, per un banalissimo infarto, uomo con entrature privilegate ai vertici della polizia e dei “servizi”.

Da buon fascista di palazzo, D'Amato s'era riciclato democristiano. Anche lui travolto da Tangentopoli? Ma che scherziamo! Certa gente muore davvero solo davanti a un plotone d'esecuzione rivoluzionario (se si tengono gli occhi molto aperti)... E l'amico D'Avanzo lo stuzzica andando a intervistarlo, da neo-pensionato mai davvero fuori dai giochi, sulla nomina di tale Giorgio Napolitano, ex “dirigente comunista”, a ministro dell'Interno.

Noi ci limitiamo a riproporre l'intervista, datata 19 maggio 1996. Ricordando ai lettori di fare attenzione a due cose. Una, esplicita, è il giudizio entusiastico del vecchio piduista – ah, già! non si era fatta mancare neanche questa onoreficienza, oltre alla medaglia ricevuta dalla CIA (la Bronze Star) – per il suo “candidato numero uno” alla poltrona di ministro di polizia. La seconda, molto meno evidente: qualcuno ha notizia di un solo documento sui “servizi deviati” uscito dagli archivi durante il triennio di Re Giorgio al Viminale? No, eh? Per noi è sufficiente questo “dettaglio”, per non voler mai più sentir parlare di “servizi deviati”. Al contrario, ci sembrano abbastanza rettilenei...

Dite che certi passaggi di questa intervista non gettano una buona luce sul fu Pci? Che ne esce un'idea non proprio nobile del "consociativismo" solo ora dichiarato sepolto? Basta non nutrire alcuna nostalgia...

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di GIUSEPPE D' AVANZO

ROMA - "Glielo dico in un orecchio: Napolitano era il mio candidato unico". Federico Umberto D'Amato si versa un altro bicchiere di Chardonnay, accarezza il suo silenzioso yorkshire che si chiama Flic, dà fuoco all'ottava Philip Morris in un'ora. "Ho una grande stima di lui, è un uomo freddo, freddo al punto giusto per poter fare il ministro dell'Interno".

L'hanno chiamato in molti modi, D'Amato. Il Grande Fascicolatore, il Re degli Spioni, l'Uomo Nero dell'ufficio Affari Riservati del Viminale. C' è molto di esagerato e qualcosa di vero in queste definizioni. Di vero c'è che il prefetto Federico Umberto D'Amato, nonostante il vestito di flic gastronome che si è cucito poi addosso, si porta sulle spalle di pensionato di 78 anni un fardello di storie inconfessabili che vanno dal Sifar a Roberto Calvi transitando per golpe Borghese, Gelli, P2. Per poco meno di 40, è stato l'ascoltatissimo consigliere di governi e ministri. Per decenni, è stato indicato dal Pci come l'uomo che spiava i comunisti per conto degli americani.

E ora che un ex-comunista s'è insediato nel suo Viminale, come la mettiamo?
"Che vuole che faccia? Mi metto a sedere e vedo che succede. I governi passano e i capi divisione restano".

 Tutto cambi perché nulla cambi?
"Bello mio, ma è già tutto cambiato. Veramente pensi che i poliziotti abbiano ancora paura dei comunisti? La paura dei comunisti è un sentimento scomparso da tempo al Viminale, e ben prima che crollasse quel benedetto Muro".

Prefetto, mica vorrà dire che non ha mai spiato i comunisti?
"Certo, che li ho spiati. Era il mio mestiere, ho diretto l' ufficio speciale della Nato".

Anche Napolitano, ha spiato?
"Era il mio mestiere".

Lavoro illegittimo?
"Era tutto legittimo. Eravamo nell'immediato dopoguerra, 1947 o 1948. Io stavo allora all'ufficio politico della Questura e tenevo d'occhio quei giovanotti, Negarville, Reale, Napolitano...".

Ma quell'"attenzione" è andata oltre il dopoguerra...
"Sicuro che è continuata. Venne la 'guerra fredda' e nacque il 'Casellario politico centrale' dove venivano raccolte le schede degli uomini 'più attivi e pericolosi' della sinistra e della destra. C'era anche Napolitano, anche lui ebbe diritto alla sua brava scheda".

Insomma, schedavate i comunisti?
"Non è una novità, figlio mio. Era tutto fatto all'acqua di rose, però. Si diceva al commissario di Ps: tal dei tali abita nel tuo quartiere, dategli un'occhiata di tanto in tanto e se cambia domicilio, segnalate a questa autorità".

Tutto qui?
"Gesù, ma allora tu non hai capito che questa è stata una Repubblica fondata non sul lavoro, come dice la Costituzione, ma su una paura tutta da ridere. I borghesi tremavano come foglioline al pensiero dei cosacchi in piazza San Pietro. I comunisti avevano paura dello Stato che immaginavano repressivo, occhiuto, efficiente. Invece, quello era uno Stato sfessato e quella paura faceva felici e ricchi soltanto i ciarlatani, i magliari, i venditori di fumo. Qualcuno si è seduto anche al Viminale".

Chi?
"Tambroni, ad esempio. Il peggior ministro dell'Interno che ho conosciuto. Era un provincialotto, si sistemò al Viminale e perse la testa. Strinse legami pericolosi e illeciti con settori della Cia".

Che cosa fece?
"Si accordò con uno della Cia che veniva da Trieste e insieme crearono un nucleo investigativo speciale - un gruppo di irregolari, soprattutto italo-americani - che si piazzò dentro il Viminale con a capo un questore. Con le notizie raccolte da questi sciamannati, Tambroni si presentava in Parlamento a raccontare risibili storie sui 'propositi rivoluzionari' del Pci. Ma, in fondo, il Pci era il falso bersaglio".

Quello vero qual era?
"I veri avversari di Tambroni non erano i comunisti, ma i suoi amici democristiani. Il 'nucleo speciale' gli serviva per controllare la vita privata dei suoi nemici politici, e incastrarli. Poi, li chiamava nel suo studio, apriva il cassetto della scrivania e diceva: 'Amico mio, se io apro questo cassetto...' ".

E che aveva nel cassetto?
"Praticamente niente, ma la tattica funzionava perché ognuno di noi si porta dietro la sua ombra".

Tambroni è stato un pessimo ministro. E gli altri?
"Ce ne sono stati di ottimi. Ottimo è stato Romita, straordinari Scelba, Paolo Emilio Taviani e Francesco Cossiga".

Scalfaro non è nel novero?
"Non mi pronuncio su Scalfaro, altrimenti quest'intervista diventa un guaio".

E i peggiori?
"Gesù, Gava! Lo vedi che mi mancano i capelli. Mi caddero quando Antonio Gava divenne ministro dell'Interno. Avevo appena smesso i calzoni corti e già mio padre - Federico, questore - diceva che erano mariuoli".

E i capi della polizia?
"Ce ne sono stati di ottimi. Carcaterra, Vicari, Zanda, Meneghini, Parlato, Coronas. Gente che non ha mai fatto un intrallazzo, semmai gli intrallazzi se li facevano i ministri, da soli".

Vincenzo Parisi non è nella schiera?
"Soltanto perché ho 78 anni. L'ho dimenticato. Un grandissimo capo della polizia. Soltanto un imbecille come Maroni poteva liquidarlo in quel modo facendogli venire l'infarto fatale".

Se dovesse dare un consiglio a Napolitano, che cosa gli direbbe?
"Gli direi innanzi tutto: signor ministro, io so che lei non ha mai creduto a quella sciocca paura che ha diviso l' Italia per cinquant'anni. Anche per questo, io so che lei sarà un buon ministro dell'Interno. Le posso dare due consigli. Come diceva Talleyrand ai suoi direttori generali, anche lei deve rispettare la regola et surtout pas trop de zéle, mai troppo zelo. La sua poltrona ha il difettuccio che chi ci arriva può credersi un padreterno. E' uno di quegli incarichi che producono deliri paranoici, soprattutto una pericolosa mania di grandezza. Quindi, niente zelo, onorevole ministro!".

E il secondo consiglio?
"Mai mangiare al ministero. La cucina dei ministeri, e anche di Palazzo Chigi, è abominevole".

Un'ultima domanda. Che c' era in quelle schede intestate a Napolitano?
"Guagliò, ma tu sei scemo! Se lo dico nella tua intervista, che cosa ci metto nel mio libro di memorie?".

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