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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/08/2024

Gli scheletri nell’armadio di Giorgia Meloni

di Pietro Garbarino

Giorgia Meloni e gli esponenti di maggior spicco del suo partito (FdI) non vogliono dichiararsi apertamente antifascisti ma ogni tanto, in singole occasioni e per evidenti motivi di opportunità e convenienza, esprimono qualche sporadica condanna delle stragi neofasciste (dicono proprio così) degli anni ’70 dello scorso secolo.

Naturalmente lo fanno per cercare di prendere le distanze rispetto ad una stagione ritenuta lontana e passata (ma il Presidente La Russa era già grandicello e ben attivo allora), tuttavia ancora qualcosa non quadra in quelle “spontanee” dichiarazioni precauzionali. Ma cosa?

Non vi è il minimo dubbio che il Movimento Sociale Italiano fosse un partito politico che al fascismo si ispirava. Ne fanno fede numerosissime dichiarazioni dei suoi massimi esponenti, dalla fondazione di quella forza politica (avvenuta grazie al tanto esecrato regime democratico), sino al suo scioglimento, nel 1995, allorché esso si trasformò in “Alleanza Nazionale”, sotto la guida di Gian Franco Fini. Era quello un passaggio verso un partito certamente orientato a destra, ma definitivamente inserito nel sistema costituzionale e rispettoso dello stesso.

Il successivo passo, su impulso di Silvio Berlusconi, fu quello di una unificazione con il partito (azienda) fondato dall’ex Cavaliere, per dare luogo ad una nuova formazione politica, sempre rivolta a destra, ma ormai scevra da ogni sentimento nostalgico verso il passato regime mussoliniano. Però il “Popolo delle libertà” – così si chiamava la creatura politica sorta dall’incontro tra Forza Italia e A.N. – non durò a lungo per i contrasti ben presto insorti tra Berlusconi e Fini, e il loro divorzio diede luogo all’uscita di una consistente parte della componente già di A.N. (La Russa e Meloni compresi) che fondò il partito di FdI. Tale nuova formazione politica reintrodusse nel proprio simbolo la fiamma, che era stato da sempre l’emblema principale del MSI, e che rappresenta schematicamente l’odierna sepoltura di Benito Mussolini.

Ma, ciò che ha caratterizzato specificamente tale vicenda politica è stato il rifiuto, da parte dei fondatori, di proseguire un’esperienza politica certamente populista, ma di ispirazione politica neoliberale, e neo liberista in economia, sul modello di altri partiti della destra europea, quali i gollisti in Francia o i cristiano-democratici in Germania.

Il fatto è che tutti quei partiti, per collocandosi nella destra politica, si dichiarano apertamente antifascisti e antinazisti. Però, evidentemente i dirigenti di FdI non se la sono sentita di condividere quelle posizioni e per loro è stato indigeribile il fatto di schierarsi con coloro che hanno comunque combattuto, anche se da posizioni moderate e conservatrici, i fascisti.

Ma vi è di più.

Il Movimento sociale italiano è costantemente evocato e ricordato nelle manifestazioni politiche, interne, ma anche pubbliche di FdI. Nelle feste popolari di FdI viene sempre ricordato l’ex segretario del MSI Giorgio Almirante, brevemente omaggiato anche sul sito della presidenza del Consiglio di quest’anno, salvo poi avere cancellato l’encomio inopportuno.

Giova ricordare che Almirante ha sempre manifestato idee razziste, ha collaborato con la Repubblica fantoccio di Salò, ha definito la Repubblica democratica con l’appellativo di “bastarda”. Ma in FdI non ci si ferma ad Almirante.

Qualche tempo fa, a Brescia, è stata inaugurata una sede di FdI intitolata a Giuseppe Umberto Rauti, detto Pino.

Questi, anch’egli repubblichino, è da molte parti indicato come uno degli ispiratori dello stragismo neo fascista che dalla fine degli anni ’60, e per oltre un decennio, funestò l’Italia con sanguinosi attentati, provocazioni di ogni genere, e tentativi di stravolgere l’ordinamento costituzionale. Pino Rauti, fondatore nel 1956 di un gruppo estremistico di destra denominato “Ordine Nuovo”, fu collegato da sempre agli ambienti internazionali filo americani e atlantisti (cioè la NATO), organizzò per conto dei supremi comandi militari italiani convegni nei quali si teorizzavano le stragi di civili come strumento per combattere il “cancro della democrazia”, e scrisse, a pagamento, perfino un opuscolo per aizzare le forze armate a rivoltarsi contro lo stato democratico che dava libertà di agire ai partiti di sinistra.

Evidentemente Pino Rauti fingeva di ignorare che, se lui poteva svolgere la propria attività quasi indisturbato, lo doveva al fatto di operare in uno stato democratico. Nel 1969 rientrò nel MSI, allorché ne divenne segretario Almirante, e ricoprì cariche importanti nel partito. Ma diverse indagini giudiziarie hanno appurato che non troncò mai i rapporti con O.N., di cui invece fu sempre di fatto il massimo dirigente, e tanto meno sconfessò mai le criminali operazioni di quel gruppo.

Ora, se nel partito di FdI si ricorda e onora la memoria di un simile personaggio, si deve altresì ritenere che la di lui attività è stimata e ritenuta esemplare. Allora si comprende bene il perché non si condanna il fascismo e non ci si dichiara avversi allo stesso. Ma vi è ancora di più. Se FdI rivendica una qualche continuità con l’MSI, deve rivendicare anche l’appartenenza a quel partito di personaggi, spesso con doppia appartenenza (al MSI e a O.N.), che hanno insanguinato l’Italia.

Carlo Cicuttini, uno dei responsabili della strage di Peteano del 1972 (3 carabinieri morti) era segretario di una locale sezione MSI del Friuli, così come Eno Pascoli. Entrambi verranno condannati per la strage.
Lo stesso segretario Almirante preannuncia la strage del treno Italicus (Agosto 1974) ma cerca di depistare le indagini, offrendo agli inquirenti una falsa pista di sinistra.

Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di Piazza Loggia a Brescia, fu iscritto al MSI dal 1969, così come Gian Gastone Romani (che fu anche consigliere regionale del Veneto) nella cui casa ad Abano Terme si decise di fare la strage di Brescia.

Lo stesso Pino Rauti venne processato, ma poi assolto, per la strage di Piazza Fontana del Dicembre 1969, allorché era appena rientrato nel MSI.

Paolo Signorelli, fedelissimo di Rauti, e iscritto al MSI dal 1969 al 1796, fu condannato per appartenenza a banda armata (O.N.).

Ed infine una recente sentenza della Corte d’Appello di Bologna ha accertato che Mario Tedeschi, direttore del settimanale di estrema desta “Il Borghese” e senatore del MSI, fu uno dei mandanti della strage della stazione di Bologna dell’Agosto 1980, e percepì lauti finanziamenti da Lino Gelli, capo della Loggia massonica P2.

Ma anche sulle sentenze che hanno accertato le responsabilità per le stragi, gli esponenti dell’estrema destra, oggi al governo del paese, sono reticenti o anche nettamente negazionisti.

Marcello De Angelis, ex portavoce, poi rimosso dall’incarico, della Regione Lazio, ha dichiarato infondata la sentenza, definitiva, che ha stabilito la responsabilità dei fascisti nella strage di Bologna. L’On. Mollicone di FdI, parla di “teorema contro la destra”. La stessa Presidente del Consiglio, con gesto inconsueto e caduta di stile rispetto al suo ruolo, ha polemizzato fortemente con il Presidente dell’associazione delle vittime della strage di Bologna, che ha di recente ricordato le responsabilità di persone legate al MSI nel terribile ed efferato episodio.

In fin dei conti e in conclusione, le reticenze nel giudizio su quell’esperienza politica quando non gli apprezzamenti e le attestazioni di stima, rivelano chiaramente quali sono i motivi per cui non possiamo attenderci da Meloni e soci (ma ci starebbe meglio un altro appellativo) una netta dichiarazione di presa di distanza dal fascismo storico, ma anche dal neofascismo che ha operato in modo funesto in tempi più recenti.

Evidentemente, una eventuale e auspicabile apertura dell’armadio di famiglia, potrebbe fare uscire una eccessiva quantità di scheletri.

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26/04/2023

Il fascismo attuale di Giorgia Meloni


Giorgia Meloni ha usato una pagina intera dal primo quotidiano suo sostenitore, il Corriere della Sera, per celebrare il 25 aprile. Ed è riuscita a produrre un fiume di parole senza mai nominare Resistenza e Antifascismo.

Anzi per lei il 25 aprile segna la fine della “Guerra Civile”, che avrebbe diviso nell’odio le famiglie e che poi sarebbe continuata con le vendette partigiane e le foibe.

Per Meloni il MSI del nazifascista Almirante è stato fondamentale per portare alla democrazia milioni di di persone che credevano nel fascismo. E la Costituzione avrebbe definito una democrazia liberale che legittimerebbe pienamente la destra. Come per altro attestarono l’amnistia voluta da Togliatti per i criminali fascisti e la memoria condivisa, esaltata da Luciano Violante verso i ragazzi di Salò.

Oggi questa democrazia liberale è in guerra mondiale contro il resto del mondo che non accetta i valori dell’Occidente, il primo fronte è l’Ucraina e la destra di Giorgia Meloni è in prima linea in questa guerra.

Ecco la sintesi del Meloni-pensiero: un concentrato di trasformismo, malafede e revisionismo reazionario. Per lei il 25 aprile è la “festa della libertà”, come propose Silvio Berlusconi al posto della “troppo comunista” Festa della Liberazione.

È vero che Meloni non è nostalgica del fascismo di ieri, ma solo perché vuole quello liberista e guerrafondaio di oggi, come il suo Giorgio Almirante.

Siamo sicuri che Meloni riceverà il plauso dei liberali di regime attuali, che a differenza di quelli di ieri che parteciparono alla Resistenza e ai fascisti sparavano, oggi coi fascisti governano.

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21/04/2023

Rovesciamo dal piedistallo Almirante e il neofascismo


Per anni il revisionismo storico, di cui è stata complice anche tanta “sinistra”, ha tentato di costruire un Pantheon “condiviso” dei padri della Patria, che superasse l’antifascismo e magari lo sostituisse con l’anticomunismo.

Così la Costituzione e la democrazia sarebbero state portate dagli americani e realizzate e difese da De Gasperi. Il ruolo dei comunisti nella Resistenza è stato ridotto a quello dei cattivi. Massacratori di civili inermi dopo il 25 aprile e complici degli slavi infoibatori. C’è persino una ricorrenza ufficiale dedicata a questo.

Il solo “comunista buono” sarebbe Enrico Berlinguer, perché avrebbe accettato la NATO e soprattutto perché viene spesso accostato a Giorgio Almirante, che rese omaggio al suo feretro.

E in questi tempi il nazifascista Almirante, presentato come onesto, simpatico, rigoroso, è diventato anch’egli un “padre della Patria”.

Giorgio Almirante fu un razzista convinto, segretario di redazione della rivista nazista La Difesa della Razza. Fu nazifascista di Salò, fucilatore di partigiani, collaborazionista nello sterminio degli ebrei. Scampato alla giustizia partigiana e colpevolmente amnistiato da Togliatti, Almirante fu poi tra i fondatori del MSI.

La sigla del partito neofascista nasceva direttamente dalla Repubblica Sociale Italiana, RSI, voluta da Hitler per mascherare e rendere più agevole l’occupazione militare del nostro paese. La M stava al posto della R, ma era la repubblica di Salò il riferimento del MSI e la fiamma, giunta fino al partito di Giorgia Meloni, aveva un solo significato: celebrare Benito Mussolini.

Almirante fu il capo dello squadrismo neofascista più violento e, seppure con l’astuzia di mandare avanti altri, direttamente o indirettamente fu coinvolto in tutte le trame eversive degli anni '60 e '70. Non accettò mai la democrazia, semplicemente ne usò gli spazi, ma festeggiò il golpe dei colonnelli in Grecia del 1967 e quello di Pinochet in Cile del 1973.

Poi negli anni '80, contemporaneamente alla svolta liberista e alla restaurazione padronale, cominciò la legittimazione del nazifascista Giorgio Almirante.

Oggi Meloni, Lollobrigida e La Russa possono dire quello che dicono perché Almirante, che mai si distaccò dal fascismo se non con artifizi storicisti, è considerato un politico “per bene” da rimpiangere, non un criminale scampato alla pena.

Oggi la legittimazione del nazifascismo si è rafforzata con le politiche di austerità e con la guerra.

Giorgia Meloni ha fatto sua l’agenda di Draghi e ha esaltato la centralità dell’impresa e lo sfruttamento del lavoro, come nel passato Margareth Thatcher. Questo l’ha resa affidabile per l'élite. Poi ha continuato e rafforzato la partecipazione alla guerra in Ucraina; e così i liberali euroatlantici hanno potuto applaudirla.

Se i nazisti del battaglione Azov sono diventati “eroi della democrazia”, se i fascisti polacchi sono diventati “la prima linea della libertà”, come si fa a contestare la fiamma fascista di Giorgia Meloni?

Meloni ed i suoi sono profondamente almirantiani. Più il palazzo li legittima, più loro chiedono in cambio la legittimazione del loro fascismo.

Il ministro Lollobrigida ha ora sdoganato nel governo della Repubblica il concetto di “sostituzione etnica”. È una mostruosità nazista, una delle basi ideologiche dello sterminio degli ebrei e di ogni razzismo.

Il Ku Klux Klan negli USA linciava gli afroamericani, mentre tra i bianchi spargeva il timore di essere “rimpiazzati dai neri”. Non si può proclamare la “sostituzione etnica” se non si pensa che i bianchi debbano prevalere in quanto razza.

Come sempre, dopo aver lanciato il sasso, i fascisti di governo ritirano la mano, fanno finte correzioni, si dichiarano ignoranti che usano termini impropri. Certo meglio ignorante che fascista, ma stanno solo facendo gli scemi per non pagare dazio.

Quello che vogliono è alzare progressivamente l’asticella non della rivalutazione del fascismo storico, ma della legittimazione dei suoi elementi reazionari permanenti. Essi spargono un veleno profondo, che contamina ogni senso comune e pubblico e che rende normale ciò che fino a ieri era disgustoso ed inaccettabile.

Lo possono fare perché il Palazzo continuamente li punzecchia, ma poi alla fine li benedice.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è la personificazione più elevata di questo comportamento. Mattarella dovrebbe chiedere le dimissioni immediate di Lollobrigida, nel nome della Costituzione, invece tace. E va proprio dai fascisti polacchi per lanciare proclami di “guerra totale”.

Poi ad Auschwitz parla della “complicità” dei fascisti coi nazisti. Cioè anche lui cambia la storia a fini attuali, perché i fascisti non furono complici, ma autori dello sterminio degli ebrei, compresi i fascisti italiani con Almirante in testa.

C’è infine una ulteriore legittimazione dei fascisti di governo, quella che viene da chi sostiene che parlare di antifascismo sia un modo per nascondere i problemi reali.

Costoro partono da un fatto politico vero, che il PD ed il centro sinistra hanno spesso usato antifascismo e anti berlusconismo per coprire e legittimare le propria politica di destra liberale. Ma dimenticano che proprio questa politica ha portato al governo i fascisti, che ora ne sono gli estremi esecutori. Dunque denunciare oggi la legittimazione del neofascismo è un modo concreto per scontrarsi con le politiche liberiste e di guerra, che oggi sono la bandiera di Meloni e compagnia.

Facciamo un 25 aprile di lotta contro il governo dei seguaci di Almirante e della difesa della razza. Ribelliamoci alla legittimazione del fascismo. E rovesciamo dal suo sporco piedistallo il criminale nazifascista rimasto impunito.

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17/04/2023

Prove di memoria storica. La strage di Bologna e un fondatore del MSI

“Il 16 aprile di 50 anni fa l’Italia e Roma hanno vissuto una delle pagine più buie della storia nazionale”, ha scritto la premier Giorgia Meloni in un messaggio inviato al presidente dell’Associazione Fratelli Mattei, Giampaolo Mattei, sfruttando l’anniversario dell’attentato di Primavalle, nel 1973, in cui rimasero uccisi due fratelli minorenni.

Una pagina certamente orrenda, ma davvero non unica in quegli anni ’70 in cui la violenza fascista andava a braccetto con la strategia delle stragi organizzata dallo Stato e, si è scoperto dopo, anche dalla Nato.

Per essere ancora più chiari, non c’era – come scrivono ancora oggi i “giornaloni” della borghesia italiana – uno scontro tra “opposti estremismi”, ma la lotta aperta tra un potere imperialista violento, stragista, para-golpista (che usava anche, ma non solo, la manovalanza fascista) e una resistenza di massa che univa operai, lavoratori, studenti, proletariato metropolitano dei quartieri.

Ci sembra perciò doveroso ricordare a nostra volta le responsabilità, dirette e indirette, di numerosi protagonisti del partito fascista – il Movimento Sociale Italiano – dentro cui Giorgia Meloni si è formata. Questo articolo, pubblicato giorni fa da il manifesto, segnala il ruolo svolto da uno dei fondatori del Msi. Peraltro considerato un “moderato” rispetto alla media

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Quando il 26 dicembre 1946 venne fondato il Movimento Sociale Italiano (Msi) Mario Tedeschi rappresentava per il fascismo vecchio e «nuovo» già un punto di riferimento.

Dopo la deposizione delle motivazioni della sentenza sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 la sua storia riemerge da un passato con cui l’Italia non è mai riuscita a fare i conti, tanto che oggi si ripresenta nella forma del «richiamo della foresta» promosso persino dai più alti scranni delle istituzioni repubblicane: vuoi con gli attacchi alla Resistenza e all’antifascismo, vuoi con le idee di una agognata «rivincita» a proposito degli anni Settanta e della «memoria dei camerati caduti».

Nelle migliaia di carte processuali Tedeschi è indicato, insieme al suo potente amico Federico Umberto D’Amato capo dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno, come uno dei responsabili (dietro pagamento) del depistaggio finalizzato a coprire i mandanti, Licio Gelli ed il vertice della P2, e gli esecutori materiali della strage alla stazione di Bologna ovvero i terroristi neofascisti dei Nar Fioravanti, Mambro e Ciavardini (condannati in via definitiva) nonché Gilberto Cavallini e Paolo Bellini (condannati in primo grado).

La traiettoria biografico-politica di Tedeschi coincide simmetricamente con quella di tanti «fascisti in democrazia» raccolti in quel Msi che la Presidente del Consiglio Meloni ha definito un partito con «un ruolo molto importante nel combattere la violenza e il terrorismo». Vediamo come.

Dopo l’8 settembre 1943 Mario Tedeschi si era arruolato nel battaglione Barbarigo della X Mas di Junio Valerio Borghese (futuro presidente onorario del Msi e poi artefice del tentato golpe del 7-8 dicembre 1970) combattendo contro gli Alleati sul fronte di Anzio-Nettuno nel gennaio 1944.

Godendo dell’amnistia Togliatti, insieme a migliaia di reduci e criminali saloini, nel dopoguerra fu tra i fondatori del movimento eversivo dei Fasci di Azione Rivoluzionaria (FAR), poi membro del cosiddetto «senato» neofascista (un coordinamento clandestino di ex gerarchi e dirigenti reduci del regime e della repubblica di Salò diretto da Pino Romualdi, all’epoca latitante e ricercato) e infine, di fatto, tra i fondatori del Msi ovvero il partito che oggi rappresenta il punto di riferimento ideale tanto di Meloni quanto del Presidente del Senato La Russa.

Tedeschi è da sempre ricordato come animatore e direttore de «Il Borghese», molto meno per altre sue attività.

Fin dal dopoguerra fu in ottimi rapporti con il capo della sezione del controspionaggio dei servizi segreti Usa, James Jesus Angleton (che salvò il suo ex-comandante Junio Borghese dai partigiani nel 1945); nel novembre 1961 partecipa al convegno di Roma finanziato dalla Nato «La minaccia comunista nel mondo» dove prendono forma i criteri di azione che, con il successivo e più celebre convegno del 1965 sulla «guerra rivoluzionaria» dell’Istituto di Studi militari «Alberto Pollio», saranno messi a punto come base ideologica della «strategia della tensione» in Italia.

Nel 1966 organizza con il capo di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie, sempre con la regia di Federico Umberto D’Amato con cui Tedeschi condivide anche l’iscrizione nella lista dei membri della P2, la provocazione dei «manifesti cinesi» prodromica all’opera di infiltrazione neofascista nei movimenti di sinistra che culminerà con l’operazione della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Il 29 maggio 1969 Tedeschi annuncia dalle pagine de «Il Borghese» la nascita dei cosiddetti Gruppi d’Azione Nazionale (GAN) anticomunisti, formati in particolare dai «giovani del Fuan» e della «Giovane Italia» del Msi, «insomma da gente disposta a menar le mani».

Tedeschi è senatore del Msi negli anni 1972-1979 quelli della politica del «doppiopetto», o meglio del doppio binario, incarnata da Almirante: da una parte la propaganda elettorale da partito d’ordine e dall’altra le attività squadristiche non solo davanti a fabbriche, scuole ed università ma anche nelle strade e nelle piazze, come nella Reggio Calabria dei mesi del «boia chi molla» o nella Milano degli scontri del 12 aprile 1973 in cui morì l’agente di PS Antonio Marino.

D’altronde l’idea che si aveva della democrazia parlamentare negli ambienti missini dell’epoca è ben descritta dalla penna dello stesso Tedeschi, che alla vigilia della stagione delle stragi evoca un colpo di mano dell’esercito: «in tutte le sedi di comandi militari bisogna organizzarsi per essere vicini ai soldati – scrive ancora nel maggio 1969 – oggi in Italia tutto è possibile a chi abbia coraggio e volontà di rischiare. Ricordate bene, questo è un regime parlamentare, quindi si basa sul parlamento; ma il parlamento nel momento in cui è screditato che cos’è? È un totale di mille persone, cioè meno di due battaglioni di fanteria».

Ricordato come fautore e padre della destra nazionale e moderata che darà vita nel 1976 alla scissione del gruppo «Democrazia Nazionale» dal Msi, Tedeschi concluderà quell’esperienza con il fallimento elettorale (0,6% dei voti) del 1979 ma, come si legge nelle carte del processo per la strage di Bologna, non resterà inoperoso.

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09/12/2022

Giorgia liquida Fratelli d’Italia

All’inizio fu la svolta di Fiuggi di metà anni ’90, il vecchio MSI si trasformò in Alleanza Nazionale ovvero in un partito afascista, gollista nelle intenzioni dichiarate e collettore di un rapporto tra politica e impresa che avrebbe beneficiato del nuovo, selvaggio, corso berlusconiano in quelle non dichiarate. Fu la svolta di una organizzazione, speculare a quella dell’autoscioglimento del PCI: congressi dibattuti in sezione, scissione di MSI-fiamma tricolore, celebrazione mediatica del nuovo partito definito postideologico. Per la cronaca Giorgia Meloni aderì ad Alleanza Nazionale che, per trovarsi qualche anno al centro della politica istituzionale, non disse poco. Per bocca del suo primo segretario Gianfranco Fini, ultimo del MSI, affermò infatti che il nuovo partito aderiva ai “valori democratici che il fascismo aveva conculcato”. Una dichiarazione così forte che, con il tempo, permise a Fini, legittimandolo come democratico, di diventare ministro degli esteri senza causare incidenti diplomatici.

Del resto da anni in una parte dello stesso neofascismo, per bocca dello stesso Almirante, esplicitamente definito come stella polare da Giorgia Meloni, si teorizzava il superamento del fascismo storico come precondizione per entrare nel gioco del potere istituzionale. Certamente la svolta di Fiuggi non fu priva di ambiguità, una parte del partito sui territori rimase identitariamente fascista, ma sicuramente rappresentò una realizzazione della linea storica prefigurata da Almirante: superare il fascismo storico per entrare nel pieno gioco del potere politico dal quale il MSI era stato escluso per quasi cinquant’anni. Del resto il fascismo, senza potere, perdeva la sua ragione d’essere e c’è sempre un aspetto del potere, nelle società occidentali, che permette di essere fascisti senza dichiararsi tali.

All’epoca Fiuggi fu evento incrocio tra necessità di organizzazione interna del partito e un rito pubblico che guardava alla società. Ancora, nonostante molto fosse cambiato negli anni ’90, si guardava al modello del partito di massa così come si era sviluppato negli anni del fordismo magari “temperato” nel modello del partito liberale di massa berlusconiano che allora sembrava prender piede. Poi è cambiato tutto, ed è questo il punto, le reti di relazioni sociali face-to-face, territoriali sulle quali si costruiva comunque un partito del genere sono state sostituite, nella formazione del consenso, dai social molto più efficaci e flessibili nell’estrazione di consenso elettorale rispetto all’apparato di partito. E, oltretutto, utili in una situazione nella quale i costi della politica vanno abbattuti, visto che la circolazione della ricchezza nel mondo politico istituzionale ha visto una restrizione della base beneficiaria dei flussi di denaro legati alla politica.

In questo senso almeno due cartelli elettorali, nei lustri successivi alla svolta di Fiuggi, seppur in senso molto diverso, hanno fatto vedere efficacia e criticità, entro grande capacità di raccogliere consenso, di un modello di costruzione del consenso, legato ai social. Si tratta del M5S di Grillo e della Lega di Matteo Salvini entrambi, in elezioni differenti, capaci di raggiungere livelli di percentuale elettorale simile a quella dei maggiori partiti della prima repubblica. Successivamente alla rilettura di questo modello, il personaggio “Giorgia” all’interno del cartello elettorale di Fratelli d’Italia, si vuole sia come continuazione del modello Fiuggi, ricordato durante la campagna elettore delle politiche 2022, sia come modello capace di superare le criticità emerse nei precedenti cartelli elettorali basati sui social (che hanno avuto effetti centrifughi e di rigetto).

Ora nel momento in cui “Giorgia”, la presidente del consiglio Giorgia Meloni si presenta sui social con la sua agenda di governo direttamente da sottoporre all’attenzione degli utenti, e con almeno iniziale successo di accessi, compie due operazioni: cerca di correggere le criticità dei modelli social precedenti, con uno inclusivo generatore di discussione al caminetto più simile al modello Conte, e, di fatto, liquida Fratelli d’Italia inteso come partito.

Del resto è proprio il modello social basato sul personaggio “Giorgia” che ha permesso a Fratelli d’Italia di passare da 1 milione e 700 mila voti delle europee del 2019, ancora legata al modello “immagine di partito”, a oltre 7 milioni e 300 mila voti alla camera nel 2022, per una percentuale del 26 per cento di voti che oggi, nei sondaggi, viene accreditata vicina al 30 per cento. Siccome in politica comanda chi raccoglie consenso, all’interno del cartello elettorale FdI, comandano i social, e la loro gestione, finché estraggono consenso. E i social qui hanno al centro la figura di Giorgia prima ancora di quella del partito, i temi “Giorgia” piuttosto che quelle strategici, se andiamo a vedere l’iconografia dell’agenda della presidente del consiglio. E qui il problema, come sappiamo dai modelli Grillo e Salvini, ma anche dalla sinistra basata su personaggi da casting, è che se il partito non cresce l’unica alternativa, per restare nel gioco, è rincorrere di tutto nei processi di comunicazione fino ai fisiologici cali di attenzione, rigetto e schianto dei livelli di consenso determinati dai social

La conseguenza politica di tutto questo, nel frattempo è davanti agli occhi: primato della discussione della presidente del consiglio sulle piccole cose (la polemica sul POS ad esempio), vicinanza spettacolo ai piccoli problemi e assenza di strategia politica di lungo corso nel momento in cui il partito è giusto un vivaio per estrarre nuovi personaggi utili a trasmissione del potere FdI piuttosto che un dispositivo di elaborazione di una strategia per salvare un paese malato. Anche questa versione social, è una realizzazione del pensiero di Almirante visto che si esce, non di poco, dal fascismo storico per entrare in un gioco di potere che lega legittimazione istituzionale e quella via social di chi proviene da destra.

Donald Kurz, un interessante antropologo americano, un ventina di anni fa, all’alba della società come la conosciamo oggi fece uscire un testo, Political Anthropology, di rilettura di temi classici dell’antropologia politica già da lui trattati negli anni ’70: quelli della leadership, della legittimazione dell’autorità e delle regole di successione del potere. Se andiamo a vedere il modello Giorgia rappresenta, volente o nolente, un tentativo di definizione della leadership, e della legittimazione delle autorità, nel quale meccanismi istituzionali e social finiscono per intrecciarsi. Non è un fenomeno nuovo anzi, è un fenomeno consapevolmente successivo ad altri (Grillo, Salvini) con degli elementi correttivi rispetto al passato – inclusivi e amicali – che accetta delle regole di successione del potere che si danno sul piano social. In questo senso la forma partito, più o meno tradizionale, serve a poco se non come strumento di sostegno al funzionamento del nesso potere istituzionale-social che si evidenzia nel comportamento della presidente del consiglio.

Insomma, Giorgia liquida Fratelli d’Italia definendo leadership, legittimazione e modi di successione del potere in autonomia dalla residua forma partito che a suo tempo l’ha espressa. Del resto il compito del governo Meloni è durare con poche risorse, nella diffidenza dei partner europei e con diverse crisi da fronteggiare (energetiche, economiche, belliche e, forse, finanziarie). La liquidazione di FdI, ufficialmente non avvenuta, è una delle conseguenze della presa d’atto, da parte della presidenza del consiglio, della complessità dei nuovi livelli di potere raggiunti dagli eredi di Giorgio Almirante. I successivi capitoli, di questa storia, sono tutti da scrivere.

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31/10/2022

Giorgia Meloni, un falso passato per governare il presente

Nelle elezioni politiche del 7 giugno 1953 il MSI triplicò i suoi voti rispetto al 1948, portando in Parlamento 38 tra deputati e senatori. I fascisti, da poco rientrati da latitanze e fughe dopo il crollo dello stato fantoccio di Salò, cominciavano ad accomodarsi.

Sistemandosi all’interno di quelle istituzioni democratiche che avevano combattuto e che disprezzavano dalla radice. «Il 25 aprile è nata una puttana, le hanno dato nome, Repubblica italiana», cantavano quei camerati, salvati alla fine del conflitto mondiale dagli Alleati anglo-americani ormai protesi verso la Guerra Fredda anticomunista.

Junio Valerio Borghese, già alla guida della X Mas, fu messo in salvo da James Jesus Angleton, un agente di vertice dell’OSS (antesignana della CIA) che lo caricò su una jeep statunitense. Diventerà presidente del MSI e organizzerà il golpe del 7-8 dicembre 1970.

Giorgio Almirante scappò in abiti civili dalla porta di servizio della Prefettura di Milano il giorno della Liberazione indossando un bracciale tricolore partigiano. Diverrà il principale capo missino nei decenni repubblicani.

Augusto De Marsanich, già deputato fascista e membro del governo Mussolini, in quel 1953 ricopriva la carica di segretario del partito, il cui presidente onorario, dal 1952, era il criminale di guerra Rodolfo Graziani.

Forse erano loro «le persone che non ci sono più» a cui la neo Presidente del Consiglio ha dedicato la vittoria la notte dei risultati elettorali del 25 settembre scorso. Oppure erano figure di quella «destra democratica» di cui si è vantata di aver fatto parte nel suo discorso in Parlamento il giorno della fiducia al suo governo.

Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo ovvero il gruppo responsabile delle stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Oppure Mario Tedeschi, direttore de «Il Borghese» e della formazione scissionista missina di «Democrazia Nazionale», oggi indicato dalla procura di Bologna come uno dei responsabili della strage del 2 agosto 1980 alla stazione.

Forse Giorgia Meloni pensava ai protagonisti della «rivolta di Reggio Calabria» guidati dal deputato missino Ciccio Franco oppure ai «ragazzi» di Piazza San Babila a Milano, primattori degli scontri che il 12 aprile 1973 portarono alla morte dell’agente Antonio Marino e che videro in piazza anche un giovane dirigente del MSI oggi seconda carica dello Stato e collezionista privato di busti di Mussolini.

Di fronte al formarsi del governo di oggi tornano alla mente le parole dell’epigrafe che Piero Calamandrei scrisse, all’indomani delle elezioni del giugno 1953, rivolgendosi ai partigiani caduti della Resistenza: «Non rammaricatevi dai vostri cimiteri di montagna se giù al piano, nell’aula dove fu giurata la Costituzione murata col vostro sangue, sono tornati, da remote calingi, i fantasmi della vergogna».

Il falso racconto del passato, finalizzato al governo del presente, propalato oggi dalle alte cariche dello Stato e dell’esecutivo ha iniziato il suo cammino.

Con il silenzio nel centenario della «marcia su Roma»; con la dichiarata ostilità all’antifascismo ed alla Resistenza scandalosamente criminalizzati e negati da Meloni nella sua improbabile ricostruzione della storia d’Italia; con la «fuga», attraverso il vittimismo, dagli anni Settanta delle stragi e dello squadrismo nelle fabbriche e nelle università.

Nelle aule del Parlamento italiano abbiamo visto concretarsi ciò che Calamandrei preconizzava: «Apprenderemo, da fonte diretta, la storia vista dai carnefici». Non ci troviamo certo di fronte a un ritorno del «fascismo eterno».

Tuttavia le radici profonde di questa destra (fin dal dopoguerra radicalmente «atlantica») riemergono oggi dalla voce di Giorgia Meloni o nel loro identitarismo classista che dichiara di «non voler disturbare» industriali e ceti proprietari; di voler avversare i migranti; di promuovere la guerra contro le donne che non vogliono omologarsi all’essere soltanto «madri e cristiane», come urlato nei comizi filo-franchisti di Vox in Spagna.

L’inquietudine che suscita il bagaglio storico rivendicato dalla destra è pari soltanto a quella alimentata dalla lettura della stampa italiana, l’unica restìa a chiamare postfascista il partito Fratelli d’Italia; l’unica incapace di raccontare la natura profonda di una Presidente del Consiglio politicamente accarezzata dalle familistiche ed eterne (quelle si) classi dirigenti nazionali che ieri ebbero tra i loro padri e nonni fondatori i veri sostenitori del regime fascista e che oggi posseggono di tutti i principali mezzi di informazione.

Da queste consapevolezze sarà necessario ripartire per una battaglia culturale e politica di difesa della verità storica, della Costituzione e dei diritti della persona.

«Troppo presto li avevamo dimenticati – ammoniva Calamandrei – è bene che siano esposti in vista su questo palco. Perché tutto il popolo riconosca i loro volti e si ricordi».

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22/08/2022

Missione missina

La destra e le paure dell’establishment.

Scrive su Domani Stefano Feltri: “Se oggi Giorgia Meloni può ambire ad andare a palazzo Chigi è anche grazie al cinismo dell’establishment italiano che ha deciso di legittimarla”.

Manco a farlo a posta, contemporaneamente, Angelo Panebianco scrive sul Corriere: “C’è sempre, nelle elezioni italiane, un ‘sovraccarico etico’ dato che, secondo le minoranze politicizzate, a scontrarsi sono il Bene e il Male. Per la minoranza di destra la parte del Paese che vota per la sinistra è dominata dai comunisti, per la minoranza di sinistra l’altra parte è in mano ai fascisti”.

Tralasciando il cerchiobottismo, che è il massimo della moderazione raggiungibile dagli argomenti di Panebianco, pasdaran dell’establishment, la bocca buona della borghesia italiana su certe disgustose formazioni politiche non è una novità.

Pensiamo al partito di Berlusconi e come in questo ultimo quarto secolo la borghesia italiana abbia sorvolato su tutto, pur di avere a disposizione qualcuno cui affidare i propri privilegi.

O alla Lega, che da Bossi è diventata di proprietà di Salvini e delle sue sconcezze politiche sulla legalità, la sicurezza, i diritti umani e la politica estera.

Per arrivare a Meloni, cui potrebbe essere affidato il ruolo di garante dell’autoritarismo necessario a comprimere le tensioni sociali, inevitabili a fronte del previsto “maremoto” sociale che si preannuncia per via dell’intreccio tra crisi energetica, crisi ambientale e inflazione, con l’aggravio, per i redditi bassi, dell’aumento del costo del denaro.

Si palesa una situazione simile a quella che per decenni fu la missione del MSI, cioè essere lo spauracchio contro l’avanzata delle rivendicazioni operaie e popolari, del protagonismo dei diritti delle donne, dei giovani, della difesa dello Stato sociale, oltre che rifugio di generali felloni e golpisti, ed essere nei fatti il bacino militante dei responsabili delle stragi, anche quelle di mafia, dei tentativi di colpo di stato, della cospirazione antidemocratica ordita dalla P2.

Perché questo è stato il neofascismo italiano, file da cui Meloni e i suoi “fratelli” provengono: è da questo che non hanno mai preso le distanze, questo è il vero problema politico, questa è la vera fiamma che arde nella loro storia, non certe pagliacciate nostalgiche, più patetiche che disgustose.

Il “cinismo dell’establishment” – come lo chiama il direttore di Domani – è figlio di quella lunga stagione. La borghesia italiana, quella grande e quella piccola, i ceti ricchi e medi temono con tutto il sistema nervoso del lobbismo, delle caste, delle oligarchie, del familismo che prima o poi esploda la rivolta.

E che redistribuzione della ricchezza, attraverso investimenti nel welfare pubblico, – cioè Istruzione, Sanità e Previdenza – adeguamenti salariali al pari dei paesi del G7, pieno riconoscimento dei diritti delle donne, degli omosessuali, degli immigrati siano provvedimenti inevitabili.

Per la salvaguardia del nostro sistema politico, della coesione sociale, della stessa produzione delle merci, della loro distribuzione interna ed esportazione e dell’ambiente sarà necessario intervenire con una decisa “agenda sociale”.

Tutto questo fa paura. A ben vedere è proprio questo che la destra sta sfacciatamente dicendo in campagna elettorale, cioè “se non votate per noi certi privilegi rischiano grosso”.

Ed è proprio su questo che si misura, al contrario, la timida cautela delle proposte sociali del centrosinistra, cui fa da sponda la goffaggine politica del M5s.

Invece che puntare a mobilitare la coscienza e gli interessi materiali della stragrande maggioranza degli elettori con una piattaforma, che attivi il loro protagonismo nella lotta politica, per un concreto miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, hanno paura di spaventare l’establishment italiano, che invece sembra pronto a puntare decisamente a destra.

Per mantenere rendite (esentasse) di posizione, per mettere la mani sui vantaggi del PNRR, sono disposti a tutto.

Tanto da pensare possibile affidarsi a una nuova missione missina.

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21/02/2021

Giancarlo Giorgetti, Il “moderato” della Lega nel governo Draghi

Lo stragista Franco Freda qualche anno fa definì Giancarlo Giorgetti “devoto lettore, addirittura ideologico” dei libri-spazzatura pubblicati dalla sua casa editrice, il cui catalogo vanta autori del calibro di Hitler, de Gobineau e altri vermi. Endorsement ai tempi passato in sordina.

Giorgetti da ragazzo è stato un militante del Fronte della Gioventù, ramo giovanile del Msi. Tra le tante amicizie, quella con Andrea Mascetti, nipote del podestà di Varese, nonché fondatore dell’associazione identitaria Terra Insubre.

La relazione tra Giorgetti (e tutti i pezzi da 90 del leghismo varesino, da Fontana a Maroni) e Terra Insubre è strettissima. Quando Bossi e Reguzzoni sollevarono problemi di incompatibilità coi valori della Lega, ci fu una mezza insurrezione dei soci.

In questo dettagliato report della Brigata Antifascista Ticinese si spiega di cosa si è occupata Terra Insubre in questi anni: inviti e omaggi a terroristi neri come Gabriele Adinolfi, intrecci con politica e finanza e relazioni con gruppi neonazi esteri.

Degna di nota l’edizione del 2013 del Festival dell’Insubria (finanziato da Intesa San Paolo), in cui Giorgetti era anche relatore: tra i vari interventi, c’è quello in omaggio alla figura di Georg Klotz, volontario nella Wermacht, altoatesino passato alle cronache come il “bombardiere della Val Passiria”, per una serie di attentati ai tralicci dell’alta tensione.

D’altronde far parte del Msi a Varese significa abbracciare una tradizione politica in cui lo squadrismo padronale è la prassi. Un sistema collaudato fatto di aggressioni e minacce, che fece della città un caso nazionale tra il 1969 e il 1974 e anche oltre.

Un esempio tra i tanti: Giorgetti aveva 13 anni quando, il 7 marzo del ’79, proprio alcuni esponenti del Fronte della Gioventù della sua città inscenarono una coreografia antisemita durante la partita di basket Emerson Varese – Maccabi Tel Aviv, valida per la Coppa Campioni.

Croci e ai saluti romani al vento, ma anche gli striscioni «Adolf Hitler ce l’ha insegnato, uccidere gli ebrei non è reato» e «10, 100, 1000 Mauthausen». A pagare per tutti furono solo 11 persone, come detto tutte appartenenti e simpatizzanti del Fronte.

Chissà se il piccolo Giorgetti era nel palazzetto quella sera. Chissà se ha mai saputo che dietro quell’orrore c’erano proprio i compagni di viaggio che avrebbe scelto di lì a qualche anno. Che non conosca questa storia è escluso, da vulcanico tifoso qual è.

Una rete di relazioni sviluppatasi proprio in tribuna portò alla nomina dello sgangherato Bussetti al Miur e del suo segretario particolare, un broker totalmente avulso dal sistema-scuola, Marco Lo Nero, fratello di Michele, ex AD del Varese calcio, altra fede del nostro Giorgetti.

La storia del Varese Calcio non è travagliata solo per le vicende societarie, ma anche per quelle del tifo organizzato, fortemente connotato a destra. Si pensi al gruppo “7 laghi”, facente capo alla comunità nazista dei “dodici raggi”, o quello più numeroso dei neonazi di Blood&Honour.

In riferimento a quest’ultimo, ricordiamo lo strano episodio dello striscione interista in omaggio a Daniele Belardinelli, capo dei B&H ucciso nel 2018 a Milano. Dopo un primo diniego del GOS, la pezza neonazi fu autorizzata dal Viminale per interessamento diretto del ministro Salvini.

Giorgetti è da sempre in stretta relazione col Varese Calcio, tanto da suggerire strategie economiche quando la società versava in cattive acque. “Mi sta aiutando una persona che vuole bene al Varese”, disse l’ex vicepresidente (nonché ex socio in affari di Belardinelli) Paolo Basile.

Per concludere, capire il “sistema Varese” aiuta a capire il “sistema Lega” degli ultimi 20 anni: porte girevoli nei CdA delle grandi aziende pubbliche e delle istituzioni finanziarie, complesso apparato di spartizione delle nomine, ma anche radicamento ad un territorio in cui professionisti, commercianti e padroni di fabbrichette hanno da sempre (almeno fin dal convinto collaborazionismo post armistizio) mostrato compiacenza verso picchiatori fascisti più organici, incitandoli o mettendoli a libro paga.

Giancarlo Giorgetti, che ha giurato sulla Costituzione, qualche giorno fa, ha fatto parte e fa ancora parte di questo preciso contesto, questo “filo nero” lungo un secolo e mai spezzato, ricostruito in un articolo del 2005 del Manifesto dallo storico locale Franco Giannantoni.

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29/06/2019

Luglio 1960


La necessità di rinnovare con costanza la memoria storica del nostra Paese si colloca ben oltre alla discussione sul neofascismo rampante nella difficile situazione dell’Italia di oggi.

Per questo motivo è più che mai valida la ricostruzione storica (pur eseguita in maniera assolutamente sommaria) di ciò che accadde tra la fine di giugno e il luglio del 1960: cinquantanove anni fa.

Era l’Italia del 1960. Ci si trovava in pieno miracolo economico, ma il benessere nascondeva profonde lacerazioni politiche e sociali.

Si stava provando, con fatica, a uscire dagli anni’50 e a far nascere il centrosinistra.

Un giovane democristiano, Fernando Tambroni esponente della corrente del presidente della Repubblica Gronchi, assumeva la Presidenza del Consiglio sostenuto da una maggioranza comprendente il partito neofascista, l’MSI.

Quell’MSI che stava tornando alla ribalta con la sua ideologia e la sua iniziativa, quell’MSI che decise, alla fine del mese di Giugno, di tenere il suo congresso a Genova, Città medaglia d’oro della Resistenza.

L’antifascismo, vecchio e nuovo, disse di no.

Comparvero sulle piazze i giovani dalle magliette a strisce, i portuali, i partigiani.

La Resistenza riuscì a sconfiggere il rigurgito fascista.

Ma si trattò di una vittoria amara, a Reggio Emilia e in altre città la polizia sparò sulla folla causando numerose vittime.

Questi i fatti, accaduti in quell’intenso e drammatico inizio estate di cinquantanove anni fa: è necessario, però, tornarvi sopra per riflettere, partendo da un dato.

Non si trattò semplicemente di un moto di piazza, di opposizione alla scelta provocatoria di una forza politica come quella compiuta dall’MSI di convocare il proprio congresso a Genova e di annunciare anche come quell’assise sarebbe stata presieduta da Basile, soltanto quindici anni prima, protagonista nella stessa Città di torture e massacri verso i partigiani e la popolazione.

Si trattò, invece, di un punto di vero e proprio snodo della storia sociale e politica d’Italia.

Erano ancora vivi e attivi quasi tutti i protagonisti della vicenda che era parsa chiudersi nel 1945, ed è sempre necessario considerare come quei fatti si inserissero dentro una crisi gravissima degli equilibri politici.

Una crisi inserita anche in un mutamento profondo dello scenario internazionale, nel quale si muovevano i primi passi del processo di distensione ed era in atto il fenomeno della “decolonizzazione”, in particolare, in Africa, con la nascita del movimento dei “non allineati”.

Prima ancora, però, dovrebbe essere valutato un elemento di fondamentale importanza: si è già accennato all’entrata in scena di quella che fu definita la generazione “dalle magliette a strisce”, i giovani che per motivi d’età non avevano fatto la Resistenza, ma ne avevano respirato l’aria entrando in fabbrica o studiando all’Università accanto ai fratelli maggiori; giovani che avevano vissuto il passaggio dall’Italia arretrata degli anni’40-’50 all’Italia del boom, della modernizzazione, del consumismo, delle migrazioni bibliche dal Sud al Nord, di una difficile integrazione sociale e culturale.

In questo senso i moti del Luglio ’60 non possono essere considerati semplicemente un punto di saldatura tra le generazioni, anzi rappresentavano un momento di conflitto, di richiesta di cambiamento profondo, non limitato agli equilibri politici.

In quel Luglio ’60, da non considerare – ripetiamo – soltanto per i fatti accaduti in quei giorni, ma nel complesso di una fase di cambiamento della società e della politica, si aprì, ancora, a sinistra, una discussione sulla natura della DC, fino a quel momento perno fondamentale del sistema politico italiano.

Molti si chiesero, a quel momento, se dentro la DC covasse il “vero fascismo” italiano: non quello rumoroso e un poco patetico del MSI, ma quello vero; quello che poteva considerarsi il vero referente dei ceti dominanti, capace di portare al blocco sociale di potere l’apporto della piccola e media borghesia.

Il partito democristiano appariva, dunque, a una parte della sinistra, soprattutto nei giorni infuocati della repressione, come il partito che avrebbe potuto in qualunque momento rimettere in moto in Italia (ricordiamolo ancora una volta: eravamo a soli quindici anni dalla Liberazione) un meccanismo politico–sociale repressivo e autoritario tale da dar vita a nuove esperienze di tipo fascista.

L’analisi sviluppata dal PCI togliattiano fu diversa.

Nonostante le asprezze della polemica quotidiana, il PCI aveva assunto come stella polare di tutta la sua strategia l’intesa con le masse cattoliche, da sottrarre al predominio moderato prevalente dal ’47 in poi (grazie alla “guerra fredda”) al vertice della DC.

Ma la prospettiva non era così ingenua: essa comportava il proposito di far emergere le forze presenti all’interno della DC, anche al vertice del partito.

In quel Luglio ’60 il PCI cercò di operare in quella direzione, e il successo dello sciopero generale, pur macchiato di sangue, si rivelò efficace e significativo anche perché dall’interno della DC si aprì finalmente un varco a quella parte del gruppo dirigente che, sulle rovine dell’esperimento Tambroni, poté riproporre con maggiore efficacia e speranza di esito positivo una soluzione diversa: quella che abbiamo già richiamato delle “convergenze parallele” e, successivamente, del centrosinistra “organico”.

Oggi, a cinquantanove anni di distanza, possiamo meglio valutare l’esito di quei fatti: le contraddizioni che ne seguirono, il rattrappirsi progressivo della realtà riformatrice (a partire dal “tintinnar di sciabole” dell’estate 1964, fino alla disgraziata stagione del terrorismo, aperta nel 1969 dalle bombe di Piazza della Fontana), l’assunzione, in particolare da parte del PSI, via, via, di una vocazione “governista” sfociata nel decisionismo craxiano, i limiti di puro politicismo insiti nella strategia berlingueriana del “compromesso storico”, nello sviluppo abnorme di quella che già dagli anni’50 Maranini aveva definito come partitocrazia (con il contributo di un complessivo “consociativismo” allargato all’intero arco parlamentare) e, infine, nella “questione morale” che segnò, all’inizio degli anni’90, lo sconquasso definitivo del quadro di governo in coincidenza con la caduta del muro di Berlino (sulla quale furono commessi errori di valutazione enormi) e l’avvio, con il trattato di Maastricht, della logica monetarista anti-democratica di gestione dell’Unione Europea sul modello reaganian-tachteriano della crescita delle diseguaglianze economiche e sociali fino alla drammatica attualità che stiamo vivendo in un quadro esaltato da un insieme di valori negativi.

Forse luglio ’60 rappresentò uno degli ultimi passaggi utili per contrastare radicalmente questo processo di involuzione e riproporre alcune radici di fondo della prospettiva resistenziale ma è necessario ammettere, anche in un momento di rievocazione importante come l’attuale, che quel messaggio non fu completamente colto.

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15/06/2018

Allarmi son fascisti, quelli di adesso


Due notizie da Milano e da Roma, scoprono il coperchio sulla definitiva rivalutazione del neofascismo e dei suoi esponenti nella narrazione ufficiale del paese. Attenzione non stiamo parlando del fascismo del ventennio, quello che in tanti ritengono ormai materia per archivi polverosi e celebrazioni nella migliore delle ipotesi nostalgiche. No stiamo parlando del neofascismo, quello che dal dopoguerra agli anni ’70 è stato contiguo al potere democristiano e alle strategie stragiste dirette ad impedire anche con la violenza l’affermazione dei partiti della sinistra e del movimento operaio.


A Milano, alla Regione Lombardia è stata approvata una mozione secondo cui nelle scuole si dovranno ricordare le morti dei neofascisti Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi, uccisi negli anni ’70 nel capoluogo lombardo. Questa decisione senza precedenti è stata presa dal Consiglio regionale della Lombardia che ha votato una mozione presentata da Fratelli d’Italia. Hanno votato a favore tutte le forze di maggioranza, mentre Pd e Lombardi, e Civici europeisti hanno votato contro. L’M5S non ha partecipato al voto.

A Roma invece, al consiglio comunale è stata approvata una mozione presentata anche qui da Fratelli d’Italia, per dedicare una strada della capitale a Giorgio Almirante, per anni segretario del Msi e figura di riferimento del neofascismo italiano. In serata però l’iniziativa è stata stoppata dalla sindaca Raggi. “Nessuna strada a Roma sarà dedicata a Giorgio Almirante. Presenterò una mozione a mia prima firma” ha scritto la sindaca Raggi in un tweet notturno dopo la decisione del Consiglio Comunale di ieri di votare la mozione.

Siamo dunque ben oltre lo sdoganamento storico del fascismo, siamo alla legittimazione del neofascismo nella fase repubblicana e costituzionale del paese. Appare doveroso ricordare come negli stessi anni a Milano i fascisti uccisero militanti di sinistra come Claudio Varalli e Gaetano Amoroso e negli anni più recenti Davide Cesari “Dax”.

Sulle responsabilità di Almirante si può andare ancora più indietro, quando era un fucilatore di partigiani e di soldati sbandati (vedi il manifesto seguente firmato da Almirante).


Se questa diventa la narrazione sulla storia recente del paese e la legalità avallata dalle istituzioni, disobbedirvi sarà un dovere, nelle scuole della Lombardia come nelle strade di Roma. Con ogni mezzo necessario.

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05/02/2018

Quando i fascisti sparavano dal palco dei loro comizi


L’episodio accaduto ieri a Macerata con la sparatoria attuata da un dichiarato razzista che ha messo a ferro e fuoco il centro della cittadina marchigiana colpendo alcuni immigrati di colore, ha portato alla ribalta il clima d’odio che sta esacerbando questa bruttissima campagna elettorale, tutta incentrata sul personalismo e della concezione assoluta del potere.

Si è ceduto troppo, nel corso degli anni, allo smarrimento di una cultura politica fondata sui valori dell’antifascismo, della convivenza civile, della costituzione repubblicana.

Si è ceduto oltre misura all’idea del “né di destra, né di sinistra”, alla presunta obsolescenza dei valori della Resistenza, all’indifferenza, alla concessione dell’equidistanza tra i partigiani e i “ragazzi di Salò”.

Si è sdoganato tutto in fretta e soprattutto, con la proposta di deforma costituzionale per fortuna respinta il 4 dicembre 2016, si è aperta la strada all’idea della possibilità di modificare la Carta Costituzionale, quasi come se si trattasse di un fatto politico tra i tanti, una delle tante “modernizzazioni”.

Si è dimenticato il periodo delle stragi fasciste, da piazza della Fontana a quella della Loggia, e si è dimenticato quando i fascisti sparavano dal palco dei loro comizi.

Colgo l’occasione allora, allo scopo di rinfrescare la memoria di tutti, per ricordare ancora una volta un episodio del 1976, a testimonianza di un clima di violenza fisica e morale che non può essere dimenticata per allora e che deve indurci, ancor oggi, al massimo di vigilanza democratica.

Non possiamo e non dobbiamo allentare la guardia, mollare la presa. Ieri la grande manifestazione di Genova lo ha dimostrato: mai come in questo momento l’antifascismo militante è fattore decisivo e dirimente per una possibile ripresa democratica.

Ecco il ricordo di quell’episodio, in apparenza lontano nel tempo, ma nella realtà molto vicino al dramma della nostra epoca (ogni accenno all’attualità sul piano della presenza di agenti del servizi intenti alla provocazione fascista è puramente casuale...):
“Il 28 maggio del 1976, a Sezze Romano, cittadina in provincia di Latina, è previsto il comizio di Sandro Saccucci, importante esponente del Movimento Sociale Italiano. Ex paracadutista e sospettato di aver partecipato al tentato golpe orchestrato nel dicembre del 1970 dal principe Junio Valerio Borghese con l’aiuto di settori «deviati» di istituzioni e servizi segreti, il Saccucci giunge nel centro pontino con un manipolo di fedelissimi. La scelta della città è quanto mai provocatoria: Sezze è un centro tradizionalmente antifascista.

Intorno alle 19:30 un corteo di otto automobili entra in paese e si dirige verso piazza IV Novembre, dove è previsto il comizio. A bordo degli automezzi, tra gli altri, vi sono fascisti di dichiarata fede come Pietro Allatta, Angelo Pistolesi, Gabriele Pirone, Miro Renzaglia e Franco Anselmi. A rendere ancora più ambigua la comparsata neofascista è il curriculum politico di Saccucci: ex paracadutista e membro dell’ufficio informazioni del corpo dei paracadutisti nell’ambito del tentato golpe organizzato nel dicembre 1970 ad opera del principe Junio Valerio Borghese.

Ad attendere Saccucci c’è una piazza gremita di antifascisti, dal movimento studentesco a Lotta Continua, fino ad arrivare alla Fgci. Il palco è presidiato da camerati armati di bastoni e pistole, mentre le forze dell’ordine, disinteressate da quanto sta accadendo, rimangono isolate ai lati della piazza. Non appena Saccucci accenna a parlare viene ricoperto da fischi e insulti, e quando tenta di ricondurre le stragi neofasciste di Stato alla sinistra extraparlamentare viene raggiunto dal lancio di bastoni, pietre e bottiglie.

«Non volete sentirmi con le buone, mi sentirete con questa»

Dopo aver pronunciato queste parole, l’ex parà estrae di tasca una pistola e comincia a sparare sulla folla. Seguono attimi di caos, mentre Saccucci ripara in auto e fugge via a tutta velocità per sottrarsi alla rabbia degli antifascisti; i manifestanti tentano di bloccare le vie d’uscita alle automobili, e per tutta risposta vengono esplosi tre colpi di pistola dall’auto di Saccucci. Antonio Spirito, studente-lavoratore militante di Lotta Continua viene colpito alla gamba sinistra, mentre Luigi Di Rosa, 21 anni, iscritto alla Fgci, viene colpito prima alla mano e poi al ventre, rimanendo ucciso.

Pochi giorni dopo vengono emanate le autorizzazioni a procedere per l’arresto di Pietro Allatta e Sandro Saccucci, “tempestivamente” espulsi dall’Msi del repubblichino Almirante soltanto due settimane dopo i fatti di Sezze Romano.

Il 13 giugno 1976 Saccucci viene arrestato a Londra e accompagnato alla frontiera francese per l’estradizione; la scarcerazione però, si legge in una rogatoria, avviene in tempi brevissimi e grazie agli interventi di don Sixto di Borbone, del prefetto di Parigi e di un tale Jacques Susini, amico di Stefano Delle Chiaie, altro personaggio controverso già coinvolto nella stage di Piazza Fontana e «collega» ai tempi del golpe Borghese. Saccucci troverà riparo in America latina, specialmente in Argentina, dove potrà contare su protezioni e aiuti anche a livello “pubblico”, e in Cile, dove alcune voci lo vogliono coinvolto nella gestione del regime fascista del generale Pinochet.

Pietro Allatta è stato riconosciuto colpevole di aver impugnato l’arma che ha colpito prima Spirito e poi Di Rosa, anche se le prove balistiche hanno dimostrato che Luigi ha ricevuto due colpi di calibro diverso, avvalorando la tesi secondo cui Saccucci sarebbe uno degli autori materiali dell’omicidio. Le indagini non hanno mai chiarito inoltre la presenza a Sezze di un ex maresciallo dei Carabinieri e agente del Sid, Francesco Troccia, indicato come colui che guidò i missini fuori dal paese, evitando che fossero bloccati dalla popolazione.

La memoria di Luigi Di Rosa negli anni non è mai venuta meno, nonostante le assoluzioni e i depistaggi di Stato nei confronti degli autori della strage e i ripetuti attentati al monumento posto, ad un anno dal suo omicidio, in ricordo di tutte le vittime dell’antifascismo e culminato con la spregevole profanazione della sua tomba avvenuta nel 1978”.
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18/12/2017

Storia di Ordine Nuovo

Aldo Giannuli e Elia Rosati, Storia di Ordine Nuovo, Mimesis, Milano-Udine, pp. 240, € 18.00

Questo libro ha il valore di una testimonianza storica – rigorosa, fondata sullo studio di una ricca documentazione a cui Aldo Giannuli ha avuto accesso negli anni, in qualità di consulente della Commissione stragi, oltre che di diverse Procure impegnate in inchieste sul terrorismo nero. Ed è attraverso i documenti degli archivi di Stato che si cerca di raccontare la parabola di Ordine Nuovo, il gruppo che si è guadagnato la più fosca autorevolezza, nella storia del neofascismo italiano.

Quella di lasciar parlare le carte desecretate, custodite nei faldoni più oscuri della memoria repubblicana, non è una scelta arbitraria da parte degli autori: sta a significare che si può riscrivere la storia di quest’area, solo rileggendo in controluce la fitta trama dei suoi rapporti con istituzioni e apparati. Regimi stranieri, Ministero dell’Interno, Forze Armate, servizi di sicurezza: ON non fu mai davvero “infiltrata”, quanto consapevolmente e volontariamente organica a quei mondi. E se tra le sue fila si conteranno molti dirigenti a libro paga dei servizi – e diversi bombaroli e mercenari –, non sarà per caso, ma per coerenza alle ideologie, ai programmi e ai finanziatori del neofascismo italiano. Un capitolo finale viene dedicato alla Weltanschauung del gruppo, una formazione che vantava suggestioni iniziatico-militari, che amava descrivere se stessa come élite politica, che fu permeabile più di altri alle influenza evoliane e naziste. Ma il taglio e l’impostazione che vengono dati dagli autori a questo lavoro, non lascia spazio ad equivoci: ideologie, estetica e mitologia, vengono “dopo” – non sono l’essenza o la chiave per rileggere una storia sporca e complessa, che si colloca dentro la contesa geopolitica di quei decenni, più che nel regno dello Spirito.

La storia di ON comincia nel 1956, con la scissione di una ottantina di quadri dal MSI, partito che Michelini guida fermamente puntando a rafforzare un orientamento filo-atlantico e una prospettiva di inserimento della destra dentro i giochi politici. I fuoriusciti, guidati dal giovane Pino Rauti, si oppongono alla leadership missina che considerano garante di una “deriva moderata”: nasce così il Centro Studi Ordine Nuovo. In patria il nuovo gruppo gode di poco seguito – i micheliniani reggono alla scissione – e, almeno fino al 1959, anche di scarse risorse. Gli ordinovisti hanno però solida fama di coerenza ideologica e questo permette loro di coltivare i rapporti con Evola e con il milieu nazifascista europeo. Sarà proprio grazie alle relazioni con l’Internazionale Nera – in particolare con Jeune Europe e con l’OAS francese – che ON comincia ad accreditarsi verso le alte sfere dell’anticomunismo internazionale: «Il salto di qualità nella storia di ON sarà rappresentato, infatti, proprio dalla collaborazione con l’OAS, per conto del quale il gruppo italiano svolgerà azioni terroristiche, traffico di armi ed altro» (p.12). E questi rapporti internazionali apriranno porte importanti anche in Patria: «Fu in questo modo che un gruppo di dirigenti e fiancheggiatori del gruppo Giannettini-Ragno e lo stesso Rauti, entrò in contatto con il capo di Stato Maggiore Gen. Aloja che li introduceva, fra il 1961 e il 1964, nel Sifar» (pag.12)

È in questa fase, con l’inserimento nel traffico d’armi internazionali e con le relazioni sempre più strette con apparati di Stato e le FFAA, che ON comincia anche ad articolare la sua struttura, dotandosi di solide branche militari, con organizzazioni parallele finanziate e protette. Sarà nel rapporto con la Spagna franchista, che ON rafforzerà il suo apparato logistico ed ideologico. Un breve richiamo storico risulta utile: il salazarismo a Lisbona, il franchismo a Madrid e, più tardi, il regime dei colonnelli ad Atene, costituiscono in quei decenni una cintura fascista che stringe al cuore il Mediterraneo. L’Italia è circondata e influenzata da questa rete di forze sovranazionali che rappresentano anche il fronte sud-occidentale, della guerra ideologica e politica al blocco socialista e al movimento operaio. Al neo fascismo italiano basta attraversare un paio di frontiere o un tratto di mare, per trovare protezioni, rifugi, armi e risorse. Sono i servizi segreti – soprattutto spagnoli – a prendersi in carico questa missione di raccordo europeo delle forze anticomuniste: «I rapporti fra ON ed i servizi spagnoli non furono una casualità, ma la conseguenza logica dell’attenzione degli spagnoli per tutto quello che si muoveva sul terreno della “controinsorgenza” e della loro riconosciuta competenza in proposito» (p. 24).

La Spagna quindi, come laboratorio controrivoluzionario che fin dagli anni ’30, fornisce indicazioni preziose per ogni azione di contrasto alle forze popolari e che dal 1940 punisce il crimine di “attività comuniste” (legge rimasta in auge fino al 1977): «La guerra civile spagnola anticipò diverse soluzioni che si riproporranno nei piani di controinsorgenza degli anni 60. Infatti, nei ristretti ambienti dell’intelligence occidentale e di qui ai settori politici che avevano accesso alle loro informazioni – gli spagnoli godevano di grande considerazione in materia di guerra psicologica e guerra non ortodossa» (p. 24).

Ma in patria, il quadro dello scontro politico è altrettanto aspro che su scala internazionale. Il neocapitalismo e lo sviluppo industriale rafforzano il movimento operaio e danno al PCI un peso politico nella società italiana anche superiore a quello elettorale, pure ingente. È in questo quadro di rapporti assi torbidi, che si elaborano i progetti di Guerra Controrivoluzionaria, in cui ON fu lo snodo tra istituzioni e milizie civili: l’idea e i programmi operativi secondo cui la lotta contro il comunismo e il movimento operaio andava condotta non solo attraverso le dimensioni propriamente statuali e militari, ma anche sulla base dell’iniziativa armata dal basso. Da questo crogiuolo di suggestioni e progetti, nacquero la rete Stay Behind e i più misteriosi Nuclei difesa dello Stato, strutture in cui, quasi senza soluzione di continuità, militanti e dirigenti dell’estrema destra passarono da un livello all’altro, senza la minima remora ideologica:
In sostanza erano formati da persone che si erano tenute sempre in contatto con l’esercito, come ex sottufficiali, ex carabinieri, ex combattenti delle varie armi e costituivano piccoli plotoni che facevano addestramento anche con militari in servizio. Erano piccole unità capaci anche di essere indipendenti l’una dall’altra, secondo le tecniche di un certo tipo di difesa. Fra loro si conoscevano solo i capigruppo. L’esistenza di questa struttura in sostanza semiufficiale era pienamente nota alle autorità militari… Il suo fine era la difesa del territorio in caso di invasione e , se necessario, aveva anche compiti antinsurrezionali in caso di sommosse da parte dei comunisti. In sostanza queste strutture seguivano la linea ortodossa della Nato. Era sicuramente presente in Veneto in forze, in Alto Adige e in Valtellina, ove ad essa facevano riferimento le persone del gruppo Fumagalli… a Verona il responsabile… era il colonnello Spiazzi… La finalità della struttura era certamente quella di fare un colpo di Stato all’interno di una situazione che prevedeva attentati dimostrativi, preferibilmente senza vittime, al fine di spingere la popolazione a richiedere o ad accettare un governo forte. Ovviamente, in un attentato potevano esserci vittime casuali, ma questo, secondo chi dirigeva la struttura, era un prezzo che, in uno scontro così grosso per il nostro paese, si poteva pagare (deposizione di Carlo Di Gilio, p. 43)
Ordine Nuovo sarà la camera di compensazione in cui queste esigenze eversive troveranno spesso raccordo. Nello sforzo di rafforzare ed estendere questa intricata rete che teneva insieme militanza politica, presidio militare e servizi di sicurezza, l’attività degli ordinovisti fu infaticabile: nel libro ritorna spesso la memoria del famigerato Istituto Pollio, del quale Rauti e altri dirigenti di ON saranno tra i promotori. Ai dibattiti pubblici dell’Istituto, parteciperanno, seduti fianco a fianco, alte gerarchie delle Forze Armate, onorevoli missini, diversi direttori di quotidiani di area moderata, i vertici del Sifar, pezzi di Confindustria (generosi finanziatori, come l’armatore Costa). La campagna controinsurrezionale è già diventata il terreno comune che tiene insieme tutte queste forze. Come nella migliore tradizione italiana, però, le élite praticavano anche una guerra tra bande, dentro il fronte anticomunista, in particolare tra settori di Forze Armate più schierate e “interventiste”, rispetto alle effervescenze della società italiana; i comandi più prudentemente neutralisti e le strutture del Ministero dell’Interno – come il famigerato Ufficio Affari Riservati. Ordine Nuovo, e in particolare Pino Rauti, si alimentano di queste contraddizioni, tenendo sempre attiva una sequela di iniziative provocatorie, grandi e piccole.

Sul piano ideologico è nei primi anni 60 che dentro ON matura la svolta pienamente “occidentalista”. Ci si potrebbe chiedere, infatti: come potevano formazioni che celebravano il culto delle SS o delle “brigate nere”, zeppe di ex combattenti repubblichini e sature di retorica sul “riscatto della Patria tradita”, ritrovarsi solo pochi anni dopo, con tanta disinvoltura, a ricevere soldi e orientamento politico da parte degli ex nemici?
I movimenti fascisti e nazisti nati dopo il 1945, nella maggior parte dei casi, avevano mantenuto la contemporanea opposizione sia contro gli angloamericani che contro i sovietici… Già nella prima metà degli anni cinquanta, tuttavia, iniziava un avvicinamento tra neo-fascisti ed anticomunismo bianco. Infatti, per l’estrema destra si trattava di rompere l’accerchiamento, accettando realisticamente la sconfitta, per reinserirsi nel gioco politico. Per “l’anticomunismo bianco” la spinta veniva dal bisogno di recuperare un’area militante, disposta anche allo scontro fisico con le sinistre (p. 82)
Per potersi avvicinare agli Usa, si modificava lo statuto valoriale del neo-fascismo, si tralasciavano elementi fondanti della sua memoria di guerra, si costruiva una nuova ideologia “occidentalista”: «Per gli ideologici occidentalisti il contrasto fra occidente e comunismo non era da intendersi come confronto di natura sociale ed ideologica, ma come scontro fra modelli di civiltà irriducibili l’uno all’altro» (p. 87).

Da qui in avanti, ogni velleitaria terza via vagheggiata tra capitalismo e comunismo, ogni europeismo tradizionalista, ogni ostilità all’imperialismo americano, cessano di esistere o si limitano a esercitare solo funzioni di facciata, di agitazione, di collante ideale per le basi militanti: l’Occidente – inteso come concetto né geografico né meramente politico, ma come avamposto di civiltà contro i popoli gialli e neri, in pericolosa rivolta anticoloniale – sarà il bastione della destra radicale, in Italia e in Europa. Gli Usa e la Nato troveranno a loro disposizione una massa critica di uomini, armi, organizzazioni e quadri politici, da poter manovrare senza remore sullo scenario italiano.

Tra l’altro, dopo i fatti di Genova del luglio 60, la strategia micheliniana di approccio alla DC e di inserimento della destra italiana nel gioco politico, risulta ridimensionata. Ci si avvia alla stagione del centro sinistra. Gli apparati militari e le strutture di influenza americane in Italia entrano in fibrillazione. La critica “da destra” del Msi e la rottura rautiana con quel partito, non hanno più ragioni così forti da esibire. E del resto tra i gruppi come Ordine Nuovo e il Movimento Sociale Italiano, non si edificarono mai barriere e rigide divisioni: personalità, giornali, sedi, fonti di finanziamento, potevano attraversare labili confini di organizzazione o denominazione, continuando, più o meno, a praticare le medesime politiche (a differenza da quanto avvenne nel PCI che, già dopo il 68, eresse un muro invalicabile alla sua sinistra).

Nel 1969 Giorgio Almirante subentra al vecchio Michelini, deceduto per malattia:
con l’elezione di Almirante, la situazione mutava radicalmente ed il MSI registrava una improvvisa frustata attivistica. Già dopo pochi giorni l’elezione, Almirante, in concomitanza con la scissione socialista e con la crisi di governo, chiamava la destra alla mobilitazione di piazza… La creazione di una piazza di destra, è il primo necessario presupposto per calamitare anche i consensi di quel ceto medio impaurito dalla mobilitazione sindacale dell’autunno caldo e pronto a voltare le spalle a DC e PLI in favore di un più deciso antagonista della sinistra (p. 103).
In considerazione di questa svolta missina, la tentazione di rientrare nel MSI diventa, anche dentro ON, più pressante. La contestazione giovanile e l’autunno operaio rappresentano una scossa per la destra italiana. Tra l’altro ON, nonostante i suoi finanziatori internazionali, continua ad avere accesso a risorse troppo limitate; l’ultima velleità di trasformarsi in vero e proprio partito nazionale, è affidata a Confindustria:
Così nella primavera del 1966 ON cercava di risolvere definitivamente i suoi problemi incontrandosi con il Presidente di Confindustria. E, infatti, nel settembre di quell’anno, uno speranzoso Rauti annunciava al direttorio dell’organizzazione: i problemi finanziari di Ordine Nuovo potranno essere totalmente risolti alla fine del corrente anno o nei primi mesi del 1967 dato che sono attualmente ben avviati, con prospettive di soluzioni favorevoli, numerosi contatti e trattative con ambienti industriali italiani (p. 104).
Trattative che evidentemente non andarono nella direzione sperata. Nell’autunno del 1969 la maggioranza di ON decide il rientro alla casa madre missina. Si dice che Rauti, perorando questa decisione nel dibattito interno al gruppo dirigente ordinovista, parlasse della necessita di “aprire l’ombrello”: il partito di Almirante offriva un riparo e qualche margine di copertura politica, davanti alla durissima stagione delle stragi e dello scontro sociale che si andava ad aprire nel paese. La maggior parte del radicalismo neofascista rientrò, più o meno ufficialmente, nel MSI e questo rafforzava anche il partito e quella “destra di piazza” a cui spetterà il compito di contrastare nei territori, nei luoghi di lavoro e nelle strade, l’iniziativa di classe:
la nuova politica musclè dell’MSI almirantiano, trovava calorosi apprezzamenti nel mondo imprenditoriale scosso dalla virulenza dell’autunno sindacale. E così, le esangui casse del’MSI iniziarono ben presto a rifiorire grazie alle cospicue donazioni dell’Assolombarda ma anche dei grandi enti di Stato quali l’Iri e l’Eni, pur se a prezzo di qualche risentimento da parte di amici tradizionali del partito, come i petrolieri privati. D’altro canto, Almirante saprà giocare molto spregiudicatamente tra vecchi e nuovi sostenitori, fra capitale pubblico e privato, trovando fertile occasione di inserimento nelle vicende della Montedison, Bastogi e Sir. Requisito essenziale della fortunata ricetta almirantiana, restava il sapiente dosaggio tra manganello e doppiopetto – secondo una espressione coerente del tempo (p. 125).
Il Centro Studi Ordine Nuovo cessa di esistere, Rauti diventa un onorevole missino e solo una fronda minoritaria persiste nell’extraparlamentarismo, appellandosi come Movimento Politico Ordine Nuovo – vicende convulse tra aree che si sovrapponevano, cooperavano, si facevano concorrenza, sempre all’ombra dei poteri forti che ne garantivano l’agibilità politica e il supporto finanziario a cui contribuiva, ancora fino alla metà dei settanta, il traffico d’armi internazionale:
Come si sa, la produzione e il commercio di delle armi sono sempre assoggettati a particolari misure di sorveglianza:… L’attività di compravendita è soggetta ad una complessa serie di autorizzazioni e controlli cui non restano certo estranei i servizi di sicurezza. È dunque inevitabile che, svolgendo intermediazione in quel settore, si venga in contatto con gli apparati di intelligence e questo rimanda ad un’altra caratteristica della storia di ON: il costante rapporto con i servizi segreti e l’altissimo numero di collaboratori, informatori e confidenti più o meno occasionali presenti tanto nel gruppo dirigente nazionale, quanto nelle sedi locali e nell’ambiente più prossimo (p. 143).
Un paragrafo a parte merita Franco Freda, figura di riferimento (ancora oggi) del milieu nazifascista. Non un militante di Ordine Nuovo, in senso stretto, ma sicuramente molto vicino ai suoi vertici. Nel 2005 una sentenza della Cassazione stabilirà definitivamente la responsabilità di Freda in ordine alla strage milanese, organizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’ambito di Ordine Nuovo, capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura» (entrambi non perseguibili perché già processati e assolti per lo stesso reato). Anche qui, grande “mobilita’” delle sigle e delle appartenenze, ma ferrea unità nel perseguire la via della “Guerra controrivoluzionaria” di cui la strategia della tensione fu il capitolo propriamente italiano.

Con il 12 dicembre 1969 si comincia a sgranare il rosario dello stragismo, nel quale l’ambiente di Ordine Nuovo – formalmente disciolto ma assolutamente operativo nella guerra sporca lanciata contro le sinistre – si distinguerà senza remore: sono ordinovisti gli autori della strage di Peteano del maggio 72; è vicinissimo ad ON il gruppo milanese della Fenice, coinvolto in più di un attentato; ebbe rapporti con ON anche Bertoli, sedicente anarchico, attentatore alla questura di Milano; è ordinovista Carlo Maria Maggi, condannato in via definitiva per la strage di Brescia.

Le vicende successive alla confluenza di ON dentro il Msi, alla creazione del MPON e infine alla nascita di Ordine Nero, raccontano la solita trama di sigle, scioglimenti e autoscioglimenti – rapporti da retrobottega da cui viene forte odore di zolfo, caserme e nitroglicerina. La caduta del Muro di Berlino e la sconfitta di parte operaia che, tra gli ’80 e i ’90, disegna nuovi equilibri in Italia e in Europa, vedono l’estrema destra cambiare e adattarsi alla mutevolezza dei tempi. Anche il mondo degli “apparati riservati” riadatta le sue funzioni, in epoca post-guerra fredda.

In mezzo a questi terremoti, Pino Rauti sopravvive come una salamandra, collezionando rinvii a giudizi e schivando sentenze. Faro morale della destra sociale, diventerà anche segretario del MSI nel 1990, cercando di promuoverne una improbabile svolta movimentista. Ma la strada dei missini, alla fine del secolo, si presenta decisamente in discesa: basta attendere il passaggio del cadavere della prima Repubblica, un paio d’anni dopo, per cominciare a prepararsi all’ingresso nella stanza dei bottoni. Molto personale politico passato da Ordine Nuovo si ritroverà a sedere nel Parlamento della seconda Repubblica, così come fu per la prima.

La parte finale del volume, a cura di Elia Rosati, si occupa del variegato bagaglio di suggestioni filosofiche e ideologiche che ON porterà in dote al dibattito dentro la destra italiana. Si ricorda la tensione ideale verso Evola e il nazionalsocialismo, la continuità con la memoria repubblichina (che pure Evola non esaltava), l’idea di Europa e Tradizione, contrapposte alla modernità decadente nelle sue due varianti – quella yankee e quella bolscevica. Tutto materiale interessante, ma collocato nel libro in una posizione indiscutibilmente “da appendice”: come a dire, nella vicenda di Ordine Nuovo, l’essenza della storia va cercata nel suo essere consapevole strumento del terrorismo di Stato. La mitopoiesi del “soldato politico” in lotta contro la “barbarie materialista”, è parte di una narrazione precocemente usurata: mai come nella destra radicale italiana idealità e prassi si scindono brutalmente e le ragioni del neo-fascismo si piegheranno docilmente alle esigenze di realpolitik dei mandanti e dei finanziatori – lasciando dietro di sé libri bislacchi, documenti pomposi, declamazioni di “sovversivismo esistenziale” e una gran massa di documentazione compromettente, a cui Aldo Giannulli ha avuto il merito di attingere con metodo e pazienza.

Si discute molto, oggi, di una presunta rinascita dell’estrema destra. Troppo complesso affrontare in questa sede la questione – e ovviamente, il libro non se ne occupa. Di fascisti in giro, in questo paese, ce ne sono sempre stati tanti. Diciamo che quelli all’opera oggi sembrano piuttosto cambiati: anziché “cavalcare la tigre” preferiscono cavalcare la protesta contro i campi rom, un po’ più agevole ed elettoralmente redditizia, rispetto alla titanica “lotta alla Modernità”. Giri vorticosi di società, merchandising, corsa ai talk show. A vederli tutti compunti a raccogliere firme contro un centro di prima accoglienza, mettono un po’ di tristezza: confermano una sorta di generale ridimensionamento delle velleità ideologiche – anche delle più ignobili –, tipica di questi tempi grami. Se questi tardi epigoni cominciassero a leggere libri come questo, forse conoscerebbero meglio le radici – marce – della storia che pretendono di rappresentare e reiterare oggi.

Mentre chiudo queste brevi note, le agenzie internazionali diffondono una notizia inquietante: l’Imam di Ripoll, Abdelbaky Es Satty, indicato come mente e organizzatore del nucleo jhiadista autore della strage di Barcellona, era ufficialmente in rapporto con i servizi segreti di Madrid. Non è il primo e non sarà l’ultimo, di quel mondo. L’impressione è di una tremenda coazione a ripetere. Pur nel profondo cambiamento di forze e contesti, mercenari, imbecilli e infiltrati, continuano a rappresentare un’arma persistente ed inossidabile della scontro geo-politico in atto. E i corpi delle persone comuni, diventano, di regola, terreno di battaglia: una storia che noi in Italia conosciamo bene.

Fonte

16/08/2017

Il Pd celebra il fascista Pino Rauti intitolandogli una via

L’assessore del Comune di Cardinale, Umberto Marra, del Partito democratico, ha deciso di intitolare una via del paese a Pino Rauti. Chi è?, si chiederanno i più giovani... Niente di che, appena il fondatore del Centro studi Ordine Nuovo (da cui originò il gruppo neonazista italiano autore di numerosi attentati, in proprio o in collaborazione con i servizi segreti), rimasto sempre nel Movimento Sociale Italiano, diventandone per un breve periodo anche il segretario generale prima dell’avvento di Gianfranco Fini e della “svolta di Fiuggi”.

Ma come... un assessore del Pd, partito che finge di fare dell’antifascismo da operetta rimproverando Tizio, Caio e Sempronio, salvo intrattenere rapporti intensi con CasaPound quando torna utile (vedi qui, qui e qui)...

Va bene che a Cardinale, quel Pino Rauti lì, ci era nato; ma non sarebbe stato il caso di vergognarsene un po’ e dunque continuare a far finta di nulla (se non addirittura promuovere iniziative antifasciste per ripulire l’immagine del paese)?

A quanto pare, no. Questo paese ha dato i natali a un “puzzone”? Evviva il “puzzone”...

Qui di seguito la breve biografia politica di Rauti nella ricostruzione di Giulio Salierno, pubblicata da Mininum Fax e poi da Carmilla. Può essere utile per fronteggiare, in modo argomentato, qualche imbeccile del Pd che recita la parte dell’antifascista a giorni alterni.

*****

«Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie»: chi era davvero Pino Rauti

di Giulio Salierno*

Pubblichiamo, ringraziando l’editore Minimum Fax per l’autorizzazione, alcune pagine del fondamentale testo di Giulio Salierno Autobiografia di un picchiatore fascista [Minimum Fax, Roma 2008 (I ed. Einaudi, 1976), cap. 4, pp. 133-37 e 142-45: qui la scheda del libro, nelle quali l’autore, all’epoca dirigente giovanile della sezione Colle Oppio del MSI, racconta quali erano le tesi di Rauti sin dagli anni ’50.

Era ancora il turno delle sparate retoriche e fideistiche. Stavo per tornare di nuovo nel salone degli uffici quando vidi entrare in sezione Pino Rauti, il giovane leader della corrente spiritualista. Rimasi sorpreso. Non speravo che al dibattito potesse prender parte un uomo del suo calibro. Mi misi seduto in prima fila. Non volevo perdere neppure una parola del suo intervento.

Alto, magro, ascetico, Pino Rauti si muoveva con passi lenti, misurati. Sembrava indifferente alla curiosità che destava. Mi ricordava un gesuita.

Si accostò al tavolo della presidenza, chiese la parola e si sedette in attesa che gliela dessero. La sala si riempì di gente. La sua presenza aveva richiamato tutti quelli che prima, per sfuggire alla noia, si erano cacciati negli uffici. L’oratore di turno abbreviò il suo intervento per cedere subito il microfono a Rauti.

Il capo degli evoliani inforcò gli occhiali e cominciò a parlare a voce secca, distinta, e dopo un breve cappello d’obbligo entrò immediatamente nel merito della discussione:

«Presentarci come pecore all’opinione pubblica è un nonsenso. Significa raccogliere gli applausi di una massa di gente che, alle prossime elezioni politiche, preferirà la DC a noi proprio perché ci considererà deboli, inadatti a fronteggiare i comunisti e per di più sospetti per il nostro passato. Io non credo alle elezioni, non credo ai partiti, e non credo che il Parlamento rappresenti la nazione. Sono, quindi, convinto che dobbiamo mutare tattica e strategia se vogliamo contare qualcosa nel nostro paese. Dobbiamo essere lupi e farci conoscere come tali. Fingerci pecore equivale non solo a esserlo, ma – e lo dico per gli ammalati di parlamentarismo – significa anche impossibilità di raggiungere rilevanti risultati elettorali. Crede la direzione, piegando il ginocchio, di trasformare il MSI, agli occhi degli altri partiti, nel figliol prodigo a cui si spalancano le braccia per accoglierlo? Illusione, follia o forse... tradimento».

L’assemblea ascoltava con attenzione. Le tesi di Rauti non erano condivise dalla maggioranza dei presenti. Erano però apprezzate per le critiche radicali che esprimevano nei confronti della direzione e per i suggerimenti tattici e strategici che contenevano.

«Non possiamo sperare», continuava Rauti, «di poter ripetere ciò che Mussolini fece nel 1922. Malgrado i legami esistenti e quelli che si potrebbero incrementare con l’apparato statale, la polizia e l’esercito, non è ugualmente possibile effettuare un colpo di stato o un’insurrezione di destra tout court. Nel paese è in atto una guerra civile scatenata dalla sinistra, una guerra civile che i comunisti conducono in modo nuovo: con la forza della parola, della propaganda, dell’infiltrazione negli organismi dirigenti dello stato. Noi non possiamo e non dobbiamo batterci sul terreno di lotta scelto dall’avversario. Possiamo e dobbiamo, invece, smascherarne il gioco, costringerlo a uscire allo scoperto. Obbligare la sinistra, e in particolare i comunisti, a scegliere tra insurrezione o resa è il nodo di fondo della politica italiana. I comunisti sanno che la via diretta, quella del fucile per intenderci, sarebbe la loro rovina; dobbiamo obbligarli a percorrerla o a emarginarsi nel ghetto politico dell’isolamento e della debolezza. Solo così noi possiamo diventare l’arco di volta della lotta contro il comunismo e, per batterlo, ottenere gli appoggi internazionali necessari per conquistare il potere. Il punto è come arrivarci».

Parlò a lungo della strategia da seguire. Esponeva i concetti in modo suasivo, eppure sfumato, indiretto, mediato. Voleva essere certo che l’assemblea lo capisse, ma temeva anche di prestare il fianco ad accuse precise: una cautela dettata dalla necessità. In parole povere, la strategia da lui sostenuta avrebbe dovuto cominciare ad articolarsi nei seguenti capisaldi fondamentali:

a) Tattica diretta. Dall’aggressione fisica ai militanti della sinistra a uno stillicidio di provocazioni: una bottiglia di benzina qui, un manifesto strappato là, una bomba qui, una scazzottata là. E ciò allo scopo di far saltare i nervi all’avversario, trascinandolo alla rissa. A forza di ricevere provocazioni, in un crescendo sempre più galoppante, i comunisti avrebbero ceduto. Non avrebbero sopportato il disagio: si sarebbero esasperati e avrebbero reagito, o sarebbero riusciti a stare calmi e buoni, perdendo credito di fronte alla classe operaia.

b) Tattica indiretta. Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie. L’opinione pubblica, sempre scontenta e avida di tranquillità, si sarebbe indignata e avrebbe invocato l’ordine senza curarsi da quale parte sarebbe venuto.

c) Esercito. Dimostrargli la necessità-indispensabilità di assolvere al proprio ruolo storico di difensore e custode dei destini e dell’avvenire della patria, inducendolo a gettare il peso determinante della propria forza e organizzazione nella lotta politica.

d) Legami internazionali. Creare una rete europea e mondiale di organismi, giornali, gruppi di pressione della destra estrema; entrare in contatto con i governi e i servizi statali stranieri interessati a impedire l’ascesa dei comunisti al potere nel nostro paese.

e) Indirizzo economico. Non suggerire ai potentati capitalistici mirabolanti soluzioni economiche, ma convincerli ad appoggiare un governo di estrema destra come unica e reale, anche se forse poco gradita, soluzione in difesa dei propri interessi.

f) Istituzioni. Stabilire solidi rapporti di amicizia e se possibile di affari con gli uomini chiave di tutte le istituzioni in cui fosse stato possibile infiltrarsi.

g) Chiesa. Farle capire in modo discreto che il suo futuro era legato al consolidamento di un vero regime di destra in Italia, mentre la DC poteva garantirgli solo il presente.

Questi erano i punti che si coglievano, dietro la maschera delle parole, nel discorso di Rauti, e sui quali, si capiva, dovevamo far leva per cementare intorno alla destra le istituzioni e la maggioranza della popolazione e costringere la sinistra a perdere senza battersi o uscire allo scoperto per essere vinta dall’esercito.

«Dobbiamo avere il coraggio di affermare», proseguì poi Rauti, passando dalle proposte politiche alle critiche di principio, «che noi consideriamo l’economia e tutto ciò che a essa è inerente – salari, stipendi, bisogni materiali – come un’appendice priva di valore dell’umanità. Noi dobbiamo porre sullo stesso piano sia la struttura capitalistica che quella socialistica. Al di là e al disopra dell’economia deve porsi un ordine di valori superiori, politici, spirituali, eroici; un ordine che non conosce e non concepisce classi economiche, e solo in funzione dello stesso possono definirsi le cose per le quali vale davvero vivere e morire».

[...]

Qualcuno tirò fuori dalla tasca un gesso e tracciò sull’asfalto un gigantesco fascio littorio. Rauti intervenne invitandolo a disegnare sì un fascio, ma quello della rsi. La differenza formale tra i due fasci è minima. Il littorio ha la scure sporgente a metà delle verghe annodate; in quello della Repubblica di Salò, invece, la scure è sulla cima, sopra alle verghe. A livello politico, però, la diversità è notevole. Per gli evoliani e i «socializzatori» il fascio littorio era, tutto sommato, il simbolo di un regime borghese e buffonesco, giustamente finito nella farsa del 25 luglio 1943. Con il suo richiamo, Rauti intendeva invitare il disegnatore al rispetto della correttezza ideologica.

«Voi “puri” siete peggio dei preti!», replicò l’improvvisato pittore, cui non andava giù di essere colto in fallo.

«Per noi», rispose Rauti, «il nazismo è una religione e la rivoluzione nazionalsocialista l’unico scopo della vita».

Intervennero tutti. Parlarono Aldo, Enzo, Mario e la discussione si fece aspra e accesa. Il dibattito di poco prima in sezione ci servì da stimolo. Fu uno scontro verbale tra attivisti. Niente pistolotti oratori. Il «leader» degli spiritualisti era abilissimo e politicamente lucido. Le sue tesi chiare e affascinanti.

«Dobbiamo metterci in testa», disse a un certo punto, «che siamo in guerra contro questo sistema. E come in guerra, il piano generale delle operazioni deve essere stabilito studiando, conducendo e coordinando le differenti azioni sui singoli fronti, adeguandole e dosandole per le diverse situazioni, alternando le une alle altre nei periodi “caldi” o “freddi”, a seconda della situazione strategica generale».

«Delineata la struttura d’attacco», proseguì Rauti, «occorre preparare gli uomini, gli organismi, i mezzi. Ci sono due settori a cui bisogna porre una cura particolare: quello relativo alla fase di propaganda e infiltrazione, e quello, invece, relativo all’ultima fase, quella dell’azione. Quest’ultima, però, interviene in un tempo successivo e difficile da stabilirsi in anticipo».

L’analisi di Rauti fu minuziosissima: passò dalla validità dei riflessi condizionati come forma di propaganda all’eventuale utilizzo di elementi fuoriusciti opportunamente indottrinati. Costoro possono rientrare in Italia per svolgere i compiti loro affidati, può trattarsi al limite di costituire un partito o di trasformarne uno esistente; oppure di creare organismi camuffati di fiancheggiamento o infiltrazione diretta negli organi dello stato.

Il capo degli «evoliani» parlò ancora dei mezzi di propaganda, sviscerando il concetto di irrazionalità e sostenendo la necessità di azioni che facessero leva su elementi irrazionali e inconsci. Spiegò la necessità di servirsi di slogan, simboli e miti e soprattutto di evocare come mito un’idea-forza. «Non è necessario», affermò, «che il mito sia giusto, bello, morale o vero: basta che colpisca, sia convincente e verosimile. Convincente non sul piano razionale, ma su quello emotivo e inconscio. Deve colpire, e colpire forte: magari allo stomaco. Colpire per la sua incisività, e quando questa venga a mancare, colpire per qualche particolare trovata a effetto».

Non avevo obiezioni da formulare dal punto di vista tecnico. Avevo avuto modo di constatare nella prassi la giustezza delle sue osservazioni. Anche in questioni futili o banali.

«La guerra rivoluzionaria», continuava a spiegare Rauti, «deve estendersi a macchia d’olio, penetrare negli ambienti più consistenti e influenti della vita del paese. Allargandosi, l’infiltrazione s’impadronisce di organi a carattere nazionale. Di solito si inizia con la stampa. Dobbiamo sfruttare l’aiuto diretto o indiretto di certe istituzioni chiave dell’apparato statale e quello di alcuni servizi stranieri per arrecare, col concorso di plurime e diverse attività clandestine e pubbliche, il maggior danno possibile ai nostri avversari, intaccandoli nell’apparato organizzativo, nella capacità di risposta a un’offesa esterna, nel morale e soprattutto nelle alleanze che hanno con gli altri settori della popolazione. Solo così gli attentati, le bombe, acquistano peso politico. La dinamite e la rivoltella devono diventare immagini, pubblicità subliminale. Il loro ruolo effettivo deve essere quello di agire a livello dell’emotività individuale e collettiva. Opporre alla ragione le istanze del profondo della psiche umana».

Aldo e Mario erano quelli che sollevavano le maggiori obiezioni. Aldo soprattutto insisteva sul perché dell’azione. «Sono d’accordo», gli disse, «che il colpo di stato è un piatto che va servito caldo, e io stesso odio l’abito borghese e amo e credo solo nella tuta mimetica, ma voglio sapere a vantaggio di chi e per conto di chi debbo uccidere o farmi uccidere».

La discussione proseguì per molto tempo e la chiuse Rauti, nel momento in cui ci separammo per andarcene a letto, dicendoci: «L’Europa deve riprendere la vocazione di sempre, la vocazione che ispira le grandi idee. Gli europei considerano oggi i loro problemi non in rapporto alle questioni politiche sul tavolo, ma secondo i riflessi del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia. Così noi europei stiamo alla finestra di fronte a tutti i grandi problemi, tra cui in Italia, e non solo in Italia, c’è in prima fila quello del comunismo. E dal modo con cui noi lotteremo contro il comunismo si deciderà la sorte non solo del nostro paese, ma del continente. Il marxismo attualmente è in espansione. Ma se noi sapremo finalmente aprire gli occhi sulla guerra rivoluzionaria, se sapremo reagire in misura adeguata, allora e soltanto allora potremo riprenderci e vincere».

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