Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Macerata. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Macerata. Mostra tutti i post

04/05/2021

«Un attentato quasi terroristico»

Negli ultimi decenni vi sono stati, in Italia, numerosi attacchi armati contro persone dalla pelle scura per la sola ragione del loro apparire “stranieri” o “immigrati”. Tra i casi più eclatanti, la strage camorristica di Castel Volturno nel 2008, dove persero la vita sei giovani uomini africani, e l’uccisione di Samb Modou e Diop Mor nel 2011 a Firenze per mano di un militante neofascista.

Razzismo, xenofobia, nazionalismo, definiscono e delimitano il discorso politico che sottende questi eventi, e che in vario modo li ispira. È un discorso che attraversa la storia italiana dell’ultimo secolo, prima, durante e dopo il fascismo, e che, purtroppo, non è circoscritto all’estrema destra o alla destra del panorama politico nazionale.

Una conferma di questo arriva dall’osservazione ravvicinata di un caso recente, drammatico quanto gli altri, ma che per fortuna non ha provocato vittime.

Il 3 febbraio 2018 Luca Traini, 28 anni, ex candidato della Lega Nord alle elezioni comunali, raggiunge in auto il centro di Macerata e spara contro dei perfetti sconosciuti, scelti solo per il colore della loro pelle e il fatto di trovarsi in una parte della città frequentata da immigrati di origine africana. Ne ferisce sei.

Si sposta in altre zone, spara contro negozi e la sede locale del PD. Nella città si vivono momenti di terrore, al punto che il sindaco sospende la circolazione degli autobus e invita la cittadinanza a chiudersi in casa. Al momento dell’arresto, Traini, si avvolgerà in una bandiera italiana e farà il saluto fascista.

L’attentato di Macerata è oggetto di uno studio a più mani, curato da Marcello Maneri e Fabio Quassoli (Un attentato “quasi terroristico”. Macerata 2018: il razzismo e la sfera pubblica al tempo dei social media, Carocci, 2020) volto a comprendere le modalità in cui questo evento è stato trattato dai mass media e sui social media.

L’analisi è doverosa, perché l’attenzione pubblica alla vicenda ha trasformato il gesto di Traini in un “evento mediale”, ovvero, nelle parole dei curatori, “una storia fortemente simbolica raccontata coralmente dai media facendo ricorso ad archetipi narrativi, che monopolizza l’attenzione del pubblico e mobilita emozioni e idee morali su ciò che la società dovrebbe o non dovrebbe essere” (pag 12).

Il libro è strutturato in sei capitoli che prendono in esame l’uso di Twitter e la sfera pubblica; l’attentato di Macerata nei quotidiani; i telegiornali; le junk news e la manifestazione antifascista; il discorso razzista nei media italiani; e le voci di Wikipedia sull’attentato.

Uno dei temi centrali del libro è la comprensione del funzionamento della sfera pubblica in un’epoca in cui i social media rivestono un ruolo di crescente importanza nella formazione dell’opinione pubblica.

In questo senso, la situazione è completamente diversa rispetto ad appena cinque o dieci anni prima. Un secondo tema che attraversa il libro e ne giustifica il titolo è la ritrosia dei mass media e dei leader politici ad utilizzare la definizione di “terrorismo” per questo attentato.

Perché, pur di fronte all’evidenza (attacco armato contro popolazione civile, in pieno giorno, nel centro di una città), le autorità politiche sono state caute nel definirlo per quello che era? La stessa cautela si riflette nella generalità dei quotidiani e dei telegiornali, che anche quando riferiscono del profilo neofascista dell’autore, e sottolineano le motivazioni razziste del suo gesto, tendono ad “umanizzarlo” con riferimenti alle sue precarie condizioni lavorative e relazionali, al suo stato mentale.

Ricorrente è la spiegazione dell’attentato come apparente vendetta per l’uccisione di una ragazza italiana per mano di un immigrato nigeriano, avvenuta a Macerata nei giorni precedenti l’attentato. La stessa attenzione viene negata alle vittime della tentata strage, che la maggioranza dei mass media non cita nemmeno per nome.

L’incombente campagna elettorale fa da sfondo a questa narrazione mediatica, che dà risalto ai commenti dei politici come interpreti privilegiati degli eventi.

In una sorta di gioco di rimpallo auto-riflettente con i mass media dominanti, il governo di centro-sinistra condanna ma senza esporsi. Il presidente del consiglio non visita le vittime, e i partiti della maggioranza, in primis il PD, negheranno l’adesione alla manifestazione anti-razzista e anti-fascista organizzata da vari gruppi di base nei giorni successivi.

L’effetto è quello di uno sforzo, nemmeno tanto velato, di comprensione delle condizioni in cui il carnefice è diventato tale. Le vittime, gli immigrati, appaiono come la causa scatenante, i portatori di colpa. Il messaggio xenofobo di Salvini, rilanciato per mesi e anni attraverso ogni media, è diventato discorso popolare, si è fatto “senso comune”.

Quale ruolo giocano i social media in questo scenario apparentemente egemonico, dove il centro-sinistra vira verso il centro e si confonde con la destra, applaudito dai mass media per il suo “buonsenso”?

È indubbio che, con la rivoluzione digitale e l’affermarsi dei social media, i media tradizionali hanno visto ridimensionarsi il loro ruolo di gatekeeper del ciclo informativo. Con la moltiplicazione di opportunità per produrre e distribuire contenuti comunicativi la posizione dominante dei mass media tradizionali è venuta meno.

Tuttavia, ciò su cui gli studiosi non concordano è il livello di influenza reale esercitato dai nuovi media e dai social media sulla produzione di significato, e il loro ruolo nell’arena pubblica.

Il libro curato da Maneri e Quassoli offre un’analisi nitida e preziosa, basata sull’esame dell’evento mediale dell’attentato di Macerata. La loro analisi evidenzia “la persistente influenza dei media tradizionali e degli esponenti politici a cui i primi fanno da cassa di risonanza nel condizionare la sfera pubblica in Italia” (p. 17).

In altre parole, i social media non sono ancora riusciti a spodestare i padroni del vapore, e la loro influenza nel dibattito pubblico, quando c’è, è marginale.

Nei giorni seguenti l’attentato di Macerata, i social media sono l’unico luogo pubblico in cui esso viene definito “un atto terroristico di matrice fascista”. È questo il messaggio di Roberto Saviano, uno dei pochi intellettuali a godere di ampia visibilità pubblica.

Tuttavia la mobilitazione online attorno ai frame “antirazzismo” e “terrorismo” scema nell’arco di pochi giorni, per venire scavalcata, in termini di intensità, dal frame “sicurezza”, veicolato dalle forze politiche e dai media tradizionali.

Nel libro si combina l’osservazione di questo caso con quello dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, che aveva provocato una mobilitazione online senza precedenti, in Francia e in altri Paesi. La conclusione è netta: “Lungi dall’imporre un framing autonomo agli eventi, in entrambi i casi Twitter si è rivelato estremamente permeabile allo stato del dibattito nei media tradizionali e nella politica istituzionale” (p. 35).

L’unica differenza tra i due casi è che mentre in Francia un consenso diffuso sulla definizione dell’attentato ha portato alla celebrazione di un rituale di riparazione (grande manifestazione pubblica), nel caso italiano il conflitto nel definire l’attentato ha impedito un rituale di riparazione ampiamente condiviso. Le logiche politiche, e i calcoli elettorali, hanno prevalso sulla difesa dei principi di convivenza civile.

La rappresentazione dell’Italia che emerge da questo libro è quella di un paese da un lato accondiscendente ai messaggi della destra, anche quella più estrema, e ripiegato nel discorso pubblico su una contrapposizione razzializzante e razzista dell’ immigrato e della persona dalla pelle scura, dall’altro con un panorama mediatico ancorato al sistema tradizionale. In questo senso, l’Italia appare un caso emblematico di quella che Aurelien Mondon e Aaron Winter definiscono “democrazia reazionaria” (Reactionary democracy, Verso, 2020).

A forza di dialogare con razzisti e neofascisti, nel rispetto di un malinteso principio democratico, i liberali e i cosiddetti “moderati” ne hanno non solo legittimato i punti di vista, ma ne hanno facilitato la popolarizzazione.

Fonte

22/02/2018

Razzismo, da Macerata ad Heilbronn

Immaginiamo che un profugo accoltelli dei passanti e ne ferisca gravemente uno. Il giorno dopo, probabilmente, sui giornali si parlerebbe di « terrore ». Immaginiamo che le vittime siano profughi e l’accoltellatore un russo di origine tedesca. Quali sarebbero le reazioni ? Sabato è successo proprio questo. Per molti giornali l’aggressione meritava solo un trafiletto. L’accoltellatore aveva bevuto, scrivono, quasi scusandolo. Ci sono voluti due giorni perché si parlasse di razzismo.

Cos’era successo ? Sabato sera, un uomo di 70 anni accoltella tre giovani profughi fermi davanti a una chiesa, la Kilianskirche, nel centro di Heilbronn, cittadina di 125.000 abitanti del Baden-Württemberg (Germania meridionale). Un afghano di 17 anni viene gravemente ferito. I suoi due amici, un irakeno e un siriano, sono feriti leggermente. Il sostituto procuratore qualifica il gesto come «lesioni gravi» e non come tentato omicidio. L’accoltellatore viene lasciato a piede libero, dato che «non sussiste il pericolo di fuga o di reiterazione del reato».

La polizia nasconde importanti informazioni sull’identità delle vittime e dell’aggressore. Dichiara che l’uomo è «russo», sebbene abbia la cittadinanza tedesca. In un primo tempo, la motivazione razzista del suo gesto viene completamente taciuta. Solo lunedì il sostituto procuratore e il questore dichiarano che l’accoltellatore intendeva «dare un segnale contro la politica attuale nei confronti dei profughi». Parole scelte per minimizzare e relativizzare il suo gesto.

A Heilbronn, amministrazione comunale e polizia tentano da anni di minimizzare il problema del neofascismo. Dichiarano a più riprese che non esistono in città organizzazioni di destra, ma solo singoli «populisti». Eppure, proprio a Heilbronn, l’organizzazione terroristica nazista NSU ha assassinato nel 2007 la poliziotta Michèle Kiesewetter. Le autorità chiudono un occhio e si nascondono dietro un dito per non mettere in cattiva luce una città dove la propaganda razzista ha una lunga tradizione. Dagli anni '90 Heilbronn è diventata una roccaforte dell’NSU. Alle politiche del 2017 l’AfD (Alternativa per la Germania) ha conquistato, con il 18%, il miglior risultato della regione, sfruttando un terreno fertile, dove la cultura razzista è largamente diffusa.

Il gesto di sabato non è che la punta dell’iceberg. Nelle ultime settimane la propaganda contro i giovani rifugiati che, come le vittime, si incontrano davanti alla Kilianskirche, si è intensificata. Uno è passato dalle parole ai fatti. Venerdì organizzazioni della sinistra e della società civile hanno annunciato un presidio, per sottolineare che non è possibile, dopo quello che è avvenuto, tornare alla vita di tutti i giorni come se nulla fosse.

Fonte

13/02/2018

Via il questore di Macerata, il primo “colpo di coda” di Minniti

Cambia il questore di Macerata: l’attuale dirigente Vincenzo Vuolo viene trasferito a Roma, al Dipartimento, e lascia il posto a Antonio Pignataro, fino ad oggi direttore della II sezione della Direzione Antidroga.

La decisione arriva dopo le polemiche relativa ai fatti del capoluogo marchigiano, dall’omicidio di Pamela Mastropietro al raid razzista di Luigi Traini e alla manifestazione antifascista di sabato. Secondo fonti di Polizia, ‘serviva un cambio di passo’.

In pratica possiamo dire: il primo « colpo di coda » dello sconfitto di Macreta, il ministro Minniti, è stato rivolto verso chi, all’ultimo minuto, ha comunque autorizzato la manifestazione che il Viminale (ossia Minniti) aveva promesso di impedire.

Se è stato così solerte con un poliziotto, oltretutto, di alto grado, non possiamo non sospettare che ne stia meditando altri nei confronti dei movimenti di ogni ordine e grado.

Perciò ribadiamo l’invito fatto già domenica mattina: occhi aperti, compagni...

Fonte

11/02/2018

Dopo Macerata, scrivere un’altra rotta è possibile



10 febbraio 2018, una data che ricorderemo a lungo per aver smascherato e bloccato la strategia della tensione messa in campo da Minniti e fascisti. Quasi 30 mila persone dai più vari percorsi personali e politici hanno attraversato Macerata in una manifestazione nazionale che porta in sé un potente vento di rinnovamento nel movimento antifascista, un lento ma inesorabile cambio di passo necessario per fare fronte alle incombenze di tempi in cui molti schemi del passato sono ormai saltati.

La legittimazione mediatica delle formazioni neofasciste, Casapound e Forza Nuova in testa, è andata di pari passo con l’approvazione dei pacchetti antimigranti e di repressione preventiva volute dal PD. La tensione creata attorno all’emergenza migranti ha provocato una guerra tra poveri che è diventata la leva con cui i fascisti stanno provando a penetrare nelle periferie e tra i settori popolari. Respingere la “nuova strategia della tensione” creata ad arte per distogliere il nostro corpo sociale dalla macelleria sociale imposta dalla UE sta diventando una battaglia centrale, urgente e necessaria.

In giorni in cui da nord a sud, da Milano a Napoli, anche molte altre piazze italiane hanno alzato un argine di fronte alla montante melma ideologica portatrice di razzismo e di odio contro gli ultimi, c’è un dato che sopra tutti merita di essere sottolineato: a un anno dal suo insediamento agli Interni, il ministro Minniti ha subìto finalmente una pesante sconfitta politica. Dopo aver mostrato da subito i muscoli e aver impresso un importante avvitamento autoritario al corso politico di questo paese, tanto con l’utilizzo di provvedimenti normativi quanto nella gestione di piazza, questa volta il passo è stato più lungo della gamba. Forse perché messi eccessivamente in tensione da una campagna elettorale in cui sono entrambi direttamente coinvolti, alla fine il ministro e il segretario del suo partito sono risultati tra coloro che assieme a Salvini hanno avuto tutto da perdere dallo svolgimento dei fatti degli ultimi giorni.

Una settimana che sembrava iniziata nel peggiore dei modi, con un fatto di cronaca nera diventato occasione per rigurgiti razzisti legittimati dall’intero arco mediatico, il quale dà ormai per assodata l’immanenza dell’accostamento dei concetti di immigrazione e insicurezza, il brodo di coltura ideale in cui era potuto scaturire l’attentato terroristico di un fascista ai danni proprio di alcuni immigrati. Gli sviluppi successivi, con il sindaco PD di Macerata che delegittimava l’annunciata manifestazione antifascista, le segreterie nazionali di Anpi, Cgil, Arci e Libera che rispondevano agli ordini e infine Prefetto e Minniti pronti a imprimere il sigillo in virtù dei propri poteri istituzionali, sembravano gli ingredienti perfetti per un’ulteriore accelerazione nella ripida discesa imboccata da quello che rimane della democrazia italiana. Invece si è riusciti a dimostrare che con un’ancora piccola ma adeguata capacità organizzativa diffusa nei territori e nella società, e con la lucidità di mantenere fermo l’obiettivo, non solo è possibile resistere a simili attacchi autoritari, ma addirittura il rischio di un ulteriore passo indietro può trasformarsi in occasione per farne due in avanti.

Per chi ogni giorno cammina sullo stretto crinale del conflitto sociale, quello di ieri rappresenta un importante risultato collettivo affatto scontato, ma conferma segnali rintracciabili da anni: da molto tempo si assiste a mobilitazioni antifasciste di carattere locale in cui il ruolo del consorzio associativo sfilatosi dalla manifestazione nazionale di Macerata è nullo o addirittura ostile. Da molto tempo questa assenza non impedisce che una marea umana rappresentata da giovani, militanti storici e attivisti di nuova generazione così come da abitanti delle periferie e ceto medio impoverito, prenda spesso parola autonomamente per difendere un’idea di società diversa da quella propinata dai seminatori di odio, e si schieri anche senza questa copertura politico-istituzionale. Anche senza di essa non sono state appunto casi isolati le tante occasioni in cui è stato rispedito al mittente l’odio fascio-leghista, e nella settimana appena trascorsa se ne sono finalmente raccolti alcuni primi frutti. Non è in questa sede, a caldo, che possiamo sviluppare tutte le conseguenze implicite in questa fotografia, ma certamente alcune affermazioni ci sentiamo di poterle sostenere.

Innanzitutto crediamo sia giunto il momento che il punto di non ritorno ormai oltrepassato dall’antifascismo in questo paese debba essere riconosciuto chiaramente da chiunque si interroghi sui caratteri che dovrà avere la rappresentanza politica del nostro blocco sociale, e pensiamo che la sua ricomposizione possa addirittura essere agevolata dalla pratica antifascista quotidiana, nonostante le inossidabili certezze di un ampio arco di forze che va dall’ormai decotto popolo della sinistra fino ai rossobruni di ogni risma, oggettivamente accomunate dalla subalternità culturale a una classe dirigente che da lungo tempo recita il requiem dell’antifascismo. Questa piccola verità costituisce un tassello che se aggiunto nella cornice generale non risulta un elemento neutrale: la necessità di andare oltre l’analisi, le pratiche, l’identità, gli schemi, le alleanze, la simbologia della sinistra storica ci è ribadita costantemente dalle vicende legate alle battaglie del mondo del lavoro, alle lotte metropolitane, allo scenario politico europeo in cui affiorano finalmente forze capaci di mettere in discussione lunghi decenni di accettazione indiscussa del collaborazionismo di classe e di assoggettamento ai suoi dogmi, che spesso a sinistra hanno solo prodotto stampelle di quell’impianto strategico che va dall’eurocomunismo di ieri alla casa del socialismo europeo di oggi.

Conosciamo appunto anche un’altra storia, quella che in Italia si è recentemente coagulata in importanti momenti unitari come l’autunno di lotta del “No sociale” al referendum costituzionale, le contestazioni in occasione dell’anniversario della sigla dei Trattati di Roma fondativi dell’attuale Unione Europea, le mobilitazioni degli ultimi mesi culminate a dicembre con la splendida piazza antirazzista convocata sotto la sigla unitaria Fight/Right.

Una storia ancora in cerca d’autore, ed è in questa ricerca che primi importanti avanzamenti sono maturati in seno ai progetti della Piattaforma Eurostop e dell’alleanza di Potere al Popolo, protagoniste tra l’altro nella generosa costruzione della giornata di ieri. In questo flusso, unire da un lato la lotta contro i responsabili delle nostre condizioni di vita miserevoli e dall’altro lo smascheramento della guerra tra poveri proposta come palliativo è un imperativo, non un’opzione.

Classismo e reazione sono due facce della stessa medaglia, come in questi giorni ci ha ricordato la giusta polemica sorta attorno al progetto “Scuole in chiaro”. Le politiche del PD scritte a Bruxelles e il razzismo di Salvini sono le sponde dello stesso fiume, e Minniti si è solo assunto l’incarico di costruire un ponte tra esse. Banali evidenze dalle conseguenze vive, di fronte alle quali le parole d’ordine molto nette ribadite dalla manifestazione di Macerata hanno messo a nudo l’infondatezza di avvitamenti autoritari giustificati tramite la retorica securitaria costruita ad arte riproponendo all’infinito l’archetipo patriarcale della donna ostaggio dello straniero.

Quello che ci dice questo 10 febbraio è che non introiettare l’orizzonte della sconfitta significa saper cogliere l’enorme potenziale visto ieri all’opera: mentre piccole ma compatte forze organizzate hanno saputo attivare una composizione larga e variegata in opposizione a qualunque legittimazione delle organizzazioni fasciste, queste ultime, incapaci di rappresentare un’alternativa organizzata per reali settori sociali, si sono dovute affidare alla visibilità mediatica dei propri uomini e donne immagine, con Matteo Salvini nella platea dell’Ariston e Giorgia Meloni alle prese con una gaffe al museo e uno scivolone nella scelta della foto con cui commemorare il “giorno del ricordo”.

Per quanto ci riguarda, non poteva proprio esserci giornata migliore di quella di ieri per rendere omaggio alla resistenza delle popolazioni slave contro decenni di violenza imperialista e fascista.

Fonte

Una vittoria aiuta a crescere, ma questo potere resta sordo


L’”operazione Macerata” è stata un fallimento per Minniti e Renzi, che avevano puntato tutto sulla criminalizzazione dell’antifascismo. Non si può definire altrimenti il comportamento tenuto dal duo di testa del Partito Democratico (!), che fin dall’inizio ha puntato l’indice – esattamente come la destra più becera – contro la “bomba sociale” dell’immigrazione invece che sul fascioleghismo. Plasticamente rappresentato da quel killer improvvisato, con alle spalle frequentazioni naziste e una candidatura nelle liste della Lega, che aveva cercato la strage nelle vie della tranquilla cittadina marchigiana.

Bisogna aver chiaro però che il fallimento è dovuto a due fattori molto diversi, che solo per caso si sono sommati. La grande – per molti versi inattesa – risposta antifascista di massa che ha portato quasi 30.000 persone a manifestare a Macerata mentre altre decine di cortei percorrevano le strade di tante città d’Italia. Non era scontato perché la complicità politica dei vertici di Cgil, Libera, Arci e Anpi aveva lasciato campo aperto alle minacce del ministro di polizia, impegnato a farsi campagna elettorale (è candidato nelle Marche) con un occhio alle ipotesi premierato post-elettorale (nel caso, sempre meno probabile, di “governo del presidente”, insomma Pd-Berlusconi).

Proprio questa coincidenza ha “costretto” le formazioni in concorrenza con il Pd a obiettare confusamente contro il divieto a manifestare. Cosa che ha indubbiamente facilitato la ribellione della “base” di quelle organizzazioni (Anpi, Arci e quasi soltanto la Fiom in area Cgil).

Non è detto, insomma, che la prossima volta si abbia lo stesso risultato.

Ma politicamente si è avuta la prova plastica del distacco totale tra partiti/istituzioni e coscienza popolare. La prova, insomma, che una fetta enorme del nostro “blocco sociale” non ha più rappresentanza elettorale, ma ancor meno rappresentanza politica. La distinzione è fondamentale, perché sul piano puramente verbale una “sinistra” viene raccontata quotidianamente, ma è la destra di governo che abbiamo conosciuto. Quando si sente la tv definire “sinistra radicale” gente come Grasso e D’Alema si ha la misura dello scarto tra cosa e parola.

Il fiume di gente che ha circondato Macerata esprime un bisogno di politica fatta di valori, non di puro calcolo combinatorio tra varie convenienze. E un bisogno di visione che vada al di là dei ristretti orizzonti tra una tornata elettorale e l’altra.

La risposta fornita su questo piano da Potere al Popolo – protagonista assoluto, ieri, tra la leste elettorali presenti – pone le basi per affrontare il problema, ma non è ancora all’altezza di questa domanda. E’ meglio essere sinceri e non confondere l’entusiasmo con cui in tanti stiamo affrontando questa sfida con la capacità organizzata di fornire tutte le risposte. Siamo partiti bene, controcorrente e con uno spirito decisamente spiazzante per tanti che vivono nella coazione a ripetere. La strada da fare è tanta e il 5 marzo cominceremo anche a misurarla con qualche precisione in più.

Ma la giornata di ieri ha dato anche la misura dell’abisso vergognoso in cui è precipitata l’informazione italiana, mai come questa volta così chiaramente “di regime”. Volevano scontri, black bloc, fuoco fiamme e cariche di polizia. Ma invece di chiedere conto all’ormai imbarazzante ministro dell’Interno (aveva diffuso allarmi senza alcuna base, imponendo il coprifuoco in città), si sono mostrati quasi rancorosi. Non potendo aver gli scontri, si sono concentrati sul coretto pro-foibe di quattro gatti di cui quasi nessuno s’era accorto. Oppure su quello che non c’era e secondo loro avrebbe dovuto esserci: qualcuno avrebbe voluto più riferimenti a Pamela, la ragazza uccisa e strumentalizzata da tutti; qualcun altro avrebbe voluto sentir parlare “più negri”; altri hanno tagliato corto, scegliendo di enfatizzare le dichiarazioni di quelli che a Macerata non ci sono neanche andati (come Grasso, Calenda e politicame vario).

Il “premio Goebbels” va assegnato però al Tg3, che s’è caricato di un lavoro redazionale clamoroso per dare immagini “purgate” da ogni striscione o bandiera sgraditi alla direzione. Per capirci, si son viste da lontano solo quelle di Anpi, Arci, Libera e Legambiente (che c’erano, ma in terribile minoranza). E le “battute” sono state riservate solo ad alcuni “volti noti”. Ai protagonisti della piazza, neanche un secondo.

P.s. Se volete sapere come era, guardatevi i video.








Fonte

10/02/2018

Minniti ha perso, ma attenti ai colpi di coda

Alla fine, la ragione potente dell’antifascismo ha piegato il peggior rappresentante di una governo inguardabile. I pullman stanno partendo per Macerata. Pieni di gente seria, che non si è fatta intimidire da un ministro tollerante con i fascisti e minaccioso con i difensori della Costituzione.

L’imbarazzo montante anche nell’establishment – paradossalmente più tra gli ex democristiani come Delrio o Mattarella che non tra gli ex “eurocomunisti” – ha lasciato pressoché solo il ministro dell’interno. Anche Renzi ha preferito sgusciare via, dopo aver ancora una volta allungato la lista delle sue infamie, col tentativo di individuare una impossibile distinzione tra “spari razzisti” e “terrorismo” in salsa ku klux klan.

Ma soprattutto è montata la rivolta dalla base di quelle organizzazioni dirette da un personale complice col potere – Cgil, Arci, Libera, e persino l’Anpi, sempre più attento alle “ragioni politiche” che non ai valori costituenti – che si è tradotta in diffuso impegno a manifestare nonostante tutto.

Merito di tanti compagni, da Potere al popolo ai centri sociali, ai collettivi studenteschi e territoriali, che hanno tenuto duro e respinto al mittente le minacce questurine del ministro. Resterà nella storia universale dell’infamia quel motto aggiunto al “ringraziamento” a chi aveva revocato la mobilitazione: “Se le forze politiche si rifiuteranno di rinviare le manifestazioni, ci penserà il Viminale a vietarle”.

Merito di tutti quelli che si sono detti pronti a rischiare un’altra “macelleria messicana” pur di affermare le ragioni dell’antifascismo e del rifiuto del razzismo, addirittura scoperto in tanti pseudo-ragionamenti “politici” (della destra parafascista come del Pd) che hanno puntato a rovesciare le colpe certe di un fascista stragista su una “bomba sociale” inventata a tavolino.

Tutto bene, dunque? No. I tg di regime, stamattina, continuano a presentare la manifestazione a Macerata come “un rischio”. La questura locale e il sindaco piddino hanno confermato la chiusura di scuole ed esercizi commerciali, il blocco della circolazione dei trasporti pubblici, una “zona rossa” nel centro storico.

E’ dunque trasparente il “rancore” di larga parte del governo (come sempre baricentro che orienta la “narrazione” mediatica), con forze che ancora probabilmente meditano un colpo di coda finale, per recuperare quei punti che hanno manifestamente perso (anche nei sondaggi “segreti”, che danno ormai il Pd intorno al 16%). E’ difficile, pare, rinunciare ai sogni di premierato in un futuro “governo del presidente”...

Bisognerà tenere gli occhi aperti e i nervi saldi. Perché un governante rancoroso, svergognato persino da alcuni suoi “colleghi”, rappresenta sempre un pericolo.

Ma una cosa è certa: siamo cento volte più forti si lui. Perché abbiamo ragione.

Fonte

09/02/2018

Il disegno anticostituzionale di Minniti può saltare


Alla fine Marco Minniti potrebbe scoprire di aver esagerato, tramutando così il suo sogno trionfale in un insuccesso penoso.

Il divieto a manifestare imposto alla città di Macerata è irricevibile per una marea di ragioni, che sono diventate evidenti anche a sepolcri imbiancati improvvisamente messi di fronte al rischio di sparire. Ma andiamo con ordine.

Minniti pensava di poter procedere nel solito modo:

a) chiamo il sindaco – anche lui del Partito Democratico, il che facilita le cose – e gli chiedo di fare un appello a evitare manifestazioni;

b) chiamo Cgil, Anpi, Libera e Arci – tutti promotori della manifestazione di sabato e con larghe zone di “contatto” con il Pd – e gli chiedo di ritirare l’appello a scendere in piazza; per essere sicuro di ottenere il risultato aggiungo che “Se le forze politiche si rifiuteranno di rinviare le manifestazioni, ci penserà il Viminale a vietarle”;

c) a quel punto gli unici antifascisti che arriveranno a Macerata saranno quelli privi di “copertura politico-istituzionale” – Potere al Popolo, centri sociali, collettivi studenteschi, sindacati di base come l’Usb, ecc – e io potrò procedere a là Cossiga, mettendo in campo un po’ di incappucciati da black bloc e far scaricare dalla polizia valanghe di mazzate, denunce, daspo e fogli di via;

d) in questo modo dimostro di “avere polso”, mi faccio una campagna elettorale sontuosa senza spendere un euro – casualmente Minniti è stato candidato nelle Marche e proprio in quella zona – e prendo voti dal centro e dalla destra.

Il piano era ambizioso e parecchio anti-costituzionale, perché vietare “tutte le manifestazioni” significa di fatto equiparare le adunate fasciste (prima Casapound e poi Forza Nuova) e le manifestazioni in difesa della Costituzione antifascista (che en passant prevede anche lo scioglimento di quelle organizzazioni). Un ministro della Repubblica dovrebbe invece impedire le prime e proteggere le seconde.

La polizia agli ordini di Minniti, in questi giorni, ha però fatto l’esatto contrario:

a) ha protetto la pseudo conferenza stampa dei mazzieri di Casapound a Macerata, scortandoli in una “passeggiata” che è risultata a tutti gli effetti un (piccolo) corteo implicitamente autorizzato;

b) a Pavia poliziotti e fascisti hanno “caricato” insieme, fianco a fianco, gli antifascisti (le bandiere rumene che si vedono nel filmato sono quelle con i simboli della “guardia di ferro” del collaborazionista nazista Codreanu, non certo vessilli di Ps);

c) a Macerata, ieri sera, ha permesso a una striminzita pattuglia di Forza Nuova di inscenare la sua gazzarra senza muovere un dito, tollerando i saluti fascisti e le stronzate al megafono, limitandosi solo a impedire loro l’arrivo nella piazza centrale; ma senza usare neanche un briciolo della “forza” che è solita mettere in campo contro i movimenti di sinistra (i titoli dei giornali mentono, basta guardare i video).

Diciamo, in sintesi, che il ministro Minniti non ha inteso far rispettare neanche la sua pretesa “equidistanza” – già incostituzionale – ma ha lasciato campo semi-libero ai soli fascisti, mentre non lesina minacce contro i compagni. Non è una novità, è una porcata abituale...

Un comportamento così scoperto sarebbe passato inosservato in altri periodi, ma non in campagna elettorale. Molte forze democratiche, sociali e/o politiche, hanno confermato la propria volontà di partecipare comunque alla manifestazione.

L’Anpi nazionale ha innestato una parzialissima marcia indietro, invitando il ministro a non vietare la piazza antifascista:
“L’Anpi nazionale ha deciso di accogliere l’appello del sindaco di Macerata per senso di responsabilità e per sensibilità nei confronti della comunità cittadina. E’ stata una scelta sofferta, ma ponderata e libera. Altra cosa è il divieto di tutte le manifestazioni, che metterebbe di fatto sullo stesso piano quelle fasciste e quelle antifasciste. Per di più, vietare la manifestazione prevista a Macerata per domani, che comunque sarà partecipata, comporterebbe con ogni probabilità tensioni e incidenti. Proprio ciò che il sindaco voleva evitare con il suo appello”. Da cui fa discendere l’invito alle “autorità competenti ad autorizzare la manifestazione di domani e contestualmente invita tutti coloro che vi parteciperanno a far sì che essa si svolga in modo assolutamente pacifico”.
Persino gli ex compari di partito di Minniti – Grasso, Bersani, Speranza, Fassina, ecc – hanno cominciato a bofonchiare qualcosa in dissenso con il Viminale.

Diciamo che si sono accorti che restando zitti avrebbero regalato al ministro – e al Pd – il monopolio del dibattito politico intorno ai fatti di Macerata e quindi si sono mossi (appena appena, per carità) per ritagliarsi un proprio spazio differenziale. Qualcuno ha anche assicurato la propria partecipazione alla manifestazione. Vogliamo prenderli sul serio e li invitiamo a farlo davvero, sventolando davanti ai cordoni di polizia i tesserini da parlamentare in carica, a protezione dei manifestanti.

In ogni caso, noi manifesteremo.

*****

Qui di seguito la nota emanata dalle realtà di movimento delle Marche:

“Ringrazio Anpi, Cgil, Libera, Arci e le altre associazioni per avere rinviato la manifestazione del 10 febbraio raccogliendo l’appello del sindaco di Macerata. Hanno fatto un atto di amore verso la comunità. Mi auguro che anche le altre organizzazioni che hanno fatto richiesta di svolgimento manifestazioni accolgano la richiesta del sindaco. Se risponderanno positivamente sarà dimostrazione di responsabilità da parte loro, se così non fosse ci penserà il ministero dell’Interno a impedire che si faccia la manifestazione». (Marco Minniti).

Queste sono le incredibili e gravissime parole del Ministro dell’Interno. È opportuno brevemente riepilogare gli accadimenti delle ultimi folli ore.

Le realtà di movimento delle Marche nel volgere di poche ore, dopo il gravissimo attentato di sabato hanno indetto la manifestazione nazionale che si terrà a Macerata sabato 10 febbraio. Già nel presidio spontaneo tenutosi nel pomeriggio del 4 febbraio la manifestazione è stata annunciata e messa a disposizione di chiunque condividesse la necessità urgente di scendere in piazza dietro lo slogan semplice e chiaro “contro ogni fascismo contro ogni razzismo”.

Il lancio della manifestazione si è immediatamente diffuso determinando larghissime adesioni in tutta Italia e persino dall’estero. Nonostante questa larghissima e immediata risposta la CGIL, per ragioni di posizionamento e opportunismi puramente interni all’organizzazione non solo ha deciso di non partecipare aderendo all’invito del Sindaco ad annullare ogni manifestazione, ma ha anche avviato una gravissima operazione di boicottaggio facendo circolare la notizia falsa che la manifestazione era stata annullata! Le scelte della CGIL sono state, purtroppo, condivise anche dai vertici di ANPI, LIBERA e ARCI.

Nonostante ciò, tanti attivisti di base, sezioni e circoli territoriali di queste organizzazioni hanno espresso la volontà di non abbandonare la piazza di Macerata e di essere, comunque, presenti.

In questo contesto, cogliendo l’occasione creata ad hoc dal sindaco di Macerata e dalle organizzazioni non a caso ringraziate da Minniti per la loro collaborazione, si è inserita l’intimidazione del Ministro dell’Interno e la scelta tutta politica di vietare la manifestazione. Si tratta di una evidente sospensione della democrazia nel nostro Paese, della brusca materializzazione di un fascismo che nelle strade si esprime con le pistole e nelle istituzioni con l’imposizione autoritaria del silenzio. Il divieto dopo una tentata strage fascista di esprimere liberamente e pacificamente la propria indignazione, è un atto che non ha precedenti nella storia della Repubblica. Questo divieto è inaccettabile. L’equiparazione fascismo e antifascismo, razzismo e antirazzismo è inaccettabile. Per questo ribadiamo con fermezza che andremo comunque in piazza per ripristinare l’agibilità democratica e riaffermare quanto sarà scritto nello striscione di apertura del corteo “movimenti contro ogni fascismo ogni razzismo“. Invitiamo quindi a non farsi intimidire dal clima creato ad arte dal Ministero dell’Interno e a raggiungere Macerata per una grande manifestazione popolare. Non è il tempo di stare a casa. Non basta esprimersi sui social. Sono in gioco le nostre libertà fondamentali.

LE REALTÀ DI MOVIMENTO DELLE MARCHE

Fonte

Pd e fascisti: due facce della stessa medaglia. Sabato tutti a Macerata

E’ gravissima e inaccettabile la decisione da parte del prefetto di Macerata di “proibire tutte le manifestazioni” nella città marchigiana convocate in seguito alla strage di migranti tentata nei giorni scorsi dal militante fascio-leghista Luca Traini.

Si tratta di un divieto ipocrita, visto che le uniche ad essere vietate dal rappresentante del governo sono le già indette mobilitazioni antifasciste, mentre in questi giorni ai leader delle formazioni che sostengono lo sparatore Traini – Forza Nuova, Casapound e Lega Nord – è stato permesso di scorrazzare indisturbati per le strade di Macerata con tanto di protezione da parte delle forze dell’ordine.

Altrettanto grave è la scelta da parte delle direzioni nazionali di alcune sigle di disdire la propria partecipazione al corteo indetto per sabato a Macerata da numerose realtà sociali, politiche e territoriali antifasciste. Una scelta che rivela la subalternità da parte di Arci, Cgil, Libera e Anpi, oltre che dell’amministrazione locale, rispetto agli interessi e alla strategia di un Partito Democratico le cui responsabilità nell’escalation fascista e razzista nel nostro paese sono sempre più evidenti.

Le politiche ‘lacrime e sangue’ imposte dall’Unione Europea e applicate dagli esecutivi Renzi prima e Gentiloni poi hanno aggravato in questi anni le condizioni di milioni di lavoratori, giovani e pensionati, diffondendo quella precarietà e quell’insicurezza sociale che l’estrema destra sfrutta per diffondere odio e intolleranza.

Da una parte il PD strumentalizza l’auge delle organizzazioni fasciste per legittimarsi come sola forza in grado di fare argine e di “riportare l’ordine”, dall’altra adotta buona parte del discorso della destra xenofoba in materia di sicurezza e immigrazione, come del resto fanno anche il centrodestra e il M5S.

L’utilizzo a fini elettorali dell’escalation fascista da parte del gruppo dirigente del Partito Democratico è un gioco assai pericoloso che va denunciato e respinto e la proibizione della manifestazione di sabato suona come una provocazione di cossighiana memoria.

Il sistema di potere incarnato dal PD – che si prepara a governare, dopo le elezioni, insieme alla destra guidata da Berlusconi – e il fascismo che rialza la testa alimentato dalle politiche antipopolari dell’Ue rappresentano due facce della stessa medaglia.

Al connubio potere/fascisti occorre opporre una mobilitazione capillare e permanente, un antifascismo di classe che sappia parlare ai settori popolari e smontare una propaganda delle classi dirigenti che vorrebbe i lavoratori immigrati nemici dei lavoratori italiani.

Alla guerra tra poveri alimentata dal potere e dai fascisti opponiamo la lotta di tutti i lavoratori, italiani e immigrati, contro la gabbia dell’Unione Europea, contro l’ingiustizia sociale e lo sfruttamento.

Sabato tutti a Macerata!

Rete dei Comunisti

Fonte

08/02/2018

Minniti, il miglior amico dei fascisti

Ancora una volta, il miglior amico dei fascisti si è dimostrato Marco Minniti. E con lui tutto il Pd.

In un paese democratico, con una Costituzione antifascista elaborata a partire da lutti inenarrabili (dittatura, guerra, bombardamenti a tappeto delle città) e da una Resistenza tra le più forti d’Europa, una “tentata strage aggravata dalla motivazione razzista” da parte di un fascista armato richiede una risposta decisa.

Una risposta in termini di repressione diretta, certamente, con l’arresto immediato dello stragista e l’avvio del procedimento giudiziario relativo; e fin qui nulla da dire.

Ma soprattutto richiede una risposta di massa, che funzioni come riferimento politico-culturale chiaro e deciso per una popolazione sottoposta a un bombardamento di fatti negativi (l’austerità aggrava la crisi impoverendo una quantità crescente di figure sociali) e dunque scossa nelle sue certezze esistenziali.

Giustamente, dunque, molte forze politiche e sociali – a partire dall’associazione dei partigiani – avevano promosso una manifestazione popolare da tenere sabato 10 a Macerata, nelle strade in cui il fascioleghista Traini aveva cercato la strage.

In un paese democratico questo è il minimo. La normalità piena sarebbe il rendere effettivo il divieto di riorganizzazione del partito fascista previsto dalla Costituzione, sciogliendo tutte le organizzazioni che apertamente si rifanno a simboli, slogan, obiettivi propri del fascismo. Ma sappiamo che l’ipocrisia istituzionale, su questo fronte, fa orecchie da mercante fin dal momento dell’approvazione della stessa Carta Costituzionale.

In queste ore sta però avvenendo qualcosa di molto peggio.

Il cosiddetto “appello a sospendere tutte le manifestazioni” da parte del sindaco Pd di Macerata, Romano Carancini, era già una vergogna chiaramente concordata col governo Minniti-Gentiloni. Non è un mistero che Minniti sia candidato alle elezioni proprio in quel territorio, e che dunque sia altamente sospettabile di star esercitando i poteri di ministro in sostegno di una personalissima campagna elettorale.

A questa vergogna si è aggiunta quella di Anpi, Cgil, Arci e Libera, che hanno incredibilmente ritirato la loro adesione alla manifestazione antifascista, limitandosi – in cambio – a pretendere “che Macerata non diventi un luogo di attiva presenza neofascista”.

Per oggi era infatti stata annunciata una “fiaccolata” da parte di Forza Nuova, che ha peraltro appoggiato apertamente il mancato stragista offrendosi anche di pagarne le spese legali. Vedremo se almeno questo sfregio sarà risparmiato a una città che non lo merita affatto. Ma c’è da dubitarne, visto che ieri pomeriggio in città è stata consentita una “conferenza stampa” ai picchiatori di Casapound, con tanto di “passeggiata” scortata dalla polizia.

Come sempre, il ministro dell’interno uscente, Marco Minniti, ha colto al balzo l’occasione per vietare... la manifestazione antifascista! Una provocazione che si somma a quella dei fascisti, di fatto, anche perché la polizia nelle stesse ore – a Pavia – procedeva a cariche nei confronti degli antifascisti insieme agli squadristi radunati in una piazza della città.

Nessuno può parlare di semplici “coincidenze”, perché un corpo militare dello Stato non agisce a casaccio, ma in base a precise indicazioni provenienti per via gerarchica. Dal ministro dell’interno, in ultima istanza.

In questa situazione, mantenere l’impegno a manifestare a Macerata è un dovere politico. E quindi invitiamo tutti gli antifascisti a partecipare, evitando ovviamente qualsiasi provocazione inventata per rovesciare sulla parte sana del paese il dispositivo di criminalizzazione.

Condividiamo dunque in pieno la nota stampa rilasciata in queste ore da Viola Carofalo, portavoce nazionale di Potere al Popolo:

“Nelle ultime ore le segreterie di ANPI, ARCI, CGIL e LIBERA hanno sottoscritto una nota in cui si dice che la manifestazione organizzata a Macerata è stata sospesa.

Questa notizia è falsa. Sabato 10 Febbraio alle ore 15:30 partirà dalla stazione di Macerata una manifestazione antirazzista e antifascista, pacifica e di massa in risposta all’attentato terroristico avvenuto lo scorso sabato. Ci sembra assurdo che in questi giorni si sia data la possibilità a organizzazioni fasciste, xenofobe e anticostituzionali come Casapound e ForzaNuova di fare conferenze stampa e presidi a Macerata, quando invece si tenta di impedire una manifestazione a tutti quei comitati, organizzazioni, collettivi, realtà di base, uomini e donne, antifascisti e antifasciste che da sempre difendono la costituzione, la solidarietà, la convivenza civile. Noi riteniamo che ci debba necessariamente essere una risposta forte e unitaria contro la barbarie che avanza, contro le dichiarazioni e le politiche che da Minniti a Salvini stanno soltanto fomentando odio, terrore e guerra tra poveri. Riteniamo che chi in questo momento si appella all’equidistanza e alla moderazione sia complice della deriva fascista e xenofoba che sta investendo l’Italia e l’intera Europa. E’ il momento in cui decidere chiaramente da che parte stare. Lo scorso sabato sei persone sono state sparate a freddo mentre semplicemente camminavano per strada. Per favore, restiamo umani.”
Fonte


05/02/2018

Quando i fascisti sparavano dal palco dei loro comizi


L’episodio accaduto ieri a Macerata con la sparatoria attuata da un dichiarato razzista che ha messo a ferro e fuoco il centro della cittadina marchigiana colpendo alcuni immigrati di colore, ha portato alla ribalta il clima d’odio che sta esacerbando questa bruttissima campagna elettorale, tutta incentrata sul personalismo e della concezione assoluta del potere.

Si è ceduto troppo, nel corso degli anni, allo smarrimento di una cultura politica fondata sui valori dell’antifascismo, della convivenza civile, della costituzione repubblicana.

Si è ceduto oltre misura all’idea del “né di destra, né di sinistra”, alla presunta obsolescenza dei valori della Resistenza, all’indifferenza, alla concessione dell’equidistanza tra i partigiani e i “ragazzi di Salò”.

Si è sdoganato tutto in fretta e soprattutto, con la proposta di deforma costituzionale per fortuna respinta il 4 dicembre 2016, si è aperta la strada all’idea della possibilità di modificare la Carta Costituzionale, quasi come se si trattasse di un fatto politico tra i tanti, una delle tante “modernizzazioni”.

Si è dimenticato il periodo delle stragi fasciste, da piazza della Fontana a quella della Loggia, e si è dimenticato quando i fascisti sparavano dal palco dei loro comizi.

Colgo l’occasione allora, allo scopo di rinfrescare la memoria di tutti, per ricordare ancora una volta un episodio del 1976, a testimonianza di un clima di violenza fisica e morale che non può essere dimenticata per allora e che deve indurci, ancor oggi, al massimo di vigilanza democratica.

Non possiamo e non dobbiamo allentare la guardia, mollare la presa. Ieri la grande manifestazione di Genova lo ha dimostrato: mai come in questo momento l’antifascismo militante è fattore decisivo e dirimente per una possibile ripresa democratica.

Ecco il ricordo di quell’episodio, in apparenza lontano nel tempo, ma nella realtà molto vicino al dramma della nostra epoca (ogni accenno all’attualità sul piano della presenza di agenti del servizi intenti alla provocazione fascista è puramente casuale...):
“Il 28 maggio del 1976, a Sezze Romano, cittadina in provincia di Latina, è previsto il comizio di Sandro Saccucci, importante esponente del Movimento Sociale Italiano. Ex paracadutista e sospettato di aver partecipato al tentato golpe orchestrato nel dicembre del 1970 dal principe Junio Valerio Borghese con l’aiuto di settori «deviati» di istituzioni e servizi segreti, il Saccucci giunge nel centro pontino con un manipolo di fedelissimi. La scelta della città è quanto mai provocatoria: Sezze è un centro tradizionalmente antifascista.

Intorno alle 19:30 un corteo di otto automobili entra in paese e si dirige verso piazza IV Novembre, dove è previsto il comizio. A bordo degli automezzi, tra gli altri, vi sono fascisti di dichiarata fede come Pietro Allatta, Angelo Pistolesi, Gabriele Pirone, Miro Renzaglia e Franco Anselmi. A rendere ancora più ambigua la comparsata neofascista è il curriculum politico di Saccucci: ex paracadutista e membro dell’ufficio informazioni del corpo dei paracadutisti nell’ambito del tentato golpe organizzato nel dicembre 1970 ad opera del principe Junio Valerio Borghese.

Ad attendere Saccucci c’è una piazza gremita di antifascisti, dal movimento studentesco a Lotta Continua, fino ad arrivare alla Fgci. Il palco è presidiato da camerati armati di bastoni e pistole, mentre le forze dell’ordine, disinteressate da quanto sta accadendo, rimangono isolate ai lati della piazza. Non appena Saccucci accenna a parlare viene ricoperto da fischi e insulti, e quando tenta di ricondurre le stragi neofasciste di Stato alla sinistra extraparlamentare viene raggiunto dal lancio di bastoni, pietre e bottiglie.

«Non volete sentirmi con le buone, mi sentirete con questa»

Dopo aver pronunciato queste parole, l’ex parà estrae di tasca una pistola e comincia a sparare sulla folla. Seguono attimi di caos, mentre Saccucci ripara in auto e fugge via a tutta velocità per sottrarsi alla rabbia degli antifascisti; i manifestanti tentano di bloccare le vie d’uscita alle automobili, e per tutta risposta vengono esplosi tre colpi di pistola dall’auto di Saccucci. Antonio Spirito, studente-lavoratore militante di Lotta Continua viene colpito alla gamba sinistra, mentre Luigi Di Rosa, 21 anni, iscritto alla Fgci, viene colpito prima alla mano e poi al ventre, rimanendo ucciso.

Pochi giorni dopo vengono emanate le autorizzazioni a procedere per l’arresto di Pietro Allatta e Sandro Saccucci, “tempestivamente” espulsi dall’Msi del repubblichino Almirante soltanto due settimane dopo i fatti di Sezze Romano.

Il 13 giugno 1976 Saccucci viene arrestato a Londra e accompagnato alla frontiera francese per l’estradizione; la scarcerazione però, si legge in una rogatoria, avviene in tempi brevissimi e grazie agli interventi di don Sixto di Borbone, del prefetto di Parigi e di un tale Jacques Susini, amico di Stefano Delle Chiaie, altro personaggio controverso già coinvolto nella stage di Piazza Fontana e «collega» ai tempi del golpe Borghese. Saccucci troverà riparo in America latina, specialmente in Argentina, dove potrà contare su protezioni e aiuti anche a livello “pubblico”, e in Cile, dove alcune voci lo vogliono coinvolto nella gestione del regime fascista del generale Pinochet.

Pietro Allatta è stato riconosciuto colpevole di aver impugnato l’arma che ha colpito prima Spirito e poi Di Rosa, anche se le prove balistiche hanno dimostrato che Luigi ha ricevuto due colpi di calibro diverso, avvalorando la tesi secondo cui Saccucci sarebbe uno degli autori materiali dell’omicidio. Le indagini non hanno mai chiarito inoltre la presenza a Sezze di un ex maresciallo dei Carabinieri e agente del Sid, Francesco Troccia, indicato come colui che guidò i missini fuori dal paese, evitando che fossero bloccati dalla popolazione.

La memoria di Luigi Di Rosa negli anni non è mai venuta meno, nonostante le assoluzioni e i depistaggi di Stato nei confronti degli autori della strage e i ripetuti attentati al monumento posto, ad un anno dal suo omicidio, in ricordo di tutte le vittime dell’antifascismo e culminato con la spregevole profanazione della sua tomba avvenuta nel 1978”.
Fonte

03/02/2018

Terrore fascista a Macerata. Feriti sei immigrati


Luca Traini, un neofascista di Macerata già candidato con la Lega Nord alle elezioni amministrative di Corridonia del 2017, questa mattina ha tentato di uccidere sei migranti sparando dalla sua automobile lungo le strade di Macerata: alle vittime della follia fascista va tutta la nostra solidarietà. Traini è stato arrestato poco dopo mentre, nei pressi del monumento ai caduti, faceva il saluto romano. Chi conosce Macerata sa che il 28enne neofascista è da sempre vicino a CasaPound e ad altre organizzazioni di destra come Forza Nuova. Della sua appartenenza ideologica non ci sono dubbi e anche per questo chiediamo che non venga definito “pazzo”, né “squilibrato” ma semplicemente fascista. Stabilire questo elemento ci sembra la prima forma di verità.

Alla luce di ciò, come attivisti e candidati di Potere al Popolo chiediamo che il ministro degli Interni Marco Minniti, sempre estremamente solerte a combattere il degrado colpendo poveri e migranti, imponga l’immediata chiusura di Casa Pound e di tutte le altre organizzazioni che si ispirano esplicitamente al regime fascista. Si tratta, a questo punto, di una forma minima di “igiene” da fare immediatamente e senza più tentennamenti. Dopo Amedeo Mancini, killer di Emmanuel a Fermo, e dopo una lunga serie di aggressioni e violenze nel nostro territorio, oggi abbiamo assistito a un atto terroristico vero e proprio che avrebbe potuto causare una strage. Per questo chiediamo che le istituzioni non utilizzino nessuna clemenza verso chi ha commesso questi folli gesti e verso le organizzazioni che al loro interno covano i tanti Luca Traini pronti a colpire, con le armi o con le parole.

Fonte