Ci sono immagini che, a volte, fotografano la realtà meglio di mille dibattiti e discussioni. Quelle andate in onda giovedì scorso alla trasmissione “Piazza Pulita” rientrano esattamente in questa casistica.
Il conduttore ha messo in contrapposizione l’immagine di un imperturbabile Monti e di una addolorata Fornero che nel 2011 annunciavano la loro dichiarazione di guerra nei confronti dei pensionati, con quella festante e sorridente di Di Maio che dal balcone di Palazzo Chigi annunciava di aver abolito la povertà.
Basterebbe questo diverso approccio per spiegare tutto quel consenso del quale oggi inevitabilmente il governo gode.
D’altronde, dopo anni di governi tecnici o di governi politici eterodiretti dai tecnici di Bruxelles, perché la popolazione non dovrebbe dare credito a chi dichiara di sfidare i vincoli di bilancio e l’establishment europeista? A maggior ragione se dall’altro lato tutta l’opposizione, di centro sinistra e di centro destra, si schiera proprio in nome di quei mercati e di quei parametri economici che in tutti questi anni hanno accelerato la distruzione dello Stato sociale e impoverito fasce sempre più ampie della popolazione.
Il richiamo alla Costituzione del Presidente Mattarella è poi la classica quadratura del cerchio: la nostra Carta Costituzionale non viene invocata, per esempio, per rispedire al mittente quel decreto contro l’immigrazione e il conflitto sociale che contrasta con principi basilari dello Stato di diritto, ma sempre e soltanto per invocare il rispetto dell’articolo 81, e ricordare a tutti che, proprio grazie a quell’articolo, ormai “l’Italia è una Repubblica fondata sui mercati“.
Non vi è dubbio che tra questo governo e l’Unione Europea si sia aperto uno scontro: la letterina recapitata al Governo nella quale la Commissione europea esprime “seria preoccupazione” per la tenuta dei conti pubblici né è una plastica dimostrazione.
Ma è altrettanto vero che lo scontro che si è aperto è fortemente condizionato dalle imminenti elezioni europee e dal terremoto che ne potrebbe scaturire.
Insomma, vuoi perché si sono spinti troppo al di là con le promesse elettorali, vuoi perché tra qualche mese, appunto, si voterà per le elezioni europee e le forze euronazionaliste sentono il vento in poppa, il governo giallo verde si trova, suo malgrado, nella condizione di non arretrare dinanzi alle cariche di Bruxelles. O almeno di non arretrare del tutto, perché dei segnali di cedimento possono essere già colti.
In fondo, l’intenzione di alzare il deficit per tre anni è già stato ridimensionata nell’innalzamento del 2,4% per il 2019 e poi nel progressivo abbassamento al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021, e il duo Salvini-Di Maio non perde occasione per rassicurare continuamente l’establishment europeista chiarendo che l’impianto dell’Euro e dell’Unione Europea non è minimamente in discussione.
E soprattutto il casus belli rappresentato dal passaggio del deficit dall’1,6% al 2,4% (solo per il 2019) costituisce la classica tempesta nel bicchiere d’acqua per l’irrisorietà dello scostamento.
In realtà quel differenziale dello 0.8%, non sarà certo sufficiente per finanziare le misure che il governo vorrebbe mettere in campo e per questo si è già aperta la caccia alle risorse: lo sguardo, guarda caso, è caduto sui tagli alle spese sociali e sulle agevolazioni fiscali.
Insomma, fermo restando le immancabili misure a favore delle imprese, tra flat tax, detassazione per gli utili investiti dalle società di capitale e il consueto condono, risulta evidente che la revisione della legge Fornero e il cosiddetto reddito di cittadinanza (con tutte le preclusioni e le limitazioni che via via stanno emergendo) verrà finanziato, e quindi vanificato, con ulteriori tagli alla spesa sociale e un aumento indiretto della tassazione.
Se poi consideriamo che il 2019 dovrebbe essere l’anno di maggiore espansività della manovra con il deficit al 2,4% poi destinato a calare progressivamente, non c’è da stare particolarmente allegri...
Dal punto di vista delle ricette economiche, quindi, la partita tra europeisti (continentali o di casa nostra) e governo grillin-leghista si sta giocando sostanzialmente nello stesso campo.
Per chi ha come riferimento gli interessi dei lavoratori e dei ceti subalterni, si tratta quindi di rompere questo schema e contrastare adeguatamente sia i pasdaran dei vincoli di bilancio sia chi, proprio grazie a costoro, riesce a presentarsi nell’immaginario collettivo come un coraggioso paladino della lotta contro quel sovranismo finanziario che governa i paesi dell’Unione Europea.
Ciò non toglie che per chi si è sempre battuto per la rottura della gabbia europea e per una uscita dall’UE e dall’Euro in chiave solidale e di avanzamento sociale si apre una spazio e una contraddizione nella quale inserirsi: lo strumento delle leggi di iniziativa popolare per l’abrogazione dell’odioso vincolo del pareggio di bilancio e per introdurre in Costituzione un referendum sui trattati europei, si colloca perfettamente in questo contesto e coglie un momento in cui finalmente la discussione su questi temi è diventata centrale nel dibattito politico.
Nel contempo occorre smascherare la vera natura di un governo dai tratti palesemente razzisti e che sul piano economico si annuncia non meno feroce di quelli precedenti: la legge di bilancio, da questo punto di vista, potrebbe riservare ancora molte sorprese.
E’ questo il sentiero in cui muoversi per ricostruire una visione organica e un punto di vista indipendente e di classe utile a sconfiggere quel pensiero del “giorno per giorno” che porta i ceti subalterni ad affidarsi alla prima ideologia immediatamente disponibile e confezionata ad hoc.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Eurostop. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Eurostop. Mostra tutti i post
23/09/2018
“Finalmente dai NO si passa alla proposta”. La vendetta dei Pigs
Un commento di Stefano Zai – Eurostop Parma al libro “PIGS, la vendetta dei maiali. Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla UE e dall’Euro, costruire l’Area Euromediterranea” di Luciano Vasapollo con Joaquin Arriola e Rita Martufi presentato domenica a Roma al convegno di Eurostop.
Il testo attualizza una precedente pubblicazione, “Pigs, il risveglio dei maiali”, che poneva in essere la trattazione dell’unificazione economica e monetaria dei paesi periferici della UE, appunto i “Pigs” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), proponendo una nuova prospettiva, quella della costruzione dell’Area Euromediterranea. L’elaborazione originaria degli autori è stata aggiornata ed integrata con le osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, venendo così a formare uno scritto che è il prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”.
Area Euromeditteranea non è forse la definizione più corretta, infatti a ben leggere nel testo si parla di area Euro-Afro-Mediterranea. Una costruzione che non guarda solo al sud dell’Europa e ai paesi “maiali”, come definiti dalla UE perché, “grassi ed ingordi”, che non hanno saputo controllare i conti pubblici sperperando danaro (nda: sulla formazione del debito italiano e non solo e la narrazione ipocrita che lo accompagna occorrerebbe una trattazione ad hoc che per motivi evidenti non può essere affrontata in questo breve articolo, si tenga presente che un così alto debito pubblico è il prodotto da un atto politico – volontaristico e consapevole delle conseguenze – che preparava l’Italia all’entrata nell’Euro: ossia la divisione del ministero del Tesoro da Banca d’Italia, nel 1981, producendo la sussunzione dello Stato nella finanza e preparando il terreno del ricatto politico delle riforme in nome della stabilità di bilancio), ma anche ai paesi del nord Africa che si affacciano sul Mar Mediterraneo.
Come si evince dall’estratto, una proposta contestualizzata a pieno nel quadro storico attuale, che guarda e affonda le mani nelle contraddizioni che ci troviamo di fronte, non rincuorandosi nella retorica politica ormai stantia e non reale legata alla costruzione dell’Unione Europea come luogo dei popoli o teorici recuperi democratici di una struttura di “governance”, quella della UE, che invece sta funzionando per come è stata concepita. Le tesi sostenute non sono campate per aria, ma affondano a pieno nella materialità storica in cui ci troviamo a vivere.
Prima fra tutte la necessità della rottura con la “gabbia della UE”, una struttura fondata sui trattati che ne rappresentano l’architrave e l’essenza stessa, a partire da quelli di Roma del ’57 fino ad arrivare al famigerato “Fiscal Compact”. Un architrave, quello dei trattati, che ha prodotto un sistema di governo post-democratico negli stati membri con la relativa espulsione della sovranità democratica e popolare, la distruzione dello stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, distruggendo quel diritto al lavoro che crea una “vita degna per sé e per la propria famiglia”, come recitato dalla nostra stessa Costituzione.
I trattati, infatti, sono completamente incompatibili con essa, soprattutto con i principi fondamentali che garantiscono stato sociale, salute, tutela dell’ambiente e diritto al lavoro. Da qui si percepisce la grande volontà posta in campo negli ultimi anni per cambiarla, per fondarla sulla libera concorrenza di mercato, anche se in realtà è già stata minata alla radice con la famosa introduzione del pareggio di bilancio, nell'articolo 81. L’attuale formulazione dell’articolo, difatti, impedisce di realizzare politiche economiche espansive, rivolte al bene pubblico, al sociale, fuori dall’egida del profitto e del pareggio di bilancio; cosa di cui incominciamo a vedere le conseguenze con il crollo del ponte Morandi a Genova. Il testo affronta la problematica dell’”Europa a due velocità”, “centro- periferia” che sta ridefinendo i rapporti tra i paesi del centro a guida franco-tedesca e quelli del sud, relegando quest’ultimi ad essere in ultima istanza fornitori di manodopera e servizi perlopiù turistici e di ristorazione.
Un ruolo definito dall’ortodossia neoliberale del centro nei confronti dei PIGS – attraverso la logica del credito-debito che rafforza la sudditanza dei secondi nei confronti dei primi – che dalle tesi del libro incomincia ad essere scalzata con una proposta che guarda al “qui ed ora” dello spazio nazionale (unico spazio nel quale le classi lavoratrici, gli sfruttati, ecc. possono influire nei rapporti di forza in essere, come hanno dimostrato il referendum del 4 dicembre 2016 e le ultime elezioni politiche) e che non si tira indietro di fronte alla non veridicità della sincronicità storica che determinati eventi alternativi possano accadere simultaneamente e con le stesse caratteristiche in differenti paesi, determinando per tutti le medesime condizioni. Ma immediatamente e contestualmente rivolto ad una proposta internazionalista, sia nelle relazioni tra le classi di sfruttati degli altri paesi, sia in relazione alle “bordate” finanziarie e monetarie internazionali di cui come singolo paese si sarebbe bersaglio e da cui difficilmente se ne potrebbe uscirebbe vincitori.
Ci troviamo di fronte ad un progetto politico che propone un percorso di costruzione reale, ben piantato nel XXI secolo e soprattutto “affermativo”, perché finalmente ci troviamo di fronte ad una proposta. Sicuramente non esauribile in un solo testo, conscia dei problemi che pone nel progetto, che ha di fronte a sé delle sfide enormi, ma che finalmente propone e che non si fa perimetrare nello spazio politico del campo avversario, limitandosi a dire “No”, ad essere solo “Contro” o “Anti” qualcosa. Questa è l’intuizione fondamentale del libro, ovviamente pariteticamente intrecciata dal rigore scientifico della proposta stessa, analisi e dati. Lo smarcamento, nell’affermazione del progetto, per la definizione di un campo differente da quello del nemico. Il blocco sociale, se lo vogliamo definire così, a cui dobbiamo guardare e che fino ad ora solo elettoralmente ha espresso la propria rabbia per le condizioni di vita in cui si trova a dover galleggiare, ha scaricato definitivamente nel passato le élite neoliberali di centro-destra ma anche ed egualmente quelle euro-riformiste ed eurocentriche della sinistra neoliberale, ma indirettamente ha dato un segnale che non può non essere colto da tutti quei movimenti politici e sociali antagonisti che si adoperano per un cambiamento: “non ci bastano i no, perché con quelli non si mangia, occorrono progetti e proposte”.
Starà a quelli che si vogliono adoperare per un reale cambiamento mostrargli che ciò che si propone è valevole della loro attenzione perché prende realmente in considerazioni le reali condizioni di vita in cui si trovano e al contempo smonta l’ideologia della paura in cui annegano per dirgli che un percorso alternativo si può fare, non è indolore, certo, ma non è la fine della Storia come ci vogliono raccontare e che fuori dalla gabbia della Ue non c’è il nulla dello spazio siderale.
La proposta Euro-Afro-Mediterranea va in questa direzione e lo fa considerando l’aspetto economico-produttivo, quello monetario e quello geopolitico, appunto decostruendo lo spauracchio del salto nel buio che quotidianamente ci viene propinato.
Tra le sfide e le innumerevoli difficoltà che si trovano di fronte ad un progetto di questo tipo vi è anche quella ideologico-culturale e non solo economico-strutturale. Occorre, anche da questo punto di vista, trovare quel denominatore comune che unisca popolazioni che hanno storia e cultura profondamente ed innegabilmente differenti. Sottopelle al testo si percepisce che la risposta sta nel “mare nostrum” e nel prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”, quindi chi scrive è convinto che questo non sia un testo con un “The End” ma che termini con un “Continua...”.
Fonte
Il testo attualizza una precedente pubblicazione, “Pigs, il risveglio dei maiali”, che poneva in essere la trattazione dell’unificazione economica e monetaria dei paesi periferici della UE, appunto i “Pigs” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), proponendo una nuova prospettiva, quella della costruzione dell’Area Euromediterranea. L’elaborazione originaria degli autori è stata aggiornata ed integrata con le osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, venendo così a formare uno scritto che è il prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”.
Area Euromeditteranea non è forse la definizione più corretta, infatti a ben leggere nel testo si parla di area Euro-Afro-Mediterranea. Una costruzione che non guarda solo al sud dell’Europa e ai paesi “maiali”, come definiti dalla UE perché, “grassi ed ingordi”, che non hanno saputo controllare i conti pubblici sperperando danaro (nda: sulla formazione del debito italiano e non solo e la narrazione ipocrita che lo accompagna occorrerebbe una trattazione ad hoc che per motivi evidenti non può essere affrontata in questo breve articolo, si tenga presente che un così alto debito pubblico è il prodotto da un atto politico – volontaristico e consapevole delle conseguenze – che preparava l’Italia all’entrata nell’Euro: ossia la divisione del ministero del Tesoro da Banca d’Italia, nel 1981, producendo la sussunzione dello Stato nella finanza e preparando il terreno del ricatto politico delle riforme in nome della stabilità di bilancio), ma anche ai paesi del nord Africa che si affacciano sul Mar Mediterraneo.
“Non da oggi, e non solo tra intellettuali marxisti, è in corso un dibattito sull’opportunità per un’area formata da paesi a struttura economico-sociale simile di realizzare l’”abbandono” o il “distacco” (“delinking”, secondo Samir Amin) da quella che Hosea Jaffe nel 1994 ha chiamato “l’azienda mondo”, identificando con questa un sistema capitalista internazionale fondato su istituzioni e organismi come Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, BCE, WTO ecc.(nda: chi stesse già partendo con accuse di nazionalismo, si fermi un attimo e continui a leggere l’articolo fino alla fine).
[...] L’attenzione che oggi si registra intorno alla nostra proposta di costruire un’area mediterranea dipende proprio dal fatto che si tratta di una proposta politica che si relaziona con l’autodeterminazione di quei popoli che sono direttamente colpiti dal rafforzamento dell’Unione Europea [...].
La proposta dell’ALBA o Area Euro-Afro-Mediterranea (AR.E.A Medit) parte anche dalla considerazione che è pura retorica fuori contesto storico e socio-economico parlare in unità della classe operaia europea. Oggi il proletario italiano, quello portoghese, spagnolo, greco ed anche tunisino, algerino, egiziano e marocchino, hanno interessi e condizioni di vita completamente differenti da quelle del lavoratore tedesco, svedese, olandese, belga, britannico, che guadagnano un minimo salariale al mese relativamente molto più alto dei lavoratori dei PIIGS, e possono vantare condizioni di vita estremamente più stabili e di benessere completamente differenti dalle nostre. Inoltre, gli europei mediterranei, come pure quelli dell’est europeo, sono considerati “proletari migranti” e cioè concorrenti che possono danneggiare o minimizzare il loro standard di vita.
Come si evince dall’estratto, una proposta contestualizzata a pieno nel quadro storico attuale, che guarda e affonda le mani nelle contraddizioni che ci troviamo di fronte, non rincuorandosi nella retorica politica ormai stantia e non reale legata alla costruzione dell’Unione Europea come luogo dei popoli o teorici recuperi democratici di una struttura di “governance”, quella della UE, che invece sta funzionando per come è stata concepita. Le tesi sostenute non sono campate per aria, ma affondano a pieno nella materialità storica in cui ci troviamo a vivere.
Prima fra tutte la necessità della rottura con la “gabbia della UE”, una struttura fondata sui trattati che ne rappresentano l’architrave e l’essenza stessa, a partire da quelli di Roma del ’57 fino ad arrivare al famigerato “Fiscal Compact”. Un architrave, quello dei trattati, che ha prodotto un sistema di governo post-democratico negli stati membri con la relativa espulsione della sovranità democratica e popolare, la distruzione dello stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, distruggendo quel diritto al lavoro che crea una “vita degna per sé e per la propria famiglia”, come recitato dalla nostra stessa Costituzione.
I trattati, infatti, sono completamente incompatibili con essa, soprattutto con i principi fondamentali che garantiscono stato sociale, salute, tutela dell’ambiente e diritto al lavoro. Da qui si percepisce la grande volontà posta in campo negli ultimi anni per cambiarla, per fondarla sulla libera concorrenza di mercato, anche se in realtà è già stata minata alla radice con la famosa introduzione del pareggio di bilancio, nell'articolo 81. L’attuale formulazione dell’articolo, difatti, impedisce di realizzare politiche economiche espansive, rivolte al bene pubblico, al sociale, fuori dall’egida del profitto e del pareggio di bilancio; cosa di cui incominciamo a vedere le conseguenze con il crollo del ponte Morandi a Genova. Il testo affronta la problematica dell’”Europa a due velocità”, “centro- periferia” che sta ridefinendo i rapporti tra i paesi del centro a guida franco-tedesca e quelli del sud, relegando quest’ultimi ad essere in ultima istanza fornitori di manodopera e servizi perlopiù turistici e di ristorazione.
Un ruolo definito dall’ortodossia neoliberale del centro nei confronti dei PIGS – attraverso la logica del credito-debito che rafforza la sudditanza dei secondi nei confronti dei primi – che dalle tesi del libro incomincia ad essere scalzata con una proposta che guarda al “qui ed ora” dello spazio nazionale (unico spazio nel quale le classi lavoratrici, gli sfruttati, ecc. possono influire nei rapporti di forza in essere, come hanno dimostrato il referendum del 4 dicembre 2016 e le ultime elezioni politiche) e che non si tira indietro di fronte alla non veridicità della sincronicità storica che determinati eventi alternativi possano accadere simultaneamente e con le stesse caratteristiche in differenti paesi, determinando per tutti le medesime condizioni. Ma immediatamente e contestualmente rivolto ad una proposta internazionalista, sia nelle relazioni tra le classi di sfruttati degli altri paesi, sia in relazione alle “bordate” finanziarie e monetarie internazionali di cui come singolo paese si sarebbe bersaglio e da cui difficilmente se ne potrebbe uscirebbe vincitori.
“È utile ribadire che la questione dell’uscita dall’euro e dall’Unione Europea non è da noi concepita in chiave nazionalista, cioè di generica, impropria, inadeguata e dannosa sovranità nazionale ma ha una dimensione immediatamente di classe perché è un passaggio, se storicamente affrontato da una soggettività politica consapevole e capace di svolgervi una funzione, in grado di porre le basi per una inversione dei rapporti di forza lavoro-capitale nel polo imperialista europeo [...]La globalizzazione è ormai finita e ci troviamo in un contesto geopolitico internazionale che ritorna alla “polarizzazione”, nella quale si acuisce lo scontro fra i differenti imperialismi. Ognuno sta giocando la propria partita per accaparrarsi una fetta dell’attuale mondo, posto in cui “il vecchio muore ma il nuovo ancora non può nascere”, ed in tale scontro si va affermando quello tra Stati Uniti e Cina. Scontro imperialistico che non trova più un centro geografico come quello otto-novecentesco, ma che come riportano gli autori si da con le seguenti caratteristiche.
La creazione dell’euro è stata accompagnata dall’intensificazione del mercato unico e dalla divisione europea del lavoro, andando verso una formazione sociale su scala europea – attualmente, un quarto del PIL dei paesi dell’Europolo viene valutata per mezzo del mercato comune e la specializzazione settoriale intraeuropea si trova in una fase di deindustrializzazione accelerata della periferia dell’area. Nonostante questo processo non sia ancora stato completato, la frammentazione monetaria dell’Euro-zona è una possibilità reale, ciò che non lo è, è tornare a monete nazionali che lungi dal rappresentare una sovranità (monetaria) recuperata, non potrebbero non essere che simboli monetari di territori politicamente ed economicamente frammentati e dipendenti dall’area di influenza del capitale europeo. Se i paesi della periferia europea vogliono riprendere il controllo sull’attività produttiva, lo potranno fare solo in modo congiunto e mediante un processo di rottura con il modello delle finanze private e con lo spazio monetario asimmetrico di adesso. L’uscita dall’euro è una opzione politica più che economica e può essere un passo verso la soluzione dei gravi squilibri strutturali delle economie periferiche, che non sono squilibri finanziari, ma produttivi: una base industriale in declino, uno spreco enorme di forza lavoro, una concentrazione scandalosa della ricchezza e del patrimonio. Però come sfida politica generale, supera il grado di autonomia decisionale di qualsiasi paese danneggiato dalla politica che soggiace al patto originario dell’euro [...]
Uscire dall’euro proponendo una nuova moneta per Paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa realizzabile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea sia di creare un nuovo blocco politico istituzionale capace di realizzare un modello di accumulazione favorevole ai lavoratori”
“Il cambiamento più grande nel XXI secolo è proprio la globalizzazione neoliberista. Che è anche un sottoprodotto del dominio anglosassone, in un contesto in cui la mondializzazione è proprio la globalizzazione del neoliberismo della cultura anglosassone, inalterata dai limiti che strette frontiere nazionali impongono alla circolazione di beni e persone e in cui la cultura e la lingua globale, l’inglese, funzionano come un procedimento per estrarre ricchezza immateriale – conoscenza – dal resto del Pianeta; e la finanziarizzazione e il dominio del dollaro nelle transazioni e nelle riserve internazionali attirano rendite finanziarie a beneficio del centro del dominio globale.Da qui, ulteriormente, la necessità di creare un’area “Euro-Afro-Mediterranea”, che sia ben riconoscibile e che punti a contrastare ed invertire le tendenze imperialistiche, nonché scalzare le presenti e nuove mire neo-coloniali che producono migliaia e migliaia di immigrati ed emigrati, affermando un progetto nel quale l’autodeterminazione dei popoli è la base per un’alleanza internazionalista che non ricada o scambi l’internazionalismo nel “globalismo borghese”, fatto di genti apolidi che se la prendono sistematicamente con il loro vicino più povero come causa di tutti mali.
[...] a differenza delle rivalità intercapitalistiche precedenti, ora la disputa non è gestita dalle strette frontiere nazionali dei principali competitori; la disputa ora non è per imporre l’uno o l’altro progetto imperiale con un centro geografico delimitato da confini dentro i quali si accede alla cittadinanza dell’impero e al di fuori no. Il nuovo scenario ci porta indietro, in un certo qual modo, al concetto di cittadinanza dell’antica Roma: "ovunque ci sia un cittadino romano, sia presente l’impero”. Per tale ragione, ora, l’area d'influenza della Cina è, prima di tutto ed al di fuori del territorio cinese, la comunità cinese sparsa nel mondo. Questo nuovo scenario, di rivalità comunitarie più che nazionali, è stata ben intesa da una parte della classe politica dei paesi anglosassoni”.
Ci troviamo di fronte ad un progetto politico che propone un percorso di costruzione reale, ben piantato nel XXI secolo e soprattutto “affermativo”, perché finalmente ci troviamo di fronte ad una proposta. Sicuramente non esauribile in un solo testo, conscia dei problemi che pone nel progetto, che ha di fronte a sé delle sfide enormi, ma che finalmente propone e che non si fa perimetrare nello spazio politico del campo avversario, limitandosi a dire “No”, ad essere solo “Contro” o “Anti” qualcosa. Questa è l’intuizione fondamentale del libro, ovviamente pariteticamente intrecciata dal rigore scientifico della proposta stessa, analisi e dati. Lo smarcamento, nell’affermazione del progetto, per la definizione di un campo differente da quello del nemico. Il blocco sociale, se lo vogliamo definire così, a cui dobbiamo guardare e che fino ad ora solo elettoralmente ha espresso la propria rabbia per le condizioni di vita in cui si trova a dover galleggiare, ha scaricato definitivamente nel passato le élite neoliberali di centro-destra ma anche ed egualmente quelle euro-riformiste ed eurocentriche della sinistra neoliberale, ma indirettamente ha dato un segnale che non può non essere colto da tutti quei movimenti politici e sociali antagonisti che si adoperano per un cambiamento: “non ci bastano i no, perché con quelli non si mangia, occorrono progetti e proposte”.
Starà a quelli che si vogliono adoperare per un reale cambiamento mostrargli che ciò che si propone è valevole della loro attenzione perché prende realmente in considerazioni le reali condizioni di vita in cui si trovano e al contempo smonta l’ideologia della paura in cui annegano per dirgli che un percorso alternativo si può fare, non è indolore, certo, ma non è la fine della Storia come ci vogliono raccontare e che fuori dalla gabbia della Ue non c’è il nulla dello spazio siderale.
La proposta Euro-Afro-Mediterranea va in questa direzione e lo fa considerando l’aspetto economico-produttivo, quello monetario e quello geopolitico, appunto decostruendo lo spauracchio del salto nel buio che quotidianamente ci viene propinato.
Tra le sfide e le innumerevoli difficoltà che si trovano di fronte ad un progetto di questo tipo vi è anche quella ideologico-culturale e non solo economico-strutturale. Occorre, anche da questo punto di vista, trovare quel denominatore comune che unisca popolazioni che hanno storia e cultura profondamente ed innegabilmente differenti. Sottopelle al testo si percepisce che la risposta sta nel “mare nostrum” e nel prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”, quindi chi scrive è convinto che questo non sia un testo con un “The End” ma che termini con un “Continua...”.
Fonte
“Uscire dall’euro per rompere con la divisione del lavoro imperialista europea”
di Joaquìm Arriola, economista, docente dell’Università del Pais Vasco.
Coautore di “Pigs. La vendetta dei maiali”. Relazione al convegno di
Eurostop sulla presentazione del libro.
Alla fine del XX Secolo l’Unione Europea contribuiva a circa il 25% delle esportazioni mondiali di prodotti industriali, se si fa riferimento al commercio è tra gli stessi paesi dell’UE e tale percentuale è salita fino al 45%.
Parallelamente all’avvio dell’euro, l’emergere della Cina nel commercio di prodotti manifatturieri ha ridotto il peso delle esportazioni comunitarie, che hanno perso circa 5 punti percentuali. Successivamente, la crisi finanziaria del 2008 ha accelerato la crisi industriale in Europa, cosicché la presenza di prodotti industriali europei nel commercio mondiale è scesa al 18% nel 2016. Ma questa caduta congiunta nasconde profonde differenze nella composizione del settore industriale tra i paesi europei.
Quando la Spagna ha aderito all’UE nel 1986, tutti i paesi partner avevano un settore industriale manifatturiero con un peso simile o superiore al 20%, ad eccezione della Danimarca, della Francia, della Grecia e del Portogallo. Oggi gli unici che mantengono un peso superiore a un quinto del valore della produzione annuale sono la Germania e l’Irlanda, seguiti dai paesi che compongono l’officina di subappalto e quartier generale delle succursali di produzione a basso costo dell’industria tedesca: Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Slovenia.
I paesi dell’UE15 (ovvero i paesi membri prima dell’espansione nell’est Europa) sono passati da possedere un peso del settore manifatturiero del 21% del PIL nel 1986 al 14% nel 2016. In Italia, l’evoluzione è stata coerente con il suo ruolo nella nuova periferia deindustrializzata dell’Europa meridionale: nel 1986 il 22% del PIL è stato generato dall’industria ed è rimasto al 20% fino al 1996. Nel 2006 è sceso al 16% e dieci anni dopo rappresenta appena il 14% del PIL.
La conseguenza è chiara: l’Italia è passata dal possedere il 16% delle esportazioni di prodotti manifatturieri nei paesi dell’Eurozona a circa il 12%, oggi. Ma la quota delle esportazioni industriali è diminuita negli stessi anni dal 10% al 5%. Al contrario, nonostante la comparsa di nuovi concorrenti asiatici nel mercato europeo, la quota della Germania è rimasta stabile al 15% -16%.
È sufficiente analizzare le proposte della Commissione Europea per una politica industriale o il piano per completare l’Unione dell’Energia, l’Unione per la Sicurezza, l’Unione dei Mercati dei Capitali, l’Unione Bancaria e un Mercato Unico Digitale, per capire che se un paese o una regione della comunità vuole proteggere e sviluppare la sua attività industriale, a meno che non abbia un’industria militare di una certa dimensione, non può aspettarsi nulla dalle iniziative della comunità. E, al contrario, la rete di ostacoli che la legislazione comunitaria stabilisce contro un obiettivo del genere impedisce effettivamente qualsiasi seria iniziativa di sviluppo produttivo dell’industria nazionale nella periferia europea, condannata a essere sempre più il laboratorio di riparazione e fornitura di pezzi (l’est) e la riserva agricola e di servizi turistici (il sud).
La politica di aggiustamento permanente stabilita nell’UE come politica unica, rappresenta un problema politico enorme per qualsiasi forza che non sia necessariamente rivoluzionaria, ma semplicemente riformista, che, senza mettere in discussione il quadro dell’accumulazione capitalista, vuole migliorare le condizioni d'inserimento del proprio paese nella divisione del lavoro internazionale ed europea. Questo perché è una politica che, lungi dal tentare di risolvere il problema dell’indebitamento pubblico e privato, mira solo a renderla “sostenibile”, cioè a impedire che raggiunga un livello tale da mettere a repentaglio la valorizzazione del capitale.
Di questo non si parla nelle proposte che sono sul tavolo dei capi di governo europei, come non si parla dell’effetto più pernicioso della moneta unica, che non ha nulla a che fare con lo squilibrio fiscale o finanziario, ma con il fatto che consente a un’economia fortemente esportatrice (Germania) di vendere a buon mercato (rispetto al tasso di cambio che avrebbe una valuta nazionale tedesca) e costringe a vendere prodotti costosi a paesi con strutture produttive fortemente importatrici (inoltre in una valuta rivalutata).
Quindi l’unica opportunità rimasta a paesi come la Spagna, il Portogallo o l’Italia – e talvolta anche la Francia – per riequilibrare il proprio conto estero è... salari più bassi. “Condannati per sempre”, perché la riduzione salariale è il miglior modo per far sì che investimenti inefficienti in termini internazionali ottengano guadagni nello spazio nazionale, cioè per accumulo e concentrazione di capitale in settori a bassa produttività.
L’importanza del commercio estero e dei tassi di cambio non può essere sottovalutata in un contesto di guerra commerciale globale come quello che sta iniziando a essere progettato. Se la guerra è un modo di fare politica con altri mezzi, l’annuncio di una guerra commerciale è anche un altro mezzo per fare politica. Resta da sapere quali siano gli obiettivi politici perseguiti dal promotore dello scontro: il governo degli Stati Uniti.
Se oltre un terzo delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti sono prodotti elettrici, computer, telefoni e apparecchiature elettroniche, un terzo delle esportazioni statunitensi verso la Cina sono cibo e materie prime.
Il commercio tra i due paesi è sempre più simile all’idea canonica di commercio tra un paese sviluppato che vende prodotti industriali e uno sottosviluppato che fornisce in cambio materie prime. Questa idea di specializzazione commerciale tuttavia è un errore – i principali esportatori di cibo del mondo sono per lo più paesi sviluppati – ed è in realtà sintomo di un esaurimento del cambiamento tecnologico negli Stati Uniti, che si traduce in una crescente specializzazione nella vendita di prodotti a bassa tecnologia.
La Cina è passata, negli ultimi venti anni, da esportare otto a esportare nove su dieci euro sotto forma di prodotti industriali, l’UE mantiene la stessa percentuale (otto su dieci euro), invece gli Stati Uniti hanno ridotto il peso dei prodotti manifatturieri nelle loro esportazioni di cinque punti, quindi a meno del 70%. Per ogni dollaro che la Cina esporta nel resto del mondo in prodotti high-tech realizzati da lavoratori altamente qualificati, gli Stati Uniti vendono solo sessanta centesimi e l’UE, fuori dal suo territorio, ottanta centesimi.
Il “concorrente” attuale è, essenzialmente, la Cina, dal momento che questo paese è quello che manifesta maggiormente la costante storica secondo cui quando una potenza raggiunge una posizione di dominio economico globale, il livello di vita dei suoi lavoratori presenta una crescita sostenuta. Pertanto, i salari dei lavoratori industriali cinesi sono cresciuti per oltre un decennio proporzionalmente di più all’aumento del PIL e molti milioni di persone sono già entrati nella società dei consumi del capitalismo sviluppato.
Oggi il massimo esponente dell’economia amministrata non sono gli Stati Uniti, ma la Cina.
Insieme alla Cina però, anche la Germania, controllando la nuova Europa germanizzata, quella del protezionismo agrario, si presenta come un difensore globale del libero scambio, sbandierando le teorie degli economisti anglosassoni per giustificarlo. La divisione europea del lavoro, con la formazione di periferie interne perfettamente delimitate, consente al capitale industriale tedesco di svolgere un ruolo sempre più autonomo nei confronti degli Stati Uniti.
La soggezione delle economie dell’Europa meridionale e orientale è la condizione necessaria per sviluppare questo ruolo nell’accumulazione globale. La nuova amministrazione nordamericana, che in questo non differisce dalle precedenti, è molto consapevole della sfida di cercare di mantenere una posizione di dominio, che ormai non si riflette più nelle proprie strutture produttive.
La novità che Trump presenta è che, per la prima volta, si ricorre a misure che implicano un riconoscimento esplicito del cambiamento d’epoca; applicare il protezionismo industriale come un nuovo strumento di politica di sviluppo e sostenerlo, non è implementato per portare avanti una concorrenza sleale (dumping o prezzi sovvenzionati) ma per la sicurezza nazionale e si collega la politica commerciale alla politica della guerra.
Pertanto, riferirsi alla situazione attuale con il termine di “guerra commerciale”, presente o potenziale, non coglie adeguatamente la sfida posta: il commercio infatti non è l’obiettivo strategico dell’azione intrapresa dall’amministrazione Trump, ma è piuttosto una parte di una strategia più ampia di rafforzamento della predominanza militare, attuata garantendosi il controllo delle materie prime di base per lo sviluppo del suo armamento.
Questa fase del processo potrebbe finire per forzare un accordo commerciale in base al quale la Cina, che ha un sistema commerciale amministrato, possa consumare più prodotti americani, riducendo così l’enorme squilibrio commerciale tra i due paesi, che dal 2012 supera i 250 miliardi di dollari annuali. La mossa successiva in questa fase, quindi, è cercare di limitare il campo di manovra commerciale cinese negli altri mercati di approvvigionamento. Un'azione iniziata qualche anno fa in Africa e che l’amministrazione statunitense sta estendendo all’America Latina.
In ogni caso, la reazione non si è fatta attendere e non è consistita tanto nell’istituzione di tariffe su varie materie prime e sulle carni importate dagli Stati Uniti, misure puramente difensive, quanto sull’azione in un altro fronte, finanziario-monetario, con la decisione di accelerare il processo di globalizzazione della moneta cinese, decidendo di pagare il petrolio in yuan e non più in dollari. Se lo scambio libero è entrato in “modalità pausa”, il sistema finanziario e monetario sta per subire un cambio di sistema operativo.
L’euro, in questo contesto, agisce solo come neomoneta tedesca, senza che il ruolo istituzionale che l’UE (cioè la Germania) vuole assumere, necessariamente in conflitto con le istituzioni legate agli Stati Uniti – il FMI e il dollaro – sia ancora delineato.
Ciò che i popoli dell’Europa meridionale e orientale devono considerare è se vogliono continuare a svolgere un ruolo subordinato agli interessi del grande capitale tedesco e globale, o se sono disposti ad assumersi i rischi della libertà.
Fonte
Alla fine del XX Secolo l’Unione Europea contribuiva a circa il 25% delle esportazioni mondiali di prodotti industriali, se si fa riferimento al commercio è tra gli stessi paesi dell’UE e tale percentuale è salita fino al 45%.
Parallelamente all’avvio dell’euro, l’emergere della Cina nel commercio di prodotti manifatturieri ha ridotto il peso delle esportazioni comunitarie, che hanno perso circa 5 punti percentuali. Successivamente, la crisi finanziaria del 2008 ha accelerato la crisi industriale in Europa, cosicché la presenza di prodotti industriali europei nel commercio mondiale è scesa al 18% nel 2016. Ma questa caduta congiunta nasconde profonde differenze nella composizione del settore industriale tra i paesi europei.
Quando la Spagna ha aderito all’UE nel 1986, tutti i paesi partner avevano un settore industriale manifatturiero con un peso simile o superiore al 20%, ad eccezione della Danimarca, della Francia, della Grecia e del Portogallo. Oggi gli unici che mantengono un peso superiore a un quinto del valore della produzione annuale sono la Germania e l’Irlanda, seguiti dai paesi che compongono l’officina di subappalto e quartier generale delle succursali di produzione a basso costo dell’industria tedesca: Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Slovenia.
I paesi dell’UE15 (ovvero i paesi membri prima dell’espansione nell’est Europa) sono passati da possedere un peso del settore manifatturiero del 21% del PIL nel 1986 al 14% nel 2016. In Italia, l’evoluzione è stata coerente con il suo ruolo nella nuova periferia deindustrializzata dell’Europa meridionale: nel 1986 il 22% del PIL è stato generato dall’industria ed è rimasto al 20% fino al 1996. Nel 2006 è sceso al 16% e dieci anni dopo rappresenta appena il 14% del PIL.
La conseguenza è chiara: l’Italia è passata dal possedere il 16% delle esportazioni di prodotti manifatturieri nei paesi dell’Eurozona a circa il 12%, oggi. Ma la quota delle esportazioni industriali è diminuita negli stessi anni dal 10% al 5%. Al contrario, nonostante la comparsa di nuovi concorrenti asiatici nel mercato europeo, la quota della Germania è rimasta stabile al 15% -16%.
È sufficiente analizzare le proposte della Commissione Europea per una politica industriale o il piano per completare l’Unione dell’Energia, l’Unione per la Sicurezza, l’Unione dei Mercati dei Capitali, l’Unione Bancaria e un Mercato Unico Digitale, per capire che se un paese o una regione della comunità vuole proteggere e sviluppare la sua attività industriale, a meno che non abbia un’industria militare di una certa dimensione, non può aspettarsi nulla dalle iniziative della comunità. E, al contrario, la rete di ostacoli che la legislazione comunitaria stabilisce contro un obiettivo del genere impedisce effettivamente qualsiasi seria iniziativa di sviluppo produttivo dell’industria nazionale nella periferia europea, condannata a essere sempre più il laboratorio di riparazione e fornitura di pezzi (l’est) e la riserva agricola e di servizi turistici (il sud).
La politica di aggiustamento permanente stabilita nell’UE come politica unica, rappresenta un problema politico enorme per qualsiasi forza che non sia necessariamente rivoluzionaria, ma semplicemente riformista, che, senza mettere in discussione il quadro dell’accumulazione capitalista, vuole migliorare le condizioni d'inserimento del proprio paese nella divisione del lavoro internazionale ed europea. Questo perché è una politica che, lungi dal tentare di risolvere il problema dell’indebitamento pubblico e privato, mira solo a renderla “sostenibile”, cioè a impedire che raggiunga un livello tale da mettere a repentaglio la valorizzazione del capitale.
Di questo non si parla nelle proposte che sono sul tavolo dei capi di governo europei, come non si parla dell’effetto più pernicioso della moneta unica, che non ha nulla a che fare con lo squilibrio fiscale o finanziario, ma con il fatto che consente a un’economia fortemente esportatrice (Germania) di vendere a buon mercato (rispetto al tasso di cambio che avrebbe una valuta nazionale tedesca) e costringe a vendere prodotti costosi a paesi con strutture produttive fortemente importatrici (inoltre in una valuta rivalutata).
Quindi l’unica opportunità rimasta a paesi come la Spagna, il Portogallo o l’Italia – e talvolta anche la Francia – per riequilibrare il proprio conto estero è... salari più bassi. “Condannati per sempre”, perché la riduzione salariale è il miglior modo per far sì che investimenti inefficienti in termini internazionali ottengano guadagni nello spazio nazionale, cioè per accumulo e concentrazione di capitale in settori a bassa produttività.
L’importanza del commercio estero e dei tassi di cambio non può essere sottovalutata in un contesto di guerra commerciale globale come quello che sta iniziando a essere progettato. Se la guerra è un modo di fare politica con altri mezzi, l’annuncio di una guerra commerciale è anche un altro mezzo per fare politica. Resta da sapere quali siano gli obiettivi politici perseguiti dal promotore dello scontro: il governo degli Stati Uniti.
Se oltre un terzo delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti sono prodotti elettrici, computer, telefoni e apparecchiature elettroniche, un terzo delle esportazioni statunitensi verso la Cina sono cibo e materie prime.
Il commercio tra i due paesi è sempre più simile all’idea canonica di commercio tra un paese sviluppato che vende prodotti industriali e uno sottosviluppato che fornisce in cambio materie prime. Questa idea di specializzazione commerciale tuttavia è un errore – i principali esportatori di cibo del mondo sono per lo più paesi sviluppati – ed è in realtà sintomo di un esaurimento del cambiamento tecnologico negli Stati Uniti, che si traduce in una crescente specializzazione nella vendita di prodotti a bassa tecnologia.
La Cina è passata, negli ultimi venti anni, da esportare otto a esportare nove su dieci euro sotto forma di prodotti industriali, l’UE mantiene la stessa percentuale (otto su dieci euro), invece gli Stati Uniti hanno ridotto il peso dei prodotti manifatturieri nelle loro esportazioni di cinque punti, quindi a meno del 70%. Per ogni dollaro che la Cina esporta nel resto del mondo in prodotti high-tech realizzati da lavoratori altamente qualificati, gli Stati Uniti vendono solo sessanta centesimi e l’UE, fuori dal suo territorio, ottanta centesimi.
Il “concorrente” attuale è, essenzialmente, la Cina, dal momento che questo paese è quello che manifesta maggiormente la costante storica secondo cui quando una potenza raggiunge una posizione di dominio economico globale, il livello di vita dei suoi lavoratori presenta una crescita sostenuta. Pertanto, i salari dei lavoratori industriali cinesi sono cresciuti per oltre un decennio proporzionalmente di più all’aumento del PIL e molti milioni di persone sono già entrati nella società dei consumi del capitalismo sviluppato.
Oggi il massimo esponente dell’economia amministrata non sono gli Stati Uniti, ma la Cina.
Insieme alla Cina però, anche la Germania, controllando la nuova Europa germanizzata, quella del protezionismo agrario, si presenta come un difensore globale del libero scambio, sbandierando le teorie degli economisti anglosassoni per giustificarlo. La divisione europea del lavoro, con la formazione di periferie interne perfettamente delimitate, consente al capitale industriale tedesco di svolgere un ruolo sempre più autonomo nei confronti degli Stati Uniti.
La soggezione delle economie dell’Europa meridionale e orientale è la condizione necessaria per sviluppare questo ruolo nell’accumulazione globale. La nuova amministrazione nordamericana, che in questo non differisce dalle precedenti, è molto consapevole della sfida di cercare di mantenere una posizione di dominio, che ormai non si riflette più nelle proprie strutture produttive.
La novità che Trump presenta è che, per la prima volta, si ricorre a misure che implicano un riconoscimento esplicito del cambiamento d’epoca; applicare il protezionismo industriale come un nuovo strumento di politica di sviluppo e sostenerlo, non è implementato per portare avanti una concorrenza sleale (dumping o prezzi sovvenzionati) ma per la sicurezza nazionale e si collega la politica commerciale alla politica della guerra.
Pertanto, riferirsi alla situazione attuale con il termine di “guerra commerciale”, presente o potenziale, non coglie adeguatamente la sfida posta: il commercio infatti non è l’obiettivo strategico dell’azione intrapresa dall’amministrazione Trump, ma è piuttosto una parte di una strategia più ampia di rafforzamento della predominanza militare, attuata garantendosi il controllo delle materie prime di base per lo sviluppo del suo armamento.
Questa fase del processo potrebbe finire per forzare un accordo commerciale in base al quale la Cina, che ha un sistema commerciale amministrato, possa consumare più prodotti americani, riducendo così l’enorme squilibrio commerciale tra i due paesi, che dal 2012 supera i 250 miliardi di dollari annuali. La mossa successiva in questa fase, quindi, è cercare di limitare il campo di manovra commerciale cinese negli altri mercati di approvvigionamento. Un'azione iniziata qualche anno fa in Africa e che l’amministrazione statunitense sta estendendo all’America Latina.
In ogni caso, la reazione non si è fatta attendere e non è consistita tanto nell’istituzione di tariffe su varie materie prime e sulle carni importate dagli Stati Uniti, misure puramente difensive, quanto sull’azione in un altro fronte, finanziario-monetario, con la decisione di accelerare il processo di globalizzazione della moneta cinese, decidendo di pagare il petrolio in yuan e non più in dollari. Se lo scambio libero è entrato in “modalità pausa”, il sistema finanziario e monetario sta per subire un cambio di sistema operativo.
L’euro, in questo contesto, agisce solo come neomoneta tedesca, senza che il ruolo istituzionale che l’UE (cioè la Germania) vuole assumere, necessariamente in conflitto con le istituzioni legate agli Stati Uniti – il FMI e il dollaro – sia ancora delineato.
Ciò che i popoli dell’Europa meridionale e orientale devono considerare è se vogliono continuare a svolgere un ruolo subordinato agli interessi del grande capitale tedesco e globale, o se sono disposti ad assumersi i rischi della libertà.
Fonte
“I paesi della periferia europea hanno bisogno di una moneta diversa dall’euro”
Per tanti anni i pagamenti internazionali si sono effettuati prevalentemente mediante il trasferimento di dollari tra le banche private. Nonostante il dollaro non fosse già più ufficialmente oro, e contro l’opinione di molti esperti, continuò ad essere la moneta internazionale di riferimento nonostante avesse perso molto del suo valore, nei suoi peggiori momenti di crisi. Ci sono autori che danno conto di questo deprezzamento verificatosi durante gli anni '70, nel contesto della cosiddetta prima crisi del petrolio, poi dell’energia e industriale, e infine economica, con la volontà dei governi Nixon-Ford e Carter di migliorare il saldo commerciale estero statunitense, ripetutamente in rosso dal 1970.
Evoluzione negli ultimi 30 anni delle riserve monetarie globali.
Possiamo vedere come il dollaro abbia lentamente perso il proprio dominio a favore principalmente dell’euro, che dopo un periodo iniziale di espansione ha registrato come tutte le valute una contrazione, dovuta all’inserimento e alla rapida affermazione come moneta di riserva del Renminbi cinese. Con la finanziarizzazione dell’economia, e quindi con la messa a rendita dei profitti e con la compressione del monte salari complessivo, il modello, della cosiddetta golden age, viene a cadere e anzi si inverte il ruolo degli operatori economici. La riduzione del monte salari complessivo nella redistribuzione del PIL ne diminuisce ovviamente la capacità di acquisto e la propensione al risparmio, tramutando l’operatore famiglia, quindi i lavoratori, da risparmiatori creditori a consumatori poveri indebitati, con l’aumento delle mille forme di ricorso al debito per sostenere i consumi anche di prima necessità. Allo stesso tempo, la sempre più evidente redistribuzione del valore aggiunto ai redditi da capitale, e la trasformazione dei profitti in rendite, disincentiva di fatto la propensione all’investimento produttivo.
Da quest’altro grafico si evince inoltre che negli ultimi 40 anni gli Stati Uniti, il Giappone e l’Europa 4 abbiano subito una drastica riduzione del peso dell’industria in percentuale al PIL. Al contrario i Bric, nonostante un punto di flesso tra il 1995 e il 2005, che è comunque superiore alle percentuali degli altri paesi, registrano un notevole aumento.
Possiamo notare come, in Giappone e nell’Europa 4, ovvero i 4 motori industriali dell’Europa (un gruppo di cooperazione interregionale formato da Lombardia, Catalogna, Baden-Wurttemberg e il Rodano Alpi, Fonte: commissione europea), il valore aggiunto dell’industria mantenga un andamento costante con un punto di flesso nel 2008, mentre negli Stati Uniti sia notevolmente più elevato, ma con un punto di flesso maggiore. I Bric invece fanno registrare una crescita esponenziale dal 1988 che risente solo lievemente della crisi (rallenta la crescita infatti, ma non si interrompe come negli altri paesi).
A partire dall’estate 2007, con il connesso crollo del mercato del credito mondiale, abbiamo assistito a un rigenerato interventismo statale in tutti i paesi a capitalismo maturo, indirizzato però non al rilancio della produzione e dell’occupazione a pieno salario e pieni diritti nell’economia reale, ma al salvataggio del sistema bancario e finanziario. Tali operazioni, che puntano a ridare ossigeno al sistema bancario, innalzano pesantemente il deficit fiscale dei paesi centrali, sia per l’entità delle somme impiegate, sia per la diminuzione degli introiti fiscali, dovuta alla decelerazione degli investimenti produttivi causati dalla riduzione del credito alla produzione, che di fatto blocca i processi di crescita dell’accumulazione capitalista.
Evoluzione della composizione totale delle riserve monetarie
Nel 2010 le riserve mondiali erano composte per il 41,9% da dollari, il 37,4% da euro, il 9,4% da yen e il 11,3% da sterline. Come possiamo notare nel 2015 tutte queste valute subiscono una contrazione dovuta all’inserimento come valuta di riserva mondiale dello Yuan Cinese (Renminbi).
Se infine si applica la stessa moneta a paesi in cui l’accumulazione del capitale si fonda sull’esportazione e a paesi strutturalmente importatori, la politica monetaria non è in grado di conciliare le priorità di alcuni (che necessitano di una moneta stabile così da avere accumulazione a lungo termine basata sull’esportazione) e di altri (che hanno bisogno di svalutazioni periodiche per facilitare l’aggiustamento interno). Quindi, la politica applicata difenderà gli interessi dei più forti, in questo caso dei paesi esportatori dell’Europa centrale (Germania e i suoi satelliti occidentali: Finlandia, Olanda, Austria e Belgio), rispetto a quelli dei paesi deboli della periferia mediterranea (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, PIGS).
In questo grafico possiamo notare come attualmente la maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale abbia un indice di produzione industriale al di sotto della media europea. Solo la Germania si trova nettamente al di sopra, mentre la Francia, pur avendo un valore minore, si avvicina alla media. Spagna, Italia e Grecia si trovano rispettivamente agli ultimi 3 posti.
La soggezione delle economie dell’Europa meridionale e orientale è la condizione necessaria per sviluppare questo ruolo nell’accumulazione globale. La nuova amministrazione nordamericana, che in questo non differisce dalle precedenti, è molto consapevole della sfida di cercare di mantenere una posizione di dominio, che ormai non si riflette più nelle proprie strutture produttive. Il neoliberismo è in un certo senso una procedura per cercare di prolungare nel tempo quella posizione di vantaggio ereditata dalla seconda fase della rivoluzione industriale, innanzitutto attraverso il controllo globale della finanza e della valuta mondiale, per ottenere la cattura di rendite finanziarie che compensano diminuzione dei profitti degli Stati Uniti sotto forma di eccedenze produttive.
La Germania ha trasformato la crisi bancaria in una crisi del debito pubblico, costringendo a utilizzare le tasse pubbliche per ripulire e riossigenare il sistema finanziario privato. Si è così assicurata che le entrate pubbliche delle tasse, in primis quelle gravanti sul fattore lavoro, pagassero i debiti commerciali con le banche tedesche, a costo di ridurre i servizi pubblici, le pensioni, l’occupazione e gli investimenti nei paesi del Sud Europa. Si tratta in effetti di una gigantesca operazione a favore di banche, sistema finanziario e imprese, per lo più medie e grandi, per trasformare il debito privato in debito pubblico; si porta così la crisi del capitale in una direzione più pesante che è quella relativa alla crisi economica e politica degli Stati sovrani sotto forma di crisi del debito pubblico.
Uno scenario che permette al mercato di richiedere ai governi la “socializzazione” delle perdite del sistema bancario, usando poi lo Stato per appropriarsi del denaro ottenuto dalle imposte e dalle tasse pagate dai lavoratori.
Si può quindi dire che l’unificazione della politica monetaria per la messa in marcia dell’Euro sia servita a rafforzare il modello esportatore dei paesi centrali dell’Eurozona e a debilitare la posizione commerciale e subordinare la dinamica d’accumulazione nei paesi periferici del Mediterraneo alla divisione del lavoro imposta dal centro. Ne segue che i PIGS diventano sempre più delle riserve agricole e di servizi turistici e residenziali sottomesse a processi di deindustrializzazione più o meno accelerati.
Si invertono, così, i comportamenti e il ruolo del ciclo espansivo keynesiano.
Paesi come quelli dell’ALBA, perfino la Cina, subiscono gli effetti del disordine contribuendo inavvertitamente e involontariamente ad alimentare il Capitale Fittizio Internazionale (XenoCapitale secondo Autori come Schmitt), fonte inesauribile di speculazione destabilizzante nei mercati internazionali.
Nel 2008, con entrata in vigore nel 2010, in America Latina è stato creato il SUCRE (Sistema Único de Compensación Regional), che introduce una moneta di conto che consente di realizzare gli scambi all’interno dell’area di riferimento senza utilizzare il dollaro.
Si tratta di una moneta virtuale, che non è previsto circoli in forma fisica. Si tratta di un meccanismo compensatorio per l’integrazione economica regionale, un sistema di pagamento che si basa sui valori politico sociali, e non finanziari della complementarietà, reciprocità, cooperazione e solidarietà, con l’obiettivo di sfruttare le risorse dei diversi paesi per attenuare gli squilibri esistenti.
Dall’introduzione nel 2009 del sistema Bitcoin, l’uso delle criptomonete si è esteso enormemente su scala globale anche grazie alla sicurezza delle transazioni e alla facilità di utilizzo.
Il PETRO venezuelano si inserisce infatti in una tendenza globale che nel 2017 ha visto Russia e Cina grandi protagoniste nella costruzione di una architettura di pagamenti, investimenti e scambi commerciali a livello regionale, verso un sistema multimonetario basato sulla triade petrolio/yuan/oro. Anche l’Iran sta progettando l’adozione di una moneta digitale realizzata con la tecnologia Blockchain. In generale, la diffusione su scala globale di monete sganciate dal dollaro come mezzi di scambio, accelera la decadenza del dollaro come divisa egemonica per il commercio estero e come mezzo per applicare sanzioni e blocchi finanziari ai danni dei paesi avversari.
Ciò che qui ci interessa è proprio la sperimentazione di progetti di politica monetaria a chiaro connotato antimperialista e di protezionismo solidale di classe, che si realizzano all’interno dei processi di transizione reali perché possibili, come quello dell’ALBA. Una transizione nell’Area Euromediterranea acquisirebbe necessariamente caratteristiche molto differenti perché differenti sono le condizioni; ma uguale sarebbe la necessità di adottare anche strumenti di politica monetaria, monete di compensazione per gli scambi commerciali, per evitare di essere “strozzati” dal grande capitale finanziario.
L’esperienza incoraggiante dell’uso del SUCRE indica quanto accertato dall’iniziativa e segna la strada sulla quale il piano per la creazione dell’Ufficio Centrale Bolivariano dei Pagamenti Internazionali (in lingua originale OCBPI ) permette di avanzare.
Un protezionismo solidale per una politica industriale di recupero delle capacità al servizio del popolo
Il problema rappresentato dall’Euro e dall’architettura finanziaria dell’Eurozona, impostata sul mantenimento dell’aggiustamento perenne, viene aggravato dall’assenza di una politica di impulso espansivo dell’economia, impensabile con i trattati comunitari vigenti, che interpretano quasi tutta la politica espansiva come interventismo nefasto del mercato nel paradiso idilliaco dell’assegnazione privata delle risorse.
A livello internazionale sempre più si affermano politiche protezionistiche e ideologie nazionaliste insieme al generalizzato e auspicato aumento della spesa militare.
La “guerra dei dazi”, divenuta esplicita a inizio 2018 e che fa esplodere il vertice G7 in Canada di giugno 2018, manifesta chiaramente questo aumento della tensione internazionale e della tendenza al protezionismo.
I paesi della periferia Europea hanno bisogno di un sistema monetario e finanziario alternativo all’Euro e alla globalizzazione. Però non si può concepire un sistema del genere in un mercato unico neoliberista come è stato fatto nei Trattati Europei. Le regole di funzionamento di tale mercato impediscono una soluzione che dia stabilità al processo di accumulazione, per lo meno nel senso in cui si concepisce la “stabilità” nel capitalismo, ossia un periodo relativamente lungo di crescita in cui si incatenano cicli successivi di espansione e contrazione economica.
Quindi è la stessa pratica contro la finanza dell’impero che dimostra che proporre una nuova moneta per paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa possibile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea, che di stabilire un blocco politico-industriale propenso ad un modello di accumulazione favorevole per i lavoratori. La nuova moneta comune può essere negoziata sia all’interno che all’esterno della UE; forse, così, ci sarà una gestione ordinata della transizione produttiva, la rottura della UE, l’uscita monetaria con una equilibrata gestione dei flussi finanziari.
Cambiare la moneta nei Paesi con un forte squilibrio fiscale porta implicitamente ad una svalutazione quasi immediata. Per questo, il cambio della moneta richiede che allo stesso tempo, su questo non ci siano dilazioni, si rinomini il debito esterno ed interno con la nuova moneta SUCRE MEDITERRANEO, al tasso di cambio che i governi considerano più appropriato. Ovviamente questo rappresenta un’altra fonte di tensione politica con i creditori in particolare con quelli interni alla stessa UE, dato che gli agenti finanziari Europei sono i proprietari della maggior parte del debito della periferia mediterranea.
La nuova moneta comune o SUCRE MEDITERRANEO, si potrebbe negoziare sia dentro che fuori dell’Unione Europea, cosa che di per sé permetterebbe una gestione più ordinata della transizione produttiva.
L’uscita dall’Euro dovrebbe svilupparsi in modo concertato perché tra i paesi della periferia mediterranea, a nostro parere esistono quattro momenti intimamente vincolati, senza i quali il processo potrebbe risultare un fallimento. Sono i seguenti:
• stabilire un “simbolo monetario”, anche inizialmente virtuale – cripto moneta- moneta di conto e compensativa, comune all’Area Euromediterranea;
• ridenominazione del debito nella nuova moneta dell’area periferica al tipo di cambio ufficiale che verrà stabilito;
• rifiuto di una parte del debito ed esigenza di una rinegoziazione dello stesso o in casi di forte dipendenza dal sistema bancario un azzeramento totale;
• nazionalizzazione delle banche e regolamentazione stretta (compresa la proibizione temporale) della fuoriuscita dei capitali.
L’idea di abbandonare la UE e uscire dall’Euro deve prevedere una fase di passaggio con l’utilizzo di una “moneta della transizione nazionale” (una sorta di ITALSUCRE Mediterraneo, richiamandosi in qualche modo anche simbolicamente nel nome alla moneta virtuale di compensazione SUCRE dell’Alleanza ALBA di Nuestra America); per poter essere considerata un’alternativa per i paesi della periferia mediterranea, bisogna evitare la debolezza di tale moneta di fronte al capitale finanziario globale, permettendo così processi di regolazione efficaci del ciclo e del cambio strutturale di questi paesi.
Il cambio della moneta non porta in sé nessun tipo di avanzamento nella correlazione delle forze a favore dei lavoratori; anzi, è il contrario. Per tale ragione, il cambio di moneta necessita allo stesso tempo – così non ci saranno ritardi – della ridenominazione del debito estero e interno nella nuova moneta, con il tasso di cambio che i governi considerano più appropriato e del ripudio di una parte sostanziale del debito, infliggendo così un costo elevato alla classe dei rentisti.
Con un’impostazione e con principi di classe, va rilanciato e rafforzato il progetto che avevamo iniziato già dieci anni fa: quello dell’ALBA Euromediterranea. Possiamo semplificarlo riferendoci a un’area di interessi di classe e di processo rivoluzionario Euromediterraneo, che guarda con grande simpatia politica e di alternativa economico-sociale in chiave antimperialista all’ALBA dell’America Latina. Un processo politico di integrazione regionale in cui, pur con tutti i limiti, si è creata la Banca dell’ALBA, la Banca del Sur, si sono messe in campo le Misiones, mezzi di comunicazioni alternativi come Telesur, si è creato il SUCRE, una moneta virtuale di compensazione per gli scambi interni, potenzialmente alternativa al dollaro.
È evidente che l’uso di monete sganciate dai circuiti finanziari egemonizzati dai poli imperialisti rappresenti un importante segnale di rottura – e infatti non manca una certa isteria da parte delle grandi potenze, che pongono in essere una forma sottile ma non meno pervasiva di terrorismo tramite continui attacchi mediatici – nonché un passaggio importante per rompere l’isolamento che le sanzioni favoriscono e trovare canali alternativi, aggirare i blocchi e lavorare alla costruzione di una nuova architettura finanziaria.
Si tratta realmente di un passo importante in direzione della costruzione di un nuovo paradigma per il commercio internazionale al di fuori dei circuiti finanziari egemonizzati dalle grandi potenze imperialiste; la sfida è grande tanto quanto la risposta che è possibile attendersi dai “giganti” minacciati nella loro supremazia.
Riteniamo che l’Area Euromediterranea sia una opportunità per pensare un nuovo spazio geopolitico di influenza mondiale, con un progetto di rottura con il capitale globale, sia per ragioni politiche che economiche.
Costruire una area monetaria tra paesi con configurazioni produttive strutturali più omogenee è una alternativa possibile per raggiungere l’autonomia politica richiesta da un progetto di costruzione di democrazia partecipativa a carattere socialista, anche in una fase di transizione possibile.
(relazione al convegno di presentazione di “Pigs. La vendetta dei maiali”)
Fonte
Evoluzione negli ultimi 30 anni delle riserve monetarie globali.
Possiamo vedere come il dollaro abbia lentamente perso il proprio dominio a favore principalmente dell’euro, che dopo un periodo iniziale di espansione ha registrato come tutte le valute una contrazione, dovuta all’inserimento e alla rapida affermazione come moneta di riserva del Renminbi cinese. Con la finanziarizzazione dell’economia, e quindi con la messa a rendita dei profitti e con la compressione del monte salari complessivo, il modello, della cosiddetta golden age, viene a cadere e anzi si inverte il ruolo degli operatori economici. La riduzione del monte salari complessivo nella redistribuzione del PIL ne diminuisce ovviamente la capacità di acquisto e la propensione al risparmio, tramutando l’operatore famiglia, quindi i lavoratori, da risparmiatori creditori a consumatori poveri indebitati, con l’aumento delle mille forme di ricorso al debito per sostenere i consumi anche di prima necessità. Allo stesso tempo, la sempre più evidente redistribuzione del valore aggiunto ai redditi da capitale, e la trasformazione dei profitti in rendite, disincentiva di fatto la propensione all’investimento produttivo.
Da quest’altro grafico si evince inoltre che negli ultimi 40 anni gli Stati Uniti, il Giappone e l’Europa 4 abbiano subito una drastica riduzione del peso dell’industria in percentuale al PIL. Al contrario i Bric, nonostante un punto di flesso tra il 1995 e il 2005, che è comunque superiore alle percentuali degli altri paesi, registrano un notevole aumento.
Possiamo notare come, in Giappone e nell’Europa 4, ovvero i 4 motori industriali dell’Europa (un gruppo di cooperazione interregionale formato da Lombardia, Catalogna, Baden-Wurttemberg e il Rodano Alpi, Fonte: commissione europea), il valore aggiunto dell’industria mantenga un andamento costante con un punto di flesso nel 2008, mentre negli Stati Uniti sia notevolmente più elevato, ma con un punto di flesso maggiore. I Bric invece fanno registrare una crescita esponenziale dal 1988 che risente solo lievemente della crisi (rallenta la crescita infatti, ma non si interrompe come negli altri paesi).
A partire dall’estate 2007, con il connesso crollo del mercato del credito mondiale, abbiamo assistito a un rigenerato interventismo statale in tutti i paesi a capitalismo maturo, indirizzato però non al rilancio della produzione e dell’occupazione a pieno salario e pieni diritti nell’economia reale, ma al salvataggio del sistema bancario e finanziario. Tali operazioni, che puntano a ridare ossigeno al sistema bancario, innalzano pesantemente il deficit fiscale dei paesi centrali, sia per l’entità delle somme impiegate, sia per la diminuzione degli introiti fiscali, dovuta alla decelerazione degli investimenti produttivi causati dalla riduzione del credito alla produzione, che di fatto blocca i processi di crescita dell’accumulazione capitalista.
Evoluzione della composizione totale delle riserve monetarie
Nel 2010 le riserve mondiali erano composte per il 41,9% da dollari, il 37,4% da euro, il 9,4% da yen e il 11,3% da sterline. Come possiamo notare nel 2015 tutte queste valute subiscono una contrazione dovuta all’inserimento come valuta di riserva mondiale dello Yuan Cinese (Renminbi).
Se infine si applica la stessa moneta a paesi in cui l’accumulazione del capitale si fonda sull’esportazione e a paesi strutturalmente importatori, la politica monetaria non è in grado di conciliare le priorità di alcuni (che necessitano di una moneta stabile così da avere accumulazione a lungo termine basata sull’esportazione) e di altri (che hanno bisogno di svalutazioni periodiche per facilitare l’aggiustamento interno). Quindi, la politica applicata difenderà gli interessi dei più forti, in questo caso dei paesi esportatori dell’Europa centrale (Germania e i suoi satelliti occidentali: Finlandia, Olanda, Austria e Belgio), rispetto a quelli dei paesi deboli della periferia mediterranea (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, PIGS).
In questo grafico possiamo notare come attualmente la maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale abbia un indice di produzione industriale al di sotto della media europea. Solo la Germania si trova nettamente al di sopra, mentre la Francia, pur avendo un valore minore, si avvicina alla media. Spagna, Italia e Grecia si trovano rispettivamente agli ultimi 3 posti.
La soggezione delle economie dell’Europa meridionale e orientale è la condizione necessaria per sviluppare questo ruolo nell’accumulazione globale. La nuova amministrazione nordamericana, che in questo non differisce dalle precedenti, è molto consapevole della sfida di cercare di mantenere una posizione di dominio, che ormai non si riflette più nelle proprie strutture produttive. Il neoliberismo è in un certo senso una procedura per cercare di prolungare nel tempo quella posizione di vantaggio ereditata dalla seconda fase della rivoluzione industriale, innanzitutto attraverso il controllo globale della finanza e della valuta mondiale, per ottenere la cattura di rendite finanziarie che compensano diminuzione dei profitti degli Stati Uniti sotto forma di eccedenze produttive.
La Germania ha trasformato la crisi bancaria in una crisi del debito pubblico, costringendo a utilizzare le tasse pubbliche per ripulire e riossigenare il sistema finanziario privato. Si è così assicurata che le entrate pubbliche delle tasse, in primis quelle gravanti sul fattore lavoro, pagassero i debiti commerciali con le banche tedesche, a costo di ridurre i servizi pubblici, le pensioni, l’occupazione e gli investimenti nei paesi del Sud Europa. Si tratta in effetti di una gigantesca operazione a favore di banche, sistema finanziario e imprese, per lo più medie e grandi, per trasformare il debito privato in debito pubblico; si porta così la crisi del capitale in una direzione più pesante che è quella relativa alla crisi economica e politica degli Stati sovrani sotto forma di crisi del debito pubblico.
Uno scenario che permette al mercato di richiedere ai governi la “socializzazione” delle perdite del sistema bancario, usando poi lo Stato per appropriarsi del denaro ottenuto dalle imposte e dalle tasse pagate dai lavoratori.
Si può quindi dire che l’unificazione della politica monetaria per la messa in marcia dell’Euro sia servita a rafforzare il modello esportatore dei paesi centrali dell’Eurozona e a debilitare la posizione commerciale e subordinare la dinamica d’accumulazione nei paesi periferici del Mediterraneo alla divisione del lavoro imposta dal centro. Ne segue che i PIGS diventano sempre più delle riserve agricole e di servizi turistici e residenziali sottomesse a processi di deindustrializzazione più o meno accelerati.
Si invertono, così, i comportamenti e il ruolo del ciclo espansivo keynesiano.
Paesi come quelli dell’ALBA, perfino la Cina, subiscono gli effetti del disordine contribuendo inavvertitamente e involontariamente ad alimentare il Capitale Fittizio Internazionale (XenoCapitale secondo Autori come Schmitt), fonte inesauribile di speculazione destabilizzante nei mercati internazionali.
Nel 2008, con entrata in vigore nel 2010, in America Latina è stato creato il SUCRE (Sistema Único de Compensación Regional), che introduce una moneta di conto che consente di realizzare gli scambi all’interno dell’area di riferimento senza utilizzare il dollaro.
Si tratta di una moneta virtuale, che non è previsto circoli in forma fisica. Si tratta di un meccanismo compensatorio per l’integrazione economica regionale, un sistema di pagamento che si basa sui valori politico sociali, e non finanziari della complementarietà, reciprocità, cooperazione e solidarietà, con l’obiettivo di sfruttare le risorse dei diversi paesi per attenuare gli squilibri esistenti.
Dall’introduzione nel 2009 del sistema Bitcoin, l’uso delle criptomonete si è esteso enormemente su scala globale anche grazie alla sicurezza delle transazioni e alla facilità di utilizzo.
Il PETRO venezuelano si inserisce infatti in una tendenza globale che nel 2017 ha visto Russia e Cina grandi protagoniste nella costruzione di una architettura di pagamenti, investimenti e scambi commerciali a livello regionale, verso un sistema multimonetario basato sulla triade petrolio/yuan/oro. Anche l’Iran sta progettando l’adozione di una moneta digitale realizzata con la tecnologia Blockchain. In generale, la diffusione su scala globale di monete sganciate dal dollaro come mezzi di scambio, accelera la decadenza del dollaro come divisa egemonica per il commercio estero e come mezzo per applicare sanzioni e blocchi finanziari ai danni dei paesi avversari.
Ciò che qui ci interessa è proprio la sperimentazione di progetti di politica monetaria a chiaro connotato antimperialista e di protezionismo solidale di classe, che si realizzano all’interno dei processi di transizione reali perché possibili, come quello dell’ALBA. Una transizione nell’Area Euromediterranea acquisirebbe necessariamente caratteristiche molto differenti perché differenti sono le condizioni; ma uguale sarebbe la necessità di adottare anche strumenti di politica monetaria, monete di compensazione per gli scambi commerciali, per evitare di essere “strozzati” dal grande capitale finanziario.
L’esperienza incoraggiante dell’uso del SUCRE indica quanto accertato dall’iniziativa e segna la strada sulla quale il piano per la creazione dell’Ufficio Centrale Bolivariano dei Pagamenti Internazionali (in lingua originale OCBPI ) permette di avanzare.
Un protezionismo solidale per una politica industriale di recupero delle capacità al servizio del popolo
Il problema rappresentato dall’Euro e dall’architettura finanziaria dell’Eurozona, impostata sul mantenimento dell’aggiustamento perenne, viene aggravato dall’assenza di una politica di impulso espansivo dell’economia, impensabile con i trattati comunitari vigenti, che interpretano quasi tutta la politica espansiva come interventismo nefasto del mercato nel paradiso idilliaco dell’assegnazione privata delle risorse.
A livello internazionale sempre più si affermano politiche protezionistiche e ideologie nazionaliste insieme al generalizzato e auspicato aumento della spesa militare.
La “guerra dei dazi”, divenuta esplicita a inizio 2018 e che fa esplodere il vertice G7 in Canada di giugno 2018, manifesta chiaramente questo aumento della tensione internazionale e della tendenza al protezionismo.
I paesi della periferia Europea hanno bisogno di un sistema monetario e finanziario alternativo all’Euro e alla globalizzazione. Però non si può concepire un sistema del genere in un mercato unico neoliberista come è stato fatto nei Trattati Europei. Le regole di funzionamento di tale mercato impediscono una soluzione che dia stabilità al processo di accumulazione, per lo meno nel senso in cui si concepisce la “stabilità” nel capitalismo, ossia un periodo relativamente lungo di crescita in cui si incatenano cicli successivi di espansione e contrazione economica.
Quindi è la stessa pratica contro la finanza dell’impero che dimostra che proporre una nuova moneta per paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa possibile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea, che di stabilire un blocco politico-industriale propenso ad un modello di accumulazione favorevole per i lavoratori. La nuova moneta comune può essere negoziata sia all’interno che all’esterno della UE; forse, così, ci sarà una gestione ordinata della transizione produttiva, la rottura della UE, l’uscita monetaria con una equilibrata gestione dei flussi finanziari.
Cambiare la moneta nei Paesi con un forte squilibrio fiscale porta implicitamente ad una svalutazione quasi immediata. Per questo, il cambio della moneta richiede che allo stesso tempo, su questo non ci siano dilazioni, si rinomini il debito esterno ed interno con la nuova moneta SUCRE MEDITERRANEO, al tasso di cambio che i governi considerano più appropriato. Ovviamente questo rappresenta un’altra fonte di tensione politica con i creditori in particolare con quelli interni alla stessa UE, dato che gli agenti finanziari Europei sono i proprietari della maggior parte del debito della periferia mediterranea.
La nuova moneta comune o SUCRE MEDITERRANEO, si potrebbe negoziare sia dentro che fuori dell’Unione Europea, cosa che di per sé permetterebbe una gestione più ordinata della transizione produttiva.
L’uscita dall’Euro dovrebbe svilupparsi in modo concertato perché tra i paesi della periferia mediterranea, a nostro parere esistono quattro momenti intimamente vincolati, senza i quali il processo potrebbe risultare un fallimento. Sono i seguenti:
• stabilire un “simbolo monetario”, anche inizialmente virtuale – cripto moneta- moneta di conto e compensativa, comune all’Area Euromediterranea;
• ridenominazione del debito nella nuova moneta dell’area periferica al tipo di cambio ufficiale che verrà stabilito;
• rifiuto di una parte del debito ed esigenza di una rinegoziazione dello stesso o in casi di forte dipendenza dal sistema bancario un azzeramento totale;
• nazionalizzazione delle banche e regolamentazione stretta (compresa la proibizione temporale) della fuoriuscita dei capitali.
L’idea di abbandonare la UE e uscire dall’Euro deve prevedere una fase di passaggio con l’utilizzo di una “moneta della transizione nazionale” (una sorta di ITALSUCRE Mediterraneo, richiamandosi in qualche modo anche simbolicamente nel nome alla moneta virtuale di compensazione SUCRE dell’Alleanza ALBA di Nuestra America); per poter essere considerata un’alternativa per i paesi della periferia mediterranea, bisogna evitare la debolezza di tale moneta di fronte al capitale finanziario globale, permettendo così processi di regolazione efficaci del ciclo e del cambio strutturale di questi paesi.
Il cambio della moneta non porta in sé nessun tipo di avanzamento nella correlazione delle forze a favore dei lavoratori; anzi, è il contrario. Per tale ragione, il cambio di moneta necessita allo stesso tempo – così non ci saranno ritardi – della ridenominazione del debito estero e interno nella nuova moneta, con il tasso di cambio che i governi considerano più appropriato e del ripudio di una parte sostanziale del debito, infliggendo così un costo elevato alla classe dei rentisti.
Con un’impostazione e con principi di classe, va rilanciato e rafforzato il progetto che avevamo iniziato già dieci anni fa: quello dell’ALBA Euromediterranea. Possiamo semplificarlo riferendoci a un’area di interessi di classe e di processo rivoluzionario Euromediterraneo, che guarda con grande simpatia politica e di alternativa economico-sociale in chiave antimperialista all’ALBA dell’America Latina. Un processo politico di integrazione regionale in cui, pur con tutti i limiti, si è creata la Banca dell’ALBA, la Banca del Sur, si sono messe in campo le Misiones, mezzi di comunicazioni alternativi come Telesur, si è creato il SUCRE, una moneta virtuale di compensazione per gli scambi interni, potenzialmente alternativa al dollaro.
È evidente che l’uso di monete sganciate dai circuiti finanziari egemonizzati dai poli imperialisti rappresenti un importante segnale di rottura – e infatti non manca una certa isteria da parte delle grandi potenze, che pongono in essere una forma sottile ma non meno pervasiva di terrorismo tramite continui attacchi mediatici – nonché un passaggio importante per rompere l’isolamento che le sanzioni favoriscono e trovare canali alternativi, aggirare i blocchi e lavorare alla costruzione di una nuova architettura finanziaria.
Si tratta realmente di un passo importante in direzione della costruzione di un nuovo paradigma per il commercio internazionale al di fuori dei circuiti finanziari egemonizzati dalle grandi potenze imperialiste; la sfida è grande tanto quanto la risposta che è possibile attendersi dai “giganti” minacciati nella loro supremazia.
Riteniamo che l’Area Euromediterranea sia una opportunità per pensare un nuovo spazio geopolitico di influenza mondiale, con un progetto di rottura con il capitale globale, sia per ragioni politiche che economiche.
Costruire una area monetaria tra paesi con configurazioni produttive strutturali più omogenee è una alternativa possibile per raggiungere l’autonomia politica richiesta da un progetto di costruzione di democrazia partecipativa a carattere socialista, anche in una fase di transizione possibile.
(relazione al convegno di presentazione di “Pigs. La vendetta dei maiali”)
Fonte
13/09/2018
Potere al Popolo, che fare? Uno Statuto per definirne l’essenza
Potere al Popolo ha iniziato una discussione interna sul proprio Statuto che si concluderà con il voto di tutti gli aderenti indicativamente il 6/7 ottobre.
È opportuno ricordare che finora Potere al Popolo si è mosso con le regole provvisorie che si era dato come lista elettorale per il voto del 4 marzo. A differenza di altre coalizioni della sinistra radicale e smentendo le previsioni di malaugurio, PaP dopo il voto ha però continuato la sua attività, si è radicato in molti territori, ha registrato persino una crescita nei sondaggi che, per quel che valgono, lo danno al doppio del suo consenso del 4 marzo. Siccome Potere al Popolo ha continuato a organizzarsi e a lottare, era necessario che si desse una struttura stabile e legittimata da regole democratiche chiare.
Attualmente Potere al Popolo è composto da organizzazioni politiche laiche, socialiste, comuniste di cui la più grande è Rifondazione Comunista, da movimenti politico sociali come Eurostop, da militanti dei movimenti sociali, sindacali, ambientalisti, pacifisti. È bene rammentare come sia stato l’ Ex Opg di Napoli a dare via al percorso del movimento, e il successo della proposta è stato determinato dal fatto che in molte realtà, ai componenti delle forze fondatrici, si siano aggiunte tante persone, soprattutto giovani estranei ed esterni alle organizzazioni.
In pochi mesi la “lista Potere al Popolo” è diventato Potere al Popolo, un movimento politico con una propria iniziativa e una propria identità, seppure ovviamente con contraddizioni e incompletezze. Certo come forza elettorale PaP non ha sfondato, altrimenti il percorso della sua organizzazione sarebbe stato più facile, tuttavia la continuità e il successo di Potere al Popolo ci sono e questo implica scelte sia per le organizzazioni sia per le persone.
La questione di fondo è la sovranità democratica di PaP. È chiaro che i singoli militanti, soprattutto coloro che non appartengono ad alcuna organizzazione, reclamano una sovranità assoluta di PaP attraverso i suoi iscritti. Le organizzazioni invece hanno una propria sovranità e devono scegliere se e quanto di essa affidare alla casa comune di Potere al Popolo.
Il PCI ad esempio, che aveva partecipato alla lista elettorale, per queste ragioni ha deciso di abbandonare il percorso di PaP. Tutte le altre organizzazioni hanno deciso invece di parteciparvi, ma naturalmente la questione di fondo di chi decide e quanto decide, ha fatto emergere delle differenze che hanno portato nel coordinamento nazionale provvisorio alla stesura di due diverse ipotesi di statuto.
La prima viene proposta dai militanti dell’ex Opg e di Eurostop, ma non solo; l’altra da chi sta in Rifondazione Comunista e Sinistra Anticapitalista, ma anche qui non solo da parte di questi.
È bene sottolineare come le due differenti ipotesi hanno in comune il riconoscimento della procedura elettronica di iscrizione a Pap, la più grossa novità per una organizzazione che non vuole essere certo virtuale, ma invece stare nei territori, nei conflitti sociali, nelle lotte e nelle manifestazioni.
PaP vivrà, a partire dalle assemblee territoriali fino all’assemblea al coordinamento e ai portavoce nazionali, come una organizzazione militante di persone in carne ed ossa, che usano gli strumenti informatici per accrescere la loro partecipazione ed iniziativa concrete, non per sostituirle. Su questo c’è accordo ampio, inoltre entrambe le proposte accettano il principio della doppia iscrizione, cioè l’aderente di PaP può restare iscritto ad altre organizzazioni, anche ai partiti. Infine è comune la decisione di collocare Potere al Popolo nei progetti e nelle lotte di costruzione del socialismo del ventunesimo secolo, in alternativa al capitalismo.
Quali sono allora le differenze e perché hanno portato alla compilazione di due differenti progetti di statuto? In sintesi le differenze di fondo tra i due testi, che li percorrono in diversi punti, sono tutte riconducibili a tre temi centrali:
1) il ruolo dei partiti e delle esperienze della sinistra radicale italiana. Il primo progetto intende affermare l’assoluta indipendenza di PaP, anche dalle formazioni che hanno contribuito a fondarlo, le quali possono naturalmente influire sulle scelte del movimento, ma solo attraverso i propri iscritti, per i quali è appunto ammessa la doppia adesione. Inoltre il primo statuto propone una rottura con le passate e prevalenti esperienze della sinistra. Il secondo testo invece non accoglie questa rottura e cita esplicitamente le forze politiche organizzate come parte costituente di PaP.
2) Le modalità ed il potere di decisione. Per il primo progetto di statuto le decisioni, una volta tentata la via della scelta comune (come sarebbe sempre necessario), vanno prese con 50%+1 dei votanti aventi diritto. Per il secondo progetto invece la maggioranza dovrebbe essere dei 2/3.
3) Il primo progetto di statuto assegna il potere decisionale fondamentale alle assemblee degli iscritti, sia territoriali che nazionali, che scelgono la linea politica ed eleggono sia il coordinamento nazionale, sia i portavoce, i quali possono essere revocati in qualsiasi momento con apposite procedure indicate nello statuto. Il secondo statuto invece propone un più tradizionale modello piramidale, dove le assemblee territoriali eleggono i delegati che formano l’assemblea nazionale, mentre i portavoce sono eletti dal coordinamento nazionale. In entrambe le proposte il coordinamento nazionale è eletto in grande maggioranza come espressione dei territori ed in parte su una lista nazionale, anche se le procedure non sono le stesse.
Alla luce di queste differenze si comprende meglio quali siano le ragioni ispiranti le diverse proposte. Da un lato si vuole affermare uno stacco anche rispetto alle modalità organizzative tradizionali della sinistra radicale, dall’altro si vuole conservare continuità con esse. È un tema squisitamente politico, che alla fine tocca l’essenza dello stesso progetto di Potere al Popolo: quanto si punti ad esso come vero processo costituente di una forza indipendente pronta ad agire e lottare nell’Italia di oggi, o quanto invece lo si consideri solo un passaggio verso ulteriori aggregazioni politiche, tipo quarti poli della sinistra o simili.
Paradossalmente il primo progetto, che rivendica la totale indipendenza di PaP, è molto più “movimentista”, aperto nell’organizzazione e anche soggetto a decisioni non programmate né programmabili. Mentre il secondo, che nasce dalla dichiarata volontà di non costruire un partito, alla fine ripropone la struttura tradizionale e verticale delle organizzazione politiche, unita a modalità di votazione che favoriscono il diritto di veto di gruppo. Una discussione di questo genere non è ovviamente semplice e va dato atto a tutto il coordinamento nazionale di PaP di aver avuto il coraggio di esplicitare le proprie differenze e di averle rese disponibili per tutte e tutti i militanti.
Abbiamo accettato la sfida sin dall’inizio del percorso di Potere al Popolo, persuasi che, come dichiarato nella prima assemblea del 18 novembre, fosse venuto il momento “di fare tutto al contrario” rispetto a quanto già visto e verificato in una sinistra logorata e residuale. Per queste ragioni ci auguriamo che in Potere al Popolo prevalga l’impostazione del primo progetto di statuto, per la forza che ne riceverebbe tutto il percorso di PaP, senza per questo rinnegare o rinunciare a nulla delle esperienze delle quali, anche noi che scriviamo, facciamo parte. In ogni caso però questo coraggio della trasparenza e della democrazia sarà un successo.
Le proposte di Statuto in discussione
Fonte
È opportuno ricordare che finora Potere al Popolo si è mosso con le regole provvisorie che si era dato come lista elettorale per il voto del 4 marzo. A differenza di altre coalizioni della sinistra radicale e smentendo le previsioni di malaugurio, PaP dopo il voto ha però continuato la sua attività, si è radicato in molti territori, ha registrato persino una crescita nei sondaggi che, per quel che valgono, lo danno al doppio del suo consenso del 4 marzo. Siccome Potere al Popolo ha continuato a organizzarsi e a lottare, era necessario che si desse una struttura stabile e legittimata da regole democratiche chiare.
Attualmente Potere al Popolo è composto da organizzazioni politiche laiche, socialiste, comuniste di cui la più grande è Rifondazione Comunista, da movimenti politico sociali come Eurostop, da militanti dei movimenti sociali, sindacali, ambientalisti, pacifisti. È bene rammentare come sia stato l’ Ex Opg di Napoli a dare via al percorso del movimento, e il successo della proposta è stato determinato dal fatto che in molte realtà, ai componenti delle forze fondatrici, si siano aggiunte tante persone, soprattutto giovani estranei ed esterni alle organizzazioni.
In pochi mesi la “lista Potere al Popolo” è diventato Potere al Popolo, un movimento politico con una propria iniziativa e una propria identità, seppure ovviamente con contraddizioni e incompletezze. Certo come forza elettorale PaP non ha sfondato, altrimenti il percorso della sua organizzazione sarebbe stato più facile, tuttavia la continuità e il successo di Potere al Popolo ci sono e questo implica scelte sia per le organizzazioni sia per le persone.
La questione di fondo è la sovranità democratica di PaP. È chiaro che i singoli militanti, soprattutto coloro che non appartengono ad alcuna organizzazione, reclamano una sovranità assoluta di PaP attraverso i suoi iscritti. Le organizzazioni invece hanno una propria sovranità e devono scegliere se e quanto di essa affidare alla casa comune di Potere al Popolo.
Il PCI ad esempio, che aveva partecipato alla lista elettorale, per queste ragioni ha deciso di abbandonare il percorso di PaP. Tutte le altre organizzazioni hanno deciso invece di parteciparvi, ma naturalmente la questione di fondo di chi decide e quanto decide, ha fatto emergere delle differenze che hanno portato nel coordinamento nazionale provvisorio alla stesura di due diverse ipotesi di statuto.
La prima viene proposta dai militanti dell’ex Opg e di Eurostop, ma non solo; l’altra da chi sta in Rifondazione Comunista e Sinistra Anticapitalista, ma anche qui non solo da parte di questi.
È bene sottolineare come le due differenti ipotesi hanno in comune il riconoscimento della procedura elettronica di iscrizione a Pap, la più grossa novità per una organizzazione che non vuole essere certo virtuale, ma invece stare nei territori, nei conflitti sociali, nelle lotte e nelle manifestazioni.
PaP vivrà, a partire dalle assemblee territoriali fino all’assemblea al coordinamento e ai portavoce nazionali, come una organizzazione militante di persone in carne ed ossa, che usano gli strumenti informatici per accrescere la loro partecipazione ed iniziativa concrete, non per sostituirle. Su questo c’è accordo ampio, inoltre entrambe le proposte accettano il principio della doppia iscrizione, cioè l’aderente di PaP può restare iscritto ad altre organizzazioni, anche ai partiti. Infine è comune la decisione di collocare Potere al Popolo nei progetti e nelle lotte di costruzione del socialismo del ventunesimo secolo, in alternativa al capitalismo.
Quali sono allora le differenze e perché hanno portato alla compilazione di due differenti progetti di statuto? In sintesi le differenze di fondo tra i due testi, che li percorrono in diversi punti, sono tutte riconducibili a tre temi centrali:
1) il ruolo dei partiti e delle esperienze della sinistra radicale italiana. Il primo progetto intende affermare l’assoluta indipendenza di PaP, anche dalle formazioni che hanno contribuito a fondarlo, le quali possono naturalmente influire sulle scelte del movimento, ma solo attraverso i propri iscritti, per i quali è appunto ammessa la doppia adesione. Inoltre il primo statuto propone una rottura con le passate e prevalenti esperienze della sinistra. Il secondo testo invece non accoglie questa rottura e cita esplicitamente le forze politiche organizzate come parte costituente di PaP.
2) Le modalità ed il potere di decisione. Per il primo progetto di statuto le decisioni, una volta tentata la via della scelta comune (come sarebbe sempre necessario), vanno prese con 50%+1 dei votanti aventi diritto. Per il secondo progetto invece la maggioranza dovrebbe essere dei 2/3.
3) Il primo progetto di statuto assegna il potere decisionale fondamentale alle assemblee degli iscritti, sia territoriali che nazionali, che scelgono la linea politica ed eleggono sia il coordinamento nazionale, sia i portavoce, i quali possono essere revocati in qualsiasi momento con apposite procedure indicate nello statuto. Il secondo statuto invece propone un più tradizionale modello piramidale, dove le assemblee territoriali eleggono i delegati che formano l’assemblea nazionale, mentre i portavoce sono eletti dal coordinamento nazionale. In entrambe le proposte il coordinamento nazionale è eletto in grande maggioranza come espressione dei territori ed in parte su una lista nazionale, anche se le procedure non sono le stesse.
Alla luce di queste differenze si comprende meglio quali siano le ragioni ispiranti le diverse proposte. Da un lato si vuole affermare uno stacco anche rispetto alle modalità organizzative tradizionali della sinistra radicale, dall’altro si vuole conservare continuità con esse. È un tema squisitamente politico, che alla fine tocca l’essenza dello stesso progetto di Potere al Popolo: quanto si punti ad esso come vero processo costituente di una forza indipendente pronta ad agire e lottare nell’Italia di oggi, o quanto invece lo si consideri solo un passaggio verso ulteriori aggregazioni politiche, tipo quarti poli della sinistra o simili.
Paradossalmente il primo progetto, che rivendica la totale indipendenza di PaP, è molto più “movimentista”, aperto nell’organizzazione e anche soggetto a decisioni non programmate né programmabili. Mentre il secondo, che nasce dalla dichiarata volontà di non costruire un partito, alla fine ripropone la struttura tradizionale e verticale delle organizzazione politiche, unita a modalità di votazione che favoriscono il diritto di veto di gruppo. Una discussione di questo genere non è ovviamente semplice e va dato atto a tutto il coordinamento nazionale di PaP di aver avuto il coraggio di esplicitare le proprie differenze e di averle rese disponibili per tutte e tutti i militanti.
Abbiamo accettato la sfida sin dall’inizio del percorso di Potere al Popolo, persuasi che, come dichiarato nella prima assemblea del 18 novembre, fosse venuto il momento “di fare tutto al contrario” rispetto a quanto già visto e verificato in una sinistra logorata e residuale. Per queste ragioni ci auguriamo che in Potere al Popolo prevalga l’impostazione del primo progetto di statuto, per la forza che ne riceverebbe tutto il percorso di PaP, senza per questo rinnegare o rinunciare a nulla delle esperienze delle quali, anche noi che scriviamo, facciamo parte. In ogni caso però questo coraggio della trasparenza e della democrazia sarà un successo.
Le proposte di Statuto in discussione
Fonte
11/09/2018
Pigs. È l’ora della “vendetta dei maiali”
“Noi siamo roba del Sud... non abbiamo nulla a che fare con la Mitteleuropa, scusi sa, noi abbiamo un’anima”, lo Zoppo della lotteria, personaggio di uno dei libri che Tabucchi ha materializzato in Portogallo, sintetizza così un senso comune oggi crescente in quei paesi della periferia europea (i Pigs), in cui la sbornia europeista degli scorsi decenni si è ormai frantumata davanti ai pesantissimi costi sociali imposti da una UE che risponde solo agli interessi di banche, multinazionali e classi dominanti.
Eh sì, perché nei paesi Pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), e non solo, la voglia di vendetta contro Bruxelles e Berlino e i loro diktat è venuta crescendo negli anni. Al momento solo in Italia ha affidato questa “vendetta” ad un voto che ha premiato una forza reazionaria come la Lega e una forza intermittente/interclassista come il M5S. Negli altri paesi Pigs le cose stanno diversamente, così come in Francia. Ed è tempo non solo di porsi le domande sul perchè ma anche di cominciare a dare risposte.
Alla “vendetta dei maiali” cioè dei Pigs, è dedicato l’omonimo libro uscito in questi giorni per conto della Piattaforma Eurostop e curato dagli economisti Luciano Vasapollo, Rita Martufi e Joaquim Arriola. Un libro di 236 pagine in una comoda versione “pocket” delle edizioni Efesto, che recita nel sottotitolo “Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla Ue e dall’euro, costruire l’area euromediterranea". L’elaborazione originaria degli autori è stata integrata in vari capitoli dalle osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, dando vita ad una sorta di prodotto da intellettuale collettivo.
“Pigs. La vendetta dei maiali” in qualche modo attualizza e dettaglia il volume pubblicato sette anni fa “Il risveglio dei maiali”, un libro scritto a sei mani da Luciano Vasapollo, Martufi, Arriola e che poneva al centro proprio le conseguenze dell’unificazione economica e monetaria europea sui Pigs, i paesi periferici come Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.
Il libro in questi anni è stato tradotto in diverse lingue, segnando uno spartiacque nel dibattito politico ed economico della sinistra in Europa, in quanto affermava una tesi dirompente, anzi una rottura del quadro esistente – l’Unione Europea/Eurozona – come presupposto per rimettere in moto un processo di emancipazione politica, economica e sociale che vedesse protagonisti i movimenti sociali, sindacali e popolari dell’area euromediterranea. Come? Puntando a uscire dall’Unione Europea/Eurozona, nazionalizzando le banche e le aziende strategiche, creando una propria moneta di scambio e costruendo una nuova e diversa area di integrazione regionale su parametri opposti a quelli ordoliberisti dei trattati istitutivi dell’Unione Europea. Veniva in qualche modo evocata l’esperienza dell’Alba latinoamericana (oggi sotto durissimo attacco da parte degli Usa) come esperienza fattuale di integrazione regionale sganciata dai diktat dell’imperialismo, del Fmi e dei mercati finanziari.
Questa tesi dello “sganciamento” è stata una delle elaborazioni più importanti – e meno comprese anzi osteggiate dalla sinistra europea – dell’economista marxista franco-egiziano Samir Amin recentemente scomparso, una elaborazione ben riconoscibile in quella degli autori del “Il risveglio dei maiali” ed ora del nuovo “Pigs. La vendetta dei maiali” uscito in questi giorni.
La materia del libro è entrata di prepotenza nell’agenda politica. Costrette dai fatti, molte delle forze della sinistra europea, sono arrivate alla conclusione che l’Unione Europea è irriformabile, alcune continuano il refrain sulla revisione o la modifica dei Trattati europei ben sapendo di evocare una indicazione destinata alla sconfitta. Ma è sulle conclusioni politiche che si va delineando una frattura – o meglio una chiarezza strategica – sulla natura dell’Unione Europea e la necessità di romperla.
Il merito di aver messo la questione sul tavolo va indubbiamente all’esperienza di France Insoumise e di Jean Luc Melenchon con il suo “Piano B”. Una tesi di rottura che ha declinato le sue conseguenze prima con la richiesta di espulsione di Syriza e Tsipras dal Partito della Sinistra Europea (respinta) e poi con l’uscita di France Insoumise dal Pse.
La nettezza di Melenchon ha visto però anche iniziative tese a costruire terreni di convergenza con forze fino ad oggi meno esplicite – o silenti – sul Piano B. Il documento di Lisbona “E ora il popolo”, sottoscritto da France Insoumise, Podemos, Bloco de Esquerda portoghese (in Italia sottoscritto da Potere al Popolo), ha alzato un po’ l’asticella dei contenuti sui quali ingaggiare una battaglia politica, democratica e popolare a tutto campo contro una Unione Europea antipopolare e antidemocratica. Ma c’è ancora parecchia strada da fare, anche perché si avvicina la scadenza delle elezioni europee di maggio 2019.
L’ipotesi di costruire un’area alternativa euromediterranea come soluzione alla fuoriuscita dall’Unione Europea e dall’Eurozona (e dalla Nato), è ormai andata oltre un dibattito accademico e tra economisti per diventare una opzione politica su cui lavorare. La Piattaforma Eurostop, ormai al suo secondo anno di esistenza, presenterà questa opzione con un convegno a Roma domenica 16 settembre, il giorno successivo alla sua assemblea annuale che discuterà invece il come agire dentro la situazione politica del paese.
Il 16 dicembre verrà presentato il libro “Pigs. La vendetta dei maiali” ma sarà anche l’occasione per aprire un confronto di merito su tutti gli aspetti economici, monetari, politici e geopolitici di una ipotesi alternativa al quadro esistente e ritenuto immodificabile.
Preparare e organizzare la “vendetta dei maiali” e una fuoriuscita di segno progressista, anticolonialista e popolare dalla gabbia dell’Unione Europea, sta diventando sempre più urgente. Per combattere e battere concretamente la falsa polarizzazione tra euroliberali ed euronazionalisti su cui le classi dominanti vorrebbero chiudere il quadro e mantenere la loro egemonia sui lavoratori e i popoli europei e del Mediterraneo.
Fonte
Eh sì, perché nei paesi Pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), e non solo, la voglia di vendetta contro Bruxelles e Berlino e i loro diktat è venuta crescendo negli anni. Al momento solo in Italia ha affidato questa “vendetta” ad un voto che ha premiato una forza reazionaria come la Lega e una forza intermittente/interclassista come il M5S. Negli altri paesi Pigs le cose stanno diversamente, così come in Francia. Ed è tempo non solo di porsi le domande sul perchè ma anche di cominciare a dare risposte.
Alla “vendetta dei maiali” cioè dei Pigs, è dedicato l’omonimo libro uscito in questi giorni per conto della Piattaforma Eurostop e curato dagli economisti Luciano Vasapollo, Rita Martufi e Joaquim Arriola. Un libro di 236 pagine in una comoda versione “pocket” delle edizioni Efesto, che recita nel sottotitolo “Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla Ue e dall’euro, costruire l’area euromediterranea". L’elaborazione originaria degli autori è stata integrata in vari capitoli dalle osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, dando vita ad una sorta di prodotto da intellettuale collettivo.
“Pigs. La vendetta dei maiali” in qualche modo attualizza e dettaglia il volume pubblicato sette anni fa “Il risveglio dei maiali”, un libro scritto a sei mani da Luciano Vasapollo, Martufi, Arriola e che poneva al centro proprio le conseguenze dell’unificazione economica e monetaria europea sui Pigs, i paesi periferici come Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.
Il libro in questi anni è stato tradotto in diverse lingue, segnando uno spartiacque nel dibattito politico ed economico della sinistra in Europa, in quanto affermava una tesi dirompente, anzi una rottura del quadro esistente – l’Unione Europea/Eurozona – come presupposto per rimettere in moto un processo di emancipazione politica, economica e sociale che vedesse protagonisti i movimenti sociali, sindacali e popolari dell’area euromediterranea. Come? Puntando a uscire dall’Unione Europea/Eurozona, nazionalizzando le banche e le aziende strategiche, creando una propria moneta di scambio e costruendo una nuova e diversa area di integrazione regionale su parametri opposti a quelli ordoliberisti dei trattati istitutivi dell’Unione Europea. Veniva in qualche modo evocata l’esperienza dell’Alba latinoamericana (oggi sotto durissimo attacco da parte degli Usa) come esperienza fattuale di integrazione regionale sganciata dai diktat dell’imperialismo, del Fmi e dei mercati finanziari.
Questa tesi dello “sganciamento” è stata una delle elaborazioni più importanti – e meno comprese anzi osteggiate dalla sinistra europea – dell’economista marxista franco-egiziano Samir Amin recentemente scomparso, una elaborazione ben riconoscibile in quella degli autori del “Il risveglio dei maiali” ed ora del nuovo “Pigs. La vendetta dei maiali” uscito in questi giorni.
La materia del libro è entrata di prepotenza nell’agenda politica. Costrette dai fatti, molte delle forze della sinistra europea, sono arrivate alla conclusione che l’Unione Europea è irriformabile, alcune continuano il refrain sulla revisione o la modifica dei Trattati europei ben sapendo di evocare una indicazione destinata alla sconfitta. Ma è sulle conclusioni politiche che si va delineando una frattura – o meglio una chiarezza strategica – sulla natura dell’Unione Europea e la necessità di romperla.
Il merito di aver messo la questione sul tavolo va indubbiamente all’esperienza di France Insoumise e di Jean Luc Melenchon con il suo “Piano B”. Una tesi di rottura che ha declinato le sue conseguenze prima con la richiesta di espulsione di Syriza e Tsipras dal Partito della Sinistra Europea (respinta) e poi con l’uscita di France Insoumise dal Pse.
La nettezza di Melenchon ha visto però anche iniziative tese a costruire terreni di convergenza con forze fino ad oggi meno esplicite – o silenti – sul Piano B. Il documento di Lisbona “E ora il popolo”, sottoscritto da France Insoumise, Podemos, Bloco de Esquerda portoghese (in Italia sottoscritto da Potere al Popolo), ha alzato un po’ l’asticella dei contenuti sui quali ingaggiare una battaglia politica, democratica e popolare a tutto campo contro una Unione Europea antipopolare e antidemocratica. Ma c’è ancora parecchia strada da fare, anche perché si avvicina la scadenza delle elezioni europee di maggio 2019.
L’ipotesi di costruire un’area alternativa euromediterranea come soluzione alla fuoriuscita dall’Unione Europea e dall’Eurozona (e dalla Nato), è ormai andata oltre un dibattito accademico e tra economisti per diventare una opzione politica su cui lavorare. La Piattaforma Eurostop, ormai al suo secondo anno di esistenza, presenterà questa opzione con un convegno a Roma domenica 16 settembre, il giorno successivo alla sua assemblea annuale che discuterà invece il come agire dentro la situazione politica del paese.
Il 16 dicembre verrà presentato il libro “Pigs. La vendetta dei maiali” ma sarà anche l’occasione per aprire un confronto di merito su tutti gli aspetti economici, monetari, politici e geopolitici di una ipotesi alternativa al quadro esistente e ritenuto immodificabile.
Preparare e organizzare la “vendetta dei maiali” e una fuoriuscita di segno progressista, anticolonialista e popolare dalla gabbia dell’Unione Europea, sta diventando sempre più urgente. Per combattere e battere concretamente la falsa polarizzazione tra euroliberali ed euronazionalisti su cui le classi dominanti vorrebbero chiudere il quadro e mantenere la loro egemonia sui lavoratori e i popoli europei e del Mediterraneo.
Fonte
Etichette:
ALBA euromediterranea,
Economia,
Elezioni europee,
Eurostop,
Internazionale,
Joaquim Arriola,
Luciano Vasapollo,
PIGS,
Politica,
Rita Martufi,
Rottura,
Samir Amin,
UE
08/09/2018
La sfida di Eurostop. I punti per l’assemblea nazionale
Sabato 15 settembre (presso il centro sociale Intifada, via Casalbruciato 13, Roma), si terrà l’assemblea nazionale di Eurostop per discutere il punto politico sulla situazione, la gestione nei prossimi mesi della campagne in corso (raccolta firme su referendum contro l’Unione Europea e abrogazione art.81), il contributo alle prospettive di Potere al Popolo, le mobilitazioni dell’autunno.
Il giorno successivo, domenica 16 settembre (ore 10.00 centro congressi Cavour, via Cavour 50/a), ci sarà invece un convegno in occasione della presentazione del libro “Pigs. La vendetta dei maiali” che declina la proposta della rottura con Ue/Eurozona e la costruzione di un’area alternativa euromediterranea.
Qui di seguito il documento politico per l’assemblea nazionale di Eurostop
I punti per la discussione nell’assemblea nazionale di Eurostop
Dall’assemblea costitutiva di Eurostop (luglio 2017) è passato poco più di un anno, ma questi mesi sono stati pieni di novità e cambiamenti che richiedono una messa a fuoco politica e generale dell’azione della Piattaforma Eurostop.
Nell’anno trascorso abbiamo tenuto due assemblee nazionali di messa a punto politica, la prima a dicembre 2017 (a Roma) per discutere il rapporto con l’allora nascente esperienza di Potere al Popolo, la seconda a marzo 2018 (Bologna) per discutere la situazione dopo le elezioni e definire le campagne politiche (legge di iniziativa popolare per il referendum sui Trattati europei).
1) Rispetto all’assemblea costituiva sono intervenuti cambiamenti sia nello scenario politico che nel ruolo soggettivo di Eurostop. Alcuni compagni ci hanno lasciato in dissenso con la scelta di partecipare alle elezioni con Potere al Popolo, altri si sono avvicinati proprio grazie a questa scelta. Altri ancora hanno deciso di continuare la loro partecipazione alla Piattaforma Eurostop ma di non essere interni all’esperienza di Potere al Popolo.
La decisione di aderire a Potere al Popolo e condividerne il percorso presa nell’assemblea di dicembre 2017 e confermata in quella di marzo 2018, è stata riaffermata anche nelle riunioni del Coordinamento Nazionale tenutesi nei mesi scorsi, inclusa quella di sabato 1 settembre.
Il bilancio complessivo che facciamo di questa decisione continua ad essere positivo e stiamo dando un contributo fattivo alla definizione di Potere al Popolo come soggetto politico che assuma con forza la sfida della rappresentanza politica del blocco sociale antagonista nel nostro paese.
2) Nel contempo è cambiato lo scenario politico con cui ci troviamo a fare i conti. E’ cambiato sul piano internazionale con lo scatenamento delle guerre commerciali, anche tra Stati Uniti ed Unione Europea, con il manifestarsi di spinte alla rottura del monopolio statunitense nelle transazioni e nelle relazioni economiche internazionali, con il riaffacciarsi di crisi finanziarie (per ora nella periferia come Turchia e Argentina), con una acutizzazione delle tensioni internazionali in molti teatri di crisi.
Anche dentro l’Unione Europea si assiste ad una crescente tensione interna, accentuatasi dopo la Brexit. Sta emergendo un europeismo di stampo nazionalista e reazionario che non mette in discussione la struttura ma la declina in chiave euronazionalista. Questa componente viene liquidata come sovranista e populista dalle agenzie di comunicazione mainstream e viene utilizzata come spauracchio dalle forze europeiste liberali ancora egemoni nel nucleo duro dell’Unione Europea (Francia, Germania) per mantenere la struttura di comando attuale e anzi rafforzarne il carattere coercitivo interno e quello imperialista sul piano internazionale, ormai anche sul piano militare.
3) Dentro questa contraddizione, nelle elezioni in Italia hanno prevalso forze diverse da quelle liberali ed europeiste tradizionali (Pd, Forza Italia) e si è formato un nuovo governo che le ha escluse. Il governo “a tre” (M5S, Lega, professori) segna indubbiamente una discontinuità con i governi precedenti e la declina sia in modo apertamente reazionario sia anti-establishment, con i professori che hanno il ruolo di cercare continuamente i punti di connessione e compromesso con i diktat dell’Unione Europea evitando ogni seria rottura.
In questo contesto gli scenari sono almeno due:
a) se il governo va in crisi per le pressioni esterne che già si stanno manifestando (spread, ingerenze della Ue e della finanza) e per le contraddizioni interne tra Lega e M5S, si riapre la partita tra le vecchie classi dirigenti e quelle emerse con queste elezioni;
b) se il governo supera il passaggio della Legge di Stabilità, mangia il panettone e arriva alle elezioni europee, significa che una nuova classe dirigente ha soppiantato quella vecchia, come avvenuto nel 1992 con Tangentopoli che portò alla fine della Dc, del Psi e, diversamente, del Pci che si era sciolto per motivi diversi. Nelle elezioni europee, le maggioranze interne al governo potrebbero cambiare, consegnando alla Lega il ruolo di azionista di maggioranza rispetto al M5S.
Eurostop, e a nostro avviso Potere al Popolo, devono attrezzarsi in presenza di entrambi gli scenari, perseguendo la costruzione di un polo politico indipendente e rifiutando ogni richiamo della foresta del Pd, di Repubblica etc. a ricomporre la “sinistra” come massa di manovra utile per riportare al governo questo ceto politico responsabile di misfatti e disastri sociali indicibili. I diciassette anni di “antiberlusconismo” hanno prodotto misure antipopolari e governi subalterni ai diktat dell’Unione Europea (Prodi, Monti, Renzi), che hanno azzerato la sinistra e l’hanno resa invisa e odiosa ai settori popolari.
La strumentalizzazione dell’antirazzismo da parte del Pd come terreno di ricomposizione della sua massa di manovra elettorale va denunciata e contrastata. L’antirazzismo, come l’antifascismo, è una pratica militante che ha possibilità di diventare popolare solo se viene coniugato con la lotta contro i poteri forti. Al contrario il Pd e la “sinistra” sostengono che i poteri forti (l’Unione Europea, le imprese e le banche) sono una garanzia per la tenuta di un sistema liberale capace di tutelare i diritti civili anche se affossa sistematicamente i diritti sociali.
In questo sta anche la “questione sindacale”. Da un lato i sindacati che hanno svenduto e capitolato su tutto (ultimo in ordine di tempo il welfare aziendale) si ributtano nella mischia come se non avessero alcuna responsabilità, dall’altro sta invece entrando in campo un sindacalismo di classe intorno all’Usb che lavora efficacemente alla ricomposizione dei settori sociali portandoli al conflitto su tutti i terreni, incluso quello della discriminazione razziale, ma legandola e non separandola alla condizione di classe complessiva e alla dimensione generale dello scontro.
La polarizzazione tra “liberali” e “nazionalisti” avanzata da Macron, ma anche dalla sinistra italiana, va rifiutata perseguendo la strada di un percorso politico indipendente e orientato a ricostruire l’identità e l’organizzazione dei settori popolari che hanno affidato a Lega e M5S le loro aspettative. Nell’assemblea nazionale del Dicembre 2017 abbiamo decretato la nostra alterità ed estraneità con la “sinistra” residuale in Italia. Riteniamo che questa rottura di identità, cultura politica e contenuti vada riaffermata anche in questo scenario.
Ma la contraddizione colta con la nascita della Piattaforma Eurostop, quella della rottura con l’Unione Europea come presupposto per una alternativa di sistema, oggi sta emergendo anche a livello delle forze popolari e progressiste in Europa. L’accelerazione sulla proposta del “Piano B” da parte della France Insoumise di Melenchon, sta scompaginando le ambiguità della sinistra europea che continua a gingillarsi su una vaga dimensione antiliberista dell’opposizione. L’esperienza negativa del governo Tsipras ha funzionato un po’ da parametro sulle strade da non perseguire per opporre un progetto alternativo ai diktat della Ue e delle classi dominanti in Europa. Il dibattito che si è aperto intorno al Piano B come punto su cui aggregare e ricostruire un movimento popolare, di classe e internazionalista nei vari paesi europei è di straordinario interesse e potenzialità. Ad esso guardiamo con interesse, anche in previsione delle elezioni europee.
4) Eurostop in questi mesi ha lanciato delle campagne politiche e di massa che possono sparigliare sia le ambiguità della sinistra che quelle del M5S e collocare l’opposizione alle forze reazionarie su un terreno efficace.
In primo luogo la Legge di Iniziativa Popolare per ottenere i referendum sui Trattati Europei e quella per l’abolizione dell’art.81 imposto alla Costituzione dal governo Monti e dalla Bce.
Su entrambe le leggi di iniziativa popolare dobbiamo riuscire a raccogliere le firme necessarie, consegnarle in Parlamento e farne un fatto politico, non solo per i loro contenuti dirompenti ma anche perché la “sinistra” o le ha osteggiate (il referendum) o le ha abbandonate perché non ha più la “forza delle gambe degli uomini e delle donne per far marciare le idee”. Non solo. Probabilmente è intervenuto anche un elemento di opportunismo che ha fatto rinunciare alla campagna sull’art.81 quando, dopo le elezioni, questo terreno è stato ritenuto troppo contiguo ad alcune delle dichiarazioni del nuovo governo (il M5S ha presentato un disegno di legge per abolire l’art.81). Una logica questa radicalmente diversa dalla nostra per la quale riteniamo che le contraddizioni vadano colte e accentuate, ma non esorcizzate.
Questa campagna su referendum e art.81 è una questione di democrazia ma anche una indicazione del nemico principale e una visione alternativa sull’Unione Europea. Abbiamo affermato che la Ue non è riformabile, quindi va combattuta e smontata mettendo in campo una alternativa di integrazione regionale sganciata dai parametri ordoliberisti e dalle ambizioni coloniali verso i paesi del Mediterraneo sud. E’ una ipotesi che recupera molto dalla elaborazione di un marxista e anticolonialista come Samir Amin, scomparso recentemente e ostracizzato proprio dalla sinistra italiana ed europea per le sue tesi sullo “sganciamento” dal mercato mondiale come alternativa. Nasce da questo la proposta di un’Area Alternativa Euromediterranea, indicata come ipotesi anche nel “Piano B”, che presenteremo pubblicamente nelle prossime settimane.
Infine, ma non per importanza, la sfida sulle contraddizioni interne al nuovo governo e tra governo e settori popolari che gli hanno affidato le loro aspettative, va giocata anche su un nodo politico ben presente nel programma di Eurostop: il ruolo dello Stato e le nazionalizzazioni.
Su questo si apre una battaglia a tutto campo contro le conseguenze della svendita dei beni pubblici avvenuta sistematicamente dagli anni ’90 in poi con una perfetta sincronia tra governi di centro-sinistra e di centro-destra. Le privatizzazioni e le migliaia di concessioni ai “prenditori privati”, hanno rafforzato un capitalismo bollettaro e parassitario che vive di zero rischi di impresa, ha la remunerazione assicurata dalle concessioni e in nome del profitto mette a rischio le condizioni di vita e la sicurezza della popolazione. Il crollo del ponte di Genova ha reso questa vergogna palese a tutti.
E’ evidente che solo lo Stato o comunque un soggetto pubblico, ha la possibilità di gestire i beni collettivi. Sulla primazia degli interessi collettivi rispetto a quelli privati anche la Costituzione è esplicita. Questo apre il terreno per una battaglia generale sulle nazionalizzazioni dei settori strategici dell’economia e per le re-internalizzazione nei servizi che in questi anni hanno esteso enormemente la precarietà del lavoro e la distruzione del welfare. Le mobilitazioni di autunno stanno mettendo al centro questo tema – a cominciare dalla manifestazione nazionale del prossimo 20 ottobre – insieme a quello dell’antirazzismo di classe e dell’antifascismo militante.
Fonte
Il giorno successivo, domenica 16 settembre (ore 10.00 centro congressi Cavour, via Cavour 50/a), ci sarà invece un convegno in occasione della presentazione del libro “Pigs. La vendetta dei maiali” che declina la proposta della rottura con Ue/Eurozona e la costruzione di un’area alternativa euromediterranea.
Qui di seguito il documento politico per l’assemblea nazionale di Eurostop
I punti per la discussione nell’assemblea nazionale di Eurostop
Dall’assemblea costitutiva di Eurostop (luglio 2017) è passato poco più di un anno, ma questi mesi sono stati pieni di novità e cambiamenti che richiedono una messa a fuoco politica e generale dell’azione della Piattaforma Eurostop.
Nell’anno trascorso abbiamo tenuto due assemblee nazionali di messa a punto politica, la prima a dicembre 2017 (a Roma) per discutere il rapporto con l’allora nascente esperienza di Potere al Popolo, la seconda a marzo 2018 (Bologna) per discutere la situazione dopo le elezioni e definire le campagne politiche (legge di iniziativa popolare per il referendum sui Trattati europei).
1) Rispetto all’assemblea costituiva sono intervenuti cambiamenti sia nello scenario politico che nel ruolo soggettivo di Eurostop. Alcuni compagni ci hanno lasciato in dissenso con la scelta di partecipare alle elezioni con Potere al Popolo, altri si sono avvicinati proprio grazie a questa scelta. Altri ancora hanno deciso di continuare la loro partecipazione alla Piattaforma Eurostop ma di non essere interni all’esperienza di Potere al Popolo.
La decisione di aderire a Potere al Popolo e condividerne il percorso presa nell’assemblea di dicembre 2017 e confermata in quella di marzo 2018, è stata riaffermata anche nelle riunioni del Coordinamento Nazionale tenutesi nei mesi scorsi, inclusa quella di sabato 1 settembre.
Il bilancio complessivo che facciamo di questa decisione continua ad essere positivo e stiamo dando un contributo fattivo alla definizione di Potere al Popolo come soggetto politico che assuma con forza la sfida della rappresentanza politica del blocco sociale antagonista nel nostro paese.
2) Nel contempo è cambiato lo scenario politico con cui ci troviamo a fare i conti. E’ cambiato sul piano internazionale con lo scatenamento delle guerre commerciali, anche tra Stati Uniti ed Unione Europea, con il manifestarsi di spinte alla rottura del monopolio statunitense nelle transazioni e nelle relazioni economiche internazionali, con il riaffacciarsi di crisi finanziarie (per ora nella periferia come Turchia e Argentina), con una acutizzazione delle tensioni internazionali in molti teatri di crisi.
Anche dentro l’Unione Europea si assiste ad una crescente tensione interna, accentuatasi dopo la Brexit. Sta emergendo un europeismo di stampo nazionalista e reazionario che non mette in discussione la struttura ma la declina in chiave euronazionalista. Questa componente viene liquidata come sovranista e populista dalle agenzie di comunicazione mainstream e viene utilizzata come spauracchio dalle forze europeiste liberali ancora egemoni nel nucleo duro dell’Unione Europea (Francia, Germania) per mantenere la struttura di comando attuale e anzi rafforzarne il carattere coercitivo interno e quello imperialista sul piano internazionale, ormai anche sul piano militare.
3) Dentro questa contraddizione, nelle elezioni in Italia hanno prevalso forze diverse da quelle liberali ed europeiste tradizionali (Pd, Forza Italia) e si è formato un nuovo governo che le ha escluse. Il governo “a tre” (M5S, Lega, professori) segna indubbiamente una discontinuità con i governi precedenti e la declina sia in modo apertamente reazionario sia anti-establishment, con i professori che hanno il ruolo di cercare continuamente i punti di connessione e compromesso con i diktat dell’Unione Europea evitando ogni seria rottura.
In questo contesto gli scenari sono almeno due:
a) se il governo va in crisi per le pressioni esterne che già si stanno manifestando (spread, ingerenze della Ue e della finanza) e per le contraddizioni interne tra Lega e M5S, si riapre la partita tra le vecchie classi dirigenti e quelle emerse con queste elezioni;
b) se il governo supera il passaggio della Legge di Stabilità, mangia il panettone e arriva alle elezioni europee, significa che una nuova classe dirigente ha soppiantato quella vecchia, come avvenuto nel 1992 con Tangentopoli che portò alla fine della Dc, del Psi e, diversamente, del Pci che si era sciolto per motivi diversi. Nelle elezioni europee, le maggioranze interne al governo potrebbero cambiare, consegnando alla Lega il ruolo di azionista di maggioranza rispetto al M5S.
Eurostop, e a nostro avviso Potere al Popolo, devono attrezzarsi in presenza di entrambi gli scenari, perseguendo la costruzione di un polo politico indipendente e rifiutando ogni richiamo della foresta del Pd, di Repubblica etc. a ricomporre la “sinistra” come massa di manovra utile per riportare al governo questo ceto politico responsabile di misfatti e disastri sociali indicibili. I diciassette anni di “antiberlusconismo” hanno prodotto misure antipopolari e governi subalterni ai diktat dell’Unione Europea (Prodi, Monti, Renzi), che hanno azzerato la sinistra e l’hanno resa invisa e odiosa ai settori popolari.
La strumentalizzazione dell’antirazzismo da parte del Pd come terreno di ricomposizione della sua massa di manovra elettorale va denunciata e contrastata. L’antirazzismo, come l’antifascismo, è una pratica militante che ha possibilità di diventare popolare solo se viene coniugato con la lotta contro i poteri forti. Al contrario il Pd e la “sinistra” sostengono che i poteri forti (l’Unione Europea, le imprese e le banche) sono una garanzia per la tenuta di un sistema liberale capace di tutelare i diritti civili anche se affossa sistematicamente i diritti sociali.
In questo sta anche la “questione sindacale”. Da un lato i sindacati che hanno svenduto e capitolato su tutto (ultimo in ordine di tempo il welfare aziendale) si ributtano nella mischia come se non avessero alcuna responsabilità, dall’altro sta invece entrando in campo un sindacalismo di classe intorno all’Usb che lavora efficacemente alla ricomposizione dei settori sociali portandoli al conflitto su tutti i terreni, incluso quello della discriminazione razziale, ma legandola e non separandola alla condizione di classe complessiva e alla dimensione generale dello scontro.
La polarizzazione tra “liberali” e “nazionalisti” avanzata da Macron, ma anche dalla sinistra italiana, va rifiutata perseguendo la strada di un percorso politico indipendente e orientato a ricostruire l’identità e l’organizzazione dei settori popolari che hanno affidato a Lega e M5S le loro aspettative. Nell’assemblea nazionale del Dicembre 2017 abbiamo decretato la nostra alterità ed estraneità con la “sinistra” residuale in Italia. Riteniamo che questa rottura di identità, cultura politica e contenuti vada riaffermata anche in questo scenario.
Ma la contraddizione colta con la nascita della Piattaforma Eurostop, quella della rottura con l’Unione Europea come presupposto per una alternativa di sistema, oggi sta emergendo anche a livello delle forze popolari e progressiste in Europa. L’accelerazione sulla proposta del “Piano B” da parte della France Insoumise di Melenchon, sta scompaginando le ambiguità della sinistra europea che continua a gingillarsi su una vaga dimensione antiliberista dell’opposizione. L’esperienza negativa del governo Tsipras ha funzionato un po’ da parametro sulle strade da non perseguire per opporre un progetto alternativo ai diktat della Ue e delle classi dominanti in Europa. Il dibattito che si è aperto intorno al Piano B come punto su cui aggregare e ricostruire un movimento popolare, di classe e internazionalista nei vari paesi europei è di straordinario interesse e potenzialità. Ad esso guardiamo con interesse, anche in previsione delle elezioni europee.
4) Eurostop in questi mesi ha lanciato delle campagne politiche e di massa che possono sparigliare sia le ambiguità della sinistra che quelle del M5S e collocare l’opposizione alle forze reazionarie su un terreno efficace.
In primo luogo la Legge di Iniziativa Popolare per ottenere i referendum sui Trattati Europei e quella per l’abolizione dell’art.81 imposto alla Costituzione dal governo Monti e dalla Bce.
Su entrambe le leggi di iniziativa popolare dobbiamo riuscire a raccogliere le firme necessarie, consegnarle in Parlamento e farne un fatto politico, non solo per i loro contenuti dirompenti ma anche perché la “sinistra” o le ha osteggiate (il referendum) o le ha abbandonate perché non ha più la “forza delle gambe degli uomini e delle donne per far marciare le idee”. Non solo. Probabilmente è intervenuto anche un elemento di opportunismo che ha fatto rinunciare alla campagna sull’art.81 quando, dopo le elezioni, questo terreno è stato ritenuto troppo contiguo ad alcune delle dichiarazioni del nuovo governo (il M5S ha presentato un disegno di legge per abolire l’art.81). Una logica questa radicalmente diversa dalla nostra per la quale riteniamo che le contraddizioni vadano colte e accentuate, ma non esorcizzate.
Questa campagna su referendum e art.81 è una questione di democrazia ma anche una indicazione del nemico principale e una visione alternativa sull’Unione Europea. Abbiamo affermato che la Ue non è riformabile, quindi va combattuta e smontata mettendo in campo una alternativa di integrazione regionale sganciata dai parametri ordoliberisti e dalle ambizioni coloniali verso i paesi del Mediterraneo sud. E’ una ipotesi che recupera molto dalla elaborazione di un marxista e anticolonialista come Samir Amin, scomparso recentemente e ostracizzato proprio dalla sinistra italiana ed europea per le sue tesi sullo “sganciamento” dal mercato mondiale come alternativa. Nasce da questo la proposta di un’Area Alternativa Euromediterranea, indicata come ipotesi anche nel “Piano B”, che presenteremo pubblicamente nelle prossime settimane.
Infine, ma non per importanza, la sfida sulle contraddizioni interne al nuovo governo e tra governo e settori popolari che gli hanno affidato le loro aspettative, va giocata anche su un nodo politico ben presente nel programma di Eurostop: il ruolo dello Stato e le nazionalizzazioni.
Su questo si apre una battaglia a tutto campo contro le conseguenze della svendita dei beni pubblici avvenuta sistematicamente dagli anni ’90 in poi con una perfetta sincronia tra governi di centro-sinistra e di centro-destra. Le privatizzazioni e le migliaia di concessioni ai “prenditori privati”, hanno rafforzato un capitalismo bollettaro e parassitario che vive di zero rischi di impresa, ha la remunerazione assicurata dalle concessioni e in nome del profitto mette a rischio le condizioni di vita e la sicurezza della popolazione. Il crollo del ponte di Genova ha reso questa vergogna palese a tutti.
E’ evidente che solo lo Stato o comunque un soggetto pubblico, ha la possibilità di gestire i beni collettivi. Sulla primazia degli interessi collettivi rispetto a quelli privati anche la Costituzione è esplicita. Questo apre il terreno per una battaglia generale sulle nazionalizzazioni dei settori strategici dell’economia e per le re-internalizzazione nei servizi che in questi anni hanno esteso enormemente la precarietà del lavoro e la distruzione del welfare. Le mobilitazioni di autunno stanno mettendo al centro questo tema – a cominciare dalla manifestazione nazionale del prossimo 20 ottobre – insieme a quello dell’antirazzismo di classe e dell’antifascismo militante.
Fonte
22/06/2018
“Rompere il binomio tra europeismo liberista e nazionalismo di destra”. Come farlo in Italia e in Europa?
Il dibattito tenutosi giovedì in una sala del Senato con George Kuzmanovich (France Insoumise) e Fabio De Masi (Linke) organizzato da Stefano Fassina (Sinistra Italiana), ha presentato diversi punti di interesse sulla funzione delle forze alternative in Europa.
Per Stefano Fassina che ha aperto la discussione, occorre spezzare il binomio tra “l’europeismo liberista e le risposte nazionaliste e xenofobe”. Il problema è come mettiamo in campo una controffensiva che rompa questo bipolarismo? Fassina sottolinea il valore del documento di Lisbona (di cui abbiamo parlato sul nostro giornale nei mesi scorsi) sottoscritto da France Insoumise, Podemos e Bloco de Esquerda del Portogallo. Nel documento è scritto che “è ora di rompere la camicia di forza dei Trattati europei” e propone di cominciare a lavorare su obiettivi comuni, in particolare contro i paradisi fiscali, la grande evasione e la tassazione delle multinazionali.
Stefano Fassina, attualmente dentro Leu dove vorrebbe portare questa discussione ben sapendo che l’ambiente non è certo favorevole, ha posto il problema di come costruire una proposta comune per le prossime elezioni europee e presentare un'alternativa che rompa il bipolarismo tra europeismo liberista e nazionalismo di destra.
Il deputato della Linke Fabio De Masi (di origine italiana) ha sostenuto che oggi la battaglia è tra globalizzazione e democrazia e che “i consensi alla destra sono il risultato degli errori della sinistra”. Oggi la discussione non è tra europeisti ed euroscettici. Il nuovo governo italiano chiede di scorporare le spese per gli investimenti dai vincoli di bilancio ma la Germania ha già risposto di no, anche se Germania e Francia stanno già lavorando per sottrarre le spese militari dai vincoli del patto di stabilità. De Masi sottolinea poi un aspetto della battaglia politica “Quando non possiamo ottenere risultati sul piano europeo, lavoriamo per ottenere risultati nello spazio nazionale, non perché siamo nazionalisti ma perché non possiamo aspettare che ci siano otto governi di sinistra in Europa per poter fare qualcosa”. Non poteva mancare nella discussione la contraddizione su cui la destra gioca con maggiore profitto le sue carte. Sull’immigrazione, afferma De Masi, abbiamo sempre combattuto contro le guerre e i trattati di libero scambio che hanno penalizzato i paesi del terzo mondo. Servono però regole per i migranti economici, c’è troppo lavoro nero e sottopagato per gli immigrati, inclusi i giovani italiani che hanno ricominciato ad emigrare massicciamente in Germania. L’immigrazione non è un problema solo per i paesi di arrivo, è una tragedia per i paesi di origine che si vedono sottrarre i giovani e le risorse umane migliori.
George Kuzmanovich, responsabile esteri di France Insoumise, ha esordito ricordando che gli ultraliberisti sono al governo in Europa da più di venti anni, ma la sfida contro di essi è stata lanciata dalla destra e non dalla sinistra che spesso, in questi venti anni, è stata al governo. “Oggi se i partiti di sinistra vogliono andare al governo devono cambiare radicalmente politica”. Nelle elezioni presidenziali del 2017, “France Insoumise ha provato a far cambiare di passo la sinistra con un approccio più popolare, al limite del populismo, parlando però dei problemi sociali e scagliandosi contro i Trattati europei e i trattati di libero scambio”.
Kuzmanovich spiega poi che “la capitolazione di Tsipras ci ha convinti ad elaborare il Piano A e il Piano B e non si tratta di nazionalismo”.
L’immigrazione è stato spesso “un problema ignorato dai partiti di sinistra al governo, mentre i trattati di libero scambio tra Ue e paesi africani hanno creato uno squilibrio devastante che ha spinto la gente ad emigrare”.
In vista delle elezioni europee, ha sostenuto Kuzmanovich, vorrebbero farci apparire come nazionalisti, in realtà siamo europeisti ma dalla parte della gente come dimostra il documento di Lisbona. “E’ difficile fare un partito comune della sinistra in Europa, ma possiamo darci degli obiettivi comuni, come quello della tassazione dei grandi gruppi capitalisti con l’obiettivo di reperire risorse per il settore pubblico, è una ricetta classicamente keynesiana”.
La discussione apertasi successivamente ha presentato spunti interessanti su questioni come democrazia, sovranità popolare, populismo, sul come entrare in campo contro un governo contraddittorio al suo interno, con il dato comune, ormai da tutti riconosciuto, che la destra è cresciuta soprattutto per gli errori o lo snobismo della sinistra e non solo sull’immigrazione.
E’ intervenuta nella discussione anche la Piattaforma Eurostop, portando il proprio contributo.
In primo luogo basta con la confusione tra Europa ed Unione Europea. La seconda è la gabbia costruita dalle classi dominanti sull’Europa ed è questa la gabbia che va rotta. Su questo Eurostop ha avanzato una proposta di legge affinché si possa tenere un referendum, anche in Italia come avvenuto in altri paesi. Ed ha scelto la raccolta di firme nelle strade proprio per andare a verifica e mettere fine a quella “paura del popolo” che ha ingabbiato e poi sbaragliato ogni “connessione sentimentale” tra la sinistra e le classi popolari nel nostro paese.
Per Eurostop, il documento di Lisbona è un buon punto di partenza ma quello che può fare la differenza e invertire la tendenza è il Piano B come strategia comune delle forze popolari e alternative in Europa, anche nelle elezioni europee. Il Piano B non indica solo la possibilità della rottura con l’Unione Europea dei Trattati – anche unilaterale – ma indica anche una alternativa attraverso l’alleanza dei paesi euromediterranei, un’alleanza che apre due possibilità: quella di una economia centrata sulle possibilità e i bisogni della popolazione (come ben ha elaborato Samir Amin nella sua tesi sulla disconnessione) e la possibilità di gestire la questione immigrazione in termini non colonialisti e razzisti. Si apre una sfida che va ingaggiata con maggiore determinazione e coraggio politico, proprio per rompere lo schema tra europeismo liberista ed euronazionalismo di destra che ha un denominatore comune: riaffermare il dominio del profitto sul lavoro e delle oligarchie sulle classi popolari.
Fonte
Per Stefano Fassina che ha aperto la discussione, occorre spezzare il binomio tra “l’europeismo liberista e le risposte nazionaliste e xenofobe”. Il problema è come mettiamo in campo una controffensiva che rompa questo bipolarismo? Fassina sottolinea il valore del documento di Lisbona (di cui abbiamo parlato sul nostro giornale nei mesi scorsi) sottoscritto da France Insoumise, Podemos e Bloco de Esquerda del Portogallo. Nel documento è scritto che “è ora di rompere la camicia di forza dei Trattati europei” e propone di cominciare a lavorare su obiettivi comuni, in particolare contro i paradisi fiscali, la grande evasione e la tassazione delle multinazionali.
Stefano Fassina, attualmente dentro Leu dove vorrebbe portare questa discussione ben sapendo che l’ambiente non è certo favorevole, ha posto il problema di come costruire una proposta comune per le prossime elezioni europee e presentare un'alternativa che rompa il bipolarismo tra europeismo liberista e nazionalismo di destra.
Il deputato della Linke Fabio De Masi (di origine italiana) ha sostenuto che oggi la battaglia è tra globalizzazione e democrazia e che “i consensi alla destra sono il risultato degli errori della sinistra”. Oggi la discussione non è tra europeisti ed euroscettici. Il nuovo governo italiano chiede di scorporare le spese per gli investimenti dai vincoli di bilancio ma la Germania ha già risposto di no, anche se Germania e Francia stanno già lavorando per sottrarre le spese militari dai vincoli del patto di stabilità. De Masi sottolinea poi un aspetto della battaglia politica “Quando non possiamo ottenere risultati sul piano europeo, lavoriamo per ottenere risultati nello spazio nazionale, non perché siamo nazionalisti ma perché non possiamo aspettare che ci siano otto governi di sinistra in Europa per poter fare qualcosa”. Non poteva mancare nella discussione la contraddizione su cui la destra gioca con maggiore profitto le sue carte. Sull’immigrazione, afferma De Masi, abbiamo sempre combattuto contro le guerre e i trattati di libero scambio che hanno penalizzato i paesi del terzo mondo. Servono però regole per i migranti economici, c’è troppo lavoro nero e sottopagato per gli immigrati, inclusi i giovani italiani che hanno ricominciato ad emigrare massicciamente in Germania. L’immigrazione non è un problema solo per i paesi di arrivo, è una tragedia per i paesi di origine che si vedono sottrarre i giovani e le risorse umane migliori.
George Kuzmanovich, responsabile esteri di France Insoumise, ha esordito ricordando che gli ultraliberisti sono al governo in Europa da più di venti anni, ma la sfida contro di essi è stata lanciata dalla destra e non dalla sinistra che spesso, in questi venti anni, è stata al governo. “Oggi se i partiti di sinistra vogliono andare al governo devono cambiare radicalmente politica”. Nelle elezioni presidenziali del 2017, “France Insoumise ha provato a far cambiare di passo la sinistra con un approccio più popolare, al limite del populismo, parlando però dei problemi sociali e scagliandosi contro i Trattati europei e i trattati di libero scambio”.
Kuzmanovich spiega poi che “la capitolazione di Tsipras ci ha convinti ad elaborare il Piano A e il Piano B e non si tratta di nazionalismo”.
L’immigrazione è stato spesso “un problema ignorato dai partiti di sinistra al governo, mentre i trattati di libero scambio tra Ue e paesi africani hanno creato uno squilibrio devastante che ha spinto la gente ad emigrare”.
In vista delle elezioni europee, ha sostenuto Kuzmanovich, vorrebbero farci apparire come nazionalisti, in realtà siamo europeisti ma dalla parte della gente come dimostra il documento di Lisbona. “E’ difficile fare un partito comune della sinistra in Europa, ma possiamo darci degli obiettivi comuni, come quello della tassazione dei grandi gruppi capitalisti con l’obiettivo di reperire risorse per il settore pubblico, è una ricetta classicamente keynesiana”.
La discussione apertasi successivamente ha presentato spunti interessanti su questioni come democrazia, sovranità popolare, populismo, sul come entrare in campo contro un governo contraddittorio al suo interno, con il dato comune, ormai da tutti riconosciuto, che la destra è cresciuta soprattutto per gli errori o lo snobismo della sinistra e non solo sull’immigrazione.
E’ intervenuta nella discussione anche la Piattaforma Eurostop, portando il proprio contributo.
In primo luogo basta con la confusione tra Europa ed Unione Europea. La seconda è la gabbia costruita dalle classi dominanti sull’Europa ed è questa la gabbia che va rotta. Su questo Eurostop ha avanzato una proposta di legge affinché si possa tenere un referendum, anche in Italia come avvenuto in altri paesi. Ed ha scelto la raccolta di firme nelle strade proprio per andare a verifica e mettere fine a quella “paura del popolo” che ha ingabbiato e poi sbaragliato ogni “connessione sentimentale” tra la sinistra e le classi popolari nel nostro paese.
Per Eurostop, il documento di Lisbona è un buon punto di partenza ma quello che può fare la differenza e invertire la tendenza è il Piano B come strategia comune delle forze popolari e alternative in Europa, anche nelle elezioni europee. Il Piano B non indica solo la possibilità della rottura con l’Unione Europea dei Trattati – anche unilaterale – ma indica anche una alternativa attraverso l’alleanza dei paesi euromediterranei, un’alleanza che apre due possibilità: quella di una economia centrata sulle possibilità e i bisogni della popolazione (come ben ha elaborato Samir Amin nella sua tesi sulla disconnessione) e la possibilità di gestire la questione immigrazione in termini non colonialisti e razzisti. Si apre una sfida che va ingaggiata con maggiore determinazione e coraggio politico, proprio per rompere lo schema tra europeismo liberista ed euronazionalismo di destra che ha un denominatore comune: riaffermare il dominio del profitto sul lavoro e delle oligarchie sulle classi popolari.
Fonte
02/06/2018
“Potere al Popolo deve assumere una posizione più coraggiosa per la rottura dei Trattati europei”
Non intendo fare analisi perché cinque minuti sono pochi e occorre andare al merito delle questioni che oggi dobbiamo discutere. Non faccio analisi anche perché la situazione che ormai tutti abbiamo davanti agli occhi è chiarissima: così come accaduto in Grecia nel 2015 oggi sta accadendo nell’Italia del 2018, anche se, ovviamente, con forze soggettive in campo completamente diverse. Lì c’era il governo di Syriza, qui un possibile governo M5S/Lega. Ma il problema che si è prodotto è il medesimo: la gabbia dei diktat e dei trattati europei si chiude e non vengono concessi spazi di negoziazione. Ma se la gabbia si chiude che conclusioni dobbiamo trarne?
Non solo si profilano problemi di contrasto costituzionale tra i dettami dei trattati istitutivi dell’Unione Europea e la Costituzione repubblicana del nostro paese, ma si palesa uno scenario fin troppo nitido per cui rompere la gabbia dei trattati istitutivi della Ue – e dunque dell’Unione Europea istituita dai trattati, su questo non si sono più giochi di parole – diventa inevitabile per qualsiasi ipotesi alternativa al quadro esistente. Se Potere al Popolo ottenesse il 51% dei voti e mandasse uno di noi a negoziare a Bruxelles con gli apparati della Ue, si troverebbe esattamente di fronte agli stessi problemi della Grecia di Tispras e del governo lega/stellato.
A nostro avviso, come compagni che hanno dato vita alla Piattaforma Eurostop e partecipano convintamente all’esperienza di Potere al Popolo, occorre che Potere al Popolo assuma una posizione più nitida e coraggiosa su tale questione.
La richiesta di rottura unilaterale con l’Unione Europea richiama, per alcuni aspetti, l’elaborazione – del tutto incompresa e osteggiata a sinistra – del “delinking” dell’economista marxista Samir Amin prodotta negli anni ’80, in cui indicava lo sganciamento dal mercato mondiale (e dello sviluppo autocentrato) dei paesi più deboli come unica strada per la sopravvivenza.
Riteniamo che Potere al Popolo non possa attestarsi al di sotto della proposta del “Piano B” che dichiara l’Unione Europea e i suoi trattati irriformabili. Quindi predispone ogni paese alla fuoriuscita, anche unilaterale lì dove si rende possibile, e alla costruzione di una nuova area di integrazione regionale – sganciata dai parametri di Maastricht e dai vincoli introdotti successivamente dalla Ue – che molti, in Francia e non solo, indicano in un’area alternativa euromediterranea, tra l’altro unica soluzione “non coloniale” per una gestione cooperativa e dignitosa del problema emigrazione/immigrazione dalla sponda sud del Mediterraneo e dall’Africa. In tal senso la fuoriuscita dalla Nato e una politica estera di neutralità e non colonialista diventano inevitabili.
Concludo invitando Potere al Popolo ad assumere la campagna per la richiesta di un referendum popolare sui Trattati europei come perno per mettere in primo piano la sovranità popolare e la democrazia sulle decisioni strategiche di un paese.
Dunque Piano B, rottura con la Ue/Eurozona e richiesta di referendum ci consentirebbero di cogliere in pieno le contraddizioni che si stanno manifestando dentro quel pezzo di società che ha affidato al M5S (in misura assai minore alla Lega) il suo voto di protesta contro le oligarchie di Bruxelles e l’arroganza delle elite dominanti. E’ un bel pezzo del nostro blocco sociale che invece di guardare – e trovare – a sinistra le risposte che cerca le ha affidate ad altri.
Intervento di Sergio Cararo al tavolo su “Europa, migrazione, internazionalismo” nell’assemblea nazionale di Potere al Popolo tenutasi a Napoli il 26/27 maggio.
Fonte
Non solo si profilano problemi di contrasto costituzionale tra i dettami dei trattati istitutivi dell’Unione Europea e la Costituzione repubblicana del nostro paese, ma si palesa uno scenario fin troppo nitido per cui rompere la gabbia dei trattati istitutivi della Ue – e dunque dell’Unione Europea istituita dai trattati, su questo non si sono più giochi di parole – diventa inevitabile per qualsiasi ipotesi alternativa al quadro esistente. Se Potere al Popolo ottenesse il 51% dei voti e mandasse uno di noi a negoziare a Bruxelles con gli apparati della Ue, si troverebbe esattamente di fronte agli stessi problemi della Grecia di Tispras e del governo lega/stellato.
A nostro avviso, come compagni che hanno dato vita alla Piattaforma Eurostop e partecipano convintamente all’esperienza di Potere al Popolo, occorre che Potere al Popolo assuma una posizione più nitida e coraggiosa su tale questione.
La richiesta di rottura unilaterale con l’Unione Europea richiama, per alcuni aspetti, l’elaborazione – del tutto incompresa e osteggiata a sinistra – del “delinking” dell’economista marxista Samir Amin prodotta negli anni ’80, in cui indicava lo sganciamento dal mercato mondiale (e dello sviluppo autocentrato) dei paesi più deboli come unica strada per la sopravvivenza.
Riteniamo che Potere al Popolo non possa attestarsi al di sotto della proposta del “Piano B” che dichiara l’Unione Europea e i suoi trattati irriformabili. Quindi predispone ogni paese alla fuoriuscita, anche unilaterale lì dove si rende possibile, e alla costruzione di una nuova area di integrazione regionale – sganciata dai parametri di Maastricht e dai vincoli introdotti successivamente dalla Ue – che molti, in Francia e non solo, indicano in un’area alternativa euromediterranea, tra l’altro unica soluzione “non coloniale” per una gestione cooperativa e dignitosa del problema emigrazione/immigrazione dalla sponda sud del Mediterraneo e dall’Africa. In tal senso la fuoriuscita dalla Nato e una politica estera di neutralità e non colonialista diventano inevitabili.
Concludo invitando Potere al Popolo ad assumere la campagna per la richiesta di un referendum popolare sui Trattati europei come perno per mettere in primo piano la sovranità popolare e la democrazia sulle decisioni strategiche di un paese.
Dunque Piano B, rottura con la Ue/Eurozona e richiesta di referendum ci consentirebbero di cogliere in pieno le contraddizioni che si stanno manifestando dentro quel pezzo di società che ha affidato al M5S (in misura assai minore alla Lega) il suo voto di protesta contro le oligarchie di Bruxelles e l’arroganza delle elite dominanti. E’ un bel pezzo del nostro blocco sociale che invece di guardare – e trovare – a sinistra le risposte che cerca le ha affidate ad altri.
Intervento di Sergio Cararo al tavolo su “Europa, migrazione, internazionalismo” nell’assemblea nazionale di Potere al Popolo tenutasi a Napoli il 26/27 maggio.
Fonte
26/05/2018
Anche in Euskadi si discute dell’exit strategy dall’Unione Europea
A Bilbao e in altri centri dei Paesi Baschi, l’organizzazione Askapena, storica realtà internazionalista del movimento della sinistra indipendentista basca, ha organizzato alcune conferenze pubbliche sul tema della rottura con l’Unione Europea. A questo ciclo di conferenze partecipano anche due compagni della Piattaforma Eurostop italiana.
Ieri a Romo, un quartiere di Getxo, nella zona di Bilbao, in una sala del Centro di Cultura Basco sono accorse una cinquantina di persone, soprattutto giovani, per ascoltare e discutere di un’alternativa reale alla vita sotto l’UE. L’argomento centrale ruotava intorno al fascismo, le sue forme e il suo sviluppo in Europa. C’è stato il racconto della guerra in Donbass da un compagno che l’ha vissuta direttamente, presente nella casa dei sindacati a Odessa il 2 maggio di 4 anni fa quando venne bruciata dai fascisti e morirono decine di persone. Sono intervenute una compagna dei movimenti femministi e una compagna tedesca della rete di Blockoccupy e i compagni di Eurostop. C’è stato confronto rispetto all’impianto strategico che i popoli in lotta e le organizzazioni popolari devono assumere: l’Europa come spazio politico transnazionale dei movimenti e delle città solidali o rottura della gabbia UE con la prospettiva di creare un’area di solidarietà che si opponga all’imperialismo dei blocchi in competizione? Sia i compagni di Askapena quanto il pubblico hanno potuto notare la differenza qualitativa delle proposte in campo. La proposta della rottura della Ue e dell’area alternativa euromediterranea avanzata da Eurostop ha riscosso indubbiamente molto interesse.
Il giro di conferenze avviene in preparazione di una festa popolare del movimento indipendentista basco il prossimo 2 giugno nel contesto del lancio da parte di Askapena della campagna per l’uscita di Euskal Herria dall’Unione Europea.
Fonte
Ieri a Romo, un quartiere di Getxo, nella zona di Bilbao, in una sala del Centro di Cultura Basco sono accorse una cinquantina di persone, soprattutto giovani, per ascoltare e discutere di un’alternativa reale alla vita sotto l’UE. L’argomento centrale ruotava intorno al fascismo, le sue forme e il suo sviluppo in Europa. C’è stato il racconto della guerra in Donbass da un compagno che l’ha vissuta direttamente, presente nella casa dei sindacati a Odessa il 2 maggio di 4 anni fa quando venne bruciata dai fascisti e morirono decine di persone. Sono intervenute una compagna dei movimenti femministi e una compagna tedesca della rete di Blockoccupy e i compagni di Eurostop. C’è stato confronto rispetto all’impianto strategico che i popoli in lotta e le organizzazioni popolari devono assumere: l’Europa come spazio politico transnazionale dei movimenti e delle città solidali o rottura della gabbia UE con la prospettiva di creare un’area di solidarietà che si opponga all’imperialismo dei blocchi in competizione? Sia i compagni di Askapena quanto il pubblico hanno potuto notare la differenza qualitativa delle proposte in campo. La proposta della rottura della Ue e dell’area alternativa euromediterranea avanzata da Eurostop ha riscosso indubbiamente molto interesse.
Il giro di conferenze avviene in preparazione di una festa popolare del movimento indipendentista basco il prossimo 2 giugno nel contesto del lancio da parte di Askapena della campagna per l’uscita di Euskal Herria dall’Unione Europea.
Fonte
12/04/2018
Come si organizzano i comunisti nel 21° Secolo? Un forum a Roma il 21 aprile
La Rete dei Comunisti ha promosso durante la campagna elettorale una serie di iniziative per riproporre il ragionamento sull’organizzazione e la funzione dei comunisti fondato sulla teoria dei tre fronti. La centralità assunta dalla vicenda della lista “Potere al Popolo” non poteva e non può rimuovere il dibattito sul ruolo dei comunisti in questa in fase.
Se infatti la partecipazione della RdC con la Piattaforma Eurostop alla lista Potere al Popolo ci ha permesso di fare un passaggio nello sviluppo pratico della strategia dei tre fronti, non possiamo ripetere gli errori che hanno portato i partiti comunisti di questo paese a perdere ogni funzione politica e organizzativa nel blocco sociale.
A conclusione della vicenda elettorale, che ha sancito la fine della sinistra “storica” nel paese, riproponiamo un dibattito sul ruolo che i comunisti e la loro organizzazione devono avere in un paese a capitalismo avanzato e centrale nella costruzione del polo imperialista europeo.
Aprire il dibattito su quale deve essere l’approccio dei comunisti affinché la battaglia strategica per la rottura si relazioni con la rappresentanza politica dei settori sociali, con il momento elettorale e con le vertenze e le lotte che attraversano il blocco sociale, è fondamentale per non riprodurre modelli e ipotesi politiche e organizzative che crediamo siano state superate nei fatti.
Proponiamo per sabato 21 Aprile, dalle ore 10 presso i locali di Impact Hub Roma (Via dello Scalo San Lorenzo n° 67) una tavola rotonda che coinvolga i compagni con cui ci siamo confrontati e relazionati negli ultimi anni nei diversi fronti di intervento
Oltre al documento della RdC che è stato la base per le iniziative sui tre fronti che hanno accompagnato la campagna elettorale, sottoponiamo ai compagni 5 domande le cui risposte crediamo siano fondamentali per rilanciare il dibattito all’interno delle organizzazioni, gruppi e collettivi che si rifanno all’esperienza comunista e che a questa vogliono ridare prospettiva.
1) Il partito comunista di massa ha ancora senso ed efficacia?
2) Le profonde modifiche della composizione di classe che conseguenze hanno prodotto nella società e nel blocco sociale antagonista?
3) Quale funzione e impegno dei comunisti nella rappresentanza politica?
4) Quale movimento sindacale opponiamo al patto sociale neocorporativo?
5) Quali conflitti, quali movimenti e quali organizzazioni sociali/sindacali sono più efficaci nella dimensione metropolitana?
Rete dei Comunisti
Riproponiamo il nostro punto di vista sull’organizzazione e sul ruolo dei comunisti in un paese che, come l’Italia, ha un ruolo centrale nella costruzione del polo imperialista europeo. Un punto di vista che deve necessariamente tenere conto delle trasformazioni sociali che hanno completamente mutato non solo la composizione di classe ma anche la capacità di organizzazione e di percezione dei propri interessi delle classi subalterne.
Quale deve essere l’approccio dei comunisti nei confronti dei momenti elettorale, quali gli obiettivi da perseguire? Quale deve essere la relazione tra la battaglia strategica per la rottura sistemica, le vertenze dei settori sociali e dei lavoratori e la rappresentanza politica dei settori di massa? Ha senso oggi riproporre un modello puramente identitario della soggettività comunista, o quello del “partito di massa”, senza confrontarsi con le condizioni e i gradi di coscienza imposti da decenni di scomposizione di classe?
Sulla base di questo documento invitiamo i comunisti a confrontarsi su questi temi dopo che siamo stati impegnati in una campagna elettorale che ha visto la Piattaforma Eurostop, movimento politico animato dalla Rete dei Comunisti insieme ad altre organizzazioni politiche, sociali e sindacali, parte integrante della lista Potere al Popolo.
La nostra impostazione
Dagli anni ’90 la Rete dei Comunisti ha fatto della teoria dei tre fronti la propria strategia in una fase non rivoluzionaria. L’analisi della nuova composizione di classe, con le trasformazioni che ha subito in termini quantitativi e qualitativi la classe operaia, pilastro sociale su cui si fondava la forza del movimento comunista e di classe nel nostro paese dal dopoguerra, l’emergere di nuovi soggetti sociali soprattutto nelle aree metropolitane, unita al bilancio della sconfitta storica subita dal movimento operaio internazionale con la caduta dell’Unione Sovietica e la conseguente egemonia globale del capitalismo, ci ha costretti a elaborare una strategia che sapesse dare ai comunisti una funzione nel nuovo scenario. Abbiamo più volte sostenuto che le “ragioni sociali” dei comunisti non erano finite nemmeno nel momento di massima potenza geometrica dell’imperialismo, ovvero quegli anni novanta e primi duemila caratterizzati dall’egemonia globale dell’imperialismo statunitense e dal processo costituente dell’UE che si andava a dotare degli strumenti istituzionali adeguati alla nuova fase internazionale. Per più di un decennio il lavoro teorico della Rete dei Comunisti, così come la militanza dei propri quadri politici, è stato messo a disposizione della costruzione di un fronte sociale e sindacale capace di intercettare e organizzare lavoratori, disoccupati e proletariato metropolitano, costruendo e dinamizzando quello che oggi è il più importante soggetto del sindacalismo di base nel nostro paese, e dando vita a una dialettica tra progetto strategico della RdC e funzione sociale, ovvero la capacità di agire nelle lotte e nei movimenti sociali senza per questo rinunciare alla battaglia delle idee.
Abbiamo definito questa modalità di azione politica come appunto i “3 Fronti”.
Nell’opuscolo del Marzo 2013 “i Tre fronti della lotta di classe – Un progetto in movimento” essi si definivano come:
il “fronte strategico”, la cui funzione è la ricostruzione di un’analisi e di un punto di vista comunista della realtà, un processo iniziato a metà anni novanta per sviluppare la ricerca e l’attualizzazione su temi come l’imperialismo, la composizione e l’inchiesta di classe, le caratteristiche del conflitto tra capitale e lavoro, il passato e il presente delle esperienze di transizione al socialismo;
il “fronte politico” che ha sempre avuto ben presente l’esigenza della rappresentanza politica (anche elettorale) come espressione però di interessi di classe definiti e organizzati e non dunque di mera rappresentazione di residue storie politiche e personali della sinistra per quanto dignitose esse possano essere;
il “fronte sociale” dell’organizzazione diretta dei settori del blocco sociale antagonista tramite il conflitto di classe nei posti di lavoro e nelle aree metropolitane, un processo questo che affonda le proprie radici e che ha accumulato esperienza, elaborazione e convinzioni a partire dagli anni settata del secolo scorso.
L’articolazione sui tre fronti è stata elaborata sulla base del fatto che la loro sintesi nel nostro paese è andata liquidandosi nel tempo, sia sotto i colpi dell’avversario e delle modificazioni nella realtà sociale, sia per le crescenti contraddizioni dei partiti comunisti esistenti.
Siamo convinti che l’organizzazione non sia uno strumento immutabile nel tempo e che essa debba essere in grado di modificarsi a seconda del contesto e della realtà sociale e politica in cui opera. Concependo l’organizzazione come un mezzo e non come un fine non possiamo pensare che essa sia adeguata ad affrontare, a prescindere, le sfide imposte da scenari diversi. Crediamo al contrario che l’organizzazione si debba modificare e adattare alle esigenze di fase senza mai perdere di vista l’obiettivo e il fine ultimo dei comunisti, ovvero la rivoluzione sociale anche in un paese a capitalismo avanzato come il nostro.
La domanda allora è: come può oggi operare una organizzazione comunista nella realtà dell’occidente a capitalismo avanzato, caratterizzato dalla pauperizzazione di ampi settori di società, da una crisi di egemonia dell’avversario di classe che si ripercuote anche sul livello istituzionale, da una preventiva repressione interna mirata a non lasciare nessuno spazio di sviluppo al dissenso sociale e da una tendenza alla guerra economica e militare sul versante internazionale?
Di fronte a queste contraddizioni, tendenzialmente favorevoli all’affermazione di un progetto di rottura com’è quello dei comunisti, dobbiamo registrare la più totale passività dei nostri settori sociali, generalmente riluttanti al conflitto e privati – a causa degli errori storici della sinistra – degli strumenti adeguati a resistere alla guerra dichiarata e combattuta dalle classi dominanti. Anche dove si registrano momenti elevati di conflitto sociale il movimento di classe in quanto tale risulta impotente, incapace di contrapporre all’attacco dell’avversario una risposta politica e sociale a 360° chiudendosi nel vertenzialismo e nelle rivendicazioni specifiche.
Siamo convinti che la nostra teorizzazione sui tre fronti non sia stata superata dai fatti e anzi ancora oggi trova riscontri positivi nella realtà. Gli ultimi anni sono stati però segnati da una profonda velocizzazione dei processi che ha politicizzato lo scontro e che, pur mantenendo distinti organizzativamente i nostri assi di intervento, ci ha permesso alcuni importanti momenti di avvicinamento politico e di ricomposizione dei tre fronti. Solo per restare nell’ultimo anno politico possiamo registrare la grande mobilitazione contro il referendum per la modifica della costituzione che ha avuto nelle giornate del 21 e 22 ottobre il punto più alto di mobilitazione con la partecipazione alla manifestazione nazionale di alcune decine di migliaia di persone, palesando una possibile alleanza tra soggetti sociali e politici capaci di rappresentare un blocco sociale insofferente dopo anni di crisi. Lo stesso potenziale soggetto lo abbiamo visto scendere in campo anche in altre occasioni come nella manifestazione contro il vertice UE in occasione dell’anniversario per i trattati europei nel marzo 2017 e in occasione dello sciopero e della manifestazione contro il governo di novembre. Questa alleanza, riunita sotto l’ombrello della Piattaforma Sociale Eurostop, è stata sicuramente frutto del lavoro soggettivo delle realtà sociali e politiche che ne fanno parte ma anche di una diversa percezione che i soggetti sociali hanno in questa fase rispetto alle possibilità di conflitto. Se lo spazio di mediazione sociale e sindacale si va restringendo sempre più la politicizzazione dell’intervento e delle lotte rimane l’unica strada percorribile. Stiamo parlando ovviamente di tendenze, che però costringono ad elaborare con maggior attenzione il ruolo e la funzione di ognuno dei tre fronti.
L’organizzazione dei comunisti
Per anni abbiamo fatto del fronte strategico, il terreno proprio dell’azione dei comunisti, un ambito di ricerca e analisi teorica e della realtà capace di elaborare ed organizzare l’azione politica sociale e sindacale. In tal senso questa nostra azione non è stata di “prima linea”, ma ha agito pubblicamente soprattutto sul terreno dell’elaborazione e della proposta teorica. Negli ultimi anni questa sorta di “sommergibile” è però emerso. La crisi dei partiti comunisti tradizionali e la progressiva settorializzazione di ampi settori militanti ci hanno portato a iniziare una progressiva emersione del fronte strategico e della nostra concezione dell’organizzazione diretta dei comunisti.
La penetrazione ideologica dell’avversario, lo sviluppo dei movimenti reazionari a livelli di massa così come il bisogno di identità e organizzazione di tanti compagni provenienti dalle organizzazioni della sinistra storica e dai movimenti rendono necessaria la presenza e l’attività del fronte strategico dei comunisti.
La recente ulteriore velocizzazione sul fronte elettorale, che ha visto la repentina costituzione della lista “Potere al Popolo”, esperienza che abbiamo deciso di sostenere, ha prodotto diverse reazioni in ciò che resta delle organizzazioni comuniste. La RdC non è un partito ed è cosciente di non esserlo: non abbiamo la sufficiente massa critica per autoproclamare noi stessi “il partito dei comunisti” e sosteniamo comunque che il partito non si proclama ma è il frutto di un processo storico. Quello che possiamo però avviare è un serio dibattito su quali devono essere le forme attraverso le quali i comunisti operano nella realtà attuale e conquistano la propria funzione. Registriamo infatti ancora oggi due tendenze tra le organizzazioni comuniste, entrambe frutto della crisi di prospettiva politica che investe i comunisti non solo in Italia ma in tutta Europa.
La prima è sicuramente quella di chi continua a concepire l’organizzazione comunista come il classico partito di massa, inteso come relazione con la realtà indipendentemente dal fatto che il dato numerico sussista o meno. Questa concezione è stata fondamentale in un’epoca – il dopoguerra – in cui, non potendo “fare come in Russia” e dialettizzando lotta sociale e lotta per la democrazia, il partito di massa e del “consenso” ha avuto un ruolo fondamentale per la crescita e lo sviluppo del movimento comunista e dell’influenza dei comunisti e per l’emancipazione di tutta la società. Questo è concretamente avvenuto fino a tutti gli anni ’70. Ma oggi tale concezione non è a nostro avviso praticabile dato lo scollamento tra classe reale e la rappresentanza politica della sinistra/comunista, nelle diverse ipotesi politiche ed elettorali, dovuto sia agli errori delle varie soggettività sia alle profonde trasformazioni che la classe stessa ha subìto.
La seconda è una tendenza che potremmo definire identitaria (a volte anche settaria) che fa dell’autoreferenzialità e della rappresentazione ideologica lo strumento della propria esistenza e sopravvivenza. Si tratta probabilmente della concezione più dannosa in questa fase. Se infatti la prima è costretta a confrontarsi quantomeno con la realtà concreta misurando la crisi della propria rappresentatività la deriva identitaria rinchiude i comunisti in un cenacolo chiuso, al massimo approdo dei resti ideologici del movimento comunista del ‘900. L’identitarismo non lascia molto spazio alla funzione di massa che i comunisti devono svolgere, né ad un rapporto vivo con la classe che vada oltre la propaganda e la presenza dei simboli nelle campagne elettorali. Pensare di ricostruire una ipotesi di rottura prescindendo dalla relazione organica e progettuale con i settori di classe che vogliamo organizzare e rappresentare, attraverso strumenti di intervento adeguati al contesto, rappresenta a nostro avviso un errore di fondo che riduce il partito ad un mero strumento di agitazione incapace però di incidere nella realtà.
All’interno della concezione del partito di massa negli ultimi anni è emersa poi una ulteriore impostazione, in particolare tra le fila di alcune componenti del PRC, che ha inteso il partito comunista come “partito sociale”, ovvero un’organizzazione capace di riassumere al proprio interno anche la dimensione del conflitto sociale di classe. Questa ipotesi prende atto della distanza politica che si è andata creando nel nostro paese verso una realtà della classe in netta discontinuità con la storia precedente. Questo è certamente un passo in avanti rispetto all’idea che il terreno elettorale sia quello principale di azione. Ci sentiamo però di sollevare una obiezione su questa prospettiva; infatti tenendo conto della sproporzione dei rapporti di forza tra le classi oggi assistiamo ad una crescente divaricazione tra “l’entropia” conflittuale che si vive nei settori sociali, con l’esclusione di quelle parti attaccate direttamente ad esempio con i licenziamenti, ed il processo di politicizzazione che si impone nello scontro con le politiche delle classi dominanti. La necessaria funzione progettuale dei comunisti non può avere la stessa “lunghezza d’onda” della condizione arretrata del conflitto, costringere queste due dimensione nello stesso ambito organizzato rischia di penalizzare ambedue. D’altra parte già negli anni novanta i COBAS affermavano che la differenza tra il conflitto sociale e quello politico era ormai superato; come gli eventi successivi hanno poi dimostrato l’ipotesi COBAS, nelle sue diverse varianti, si è poi ripiegata su una dimensione non solo tutta sindacale, ma spesso vertenziale ed aziendalista.
Quella che rivendichiamo invece è la concezione dell’organizzazione come intellettuale collettivo, capace di produrre azione politica di massa, elaborazione teorica e un modello di militanza che siano in campo indipendentemente dalla tagliola delle elezioni e dagli appuntamenti imposti dall’avversario di classe. Una organizzazione, di quadri e militanti, in grado di realizzare un serio bilancio del Novecento (ovviamente senza buttare il bambino con l’acqua sporca) ed in grado di produrre una prospettiva di rottura adatta alla fase attuale. Per fare ciò è centrale il lavoro del fronte strategico dei comunisti che oggi deve saper interpretare le dinamiche di fondo del capitalismo attuale, orientare l’azione politica, affrontare i nodi legati alla transizione e ricostruire gli strumenti organizzativi sui cui operare sia a livello teorico e analitico sia di massa.
Sulla Rappresentanza Politica, le esperienze di Eurostop ed il passaggio di Potere al Popolo
La novità degli ultimi anni è stato il tentativo di costruire gli strumenti giusti per dare gambe al fronte politico e della rappresentanza. È stato un percorso che ci ha visto partecipare a diversi passaggi fino a giungere alla costituzione della Piattaforma Sociale Eurostop. Noi come tutti i soggetti della sinistra più o meno radicale abbiamo dovuto fare i conti con una scissione oggettiva tra la sinistra e la realtà del corpo sociale di riferimento. Ma il nostro operare sui tre fronti ci ha permesso di costruire un rapporto di massa solido contribuendo all’attività sindacale indipendente ed essendo interni ai movimenti sociali e metropolitani. Storicamente, nella costruzione degli strumenti sindacali e sociali abbiamo sempre evitato la sovrapposizione con la prospettiva politico-strategica, motivo per cui abbiamo scelto di contribuire alla costruzione del sindacato di massa e conflittuale e non di un sindacato comunista e identitario, ma i contributi provenienti dal fronte strategico ci hanno permesso di trovare riscontri anche nella dimensione sindacale nel momento in cui abbiamo proceduto alla costruzione del fronte politico sulla rappresentanza. Il primo passaggio lo abbiamo avuto con il Comitato “No Debito”. Non è stato un caso che il ”colpo di stato bianco” operato dalla BCE contro l’allora governo Berlusconi, ci abbia fornito l’occasione per cominciare a gettare le basi materiali per la costruzione di questa prospettiva. La scelta è stata quella di partire dalle contraddizioni in atto e non dai soli soggetti sociali per poi declinare una progettualità politica di rottura che, basandosi sulla denuncia delle politiche di austerità, tentasse di ridare forma a quel corpo sociale strangolato dalle politiche UE e dalla competizione internazionale. Lo sviluppo del progetto europeista ci ha permesso di costruire un progetto incardinato sul rifiuto delle politiche comunitarie che ci ha portato prima con Ross@ e poi in maniera più chiara e strutturata con Eurostop a contribuire alla costruzione di un fronte largo, sociale e politico, che ha affrontato e diretto con successo importanti momenti politici.
Una costruzione che è partita anche dalla coscienza della necessità di tenere un “filo rosso” tra il movimento operaio del passato e l’attuale conflitto di classe e che ha creato le condizioni per una collaborazione politica positiva tra soggetti ed organizzazioni diversi da noi per storia e collocazione.
Le mobilitazioni contro la guerra, contro il referendum voluto dal governo Renzi, contro il vertice dei capi di stato Ue a Roma e l’ultima di novembre contro il governo Gentiloni hanno portato in piazza un pezzo di quella ricomposizione sociale e politica necessaria per ridare protagonismo politico al movimento di classe. Contemporaneamente allo sviluppo del nostro fronte politico le contraddizioni dell’avversario hanno continuato ad accumularsi soprattutto sul piano istituzionale. Nonostante la stagnazione ed un sostanziale equilibrio delle forze a livello mondiale, nel quale nessuna potenza può imporre del tutto il proprio dominio alle altre e che a tutt’oggi non ha ancora prodotto grandi sommovimenti, è sempre più evidente la crisi di egemonia delle classi dominanti che oggi traspare dalla crisi istituzionale sia negli Stati Uniti con la presidenza Trump sia nell’Unione Europea.
Dal voto dell’Oxi in Grecia al referendum sulla Brexit, al referendum costituzionale in Italia, fino alle elezioni tedesche, ogni volta che i governi responsabili delle politiche Ue sono sottoposti ad una consultazione popolare sono stati sonoramente battuti e hanno dovuto costruire esecutivi di unità nazionale. Questo segna una netta perdita di egemonia dell’avversario di classe che non si ripercuote però sull’intensità del conflitto di classe dal basso, ma che produce molto spesso fenomeni di voto per protesta e antisistema, generalmente non orientati a sinistra.
Superato il momento elettorale, che ha anche in Italia la necessità di un governo di larghe intese, dove ci siamo posti il problema di costruire lo strumento adeguato per giocare una partita anche sulla contraddizione istituzionale che investe l’avversario. La costruzione di Eurostop ci ha permesso di rispondere alla chiamata di Potere al Popolo con la forza di un percorso strutturato in un fronte che ha potuto inserire una parte importante delle proprie ragioni nella lista che tendenzialmente può costituire uno strumento di rappresentanza elettorale ed istituzionale largo, potenzialmente capace di ricomporre l’atomizzazione che la classe ha subito negli ultimi decenni.
Il risultato elettorale in questa fase non è stato il dato centrale, ma che si sia aperto questo processo è un fatto importante che rappresenta una discontinuità con le liste che la sinistra radicale ha proposto in passato. Ogni fronte ha al suo interno delle contraddizioni ma oggi il compito dei comunisti è quello di mantenere saldi i punti strategici, come la rottura con il sistema costituito dai trattati della Ue e l’uscita dalla Nato, mantenendo però l’unità di quelle forze sociali e politiche che possono essere la base con cui ridare voce agli interessi popolari.
Dare voce agli interessi popolari non può rappresentare una mera enunciazione e anche il modo in cui viene costruita e realizzata una campagna politica/elettorale è fondamentale per dare coerenza al nostro ragionamento ed esplicitare a pieno la funzione dei comunisti. Le aree degradate delle metropoli, i posti di lavoro, le scuole e le università sono i luoghi centrali del nostro intervento di massa e lo sono stati per la nostra campagna elettorale. La politica va costruita nelle strade nel rapporto diretto con chi vogliamo rappresentare ed organizzare, abbandonando e avversando i “salotti” e i ristretti circoli che hanno allontanato la sinistra dalla classe. Nessuna scorciatoia identitaria è possibile. Lo scollamento tra la sinistra, i comunisti e il blocco sociale è tale per cui pensare che simboli o affermazioni di identità siano in grado di rappresentare segmenti sociali veri è idealistico e fuori dal contesto.
Per la rappresentanza sociale organizzata
Le possibilità di intervento sul piano politico non possono però far venire meno l’importanza di continuare il processo organizzativo e di sedimentazione delle forze sul versante sindacale e sociale. Il rapporto tra militanti e settori sociali è dirimente. Un rapporto che non può fondarsi solo sulla propaganda ma che deve basarsi, come abbiamo fatto in questi anni, sulla costruzione del conflitto sociale organizzato che deve mantenere la sua autonomia politica e organizzativa ma che deve anche considerare le dinamiche di politicizzazione prima citate. Non è un caso infatti che sia Eurostop, che vede la partecipazione diretta di USB, sia Potere al Popolo abbiano ricevuto molti consensi tra i delegati sindacali più attivi e combattivi. La necessità di aumentare i livelli di organizzazione sociale si dialettizza con il bisogno di politica e di prospettive generali di chi ogni giorno si scontra con la chiusura degli spazi di mediazione sindacale concessi dal nemico di classe. Ancora una volta la strutturazione dell’azione politica sui tre fronti permette di gestire questo processo senza comprimere le diverse espressioni della lotta di classe, ma procedendo in parallelo tra costruzione della rappresentanza politica e organizzazione del conflitto sociale. Molti dei candidati nelle liste di Potere al Popolo sono stati diretta espressione delle lotte e delle vertenze territoriali del sindacalismo di base e dei movimenti sociali e territoriali. Ciò dimostra che praticando uno sviluppo nei diversi ambiti di intervento si rafforza il progetto complessivo.
Siamo convinti che la sintesi tra i tre fronti che hanno caratterizzato la nostra azione politica in questi anni non è ancora data dalla realtà. Le dinamiche di politicizzazione e velocizzazione a cui assistiamo non hanno ancora superato la situazione che ci ha convinto ad optare per questo modello e per questa strategia. Su questo approccio vogliamo andare a confronto con i militanti e gli attivisti di diversa provenienza. In una fase come questa le forme dell’organizzazione comunista e del rapporto di massa sono fondamentali per reggere uno scontro che si fa sempre più duro. Le ipotesi movimentiste attive negli anni passati non trovano più terreno su cui crescere e svilupparsi, così come le organizzazioni storiche, settarie o basate sul modello del “partito leggero” non svolgono più una funzione progressiva ma continuano a riprodurre gli schemi che ci hanno portato alla situazione di attuale debolezza. Di quale organizzazione abbiamo bisogno e come darle ruolo è oggi una domanda imprescindibile per i comunisti. Aprire il confronto su una esperienza che in qualche modo ha tenuto testa allo sviluppo della situazione generale crediamo sia il miglior contributo che possiamo dare per cercare risposte a queste domande.
Rete dei Comunisti
Fonte
Se infatti la partecipazione della RdC con la Piattaforma Eurostop alla lista Potere al Popolo ci ha permesso di fare un passaggio nello sviluppo pratico della strategia dei tre fronti, non possiamo ripetere gli errori che hanno portato i partiti comunisti di questo paese a perdere ogni funzione politica e organizzativa nel blocco sociale.
A conclusione della vicenda elettorale, che ha sancito la fine della sinistra “storica” nel paese, riproponiamo un dibattito sul ruolo che i comunisti e la loro organizzazione devono avere in un paese a capitalismo avanzato e centrale nella costruzione del polo imperialista europeo.
Aprire il dibattito su quale deve essere l’approccio dei comunisti affinché la battaglia strategica per la rottura si relazioni con la rappresentanza politica dei settori sociali, con il momento elettorale e con le vertenze e le lotte che attraversano il blocco sociale, è fondamentale per non riprodurre modelli e ipotesi politiche e organizzative che crediamo siano state superate nei fatti.
Proponiamo per sabato 21 Aprile, dalle ore 10 presso i locali di Impact Hub Roma (Via dello Scalo San Lorenzo n° 67) una tavola rotonda che coinvolga i compagni con cui ci siamo confrontati e relazionati negli ultimi anni nei diversi fronti di intervento
Oltre al documento della RdC che è stato la base per le iniziative sui tre fronti che hanno accompagnato la campagna elettorale, sottoponiamo ai compagni 5 domande le cui risposte crediamo siano fondamentali per rilanciare il dibattito all’interno delle organizzazioni, gruppi e collettivi che si rifanno all’esperienza comunista e che a questa vogliono ridare prospettiva.
1) Il partito comunista di massa ha ancora senso ed efficacia?
2) Le profonde modifiche della composizione di classe che conseguenze hanno prodotto nella società e nel blocco sociale antagonista?
3) Quale funzione e impegno dei comunisti nella rappresentanza politica?
4) Quale movimento sindacale opponiamo al patto sociale neocorporativo?
5) Quali conflitti, quali movimenti e quali organizzazioni sociali/sindacali sono più efficaci nella dimensione metropolitana?
Rete dei Comunisti
*****
Riproponiamo il nostro punto di vista sull’organizzazione e sul ruolo dei comunisti in un paese che, come l’Italia, ha un ruolo centrale nella costruzione del polo imperialista europeo. Un punto di vista che deve necessariamente tenere conto delle trasformazioni sociali che hanno completamente mutato non solo la composizione di classe ma anche la capacità di organizzazione e di percezione dei propri interessi delle classi subalterne.
Quale deve essere l’approccio dei comunisti nei confronti dei momenti elettorale, quali gli obiettivi da perseguire? Quale deve essere la relazione tra la battaglia strategica per la rottura sistemica, le vertenze dei settori sociali e dei lavoratori e la rappresentanza politica dei settori di massa? Ha senso oggi riproporre un modello puramente identitario della soggettività comunista, o quello del “partito di massa”, senza confrontarsi con le condizioni e i gradi di coscienza imposti da decenni di scomposizione di classe?
Sulla base di questo documento invitiamo i comunisti a confrontarsi su questi temi dopo che siamo stati impegnati in una campagna elettorale che ha visto la Piattaforma Eurostop, movimento politico animato dalla Rete dei Comunisti insieme ad altre organizzazioni politiche, sociali e sindacali, parte integrante della lista Potere al Popolo.
La nostra impostazione
Dagli anni ’90 la Rete dei Comunisti ha fatto della teoria dei tre fronti la propria strategia in una fase non rivoluzionaria. L’analisi della nuova composizione di classe, con le trasformazioni che ha subito in termini quantitativi e qualitativi la classe operaia, pilastro sociale su cui si fondava la forza del movimento comunista e di classe nel nostro paese dal dopoguerra, l’emergere di nuovi soggetti sociali soprattutto nelle aree metropolitane, unita al bilancio della sconfitta storica subita dal movimento operaio internazionale con la caduta dell’Unione Sovietica e la conseguente egemonia globale del capitalismo, ci ha costretti a elaborare una strategia che sapesse dare ai comunisti una funzione nel nuovo scenario. Abbiamo più volte sostenuto che le “ragioni sociali” dei comunisti non erano finite nemmeno nel momento di massima potenza geometrica dell’imperialismo, ovvero quegli anni novanta e primi duemila caratterizzati dall’egemonia globale dell’imperialismo statunitense e dal processo costituente dell’UE che si andava a dotare degli strumenti istituzionali adeguati alla nuova fase internazionale. Per più di un decennio il lavoro teorico della Rete dei Comunisti, così come la militanza dei propri quadri politici, è stato messo a disposizione della costruzione di un fronte sociale e sindacale capace di intercettare e organizzare lavoratori, disoccupati e proletariato metropolitano, costruendo e dinamizzando quello che oggi è il più importante soggetto del sindacalismo di base nel nostro paese, e dando vita a una dialettica tra progetto strategico della RdC e funzione sociale, ovvero la capacità di agire nelle lotte e nei movimenti sociali senza per questo rinunciare alla battaglia delle idee.
Abbiamo definito questa modalità di azione politica come appunto i “3 Fronti”.
Nell’opuscolo del Marzo 2013 “i Tre fronti della lotta di classe – Un progetto in movimento” essi si definivano come:
il “fronte strategico”, la cui funzione è la ricostruzione di un’analisi e di un punto di vista comunista della realtà, un processo iniziato a metà anni novanta per sviluppare la ricerca e l’attualizzazione su temi come l’imperialismo, la composizione e l’inchiesta di classe, le caratteristiche del conflitto tra capitale e lavoro, il passato e il presente delle esperienze di transizione al socialismo;
il “fronte politico” che ha sempre avuto ben presente l’esigenza della rappresentanza politica (anche elettorale) come espressione però di interessi di classe definiti e organizzati e non dunque di mera rappresentazione di residue storie politiche e personali della sinistra per quanto dignitose esse possano essere;
il “fronte sociale” dell’organizzazione diretta dei settori del blocco sociale antagonista tramite il conflitto di classe nei posti di lavoro e nelle aree metropolitane, un processo questo che affonda le proprie radici e che ha accumulato esperienza, elaborazione e convinzioni a partire dagli anni settata del secolo scorso.
L’articolazione sui tre fronti è stata elaborata sulla base del fatto che la loro sintesi nel nostro paese è andata liquidandosi nel tempo, sia sotto i colpi dell’avversario e delle modificazioni nella realtà sociale, sia per le crescenti contraddizioni dei partiti comunisti esistenti.
Siamo convinti che l’organizzazione non sia uno strumento immutabile nel tempo e che essa debba essere in grado di modificarsi a seconda del contesto e della realtà sociale e politica in cui opera. Concependo l’organizzazione come un mezzo e non come un fine non possiamo pensare che essa sia adeguata ad affrontare, a prescindere, le sfide imposte da scenari diversi. Crediamo al contrario che l’organizzazione si debba modificare e adattare alle esigenze di fase senza mai perdere di vista l’obiettivo e il fine ultimo dei comunisti, ovvero la rivoluzione sociale anche in un paese a capitalismo avanzato come il nostro.
La domanda allora è: come può oggi operare una organizzazione comunista nella realtà dell’occidente a capitalismo avanzato, caratterizzato dalla pauperizzazione di ampi settori di società, da una crisi di egemonia dell’avversario di classe che si ripercuote anche sul livello istituzionale, da una preventiva repressione interna mirata a non lasciare nessuno spazio di sviluppo al dissenso sociale e da una tendenza alla guerra economica e militare sul versante internazionale?
Di fronte a queste contraddizioni, tendenzialmente favorevoli all’affermazione di un progetto di rottura com’è quello dei comunisti, dobbiamo registrare la più totale passività dei nostri settori sociali, generalmente riluttanti al conflitto e privati – a causa degli errori storici della sinistra – degli strumenti adeguati a resistere alla guerra dichiarata e combattuta dalle classi dominanti. Anche dove si registrano momenti elevati di conflitto sociale il movimento di classe in quanto tale risulta impotente, incapace di contrapporre all’attacco dell’avversario una risposta politica e sociale a 360° chiudendosi nel vertenzialismo e nelle rivendicazioni specifiche.
Siamo convinti che la nostra teorizzazione sui tre fronti non sia stata superata dai fatti e anzi ancora oggi trova riscontri positivi nella realtà. Gli ultimi anni sono stati però segnati da una profonda velocizzazione dei processi che ha politicizzato lo scontro e che, pur mantenendo distinti organizzativamente i nostri assi di intervento, ci ha permesso alcuni importanti momenti di avvicinamento politico e di ricomposizione dei tre fronti. Solo per restare nell’ultimo anno politico possiamo registrare la grande mobilitazione contro il referendum per la modifica della costituzione che ha avuto nelle giornate del 21 e 22 ottobre il punto più alto di mobilitazione con la partecipazione alla manifestazione nazionale di alcune decine di migliaia di persone, palesando una possibile alleanza tra soggetti sociali e politici capaci di rappresentare un blocco sociale insofferente dopo anni di crisi. Lo stesso potenziale soggetto lo abbiamo visto scendere in campo anche in altre occasioni come nella manifestazione contro il vertice UE in occasione dell’anniversario per i trattati europei nel marzo 2017 e in occasione dello sciopero e della manifestazione contro il governo di novembre. Questa alleanza, riunita sotto l’ombrello della Piattaforma Sociale Eurostop, è stata sicuramente frutto del lavoro soggettivo delle realtà sociali e politiche che ne fanno parte ma anche di una diversa percezione che i soggetti sociali hanno in questa fase rispetto alle possibilità di conflitto. Se lo spazio di mediazione sociale e sindacale si va restringendo sempre più la politicizzazione dell’intervento e delle lotte rimane l’unica strada percorribile. Stiamo parlando ovviamente di tendenze, che però costringono ad elaborare con maggior attenzione il ruolo e la funzione di ognuno dei tre fronti.
L’organizzazione dei comunisti
Per anni abbiamo fatto del fronte strategico, il terreno proprio dell’azione dei comunisti, un ambito di ricerca e analisi teorica e della realtà capace di elaborare ed organizzare l’azione politica sociale e sindacale. In tal senso questa nostra azione non è stata di “prima linea”, ma ha agito pubblicamente soprattutto sul terreno dell’elaborazione e della proposta teorica. Negli ultimi anni questa sorta di “sommergibile” è però emerso. La crisi dei partiti comunisti tradizionali e la progressiva settorializzazione di ampi settori militanti ci hanno portato a iniziare una progressiva emersione del fronte strategico e della nostra concezione dell’organizzazione diretta dei comunisti.
La penetrazione ideologica dell’avversario, lo sviluppo dei movimenti reazionari a livelli di massa così come il bisogno di identità e organizzazione di tanti compagni provenienti dalle organizzazioni della sinistra storica e dai movimenti rendono necessaria la presenza e l’attività del fronte strategico dei comunisti.
La recente ulteriore velocizzazione sul fronte elettorale, che ha visto la repentina costituzione della lista “Potere al Popolo”, esperienza che abbiamo deciso di sostenere, ha prodotto diverse reazioni in ciò che resta delle organizzazioni comuniste. La RdC non è un partito ed è cosciente di non esserlo: non abbiamo la sufficiente massa critica per autoproclamare noi stessi “il partito dei comunisti” e sosteniamo comunque che il partito non si proclama ma è il frutto di un processo storico. Quello che possiamo però avviare è un serio dibattito su quali devono essere le forme attraverso le quali i comunisti operano nella realtà attuale e conquistano la propria funzione. Registriamo infatti ancora oggi due tendenze tra le organizzazioni comuniste, entrambe frutto della crisi di prospettiva politica che investe i comunisti non solo in Italia ma in tutta Europa.
La prima è sicuramente quella di chi continua a concepire l’organizzazione comunista come il classico partito di massa, inteso come relazione con la realtà indipendentemente dal fatto che il dato numerico sussista o meno. Questa concezione è stata fondamentale in un’epoca – il dopoguerra – in cui, non potendo “fare come in Russia” e dialettizzando lotta sociale e lotta per la democrazia, il partito di massa e del “consenso” ha avuto un ruolo fondamentale per la crescita e lo sviluppo del movimento comunista e dell’influenza dei comunisti e per l’emancipazione di tutta la società. Questo è concretamente avvenuto fino a tutti gli anni ’70. Ma oggi tale concezione non è a nostro avviso praticabile dato lo scollamento tra classe reale e la rappresentanza politica della sinistra/comunista, nelle diverse ipotesi politiche ed elettorali, dovuto sia agli errori delle varie soggettività sia alle profonde trasformazioni che la classe stessa ha subìto.
La seconda è una tendenza che potremmo definire identitaria (a volte anche settaria) che fa dell’autoreferenzialità e della rappresentazione ideologica lo strumento della propria esistenza e sopravvivenza. Si tratta probabilmente della concezione più dannosa in questa fase. Se infatti la prima è costretta a confrontarsi quantomeno con la realtà concreta misurando la crisi della propria rappresentatività la deriva identitaria rinchiude i comunisti in un cenacolo chiuso, al massimo approdo dei resti ideologici del movimento comunista del ‘900. L’identitarismo non lascia molto spazio alla funzione di massa che i comunisti devono svolgere, né ad un rapporto vivo con la classe che vada oltre la propaganda e la presenza dei simboli nelle campagne elettorali. Pensare di ricostruire una ipotesi di rottura prescindendo dalla relazione organica e progettuale con i settori di classe che vogliamo organizzare e rappresentare, attraverso strumenti di intervento adeguati al contesto, rappresenta a nostro avviso un errore di fondo che riduce il partito ad un mero strumento di agitazione incapace però di incidere nella realtà.
All’interno della concezione del partito di massa negli ultimi anni è emersa poi una ulteriore impostazione, in particolare tra le fila di alcune componenti del PRC, che ha inteso il partito comunista come “partito sociale”, ovvero un’organizzazione capace di riassumere al proprio interno anche la dimensione del conflitto sociale di classe. Questa ipotesi prende atto della distanza politica che si è andata creando nel nostro paese verso una realtà della classe in netta discontinuità con la storia precedente. Questo è certamente un passo in avanti rispetto all’idea che il terreno elettorale sia quello principale di azione. Ci sentiamo però di sollevare una obiezione su questa prospettiva; infatti tenendo conto della sproporzione dei rapporti di forza tra le classi oggi assistiamo ad una crescente divaricazione tra “l’entropia” conflittuale che si vive nei settori sociali, con l’esclusione di quelle parti attaccate direttamente ad esempio con i licenziamenti, ed il processo di politicizzazione che si impone nello scontro con le politiche delle classi dominanti. La necessaria funzione progettuale dei comunisti non può avere la stessa “lunghezza d’onda” della condizione arretrata del conflitto, costringere queste due dimensione nello stesso ambito organizzato rischia di penalizzare ambedue. D’altra parte già negli anni novanta i COBAS affermavano che la differenza tra il conflitto sociale e quello politico era ormai superato; come gli eventi successivi hanno poi dimostrato l’ipotesi COBAS, nelle sue diverse varianti, si è poi ripiegata su una dimensione non solo tutta sindacale, ma spesso vertenziale ed aziendalista.
Quella che rivendichiamo invece è la concezione dell’organizzazione come intellettuale collettivo, capace di produrre azione politica di massa, elaborazione teorica e un modello di militanza che siano in campo indipendentemente dalla tagliola delle elezioni e dagli appuntamenti imposti dall’avversario di classe. Una organizzazione, di quadri e militanti, in grado di realizzare un serio bilancio del Novecento (ovviamente senza buttare il bambino con l’acqua sporca) ed in grado di produrre una prospettiva di rottura adatta alla fase attuale. Per fare ciò è centrale il lavoro del fronte strategico dei comunisti che oggi deve saper interpretare le dinamiche di fondo del capitalismo attuale, orientare l’azione politica, affrontare i nodi legati alla transizione e ricostruire gli strumenti organizzativi sui cui operare sia a livello teorico e analitico sia di massa.
Sulla Rappresentanza Politica, le esperienze di Eurostop ed il passaggio di Potere al Popolo
La novità degli ultimi anni è stato il tentativo di costruire gli strumenti giusti per dare gambe al fronte politico e della rappresentanza. È stato un percorso che ci ha visto partecipare a diversi passaggi fino a giungere alla costituzione della Piattaforma Sociale Eurostop. Noi come tutti i soggetti della sinistra più o meno radicale abbiamo dovuto fare i conti con una scissione oggettiva tra la sinistra e la realtà del corpo sociale di riferimento. Ma il nostro operare sui tre fronti ci ha permesso di costruire un rapporto di massa solido contribuendo all’attività sindacale indipendente ed essendo interni ai movimenti sociali e metropolitani. Storicamente, nella costruzione degli strumenti sindacali e sociali abbiamo sempre evitato la sovrapposizione con la prospettiva politico-strategica, motivo per cui abbiamo scelto di contribuire alla costruzione del sindacato di massa e conflittuale e non di un sindacato comunista e identitario, ma i contributi provenienti dal fronte strategico ci hanno permesso di trovare riscontri anche nella dimensione sindacale nel momento in cui abbiamo proceduto alla costruzione del fronte politico sulla rappresentanza. Il primo passaggio lo abbiamo avuto con il Comitato “No Debito”. Non è stato un caso che il ”colpo di stato bianco” operato dalla BCE contro l’allora governo Berlusconi, ci abbia fornito l’occasione per cominciare a gettare le basi materiali per la costruzione di questa prospettiva. La scelta è stata quella di partire dalle contraddizioni in atto e non dai soli soggetti sociali per poi declinare una progettualità politica di rottura che, basandosi sulla denuncia delle politiche di austerità, tentasse di ridare forma a quel corpo sociale strangolato dalle politiche UE e dalla competizione internazionale. Lo sviluppo del progetto europeista ci ha permesso di costruire un progetto incardinato sul rifiuto delle politiche comunitarie che ci ha portato prima con Ross@ e poi in maniera più chiara e strutturata con Eurostop a contribuire alla costruzione di un fronte largo, sociale e politico, che ha affrontato e diretto con successo importanti momenti politici.
Una costruzione che è partita anche dalla coscienza della necessità di tenere un “filo rosso” tra il movimento operaio del passato e l’attuale conflitto di classe e che ha creato le condizioni per una collaborazione politica positiva tra soggetti ed organizzazioni diversi da noi per storia e collocazione.
Le mobilitazioni contro la guerra, contro il referendum voluto dal governo Renzi, contro il vertice dei capi di stato Ue a Roma e l’ultima di novembre contro il governo Gentiloni hanno portato in piazza un pezzo di quella ricomposizione sociale e politica necessaria per ridare protagonismo politico al movimento di classe. Contemporaneamente allo sviluppo del nostro fronte politico le contraddizioni dell’avversario hanno continuato ad accumularsi soprattutto sul piano istituzionale. Nonostante la stagnazione ed un sostanziale equilibrio delle forze a livello mondiale, nel quale nessuna potenza può imporre del tutto il proprio dominio alle altre e che a tutt’oggi non ha ancora prodotto grandi sommovimenti, è sempre più evidente la crisi di egemonia delle classi dominanti che oggi traspare dalla crisi istituzionale sia negli Stati Uniti con la presidenza Trump sia nell’Unione Europea.
Dal voto dell’Oxi in Grecia al referendum sulla Brexit, al referendum costituzionale in Italia, fino alle elezioni tedesche, ogni volta che i governi responsabili delle politiche Ue sono sottoposti ad una consultazione popolare sono stati sonoramente battuti e hanno dovuto costruire esecutivi di unità nazionale. Questo segna una netta perdita di egemonia dell’avversario di classe che non si ripercuote però sull’intensità del conflitto di classe dal basso, ma che produce molto spesso fenomeni di voto per protesta e antisistema, generalmente non orientati a sinistra.
Superato il momento elettorale, che ha anche in Italia la necessità di un governo di larghe intese, dove ci siamo posti il problema di costruire lo strumento adeguato per giocare una partita anche sulla contraddizione istituzionale che investe l’avversario. La costruzione di Eurostop ci ha permesso di rispondere alla chiamata di Potere al Popolo con la forza di un percorso strutturato in un fronte che ha potuto inserire una parte importante delle proprie ragioni nella lista che tendenzialmente può costituire uno strumento di rappresentanza elettorale ed istituzionale largo, potenzialmente capace di ricomporre l’atomizzazione che la classe ha subito negli ultimi decenni.
Il risultato elettorale in questa fase non è stato il dato centrale, ma che si sia aperto questo processo è un fatto importante che rappresenta una discontinuità con le liste che la sinistra radicale ha proposto in passato. Ogni fronte ha al suo interno delle contraddizioni ma oggi il compito dei comunisti è quello di mantenere saldi i punti strategici, come la rottura con il sistema costituito dai trattati della Ue e l’uscita dalla Nato, mantenendo però l’unità di quelle forze sociali e politiche che possono essere la base con cui ridare voce agli interessi popolari.
Dare voce agli interessi popolari non può rappresentare una mera enunciazione e anche il modo in cui viene costruita e realizzata una campagna politica/elettorale è fondamentale per dare coerenza al nostro ragionamento ed esplicitare a pieno la funzione dei comunisti. Le aree degradate delle metropoli, i posti di lavoro, le scuole e le università sono i luoghi centrali del nostro intervento di massa e lo sono stati per la nostra campagna elettorale. La politica va costruita nelle strade nel rapporto diretto con chi vogliamo rappresentare ed organizzare, abbandonando e avversando i “salotti” e i ristretti circoli che hanno allontanato la sinistra dalla classe. Nessuna scorciatoia identitaria è possibile. Lo scollamento tra la sinistra, i comunisti e il blocco sociale è tale per cui pensare che simboli o affermazioni di identità siano in grado di rappresentare segmenti sociali veri è idealistico e fuori dal contesto.
Per la rappresentanza sociale organizzata
Le possibilità di intervento sul piano politico non possono però far venire meno l’importanza di continuare il processo organizzativo e di sedimentazione delle forze sul versante sindacale e sociale. Il rapporto tra militanti e settori sociali è dirimente. Un rapporto che non può fondarsi solo sulla propaganda ma che deve basarsi, come abbiamo fatto in questi anni, sulla costruzione del conflitto sociale organizzato che deve mantenere la sua autonomia politica e organizzativa ma che deve anche considerare le dinamiche di politicizzazione prima citate. Non è un caso infatti che sia Eurostop, che vede la partecipazione diretta di USB, sia Potere al Popolo abbiano ricevuto molti consensi tra i delegati sindacali più attivi e combattivi. La necessità di aumentare i livelli di organizzazione sociale si dialettizza con il bisogno di politica e di prospettive generali di chi ogni giorno si scontra con la chiusura degli spazi di mediazione sindacale concessi dal nemico di classe. Ancora una volta la strutturazione dell’azione politica sui tre fronti permette di gestire questo processo senza comprimere le diverse espressioni della lotta di classe, ma procedendo in parallelo tra costruzione della rappresentanza politica e organizzazione del conflitto sociale. Molti dei candidati nelle liste di Potere al Popolo sono stati diretta espressione delle lotte e delle vertenze territoriali del sindacalismo di base e dei movimenti sociali e territoriali. Ciò dimostra che praticando uno sviluppo nei diversi ambiti di intervento si rafforza il progetto complessivo.
Siamo convinti che la sintesi tra i tre fronti che hanno caratterizzato la nostra azione politica in questi anni non è ancora data dalla realtà. Le dinamiche di politicizzazione e velocizzazione a cui assistiamo non hanno ancora superato la situazione che ci ha convinto ad optare per questo modello e per questa strategia. Su questo approccio vogliamo andare a confronto con i militanti e gli attivisti di diversa provenienza. In una fase come questa le forme dell’organizzazione comunista e del rapporto di massa sono fondamentali per reggere uno scontro che si fa sempre più duro. Le ipotesi movimentiste attive negli anni passati non trovano più terreno su cui crescere e svilupparsi, così come le organizzazioni storiche, settarie o basate sul modello del “partito leggero” non svolgono più una funzione progressiva ma continuano a riprodurre gli schemi che ci hanno portato alla situazione di attuale debolezza. Di quale organizzazione abbiamo bisogno e come darle ruolo è oggi una domanda imprescindibile per i comunisti. Aprire il confronto su una esperienza che in qualche modo ha tenuto testa allo sviluppo della situazione generale crediamo sia il miglior contributo che possiamo dare per cercare risposte a queste domande.
Rete dei Comunisti
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)