Ogni situazione concreta impone un ragionamento anch’esso il più
possibile concreto. Le elezioni non sfuggono a questa semplice regola
della politica, quella per cui non esistono schemi precostituiti. Ecco
il motivo per cui le imminenti elezioni di marzo costringono la sinistra
(quantomeno la sinistra credibile, ché quella incredibile già va
indossando il costume
double-face elettoralista/astensionista) ad una riflessione seria e originale. Il progetto di una lista di sinistra,
Potere al popolo,
in questi giorni ha contribuito a movimentare il dibattito elettorale,
costretto fino a pochi giorni fa a barcamenarsi tra le pastoie liberali
di Mdp-Si e il folklore opportunista del Brancaccio. Un dibattito che
avremmo volentieri evitato, per due motivi: siamo, in fondo, un piccolo
collettivo cittadino, incapace di spostare alcunché in termini politici
ed elettorali nazionali; parliamo di una lista fatta in gran parte da
compagni riconosciuti, dunque anche posizioni critiche esasperate
avrebbero avuto poco senso. Lo scorso sabato però Eurostop, la
piattaforma politica anti-europeista di cui facciamo parte, ha deciso di
aderire al progetto della lista Potere al popolo. A questo punto ci è
parso giusto dire la nostra in merito, perché è un evento che ci
coinvolge direttamente.
Per cogliere il senso di ogni partecipazione elettorale bisogna prima
di tutto ricostruire il contesto. Le elezioni si incaricano di
rappresentare politicamente quello che si muove nella società. Anche in
questo senso rimane vera l’affermazione secondo cui in politica non
esistono vuoti, men che meno di rappresentanza. La scomparsa elettorale
della sinistra di classe
è il risultato di una scomparsa
materiale delle lotte di classe nel paese. Lo dicono le statistiche:
«Come si è visto la conflittualità in Italia ha subito un tracollo a
partire dal 1985, e da allora non è mai tornata ai livelli precedenti.
Anzi: nel 1995 ha conosciuto un ulteriore declino. Le momentanee riprese
del 1990 (settore industriale) e del 2002 (settore terziario) non hanno
modificato questo percorso» (
qui).
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| Le ore di sciopero in Italia: siamo tornati al 1881... |
Lo dicono i libri: «
Il lungo autunno freddo. Radiografia delle nuove relazioni industriali».
Lo dice, appena sfornato, l’ultimo rapporto Censis, quello del
“rancore” sociale: «Il blocco non è solo un dato oggettivo ma è anche
un’atmosfera percepita, crea
rabbia repressa che non riesce più a sfogare nemmeno lungo le linee del conflitto sociale tradizionale» (
qui).
Lo dice, soprattutto, la percezione dei militanti politici che,
nonostante tutto, insistono in un paesaggio sociale e politico fatto di
macerie, con al centro la questione delle periferie, il grande rimosso
sociale del paese, come rilevato anche dalla sondaggista Alessandra
Ghisleri: «Mi è capitato di chiedere di recente a una sondaggista
attenta come Alessandra Ghisleri quale potesse essere secondo lei la
issue decisiva (capace cioè di spostare voti) della prossima campagna
elettorale e la risposta che ho avuto si può sintetizzare in una
parola-chiave, «
periferie».
Intese sia come luoghi fisici sia come auto-percezione della propria condizione sociale» (sempre
Dario di Vico). In Italia abbiamo tante lotte ma poche
lotte di classe[1]. Questo
il motivo storico alla base della scomparsa della sinistra dalle
assemblee elettive, in primo luogo dal Parlamento. Tutto il resto su cui
ci possiamo accanire (“tradimenti” del ceto politico, opportunismi,
scarsa conflittualità, incapacità soggettiva, eccetera) esiste, ma non
spiega i motivi di fondo della scomparsa della sinistra, che risiedono
altrove.
Per rimanere ad esempi a noi prossimi, laddove in Europa si è
generata una dialettica elettoralmente propositiva, segnatamente in
Grecia, Spagna e recentemente in Francia, questa ha avuto luogo
a seguito di mobilitazioni popolari e di classe capaci di costruire le fondamenta di un processo politico
anche elettorale. In Grecia l’ascesa di
Syriza
(costituitasi effettivamente come partito nel 2012) è avvenuta nel
mezzo di cinque anni (2010-2015) di altissima conflittualità, scioperi
generali e ingovernabilità politica che hanno prodotto il fenomeno
Syriza come
risultato dell’ingovernabilità e, al tempo stesso, come
strumento di governabilità del marasma sociale generato dalla crisi economica. In Spagna l’eclettico progetto politico sfociato in
Podemos
(nato nel 2014) è il risultato (di una parte) del movimento degli
Indignados (2011), che non ha bloccato il paese come in Grecia, ma che
ha mobilitato una società stretta nell’ambivalente logica neoliberale
del
Partito Popular e del
Psoe. In Francia, infine, il soddisfacente risultato elettorale di Jean-Luc Mélenchon (aprile 2017) e del partito
France insoumise (19,58%) è avvenuto sull’onda delle mobilitazioni sociali contro la cosiddetta
loi travail (anche
detta legge El Khomri, 2016), che hanno bloccato il paese e ricomposto
momentaneamente l’opposizione sociale e politica francese.
Se volessimo trarre una linea guida da queste esperienze, ci
renderemmo conto che esiste una dialettica tra mobilitazioni sociali e
rappresentanza politica, e questa dialettica genera lotte di classe,
cioè lotte che incidono sui rapporti della politica senza fermarsi al
semplice (ma necessario) livello vertenziale, sociale, sindacale o, come
avrebbe detto Marx, tradunionista. E’ presente qualcosa di simile in
Italia oggi? No, al contrario: regna una tale pace sociale che persino
il Censis si va lamentando dello scarso conflitto (ché un po' di
conflitto fa bene pure al capitale, sembra indicare il Censis). Cosa si
troverebbero a rappresentare gli eletti della sinistra in Parlamento?
Niente, se non la testimonianza di una necessità storica
(l’emancipazione progressiva o rivoluzionaria delle classi subalterne),
disincarnata però da soggetti sociali che la pongono materialmente in
essere. Motivo per cui suddetti rappresentanti non ci sono più.
Ma questo appena riferito è uno schema, seppur fondato su precise
occorrenze che storicamente tendono a ripetersi. Lo schema, come detto
all’inizio, può facilitare la comprensione della realtà ma non esaurirne
le possibilità. Detto altrimenti: non sta scritto da nessuna parte che
un movimento politico non possa generarsi “dall’alto”, a seguito di
processi contraddittori che in corso d’opera si rafforzano per le vie
più intricate. Al netto delle clamorose differenze di contesto (quindi
da prendere come suggestione
e non come esempio immediatamente riproducibile),
l’esperienza chavista venezuelana ci indica esattamente la sfuggevole
complessità della realtà rispetto agli schemi precostituiti della
politica. La volontà di emancipazione patriottica e antimperialista di
un pezzo dell’esercito si è prima imposta come scontro tra poteri
nazionali, e solo successivamente è stata capace di mobilitare e
organizzare un fortissimo movimento dal basso, movimento che quest’anno
ha difeso materialmente la rivoluzione bolivariana dal golpe
imperialista anti Maduro (come fece già nel 2002). Dunque non c’è nessun
determinismo che procede dal basso verso l’alto o dall’alto verso il
basso. E’ nella situazione reale che si giudicano le possibilità per una
sinistra di classe di evolvere e far evolvere il quadro politico. Qui
si situano i problemi di Potere al popolo.
Dal punto di vista elettorale una lista di questo tipo ha
scarsissime, se non nulle, possibilità concrete. Per come è strutturato
l’attuale sistema elettorale, ci sono due piani di lavoro distinti: da
una parte la quota proporzionale, dall’altra la competizione nei collegi
uninominali. Rispetto alla quota proporzionale, l’obiettivo è il
raggiungimento del 3% a livello nazionale (1 milione di voti circa, se
l’affluenza si manterrà simile alle precedenti elezioni del 2013: 75% di
votanti per quasi 35 milioni di voti validi), 3% che rappresenta la
soglia d’ingresso prevista dal
Rosatellum per venire eletti
(con circa 9 rappresentanti, sempre col 3%). Nel 2013 la famigerata e
mai troppo poco denigrata “Rivoluzione civile” di Ingroia, cartello
elettorale comprendente tutto il
parterre de roi della sinistra
di complemento, residuale e anti-comunista (Verdi, Italia dei Valori,
Rifondazione comunista, Comunisti italiani, e via degenerando) prese il
2,25% con 765 mila voti, rimanendo grazie al cielo esclusa dal
Parlamento. Il risultato è in linea col declino tendenziale della
sinistra elettorale, cioè leggermente inferiore alle elezioni del 2008
(Lista arcobaleno), che a suo volta risultò inferiore alle elezioni del
2006, che a sua volta risultò inferiore alle elezioni del 2001 e così
via. E’ un trend stabile, che trova spiegazione nella premessa fatta
all’inizio del discorso: la politica esprime quello che c’è, non quello
che non esiste.
Riguardo invece alla battaglia elettorale nei collegi uninominali,
Potere al popolo dovrebbe semplicemente risultare la prima lista eletta.
I due differenti metodi elettorali incorporati nel
Rosatellum prevedono
però due dinamiche politiche differenti e contrapposte: se nel
proporzionale ad essere privilegiato è il voto ideologico e d’opinione,
che dovrebbe premiare la diversità dell’offerta politica, nei collegi
uninominali ad essere premiata è la capacità di coalizzarsi dei partiti.
Tradotto: se al proporzionale paga andare da soli distinguendosi
politicamente, nella quota maggioritaria è invece necessario coalizzarsi
per raccogliere più voti possibile. Dunque, all’uninominale la lotta
non sarà fra partiti, ma fra coalizioni. E’ il motivo fondamentale per
cui il Pd in queste settimane ha cambiato verso al suo posizionamento
politico rincorrendo “la sinistra” di Bersani e Fratoianni sperando così
di ricostruire l’Ulivo 2.0. Per quanto forte possa risultare una lista
dal basso come Potere al popolo in alcune zone del paese (pensiamo a
Napoli), difficile, per usare un eufemismo, pensare che possa spuntarla
contro coalizioni eterogenee tirate su proprio per raccogliere più voti
possibili. E tutto questo, detto per inciso, senza affrontare il
problema della raccolta firme (65.000) da presentare entro il 29 gennaio
(se si votasse, come appare probabile, il 4 marzo) o il 5 febbraio (se
si votasse l’11 marzo) (
qui).
Si può rispondere a tutto questo, come in effetti ci è stato
risposto, che l’obiettivo non è il risultato elettorale, ma il processo
politico che questo potrebbe mettere in piedi. Siamo perfettamente
d’accordo. Se un processo come questo arriverà al risultato di aggregare
forze politiche differenti sarà, già solo per questo motivo, un passo
in avanti non indifferente. Ci chiediamo però: se il risultato
elettorale viene presentato come secondario e ininfluente, perché si
sceglie di partire da questo e non dal processo in sé,
a prescindere dalle elezioni? Non
è una domanda priva di senso politico. Viviamo in una fase in cui quote
sempre più grandi, addirittura maggioritarie, di popolazione si vanno
distaccando dal momento elettorale. Viviamo dentro una fase in cui il
nuovo non può che presentarsi
fuori dalle
dinamiche elettorali, non per boicottarle ideologicamente, ma per
presentarsi immediatamente come contrario alle logiche che sottintendono
la partecipazione elettorale e il Parlamento frutto di questa
partecipazione: dentro il “palazzo” c’è la politica neoliberale, nelle
sue varie articolazioni. Perché quest’ansia di partecipare al banchetto
neoliberale, sempre più privato di poteri effettivi dal processo
europeista e sempre più identificato
tout court come “il
problema” politico? E’ davvero da una partecipazione elettorale che
possono scorgersi i caratteri d’alterità di un progetto politico, e non
dalla sua consapevole e tattica scelta di astenersi, saltando uno o più
giri? Sono temi dirimenti che non hanno una risposta immediata, almeno
per la sinistra di classe.
Diverso l’approccio del principale attore della lista Potere al popolo, e cioè quella Rifondazione comunista che ha come
mission proprio
quella di candidarsi sperando così di trovare lavoro al suo ceto
“dirigente”. E allora la domanda sul senso generale di una lista del
genere andrebbe calibrata in un altro modo: quale progetto politico
nuovo e originale può nascere da un partito come Rifondazione comunista?
Non abbiamo niente di personale, davvero, col Prc. Pensiamo, al
contrario, che sia formato da tanti bravi compagni, che conosciamo e
apprezziamo. Il problema è che il Prc ha esaurito definitivamente il suo
ruolo politico. Qualsiasi cosa nascerà, se nascerà, a sinistra, lo farà
a scapito di Rifondazione e non grazie ad essa. E’ un problema
oggettivo, che va al di là delle singole capacità dei diversi soggetti
che la animano. Il Prc è il vecchio che ricicla se stesso, è
l’espressione di una fase importante ma tramontata della politica
italiana degli anni ‘90. Starebbe, ancora oggi, con Fratoianni e
Speranza, se questi non avessero sfanculato il Brancaccio determinando,
loro e non l’improbabile duo Falcone&Montanari, il fallimento di
quell’assemblea. In altri termini: quell’assemblea è fallita
da destra, e non da sinistra, e
i falliti cercano oggi di aggrapparsi al carro di Potere al popolo,
trascinandolo con sé. Ecco perché il piano elettorale diviene centrale,
almeno per il Prc: perché fuori da quel piano non c’è relazione politica
possibile per quel ceto “dirigente”. Ed è anche per questo che il
risultato elettorale non è secondario. Un eventuale débâcle
elettoralistica non sarà indolore. Contarci quando siamo deboli non è
mai stato il modo migliore di mascherare le nostre difficoltà. Il
rischio di venire relegati negli “altri”, tra Pensionati e Monarchici,
certificherebbe la nostra inesistenza e complicherebbe ulteriormente il
nostro lavoro quotidiano nelle periferie. Una scommessa di cui si stanno
sottovalutando rischi più che concreti.
Nonostante queste remore, ribadiamo ancora: non esistono schemi
precostituiti. Crediamo allora che ogni tentativo possa essere fatto,
pur nel pessimismo della logica politica. Ci auguriamo sinceramente che
il tentativo possa riuscire, liberandosi delle zavorre che ancora
risiedono in esso. Ma questo potrà avvenire, realisticamente, un minuto
dopo le elezioni, non prima. Sarà un minuto dopo il risultato elettorale
che si potrà capire la natura genuina di tale processo, le sue
effettive potenzialità, le speranze che saprà suscitare, ma soprattutto
le lotte reali in cui saprà nuotare o che saprà organizzare e, perché
no, rappresentare. Liberandosi di chi è un limite a tale processo, e
costruendo quel terreno politico su cui basare una relazione che possa
andare al di là delle elezioni. Per quanto ci riguarda, allora, ben
venga ogni confronto e ogni lavoro collettivo in tal senso. Ma la
traversata del deserto è appena iniziata, e non verrà aggirata dalla
solita scorciatoia elettorale.
Note
[1] «L’elemento essenziale della dottrina di Marx è la lotta di classe. Così si dice e si scrive molto spesso.
Ma questo non è vero
e da questa affermazione errata deriva, di solito, una deformazione
opportunista del marxismo, un travestimento del marxismo nel senso di
renderlo accettabile alla borghesia. Perché
la dottrina della lotta di classe non è stata creata da Marx, ma dalla borghesia prima di Marx
e può, in generale, essere accettata dalla borghesia.
Colui che si accontenta di riconoscere la lotta delle classi non è
ancora un marxista, e può darsi benissimo che egli non esca dai limiti
del pensiero borghese e dalla politica borghese. Ridurre il marxismo
alla dottrina della lotta delle classi, vuol dire mutilare il marxismo,
deformarlo, ridurlo a ciò che la borghesia può accettare. Marxista è
soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi
sino al riconoscimento della dittatura del proletariato». Lenin,
Stato e rivoluzione, pag.14
del nostro pdf.