Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/03/2020

Napoli - Ucciso un ragazzo di quindici anni, e si scatena il peggio

Ancora una volta un minorenne napoletano – Ugo Russo – è stato colpito a morte da un proiettile esploso da un carabiniere.

La dinamica è quella “classica”. Un tentativo di rapina, con l’ausilio di una pistola/giocattolo, ad un carabiniere in abiti civili e fuori servizio. A seguire la reazione del militare, attraverso l’uso della sua pistola d’ordinanza (portata in giro anche fuori servizio), dalla quale ha fatto partire tre colpi che hanno fulminato il giovane Ugo, che stava scappando dopo aver compreso che stava tentando di rapinare un carabiniere.

Dalle prime risultanze – oggettivamente – non sembra reggere la tesi del militare avallata dal Comando Provinciale, che presentano la reazione come un “atto di legittima difesa”.

La fuga di Ugo e dell’altro ragazzo che lo accompagnava (il secondo ragazzo nella notte si è costituito immediatamente) e la traiettoria dei colpi delineano uno scenario diverso da quello che “una prima ricostruzione dei fatti” lascerebbe intendere.

Questa la cruda (e triste) cronaca dei fatti accaduti nella notte tra sabato e domenica, nella zona di Santa Lucia a Napoli.

Siamo, quindi, in presenza di uno scenario (abituale) che spesso – troppe volte – si è palesato nelle cronache metropolitane ed anche nella nostra città.

Le uccisioni di Davide Bifolco al Rione Traiano e di Mario Castellano ad Agnano – per citare due eventi accaduti negli ultimi anni, che oltre a scuotere la città hanno mostrato le evidenti responsabilità soggettive del carabiniere e del poliziotto che materialmente spararono contro i due ragazzi – sono le testimonianze di come troppo spesso le “forze dell’ordine” fanno un uso “disinvolto” delle armi, anche a fronte di contesti ed eventi in cui non c’è nessuna vera pericolosità tale da “giustificare” il ricorso alle armi.

Ma quello che colpisce in queste ore – un dato rivelatore però della materiale registrazione dello stato di frantumazione sociale, e di vero e proprio rancore allo stato puro che circola nelle pieghe della società – sono i commenti e gli autentici strali sulle televisioni (particolarmente fetida l’Arena di Giletti, su La7, ndr) e sui social network circa “le responsabilità della famiglia del ragazzo”, la quale non avrebbe “educato” Ugo.

Oppure la totale incomprensione dei gesti di rabbia e di dolore che familiari ed amici del giovane ucciso hanno compiuto (senza dubbio irrazionalmente) contro la struttura del Pronto Soccorso, dove è arrivato il corpo moribondo del giovanissimo Ugo.

La morte comunque assurda, ingiusta ed innaturale di Ugo Russo, e quella dei tanti giovani e giovanissimi che sarebbe lungo qui ricordare, segna le forme e le scansioni di vita di moltissimi giovani e meno giovani dell’area metropolitana napoletana e ci ricorda (tragicamente) che questa società – i rapporti sociali vigenti – sono il propellente per tali avvenimenti, favorendo la perpetuazione di forme di violenza e sopraffazione congeniali e strutturali ai modelli economici e statuali dominanti.

Le reazioni scomposte che vediamo intorno alla morte di un ragazzo di quindici anni lo stanno dimostrando.


Qui di seguito un commento sulla vicenda di Ugo Russo dell’ex Opg di Napoli, soprattutto sui feroci commenti ad un post che cercava di dare un punto di vista non forcaiolo della morte di un ragazzo “dei quartieri” napoletani.

*****

Francamente non ce l’aspettavamo. Siamo delusi e amareggiati. Oggi non ci eravamo svegliati bene, perché ci teniamo a Napoli e a tutta la nostra città. Ci turbava la notizia di un ragazzino di 15 anni ucciso durante una rapina. Abbiamo osato dire questo in un post, invitando a restare umani. Purtroppo sotto si è scatenato un putiferio di commenti. La maggior parte totalmente indifferenti alla morte di un ragazzo di 15 anni, molti con toni leghisti: “basta essere buonisti”, “uno in meno”, “spariamoli così imparano”.

Non sappiamo se il post sia finito in qualche gruppo che ha deciso di prenderci a bersaglio. Ma molto probabilmente l’insensibilità di questa società è arrivata a livelli altissimi: anche se i reati di microcriminalità diminuiscono da anni, come dicono TUTTE le statistiche, non si ha più voglia di ragionare e capire da dove vengono fuori.

Capiamo anche, perché ci sforziamo di capire tutti, che c’è un pezzo di Napoli che vive – a ragione – la delinquenza come un’ingiustizia, che è stanca di subire angherie.

Noi lo capiamo, le subiamo anche noi. Ma proprio per questo non crediamo che la risposta sia spararli tutti, o più galera.

La risposta sta in quello che facciamo ogni giorno. Lavorare con i bambini, con il doposcuola, essere presenti sul territorio per includere i cittadini, offrire servizi, fare capire che la criminalità non è una via. Costruire una politica che si occupi delle classi popolari, che le renda protagoniste e non le abbandoni.

Crediamo che chiunque oggi sia colpito dall’ennesimo episodio, invece di schiumare sui social, dovrebbe impegnarsi per trasformare le cose in positivo.

Ci dispiace per chi era su questa pagina senza capire dove era. Noi facciamo progetti di recupero carcerario, noi pensiamo che chi sbaglia non debba essere condannato a morte.

Sono idee da pazzi in questo mondo rovesciato che ha fatto della violenza la normalità? Be’ noi lo sappiamo, lo abbiamo sempre dichiarato.

Speriamo che si possa aprire un ragionamento serio a partire dal fatto che è morto un ragazzino di 15 anni, che non doveva stare lì, che doveva stare a casa o con gli amici, che doveva avere altre opportunità, altri valori. E che il fatto che sia successo tutto questo non è colpa della sua “natura” o della sua famiglia, ma di tutta la collettività.

Speriamo che qualcuno capisca che un orologio non vale una vita, che è solo un oggetto e che è brutto darlo, ma che è meglio di sparare e uccidere, e fare i conti tutta la vita con questo dolore.

Non si tratta di essere comunisti per dire tutto questo. Basta essere anche un po’ cristiani ed empatici.

In ogni caso noi da domani come sempre siamo aperti con le attività sociali gratuite. Chi li vuole tutti morti, da domani che farà?

Vi aspettiamo per mobilitarvi con noi per il bene della città!

qui alcuni dei commenti:


Fonte

la società è preda di un imbarbarimento che fa spavento. 

22/01/2020

Il “laboratorio Napoli” è morto, viva il Laboratorio Napoli!

Non sappiamo mentire, anche se ci costa emotivamente dire quanto segue. Perché, come tanti che si sono attivati in questi anni in maniera disinteressata, ci abbiamo creduto. Abbiamo creduto che il secondo mandato di questa amministrazione potesse dare forza alle energie dal basso, far rinascere una città, difendere gli interessi delle classi popolari.

Purtroppo dobbiamo prendere atto che così non è stato. Più volte abbiamo lanciato un grido di allarme, cercando di conciliare la responsabilità verso una situazione difficile con le esigenze della nostra gente che non possiamo tradire.

Ma una cosa è essere comprensivi verso chi, in buona fede, sbaglia. Altra cosa è restare zitti mentre una parte dell’apparato amministrativo, in cattiva fede, pensa più alla sua sopravvivenza politica che alla città.

L’esperienza di De Magistris sta rischiando il fallimento da un punto di vista amministrativo. I problemi di Napoli sono tanti e atavici, certo, dipendono anche dalla Regione, dallo Stato, dalla camorra e da un’imprenditoria vorace. Ma proprio per questo andrebbero affrontati con competenza e soprattutto con partecipazione popolare. Invece nell’ultimo anno il secondo mandato di De Magistris si è caratterizzato per una continua lotta di potere all’interno della maggioranza, per la promozione di soggetti premiati perché fedeli e non perché capaci, per un rinchiudersi nei palazzi e restare lontani dai cittadini. In questi mesi abbiamo assistito a un rimpasto di Giunta incomprensibile, a scenari da fine impero, imbarazzanti anche moralmente.

Ma l’esperienza De Magistris rischia di fallire anche da un punto di vista politico. Il sindaco si era proposto di costruire in Italia una sinistra di alternativa al PD, che dava spazio alle forze dal basso e attaccava il partito del Jobs Act, dello Sblocca Italia, delle discariche e delle grandi opere inutili. Anche questa prospettiva sta crollando definitivamente da quando qualche giorno fa, nel giro di poche ore, De Magistris ha fatto marcia indietro sulla Palmieri e si è piegato al PD. Chiudendo un accordo che è, a detta degli stessi protagonisti, propedeutico alle Regionali campane e alle amministrative 2021.

Si sta passando dalla “città ribelle” alla città che si schiera con chi governa in Regione e a Roma. Si è passati da “Renzi cacati sotto” a convergere con De Luca e Italia Viva. Si è passati dall’ipotesi delle assemblee popolari di quartiere a non poter convocare per mesi il consiglio comunale.

Ci si giustifica dietro paroloni come “l’avanzata del fascismo”, ma la verità è che al governo ci sono il PD e i 5 Stelle. E che Sandro Ruotolo, se eletto, andrà a puntellare chi non sta facendo nulla per le classi popolari, che continua a regalare soldi a banche e imprese, che ha rinnovato gli accordi con la Libia con i suoi lager, che non ha cancellato i Decreti Sicurezza perché li aveva inventati Minniti, che porta avanti TAV e altre speculazioni... Ruotolo sarà come Siani, come Bartolo: tutte brave persone, utilizzate purtroppo strumentalmente come foglie di fico.

La verità è che dentro la compagine di De Magistris è pieno di gente che ha paura, paura di perdere il posto o i suoi 15 minuti di celebrità.

Noi non abbiamo paura. Molti ci hanno consigliato prudenza, altri ci hanno detto che mettevamo al rischio quel passaggio di proprietà, che va avanti ormai da anni, dell’Ex OPG dal Demanio al Comune, atto che metterebbe in sicurezza l’Ex OPG e che presto dovrebbe essere votato dal consiglio comunale...

Ma noi pensiamo che i centri sociali non si difendono con i compromessi, ma innanzitutto tenendoli aperti, con la partecipazione popolare e con il consenso che crei. Potranno anche “punirci” tentando di toglierci l’Ex OPG, ma che senso avrebbe conservare quattro mura perdendo l’anima?

Questo non fa che darci più determinazione. Il “laboratorio Napoli” non è mai stato un Sindaco o un’amministrazione. Ma le forze collettive, i centri sociali, le associazioni, i comitati di cittadini. Il Laboratorio Napoli è forse morto come esperienza amministrativa, ma è vivo nelle strade della città in cui continuano ad andare avanti lotte e mutualismo.

E questo mondo non accetterà di finire nel PD, in quel centrosinistra che, ben più di Berlusconi o Salvini, ha fatto le riforme che hanno distrutto lo stato sociale, la contrattazione dei lavoratori, la condizione degli immigrati.

La destra vince e cresce perché non si sogna più ma ci si piega a un cinico realismo. Perché non esiste una vera forza che lotti per gli interessi popolari. Noi la vogliamo costruire, insieme a tutte e tutti quelli che resistono.

Per questo ci vedremo venerdì alle 17:30 all’Ex OPG “Je so’ pazzo”. Vogliamo organizzarci per lanciare un percorso alternativo al PD – a partire dal sostegno alla candidatura di Giuseppe Aragno, che non è solo il candidato di Potere al Popolo, ma di tutta la Napoli che lotta e che non si arrende alla rassegnazione – passando per le prossime regionali ed amministrative.

Quelli che ti invitano alla saggezza, alla responsabilità, ti invitano alla rassegnazione. Ti invitano ad accettare questa normalità. Ma se la normalità è questa, preferiamo continuare a dirci pazzi!

Fonte

05/12/2018

Mi sbilancio: De Magistris non si candiderà alle europee

Ho visto parte dell’iniziativa di sabato ed in particolare l’intervento finale del sindaco.

In questo anni di incontri e discussioni credo di aver imparato a capire quello che realmente pensa non solo dalle parole ma sopratutto dal non-verbale e dal para-verbale.

Luigi sabato non aveva il “fuoco” negli occhi, quello che lo caratterizza quando è convinto di essere sulla strada giusta.

Mentre parlava scrutava la platea come se stesse cercando qualcuno.

Sono certo che cercava anche noi di Potere al Popolo ma sopratutto prendeva coscienza del fatto che davanti a lui c’era solo un piccolo pezzo incapace di dare gambe al suo progetto.

Non è facile capire Luigi, io almeno ci ho messo un bel po’ di tempo. Non è stato semplice perché sfugge alle classificazioni tradizionali. Non è uno che viene dal movimento e non è neanche un politico tradizionale della cosiddetta “sinistra radicale”. Questo fa sì che con lui i soliti codici non funzionano. Non di rado le sue parole e le sue azioni ti disorientano e sembrano prive di una qualche logica tanto da farlo apparire schizofrenico.

In realtà è un impulsivo che difficilmente basa le sue decisioni sul solo calcolo politico.

È un uomo un po’ estremo con grandi qualità ma anche con grandi difetti.

È profondamente onesto, non da un punto di vista meramente formale ma bensì, cosa più rara, anche in senso intellettuale. È determinato e non guarda in faccia a nessuno. È carismatico al punto da essere capace di entrare in un bar dove tutti lo odiano e uscire un quarto d’ora dopo tra gli applausi. È molto intelligente ma non è furbo e questo a volte più che un pregio è un difetto. È uno che non si risparmia e lavora anche troppo rischiando talvolta di perdere di lucidità.

I difetti invece derivano per lo più dalla sua formazione e dalla sua storia professionale. È estremamente centrato su se stesso e non riesce a essere parte di un collettivo. Non è un organizzatore e non sa fare gioco di squadra. È abituato a fare come in magistratura ovvero a gestire piccoli gruppi fortemente gerarchizzati dove lui si trova al vertice. Non è capace di far crescere coloro che sono intorno a se. Non si fida quasi di nessuno.

Essenzialmente gli manca la dimensione collettiva.

Quando è diventato sindaco dietro non aveva un organizzazione e in questi anni pur sforzandosi non è riuscito a crearne una degna di questo nome. A causa del suo carattere i più capaci, quelli che pensano con la loro testa si sono progressivamente allontanati o non si sono mai avvicinati. Si è così trovato circondato da una serie di adulatori e di opportunisti. Proprio questa composizione, predominante nel gruppo dirigente di Dema, ha determinato l’assurda impostazione dell’iniziativa di sabato.

Sono certo che anche le relazioni con le varie anime della sinistra così come i rapporti internazionali non sono stati gestiti da De Magistris in prima persona ma dal suo entourage che spesso è andato oltre il proprio mandato. Tanto per chiarirci mi riferisco ad esempio al rapporto con Diem. Quando Varoufakis dice che avevano un patto per costruire un soggetto politico a giugno secondo me dice il vero ma sono altrettanto sicuro che tale accordo non sia stato stipulato da Luigi che invece ne era all’oscuro.

Dicasi lo stesso per i rapporti con i vari partitini della sinistra radicale. Luigi non ha e non avrebbe mai messo bocca nelle vicende di Potere al Popolo ma alcuni dei suoi hanno concordato con Rifondazione le mosse per depotenziare PaP quando hanno capito che non era controllabile. Anche le assurde condizioni poste per il nostro intervento non sono farina del suo sacco e se lo conosco si sarà anche incazzato per questo.

Non dico queste cose per assolvere Luigi dalle sue responsabilità. Difatti pur non essendo stato lui a fare materialmente gli errori e le porcate purtroppo è comunque tenuto a rispondere dell’operato delle donne e degli uomini che ha scelto. Però non voglio neanche che ne esca un immagine distorta, da politicante quale non è. Sopratutto nel giudicare bisogna tener presente l’ambiente e le condizioni in cui si trova ad operare. Amministra in sostanziale solitudine una delle città più difficili d’Europa e lo fa senza soldi. Ha contro praticamente tutti nelle istituzioni da quelle nazionali a quelle periferiche.

Per gli stessi motivi sopra elencati ha una maggioranza in consiglio comunale assolutamente inadeguata e dilaniata da guerre intestine. Anche il resto della giunta tranne piccole eccezioni è composta da gente che non condivide veramente le idee di Luigi ma a cui lui non può rinunciare perché per amministrare servono anche competenze e conoscenza della macchina amministrativa.

Insomma governa bene in una situazione quasi impossibile ed è per questo che non posso avercela con lui nonostante le azioni dei suoi.

Queste ultime settimane per noi sono state toste e sono convinto che lo sono state anche per il “nostro” sindaco. Anche a livello emotivo le cose non sono state semplici. Luigi sa che noi dell’Ex-Opg siamo tra i suoi pochi veri amici. Gli amici, infatti, non sono quelli che ti danno sempre ragione, che ripetono continuamente che sei bello e bravo ma sono quelli che se la pensano diversamente, se fai una cazzata, se sbagli te lo dicono senza giri di parole. L’amicizia vera è disinteressata e noi a Luigi non abbiamo mai chiesto nulla.

A quest’ora qualcuno di noi poteva sedere in consiglio comunale e in qualche municipalità ma abbiamo preferito fare il Controllo Popolare fuori dai seggi perché la priorità era impedire che poteri forti della nostra città, ovvero padroni e camorristi, condizionassero il voto. Potevano essere assessori in municipalità o addirittura avere delle deleghe in giunta. Roba che i più avrebbero venduto l’anima al diavolo per cariche di questo tipo ma noi no. La nostra stella polare sono sempre gli interessi delle classi popolari e certe cose le avremmo fatte solo se fossero state effettivamente utili per gli sfruttati della nostra città.

Non è un caso che Luigi parla sempre della nostra comunità quando va in giro per l’Italia e la porta ad esempio.

Con noi è sempre stato leale, rispettoso della nostra autonomia e non ha mai tentato di cooptarci.

Poiché so che è un uomo intelligente, sono convinto che non è rimasto indifferente a quanto accaduto in questi giorni. L’iniziativa di sabato e il come si è arrivati ad essa sono stati un test importante i cui risultati saranno da lui attentamente valutati in vista di una sua possibile candidatura.

Infine non posso evitare di fare cenno a quella che probabilmente è, nel percorso promosso da Dema, la maggiore criticità: la questione di genere.

All’interno di Potere al Popolo in molte e molti si sono arrabbiati per l’intervista di De Magistris a L’Espresso. Su questo c’è poco da dire perché hanno assolutamente ragione. Purtroppo non si tratta di un episodio isolato perché la stessa iniziativa al Teatro Italia testimonia in modo evidente tale problematica: una presidenza composta esclusivamente da uomini e solo 6 interventi di donne sui 26 totali!

A tal proposito è stato significativo l’intervento di Marcello Belotti di Catalunya en Comú – Podem che con tono molto piccato ha cominciato così:
“prima di iniziare volevo dire una cosa importante che in Spagna, a Barcellona abbiamo fatto: non è possibile che su 20 interventi ci sono state solo 2 donne! Lo dico da uomo: mi piacerebbe chiamarmi Marcella però purtroppo mi chiamo Marcello! Dobbiamo rivedere delle cose, in Spagna ci siamo riusciti: 50 e 50, punto! Innanzitutto vi porto il saluto affettuoso delle nostre tre coordinatrici...”
Una vera e propria sberla da parte di chi obiettivamente sta molto più avanti su questi temi e non può credere che in Italia accadano ancora cose di questo genere.

Luigi, come tutti noi compagni, deve assolutamente fare tesoro di queste critiche, mettere se stesso e il suo movimento in discussione al fine di innescare un processo di reale emancipazione da una mentalità, un atteggiamento, una pratica patriarcale e machista.

Fonte

13/09/2018

Potere al Popolo, che fare? Uno Statuto per definirne l’essenza

Potere al Popolo ha iniziato una discussione interna sul proprio Statuto che si concluderà con il voto di tutti gli aderenti indicativamente il 6/7 ottobre.

È opportuno ricordare che finora Potere al Popolo si è mosso con le regole provvisorie che si era dato come lista elettorale per il voto del 4 marzo. A differenza di altre coalizioni della sinistra radicale e smentendo le previsioni di malaugurio, PaP dopo il voto ha però continuato la sua attività, si è radicato in molti territori, ha registrato persino una crescita nei sondaggi che, per quel che valgono, lo danno al doppio del suo consenso del 4 marzo. Siccome Potere al Popolo ha continuato a organizzarsi e a lottare, era necessario che si desse una struttura stabile e legittimata da regole democratiche chiare.

Attualmente Potere al Popolo è composto da organizzazioni politiche laiche, socialiste, comuniste di cui la più grande è Rifondazione Comunista, da movimenti politico sociali come Eurostop, da militanti dei movimenti sociali, sindacali, ambientalisti, pacifisti. È bene rammentare come sia stato l’ Ex Opg di Napoli a dare via al percorso del movimento, e il successo della proposta è stato determinato dal fatto che in molte realtà, ai componenti delle forze fondatrici, si siano aggiunte tante persone, soprattutto giovani estranei ed esterni alle organizzazioni.

In pochi mesi la “lista Potere al Popolo” è diventato Potere al Popolo, un movimento politico con una propria iniziativa e una propria identità, seppure ovviamente con contraddizioni e incompletezze. Certo come forza elettorale PaP non ha sfondato, altrimenti il percorso della sua organizzazione sarebbe stato più facile, tuttavia la continuità e il successo di Potere al Popolo ci sono e questo implica scelte sia per le organizzazioni sia per le persone.

La questione di fondo è la sovranità democratica di PaP. È chiaro che i singoli militanti, soprattutto coloro che non appartengono ad alcuna organizzazione, reclamano una sovranità assoluta di PaP attraverso i suoi iscritti. Le organizzazioni invece hanno una propria sovranità e devono scegliere se e quanto di essa affidare alla casa comune di Potere al Popolo.

Il PCI ad esempio, che aveva partecipato alla lista elettorale, per queste ragioni ha deciso di abbandonare il percorso di PaP. Tutte le altre organizzazioni hanno deciso invece di parteciparvi, ma naturalmente la questione di fondo di chi decide e quanto decide, ha fatto emergere delle differenze che hanno portato nel coordinamento nazionale provvisorio alla stesura di due diverse ipotesi di statuto.

La prima viene proposta dai militanti dell’ex Opg e di Eurostop, ma non solo; l’altra da chi sta in Rifondazione Comunista e Sinistra Anticapitalista, ma anche qui non solo da parte di questi.

È bene sottolineare come le due differenti ipotesi hanno in comune il riconoscimento della procedura elettronica di iscrizione a Pap, la più grossa novità per una organizzazione che non vuole essere certo virtuale, ma invece stare nei territori, nei conflitti sociali, nelle lotte e nelle manifestazioni.

PaP vivrà, a partire dalle assemblee territoriali fino all’assemblea al coordinamento e ai portavoce nazionali, come una organizzazione militante di persone in carne ed ossa, che usano gli strumenti informatici per accrescere la loro partecipazione ed iniziativa concrete, non per sostituirle. Su questo c’è accordo ampio, inoltre entrambe le proposte accettano il principio della doppia iscrizione, cioè l’aderente di PaP può restare iscritto ad altre organizzazioni, anche ai partiti. Infine è comune la decisione di collocare Potere al Popolo nei progetti e nelle lotte di costruzione del socialismo del ventunesimo secolo, in alternativa al capitalismo.

Quali sono allora le differenze e perché hanno portato alla compilazione di due differenti progetti di statuto? In sintesi le differenze di fondo tra i due testi, che li percorrono in diversi punti, sono tutte riconducibili a tre temi centrali:

1) il ruolo dei partiti e delle esperienze della sinistra radicale italiana. Il primo progetto intende affermare l’assoluta indipendenza di PaP, anche dalle formazioni che hanno contribuito a fondarlo, le quali possono naturalmente influire sulle scelte del movimento, ma solo attraverso i propri iscritti, per i quali è appunto ammessa la doppia adesione. Inoltre il primo statuto propone una rottura con le passate e prevalenti esperienze della sinistra. Il secondo testo invece non accoglie questa rottura e cita esplicitamente le forze politiche organizzate come parte costituente di PaP.

2) Le modalità ed il potere di decisione. Per il primo progetto di statuto le decisioni, una volta tentata la via della scelta comune (come sarebbe sempre necessario), vanno prese con 50%+1 dei votanti aventi diritto. Per il secondo progetto invece la maggioranza dovrebbe essere dei 2/3.

3) Il primo progetto di statuto assegna il potere decisionale fondamentale alle assemblee degli iscritti, sia territoriali che nazionali, che scelgono la linea politica ed eleggono sia il coordinamento nazionale, sia i portavoce, i quali possono essere revocati in qualsiasi momento con apposite procedure indicate nello statuto. Il secondo statuto invece propone un più tradizionale modello piramidale, dove le assemblee territoriali eleggono i delegati che formano l’assemblea nazionale, mentre i portavoce sono eletti dal coordinamento nazionale. In entrambe le proposte il coordinamento nazionale è eletto in grande maggioranza come espressione dei territori ed in parte su una lista nazionale, anche se le procedure non sono le stesse.

Alla luce di queste differenze si comprende meglio quali siano le ragioni ispiranti le diverse proposte. Da un lato si vuole affermare uno stacco anche rispetto alle modalità organizzative tradizionali della sinistra radicale, dall’altro si vuole conservare continuità con esse. È un tema squisitamente politico, che alla fine tocca l’essenza dello stesso progetto di Potere al Popolo: quanto si punti ad esso come vero processo costituente di una forza indipendente pronta ad agire e lottare nell’Italia di oggi, o quanto invece lo si consideri solo un passaggio verso ulteriori aggregazioni politiche, tipo quarti poli della sinistra o simili.

Paradossalmente il primo progetto, che rivendica la totale indipendenza di PaP, è molto più “movimentista”, aperto nell’organizzazione e anche soggetto a decisioni non programmate né programmabili. Mentre il secondo, che nasce dalla dichiarata volontà di non costruire un partito, alla fine ripropone la struttura tradizionale e verticale delle organizzazione politiche, unita a modalità di votazione che favoriscono il diritto di veto di gruppo. Una discussione di questo genere non è ovviamente semplice e va dato atto a tutto il coordinamento nazionale di PaP di aver avuto il coraggio di esplicitare le proprie differenze e di averle rese disponibili per tutte e tutti i militanti.

Abbiamo accettato la sfida sin dall’inizio del percorso di Potere al Popolo, persuasi che, come dichiarato nella prima assemblea del 18 novembre, fosse venuto il momento “di fare tutto al contrario” rispetto a quanto già visto e verificato in una sinistra logorata e residuale. Per queste ragioni ci auguriamo che in Potere al Popolo prevalga l’impostazione del primo progetto di statuto, per la forza che ne riceverebbe tutto il percorso di PaP, senza per questo rinnegare o rinunciare a nulla delle esperienze delle quali, anche noi che scriviamo, facciamo parte. In ogni caso però questo coraggio della trasparenza e della democrazia sarà un successo.

Le proposte di Statuto in discussione

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21/05/2018

Io non capisco una cosa, davvero

Sono mesi che apro facebook e mi trovo davanti sempre la stessa situazione: una serie di giornalisti, pseudointellettuali e “compagni” da tastiera che passano il tempo a dire quanto stiamo messi male, quanto fa schifo la sinistra, e che nessuno vuole lottare, e giù a piangersi addosso (versione sinistra istituzionale), a dire quello che si dovrebbe fare nel mondo dei sogni (versione gruppetto “marxista”), a esaltare l’antagonismo al sistema di 5 stelle e leghisti (sinistra “sovranista”), a perculare tutti perché sono tutti troppo scemi, vecchi o pavidi (sinistra di movimento)…

Ovviamente, anche quando il ragionamento si presenta sotto forma autocritica, il problema son sempre gli altri, perché almeno io che faccio l’autocritica sono più intelligente di te e mi sono salvato. Mai uno che partisse da sé e dicesse: stiamo inguaiati perché io non faccio un cazzo, non metto a disposizione risorse, non sono un bell’esempio per il mondo e via dicendo…

Poi succedono cose come i cortei del 18-19 maggio a Napoli e Caserta, con in piazza 15.000 migranti e italiani (numeri veri perché per motivi di vertenza sono state prese le presenze), e nessuno dei tizi sunnominati dice nulla.

Se ne accorge Salvini, che da nemico coerente se ne preoccupa e minaccia di distruggerci. Se ne accorge la stampa borghese, che non può ignorare un fatto così grosso. Ma non un commento, un repost, una brillante analisi da parte dei soliti commentatori.

Il corteo più grande degli ultimi mesi, il fatto politico più rilevante – vagiti di un nuovo antirazzismo basato su un’alleanza di classe fra italiani e stranieri – completamente ignorato.

D’altronde lo stesso accade quando annunciamo l’apertura delle case del popolo, quando facciamo una vertenza sul lavoro nero, quando il sindacalismo conflittuale riporta delle vittorie… Il silenzio. Per i sapientoni questi non sono motivi di speranza, non contano nulla. Lo sbattimento di compagni veri, la povera gente che mette a rischio la propria vita, non conta nulla. Conta più ripetere vecchi cliché.

Julio Velasco ha studiato bene il meccanismo delle squadre perdenti. In una squadra che perde, i singoli tendono a lamentarsi, dare la colpa ad altri, elaborare una cultura degli alibi. Non serve a nulla, ma così si parano individualmente il culo. In una squadra che invece vuol vincere si fa come sempre hanno fatto i rivoluzionari: si prende atto dei rapporti di forza, si identificano nella realtà quegli elementi e quelle qualità che giocano a nostro favore, i punti deboli dell’avversario, e a partire da questo, con santa pazienza, si costruiscono vittorie, organizzazione, riscossa.

Certo, ci vuole tempo, ma per fortuna non siamo a zero. C’è bella roba in giro per l’Italia. E c’è Potere al Popolo che in questi pochi mesi ha fatto un miracolo: esistere senza mezzi, qualificarsi senza tentennamenti, andare avanti dopo le elezioni, radicarsi attraverso le lotte e l’attività sociale. Per migliorare tutto questo ci vedremo il 26 e 27 maggio a Napoli in una grande assemblea nazionale!

Nel frattempo rifatevi gli occhi. La voce dal microfono è di Chiara Capretti, dell’ Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo, candidata per Potere al Popolo!

Fonte

18/05/2018

Il partito comunista di massa ha ancora senso ed efficacia?

Intervento di Francesco Tirro, dell’Ex/Opg di Napoli, al Forum della Rete dei Comunisti, del 21 aprile scorso, “sulle forme dell’organizzazione dei comunisti nel XXI° Secolo”

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Il partito comunista di massa ha ancora senso ed efficacia?

La risposta a questa domanda presuppone che sia già data una connessione tra un partito e la classe, e che questa non sia particolarmente efficace. La situazione in cui ci troviamo oggi invece è un’altra: la classe e le organizzazioni politiche che vorrebbero interpretarne le istanze non sono collegate, quantomeno non organicamente. Di fronte a questa situazione, i vari modelli organizzativi perseguiti hanno costituito esclusivamente una sorta di “bene rifugio”, per i militanti e per settori sempre più esigui della classe, di fronte alla caduta del blocco sovietico e al trionfo dell’imperialismo transnazionale. In tal senso, tutte le organizzazioni si assomigliano se osservate alla luce della loro relativa inefficacia.

Occorre quindi innanzitutto ri-conoscere la classe, nelle sue forme materiali e coscienti, e poi ritrovare forme organizzative valide, a partire da quella che è la “funzione” del partito comunista – in una fase non rivoluzionaria – : creare coscienza, unire le lotte e le istanze, favorire riconoscimento e identificazione, adottare ogni battaglia di carattere avanzato, democratico, progressista, approfondire la teoria e vivificare la prassi. Ritornando al tema della domanda, un partito comunista di massa, oggi, si scontrerebbe con una serie di limiti: l’assenza della massa (non in senso materiale, ma come rappresentazione politica), la scarsa professionalizzazione dei quadri intermedi, una scarsa capacità di tenuta nel tempo. È quello che si è verificato, grosso modo, nel nostro paese.

Un’organizzazione che nascesse oggi dovrebbe, inoltre, confrontarsi col fatto che la società si è de-collettivizzata, tutti i corpi intermedi sono in fortissima crisi, “esistono solo gli individui”. Un’organizzazione che non si ponesse il problema di riconnettere ciò che è sconnesso e di far riconoscere il simile laddove si vede il diverso potrebbe solo essere un ennesimo feticcio, buono ad autoconservarsi. L’organizzazione che dobbiamo costruire dev’essere fortemente ancorata nei territori, riconoscibile da vicino, articolata in modo flessibile, dovrebbe consentire diversi livelli di adesione e militanza, essere capace di ricondurre le più diverse forme d’intervento pratico in un quadro teorico e progettuale chiaro nella direzione e negli obiettivi.

Le profonde modifiche della composizione di classe che conseguenze hanno prodotto nella società e nel blocco sociale antagonista?

Il dato da cui partire è quello della segmentazione della struttura produttiva che ha portato come conseguenza ad una frammentazione della classe, sia nelle sue condizioni materiali di riproduzione che nella sua capacità di rappresentarsi come tale, sul piano sociale e politico. Scomparsa o quasi la grande fabbrica, esternalizzati i servizi una volta interni, esternalizzata la produzione di semilavorati e finiti, la classe è stata nascosta dietro un velo. La proletarizzazione dei ceti medi, la crisi del welfare familiare, la sempre maggiore difficoltà con cui i figli della vecchia classe operaia o del vecchio ceto medio impiegatizio riescono a sopravvivere col salario differito dei genitori non producono automaticamente né un’unificazione delle condizioni materiali, né tantomeno la costruzione di un nuovo immaginario unificante. In tal senso incidono molto i limiti della soggettività politica, che da un lato è rimasta ancorata al passato e non è stata in grado di tradursi in parole ed atti nuovi, dall’altro ha abbracciato il presente come se la novità in sé fosse salvifica, buttando a mare categorie analitiche e interpretative ancora valide.

Il blocco sociale antagonista ha vissuto la propria crisi in vari modi: ignorandola, spingendo sull’acceleratore del sociale o su quello dell’identità politica, o pensando di cavalcare cinicamente l’onda delle trasformazioni sociali. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, non tanto sul piano sindacale dove tante piccole lotte continuano ad inanellarsi, quanto sul piano politico: la morte del movimento pacifista ne è un esempio lampante. D’altro canto, la classe ricomposta, frammentata, repressa, controllata a vista, continua ad esprimere la sua urgenza antagonista, benché in modo scomposto; pensiamo all’opposizione alla riforma costituzionale o anche al voto al Movimento 5 stelle, “classico” esempio di istanza antisistema canalizzata in un quadro di compatibilità.

Il quadro che ne viene fuori non è quello di una classe lavoratrice sopita, ma piuttosto destrutturata, dove gli spazi condivisi – politici, sociali, produttivi, urbani – tra dominanti e dominati diminuiscono ogni giorno di più. Si è interrotta l’esigenza borghese di costruire la società e fabbricarne l’immaginario; alla crisi dell’egemonia ideologica della classe dominante corrisponde un aumento della repressione: sul lavoro, sui territori, nei ghetti, nelle istituzioni. Il quadro che emerge è un quadro dove il conflitto è carsico, estemporaneo, disorganizzato, benché sempre presente, spesso radicale e vincente, almeno sul piano vertenziale. D’altro canto, lo sviluppo delle forze produttive continua a semplificare il conflitto, rendendo sempre più omogenee le classi antagoniste, dunque le condizioni oggettive per una ripresa di un forte ciclo di lotte ci sono. Sta all’organizzazione trovare le risposte.

Quale funzione e impegno dei comunisti nella rappresentanza politica?

Questa domanda per noi parla al presente, alla scelta inedita di lanciare un movimento politico nell’agone elettorale. Scelta fatta senza rispettare alcun criterio di opportunità, anzi facendo orgogliosamente tutto al contrario: in fretta, senza soldi, senza apparati, senza pacchetti di voti su cui contare. Il risultato, per quanto non entusiasmante, è stato superiore a quanto pronosticavano attenti osservatori, e in particolare, come è ricordato anche nel documento della Rete, è l’attivismo che ne è seguito l’elemento più positivo.

Questo ci permette di parlare dell’idea che noi ci siamo fatti del rapporto con la rappresentanza politico elettorale. Anche su questo piano ci scontriamo con degli atteggiamenti feticistici spacciati per fondati assunti ideologici. Nella crisi d’identità e di prospettive ci sono comunisti che hanno assunto l’astensionismo come dogma. Per noi la questione elettorale, invece, è puramente tattica, funzionale alla costruzione della rappresentanza politica, cioè dell’organizzazione dei comunisti, e di conseguenza si valuta per ragioni di utilità ed opportunità. In questa fase riteniamo che, a fronte di lotte vertenziali che non si unificano e in generale di un conflitto sociale che langue, l’occupazione di uno spazio politico è utile e necessaria. Non si tratta, ovviamente, di cercare una scorciatoia elettoralista (che non ha senso e ragione), ma di trovare uno spazio per far emergere discorsi e idee in cui molti si ritrovano, senza che questo ritrovarsi produca, né prima né dopo l’emersione elettorale, automaticamente dei processi conflittuali.

Ci troviamo in tal senso a vivere una situazione inedita in Europa, dal momento che cerchiamo di costruire un’organizzazione che possa rappresentare e unificare istanze scomposte di diversi settori di classe, senza che ci sia la spinta dal basso di un movimento di lotta e senza che ci sia un apparato, delle strutture, degli strumenti all’altezza del compito. Una sfida “impossibile”, dunque, quella della costruzione della rappresentanza politica, oggi, in Italia? No, tutt’altro, perché alla relativa latitanza delle lotte – vertenziali, conflittuali, non ricomposte – si affianca un’inesausta domanda politica, come ha dimostrato la mobilitazione per il referendum costituzionale. Una sfida difficile, certo, ma che finora ha dato risultati interessanti e positivi, andando ad intercettare un bisogno di organizzazione che non si è esaurito nel momento elettorale.

Quale movimento sindacale opponiamo al patto sociale neocorporativo?

La definizione attuale di neocorporativismo deve partire da un passaggio chiave degli ultimi anni: gli 80 euro di Renzi. Nessuna grande trattativa nel nostro paese, tranne quelle nel settore della logistica, aveva portato – anche se in forma di detrazione IRPEF – un aumento netto così significativo. L’ultimo rinnovo contrattuale nel Pubblico Impiego, con la miseria di 80 euro lordi a diminuire, dopo nove anni di blocco salariale, dimostra che quando parliamo di neocorporativismo parliamo essenzialmente della funzione esecutiva degli Stati che fagocita il ruolo dei corpi intermedi, in questo caso dei sindacati gialli, e ne annichilisce la funzione. Ciò non vuol dire che sia sparito il collaborazionismo delle sigle storiche del sindacalismo concertativo, ma la sua utilità per il capitale si è di gran lunga ridotta negli ultimi anni, a vantaggio di un decisionismo politico in materia di lavoro che ricade in termini puramente repressivi nei contesti produttivi.

La prova di ciò è la ridotta, se non nulla, capacità mobilitativa dei sindacati gialli, il calo costante degli iscritti, la composizione dei tesserati che vede prevalere i pensionati, insomma siamo di fronte ad organismi in crisi certificata. La stessa crisi non la vivono i sindacati conflittuali e di base, che nonostante le difficoltà dovute alle limitazioni del diritto di sciopero e di rappresentanza crescono, si ramificano, si radicano. Gli ultimi rinnovi RSU ne sono una prova, un sindacato confederale e di base come l’USB in questa fase è destinato a crescere e strappare roccaforti alla triplice.

Non siamo però ancora nella fase dell’autosufficienza, ragion per cui è necessario, a nostro parere, interfacciarsi con quelle organizzazioni nuove e spurie che organizzano i lavoratori su base territoriale, nonché intercettare delegati combattivi a prescindere dalle sigle di appartenenza. La crisi dei sindacati gialli, infatti, non vuol dire ancora delegittimazione (sono ancora loro a firmare accordi come il recente Patto di fabbrica, nonché ad imporre modelli e limiti entro cui l’azione sindacale può esercitarsi), ma vuol dire già crisi del consenso intorno a determinate politiche e crisi del comando interno, che anche all’interno di sindacati come la CGIL è costretto a prendere sempre più spesso la forma pura e semplice della repressione del dibattito, della critica, del dissenso.

Quali conflitti, quali movimenti e quali organizzazioni sociali/sindacali sono più efficaci nella dimensione metropolitana?

Con questa domanda non possiamo che rispondere parlando della nostra esperienza. Non riteniamo che sia la più efficace, né tantomeno abbiamo la presunzione di affermare che sia più efficace di altre, magari per qualche assunto ideologico. Parleremo della nostra esperienza semplicemente perché ne conosciamo efficacia e limiti in un contesto metropolitano, e ne identifichiamo alcuni elementi che sono generalizzabili.

Riteniamo, come già detto all’inizio, che oggi l’organizzazione efficace è innanzitutto quella che riesce a fornire risposte immediate e concrete ai bisogni che la classe esprime. Non si tratta, semplicemente e rozzamente, di “fornire servizi”, o peggio ancora di supplire alle funzioni un tempo esercitate dallo Stato o dalle grandi organizzazioni di massa. Si tratta piuttosto di partire da bisogno immediati e concreti – un ambulatorio, un doposcuola, uno sportello legale, l’assistenza ai migranti o ai senza fissa dimora – e utilizzare questi elementi per costruire organizzazione, mobilitare forze nuove, coinvolgere chi si attiva nella rivendicazione vertenziale e politica di bisogni e diritti negati. Il lavoro sociale, dunque, alla base, ma solo se considerato come leva per la riattivazione politica, legame questo che noi tentiamo di costruire con l’esercizio di ciò che chiamiamo controllo popolare: partire dalla risposta diretta ai bisogni per organizzarne la rivendicazione politica.

Si sbaglierebbe, però, a ritenere che la domanda della classe, oggi, sia solo brutalmente materiale. Il nostro soggetto di riferimento pone domande complesse e diversificate, tra le quali non ci sono solo questioni materiali ma anche discorsi più ampi: un bisogno di senso, di orientamento, di immaginario, di analisi, visione e prospettive future; l’urgenza di andare al di là del breve periodo per sognare una società nuova; un bisogno di ricostruire legami e comunità, in forme non alienate e mercificate, in un contesto in cui ci vorrebbero tutte e tutti come monadi isolate, o al massimo in relazioni innocue e capitalisticamente produttive. In poche parole, c’è sì un’urgenza “sociale”, conseguenza dell’attacco materiale contro i dominati, ma c’è anche un grande bisogno di “politica” in senso lato, cioè dell’interessamento a ciò che è comune, e che non trova, non può trovare risposte nelle forme tradizionali delle nostre democrazie rappresentative, che ormai non funzionano nemmeno più come macchine del consenso.

Non a caso, i percorsi politici più interessanti, a sinistra e in Europa, negli ultimi anni, sono stati quelli che hanno coniugato la costruzione di una visione che fosse prima di tutto non compatibilista, schiettamente radicale, globale, partigiana con la sollecitazione alla riattivazione della partecipazione diretta a partire da questioni immediate e concrete.

Queste ci sembrano, dunque, le linee guida che devono ispirare l’azione dei comunisti oggi: combattere contemporaneamente sul terreno materiale e sulla visione complessiva, per il semaforo e contro il razzismo di Stato, coniugando capacità d’intervento nel quotidiano e impegno nella costruzione di un’analisi, una linea, una visione a lungo termine. Intorno a queste linee stiamo organizzando il nostro lavoro e su questi temi ci mettiamo all’ascolto e al confronto con tutte le altre forze che oggi, nel nostro paese, hanno iniziato a porsi le stesse domande.

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06/02/2018

Angeli dalle ali nere

A Napoli, come scrisse, pio e caritatevole, “il Mattino” del 27 gennaio 2016, “sono circa 200 le chiese chiuse e abbandonate ma non si riesce ad aprirle nonostante l’appello di Bergoglio a dare un tetto e un inizio di dignità a queste persone che sono costrette a stare in strada”. Da allora tutto è rimasto com’era e tutti hanno fatto orecchie da mercanti.

Sordi in particolare si sono mostrati i Padri redentoristi i quali, tradizionalmente devoti alla Madonna del Soccorso, di soccorrere la povera gente non vogliono nemmeno sentir parlare. Invano perciò i giovani dell’ex Opg Je so pazzo li hanno sollecitati a riaprire la Chiesa e il convento di Sant’Antonio a Tarsia, che chiusero anni fa.

Benché l’invito rimandasse proprio alle parole di Papa Francesco, risposte non ne sono mai venute e alla fine, per ospitare i sempre più numerosi disperati che, nel gelo delle notti invernali, rischiano la vita abbandonati a se stessi, i giovani dell’ex Opg i locali li hanno occupati.

Credete che i santi Padri, dopo l’inspiegabile silenzio, abbiano fatto buon viso a cattivo gioco e si siano aperti al dialogo? Se lo pensate, sbagliate. Incuranti della Madonna del Soccorso, delle opere di Misericordia e di quella giustizia sociale senza la quale la legalità è solo un’autentica prepotenza, i Padri, sostenuti dal “Mattino”, lo stesso, smemorato giornale che tempo fa aveva messo il dito nella piaga, hanno messo mano alla carta da bollo, appellandosi al diritto di proprietà, che gli consente di vendere il convento.

Ecco spiegati il silenzio e le orecchie da mercanti.

Il “Mattino” e i Padri redentoristi, devoti a una sempre più sconcertata Madonna del Soccorso, dovrebbero saperlo che “Gesù entrò nel tempio, scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere e disse loro: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera, voi invece ne fate una spelonca per affaristi”.

Com’è noto, di fronte alla verità che è rivoluzionaria, i sommi sacerdoti e gli scribi ebbero paura e decisero che quel giovane predicatore dovesse morire. Se avessero lasciato che parlasse, il popolo, ammirato del suo insegnamento lo avrebbe seguito. Come sacerdoti e scribi, il “Mattino” e più in generale il baraccone mediatico che non parla mai di “Potere al Popolo” e se lo fa è solo per colpire, temono che questo movimento, apparentemente nato dal nulla, ma figlio di un enorme bisogno di buona politica e di democrazia, metta pericolosamente a rischio la legalità nemica della giustizia sociale sulla quale poggia un potere politico che rappresenta poco più che se stesso e ha distrutto il Paese.

E’ per questo che di “Potere al Popolo” o non si parla o si parla male. Per questo si fa da cassa di risonanza dei Padri redentoristi, che, come i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani puntano il dito contro la loro stessa guida spirituale, quel Papa Francesco, di cui tutti si riempiono la bocca e nessuno ascolta i comandi.

“Con quale autorità fate queste cose? O chi vi ha dato l’autorità di farlo?”, chiesero i sacerdoti a Gesù Cristo e lui risposte: “Vi farò anch’io una domanda e, se mi risponderete, vi dirò con quale potere lo faccio. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi”. Non seppero che dire.

Così non sanno rispondere a noi, quando gli domandiamo: “Voi con chi sareste stati nel processo che condannò Gramsci a morire di carcere, con la legalità o con gli uomini che combattevano per la libertà?”

Rappresentando le opere di Misericordia, Caravaggio dipinse due angeli. Uno aveva le ali bianche e l’altro nere. Il primo era un inutile sogno celeste mille miglia lontano dagli uomini e dai loro problemi, il secondo, quello più amato da Dio, sentiva un infinito bisogno di scendere a terra tra il dolore e la fatica. In questa campagna elettorale noi siamo gli unici ad avere le ali nere. E ne siamo orgogliosi.

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07/01/2018

Chi è il “capo politico” di Potere al Popolo?

“Potere al popolo!” è una lista nata dal basso, dai territori, dalle lotte, frutto di un appello lanciato del centro sociale “Je so Pazzo” di Napoli, che ha prodotto in poche settimane oltre 120 assemblee territoriali in tutto il paese in cui si è elaborato il programma politico e si stanno in questi giorni discutendo le candidature attraverso dei criteri innovativi rispetto allo scenario politico attuale.

La legge elettorale però impone la scelta di un “capo politico” per la lista elettorale.

Gli attivisti e le attiviste di Potere al popolo hanno deciso di spiegare in questo video chi sarà il loro “capo politico”, che viene inteso come semplice portavoce di un processo collettivo e costituente che, dichiarano:

“sta riportando entusiasmo e attivismo nei territori tra operai, disoccupati, precari, migranti, tra tutti gli “esclusi” dal potere politico che vogliono riconquistarlo in questa grande avventura per la democrazia, la giustizia sociale, i diritti di tutti.

Lo scenario di leader politici che abbiamo di fronte a noi è molto chiaro: Renzi, Berlusconi, Di Maio, Grasso, tutti uomini in un paese che ancora non riesce ad accettare una larga partecipazione femminile alla politica.

Il nostro portavoce, quindi, non poteva che essere donna, giovane, meridionale, precaria.

Non una persona famosa, nessuna figlia di banchieri e grandi imprenditori, ma una persona che viene dalle lotte, che ha sempre rappresentato un processo collettivo e non solo la sua individualità, che è sempre stata nei movimenti, che è riuscita con fatica a lottare per restare in questo tormentato sud Italia.

Viola Carofalo rappresenta tutto questo, rappresenta tutti noi.“

Il 17 Gennaio saremo a Roma in conferenza stampa per raccontarvi la sua, la nostra storia. Nei prossimi giorni daremo aggiornamenti sul luogo e l’orario.

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19/12/2017

#Poterealpopolo, la passione delle cose ragionevoli

La realtà ha disperso molte delle preoccupazioni espresse in un nostro precedente editoriale. Domenica, al Teatro Ambra Jovinelli di Roma, il morto non è riuscito ad afferrare il vivo. Tenterà ancora di farlo, ma sarà sempre più difficile che abbia successo.

L’assemblea romana che ha finalmente lanciato #poterealpopolo come lista elettorale radicale, antagonista, passionale e razionale, segna infatti una discontinuità netta e, ci auguriamo, irreversibile con “la sinistra”, le sue pratiche di piccolo cabotaggio, la sua vocazione all’irrilevanza sociale. Una vera e propria mutazione genetica, ma questa volta salvifica e rigeneratrice.

E’ bene precisare cosa intendiamo per morto. Abbiamo detto fin da subito che “il morto” è una logica, non una persona o un’organizzazione particolare. E’ certamente morto il “cencelli” mentale che ha regolato fin qui i rapporti interni o tra organizzazioni, sia in vista delle innumerevoli e sempre più disperanti prove elettorali che nella vita politica quotidiana. Una mentalità non liquidabile come maledizione dei soli elettoralisti, ma ben presente anche negli ambiti antagonisti.

Non vediamo differenze perché queste e altre infinite modalità di (presunta) autoaffermazione dei singoli gruppi hanno in comune ideologia (inconsapevole) e risultati dannosi. I secondi sono forse più facili da osservare – frammentazione organizzativa e cancellazione della presenza nella classe, tra la gente, nella vita sociale del paese – ma sono la conseguenza di una identica mentalità fortemente “individualistica”. Certo, c’è chi la declina in ansia di poltrone e chi in esibizione di “alterità”, ma la radice è la stessa. Il frutto, anche.

Tutto questo ed anche altro è il morto che l’assemblea di domenica ha messo in soffitta, speriamo per sempre. Non a caso, chiunque avesse in testa una poltrona da conquistare si è tenuto ben lontano da una ipotesi tutta in salita.

Il vivo è il bisogno di creare un’unità vera, fondata sui interessi e i valori comuni, a partire dalle lotte reali. Che al momento sono poche, circoscritte, specifiche e vertenziali, isolate e spesso criminalizzate. Ma sono anche l’unica risorsa vera e viva da cui partire.

Per uscire dalla passività e dalla frammentazione politiche non serviva riunire “i capi” delle formazioni esistenti e stilare una piccola lista di “tesi condivise”. Serviva “una botta da matti”, un prendersi per i capelli e sollevarsi dalle sabbie mobili – come novelli Münchausen – e mettere al centro, in primo piano, quel che era finito ai margini e sullo sfondo. Ossia il bisogno di lavoro, salario, casa, socialità, welfare, sanità, istruzione, informazione, sovranità popolare sulle decisioni che riguardano la gente. E dunque vedere come interlocutori i protagonisti dei conflitti intorno a quei bisogni, i settori sociali direttamente coinvolti.

Se si mettono al centro gli interessi sociali, l’unità arriva quasi per forza di cose. Perché bisogna risolvere problemi simili, o addirittura identici, e si sta ad ascoltare chi ha una soluzione da proporre, non chi ha una lezioncina da impartire o un ego da esibire. Il contrario, insomma, di quanto avviene fin dalla triste epoca bertinottiana, in cui vigeva il principio “ognuno dice la sua”. E’ l’ora del più sano “chi non fa inchiesta non ha diritto di parola”, che si può anche tradurre come “se non hai niente da dire che ci aiuti ad andare avanti, statti zitto e ascolta”.

Senza neppure dirselo, è la differenza che si è avvertita tra l’assemblea di ieri e quella del Teatro Italia: quasi tutti gli interventi, ieri, sono stati “sul pezzo”, legando lotte locali o settoriali e quadro politico, nemico principale, soluzioni da trovare, unità da consolidare.

E’ un altro segnale della serietà con cui è stata raccolta la sfida. A cominciare dalla chiarezza con cui tutti – nessuno escluso – si sono messi in gioco per costruire un percorso che va molto al di là della scadenza elettorale. Tutti i protagonisti sanno benissimo che la sola presenza in Parlamento, con un gruppo presumibilmente piccolo di eletti, serve a poco, praticamente a nulla nell’epoca del “pilota automatico” con regia a Bruxelles e Francoforte. Ma sanno altrettanto bene che già solo l’impegno necessario a mandarceli costruisce legami, rapporti, fiducia reciproca, legami con il nostro blocco sociale; legami che vanno al di là delle singole vertenze (chi lotta in fabbrica può non avere il problema della casa e viceversa, chi si oppone a una grande opera vive al suo interno anche bisogni di altro tipo, diversi tra loro). In una parola, si costruisce rappresentanza politica e blocco sociale.

Questo è in fondo l’obiettivo principale, che va molto al di là della semplice rappresentanza elettorale, sia come scadenza temporale che come risultati da conseguire. E’ sufficiente pensare al fatto che i settori sociali più combattivi (lavoratori della logistica, braccianti, rifugiati) non possono votare, perché sono stranieri. La bellissima manifestazione del 16 dicembre ci ha restituito tutta la complessità del nostro blocco sociale nel XXI secolo.

Per ottenere il risultato occorreva mettere in campo passione e razionalità, entusiasmo e analisi concreta, testa alta nel conflitto e individuazione del nemico. E la prima è stata evidente, sensibile, travolgente, dal saluto rivolto dal rappresentante del popolo di Palestina fino alle conclusioni tracciate da Viola.

Non paradossalmente, proprio le esperienze concrete di lotta hanno portato chiarezza anche sul piano dell’analisi razionale. Il fantasma dell’Unione Europea, che qualcuno aveva provato a vestire con i panni della “categoria ideologica”, si è materializzato come nemico principale – insieme alla Nato – nelle parole di chi si batte per accogliere i migranti a Lampedusa e vede prendere corpo, anche fisicamente, all’”esercito europeo”. E lo stesso è avvenuto grazie alla testimonianza diretta di chi, nel Parlamento Europeo, ci siede. O da chi, come France Insoummise, forte del 20% raccolto pochi mesi fa, promette una campagna continentale contro la Ue in occasione delle elezioni del 2019.

Ogni bisogno sociale, del resto – dall’acciaieria di Terni (che dovrebbe essere smantellata perché alla Thyssen non interessa più e le “regole europee” vietano la nazionalizzazione) all’edilizia popolare (da lasciare al far west del “mercato”), dalla precarietà contrattuale e occupazionale all’allungamento dell’età pensionabile (con riduzione dell’assegno mensile!), dall’asilo d’infanzia alla ricerca scientifica, ecc. – si scontra con un quadro “legislativo” che viene da Bruxelles e irreggimenta fino all’ultimo anfratto sociale.

Anche su questo punto decisivo, insomma, il morto non è riuscito ad afferrare il vivo e soffocarlo.

#Poterealpopolo parte con il piede giusto, l’entusiasmo che era scomparso, la lucidità che non si trovava più, con “rappresentanti” veri e vivi di una classe disorientata ma ancora capace di resistenza. Il compito è far sì che questa resistenza, oggi per lo più localizzata, torni ad essere generale. Cioè politica.

Per questo la sfida va accettata e vinta.

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18/12/2017

Potere al popolo. La sfida è accettata e sarà “militante”


L’affollata assemblea tenutasi oggi al teatro Ambra Iovinelli di Roma, ha “accettato la sfida” del processo che porterà alla lista Potere al Popolo nelle prossime elezioni politiche. Per vedere concretamente questa opzione sul campo occorrerà raccogliere le firme necessarie in tutti i collegi elettorali, e bisognerà farlo rapidamente. Eppure, a giudicare dalla spinta e dal clima che si è respirato in una freddissima giornata di dicembre, anche questa tappa verrà affrontata con slancio, lo stesso che è stato imposto un mese fa dai compagni del centro Je So Pazzo di Napoli.

In qualche modo la natura e il ritmo del processo di Potere al Popolo, anche in questo, hanno imposto la dovuta discontinuità rispetto a certe estenuate liturgie della “sinistra”. Un dato leggibile dalle quasi settanta assemblee locali che si sono svolte tra la prima assemblea (18 novembre) e quella di oggi. Il dibattito provocato da questa proposta ha attraversato tutte le realtà che l’hanno guardata con interesse già da come si era presentata. La Piattaforma Eurostop ha visto una sua vivace assemblea nazionale discutere e poi decidere a maggioranza che l’esperimento andava tentato. Ma anche dentro i partiti comunisti “storici” la discussione e la decisione risulta non essere stata affatto semplice.

Eppure si capito che si è respirata aria diversa in questi trenta giorni e che hanno portato in tanti a dire “accettiamo la sfida” mediando dove era necessario e forzando dove era indispensabile. Potere al Popolo si è data gli strumenti minimi per cominciare a ingaggiarla: un simbolo (che pure è stata oggetto di molte discussioni) e un responsabile politico (imposto dalla legge elettorale) che è stato riconosciuto ai compagni di Napoli che si sono assunti la responsabilità di avviare il processo.

L’assemblea all’Ambra Iovinelli ha concesso poco, anzi pochissimo a liturgie e artifizi politicisti.

L’intervento introduttivo di una compagna di Napoli ha fatto riverberare con grinta parole, interlocuzioni sociali e indicazioni che sembravano seppellite nel pantano della politica messa a disposizione in questi anni dalla sinistra. A marcare la differenza è l’aver affidato il primo intervento a Bassam Saleh, compagno palestinese conosciuto e stimato, per rendere omaggio alla nuova Intifada ingaggiata dal popolo dei Territori Occupati. Hanno portato i loro contributo di esperienze sul campo i compagni spagnoli di Unidos/Podemos e di France Insoumise, confermando come negli altri paesi europei si abbia assai meno paura di parole come rottura con l’Unione Europea o recupero della sovranità di quanta, assurdamente, ce ne sia nei residui della sinistra italiana.

Prendono la parola donne che hanno segnato la storia recente dei movimenti sociali e del conflitto nel nostro paese: Haidi Giuliani e Nicoletta Dosio. Dalla lontanissima frontiera di Lampedusa ha portato l’intervento il collettivo Askavusa che agisce su quell’isola diventata oggetto della militarizzazione e del lato oscuro dell’Unione Europea. Toccherà poi ad un veterano come Giorgio Cremaschi per conto di Eurostop mettere nero su bianco la convinzione che la sfida di Potere al Popolo vada accettata con senso dell’unità e maturità da tutti. Lo storico napoletano Geppino Aragno, che ci ha creduto sin dall’inizio, è latore di un messaggio di augurio importante come quello di Luigi De Magistris.

I segretari del Pci, Mauro Alboresi, e del Prc, Maurizio Acerbo, confermano che accetteranno la sfida di Potere al Popolo. Prima di loro l’europarlamentare Eleonora Forenza aveva insistito molto su questo.

Molti interventi, ed è un fatto interessato e positivo, sottolineano come il dato della rottura con l’Unione Europea possa essere per un lato un obiettivo coerente con un impianto anticapitalista, per l’altro il vero elemento di sintonia con le altre forze alternative nei vari paesi europei. Si susseguono molti interventi – dal tenore del Teatro dell’Opera in via di licenziamento all’operaia di Almaviva licenziata e riassunta con una sentenza che ha fatto rumore, dagli universitaria della campagna Noi Restiamo a compagne e compagni dei territori pugliesi devastati dal Tap o ai giovani e giovanissimi compagni di Catania. E’ sferzante l’ironia dell’attrice e conduttrice Francesca Fornario che è stata subito della partita intorno alla sfida di Potere al Popolo.

A tirare le conclusioni è stata Viola Carofalo, giovane compagna di Je So Pazzo. Il suo richiamo è quello al lavoro sociale capillare, a sostituire con la guerriglia dei rapporti diretti la mancanza dei media mainstream, ad essere “militanti” in questa sfida, una parola rimossa o pronunciata quasi con pudore fino a questa mattina e che invece è tornata ad assumere il suo valore dinamico, includente, responsabilizzante di chi sa che questa sfida andrà giocata non tanto nel ristretto recinto del popolo della sinistra quanto nei settori sociali devastati e impoveriti da dieci anni di misure antipopolari e venticinque anni di sanguinosa, inutile e strumentale “riduzione del debito pubblico” imposta dall’Unione Europea dal trattato di Maastricht a oggi.

La sfida è stata accettata con entusiasmo dai quasi mille compagne e compagni che hanno affollato il teatro. Non bastano a fare il quorum, ma sono più che sufficienti per riattivare una militanza diffusa e motivata in tutto il paese, per ingaggiare finalmente la sfida con un nemico di classe che da troppo tempo non incontra nemici sul suo cammino, e che farà bene a cominciare a temere la rimessa in circolazione di una opzione che dichiara come programma “Potere al Popolo”.

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10/12/2017

“Potere al popolo” lancia la sfida. Il manifesto

E’ uscito questa mattina il manifesto di presentazione della proposta di lista popolare alle prossime elezioni. Sul programma continua il lavoro di confronto che sta raccogliendo decine di contributi e che dovrebbe definire i punti di convergenza. Qui di seguito il testo del manifesto. Domenica 17 dicembre ci sarà una nuova assemblea nazionale a Roma.

Abbiamo aspettato troppo… Ora ci candidiamo noi!

Siamo le giovani e i giovani che lavorano a nero, precari, per 800 euro al mese perché ne hanno bisogno, che spesso emigrano per trovare di meglio. Siamo lavoratori e lavoratrici sottoposte ogni giorno a ricatti sempre più pesanti e offensivi per la nostra dignità.

Siamo disoccupate, cassaintegrate, esodati.

Siamo i pensionati che campano con poco anche se hanno faticato una vita e ora non vedono prospettive per i loro figli.

Siamo le donne che lottano contro la violenza maschile, il patriarcato, le disparità di salario a parità di lavoro.

Siamo le persone LGBT discriminate sul lavoro e dalle istituzioni.

Siamo pendolari, abitanti delle periferie che lottano con il trasporto pubblico inefficiente e la mancanza di servizi. I malati che aspettano mesi per una visita nella sanità pubblica, perché quella privata non possono permettersela. Gli studenti con le scuole a pezzi a cui questo paese nega un futuro. Siamo le lavoratrici e i lavoratori che producono la ricchezza del paese.

Ma siamo anche quelli che non cedono alla disperazione e alla rassegnazione, che non sopportano di vivere in un’Italia sempre più incattivita, triste, impoverita e ingiusta. Ci impegniamo ogni giorno, organizzandoci in comitati, associazioni, centri sociali, partiti e sindacati, nei quartieri, nelle piazze o sui posti di lavoro, per contrastare la disumanità dei nostri tempi, il cinismo del profitto e della rendita, le discriminazioni di ogni tipo, lo svuotamento della democrazia.

Crediamo nella giustizia sociale e nell’autodeterminazione delle donne, degli uomini, dei popoli. Pratichiamo ogni giorno la solidarietà e il mutualismo, il controllo popolare sulle istituzioni che non si curano dei nostri interessi. In questi anni abbiamo lottato contro i licenziamenti, il Jobs Act, la riforma Fornero e quella della Scuola e dell’Università; contro la privatizzazione e i tagli della Sanità e dei servizi pubblici; per la difesa dei beni comuni, del patrimonio pubblico e dell’ambiente da veleni, speculazioni, mafie e corruzione, per i diritti civili; contro le politiche economiche e sociali antipopolari dell’Unione Europea; contro lo stravolgimento della Costituzione nata dalla Resistenza e per la sua attuazione. Per un mondo di pace, in cui le risorse disponibili siano destinate ai bisogni sociali e non alle spese militari. E ogni giorno ci impegniamo a costruire socialità, cultura e servizi accessibili a tutte e tutti.

Abbiamo deciso di candidarci alle elezioni politiche del 2018. Tutte e tutti insieme. Perché questo pezzo di paese escluso è ormai la maggioranza, e deve essere ascoltato. Perché se nessuno ci rappresenta, se nessuno sostiene fino in fondo le nostre battaglie, allora dobbiamo farlo noi. Perché siamo stanchi di aspettare che qualcuno venga a salvarci...

Abbiamo deciso di candidarci per creare un fronte contro la barbarie, che oggi ha mille volti: la disoccupazione, il lavoro che sfrutta e umilia, le guerre, i migranti lasciati annegare in mare, la violenza maschile contro le donne, un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente, i nuovi fascismi e razzismi, la retorica della sicurezza che diventa repressione.

Abbiamo deciso di candidarci facendo tutto al contrario. Partendo dal basso, da una rete di assemblee territoriali in cui ci si possa incontrare, conoscere, unire, definire i nostri obiettivi in un programma condiviso. Vogliamo scegliere insieme persone degne, determinate, che siano in grado di far sentire una voce di protesta, che abbiano una storia credibile di lotta e impegno, che rompano quell’intreccio di affari, criminalità, clientele, privilegi, corruzione.

Potere al Popolo significa costruire democrazia reale attraverso le pratiche quotidiane, le esperienze di autogoverno, la socializzazione dei saperi, la partecipazione popolare. Per noi le prossime elezioni non sono un fine bensì un mezzo attraverso il quale uscire dall’isolamento e dalla frammentazione, uno strumento per far sentire la voce di chi resiste, e generare un movimento che metta al centro realmente i nostri bisogni.

Vogliamo unire la sinistra reale, quella invisibile ai media, che vive nei conflitti sociali, nella resistenza sui luoghi di lavoro, nelle lotte, nei movimenti contro il razzismo, per la democrazia, i beni comuni, la giustizia sociale, la solidarietà e la pace.

Affronteremo questa campagna elettorale con gioia, umanità ed entusiasmo. Con la voglia di irrompere sulla scena politica, rivoltando i temi della campagna elettorale. Non abbiamo timore di fallire, perché continueremo a fare – prima, durante e dopo l’appuntamento elettorale – quello che abbiamo sempre fatto: essere attivi sui nostri territori. Perché ogni relazione costruita, ogni vertenza che avrà acquisito visibilità e consenso, ogni persona strappata all’apatia e alla rassegnazione per noi sono già una vittoria. Non stiamo semplicemente costruendo una lista, ma un movimento popolare che lavori per un’alternativa di società ben oltre le elezioni.

Insieme possiamo rimettere il potere nelle mani del popolo, possiamo cominciare a decidere delle nostre vite e delle nostre comunità. Chi accetta la sfida?

#accettolasfida #poterealpopolo

Per sottoscrivere il manifesto scrivi a accettolasfida2018@gmail.com

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09/12/2017

“Abbiamo accettato la sfida”. Domenica 17/12 assemblea nazionale a Roma

Costruiamo una lista popolare per le prossime elezioni politiche! Il 18 novembre 800 persone hanno riempito il Teatro Italia. Quando abbiamo lanciato quella proposta non pensavamo che così tante e tanti potessero accoglierla e immediatamente mobilitarsi a partire dai loro territori, dalla loro quotidianità.

Evidentemente la stanchezza e l’insoddisfazione ad assistere impotenti al rituale per cui sempre le stesse persone, senza rompere con chi ha affossato le classi popolari di questo paese, si candidano a rappresentare “la sinistra” sono sentimenti diffusi e radicati.

Così come è diffusa, però, la voglia di costruire percorsi nuovi, radicali, aperti, che nascano e si sviluppino in connessione con il popolo e le sue esigenze, che tutelino ambiente, sanità, istruzione, lavoro, giustizia sociale, solidarietà, che stiano al fianco dei più deboli, alla maggioranza della popolazione.

Questo messaggio, semplice, lanciato prima da un video che ha fatto il giro dei social e poi da tante e tanti intervenuti dal palco del Teatro Italia il 18 novembre, ha attraversato tutto il paese, dal profondo sud al nord della penisola.

Qualcosa di imprevedibile si è prodotto. 60 assemblee convocate in tutte le regioni, in tante province, si sono messi all’opera reti, associazioni, comitati, attivisti ma anche tante persone che hanno semplicemente a cuore il presente e il futuro di questo paese e non vogliono più subire governi scellerati. Ne è venuto fuori un programma elaborato collettivamente, a cui ogni gruppo attivo e ogni singolo sta contribuendo con integrazioni e aggiunte, suggerimenti e idee a partire anche dalle istanze che vivono nel territorio di provenienza.

A distanza di un mese dalla scorsa assemblea e a fronte del percorso iniziato riconvochiamo un nuovo appuntamento nazionale a Roma per mostrarci a tutto il paese e ai media che continuano a tacere, per ricominciare, per non smettere di costruire qualcosa che vada da qui a cinque, a dieci anni. Ricominciamo a pensare di poter fare la storia, di poter dare potere al popolo, alla maggioranza che non decide mai e subisce! Perché non possiamo sognare, e realizzare un poco alla volta questo sogno?

DOMENICA 17 DICEMBRE ASSEMBLEA NAZIONALE A ROMA ORE 10 [A BREVE INDICAZIONI SUL LUOGO PRECISO!]

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07/12/2017

Potere al popolo? Il nodo della rottura con l’Unione Europea

Parlare di elezioni implica sempre una “carica” nella discussione che rischia di mettere in secondo piano i nodi politici di fondo che di volta in volta si presentano e vanno affrontati. In questo caso pur parlando di elezioni in realtà stiamo misurando la capacità di un progetto come Eurostop di misurarsi con le evoluzioni della situazione reale; ora questa si manifesta con un processo di velocizzazione degli eventi che ci sottopone a “stress” ed alla verifica della nostra ipotesi di tenere testa a tali evoluzioni sia sul tornante elettorale che in quelle dei prossimi mesi.

Per fare ciò è necessario avere una idea più esatta possibile delle condizioni complessive in cui agiamo e questo prescinde dallo specifico elettorale a cui siamo chiamati ad operare.

Quali sono dunque i terreni su cui siamo chiamati a svolgere la nostra funzione politica?

Certamente il conflitto di classe è un terreno fondante su cui sviluppare iniziativa ed organizzazione e su questo piano certamente esistono delle “avanguardie” di questo conflitto sia nei settori classici della produzione, sia in quelli dove è impiegata forza lavoro immigrata. La crisi della Fiom nelle fabbriche metalmeccaniche in molte situazioni sia al nord che nelle altre aree del paese, la lotta dei lavoratori mentali della ricerca, quelle diffuse nella grande distribuzione organizzata, quelle dure nella logistica e nelle campagne meridionali dei braccianti sono i segni tangibili che la lotta di classe non si ferma.

Ma non possiamo nasconderci che queste “punte” sono immerse in un comportamento complessivo della classe “entropico” ovvero in una condizione di ripiegamento dovuto certamente alla debolezza contrattuale del mondo del lavoro ma anche alla introiezione nei settori di classe dell’ideologia dell’avversario ed all’accettazione della individualizzazione come fatto naturale. In altre parole quello che pesa sono i rapporti di forza tra le classi che dipendono da una condizione sedimentata dopo la sconfitta politica di ogni ipotesi di trasformazione sociale alla fine del secolo scorso.

Questo ripiegamento è inoltre “nutrito” quotidianamente da un terrorismo massmediatico ed istituzionale che ha il suo presupposto nella scelta della repressione preventiva che con il ministro Minniti ha raggiunto un livello di razionalizzazione e pianificazione molto sofisticato. Stiamo parlando del nostro paese ma questa è una condizione continentale e credo che le vicende Catalane hanno esattamente lo stesso segno politico.

Ma se la nostra forza è oggi limitata quali sono i punti deboli del nostro avversario, i terreni su cui manifesta le sue contraddizioni? Se esistono è su questi che va sviluppata l’analisi e l’iniziativa. Indubbiamente la crisi generale che va avanti da anni è il terreno su cui si possono intravvedere queste contraddizioni che generano due processi complementari, in modo ancor più evidente nella UE. Il primo è quello della centralizzazione, ovvero di un processo che centralizza i livelli decisionali sul piano istituzionale e politico riducendo drasticamente gli spazi di democrazia ma che centralizza e concentra, tramite la competizione interna alla borghesia europea, anche i ceti dominanti nell’ambito finanziario ed economico.

Questo processo di centralizzazione direttamente prodotto dalla competizione internazionale in cui è impegnata la UE ne produce un altro relativo alla perdita di funzione della “politica” ovvero della capacità di gestione soft dei processi sociali ed istituzionali; insomma la crisi della politica non dipende dalla indecenza dei “politici” ma dalla inevitabile emarginazione di questa sfera delle relazioni sociali in un momento storico in cui il capitale è in contraddizione ed in lotta intestina per la sopravvivenza di questa o quella sua frazione a livello mondiale.

Questo fenomeno della relativizzazione della politica si manifesta in Italia, nella UE ed anche negli Stati Uniti con la crescita della instabilità dei governi, dei fenomeni di crisi elettorale e con l’affermarsi dei cosiddetti populismi. In realtà siamo di fronte ad una vera crisi di egemonia, in termini strettamente gramsciani, dove la perdita di funzione di “cerniera” della politica istituzionale è il sintomo della sconnessione tra i moderni caratteri strutturali capitalistici e gli interessi di una sempre maggior parte della società che reagisce, anche se in modo politicamente irrazionale. Su questo versante la lista è lunga e non può che cominciare dal rischio di Impeachment del presidente USA Trump passando per la Brexit, le vicende greche, il NO al referendum di un anno fa sulla modifica costituzionale di Renzi per arrivare alle vicende tedesche del dopo elezioni.

Non è certo un caso che il paese considerato il più forte della UE, dove la Merkel avrebbe vinto a man bassa, è ancora oggi senza un governo e sarà costretto dai risultati elettorali del settembre scorso a riproporre un esecutivo di unità nazionale mettendo sull’altare sacrificale il Partito Socialdemocratico che verrà stritolato da questa sua rinnovata partecipazione. Ne più ne meno come è accaduto in Francia con il Partito Socialista e come è avvenuto all’inizio del secolo con la votazione favorevole sui crediti di guerra. Penso che siamo facili profeti se vediamo in questa condizione la crisi dei partiti di sinistra in Europa e la fine del controllo politico che questi, e le loro cinghie di trasmissione sindacale, hanno sempre operato nella società.

Se è vero che il conflitto di classe diretto oggi subisce i limiti dei rapporti di forza complessivi tra le classi è anche vero che il punto debole del nostro avversario su cui lavorare è proprio quello dell’egemonia, ovvero quello della crisi politica ed istituzionale. E’ necessario, allora, avere ben chiari questi due punti:

- il primo è quello di capire le forme politiche ed istituzionali in cui questa crisi generale di egemonia si traduce nella nostra dimensione nazionale, indubbiamente il prossimo passaggio elettorale ha un qualche significato in questo senso.

- il secondo è individuare con chiarezza l’obiettivo politico di cui dotarci in questo frangente dove penso che il passaggio elettorale non ha per noi significato se non viene finalizzato alla sedimentazione delle forze che oggi il progetto di Eurostop sta coagulando. La questione delle sedimentazione viene spesso scambiata purtroppo per una questione secondaria ed organizzativa impegnando molto di più le nostre energie a ragionare sulla giustezza o meno della partecipazione elettorale. Penso che questo sia un riflesso negativo del politicismo che spesso ha segnato, ma in altre condizioni, i nostri ragionamenti in quanto il dato strutturale, cioè la sedimentazione delle forze, è l’unico che può darci la forza strategica per superare l’impasse attuale; superamento che può avvenire a condizione che i passaggi politici vengano vissuti come momenti di rafforzamento di un processo che non è per niente meramente organizzativo.

Entrando nel merito delle scelte da fare in questa assemblea tralascio l’analisi delle forme in cui la crisi di egemonia si manifesta nei nostri ceti dominanti; l’affermazione di Renzi, la rottura del PD, gli scontri di interessi interni ai settori borghesi ed ai poteri finanziari/bancari, l’affermazione di una forza irrazionale come quella del M5S sono i sintomi palesi di questa situazione. Per questo penso sia utile invece concentrarci sul nostro ridotto politico per capire in quale modo affrontare il passaggio elettorale che abbiamo di fronte.

La vicenda del Brancaccio non è stata un incidente di percorso ma il prodotto diretto della crisi nazionale sommariamente descritta prima, questa è il riflesso di una “faglia” politica irrecuperabile che si è aperta nel nostro paese tra i settori politici e sociali che stanno dentro l’assetto istituzionale ed europeista e quelli che sono out, nonostante loro, e quelli che lo sono, come noi, per scelta. Il vecchio PCI prima e le varie formazioni succedutesi negli anni hanno sempre avuto la forza di sostenere e gestire movimenti a sinistra diversi ma compatibili; il Brancaccio ha invece dimostrato che questa forza, soprattutto elettorale, non c’è più e dunque il taglio netto dato ha appunto questo significato facendo emergere in modo inaspettato una situazione in veloce mutamento, che ci vede coinvolti direttamente e con la quale siamo chiamati a fare i conti.

Innanzitutto bisogna capire in quali condizioni ci presentiamo a questo appuntamento, ovvero ci arriviamo politicamente forti oppure siamo disorientati? Va detto che questo processo di separazione lo avevamo individuato da tempo ed anzi è alla base dei tentativi fatti in questi anni di dare vita ad una area politica indipendente che Eurostop ha inteso rappresentare. Poi va detto con chiarezza che gli sconfitti dal fallimento del Brancaccio non siamo certo noi che non lo abbiamo preso mai in considerazione, anzi pensiamo che questo fatto dovrebbe spingere ampie aree di compagni/e a rivedere i parametri di valutazione sulla situazione politica in continua evoluzione.

In questo senso la proposta fatta dai compagni napoletani dell’OPG nell’assemblea di Roma del 18 Novembre con l’ipotesi elettorale di “potere al popolo” va nella giusta direzione e dunque penso che la risposta ad aprire il confronto sulla lista elettorale non può che essere positiva. Ma questa disponibilità per diventare operativa ha bisogno delle verifiche di merito, innanzitutto sul programma e sulla questione in particolare della lotta a fondo contro l’Unione Europea.

Poi andranno visti tutti quegli aspetti che devono caratterizzare una lista “popolare” in netta discontinuità e rottura con la sinistra del nostro paese per come viene rappresentata e soprattutto per come viene vissuta dai settori sociali. Si apre perciò una fase di confronto serrato il cui esito non è scontato ma che credo possa avere una seria “chance” di riuscita.

Naturalmente Eurostop comunque dovrà essere presente nella scadenza elettorale trovando le proprie forme di intervento e mobilitazione ed anche di presenza elettorale qualificata nel caso in cui la lista prenda forma concretamente.

Rete dei Comunisti (aderente a Piattaforma Eurostop) 

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05/12/2017

Sinistra ed elezioni, la traversata nel deserto è appena iniziata

Ogni situazione concreta impone un ragionamento anch’esso il più possibile concreto. Le elezioni non sfuggono a questa semplice regola della politica, quella per cui non esistono schemi precostituiti. Ecco il motivo per cui le imminenti elezioni di marzo costringono la sinistra (quantomeno la sinistra credibile, ché quella incredibile già va indossando il costume double-face elettoralista/astensionista) ad una riflessione seria e originale. Il progetto di una lista di sinistra, Potere al popolo, in questi giorni ha contribuito a movimentare il dibattito elettorale, costretto fino a pochi giorni fa a barcamenarsi tra le pastoie liberali di Mdp-Si e il folklore opportunista del Brancaccio. Un dibattito che avremmo volentieri evitato, per due motivi: siamo, in fondo, un piccolo collettivo cittadino, incapace di spostare alcunché in termini politici ed elettorali nazionali; parliamo di una lista fatta in gran parte da compagni riconosciuti, dunque anche posizioni critiche esasperate avrebbero avuto poco senso. Lo scorso sabato però Eurostop, la piattaforma politica anti-europeista di cui facciamo parte, ha deciso di aderire al progetto della lista Potere al popolo. A questo punto ci è parso giusto dire la nostra in merito, perché è un evento che ci coinvolge direttamente.

Per cogliere il senso di ogni partecipazione elettorale bisogna prima di tutto ricostruire il contesto. Le elezioni si incaricano di rappresentare politicamente quello che si muove nella società. Anche in questo senso rimane vera l’affermazione secondo cui in politica non esistono vuoti, men che meno di rappresentanza. La scomparsa elettorale della sinistra di classe è il risultato di una scomparsa materiale delle lotte di classe nel paese. Lo dicono le statistiche: «Come si è visto la conflittualità in Italia ha subito un tracollo a partire dal 1985, e da allora non è mai tornata ai livelli precedenti. Anzi: nel 1995 ha conosciuto un ulteriore declino. Le momentanee riprese del 1990 (settore industriale) e del 2002 (settore terziario) non hanno modificato questo percorso» (qui).
Le ore di sciopero in Italia: siamo tornati al 1881...

Lo dicono i libri: «Il lungo autunno freddo. Radiografia delle nuove relazioni industriali». Lo dice, appena sfornato, l’ultimo rapporto Censis, quello del “rancore” sociale: «Il blocco non è solo un dato oggettivo ma è anche un’atmosfera percepita, crea rabbia repressa che non riesce più a sfogare nemmeno lungo le linee del conflitto sociale tradizionale» (qui). Lo dice, soprattutto, la percezione dei militanti politici che, nonostante tutto, insistono in un paesaggio sociale e politico fatto di macerie, con al centro la questione delle periferie, il grande rimosso sociale del paese, come rilevato anche dalla sondaggista Alessandra Ghisleri: «Mi è capitato di chiedere di recente a una sondaggista attenta come Alessandra Ghisleri quale potesse essere secondo lei la issue decisiva (capace cioè di spostare voti) della prossima campagna elettorale e la risposta che ho avuto si può sintetizzare in una parola-chiave, «periferie». Intese sia come luoghi fisici sia come auto-percezione della propria condizione sociale» (sempre Dario di Vico). In Italia abbiamo tante lotte ma poche lotte di classe[1]. Questo il motivo storico alla base della scomparsa della sinistra dalle assemblee elettive, in primo luogo dal Parlamento. Tutto il resto su cui ci possiamo accanire (“tradimenti” del ceto politico, opportunismi, scarsa conflittualità, incapacità soggettiva, eccetera) esiste, ma non spiega i motivi di fondo della scomparsa della sinistra, che risiedono altrove.

Per rimanere ad esempi a noi prossimi, laddove in Europa si è generata una dialettica elettoralmente propositiva, segnatamente in Grecia, Spagna e recentemente in Francia, questa ha avuto luogo a seguito di mobilitazioni popolari e di classe capaci di costruire le fondamenta di un processo politico anche elettorale. In Grecia l’ascesa di Syriza (costituitasi effettivamente come partito nel 2012) è avvenuta nel mezzo di cinque anni (2010-2015) di altissima conflittualità, scioperi generali e ingovernabilità politica che hanno prodotto il fenomeno Syriza come risultato dell’ingovernabilità e, al tempo stesso, come strumento di  governabilità del marasma sociale generato dalla crisi economica. In Spagna l’eclettico progetto politico sfociato in Podemos (nato nel 2014) è il risultato (di una parte) del movimento degli Indignados (2011), che non ha bloccato il paese come in Grecia, ma che ha mobilitato una società stretta nell’ambivalente logica neoliberale del Partito Popular e del Psoe. In Francia, infine, il soddisfacente risultato elettorale di Jean-Luc Mélenchon (aprile 2017) e del partito France insoumise (19,58%) è avvenuto sull’onda delle mobilitazioni sociali contro la cosiddetta loi travail (anche detta legge El Khomri, 2016), che hanno bloccato il paese e ricomposto momentaneamente l’opposizione sociale e politica francese.

Se volessimo trarre una linea guida da queste esperienze, ci renderemmo conto che esiste una dialettica tra mobilitazioni sociali e rappresentanza politica, e questa dialettica genera lotte di classe, cioè lotte che incidono sui rapporti della politica senza fermarsi al semplice (ma necessario) livello vertenziale, sociale, sindacale o, come avrebbe detto Marx, tradunionista. E’ presente qualcosa di simile in Italia oggi? No, al contrario: regna una tale pace sociale che persino il Censis si va lamentando dello scarso conflitto (ché un po' di conflitto fa bene pure al capitale, sembra indicare il Censis). Cosa si troverebbero a rappresentare gli eletti della sinistra in Parlamento? Niente, se non la testimonianza di una necessità storica (l’emancipazione progressiva o rivoluzionaria delle classi subalterne), disincarnata però da soggetti sociali che la pongono materialmente in essere. Motivo per cui suddetti rappresentanti non ci sono più.

Ma questo appena riferito è uno schema, seppur fondato su precise occorrenze che storicamente tendono a ripetersi. Lo schema, come detto all’inizio, può facilitare la comprensione della realtà ma non esaurirne le possibilità. Detto altrimenti: non sta scritto da nessuna parte che un movimento politico non possa generarsi “dall’alto”, a seguito di processi contraddittori che in corso d’opera si rafforzano per le vie più intricate. Al netto delle clamorose differenze di contesto (quindi da prendere come suggestione e non come esempio immediatamente riproducibile), l’esperienza chavista venezuelana ci indica esattamente la sfuggevole complessità della realtà rispetto agli schemi precostituiti della politica. La volontà di emancipazione patriottica e antimperialista di un pezzo dell’esercito si è prima imposta come scontro tra poteri nazionali, e solo successivamente è stata capace di mobilitare e organizzare un fortissimo movimento dal basso, movimento che quest’anno ha difeso materialmente la rivoluzione bolivariana dal golpe imperialista anti Maduro (come fece già nel 2002). Dunque non c’è nessun determinismo che procede dal basso verso l’alto o dall’alto verso il basso. E’ nella situazione reale che si giudicano le possibilità per una sinistra di classe di evolvere e far evolvere il quadro politico. Qui si situano i problemi di Potere al popolo.

Dal punto di vista elettorale una lista di questo tipo ha scarsissime, se non nulle, possibilità concrete. Per come è strutturato l’attuale sistema elettorale, ci sono due piani di lavoro distinti: da una parte la quota proporzionale, dall’altra la competizione nei collegi uninominali. Rispetto alla quota proporzionale, l’obiettivo è il raggiungimento del 3% a livello nazionale (1 milione di voti circa, se l’affluenza si manterrà simile alle precedenti elezioni del 2013: 75% di votanti per quasi 35 milioni di voti validi), 3% che rappresenta la soglia d’ingresso prevista dal Rosatellum per venire eletti (con circa 9 rappresentanti, sempre col 3%). Nel 2013 la famigerata e mai troppo poco denigrata “Rivoluzione civile” di Ingroia, cartello elettorale comprendente tutto il parterre de roi della sinistra di complemento, residuale e anti-comunista (Verdi, Italia dei Valori, Rifondazione comunista, Comunisti italiani, e via degenerando) prese il 2,25% con 765 mila voti, rimanendo grazie al cielo esclusa dal Parlamento. Il risultato è in linea col declino tendenziale della sinistra elettorale, cioè leggermente inferiore alle elezioni del 2008 (Lista arcobaleno), che a suo volta risultò inferiore alle elezioni del 2006, che a sua volta risultò inferiore alle elezioni del 2001 e così via. E’ un trend stabile, che trova spiegazione nella premessa fatta all’inizio del discorso: la politica esprime quello che c’è, non quello che non esiste.

Riguardo invece alla battaglia elettorale nei collegi uninominali, Potere al popolo dovrebbe semplicemente risultare la prima lista eletta. I due differenti metodi elettorali incorporati nel Rosatellum prevedono però due dinamiche politiche differenti e contrapposte: se nel proporzionale ad essere privilegiato è il voto ideologico e d’opinione, che dovrebbe premiare la diversità dell’offerta politica, nei collegi uninominali ad essere premiata è la capacità di coalizzarsi dei partiti. Tradotto: se al proporzionale paga andare da soli distinguendosi politicamente, nella quota maggioritaria è invece necessario coalizzarsi per raccogliere più voti possibile. Dunque, all’uninominale la lotta non sarà fra partiti, ma fra coalizioni. E’ il motivo fondamentale per cui il Pd in queste settimane ha cambiato verso al suo posizionamento politico rincorrendo “la sinistra” di Bersani e Fratoianni sperando così di ricostruire l’Ulivo 2.0. Per quanto forte possa risultare una lista dal basso come Potere al popolo in alcune zone del paese (pensiamo a Napoli), difficile, per usare un eufemismo, pensare che possa spuntarla contro coalizioni eterogenee tirate su proprio per raccogliere più voti possibili. E tutto questo, detto per inciso, senza affrontare il problema della raccolta firme (65.000) da presentare entro il 29 gennaio (se si votasse, come appare probabile, il 4 marzo) o il 5 febbraio (se si votasse l’11 marzo) (qui).

Si può rispondere a tutto questo, come in effetti ci è stato risposto, che l’obiettivo non è il risultato elettorale, ma il processo politico che questo potrebbe mettere in piedi. Siamo perfettamente d’accordo. Se un processo come questo arriverà al risultato di aggregare forze politiche differenti sarà, già solo per questo motivo, un passo in avanti non indifferente. Ci chiediamo però: se il risultato elettorale viene presentato come secondario e ininfluente, perché si sceglie di partire da questo e non dal processo in sé, a prescindere dalle elezioni? Non è una domanda priva di senso politico. Viviamo in una fase in cui quote sempre più grandi, addirittura maggioritarie, di popolazione si vanno distaccando dal momento elettorale. Viviamo dentro una fase in cui il nuovo non può che presentarsi fuori dalle dinamiche elettorali, non per boicottarle ideologicamente, ma per presentarsi immediatamente come contrario alle logiche che sottintendono la partecipazione elettorale e il Parlamento frutto di questa partecipazione: dentro il “palazzo” c’è la politica neoliberale, nelle sue varie articolazioni. Perché quest’ansia di partecipare al banchetto neoliberale, sempre più privato di poteri effettivi dal processo europeista e sempre più identificato tout court come “il problema” politico? E’ davvero da una partecipazione elettorale che possono scorgersi i caratteri d’alterità di un progetto politico, e non dalla sua consapevole e tattica scelta di astenersi, saltando uno o più giri? Sono temi dirimenti che non hanno una risposta immediata, almeno per la sinistra di classe.

Diverso l’approccio del principale attore della lista Potere al popolo, e cioè quella Rifondazione comunista che ha come mission proprio quella di candidarsi sperando così di trovare lavoro al suo ceto “dirigente”. E allora la domanda sul senso generale di una lista del genere andrebbe calibrata in un altro modo: quale progetto politico nuovo e originale può nascere da un partito come Rifondazione comunista? Non abbiamo niente di personale, davvero, col Prc. Pensiamo, al contrario, che sia formato da tanti bravi compagni, che conosciamo e apprezziamo. Il problema è che il Prc ha esaurito definitivamente il suo ruolo politico. Qualsiasi cosa nascerà, se nascerà, a sinistra, lo farà a scapito di Rifondazione e non grazie ad essa. E’ un problema oggettivo, che va al di là delle singole capacità dei diversi soggetti che la animano. Il Prc è il vecchio che ricicla se stesso, è l’espressione di una fase importante ma tramontata della politica italiana degli anni ‘90. Starebbe, ancora oggi, con Fratoianni e Speranza, se questi non avessero sfanculato il Brancaccio determinando, loro e non l’improbabile duo Falcone&Montanari, il fallimento di quell’assemblea. In altri termini: quell’assemblea è fallita da destra, e non da sinistra, e i falliti cercano oggi di aggrapparsi al carro di Potere al popolo, trascinandolo con sé. Ecco perché il piano elettorale diviene centrale, almeno per il Prc: perché fuori da quel piano non c’è relazione politica possibile per quel ceto “dirigente”. Ed è anche per questo che il risultato elettorale non è secondario. Un eventuale débâcle elettoralistica non sarà indolore. Contarci quando siamo deboli non è mai stato il modo migliore di mascherare le nostre difficoltà. Il rischio di venire relegati negli “altri”, tra Pensionati e Monarchici, certificherebbe la nostra inesistenza e complicherebbe ulteriormente il nostro lavoro quotidiano nelle periferie. Una scommessa di cui si stanno sottovalutando rischi più che concreti.

Nonostante queste remore, ribadiamo ancora: non esistono schemi precostituiti. Crediamo allora che ogni tentativo possa essere fatto, pur nel pessimismo della logica politica. Ci auguriamo sinceramente che il tentativo possa riuscire, liberandosi delle zavorre che ancora risiedono in esso. Ma questo potrà avvenire, realisticamente, un minuto dopo le elezioni, non prima. Sarà un minuto dopo il risultato elettorale che si potrà capire la natura genuina di tale processo, le sue effettive potenzialità, le speranze che saprà suscitare, ma soprattutto le lotte reali in cui saprà nuotare o che saprà organizzare e, perché no, rappresentare. Liberandosi di chi è un limite a tale processo, e costruendo quel terreno politico su cui basare una relazione che possa andare al di là delle elezioni. Per quanto ci riguarda, allora, ben venga ogni confronto e ogni lavoro collettivo in tal senso. Ma la traversata del deserto è appena iniziata, e non verrà aggirata dalla solita scorciatoia elettorale.

Note
[1] «L’elemento essenziale della dottrina di Marx è la lotta di classe. Così si dice e si scrive molto spesso. Ma questo non è vero e da questa affermazione errata deriva, di solito, una deformazione opportunista del marxismo, un travestimento del marxismo nel senso di renderlo accettabile alla borghesia. Perché la dottrina della lotta di classe non è stata creata da Marx, ma dalla borghesia prima di Marx e può, in generale, essere accettata dalla borghesia. Colui che si accontenta di riconoscere la lotta delle classi non è ancora un marxista, e può darsi benissimo che egli non esca dai limiti del pensiero borghese e dalla politica borghese. Ridurre il marxismo alla dottrina della lotta delle classi, vuol dire mutilare il marxismo, deformarlo, ridurlo a ciò che la borghesia può accettare. Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato». Lenin, Stato e rivoluzione, pag.14 del nostro pdf.