Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/05/2026

Moro e gli archivi britannici, le distorsioni flop di Fasanella

di Paolo Persichetti

Era la primavera del 2020, il periodo più buio della crisi pandemica scatenata dalla diffusione del Covid-19, quando una indagine del Copasir (il comitato parlamentare per il controllo della sicurezza della Repubblica) elaborava un rapporto sulla “Infodemia”, ovvero su una presunta campagna di disinformazione diffusa da potenze straniere e sulla presenza di una forte ondata di fake news sul tema del coronavirus. Notizie allarmanti che spinsero la commissione esteri ad avviare una «indagine conoscitiva sulle eventuali interferenze straniere nel sistema delle relazioni internazionali dell’Italia», che prenderà avvio nel giugno successivo. Ad occuparsene fu la terza commissione presieduta da Piero Fassino. Il primo audito, nella seduta del 18 giugno, fu l’editorialista del Corriere della sera, Maurizio Caprara. A ruota seguirono Anna Zefesova, giornalista e saggista russa naturalizzata italiana, e il primo luglio Giovanni Fasanella, indicato come «autore di numerosi libri sulla storia «invisibile» italiana, dal 1975 al 1987».
Nella sua intensa produzione pubblicistica a cui dedichiamo una nota [1], Fasanella aveva sostenuto l’esistenza di pesanti influenze straniere, inizialmente soprattutto francesi (Che cosa sono le Br, intervista ad Alberto Franceschini e poi con l’allora magistrato Rosario Priore, Intrigo internazionale. Perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire) per poi operare una brusca virata e puntare il dito contro l’influenza inglese in un percorso a ritroso che dal sequestro Moro, passando per la morte di Enrico Mattei, l’osteggiata nascita della Repubblica, i rapporti con Mussolini, il Risorgimento, ha tralasciato soltanto lo scisma religioso di Enrico VIII e il Vallo di Adriano: Il golpe inglese. Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell’Italia; Il puzzle Moro: Da testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, la verità sull’assassinio del leader Dc; Igor Markevic. Il direttore d’orchestra del caso Moro; Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra; Le menti del doppio Stato. Dagli archivi angloamericani e del Servizio segreto del Pci il perché degli anni di piombo; Il libro nero della Repubblica italiana. La guerra clandestina e la strategia della tensione dalla fine del fascismo all’omicidio di Aldo Moro; Nero di Londra. Da Caporetto alla marcia su Roma: come l’intelligence militare britannica creò il fascista Mussolini; La maledizione italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga storia di una ribellione stroncata e ultima la nuova postfazione che sostituisce quella di Priore in Che cosa sono le Brigate rosse.

L’ammissione di Giovanni Fasanella: «Il piano B, la diversa azione sovversiva, non l’abbiamo mai trovato»
Quando venne ascoltato dalla Commissione Esteri, dopo aver ripercorso l’azione di influenza britannica sulla nascente repubblica italiana, Fasanella utilizzando alcuni documenti britannici desecretati si sofferma sulle interferenze pianificate alla vigilia delle elezioni politiche del 20 giugno 1976 e dopo aver introdotto, come vedremo meglio più avanti, un arbitrario piano A e piano B, e aver spiegato che il primo, «cioè il colpo di Stato militare da attuare in Italia per bloccare la politica di Aldo Moro, venne accantonato», fece un’ammissione importante, a nostro avviso un decisivo momento di sincerità. Riconobbe che il fantomatico piano B, cioè l’appoggio a una diversa azione sovversiva, non fu mai trovato: «Cereghino non trovò questo documento».
In effetti dalla lettura dei suoi volumi e dai documenti in essi riportati, di questa fantasiosa «diversa azione sovversiva» non esiste traccia. Mai i documenti tratti dall’archivio di Stato britannico o da altri archivi enunciano l’esistenza di due piani alternativi denominandoli A e B. Si tratta di una interpretazione distorsiva che Fasanella introduce nella sua narrazione, separando indebitamente una frase contenuta in un documento che letta per intero recita: «Action in support of a coup d’Etat or other subversive action». Locuzione che in un precedente elaborato nel quale si esponevano analiticamente le diverse opzioni di scuola possibili (elencandone vantaggi e svantaggi), davanti alla possibile vittoria elettorale del Pci, veniva indicata come «intervento sovversivo o militare contro il Pci». Fasanella opera una manipolazione linguistica e interpretativa dei documenti inglesi per puntellare una tesi priva di riscontri. Senza dimenticare che la lingua inglese non conosce la distinzione presente in quella italiana tra sovversivo ed eversivo. Il primo inteso come radicale cambiamento, sovvertimento, politico e sociale promosso dal basso, subvertere, riferito dunque all’azione cospirativa (nel significato blanquista ottocentesco) e rivoluzionaria dei ceti sociali oppressi; il secondo indirizzato ad un distacco violento dall’alto, una separazione dalle istituzioni o da una loro parte, ex-vertere, per opera o con l’appoggio di apparati interni alle istituzioni stesse (colpi di stato, trame eversive). [2]

Gli archivi del Kew Gardens e l’anticipazione di Cossiga
Nel 1976 davanti al rischio che il partito comunista italiano divenisse la prima forza politica del Paese, accedendo così al governo dopo la storica avanzata alle amministrative dell’anno precedente che gli avevano permesso di conquistare cinque regioni e guidare le più importanti città italiane, le cancellerie occidentali iniziarono a temere per la salvaguardia dei segreti militari dell’alleanza atlantica, in particolare sulla dislocazione e la custodia degli ordigni nucleari. Il Pci, nonostante la scelta riformista ed europeista intrapresa e le tesi sulla «terza via», veniva visto ancora come una forza sotto influenza sovietica, fortemente infiltrata da Kgb e Gru, per questa ragione un suo eventuale ingresso al governo restava fonte di notevoli preoccupazioni. Mentre l’amministrazione Nixon e il suo segretario di Stato Kissinger inviavano segnali di pericolo imminente, paventando scenari catastrofici, in Europa l’ufficio di programmazione del ministero degli Esteri britannico, il «Planning Staff», era stato incaricato di pianificare una serie di possibili scenari di azione a tutela degli interessi dell’Occidente di fronte alla eventuale vittoria dei comunisti italiani: «Italy and the communists: options for the West».
Trentadue anni più tardi i documenti del «Planning Staff» furono desecretati, era il gennaio del 2008. Il primo a darne notizia fu l’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga in una lettera inviata al Corriere della Sera e pubblicata il 16 gennaio che iniziava così: «È stato scritto che dalle carte dell’archivio del Foreign Office, oggi desecretate, risulterebbe che gli alleati della Nato avrebbero anche pensato di promuovere in Italia un colpo di Stato per impedire l’ingresso del partito comunista nel Governo del nostro Paese». L’ambasciatore Sergio Romano, che curava la rubrica, fornì una prima interpretazione di quella documentazione spiegando che alla vigilia delle elezioni politiche italiane del 1976 l’ufficio programmazione del Foreign Office aveva fatto il suo mestiere, delineando la situazione italiana e proponendo degli scenari possibili, cercando in questo modo di rispondere ai dubbi e agli interrogativi mossi dal governo britannico. Tra le varie opzioni prese in esame ci si chiedeva anche se «Sarebbe stato utile e opportuno prevedere un colpo di Stato che avrebbe impedito ai comunisti, in caso di vittoria, l’arrivo al potere?». Eravamo nell’epoca della «dottrina Sonnenfeldt» (Helmut Sonnenfeldt era consigliere di Kissinger al dipartimento di Stato) e del cosiddetto «fattore K», che prevedevano l’emarginazione della forze comuniste occidentali, il loro confinamento parlamentare. L’Italia restava un paese sotto osservazione e tutela per la presenza del maggiore partito comunista d’Occidente e la situazione interna di forte agitazione sociale. Ma anche il progetto Mitterrandiano di alleanza delle sinistre, incluso il Pcf, non era visto con favore. L’ipotesi del golpe – sottolineava Romano – venne presa in considerazione ma risolutamente scartata con argomenti tanto più convincenti quanto più realistici: «Ben difficilmente un regime autoritario (…) sarebbe meglio accetto all’opinione democratica occidentale di un governo formato con la partecipazione del Pci».

2008, il lungo reportage di Repubblica sui documenti dell’archivio di Stato inglese
Grazie al lavoro dell’archivista Mario José Cereghino che aveva raccolto questa nuova documentazione messa a disposizione dei ricercatori, nel luglio del 2008 Repubblica dedicava tre lunghe puntate ai contenuti delle carte anticipati da Cossiga. Gli specialisti del Western European Department del Foreign Office – riassumeva Filippo Ceccarelli, autore dei tre articoli – elaborarono un dossier nel quale si metteva in campo la strategia operativa anticomunista graduandone le mosse a seconda dei vari scenari.

Primo scenario, l’azione preventiva
La prima preoccupazione era ovviamente quella di impedire, nei limiti del possibile, la vittoria elettorale del Pci e il suo accesso al governo. Le mosse indicate dagli analisti non apparivano una grossa novità. Erano le stesse messe in campo fin dal secondo dopoguerra per osteggiare la presenza politica e l’avanzata elettorale delle forze socialcomuniste prima e dei comunisti più avanti, attraverso: il finanziamento delle altre forze politiche, l’orchestrazione di campagne stampa sul pericolo comunista, l’attacco alla credibilità delle Botteghe Oscure e moniti ai sovietici. Nell’analizzare l’eventuale vittoria del Pci, i diplomatici inglesi valutarono tuttavia, con molta perspicacia, anche gli aspetti positivi che un simile scenario avrebbe prodotto per l’Occidente liberale, sottolineando come ciò avrebbe accresciuto la diffusione delle idee «riformiste dei comunisti italiani in Russia e nell’Europa dell’Est», incrinando l’ortodossia di quei sistemi politici.
Gli Inglesi avevano ben chiaro cosa fosse il Pci di Berlinguer e più in generale quello che allora andava sotto il nome di «eurocomunismo», che definivano una vera e propria «eresia revisionista». È opportuno ricordare che il 15 giugno del 1976 a pochi giorni dal voto, il segretario del Pci Enrico Berlinguer consapevole dei timori che circolavano nelle cancellerie occidentali rispose riconoscendo, in una intervista apparsa sul Corriere della Sera, il valore protettivo dell’ombrello Nato: «Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico “anche” per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia […] il sistema occidentale offre meno vincoli. Però stia attento. Di là, all’Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà».
Gli analisti del Foreing Office si mostravano consapevoli che un eventuale sbocco governativo del Pci avrebbe influenzato in modo decisivo il dibattito teorico marxista, per questo ritenevano che anche i sovietici avessero buone ragioni per temere il «contagio» di un «comunismo alternativo» al potere in occidente. Analisi che anticipava di qualche anno la successiva politica dell’amministrazione Carter e in particolare modo la strategia utilizzata del nuovo segretario di Stato che prenderà il posto di Kissinger: Zbigniew Brzezinski. Dopo la vittoria alla presidenziali Usa di Carter, avvenuta il 2 novembre 1976, il vecchio «contenimento» kissingeriano dell’influenza sovietica che prevedeva il congelamento delle forze comuniste occidentali venne sostituito con un più offensivo utilizzo delle correnti riformiste occidentali, allacciando rapporti (contatti con esponenti comunisti occidentali tramite Cia e diplomatici, inviti negli Usa, si veda in proposito il viaggio progettato di Berlinguer negli Usa e quello realizzato da Napolitano nelle settimane del sequestro Moro) [3] e non interferendo più sulla crescita dell’eurocomunismo occidentale, con l’idea che questo avrebbe minato l’influenza di Mosca sui paesi satelliti del campo sovietico, accrescendo dissidenza e spinte riformiste disgregatrici.
Nonostante questa intuizione, spiega Ceccarelli, gli analisti britannici ritennero che in quella fase per l’URSS, su un piano più immediatamente geopolitico e militare, i vantaggi dell’arrivo al potere del Pci «supererebbero di gran lunga gli svantaggi, specie in relazione all’indebolimento della Nato». I timori insomma non erano rivolti alle conseguenze di eventuali misure economiche di stampo inevitabilmente riformista e di politica interna che un un governo a guida Pci avrebbe attuato, ma riguardavano la politica estera, l’ingresso di ministri comunisti nella Nato, temuto per le ragioni di infiltrazione prima accennate.

Secondo scenario, cinque possibili risposte all’arrivo al governo del Pci
Esaurite tutte le possibili soluzioni preventive, gli analisti passarono al vaglio degli scenari di contenimento, isolamento o repressione nei confronti di una vittoria elettorale del Pci. Ciascuno esaminato sulla base dei vantaggi o degli svantaggi che portavano. Siamo di fronte a modelli, ipotesi di scuola, che poi i membri del governo avrebbero dovuto calare nella «realtà effettuale della cosa», come avrebbe detto Machiavelli. 
L’opzione uno, la linea più morbida – sintetizzava sempre Ceccarelli – era il «Business as Usual», ovvero «continuare le relazioni come se nulla fosse cambiato».
Seguivano l’opzione due e tre in ordine di gravità: «misure di ordine pratico-amministrativo» per «salvaguardare i segreti e i processi decisionali dell’Alleanza atlantica», come esclusione dal Nuclear Planning Group. Anche in presenza di un eventuale governo di coalizione, senza ministri comunisti alla Difesa e agli Esteri, si riteneva che un’Italia governata dal Pci andava comunque esclusa dai tavoli decisionali della Nato, per impedire che informazioni decisive sulla collocazione dei siti militari nucleari e dei target venissero a conoscenza del campo sovietico.
C’erano poi le classiche ritorsioni economiche: come il varo di sanzioni a fine persuasivo e ricattatorio da applicare attraverso la Comunità europea e il Fondo monetario internazionale (con l’esclusione da incarichi internazionali, da benefici e prestiti). Sanzioni attive fino a quando il Pci non avesse abbandonato il governo.
Saltiamo per un momento l’opzione numero quattro che ha fatto la fortuna pubblicistica di Fasanella, per analizzare l’opzione ritenuta più estrema, la numero cinque, ovvero «l’espulsione dell’Italia dalla Nato». Questa scelta, osservavano gli analisti inglesi, avrebbe certo tutelato i segreti militari, eliminando «la possibilità che l’Italia comprometta l’alleanza dall’interno», ma al tempo stesso avrebbe portato alla «chiusura di tutte le basi nel paese, destinato a diventare neutrale con un orientamento verso l’occidente» col rischio che «l’Italia potrebbe anche evolversi in una sorta di Yugoslavia. Al limite, potrebbe anche offrire agevolazioni di tipo militare all’URSS in cambio di denaro». Una scelta troppo drastica che avrebbe eliminato una postazione decisiva della Nato nel Mediterraneo e avrebbe reso «necessaria una revisione della strategia difensiva della Nato sul fianco Sud. La Sesta Flotta ne sarebbe danneggiata. Grecia e Turchia potrebbero chiedersi se valga la pena continuare a far parte dell’alleanza». Insomma una soluzione facile a dirsi ma non a farsi.

L’opzione numero quattro, «intervento sovversivo o militare contro il Pci»
Veniamo all’opzione sulla quale Fasanella ha costruito la sua narrazione distorsiva: bisogna fare innanzitutto attenzione alle date e alle parole impiegate nei documenti. L’ipotesi di intervento repressivo, militare o eversivo che fosse, non sono intese in modo alternativo, espressione di due piani o strategie distinte, come suggerisce Fasanella, ma soltanto come una sfumatura della medesima opzione diretta contro il Pci e non contro altre forze politiche o esponenti di altri partiti. Il contenuto della opzione numero quattro era stato elaborato da un gruppo di specialisti del Western European Department del Foreign Office in un dossier del 13 aprile 1976. Ecco l’incipit: «Questa opzione copre una serie di possibilità: dalle operazioni di basso profilo al supporto attivo delle forze democratiche (finanziario o di altro tipo) con l’obiettivo di dirigere un intervento a sostegno di un colpo di Stato incoraggiato dall’esterno». A leggerla sembra quasi ripercorrere il famoso «golpe Bianco» progettato dall’ex partigiano monarchico e liberale Edgardo Sogno, antifascista e anticomunista. Progetto che intendeva modificare la costituzione italiana con l’obiettivo di sostituire il regime parlamentare con quello presidenziale e che secondo la magistratura venne ideato nel 1970 e tentato nell’agosto del 1974. Gli analisti, ovviamente non si limitavano alla sola proposta ma ne valutano effetti positivi e le conseguenze negative: «Tali misure – scrivevano – possono aiutare a rimuovere il Pci dal governo» ma «vi sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che un’operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi dell’Occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera più decisa il suo controllo sulla macchina del governo. Inoltre, la pubblica opinione dei paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all’interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell’iniziativa». Conclusione: «Anche se l’intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal potere, la situazione politica italiana rimarrebbe instabile, rafforzando così l’influenza comunista e quella dell’URSS sul lungo periodo». Ipotesi sconsigliata dunque, come a dire “non fatevi venire strane idee del genere perché finirebbe male per noi occidentali”.
Lo stesso tema del colpo di Stato e di altro intervento sovversivo era stato preso in considerazione in un ulteriore elaborato datato 6 maggio successivo: «All’inizio di pagina 14» – scrive sempre Ceccarelli – dopo aver ripercorso una serie di opzioni preventive già indicate in precedenza, si leggeva in maiuscolo: «Action in support of a coup d’Etat or other subversive action». Attenzione a questa frase che va messa in relazione con la precedente del 13 aprile, «intervento sovversivo o militare contro il Pci».
Si tratta di un passaggio importante e dirimente per comprendere l’uso distorto e falsificatorio che ne ha fatto Fasanella nei suoi volumi, lasciando intendere che «l’azione di supporto a un colpo di Stato» o «altra azione sovversiva», fossero due progetti distinti e alternativi, contenuti ed elaborati in documenti (piano A e piano B) diversi tra loro anziché parte di una medesima opzione racchiusa in una unica frase ed esclusa insieme. La manipolazione linguistica e successivamente interpretativa ha permesso a Fasanella di inventare la presenza di una interferenza inglese nel rapimento del presidente del consiglio nazionale della Democrazia cristiana, Aldo Moro, da parte delle Brigate rosse. Rapimento che a suo dire sarebbe la prova della «altra azione sovversiva» indicata nelle carte del governo britannico.
Come abbiamo visto in precedenza l’assenza documentale del piano B è stata ammessa dallo stesso Fasanella quando venne ascoltato dalla Commissione Esteri nel luglio del 2020, tanto che per puntellare la sua tesi è dovuto ricorrere a documenti che riferiscono in prevalenza le attività coperte britanniche nell’ultima fase del secondo conflitto mondiale e nel primo periodo post bellico, quando la Gran Bretagna viveva gli ultimi splendori della sua potenza mondiale e coloniale: «Cereghino non trovò questo documento [il piano B, la other subversive action], ma dopo ulteriori ricerche abbiamo trovato una serie di documenti sulla riorganizzazione dei servizi segreti clandestini della Gran Bretagna nell’immediato dopoguerra e abbiamo ricostruito tutto il dibattito che comincia nel 1944 e si conclude nel 1948 con delle decisioni».

La storia non è un ordito del complotto
Uno dei documenti scovati sarebbe un rapporto del settembre 1969 stilato da Colin McLaren, un alto funzionario dell’Ird (Information research departement), una struttura operativa della propaganda occulta del ministero degli Esteri di cui vedremo meglio tra poco. Nel documento si accennava al ricorso ad «altri metodi», oscurati nel resto del testo, visto che la propaganda occulta non era riuscita a contrastare la crescita del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Procedendo a ritroso Fasanella cita anche l’irritazione della British Petroleum verso Mattei e l’espansione dell’Eni verso i paesi arabi, presente in un documento del 1962. L’Ird, creato nel 1948 in avvio di guerra fredda, era un dipartimento segreto di propaganda anticomunista del ministero degli Esteri britannico che doveva fornire supporto e informazioni a politici, accademici e scrittori anticomunisti strumentalizzando informazioni, diffondendo disinformazione e fake news. Nata inizialmente come apparato ideologico antisovietico, riorientò la sua attività nella propaganda filo-coloniale contro le rivoluzioni pro-indipendenza in Asia, Africa, Irlanda e Medio Oriente. Non era dunque una struttura operativa di tipo militare ma uno strumento per finanziamenti e corruzione occulta, comprava opinion maker o leader, sosteneva mezzi di informazione, orientava il consenso verso gli interessi britannici. Tra i suoi collaboratori troviamo scrittori del calibro di George Orwell e Arthur Koestler. Ma ciò che qui importa è il fatto che Fasanella dimentica di avvisare i suoi lettori che l’Ird venne fortemente ridimensionata nel corso degli anni '70 (bilancio e personale dimezzato nel 1973) e chiusa nel 1977 [4]. Non esisteva più quando le Brigate rosse rapirono Aldo Moro.

Note
1 L’odiata Parigi cede il passo alla perfida Albione. Nel 2004 e poi nel 2010, in compagnia dell’allora giudice Rosario Priore, Fasanella aveva pubblicato due volumi, Che cosa sono le Br? (ripubblicato recentemente in una nuova edizione, ne abbiamo scritto qui) e Intrigo internazionale. Perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire, nei quali sostanzialmente puntava il dito accusatorio contro la Francia per aver promosso, diretto e poi protetto, fornendo riparo ai latitanti, il fenomeno della lotta armata in Italia durante gli anni 70 e 80. L’accusa, sostenuta in particolare da Priore, era rivolta alla presenza di «un terzo protagonista – come riassume lo stesso Fasanella nel corso dell’audizione – esterno delle vicende italiane rispetto ai due grandi giocatori, il blocco americano e il blocco sovietico. Un terzo giocatore plurale, perché era costituito da una serie di medie potenze, anche amiche e alleate dell’Italia, che avevano un interesse specifico a indebolire il nostro Paese per le ragioni che ho detto prima, cioè la guerra petrolifera». Tra questi Paesi, Priore indicava «in modo particolare la Francia e la Gran Bretagna», ritenendo tuttavia la Francia centrale poiché a Parigi si sarebbe tenuto il tavolo dove si incontravano e cospiravano i servizi occidentali. L’anno successivo, 2011, Priore aveva precisato ulteriormente le proprie idee in un volume scritto con Silvano De Prospo, Chi manovrava le Brigate rosse? Storia e misteri dell’Hyperion di Parigi, scuola di lingue e centrale del terrorismo internazionale. Tesi del libro: le Br non avrebbero agito in autonomia perché dietro il gruppo agiva un reticolo di interessi legato al terrorismo internazionale, agli apparati dello Stato italiano e al lavorio incessante dei principali servizi stranieri. Il centro di coordinamento occulto delle Brigate rosse, si sarebbe trovato a Parigi, nella sede della scuola di lingue Hyperion, coacervo di intrighi, manipolazioni e influenze dei servizi occidentali e non solo. Nel frattempo Fasanella aveva iniziato a maturare una idea diversa che non vedeva più nella Francia l’inviolabile santuario della lotta armata, centro propulsore del complotto. La nuova visione era scaturita dalla lettura degli articoli di Filippo Ceccarelli, da noi ampiamente citati. E così, sempre nel 2011, dava alle stampe proprio con l’archivista Mario José Cereghino, Il golpe inglese. Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell’Italia. Poi a ruota, nel 2018 usciva sempre in compagnia di Cereghino, Il puzzle Moro: Da testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, la verità sull’assassinio del leader Dc, intervallato da un volume uscito sempre nello stesso anno con Giuseppe Roca sulla storia di Igor Markevic. Il direttore d’orchestra del caso Moro, anch’esso orientato contro la perfida Albione di cui il musicista sarebbe stato, secondo Fasanella, un agente segreto. Nel 2019, accanto ormai all’inseparabile Cereghino, pubblica Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra; l’anno successivo, Le menti del doppio Stato. Dagli archivi angloamericani e del Servizio segreto del Pci il perché degli anni di piombo; nel 2021, Il libro nero della Repubblica italiana. La guerra clandestina e la strategia della tensione dalla fine del fascismo all’omicidio di Aldo Moro.
L’affiatatissima coppia (Cereghino sforna documenti dai fondi archivistici del Kew Gardens e Fasanella si occupa della «costruzione delle ipotesi investigative» che disegnano teoremi complottisti) nel 2024 pubblica l’ennesimo, Nero di Londra. Da Caporetto alla marcia su Roma: come l’intelligence militare britannica creò il fascista Mussolini e nel 2025, La maledizione italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga storia di una ribellione stroncata, fino alla riedizione odierna di Che cosa sono le Brigate rosse, dove l’ormai sorpassata postfazione di Priore, è sostituita da un intervento della coppia anglofoba che accusa apertamente il governo britannico di complottato «per bloccare la politica di Aldo Moro» portando a termine una «diversa azione sovversiva».

2. I due termini hanno una base comune derivata dal latino «vertere», rivoltare, rovesciare. «Eversivo» da ex-vertere, distacco violento da una parte, separazione sediziosa di componenti istituzionali o apparati dallo Stato preesistente. «Sovversivo» da sub-vertere, sotto-vertere, rovesciare, abbattere, sovvertire, che rinvia all’azione tradizionale dal basso dei ceti oppressi o estranei al potere statuale. La voce Treccani, ricorda anche «la cronologia “rivoluzionaria”, essendo attestato per la prima volta nella nostra lingua nel 1793 – proviene dall’adattamento dell’aggettivo francese subversif (dal 1780 in francese), a sua volta derivato dal latino. Come sostantivo, sovversivo ‘chi tenta di rovesciare le istituzioni statali’ è attestato nell’italiano scritto dal 1922. Eversivo “che intende rovesciare o abolire qualcosa’, è invece attestato in italiano dal 1748». Eversivo – prosegue la voce Treccani – «si è caricato con più forza di sfumature negative di significato, collegandosi all’idea di oscure trame organizzate contro lo Stato anche da settori facenti parte delle istituzioni stesse».

3. Cf. https://insorgenze.net/2020/04/22/maggio-1978-il-viaggio-mancato-di-berlinguer-negli-usa-1/; https://insorgenze.net/2020/04/25/il-viaggio-negli-usa-di-napolitano-in-pieno-sequestro-moro-3/. Per una più generale comprensione dei rapporti del Pci con gli Usa negli anni 70, si veda https://insorgenze.net/2020/04/23/il-pci-e-gli-amici-americani-2/.

4. Lashmar, Paul e Oliver, James, Britain’s Secret Propaganda War 1948-1977, Phoenix Mill Sutton, 1999 e David Leigh, The Guardian, «Death of the department that never was», 27 gennaio 1978.

Fonte

27/01/2026

1976, la politica di Moro e le aperture della Cia all’ingresso del Pci nell’area di governo

Nuovi documenti recentemente desecretati confermano che già ai tempi dell’amministrazione Ford, con Henry Kissinger segretario di Stato, gli analisti della Cia delineavano, senza particolare ostilità, la possibilità di un coinvolgimento del partito comunista italiano nella maggioranza di governo

All’indomani delle elezioni politiche del 20 e 21 giugno 1976, nelle quali l’Italia era stata chiamata a rinnovare le assemblee parlamentari della camera e del senato, nel bollettino sulla situazione internazionale che ogni mattina l’agenzia di intelligence faceva trovare sulla scrivania del presidente degli Stati Uniti (ne ha scritto Maurizio Caprara sul settimanale del Corriere della Sera, “Sette”), Gerald Ford potè leggere una sintesi (due brevi pagine) sul risultato elettorale che fotografava il balzo in avanti di sei punti percentuale del partito guidato da Enrico Berlinguer e la sostanziale situazione di stallo che si era venuta a creare con la Democrazia cristiana, referente storico degli interessi americani nella penisola. Risultato che – scrivevano gli analisti di Langeley sulla scia di quella che appariva una convinzione largamente diffusa tra gli osservatori politici – rendeva impossibile qualunque azione di governo senza un coinvolgimento della maggiore forza politica d’opposizione.

«Mentre è troppo presto per trarre conclusioni definitive – riferivano gli analisti della Cia – è probabile sia molto difficile, se non impossibile, isolare completamente i comunisti dal processo di governo nazionale. Con la loro posizione notevolmente rafforzata in parlamento, la loro cooperazione sarà più che mai necessaria per approvare e attuare qualsiasi progetto importante proposto da un governo nel quale non siano presenti».

Il rapporto Boies

Le considerazioni espresse nelle breve sintesi esposta nel Daily brief del 22 giugno 1976 non erano una novità. Già l’anno precedente, in una relazione nota come Rapporto Boies, dal nome del primo segretario dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, Robert Boies, estensore del testo e funzionario della Cia sotto copertura, si ipotizzava l’arrivo al potere nel breve periodo del Pci. Alla luce di questa prospettiva si suggeriva la necessità di avviare rapporti con il Pci, selezionando gli interlocutori più adatti: uno di questi era sicuramente Giorgio Napolitano, ritenuto una delle figure più affidabili dell’allora segretario di Stato, Henry Kissinger, perché aveva «confessato le proprie perplessità su come sviluppare il socialismo all’interno di uno stato democratico, tenuto conto della specificità dell’esperimento sovietico»[1].

Tuttavia l’opinione positiva e l’esortazione espressa nel documento redatto dall’antenna Cia in Italia era in netto contrasto con le convinzioni di Kissinger e per queste ragioni non produsse effetti nell’immediato.

Cia contro Dipartimento di Stato

Questa «divergenza» tra l’intelligence, che operava sul territorio italiano, e il personale del dipartimento di Stato trovava origine nella presenza di una diversa impostazione culturale, prima ancora che politica. Attraverso il contato diretto, la penetrazione degli apparati, gli analisti della Cia avevano sviluppato una conoscenza esperenziale che permetteva loro di cogliere le tante sfumature della realtà politica e culturale dei «comunisti italiani». Bagaglio che mancava ai funzionari del dipartimento di Stato, formati alla scuola dell’anticomunismo tradizionale che percepiva le singole formazioni o movimenti nazionali marxisti come una emanazione diretta degli interessi sovietici.

Gli uomini della Cia avevano avviato fin dal 1974 contatti con esponenti del Pci: Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del partito comunista, aveva riferito al segretario generale Berlinguer di un contatto avuto con lo stesso Boies, il quale gli aveva successivamente presentato il suo successore, Martin Arthur Weenick. Nel 1975 questi incontri vennero estesi anche a Luciano Barca e presto si allargarono a Giancarlo Pajetta, membro della segreteria del Pci e «ministro degli esteri» ombra di via delle Botteghe oscure (la sede nazionale storica del Pci).

L’intensità dei contatti raggiunse nel giro di pochi anni livelli impensati, soprattutto in materia di antiterrorismo: in un cablo del 2 maggio 1978 inviato dalla sede diplomatica romana al dipartimento di Stato si riporta il risultato di una delle conversazioni periodiche che Luciano Barca teneva con i funzionari dell’ambasciata, svoltasi il 20 aprile precedente. Vi si può leggere che «l’alto esponente del Pci ci ha detto che il suo partito resta fermamente contrario a negoziati che portino a concessioni ai rapitori di Aldo Moro» e ha «fornito al governo delle informazioni su ex membri del Pci che adesso si ritiene stiano cooperando con i terroristi dell’estrema sinistra».

«Non interferenza, non indifferenza», la politica della nuova amministrazione Carter

Nel marzo del 1977, la nuova amministrazione democratica guidata da Jimmy Carter avviò una stagione diplomatica, che faceva della «non interferenza, non indifferenza» la linea di condotta da tenere verso le scelte che il governo di Roma avrebbe effettuato nel caso di un coinvolgimento del comunisti nell’esecutivo. Una strategia che modificava l’interventismo praticato da Kissinger durante le presidenze Nixon e Ford. Un nuovo clima che favorì ed estese l’approfondimento delle relazioni, non solo con esponenti del Pci ma anche con il suo apparato, attraverso la «diplomazia delle conferenze» ma anche con l’incremento dei contatti diretti con i quadri intermedi, gli amministratori locali, fino all’apertura della residenza dell’ambasciatore anche a dirigenti del Pci.

Il viaggio di Napolitano e la rinuncia di Berlinguer

Il fatto più significativo fu il viaggio intrapreso da Giorgio Napolitano negli Stati Uniti nei giorni del sequestro Moro, dal 3 al 19 aprile. Pionieristica missione politico-diplomatica che gli valse la successiva importante carriera personale, fino al Quirinale, nella quale incontrò esponenti dell’establishment, del mondo della informazione, decisori e manager, oltre a vedersi per la prima volta, in forma strettamente riservata, con il presidente della Fiat Giovanni Agnelli nel suo appartamento newyorkese. Relazione che divenne stabile negli anni successivi e si estese alla frequentazione di Henry Kissinger.

Meno noto è invece l’invito rivolto allo stesso segretario del Pci Enrico Berlinguer a tenere, come fu per Santiago Carrillo, delle conferenze negli Usa sull’eurocomunismo. Per un certo periodo le due ipotesi si fronteggiarono in maniera concorrenziale. Alla fine Berlinguer rinunciò in favore di Napolitano a causa della delicata situazione politica, dovuta al sequestro dello statista democristiano, che richiedeva di presidiare personalmente la situazione per sorvegliare e impedire aperture in favore di trattative con le Brigate rosse per la liberazione dell’ostaggio.

Una ricostruzione dettagliata degli inviti rivolti a Napolitano e Berlinguer, del viaggio intrapreso dal primo e della rete riservata di contatti e della loro evoluzione nel tempo tra funzionari dell’ambasciata Usa a Roma ed esponenti del Pci, è presente nel volume uscito nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017, pp. 417-435 (La posizione del Pci durante il sequestro Moro e gli amici americani).

Il «viaggio» del console Usa nel ventre del Pci

L’estensione e l’approfondimento della politica dei contatti fu tale che, scrisse l’ambasciatore Richard Gardner nelle sue memorie, in un bilancio tirato dai suoi funzionari nel 1979, «risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale»[2]. A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci. Un rapporto della sezione politica dell’ambasciata riassumeva in questo modo la situazione: «Riteniamo un successo il programma di contatti. Ampliarli ci ha consentito di avere una più approfondita comprensione del partito e di formulare su di esso giudizi più accurati. Abbiamo avuto abbastanza successo nell’anticipare le sue mosse». Una ulteriore conferma di questa ramificazione e della profondità dei contatti tra diplomatici dell’ambasciata e apparato del Pci viene da una nota del 1 aprile 1978 nella quale il segretario della federazione provinciale di Piacenza, Romano Repetti, riferiva sull’incontro avuto con il console americano di Milano, Thomas Fina. Nella stessa occasione il console aveva visto anche responsabili della Cgil. Obiettivo del console era sondare le opinioni dei gruppi dirigenti provinciali, capire quanto la linea del gruppo dirigente centrale trovasse adesione nei vertici periferici. Tra i temi affrontati, al primo posto ci fu il sequestro Moro.

«Il Console ha osservato – scriveva Repetti – che esso avrebbe in qualche modo avvantaggiato il Pci perché aveva fatto superare alla base comunista lo scontento per la composizione del governo e perché qualificava il nostro partito nella pronta e concorde approvazione delle misure di rafforzamento dell’azione delle forze dell’Ordine e della Magistratura contro la criminalità. Ha manifestato la sua sorpresa per la grande risposta unitaria dei lavoratori nella giornata del rapimento, rilevato che per la prima volta nelle manifestazioni le bandiere rosse erano mescolate con quelle della Dc. Ha chiesto se il nostro partito aveva ordinato agli operai di uscire dalle fabbriche. Ha espresso interesse e meraviglia per quello che gli ho spiegato essere il naturale comportamento dei sindaci in circostanze come queste, cioè di convocare immediatamente riunioni con i dirigenti dei partiti e dei sindacati per concordare e promuovere iniziative unitarie»[3].

Note

1) S. Maurizi, «Espressonline», 8 aprile 2015. Vedi http://espresso.repubblica.it/palazzo/2013/04/08/news/quel-comunista-non-deve-entrare-1.52900.

2) R.N. Gardner, Mission Italy, cit., p. 125.

3) FG, APC, Segreteria, Microfilm 7804, «Nota per Berlinguer, Pajetta, Segreteria», prot. 5 aprile 1978, Riservato, ff. 20-21.

Fonte

11/12/2025

Il metodo Flamigni e la disinformazione di Stato

di Paolo Persichetti

È scomparso oggi, all’età di 100 anni, Sergio Flamigni, monumento della dietrologia italiana, inventore di un metodo di falsificazione della storia degli anni '70, e in modo particolare del sequestro Moro, che purtroppo ha fatto scuola e inquinato profondamente le fonti documentali presenti sulla materia. Oggi i ricercatori che in modo più rigoroso si attengono alla metodologia storica devono inevitabilmente confrontarsi con la stratificazione delle menzogne e false notizie che Flamigni ha sparso nei decenni precedenti. Un lavoro che assomiglia molto a quello dell’archeologo, quando deve rimuovere i vari strati che seppelliscono l’epoca che sta riportando alla luce.

Disinformazione di Stato

Flamigni è stato un grigio funzionario della sezione Affari dello Stato del Pci, il ministero dell’Interno di Botteghe oscure. Privo di qualunque latitudine politica è rimasto ottusamente legato alla vecchia propaganda complottista elaborata dal suo partito a metà degli anni '80 per trovare un alibi al fallimento completo della strategia politica messa in piedi nella seconda metà degli anni '70 con il compromesso storico. Quando Ugo Pecchioli, responsabile di quella struttura, in una delle sue ultime prese di posizione, prima di morire, a metà degli anni '90, affermò che ormai era necessaria un’amnistia che chiudesse la pagina della lotta armata perché quel fenomeno aveva concluso il suo ciclo e non aveva più senso tenere in piedi l’apparato di contrasto ideologico-complottista, Flamigni non è stato in grado di riformattare il proprio pensiero e dare un senso più proficuo alla propria esistenza. Il vecchio apparatčik della disinformazione ha continuato il proprio lavoro di intossicazione elaborando, grazie al monopolio delle fonti all’epoca nelle mani solo degli apparati, della magistratura e delle commissioni d’inchiesta parlamentare con il loro corredo di consulenti, un metodo narrativo che avrebbe fatto rabbrividire persino l’Ovra fascista: ignorare i documenti scomodi, manipolarne altri, inventare menzogne, diffondere calunnie.

Quando il Pci imitò Orwell

Una data fondativa dell’azione del Pci sulla vicenda Moro è sicuramente quella del maggio 1984. Anno che è anche il titolo di un famoso libro di George Orwell in cui si prefigura l’avvento di una società totalitaria dominata dalla sorveglianza universale del «Grande Fratello». Dove la verità viene istituita per decreto da un ministero e si comunica attraverso una «neolingua». Un lessico artificiale imposto dal potere che modifica e riduce il significato delle parole, un tempo appartenenti alla lingua corrente («l’archeolingua»). Elaborata facendo uso della “scienza del paradosso” («la libertà è schiavitù»), che per Flamigni equivaleva a dire «Le Brigate rosse sono nere». Privato della propria autonomia, nella società immaginata da Orwell il linguaggio perdeva gradualmente capacità di produrre pensiero libero neutralizzando in questo modo ogni possibilità di eresia. Forse è solo una inquietante «coincidenza», categoria che nella letteratura flamignana è sempre stata prova di valore assoluto, tanto da farne una tecnica narrativa (la ricerca sistematica delle coincidenze più impensabili e l’omissione di quelle fastidiose), ma certo mette i brividi.

In crisi di strategia dopo il naufragio del compromesso storico e la morte di li’ a poco del segretario, il Pci impresse una svolta anche sul sequestro dello statista democristiano con la mozione presentata il 9 maggio 1984 alla Camera e al Senato dai capigruppo Chiaromonte e Napolitano, a firma rispettivamente dei senatori Pecchioli, Tedesco, Tatò e Flamigni e dei deputati Zangheri, Spagnoli, Violante, Serri, Macis e Gualandi.

Con questo documento il partito comunista prese le distanze dalla relazione di maggioranza che aveva appoggiato l’anno precedente (assieme alla Dc, gli Indipendenti di sinistra, Repubblicani e Socialdemocratici, escluso il Psi), in chiusura dei lavori della prima commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro, e dal primo processo in corte d’assise che si era concluso nel 1983. Il nodo storico-politico che tormentava questo partito era dimostrare che la vita di Moro non era stata sacrificata in nome della ragion di Stato, cioè di una fermezza che avrebbe precluso ogni possibilità di trattativa con le Br. Una singolare inversione della realtà e della logica che segnalava quanto il Pci stesse tentando di tirarsi fuori dalla responsabilità di aver contribuito, sacrificando Moro, alla disfatta della propria strategia. Una consapevolezza che spinse i dirigenti di Botteghe oscure ad avviare la lunga stagione vittimista e recriminatoria della dietrologia: la neolingua del complotto.

L’invenzione dei misteri

I parlamentari comunisti chiusero la mozione elencando undici quesiti che ai loro occhi apparivano «fondamentali aspetti della tragica vicenda», rimasti «tuttora sconosciuti o inspiegabili»: 1) chi decise il sequestro di Aldo Moro? 2) chi decise il suo assassinio? 3) i nomi di tutti coloro che parteciparono alla strage di via Fani? 4) i nomi di tutti coloro che gestirono il sequestro e il ruolo che ebbe ciascuno di essi? 5) il luogo ove fu tenuto prigioniero e il luogo ove fu ucciso Moro? 6) i nomi di coloro che uccisero Moro? 7) chi trasportò il corpo della vittima in via Caetani? 8) chi decise che il corpo dovesse essere fatto rinvenire in quella strada? 9) quali furono le modalità degli interrogatori cui fu sottoposto il prigioniero, le modalità di redazione dei suoi scritti, le modalità attraverso le quali le lettere giungevano ai destinatari? 10) se intervennero nei confronti delle Br, oltre a forze straniere favorevoli alla liberazione di Moro, come l’Olp, anche altre forze straniere portatrici di un contrapposto interesse? 11) se tutti i documenti rinvenuti in via Montenevoso a Milano furono trasmessi alla magistratura o se alcuni di essi vennero trasmessi solo ad altre autorità dello Stato?

A rileggerli oggi, sembra che il tempo non sia mai passato, perché nonostante le risposte ormai acquisite, grazie agli avanzamenti della ricerca storica, solo in parte recepiti in sede giudiziaria, la letteratura dietrologica li ripropone come nulla fosse accaduto nel frattempo. Un ossessivo disco rigato che non ammette confutazione.

La tela del ragno

Dopo le due mozioni, stampa di partito, avvocati, funzionari d’apparato e intellettuali organici si misero al lavoro per confezionare la letteratura che fonderà la stagione complottista. Nella seconda metà degli anni '80 apparvero una serie di volumi, Operazione Moro. I fili ancora coperti di una trama politica criminale (1984), scritto da Giuseppe Zupo (responsabile giustizia del Pci e legale di parte civile nel primo processo Moro) insieme a Vincenzo Marini Recchia. Testo apparso a puntate nei mesi precedenti su Paese sera, giornale romano del Pci. L’anno successivo seguirà, Il mandarino è marcio. Terrorismo e cospirazione nel caso Moro, dei giornalisti Mimmo Scarano e Maurizio De Luca. Nel 1986 apparve un saggio del professor Giorgio Galli, Il partito Armato. Gli «Anni di piombo» in Italia (1968-1986), che diede alcuni quarti di nobiltà alla dietrologia, come aveva fatto in precedenza Norberto Bobbio in una serie di interventi su La democrazia e il potere invisibile e, nel 1989, Franco De Felice con il suo, Doppia lealtà e doppio Stato.

Ma è il 1988 l’anno decisivo: appare finalmente il primo lavoro di Sergio Flamigni con un testo che resterà epico, La tela del ragno. Il delitto Moro, Edizioni Associate, con la prefazione di Luciano Violante. Un imprimatur di quella che sarà la linea del Pci, poi Pds e Pd nei decenni a seguire. La prima edizione contava appena 302 pagine, una delle ultime, quella del 2013, è lievitata a 409, tra rifacimenti, correzioni, arrangiamenti. In fondo la dietrologia è la scienza delle ombre, racconta ciò che non ha contorni.

Seguiranno altri volumi dedicati al sequestro Moro: «Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br, 1997; Convergenze parallele. Le Brigate rosse, i servizi segreti e il delitto Moro, 1998; Il covo di Stato. Via Gradoli 96 e il delitto Moro, 1999; La prigione fantasma. Il covo di via Montalcini e il delitto Moro, 2009. Monografie dedicate a temi che nel tempo sono divenuti topos della dietrologia sulla vicenda Moro. Nel 2005 darà vita all’Archivio Flamigni, che oltre a raccogliere la documentazione collezionata in materia di terrorismo, stragi, mafia, P2 è uno dei centri propulsori del complottismo.

L’ostilità contro Mario Moretti

Nutriva una personale ostilità nei confronti di Mario Moretti al quale dedicò un intero volume, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti, 2004. Flamigni diffidava di chi aveva realizzato la propria formazione politica al di fuori degli ambienti del Pci. A differenza dei reggiani dell’Appartamento, Moretti (al pari di Curcio, che però era stato arrestato molto presto) gli appariva un oggetto non identificato. Come molti giovani operai del tempo, provenienti dal Meridione o da altre parti d’Italia, Moretti si era formato nelle lotte di fabbrica, nelle prime vertenze che introdussero le assemblee come strumento di democrazia operaia, scalzando le vecchie commissioni interne. Un mondo incomprensibile a Flamigni che nei primi anni della sua attività parlamentare si era occupato delle forze di polizia. Nei primi anni '80, recatosi nel carcere speciale di Nuoro, che aveva sostituito l’Asinara dopo la sua chiusura incrociò Moretti. Avrebbe potuto chiedergli tante cose invece l’unica domanda che fu in grado di rivolgergli riguardava la marca del water chimico utilizzato da Moro a via Montalcini. Pensava di coglierlo in fallo. Aveva davanti a sé l’uomo che aveva visto Moro vivo per l’ultima volta, ma non ebbe alcuna curiosità. Ai suoi occhi Moro non era più una persona con un pensiero, che condusse una propria battaglia terribile contro il suo partito, il Pci, lo Stato, ma solo un orifizio.

Il metodo Flamigni

I suoi libri sono una compilazione delle tecniche disinformative. Mai una riflessione autocritica o una presa d’atto dei clamorosi fake diffusi in precedenza. Cito alcuni esempi: Flamigni ignora il verbale del 1994 nel quale il teste Alessandro Marini, quello che racconta della moto Honda, spiegava che il parabrezza del suo motorino si era rotto cadendo a terra nei giorni precedenti il 16 marzo e quindi non era vero che fosse stato distrutto dagli spari dei due fantasmi in motocicletta. Mentre si ostina a cercare lo sparatore da destra, non vede le numerose foto del motorino di Marini, parcheggiato sul marciapiede sinistro di via Fani, col parabrezza tenuto da una vistosa striscia di nastro adesivo. Cita ripetutamente una frase di D’Ambrosio, generale amico del colonnello Guglielmi, per insinuare che questi avesse coordinato l’attacco in via Fani, omettendo l’integrità del verbale d’interrogatorio, acquisito finalmente dalla commissione Moro 2, che smentisce completamente le sue affermazioni. Flamigni acquisì dalle mani dei fascisti della rivista “Area” il materiale utilizzato per costruire le fake news su via Gradoli. Per anni confuse il ruolo di un notaio, Bonori, che aveva svolto solo la funzione di sindaco supplente nella società immobiliare Gradoli, proprietaria di alcuni appartamenti, ma non di quello abitato dai brigatisti, con quello di amministratore della stessa società. Quando glielo hanno spiegato ha ripiegato su Domenico Catracchia, che fu amministratore del civico 96, piccolo imprenditore immobiliare privo di scrupoli che affittava seminterrati a stranieri clandestini.

Ossessionato dalla presenza di un quarto uomo in via Montalcini, informazione ricevuta durante i colloqui con due brigatisti dissociati, quando emergerà che la sua identità era quella del brigatista Germano Maccari, e non di un «misterioso» agente segreto, sosterrà che ve n’era per forza un quinto, non delle Br ovviamente. Passa sistematicamente al setaccio tutti i proprietari degli appartamenti situati nelle strade che hanno interessato il sequestro, per denunciare i loro nomi quando si tratta di persone ai suoi occhi sospette, ma dimentica di rivelare che accanto al civico 8 di via Montalcini abitava il senatore Giuseppe D’Alema, padre di Massimo. Calunnia Balzerani e Moretti, sostenendo che sono loro ad aver fatto il nome di Maccari, evitando di citare la confessione della Faranda.

Flamigni se n’è andato ma le sue bugie restano, hanno messo radici nella società dei social, allignano in un mondo dove i meccanismi del potere sono sempre più opachi e le fake news e il complottismo sono divenuti un nuovo instrumentum regni.

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02/05/2025

La vita di un partigiano per comprendere una generazione politica

Con il termine “lunga Resistenza” si designa il periodo storico che vide impegnati molti militanti antifascisti, soprattutto comunisti, che inizia con l’esilio all’estero, prosegue con la guerra di Spagna, la detenzione nei campi dei reduci delle Brigate Internazionali in Francia e il confino in Italia per concludersi con la Resistenza nel 1943-'45. Si tratta di una vicenda storica importante, di cui abbiamo già avuto modo di trattare su Contropiano in occasione dell’uscita di un bel documentario interattivo disponibile in rete realizzato dall’AICVAS (Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna): La lunga Resistenza: dalla guerra di Spagna all’Italia.

La guerra di Spagna, a cui parteciparono, nelle forze repubblicane, circa cinquemila italiani, fu il momento fondamentale di formazione militare per coloro che avrebbero costituito in seguito gran parte del gruppo dirigente della Resistenza. Per questo possiamo dire oggi che la Resistenza italiana non avrebbe avuto lo stesso sviluppo senza la guerra di Spagna.

Tuttavia, se la militanza nelle Brigate Internazionali costituì una decisiva formazione militare, non si deve trascurare la scuola politica che avvenne nei lunghi anni seguenti, tra la prigionia che il governo francese riservò ai reduci della Spagna e in seguito, al rientro in Italia, al confino, soprattutto a Ventotene.

In quelle condizioni di detenzione gli antifascisti riuscirono a organizzare comunque dei corsi di politica, di economia, di storia che affiancarono la formazione culturale a quella militare. In tutte queste vicende si forgiò un gruppo consistente di militanti comunisti che presero parte alla Resistenza in ruoli dirigenti.

Proprio su questi aspetti della storia resistenziale ma anche, in seguito, della storia italiana s’incentra un libro uscito recentemente presso Derive e Approdi: I fascisti tradirono l’Italia, di Anello Poma (a cura di Italo Poma e Alberto Zola, pp. 95, €14), che della “lunga Resistenza” fu uno dei protagonisti. Si tratta di un libro di un centinaio di pagine, ma è importante per riprendere alcuni aspetti della Resistenza e dei primi anni della Repubblica italiana attraverso la testimonianza e la biografia di Poma.

Anello Poma era nato nel 1914 a Biella e sin da giovanissimo iniziò la sua militanza nel PCd’I. Tuttavia, anche per ragioni generazionali, non arrivò alla guerra di Spagna attraverso l’esilio, ma in un modo più curioso. Sentendo fortissima la motivazione di aderire alle Brigate Internazionali, partì per Parigi nell’agosto 1937 approfittando di una gita dopolavoristica organizzata per visitare l’Esposizione Internazionale.

Nella capitale francese si dileguò dal gruppo e si mise in contatto con compagni che organizzarono il suo viaggio verso la Spagna. In seguito fu appunto detenuto in Francia, confinato a Ventotene e comandante partigiano nel biellese con il nome di battaglia di Italo.

La prima parte del libro è costituita dalla trascrizione di un intervento di Anello Poma, che dà anche il titolo al libro, I fascisti tradirono l’Italia tenuto nel giugno del 1996 in una scuola media. Si tratta di un testo in cui Poma chiarisce quali siano i principi della guerra di guerriglia, diversi dalla guerra tradizionale tra eserciti e tocca la delicata questione di come considerare i giovani che si erano arruolati nelle brigate nere della RSI.

Una questione che nel 1996 era di bruciante attualità per le sciagurate affermazioni del Presidente della Camera, Violante, sulla necessità di comprendere le ragioni dei giovani che si arruolarono con la Repubblica di Salò.

La posizione di Anello Poma è molto chiara e distingue chi si arruolò volontario nelle brigate fasciste che, si badi, furono destinate esclusivamente alla lotta antipartigiana e chi, della classe 1925 o '26, per paura di rappresaglie o per ignoranza subì l’arruolamento nell’esercito della RSI.

È evidente che si tratta di due situazioni diverse, tanto che se verso i primi l’unica parola d’ordine fu “arrendersi o perire”, per i secondi i partigiani tentarono spesso azioni di recupero che videro molti giovani cambiare campo. Tuttavia, in ogni caso non si può accettare lo schierarsi con l’occupante tedesco e la discriminante storica e politica della questione è chiara.

Non è un caso, purtroppo, che anche in occasione dell’ottantesimo della Liberazione molti esponenti della destra, anche di matrice MSI, abbiano rispolverato il discorso di Luciano Violante.

All’intervento di Anello Poma segue un saggio dello storico Alberto Zola che si incentra su due questioni controverse nella storia dei comunisti italiani: la svolta di Salerno e l’amnistia Togliatti, traendo spunto da questi fatti per analizzare alcuni aspetti del dibattito interno al PCI negli anni successivi alla Liberazione e come fu vissuto dalla generazione resistenziale di cui faceva parte Anello Poma.

Secondo Zola, la svolta di Salerno fu concepita da Togliatti per ottenere l’accettazione del Partito Comunista come partito nazionale (non più della classe operaia e della rivoluzione) che avesse anche funzioni di direzione ma che divenne incompatibile con la politica fondata sul CLN come fondamento del nuovo stato. In terzo luogo, Zola individua nel seguito della svolta di Salerno il percorso che portò il Partito dalla concezione della democrazia di tipo nuovo che realizza misure di carattere socialista verso una democrazia semplicemente rappresentativa e borghese.

Il Partito aveva avuto, in quel periodo, due centri dirigenti, uno a Milano e uno a Roma. Il centro di Milano era legato all’esperienza partigiana con un costante confronto con la classe operaia e la lotta di classe mentre quello romano, dopo i lunghi anni di clandestinità, viveva l’esigenza di collaborare strategicamente con le tradizionali forze borghesi mettendo di fatto in secondo piano il ruolo rivoluzionario. Un contrasto che è stato simbolicamente rappresentato con il vento del nord e il vento del sud.

Quanto all’amnistia Togliatti, Zola ricorda che il suo effetto fu quello di vedere uscire di galera molti fascisti, responsabili anche di stragi e di torture. Inoltre, nel maggio del 1945 i tribunali militari alleati iniziarono a imputare a partigiani, soprattutto garibaldini, azioni avvenute in guerra ma considerate illegittime. Con la ricostituzione della magistratura repubblicana, in cui erano presenti giudici del vecchio regime, i partigiani si trovarono a passare da liberatori a imputati mentre i fascisti scamparono alla giustizia.

Anello Poma dopo la Liberazione fu per poco tempo dirigente di partito a Vercelli, ma ben preso fu chiamato a Roma, per collaborare con Secchia alla commissione organizzazione, vivendo ospite di Mauro Scoccimarro di cui aveva sposato la figlia con un singolare rito partigiano. Tuttavia non si ambientò mai a Roma: la mancanza del lavoro operaio, del contatto diretto con la lotta di classe lo portarono a tornare a Biella dove svolse ancora attività di dirigente di partito e di giornalista.

Entrò nel comitato regionale piemontese del PCI, ma fu progressivamente emarginato dai ruoli dirigenti sinché nel 1968 venne sollevato da tutti gli incarichi, insieme ad alcuni altri funzionari che si erano battuti perché il PCI si aprisse alle istanze dei movimenti giovanili. Da quel momento la vita di Poma fu soprattutto dedicata all’attività storica.

Al di là dei giudizi sulla svolta di Salerno, che sono ancora oggi oggetto di dibattito storico, la vita di Anello Poma illustra quella che fu la storia di una generazione di militanti comunisti e in parte anche del dibattito all’interno del PCI sino al termine degli anni sessanta. Tali militanti e dirigenti, che si erano formati sin dai tempi della guerra di Spagna, furono progressivamente emarginati dai ruoli dirigenti, parallelamente a colui che ne era, in buona parte, il punto di riferimento: Pietro Secchia.

In maniera troppo sbrigativa la questione è stata spesso ridotta a quella dello stalinismo, ma in realtà si trattava di divergenze significative che riguardavano il rapporto del partito con la classe operaia e con le istituzioni della repubblica liberale. Divergenze che sono ben evidenti rileggendo oggi gli scritti di Pietro Secchia che però non si esplicitarono mai completamente, non solo per disciplina di partito ma anche perché per tutti quei militanti il Partito aveva rappresentato, per decenni, la ragione di vita e anche, in qualche modo, l’unica protezione quasi in forma familiare.

Lo stesso Secchia riteneva che la scelta migliore fosse quella di restare comunque nel Partito, e i casi milanesi come quelli di Giuseppe Alberganti “Cristallo” e Raffaellino De Grada che invece lo abbandonarono verso il Movimento Studentesco furono eccezionali.

Oggi possiamo rileggere molti documenti che testimoniano l’apertura di Secchia verso i movimenti giovanili del 1968 e anche prima il suo interesse per la rivoluzione cinese. Secchia fu anche un punto di riferimento ideale per vari movimenti della nuova sinistra post-sessantotto; basti ricordare la commemorazione che avvenne alla Statale di Milano al momento della sua morte, nel 1973. Proprio a Secchia è dedicato l’ultimo capitolo del libro I fascisti tradirono l’Italia, in cui Anello Poma sostiene l’opportunità di recuperare e ristudiare il contributo politico e storico di Secchia.

Questo piccolo libro, ricostruendo la vita e il pensiero di un protagonista della Resistenza come Anello Poma, permette anche di tratteggiare almeno a grandi linee non solo alcune vicende problematiche dell’Italia resistenziale, ma anche la biografia politica di una generazione di comunisti che vissero i momenti storici seguenti alla Liberazione avendo un punto di vista diverso da quello della maggioranza togliattiana del PCI.

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01/05/2025

Franceschini: rivoluzionario divenuto torquemada, poi dissociato e infine dietrologo

di Paolo Persichetti

Il Mega

In carcere Franceschini veniva chiamato con deferenza dai suoi fedelissimi: il «Mega». Una prova di immodestia che per quelle singolari coincidenze della storia non lo ha abbandonato neanche al momento della dipartita. Il soprannome gli era stato attribuito da alcuni detenuti politicizzatisi in carcere, appartenenti ai «proletari prigionieri» che dall’interno dei gironi infernali delle prigioni speciali avevano aderito alle «Brigate di campo», l’organizzazione carceraria messa in piedi dalle Brigate rosse nelle prigioni di massima sicurezza.

Le Brigate di campo, almeno nell’idea originaria, dovevano essere degli embrioni di democrazia del popolo detenuto: furono protagoniste nel loro momento migliore delle lotte all’interno delle carceri speciali per migliorare le condizioni di vita, gli spazi di agibilità e socialità, la libertà di discussione e studio, di rivolte come l’Asinara e Trani, di innumerevoli tentativi di evasione. Un formidabile strumento di contropotere e di democrazia dal basso.

Purtroppo finirono col tempo per divenire in alcune situazioni degenerate delle leve di potere e terrore in mano a pochi individui, identificati come «capi» per il loro carisma, che decidevano della vita e della morte degli altri prigionieri, tacciando immediatamente di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità» chiunque non fosse allineato.

Franceschini fu uno di questi, anzi fu l’indiscusso leader supremo di questo dispotismo carcerario che aprì la «caccia ai traditori» e provocò la morte di alcuni militanti a cui le forze di polizia avevano estorto informazioni sotto tortura, mentre altri furono salvati in extremis in situazioni dove i suoi adepti non avevano la forza per imporsi.

Il naufragio politico e umano

Fino a quando non aveva consolidato un ferreo potere carcerario, per tutti Franceschini era solo «Franz». Questo slittamento semantico, questa trasformazione del nome è stata la prima metamorfosi del personaggio, seguita da altre.

Occorre partire da qui, e in particolare dal tragico fallimento del Partito guerriglia, la fazione brigatista di breve durata nata nella primavera del 1981 da una scissione che dal carcere aveva lungamente ispirato, insieme a Curcio, per comprenderne le diverse vite e il suo definitivo naufragio politico e umano.

Nel 1982, dopo otto anni di carcere si dissocia dalla lotta armata, esce dalle carceri speciali ed entra nel circuito delle «aree omogenee», istituti di pena premiali pensati per chi aveva preso le distanze da conflitto armato, dove la pressione carceraria era attenuata e le condizioni di vita agevolate. Nel 1987, grazie all’ultima legge sulla dissociazione ottiene cospicui sconti di pena iniziando il percorso di uscita dalla prigione.

Ma più che ripudiare il proprio passato, o come direbbero i professionisti della correzione carceraria, «rivisitarlo criticamente», Franceschini elabora da quel momento una riscrittura della propria storia politica finalizzata a cancellare ogni traccia di quei momenti indicibili che avrebbero compromesso il suo percorso postcarcerario.

La figura del rinnegato è un classico dell’antropologia umana, la differenza che lo distingue da colui che ripensa in modo critico la propria esperienza sta nella attribuzione delle responsabilità, nella collocazione del proprio io all’interno del bilancio esistenziale. Il rinnegato fa l’autocritica degli altri, esime se stesso da ogni colpa e trova nell’altrui comportamento tutte le responsabilità.

Pinerolo

Punti chiave nella vita di Franceschini sono il momento della sua cattura e le ripetute fallite evasioni. Viene arrestato per caso nel settembre del 1974. Non doveva essere insieme a Curcio in quel di Pinerolo dove il generale Dalla Chiesa aveva teso una trappola utilizzando Silvano Girotto come esca.

I suoi compagni lo pensavano a Roma, rientrato nella base dove in quel periodo era sceso con Prospero Gallinari e Fabrizio Pelli per organizzare il sequestro di un politico democristiano e affondare così il colpo al «cuore dello Stato». Eppure anni dopo attribuì la responsabilità dell’accaduto a Mario Moretti, colpevole di non esser riuscito a rintracciare Curcio in tempo, dopo una rocambolesca ricerca notturna e il tortuoso percorso di un messaggio che avvertiva del pericolo.

Va detto che un ruolo centrale nella costruzione della leggenda contro Moretti l’ebbe Giorgio Semeria, un altro brigatista molto vicino a Franceschini. Anche qui decisiva fu la cattura e l’incapacità di accettare i propri errori. Arrestato una prima volta nel maggio del '72, seguendo Semeria la polizia realizzò una retata contro l’intera colonna milanese.

Scarcerato per scadenza dei termini, venne riarrestato e quasi ucciso nel marzo del 1976 da un carabiniere alla stazione centrale di Milano grazie all’attività di un confidente, Leonio Bozzato, operaio dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera che operava come informatore per conto del Sid nella colonna veneta diretta proprio da Semeria.

Una volta in carcere, Semeria si convinse che dietro al suo arresto e quelli precedenti di Franceschini e Curcio ci fosse Moretti (del ruolo di Bozzato saprà solo anni dopo). Una ossessione sposata da Franceschini nonostante le smentite dei componenti dell’Esecutivo. Serve poco la politica ma tanta psicanalisi per leggere questi comportamenti che nei decenni successivi alimenteranno una dietrologia infinita.

La storia ci dice ben altro: Franceschini e Semeria, una volta dissociati, usciranno dal carcere ottenendo come premio cospicui sconti di pena, mentre Moretti dopo 44 anni è ancora in esecuzione pena con sei ergastoli sulle spalle.

Il ritorno nel Pci e la dietrologia

Una volta fuori Franceschini ritrova l’abbraccio del vecchio Pci emiliano da cui proveniva. Il suo ex segretario ai tempi della militanza nella Fgci di Regio Emilia l’accoglie e gli offre un posto di lavoro all’Arci, in cambio farà da sponda alle ricostruzioni dietrologiche della storia brigatista avviando una stretta collaborazione con il senatore Sergio Flamigni, membro di diverse commissioni parlamentari d’inchiesta sul sequestro Moro.

Il Pci aveva bisogno di Franceschini per dare forza all’alibi che doveva fornire una giustificazione al fallimento delle proprie strategie politiche: dal compromesso storico alla linea della fermezza durante il rapimento Moro.

A tavolino costruisce la leggenda delle prime Brigate rosse «buone», contrapposte alle «bierre» militariste, sanguinarie ed eterodirette di Moretti. Eppure era tra i militanti che scelsero il passaggio alla clandestinità, presente nell’estate del 1974 quando si avviarono le fondamenta della nuova struttura organizzativa che poi segnerà il funzionamento delle Br negli anni successivi.

Fu lui a gestire in prima persona il sequestro Sossi che segnava il cambio di strategia e l’attacco al cuore dello Stato. Sempre lui era sceso a Roma per compiere inizialmente quel sequestro di un esponente Dc che poi verrà portato a termine nel marzo 1978.

Inventò di sana pianta l’esistenza del legame di Moretti col Superclan per celare la propria appartenenza al servizio d’ordine diretto da Simioni e il fatto che Moretti fu il primo a rompere ogni rapporto con quel gruppo. Una storia rovesciata che lo vedeva sempre nel ruolo immacolato di puro e ragionevole. Alcuni collaboratori racconteranno dei rimproveri da lui lanciati contro i compagni esterni perché la morte di Margherita Cagol tardava ad essere vendicata.

Dal carcere si distinguerà per i continui inviti a elevare il livello di scontro all’esterno e organizzare evasioni. Richieste che distoglieranno le colonne esterne dal lavoro politico nei posti di lavoro e nei territori. E quando i tentativi di evasione falliranno, come quello messo in piedi dalla colonna romana dall’isola dell’Asinara, dopo averci lavorato una intera estate, imputerà il fallimento a una mancata volontà politica radicalizzando sempre più le sue posizioni fino a formulare, dopo un durissimo pestaggio subito nel carcere di Nuoro, richieste di rappresaglia che mettevano in luce i segni preoccupanti di squilibrio mentale, come “affondare uno dei traghetti” che collegavano la Sardegna al continente.

Scriveva Bertolt Brecht che non c’è peggior nemico per gli elefanti liberi dell’elefante addomesticato.

Fonte

29/03/2025

Rapimento Moro, il vicolo cieco del complottismo /2

Pubblichiamo la seconda parte della intervista concessa alla rivista Utopia21 (l’integrale potete leggerla qui) che dopo aver intervistato, lo scorso febbraio 2025, Dino Greco (qui), in passato segretario generale della Camera del lavoro di Brescia e direttore del quotidiano Liberazione, autore del libro Il bivio, dal golpismo di Stato alle Brigate rosse, come il caso Moro ha cambiato la storia d’Italia, Bordeaux edizioni, Roma 2024, ha deciso di proseguire la sua disamina del «caso Moro» su un altro versante storiografico che mette radicalmente in discussione l’impostazione complottista proposta da Greco. Gian Marco Martignoni ha sentito Paolo Persichetti, autore del volume La polizia della storia, la fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, apparso per DeriveApprodi nel 2022 e precedentemente con Marco Clementi ed Elisa Santalena di, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017. Chi volesse leggere la prima parte può trovarla qui.

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Un capitolo a sé lo merita il lavoro dell’ex senatore Sergio Flamigni, membro delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, che tra i suoi libri ne ha dedicato uno in particolare a Mario Moretti dal titolo più che eloquente «La sfinge delle Brigate rosse». Nel libro sei molti critico, per usare un eufemismo, verso il suo lavoro: perché?

Flamigni era un grigio funzionario della sezione Affari dello Stato del Pci, il ministero dell’Interno di Botteghe oscure. Privo di qualunque latitudine politica è rimasto ottusamente legato alla vecchia propaganda complottista elaborata dal suo partito a metà degli anni '80 per trovare un alibi al fallimento completo della strategia politica messa in piedi nella seconda metà degli anni '70. Quando Ugo Pecchioli, responsabile di quella struttura, in una delle sue ultime prese di posizione, prima di morire, a metà degli anni '90, affermò che ormai era necessaria un’amnistia che chiudesse la pagina della lotta armata perché quel fenomeno aveva concluso il suo ciclo e non aveva più senso tenere in piedi l’apparato di contrasto ideologico-complottista, Flamigni – come accade spesso alle terze linee – non è stato in grado di riformattare il proprio pensiero e dare un senso più proficuo alla propria vita. Il vecchio apparatčik della disinformazione ha continuato il proprio lavoro di intossicazione elaborando, grazie al monopolio delle fonti all’epoca nelle mani solo degli apparati, della magistratura e delle commissioni d’inchiesta parlamentare con il loro circo Barnum di consulenti, un metodo narrativo che avrebbe fatto rabbrividire persino l’Ovra fascista: ignorare i documenti scomodi, manipolarne altri, inventare menzogne, diffondere calunnie. I suoi libri sono una compilazione di questa tecnica disinformativa che nel tempo rivela anche aspetti divertenti: come la riduzione a poche righe o la scomparsa delle pagine dedicate a ricostruzioni che successivamente si sono dimostrate false. Mai una riflessione autocritica o una presa d’atto delle clamorose bufale diffuse in precedenza. Cito alcuni esempi: Flamigni ignora il verbale del 1994 nel quale il teste Alessandro Marini, quello che racconta della moto Honda, spiegava che il parabrezza del suo motorino si era rotto cadendo a terra nei giorni precedenti il sedici marzo e quindi non era vero che fosse stato distrutto dagli spari dei due fantasmi in motocicletta. Mentre si ostina a cercare lo sparatore da destra, non vede le numerose foto del motorino di Marini, parcheggiato sul marciapiede sinistro di via Fani, col parabrezza tenuto insieme da una vistosa striscia di nastro adesivo. Cita ripetutamente una frase di D’Ambrosio, generale amico del colonnello Guglielmi, per insinuare che questi avesse coordinato l’attacco in via Fani, omettendo l’integrità del verbale d’interrogatorio, acquisito finalmente dalla Commissione Moro 2, che smentisce completamente le sue affermazioni. Per anni confonde il ruolo di un notaio che aveva svolto solo la funzione di sindaco supplente, dunque nemmeno effettivo, nella società immobiliare Gradoli proprietaria di alcuni appartamenti, ma non di quello abitato dai brigatisti, con quello di amministratore della stessa società. Quando glielo hanno spiegato ha cambiato obiettivo prendendo di mira Domenico Catracchia, l’amministratore del civico 96, piccolo imprenditore immobiliare privo di scrupoli che affittava seminterrati a stranieri clandestini. Ossessionato dalla presenza di un quarto uomo in via Montalcini, informazione ricevuta durante i colloqui con due brigatisti dissociati, quando emergerà che la sua identità era quella del brigatista Germano Maccari, e non di un «misterioso» agente segreto, sosterrà che ve n’era per forza un quinto, non delle Br ovviamente. Passa al setaccio tutti i proprietari degli appartamenti situati nelle strade che hanno interessato il sequestro, per denunciare i loro nomi quando si tratta di persone ai suoi occhi sospette, ma dimentica di rivelare che accanto al civico 8 di via Montalcini abitava il senatore Giuseppe D’Alema, padre di Massimo. Calunnia Balzerani e Moretti, sostenendo che sono loro ad aver fatto il nome di Maccari, evitando di citare la confessione della Faranda. E mi fermo qui!

Qual è il tuo giudizio sul Memoriale Morucci-Faranda, detto che seppur la loro collaborazione mirava ad ottenere degli sconti di pena e una più agevole collocazione penitenziaria, al contempo «ripudiavano le letture dietrologiche degli eventi».

Parliamo di un Memoriale che raccoglie le deposizioni di Valerio Morucci e Adriana Faranda davanti alla magistratura e a cui i due dissociati, poi divenuti collaboratori, per ottenere l’accesso ai benefici penitenziari aggiunsero i nomi dei partecipanti all’azione di via Fani, prima indicati solo con dei numeri. Secondo Flamigni, poi ripreso dalla Commissione Moro 2, si tratterebbe di un testo che avrebbe suggellato un patto di omertà tra brigatisti e Democrazia cristiana per nascondere, «tombare» secondo l’espressione di Giuseppe Fioroni, la verità indicibile sul sequestro. Si tratta nella realtà di un resoconto che nella parte politica valorizza la loro dissidenza contro la dirigenza brigatista. Non si capisce quale interesse avrebbero avuto gli esponenti delle Br a fare proprio un testo a loro ostile. Non solo, oggi sappiamo che del Memoriale Morucci-Faranda vennero messi al corrente Pecchioli e Cossiga che sulla questione si consultarono. Se anche il Pci era della partita, perché il patto occulto riguarderebbe solo la Dc? Inoltre i fautori di questa tesi non sono in grado di fornire informazioni essenziali sui tempi e i luoghi dell’accordo, oltre che sull’oggetto dello scambio: Morucci e Faranda erano nel carcere per pentiti di Paliano, mentre Moretti e compagni si trovavano sparpagliati nelle prigioni speciali. Inesistenti i rapporti tra loro, segnati dalle precedenti rotture traumatiche (Morucci e Faranda rubarono armi e soldi della Colonna romana) e ostilità per le scelte dissociative e collaborative. Flamigni, consapevole di questo vulnus, si inventa che l’accordo si sarebbe materializzato nei giorni finali del sequestro, così la toppa è peggiore del buco. Il rifiuto della trattativa per liberare Moro si sarebbe materializzato nell’accordo per farlo sopprimere: come, dove, quando? E il vantaggio ricavato? I secoli di carcere ricevuti nelle sentenze? Un abisso logico senza risposta. In un altro volume ho ricostruito la dinamica del sequestro e della via di fuga avvalendomi delle testimonianze degli altri partecipanti che in alcuni punti hanno persino corretto dei dettagli, dovuti ad errori di memoria, presenti nella ricostruzione di Morucci.

Alberto Franceschini dopo la sua cattura, avvenuta a Pinerolo nel 1974, ha detto che successivamente le Br si sono macchiate di numerosi delitti, oltre ad aver giudicato Mario Moretti di essere inadeguato a far parte dell’esecutivo nazionale delle Br. Da dove nasce il dissidio tra Franceschini e Moretti?

La figura del rinnegato è un classico antropologico nella storia dell’umanità. La differenza che lo distingue da colui che ripensa in modo critico il proprio passato, fino anche a ripudiarlo, sta nella attribuzione delle responsabilità, nella collocazione del proprio io all’interno del bilancio esistenziale. Il rinnegato fa l’autocritica degli altri, esime se stesso da ogni colpa e trova nell’altrui comportamento tutte le responsabilità. Punti chiave nella vita di Franceschini sono il momento della sua cattura e le ripetute fallite evasioni. Viene arrestato per caso, non doveva stare con Curcio a Pinerolo dove il generale Dalla Chiesa aveva teso una trappola con l’esca Girotto, eppure attribuisce la responsabilità dell’accaduto a Moretti. Va detto che un ruolo centrale nella costruzione delle leggenda nera su Moretti la gioca Giorgio Semeria. Arrestato una prima volta nel maggio del '72, seguendo lui i carabinieri realizzano la retata contro l’intera colonna milanese. Riarrestato e quasi ucciso da un carabiniere nel marzo del 1976 alla stazione centrale di Milano, grazie all’attività di un confidente, Leonio Bozzato, operaio dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera arruolato nella colonna veneta, Semeria una volta in carcere sostiene che dietro il suo arresto e quelli precedenti di Franceschini e Curcio ci fosse sempre Moretti. Quella di Semeria, chiamato «Fiaschetta» dai suoi compagni, è una ossessione costante con cui martella gli altri prigionieri fino a convincerli, tanto da spingerli a chiedere all’esecutivo esterno di verificare la posizione di Moretti. C’è poco di politico e tanto male di vivere nella costruzione di questa diffidenza che si sfalderà poi nel tempo. Franceschini e Semeria si dissoceranno uscendo dal carcere, mentre Moretti è ancora in esecuzione pena dopo 44 anni di detenzione. Ma veniamo agli argomenti sollevati ex-post da Franceschini dopo essersi dissociato ed essere stato riaccolto a braccia aperte dal vecchio Pci emiliano, Rino Serri in testa, ex segretario della Fgci dalla quale egli stesso proveniva. È con questa nuova funzione che inizia la sua collaborazione con Flamigni. Nel corso del sequestro Sossi, dopo aver forzato un posto di blocco, spara colpi di mitra contro una macchina che seguiva, senza accorgersi che al suo interno c’era Mara Cagol. L’episodio dimostra come personalmente fosse già pronto al conflitto a fuoco e ipoteticamente a uccidere nonostante le Br all’epoca fossero ancora lontane da una scelta del genere. È tra i militanti che scelgono il passaggio alla clandestinità ed è presente quando nell’estate del 1974 si avvia la discussione interna per creare quella nuova struttura organizzativa che poi caratterizzerà il funzionamento delle Br negli anni successivi. Dal carcere si distinguerà per i continui inviti a elevare il livello di scontro all’esterno e chiedere di organizzare evasioni. Richieste che distoglieranno le colonne esterne dal lavoro politico nei posti di lavoro e nei territori. E quanto i tentativi di evasione falliranno, come quello messo in piedi dalla colonna romana dall’isola dell’Asinara, dopo averci lavorato una intera estate, imputerà il fallimento a una mancata volontà politica radicalizzando sempre più le sue posizioni fino a formulare, dopo un durissimo pestaggio subito a Nuoro, richieste di rappresaglia che mettevano in luce un suo squilibrio mentale, come affondare uno dei traghetti che collegavano la Sardegna al continente. Figura instabile e sempre più carica di risentimento, alla ricerca continua di capri espiatori fece del sospetto un rovello ossessivo fino a sfociare in un delirio paranoico durante la stagione delle torture e dei pestaggi praticati dalle forze di polizia sui militanti appena catturati. Con Semeria decretò la caccia ai «traditori», ovvero a quei militanti ai quali erano state estorte dichiarazioni con l’uso della forza. In un clima di caccia alle streghe, dove le divergenze d’opinione, una diversa linea politica, il mancato allineamento alle tesi del «Mega», soprannome con cui amava farsi chiamare con deferenza nelle carceri speciali, veniva immediatamente tacciata di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità», un piano inclinato che portò lo stesso Semeria a macchiarsi dell’omicidio di Giorgio Soldati. Flamigni non avrebbe potuto scegliersi miglior collaboratore.

Infine, ha destato una certa sorpresa il giudizio assai tranciante di Dino Greco su Rossana Rossanda, accusata rispetto alla sua intervista a Mario Moretti con Carla Mosca di aver costruito un artefatto, rimanendo affascinata dalla figura tutt’altro che cristallina di Mario Moretti. Cosa pensi di questo perentorio giudizio?

Dino Greco contro Rossana Rossanda? Con tutto il rispetto per il mio ex direttore, abbandonerei qualunque idea di confronto tra i due. Capisco che a un «berlingueriano immaginario», come Greco, bruci il giudizio storico di una intellettuale comunista dello spessore di Rossanda. Dico berlingueriano immaginario perché quando lavoravo a Liberazione ne ho visti circolare diversi tipi: quelli che all’epoca erano ancora in fasce e Berlinguer lo hanno conosciuto attraverso l’iconografia postuma, e quelli che negli anni '70-'80 erano su altre posizioni politiche ben più estreme, per non dire extraparlamentari. Si trattava dunque di una singolare fascinazione postuma, una reinvenzione del personaggio che si suddivideva in due categorie: i nostalgici del compromesso storico, raffigurati nel recente film di Segre, e quelli che assolutizzavano la svolta dell’alternativa democratica: il Berlinguer dei cancelli alla Fiat e della questione morale, per intenderci. Greco all’epoca era tra i secondi, ma oggi mi pare sia ritornato sui suoi passi. A differenza di lui, Rossanda non ha realizzato una compilazione selezionata di pubblicazioni dietrologiche ma, come si diceva una volta, ha fatto l’inchiesta. È andata ai processi, ha letto le carte, ha fatto verifiche, ha incontrato i mostruosi brigatisti, ci ha discusso, si è confrontata. Ha sentito tante voci, persone e studiosi che la realtà delle fabbriche del Nord o della periferia romana conoscevano davvero. Un percorso lungo, maturato nel tempo modificando i pregiudizi ideologici iniziali che ha poi messo da parte. Una conoscenza che le ha permesso di superare anche il giudizio che espresse nel famoso articolo sull’album di famiglia, dove pur riconoscendo la filiazione delle Brigate rosse con la storia del movimento comunista, le rappresentava erroneamente come epigoni dello zdanovismo cominformista e non parte della nuova sinistra post-'68. Trascinata dalla polemica con le posizioni di Botteghe oscure rinfacciava al Pci una paternità che invece, sul piano sociologico, politico e culturale, era tutta dentro la storia di quel che era accaduto a cavallo dei decenni '60-'70. Dubito che Greco abbia mai letto un documento primario, una carta processuale. Cita la terza relazione della Moro 2 che riassume i lavori del 2017 (la Moro 2 non ha mai prodotto una relazione conclusiva) ma non credo abbia mai letto le relazioni del Ris sul garage di via Montalcini, le analisi splatter sulle macchie di sangue o la perizia acustica. Avrebbe scoperto che i carabinieri riconoscono la compatibilità del luogo e della dinamica, fino ad aver ricostruito la fattezza originaria del box, oggi modificato e ristretto a seguito di alcuni lavori. Per non parlare della nuova perizia tridimensionale della polizia scientifica che tanto ha mandato fuori di testa Flamigni e i membri più dietrologi della commissione parlamentare. La ricerca e la riflessione storica sono altra cosa dalla difesa di una posizione politica, per giunta smentita dalla storia.

2/fine

08/06/2024

Una disciplinata guerra di posizione

Di Ottone Ovidi

Alessandro Barile, Una disciplinata guerra di posizione. Studi sul Pci, Franco Angeli, Milano, 2024, euro 33,00.

È possibile comprendere la storia generale di un paese attraverso la storia particolare di un partito politico? È da questa sollecitazione gramsciana che parte Alessandro Barile nella sua ultima opera per ricostruire la fisionomia della cultura politica del Partito comunista italiano (Pci) e la sua politica culturale, a partire dalla Liberazione e fino all’esplosione del lungo Sessantotto. L’autore lo fa presentandoci una serie di episodi e questioni particolari accomunate dalla centralità della relazione tra politica e cultura nel comunismo italiano. Non una vera e propria storia del Pci, quindi, ma piuttosto una rilettura del partito attraverso la lente del rapporto tra comunismo, cultura e società italiana. Un rapporto, evidenzia l’autore, che mutò rapidamente negli anni del miracolo economico, entrando di fatto in crisi e lasciandoci in eredità numerosi interrogativi aperti che esulano la dimensione prettamente partitica dello studio: come ripensare i rapporti democratici tra politica e cultura al di fuori della separazione liberale? Quale la dimensione democratica della cultura “nazional-popolare”?

Furono proprio questi interrogativi, ricostruisce l’autore, a guidare i tentativi di politica culturale del Pci nei decenni considerati: “il tentativo di fuoriuscire dai vincoli della separatezza senza per questo cadere nella sterile dimensione autoritativa dello ždanovismo. Il tentativo di organizzare fattivamente la gramsciana ‘guerra di posizione’, stabilendo alleanze politico-ideologiche senza disperdere, con ciò, il carattere di ‘guerra’, cioè di battaglia di civiltà che abbia, come posta in gioco, non la semplice alleanza di governo ma il superamento dei rapporti di produzione capitalistici” (pp. 9-10).

Secondo l’autore, infatti, questo superamento rimaneva l’obiettivo politico del partito togliattiano, da collocare, però, all’interno del costante tentativo di tenere insieme socialismo e democrazia. Questa fu una delle caratteristiche originali del marxismo italiano. Un marxismo storicista, sottolinea l’autore, che tentava di unificare il materialismo marxiano con le correnti democratiche della storia italiana, a partire da Croce, ma per mettersi al servizio del rinnovamento e della modernizzazione, ancora incompiuta, del paese e per superare la “crisi di civiltà borghese” manifestatasi compiutamente con le guerre mondiali. Per questo motivo, il Pci togliattiano tentò di portare avanti una politica che conciliasse gli interessi delle classi lavoratrici con quelli della nazione. Ed è qui, nella contraddizione irrisolvibile tra la matrice ideologica rivoluzionaria del partito e l’integrazione della classe operaia nello stato e nella società civile, che Barile inserisce anche l’analisi dei rapporti tra comunismo italiano, intellettuali e cultura.

Nel tentativo di governare questo processo, il Pci togliattiano agì su diversi livelli di articolazione dell’azione politica. Da una parte, il confronto con lo storicismo italiano, mediato da Gramsci, grazie a cui relazionarsi con una parte importante del mondo intellettuale dell’epoca. Dall’altra, il marxismo-leninismo di stampo stalinista, grazie a cui mantenere il legame con la base militante del partito. Si tratta di quella che è stata definita “doppia lealtà” del togliattismo. Secondo l’autore, per il Pci si trattava di accettare la politica democratica, intendendola però come una fase transitoria verso obiettivi che non si concludevano in essa. Una doppia lealtà che, quindi, non andava intesa come un sinonimo di trucco o di tattica, ma anzi come il risultato della parabola storica del comunismo italiano passato attraverso le vicende della Guerra di Spagna e della Resistenza, in cui la dirigenza comunista aveva elaborato l’idea che non fosse possibile riproporre la rivoluzione bolscevica nel paese. Il risultato, però, evidenzia ancora l’autore, fu di fatto una politica di controverso riformismo, un riformismo debole, figlio anche della rassegnata impossibilità di fatto a governare, a causa dell’interdipendenza delle vicende nazionali con la dimensione internazionale della Guerra fredda.

Questo precario equilibrio impostato dal partito funzionò nel corso del primo dopoguerra e poi fino ai primi anni Sessanta, contribuendo alla vasta opera di alfabetizzazione e nazionalizzazione delle masse ed agendo, a tutti gli effetti, come elemento di modernizzazione del paese. Il Pci riuscì anche, in mancanza di alternative di peso, a portare nel partito molte delle aspirazioni politiche e culturali che si opponevano alla Democrazia cristiana, ad aggregare consensi diffusi, non solo direttamente di classe, interessati alla redistribuzione della ricchezza prodotta. Tutto ciò entrò in crisi con il dispiegarsi degli effetti della crescita economica, dello sviluppo industriale del paese e dell’esplosione del consumismo di massa, anche culturale. Il Pci si trovò impreparato ad affrontare i cambiamenti che stavano avvenendo nella società italiana, esplicitati soprattutto dalle rivendicazioni delle nuove generazioni – consumo privato, tempo libero, produzione culturale – passando da un ruolo di modernizzazione nella società a posizioni passive e difensive. Il boom economico e i consumi di massa avevano trasformato profondamente la società italiana, mettendo in crisi le strutture di socializzazione di massa – politiche e religiose – a favore di nuove identità individuali che il partito non era più in grado di gestire e di comprendere.

L’esplosione del Sessantotto e del conflitto sociale diffuso portarono il Pci sempre di più verso lo stato e le sue istituzioni, mettendo fine definitivamente alla politica togliattiana della doppiezza, da una parte portando alla divaricazione tra il partito, incapace di ricalibrare la sua azione politico-culturale, e la società e, dall’altra parte, creando lo scontro tra partito e protesta giovanile. Con la fine della doppiezza venne meno anche lo spirito di superamento del capitalismo che aveva, seppure con tante contraddizioni, fino a quel momento animato l’azione del Pci, di fatto ponendo le basi per lo scioglimento del partito avvenuto due decenni più tardi.

Cosa rimane oggi della lunga storia del comunismo italiano? Non molto sembra dirci l’autore. E non tanto per l’assenza di studi e ricerche sul tema – nell’ultimo capitolo del libro viene effettuata un’attenta ricognizione delle pubblicazioni uscite in occasione del centenario della fondazione del Pci nel 2021 – quanto per l’assenza di prospettive politiche da parte della pubblicistica sull’argomento. Insomma, il Pci “non sembra più costituire un possibile modello a cui tendere” (p. 171) ma, nonostante “la disconnessione tra ricerca storica e proiezione politica” (p. 172) le questioni alla base del lavoro di Barile sono ancora tutte da sciogliere.

Fonte

13/05/2024

Report si inventa l’infiltrato della Cia nelle Brigate Rosse

di Paolo Persichetti

Nella puntata di Report di ieri, domenica 12 maggio 2024, Paolo Biondani intervista lo storico Giovanni Mario Ceci, che ha studiato tutti i documenti desecretati delle amministrazioni Usa degli anni '70 e dei primi '80: Dipartimento di Stato, Cia, Security Concil, rapporti dell’Ambasciata americana a Roma. Ricerca poi raccolta in un volume, La Cia e il terrorismo italiano, uscito per Carocci nel 2019.

Nei report desecretati dell’amministrazione statunitense si può leggere che «Nessuno è stato in grado di trovare nemmeno uno straccio di prova convincente del fatto che le Brigate rosse ricevevano ordini dall’estero».

L’affermazione era giustificata dal fatto che solo la prova di una interferenza straniera che avesse messo a rischio la sicurezza e gli interessi statunitensi avrebbe legalmente giustificato l’intervento diretto della Cia negli affari interni italiani, più volte richiesto dal governo di Roma a cominciare dallo stesso Aldo Moro pochi mesi prima di essere rapito dalle Brigate rosse.

Nonostante il libro di Ceci, documenti alla mano, sostenga questa tesi, Biondani riesce a censurare l’intero contenuto del volume, ben 162 pagine, capovolgendone il senso.

I documenti raccolti da Ceci dimostrano come la Cia intervenne per reprimere le Brigate rosse, non certo per sostenerle o manipolarle, alla fine del 1981 quando queste rapirono il generale americano James Lee Dozier.

L’intervento degli uomini di Langley fu tale che il governo Spadolini non esitò ad autorizzare le forze di polizia all’impiego sistematico della tortura durante le indagini.

Importanti testimonianze di esponenti delle sezioni speciali antiterrorismo dei carabinieri emerse recentemente hanno dimostrato (leggi qui) che a cercare di avvicinare le Brigate rosse non fu la Cia, ma il Partito comunista italiano con l’accordo del generale Dalla Chiesa dopo il gennaio 1979.

Si tratta della «Operazione Olocausto», in cui un militante di Botteghe oscure (sede nazionale del Pci), nome in codice «Fontanone», ebbe un ruolo fondamentale nel permettere di agganciare alcuni dirigenti della colonna romana.

Altri militanti del Pci fecero da «esche» nelle fabbriche del Nord Italia per permettere la cattura di esponenti brigatisti che cercavano di ricostruire la colonna torinese.

L’unico infiltrato ad oggi conosciuto, che riuscì ad entrare nell’organico della colonna veneta delle Br per due anni, 1975-76, fu un operaio di Porto Marghera, Leonio Bozzato, nome in codice «Frillo», arruolato anni prima dal centro Sid di Padova, quando militava in un gruppo marxista-leninista, e successivamente inserito all’interno dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera.

Difficilmente ascolterete queste cose nel corso della puntata di Report, se volete saperne di più, oltre al libro di Ceci, si consiglia la lettura di La polizia della storia, la fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, Deriveapprodi 2021.

Quando Moro chiese aiuto alla Cia per contrastare le Brigate rosse

Aldo Moro era convinto che il terrorismo non avesse solo un carattere politico ma anche una dimensione internazionale. Pochi mesi prima del suo rapimento, in un incontro avvenuto nello studio di via Savoia con l’ambasciatore degli Stati Uniti Richard Gardner, affrontò la questione sostenendo che il fenomeno della lotta armata era «probabilmente sostenuto dall’Est, forse dalla Cecoslovacchia».

Aggiunse che il terrorismo italiano e tedesco erano «profondamente legati» e mossi da un medesimo disegno: «minare le società democratiche sulla frontiere Est-Ovest».

Contrariamente a quel che si ritiene oggi, Moro era convinto che lo sviluppo delle azioni dei gruppi armati avrebbe rafforzato gli obiettivi di governo del Pci: «un’escalation incontrollata dell’ordine pubblico» – affermava lo statista democristiano – avrebbe reso impossibile ogni opposizione alle richieste, che provenivano dalle «public demands», di «inclusione» e «partecipazione del Pci al governo per porre fine alla violenza» e «ristabilire l’ordine pubblico».

Argomenti che spinsero Moro ad esortare gli Stati Uniti affinché assumessero «un ruolo attivo nel combattere il terrorismo», chiedendo a Gardner una «maggiore assistenza e cooperazione da parte dell’intelligence statunitense con i servizi di sicurezza italiani» (1).

A scriverlo è lo storico Giovanni Mario Ceci nel volume, La Cia e il terrorismo italiano. Dalla strage di piazza Fontana agli anni Ottanta (1969-1986), Carocci 2019.

I report dell’agenzia di Langley, dell’ambasciata Usa a Roma e di altri attori dell’amministrazione statunitense, che l’autore cita nel libro, ribaltano l’attuale vulgata mainstream sugli scenari complottisti che avrebbero portato al rapimento del leader democristiano da parte delle Brigate rosse, sgretolando la convinzione stratificata da decenni di un sequestro sponsorizzato e supervisionato, addirittura con l’apporto diretto di forze esterne, in particolare atlantiche, al mondo brigatista, per impedire l’alleanza tra Dc e Pci e l’entrata di quest’ultimo nel governo.

Nell’incontro del 4 novembre del 1977, lo statista democristiano fece capire agli americani che l’unico vero modo che avevano per arrestare la progressione elettorale del Pci e le sue ambizioni governative era intervenire su quelle che, a suo avviso, erano le matrici della sovversione interna italiana, ovvero la strategia di destabilizzazione della società che avrebbe trovato sostegno nelle interferenze sovietiche.

Attività che, secondo Moro, non era finalizzata a sabotare l’avvicinamento del Pci all’area di governo ma semmai a favorirla rafforzando la sua immagine di unica forza politica in grado di salvare le istituzioni calmierando le spinte antisistema dei movimenti sociali ed esercitando la sua capacità di forza d’ordine.

Questa personale convinzione di Moro, che per altro mutò drasticamente quando dalla prigione del popolo nella prima lettera a Cossiga scrisse di trovarsi «sotto un dominio pieno e incontrollato», era opinione diffusa negli ambienti politici moderati e conservatori italiani e trovava ispirazione in alcune precedenti veline dei Servizi italiani che chiamavano in causa l’operato dei Paesi dell’Est.

Anche il Pci riteneva, ma solo in sede riservata, che vi fosse una qualche interferenza oltre cortina, in particolare dei cecoslovacchi. Sono note le lamentele di Cacciapuoti e di Amendola nei confronti dei “fratelli cecoslovacchi” che sdegnosamente rigettavano l’accusa.

I sospetti, dimostratisi infondati, dei dirigenti di Botteghe oscure erano dovuti all’ospitalità che nell’immediato dopoguerra Praga aveva fornito, su richiesta degli stessi comunisti italiani, a diversi esponenti delle milizie partigiane comuniste e dell’organizzazione Volante Rossa che non avevano deposto le armi dopo la fine della guerra civile e per questo erano stati perseguiti dalla magistratura.

Questo bacino di militanti, il più delle volte coinvolti in azioni di rappresaglia contro ex gerarchi ed esponenti fascisti, nonostante fosse stato esfiltrato dall’apparato riservato del Pci, era maltollerato dalla nuova dirigenza di fede togliattiana.

Un atteggiamento proiettivo che spinse la dirigenza di questo partito ad avviare una ossessiva campagna, divenuta vincente nei decenni successivi, che ribaltava lo schema complottista attribuendo ogni responsabilità del sequestro Moro all’azione dei Servizi segreti occidentali.

Terrorismo interno o internazionale?

L’amministrazione statunitense prese sul serio le richieste di Moro e G.M.Ceci ne ricostruisce attentamente tutti i passaggi: Gardner volato a Washington riferì la richiesta al segretario di Stato Vance ed al consigliere per la sicurezza Brzezinski, la questione venne introdotta in un memorandum inviato ai membri dell’European Working Group, che si riunì il 9 dicembre 1977, dove ci si chiedeva «che aiuto stiamo fornendo all’Italia in relazione al terrorismo (sia interno sia, se ve ne è, Internationally-inspired)?» (2).

Tuttavia emerse subito un grosso ostacolo dovuto alla presenza della nuova dottrina di «non interferenza, non indifferenza» emanata dall’amministrazione Carter e alle limitazioni, introdotte dal Congresso statunitense a metà degli anni 70, che impedivano al governo Usa di intervenire nelle attività di polizia interna di altri paesi.

Dopo le polemiche scatenate dai ripetuti interventi diretti della Cia, come fu per il colpo di Stato contro Allende in Cile, le azioni coperte dell’Agenzia d’intelligence furono sottoposte a restrizioni salvo nei casi in cui vi era un manifesto pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi interessi.

Situazione che si prefigurava solo nel caso fosse stato dimostrato che quanto avveniva in Italia avesse una matrice internazionale. L’assenza di questa prova, più volte richiesta alle autorità italiane, impedì un intervento diretto e immediato della Cia, i cui analisti per altro in un report della Cia “centrale” ritenevano di non condividere «la tesi, alquanto popolare in Italia, che il terrorismo sia alimentato all’estero, né tantomeno il suo corollario, ossia che scomparirebbe se malvagi potenze straniere smettessero di immischiarsi», mentre un’analisi di Arthur Brunetti, capocentro della Cia a Roma, realizzata nei giorni precedenti il sequestro Moro ribadiva che le Br «sono un fenomeno nato e cresciuto interamente in Italia» e che «nulla indicava che l’Unione Sovietica, i suoi satelliti nell’Europa dell’Est, la Cina o Cuba avessero avuto un ruolo diretto nella creazione o nella crescita delle Br». (3)

Nel bel mezzo di questo lavorìo diplomatico giunse come un lampo la notizia del rapimento del leader democristiano.

Le prime analisi portarono Washington a temere che l’azione delle Br potesse estendersi anche ad obiettivi statunitensi, successivamente i numerosi report prodotti dall’intelligence Usa durante il sequestro focalizzarono l’attenzione verso le possibili ricadute sul quadro politico italiano.

Gli analisti osservarono con molta finezza le mutazioni intervenute all’interno della Dc e il profondo cinismo che muoveva la rinnovata «rivalità» e le diverse manovre di riposizionamento dei leader democristiani che ambivano alla successione di Moro come capi del partito per «assumere il ruolo di front runner nelle elezioni presidenziali di dicembre».

Secondo la Cia, il governo italiano nel corso del sequestro aveva «riportato una vittoria negativa rimanendo fermo», senza tuttavia essere riuscito a colpire militarmente le Br. Alla fine, concludevano gli analisti di Langley sbagliando completamente previsione, era il partito comunista la forza politica uscita rafforzata dall’esito del sequestro, poiché la linea della fermezza l’aveva collocata – a loro avviso – in una «posizione forte», che avrebbe reso impossibile la nascita di governi senza la sua partecipazione.

Sul piano operativo, nonostante una richiesta di top priority da parte italiana, la Cia non andò oltre lo scambio di informazioni.

Sotto la pressante insistenza di Roma il governo americano si limitò ad inviare un funzionario del Dipartimento di Stato (non un membro della Cia), Steven R. Pieczenik, psicologo esperto di guerra psicologica che giunse a Roma il 3 aprile 1978 (dopo il terzo comunicato brigatista nel quale si annunciava la collaborazione di Moro all’interrogatorio) e operò su mandato del ministro dell’Interno Cossiga all’interno di un “comitato di esperti”, dove erano presenti figure analoghe.

La permanenza dell’esperto americano fu molto breve, convintosi della inutilità del suo contributo, rientrò negli Stati uniti il 16 aprile successivo, dopo appena 13 giorni.

Settembre 1978, la Cia si mobilita contro le Brigate rosse

Alla fine l’ostacolo venne superato con un espediente burocratico: riclassificare le Brigate rosse all’interno della categoria del “terrorismo internazionale”.

L’8 maggio, il giorno prima della esecuzione di Moro, lo Special Coordinating Comitee del Consiglio nazionale della sicurezza, Nsc, diede finalmente semaforo verde, ritenendo che si potesse «offrire aiuto all’Italia per combattere il terrorismo internazionale», ma quando la decisione venne comunicata alle autorità italiane il corpo di Moro era già stato ritrovato in via Caetani.

La circostanza tuttavia non arrestò i propositi statunitensi che, nel settembre 1978, giunsero a Roma con l’obiettivo di svolgere un’attività unilaterale di intelligence contro le Br, attivando operazioni di infiltrazione all’interno questa organizzazione.

L’ambasciatore Gardner si oppose, raccogliendo le resistenze italiane, sostenendo che questo tipo di attività sarebbe stata compito delle autorità di Roma. Alla fine si raggiunse un compromesso: l’ambasciata americana «avrebbe considerato caso per caso le proposte di reclutamento di persone da infiltrare nelle Br» con la possibilità di decidere autonomamente se «andare avanti da soli o dopo un accordo con gli italiani».

Gardner ricorda nel suo libro di memorie che in effetti si registrò davvero «un caso di questo genere» e «la decisione fortunatamente fu di condurre l’operazione in accordo con il governo italiano». (4)

L’operazione Stark

L’unico tentativo conosciuto, per altro del tutto infruttuoso, è quello di Ronald Stark, un cittadino americano arrestato nel 1975 per traffico di stupefacenti e scarcerato nel 1979 con una motivazione redatta dal giudice Floridia in cui si riconosceva la sua collaborazione con la Cia.

Il suo compito sarebbe stato quello di avvicinare all’interno delle carceri alcuni brigatisti detenuti. L’operazione non produsse risultati perché già dal 1977 i Br erano stati tutti trasferiti nel carceri speciali e Stark non finì mai in questo circuito.

Se l’operazione di infiltrazione prese avvio alla fine del 1978 – come afferma Gardner – per Stark fu impossibile avvicinarli. Dalla documentazione della Direzione generale degli istituti di pena viene fuori che Stark fu rinchiuso nelle carceri di Modena, Pisa, Matera, Rimini e che nell’ultimo periodo della sua detenzione si trovava a Bologna. Prigioni estranee al circuito delle carceri speciali e che dopo il 1977 non accolsero più al loro interno brigatisti.

Dalla stessa documentazione risulta che l’unico periodo in cui Stark, condannato per traffico internazionale di stupefacenti, si trovò ristretto nello stesso istituto di pena dove erano anche altri brigatisti fu il 1975 nel carcere di Pisa, poco dopo il suo arresto, tre anni prima che le Brigate Rosse entrassero nel mirino dell’agenzia di Langley.

Ammesso che fosse lui l’agente provocatore reclutato negli ultimi mesi del 1978, gli americani erano davvero in seria difficoltà se l’unica risorsa messa in campo per la loro strategia era riposta in un improbabile personaggio, un narcotrafficante tenuto a debita distanza dai sospettosi brigatisti incarcerati che al massimo si trovarono a condividere, come riferisce Curcio nel suo libro, A viso aperto, il passeggio dell’aria con uno che cercava di attaccare bottone.

Il racconto che Curcio fa dell’episodio (Stark gli propose durante il passeggio di organizzare una evasione dal carcere) lascia supporre che lo statunitense lavorasse già da confidente per il Ministero dell’Interno. In effetti Gardner afferma che l’operazione fu condotta di concerto con i Servizi italiani.

Risulta, infatti, che funzionari del Ministero dell’Interno ebbero ripetuti incontri con lui nel carcere di Matera: tra questi spicca il nome di Nicola Ciocia, il famoso professor De Tormentis specialista del waterboarding, poi torturatore di diversi nappisti e brigatisti, tra cui Enrico Triaca, Ennio di Rocco, Stefano Petrella e di diversi componenti della colonna napoletana.

I documenti ci dicono che l’unica persona caduta nella rete di questo agente provocatore fu Enrico Paghera, militante di Azione Rivoluzionaria che dopo la scarcerazione venne nuovamente arrestato e trovato in possesso di una cartina relativa ad un campo palestinese in Libano di cui era indicato il nome del responsabile e che risultò fornitagli dall’americano.

Note

1. Nella nota 26, p. 69, del suo volume, GM Ceci indica come fonte un report inviato dall’ambasciata Usa di Roma, Ambassador’s Meeting with Christian Democrat President, from Amembassy Rome to SecState, 7 November 1977, DN:1977ROME18056. Anche lo storico G. Formigoni, ricorda sempre GM Ceci, aveva riferito su questo incontro e sulla posizione di Moro in, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, il Mulino, 2016, pp.325-6.

2. GM. Ceci, p. 69, nota 27, Memorandum from Robert Hunter and Richard Vine to Members of European Working Group, Agenda for Meeting, December 9, 1977, in DDRS.

3. Giovanni Maria Ceci, La Cia e il terrorismo italiano. Dalla strage di piazza Fontana agli anni Ottanta (1969-1986), Carocci 2019, p. 84.

4. Richard N. Gardner, Mission: Italy. Mission: Italy. Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma.1977-1981, Mondadori, 2004, p. 234.

Fonte