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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/07/2026

La scoperta di Gladio e l’inizio dell’attività “stragista” della Banda della uno bianca

Come abbiamo riportato, gli ultimi elementi emersi dalla nuova indagine sulla Banda dell’uno bianca, avviata nel 2024, sembrano indicare un legame piuttosto organico tra i membri della banda – quasi tutti poliziotti in servizio attivo – ed i Servizi Segreti (quelli “normali”, visto che non esistono quelli “deviati”).

Su questo, sappiamo che anche il Copasir ha aperto un fascicolo, che si spera contribuisca, insieme alle indagini giudiziarie, a far luce su una banda che terrorizzò dal 1987 al 1994 Bologna, la Romagna e le Marche, mietendo almeno 24 vittime e provocando ben più di cento feriti, in un centinaio di “azioni”.

Una sorta di super-teste, che in precedenza aveva fatto più volte dichiarazioni agli avvocati dell’associazione delle vittime della banda, per poi essere sentito in Procura, aveva rivelato che insieme a Roberto Savi – di cui era collega e con cui si confidava – si era recato a bordo di una volante, per un colloquio di “reclutamento”, presso un’azienda usata come copertura dai Servizi.

Savi aveva accolto la confidenza del collega, che voleva lasciare la routine di poliziotto in servizio alla questura di Bologna per arruolarsi nella Legione Straniera, affermando che “si poteva fare la guerra anche a Bologna”, portandolo per questo nella sede “coperta” dei Servizi.

Dalle successive rivelazioni giornalistiche, abbiamo appreso che su quella volante non erano solo in due, ma in tre.

Il terzo era Gugliotta, altro membro della banda, che da tempo aveva finito di scontare la propria condanna, recentemente “suicidatosi” in circostanze piuttosto misteriose qualche giorno dopo aver chiamato la propria legale per esprimerle il desiderio di parlarle di persona.

Particolare non di poco conto, il suo suicidio, è stato reso noto solo mesi dopo, a pochi giorni di distanza dall’intervista di Roberto Savi a Belve Crime, in cui il “capo” della banda – che ha poi deciso di fare scena muta nell’interrogatorio di fronte ai magistrati nel carcere di Bollate – aveva di fatto dichiarato che il suo gruppo era al soldo dei Servizi, dotata di coperture, soldi e basi all’estero.

Probabilmente, pensiamo noi, il “suicidio” di Gugliotta non dev’essere stato un incentivo a parlare, dopo il suo exploit televisivo.

Altro particolare, si è saputo l’anno in cui è avvenuto questo tentativo di reclutamento: 1990.

E da qui parte il nostro ragionamento.

Nel 1990, presso l’archivio della VII Divisione del Sismi – nata prima della riforma dei Servizi del ’77 come Sezione Addestramento – venne ritrovato il cosiddetto «archivio Gladio», o almeno parte di ciò che restava.

Il suo ritrovamento non è casuale, ma è dovuto alla determinazione di un giudice istruttore, in questo caso Felice Casson, che stava svolgendo indagini supplementari sulla strage di Peteano, ovvero sul massacro di tre Carabinieri con un’autobomba in provincia di Gorizia, il 31 maggio 1972, ed in particolare il depistaggio della prima inchiesta a opera dei vertici dei Carabinieri. Si tratta peraltro dell’unica strage per cui c’è un reo confesso: il fascista Vincenzo Vinciguerra.

Il magistrato veneziano scopre l’esistenza di una rete di depositi occulti di armi in Friuli, i cosiddetti «nasco».

Su questa “strage” dimenticata che ha notevoli punti in comune con le vicende della Banda della uno bianca, rimandiamo al volume di Paolo Morando, L’Ergastolano. La strage di Peteano e l’enigma di Vinciguerra.

È singolare che nonostante alcuni tratti in comune – 3 Carabinieri uccisi in un vero e proprio attentato-trappola, le piste giudiziarie quanto meno ingannevoli, le deposizioni di testi rivelatisi inaffidabili, l’incapacità (scarsa volontà) di avvalersi di alcuni indizi che avrebbero portato presto ai veri responsabili – l’attentato di Peteano non sia mai stato “confrontato” con la strage del Pilastro del 4 gennaio 1994, almeno per ciò che concerne i suoi primi e ultra-fallimentari esiti giudiziari.

Singolare anche perché anche nel caso della uno bianca, fu un Carabiniere, il depistatore seriale Domenico Macauda, che molto probabilmente non agiva “in solitaria”, a depistare le indagini sulle morti di altri uomini dell’Arma.

Altra singolare somiglianza: Macauda era stato – insieme ai suoi colleghi dell’O.A.I.O che in modo esplicito o indiretto avvaloreranno la sua versione nel depistaggio sul caso Stasi-Erriu – protagonista di una elogiata operazione repressiva nel 1986 contro il movimento antagonista a Bologna, finita in una bolla di sapone nel giro di neanche un mese, con sentenza del giudice veneziano Carlo Mastelloni.

A Peteano la prima pista d’indagine era stata “indirizzata” verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento, allora uno degli epicentri del lungo ’68 italiano.

Ma restiamo su Gladio e le indagini di Casson.

Casson voleva capire se l’esplosivo usato a Peteano provenisse da uno di quei depositi; un’ipotesi investigativa che potrebbe far luce anche su altri attentati della “strategia della tensione”.

Chiese allora di poter accedere all’archivio del Sismi insieme al collega Carlo Mastelloni – lo stesso che nell’aprile del 1986 prese un grosso granchio arrestando i compagni del KAMO a Bologna – allora impegnato nelle indagini sull’abbattimento dell’aereo dei servizi Argo 16 nel 1973 (un’operazione compiuta dal Mossad, si seppe in seguito) che già nel 1988 aveva intuito l’esistenza della rete Stay Behind, dato che quell’aereo era stato utilizzato, tra l’altro, per i trasferimenti dei “gladiatori” nella base di addestramento di Alghero.

Sulla stampa trapelano le prime indiscrezioni, ed il 27 luglio 1990, dopo diversi dinieghi, l’allora presidente del Consiglio Andreotti autorizza Casson ad accedere agli archivi della VII Divisione del Sismi a Forte Boccea, a Roma.

Di lì a poco, giocando d'anticipo, il Divino Giulio fece una rivelazione clamorosa, cercando l’effetto boomerang su una vicenda che avrebbe potuto travolgerlo.

Coglie l’occasione offerta dall’ordine del giorno presentato da alcuni deputati dell’allora PCI che – facendo esplicito riferimento a quanto emerso nell’inchiesta Rosa dei Venti – impegna il governo a rispondere entro 60 giorni circa l’esistenza di una struttura occulta all’interno dei servizi, ovvero la famosa “organizzazione X” scoperta dal giudice Tamburino, che i giornali ai tempi avevano ribattezzato «Super Sid», o «Sid Parallelo».

Insomma, la madre di tutti i misteri legati ai Servizi del dopoguerra.

Nell’ottobre del 1990, Andreotti riconosce pubblicamente l’esistenza della cosiddetta “Gladio”, un’organizzazione segreta costituita in ambito Nato, polo italiano di una rete stay-behind presente in molti paesi dell’Europa Occidentale.

È la seconda volta, nella vita politica di Andreotti, che il navigato democristiano inscena un clamoroso gesto di trasparenza. Lo aveva già fatto nel 1974 con le rivelazioni su Giannettini e sul golpe Borghese, cercando di realizzare almeno 3 effetti politici per lui più che desiderabili:

  1. silurare Cossiga, collocandolo tra i padri di “Gladio”, come candidato concorrente al Quirinale, a cui aspirava per coronare la sua carriera e “schermarsi”.
  2. distogliere l’attenzione dal ritrovamento dell’ex base delle Brigate Rosse di via Montenevoso a Milano, contenente fotocopie dei manoscritti della prigionia di Moro, in parte inediti. Come sappiamo, da quel memoriale non emerse un’immagine edificante della classe dirigente democristiana. In particolare di Andreotti, che era stato il più accanito oppositore della trattativa che avrebbe potuto portare alla liberazione di Moro.
  3. dare in pasto all’opinione pubblica un’organizzazione ormai ridotta a “residuato bellico” della Guerra Fredda appena conclusa, facendo convergere su di essa tutti i sospetti relativi all’esistenza di strutture paramilitari e d’intelligence occulte emerse nei decenni precedenti.

In particolare per l’inchiesta sulla Rosa dei Venti, allontanando ed ostacolando, con l’ennesimo polverone mediatico, una possibile chiarificazione sulla famigerata “organizzazione X”, ammessa in sede giudiziaria dal capo del Sid Miceli nel 1974, almeno in parte sovrapponibile con i Nuclei di Difesa della Stato, cui erano collegati gli stragisti della galassia ordinovista.

Paradossalmente, la rivelazione di Gladio era il “male minore” a Guerra Fredda ormai vinta, anche se proiettava un’ombra piuttosto lunga sulla “doppia fedeltà” degli apparati dello Stato democratico (agli Usa, oltre che all’Italia).

Dopo l’accesso di Casson, la documentazione è stata oggetto di analisi per svariate procure che indagano su varie stragi, dall’Italicus a Brescia.

Sullo stato volutamente pietoso di quegli archivi dei Servizi, rimandiamo all’ultimo capitolo del volume di Benedetta Tobagi, Segreti e Lacune. Le stragi tra i servizi segreti, magistratura e governo.

Qui ci preme ricordare che entrambi i servizi usciti fuori dalla riforma del ’77 saranno, da lì a poco, al centro di due “scandali” per così dire paralleli: quello dei cosiddetti “fondi neri” del Sisde che lambì il personale politico della Prima Repubblica – in cui si scopre anche un’attività di infiltrazione dei Servizi nell’ambiente antagonista tramite un’attività economica finanziata con i soldi dei contribuenti – e quello del cosiddetto “Super-Sismi” o “Super S”.

È accertato che i vertici dei servizi provvedevano arbitrariamente al reclutamento di uomini in modo che non potessero essere ricondotti all’attività di Servizi, come nel caso del generale Musumeci dell’Ufficio Controllo e Sicurezza, il quale oltre a partecipare alle procedure di selezione, procedeva all’arruolamento diretto di personale in modalità non chiare.

Musumeci «Provvide» secondo la sentenza per l’Italicus 1994 «ad arruolare un numero imprecisato, non inferiore a trenta, di ex paracadutisti, addestrati alla guerriglia ed al sabotaggio», «creando un nucleo clandestino di offesa e di provocazione sottratto ad ogni controllo», di cui non si sapeva (e non si sa) nulla.

Insomma operazioni coperte più o meno efferate destinate a non essere mai conosciute davvero, neanche in parte, con buona pace del “controllo democratico” auspicato dalla Riforma del ‘77.

E questa è la storia recente dei servizi, per i quali il modus operandi qui appena accennato sembra sposarsi con il profilo operativo del periodo della Banda della uno bianca.

Sono gli anni, quelli della prima decade del Novanta, in cui comincia ad emergere la verità su un’altra banda – mostruosamente simile a quella della uno Bianca – che aveva agito in Belgio a metà degli Anni Ottanta, i cui effettivi probabilmente arrivavano dall’intreccio tra apparati, “eserciti segreti” della NATO ed ambienti neo-fascisti.

Ciò che colpisce è l’anno, il 1990. Soprattutto se teniamo conto della contemporaneità con le rivelazioni su Gladio da parte di Andreotti – tese in parte a depistare su ulteriori accertamenti rispetto a tutto il marcio che stavano ancora producendo i servizi (una buona parte provenienti dalle fila dell’Arma), in combutta con la dirigenza politica della Prima Repubblica – e l’inizio della “stagione delle stragi” della Banda, come l’ha giustamente definita Paolo Soglia nel Capitolo 8 di Uno Bianca Reloaded. La storia, l’inchiesta, le nuove verità.

Infatti, il 10, il 22 ed il 23 dicembre la banda compie tre stragi – solo in parte riuscite – “a sfondo razziale” in cui restano ferite 9 persone al campo nomadi di Santa Maria di Quarto, due all’Ipercoop di via De Gasperi, mentre rimangono uccise due persone e due altre ferite al campo di via Gobetti, il 23 dicembre.

Il 4 gennaio del ’91 avviene la strage al Pilastro, cui il vero movente non è ancora stato accertato, e l’anno proseguirà con una trentina di azioni criminali.

È una semplice “coincidenza temporale” il fatto che il 1990 fu l’anno del tentativo di reclutamento e che, a pochi mesi di distanza dalla rivelazione su Gladio, la strategia stragista della Banda compì un vero e proprio salto di qualità? Oppure è una “sincronia significativa”?

Chissà se le indagini giudiziarie e del Copasir avranno il coraggio di far luce anche su questo.

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08/09/2025

L’operazione fallita dei SEAL in Corea del Nord

Avete mai notato che alcuni sottomarini hanno dei curiosi alloggiamenti cilindrici sullo scafo? I primi ad averli, erano sottomarini italiani come lo Sciré. Servivano, e servono ancora, a rilasciare dei mezzi subacquei che trasportavano gli incursori sommozzatori in prossimità delle coste più difese e impenetrabili, per compiere delicate azioni di sabotaggio o per effettuare ricognizioni con lo scopo di acquisire informazioni di massima importanza per gli apparati d’intelligence.

Proprio questo tipo di operazione segreta, secondo quanto rivelato ieri in esclusiva dal New York Times, è stata tentata e fallita dal Team 6 della Navy SEAL, uno dei raggruppamenti di incursori più preparato al mondo, sulle coste dalla Corea del Nord, uno dei paesi maggiormente ostili agli Stati Uniti, e forse uno dei più impenetrabili al mondo.

Un raid al massimo livello di segretezza

L’operazione top-secret, precisano fin dalle prime righe gli autori dell’articolo “bomba” Dave Philipps e Matthew Cole, è stata autorizzata durante la prima amministrazione Trump, pianificata nel 2018 e condotta nel 2019. Ha provocato delle vittime nella popolazione nordcoreana e si è conclusa in un compromettente fallimento per l’US Navy che ha probabilmente impiegato uno sottomarino nucleare classe Los Angels o classe Ohio, almeno una coppia dei suoi Advanced SEAL Delivery System o SDV, dei mini-sottomarini alloggiati in dei “Dry Deck Shelters”, o DDS, che possono trasportare una squadra di incursori completamente equipaggiata nelle acque poco profonde che li condurranno alla costa designata, e un team di 8 operatori divisi in due squadre.

Nel 2019 la costa che fa da sfondo a questo raid della massima segretezza, viene localizzata in una parte non meglio specificata della Corea del Nord. L’obiettivo della missione, lanciata in una “fredda notte d’inverno”, in un paese che imponendo il coprifuoco – posso assicurarvi – cade in un’oscurità quasi “totale”, era quello di “installare un dispositivo elettronico che avrebbe permesso agli Stati Uniti di intercettare le comunicazioni del leader nordcoreano Kim Jong-un” per consentire all’allora presidente Trump una qualche posizione di vantaggio durante “i colloqui nucleari ad alto livello” che si sarebbero tenuti nel breve periodo.

L’inchiesta del NY Times sottolinea come la missione avesse come scopo principale quello di “colmare un punto cieco strategico” nell’ottenimento di informazioni sensibili dal momento che le agenzie di intelligence statunitensi si erano scontrare per anni con la “quasi impossibilità di reclutare fonti umane e intercettare le comunicazioni nell’isolato stato autoritario della Corea del Nord”.

Le informazione “intercettate” attraverso il dispositivo clandestino avrebbero concesso agli Stati Uniti un vantaggio, ma l’invio di un commando, nel caso qualcosa fosse andato storto, avrebbe anche potuto portare il mondo sull’orlo del baratro: ossia verso un’escalation tra la prima potenza nucleare del mondo e un regime che ha fondato la sua intera strategia di deterrenza sull’osteggiato programma missilistico, e che aveva condotto, tra il 2006 e il 2017, ben sei test nucleari. Compreso quello che aveva previsto la detonazione di ordigno ritenuto analogo a una bomba H, la bomba all’idrogeno.

Il Team 6 della SEAL da Bin Laden alla Corea

Trump aveva approvato personalmente l’operazione, e il “Red Squadron” del Team 6 dei SEAL, lo stesso commando che aveva eliminato Bin Laden nel raid in Pakistan del 2011, si era addestrato alla perfezione per raggiungere una spiaggia che sarebbe dovuta essere deserta, dopo essere arrivata in prossimità con l’ausilio dei mini-sub.

Quando il commando di 8 uomini in mute da sub, respiratori e visori notturni ha raggiunti la superficie, un’imbarcazione norcoreana ha inavvertitamente incrociato la loro rotta, facendo luce per capire cosa stessa succedendo. Nello stesso momento le armi automatiche dotate di silenziatori hanno immediatamente eliminato la minaccia. Tutti i nordcoreani che li avevano “probabilmente” scoperti erano morti. Ma ormai l’operazione era compromessa nella sua segretezza. Così i Seal sono scomparsi nelle acque gelide e oscure con la stessa spettrale furtività con la quale erano apparsi. Senza piazzare nessun dispositivo per le intercettazioni. La missione era fallita.

Operazioni nere e silenzio

Secondo quanto riportato dal New York Times, che ha pubblicato la notizia a 24 ore dall’imponente sfilata militare di Pechino cui ha assistito anche il leader nordcoreane Kim Jong-un, l’operazione in questione “non è mai stata pubblicamente riconosciuta, né nemmeno accennata, dagli Stati Uniti o dalla Corea del Nord”.

I dettagli che la riguardano – se è realmente esistita, e si ritiene che lo sia – sono classificati. Ma tutti ora si interrogano sulla “legalità” delle operazioni nere come questa. Perché, e questo è un dato certo, non è la prima volta che unità delle forze speciali americane vengono inviate in territorio ostile per condurre operazioni miliari o paramilitare all’insaputa del Congresso. Esiste addirittura una sezione “esperta” in questo genere di cose, si chiama “Tertia Optio” ed è gestita dalla CIA.

Fonti a conoscenza dei fatti e un raid nel 2005

Le fonti dei giornalisti della testata newyorkese sarebbero “dozzine”, tra personale militare e personale dello staff politico autorizzato a conoscere i dettagli di questa delicata e fallimentare missione top-secret che ha provocato la morte di quelli che si stima essere quattro innocenti pescatori di molluschi sopraggiunti nel posto sbagliato, e nel momento sbagliato. Pur avendone tutto il diritto.

A bordo della loro imbarcazione l’ispezione condotta velocemente dagli incursori della Marina americana non rinvenne né armi né uniformi. Almeno stando alle dichiarazione rilasciate sotto anonimato.

Sempre secondo gli autori dell’inchiesta, già nel 2005 un commando dei SEAL aveva impiegato un mini-sottomarino per sbarcare e lasciare con successo le coste della Corea del Nord durante la presidenza di George W. Bush. I dettagli dell’operazione e il suo obiettivo non sono mai stati resi pubblici, ma evidentemente c’erano le “basi” per lanciare una seconda operazione che seguisse uno schema simile per consentire al nuovo inquilino della Casa Bianca di conoscere la posizione del suo misterioso omologo nordcoreano, e capire come affrontare dei futuri negoziati.

Al tempo non fu possibile determinare se i nordcoreani avessero davvero capito cosa fosse successo, e se intendessero accusare gli Stati Uniti o semplicemente la Corea del Sud. In ogni caso, si rammenta come il vertice sul nucleare in Vietnam si svolse regolarmente alla fine del febbraio 2019, senza raggiungere alcun accordo. Lasciando questa oscura questione in un cassetto che ora, proprio durante la seconda amministrazione Trump, è stato riaperto.

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07/07/2025

Processo Spiotta, in aula Leonio Bozzato, l’operaio che spiava le Br per conto del Sid

Dopo sette udienze, martedì scorso primo luglio è stato sospeso il processo davanti la corte d’Assise di Alessandria sulla sparatoria seguita al sequestro da parte delle Brigate rosse dell’imprenditore dello spumante Vallarino Gancia, avvenuta il 5 giugno del 1975. Quel giorno trovarono la morte in circostanze mai chiarite la brigatista Margherita Cagol e, a seguito delle ferite riportate, l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. La pausa estiva e il cambio di sede della giudice a latere imporranno una pausa di sei mesi. Le udienze riprenderanno il 27 gennaio del 2026.

Tre passaggi importanti del processo

Questa prima fase processuale è stata caratterizzata da tre momenti importanti: il primo è stato il riconoscimento della corte che una parte dell’inchiesta è stata condotta forzando la legge. Sono state dichiarate illegittime tre mesi di indagini realizzate contro Lauro Azzolini, intercettato in maniera fraudolenta con captatori telefonici e ambientali per alcuni mesi. La corte ha riconosciuto anche la correttezza del lavoro difensivo effettuato da uno degli avvocati, messo in discussione dalle indagini che più volte hanno preso di mira l’attività difensiva degli imputati e di un altro legale della difesa.
Il secondo punto decisivo riguarda l’ammissione fatta in apertura di processo da Lauro Azzolini che ha riconosciuto di essere il brigatista fuggito dopo la sparatoria: «C’ero io quel giorni di 50 anni fa alla Spiotta!», quando «in un minuto breve tutto precipitò, un inferno che ancora oggi mi costa un tremendo sforzo emotivo rivivere, al termine del quale sono morte due persone che non avrebbero dovuto morire, il padre di Bruno D’Alfonso e Mara». Ammissione che di fatto ha esaurito la sostanza dell’inchiesta e del processo, messo in piedi per dare un nome al fuggitivo. Dopo la confessione di Azzolini, che ha anche scagionato i suoi coimputati dall’accusa-teorema di aver dato l’ordine preventivo di fare fuoco contro le forze di polizia, il processo dovrà appurare le circostanze esatte della uccisione di Margherita Cagol.
Il terzo aspetto riguarda il muro dei «non ricordo» eretto dai carabinieri dell’ex nucleo speciale diretto dal generale Alberto Dalla Chiesa, anch’essi ormai anziani e in pensione come gli imputati, uno dei quali, Mario Moretti, ancora in carcere ormai da quasi 45 anni.

A viso aperto

Una delle immagini più forti emerse da questo primo ciclo di udienze è stato il contrasto tra i vecchi brigatisti, Lauro Azzolini e Massimo Maraschi, 82 anni il primo, 73 il secondo, entrambi con lunghi anni di carcere speciale alle spalle, che hanno parlato a viso aperto davanti alla corte, mentre sul versante opposto gli uomini dello Stato si sono fatti schermo della memoria ormai andata, di mille contraddizioni e versioni contrastanti. Nell’ultima udienza addirittura un testimone, strumento di quel versante oscuro dello Stato, pedina degli apparati che agiscono nell’ombra, il confidente del Sid e poi del Sisde Leonio Bozzato, si è presentato col volto travisato da una mascherina e un cappello, nascondendosi durante tutto l’interrogatorio dietro un paravento.
I processi non ci parlano solo di leggi, norme e codicilli, a saperli osservare possono dirci tante altre cose come il fatto che dopo cinquant’anni chi non ha paura di mostrare la propria faccia, non dovendosi vergognare della propria storia, sono quei vecchi signori delle Brigate rosse. Gli altri, a quanto pare, hanno dei problemi, preferiscono non ricordare o nascondersi ancora perché raccontare quasi venti anni passati a fare la spia, suscita solo vergogna.

Il confidente

Quella del delatore è una figura ancestrale dell’animo umano, rappresenta una dimensione arcaica dell’antropologia descritta persino nelle sacre scritture. Giuda Iscariota tradì sull’onda del momento, cedette ai trenta denari ma poi afflitto dal rimorso si appese ai rami di un Siliquastro, almeno così racconta il mito cristiano, forse per il colore dei fiori, rosa e rossi, che cinge la chioma di questo albero bellissimo. Colore che rimanda al sangue versato per il tradimento. Leonio Bozzato ha tradito per venti anni amici e compagni di lavoro, di idee e di lotte. Operaio al Petrolchimico di Porto Marghera, iniziò la sua professione di spia, come ha raccontato in aula, su suggerimento di un carabiniere amico di famiglia. Gli venne chiesto di osservare quello che vedeva e sentiva attorno a sé. Erano i primi anni Settanta e mentre tutt’intorno la società ribolliva e le fabbriche erano in rivolta con scioperi, occupazioni, picchetti, vertenze per aumentare i salari, battaglie contro lo sfruttamento oppressivo e la nocività, e si chiedeva democrazia nei luoghi di lavoro, si parlava di rivoluzione in ogni dove, Bozzato tradiva. Dopo una breve sperimentazione negli ultimi mesi del 1971, viene assunto dal Centro Sid di Padova nel gennaio del 1972 con il nome di copertura «Frillo» e «retribuito a rendimento». Nelle ricevute di pagamento impiegava il nome di copertura «Vello». Frillo è bravo, è sveglio, formato politicamente, si introduce subito negli ambienti giusti, il suo contributo è molto apprezzato dal Servizio. Inizialmente il Sid lo piazza tra i maoisti dell’Unione marxista-leninista, quelli del giornale Servire il popolo. Gli apparati temevano la Cina, vedevano cinesi ovunque, avevano paura che le guardie rosse arrivassero a Trieste o sbarcassero in Puglia, magari dall’Albania. Non capivano bene quel che ribolliva nella società italiana, i tanti filoni degli «ismi» marxisti che fiorivano nel cuore delle nuove catene di montaggio riempite di giovani migranti del Sud. Guardavano ancora alla guerra fredda, al Patto di Varsavia o alla rivoluzione culturale di Mao e non si accorgevano di quel che accadeva in casa propria, di quel neomarxismo italiano che cambierà le carte in tavola: l’operaismo.

Spiare Porto Marghera

Declinata l’esperienza dei cosiddetti «gruppi», le diverse formazioni della sinistra extraparlamentare, Lotta continua, Potere operaio, e della la galassia maoista, nascono le prime Assemblee autonome all’interno dei poli industriali. Il centro Sid di Padova riorienta subito Frillo che ha l’ordine di infiltrarsi in questa nuova realtà politica.
Nel frattempo i brigatisti che hanno già due colonne in piedi, quella storica di Milano, dove sono nate, e la seconda a Torino, progettano di metterne in piedi una terza nel Veneto, tra Padova e il Petrolchimico di Porto Marghera. I primi rapporti li tiene Giorgio Semeria che aveva fatto il militare a Padova e aveva agganciato il gruppo della brigata Ferretto: una prima struttura di militanti autonomi che si erano posti il problema concreto della lotta armata. Scenderanno per insediare la nuova colonna militanti sperimentati come Corrado Alunni, Rocco Micaletto, Alfredo Buonavita, gli ultimi due incontrati da Frillo. Sul posto ci sono Robertino Ognibene e Fabrizio Pelli. Nonostante gli sforzi la colonna non riuscirà mai a consolidarsi in questa prima fase: il fallimento della perquisizione del giugno 1974 nella federazione del Msi di Padova, in via Zabarella, che porterà alla morte di due militanti missini e a una crisi dei rapporti con l’area autonoma, poi la cattura di Ognibene nella base di Robbiano di Mediglia e quella di Carlo Picchiura dopo un controllo stradale, infine il lavoro ai fianchi del confidente Frillo che come Penelope disfaceva la notte quello che i suoi compagni tessevano di giorno, impedirà alla colonna di decollare.
La spia Bozzato farà arrestare due suoi compagni in procinto di realizzare un’azione, incredibilmente riuscendo a sviare i sospetti nei suoi confronti e nel marzo del 1976 consegnerà ai carabinieri il responsabile della colonna Giorgio Semeria. Episodio che porterà al congelamento della colonna veneta e alla legenda di Moretti infiltrato sospettato di aver causato l’arresto di Semeria. Dopo quell’episodio la colonna verrà di fatto congelata, inizierà una seconda vita, stavolta molto più efficace, dopo il 1978 con l’arrivo di Nadia Ponti e Vincenzo Guagliardo. Frillo in questa seconda fase non ci sarà più, allontanatosi dopo che Michele Galati aveva denunciato ai suoi compagni il suo doppiogioco. Nonostante ciò continuerà a svolgere il suo lavoro di spia all’interno dell’assemblea autonoma, tanto da divenire uno dei testi d’accusa, sotto le mentite spoglie di «pentito» nell’inchiesta Sette aprile. Il suo rapporto con i Servizi si conclude nel 1989, cosa e chi abbia spiato negli anni '80 ha evitato di dirlo in aula e, nonostante la mole di rapporti prodotti dalla sua attività informativa, l’Aisi non ha consegnato la documentazione necessaria per trovare adeguata risposta. Sarebbe una cosa molto utile se il presidente Paolo Bargero, approfittando di questa fase istruttoria, rinnovasse all’Aisi richiesta completa dei rapporti sulla fonte Frillo.

Non c’era ancora un «Esecutivo»

Bozzato, col nome di battaglia Andrea venne arruolato da Nadia Mantovani, studentessa in medicina, molto vicina a Gianfranco Pancino e Giorgio Semeria. Mantovani, che allora era una irregolare, gli chiederà di avvicinare gli operai del Petrolcihimico e monitorare il dibattito politico. All’interno della colonna Bozzato non andò mai oltre questo ruolo, di contatto prima e irregolare dopo. Nei suoi frequenti incontri col suo referente del Sid, non fornisce notizie sul sequestro Gancia, sul nome del fuggitivo. Ricorda solo il pianto di Micaletto alla notizia della morte della Cagol. Durante l’inchiesta, il suo servilismo verso le autorità lo porta a strafare, fa capire ai pm che qualcuno, oltre a descrivergli il fuggitivo, gli aveva anche fatto il nome, «era di Reggio Emilia» – ma non ricordava bene – così tirò fuori quello di Alberto Franceschini che era in carcere in quel momento. In aula non ha confermato, ha sostenuto che il fuggitivo gli era stato solamente descritto. Se nulla sapeva della Spiotta comunque conosceva bene la discussione che seguì quell’episodio traumatico. Riferisce al Sid l’autocritica profonda che attraversa le Brigate rosse e i progetti di ristrutturazione organizzativa e logistica che verranno poi certificati nella Direzione strategica del novembre 1975. Fornisce al Servizio i documenti del dibattito. In aula è stato interrogato a lungo su questo punto cruciale: per sapere se esistesse un «Esecutivo» oltre a una Direzione prima della Spiotta perché nei rapporti del Sid si usano i due termini, accostandoli o intercambiandoli. La risposta ha portato un altro colpo al teorema dell’accusa: «per quanto mi riguarda sono cose analoghe perché il numero dei militanti era talmente limitato, sarebbe risultato dispersivo».

La seconda cattura di Curcio

Seguendo gli incontri di Frillo con la Mantovani a Milano, nei pressi della stazione centrale, il Sid è arrivato a via Maderno dove venne catturato per la seconda volta Renato Curcio. Per coprire la spiata di Frillo venne inventata la storia di una multa per divieto di sosta che avrebbe portato alla cattura di Angelo Basone e da lui alla individuazione successiva della Mantovani e della sua rete di contatti, immortalata dal Sid in una foto presa dopo una riunione milanese nella quale compare anche Bozzato.

Fonte

06/07/2025

Chi controlla il controllore? Sulla sorveglianza delle opposizioni politiche in Italia

Oltre un mese fa, e nuovamente nei giorni scorsi, l’inchiesta giornalistica pubblicata da Fanpage ha portato alla luce fatti di estrema gravità per la tenuta democratica del nostro Paese. Secondo documenti interni e testimonianze, almeno cinque agenti della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione – cioè l’antiterrorismo del Ministero dell’Interno – si sarebbero infiltrati, sotto copertura, all’interno del movimento politico Potere al Popolo e delle sue organizzazioni giovanili, il Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli e Cambiare Rotta. L’operazione, protrattasi per diversi mesi tra l’autunno del 2024 e la primavera del 2025, avrebbe coinvolto più città italiane, tra cui Napoli, Milano, Bologna e Roma.

Stando a quanto emerso, gli agenti avrebbero partecipato a riunioni interne, assemblee pubbliche, discussioni e iniziative politiche locali, senza che risultino a oggi mandati giudiziari o indagini specifiche a carico degli attivisti coinvolti. L’assenza di una cornice giudiziaria, e la natura prolungata e sistematica di queste attività, disegna un profilo allarmante: non si tratterebbe di operazioni a scopo investigativo, ma di sorveglianza politica preventiva, cioè di un controllo generalizzato e pretestuoso su organizzazioni che esercitano legittimamente il diritto costituzionale alla partecipazione politica.

Tale condotta – se confermata – rappresenterebbe una violazione evidente dei principi fondamentali dello Stato di diritto. In una democrazia, il dissenso politico non è materia per i servizi di sicurezza. Nessuna forza dell’ordine dovrebbe infiltrarsi in un partito politico senza un preciso fondamento giuridico. Nessun governo dovrebbe permettere o tollerare che lo Stato impieghi i suoi strumenti di sorveglianza per monitorare chi partecipa attivamente alla vita pubblica.

La libertà di associazione, di riunione, di partecipazione politica e il diritto alla riservatezza – sanciti dalla Costituzione agli articoli 17, 18 e 49 e dalla Convenzione europea per i diritti umani agli articoli 8 e 11 – non sono privilegi concessi, ma diritti inalienabili. Il fatto che tutto questo stia avvenendo nel silenzio delle autorità competenti – a più di un mese dalla notizia né il Presidente del Consiglio né il Ministro degli Interni hanno rilasciato dichiarazioni – è inaccettabile e pericoloso.

Non è un caso isolato. Un’altra inchiesta ha documentato l’attività della multinazionale Paragon, incaricata da governi e agenzie europee, che ha schedato centinaia di attivisti, operatori umanitari e giornalisti. Anche in quel caso, nessuna risposta istituzionale. Si sta profilando, sotto gli occhi di tutti, una normalizzazione della sorveglianza del dissenso, della criminalizzazione della solidarietà, dell’uso strumentale dell’apparato repressivo.

Per questo, come cittadine e cittadini impegnati nella vita culturale, politica, accademica e sociale del Paese, sentiamo il dovere di prendere parola pubblicamente e chiediamo con urgenza:

1) Che il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si esprimano pubblicamente su quanto accaduto, in Parlamento e davanti all’opinione pubblica;

2) Che siano chiariti i contorni dell’operazione: chi l’ha autorizzata, con quali obiettivi, attraverso quali catene di comando, e sulla base di quali elementi;

3) Che si apra un confronto trasparente sul ruolo delle forze di polizia di prevenzione, e sui limiti costituzionali delle attività di intelligence interna rivolte verso soggetti politici;

4) Che siano riaffermate in modo chiaro, nelle istituzioni e nel dibattito pubblico, le garanzie democratiche contro ogni forma di controllo politico e poliziesco del dissenso.

La fiducia nei principi democratici si misura anche nella capacità delle istituzioni di rispondere con trasparenza, rigore e rispetto alle accuse più gravi.

Tutelare il dissenso, in un Paese libero, non è un rischio da contenere: è un dovere da esercitare.

Roma, 2 luglio 2025

Primi firmatari e firmatarie:

Mimmo Cangiano (Professore associato di Critica Letteraria e Letterature Comparate, Università Ca’ Foscari Venezia);

Fabio de Nardis (professore ordinario di sociologia politica, Università del Salento);

Giulia Siviero (giornalista)

Carlo Rovelli (saggista e professore di Fisica, Università di Aix-Marseille)

Emiliano Brancaccio (professore ordinario di Economia politica, Università Federico II Napoli)

Andrea Segre (regista)

Fabrizio Barca (Co-coordinatore Forum Diseguaglianze Diversità)

Walter Massa (Presidente Arci nazionale)

Luciano Stella (produttore cinematografico, fondatore e presidente Stella Film)

Zerocalcare (fumettista)

Vauro (vignettista)

Giuristi democratici

Vera Gheno (sociolinguista e traduttrice)

Guido Carpi (professore ordinario letteratura russa Università “L’Orientale” di Napoli)

Giovanni Savino (ricercatore Università “Federico II” di Napoli)

Francesco dall’Aglio (professore Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia)

Lella Palladino (Una, Nessuna, Centomila)

Carlo Fanelli (Professore, Department of Social Science at York University, Toronto, Canada, direttore della rivista ALternate Routes)

Riccardo Bellofiore (docente universitario di Economia Politica Università di Bergamo)

Luigi De Magistris (ex-magistrato, ex sindaco di Napoli)

Porpora Marcasciano (scrittrice, Presidente commissione pari opportunità Comune di Bologna)

Guido Lutrario (Esecutivo Nazionale sindacato USB)

Dario Salvetti (operaio ex-GKN)

Sindacato Sudd Cobas

SLS sindacato lavoro e società

Cobas Scuola Padova

ADL Cobas

Osservatorio Repressione

Centri sociali del Nord-Est

Ultima generazione

Ottolina Tv

Mimmo Lucano (sindaco di Riace, europarlamentare)

Ilaria Salis (europarlamentare)

Giovanna Del Giudice (psichiatra, presidente di Conferenza Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia)

Duccio Nazari (cantante)

Alexander Hobel (docente di Storia Contemporanea Università di Sassari)

Lorenzo Zamponi (docente di sociologia presso Scuola Normale Superiore)

Aura Ghezzi (attrice)

Elisa Cuter (dottoranda Filmuniversität Konrad Wolf Babelsberg, autrice e editor)

Enrica Morlicchio (professore ordinario di sociologia economica, Università di Napoli Federico II)

Claudio Cozza (professore associato di politica economica, Università di Napoli “Parthenope”)

Pasquale De Sena (Professore ordinario di Diritto internazionale, Università di Palermo)

Roberto Evangelista (Ricercatore ISPF-CNR)

Rocco Sciarrone (professore ordinario di Sociologia economica, Università di Torino)

Andrea Morniroli (co-coordinatore Forum Disuguaglianze Diversità)

Vitaliano Menniti (consulente patrimoniale e finanziario)

Susanna Ronconi (ricercatrice e attivista, Forum Droghe)

Armida Parisi (docente di Letteratura Italiana)

Elena Granaglia (già docente universitario di Economia, Università La Sapienza Roma, co-coordinatrice del Forum Diseguaglianze Diversità)

Alessio Surian (docente Universitario presso Università degli Studi di Padova – FISPPA – Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata)

Giuliano Ciano (cooperatore sociale)

Alessio Malinconico (docente)

Delfina Curati (insegnante)

Giulia Agrelli (architetto, docente e attivista ecologista)

Domenico Ciruzzi (avvocato, Napoli)

Andrea Ranfagni (avvocato)

Stefano Vecchio (Presidente Forum Droghe)

Veronica Bruno (pensionata)

Roberto Escobar (professore di Filosofia, Università di Milano)

Nino Daniele (ex Assessore alla cultura di Napoli)

Virginia Amorosi (Ricercatrice Università Federico II di Napoli)

Luca Mandara (Docente a contratto, Università della Basilicata)

Rosa Sica (dipendente Università Federico II Napoli)

Veronica Bruno (pensionata)

Serena Elena Scocchia (ricercatrice quantitativa freelance)

Alfio Stefanic (pensionato)

Volpi Giampietro (pensionato, ex dirigente pubblica amministrazione)

Alfio Mastropaolo (professore emerito Università di Torino)

Maria Grazia Giannichedda (presidente associazione Franca e Franco Basaglia)

Eva Caianiello (docente già titolare di una cattedra di matematica e fisica)

Marina Piazza (sociologa)

Paola Arrigoni (post phd)

Giuseppe Teri (formatore, Scuola di formazione A. Caponnetto)

Roberta Fausta Ilaria Visone (insegnante e scrittrice)

David Armando (Dirigente di ricerca ISPF-CNR)

Alessia Scognamiglio (Ricercatrice ISPF-CNR)

Stefano Santabarbara (Promo ricercatore IBBA-CNR)

Anna Pia Ruoppo (Professoressa associata di Filosofia morale Università Federico II Napoli)

Alessio calabrese (professore I.I.S.E. “Amaldi” di Roma)

Cosimo Buongiorno (professore I.I.S.E. “Amaldi” di Roma)

Peppe De Cristofaro (Senatore)

Debora Serracchiani (deputata)

Andrea Giorgis (senatore)

Walter Verini (senatore)

Gianni Cuperlo (deputato)

Elio Vito (ex Ministro per i Rapporti col Parlamento)

Fonte

05/07/2025

Infiltrati in modica quantità

Il governo Meloni per bocca del suo sottosegretario all’Interno ha ammesso alla fine ciò che, grazie a FanPage, non poteva più negare.

Ben cinque poliziotti – almeno – sono stati infiltrati in Potere al Popolo con lo scopo particolare di spiare l’organizzazione e in Cambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista.

Meglio tardi che mai, visto che sinora il governo aveva taciuto e, quando era stato colto che con le mani nel sacco con il primo infiltrato a Napoli, aveva parlato di “iniziativa personale” e “storia d’amore”.

Ora il governo ammette lo spionaggio, ma con una mistificazione ed una aggravante.

La mistificazione è dichiarare che i poliziotti non fossero sotto copertura, perché regolarmente iscritti alla Università con il proprio nome. Che fesseria è questa? Forse che gli agenti si sono qualificati come tali mentre partecipavano alle assemblee e alle manifestazioni, compresa una che a Bologna contestava Giorgia Meloni?

Di scuse stupide e ridicole per le azioni della polizia è piena la storia, anche tragica, del nostro Paese. Qui si aggiunge goffaggine ad una infiltrazione maldestra e presto scoperta, certo, ma non per questo meno grave.

E infatti gravissima è la giustificazione del governo: le infiltrazioni sarebbero “atti legittimi per tutelare la sicurezza pubblica”.

Questa affermazione è stata fatta dal sottosegretario di un Governo che si è appena visto smontare dalla Corte di Cassazione la propria fascistissima legge sulla Sicurezza. Con la stessa credibilità costituzionale, ora il Governo Meloni rivendica per sé il potere di infiltrare e spiare organizzazioni democratiche.

Il sottosegretario ha lamentato che l’anno scorso, su 12.000 manifestazioni, il 2% sia finito in violenze. Premesso che è tutta da discutere la responsabilità di quelle violenze, se dei manifestanti o invece della repressione poliziesca, cosa vuol dire questa percentuale? Un diritto del governo all’infiltrazione in modica quantità?

No, quanto è avvenuto non ha nulla di legittimo, queste sono prove tecniche di Stato di Polizia, gravissime anche quando sono buffonesche.

Fonte

30/06/2025

La “sicurezza” di chi comanda

Prepariamoci a vivere in uno stato de/costituzionalizzato. Le argomentate critiche della Corte di Cassazione e l’operazione di infiltrazione e spionaggio a danno di una forza politica e dei giornalisti da parte degli apparati di stato, hanno svelato in poche settimane quello che era diventato leggibile negli ultimi anni.

Siamo cresciuti in un contesto politico “costituzionale” in cui ogni governo, anche i peggiori, procedevano con cautela nella promulgazione di leggi e provvedimenti che minassero oltre un certo limite l’agibilità politica e democratica nel paese.

Non sempre però. Ci sono state anche “eccezioni”– per questo definite “d’emergenza” – accettate in modo totalmente bipartisan da destra e sinistra, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, con le leggi speciali in nome dell’antiterrorismo in cui fu consentito di tutto e di più, tortura inclusa.

Va anche detto che la logica dell’emergenza, ed anche alcuni suoi meccanismi, non sono affatto finiti con la “fine della fase acuta” ma sono rimasti come norma, mentalità, postura vendicativa sulla storia recente del Paese.

Ma questo assetto, formalmente costituzionale spesso oltre il limite dell’ipocrisia, ha retto fino a qualche anno fa, quando la crisi economica di sistema e il crollo di credibilità delle classi dirigenti hanno via via reso questo incerto equilibrio non più compatibile con le esigenze di dominio, a fronte dell’incapacità di assicurarsi il consenso.

“Se non ci obbedite per convinzione, ci obbedirete per forza”, sembrano essersi detti ai piani alti della classe dirigente... 

La natura del Decreto sicurezza voluto e approvato dall’attuale governo ha incattivito le linee di regolazione già manifestate nei governi precedenti.

La Corte di Cassazione, in 130 pagine di controdeduzioni, ha demolito ogni compatibilità del decreto con gli assetti costituzionali formali (a partire dalla sproporzione abnorme delle pene rispetto alle infrazioni).

Il fatto che il Presidente Mattarella abbia avallato quel decreto, invece di rimandarlo indietro, non giova alla sua credibilità, ma neanche al governo. Diventa evidente che ogni processo che si svolgerà in base alla nuova legge vedrà sollevarsi eccezioni di incostituzionalità.

Ma parallelamente al Decreto sicurezza è venuto fuori anche un consolidato sistema di spionaggio da parte degli apparati di sicurezza contro attivisti politici e giornalisti che non è addebitabile solo al governo Meloni. In alcuni casi ci si è affidati ai sistemi tecnologici messi a disposizioni dai maestri del settore – gli israeliani – in altri casi si è ricorsi al vecchio sistema dell’infiltrazione di agenti di polizia dentro le organizzazioni politiche.

In questo secondo caso potremmo però essere in presenza di una missione operativa diversa da quella dello spionaggio – ormai facilmente gestibile con i sistemi tecnologici – e più simile a quella della infiltrazione di “agenti di influenza”.

I giovani agenti di polizia infiltrati – quelli per ora individuati – probabilmente non dovevano solo raccogliere informazioni ma, quando possibile, cercare di condizionare le scelte di piazza, seminare zizzania dove possibile, introdurre elementi di difficoltà e disorientamento nei passaggi difficili, “facilitare” l’intervento repressivo.

Per fare questo non potevano utilizzare un personale troppo estraneo al mondo che dovevano monitorare e influenzare. Hanno scelto quindi agenti molto giovani, alle prese con studi universitari e voglia di fare carriera (è noto che il “servizio attivo” garantisce un numero di esami minore e spesso “col 6 politico”).

La “bomba politica” adesso è esplosa in tre tempi: lo spionaggio per via informatica, l’approvazione del decreto sicurezza, la scoperta degli agenti infiltrati.

Il governo fino ad ora è stato reticente sugli aspetti più imbarazzanti, reso forte in questo dal fatto che alcuni attivisti e giornalisti sono stati spiati con il via libera del governo Conte, poi confermato da quello Meloni.

Nel secondo caso – il decreto sicurezza – il governo fa quadrato puntando sul fatto che la “sicurezza” è sempre un bene spendibile e vendibile a fini elettorali quando non hai nient’altro da distribuire per il consenso ed anzi devi far ingoiare alla gente decine di miliardi di spese militari e scenari di guerra.

Certo appare in qualche modo ridicolo mettere al centro “la sicurezza delle forze di polizia” – in realtà la loro non punibilità penale, una sorta di “immunità di gregge” – come se questa dovesse diventare più importante di quella dei cittadini che sono chiamati a “proteggere”.

Nel terzo caso – i poliziotti infiltrati – l’operazione porta invece il marchio ben visibile del governo in carica. Ma anche su questo il ministro degli Interni sembra avere un diavolo per capello per la scarsa destrezza dei suoi collaboratori, sia nella fase operativa che nella gestione politica.

La vicenda appare tutt’altro che conclusa e definita. Le infiltrazioni in sé ci dicono poco di nuovo, ma molto sul contesto in cui ci troveremo ad agire politicamente nei prossimi mesi ed anni.

Lo scudo costituzionale, fin qui, era stato spesso aggirato o “ammorbidito” ad hoc. Oggi è aperta la strada alla sua completa eliminazione, sotto lo sguardo comprensivo e silente di quello che dovrebbe esserne “il custode”.

Sono tempi in cui la barbarie non si vergogna più di manifestarsi senza alcuna maschera, in cui si può attuare un genocidio e vietare l’uso della parola. Che volete che sia, ignorare una Costituzione...

La “sicurezza” che viene imposta non è un bene comune, ma solo quella di chi comanda. In azienda e/o nello Stato.

Fonte

28/06/2025

“Ci hanno spiati e infiltrati”. Potere al Popolo, Cambiare Rotta e CAU chiedono risposte

Si è svolta ieri, presso la sala ‘Caduti di Nassirya’ del Senato della Repubblica, la conferenza stampa “Ci hanno spiati e infiltrati. Software spia contro giornalisti e attivisti, poliziotti infiltrati nei partiti politici. Dissenso e autoritarismo ai tempi del Governo Meloni“. Questo megafono parlamentare è stato messo a disposizione dall’iniziativa del senatore Peppe De Cristofaro, presidente del Gruppo Misto e membro di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS).

La conferenza stampa è stata voluta da Potere al Popolo, insieme alle organizzazioni giovanili Cambiare Rotta e Collettivo Autorganizzato Universitario (CAU), dopo le notizie emerse dall’inchiesta di Fanpage sulle infiltrazioni di forze di polizia dentro le tre realtà politiche. Non era uno, ma erano ben cinque gli agenti della Direzione Centrale della polizia di prevenzione – ovvero l’antiterrorismo – che per 8 mesi si sono infiltrati tra le fila delle organizzazioni politiche.

In realtà, l’evento ha voluto ricostruire il filo rosso di spionaggio e repressione che, come si è detto nell’introduzione della conferenza stampa, lega insieme tre casi: oltre a quello di infiltrazione diretto in ultima istanza verso Potere al Popolo, negli ultimi mesi ha tenuto banco nel dibattito pubblico l’utilizzo dello spyware israeliano Paragon per controllare e intercettare le attività dei giornalisti di Fanpage.it Francesco Cancellato, direttore della testata, e Ciro Pellegrino, così come l’utilizzo dello stesso software sui dispositivi dei fondatori dell’ONG Mediterranea Saving Humans, Luca Casarini e Beppe Caccia.

Il filo rosso denunciato è quello della gestione autoritaria del dissenso, che ha assunto la sua conformazione definitiva con la recente approvazione del decreto Sicurezza, smantellato appena ieri da una relazione della Corte di Cassazione. Uno strumento che, prima ancora di ricevere il via libera definitivo, ha palesemente già mietuto le sue prime vittime, almeno nella logica con cui è stato creato e che si nota nei casi riportati: quella di un pesante attacco alle libertà politiche e democratiche.

Il primo intervento è stato quello del portavoce di Potere al Popolo, Giuliano Granato. Il portavoce ha subito evidenziato che il fatto per il quale cinque agenti, più o meno nello stesso lasso di tempo, si siano infiltrati in un partito che partecipa regolarmente alle elezioni non possa essere derubricato a coincidenza o ad un’azione individuale. Si tratta di un’operazione in grande stile, e Granato chiede al governo e in particolare al ministro Piantedosi di far sapere chi ha pianificato tale operazione, chi l’ha ordinata e per quale motivo.

Granato ha poi chiesto che sia fatta chiarezza anche sul caso Paragon, e su come questo strumento sia stato usato per attaccare i media che, in maniera indipendente, portano alla luce notizie scomode, ma fondamentali per la formazione di un’opinione critica da parte dei cittadini. Ha poi denunciato anche l’attacco continuo al diritto di sciopero, da parte di Salvini, e di tutte quelle forme di lotta che vengono portate avanti per rivendicare diritti sacrosanti, come quello di un salario dignitoso o di un tetto sopra la testa.

Unendo i puntini di questo quadro, dice Granato, la conclusione è automatica: “siamo arrivati ad un punto in questo paese per il quale, visto che è stata infiltrata gente dell’antiterrorismo, fa terrore chi dà battaglia quotidianamente su questioni che sono di interesse pubblico, collettivo e generale“. Fa terrore il dissenso, che Granato ricorda essere il vero sale della democrazia, al di là della formale impalcatura democratica di un sistema di governo, e per questo l’operazione di infiltrazione è una questione che riguarda tutti, non solo Potere al Popolo.

È intervenuto poi Don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di Mediterranea, rispondendo al quesito del perché spiare un’organizzazione che salva persone in mare. E una delle motivazioni che ha delineato è l’importanza che le informazioni contenute in uno dei telefoni infettati ha avuto per la denuncia dei trafficanti libici di esseri umani, e per la cattura di al-Masri.

Don Ferrari ricorda che Beppe Caccia e Luca Casarini sono stati spiati dal 2019 dall’intelligence, con un salto di qualità nel 2024, per motivazioni che sono dette legate a “immigrazione illegale“. E ricorda pure che lui stesso e Cancellato, stando alle notizie del Copasir, sono stati spiati, ma non dai servizi segreti italiani… e allora la domanda è: chi è stato a spiare?

Ciro Pellegrino ha sottolineato un’ipotesi inquietante: se l’inchiesta di Fanpage.it che ha svelato l’infiltrazione in Potere al Popolo fosse stata portata avanti mentre i telefoni dei giornalisti erano sotto controllo, ciò avrebbe potuto mettere in pericolo l’inchiesta stessa. E ha poi palesato la sorpresa nella mancanza di esternazioni di solidarietà da parte di tante parti politiche, in primis dal sindaco di Napoli, città nella quale è stato individuato il primo infiltrato in Potere al Popolo. Pellegrino ha concluso dicendo: “su questa storia non molleremo di un centimetro, perché la mia sensazione è che avremo altre sorprese“.

La parola è passata a Gianluca Bruni del CAU di Napoli, che ha ricostruito sinteticamente la storia del primo infiltrato citato da Pellegrino per poi denunciare la gravità inaudita dell’attacco portato avanti non solo dalla polizia di stato, ma anche dal governo, e non solo verso Potere al Popolo e due organizzazioni giovanili, ma verso la democrazia tutta. “Il governo Meloni sta calpestando la Costituzione“.

La domanda che si pone poi Bruni è perché tale infiltrazione, ricordando che non c’è ancora risposta a tre interrogazioni parlamentari in merito. E questo, senza dubbio, è perché Potere al Popolo e le due organizzazioni giovanili rappresentano un’alternativa alla barbarie che avviene a Gaza, alla barbarie della guerra interna contro i lavoratori, che muoiono a tre al giorno, alla criminalizzazione dei senza casa. Se la risposta del governo Meloni è considerare chi si batte contro tale barbarie come ‘terrorismo’, dice Bruni, “allora sì, siamo colpevoli“.

È intervenuta poi Alice Natale, senatrice accademica dell’Università di Genova per Cambiare Rotta, la quale ha ripercorso gli altri casi di infiltrazione che hanno interessato l’organizzazione giovanile comunista. Soprattutto, Natale ha sottolineato che l’infiltrazione fallita di Roma ha avuto questo esito anche per l’alta attenzione dei militanti locali, che avevano già subito un tentativo simile da parte di una ragazza, poi scoperta a parlare a più riprese con le forze dell’ordine.

Le infiltrazioni, dice Natale, sono un evidente attacco alla democrazia, e seppur siano partite prima dell’approvazione del decreto Sicurezza, ne condividono la matrice, quella di un contesto crescente di repressione nei confronti di organizzazioni che rappresentano un oppositore politico considerato ‘preoccupante’. Eppure, Cambiare Rotta fa tutto alla luce del sole, tanto che è reduce dalla partecipazione alle elezioni per il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU).

Proprio perché l’agire di Cambiare Rotta è sempre limpido e cristallino, l’organizzazione ha deciso di rilanciare immediatamente sul piano politico, chiamando per lunedì 30 giugno e martedì 1° luglio due giornate di agitazione davanti ai rettorati, per chiedere ai Rettori che si esprimano su questo attacco alla legittima libertà al dissenso, avvenuto innanzitutto in luoghi del sapere critico come gli atenei.

Verrà lanciato anche un appello per chiedere sostegno e solidarietà a tutte le liste che hanno partecipato alle elezioni per il CNSU, al di là delle divergenze politiche, perché, come ripetuto da tutti gli interventi, l’attacco subito riguarda tutti, mentre il governo dovrà rendere conto delle tre interrogazioni parlamentari e dire chi c’è stato dietro le operazioni di spionaggio e infiltrazione.

La parola è stata poi lasciata ai tre parlamentari che hanno presentato le interrogazioni sul tema. Peppe De Cristofaro (AVS), che ha denunciato la torsione autoritaria del paese e la necessità di una solidarietà ampia per chi ha subito questi atti di spionaggio e infiltrazione.

Gilda Sportiello, del Movimento 5 Stelle, ha criticato il silenzio del governo Meloni di fronte alle infiltrazioni in Potere al Popolo e nelle due organizzazioni giovanili, e all’uso di Paragon. La denuncia si è estesa ai contenuti del decreto Sicurezza.

Infine, ha preso parola il deputato del PD Arturo Scotto, che ha attaccato il sovversivismo del governo Meloni. Scotto ha ricordato la propria distanza politica da Potere al Popolo, ma che in questi casi la denuncia non può che essere unanime.

Le domande dei giornalisti hanno sottolineato le responsabilità del centrosinistra e del cosiddetto ‘campo largo’ nel percorso che ha portato agli eventi discussi durante la conferenza stampa (dai decreti Minniti ai decreti Salvini, fino al fatto che le intercettazioni di Casarini e Caccia cominciarono sotto il governo Conte).

Giuliano Granato ha ribadito che Potere al Popolo ha sempre sottolineato le continuità tra centrosinistra e centrodestra, e continua a farlo, mentre la critica dovrebbe essere estesa all’intero modello capitalistico che vuole cancellare ogni alternativa, come successo col terrorismo finanziario contro la Grecia, ad esempio.

L’infiltrazione, dice, “rivela qualcosa dello stato dell’arte dall’altra parte“, cioè il pericolo che viene visto in Potere al Popolo e nelle organizzazioni giovanili che hanno animato le lotte degli ultimi mesi, soprattutto contro il genocidio. Tali lotte si sono poste su di un piano direttamente politico, in tendenza sistemico. E allora è salita la paura che la mobilitazione possa acquisire forza e partecipazione.
A partire dalle giornate di agitazione lanciate da Cambiare Rotta per il 30 giugno – 1° luglio, proprio per questo la lotta verrà invece rilanciata, e non si fermerà nemmeno durante questa calda estate.

Fonte

27/06/2025

Scoperti almeno cinque poliziotti infiltrati in Potere al Popolo: i documenti che lo provano

L’infiltrazione di polizie e servizi nell’opposizione politica è la regola, non l’eccezione, nella pratica di “governo”. A maggior ragione in tempi di riarmo e di guerra, in cui le “regole della democrazia” e la “sfera delle libertà” debbono cedere anche formalmente il passo ad altre ragioni ed interessi, pur di difendere l’unica “libertà” fondamentale: quella delle imprese e dei regime che le rappresenta.

Non importa quanto rilevante sia la forza d’opposizione, infiltrarla con propri “agenti” è un lavoro preventivo che in qualche modo verrà utilizzato per finalità, all’inizio, ancora indefinite. Ricordiamo che oltre 10 anni fa venne addirittura dall’allora segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, una denuncia di infiltrati dei servizi dentro un partito che fino a poco tempo prima era stato addirittura nel governo Prodi.

Perché la questione non riguarda la “pericolosità politica” dell’organizzazione sottoposta ad infiltrazione, ma la progettazione autoritaria che spinge uno Stato a combattere, anche preventivamente, la propria popolazione e le sue forme organizzate non “omogeneizzate”. O non ancora piratate... 

Potere al Popolo è un movimento politico più che “alla luce del sole”, costruito fin dal primo giorno in modo aperto e senza particolari sofisticazioni organizzative e programmatiche. Si presenta alle elezioni quando può e se lo ritiene utile, i suoi organismi dirigenti sono pubblici e per nulla “autoritari”. Infiltrarlo può sembrare uno spreco di tempo ed energie se si assume come scopo dei “servizi” quello di conoscere come è organizzato e chi compone le strutture di “direzione” (elette con voto online e procedura pubblica). Non c’è in effetti nulla che non si possa sapere su PaP anche solo guardando i suoi siti.

Ma se si prendono – almeno – cinque neo-poliziotti, giovani e appena “sfornati” dalle scuole di formazione – messe in piedi a suo tempo dall’ex ideatore e direttore dell’Ovra fascista, Guido Leto, “graziato” con l’amnistia e riciclato nella “Repubblica nata dalla Resistenza” – per piazzarli in PaP e Cambiare Rotta (una organizzazione giovanile che fa parte di quell’area), allora lo scopo non è “mantenere sotto controllo” o “raccogliere informazioni”.

Quale sia non possiamo ovviamente saperlo, perché sta solo nella testa di chi ha avviato “l’operazione”. Sappiamo però in che contesto viviamo e sappiamo che c’è un “decreto sicurezza” appena approvato che, tra le altre amenità anticostituzionali, prevede addirittura la possibilità per i servizi segreti di “creare e dirigere organizzazioni terroristiche” o comunque “violente”.

Non sono certo i ragazzi di PaP e CR il “personale” utilizzabile in questo senso, nessuno di loro in oltre otto anni di attività è mai stato accusato di aver tirato uno schiaffo... Ma siamo nel paese delle stragi di stato, dove si infiltravano con poliziotti e fascisti anche piccoli e innocui gruppi anarchici come quello di Pinelli e Valpreda.

Non perché fossero “pericolosi”, ma per condurre – su di loro e contro tutto il movimento operaio e studentesco – operazioni “falsa bandiera” a supporto di strette autoritarie feroci.

In effetti, il governo imperniato sugli eredi del Msi – l’incubatore politico da cui sono usciti molti “manovali” di quella stagione sanguinosa – deve ora spiegare il senso di questa “operazione” mirante ad avere “un piede dentro” un movimento politico indipendente e di sinistra. Non può essere per “assumere informazioni” e dunque perché?

Qui di seguito il dettagliato servizio di Fanpage, la testata online diventa nota – fra l’altro – perché il suo direttore è stato sottoposto ad intercettazioni illegali con lo spyware israeliano “Paragon”. Restiamo insomma in zona...

*****


Nel maggio scorso avevamo raccolto la denuncia di Potere al Popolo, che aveva scoperto un poliziotto infiltrato nelle fila del partito a Napoli. Su quel caso sono state presentate 3 interrogazioni parlamentari a cui il governo di Giorgia Meloni non ha ancora risposto.

Ma dai documenti in possesso di Fanpage.it siamo riusciti a risalire all’intera operazione messa in campo dalla Direzione Centrale della polizia di prevenzione, l’antiterrorismo, ai danni di un partito che si candida regolarmente alle elezioni politiche. Abbiamo scoperto infatti che le infiltrazioni ci sono state in diverse città italiane: Milano, Bologna e Roma, oltre che Napoli.

Nelle nostre ricerche, una volta identificati i poliziotti infiltrati in Potere al Popolo, abbiamo avvisato i responsabili e i dirigenti locali dell’organizzazione, riuscendo a trovare tutti i riscontri e le prove di una attività di spionaggio ed infiltrazione che è durata almeno 8 mesi.

Da Napoli a Milano: così i poliziotti si sono infiltrati nel partito

Grazie all’analisi dei documenti in nostro possesso abbiamo ricostruito tutti gli spostamenti dei 5 agenti di polizia che si sono infiltrati in Potere al Popolo. Appartengono tutti al 223esimo corso allievi agenti di polizia, e dopo un periodo di prova, che hanno trascorso in diverse Questure italiane, nel dicembre del 2024 sono stati trasferiti tutti alla Direzione centrale della polizia di prevenzione, ovvero all’antiterrorismo.

Non un solo infiltrato, non un caso singolo, ma una vera e propria operazione articolata. I 5 agenti hanno iniziato la loro infiltrazione in Potere al Popolo, spesso attraverso l’organizzazione giovanile “Cambiare Rotta”, contemporaneamente, tra ottobre e novembre del 2024, e solo a dicembre del 2024 hanno ricevuto il trasferimento ufficiale all’antiterrorismo.

A Milano i poliziotti infiltrati sono stati due. “Il primo soggetto si è avvicinato a Cambiare Rotta nell’università statale di Milano, all’inizio dell’anno accademico, nel mese di ottobre”, ci racconta Samuele Ortolini, di Cambiare Rotta Milano. La loro è l’organizzazione giovanile che fa capo all’area politica di Potere al Popolo. Un’associazione che si presenta anche alle elezioni studentesche nei principali atenei italiani.

“Si è presentato come uno studente fuori sede che aveva particolarmente a cuore il tema del carovita nella città di Milano. Ha partecipato alla contestazione che abbiamo fatto al teatro dal Verme di Milano a Carlo Calenda ed a molte altre manifestazioni. Il secondo soggetto invece si è avvicinato a Cambiare Rotta nell’università Bicocca, nel mese di dicembre” spiega Ortolini.

Le immagini che abbiamo ritrovato mostrano il primo poliziotto nel momento del suo giuramento in polizia, al termine del 223esimo corso allievi agenti di polizia, e poi in manifestazione a Milano in diverse occasioni. Una di queste è la contestazione a Carlo Calenda al teatro dal Verme di Milano. E poi ancora in piazza contro il carovita e per la Palestina, con la presenza anche alla manifestazione nazionale del 30 novembre scorso.

Era arrivato all’antiterrorismo dopo un periodo di prova alla Questura di La Spezia, presso il commissariato di Sarzana. Il secondo soggetto invece era più schivo: “Mostrava diffidenza a mostrarsi nei video e nelle foto – sottolinea l’attivista di Cambiare Rotta – perché diceva di non voler allarmare i suoi genitori”.

Eppure di lui siamo riusciti a trovare un video di una contestazione all’onorevole Tommaso Foti di Fratelli d’Italia, all’università Bicocca di Milano. Compare per pochi secondi, dopo si copre il volto con lo striscione. “Nei momenti comuni non hanno mai esplicitamente dichiarato di conoscersi, ma erano molto affiatati, con la scusa che erano entrambi studenti fuori sede hanno socializzato fin da subito”, spiega Ortolini.

Ma dopo aver avvisato gli attivisti di Potere al Popolo di Milano, grazie al controllo delle foto sugli smartphone degli attivisti, siamo riusciti a trovare alcune foto dei due poliziotti infiltrati insieme ad una manifestazione.

Il secondo poliziotto, anche lui proveniente dal 223esimo corso, aveva svolto il periodo di prova addirittura al Viminale, al Ministero degli Interni, per poi essere trasferito a dicembre 2024 all’antiterrorismo. “Quando ci avete informato della loro reale identità, e cioè del fatto che fossero poliziotti, abbiamo ricostruito andando a ritroso la loro identità, e abbiamo notato molte somiglianze con il caso emerso a Napoli. Erano presenti nelle iniziative di lotta, ma al di fuori di queste non partecipavano a momenti di socialità”, conclude Ortolini.

Infiltrato anche a Bologna: “Era in piazza quando denunciammo il caso di Napoli”

Sempre al 223esimo corso allievi agenti appartiene anche il poliziotto infiltrato a Bologna in Potere al Popolo. Di lui abbiamo anche le immagini in divisa, oltre ai video che lo mostrano in piazza dietro lo striscione di PaP a urlare cori e slogan. Per lui i mesi di prova sono stati alla Questura di Modena, per poi arrivare alla Direzione centrale dell’antiterrorismo.

Come tutti gli altri ha 21 anni, nato nel 2004, ed è stato molto attivo a Bologna da dicembre 2024, prima contro il carovita ed il costo dei biglietti dei trasporti e poi nell’ambito universitario. Ha partecipato alla campagna elettorale per le elezioni studentesche e più di una foto lo ritrae ad un banchetto elettorale della lista di Cambiare Rotta.

“Sempre nell’autunno del 2024, come era successo anche a Napoli, un altro poliziotto si infiltra nella nostra organizzazione a Bologna”, ci spiega Giuliano Granato, portavoce nazionale di Potere al Popolo. “Comincia a partecipare all’organizzazione giovanile Cambiare Rotta, partecipa a tutti i momenti, da quelli locali a quelli nazionali, ad esempio è stato presente al corteo per la Palestina il 30 novembre scorso a Roma. E partecipa molto attivamente alla campagna elettorale all’università per l’elezione del consiglio nazionale studentesco universitario, CNSU” spiega.

A maggio di quest’anno avviene però una cosa clamorosa, che oggi possiamo ricostruire dettagliatamente. È il 27 maggio e Potere al Popolo insieme ai collettivi universitari scende in piazza a Bologna per contestare la presenza di Giorgia Meloni in città. Lo stesso giorno Fanpage.it pubblica la notizia di un poliziotto infiltrato in Potere al Popolo a Napoli.

Dalle immagini che abbiamo ritrovato, il poliziotto infiltrato a Bologna è in quel corteo. Si sbraccia, urla slogan. “Siamo tutti antifascisti” dice, battendo le mani. Ma soprattutto è lì mentre dal megafono parlano del caso del poliziotto infiltrato a Napoli. L’agente dell’antiterrorismo prosegue la manifestazione, non si stacca. Ma sarà il suo ultimo atto.

“Nel momento in cui c’è anche una denuncia pubblica in quella piazza di Bologna, dell’episodio di Napoli, questo soggetto dall’indomani sparisce da un momento all’altro, non abbiamo avuto più alcuna sua notizia dal giorno successivo. Quando ci avete avvisato della sua reale identità è stato semplice capire il perché fosse sparito” racconta Granato.

L’infiltrazione fallita: il tentativo alla Sapienza di Roma

Sono in totale 5 gli agenti del 223esimo corso allievi agenti di polizia che sono stati trasferiti alla Direzione Centrale della polizia di prevenzione. Abbiamo ricostruito i volti e gli spostamenti di tutti e 5, ed abbiamo scoperto che tutti avevano un unico target: Potere al Popolo.

A Roma il tentativo di infiltrazione è però fallito, soprattutto grazie alla scrupolosità delle attiviste di Cambiare Rotta e Potere al Popolo e, evidentemente, per le condotte un po’ maldestre dell’agente in questione. Per lui dopo il giuramento c’è stato un periodo di prova alla Questura di Cremona e poi il trasferimento alla Direzione centrale a dicembre 2024. Nel mentre ha provato ad infiltrarsi alla Sapienza.

“Questo soggetto si è avvicinato a noi tramite un banchetto informativo elettorale, Cambiare Rotta si era candidata alle elezioni studentesche di ateneo, alla Sapienza”, ci racconta Anita Palermo di Potere al Popolo di Roma. “È sembrato molto strano perché appunto è spuntato dal nulla, non lo aveva mai visto nessuno, diceva di essere iscritto alla Sapienza dall’anno precedente, più o meno i volti, facendo politica all’università, li riconoscevo, e quindi mi aveva proprio stranito che questa persona non fosse mai comparsa, prima di quel momento. Intorno a novembre ha gravitato una o due settimane intorno a noi, e poi quando si è accorto che il nostro è stato un atteggiamento di chiusura, ha smesso di cercarci”, spiega l’attivista di PaP.

L’agente fa tante domande, forse troppe. Partecipa anche ad una assemblea a Giurisprudenza, di cui abbiamo una foto che lo identifica, ed addirittura siede in prima fila ed interviene. Un comportamento che viene reputato troppo strano per una persona che non si era mai vista in nessuna iniziativa politica all’università di Roma.

“Quando ci avete avvisato del fatto che questo soggetto fosse un poliziotto, abbiamo ricostruito. Il fatto di avere l’informazione compiuta della reale identità di questo soggetto ha avvalorato la nostra tesi, che era appunto una tesi di sospetto nei confronti di una persona che aveva un atteggiamento troppo strano”, ci dice Palermo.

Un’operazione su larga scala: “Vogliamo sapere chi l’ha ordinata”

Quella che abbiamo ricostruito è probabilmente una operazione su larga scala di spionaggio e infiltrazione di Potere al Popolo, partito che si presenta da anni alle elezioni politiche, e dell’associazione Cambiare Rotta, che si presenta alle elezioni del consiglio nazionale degli studenti universitari, che è un organo del Ministro dell’Istruzione, e alle elezioni dei consigli di ateneo, nelle principali università italiane. Dopo il primo caso denunciato da Potere al Popolo a Fanpage.it, sono state presentate 3 interrogazioni parlamentari, una del PD, una di Avs e una del Movimento 5 Stelle, a cui il governo non ha ancora risposto.

Nessun commento è stato fatto dal Ministero dell’Interno. L’unica replica fu affidata alle agenzie da “fonti qualificate di polizia” che affermavano però cose dettagliate e in parte già smentite.

La prima era che nessuna Procura aveva mai autorizzato una attività simile, quindi immaginiamo che ancora oggi, davanti ad una operazione così grande, non ci siano autorizzazioni di sorta da parte della magistratura.

La seconda fu che si trattava di un caso isolato basato su iniziativa personale. In ultimo si faceva cenno al fatto che nel caso del poliziotto di Napoli, sui suoi profili social erano presenti le foto del giuramento in polizia. Circostanza falsa, visto che le foto di quel poliziotto in divisa, così come le altre trovate da Fanpage.it, non erano affatto sui profili social degli agenti, che invece erano assolutamente blindati, chiusi e senza nessun riferimento né fotografico, né di altro tipo alla reale attività dei soggetti in questione.

“Noi chiediamo di sapere innanzitutto chi ha ordinato questa operazione, perché non regge più questo silenzio, il governo deve dare spiegazioni assolutamente”, dice Giuliano Granato. Guardando le date di questa operazione non si può non pensare ad altre operazioni che si sono rivelate oscure e su cui ancora oggi il governo è incapace di fare chiarezza.

Le infiltrazioni in Potere al Popolo iniziano nell’autunno del 2024, di lì a pochissimo saranno infettati con lo spyware Paragon i telefoni del direttore di Fanpage.it Francesco Cancellato, del collega Ciro Pellegrino, e dei fondatori di Mediterranea Saving Humans, Luca Casarini e Beppe Caccia. “Ci indica un percorso di repressione che questo governo sta intraprendendo e lo sta intraprendendo con, cito testualmente le parole di Giorgia Meloni, ‘metodi da regime’”.

“Noi facciamo un appello a quelle che sono le forze sociali, democratiche, le associazioni, ma anche i singoli cittadini e cittadine, a mobilitarsi affinché in questo paese si possa agire politicamente in modo democratico, senza dover avere paura delle infiltrazioni da parte della polizia”, sottolinea Anita Palermo.

Da quanto abbiamo potuto ricostruire, mentre l’infiltrato di Roma, dopo il suo tentativo fallito, ha fatto perdere immediatamente le sue tracce, l’agente infiltrato a Bologna è scomparso dal 27 maggio scorso, quelli di Milano invece sono andati via dal capoluogo lombardo il 23 ed il 27 maggio scorso, ufficialmente per un ritorno a casa alla fine dei corsi.

Solo uno era rimasto in contatto con l’organizzazione, fino alla manifestazione del 21 giugno scorso contro il riarmo europeo a Roma. In quella occasione abbiamo provato ad intercettarlo, con l’aiuto degli attivisti di Potere al Popolo, ma non si è presentato all’appuntamento che gli avevamo dato. Dal 22 giugno i telefoni di tutti gli agenti infiltrati risultano staccati.

“Le nuove scoperte ci danno ancora ulteriori preoccupazioni”, commenta Giuliano Granato. “Libertà di riunione, libertà di associazione e libertà di espressione, sono fondamenti della nostra democrazia, sono scritti nella carta costituzionale, e chiunque abbia autorizzato questa operazione, chiunque l’abbia ordinata, sta calpestando le basi stesse della nostra costituzione”, conclude il portavoce nazionale di Potere al Popolo.

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25/06/2025

Nazigolpisti ucraini al lavoro in Iran

A proposito del parallelo nel lavoro delle Intelligence israeliana e ucraina, la prima in Iran, la seconda sul territorio russo, di cui il generale Fabio Mini scrive il 23 giugno su Il Fatto, ecco un esempio, seppur “complementare”, della penetrazione dei rispettivi agenti, di Mossad e GRU, nei territori di Iran e Russia.

Rilevando la relativa facilità con cui i sionisti hanno portato colpi micidiali ad alcune strutture ed esponenti in vista della Repubblica iraniana, il generale Mini scrive di una “struttura parallela” reclutata dal Mossad, non solo tra civili dissidenti iraniani, ma addirittura anche all’interno dei Guardiani della rivoluzione, attraverso cui è stata condotta l’operazione del trasporto dei droni che hanno colpito vari esponenti iraniani.

Riuscire a «trasportare droni in territorio iraniano, custodirli in aree desertiche per anni e poi attivarli all’occorrenza, o uccidere decine di militari e scienziati, implica il coinvolgimento sul posto di una rete organizzata e fidelizzata. Lo stesso aveva detto Zelenskij prendendosi il merito dell’operazione contro i siti strategici russi. Anche l’eliminazione dei leader iraniani ha un parallelo con le azioni dell’intelligence ucraina», ecc, ecc.

L’analogia, non proprio negli stessi termini, ma con un occhio più rivolto a mettere in guardia la Russia su ciò che può attendersi dal lavorio di agenti ucraini e, appunto, dalla “sorda” penetrazione dell’Intelligence nazigolpista in territorio russo, era stata messa in rilievo dal professor Velentin Katasonov sulla russa Svobodnaja Pressa.

Ecco ora un esempio “trasversale” di simili attività. L’agenzia iraniana Mashregh News scrive che i Servizi di sicurezza iraniani hanno arrestato in Iran tre agenti dell’Intelligence ucraina, sospettati di preparare un attacco terroristico contro un impianto di produzione di velivoli senza pilota a Isfahan.

«Le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato 3 agenti dei servizi segreti ucraini che stavano progettando di attaccare un impianto di produzione di droni a Isfahan» è detto nel comunicato.

Un portavoce del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche ha dichiarato che il gruppo di intelligence è stato eliminato prima che potesse provocare danni. Mashregh News osserva che i tre agivano su istruzioni di Kiev e avevano una mappa con uno schema dettagliato dell’impianto, degli esplosivi e dei mezzi di comunicazione.

L’Ucraina non ha ufficialmente commentato l’incidente. Prima del comunicato di Mashregh News, però, la semiufficiale ucraina Strana aveva scritto che gli attacchi statunitensi agli impianti nucleari iraniani potrebbero causare molti problemi all’Ucraina.

Tra l’altro, quella di Isfahan è la stessa area in cui, appena una settimana prima, le forze di sicurezza iraniane avevano scoperto (con qualche giorno di ritardo, verrebbe da ironizzare, se la faccenda non fosse così seria) un laboratorio clandestino per la produzione di mini-droni, insieme a una significativa quantità di speciali attrezzature ed elementi per la loro messa a punto. L’agenzia IRNA, riportando le dichiarazioni della polizia, aveva parlato di quattro persone arrestate, lasciando intendere chiaramente che nell’attività del laboratorio fossero coinvolti agenti israeliani.

E, a proposito di droni e di rapporti russo-iraniani, nel gennaio 2024, durante i lavori del vertice economico di Davos, l’allora Ministro degli esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian (morto nel maggio successivo, insieme al Presidente Ibrahim Raisi, in seguito allo schianto dell’elicottero su cui stavano viaggiando, nei pressi del confine tra Iran e Azerbajdžan), aveva dichiarato che, a dispetto delle ripetute affermazioni di Kiev, secondo cui Teheran avrebbe fornito a Mosca missili e droni da combattimento, utilizzati dalle forze russe nel conflitto ucraino, l’Iran non ha «mai fornito droni o missili alla Russia perché li usasse contro l’Ucraina».

Le dichiarazioni ucraine, secondo cui i droni iraniani vengono utilizzati contro di loro, aveva detto Amir-Abdollahian, «stanno creando molto rumore. Tuttavia, non ci hanno mostrato una sola prova o un solo documento» a sostegno di quelle affermazioni.

Evidentemente, i nazigolpisti di Kiev hanno comunque deciso di giocare d’anticipo.

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21/06/2025

L’Iran reprime le attività del Mossad in tutto il paese

Nelle prime ore del 13 giugno, Israele ha lanciato un feroce attacco aereo in Iran, uccidendo una dozzina di comandanti di alto rango del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, almeno sei scienziati nucleari e colpendo i principali impianti nucleari di Natanz e Khondab. Anche diverse installazioni militari iraniane sono state colpite nell’arco di 12 ore.

La portata e il coordinamento degli attacchi hanno provocato quello che un funzionario iraniano ha descritto come “un momento di trauma nazionale”. L’attacco alle infrastrutture militari e nucleari ha inviato un messaggio agghiacciante: Tel Aviv sapeva esattamente dove e quando colpire.

Trauma e sgomento

La gravità dell’attacco, e la morte di due degli ufficiali iraniani di più alto rango, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, il Generale di Brigata Mohammad Bagheri, insieme alla moglie e alla figlia, e il comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica Hossein Salami, hanno sconvolto l’opinione pubblica e l’istitutivo politico iraniani.

L’aspetto più allarmante è stato quello che inizialmente sembrava un completo fallimento dei sistemi di difesa aerea iraniani nell’intercettare aerei e missili israeliani. Gli osservatori hanno ipotizzato che un attacco informatico su larga scala avesse messo fuori uso la difesa aerea iraniana, che i sistemi fossero stati sistematicamente presi di mira o, come rivelato da resoconti successivi, che il Mossad avesse introdotto clandestinamente in Iran piccoli droni armati e cariche esplosive, posizionandoli vicino a radar e batterie missilistiche per sabotare i sistemi di difesa aerea dall’interno.

Le autorità iraniane non hanno ancora fornito una spiegazione completa. I sistemi di difesa aerea avrebbero iniziato a intercettare i velivoli israeliani solo mezza giornata dopo.

Dopo due giorni di attacchi ininterrotti con droni, e missili lanciati da caccia fuori dall’Iran, l’esercito israeliano ha diffuso un video che mostrava presunti collaboratori iraniani che installavano lanciatori. Il filmato ha immediatamente fatto scattare l’allarme sulla presenza di agenti del Mossad e mercenari che operavano all’interno dei confini iraniani.

Punti di lancio interni

Il metodo di attacco ha portato a una triste constatazione: gran parte della potenza di fuoco e dei droni israeliani venivano lanciati dall’interno del territorio iraniano da collaboratori e agenti locali, in modo molto simile agli eventi di appena due settimane fa all’interno dei confini russi, quando l’Ucraina, presumibilmente sostenuta dai servizi segreti britannici e di altri Paesi occidentali, ha lanciato attacchi con droni contro basi aeree russe.

La strategia israeliana sembrava essere una replica di quella ucraina, e i suoi autori probabilmente le stesse agenzie di spionaggio.

Le autorità iraniane hanno scoperto che i droni e i quadricotteri suicidi utilizzati negli assassini di personaggi di alto profilo, dai comandanti militari agli scienziati nucleari, erano piccoli ma letali, e spesso lanciati con sistemi a spalla o posizionati a terra.

I servizi di sicurezza hanno iniziato a ricevere segnalazioni di furgoni e camion merci sospetti avvistati vicino alle aree prese di mira. Un video ampiamente diffuso, girato da un civile e trasmesso sui social media, mostrava un missile lanciato da terra in un’area residenziale. Questo ha convinto i servizi segreti iraniani che agenti professionisti del Mossad e cellule dormienti locali ben organizzate stessero conducendo attacchi dall’interno.

In risposta, il Ministero dell’Intelligence iraniano ha lanciato un appello pubblico esortando i cittadini a essere vigili e a segnalare individui, abitazioni, mini-camion e furgoni sospetti, confermando per la prima volta che “i veicoli vengono utilizzati per lanciare droni e guidare missili”.

Vigilanza e arresti da parte dei cittadini

La dichiarazione del Ministero ha innescato un’ampia mobilitazione pubblica. Gruppi di volontari hanno eretto posti di blocco nelle province di Lorestan e Fars, ispezionando camion e furgoni.

A partire dal 15 giugno, le unità paramilitari volontarie Basij iraniane avevano iniziato a pattugliare le strade cittadine di notte.

Funzionari dei servizi segreti e della polizia hanno segnalato un’impennata di segnalazioni da parte di civili, che ha portato a diverse scoperte significative. Nel Lorestan, le autorità hanno sequestrato droni carichi di esplosivo da una villa di proprietà di un importante neurologo e chirurgo vicino a Khorramabad. Un altro video proveniente dalla stessa provincia mostrava cittadini che arrestavano un uomo accusato di spionaggio.

Il 14 giugno, in seguito agli attacchi che hanno incendiato un deposito di carburante a Shahran e un deposito di petrolio nel Sud di Teheran, le forze dell’ordine hanno fatto irruzione in un’officina a Shahr-e Rey. Lì hanno scoperto 200 chilogrammi di esplosivo, 23 droni e lanciatori, sistemi di controllo remoto e un furgoncino Nissan blu, lo stesso modello utilizzato nell’assassinio del 2020 dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh.

Ulteriori officine per l’assemblaggio di droni sono state trovate a Isfahan e Karaj, entrambe sotto attacco israeliano.

Il quotidiano Khorasan ha successivamente riportato che le forze di sicurezza hanno scoperto lanciamissili anticarro Spike controllati da remoto, utilizzati per distrarre le difese aeree iraniane, consentendo agli aerei israeliani di penetrare nello spazio aereo iraniano.

Il passaggio di Israele agli attentati terroristici

Con le operazioni dei droni smascherate e sventate, gli agenti israeliani sono tornati alla loro collaudata tattica delle autobombe, da tempo un segno distintivo degli omicidi segreti di Tel Aviv in tutta l’Asia Occidentale.

Il 15 giugno, un’enorme autobomba è esplosa nel centro di Teheran, ferendo civili e uccidendo tre alti ufficiali dei servizi segreti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, tra cui Mohammad Kazemi, capo dell’organizzazione di spionaggio del Corpo.

Ore dopo, una seconda bomba è esplosa vicino all’aeroporto di Mashhad, danneggiando infrastrutture critiche nei pressi del Santuario dell’Ottavo Imam Sciita, Ali al-Ridha. Lo stesso giorno, un terzo ordigno fu trovato e disinnescato in un parco di Shahr-e Rey.

La rete di collaboratori

Il Mossad israeliano coltiva da tempo cellule dormienti all’interno dell’Iran per missioni che includono sabotaggio, omicidi mirati, spionaggio e terrorismo. L’assassinio del 2020 del noto scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh, eseguito con l’ausilio di un’arma telecomandata e di risorse interne, ha segnato uno dei primi e più devastanti esempi di questa profonda infiltrazione.

Uno degli episodi più umilianti è stato l’assassinio del capo dell’Ufficio Politico di Hamas, Ismail Haniyeh, nel luglio 2024. Haniyeh, in visita a Teheran su invito del governo iraniano per partecipare all’insediamento presidenziale, fu ucciso da un missile a guida di precisione che colpì la sua stanza in una foresteria di Stato. La sfacciataggine dell’attacco, e la sua esecuzione nel cuore della Repubblica Islamica, sconvolsero i movimenti di Resistenza regionali.

Anche l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Ali Shamkhani è stato ucciso in modo simile il 13 giugno, quando due proiettili hanno colpito contemporaneamente la sua abitazione da direzioni diverse. Lo schema è chiaro: le operazioni di Tel Aviv si basano non solo su armi avanzate, ma anche su un profondo coordinamento con agenti dislocati in diverse parti dell’Iran.

Il 14 giugno, il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di denuncia intitolato: “Come il Mossad Israeliano ha Contrabbandato Componenti di Droni per Attaccare l’Iran dall’Interno”, che descriveva dettagliatamente come centinaia di componenti e munizioni per droni quadricotteri fossero state introdotte illegalmente in Iran tramite valigie, camion e container.

Il rapporto, citando “fonti anonime”, affermava che agenti del Mossad si erano appostati nei pressi di siti di difesa aerea e missilistica, neutralizzando la risposta aerea iraniana all’inizio dell’attacco israeliano. Sebbene il Wall Street Journal non abbia identificato i collaboratori iraniani, Teheran ritiene che i colpevoli siano in larga maggioranza affiliati all’organizzazione Mujahedin-e-Khalq (MEK), un gruppo terroristico esiliato da oltre 40 anni e noto per la sua stretta collaborazione con l’ex Presidente iracheno Saddam Hussein, Israele e gli Stati occidentali.

Funzionari iraniani hanno pubblicamente indicato il MEK come il principale sospettato di aver aiutato il Mossad, citando la loro lunga storia di tradimento contro la nazione iraniana, sia durante la Rivoluzione islamica del 1979, quando il MEK lanciò omicidi contro i nuovi funzionari iraniani, sia durante gli otto anni di guerra Iran-Iraq, in cui aiutarono apertamente il nemico contro i soldati iraniani.

Tehran reagisce

A cinque giorni dall’attacco israeliano, la magistratura iraniana ha annunciato l’arresto di oltre 30 persone per aver collaborato con il Mossad o l’esercito israeliano.

Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale ha poi lanciato un duro avvertimento: aiutare lo Stato di Occupazione o partecipare ad attività terroristiche incorrerà in pene severe. Il Parlamento ha prontamente approvato una legge per raddoppiare le pene per la collaborazione con Stati nemici.

Teheran ora riconosce pienamente la portata dell’infiltrazione. Agenti del Mossad e i loro collaboratori iraniani avevano condotto ricognizioni, assemblato droni, eseguito omicidi e aiutato Israele a colpire.

Questo campanello d’allarme ha un costo elevato. Di fronte a una guerra coordinata dallo Stato di Occupazione, l’Iran non può più permettersi punti ciechi nel suo apparato di sicurezza.

La fase successiva richiede una revisione dei protocolli di spionaggio e l’immediato e meticoloso smantellamento delle reti locali del Mossad. I collaboratori interni devono ora affrontarne le conseguenze.

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07/06/2025

Cosa cercava il poliziotto infiltrato in Potere al Popolo?

I collettivi giovanili e le domande sui movimenti per il diritto all’abitare.

L’agente si è aggregato a Potere al Popolo attraverso il Cau, articolazione universitaria legata a Pap. Ma da fine gennaio del 2025 ha iniziato a partecipare, come delegato degli studenti universitari, alle riunioni della Rete Set, per il diritto all’abitare.

È in questo campo che il poliziotto sembra avesse fatto un vero e proprio investimento di tempo e di attenzione. Ecco la testimonianza di Chiara Capretti, consigliera della Municipalità 2 del Comune di Napoli per Potere al Popolo, e attivista per il diritto all’abitare:

“Lui ha iniziato a frequentare le riunioni poco dopo l’inizio dell’anno, da allora non è mai mancato ad una riunione. E’ stato attivissimo, interveniva in assemblea e sembrava anche molto preparato sul tema, cosa che vista la sua giovane età, ha sorpreso molto. Ricordo che anche quando facemmo degli incontri con degli urbanisti esperti, lui partecipava intervenendo ed interagendo. A posteriori non posso che pensare che avesse fatto davvero un investimento in questo ambito, voleva diventare un punto di riferimento”.

Ma oltre alle assemblee, ai volantinaggi ed alle manifestazioni, presenziava anche al blocco degli sfratti, ma soprattutto era molto propositivo. “Spingeva per fare azioni concrete, soprattutto sul tema della lotta alla turistificazione, contro l’aggressione al patrimonio immobiliare da parte di B&B e case vacanze. Anche rispetto ad azioni più forti, si diceva favorevole”, spiega Capretti.

Un episodio molto strano si era verificato nel mese di febbraio 2025, quando a seguito di uno sfratto esecutivo che aveva colpito una famiglia nel quartiere di Montesanto, gli attivisti decidono per il giorno successivo di fare un blitz di protesta all’ufficio casa del Comune di Napoli.

“Quando è stata discussa l’iniziativa c’era anche lui, eravamo pochissimi, una decina di persone. Non se ne è più parlato, né al telefono e nemmeno nelle chat, anche perché era programmata per il giorno successivo. Quando all’indomani ci siamo recati alla sede dell’ufficio casa l’abbiamo trovato chiuso e con gli agenti della Digos sotto al palazzo. Una circostanza assai strana proprio perché era stata decisa in pochissimo tempo e senza discuterne altrove se non in presenza”, spiega la consigliera di Potere al Popolo.

Una grande attenzione è stata prestata dal poliziotto anche in occasione di un report, fatto in riunione da Chiara Capretti, di ritorno dall’assemblea europea dei movimenti per il diritto all’abitare. “Ad Aprile ho partecipato a Barcellona ad un meeting europeo dei movimenti per il diritto all’abitare, al mio ritorno ho relazionato in riunione. In quella circostanza lui era attentissimo, ci teneva a capire quali movimenti avessero partecipato, da quali paesi e per l’Italia da quali città”.

Poi all’inizio di maggio la scoperta della sua vera identità e quindi l’allontanamento da Potere al Popolo ha determinato la fine dalla sua presunta copertura.

Nelle riunioni del Collettivo autorganizzato universitario il suo atteggiamento invece è stato completamente diverso dall’ambito del diritto all’abitare. Secondo Maria: “Era presente in tutte le iniziative materiali, attacchinaggi, manifestazioni, presidi, partecipava alle riunioni ma non interveniva mai, anzi passava molto tempo a giocare al telefono mentre facevamo le riunioni”. Grande attenzione alle “cose materiali”, quindi, da parte del poliziotto, ma un atteggiamento distratto nei momenti di confronto.

Proprio per questo nei ricordi di diversi sono rimaste alcune sue domande insistenti che sono sembrate anomale rispetto al personaggio che si era costruito. “Verso la fine del 2024, durante una discussione interna sui rapporti tra le realtà di movimento e Potere al popolo, si inserì in una discussione chiedendo insistentemente chi fossero i vertici di “Cambiare rotta” di Roma. Un atteggiamento strano, anche perché lo chiese più volte, voleva sapere i nomi. Risposi io dicendogli che non c’era un capo, ma c’erano tanti compagni senza fare nessun nome”.

“Cambiare rotta” è una rete di collettivi molto legata a Potere al Popolo. Il termine “vertici”, abbastanza inusuale per il contesto politico, meravigliò molti, ma fu preso come un errore di lessico politico.

Ma non fu l’unico episodio, ci racconta Maria. “In un’altra occasione, stavamo organizzando la presentazione del libro “Torri d’avorio” dell’antropologa Maya Wind, discutevamo del fatto che era in atto un tour di presentazioni in Italia. Anche in quel caso, lui che stava sempre zitto alle riunioni, disse che probabilmente ‘Cambiare rotta’ di Roma avrebbe organizzato una presentazione e che conveniva mettersi d’accordo. Ebbi l’impressione che si volesse proporre come tramite per tenere i rapporti. Non se ne fece nulla e andammo avanti con l’organizzazione della presentazione”.

Un’attenzione particolare quindi veniva dedicata all’ambito giovanile di Potere al Popolo. Per il resto il poliziotto mostrava interesse per le dinamiche più radicali, come blitz, manifestazioni e robe simili. “In più occasioni si propose o venne scelto come responsabile per azioni di piazza, ma puntualmente non si presentava. La scusa più ricorrente era quella della presenza della sua fidanzata a Napoli che era molto gelosa e che non gradiva il contesto politico che lui frequentava”.

Per il resto la sua attività si caratterizzava per una totale assenza dai momenti conviviali e più spensierati, come la vita di gruppo, le uscite insieme. Aveva una socialità riservata che non condivideva con gli altri. “Il fine settimana diceva che tornava in Puglia, non lo vedevamo mai. Mai un compleanno, mai un sabato sera insieme. Il che strideva con la sua iper presenza in tutti gli appuntamenti militanti. Parlava molto di più con gli uomini, spesso di calcio, piuttosto che con le ragazze”. Ed è stata proprio l’assenza di una socialità condivisa che ha fatto scattare i sospetti sul poliziotto, fino alla scoperta della sua vera identità.

Pretendiamo risposte dal Governo su questa vicenda che lede il diritto di associazione. Chiediamo a tutte e tutti di attivarsi perché in gioco non c’è solo Potere al Popolo ma la tenuta della nostra democrazia.

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