Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
21/01/2026
Davos - Oxfam parla di “proteggere la libertà dal potere dei miliardari”
Difendere la libertà dal potere dei miliardari ha un significato ben preciso, perché Oxfam fa notare che l’iniqua distribuzione della ricchezza va di pari passo con una iniqua distribuzione del potere, con una chiara crisi di quelle che si millantano per “democrazie” quando sono in realtà evidenti plutocrazie, per quanto riguarda la fascia di popolazione che è dominante, e democrature per quanto riguarda le forme di mediazione politica e di gestione del conflitto sociale.
In breve, il rapporto Oxfam riconosce che il 2025 è stato un anno d’oro per i super-ricchi. Per la prima volta nella storia, il numero di miliardari in dollari, nel mondo, ha superato quota 3 mila. La loro ricchezza collettiva ha raggiunto la cifra astronomica di 18,3 trilioni di dollari, crescendo del 16% solo nell’ultimo anno, un ritmo tre volte superiore alla media dell’ultimo quinquennio.
Dal 2020 a oggi, il patrimonio dei miliardari è aumentato dell’81%. Parallelamente, la realtà per il resto della popolazione mondiale è invece drammatica: una persona su quattro soffre di insicurezza alimentare e quasi metà della popolazione mondiale vive in povertà.
L’incremento di ricchezza dei tremila miliardari nell’ultimo anno, pari a 2,5 trilioni di dollari, equivale alla ricchezza totale detenuta dalla metà più povera dell’umanità, cioè oltre 4 miliardi di persone. Si tratta di una cifra che, da sola, sarebbe bastata a eradicare la povertà estrema per 26 volte.
Gli Stati Uniti hanno il maggior numero di miliardari – 932, 116 in più solo nell’ultimo anno – e “l’uomo più ricco al mondo”, Elon Musk. Nel Regno Unito, appena 56 individui detengono una ricchezza superiore a quella di 27 milioni di cittadini messi insieme (il 39% della popolazione). Secondo Oxfam, un miliardario britannico medio “guadagna” in media altri 231 milioni di sterline all’anno.
Per quanto riguarda l’Italia, Oxfam afferma che “nonostante i salari costituiscano il 38% del PIL italiano contro il 50% dei profitti [...], fatto 100 il totale delle entrate fiscali e contributive, 49 sono le risorse che arrivano dai salari, mentre il contributo dei profitti si ferma a 17”. Con la finanziaria del 2025, il ritocco marginale dell’IRPEF andrà a favorire ancora i più abbienti, con “la metà delle risorse allocate a favore dell’8% dei percettori di redditi più elevati, superiori a 48.000 euro”.
Il rapporto Oxfam non si limita ai dati economici, ma lancia un monito sullo stato di salute delle “democrazie”. L’organizzazione stima che un miliardario ha oggi 4mila volte più probabilità di ricoprire una carica politica rispetto a un cittadino comune. Questo si traduce ovviamente in un’influenza sproporzionata sulle leggi che regolano l’economia e la società.
Inoltre, la concentrazione del potere passa anche per il controllo dell’informazione. Da Jeff Bezos a Elon Musk, i miliardari controllano oltre la metà delle principali testate giornalistiche mondiali e tutte le piattaforme social dominanti.
“L’enorme influenza che i super-ricchi hanno sui nostri politici, sulle nostre economie e sui nostri media ha aggravato la disuguaglianza e ci ha portato molto lontano dalla lotta alla povertà”, ha detto Amitabh Behar, Direttore Esecutivo di Oxfam International. “I governi stanno facendo scelte sbagliate per assecondare l’élite e difendere la ricchezza, mentre reprimono i diritti delle persone e la rabbia per il fatto che molte delle loro vite stanno diventando inaccessibili e insopportabili”.
Per spezzare questo ciclo, Oxfam esorta i governi ad agire su tre fronti: tassazione sui grandi patrimoni; rafforzamento delle regole contro il lobbismo e i finanziamenti elettorali opachi; garanzie contro le ritorsioni autoritarie nei confronti delle manifestazioni della società civile e dei sindacati.
Bisogna aggiungere un’ultima postilla. La ricchezza che è aumentata a dismisura nell’ultimo anno è il segnale dell’esponenziale crescita di una ricchezza fittizia, che non ha corrispettivo nel circuito economico al di fuori dei listini di borsa. È ricchezza in forma finanziaria, con una bolla che si fa sempre più grande e instabile. Un ulteriore pericolo per l’intera popolazione mondiale, che sarebbero sempre i più poveri a pagare.
A meno che, appunto, non si resista al potere dei miliardari, come dice anche Oxfam, ormai.
Fonte
16/12/2025
Italia, lo spazio civico sotto pressione: quando la sicurezza diventa repressione
Il giudizio è severo, ma difficilmente sorprendente. La categoria “ostruito” non indica una dittatura conclamata, bensì una democrazia in cui le libertà formali sopravvivono tra vincoli normativi, pratiche intimidatorie e un uso sempre più disinvolto degli strumenti repressivi. È in questa zona grigia che oggi si colloca l’Italia, accostata a paesi come l’Ungheria di Viktor Orbán, spesso indicata come l’anomalia autoritaria dell’Unione Europea.
Il Civicus Monitor basa le proprie valutazioni su una pluralità di fonti: organizzazioni della società civile, osservatori indipendenti, analisi giuridiche e dati sul campo. I parametri presi in considerazione sono chiari e difficilmente contestabili: libertà di espressione, di manifestazione e di associazione. Il loro deterioramento, secondo il rapporto, è legato in Italia a una combinazione di scelte legislative, clima politico e pratiche amministrative che hanno progressivamente ristretto lo spazio del dissenso.
Un ruolo centrale in questo arretramento è attribuito al cosiddetto Decreto Sicurezza, approvato nel giugno scorso. Presentato come uno strumento di tutela dell’ordine pubblico, il provvedimento introduce invece un inasprimento senza precedenti delle pene per forme di protesta non violenta. Blocchi stradali, manifestazioni contro infrastrutture strategiche, resistenza – anche passiva – a pubblico ufficiale diventano reati puniti con anni di carcere. La logica non è quella della mediazione democratica del conflitto, ma della sua neutralizzazione penale.
La stretta repressiva non si limita allo spazio pubblico, ma si estende a carceri e Centri di permanenza per il rimpatrio, dove anche atti di resistenza non violenta possono essere perseguiti penalmente. Un segnale chiaro: il dissenso non va ascoltato, ma scoraggiato.
A questo quadro si aggiunge un altro elemento di forte allarme: la normalizzazione della sorveglianza politica. L’uso dello spyware Graphite, prodotto dalla società israeliana Paragon Solutions, per attività di monitoraggio illegale nei confronti di giornalisti e attivisti rappresenta una grave compromissione del diritto alla critica e alla libera informazione. Quando chi indaga il potere viene sorvegliato dal potere stesso, il confine tra sicurezza e abuso si dissolve.
Il rapporto Civicus segnala inoltre un clima ostile nei confronti della stampa e della magistratura. I giornalisti sono sempre più spesso bersaglio di querele temerarie e procedimenti giudiziari utilizzati come strumento di intimidazione. Parallelamente, esponenti di governo alimentano campagne di delegittimazione contro i giudici, accusati di parzialità politica o di collusione con le organizzazioni non governative. Un doppio attacco che mina due pilastri fondamentali di qualsiasi sistema democratico.
La criminalizzazione della protesta colpisce in modo selettivo. Nel mirino finiscono soprattutto i movimenti per la giustizia climatica, le ong impegnate nel soccorso in mare delle persone migranti, le mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese e le lotte per il diritto alla casa. Fogli di via, daspo urbani e sanzioni amministrative diventano strumenti ordinari di gestione del dissenso, più che eccezioni motivate.
Il caso italiano, tuttavia, non è isolato. Anche Francia e Germania sono state recentemente declassate, segno di un arretramento più ampio dello spazio civico in Europa. La crescente militarizzazione delle politiche pubbliche, alimentata da un contesto internazionale segnato da conflitti e riarmo, contribuisce a restringere gli spazi democratici. La sicurezza diventa una parola d’ordine che giustifica la compressione dei diritti, trasformando problemi sociali e politici in questioni di ordine pubblico.
In questo scenario, la retorica della “democrazia occidentale” mostra tutte le sue contraddizioni. I parametri liberali su cui essa si fonda vengono progressivamente svuotati proprio nei paesi che se ne proclamano custodi. Il declassamento dell’Italia non è solo una bocciatura internazionale, ma uno specchio che riflette una verità scomoda: la partecipazione democratica è sempre meno tollerata quando mette in discussione scelte politiche considerate intoccabili.
La domanda che resta aperta non riguarda tanto le classifiche, quanto il futuro dello spazio civico nel nostro paese. Se il dissenso viene trattato come una minaccia e non come una risorsa, la democrazia rischia di sopravvivere solo come forma, perdendo progressivamente la propria sostanza.
Fonte
06/07/2025
Chi controlla il controllore? Sulla sorveglianza delle opposizioni politiche in Italia
Stando a quanto emerso, gli agenti avrebbero partecipato a riunioni interne, assemblee pubbliche, discussioni e iniziative politiche locali, senza che risultino a oggi mandati giudiziari o indagini specifiche a carico degli attivisti coinvolti. L’assenza di una cornice giudiziaria, e la natura prolungata e sistematica di queste attività, disegna un profilo allarmante: non si tratterebbe di operazioni a scopo investigativo, ma di sorveglianza politica preventiva, cioè di un controllo generalizzato e pretestuoso su organizzazioni che esercitano legittimamente il diritto costituzionale alla partecipazione politica.
Tale condotta – se confermata – rappresenterebbe una violazione evidente dei principi fondamentali dello Stato di diritto. In una democrazia, il dissenso politico non è materia per i servizi di sicurezza. Nessuna forza dell’ordine dovrebbe infiltrarsi in un partito politico senza un preciso fondamento giuridico. Nessun governo dovrebbe permettere o tollerare che lo Stato impieghi i suoi strumenti di sorveglianza per monitorare chi partecipa attivamente alla vita pubblica.
La libertà di associazione, di riunione, di partecipazione politica e il diritto alla riservatezza – sanciti dalla Costituzione agli articoli 17, 18 e 49 e dalla Convenzione europea per i diritti umani agli articoli 8 e 11 – non sono privilegi concessi, ma diritti inalienabili. Il fatto che tutto questo stia avvenendo nel silenzio delle autorità competenti – a più di un mese dalla notizia né il Presidente del Consiglio né il Ministro degli Interni hanno rilasciato dichiarazioni – è inaccettabile e pericoloso.
Non è un caso isolato. Un’altra inchiesta ha documentato l’attività della multinazionale Paragon, incaricata da governi e agenzie europee, che ha schedato centinaia di attivisti, operatori umanitari e giornalisti. Anche in quel caso, nessuna risposta istituzionale. Si sta profilando, sotto gli occhi di tutti, una normalizzazione della sorveglianza del dissenso, della criminalizzazione della solidarietà, dell’uso strumentale dell’apparato repressivo.
Per questo, come cittadine e cittadini impegnati nella vita culturale, politica, accademica e sociale del Paese, sentiamo il dovere di prendere parola pubblicamente e chiediamo con urgenza:
1) Che il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si esprimano pubblicamente su quanto accaduto, in Parlamento e davanti all’opinione pubblica;
2) Che siano chiariti i contorni dell’operazione: chi l’ha autorizzata, con quali obiettivi, attraverso quali catene di comando, e sulla base di quali elementi;
3) Che si apra un confronto trasparente sul ruolo delle forze di polizia di prevenzione, e sui limiti costituzionali delle attività di intelligence interna rivolte verso soggetti politici;
4) Che siano riaffermate in modo chiaro, nelle istituzioni e nel dibattito pubblico, le garanzie democratiche contro ogni forma di controllo politico e poliziesco del dissenso.
La fiducia nei principi democratici si misura anche nella capacità delle istituzioni di rispondere con trasparenza, rigore e rispetto alle accuse più gravi.
Tutelare il dissenso, in un Paese libero, non è un rischio da contenere: è un dovere da esercitare.
Roma, 2 luglio 2025
Primi firmatari e firmatarie:
Mimmo Cangiano (Professore associato di Critica Letteraria e Letterature Comparate, Università Ca’ Foscari Venezia);
Fabio de Nardis (professore ordinario di sociologia politica, Università del Salento);
Giulia Siviero (giornalista)
Carlo Rovelli (saggista e professore di Fisica, Università di Aix-Marseille)
Emiliano Brancaccio (professore ordinario di Economia politica, Università Federico II Napoli)
Andrea Segre (regista)
Fabrizio Barca (Co-coordinatore Forum Diseguaglianze Diversità)
Walter Massa (Presidente Arci nazionale)
Luciano Stella (produttore cinematografico, fondatore e presidente Stella Film)
Zerocalcare (fumettista)
Vauro (vignettista)
Giuristi democratici
Vera Gheno (sociolinguista e traduttrice)
Guido Carpi (professore ordinario letteratura russa Università “L’Orientale” di Napoli)
Giovanni Savino (ricercatore Università “Federico II” di Napoli)
Francesco dall’Aglio (professore Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia)
Lella Palladino (Una, Nessuna, Centomila)
Carlo Fanelli (Professore, Department of Social Science at York University, Toronto, Canada, direttore della rivista ALternate Routes)
Riccardo Bellofiore (docente universitario di Economia Politica Università di Bergamo)
Luigi De Magistris (ex-magistrato, ex sindaco di Napoli)
Porpora Marcasciano (scrittrice, Presidente commissione pari opportunità Comune di Bologna)
Guido Lutrario (Esecutivo Nazionale sindacato USB)
Dario Salvetti (operaio ex-GKN)
Sindacato Sudd Cobas
SLS sindacato lavoro e società
Cobas Scuola Padova
ADL Cobas
Osservatorio Repressione
Centri sociali del Nord-Est
Ultima generazione
Ottolina Tv
Mimmo Lucano (sindaco di Riace, europarlamentare)
Ilaria Salis (europarlamentare)
Giovanna Del Giudice (psichiatra, presidente di Conferenza Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia)
Duccio Nazari (cantante)
Alexander Hobel (docente di Storia Contemporanea Università di Sassari)
Lorenzo Zamponi (docente di sociologia presso Scuola Normale Superiore)
Aura Ghezzi (attrice)
Elisa Cuter (dottoranda Filmuniversität Konrad Wolf Babelsberg, autrice e editor)
Enrica Morlicchio (professore ordinario di sociologia economica, Università di Napoli Federico II)
Claudio Cozza (professore associato di politica economica, Università di Napoli “Parthenope”)
Pasquale De Sena (Professore ordinario di Diritto internazionale, Università di Palermo)
Roberto Evangelista (Ricercatore ISPF-CNR)
Rocco Sciarrone (professore ordinario di Sociologia economica, Università di Torino)
Andrea Morniroli (co-coordinatore Forum Disuguaglianze Diversità)
Vitaliano Menniti (consulente patrimoniale e finanziario)
Susanna Ronconi (ricercatrice e attivista, Forum Droghe)
Armida Parisi (docente di Letteratura Italiana)
Elena Granaglia (già docente universitario di Economia, Università La Sapienza Roma, co-coordinatrice del Forum Diseguaglianze Diversità)
Alessio Surian (docente Universitario presso Università degli Studi di Padova – FISPPA – Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata)
Giuliano Ciano (cooperatore sociale)
Alessio Malinconico (docente)
Delfina Curati (insegnante)
Giulia Agrelli (architetto, docente e attivista ecologista)
Domenico Ciruzzi (avvocato, Napoli)
Andrea Ranfagni (avvocato)
Stefano Vecchio (Presidente Forum Droghe)
Veronica Bruno (pensionata)
Roberto Escobar (professore di Filosofia, Università di Milano)
Nino Daniele (ex Assessore alla cultura di Napoli)
Virginia Amorosi (Ricercatrice Università Federico II di Napoli)
Luca Mandara (Docente a contratto, Università della Basilicata)
Rosa Sica (dipendente Università Federico II Napoli)
Veronica Bruno (pensionata)
Serena Elena Scocchia (ricercatrice quantitativa freelance)
Alfio Stefanic (pensionato)
Volpi Giampietro (pensionato, ex dirigente pubblica amministrazione)
Alfio Mastropaolo (professore emerito Università di Torino)
Maria Grazia Giannichedda (presidente associazione Franca e Franco Basaglia)
Eva Caianiello (docente già titolare di una cattedra di matematica e fisica)
Marina Piazza (sociologa)
Paola Arrigoni (post phd)
Giuseppe Teri (formatore, Scuola di formazione A. Caponnetto)
Roberta Fausta Ilaria Visone (insegnante e scrittrice)
David Armando (Dirigente di ricerca ISPF-CNR)
Alessia Scognamiglio (Ricercatrice ISPF-CNR)
Stefano Santabarbara (Promo ricercatore IBBA-CNR)
Anna Pia Ruoppo (Professoressa associata di Filosofia morale Università Federico II Napoli)
Alessio calabrese (professore I.I.S.E. “Amaldi” di Roma)
Cosimo Buongiorno (professore I.I.S.E. “Amaldi” di Roma)
Peppe De Cristofaro (Senatore)
Debora Serracchiani (deputata)
Andrea Giorgis (senatore)
Walter Verini (senatore)
Gianni Cuperlo (deputato)
Elio Vito (ex Ministro per i Rapporti col Parlamento)
Fonte
12/03/2025
La “democrazia europea” si inabissa a Bucarest
La Corte Costituzionale di Bucarest ha respinto il ricorso del politico rumeno verso la decisione della commissione elettorale che lo aveva escluso dal voto citando irregolarità nella documentazione presentata e le indagini penali in corso a suo carico, tra cui quella di attacco all’ordine costituzionale.
La decisione non può che inasprire il clima politico nel Paese, con possibili nuove proteste e manifestazioni a sostegno dell’esponente di destra, che i sondaggi hanno dato come favorito con il 40 per cento dei voti.
A Bucarest, migliaia di manifestanti si erano radunati domenica scorsa davanti alla sede della commissione, esprimendo il loro dissenso con lanci di oggetti contundenti e atti vandalici contro edifici pubblici. Si erano registrati scontri con la polizia con il ferimento di diversi agenti. Numerosi manifestanti coinvolti nei disordini erano stati arrestati.
È doveroso ricordare che Georgescu aveva anche vinto il primo turno delle elezioni del 24 novembre scorso con il 22,94 per cento, qualificandosi per il ballottaggio, ma il risultato era stato annullato dalla Corte Costituzionale con l’accusa di ingerenze russe nel processo elettorale.
La motivazione ufficiale dell’esclusione si basa su presunti legami di Georgescu con la Russia e su irregolarità nel finanziamento della campagna elettorale. Ma la decisione della stessa Corte Costituzionale ha stabilito che una candidatura può essere invalidata solo sulla base di “prove concrete e inconfutabili” mentre nel caso di Georgescu non è stata ancora resa pubblica alcuna evidenza chiara che giustifichi un provvedimento con tali conseguenze.
Se all’interno del paese la cosa può portare ad uno scontro politico frontale – con conseguenze anche nella vicina Moldavia dove recentemente si è giocato anche lì una sorta di “golpe in salsa europea” – a livello internazionale la situazione della Romania ha visto commenti non certo lusinghieri verso l’inabissamento delle procedure democratiche in un paese aderente – ma subalterno – all’Unione Europea.
Persino il giornale tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha ammesso da tempo che l’accusa di interferenza russa era un “mito”: “La classe dirigente di Bucarest ha messo in scena lo spauracchio russo per distrarre dal fallimento dei suoi giochi di potere – e per avere un pretesto per annullare elezioni che non le facevano comodo”.
Dagli Stati Uniti il vice-presidente, J.D. Vance, in linea con quanto aveva dichiarato nella Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, ha avvertito gli europei di non esagerare in Romania.
Imbarazzato silenzio invece tra le forze “democratiche europeiste”, a conferma che l’ipocrisia domina trasversalmente a Bruxelles e che l’autoritarismo non è una prerogativa solo di Orban. In Italia, l’unica eccezione – tolte le prevedibili rodomontate di Salvini – è stata quella di Renzi.
L’estromissione definitiva di Georgescu rappresenta indubbiamente un duro colpo per l’Alleanza per l’Unione dei Romeni (AUR), la formazione nazionalista di destra che lo aveva sostenuto nelle precedenti elezioni.
Con le elezioni presidenziali ormai imminenti, l’Aur deve ora indicare un nuovo candidato che possa capitalizzare il diffuso sentimento di rabbia cresciuto nel paese sia verso le classi dirigenti che contro l’Unione Europea. Tra i nomi in circolazione ci sono quello di George Simion, attuale leader dell’AUR, e quello di Claudiu Tarziu.
Quello che sta emergendo da esperienze come la Moldavia, la Georgia ed ora la Romania, è che le elezioni democratiche sono diventate da tempo un totem inerte. Per l’Unione Europea o gli USA il loro esito dovrebbe essere sempre scontato: deve vincere per forza il nostro o la nostra candidata. Ma la realtà sta mandando da tempo segnali ben diversi, non certo bellissimi sul piano dei soggetti in campo, ma pienamente legittimi sul terreno democratico.
Fonte
26/02/2025
Nessuna democrazia nell’azienda scuola
Dalla discesa in campo del cavaliere Silvio Berlusconi ad oggi, la spettacolarizzazione e la mercificazione, che vanno a braccetto con lo sfruttamento, sono diventate più insidiose, fagocitando tutti gli ambiti dell’esistente, compresa l’educazione.
In seguito cercheremo di fare il punto su cosa ne è della scuola degli anni in cui non si parla d’altro che di intelligenza artificiale, telemedicina, viaggi spaziali per colonizzare nuovi pianeti e guerra. Il tutto condito da paillettes, psicofarmaci e sedativi di varia natura, per poter reggere e tirare avanti.
Condizione del docente e falsi miti
I docenti della scuola pubblica sono quasi per l’80% donne, che raggiungono il ruolo intorno ai 40 anni, dopo master, abilitazioni, tirocini, concorsi ed anni di supplenze, più o meno lontani dal loro paese d’origine. Il lavoro sottopagato e usurante, per via della sottostimata componente emotiva e relazionale, al di là di quella didattica, il non riconoscimento a livello comunitario, le vessazioni e le derisioni da parte di superiori, genitori, studenti e tutti gli pseudo-intellettuali, che a turno prendono parola, per descrivere situazioni di cui non hanno contezza e per snocciolare consigli e disposizioni, mette a dura prova il loro sistema nervoso, oltre che le loro finanze.
Uno studio dell’Osservatorio Nazionale Salute e Benessere dell’Insegnante del 2024 ha confermato che addirittura il 67% dei docenti intervistati (su un primo campione di 2.500 docenti distribuiti in tutta Italia) soffre di burnout; più della metà avverte un basso senso di efficacia professionale; oltre il 30% degli insegnanti ha dichiarato che nell’ultimo anno, a causa dello stress accumulato ha manifestato difficoltà a portare a termine il lavoro, ridotto il numero delle ore di sonno, assunto sostanze (sigarette, alcol, caffè...).1
Le risposte di stato e ministero a questo malessere sono nell’ordine:
- mantenere quasi gli stessi stipendi, nonostante l’inflazione (a parte i bonus), che per questo risultano tra i più bassi in Europa2;
- aumentare la burocrazia e cambiare di continuo le regole di gestione, così che si sia costretti ad un aggiornamento continuo su questioni che niente hanno a che vedere con la didattica;
- lasciare molte zone d’ombra a livello legislativo, in cui l’interpretazione si fa fumosa;
- sovraccaricare il docente di ulteriori responsabilità e lasciarlo in balia di fuggevoli mode pedagogiche e degli umori dei genitori, che nuovi clienti dell’azienda, hanno sempre ragione.
Se mettete piede in una scuola e non siete ciechi, ecco probabilmente cosa vi si parerà davanti: edifici vecchi, freddi e cadenti3; aule per lo più sporche, perché il numero esiguo dei collaboratori scolastici non permette una reale pulizia degli spazi4; alunni con gravi problemi psichici, che vengono gestiti con le scarse risorse e figure disponibili, in nome della sbandierata “inclusione”, che senza lungimiranti investimenti, non po’ tradursi in una reale integrazione. In queste poco salubri condizioni lavorative, i docenti spesso non hanno neanche il tempo per andare in bagno, perché devono sempre vigilare sui propri alunni, senza pause previste dal contratto. La cistite si va a sommare ai malesseri summenzionati. E come poveri cristi si trascinano nei corridoi, stanchi appena pochi mesi dopo l’inizio delle lezioni.
Ore di lezione e disinformazione
Si è soliti pensare che il lavoro del docente consista in 18 ore frontali e tre mesi di vacanze. E sono queste le cause di una stupida guerra tra poveri, la vecchia classe media, il cui campo di battaglia sono i social e le cui armi sono insulti infantili.
Da un lato però dovrebbe essere facilmente compreso che un’ora in classe non è paragonabile per stress ad un’ora in un ufficio, così come nessuno si sognerebbe di paragonare un’ora di lavoro di uno psicoterapeuta ad un’ora di lavoro di un salumiere, tenendo presente lo studio, le competenze, le difficoltà e la complessità, che caratterizzano i diversi lavori. Dall’altro bisogna tener conto di tutte le ore di lavoro sommerso, che secondo statistiche e rilevazioni, arriverebbero a 1500 in un anno5.
Non retribuite, né riconosciute ovviamente.
Riforme e conseguenze
Bisogna tener presente che negli ultimi 30 anni si è innalzato sempre di più l’obbligo scolastico e sottolineata l’importanza di piani di studio individualizzati nei casi di disturbi dell’apprendimento (DSA) o più in generale di bisogni educativi speciali (BES), categoria in cui si ritrovano situazioni di svantaggio di diversa natura.
Inoltre è stata regolamentata la formazione dei docenti di sostegno, così da migliorarne l’intervento coi piani educativi individualizzati (PEI).
Allo stesso tempo però i tagli progressivi, l’autonomia scolastica e l’aziendalizzazione hanno avuto due conseguenze sostanziali: la ricerca spasmodica di una spendibilità applicativa immediata del sapere, ravvisabile nella didattica e nei progetti (tra i primi l’alternanza scuola lavoro); e le riorganizzazioni e gli accorpamenti, cominciati nel 1994 con la creazione degli istituti comprensivi.
L’istituto comprensivo – Il nuovo Moloch
Di solito un Istituto comprensivo comprende una scuola secondaria di primo grado, una o più scuole primarie ed una o più scuole dell’infanzia. Tutte facenti capo ad un’unica segreteria e dirigenza. Le suddette scuole, di grado diverso o uguale che sia, sono spesso collocate in plessi diversi.
Le conseguenze immediate sono lo smembramento del personale e l’impossibilità di incontro e condivisione di spazi, attività, idee, problemi e opinioni. Base necessaria per poter fare gruppo, esercitare il potere che si ha e rivendicare dei diritti.
L’unico momento in cui tutti questi diversi docenti si riuniscono è durante il Collegio docenti unitario (CDU). Ed è proprio quest’organo collegiale così importante che diventa la cartina tornasole di un intero paese: la nostra bella Italia.
Al cospetto del dirigente della nuova azienda scuola, docenti operai addetti a diverse mansioni, a seconda dei gradi di assegnazione, ascoltano l’elenco delle nuove disposizioni da votare, in totale incoscienza politica e di classe, senza un confronto pregresso, né uno studio. Quasi sempre un vero confronto è impossibile anche durante la seduta, che va avanti per votazioni ad alzata di mano, con un’irrisoria percentuale di astenuti e/o contrari.
Votazioni che costruiranno la realtà della scuola e il futuro del nostro paese.
Anche nell’azienda scuola si chiedono sacrifici ai docenti, operai del sapere, affinché l’offerta formativa sia appetibile e possa richiamare più iscritti possibili, attraverso progetti, gare, gite, tutte da reclamizzare durante gli open day aziendali.
La paura ben integrata dal docente medio è quella di perdere ore della propria cattedra. Tutto il resto va in secondo piano. Ma tutto il resto è esattamente ciò che ne alimenta il malessere. Solo che non avendo consapevolezza dei propri mezzi, capacità di riflessione e di riorganizzazione, cerca di salvare il salvabile, che diventa sempre meno.
Alla luce di queste dinamiche, i consigli, i collegi, fino alle assemblee e alle concertazioni sindacali sono completamente svuotate del loro potere di conflittualità riformista, senza neanche scomodare quella rivoluzionaria.
Identica situazione può essere riscontrata nelle scuole secondarie di secondo grado, in cui sono accorpati diversi indirizzi.
PNRR e false speranze
In questi giorni, così come lo scorso anno, in tutte le scuole italiane si assiste alla rincorsa per trovare esperti e tutor per poter vincere i bandi ed accaparrarsi i fondi del PNRR, ingolfando ulteriormente il lavoro burocratico di segreterie ridotte all’osso dai tagli pregressi.
Non sempre la selezione avviene su competenze specifiche, per cui chi vuole arrotondare il misero stipendio da docente e regalare alla scuola un nome di un altro progetto da mettere in elenco per farsi pubblicità, svolgerà alla meno peggio i nuovi compiti previsti.
La riqualificazione, con i soldi a debito del PNRR, dovrebbe trasformare la scuola italiana, con un upgrade a 4.0, creando aule digitalizzate, introducendo progetti di robotica e di IA fin dalla primaria ecc., ma senza avvalersi della tecnologia già presente, per esempio con riunioni da remoto. Dovrebbe ridurre la dispersione scolastica con progetti di recupero in piccoli gruppi per alcune materie e con incontri individuali di 10 ore (mentoring). Dovrebbe garantire un rinnovamento nell’edilizia scolastica.
Ma, nonostante i fondi già stanziati, al di là di interventi sporadici, la realizzazione di nuove scuole resta un miraggio, essendo dello 0,6% la percentuale degli ultimi 5 anni. Basta dare uno sguardo al XXIII report “Ecosistema scuola” di Legambiente6, per avere un quadro dell’arretratezza e della lentezza burocratica, per cui più del 40% degli interventi di riqualificazione sono bloccati nella fase iniziale del progetto.
Come fanno a non tornare alla mente tutte le speculazioni edilizie di cui si è macchiata la nostra classe politica, insieme agli imprenditori conniventi, dal secondo dopoguerra ad oggi? Le emergenze sono sempre state il momento migliore per i saccheggi, che restano impuniti, nascosti e gravano su quella parte di cittadini che pagherà poi le tasse e i debiti di Stato.
Cosa succede in realtà
Alla luce di quanto descritto finora, dovreste dire: Beh ma lo capirebbe anche un bambino di 5 anni... E con Groucho Marx, per alcuni proseguirei: andatemi a chiamare un bambino di 5 anni, perché non ci ho capito niente.
Ciò che sta avvenendo lo abbiamo già vissuto almeno due volte, in maniera intensa, nella nostra storia recente: con la prima introduzione delle macchine nella produzione, con la rivoluzione delle comunicazioni ed ora con quella della IA. Bene, potremmo tutti vivere in modo migliore ed approfittarne per lavorare meno ed in condizioni migliori e invece siamo più sfruttati e stressati che mai. Alienati e disgregati.
Quindi il bambino di 5 anni, accorso in nostro aiuto, si chiede: ma invece di fare progetti per poche ore in piccoli gruppi, perché non si creano classi di 10 alunni, così ogni docente può lavorare meglio e il recupero lo fa ogni volta che lo ritiene opportuno, gestendo meglio le relazioni con discenti, colleghi e genitori?
Perché non ci teniamo le Lim che già abbiamo e invece della digitalizzazione lavoriamo sulle conoscenze di sé e del mondo, sul senso critico, sulla lettura e sulla scrittura, visto che non sappiamo più scrivere in corsivo, con ricadute negative sull’apprendimento7-8-9, e che in Italia oltre un terzo degli adulti è un analfabeta funzionale10?
Perché invece di costringere i nostri docenti a raccattare qualche briciola, non gli aumentiamo lo stipendio?
Perché non li lasciamo liberi di formarsi e di informarsi, di darsi all’ozio letterario, in cui poter naturalmente evolvere, e travasare il tutto semplicemente al contatto profondo e sincero con l’altro, sia esso discente, collega o genitore?
Perché prima di pensare al digitale non ricostruiamo immediatamente ambienti più sani, in cui trascorrere 6 ore al giorno, e perché non riorganizziamo la didattica in modo da evitare di mortificarci, bloccati in un banco per le stesse ore?
Perché non impieghiamo più collaboratori, così le nostre scuole siano pulite e anche i nostri docenti possano andare in bagno o fare una pausa?
Perché invece di fare un progetto (mentoring) di 10 ore su uno studente problematico, non miglioriamo i servizi già presenti sul territorio (asl, associazioni, cooperative, centri sportivi, SSN, psicologi, educatori...), così che ci sia un reale intervento di rete, nel lungo periodo?
Perché?
La verità bambino mio è che stiamo indebitando te e i tuoi compagni di classe presenti e futuri, e non sappiamo neanche bene noi perché. Come vedrai crescendo, le difficoltà nella vita aumenteranno e le paure con loro. La paura di rischiare e di perdere quel poco che si è guadagnato, a volte anche cedendo.
Ed oggi, come non mai dagli anni ’70, tutti si illudono di poter diventare qualsiasi cosa, ma la maggior parte finisce per essere niente. Niente perché le radici sono state sostituite da reti senza linfa. Niente perché non c’è un ideale, né una visione politica, che diano un senso al sacrificio e possano sostenere nelle cadute, attraverso il gruppo ed una più ampia comunità, in cui il riconoscimento è la forza.
Niente perché la disgregazione incattivisce e la superficialità è l’illusione spettacolarizzata di memizzare le proprie miserie.
Eppure se io e te siamo presenti a noi stessi, e se ciascuno, coi propri bisogni e le proprie possibilità, cerca di evolversi, di trasformarsi e trasformare per il bene comune, niente sarà del tutto vano. Andremo controcorrente, facendoci scudo con la nostra integrità ritrovata. Così potremo gettare le fondamenta per il nuovo umanesimo che verrà, in cui sarà il pensiero non asservito a dominare la tecnologia, ora in balia degli istinti e dell’anarchia del potere.
Note
1 https://www.latteseditori.it/images/SCAR.3_Recenti_ricerche_sul_livello_di_burnout_nei_docenti_italiani.pdf
2 https://anief.org/normativa/giurisprudenza/51951-scuola-–-stipendi-netti-docenti-italiani,-confronto-con-paesi-ue-impietoso-a-fine-carriera-2-000-euro-contro-3-000-in-francia-e-più-di-5-000-in-germania-anief-ai-precari-ancora-meno,-subito-interventi-straordinari#:~:text=Il%20giorno%20dopo%20la%20Giornata,Italia%20a%20poco%20più%20di
3 https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/ecosistema-scuola-2024-xxiv-rapporto/
4 https://anief.org/normativa/legislazione/52796-istruzione-personale-ata,-la-mannaia-dei-tagli-spazzerà-via-due-unità-lavorative-a-scuola-13-000-posti-in-meno-tra-stop-organico-aggiuntivo,-riduzioni-in-legge-di-bilancio-e-mancata-copertura-dei-distaccati-le-proteste-anief
5 https://www.orizzontescuola.it/il-lavoro-sommerso-dei-docenti-altro-che-solo-18-ore-a-settinana-oltre-1500-ore-allanno-in-piu-di-servizio-non-retribuito/
6 https://www.legambiente.it/rapporti-e-osservatori/ecosistema-scuola/
7 https://disturbispecificidiapprendimento.it/la-scrittura-in-corsivo-utile-per-favorire-lapprendimento/
8 https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15823243/
9 https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4274624/
10 https://www.oecd.org/en/publications/survey-of-adults-skills-2023-country-notes_ab4f6b8c-en/italy_b03d6066-en.html
Fonte
26/04/2024
La strana “democrazia” di Ucraina e Israele, parola di Washington
Non che poi Washington faccia davvero quel che dice, cioè difendere la democrazia e i diritti delle persone. Ma questi documenti sono in genere dettagliati e piuttosto onesti nel dar conto delle varie situazioni, pur ridimensionando spesso i crimini commessi da chi è legato agli USA.
Ad ogni modo, non si può nascondere tutto e quest’anno è sicuramente di un certo interesse andare a leggere cosa viene detto su due «bastioni» della democrazia, almeno per come sono presentati nei media occidentali.
Cosa ne pensa il Dipartimento di Stato dell’Ucraina e di Israele?
Per quanto riguarda l'Ucraina, la prima cosa che viene affermata è che, senza dubbio, i crimini commessi dai russi nel territorio di Kiev sono peggiori. E, tuttavia, sono elencati diversi nodi problematici che danno l’immagine di un paese che non ha nulla a che vedere con la “democrazia liberale”.
La legge proibisce torture e altre forme di abusi, ma vi sono resoconti che parlano di questo tipo di atti da parte delle forze dell’ordine. E del resto, con la legge marziale, le confessioni e le dichiarazioni estorte sotto costrizione possono essere utilizzate nei processi: insomma, in Ucraina è ormai legittimo torturare.
A queste note seguono tutta una serie di altre violazioni documentate, sia per ciò che riguarda gli arresti sia per i successivi procedimenti giudiziari. Sono tante le infrazioni delle norme di guerra, con la maggior parte attribuite alla Russia, ma rimarcando che esse vengono da entrambe le parti.
È soprattutto l’informazione a uscire devastata dalla guerra. Programmi banditi e sanzioni a giornalisti non allineati col governo, le querele e il pretesto della “sicurezza nazionale” per indirizzare le notizie sono largamente diffusi, così come la pratica dell’autocensura di ciò che si ritiene potrebbe suscitare malumori a Kiev.
Ci sono poi tanti altri ambiti in cui le illegalità si sono moltiplicate: violenza di genere, lavoro minorile, corruzione, libertà di associazione. Il rapporto sottolinea come, oltre ai simboli russi, anche quelli comunisti siano proibiti, cosa che di certo non dispiace ai vertici a stelle e strisce.
Del resto, i partiti comunisti sono stati banditi già dal 2015, ben prima dell’operazione militare russa. È bene ricordare che nelle democrazie liberali occidentali, sicuramente meno evolute di oggi, essi non vennero messi al bando nemmeno durante la Seconda guerra mondiale.
Passiamo a Israele, West Bank e Gaza. La prima sezione del rapporto si apre dicendo subito che nel corso del 2023 vi sono state “diverse segnalazioni che il governo o i suoi agenti hanno commesso uccisioni arbitrarie o illegali”. Non dopo il 7 ottobre, ma ben prima e durante tutto l’anno.
La legge israeliana non proibisce la tortura o altri trattamenti inumani, e ci sono varie relazioni attendibili sul loro utilizzo. Questo è avvenuto in particolar modo nei confronti dei detenuti palestinesi, e soprattutto dopo il 7 ottobre.
Per i crimini che prevedono condanne dai dieci anni in su è obbligatoria la registrazione degli interrogatori, ma una legge “temporanea”, continuamente prorogata dal parlamento, esenta i casi ascrivibili ai reati di sicurezza. In poche parole, tramite legislazione speciale Tel Aviv si è assicurata che non ci possano essere prove scritte dei crimini perpetrati sui prigionieri palestinesi.
Alcuni di loro, detenuti nella West Bank o a Gaza, sono stati trasferiti in strutture interne a Israele. Per molti gruppi che si battono in difesa dei diritti umani, questo va contro la Quarta Convenzione di Ginevra, che tutela i civili in tempo di guerra.
Tutele ormai dimenticate da tempo: il 2 maggio Amnesty International ha riportato l’utilizzo da parte del governo israeliano di un sistema di riconoscimento facciale da usare sui palestinesi per imporre ulteriori restrizioni di movimento. Inutile dire che il database biometrico che ne è risultato raccoglie i dati senza alcun consenso.
Il rapporto continua esplicitando che “il governo ha generalmente rispettato [la libertà di espressione] con alcune eccezioni, soprattutto per i palestinesi e i cittadini arabi/palestinesi di Israele”. Per questi ultimi vale anche, allo stesso modo, la restrizione del diritto a riunirsi pacificamente.
Sono frasi che smontano le dichiarazioni che ogni tanto si sentono sul fatto che i palestinesi con cittadinanza israeliana vivano “senza problemi” nell’entità sionista. Una falsità che deriva dalla Costituzione stessa di Israele, in quanto progetto coloniale, suprematista e, dal 2018, anche stato etnico-religioso (“ebraico“) per legge.
Nel rapporto sono ricordati anche molti altri elementi tragici del genocidio condotto da Israele. Per citarne uno, il Comitato per la protezione dei giornalisti ha denunciato “un apparente schema di attacchi ai giornalisti e alle loro famiglie da parte delle forze armate israeliane”.
Tutte queste informazioni non sono elucubrazioni di un qualche “comunista rancoroso” o di qualche “integralista islamico”, ma una rassegna di notizie e rapporti raccolti dal Dipartimento di Stato statunitense.
Come possano andare d’accordo con la retorica per cui la guerra che la filiera euroatlantica sta alimentando in Ucraina e Medio Oriente sia “a difesa della democrazia” è un mistero che ha senso solo nelle sale di Bruxelles e Washington.
Fonte
11/02/2024
L’Argentina ha bisogno del sostegno italiano e internazionale
L’agenda di governo del Presidente Milei minaccia anche di azzerare le importanti ed esemplari conquiste di trent’anni di lotta per i diritti umani, per la Memoria, la Verdad y la Justicia, riguardo ai crimini commessi dal Terrorismo di Stato durante l’ultima dittatura civico-militare tra il 1976 e il 1983 culminati con 30mila desaparecidos.
Il quarantesimo anniversario del ritorno alla democrazia nel paese non poteva avere come cornice istituzionale uno scenario peggiore.
Già dalle prime misure varate subito dopo l’assunzione ufficiale dell'incarico, in una cerimonia celebrata per la prima volta nella storia in piazza e voltando intenzionalmente le spalle al parlamento, il governo Milei ha mostrato la sua avversione per ogni procedimento formale costituzionale e democratico, presentando un insieme di quasi 900 leggi per mutare radicalmente l’assetto giuridico-istituzionale dello Stato argentino mediante un Decreto Nazionale di Urgenza (DNU) e una Legge Omnibus.
Si tratta di due maxi-provvedimenti emessi con procedura di urgenza in modo da bypassare i meccanismi formali tipici di ogni sistema di governo democratico. Una simile scelta appare intollerabile non solo da un punto di vista meramente formale o procedurale, ma anche sostanziale, poiché si cerca di smantellare per “decreto” buona parte dei diritti sociali conquistati dalla classe lavoratrice argentina durante il XX secolo.
Proprio per questo, al DNU e alla Legge Omnibus il governo Milei vi ha affiancato un terzo provvedimento – il cosiddetto Protocollo Repressivo della Ministra della Sicurezza, Patricia Bullrich – che autorizza la violenza statale arbitraria e quindi la repressione poliziesca indiscriminata di ogni manifestazione pubblica di dissenso.
Già nelle prime manifestazioni di opposizione alle misure del governo abbiamo visto scene – arresti indiscriminati, attacchi feroci e intimidatori delle forze dell’ordine ai manifestanti e alla stampa – che non si vedevano dagli anni più bui della storia del paese.
L’Argentina sta vivendo un momento di emergenza democratica.
Un’emergenza voluta e decretata dallo stesso Presidente Milei tanto a livello formale e giuridico, quanto a livello discorsivo, ovvero mediante il suo quotidiano disprezzo e delegittimazione di ogni regola e istituzione della vita democratica di un paese: partiti, parlamento, sindacati, movimenti sociali, manifestazioni, scioperi.
Crediamo che l’Argentina non possa essere lasciata da sola da parte di coloro che credono nei valori democratici e nel rispetto dei diritti umani come espressioni fondamentali della libertà e della convivenza pacifica fra i popoli.
L’Italia è già stata a fianco della lotta del popolo argentino per i suoi diritti durante l’ultima dittatura civico militare.
Chiediamo che anche oggi raccolga questo grido di allarme lanciato da milioni di argentini, e che onori in questo modo il suo esemplare impegno per i diritti umani durante alcuni degli anni più terribili della storia argentina.
Chiediamo, attraverso lei, che l’Italia resti vigile perché le garanzie individuali costituzionali sancite dal moderno stato di diritto vengano rispettate da parte del presidente argentino, che ha posto l’emergenza e l’eccezione al centro del suo programma di governo.
Fonte
14/02/2023
Un popolo senza politica
Per manifesta inutilità.
Sulle ragioni di questo distacco tra popolo e “politica” si possono ascoltare molte “narrazioni” diverse, ma nessuna analisi politica e sociale. Perché uno sforzo serio di analisi porterebbe piuttosto velocemente alla conclusione inevitabile: cosa voto a fare se non serve a cambiare qualcosa?
Sia detto pacatamente: questa impossibilità di cambiare con il voto le scelte politiche implica la delegittimazione radicale dell’assetto istituzionale che continuiamo perversamente a chiamare “democrazia parlamentare”.
In quello schema, ormai puramente teorico, i più vari interessi e bisogni della popolazione vengono “rappresentati” da forze politiche che, in ragione dei voti presi e quindi dei seggi conquistati (a qualsiasi livello istituzionale), traducono quegli interessi in leggi, decreti, ordinanze, misure amministrative.
Così non è più. Ormai da decenni, ammesso e non concesso che sia mai stato integralmente vero. Anche nel passato remoto quella “traduzione” era difficile, contrastata, mediata, ostacolata da interessi potenti, intoccabili ed indicibili (alleanze internazionali e poteri economici, in primis).
Ma in qualche misura, con una fortissima spinta conflittuale e al prezzo di molto sangue, qualcosa poteva essere effettivamente cambiato. È la storia dello Statuto dei lavoratori, della sanità pubblica, del diritto al divorzio e all’aborto, alla pensione in età umanamente accettabile, ecc.
Poi il meccanismo è stato interrotto. Per decisione presa fuori e sopra i livelli istituzionali condizionabili con il voto popolare. Gli accordi di Maastricht e l’operazione “Mani pulite” sono stati contemporanei.
I primi sottraevano agli Stati – e dunque ai Parlamenti – il potere di decidere sulle politiche di bilancio (ossia sull’utilizzo della ricchezza prodotta). La seconda eliminava i partiti nati nel dopoguerra, certamente divorati dalla corruzione, ma altrettanto certamente “orientati” a visioni di società tra loro differenti, in corrispondenza di interessi sociali diversi.
Poi è stato tutto un “fluire” verso identità indeterminate e “narrazioni” orientate dai sondaggi, mentre gli interessi scomparivano schiacciati da politiche economiche sempre determinate da istituzioni sovranazionali inarrivabili, tanto dal voto quanto dalle manifestazioni fisiche del dissenso di massa.
L’astensionismo è andato crescendo su quest’onda di qualunquismo istituzionale. Se chiunque vinca farà le stesse cose – demolire le pensioni, la sanità pubblica, scuola e università, fino a benedire di nuovo la guerra – a che serve votare?
L’oggetto del contendere politico è diventato “minimo”. C’è chi vota per ragioni clientelari, chi per ragioni corporative, ma sempre meno per ragioni politiche generali. Lo smarrimento dell’identità fondata su un interesse sociale chiaro lo si può misurare su quegli operai che votano a destra non perché credano che questa farà qualcosa di positivo su salari e pensioni, ma magari solo per cacciare migranti o rom dai loro quartieri abbandonati al degrado da quegli stessi poteri che ora vengono invocati come “giustizieri”.
La “tenuta sociale”, una volta eliminate le politiche di welfare, viene subappaltata alle polizie. E c’è pure qualche imbecille che si ritiene “di sinistra” che plaude al ristabilimento dell’”ordine”...
Politica e società non si parlano più, perché la scelta (l’essenza di qualsiasi politica) è sottratta a monte. Il voto non cambia nulla, dunque non serve. O meglio: serve a chi ha qualcosa da chiedere e ottenere in cambio, purché rigorosamente di basso livello (una concessione, un appalto, un condono, uno sconto fiscale, un lavoretto, ecc).
Che la destra post-fascista – o dichiaratamente nostalgica – vinca in queste condizioni è “normale”. Se non c’è altro da sperare che mantenere privilegi minimi, beh, un manganello torna più utile che un diritto sociale. E quelli “civili”, è comprovato, interessano davvero solo i diretti interessati, più qualche anima ancora non corrotta. Ma che non fa massa critica...
Qui, naturalmente, non si sta argomentando a favore dell’astensionismo sistematico. Si sta prendendo atto che questo gioco non solo è “truccato” (tutti i tg e i giornali hanno sempre presentato solo tre concorrenti, sia in Lazio che in Lombardia), ma è inutile rispetto allo scopo che sarebbe fondamentale in una competizione elettorale: eleggere dei rappresentanti per cambiare o almeno condizionare le scelte politiche.
Si può decidere di partecipare lo stesso, magari solo per far sapere che c’è un’alternativa ancora in gioco. Ma poi è inutile stracciarsi le vesti se “i risultati” sono quelli che sono.
Tutto ciò per dire che, per la sinistra radicale, una stagione è definitivamente tramontata. Ossia quella in cui circoli sempre più ristretti (e anziani) di iscritti si attivavano solo in vista di una tornata elettorale, scervellandosi e dilaniandosi su quale fosse la combinazione migliore (la meno peggio...) per “eleggere”. Ad ogni elezione uguale, come se le precedenti non potessero insegnare mai nulla.
I fatti dimostrano che nessuna combinazione (collaterali al PD o al M5S, utilizzare il residuo appeal della falce e martello, unire le forze disponibili) risponde più a quell’obiettivo (“eleggere”).
Da oggi converrà misurarsi su quel che si fa, politicamente e socialmente, ogni giorno. Su come si lotta, ci si unisce, ci si misura, ci si rafforza.
Perché – a prescindere persino dall’utilità o meno del presentarsi ad una certa elezione – in quel tipo di scadenze si raccoglie quel che si è seminato fin lì. E se non si fa granché, per mesi o per anni, non ci sarà niente da raccogliere.
Come si vede...
Fonte
19/09/2022
Quando si chiamano i fascisti a “difendere la democrazia”...
Per rispondere in modo non teorico (o “ideologico”, come amano dire quelli che fanno fatica a far girare i pochi neuroni attivi) sarà bene osservare non solo la campagna elettorale in corso, ma anche le tendenze di lungo corso in tutto l’Occidente neoliberista.
Se guardiamo agli argomenti sollevati dal “centro democratico” – ossia dalla formazione di destra che si fa chiamare Pd – sembra proprio che si batta per perdere clamorosamente, scendendo anche al di sotto della percentuale raggiunta dal “Peggiore” segretario che abbia mai avuto, Matteo Renzi.
Enrico Letta non solo non ne imbroccca una, ma agita temi che palesemente interessano (forse) minoranze benestanti, se non addirittura “posizionamenti” internazionali su cui non c’è differenza sostanziale con la destra para-fascista.
Com’è ormai noto, sia la Meloni che Salvini (per non dire di Berlusconi) stanno saldamente sul fronte euro-atlantico, limitandosi ad evocare “l’interesse nazionale” quel tanto che basta a solleticare quanti hanno una visione cortissima. Ma del resto è quel che materialmente fanno anche i governi dei paesi principali dell’Unione Europea, quelli considerati “esempi”.
La Germania, com’è risaputo, cerca di ritardare il più possibile l’applicazione delle sanzioni contro la Russia per paura di perdere le forniture di gas prima di aver trovato validi sostituti. L’Olanda si oppone al price cap sul gas perché ospita la borsa di Amstradam specializzata nel settore. Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ogni paese presenta comportamenti simili, pur essendo tutti – in proporzione al proprio peso economico e dunque politico – sottoposti ai rigidi vincoli dei trattati.
In questo contesto sentire Letta strepitare sull’Ungheria, la Russia, ecc. dà immediatamente la sensazione del “parlare d’altro”. Nemmeno troppo aiutato dal voto europeo che considera quella di Orbàn, una “autocrazia elettorale”.
Definizione che toglie il terreno sotto i piedi a molta retorica “democratica” degli ultimi trenta anni, secondo la quale la “democrazia” si identifica quasi soltanto con la presenza o meno di un rito elettorale formalmente “libero”, anche se con limitazioni paurose quanto ad effettiva parità tra i partiti concorrenti (basti guardare a quel che accade proprio in questa campagna elettorale, ridotta ad una televendita truffaldina in cui alcuni “prodotti” occupano tutto lo schermo ed altri sono relegati sullo sfondo).
Si dirà: beh, però l’Ungheria presenta numerosi aspetti in contraddizione con lo “stato di diritto”.
Vero, verissimo. Il controllo politico della Corte Costituzionale, lo strapotere dell’esecutivo nei confronti degli altri poteri (parlamento e magistratura), le politiche contro i diritti civili (l’aborto, i comportamenti sessuali “non approvati”, ecc.) sono certamente indici molto seri in questo senso.
Ma non si capisce quale sia la differenza – per esempio – con la Polonia, che pratica esattamente la stessa logica reazionaria. Ah, già, Varsavia è per inasprire le sanzioni a Mosca, mentre Budapest non può e dunque non vuole rinunciare al gas russo... Gli alleati servili sono per definizione “democratici” (come il “rinascimentale” Bin Salman), quelli “scapestrati” sono a rischio.
Il tentativo “democratico” di fare delle elezioni italiani una “scelta di campo” tra “democrazia” ed “autocrazia elettorale” (anche in Russia si vota, e ci sono parecchi partiti diversi) è semplicemente una follia.
Siamo infatti nel pieno di una crisi energetica e di un’inflazione galoppante (tutta importata) che svuota salari e pensioni. Dare la colpa alla Russia è un gioco che può funzionare per qualche mese, poi il crudo bisogno di massa lo svuota di senso.
E i mestatori di destra lo sanno meglio dei finti “democratici”...
Ma tutta la “grande stampa” – televisioni comprese – sembra lavorare per conferire alla destra para-fascista il massimo dello spazio sociale possibile. Guai a definire “fascisti” la Meloni e i suoi seguaci; guai a ricordare che “i nostri alleati” del battaglione Azov sono dei nazisti orgogliosi di esserlo.
Ma se megafoni dei principali gruppi industriali o finanziari concordano tutti su questa “narrazione democratizzante” – altro che greenwashing politico... – vuol dire che c’è un interesse dominante che non può più fare a meno della reazione nuda e cruda. Del fascismo del terzo millennio, opportunamente ridisegnato, senza passo dell’oca (per ora) e qualche ambiguità ben dissimulata, ma sempre pronto a “passare ai fatti”.
Del resto, se la governance del sistema occidentale si va concentrando in sempre meno mani; se i processi decisionali europei debbono ormai procedere senza tener conto dei risultati elettorali nazionali (Gentiloni, di recente, si è espresso come il Wolfgang Schaeuble di qualche anno fa); se è “il mercato” e non “la politica” a determinare il corso delle cose; se quindi i bisogni e i sogni della maggioranza delle popolazioni europee non debbono più avere alcuna possibilità di imporsi o “disturbare” quei processi decisionali...
Beh, allora i fascisti diventano indispensabili.
Per “difendere la democrazia”, naturalmente...
Fonte
21/08/2022
Ma quale regime democratico...
In un regime democratico i media e le tv dovrebbero garantire le pari condizioni per tutti i partecipanti, lasciando agli elettori il compito di scegliere.
In un regime democratico dovrebbe essere possibile criticare Israele, la NATO, la UE senza che i leader dei due partiti di destra – Letta e Meloni – in finta contrapposizione tra loro ma esaltati assieme da giornali e tv, diffondano l’accusa di connivenza con potenze straniere o con il terrorismo.
In un regime democratico i programmi dei partiti dovrebbero essere spiegati e messi a confronto, non propagandati come in televendite truffaldine.
In un regime democratico il Presidente della Repubblica non convocherebbe le elezioni alla fine delle ferie estive, sapendo benissimo che così la campagna elettorale sarà ancora più escludente e disonesta.
In un regime democratico, quando si riduce il numero dei parlamentari, si aumentano anche le garanzie per il pluralismo e le minoranze e si cambia le legge elettorale.
In un regime democratico...
Basta, in Italia NON C’È UN REGIME DEMOCRATICO, ma il governo di una oligarchia degli affari e della guerra, sempre più autoritaria.
Queste elezioni sono segnate e truccate da questa oligarchia, quindi il solo voto utile è per chi è fuori e contro di essa e rifiuta di accomodarsi negli inutili sgabuzzini offerti purché si accetti il trucco. Ecco perché sostengo #UnionePopolare.
Fonte
06/07/2022
11/04/2022
Siamo in democrazia? Non sembra proprio...
Nei paesi anglosassoni, e soprattutto in Gran Bretagna (alla faccia di quel trombone di Boris Johnson), risulta infatti assolutamente fuori controllo la credibilità delle istituzioni.
La ragione principale sta nel distacco assoluto tra interessi sociali e decisioni politiche. Quasi nessuno, infatti, crede che il proprio voto per uno qualsiasi dei partiti possa produrre un qualsiasi effetto sui partiti.
Molto più “efficaci”, per usare un eufemismo, risultano i “donatori” – grandi multinazionali, imprese, “benefattori”, ecc. – che con i loro soldi regalati ai partiti sicuramente impongono scelte a proprio vantaggio, ma a scapito di tutta la popolazione.
The Guardian, giornale inglese che riserva sempre qualche squarcio disincantato sulla realtà (pur essendo schierato attualmente con i guerrafondai), riporta i risultati di un sondaggio in Gran Bretagna che non lascia molto spazio alle interpretazioni.
Qui, nel regno della presunta “democrazia”, praticamente nessuno crede che “la classe politica” abbia a cuore gli interessi e i destini dei “rappresentati”.
Si potrebbe naturalmente andare oltre – scorrendo ai sondaggi anche italiani sulla “partecipazione alla guerra” (quel 70% di “non” è una laide sui guerrafondai al governo) – ma basta anche guardare alla triste sorte del “pluralismo” nei media.
Dove ormai anche solo ad esprimere “dubbi” su quel che ci viene raccontato si finisce sul banco degli imputati (“filo-Putin”!). E comunque, giorno dopo giorno, anche i cagadubbi appaiono sempre meno tra i presunti “opinionisti”.
Al punto che i generali e gli analisti della Difesa – gente di cui è impossibile non conoscere il pedigree Nato (magari ancora dotati di “nulla osta sicurezza”!) – sono diventati gli unici a descrivere le dinamiche di guerra come un problema da capire bene e non soltanto un “dichiarare da che parte si sta”.
Forse perché, da militari, sanno bene che puoi anche sapere con certezza “da che parte stai”, ma comunque “il nemico” devi conoscerlo, non soltanto demonizzarlo. Se non altro perché spara anche lui, e non cazzate in libertà.
Tornando alla “questione democratica” comunque, il sondaggio del Guardian spiega con molta chiarezza – senza probabilmente averlo tematizzato fino in fondo – il cuore del problema: la forma della democrazia è il poter votare. Ma in ogni paese – anche in Russia, in Cina o dovunque voi guardiate – si vota. Cambiano i sistemi elettorali, le modalità di voto, in qualche misura anche la “libbbertà” di poter mettere una crocetta su una casella.
Ma la sostanza della democrazia sta nel fatto che gli interessi materiali e ideali di una popolazione qualsiasi siano riconosciuti e realizzati dalle decisioni del governo.
Se invece le grandi decisioni dipendono dagli interessi di pochi gruppi imprenditoriali di dimensioni internazionali, mediando al massimo con quelli di piccola e media impresa, mirando a spostare la ricchezza sociale prodotta da chi ha pochissimo a chi ha già troppo, ci troviamo in un regime oligarchico. Non troppo dissimile da quello putiniano, forse solo un po’ più raffinato...
E questo – qui, nell’Occidente che scassa il c...o a tutto il resto del mondo – è quel che realmente accade. Lo dicono tutti a furor di popolo. Soltanto i nostri “condizionatori professionali” (giornalisti o meno) fingono di non saperlo.
Un sondaggio rivela che i giovani adulti hanno una drammatica perdita di fiducia nella democrazia del Regno Unito
Il rapporto afferma che l’emarginazione del parlamento da parte del governo Tory ha ulteriormente eroso la fiducia nel sistema politico
Toby Helm – The Guardian
Una drammatica perdita di fiducia nella capacità della democrazia britannica di servire gli interessi degli elettori del Regno Unito è rivelata in un nuovo rapporto che rileva che i finanziatori dei partiti politici e le grandi imprese sono ora comunemente considerati dagli elettori come i principali motori della politica di governo.
L’inquietante prova che milioni di elettori sentono che le loro voci e i loro punti di vista sono in gran parte inascoltati, mentre gli interessi dei grandi capitali hanno la meglio, è stata scoperta nell’ultimo rapporto del think tank IPPR, in collaborazione con l’Observer, sul futuro della democrazia.
Lo studio, intitolato Road to Renewal, si basa su un sondaggio YouGov tra 3.442 adulti, che ha scoperto che solo il 6% degli elettori nelle elezioni in Gran Bretagna crede che le loro opinioni o interessi siano le principali ragioni dietro le decisioni politiche prese dai ministri del governo.
Al contrario, più di quattro volte tanto (25%) crede che i maggiori finanziatori dei partiti politici abbiano la principale influenza nel plasmare la politica, seguiti da gruppi di affari e corporazioni (16%), giornali e media (13%) e lobbisti e gruppi di pressione (12%).
Solo il 2% cita i sindacati come le forze principali che orientano le decisioni politiche. Fatto che gli autori del rapporto notano essere “un cambiamento notevole dagli anni ’70 e ’80, quando erano molto diffuse le preoccupazioni per i sindacati troppo potenti”.
Il sondaggio è stato commissionato congiuntamente da IPPR, Electoral Reform Society e Unlock Democracy.
Lo studio traccia la crescente insoddisfazione per le democrazie avanzate in tutto il mondo negli ultimi decenni, sentimento che si riflette nel calo dell’affluenza alle elezioni, nella diminuzione delle iscrizioni ai partiti e nel maggior numero di persone che cambiano il loro voto, anche verso alternative populiste.
Lo studio chiede un urgente ripensamento da parte dei partiti principali su come funziona la democrazia nel Regno Unito, compresi i passi per riconnettere i cittadini con la politica e i politici attraverso la devoluzione di maggiori poteri. Chiede maggiori controlli sul potere esecutivo per salvaguardare la democrazia rappresentativa, dando la colpa al governo di Boris Johnson che ignora il Parlamento ogni volta che può.
“L’emarginazione del parlamento da parte dell’attuale governo – compresi i briefing ai media prima dei parlamentari, l’approvazione di una vasta legislazione pandemica senza censura parlamentare, la minima supervisione parlamentare dei negoziati sulla Brexit e la proroga del parlamento“, sono tutti esempi di abusi che hanno contribuito alla mancanza di fiducia nel processo democratico.
Il verdetto del pubblico sulla capacità dei politici di comprendere le loro vite è schiacciante.
Alla domanda su quanto credevano che “i politici capissero la vita delle persone come voi“, il 78% degli adulti votanti ha risposto “praticamente niente”, con questo numero quasi equamente diviso tra il 36% che ha detto “abbastanza poco” e il 42% che ha risposto “molto poco“. Solo l’1% ha detto “molto” e il 12% “abbastanza”.
I giovani adulti britannici (18-24) sono quelli meno propensi a dire che la democrazia funziona bene per i loro interessi (solo il 19% dice che ‘funziona bene’ contro il 55% che dice ‘male’); mentre quelli di 65 anni e oltre sono più propensi a dire che risponde ai loro interessi (46% dice ‘bene’ e 47% ‘male’).
L’IPPR avverte che i partiti socialdemocratici tradizionali, che non riescono più ad affrontare le cause profonde del malcontento nei confronti del sistema politico, mettono a rischio le fondamenta della democrazia liberale e le loro stesse prospettive di assicurarsi il potere.
Parth Patel, ricercatore dell’IPPR, ha detto che l’invasione russa dell’Ucraina ha portato molti leader a lodare i meriti delle democrazie liberali rispetto a quelli delle dittature, nonostante i molti difetti delle prime agli occhi degli elettori britannici.
“Sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina, i nostri leader si sono schierati a difendere la democrazia liberale. Ma la realtà è che la battaglia per la democrazia non deve essere vinta solo all’estero, ma anche a casa.”
“In verità, le democrazie non stanno dando buoni risultati per i loro cittadini. I politici e i partiti sono sempre più distanti, e l’influenza dei comuni cittadini sulle politiche pubbliche è diminuita. Molti stanno rinunciando del tutto alla partecipazione politica, mentre molti hanno dato il loro sostegno agli sfidanti populisti – segni di una protesta contro la ‘democrazia abituale‘”.
Negli anni ’90, ricorda il rapporto, circa due terzi dei cittadini dell’Europa occidentale, del Nord America, dell’Asia nord-orientale e dell’Australasia erano soddisfatti della democrazia nei loro paesi. “Oggi la maggioranza in queste regioni è insoddisfatta. Da nessuna parte l’aumento dell’insoddisfazione democratica è stato più ripido che nelle democrazie anglosassoni“.
Patel ha detto che i partiti politici tradizionali hanno troppo spesso cercato di “imitare l’agenda populista dei loro avversari, piuttosto che affrontare le cause di fondo del malcontento democratico“.
“Ora devono guardarsi allo specchio e impegnarsi in riforme significative che rimettano la voce dei cittadini al centro della democrazia. ‘Restituire il controllo’ dovrebbe essere una linea di demarcazione alle prossime elezioni“.
Fonte
17/02/2022
Conferenza sulla sicurezza di Monaco. “Democrazie” in declino nella competizione globale
È dunque un appuntamento da tenere d’occhio, anche perchè ci dirà come se la caverà la leadership tedesca in questa crisi, visto che in occidente sono molti a volerla passare sulla graticola.
Il governo russo, diversamente dagli altri anni, ha deciso di non inviare un rappresentante alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di quest’anno, ha fatto sapere Wolfgang Ischinger, l’ex diplomatico tedesco che presiede l’evento che inizierà il 18 febbraio e durerà fino a domenica 20.
La conferenza è stata spesso contestata da manifestazioni contro la guerra e la Nato da parte dei movimenti antimilitaristi e alternativi tedeschi.
Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, parteciperanno molti dei più importanti decisori mondiali, tra cui più di 30 capi di Stato e di governo, 100 ministri e i capi delle più importanti organizzazioni internazionali come l’ONU, la NATO e l’UE. La conferenza sarà aperta dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. La delegazione del governo tedesco sarà guidata dal cancelliere Olaf Scholz in persona, mentre gli USA saranno nuovamente rappresentati da una delegazione di livello particolarmente alto composta da rappresentanti dell’amministrazione e del Congresso.
Appare evidente come sulla Conferenza di Monaco – un nome e un luogo evocativo di molte cose nella storia – pesino le inquietudini delle potenze e del mondo occidentale, alle prese con una crisi sistemica più profonda di quanto desiderato, con una competizione globale che sembra non risparmiare colpi e rotture significative del vecchio ordine mondiale imposto dall’occidente, ma anche con un declino dell’egemonia del proprio modello politico-ideologico sul mondo attuale.
“Il nostro mondo è in pericolo. Le tradizionali certezze si stanno sgretolando, le minacce e le vulnerabilità sono in aumento e l’ordine basato sulle regole è sempre più attaccato. La necessità del dialogo non è mai stata così grande” scrive nella nota di presentazione il presidente della conferenza Ischinger.
“Da quando ho assunto la presidenza della Conferenza sulla Sicurezza nel 2008, non ci sono mai stati così tanti sviluppi critici come oggi“, ha affermato l’ex diplomatico.
Il nuovo Munich Security Report 2022, presentato a Berlino da Ischinger, elenca meticolosamente la maggior parte delle minacce attuali: dalla possibile guerra in Ucraina e dal fallimento dell’Occidente in Afghanistan e Mali alla pandemia non ancora superata, ai cambiamenti climatici e alle crescenti tensioni geopolitiche con la Cina.
Ma nelle considerazioni di Ischinger si affacciano preoccupazioni non solo sul piano geopolitico e militare. “Continua la tendenza al ritiro della democrazia. Non sorprende quindi che un sentimento di impotenza sembra crescere in Europa e oltre“, ha affermato Ischinger.
Secondo il quotidiano tedesco Handesblatt, alla conferenza di tre giorni sulla sicurezza a Monaco il cancelliere tedesco Scholz dovrà anche sopportare le critiche degli alleati che trovano l’approccio della Germania alla crisi ucraina troppo esitante e vago. Come noto il principale punto di contraddizione è il gasdotto Nord Stream 2 del Mar Baltico, la cui messa in servizio non è stata ancora ufficialmente esclusa dal Cancelliere in caso di attacco russo all’Ucraina.
Nel loro nuovo rapporto, i ricercatori di MSC giungono alla preoccupante conclusione che i cittadini di molti paesi corrono rischi crescenti, ma allo stesso tempo hanno la sensazione che il loro paese non possa più controllare gli eventi mondiali.
In Germania, la metà dei cittadini intervistati condivide questa valutazione. Ma anche nel resto del mondo le ”percezioni” non sono più lusinghiere. Sono state intervistate 12.000 persone provenienti dalle sette principali nazioni industriali (G7), nonché da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa (paesi Brics).
Molte persone soffrono di “impotenza appresa”, tanto che anche le società possono arrivare a credere di non essere più in grado di gestire le sfide che devono affrontare, afferma il rapporto. “Le democrazie liberali sembrano sentirsi particolarmente sopraffatte.” Questa percezione è estremamente pericolosa perché potrebbe diventare una profezia che si autoavvera.
Soprattutto in Europa, la sensazione di impotenza si sta diffondendo, ha sottolineato il presidente della Conferenza. “Nonostante il suo notevole potere economico, l’Europa sembra spesso aver perso la fiducia nella sua capacità di influenzare gli affari mondiali”, ha affermato Ischinger.
Allo stesso tempo, ha sottolineato il fatto che organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione Mondiale del Commercio stiano diventando sempre meno importanti. “Le organizzazioni internazionali non sono più considerate indispensabili quando si tratta di apportare cambiamenti positivi o aggiungere valore. Questo è un grosso errore“, ha detto Ischinger. In questo senso, l’impotenza è autoinflitta.
Nel mondo occidentale desta particolare preoccupazione il dato secondo cui mentre più della metà degli intervistati si sente impotente nei paesi a governo “democratico”, secondo il rapporto la cifra scende a poco più del 40% negli stati considerati come autoritari. Di conseguenza, anche le democrazie liberali stanno subendo una crisi di credibilità, come confermato dal nuovo “Democracy Index” del think tank Economist Intelligence Unit.
Secondo questo indice, ormai meno della metà della popolazione mondiale vive in paesi considerati come “democratici”. Più di un terzo, invece, è governato in paesi ritenuti “autoritari”. Il problema “politico” ed “ideologico” è che questi paesi sembrano avere maggiore successo dentro la competizione globale.
Secondo questo “indice della democrazia”, l’America Latina è quella che ha registrato il calo più forte nel 2021. “Il debole impegno della regione per la democrazia ha permesso ai populisti illiberali di prosperare e un fitto calendario elettorale non ha sempre promosso la causa della democrazia”.
Ma, come rileva L’Economist Intelligence Unit nel suo rapporto, anche alcuni paesi occidentali perdono punti nel loro loro indice democratico. “Per il secondo anno consecutivo, la pandemia è stata la più grande fonte di tensione sulla libertà democratica in tutto il mondo. Attraverso blocchi e restrizioni di viaggio, le libertà civili sono state nuovamente sospese sia nelle democrazie sviluppate che nei regimi autoritari”.
Il Canada, ad esempio, ha subito una battuta d’arresto molto più grande, di 0,37 punti. “Ancora una volta, le restrizioni pandemiche sono state la principale causa di frustrazione e disaffezione. Secondo il World Value Survey, utilizzato in alcune delle sezioni quantitative del sondaggio dell’EIU, solo il 10,4% dei canadesi sentiva di avere “molta” libertà di scelta e controllo. Mentre il 13,5% ha espresso una preferenza per il governo militare”.
Insomma il modo in cui le democrazie occidentali hanno affrontato l’emergenza pandemica ha offuscato non poco la loro credibilità di immutabile assetto democratico. E poi ci sono le tensioni geopolitiche che entreranno come un elefante nella discussione alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco.
Infine un altro aspetto del problema che viene emergendo è che molta parte del mondo non riconosce più al modello liberale il monopolio della democrazia. Colpire come una clava tutti i paesi e i modelli che ormai divergono dall’occidente non solo è foriero di guerre, ma è anche l’ammissione che al declino del modello liberale/liberista il capitalismo non riesce a indicare revisioni di modello né, tantomeno, alternative credibili.
Fonte
05/02/2022
Brancaccio - "Democrazia sotto assedio" su RAI Radio 1
– Brancaccio: “Marx qualche volta ha avuto ragione, e bisogna ammetterlo. Le ricerche recenti indicano che la centralizzazione dei capitali è un fatto. La tesi di questo libro, che lei ha gentilmente citato, è che quando si verifica una tale concentrazione del potere economico, c’è il rischio che si verifichi anche concentrazione in poche mani del potere politico. Da qui, la crisi democratica.”
Fonte
04/01/2022
05/11/2021
Draghi e l’esaurirsi della democrazia in Italia
E il modo con il quale si sta cercando di collocare Draghi non fa pensare tanto a un nuovo spostamento in senso oligarchico dell’asse democratico della costituzione italiana quanto al fenomeno dell’esaurimento della democrazia in Italia che, come tutti i fenomeni storici, ha radici piuttosto lunghe essendo uno dei frutti velenosi della fine degli anni ’70. Certo, una delle trasformazioni più recenti della democrazia deliberativa istituzionale in Italia, quella di essere strutturata attraverso cartelli elettorali liquidi e pensati solo per l’allocazione di corto respiro delle quote di potere ottenute, già faceva pensare all’esaurimento del fenomeno democratico istituzionale, e quindi del relativo regime, nel nostro paese. Non in miglior stato di salute, tra l’altro, troviamo le forme democratiche alternative: assembleari, digitali o legate ad associazioni mostrano crisi di complessità, e lotte interne, non facilmente risolvibili e certamente non proponibili, se non sul piano puramente etico, come modello di governo della società.
C’è poi un elemento, del dibattito politico su Draghi, che va fissato subito: la figura del presidente del consiglio è il nodo sul quale si sovrappongono diverse reti di potere bancario, finanziario, economico nazionale e globale che si servono della politica istituzionale italiana – per l’allocazione di risorse a loro necessarie – ma che ne sono completamente autonome. Ad esempio, quando Draghi, parlando di ambiente al G20, promuove il ruolo strategico del capitale privato, pensando ai grandi hedge fund, si pone al di fuori del regime democratico italiano, che non prevede in nessun modo l’egemonia dei fondi di rischio sui governi in caso di crisi globali, ma entro le esigenze dei flussi finanziari e degli interessi economici di cui è un punto di riferimento. E tutto questo senza alcun dibattito pubblico o istituzionale perché, del resto, i cartelli elettorali presenti in parlamento ascoltano solo il dibattito sulla propria sopravvivenza (data delle elezioni, definizione collegi elettorali, legge elettorale, alleanze, elezione presidente repubblica).
È evidente che Draghi esiste a democrazia esaurita e in modo più accentuato rispetto alle esperienze di governo Ciampi, Dini, Monti nei quali i residui democratici, le forze politiche presenti in parlamento e i sindacati, avevano un ruolo triste ma attivo nella definizione degli obiettivi di governo. Obiettivi che si sostanziavano nel dover soddisfare coloro, per usare una espressione a suo modo sincera di Lamberto Dini, “che votano tutti i giorni” ovvero i mercati finanziari specie con i loro comportamenti sul mercato pubblico obbligazionario. Se Draghi è la risposta, di reti di potere nazionali e sovranazionali, a coloro che votano tutti i giorni è evidente che chi vota ogni cinque anni, entro criteri di democrazia formale, non può e non deve essere un ostacolo. E così le due maggiori ipotesi di collocazione di Draghi, nel dibattito politico, ci sono proprio per evitare che emergano rischi, per chi vota tutti i giorni, da coloro che votano ogni cinque anni. Oltretutto, dai tempi di Lamberto Dini, i mercati non votano tutti i giorni ma ogni frazione di secondo visto che il grosso delle transazioni in borsa si fa col trading ad alta velocità, e il voto quinquennale, in questa dimensione, assume i caratteri arcaici e lontani di una deliberazione della sala della Pallacorda vista dalla prospettiva di una policy interna trasmessa su Whatsapp a un gruppo di consumatori consorziati tra loro. Tutto questo Draghi lo sa, meno i cartelli elettorali ai quali interessa giusto la pura sopravvivenza.
Per cui Draghi viene visto o come presidente del consiglio a prescindere dal risultato elettorale, proposta Confindustria, o come presidente della Repubblica, “che diventerebbe di fatto semipresidenziale” secondo l’interpretazione del ministro Giorgetti. In ogni caso l’indirizzo democratico, quello elettorale, è subordinato alle esigenze di collocazione di Draghi. E qui parlare di “dittatura” non serve se non alle masse di vaganti che si sono viste in piazza queste settimane con gli slogan più bizzarri. Quello che sta accadendo è un fenomeno più profondo di un colpo di stato: l’emergere di un nuovo potere oligarchico, a due teste (nazionale e globale), che occupa gli spazi di una democrazia esaurita. Gridare al ripristino di una democrazia tradita non servirà a molto perché questa democrazia non c’è più. C’è altro e va scoperto nelle sue reali dimensioni.
Fonte
08/06/2021
Acemoglu e Brancaccio: “Democrazia a rischio”
Il fatto più preoccupante, prosegue l’economista, è che questa tendenza è correlata con alcuni indicatori di deterioramento del tessuto democratico. Il rischio è che per questa via si produca una analoga concentrazione del potere politico.
Brancaccio non è il solo ad avere questa preoccupazione. Un altro notissimo studioso, il politologo britannico Colin Crouch, l’inventore del termine “postdemocrazia” (che è anche il titolo di un suo best-seller mondiale), ha dedicato al problema il libro “Il potere dei giganti”, riferendosi appunto alle grandi multinazionali.
“Non c’è dubbio che la democrazia sia sotto assedio e sia a un punto pericoloso”, ha ammesso Acemoglu. “Siamo nella fase della sua maggiore debolezza degli ultimi sessant’anni”. E ha proseguito ponendo un problema epistemologico, cioè di metodo della scienza. In questi contesti non si può parlare di “leggi generali”, non si possono risolvere queste questioni solo guardando a quello che è successo. Dobbiamo pensare al motivo per cui è andata in questo modo e quali erano le alternative. E’ vero che oggi la tecnologia è nelle mani di poche aziende e Google, per esempio, è la più grande che si sia mai vista nella storia dell’uomo. Questo fa dire anche a Jo Stiglitz che “il mercato ha fallito”, e questo è certamente vero se pensiamo a paesi come ad esempio l’Egitto, o al Myammar. A parte che possiamo dire che alcune di queste economie non sono di mercato puro, ma comunque non se ne può trarre la conclusione che allora si possa fare a meno del mercato. “Quello che vediamo è un fallimento delle istituzioni, della regolamentazione: ci sono cose migliori che possiamo fare. Non ci sono leggi generali nel capitalismo, dipende da chi ha il potere, e questo dipende dalle istituzioni. Non è detto che i capitalisti e le grandi aziende siano gli unici attori potenti: ci possono essere anche altri centri di potere, si può sviluppare il welfare, come hanno fatto i paesi scandinavi fin dagli anni ’30 del secolo scorso, certo in modo migliore di quanto il mercato avrebbe potuto fare. Ci sono stati molti fallimenti del mercato, specie nei paesi in via di sviluppo, ma questo non vuol dire che la soluzione sia il non-mercato. Certo i mercati debbono essere inseriti in un quadro di regolamentazione”.
Acemoglu riprende qui la tesi che ha sviluppato nel saggio che gli ha dato una notorietà mondiale, “Perché le nazioni falliscono”, scritto insieme a James Robinson. I due studiosi analizzano la struttura di moltissimi Stati e persino di tribù africane, concludendo che il successo o il fallimento dipendono essenzialmente dalla struttura istituzionale. Il libro si apre con un caso esemplare: quello della città di Nogales, a cavallo tra Stati Uniti e Messico, divisa a metà dal muro del confine. I suoi abitanti “condividono gli stessi antenati, amano lo stesso cibo e la stessa musica. (…) Non c’è differenza nella geografia, nel clima e neppure nelle malattie tipiche dell’area”. Eppure il reddito degli abitanti della metà statunitense è circa il triplo di quello dei loro vicini messicani.
Quindi, sostiene l’economista del Mit, lo Stato deve controllare, non è inevitabile che le aziende diventino troppo potenti; ma è anche necessario un bilanciamento dei poteri, e deve avere un forte ruolo anche la società civile. E’ questa, per inciso, anche la soluzione – piuttosto debole – indicata da Crouch: la mobilitazione della società civile. Se aziende come la Philip Morris o la Exxon-Mobil dichiarano continuamente che faranno dei cambiamenti che distruggerebbero il loro business, ha proseguito Acemoglu, certamente mentono, ma lo fanno perché sentono la pressione dell’opinione pubblica. I cittadini, con il voto, possono controllare i loro governi, che a loro volta possono controllare le imprese: per questo la democrazia ha un’importanza fondamentale.
“Tra noi c’è un disaccordo per quanto riguarda il metodo scientifico – riprende Brancaccio – sull’esistenza o meno di leggi di tendenza del capitalismo. Ma è una divisione trasversale rispetto ad orientamenti politici e teorici diversi. Io penso però che l’esistenza di queste leggi di tendenza sia supportata dalle evidenze. Un esempio: paesi estremamente diversi tra loro per caratteristiche istituzionali, politiche, culturali, hanno fatto registrare nel tempo una convergenza nei processi di precarizzazione del lavoro. Non so se Acemoglu è d’accordo, ma io la definirei una tendenza di carattere generale, che ha cioè contraddistinto la storia del capitalismo nel lungo termine. Per di più si è prodotta indipendentemente dall’avvicendarsi al potere di diverse forze politiche nei diversi paesi. Penso che si possa parlare di leggi generali soprattutto da quando è venuta a mancare una grande alternativa di sistema. Possiamo dire tutto il male possibile dell’Unione Sovietica, considerarla un esperimento fallito. Tuttavia – e su questo anche Mario Monti aveva convenuto nel corso di un nostro dibattito – da quando il capitalismo si è trovato senza rivali, senza una possibile alternativa di sistema, si è mosso verso una uniformizzazione tendenziale, che è andata al di là delle istituzioni dei singoli paesi. Acemoglu, da sempre attento osservatore delle socialdemocrazie, potrà forse convenire con me che persino quelle nordiche da alcuni decenni sono in crisi, e oggi è difficile riconoscere una socialdemocrazia come la intendevamo nel Novecento. Ho il sospetto che questa crisi della socialdemocrazia sia il correlato della crisi del comunismo”.
“Sono d’accordo sul fatto che oggi le socialdemocrazie siano in crisi – è la replica di Acemoglu – e sono in parte d’accordo che questo sia dovuto al crollo dell’Unione Sovietica. Ma penso che le socialdemocrazie siano in crisi perché non hanno generato una nuova agenda. Blair, Clinton, Obama e altri leader hanno aderito tutti all’dea che bisognasse andare verso una globalizzazione non limitata, far funzionare i mercati e magari poi redistribuire, ma questa redistribuzione è stata molto scarsa. Tutti si sono convinti della deregolamentazione, del fatto che non dobbiamo avere paura dei monopoli perché i monopoli portano prezzi più bassi, come Amazon, Microsoft, Google, eccetera. Anche i socialdemocratici si sono convertiti al laissez faire. In quella fase sembrava l’unica scelta possibile, ma oggi abbiamo una comprensione migliore di questi problemi. Io penso che siano necessari molti elementi della socialdemocrazia “vecchio stile”, migliore organizzazione e migliori stipendi per i lavoratori, una rete di sicurezza sociale migliore, redistribuzione. Bisogna dare più potere ai lavoratori, ma anche ai cittadini, in modo che abbiano un ruolo maggiore nella società. È facile? Certamente no, ma io penso che sia possibile. Se invece che nel 2021 fossimo nel 1821, a Manchester o a Londra, vedremmo donne e bambini che lavorano in condizioni orribili, un’aspettativa di vita molto bassa, ambienti insalubri, retribuzioni reali ferme dalla metà del secolo precedente. Ma negli anni successivi ci fu un cambiamento istituzionale, con l’allargamento del diritto di voto, e questo cambiò gli equilibri di potere con un conseguente miglioramento della situazione. Certo, ci furono disordini e i soldati uccisero molte persone. Ma perché a un certo punto si decise di non mandare più soldati a uccidere ancora più persone? Perché i giornali cominciarono a denunciare questa situazione, e man mano la società civile cominciò a giudicare inaccettabile che questo potesse accadere. Dunque, quando si crea una pressione sociale i mercati possono essere incanalati in una direzione diversa e i guadagni possono essere condivisi. Naturalmente tutto questo funziona se la democrazia resiste, e abbiamo detto che è in pericolo”.
Un pericolo che oggi sembra venire soprattutto dai sovranismi, che data l’afasia della sinistra sembrano essere la sola alternativa al neoliberismo dominante. Brancaccio: “Cresciuti dopo la crisi del 2008, in una prima fase hanno raccolta istanze sociali, culturali e politiche molto diversificate, ma negli ultimi tempi hanno assunto decisamente un carattere di destra nazionalista. Dicono di essere molto attente alle istanze nazionali, ma martellano sulla questione dei migranti e non dicono una parola sul controllo dei movimenti internazionali dei capitali. Sembrano essere espressione di quel capitalismo in affanno per il processo di centralizzazione dei capitali che cerca per questo una protezione nazionalistica. Quanto ai miglioramenti nella condizione dei lavoratori, le parole di Acemoglu mi hanno fatto venire in mente la famosa frase del Manifesto del partito comunista: “La storia dell’umanità è storia di lotte di classe”. Ma questi tempi così caotici e tumultuosi fanno maturare il superamento di alcuni tabù. Una parola tabù, per esempio, è “pianificazione”. Ma se guardiamo a come si stanno comportando oggi le banche centrali, beh, operano da market makers, stanno governando il mercato, lo stanno fortemente disciplinando. E decidono – talvolta in modo fortemente discrezionale – cosa acquistare e cosa no, ossia chi deve vivere e chi deve morire. Io vedo in questo comportamento dei prodromi di pianificazione, e un segno di grandissima turbolenza e anche di confusione ideologica, perché se la pianificazione – o almeno qualche sua traccia – comincia ad affiorare persino nel comportamento delle banche centrali, beh, come dicono i cinesi, questi sono tempi interessanti”.
Fonte




