Dare un giudizio sintetico delle tendenze e delle intenzioni spiattellate alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, è relativamente semplice: l’Occidente capitalistico dichiara guerra a tutto il mondo.
Stabilito questo, che è anche l’unico punto in comune tra le due sponde dell’Atlantico, si tratta di vedere se ci andrà unito come era stato in passato oppure se gli Stati Uniti andranno per la loro strada lasciando gli europei a vedersela da soli o quasi.
Le complicazioni e le ipotesi subordinate sono pressoché infinite, naturalmente, perché bisognerà vedere se il mondo Maga riuscirà nell’obiettivo di trasformare gli Usa nella “Svastica sotto il sole” – un sistema suprematista fondato sull’estremizzazione della retorica wasp (white-anglo-saxon-protestant) – oppure se il conflitto interno esploderà paralizzando, forse, in proporzione l’ex superpotenza egemone e comunque militarmente ancora dominante.
E bisognerà anche vedere se l’intento di parte dei paesi europei – diventare una superpotenza “competitiva”, dotandosi di arsenale atomico ed eserciti più numerosi e meglio armati – riuscirà a superare ostacoli che appaiono alquanto alti. Sull’armamento atomico, per esempio, solo Francia e Gran Bretagna hanno una base di partenza, per quanto imparagonabile per dimensioni ed efficacia con i corrispettivi statunitensi, russi e cinesi.
Le premesse non sembrano ottime, visto che ancora ieri – proprio a Monaco – a fronte delle richieste di alcuni paesi perché la Francia aderisca al processo ufficiale di pianificazione nucleare della NATO (ne è rimasta sempre fuori) in modo da legare più strettamente l’arsenale francese alla sicurezza europea – la viceministra della Difesa transalpina, Alice Rufo, ha dichiarato che Parigi non ha alcuna intenzione di farlo.
Parigi potrebbe al massimo prendere in considerazione l’aumento del suo arsenale nucleare, se sovvenzionato da altri paesi. Fare la grandeur napoleonica con i soldi altrui, insomma. Bisogna essere del tutto scemi solo per pensarlo possibile...
Come per tutti i temi “europei”, insomma, si ripropone sempre l’alternativa secca tra “processo federativo” (che mette in comune tutto, “sovranamente”, creando un centro decisionale sottratto alla contrattazione quotidiana tra titolari con diritto di veto) e “comunità di Stati” che lavorano insieme con regole collettive magari stringenti (sulle politiche di bilancio, la politica monetaria, ecc), ma senza dismettere la propria sovranità.
Ma se non si riesce neanche a mettere in comune il debito pubblico appare molto onirico pensare che lo si possa fare con un arsenale atomico. Magari in mano ai nazisti tedeschi, quando o se torneranno di nuovo al Reichstag (e l’AfD a questo punta) e dunque al vertice della UE...
Comunque sia, il messaggio consegnato da “Narco” Rubio per conto di Trump è stato identico a quello giù trasmesso un anno fa dal più insultante JD Vance; giusto un po’ più morbido nei toni, secondo funzionari ammessi alle riunioni riservate: “Ha espresso la volontà di lavorare insieme, ma con un messaggio chiaro: l’Europa deve fare di più, e che siamo passati da un ‘mondo basato sui valori’ a un mondo ‘basato sugli interessi’”.
E quindi gli Stati Uniti di Trump stanno costruendo un altro “ordine internazionale” cui l’Europa può partecipare, se vuole, ma in posizione totalmente subordinata e senza garanzie certe di “tutela militare”. Altrimenti Washington farà da sola.
Gli interessi di America ed Europa sono insomma qualitativamente simili (controllo delle risorse naturali del pianeta, in continuità col vecchio colonialismo dei secoli passati, che ha garantito la “ricchezza” dei paesi occidentali), ma rispondenti a soggetti diversi. Quindi in competizione. Dunque va sciolto subito l’interrogativo su quale sia l’interesse dominante e quelli subordinati.
Si può insomma partecipare all’ipotetico banchetto a spese del resto del mondo, ma deve essere chiaro che le porzioni verranno tagliate da Washington.
“Ipotetico banchetto”, diciamo, perché quel resto del mondo (Russia, Cina, Iran, India, ecc.) non è più da tempo una pianura attraversabile e recintabile in pressoché totale tranquillità, sia dal punto di vista economico che militare.
Lo stesso attacco alla sola Russia – condotto negli ultimi venti anni tramite un’Ucraina “nazificata” con il golpe di Majdan – si è rivelato molto meno efficace del previsto. Checché ne dica ancora quella poveretta di Kaja Kallas, l’economia di Mosca non è “finita in pezzi” (quella europea sì, anche grazie alle “sanzioni” suicide), la società non si è frammentata, il sistema politico è solido, l’esercito anche (i numeri sulle perdite altrui sono esercizi di propaganda, da entrambe le parti) e l’armamento molto modernizzato dalle nuove forme della guerra (droni, missili ipersonici, ecc.).
L’esplicita intenzione “europea” di far continuare la guerra anche se le trattative tra Trump e Putin dovessero arrivare ad un accordo di pace sembra un caso clinico davvero originale, più che una strategia dotata di senso. Nelle attuali condizioni – industriali, militari, di sviluppo tecnologico dedicato, ecc. – che la UE possa “competere” da sola con la Russia è fuori questione. Che possa arrivare ad avere un arsenale atomico senza che questa minaccia solleciti una “risposta preventiva” russa, anche.
Ma gli attuali vertici europei sono fatti di scappati di casa reclutati col manuale Cencelli, che ignorano l’abc dei rapporti di forza internazionali e parlano come se la loro volontà di stamattina fosse un “piano” per il futuro. Senza gli Stati Uniti a protezione, alla Ue serviranno anni di “sacrifici” e risorse colossali dirottate verso gli armamenti.
Ma a sottolineare che le priorità statunitensi sono ora cambiate, lo stesso Rubio ha disertato l’incontro preparato dalla UE con Zelenskij per andare invece in visita dai “dissidenti” ungheresi e slovacchi, contrari al proseguimento della guerra e quindi degli aiuti a Kiev.
Riassumendo (perché la materia è oggettivamente sterminata e non mancheranno motivi per tornarci sopra): la guerra è per l’Occidente capitalistico l’unica strada per uscire da un crisi che si prolunga ormai da quasi venti anni e che vede crescere a velocità almeno tripla le “economie emergenti” perché orientate da una progettualità politica (magari brutalmente “nazionalistica”) anziché dalla prevalenza degli interessi privati, ricche di risorse, popolazione in età da lavoro, “senso di sé e della propria storia”, intelligenza e competenze.
Il fatto che la guerra sia l’unica strada significa che questa parte del mondo si prepara a percorrerla, distruggendo quel che resta di istituzioni internazionali, diritti e valori umani, popolazioni intere (il genocidio è nel dna del suprematismo bianco coloniale).
Che sia una strada facile non è però affatto detto. Che Europa e Stati Uniti riescano di nuovo a camminare insieme, neanche. Che l’Unione Europea possa reggere la tensione interna tra interessi nazionali contraddittori, nemmeno.
Il tutto, per giunta, non per “far avanzare la civiltà” – la veste angelicante adottata dal colonialismo dei secoli passati – ma per “mantenere il nostro sistema di vita”. Ossia i profitti di sempre meno multinazionali (finanziarie, industriali, “piattaforme”) sottratte a qualsiasi obbligo e responsabilità.
Un obiettivo veramente miserabile, degno della “corte di Epstein”. Destinato a fallire, certo. Il problema è il prezzo che l’umanità sarà costretta a pagare per espellerlo dalla Storia.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/02/2026
15/02/2026
Rubio alla Conferenza di Monaco come il Marchese del Grillo
Realtà e chiacchiere per nasconderla... Il rapporto dei media italiani – e occidentali in genere – con la verità è ormai un conflitto senza mezzi termini. Il discorso del segretario di Stato, Marco Rubio, a Monaco era molto atteso.
Dopo la raffica devastante di accuse lanciate all’Unione Europea lo scorso anno dal vice-presidente Vance, e i discorsi “indipendentisti” del cancelliere tedesco Friedrich Merz e del presidente francese Macron, arrivati a porsi l’obiettivo di un arsenale nucleare europeo, c’era il timore che la rottura diventasse esplosiva. Mettendo soprattutto Giorgia Meloni, ultima rappresentante del fragilissimo “ponte” con l’amministrazione Trump, nella scomoda posizione di “dissidente” pro Usa dentro la UE.
Così tutti i media, senza eccezioni, di destra estrema come di “centro liberale” – stranamente chiamato “sinistra” – hanno scelto con cura le frasi più “potabili” del solitamente scorbutico rappresentante Usa, cucinando una serie di titoli, tutti virati sull’aggettivo “tranquillizzante”.
Un cronista esperto, ma soprattutto professionalmente onesto come Ennio Remondino, inviato di guerra della Rai ai tempi della guerra alla Jugoslavia, ora in pensione, ci dà un quadro piuttosto diverso, concentrando sui toni e sull’atteggiamento generale dell’indisponente “Narco Rubio” (soprannome meritato come esponente dei “gusanos” ex-cubani della Florida, a partire dal cognato con cui ha anche vissuto da giovane). E anche sulle frasi più tranchant che i nostalgici dell’euro-atlantismo hanno fatto finta di non sentire...
Dopo la raffica devastante di accuse lanciate all’Unione Europea lo scorso anno dal vice-presidente Vance, e i discorsi “indipendentisti” del cancelliere tedesco Friedrich Merz e del presidente francese Macron, arrivati a porsi l’obiettivo di un arsenale nucleare europeo, c’era il timore che la rottura diventasse esplosiva. Mettendo soprattutto Giorgia Meloni, ultima rappresentante del fragilissimo “ponte” con l’amministrazione Trump, nella scomoda posizione di “dissidente” pro Usa dentro la UE.
Così tutti i media, senza eccezioni, di destra estrema come di “centro liberale” – stranamente chiamato “sinistra” – hanno scelto con cura le frasi più “potabili” del solitamente scorbutico rappresentante Usa, cucinando una serie di titoli, tutti virati sull’aggettivo “tranquillizzante”.
Un cronista esperto, ma soprattutto professionalmente onesto come Ennio Remondino, inviato di guerra della Rai ai tempi della guerra alla Jugoslavia, ora in pensione, ci dà un quadro piuttosto diverso, concentrando sui toni e sull’atteggiamento generale dell’indisponente “Narco Rubio” (soprannome meritato come esponente dei “gusanos” ex-cubani della Florida, a partire dal cognato con cui ha anche vissuto da giovane). E anche sulle frasi più tranchant che i nostalgici dell’euro-atlantismo hanno fatto finta di non sentire...
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Rimediare dopo Vance
La sostanza del Marchese del Grillo. Ovviamente noi europei obbediamo per cambiare assieme rotta. «Vogliamo un’Europa forte, nostri destini sono legati». «Nel dopoguerra illusione, errore fatto insieme da risolvere insieme». ‘Il come, ve lo diremo noi’, è il sottinteso di Rubio.
‘Illusione dopoguerra’
«L’euforia di questo trionfo ci ha portato alla pericolosa illusione di essere entrati nella ‘fine della storia’ e che ogni nazione fosse una democrazia liberale, che i legami formati dal commercio e solo dal commercio avrebbero sostituito la nazionalità, che l’ordine globale basato sulle regole, un termine abusato, avrebbe sostituito l’interesse nazionale e che saremmo vissuti in un mondo senza confini, dove tutti sarebbero diventati cittadini del mondo».
«Questa era un’idea folle che ignorava sia la natura umana», ha detto. Ed è passato alle relazioni transatlantiche, i conflitti internazionali e l’Ucraina, con al centro ovviamente e sempre al centro «Gli Stati Uniti nel mondo».
Ma il Marchese parla chiaro
«Gli Usa non vogliono dividere l’alleanza ma rivitalizzarla», dice lui. E insiste a farsi credere: «Gli Stati Uniti non cercano di dividere, ma di rivitalizzare una antica amicizia». «Non vogliamo che gli alleati razionalizzino lo status quo in crisi, piuttosto che fare i conti con ciò che è necessario per risolverlo».
Poi, i desideri, ma soprattutto le intenzioni: «Gli Stati Uniti vogliono un’alleanza rinvigorita che riconosca che ciò che ha afflitto le nostre società non è solo un insieme di cattive politiche, ma un malessere di disperazione e autocompiacimento».
Onu da buttare
«Non dobbiamo abbandonare il sistema di cooperazione internazionale che abbiamo creato, né smantellare le istituzioni globali del vecchio ordine che insieme abbiamo costruito. Ma queste devono essere riformate. Devono essere ricostruite. Ad esempio, le Nazioni Unite hanno ancora un enorme potenziale per essere uno strumento per il bene del mondo, ma non possiamo ignorare che oggi, sulle questioni più urgenti che ci troviamo ad affrontare, non hanno risposte e non hanno svolto praticamente alcun ruolo». E già che fanno poco, cancelliamo anche quello.
Colpe planetarie e meriti Usa
«Le Nazioni Unite non sono riuscite a risolvere la guerra a Gaza. Al contrario, è stata la leadership americana a liberare i prigionieri dai barbari e a instaurare una fragile tregua. Non hanno risolto la guerra in Ucraina, ci sono voluti la leadership americana e la partnership con molti dei Paesi qui presenti oggi solo per portare le due parti al tavolo delle trattative alla ricerca di una pace ancora sfuggente.
Sono state impotenti nel limitare il programma nucleare dei religiosi sciiti radicali a Teheran. Ciò ha richiesto 14 bombe sganciate con precisione dai bombardieri americani B-2.
E non sono state in grado di affrontare la minaccia alla nostra sicurezza rappresentata dal dittatore anarco-terrorista in Venezuela. Invece, ci sono volute le forze speciali americane per consegnare questo fuggitivo alla giustizia».
«In un mondo perfetto, tutti questi problemi e altri ancora sarebbero risolti dalla diplomazia e da risoluzioni forti. Ma non viviamo in un mondo perfetto», insiste Rubio. E quindi sempre più sotto con il ‘triumpismo planetario’. Checché ne dica il povero Merz.
Addio all’Asse Roma-Berlino
Rubio Marchese, a Monaco conferma la frattura con gli alleati su sicurezza e guerra in Ucraina e litiga col Cancelliere tedesco su quanto la sua Europa ancora conti realmente. Aprendo i lavori, il cancelliere Friedrich Merz ha rivolto un appello diretto a Washington per «riparare e rilanciare insieme la fiducia transatlantica».
Negli ultimi mesi le relazioni transatlantiche hanno attraversato una ‘fase complessa’ (eufemismo), segnata da tensioni commerciali e interrogativi sull’impegno americano nella NATO.
Con l’Italia del governo Meloni che nella scelta tra Berlino e Washington, non ha esitazioni, e subito, il proclamato ‘nuovo Asse strategico Ue’ tra Roma e Berlino, si riduce a dichiarazioni da conferenza stampa per qualche vanteria inutile in più.
Fonte
14/02/2026
L’era del disordine
Negata per oltre un anno, per non indebolire il “sostegno all’Ucraina” e la credibilità “deterrente” dell’alleanza euro-atlantica, la crisi tra le due sponde dell’oceano ha finalmente ricevuto la sua certificazione più autorevole.
Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco – nome da brividi, per chi conosce la Storia – il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha steso una lapide sull’ordine internazionale creato a partire dal 1989, dopo la “caduta del Muro” e lo scioglimento dell’Unione Sovietica.
“L’ordine internazionale basato su diritti e regole... non esiste più come una volta”, ha sentenziato Merz, riconoscendo addirittura che “La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse già perduta” e che “Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata”.
Al punto che viene fatto cadere l’ultimo tabù dell’epoca ormai conclusa: l’arsenale nucleare tedesco. “Ho parlato con Emmanuel Macron di una deterrenza nucleare europea”, ha detto Merz, suggerendo che la Germania sta apertamente lavorando ad alternative vista l’incertezza sulla protezione a lungo termine degli Stati Uniti.
La soluzione indicata per il momento, visto il rischio concreto di far esplodere contemporaneamente anche tutte le contraddizioni interne all’Unione Europea e nello stesso rapporto con gli Usa, viene indicata in una “Nato 3.0”, che prosegue la collaborazione euro-atlantica ma con una UE “patriottica”, più autonoma, che spende molto di più in armamenti.
Il tono generale del discorso di Merz, infatti, ha illuminato in modo particolare la “centralità tedesca” in questa “Europa” militarmente più “attiva”, confermando appieno la volontà di costruire rapidamente “l’esercito più potente d’Europa”. Che è l’esatto opposto di un “potente esercito europeo” e fa venire un brivido lungo la schiena a tutti i partner, specie nella prospettiva che – ad ammodernamento militare completato – quel potenziale distruttivo potrebbe essere nelle mani dei neonazisti dell’AfD, ancora in crescita nei sondaggi (al 26%) alla vigilia di ben sei elezioni regionali.
Mettendo in fila le dichiarazioni del Cancelliere – in picchiata nel consenso popolare interno – si possono vedere con estrema chiarezza tutti i punti di rottura del nuovo quadro strategico occidentale.
Conferma, come detto, dell’alleanza atlantica, ma con differenze profonde rispetto a Washington – soprattutto nell’attuale “versione Maga”, ma non solo – sia sul piano strettamente militare che, a maggior ragione, su quello economico. “Un profondo divario si è aperto tra Europa e Stati Uniti”, ha detto Merz. “Le guerre culturali degli USA non sono le nostre. E non crediamo nelle tariffe e nel protezionismo, ma nel libero scambio”.
La differenza di interessi è diventata enorme, specie da quando la dipendenza energetica nei confronti degli Usa è diventata un nodo scorsoio intorno al collo dell’economia continentale, notoriamente a “trazione germanica”.
La Germania vorrebbe uscirne, e lo dice, autonomizzandosi strategicamente ma senza esacerbare troppo le relazioni con gli Usa, mantenendo altissima la tensione con Mosca (“Questa guerra finirà solo quando la Russia sarà almeno economicamente, potenzialmente militarmente, esausta”), aumentando i contenziosi con la Cina (dove il cancelliere sta per andare in visita, oltretutto) che sta trovando nell’Europa una valida alternativa al mercato Usa.
Troppi nemici. E troppo potenti. E tutti nello stesso momento. Dunque è necessario, in quel disegno, aumentare il livello dell’“unità europea”. Ma anche qui l’atteggiamento tedesco attuale sta creando più problemi che soluzioni.
Sono passati pochi giorni dalla rottura dell’accordo con Francia e Spagna per realizzare il Sistema di Combattimento Aereo del Futuro (fra l’altro aderendo al progetto concorrente di Londra e Tokyo) e molti paesi dell’Est stanno rilevando problemi serissimi nei controlli alle frontiere interne di Shengen.
La ragione primaria è tutta interna alla politica tedesca (Merz cerca di contrastare l’avanzata dei neonazisti adottando i loro cavalli di battaglia, come la stretta ai flussi migratori; il che fa prevedere un loro più facile progresso, visto che il “senso comune” della popolazione ne viene stravolto).
Ma la sindrome del “controllo” è già così esasperata che a farne le spese – paradossalmente – sono gli immigrati ucraini (contraddicendo l’asserito “appoggio a Kiev”), a partire da quei soldati fatti prigionieri in guerra.
Le autorità ucraine avevano consegnato la lista degli ex prigionieri all’agenzia per l’applicazione della legge Europol, ma solo a scopo informativo. I loro nomi sono successivamente finiti nel Sistema d’informazione Schengen dell’UE – un database che collega le autorità di controllo frontaliero e di polizia in tutto il blocco – e quando hanno provato a ricongiungersi con le famiglie (spesso emigrate per sfuggire alla guerra) si sono visti respingere alla frontiera con la Germania.
Piccoli e grandi segnali di un caos crescente, perché le preoccupazioni “nazionalistiche” sono ovviamente in totale contraddizione con la pretesa di “patriottismo comunitario” che pure Merz e i suoi propugnano.
Per ora siamo alle dichiarazioni, certo. Così come sono state soltanto parole quelle spese nel “vertice informale” dei capi di stato o di governo, due giorni fa. Ma indicano percorsi che devono essere resi concreti.
E se fin dalle parole emergono problemi di logica, dunque di validità delle indicazioni strategiche, non ci si può aspettare altro che una moltiplicazione dei problemi.
E questo senza neanche mettere in conto l’auspicabile aumento della conflittualità sociale una volta che la spesa pubblica dell’intero continente vedrà aumentare esponenzialmente la quota destinata agli armamenti – e all’arsenale nucleare! – riducendo, per forza di cose, quella destinata a una spesa sociale che dovrà provare a contenere gli effetti di salari congelati e disoccupazione crescente (l’intelligenza artificiale ormai minaccia persino la finanza!)
Grande è il disordine sotto il cielo...
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Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco – nome da brividi, per chi conosce la Storia – il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha steso una lapide sull’ordine internazionale creato a partire dal 1989, dopo la “caduta del Muro” e lo scioglimento dell’Unione Sovietica.
“L’ordine internazionale basato su diritti e regole... non esiste più come una volta”, ha sentenziato Merz, riconoscendo addirittura che “La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse già perduta” e che “Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata”.
Al punto che viene fatto cadere l’ultimo tabù dell’epoca ormai conclusa: l’arsenale nucleare tedesco. “Ho parlato con Emmanuel Macron di una deterrenza nucleare europea”, ha detto Merz, suggerendo che la Germania sta apertamente lavorando ad alternative vista l’incertezza sulla protezione a lungo termine degli Stati Uniti.
La soluzione indicata per il momento, visto il rischio concreto di far esplodere contemporaneamente anche tutte le contraddizioni interne all’Unione Europea e nello stesso rapporto con gli Usa, viene indicata in una “Nato 3.0”, che prosegue la collaborazione euro-atlantica ma con una UE “patriottica”, più autonoma, che spende molto di più in armamenti.
Il tono generale del discorso di Merz, infatti, ha illuminato in modo particolare la “centralità tedesca” in questa “Europa” militarmente più “attiva”, confermando appieno la volontà di costruire rapidamente “l’esercito più potente d’Europa”. Che è l’esatto opposto di un “potente esercito europeo” e fa venire un brivido lungo la schiena a tutti i partner, specie nella prospettiva che – ad ammodernamento militare completato – quel potenziale distruttivo potrebbe essere nelle mani dei neonazisti dell’AfD, ancora in crescita nei sondaggi (al 26%) alla vigilia di ben sei elezioni regionali.
Mettendo in fila le dichiarazioni del Cancelliere – in picchiata nel consenso popolare interno – si possono vedere con estrema chiarezza tutti i punti di rottura del nuovo quadro strategico occidentale.
Conferma, come detto, dell’alleanza atlantica, ma con differenze profonde rispetto a Washington – soprattutto nell’attuale “versione Maga”, ma non solo – sia sul piano strettamente militare che, a maggior ragione, su quello economico. “Un profondo divario si è aperto tra Europa e Stati Uniti”, ha detto Merz. “Le guerre culturali degli USA non sono le nostre. E non crediamo nelle tariffe e nel protezionismo, ma nel libero scambio”.
La differenza di interessi è diventata enorme, specie da quando la dipendenza energetica nei confronti degli Usa è diventata un nodo scorsoio intorno al collo dell’economia continentale, notoriamente a “trazione germanica”.
La Germania vorrebbe uscirne, e lo dice, autonomizzandosi strategicamente ma senza esacerbare troppo le relazioni con gli Usa, mantenendo altissima la tensione con Mosca (“Questa guerra finirà solo quando la Russia sarà almeno economicamente, potenzialmente militarmente, esausta”), aumentando i contenziosi con la Cina (dove il cancelliere sta per andare in visita, oltretutto) che sta trovando nell’Europa una valida alternativa al mercato Usa.
Troppi nemici. E troppo potenti. E tutti nello stesso momento. Dunque è necessario, in quel disegno, aumentare il livello dell’“unità europea”. Ma anche qui l’atteggiamento tedesco attuale sta creando più problemi che soluzioni.
Sono passati pochi giorni dalla rottura dell’accordo con Francia e Spagna per realizzare il Sistema di Combattimento Aereo del Futuro (fra l’altro aderendo al progetto concorrente di Londra e Tokyo) e molti paesi dell’Est stanno rilevando problemi serissimi nei controlli alle frontiere interne di Shengen.
La ragione primaria è tutta interna alla politica tedesca (Merz cerca di contrastare l’avanzata dei neonazisti adottando i loro cavalli di battaglia, come la stretta ai flussi migratori; il che fa prevedere un loro più facile progresso, visto che il “senso comune” della popolazione ne viene stravolto).
Ma la sindrome del “controllo” è già così esasperata che a farne le spese – paradossalmente – sono gli immigrati ucraini (contraddicendo l’asserito “appoggio a Kiev”), a partire da quei soldati fatti prigionieri in guerra.
Le autorità ucraine avevano consegnato la lista degli ex prigionieri all’agenzia per l’applicazione della legge Europol, ma solo a scopo informativo. I loro nomi sono successivamente finiti nel Sistema d’informazione Schengen dell’UE – un database che collega le autorità di controllo frontaliero e di polizia in tutto il blocco – e quando hanno provato a ricongiungersi con le famiglie (spesso emigrate per sfuggire alla guerra) si sono visti respingere alla frontiera con la Germania.
Piccoli e grandi segnali di un caos crescente, perché le preoccupazioni “nazionalistiche” sono ovviamente in totale contraddizione con la pretesa di “patriottismo comunitario” che pure Merz e i suoi propugnano.
Per ora siamo alle dichiarazioni, certo. Così come sono state soltanto parole quelle spese nel “vertice informale” dei capi di stato o di governo, due giorni fa. Ma indicano percorsi che devono essere resi concreti.
E se fin dalle parole emergono problemi di logica, dunque di validità delle indicazioni strategiche, non ci si può aspettare altro che una moltiplicazione dei problemi.
E questo senza neanche mettere in conto l’auspicabile aumento della conflittualità sociale una volta che la spesa pubblica dell’intero continente vedrà aumentare esponenzialmente la quota destinata agli armamenti – e all’arsenale nucleare! – riducendo, per forza di cose, quella destinata a una spesa sociale che dovrà provare a contenere gli effetti di salari congelati e disoccupazione crescente (l’intelligenza artificiale ormai minaccia persino la finanza!)
Grande è il disordine sotto il cielo...
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Sul piano inclinato. Il mondo visto dalla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco
Da oggi prende il via a Monaco di Baviera la 62ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco alla quale, come spiegano gli organizzatori tedeschi, prenderanno parte “centinaia di decisori e leader di opinione provenienti da diverse regioni del mondo che discuteranno delle sfide delle politiche di sicurezza”.
Ci saranno quasi cinquanta tra capi di Stato e di Governo da tutto il mondo, tra questi ci sono leader della maggior parte dei paesi europei, insieme a una numerosa delegazione del Governo federale tedesco, guidata dal cancelliere Friedrich Merz.
“Con alleanze di lunga data messe in discussione, l’ordine internazionale basato sulle regole che si è eroso, l’instabilità crescente e l’escalation dei conflitti in tutto il mondo, la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di quest’anno si svolge in un punto di svolta fondamentale”, recita la presentazione di quest’anno che ha scelto come slogan il decisamente pessimista “Under Destruction”. Un evidente segno dei tempi.
Per capire che aria tira nelle relazioni internazionali e come questo si ripercuota all’interno delle società, appare abbastanza inquietante l’introduzione del documento preparatorio della Conferenza di quest’anno.
Secondo gli analisti e gli esperti che hanno curato il rapporto, “Il mondo è entrato in un periodo di demolizione della politica. In molte società occidentali, i leader che preferiscono la distruzione al cambiamento incrementale sono saliti alla ribalta. Le loro agende dirompenti si basano su un diffuso disincanto verso il rendimento delle istituzioni democratiche e su una perdita diffusa di fiducia in riforme significative”.
In pratica c’è l’identikit degli “uomini al comando” in modalità Trump o Milei, grotteschi ma spesso presi come riferimento o interlocutori a cui ispirarsi anche nel nostro paese. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che le democrazie e gli assetti democratici che abbiamo conosciuto siano oggi a rischio, soprattutto nei paesi dell’Occidente capitalistico.
“La politica del bulldozer di Washington promette di spezzare l’inerzia istituzionale e di costringere la risoluzione di problemi su sfide precedentemente segnate da stalli” – sottolinea l’introduzione del rapporto – “I critici, a loro volta, temono che questa politica distruttiva stia minando la capacità della comunità internazionale di affrontare le sfide più difficili dell’umanità”. Sembra esserci una sorta di rassegnazione al fatto che la governance oggi sia perseguibile solo, appunto, con la politica del bulldozer.
Ma i temi trattati alla Conferenza 2026 affronteranno soprattutto la sicurezza e la difesa europea, il futuro delle relazione transatlantiche, la rivitalizzazione del multilateralismo, le visioni contrastanti dell’ordine globale, i conflitti regionali e le implicazioni per la sicurezza dei progressi tecnologici, solo per citarne alcuni.
Secondo Wolfgang Ischinger, Presidente della Conferenza, l’incontro di questo 2026 “offrirà uno slancio unico per approfondire le discussioni strategiche e rafforzare la cooperazione necessaria ad affrontare le sfide globali più urgenti di oggi”.
Gli Stati Uniti di Trump percepiti come un fattore di rischio
Presentando i risultati del Munich Security Index per quest’anno (una sorta di sondaggio su 32 parametri di sicurezza con interviste condotte in 11 paesi strategici, quelli del G7 più quattro dei Brics escludendo la Russia e come tali indicati nel rapporto come BICS, ndr), il rapporto scrive che “Riflettendo gli sviluppi attuali della politica estera statunitense, gli intervistati di quasi tutti i paesi del G7 e BICS – eccetto Giappone e Cina – vedono ora gli Stati Uniti come un rischio più serio rispetto all’anno scorso. Questo rappresenta una continuazione di una tendenza già evidente nell’edizione dello scorso anno del Munich Security Index (MSI) dopo l’elezione di Donald Trump, quando la percezione della gravità degli Stati Uniti come rischio è aumentata”.
La Russia inquieta sempre meno
Può sembrare un paradosso – ma non lo è – al contrario degli USA, la Russia nel mondo viene percepita sempre meno come un rischio. È una percezione che fa letteralmente a sportellate con quella che invece viene diffusa a piene mani dai governi europei, incluso il nostro.
Una contraddizione che viene rilevata anche nel rapporto per la Conferenza di Monaco: “Gli intervistati in tutti i paesi vedono gli Stati Uniti come più minacciosi rispetto all’anno scorso. Eppure, in termini assoluti, la Russia continua a essere vista come una minaccia considerevolmente maggiore rispetto agli Stati Uniti in tutti i paesi esaminati – con chiare eccezioni tra Cina e India”.
Eppure nel rapporto sui rischi – cioè quello rilevato con le interviste – è scritto testualmente che “Pur essendo ancora considerato un rischio significativamente maggiore rispetto al 2021, la percezione della gravità della Russia come rischio è diminuita in tutti i paesi intervistati dall’indagine dello scorso anno – in particolare tra i paesi del G7. Tra i paesi del G7, la Russia è scesa dal secondo all’ottavo rischio più grave tra tutti i 32 rischi valutati dagli intervistati. Nel gruppo BICS dei paesi, la Russia è sempre stata classificata come uno dei rischi meno gravi in qualsiasi delle iterazioni del Monaco Security Index dal 2021”.
Nell’Occidente capitalista si minimizzano i rischi ambientali
Così come emerso anche al World Economic Forum di Davos, nei paesi occidentali del G7 è in netta diminuzione l’attenzione ai rischi ambientali e ai cambiamenti climatici. Una sensibilità totalmente inversa a quella dei paesi Brics e decisamente distante dalla “sensibilità” sulle emergenze ambientali che fino al 2021 era al primo posto anche in Occidente.
“Gli intervistati nei paesi BICS continuano a classificare i rischi ambientali come i principali rischi per il loro paese – un modello invariato dal 2021. Al contrario, tra i paesi del G7, i rischi ambientali sono gradualmente diminuiti nella loro classifica negli ultimi anni” – scrive il rapporto – “Invece, attacchi informatici, crisi economiche o finanziarie e campagne di disinformazione da parte dei nemici sono stati classificati come i rischi più gravi nei paesi del G7”.
L’autonomia strategica dell’Europa, difficile a farsi
Il capitolo sull’Europa mette i piedi nel piatto nelle contraddizioni che continuano a imbrigliarne le ambizioni all’autonomia strategica e la realtà sul campo.
“Di fronte a segnali mutevoli da Washington, le nazioni europee rimangono divise tra negazione e accettazione, cercando di mantenere gli Stati Uniti coinvolti mentre si muovono cautamente verso una maggiore autonomia” – scrive il rapporto – “Le nazioni europee hanno risposto forgiando coalizioni di leadership flessibili, aumentando la spesa per la difesa e fornendo all’Ucraina i mezzi per sostenere il suo sforzo bellico. Tuttavia, persistono dubbi sul fatto che questi sforzi siano sufficienti a compensare l’erosione della Pax Americana”.
Di fronte a quella indicate come “la minaccia più significativa e diretta ai membri della NATO e alla sicurezza europea” da parte della Russia, il rapporto della Conferenza di Monaco assume le stime di alcune agenzie di intelligence secondo le quali “la Russia potrebbe riorganizzare le proprie forze per una ‘guerra regionale’ nell’area del Mar Baltico entro due anni da un possibile cessate il fuoco in Ucraina – e per una “locale” contro un singolo vicino entro sei mesi”.
In pratica, il rapporto dà per acquisito che, in un periodo quantificabile tra sei e ventiquattro mesi, potremmo trovarci coinvolti in un conflitto regionale sul suolo europeo. Uno scenario che mette i brividi ma che mette i decisori di Bruxelles (e anche quelli di Palazzo Chigi) di fronte a scelte che avranno comunque conseguenze pesanti: “L’Europa ora si trova ad affrontare la sfida di scoraggiare proattivamente ulteriori provocazioni evitando un’escalation involontaria”.
Colpisce il fatto che vengano dipinti gli stati europei come agenti involontari di una eventuale escalation, mentre negli atti concreti e nelle dichiarazioni pubbliche sono riusciti invece a essere i volontari – anzi, “volenterosi” – artefici dell’escalation politico-militare contro la Russia. Ma l’Europa, come si sa, riesce sempre ad assolversi. Lo ha fatto durante la Seconda Guerra Mondiale e lo ha fatto con il genocidio dei palestinesi a Gaza da parte di Israele.
Si desume, da queste righe e dalle cose che sentiremo alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco in questi tre giorni, che l’illusione sull’Europa come soggetto di pace, su cui molti si sono trastullati in questi anni, è andata ormai a farsi benedire.
L’Unione Europea è una macchina da smontare per vedere se ne rimane qualche raro pezzo di ricambio ancora utilizzabile per cause migliori. Se si vuole salvare l’Europa e le sue popolazioni occorre demolire l’Unione Europea e sganciarsi dalla Nato, ovviamente.
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Ci saranno quasi cinquanta tra capi di Stato e di Governo da tutto il mondo, tra questi ci sono leader della maggior parte dei paesi europei, insieme a una numerosa delegazione del Governo federale tedesco, guidata dal cancelliere Friedrich Merz.
“Con alleanze di lunga data messe in discussione, l’ordine internazionale basato sulle regole che si è eroso, l’instabilità crescente e l’escalation dei conflitti in tutto il mondo, la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di quest’anno si svolge in un punto di svolta fondamentale”, recita la presentazione di quest’anno che ha scelto come slogan il decisamente pessimista “Under Destruction”. Un evidente segno dei tempi.
Per capire che aria tira nelle relazioni internazionali e come questo si ripercuota all’interno delle società, appare abbastanza inquietante l’introduzione del documento preparatorio della Conferenza di quest’anno.
Secondo gli analisti e gli esperti che hanno curato il rapporto, “Il mondo è entrato in un periodo di demolizione della politica. In molte società occidentali, i leader che preferiscono la distruzione al cambiamento incrementale sono saliti alla ribalta. Le loro agende dirompenti si basano su un diffuso disincanto verso il rendimento delle istituzioni democratiche e su una perdita diffusa di fiducia in riforme significative”.
In pratica c’è l’identikit degli “uomini al comando” in modalità Trump o Milei, grotteschi ma spesso presi come riferimento o interlocutori a cui ispirarsi anche nel nostro paese. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che le democrazie e gli assetti democratici che abbiamo conosciuto siano oggi a rischio, soprattutto nei paesi dell’Occidente capitalistico.
“La politica del bulldozer di Washington promette di spezzare l’inerzia istituzionale e di costringere la risoluzione di problemi su sfide precedentemente segnate da stalli” – sottolinea l’introduzione del rapporto – “I critici, a loro volta, temono che questa politica distruttiva stia minando la capacità della comunità internazionale di affrontare le sfide più difficili dell’umanità”. Sembra esserci una sorta di rassegnazione al fatto che la governance oggi sia perseguibile solo, appunto, con la politica del bulldozer.
Ma i temi trattati alla Conferenza 2026 affronteranno soprattutto la sicurezza e la difesa europea, il futuro delle relazione transatlantiche, la rivitalizzazione del multilateralismo, le visioni contrastanti dell’ordine globale, i conflitti regionali e le implicazioni per la sicurezza dei progressi tecnologici, solo per citarne alcuni.
Secondo Wolfgang Ischinger, Presidente della Conferenza, l’incontro di questo 2026 “offrirà uno slancio unico per approfondire le discussioni strategiche e rafforzare la cooperazione necessaria ad affrontare le sfide globali più urgenti di oggi”.
Gli Stati Uniti di Trump percepiti come un fattore di rischio
Presentando i risultati del Munich Security Index per quest’anno (una sorta di sondaggio su 32 parametri di sicurezza con interviste condotte in 11 paesi strategici, quelli del G7 più quattro dei Brics escludendo la Russia e come tali indicati nel rapporto come BICS, ndr), il rapporto scrive che “Riflettendo gli sviluppi attuali della politica estera statunitense, gli intervistati di quasi tutti i paesi del G7 e BICS – eccetto Giappone e Cina – vedono ora gli Stati Uniti come un rischio più serio rispetto all’anno scorso. Questo rappresenta una continuazione di una tendenza già evidente nell’edizione dello scorso anno del Munich Security Index (MSI) dopo l’elezione di Donald Trump, quando la percezione della gravità degli Stati Uniti come rischio è aumentata”.
La Russia inquieta sempre meno
Può sembrare un paradosso – ma non lo è – al contrario degli USA, la Russia nel mondo viene percepita sempre meno come un rischio. È una percezione che fa letteralmente a sportellate con quella che invece viene diffusa a piene mani dai governi europei, incluso il nostro.
Una contraddizione che viene rilevata anche nel rapporto per la Conferenza di Monaco: “Gli intervistati in tutti i paesi vedono gli Stati Uniti come più minacciosi rispetto all’anno scorso. Eppure, in termini assoluti, la Russia continua a essere vista come una minaccia considerevolmente maggiore rispetto agli Stati Uniti in tutti i paesi esaminati – con chiare eccezioni tra Cina e India”.
Eppure nel rapporto sui rischi – cioè quello rilevato con le interviste – è scritto testualmente che “Pur essendo ancora considerato un rischio significativamente maggiore rispetto al 2021, la percezione della gravità della Russia come rischio è diminuita in tutti i paesi intervistati dall’indagine dello scorso anno – in particolare tra i paesi del G7. Tra i paesi del G7, la Russia è scesa dal secondo all’ottavo rischio più grave tra tutti i 32 rischi valutati dagli intervistati. Nel gruppo BICS dei paesi, la Russia è sempre stata classificata come uno dei rischi meno gravi in qualsiasi delle iterazioni del Monaco Security Index dal 2021”.
Nell’Occidente capitalista si minimizzano i rischi ambientali
Così come emerso anche al World Economic Forum di Davos, nei paesi occidentali del G7 è in netta diminuzione l’attenzione ai rischi ambientali e ai cambiamenti climatici. Una sensibilità totalmente inversa a quella dei paesi Brics e decisamente distante dalla “sensibilità” sulle emergenze ambientali che fino al 2021 era al primo posto anche in Occidente.
“Gli intervistati nei paesi BICS continuano a classificare i rischi ambientali come i principali rischi per il loro paese – un modello invariato dal 2021. Al contrario, tra i paesi del G7, i rischi ambientali sono gradualmente diminuiti nella loro classifica negli ultimi anni” – scrive il rapporto – “Invece, attacchi informatici, crisi economiche o finanziarie e campagne di disinformazione da parte dei nemici sono stati classificati come i rischi più gravi nei paesi del G7”.
L’autonomia strategica dell’Europa, difficile a farsi
Il capitolo sull’Europa mette i piedi nel piatto nelle contraddizioni che continuano a imbrigliarne le ambizioni all’autonomia strategica e la realtà sul campo.
“Di fronte a segnali mutevoli da Washington, le nazioni europee rimangono divise tra negazione e accettazione, cercando di mantenere gli Stati Uniti coinvolti mentre si muovono cautamente verso una maggiore autonomia” – scrive il rapporto – “Le nazioni europee hanno risposto forgiando coalizioni di leadership flessibili, aumentando la spesa per la difesa e fornendo all’Ucraina i mezzi per sostenere il suo sforzo bellico. Tuttavia, persistono dubbi sul fatto che questi sforzi siano sufficienti a compensare l’erosione della Pax Americana”.
Di fronte a quella indicate come “la minaccia più significativa e diretta ai membri della NATO e alla sicurezza europea” da parte della Russia, il rapporto della Conferenza di Monaco assume le stime di alcune agenzie di intelligence secondo le quali “la Russia potrebbe riorganizzare le proprie forze per una ‘guerra regionale’ nell’area del Mar Baltico entro due anni da un possibile cessate il fuoco in Ucraina – e per una “locale” contro un singolo vicino entro sei mesi”.
In pratica, il rapporto dà per acquisito che, in un periodo quantificabile tra sei e ventiquattro mesi, potremmo trovarci coinvolti in un conflitto regionale sul suolo europeo. Uno scenario che mette i brividi ma che mette i decisori di Bruxelles (e anche quelli di Palazzo Chigi) di fronte a scelte che avranno comunque conseguenze pesanti: “L’Europa ora si trova ad affrontare la sfida di scoraggiare proattivamente ulteriori provocazioni evitando un’escalation involontaria”.
Colpisce il fatto che vengano dipinti gli stati europei come agenti involontari di una eventuale escalation, mentre negli atti concreti e nelle dichiarazioni pubbliche sono riusciti invece a essere i volontari – anzi, “volenterosi” – artefici dell’escalation politico-militare contro la Russia. Ma l’Europa, come si sa, riesce sempre ad assolversi. Lo ha fatto durante la Seconda Guerra Mondiale e lo ha fatto con il genocidio dei palestinesi a Gaza da parte di Israele.
Si desume, da queste righe e dalle cose che sentiremo alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco in questi tre giorni, che l’illusione sull’Europa come soggetto di pace, su cui molti si sono trastullati in questi anni, è andata ormai a farsi benedire.
L’Unione Europea è una macchina da smontare per vedere se ne rimane qualche raro pezzo di ricambio ancora utilizzabile per cause migliori. Se si vuole salvare l’Europa e le sue popolazioni occorre demolire l’Unione Europea e sganciarsi dalla Nato, ovviamente.
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21/02/2025
Cina, l’anno del serpente
Alla Conferenza sulla sicurezza che si è svolta a Monaco di Baviera dal 14 al 16 febbraio scorso la Cina ha lanciato segnali importanti: sulla soluzione negoziale del conflitto in Ucraina, agli Stati Uniti e all’Unione Europea.
Nella città tedesca Wang Yi ha anzitutto chiarito che la Cina appoggia l’idea di Donald Trump di trattative dirette con la Russia. Il ministro degli esteri di Pechino ha dichiarato:
Tuttavia è chiaro che non solo il protezionismo dell’amministrazione Trump, ma anche la sua politica estera e di difesa renderà Bruxelles più sensibile alle sirene di Pechino. Ad esempio, il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, mercoledì scorso ha annunciato che le truppe europee di mantenimento della pace in Ucraina non saranno coperte dall’articolo 5 del trattato della Nato, che assicura la mutua difesa tra i paesi membri.
Prima, durante e dopo l’incontro bilaterale dell’altro ieri tra le delegazioni russa e statunitense in Arabia Saudita, Pechino ha sottolineato che qualsiasi negoziato dovrà includere tutte le parti coinvolte e tutti gli stakholder. In particolare, l’ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite, Fu Cong, ha dichiarato:
Anche per questo obiettivo sono funzionali le parole pronunciate da Wang contro l’unilateralismo alle Nazioni Unite:
Anche su Taiwan si era focalizzato il primo contatto ufficiale tra le due amministrazioni dopo l’insediamento di Trump, con la telefonata di venerdì 24 gennaio tra il ministro degli esteri cinese, Wang Yi, e il suo omologo statunitense, Marco Rubio. I resoconti di Pechino e di Washington sulla conversazione divergono e, mentre il primo è più articolato, quello Usa è più scarno.
Tuttavia da entrambi si evince che – oltre ai dazi sulle merci importate dalla Cina negli Usa, che Trump ha aumentato del 10 per cento – le questioni che maggiormente dividono i due governi sono Taiwan e le dispute territoriali nel Mar cinese Meridionale, parte di quell’Oceano Pacifico finora dominato dagli Usa grazie alla VII flotta e alla loro rete di alleanze politico-militari.
Nel comunicato Usa si legge che Rubio (promotore al Congresso di una serie di leggi anti-Cina) «ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti nei confronti dei nostri alleati nella regione e la seria preoccupazione per le azioni coercitive della Cina contro Taiwan e nel Mar cinese meridionale». Ciò segnala che l’America dello “isolazionista” Trump non ha intenzione di rinunciare alla sua egemonia nel Pacifico occidentale.
Mentre quello cinese manda a Washington un doppio avvertimento. Anzitutto a non ostacolare (con i dazi o quant’altro) lo sviluppo socioeconomico della Cina. Wang ha infatti detto a Rubio che
Tuttavia è inevitabile che nelle prossime settimane dovrà affrontare i nodi delle relazioni tra la prima e la seconda economia del pianeta, sempre più tese, nonostante nei giorni scorsi abbia dichiarato che «Xi Jinping è come un amico», con il quale «potrò andare molto d’accordo».
Con ogni probabilità Trump partirà dalla questione del commercio tra i due paesi, che nel 2024 ha fatto registrare un surplus per la Cina di 361 miliardi di dollari, quasi un terzo dell’avanzo commerciale complessivo (con il resto del mondo) di Pechino. A tal proposito, la Casa bianca ha annunciato che sta effettuando una “revisione del rispetto dell’accordo economico e commerciale tra Cina e Stati Uniti”, che sarà ultimata entro il 30 aprile.
L’intenzione dell’amministrazione repubblicana sarebbe dunque di ripartire dall’accordo strappato a Pechino dopo che, nel 2018-2019, il Trump I aveva imposto dazi per 370 miliardi di dollari sulle importazioni dalla Cina.
Quella intesa siglata nel 2020 prevedeva l’acquisto (in due anni) di 270 miliardi di dollari di prodotti statunitensi in più, rispetto al livello del 2017. Un’intesa mai rispettata da Pechino, anche a causa dell’emergenza della pandemia di Covid-19.
Riproporre il patto di quattro anni fa permetterebbe a Trump di riportare Pechino al tavolo del negoziato, accantonando la minaccia elettorale di dazi del 60 per cento su tutte le merci importate negli Usa dalla Cina.
Intanto nella sede diplomatica Usa di Pechino è in arrivo il nuovo ambasciatore che sostituirà Nicholas Burns, diplomatico di professione: si tratta dell’ex senatore della Georgia David Perdue, con una carriera da consulente e businessman. Lo affiancherà – nel ruolo di vice capo missione – Sarah Beran, esperta di Cina e Taiwan ed ex funzionaria del Consiglio per la sicurezza nazionale.
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Nella città tedesca Wang Yi ha anzitutto chiarito che la Cina appoggia l’idea di Donald Trump di trattative dirette con la Russia. Il ministro degli esteri di Pechino ha dichiarato:
«La Cina è favorevole a tutti gli sforzi per promuovere la pace... Gli Stati Uniti hanno raggiunto un’intesa con la Russia e crediamo che tutte le parti e tutti gli stakeholder dovrebbero, al momento opportuno, partecipare al processo dei colloqui di pace».Ma l’influente membro dell’ufficio politico del Partito comunista – proprio mentre il vice presidente Usa, J.D. Vance, nello stesso consesso attaccava le politiche migratorie, sull’aborto e la governance digitale dell’UE – ha rilanciato il ruolo della Cina come fautrice dell’ordine internazionale, ricordando a Bruxelles che:
«Nel corso degli anni, è stato detto che la Cina sta tentando di cambiare l’ordine e vuole avviare un nuovo sistema. Ora invece non se ne parla più molto, perché ora c’è un paese (gli Stati Uniti, ndr) che si sta ritirando dai trattati e dalle organizzazioni internazionali e penso che l’Europa possa sentire i brividi quasi ogni giorno. Per quanto riguarda la Cina, sta crescendo nell’ordine esistente: la Cina ne è beneficiaria».Un riavvicinamento Cina-Unione Europea non è affatto semplice, né scontato. L’alta rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’UE, Kaja Kallas, a Monaco ha continuato a criticare la politica estera di Pechino, dichiarando che «se la Cina vuole avere buoni rapporti con l’Europa, deve smettere di consentire la guerra della Russia».
Tuttavia è chiaro che non solo il protezionismo dell’amministrazione Trump, ma anche la sua politica estera e di difesa renderà Bruxelles più sensibile alle sirene di Pechino. Ad esempio, il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, mercoledì scorso ha annunciato che le truppe europee di mantenimento della pace in Ucraina non saranno coperte dall’articolo 5 del trattato della Nato, che assicura la mutua difesa tra i paesi membri.
Prima, durante e dopo l’incontro bilaterale dell’altro ieri tra le delegazioni russa e statunitense in Arabia Saudita, Pechino ha sottolineato che qualsiasi negoziato dovrà includere tutte le parti coinvolte e tutti gli stakholder. In particolare, l’ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite, Fu Cong, ha dichiarato:
«La Cina accoglie con favore tutti gli sforzi in direzione della pace, compreso il recente accordo raggiunto da Stati Uniti e Russia per avviare colloqui di pace. Allo stesso tempo, la Cina spera che tutte le parti interessate e gli stakeholder coinvolti nella crisi ucraina si impegnino nel processo di colloqui di pace e raggiungano un accordo di pace giusto, duraturo e vincolante, accettabile per tutte le parti».La Cina di Xi Jinping – che ha rafforzato i legami con la Russia di Putin e che il 24 febbraio 2023, un anno dopo lo scoppio della guerra, ha elaborato una proposta di soluzione politica del conflitto, deve evitare di essere lasciata ai margini di eventuali trattative a trazione russo-statunitense.
Anche per questo obiettivo sono funzionali le parole pronunciate da Wang contro l’unilateralismo alle Nazioni Unite:
«I paesi sono interdipendenti e condividono lo stesso futuro e nessun paese può farcela da solo. Non dobbiamo permettere che i forti governino i deboli e tanto meno ritornare alla legge della giungla».Tornando a Monaco, nel suo discorso alla sessantunesima Conferenza sulla sicurezza Wang è tornato sulle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti. In riferimento al protezionismo e al contenimento hi-tech della Cina, il ministro degli esteri di Pechino ha dichiarato che:
«Naturalmente speriamo che gli Stati Uniti lavorino con noi nella stessa direzione. Tuttavia, se gli Stati Uniti non sono disposti, se sono intenzionati a reprimere e contenere la Cina, allora non abbiamo altra scelta che stare al gioco fino alla fine. E risponderemo con decisione alle pratiche unilaterali di bullismo degli Stati Uniti».E, in un passaggio su Taiwan, ha sostenuto che:
«Voglio sottolineare che non dovrebbero esserci doppi standard nell’adesione alle leggi internazionali. La sovranità e l’integrità territoriale di tutti i paesi devono essere rispettate, il che significa sostenere la completa riunificazione della Cina».Il 7 febbraio scorso, Trump e il primo ministro giapponese, Shigeru Ishiba, avevano pubblicato una dichiarazione congiunta per opporsi a qualsiasi alterazione dello status quo nello Stretto di Taiwan attraverso la forza o la “coercizione”. L’inclusione di quest’ultimo termine ha suggerito che i due alleati punterebbero a osteggiare qualsiasi tattica cinese per fare pressione sull’isola che Pechino rivendica come una sua provincia.
Anche su Taiwan si era focalizzato il primo contatto ufficiale tra le due amministrazioni dopo l’insediamento di Trump, con la telefonata di venerdì 24 gennaio tra il ministro degli esteri cinese, Wang Yi, e il suo omologo statunitense, Marco Rubio. I resoconti di Pechino e di Washington sulla conversazione divergono e, mentre il primo è più articolato, quello Usa è più scarno.
Tuttavia da entrambi si evince che – oltre ai dazi sulle merci importate dalla Cina negli Usa, che Trump ha aumentato del 10 per cento – le questioni che maggiormente dividono i due governi sono Taiwan e le dispute territoriali nel Mar cinese Meridionale, parte di quell’Oceano Pacifico finora dominato dagli Usa grazie alla VII flotta e alla loro rete di alleanze politico-militari.
Nel comunicato Usa si legge che Rubio (promotore al Congresso di una serie di leggi anti-Cina) «ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti nei confronti dei nostri alleati nella regione e la seria preoccupazione per le azioni coercitive della Cina contro Taiwan e nel Mar cinese meridionale». Ciò segnala che l’America dello “isolazionista” Trump non ha intenzione di rinunciare alla sua egemonia nel Pacifico occidentale.
Mentre quello cinese manda a Washington un doppio avvertimento. Anzitutto a non ostacolare (con i dazi o quant’altro) lo sviluppo socioeconomico della Cina. Wang ha infatti detto a Rubio che
«la leadership del Partito Comunista Cinese è la scelta del popolo cinese. Lo sviluppo della Cina ha una chiara logica storica ed è guidato da un forte dinamismo interno. Il nostro obiettivo è offrire una vita migliore alle persone e dare un contributo maggiore al mondo. Non abbiamo intenzione di superare o sostituire nessuno, ma dobbiamo difendere il nostro legittimo diritto allo sviluppo».Dall’altro, su Taiwan, il capo della diplomazia cinese ha ribadito le tradizionali linee rosse di Pechino, sottolineando che
«Taiwan fa parte del territorio cinese fin dai tempi antichi e che non permetteremo mai che Taiwan venga separata dalla Cina. Gli Stati Uniti hanno assunto impegni solenni a rispettare la politica di una sola Cina nei tre comunicati congiunti e non dovrebbero rinnegarli».Come era prevedibile, Trump ha iniziato il suo secondo mandato concentrandosi sui temi “identitari” del suo elettorato, varando una serie di ordini esecutivi contro l’immigrazione illegale, i diritti delle persone LGBTIQ+, eccetera.
Tuttavia è inevitabile che nelle prossime settimane dovrà affrontare i nodi delle relazioni tra la prima e la seconda economia del pianeta, sempre più tese, nonostante nei giorni scorsi abbia dichiarato che «Xi Jinping è come un amico», con il quale «potrò andare molto d’accordo».
Con ogni probabilità Trump partirà dalla questione del commercio tra i due paesi, che nel 2024 ha fatto registrare un surplus per la Cina di 361 miliardi di dollari, quasi un terzo dell’avanzo commerciale complessivo (con il resto del mondo) di Pechino. A tal proposito, la Casa bianca ha annunciato che sta effettuando una “revisione del rispetto dell’accordo economico e commerciale tra Cina e Stati Uniti”, che sarà ultimata entro il 30 aprile.
L’intenzione dell’amministrazione repubblicana sarebbe dunque di ripartire dall’accordo strappato a Pechino dopo che, nel 2018-2019, il Trump I aveva imposto dazi per 370 miliardi di dollari sulle importazioni dalla Cina.
Quella intesa siglata nel 2020 prevedeva l’acquisto (in due anni) di 270 miliardi di dollari di prodotti statunitensi in più, rispetto al livello del 2017. Un’intesa mai rispettata da Pechino, anche a causa dell’emergenza della pandemia di Covid-19.
Riproporre il patto di quattro anni fa permetterebbe a Trump di riportare Pechino al tavolo del negoziato, accantonando la minaccia elettorale di dazi del 60 per cento su tutte le merci importate negli Usa dalla Cina.
Intanto nella sede diplomatica Usa di Pechino è in arrivo il nuovo ambasciatore che sostituirà Nicholas Burns, diplomatico di professione: si tratta dell’ex senatore della Georgia David Perdue, con una carriera da consulente e businessman. Lo affiancherà – nel ruolo di vice capo missione – Sarah Beran, esperta di Cina e Taiwan ed ex funzionaria del Consiglio per la sicurezza nazionale.
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17/02/2025
La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco chiude, nel 2025, la "guerra fredda"
di Francesco Dall'Aglio
Il vertice di Monaco non sta andando benissimo, da qualunque punto lo si consideri. Non sta andando bene per l'Ucraina, ovviamente, ma soprattutto non sta andando bene per l'Europa. Il disimpegno statunitense dal conflitto in Ucraina non è solo disimpegno dall'Ucraina, ma si accompagna a un atteggiamento di disinteresse, se non quasi di ostilità, nei confronti dell'Europa stessa intesa come sintesi di NATO/UE (che è quello che è diventata, in fin dei conti). La cosa è del tutto evidente, così come evidente è che, a giudicare dalle reazioni che vanno dall'isterico all'indignato all'incredulo, la leadership europea pare non ne abbia capito il motivo e ne scarica la colpa su Trump, come se il motivo non fosse profondo ma dipendesse dalla sua incapacità, o dalla sua cattiveria, o dal suo essere manovrato da Putin (capita di leggere anche questo), o dal fatto che non capisce niente di quello che lo circonda.
La realtà è più semplice, e più complessa. Il disimpegno trumpiano certifica in sostanza la fine della guerra fredda: è una conseguenza, non una causa, del fatto che per gli USA la Russia non è più una minaccia esistenziale, per cui la NATO europea non è più una cosa sulla quale sia necessario investire troppo. E non è più una minaccia non perché, come mi è capitato di leggere, Trump e Putin sono due dittatori e si sa, tra dittatori ci si mette sempre d'accordo (è vero esattamente il contrario, al limite, ma ormai ognuno dice quello che gli pare), non perché, come sempre mi è capitato di leggere, grazie a Putin ora Trump sente di avere il via libera e lo premia regalandogli l'Ucraina (figurati se gli Stati Uniti aspettavano l'autorizzazione della Russia per fare quello che gli pare) ma perché, molto semplicemente, l'Europa è diventata irrilevante e rischiare un conflitto diretto, o continuare a spenderci troppi soldi, non vale più la pena.
Durante la guerra fredda l'Europa era considerata la posta in palio, sia dal punto di vista ideologico che dal punto di vista economico, da parte di entrambe le superpotenze, e una parte preponderante del loro arsenale militare e diplomatico era rivolta al suo controllo. Il resto del mondo sostanzialmente non esisteva. Sì, il Giappone faceva le radioline, Taiwan i pupazzetti, gli arabi avevano il petrolio, ma il resto del mondo non era pervenuto. Cina? India? Africa? Iran? Indocina? Terzo mondo. Pezzenti. Ci facevi le guerre senza pensarci troppo (e le perdevi, di solito, cosa che già avrebbe dovuto metterle sull'avviso, le superpotenze in questione), al limite erano terreno di scontro perché non diventassero socialiste o liberiste, ma alla fine era roba secondaria. Contava solo l'Europa.
È in questa prospettiva che va letto l'allargamento a est della NATO, che addusse infiniti lutti eccetera. Era roba degli Stati Uniti, la certificazione del loro dominio sulla metà di continente che, prima, era dell'avversario. Non era minimamente necessaria e lo sapeva la stessa amministrazione USA (lo diceva la CIA, porca miseria, che non era il caso), ma era una dichiarazione d'intenti ideologica e i Dem ci tenevano tantissimo – è stata roba dei Dem l'allargamento, non ce lo dimentichiamo. Clinton, Obama, di cui Biden era il vicepresidente. Non ce lo dimentichiamo. Ovviamente i Rep non hanno fatto follie per fermarla, sia chiaro, ma il progetto è sostanzialmente dell'asse Clinton-Obama. L'Europa, nel senso di UE, si è allargata anch'essa pensando, poveretta, di riuscire a gestire l'allargamento e guadagnarci (e c'era ancora qualche fesso come me, che pensava alla "casa comune europea" e scemenze simili, ed era contento. Aveva ragione Guccini, a vent'anni si è stupidi davvero anche se erano quasi trenta), non accorgendosi che si stava invece mettendo in casa la "nuova Europa" tanto lodata da Rumsfeld, ovvero una manica di personaggi fedeli agli USA, non all'Europa, e dagli USA foraggiati a botte di associazioni, fondazioni, American University, "centri studi" e cose del genere, gestiti, ops, da USAID, NED e compagnia cantante, proprio quelli che Trump sta facendo fuori adesso. E questa "nuova Europa" con referenti a Washington e non a Bruxelles ha dirottato la vecchia, e ora tra NATO a trazione statunitense (ovviamente, essendo loro il socio di maggioranza) e vertici dell'Unione Europea non c'è nessuna differenza, se non di compiti tecnici, e perché il peso di Polonia, baltici eccetera è così sproporzionatamente alto nella NATO/UE, perché sono loro l'anello di congiunzione.
Ora però non siamo più al tempo della guerra fredda. Ora non è più l'Europa il premio del vincitore, anche perché se l'è già mangiata tutta, e l'atteggiamento trumpiano lo certifica senz'ombra di dubbio. Ora i punti focali sono altrove, nel Pacifico ad esempio, in Asia centrale, nel Golfo Persico e nel Mar Rosso, nell'Artico, e di nemici ce ne sono tanti, non più uno solo, e tutti sempre più organizzati – gli huthi, per dire, nella loro area di competenza sono sostanzialmente un pari strategico degli Stati Uniti, rendiamoci conto. La Russia non è più "il" nemico, al limite uno dei tanti, e di certo non il più minaccioso. Continuare a spendere soldi per la difesa di un'area che non è più l'unica area strategica e importante del pianeta non ha senso. Se l'Europa ci tiene alla sua difesa si difenda da sola, invece di continuare a risucchiare soldi, e soprattutto attenzione strategica, agli USA.
Da questo punto di vista l'amministrazione Trump è più moderna non solo di quella di Biden ma anche di quella russa, che ha continuato a vedere solo l'Europa (e quindi l'Ucraina) come area di sua pertinenza strategica; e in questo senso Biden gli ha fatto un favore, obbligandoli a confrontarsi con l'Asia in maniera molto più radicale, significativa e vantaggiosa di quanto non avrebbe altrimenti mai fatto. E questa "modernità" la si vede anche nella scelta della squadra. L'amministrazione Biden era imbottita di vecchi arnesi della guerra fredda (Blinken, ad esempio, Nuland, Graham, e lo stesso Biden), che dovevano chiudere i conti col vecchio nemico e coronare il progetto. Qui abbiamo il Segretario alla Difesa che è nato nel 1980, il vicepresidente addirittura nel 1984 – il "vecchio" è Rubio che è del 1970, e infatti è quello ideologicamente più vetero, ma sempre meno di chi lo ha preceduto. Questa gente è vissuta in un mondo in cui l'URSS non c'era più e la Russia era ben poca cosa. I loro nemici sono gli islamici e la Cina, non Mosca, e nessuno di loro è disposto a una guerra mondiale per difendere un continente in cui tutt'al più vai in vacanza, che non produce più nulla, che non innova, che non ha risorse, e che invecchia a velocità straordinaria. Ed è questo, non la loro cattiveria o il loro autoritarismo, che informa le scelte della loro amministrazione. Da noi, invece, i vecchi arnesi della guerra fredda sono ancora in giro, anche se sono nati nel 1977 (Kallas).
La guerra fredda ce l'hanno in testa e la stanno ancora combattendo, e buona fortuna a farlo senza gli USA.
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Il vertice di Monaco non sta andando benissimo, da qualunque punto lo si consideri. Non sta andando bene per l'Ucraina, ovviamente, ma soprattutto non sta andando bene per l'Europa. Il disimpegno statunitense dal conflitto in Ucraina non è solo disimpegno dall'Ucraina, ma si accompagna a un atteggiamento di disinteresse, se non quasi di ostilità, nei confronti dell'Europa stessa intesa come sintesi di NATO/UE (che è quello che è diventata, in fin dei conti). La cosa è del tutto evidente, così come evidente è che, a giudicare dalle reazioni che vanno dall'isterico all'indignato all'incredulo, la leadership europea pare non ne abbia capito il motivo e ne scarica la colpa su Trump, come se il motivo non fosse profondo ma dipendesse dalla sua incapacità, o dalla sua cattiveria, o dal suo essere manovrato da Putin (capita di leggere anche questo), o dal fatto che non capisce niente di quello che lo circonda.
La realtà è più semplice, e più complessa. Il disimpegno trumpiano certifica in sostanza la fine della guerra fredda: è una conseguenza, non una causa, del fatto che per gli USA la Russia non è più una minaccia esistenziale, per cui la NATO europea non è più una cosa sulla quale sia necessario investire troppo. E non è più una minaccia non perché, come mi è capitato di leggere, Trump e Putin sono due dittatori e si sa, tra dittatori ci si mette sempre d'accordo (è vero esattamente il contrario, al limite, ma ormai ognuno dice quello che gli pare), non perché, come sempre mi è capitato di leggere, grazie a Putin ora Trump sente di avere il via libera e lo premia regalandogli l'Ucraina (figurati se gli Stati Uniti aspettavano l'autorizzazione della Russia per fare quello che gli pare) ma perché, molto semplicemente, l'Europa è diventata irrilevante e rischiare un conflitto diretto, o continuare a spenderci troppi soldi, non vale più la pena.
Durante la guerra fredda l'Europa era considerata la posta in palio, sia dal punto di vista ideologico che dal punto di vista economico, da parte di entrambe le superpotenze, e una parte preponderante del loro arsenale militare e diplomatico era rivolta al suo controllo. Il resto del mondo sostanzialmente non esisteva. Sì, il Giappone faceva le radioline, Taiwan i pupazzetti, gli arabi avevano il petrolio, ma il resto del mondo non era pervenuto. Cina? India? Africa? Iran? Indocina? Terzo mondo. Pezzenti. Ci facevi le guerre senza pensarci troppo (e le perdevi, di solito, cosa che già avrebbe dovuto metterle sull'avviso, le superpotenze in questione), al limite erano terreno di scontro perché non diventassero socialiste o liberiste, ma alla fine era roba secondaria. Contava solo l'Europa.
È in questa prospettiva che va letto l'allargamento a est della NATO, che addusse infiniti lutti eccetera. Era roba degli Stati Uniti, la certificazione del loro dominio sulla metà di continente che, prima, era dell'avversario. Non era minimamente necessaria e lo sapeva la stessa amministrazione USA (lo diceva la CIA, porca miseria, che non era il caso), ma era una dichiarazione d'intenti ideologica e i Dem ci tenevano tantissimo – è stata roba dei Dem l'allargamento, non ce lo dimentichiamo. Clinton, Obama, di cui Biden era il vicepresidente. Non ce lo dimentichiamo. Ovviamente i Rep non hanno fatto follie per fermarla, sia chiaro, ma il progetto è sostanzialmente dell'asse Clinton-Obama. L'Europa, nel senso di UE, si è allargata anch'essa pensando, poveretta, di riuscire a gestire l'allargamento e guadagnarci (e c'era ancora qualche fesso come me, che pensava alla "casa comune europea" e scemenze simili, ed era contento. Aveva ragione Guccini, a vent'anni si è stupidi davvero anche se erano quasi trenta), non accorgendosi che si stava invece mettendo in casa la "nuova Europa" tanto lodata da Rumsfeld, ovvero una manica di personaggi fedeli agli USA, non all'Europa, e dagli USA foraggiati a botte di associazioni, fondazioni, American University, "centri studi" e cose del genere, gestiti, ops, da USAID, NED e compagnia cantante, proprio quelli che Trump sta facendo fuori adesso. E questa "nuova Europa" con referenti a Washington e non a Bruxelles ha dirottato la vecchia, e ora tra NATO a trazione statunitense (ovviamente, essendo loro il socio di maggioranza) e vertici dell'Unione Europea non c'è nessuna differenza, se non di compiti tecnici, e perché il peso di Polonia, baltici eccetera è così sproporzionatamente alto nella NATO/UE, perché sono loro l'anello di congiunzione.
Ora però non siamo più al tempo della guerra fredda. Ora non è più l'Europa il premio del vincitore, anche perché se l'è già mangiata tutta, e l'atteggiamento trumpiano lo certifica senz'ombra di dubbio. Ora i punti focali sono altrove, nel Pacifico ad esempio, in Asia centrale, nel Golfo Persico e nel Mar Rosso, nell'Artico, e di nemici ce ne sono tanti, non più uno solo, e tutti sempre più organizzati – gli huthi, per dire, nella loro area di competenza sono sostanzialmente un pari strategico degli Stati Uniti, rendiamoci conto. La Russia non è più "il" nemico, al limite uno dei tanti, e di certo non il più minaccioso. Continuare a spendere soldi per la difesa di un'area che non è più l'unica area strategica e importante del pianeta non ha senso. Se l'Europa ci tiene alla sua difesa si difenda da sola, invece di continuare a risucchiare soldi, e soprattutto attenzione strategica, agli USA.
Da questo punto di vista l'amministrazione Trump è più moderna non solo di quella di Biden ma anche di quella russa, che ha continuato a vedere solo l'Europa (e quindi l'Ucraina) come area di sua pertinenza strategica; e in questo senso Biden gli ha fatto un favore, obbligandoli a confrontarsi con l'Asia in maniera molto più radicale, significativa e vantaggiosa di quanto non avrebbe altrimenti mai fatto. E questa "modernità" la si vede anche nella scelta della squadra. L'amministrazione Biden era imbottita di vecchi arnesi della guerra fredda (Blinken, ad esempio, Nuland, Graham, e lo stesso Biden), che dovevano chiudere i conti col vecchio nemico e coronare il progetto. Qui abbiamo il Segretario alla Difesa che è nato nel 1980, il vicepresidente addirittura nel 1984 – il "vecchio" è Rubio che è del 1970, e infatti è quello ideologicamente più vetero, ma sempre meno di chi lo ha preceduto. Questa gente è vissuta in un mondo in cui l'URSS non c'era più e la Russia era ben poca cosa. I loro nemici sono gli islamici e la Cina, non Mosca, e nessuno di loro è disposto a una guerra mondiale per difendere un continente in cui tutt'al più vai in vacanza, che non produce più nulla, che non innova, che non ha risorse, e che invecchia a velocità straordinaria. Ed è questo, non la loro cattiveria o il loro autoritarismo, che informa le scelte della loro amministrazione. Da noi, invece, i vecchi arnesi della guerra fredda sono ancora in giro, anche se sono nati nel 1977 (Kallas).
La guerra fredda ce l'hanno in testa e la stanno ancora combattendo, e buona fortuna a farlo senza gli USA.
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16/02/2025
Conferenza di Monaco - Disinteresse per il discorso di Scholz. Tutti puntano al riarmo come unica soluzione
Il quotidiano tedesco Handesblatt rileva che quando il Cancelliere Scholz ha iniziato a parlare sabato mattina, gli organizzatori della Conferenza sulla sicurezza di Monaco hanno inviato un messaggio ai partecipanti: “Ci sono ancora posti disponibili nella ‘Main Hall’ e nella ‘Public Square’ per i possessori di badge blu e blu e bianco”. Un segno evidente che l’interesse per quanto avrebbe detto Scholz nella Conferenza risultava scarso.
Il cancelliere tedesco ha affermato che il Bundestag deve approvare il più rapidamente possibile una risoluzione secondo cui “la guerra in Ucraina e le sue gravi conseguenze per la sicurezza della Germania sono classificate come un’emergenza” e, così, accelerare il riarmo delle Forze armate (Bundeswehr). “Questo significherebbe inoltre che il sostegno all’Ucraina non andrebbe più a scapito di altri compiti che lo Stato deve svolgere nei confronti dei suoi cittadini”, ha dichiarato Scholz. Il cancelliere intende inoltre “promuovere discussioni” nell’Ue su come “poter gestire realmente lo sviluppo di una forte industria europea della difesa”.
Per rimanere un “alleato su un piano di parità” per gli Stati Uniti, “l’Europa” deve fare molto di più per la “sicurezza” ha affermato Scholz. “Era sempre stato chiaro che il fondo speciale di 100 miliardi di euro per la Bundeswehr può essere solo un primo passo”. Solo per raggiungere l’obiettivo del 2% del pil per la spesa militare richiesto della NATO, “sarebbero necessari altri 30 miliardi di euro dal bilancio federale a partire dal 2028”. Ogni percentuale in più spesa per l’esercito corrisponde ad “altri 43 miliardi di euro in più, allo stato attuale delle cose”. Entro la fine del decennio, si accumuleranno centinaia di miliardi – “quantità enormi”. Il riarmo accelerato richiesto da Scholtz rischia di diventare il programma dei prossimi governi federali.
Gli esperti di sicurezza e i rappresentanti degli Stati dell’UE condividono la preoccupazione che sia l’Ue che l’Ucraina vengano tagliate fuori dalle trattative per porre fine alla guerra. “Trump vuole un’Europa debole. Vuole un’Europa frammentata e disunita”, ha detto il politologo Ian Bremmer in una intervista all’Handesblatt. Mentre secondo Claudia Major dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza “Il rischio di una nuova guerra è appena aumentato in modo significativo”. L’esperto di politica estera della CDU Norbert Röttgen ha sottolineato che “Come europei, ora dobbiamo agire in modo rapido e massiccio per prendere in mano la sicurezza dell’Europa”, respingendo però la proposta di Zelensky sulla costituzione rapida di un esercito europeo: “Non abbiamo un esercito europeo e non possiamo crearne uno a breve termine. Ecco perché questa proposta non è opportuna”.
Sabato pomeriggio intanto migliaia di manifestanti si sono radunati allo Stachus di Monaco per protestare contro la cosiddetta “Conferenza sulla sicurezza” (Siko). La manifestazione è iniziata con un minuto di silenzio per i feriti nell’attacco a una manifestazione sindacale giovedì a Monaco. La conferenza all’hotel di lusso Bayerischer Hof è stato “in verità una conferenza di guerra dell’imperialismo tedesco e dei paesi europei della NATO”, ha detto Marc Ellmann nel suo discorso per l’Alleanza d’Azione contro la Conferenza sulla Sicurezza della NATO, contro la quale è stata organizzata la manifestazione.
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Il cancelliere tedesco ha affermato che il Bundestag deve approvare il più rapidamente possibile una risoluzione secondo cui “la guerra in Ucraina e le sue gravi conseguenze per la sicurezza della Germania sono classificate come un’emergenza” e, così, accelerare il riarmo delle Forze armate (Bundeswehr). “Questo significherebbe inoltre che il sostegno all’Ucraina non andrebbe più a scapito di altri compiti che lo Stato deve svolgere nei confronti dei suoi cittadini”, ha dichiarato Scholz. Il cancelliere intende inoltre “promuovere discussioni” nell’Ue su come “poter gestire realmente lo sviluppo di una forte industria europea della difesa”.
Per rimanere un “alleato su un piano di parità” per gli Stati Uniti, “l’Europa” deve fare molto di più per la “sicurezza” ha affermato Scholz. “Era sempre stato chiaro che il fondo speciale di 100 miliardi di euro per la Bundeswehr può essere solo un primo passo”. Solo per raggiungere l’obiettivo del 2% del pil per la spesa militare richiesto della NATO, “sarebbero necessari altri 30 miliardi di euro dal bilancio federale a partire dal 2028”. Ogni percentuale in più spesa per l’esercito corrisponde ad “altri 43 miliardi di euro in più, allo stato attuale delle cose”. Entro la fine del decennio, si accumuleranno centinaia di miliardi – “quantità enormi”. Il riarmo accelerato richiesto da Scholtz rischia di diventare il programma dei prossimi governi federali.
Gli esperti di sicurezza e i rappresentanti degli Stati dell’UE condividono la preoccupazione che sia l’Ue che l’Ucraina vengano tagliate fuori dalle trattative per porre fine alla guerra. “Trump vuole un’Europa debole. Vuole un’Europa frammentata e disunita”, ha detto il politologo Ian Bremmer in una intervista all’Handesblatt. Mentre secondo Claudia Major dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza “Il rischio di una nuova guerra è appena aumentato in modo significativo”. L’esperto di politica estera della CDU Norbert Röttgen ha sottolineato che “Come europei, ora dobbiamo agire in modo rapido e massiccio per prendere in mano la sicurezza dell’Europa”, respingendo però la proposta di Zelensky sulla costituzione rapida di un esercito europeo: “Non abbiamo un esercito europeo e non possiamo crearne uno a breve termine. Ecco perché questa proposta non è opportuna”.
Sabato pomeriggio intanto migliaia di manifestanti si sono radunati allo Stachus di Monaco per protestare contro la cosiddetta “Conferenza sulla sicurezza” (Siko). La manifestazione è iniziata con un minuto di silenzio per i feriti nell’attacco a una manifestazione sindacale giovedì a Monaco. La conferenza all’hotel di lusso Bayerischer Hof è stato “in verità una conferenza di guerra dell’imperialismo tedesco e dei paesi europei della NATO”, ha detto Marc Ellmann nel suo discorso per l’Alleanza d’Azione contro la Conferenza sulla Sicurezza della NATO, contro la quale è stata organizzata la manifestazione.
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15/02/2025
Il vicepresidente USA Vance “strapazza” gli europei alla Conferenza di Monaco
Con un linguaggio decisamente irrituale, il vicepresidente statunitense Vance alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ha attaccato i governi europei su diversi dossier, incluso quello che ha definito “libertà di parola” accusandoli di censura nei confronti dei loro oppositori politici. Quelli di estrema destra, però..
Raccogliendo un timidissimo applauso Vance ha dichiarato che “A Washington c’è un nuovo sceriffo in città. E sotto la guida di Donald Trump, potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro diritto di offrirle in piazza”.
Parlando ai leader politici europei, ai militari e ai diplomatici presenti alla Conferenza di Monaco apertasi ieri, Vance ha decisamente scioccato il pubblico liquidando come inesistente il rischio di un’interferenza politica russa in Europa, veicolando le posizioni di Trump e scagliandosi contro le informazioni diffuse fin qui dalle stesse agenzie di intelligence statunitensi, secondo le quali la Russia avrebbe interferito a favore di Trump nelle elezioni del 2016.
Al contrario, Vance ha adottato un tono provocatorio, accusando i politici europei di quella che ha definito una paura del loro stesso popolo e avvertendoli che la vera minaccia alla loro democrazia non proveniente dalla Russia o dalla Cina.
“La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. Ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, il ritiro dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America”, ha detto il vicepresidente statunitense.
Nel suo intervento alla conferenza di Monaco, Vance ha tenuto una sorta di lezione ai funzionari europei sulla libertà di parola e l’immigrazione illegale nel continente, avvertendo i rappresentanti eletti che rischiano di perdere il sostegno pubblico se non cambiano rapidamente rotta. Non contento in serata ha incontrato la leader del partito di estrema destra tedesco AfD.
Il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha definito “inaccettabili” le affermazioni di Vance alla conferenza. “Se ho capito bene, sta paragonando parti d’Europa a regimi autoritari. Questo non è accettabile”, è stato il commento del ministro tedesco, mentre la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ne ha approfittato per tornare alla carica sull’aumento della spesa militare dell’UE (un modo per “venire incontro” alle richieste di Trump e ben consapevole che ciò comporta comprare più armi made in Usa).
“L’Europa deve portare di più sul tavolo. Proporrò di attivare la clausola di salvaguardia per gli investimenti nella difesa. Ciò consentirà agli Stati membri di aumentare sostanzialmente la loro spesa per la difesa, in modo controllato e condizionato”.
In mattinata Vance aveva incontrato separatamente il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, il segretario generale della NATO Mark Rutte e il ministro degli esteri britannico David Lammy, ribadendo a tutti e tre l’appello dell’amministrazione USA ai membri della NATO affinché spendano di più per la difesa. Attualmente, 23 delle 32 nazioni membre della NATO stanno raggiungendo l’obiettivo di spendere almeno il 2% del PIL nazionale per la difesa.
Sul futuro della guerra in Ucraina, giovedì scorso parlando ai giornalisti Trump aveva affermato che “La guerra in Ucraina deve finire. I giovani vengono uccisi a livelli che nessuno ha mai visto dalla seconda guerra mondiale. Ed è una guerra ridicola”.
Le riflessioni di Trump hanno lasciato i governi europei in serissime ambasce e con il cerino in mano sulla guerra che si sono ostinati ad alimentare per tre anni, chiedendosi come (o in alcuni casi addirittura se) potranno mantenere la sicurezza garantita loro dalla NATO nel secondo dopoguerra o colmare il divario nei miliardi di assistenza militare che l’amministrazione democratica Biden ha fornito all’Ucraina dal febbraio 2022.
Questa settimana sia Trump che il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth hanno demolito le speranze dell’Ucraina di entrare a far parte della NATO, un passaggio che la stessa Nato un anno fa aveva dichiarato essere “irreversibile”, oppure l’illusione di riavere indietro i suoi territori conquistati dalla Russia, compresa la Crimea. “Non vedo alcun modo in cui un paese nella posizione della Russia possa permettere … loro di unirsi alla NATO”, ha detto Trump giovedì. “Non vedo che ciò accada”.
Il presidente ucraino Zelensky giovedì scorso ha ammesso che “non è stato molto piacevole” che Trump abbia parlato per primo con Putin. Ma ha detto che il problema principale era “non permettere che tutto andasse secondo i piani di Putin”.
Se la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco dal febbraio 2022 era stata la tribuna in cui i governi europei avevano dato fiato a tutte le loro pulsioni guerrafondaie, praticamente senza contraddittorio, l’edizione di quest’anno appare come una sorta di doccia fredda. Ma non per un dovuto ripensamento delle classi dirigenti avventuriste che hanno trascinato l’Europa nella recessione e nell’economia di guerra, piuttosto perché l’azionista di maggioranza della loro alleanza – gli Stati Uniti – ha deciso di avere altre priorità e che la Russia più che un nemico potrebbe essere un soggetto più utile per scombinare le carte sia con l’Unione Europea che con la Cina.
Un castello di carta e di menzogne è venuto giù con velocità sorprendente.
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Raccogliendo un timidissimo applauso Vance ha dichiarato che “A Washington c’è un nuovo sceriffo in città. E sotto la guida di Donald Trump, potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro diritto di offrirle in piazza”.
Parlando ai leader politici europei, ai militari e ai diplomatici presenti alla Conferenza di Monaco apertasi ieri, Vance ha decisamente scioccato il pubblico liquidando come inesistente il rischio di un’interferenza politica russa in Europa, veicolando le posizioni di Trump e scagliandosi contro le informazioni diffuse fin qui dalle stesse agenzie di intelligence statunitensi, secondo le quali la Russia avrebbe interferito a favore di Trump nelle elezioni del 2016.
Al contrario, Vance ha adottato un tono provocatorio, accusando i politici europei di quella che ha definito una paura del loro stesso popolo e avvertendoli che la vera minaccia alla loro democrazia non proveniente dalla Russia o dalla Cina.
“La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. Ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, il ritiro dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America”, ha detto il vicepresidente statunitense.
Nel suo intervento alla conferenza di Monaco, Vance ha tenuto una sorta di lezione ai funzionari europei sulla libertà di parola e l’immigrazione illegale nel continente, avvertendo i rappresentanti eletti che rischiano di perdere il sostegno pubblico se non cambiano rapidamente rotta. Non contento in serata ha incontrato la leader del partito di estrema destra tedesco AfD.
Il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha definito “inaccettabili” le affermazioni di Vance alla conferenza. “Se ho capito bene, sta paragonando parti d’Europa a regimi autoritari. Questo non è accettabile”, è stato il commento del ministro tedesco, mentre la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ne ha approfittato per tornare alla carica sull’aumento della spesa militare dell’UE (un modo per “venire incontro” alle richieste di Trump e ben consapevole che ciò comporta comprare più armi made in Usa).
“L’Europa deve portare di più sul tavolo. Proporrò di attivare la clausola di salvaguardia per gli investimenti nella difesa. Ciò consentirà agli Stati membri di aumentare sostanzialmente la loro spesa per la difesa, in modo controllato e condizionato”.
In mattinata Vance aveva incontrato separatamente il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, il segretario generale della NATO Mark Rutte e il ministro degli esteri britannico David Lammy, ribadendo a tutti e tre l’appello dell’amministrazione USA ai membri della NATO affinché spendano di più per la difesa. Attualmente, 23 delle 32 nazioni membre della NATO stanno raggiungendo l’obiettivo di spendere almeno il 2% del PIL nazionale per la difesa.
Sul futuro della guerra in Ucraina, giovedì scorso parlando ai giornalisti Trump aveva affermato che “La guerra in Ucraina deve finire. I giovani vengono uccisi a livelli che nessuno ha mai visto dalla seconda guerra mondiale. Ed è una guerra ridicola”.
Le riflessioni di Trump hanno lasciato i governi europei in serissime ambasce e con il cerino in mano sulla guerra che si sono ostinati ad alimentare per tre anni, chiedendosi come (o in alcuni casi addirittura se) potranno mantenere la sicurezza garantita loro dalla NATO nel secondo dopoguerra o colmare il divario nei miliardi di assistenza militare che l’amministrazione democratica Biden ha fornito all’Ucraina dal febbraio 2022.
Questa settimana sia Trump che il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth hanno demolito le speranze dell’Ucraina di entrare a far parte della NATO, un passaggio che la stessa Nato un anno fa aveva dichiarato essere “irreversibile”, oppure l’illusione di riavere indietro i suoi territori conquistati dalla Russia, compresa la Crimea. “Non vedo alcun modo in cui un paese nella posizione della Russia possa permettere … loro di unirsi alla NATO”, ha detto Trump giovedì. “Non vedo che ciò accada”.
Il presidente ucraino Zelensky giovedì scorso ha ammesso che “non è stato molto piacevole” che Trump abbia parlato per primo con Putin. Ma ha detto che il problema principale era “non permettere che tutto andasse secondo i piani di Putin”.
Se la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco dal febbraio 2022 era stata la tribuna in cui i governi europei avevano dato fiato a tutte le loro pulsioni guerrafondaie, praticamente senza contraddittorio, l’edizione di quest’anno appare come una sorta di doccia fredda. Ma non per un dovuto ripensamento delle classi dirigenti avventuriste che hanno trascinato l’Europa nella recessione e nell’economia di guerra, piuttosto perché l’azionista di maggioranza della loro alleanza – gli Stati Uniti – ha deciso di avere altre priorità e che la Russia più che un nemico potrebbe essere un soggetto più utile per scombinare le carte sia con l’Unione Europea che con la Cina.
Un castello di carta e di menzogne è venuto giù con velocità sorprendente.
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11/02/2025
Le incognite su guerra e mondo multipolare al centro della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco
Il prossimo venerdì a Monaco si aprirà la Conferenza sulla Sicurezza che ogni anno riunisce nella città tedesca ministri, capi di stato e analisti delle principali potenze euroatlantiche ma anche dei Brics.
Scorrendo le numerose e interessantissime pagine del documento preparatorio dell'edizione di quest’anno, appare evidente come – oltre a fare il punto sui conflitti in corso in Ucraina e Medio Oriente – il tema centrale siano le possibilità e le conseguenze di un mondo multipolare destinato a contrastare – e se possibile a sostituire – quello dell’imperialismo unipolare a egemonia statunitense degli ultimi tre decenni ma in evidente difficoltà conclamata con il ritiro dall’Afghanistan nel 2021.
Nel documento preparatorio della Conferenza, al quale è come di consueto allegato il Risk Index (indicatore della percezione dei rischi, ndr), si scontrano tesi diverse e sotto certi aspetti contrapposte.
Da un lato ci sono analisti e politici che vedono gli Stati Uniti mantenere la loro supremazia (soprattutto basata sui fattori militari e monetari), dall’altro quelli che invece affermano come l’emersione di nuove potenze nel Sud globale – la Cina soprattutto – determini una nuova multipolarità nelle potenze con poteri decisionali a vari livelli e nella dimensione internazionale.
Qui di seguito alcuni stralci del documento che sottolineano le principali contraddizioni e motivi di contrasto nelle relazioni internazionali.
“La multipolarizzazione non è evidente solo nella diffusione del potere materiale, ma anche nel fatto che il mondo è diventato più polarizzato ideologicamente. Il liberalismo politico ed economico, che ha caratterizzato il periodo unipolare post-Guerra Fredda, non è più l’unico gioco in città. È sempre più contestato dall’interno, come dimostra l’ascesa del populismo nazionalista in molte democrazie liberali. Ma è anche sfidato dall’esterno, come dimostra la crescente biforcazione ideologica tra democrazie e autocrazie, nonché l’emergere di un mondo in cui coesistono, competono o si scontrano più modelli di ordine” è scritto nel documento.
“La vittoria presidenziale di Donald Trump ha seppellito il consenso sulla politica estera degli Stati Uniti dopo la Guerra Fredda, secondo cui una grande strategia di internazionalismo liberale avrebbe servito al meglio gli interessi degli Stati Uniti. Per Trump e molti dei suoi sostenitori, l’ordine internazionale creato dagli Stati Uniti rappresenta un cattivo affare. La politica estera degli Stati Uniti nei prossimi anni sarà probabilmente plasmata dalla competizione bipolare di Washington con Pechino. Questo, tuttavia, potrebbe accelerare la multipolarizzazione del sistema internazionale”.
Il documento per la Conferenza di Monaco evidenzia anche le conseguenze sull’Unione Europea che proprio in questo ambito aveva dato fuoco alle sue vocazioni guerrafondaie contro la Russia. Ne individua sia le contraddizioni interne che quelle provenienti dall’esterno come l’avvento di Trump:
“Per l’UE, che incarna l’ordine internazionale liberale, la crescente contestazione degli elementi fondamentali dell’ordine rappresenta una sfida particolarmente grave (capitolo 4). La guerra della Russia contro l’Ucraina e l’ascesa del populismo nazionalista in molte società europee, tra le altre cose, stanno mettendo a rischio elementi chiave della visione liberale dell’UE.
La rielezione di Donald Trump potrebbe intensificare queste sfide e rilanciare il dibattito sulla necessità che l’UE diventi un polo autonomo nella politica internazionale. Ma potrebbe anche incoraggiare i movimenti populisti che approfondiscono le divisioni interne dell’Europa e minano la capacità dell’UE di affrontare le crisi che ha di fronte”.
Secondo gli analisti che hanno elaborato il documento preparatorio per la Conferenza, “le stesse visioni del multipolarismo sono polarizzate”. A loro avviso ciò rende sempre più difficile adattare l’ordine esistente in modo pacifico, evitare nuove corse agli armamenti, prevenire conflitti violenti all’interno degli Stati e tra di essi, consentire una crescita economica più inclusiva e affrontare congiuntamente minacce condivise come il cambiamento climatico, che gli intervistati del Munich Security Index hanno costantemente valutato in modo elevato. “Il 2025 mostrerà se questo è nelle carte – o se il mondo crescerà ancora più diviso di quanto non sia”.
Sulle incognite e le diverse valutazioni del multipolarismo nel documento c’è inoltre un apposito capitolo dedicato ai vari scenari dal titolo: Posizioni polari: Uni-, Bi-, Multi- o Non-polarità?
Unipolarismo
A giudizio di alcuni degli analisti: “Alcune dimensioni del sistema internazionale continuano effettivamente a sembrare molto unipolari. Secondo le stime dell’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), gli Stati Uniti rappresentano ancora quasi il 40% della spesa nominale globale per la difesa, mentre la Cina, il secondo finanziatore, non rappresenta nemmeno la metà della spesa militare statunitense (...) Anche altri settori, oltre a quello militare, continuano a essere caratterizzati da quella che potrebbe essere descritta come una distribuzione unipolare del potere. Ad esempio, gli economisti parlano di un “mondo valutario unipolare”, con il dollaro USA come valuta globale dominante.
Sebbene i Paesi BRICS abbiano annunciato l’intenzione di creare una moneta BRICS per ridurre la dipendenza globale dal dollaro USA, il percorso verso il multipolarismo finanziario, o “de-dollarizzazione”, sembra lungo e ripido e sicuramente provocherà una reazione da parte degli Stati Uniti”.
Bipolarismo
“Altri analisti concludono che le tendenze puntano verso una nuova era bipolare, in cui gli Stati Uniti e la Cina sono le uniche superpotenze, mentre tutti gli altri non hanno le capacità economiche o militari per superare la soglia delle grandi potenze (...) La Cina, suggeriscono, non ha bisogno di raggiungere completamente gli Stati Uniti perché il sistema diventi bipolare. Pechino deve solo essere in grado di impegnarsi in una seria competizione tra grandi potenze con Washington (...)
La Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden dell’ottobre 2022 descriveva la Repubblica Popolare Cinese come “l’unico concorrente con l’intento di rimodellare l’ordine internazionale e, sempre più, con il potere economico, diplomatico, militare e tecnologico per farlo”[19] Nonostante la guerra della Russia contro l’Ucraina e altre potenziali minacce, la Cina è diventata la “sfida del ritmo” che guida la pianificazione militare degli Stati Uniti.[20] Per la nuova amministrazione Trump, preoccupata del declino degli Stati Uniti, la Cina è una grande potenza (...) Se confrontiamo le capacità relative della Cina con quelle dell’Unione Sovietica al suo apice nella Guerra Fredda, la Cina è già lo sfidante più potente degli Stati Uniti – in quasi tutte le dimensioni (...)
Sebbene la Cina sia inferiore agli Stati Uniti in termini di PIL nominale e PIL pro capite, è già la più grande economia del mondo in termini di parità di potere d’acquisto. Allo stesso modo, la sua spesa militare è seconda solo a quella degli Stati Uniti e gli analisti statunitensi hanno osservato gli sforzi di modernizzazione militare della Cina con crescente preoccupazione.[24] Come risultato del “più drammatico accumulo militare dalla Seconda Guerra Mondiale”,[25] alcuni analisti concludono che “in alcune aree, [la Cina] ha già eguagliato o superato l’America”.
Nonostante il suo arsenale nucleare, la Russia è “una potenza regionale con significative capacità nazionali”, ma non una grande potenza. Infine, sebbene la continua ascesa dell’India possa spostare il sistema verso il multipolarismo in futuro, per ora rimane chiaramente al di sotto della soglia.
Multipolarismo
Per un altro gruppo di studiosi, questi criteri piuttosto restrittivi sono fuorvianti e oscurano l’emergere di un mondo multipolare. Essi accettano una soglia più bassa per raggiungere lo status di grande potenza o dubitano che uno Stato debba essere una grande potenza in tutte le dimensioni per essere considerato un “polo”. Da questo punto di vista, un mondo multipolare non significa che ci debbano essere diverse potenze con capacità approssimativamente uguali, ma “richiede solo che un potere significativo sia concentrato in più di due Stati” (…)
La “multipolarizzazione” non è più avanzata che in ambito economico, poiché diverse economie emergenti hanno registrato una crescita impressionante. In termini di parità di potere d’acquisto, i membri dei BRICS hanno già superato il G7 nel 2018. Dopo l’allargamento del blocco nel 2024, che ha visto l’aggiunta di Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, i Paesi BRICS+ rappresentano circa il 40% del commercio globale e il 40% del prodotto petrolifero greggio.
La percezione dei rischi
Dal 2021, la Munich Security Conference e la Kekst CNC hanno raccolto dati in un “Risk Index” per rispondere a domande fondamentali che aiutano a comprendere la percezione del rischio globale: le persone pensano che il mondo stia diventando un posto più rischioso? Esiste un consenso globale su alcuni dei gravi rischi che l’umanità sta affrontando oggi? E quanto si sentono preparate le società ad affrontare queste minacce? Combinando questi cinque parametri, l’indice fornisce una visione approfondita di come in 11 paesi vengono visti i 33 principali rischi nel tempo.
Questa edizione del Munich Risk Index si basa su campioni rappresentativi di 1.000 persone provenienti da ogni nazione del G7 e dei paesi BICS (ovvero i Brics ma senza la Russia esclusa dalle rilevazioni, ndr). Il campione totale ammonta quindi a 11.000 persone. Le votazioni sono state condotte tra il 14 e il 29 novembre 2024. Gli intervistati sono stati selezionati in base a quote stratificate per genere, età, residenza, istruzione formale e reddito per garantire la rappresentatività. I dati finali sono stati quindi ponderati in modo che corrispondessero esattamente alle quote. Il margine di errore è stato del 3,1 per cento.
Il Risk Index rileva come “Dopo l’elezione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il rischio percepito nei confronti degli Stati Uniti è aumentato bruscamente tra i paesi del G7 – soprattutto in Germania e Canada – così come in India, è rimasto invece più o meno lo stesso in Cina e Brasile ed è diminuito in Sudafrica”.
Mentre la conferenza di Monaco dello scorso anno aveva mostrato un lieve miglioramento della percezione del rischio Russia, “la percezione del rischio verso Mosca è aumentata in Canada, Francia, Germania, India e Regno Unito” (...) “Sorprendentemente, solo la Germania e il Regno Unito vedono la Cina come un rischio maggiore rispetto allo scorso anno”.
Interessante poi segnalare che tra i fattori di maggiore rischio percepiti, in molti paesi, non c’è quello della guerra o delle pandemie ma quelli di carattere ambientale. “I rischi non tradizionali rimangono tuttavia le principali preoccupazioni degli intervistati in tutto il mondo. I tre rischi ambientali inclusi nell’indice – condizioni meteorologiche estreme e incendi boschivi, distruzione di habitat naturali e cambiamenti climatici in generale – si classificano come il primo, il secondo e il terzo rischio aggregato. In India, Brasile e Italia, i primi tre rischi sono tutti di natura ambientale. Gli attacchi informatici sono considerati il quarto rischio più grande in aggregato, classificandosi tra i primi tre negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Canada. La Russia è la più grande preoccupazione nel Regno Unito, in Canada (a pari merito) e in Germania (a pari merito) e la seconda più grande negli Stati Uniti”.
La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco inizierà venerdì 14 febbraio per concludersi domenica. In un epoca di bruschi cambiamenti e accelerazioni sarà interessante vedere le risposte degli ambienti euroatlantici agli scenari internazionali presi in esame nella edizione di quest’anno.
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Scorrendo le numerose e interessantissime pagine del documento preparatorio dell'edizione di quest’anno, appare evidente come – oltre a fare il punto sui conflitti in corso in Ucraina e Medio Oriente – il tema centrale siano le possibilità e le conseguenze di un mondo multipolare destinato a contrastare – e se possibile a sostituire – quello dell’imperialismo unipolare a egemonia statunitense degli ultimi tre decenni ma in evidente difficoltà conclamata con il ritiro dall’Afghanistan nel 2021.
Nel documento preparatorio della Conferenza, al quale è come di consueto allegato il Risk Index (indicatore della percezione dei rischi, ndr), si scontrano tesi diverse e sotto certi aspetti contrapposte.
Da un lato ci sono analisti e politici che vedono gli Stati Uniti mantenere la loro supremazia (soprattutto basata sui fattori militari e monetari), dall’altro quelli che invece affermano come l’emersione di nuove potenze nel Sud globale – la Cina soprattutto – determini una nuova multipolarità nelle potenze con poteri decisionali a vari livelli e nella dimensione internazionale.
Qui di seguito alcuni stralci del documento che sottolineano le principali contraddizioni e motivi di contrasto nelle relazioni internazionali.
“La multipolarizzazione non è evidente solo nella diffusione del potere materiale, ma anche nel fatto che il mondo è diventato più polarizzato ideologicamente. Il liberalismo politico ed economico, che ha caratterizzato il periodo unipolare post-Guerra Fredda, non è più l’unico gioco in città. È sempre più contestato dall’interno, come dimostra l’ascesa del populismo nazionalista in molte democrazie liberali. Ma è anche sfidato dall’esterno, come dimostra la crescente biforcazione ideologica tra democrazie e autocrazie, nonché l’emergere di un mondo in cui coesistono, competono o si scontrano più modelli di ordine” è scritto nel documento.
“La vittoria presidenziale di Donald Trump ha seppellito il consenso sulla politica estera degli Stati Uniti dopo la Guerra Fredda, secondo cui una grande strategia di internazionalismo liberale avrebbe servito al meglio gli interessi degli Stati Uniti. Per Trump e molti dei suoi sostenitori, l’ordine internazionale creato dagli Stati Uniti rappresenta un cattivo affare. La politica estera degli Stati Uniti nei prossimi anni sarà probabilmente plasmata dalla competizione bipolare di Washington con Pechino. Questo, tuttavia, potrebbe accelerare la multipolarizzazione del sistema internazionale”.
Il documento per la Conferenza di Monaco evidenzia anche le conseguenze sull’Unione Europea che proprio in questo ambito aveva dato fuoco alle sue vocazioni guerrafondaie contro la Russia. Ne individua sia le contraddizioni interne che quelle provenienti dall’esterno come l’avvento di Trump:
“Per l’UE, che incarna l’ordine internazionale liberale, la crescente contestazione degli elementi fondamentali dell’ordine rappresenta una sfida particolarmente grave (capitolo 4). La guerra della Russia contro l’Ucraina e l’ascesa del populismo nazionalista in molte società europee, tra le altre cose, stanno mettendo a rischio elementi chiave della visione liberale dell’UE.
La rielezione di Donald Trump potrebbe intensificare queste sfide e rilanciare il dibattito sulla necessità che l’UE diventi un polo autonomo nella politica internazionale. Ma potrebbe anche incoraggiare i movimenti populisti che approfondiscono le divisioni interne dell’Europa e minano la capacità dell’UE di affrontare le crisi che ha di fronte”.
Secondo gli analisti che hanno elaborato il documento preparatorio per la Conferenza, “le stesse visioni del multipolarismo sono polarizzate”. A loro avviso ciò rende sempre più difficile adattare l’ordine esistente in modo pacifico, evitare nuove corse agli armamenti, prevenire conflitti violenti all’interno degli Stati e tra di essi, consentire una crescita economica più inclusiva e affrontare congiuntamente minacce condivise come il cambiamento climatico, che gli intervistati del Munich Security Index hanno costantemente valutato in modo elevato. “Il 2025 mostrerà se questo è nelle carte – o se il mondo crescerà ancora più diviso di quanto non sia”.
Sulle incognite e le diverse valutazioni del multipolarismo nel documento c’è inoltre un apposito capitolo dedicato ai vari scenari dal titolo: Posizioni polari: Uni-, Bi-, Multi- o Non-polarità?
Unipolarismo
A giudizio di alcuni degli analisti: “Alcune dimensioni del sistema internazionale continuano effettivamente a sembrare molto unipolari. Secondo le stime dell’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), gli Stati Uniti rappresentano ancora quasi il 40% della spesa nominale globale per la difesa, mentre la Cina, il secondo finanziatore, non rappresenta nemmeno la metà della spesa militare statunitense (...) Anche altri settori, oltre a quello militare, continuano a essere caratterizzati da quella che potrebbe essere descritta come una distribuzione unipolare del potere. Ad esempio, gli economisti parlano di un “mondo valutario unipolare”, con il dollaro USA come valuta globale dominante.
Sebbene i Paesi BRICS abbiano annunciato l’intenzione di creare una moneta BRICS per ridurre la dipendenza globale dal dollaro USA, il percorso verso il multipolarismo finanziario, o “de-dollarizzazione”, sembra lungo e ripido e sicuramente provocherà una reazione da parte degli Stati Uniti”.
Bipolarismo
“Altri analisti concludono che le tendenze puntano verso una nuova era bipolare, in cui gli Stati Uniti e la Cina sono le uniche superpotenze, mentre tutti gli altri non hanno le capacità economiche o militari per superare la soglia delle grandi potenze (...) La Cina, suggeriscono, non ha bisogno di raggiungere completamente gli Stati Uniti perché il sistema diventi bipolare. Pechino deve solo essere in grado di impegnarsi in una seria competizione tra grandi potenze con Washington (...)
La Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden dell’ottobre 2022 descriveva la Repubblica Popolare Cinese come “l’unico concorrente con l’intento di rimodellare l’ordine internazionale e, sempre più, con il potere economico, diplomatico, militare e tecnologico per farlo”[19] Nonostante la guerra della Russia contro l’Ucraina e altre potenziali minacce, la Cina è diventata la “sfida del ritmo” che guida la pianificazione militare degli Stati Uniti.[20] Per la nuova amministrazione Trump, preoccupata del declino degli Stati Uniti, la Cina è una grande potenza (...) Se confrontiamo le capacità relative della Cina con quelle dell’Unione Sovietica al suo apice nella Guerra Fredda, la Cina è già lo sfidante più potente degli Stati Uniti – in quasi tutte le dimensioni (...)
Sebbene la Cina sia inferiore agli Stati Uniti in termini di PIL nominale e PIL pro capite, è già la più grande economia del mondo in termini di parità di potere d’acquisto. Allo stesso modo, la sua spesa militare è seconda solo a quella degli Stati Uniti e gli analisti statunitensi hanno osservato gli sforzi di modernizzazione militare della Cina con crescente preoccupazione.[24] Come risultato del “più drammatico accumulo militare dalla Seconda Guerra Mondiale”,[25] alcuni analisti concludono che “in alcune aree, [la Cina] ha già eguagliato o superato l’America”.
Nonostante il suo arsenale nucleare, la Russia è “una potenza regionale con significative capacità nazionali”, ma non una grande potenza. Infine, sebbene la continua ascesa dell’India possa spostare il sistema verso il multipolarismo in futuro, per ora rimane chiaramente al di sotto della soglia.
Multipolarismo
Per un altro gruppo di studiosi, questi criteri piuttosto restrittivi sono fuorvianti e oscurano l’emergere di un mondo multipolare. Essi accettano una soglia più bassa per raggiungere lo status di grande potenza o dubitano che uno Stato debba essere una grande potenza in tutte le dimensioni per essere considerato un “polo”. Da questo punto di vista, un mondo multipolare non significa che ci debbano essere diverse potenze con capacità approssimativamente uguali, ma “richiede solo che un potere significativo sia concentrato in più di due Stati” (…)
La “multipolarizzazione” non è più avanzata che in ambito economico, poiché diverse economie emergenti hanno registrato una crescita impressionante. In termini di parità di potere d’acquisto, i membri dei BRICS hanno già superato il G7 nel 2018. Dopo l’allargamento del blocco nel 2024, che ha visto l’aggiunta di Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, i Paesi BRICS+ rappresentano circa il 40% del commercio globale e il 40% del prodotto petrolifero greggio.
La percezione dei rischi
Dal 2021, la Munich Security Conference e la Kekst CNC hanno raccolto dati in un “Risk Index” per rispondere a domande fondamentali che aiutano a comprendere la percezione del rischio globale: le persone pensano che il mondo stia diventando un posto più rischioso? Esiste un consenso globale su alcuni dei gravi rischi che l’umanità sta affrontando oggi? E quanto si sentono preparate le società ad affrontare queste minacce? Combinando questi cinque parametri, l’indice fornisce una visione approfondita di come in 11 paesi vengono visti i 33 principali rischi nel tempo.
Questa edizione del Munich Risk Index si basa su campioni rappresentativi di 1.000 persone provenienti da ogni nazione del G7 e dei paesi BICS (ovvero i Brics ma senza la Russia esclusa dalle rilevazioni, ndr). Il campione totale ammonta quindi a 11.000 persone. Le votazioni sono state condotte tra il 14 e il 29 novembre 2024. Gli intervistati sono stati selezionati in base a quote stratificate per genere, età, residenza, istruzione formale e reddito per garantire la rappresentatività. I dati finali sono stati quindi ponderati in modo che corrispondessero esattamente alle quote. Il margine di errore è stato del 3,1 per cento.
Il Risk Index rileva come “Dopo l’elezione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il rischio percepito nei confronti degli Stati Uniti è aumentato bruscamente tra i paesi del G7 – soprattutto in Germania e Canada – così come in India, è rimasto invece più o meno lo stesso in Cina e Brasile ed è diminuito in Sudafrica”.
Mentre la conferenza di Monaco dello scorso anno aveva mostrato un lieve miglioramento della percezione del rischio Russia, “la percezione del rischio verso Mosca è aumentata in Canada, Francia, Germania, India e Regno Unito” (...) “Sorprendentemente, solo la Germania e il Regno Unito vedono la Cina come un rischio maggiore rispetto allo scorso anno”.
Interessante poi segnalare che tra i fattori di maggiore rischio percepiti, in molti paesi, non c’è quello della guerra o delle pandemie ma quelli di carattere ambientale. “I rischi non tradizionali rimangono tuttavia le principali preoccupazioni degli intervistati in tutto il mondo. I tre rischi ambientali inclusi nell’indice – condizioni meteorologiche estreme e incendi boschivi, distruzione di habitat naturali e cambiamenti climatici in generale – si classificano come il primo, il secondo e il terzo rischio aggregato. In India, Brasile e Italia, i primi tre rischi sono tutti di natura ambientale. Gli attacchi informatici sono considerati il quarto rischio più grande in aggregato, classificandosi tra i primi tre negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Canada. La Russia è la più grande preoccupazione nel Regno Unito, in Canada (a pari merito) e in Germania (a pari merito) e la seconda più grande negli Stati Uniti”.
La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco inizierà venerdì 14 febbraio per concludersi domenica. In un epoca di bruschi cambiamenti e accelerazioni sarà interessante vedere le risposte degli ambienti euroatlantici agli scenari internazionali presi in esame nella edizione di quest’anno.
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26/02/2024
La soap opera a Monaco per la guerra mondiale
È proprio vero che una menzogna ripetuta diviene verità al di fuori di ogni logica. Se si ascoltano politici, analisti e giornalisti del mainstream, affermazioni non provate e contrarie alla razionalità sono considerate presupposti incontestabili.
È triste vedere come durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco la diplomazia sia stata messa nell’angolo.
I problemi reali come le disuguaglianze crescenti, la proletarizzazione del ceto medio, l’arricchimento esponenziale della società dell’1%, la destabilizzazione della frontiera orientale dell’Europa, il fallimento della politica di espansionismo della Nato che ha portato alla guerra con la Russia, i crimini di guerra e contro l’umanità del governo israeliano che, nonostante l’abbaiare della potenza sponsor, gli Stati Uniti, non si ferma, il rischio rappresentato dagli investimenti in armamenti per i prossimi dieci anni per una guerra contro una potenza nucleare, la Russia, l’allargamento del conflitto in Medio Oriente perseguito con determinazione da Netanyahu, che come tutti sanno deve la sua sopravvivenza politica alla guerra, la pericolosità della leadership Usa che spera in un conflitto con l’Iran per presentarsi da vincitore alle elezioni, l’assottigliamento del tempo per le lancette dell’Orologio dell’apocalisse, ecco queste sfide allarmanti per l’umanità sono d’incanto sparite alla conferenza di Monaco e hanno lasciato il posto a una soap opera diretta dalle classi dirigenti occidentali, cantata da analisti e giornalisti.
Navalny, nazionalista russo che nel 2012 lanciava appelli per la superiorità degli slavi e immaginava deportazioni di massa per i non slavi, ripulito, costruito a tavolino e reso presentabile dall’Occidente diviene l’icona della Nato, l’oppositore di Putin quando di fatto non raggiunge il 10% dei consensi.
Punito con un carcere duro in Siberia, muore in circostanze non chiarite. Un dissidente massacrato dal potere. La sua scomparsa è strumentalizzata per sostenere la guerra contro Mosca, per un invio senza termine di armi e finanziamenti.
Chi osa affermare che il regime lo lasciava comunicare sui social, non aveva bisogno di ucciderlo in quanto già seppellito in una prigione, oppure che la sua morte giova alla propaganda occidentale, rischia il linciaggio.
Naturalmente gli stessi che si commuovono per la morte del dissidente e per la sua “bionda e fremente” moglie (cui, per carità, anche noi esprimiamo la nostra solidarietà) non hanno mai pronunciato una parola a favore di Assange e di Stella Morris, “con – sorte bruna” che da anni chiede clemenza per il marito, giornalista che ha avuto il coraggio di svelare i crimini di guerra Usa.
Mentre il massacro di innocenti continua a Gaza, uno sterminio sistematico di donne, bambini e anziani, mentre i feriti giacciono sui pavimenti senza poter essere curati e la carestia avanza, mentre le democrazie occidentali, sulla base di accuse mai completamente provate di una connivenza di alcuni elementi dell’Unrwa con Hamas, interrompono i finanziamenti all’agenzia per i rifugiati, costituita da funzionari che rischiano la vita per apportare gli aiuti umanitari, mentre le autocrazie come Cina, Russia, Iran chiedono il cessate il fuoco e sono contrastate da Israele, dagli Usa, dall’Italia e altri zelanti Paesi europei, dunque mentre l’attacco al diritto internazionale continua sotto gli occhi di tutti e le mancate riforme delle Nazioni Unite, delle Organizzazioni Internazionali del Washington consensus (Banca Mondiale e Fmi) dividono il mondo in blocchi l’un contro l’altro armati, mentre il Sud globale si organizza con la Cina e l’Occidente appare sempre più isolato, i leader “turisti della storia” (espressione incisiva di Tremonti) si tengono per mano, fanno photo opportunity.
Battono le mani a Zelensky, l’ex attore comico che ha abolito l’opposizione, rinvia sine die le elezioni, è contestato al vertice e abbandonato dalla gente, da quella che ancora analisti dalla faccia tosta e l’anima venduta chiamano “eroica resistenza”, formata da uomini terrorizzati, che pagano i trafficanti per poter sfuggire alla morte.
Una parte della cittadinanza europea è consapevole della destabilizzazione del mondo che i poteri rappresentati da un presidente con precaria salute mentale stanno perseguendo.
Temiamo di lasciare ai figli un panorama geopolitico agghiacciante nel quale il rischio di una guerra nucleare non è remoto. Il declino dell’egemonia imperialistica occidentale porta al conflitto costante. Il diritto internazionale è violato a Kiev e a Gaza. Le istituzioni multilaterali create nel dopoguerra e mai riformate sono impotenti, celebrano il proprio vuoto.
Come nel 1914 la retorica militarista imperversa, i sonnambuli ci trascinano verso l’abisso. Fermiamo la deriva della ragione e i nuovi barbari finché siamo in tempo.
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È triste vedere come durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco la diplomazia sia stata messa nell’angolo.
I problemi reali come le disuguaglianze crescenti, la proletarizzazione del ceto medio, l’arricchimento esponenziale della società dell’1%, la destabilizzazione della frontiera orientale dell’Europa, il fallimento della politica di espansionismo della Nato che ha portato alla guerra con la Russia, i crimini di guerra e contro l’umanità del governo israeliano che, nonostante l’abbaiare della potenza sponsor, gli Stati Uniti, non si ferma, il rischio rappresentato dagli investimenti in armamenti per i prossimi dieci anni per una guerra contro una potenza nucleare, la Russia, l’allargamento del conflitto in Medio Oriente perseguito con determinazione da Netanyahu, che come tutti sanno deve la sua sopravvivenza politica alla guerra, la pericolosità della leadership Usa che spera in un conflitto con l’Iran per presentarsi da vincitore alle elezioni, l’assottigliamento del tempo per le lancette dell’Orologio dell’apocalisse, ecco queste sfide allarmanti per l’umanità sono d’incanto sparite alla conferenza di Monaco e hanno lasciato il posto a una soap opera diretta dalle classi dirigenti occidentali, cantata da analisti e giornalisti.
Navalny, nazionalista russo che nel 2012 lanciava appelli per la superiorità degli slavi e immaginava deportazioni di massa per i non slavi, ripulito, costruito a tavolino e reso presentabile dall’Occidente diviene l’icona della Nato, l’oppositore di Putin quando di fatto non raggiunge il 10% dei consensi.
Punito con un carcere duro in Siberia, muore in circostanze non chiarite. Un dissidente massacrato dal potere. La sua scomparsa è strumentalizzata per sostenere la guerra contro Mosca, per un invio senza termine di armi e finanziamenti.
Chi osa affermare che il regime lo lasciava comunicare sui social, non aveva bisogno di ucciderlo in quanto già seppellito in una prigione, oppure che la sua morte giova alla propaganda occidentale, rischia il linciaggio.
Naturalmente gli stessi che si commuovono per la morte del dissidente e per la sua “bionda e fremente” moglie (cui, per carità, anche noi esprimiamo la nostra solidarietà) non hanno mai pronunciato una parola a favore di Assange e di Stella Morris, “con – sorte bruna” che da anni chiede clemenza per il marito, giornalista che ha avuto il coraggio di svelare i crimini di guerra Usa.
Mentre il massacro di innocenti continua a Gaza, uno sterminio sistematico di donne, bambini e anziani, mentre i feriti giacciono sui pavimenti senza poter essere curati e la carestia avanza, mentre le democrazie occidentali, sulla base di accuse mai completamente provate di una connivenza di alcuni elementi dell’Unrwa con Hamas, interrompono i finanziamenti all’agenzia per i rifugiati, costituita da funzionari che rischiano la vita per apportare gli aiuti umanitari, mentre le autocrazie come Cina, Russia, Iran chiedono il cessate il fuoco e sono contrastate da Israele, dagli Usa, dall’Italia e altri zelanti Paesi europei, dunque mentre l’attacco al diritto internazionale continua sotto gli occhi di tutti e le mancate riforme delle Nazioni Unite, delle Organizzazioni Internazionali del Washington consensus (Banca Mondiale e Fmi) dividono il mondo in blocchi l’un contro l’altro armati, mentre il Sud globale si organizza con la Cina e l’Occidente appare sempre più isolato, i leader “turisti della storia” (espressione incisiva di Tremonti) si tengono per mano, fanno photo opportunity.
Battono le mani a Zelensky, l’ex attore comico che ha abolito l’opposizione, rinvia sine die le elezioni, è contestato al vertice e abbandonato dalla gente, da quella che ancora analisti dalla faccia tosta e l’anima venduta chiamano “eroica resistenza”, formata da uomini terrorizzati, che pagano i trafficanti per poter sfuggire alla morte.
Una parte della cittadinanza europea è consapevole della destabilizzazione del mondo che i poteri rappresentati da un presidente con precaria salute mentale stanno perseguendo.
Temiamo di lasciare ai figli un panorama geopolitico agghiacciante nel quale il rischio di una guerra nucleare non è remoto. Il declino dell’egemonia imperialistica occidentale porta al conflitto costante. Il diritto internazionale è violato a Kiev e a Gaza. Le istituzioni multilaterali create nel dopoguerra e mai riformate sono impotenti, celebrano il proprio vuoto.
Come nel 1914 la retorica militarista imperversa, i sonnambuli ci trascinano verso l’abisso. Fermiamo la deriva della ragione e i nuovi barbari finché siamo in tempo.
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19/02/2024
Bruxelles e Monaco: la corsa al riarmo e all’armamento (non solo per Kiev)
Dopo il vertice del 15 febbraio a Bruxelles dei ministri della guerra UE-NATO col segretario generale Jens Stoltenberg, in cui si è ufficializzata la corsa al riarmo che, di fatto, sta procedendo da molto tempo, per oggi 17 febbraio è atteso, alla conferenza sulla sicurezza a Monaco, l’ennesimo show del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, reduce dalle tappe di questua del 16 febbraio a Parigi e Berlino, dove ha sottoscritto “trattati di sicurezza” con Macron e Scholz che, nei fatti, non impegnano direttamente né Germania né Francia.
L’euforia di guerra NATO-UE è data, come recitano anche gli ambienti di sedicenti “quotidiani comunisti”, dalla «preoccupazione per una Russia ormai in piena “economia di guerra”».
E dunque via libera a «nuovi accordi bilaterali con l’Ucraina sulla sicurezza per cercare di far fronte ai tentennamenti Usa», come se non venisse proprio da Washington l’ordine impartito ai satelliti europei di farsi carico degli stanziamenti che la Casa Bianca ha qualche difficoltà a dirottare su Kiev.
D’altronde, già al vertice del G7 a Vilnius, lo scorso luglio, era stato deciso che l’Ucraina, invece di una rapida adesione alla NATO, avrebbe ricevuto «impegni di sicurezza a lungo termine» dai singoli Paesi.
Dunque via libera alla gara per il primo della classe negli stanziamenti militari sul PIL, anche per mantenere la promessa di un milione di droni a Kiev: nessuno vuol lasciare alla Polonia la maglia rosa del prossimo primato del 5% e già la si tampina dietro il suo attuale 3,9%.
Ma, il 2% del PIL alla guerra, che ancora ai vertici NATO del 2014 o 2016 sembrava un’enormità per quasi tutti i regimi UE, oggi è ritenuto troppo stretto, nell’impeto europeista della «lotta della civiltà contro l’inciviltà» (Draghi) e Jens Stoltenberg si è dunque complimentato con quei diciotto paesi (su 31) che hanno raggiunto o superato l’obiettivo, spronando gli altri a darsi da fare.
Anche questo serve a esorcizzare le osservazioni di chi, come ad esempio The European Conservative, scrive che «Il rapporto preparato per la conferenza di Monaco mostra il cambiamento d’umore dei paesi del G7. Le loro popolazioni non considerano più la Russia quale principale minaccia, mentre sono molto più preoccupati per migrazione, terrorismo, cambiamento climatico e attacchi informatici». Un dato che, in ogni caso, è stato certificato anche a livelli superiori.
Così, in un clima in cui la notizia della morte di Aleksej Naval’nyj è giunta a puntino per permettere a molti di dare aria alla bocca (c’è da scommetterci: qualcuno la presenterà come la vendetta di Mosca per l’attacco ucraino del 14 febbraio al vascello da sbarco “Tsezar Kunikov”, nel golfo crimeano di Simeiz, anticipato da voli di ricognizione di droni NATO “Global Hawk”), Zelenskij chiede ancora soldi e armi per “la crociata” anti russa, per fare dell’Ucraina il “vallo europeo della democrazia”, come declamava anni fa il suo predecessore golpista Petro Porošenko.
Le “bagattelle” in corso in Ucraina (malcontento generalizzato per i siluramenti ai vertici militari; sconfitte sul campo: l’ultima a Avdeevka; malaffari a ogni livello; affamamento e arruolamenti forzati della popolazione) o prossime a venire (sarà curioso leggere come i media liberali, tra meno di un mese, giustificheranno l’annullamento delle presidenziali) e soprattutto il genocidio mediorientale, hanno lasciato in secondo piano il fronte ucraino.
Tanto più che, appena un anno fa, sempre a Monaco, Zelenskij aveva giurato che il «Golia russo sarà sicuramente sconfitto già quest’anno».
Così che, quest’anno, ha molto terreno da dover recuperare. Non sul piano dell’immagine “democratica”, per carità (ormai nessuno in Occidente ci fa più caso, visto che i nazisti di Kiev sono ora per definizione “europeisti”). Così democratici e europeisti che, osserva Dmitrij Kovalevic su Ukraina.ru, pare arduo evitare cliché apertamente nazisti.
Ragion per cui, dopo che il comandante della 93° brigata ucraina “Kholodnyj Jar“, Pavel Palisa, ha sfoggiato un gallone con il “OstFront” nazista, il canale Telegram della brigata ha scritto che essa è chiamata a «tracciare un parallelo tra gli eventi del più grande e mortale teatro di operazioni militari della Seconda Guerra Mondiale e l’epoca contemporanea», con il nuovo Drang nach Osten.
D’altronde, a proposito di smanie tardo-wagneriane, è proprio la Germania della “coalizione semaforo” (SPD, Verdi, FDP) che sembra voler riguadagnare posizioni tra i primi della classe NATO, mettendo sempre più in programma massicce produzioni di armi, comprese quelle da destinare alla junta di Kiev.
Se ne rallegrano i produttori teutonici: appena il tempo della posa della prima pietra del nuovo stabilimento a Unterlüß, lunedì scorso, che già prima dell’apertura dei mercati azionari di martedì, il prezzo delle azioni Rheinmetall batteva un nuovo record. In quell’occasione, il CEO della società, Armin Papperger, non aveva mancato di elogiare le proficue forniture di armi all’Ucraina come un «risultato storico del nostro governo federale», che ingrassa gli azionisti Rheinmetall.
Riepilogando, ricorda Vincent Cziesla su Unsere Zeit, al Bundestag la CDU ha sostenuto la necessità di triplicare la montagna di debiti per gli armamenti, definita “fondo speciale”, stanziando «300 miliardi e non 100, per rendere agguerrita la Bundeswehr».
Non da meno la SPD, che chiede lo scorporo delle spese di guerra e difesa civile dal “freno al debito“. I principali media liberali tedeschi, scrive Cziesla, hanno fatto prontamente da coro, col pretesto delle “minacce” di Trump sulla crisi del sostegno USA alla NATO.
In realtà, già un anno fa, ben prima delle parole di Trump, la SPD aveva parlato al Bundestag di 300 miliardi di spese militari; ma il rimando a Trump, ai cosiddetti “fondi speciali” e allo scorporo delle spese di guerra dal freno all’indebitamento nasconde (male) l’obiettivo reale di drastici tagli sociali. Che come sappiamo, non è certo una particolarità solo germanica.
Ma non bastano gli stanziamenti: si deve coinvolgere la gente. Così, al simposio della Bundeswehr di gennaio, militari, politici, imprenditori e media sono stati invitati a fungere da «moltiplicatori per accrescere la consapevolezza della società sulla mutata realtà della politica di sicurezza». In quell’occasione, una delle richieste più innocue è stata quella di… «autostrade adatte ai corazzati».
E, del resto, nota con sarcasmo Cziesla, oltre a una buona logistica, in caso di guerra è necessario soprattutto un gran numero di persone: non solo militari, ma anche “difesa civile”, con polizia, vigili del fuoco, paramedici e tanti, tanti “volontari”. Dunque, Patrick Sensburg, presidente dell’Associazione dei riservisti, chiede che in Germania «tutti i giovani uomini e donne debbano esser richiamati per un servizio obbligatorio di almeno un anno».
Ed è atteso per fine marzo il “Operationsplan Deutschland”, col concetto di “difesa globale” che, se approvato, sarà presumibilmente accompagnato da richieste di altri miliardi o dall’introduzione del servizio militare obbligatorio.
Berlino insomma – scrive Arnold Schölzel su Die junge Welt – ambisce a essere leader nella corsa agli armamenti; tant’è che il 15 febbraio, per il vertice di Bruxelles, il ministro della guerra Boris Pistorius (SPD) ha annunciato che, una volta raggiunto l’obiettivo del 2%, l’ambizione della Germania deve essere quella di essere la «spina dorsale convenzionale», insieme ad altri paesi.
Pistorius ha aggiunto poi altra musica per le orecchie degli azionisti di Rheinmetall: il sito web del ministero riporta che «La Russia è la più grande minaccia nell’area euro-atlantica»; dunque, si deve fare il possibile per sostenere Kiev, e la Germania prevede di fornire nel 2024 alla junta «tre o quattro volte» più munizioni d’artiglieria rispetto al 2023.
Pistorius ha significativamente proclamato che «In definitiva, la guerra in Ucraina si deciderà anche alle catene di montaggio nei Paesi produttori».
In ogni caso, anche nel caso che non “si deciderà” lì, sarà proprio nelle tasche degli azionisti del complesso militare-industriale mondiale che finiranno i profitti dalla sua prosecuzione voluta a Washington e Bruxelles.
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L’euforia di guerra NATO-UE è data, come recitano anche gli ambienti di sedicenti “quotidiani comunisti”, dalla «preoccupazione per una Russia ormai in piena “economia di guerra”».
E dunque via libera a «nuovi accordi bilaterali con l’Ucraina sulla sicurezza per cercare di far fronte ai tentennamenti Usa», come se non venisse proprio da Washington l’ordine impartito ai satelliti europei di farsi carico degli stanziamenti che la Casa Bianca ha qualche difficoltà a dirottare su Kiev.
D’altronde, già al vertice del G7 a Vilnius, lo scorso luglio, era stato deciso che l’Ucraina, invece di una rapida adesione alla NATO, avrebbe ricevuto «impegni di sicurezza a lungo termine» dai singoli Paesi.
Dunque via libera alla gara per il primo della classe negli stanziamenti militari sul PIL, anche per mantenere la promessa di un milione di droni a Kiev: nessuno vuol lasciare alla Polonia la maglia rosa del prossimo primato del 5% e già la si tampina dietro il suo attuale 3,9%.
Ma, il 2% del PIL alla guerra, che ancora ai vertici NATO del 2014 o 2016 sembrava un’enormità per quasi tutti i regimi UE, oggi è ritenuto troppo stretto, nell’impeto europeista della «lotta della civiltà contro l’inciviltà» (Draghi) e Jens Stoltenberg si è dunque complimentato con quei diciotto paesi (su 31) che hanno raggiunto o superato l’obiettivo, spronando gli altri a darsi da fare.
Anche questo serve a esorcizzare le osservazioni di chi, come ad esempio The European Conservative, scrive che «Il rapporto preparato per la conferenza di Monaco mostra il cambiamento d’umore dei paesi del G7. Le loro popolazioni non considerano più la Russia quale principale minaccia, mentre sono molto più preoccupati per migrazione, terrorismo, cambiamento climatico e attacchi informatici». Un dato che, in ogni caso, è stato certificato anche a livelli superiori.
Così, in un clima in cui la notizia della morte di Aleksej Naval’nyj è giunta a puntino per permettere a molti di dare aria alla bocca (c’è da scommetterci: qualcuno la presenterà come la vendetta di Mosca per l’attacco ucraino del 14 febbraio al vascello da sbarco “Tsezar Kunikov”, nel golfo crimeano di Simeiz, anticipato da voli di ricognizione di droni NATO “Global Hawk”), Zelenskij chiede ancora soldi e armi per “la crociata” anti russa, per fare dell’Ucraina il “vallo europeo della democrazia”, come declamava anni fa il suo predecessore golpista Petro Porošenko.
Le “bagattelle” in corso in Ucraina (malcontento generalizzato per i siluramenti ai vertici militari; sconfitte sul campo: l’ultima a Avdeevka; malaffari a ogni livello; affamamento e arruolamenti forzati della popolazione) o prossime a venire (sarà curioso leggere come i media liberali, tra meno di un mese, giustificheranno l’annullamento delle presidenziali) e soprattutto il genocidio mediorientale, hanno lasciato in secondo piano il fronte ucraino.
Tanto più che, appena un anno fa, sempre a Monaco, Zelenskij aveva giurato che il «Golia russo sarà sicuramente sconfitto già quest’anno».
Così che, quest’anno, ha molto terreno da dover recuperare. Non sul piano dell’immagine “democratica”, per carità (ormai nessuno in Occidente ci fa più caso, visto che i nazisti di Kiev sono ora per definizione “europeisti”). Così democratici e europeisti che, osserva Dmitrij Kovalevic su Ukraina.ru, pare arduo evitare cliché apertamente nazisti.
Ragion per cui, dopo che il comandante della 93° brigata ucraina “Kholodnyj Jar“, Pavel Palisa, ha sfoggiato un gallone con il “OstFront” nazista, il canale Telegram della brigata ha scritto che essa è chiamata a «tracciare un parallelo tra gli eventi del più grande e mortale teatro di operazioni militari della Seconda Guerra Mondiale e l’epoca contemporanea», con il nuovo Drang nach Osten.
D’altronde, a proposito di smanie tardo-wagneriane, è proprio la Germania della “coalizione semaforo” (SPD, Verdi, FDP) che sembra voler riguadagnare posizioni tra i primi della classe NATO, mettendo sempre più in programma massicce produzioni di armi, comprese quelle da destinare alla junta di Kiev.
Se ne rallegrano i produttori teutonici: appena il tempo della posa della prima pietra del nuovo stabilimento a Unterlüß, lunedì scorso, che già prima dell’apertura dei mercati azionari di martedì, il prezzo delle azioni Rheinmetall batteva un nuovo record. In quell’occasione, il CEO della società, Armin Papperger, non aveva mancato di elogiare le proficue forniture di armi all’Ucraina come un «risultato storico del nostro governo federale», che ingrassa gli azionisti Rheinmetall.
Riepilogando, ricorda Vincent Cziesla su Unsere Zeit, al Bundestag la CDU ha sostenuto la necessità di triplicare la montagna di debiti per gli armamenti, definita “fondo speciale”, stanziando «300 miliardi e non 100, per rendere agguerrita la Bundeswehr».
Non da meno la SPD, che chiede lo scorporo delle spese di guerra e difesa civile dal “freno al debito“. I principali media liberali tedeschi, scrive Cziesla, hanno fatto prontamente da coro, col pretesto delle “minacce” di Trump sulla crisi del sostegno USA alla NATO.
In realtà, già un anno fa, ben prima delle parole di Trump, la SPD aveva parlato al Bundestag di 300 miliardi di spese militari; ma il rimando a Trump, ai cosiddetti “fondi speciali” e allo scorporo delle spese di guerra dal freno all’indebitamento nasconde (male) l’obiettivo reale di drastici tagli sociali. Che come sappiamo, non è certo una particolarità solo germanica.
Ma non bastano gli stanziamenti: si deve coinvolgere la gente. Così, al simposio della Bundeswehr di gennaio, militari, politici, imprenditori e media sono stati invitati a fungere da «moltiplicatori per accrescere la consapevolezza della società sulla mutata realtà della politica di sicurezza». In quell’occasione, una delle richieste più innocue è stata quella di… «autostrade adatte ai corazzati».
E, del resto, nota con sarcasmo Cziesla, oltre a una buona logistica, in caso di guerra è necessario soprattutto un gran numero di persone: non solo militari, ma anche “difesa civile”, con polizia, vigili del fuoco, paramedici e tanti, tanti “volontari”. Dunque, Patrick Sensburg, presidente dell’Associazione dei riservisti, chiede che in Germania «tutti i giovani uomini e donne debbano esser richiamati per un servizio obbligatorio di almeno un anno».
Ed è atteso per fine marzo il “Operationsplan Deutschland”, col concetto di “difesa globale” che, se approvato, sarà presumibilmente accompagnato da richieste di altri miliardi o dall’introduzione del servizio militare obbligatorio.
Berlino insomma – scrive Arnold Schölzel su Die junge Welt – ambisce a essere leader nella corsa agli armamenti; tant’è che il 15 febbraio, per il vertice di Bruxelles, il ministro della guerra Boris Pistorius (SPD) ha annunciato che, una volta raggiunto l’obiettivo del 2%, l’ambizione della Germania deve essere quella di essere la «spina dorsale convenzionale», insieme ad altri paesi.
Pistorius ha aggiunto poi altra musica per le orecchie degli azionisti di Rheinmetall: il sito web del ministero riporta che «La Russia è la più grande minaccia nell’area euro-atlantica»; dunque, si deve fare il possibile per sostenere Kiev, e la Germania prevede di fornire nel 2024 alla junta «tre o quattro volte» più munizioni d’artiglieria rispetto al 2023.
Pistorius ha significativamente proclamato che «In definitiva, la guerra in Ucraina si deciderà anche alle catene di montaggio nei Paesi produttori».
In ogni caso, anche nel caso che non “si deciderà” lì, sarà proprio nelle tasche degli azionisti del complesso militare-industriale mondiale che finiranno i profitti dalla sua prosecuzione voluta a Washington e Bruxelles.
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18/02/2024
Monaco. L’Occidente alla ricerca del “nemico” per tenere insieme i pezzi
L’opportuna morte in carcere di Navalny è arrivata come un toccasana insperato e necessario sulla Conferenza per la Sicurezza in corso a Monaco da venerdi e che vede riuniti i massimi esponenti della Difesa e degli Esteri del blocco euroatlantico.
Alla vigilia della Conferenza erano piombate le dichiarazioni di Trump sulla Nato che avevano messo in fibrillazione tutto il mondo euroatlantico. Sul piano più concreto l’esercito ucraino ieri è stato costretto a ritirarsi da Avdiivka, la città sul fronte orientale che da mesi vive una pesante offensiva russa. Mosca ha così ottenuto la sua più grande vittoria dopo il fallimento della controffensiva di Kiev dell’estate scorsa.
Come scritto nero su bianco nel report preparatorio della Conferenza di Monaco, l’Occidente Collettivo aveva visto diminuire nelle proprie opinioni pubbliche la percezioni della Russia come minaccia principale, mandando in fumo quasi due anni di propaganda bellicista e antirussa.
Il caso, la fortuna – o se è altro lo vedremo – hanno voluto che arrivasse la morte in carcere di Navalny a dare linfa ad una narrazione bellicista nei paesi Nato che stava perdendo smalto ma soprattutto pezzi sul terreno dello scontro militare in Ucraina.
Con le incertezze sul futuro da parte degli Stati Uniti alle prese con le elezioni presidenziali e l’ipoteca di Trump, la componente europea della Nato sa che deve cominciare a pensare di cavarsela da sola nello scontro in corso con la Russia. Venerdì l’istituto di ricerca tedesco Kiel Institute ha dichiarato che l’Unione europea dovrà “almeno raddoppiare gli aiuti militari” all’Ucraina per compensare l’inerzia degli Stati Uniti.
Gli argomenti della propaganda della Nato spaziano su tutti i terreni, alla ricerca di qualcosa che possa funzionare e tenere insieme i pezzi.
“Putin deve realizzare che non otterrà quello che vuole sul campo di battaglio, per avere una pace stabile serve quindi continuare a fornire all’Ucraina quello che le serve: dobbiamo passare da un sistema industriale a passo lento, da tempi di pace, a uno dall’alto ritmo, tipico dei conflitti, per produrre di più”, ha detto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg nel corso di una dichiarazione congiunta con la presidente della Commissione Europa Von der Leyen alla Conferenza di Monaco.
“Tutto ciò non aiuterà solo l’Ucraina ma anche la Nato, con la creazione di posti di lavoro di qualità, come qui in Baviera, dove saranno costruiti i missili Patriot”. Insomma le spese militari e la guerra fanno bene ai posti di lavoro che invece, proprio in Germania, le industrie stanno tagliando a migliaia.
Zelensky è arrivato a Berlino proprio per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente federale Frank-Walter Steinmeier. Con Scholz il presidente ucraino ha firmato un patto bilaterale sulla sicurezza tra Germania e Ucraina. L’obiettivo sono impegni e sostegno a lungo termine.
La Germania della coalizione tra Socialdemocratici, Verdi e Liberali si sta rivelando – insieme alla Gran Bretagna – il paese più bellicista d’Europa. L’Italia segue, alternando dichiarazioni di principio bellicose e allineate e la segreta speranza che la guerra in Ucraina termini quanto prima. I paesi europei sono in crisi economica conclamata e le previsioni non sono affatto rosee.
Un “nemico” come la Russia per un po’ di tempo può aiutare a tenere insieme i pezzi ma a lungo andare potrebbe non funzionare più come catalizzatore di interessi comuni. Proprio un commentatore russo sulla Novosti, più o meno due anni fa, sottolineava che il problema dell’Occidente era il tempo: troppo poco per concludere il conflitto in Ucraina, troppo lungo per alimentarlo. Un problema che la Russia ha dimostrato di non avere.
Fonte
Alla vigilia della Conferenza erano piombate le dichiarazioni di Trump sulla Nato che avevano messo in fibrillazione tutto il mondo euroatlantico. Sul piano più concreto l’esercito ucraino ieri è stato costretto a ritirarsi da Avdiivka, la città sul fronte orientale che da mesi vive una pesante offensiva russa. Mosca ha così ottenuto la sua più grande vittoria dopo il fallimento della controffensiva di Kiev dell’estate scorsa.
Come scritto nero su bianco nel report preparatorio della Conferenza di Monaco, l’Occidente Collettivo aveva visto diminuire nelle proprie opinioni pubbliche la percezioni della Russia come minaccia principale, mandando in fumo quasi due anni di propaganda bellicista e antirussa.
Il caso, la fortuna – o se è altro lo vedremo – hanno voluto che arrivasse la morte in carcere di Navalny a dare linfa ad una narrazione bellicista nei paesi Nato che stava perdendo smalto ma soprattutto pezzi sul terreno dello scontro militare in Ucraina.
Con le incertezze sul futuro da parte degli Stati Uniti alle prese con le elezioni presidenziali e l’ipoteca di Trump, la componente europea della Nato sa che deve cominciare a pensare di cavarsela da sola nello scontro in corso con la Russia. Venerdì l’istituto di ricerca tedesco Kiel Institute ha dichiarato che l’Unione europea dovrà “almeno raddoppiare gli aiuti militari” all’Ucraina per compensare l’inerzia degli Stati Uniti.
Gli argomenti della propaganda della Nato spaziano su tutti i terreni, alla ricerca di qualcosa che possa funzionare e tenere insieme i pezzi.
“Putin deve realizzare che non otterrà quello che vuole sul campo di battaglio, per avere una pace stabile serve quindi continuare a fornire all’Ucraina quello che le serve: dobbiamo passare da un sistema industriale a passo lento, da tempi di pace, a uno dall’alto ritmo, tipico dei conflitti, per produrre di più”, ha detto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg nel corso di una dichiarazione congiunta con la presidente della Commissione Europa Von der Leyen alla Conferenza di Monaco.
“Tutto ciò non aiuterà solo l’Ucraina ma anche la Nato, con la creazione di posti di lavoro di qualità, come qui in Baviera, dove saranno costruiti i missili Patriot”. Insomma le spese militari e la guerra fanno bene ai posti di lavoro che invece, proprio in Germania, le industrie stanno tagliando a migliaia.
Zelensky è arrivato a Berlino proprio per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente federale Frank-Walter Steinmeier. Con Scholz il presidente ucraino ha firmato un patto bilaterale sulla sicurezza tra Germania e Ucraina. L’obiettivo sono impegni e sostegno a lungo termine.
La Germania della coalizione tra Socialdemocratici, Verdi e Liberali si sta rivelando – insieme alla Gran Bretagna – il paese più bellicista d’Europa. L’Italia segue, alternando dichiarazioni di principio bellicose e allineate e la segreta speranza che la guerra in Ucraina termini quanto prima. I paesi europei sono in crisi economica conclamata e le previsioni non sono affatto rosee.
Un “nemico” come la Russia per un po’ di tempo può aiutare a tenere insieme i pezzi ma a lungo andare potrebbe non funzionare più come catalizzatore di interessi comuni. Proprio un commentatore russo sulla Novosti, più o meno due anni fa, sottolineava che il problema dell’Occidente era il tempo: troppo poco per concludere il conflitto in Ucraina, troppo lungo per alimentarlo. Un problema che la Russia ha dimostrato di non avere.
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13/02/2024
L’Occidente alle prese con i suoi fantasmi. La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco
La Conferenza sulla sicurezza di Monaco è un evento annuale che riunisce i leader della sicurezza e della difesa di tutto il mondo occidentale. Anche quest’anno, come di consueto, si svolgerà a Monaco di Baviera, in Germania, dal 16 al 18 febbraio. La Russia e l’Iran ovviamente non risultano invitati. La Cina ancora si.
Ma la Conferenza di Monaco di quest’anno sembra riservare diverse amare sorprese per gli stati e le leadership del blocco euroatlantico. Il primo dato che colpisce è che l’Indice di Sicurezza di Monaco 2024 (una sorta di security index globale) rivela che la percezione della Russia come minaccia nei paesi del Gruppo dei Sette (G7) e dei BRICS (ad eccezione della Russia) è diminuita significativamente rispetto alla medesima indagine dello scorso anno.
Dal 2021, il sondaggio viene condotto annualmente prima della Conferenza sulla sicurezza di Monaco (MSC) per comprendere meglio la percezione del rischio globale. MSC e Kekst CNC, una società di consulenza globale per la comunicazione strategica, hanno intervistato 12.000 persone provenienti da 12 paesi su come vedono i 32 principali rischi. Questi paesi sono Italia, Giappone, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Brasile, Sud Africa, Germania, Canada, India e Cina. Anche in Ucraina è stato condotto un sondaggio con domande selezionate. Le interviste per elaborare l’indice di sicurezza di Monaco 2024 si sono svolte dal 24 ottobre al 16 novembre dello scorso anno.
Secondo il rapporto di quest’anno, quasi tutti gli indicatori legati alla guerra della Russia contro l’Ucraina sono diminuiti, compreso il rischio dell’uso di armi nucleari da parte di un aggressore e le interruzioni dell’approvvigionamento energetico.
Nel precedente sondaggio condotto nell’ottobre 2022, la Russia era considerata il rischio più elevato tra i cinque paesi del G7, mentre solo gli intervistati nel Regno Unito e in Giappone la pensavano così ancora alla fine del 2023.
La Russia adesso è scesa alla settima più grande preoccupazione. Nonostante le posizioni fortemente antirusse dei propri governi, gli intervistati tedeschi e quelli italiani la classificano come addirittura come la dodicesima.
Tra i Paesi del G7, la minaccia di Mosca era passata dall’essere la 15a più grande preoccupazione nel 2021 alla principale preoccupazione nel 2022, ma è scesa al quarto posto nel 2023, secondo i risultati del sondaggio.
“Nel frattempo, la percezione dei rischi non tradizionali rimane elevata. Le persone di tutto il mondo continuano ad essere più preoccupate per le minacce ambientali, mentre la percezione del rischio di migrazione di massa a causa della guerra o del cambiamento climatico, del terrorismo islamico e della criminalità organizzata è aumentata”, ha scritto l’MSC.
L’Ucraina è ancora considerata un alleato in tutti i Paesi intervistati, soprattutto nelle nazioni del G7, si legge nel rapporto, ma in misura minore rispetto al 2022.
In secondo luogo è estremamente interessante leggere la lunga introduzione al Munich Security Report (composto da 8 capitoli) che ha preparato la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di quest’anno.
Secondo il report “l’ottimismo del secondo dopoguerra è svanito da tempo”. Oggi, invece di promuovere un’efficace governance globale, la comunità internazionale è “bloccata in una colossale disfunzione globale” e “non è pronta o disposta ad affrontare le grandi e drammatiche sfide della nostra epoca”.
“Gli iniziali progressi liberaldemocratici sono stati invertiti: il numero di democrazie liberali è diminuito da 44 nel 2009 a 32 nel 2022, e quasi tre quarti (72%) della popolazione mondiale vive in autocrazie rispetto a meno della metà (46%) di un decennio fa”.
Le potenze occidentali e i loro pensatori appaiono decisamente ossessionati dalla competizione tra i modelli di governance liberali con quelli cosiddetti autocratici e legano gli arretramenti e gli insuccessi della supremazia liberale allo scontro geopolitico.
“Invece di adottare norme liberali, i leader autocratici hanno sfruttato l’ordine liberale per rafforzare il proprio potere in patria e all’estero. Le tensioni geopolitiche tra le grandi potenze sono aumentate costantemente, poiché diverse potenze non occidentali si sono scagliate contro il percepito dominio occidentale e l’ordine che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno plasmato” – scrive il report di quest’anno.
“Mentre il mondo si muove verso una nuova forma di multipolarità – o meglio, verso un “ordine multiplo” o un “mondo multi-ordine” – la cooperazione all’interno dell’ordine esistente è stata soffocata dalla competizione sull’ordine stesso”.
Si capisce da molte cose che l’Occidente collettivo ha nostalgia di un mondo che ormai non esiste più e che lo aveva visto prevalere: “Nonostante gli enormi risultati ottenuti nel periodo successivo alla Guerra Fredda, gli attori chiave dell’Occidente, le potenti autocrazie e i Paesi del cosiddetto Sud globale sono diventati tutti insoddisfatti dello status quo e della loro parte della proverbiale torta” – sottolinea il rapporto che evidenzia però come l’insoddisfazione sia in crescita anche dentro i paesi occidentali.
“Dato che il 50% degli intervistati nel Munich Security Index concorda sul fatto che “viviamo in un mondo largamente plasmato dalle idee occidentali” (e solo il 12% non è d’accordo), è sorprendente che l’insoddisfazione per l’ordine internazionale contemporaneo sembri particolarmente pronunciata in Occidente.
Dal punto di vista di molti cittadini, mentre la torta globale in sé è diventata più grande, le loro quote di essa sono sempre più piccole. Oggi, pochi cittadini dei Paesi del G7 credono che i loro Paesi saranno più sicuri e ricchi tra dieci anni. Inoltre, si aspettano che la Cina e altre potenze del Sud globale diventino molto più potenti nei prossimi dieci anni, mentre vedono i loro Paesi stagnare o declinare”.
Nei paesi dell’Occidente Collettivo (o ‘blocco euroatlantico’, come preferiamo definirlo) è ormai dominante la spinta a ricostruire blocchi contrapposti tra paesi simili (amici) e diversi (nemici). Una spinta che, specularmente, cresce anche nei paesi di quello che viene definito Sud Globale ma che hanno una visione molto meno ideologica delle relazioni economiche internazionali.
“In Occidente, sempre più governi preferiscono limitare la ricerca di vantaggi reciproci agli Stati politicamente affini. Di fronte al revisionismo autocratico e alla “weaponization of economic interdependence”, i leader liberal-democratici hanno incrementato con successo la cooperazione all’interno di gruppi basati su valori, dall’UE e dalla NATO al G7” – scrive il Report preparatorio per la conferenza di Monaco.
Secondo i dati del Munich Security Index, riferendosi alle opinioni pubbliche, gli intervistati dei Paesi del G7 sono molto più restii a cooperare con la Cina, la Russia e altri Paesi non democratici che con le democrazie come gli Stati Uniti o i membri dell’UE, se il loro Paese guadagna meno della controparte.
Sebbene il sostegno alla cooperazione con guadagni diseguali sia generalmente basso, molti intervistati concordano con l’affermazione che “dovremmo commerciare di più con i nostri amici che con i nostri avversari o concorrenti, anche se questo significa che subiamo perdite di benessere”.
Per molti studiosi, questa sensazione diffusa di declino relativo in corso spiega almeno in parte il successo dei politici populisti in tutto il mondo occidentale. Sullo sfondo dell’aumento delle disuguaglianze, molti cittadini “sono arrivati a credere – con una buona dose di giustificazione – che il sistema sia truccato.
Al contrario, le forze populiste hanno ulteriormente amplificato la sensazione che alcuni attori stiano guadagnando a spese di altri, in quanto una forma estrema di liberismo “esacerba chi vince e chi perde dalla globalizzazione economica”.
La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di quest’anno si presenta dunque molto interessante soprattutto per la discussione all’interno dei governi e dei laboratori strategici delle potenze occidentali.
La scossa impressa alle relazioni internazionali prima dal precipitoso ritiro della Nato dall’Afghanistan (che l’occidente ha nascosto sotto al tappeto ma che il resto del mondo ha visto e misurato molto bene, ndr), poi dall’intervento militare della Russia in Ucraina ed ora dall’inaccettabile genocidio dei palestinesi in cui si è trasformato in conflitto in Medio Oriente, indicano crepe pesanti in quella “frammentazione dell’economia globale” capitalista che sconfina sempre più spesso anche sul terreno geopolitico e militare.
Che la pacchia per l’Occidente capitalistico fosse finita lo si era capito da un po’ di tempo. Il come evolverà o involverà questo passaggio di fase storica è materia di analisi ma anche di azione politica, soprattutto per i comunisti, le forze di classe e i movimenti per la pace. Affermare che si tratta si salvare l’umanità e il pianeta dal capitalismo non è affatto una bizzarria.
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Ma la Conferenza di Monaco di quest’anno sembra riservare diverse amare sorprese per gli stati e le leadership del blocco euroatlantico. Il primo dato che colpisce è che l’Indice di Sicurezza di Monaco 2024 (una sorta di security index globale) rivela che la percezione della Russia come minaccia nei paesi del Gruppo dei Sette (G7) e dei BRICS (ad eccezione della Russia) è diminuita significativamente rispetto alla medesima indagine dello scorso anno.
Dal 2021, il sondaggio viene condotto annualmente prima della Conferenza sulla sicurezza di Monaco (MSC) per comprendere meglio la percezione del rischio globale. MSC e Kekst CNC, una società di consulenza globale per la comunicazione strategica, hanno intervistato 12.000 persone provenienti da 12 paesi su come vedono i 32 principali rischi. Questi paesi sono Italia, Giappone, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Brasile, Sud Africa, Germania, Canada, India e Cina. Anche in Ucraina è stato condotto un sondaggio con domande selezionate. Le interviste per elaborare l’indice di sicurezza di Monaco 2024 si sono svolte dal 24 ottobre al 16 novembre dello scorso anno.
Secondo il rapporto di quest’anno, quasi tutti gli indicatori legati alla guerra della Russia contro l’Ucraina sono diminuiti, compreso il rischio dell’uso di armi nucleari da parte di un aggressore e le interruzioni dell’approvvigionamento energetico.
Nel precedente sondaggio condotto nell’ottobre 2022, la Russia era considerata il rischio più elevato tra i cinque paesi del G7, mentre solo gli intervistati nel Regno Unito e in Giappone la pensavano così ancora alla fine del 2023.
La Russia adesso è scesa alla settima più grande preoccupazione. Nonostante le posizioni fortemente antirusse dei propri governi, gli intervistati tedeschi e quelli italiani la classificano come addirittura come la dodicesima.
Tra i Paesi del G7, la minaccia di Mosca era passata dall’essere la 15a più grande preoccupazione nel 2021 alla principale preoccupazione nel 2022, ma è scesa al quarto posto nel 2023, secondo i risultati del sondaggio.
“Nel frattempo, la percezione dei rischi non tradizionali rimane elevata. Le persone di tutto il mondo continuano ad essere più preoccupate per le minacce ambientali, mentre la percezione del rischio di migrazione di massa a causa della guerra o del cambiamento climatico, del terrorismo islamico e della criminalità organizzata è aumentata”, ha scritto l’MSC.
L’Ucraina è ancora considerata un alleato in tutti i Paesi intervistati, soprattutto nelle nazioni del G7, si legge nel rapporto, ma in misura minore rispetto al 2022.
In secondo luogo è estremamente interessante leggere la lunga introduzione al Munich Security Report (composto da 8 capitoli) che ha preparato la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di quest’anno.
Secondo il report “l’ottimismo del secondo dopoguerra è svanito da tempo”. Oggi, invece di promuovere un’efficace governance globale, la comunità internazionale è “bloccata in una colossale disfunzione globale” e “non è pronta o disposta ad affrontare le grandi e drammatiche sfide della nostra epoca”.
“Gli iniziali progressi liberaldemocratici sono stati invertiti: il numero di democrazie liberali è diminuito da 44 nel 2009 a 32 nel 2022, e quasi tre quarti (72%) della popolazione mondiale vive in autocrazie rispetto a meno della metà (46%) di un decennio fa”.
Le potenze occidentali e i loro pensatori appaiono decisamente ossessionati dalla competizione tra i modelli di governance liberali con quelli cosiddetti autocratici e legano gli arretramenti e gli insuccessi della supremazia liberale allo scontro geopolitico.
“Invece di adottare norme liberali, i leader autocratici hanno sfruttato l’ordine liberale per rafforzare il proprio potere in patria e all’estero. Le tensioni geopolitiche tra le grandi potenze sono aumentate costantemente, poiché diverse potenze non occidentali si sono scagliate contro il percepito dominio occidentale e l’ordine che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno plasmato” – scrive il report di quest’anno.
“Mentre il mondo si muove verso una nuova forma di multipolarità – o meglio, verso un “ordine multiplo” o un “mondo multi-ordine” – la cooperazione all’interno dell’ordine esistente è stata soffocata dalla competizione sull’ordine stesso”.
Si capisce da molte cose che l’Occidente collettivo ha nostalgia di un mondo che ormai non esiste più e che lo aveva visto prevalere: “Nonostante gli enormi risultati ottenuti nel periodo successivo alla Guerra Fredda, gli attori chiave dell’Occidente, le potenti autocrazie e i Paesi del cosiddetto Sud globale sono diventati tutti insoddisfatti dello status quo e della loro parte della proverbiale torta” – sottolinea il rapporto che evidenzia però come l’insoddisfazione sia in crescita anche dentro i paesi occidentali.
“Dato che il 50% degli intervistati nel Munich Security Index concorda sul fatto che “viviamo in un mondo largamente plasmato dalle idee occidentali” (e solo il 12% non è d’accordo), è sorprendente che l’insoddisfazione per l’ordine internazionale contemporaneo sembri particolarmente pronunciata in Occidente.
Dal punto di vista di molti cittadini, mentre la torta globale in sé è diventata più grande, le loro quote di essa sono sempre più piccole. Oggi, pochi cittadini dei Paesi del G7 credono che i loro Paesi saranno più sicuri e ricchi tra dieci anni. Inoltre, si aspettano che la Cina e altre potenze del Sud globale diventino molto più potenti nei prossimi dieci anni, mentre vedono i loro Paesi stagnare o declinare”.
Nei paesi dell’Occidente Collettivo (o ‘blocco euroatlantico’, come preferiamo definirlo) è ormai dominante la spinta a ricostruire blocchi contrapposti tra paesi simili (amici) e diversi (nemici). Una spinta che, specularmente, cresce anche nei paesi di quello che viene definito Sud Globale ma che hanno una visione molto meno ideologica delle relazioni economiche internazionali.
“In Occidente, sempre più governi preferiscono limitare la ricerca di vantaggi reciproci agli Stati politicamente affini. Di fronte al revisionismo autocratico e alla “weaponization of economic interdependence”, i leader liberal-democratici hanno incrementato con successo la cooperazione all’interno di gruppi basati su valori, dall’UE e dalla NATO al G7” – scrive il Report preparatorio per la conferenza di Monaco.
Secondo i dati del Munich Security Index, riferendosi alle opinioni pubbliche, gli intervistati dei Paesi del G7 sono molto più restii a cooperare con la Cina, la Russia e altri Paesi non democratici che con le democrazie come gli Stati Uniti o i membri dell’UE, se il loro Paese guadagna meno della controparte.
Sebbene il sostegno alla cooperazione con guadagni diseguali sia generalmente basso, molti intervistati concordano con l’affermazione che “dovremmo commerciare di più con i nostri amici che con i nostri avversari o concorrenti, anche se questo significa che subiamo perdite di benessere”.
Per molti studiosi, questa sensazione diffusa di declino relativo in corso spiega almeno in parte il successo dei politici populisti in tutto il mondo occidentale. Sullo sfondo dell’aumento delle disuguaglianze, molti cittadini “sono arrivati a credere – con una buona dose di giustificazione – che il sistema sia truccato.
Al contrario, le forze populiste hanno ulteriormente amplificato la sensazione che alcuni attori stiano guadagnando a spese di altri, in quanto una forma estrema di liberismo “esacerba chi vince e chi perde dalla globalizzazione economica”.
La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di quest’anno si presenta dunque molto interessante soprattutto per la discussione all’interno dei governi e dei laboratori strategici delle potenze occidentali.
La scossa impressa alle relazioni internazionali prima dal precipitoso ritiro della Nato dall’Afghanistan (che l’occidente ha nascosto sotto al tappeto ma che il resto del mondo ha visto e misurato molto bene, ndr), poi dall’intervento militare della Russia in Ucraina ed ora dall’inaccettabile genocidio dei palestinesi in cui si è trasformato in conflitto in Medio Oriente, indicano crepe pesanti in quella “frammentazione dell’economia globale” capitalista che sconfina sempre più spesso anche sul terreno geopolitico e militare.
Che la pacchia per l’Occidente capitalistico fosse finita lo si era capito da un po’ di tempo. Il come evolverà o involverà questo passaggio di fase storica è materia di analisi ma anche di azione politica, soprattutto per i comunisti, le forze di classe e i movimenti per la pace. Affermare che si tratta si salvare l’umanità e il pianeta dal capitalismo non è affatto una bizzarria.
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