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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/06/2026

Israele demolisce accordi e case, Usa nel pallone

Non è complicato capire perché il processo di de-escalation in Medio Oriente sembra essersi bloccato nuovamente dopo la firma del “memorandum of understanding” in Svizzera.

Sul piano strettamente militare c’è stato un “colpo non identificato” che ha raggiunto una nave in transito nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ne hanno attribuito la responsabilità all’Iran, che però non ha rivendicato, contrariamente al solito.

Tanto è bastato a Washington per lanciare una serie di attacchi aerei contro postazioni iraniane intorno a Hormuz. Tehran ha risposto come da manuale con missili e droni contro le basi Usa in Bahrein (c’è la sede della Quinta Flotta) e in Kuwait.

Seguono minacce tonitruanti di Trump e gelide avvertenze iraniane, che hanno però il merito di far capire l’oggetto del contendere.

Dopo aver ricordato che “qualsiasi interferenza da parte di soggetti diversi dall’Iran nella gestione dello stretto comporterà un ritardo nella sua riapertura e un aumento del livello di tensione nella regione”, il ministro degli esteri Araghci – in visita a Baghdad – ha invitato gli Stati Uniti “a frenare l’entità sionista, che continua la sua aggressione contro il Libano”, sottolineando che, secondo il primo punto del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, Washington deve “convincere” Tel Aviv a ritirarsi dal Libano in tempi accettabili.

Gli Usa, però, hanno condotto una trattativa ridicola con alcuni esponenti libanesi dichiaratamente sionisti, oltre che con lo stesso Israele, raggiungendo un presunto “accordo” che lascia le cose come stanno ora e dichiara esplicitamente di voler “disarmare Hezbollah”. Che non è soltanto l’unica forza in grado di opporre una resistenza all’espansionismo di Tel Aviv, ma anche la principale componente sociale e politica che sembra interessata sul serio a garantire la sovranità del Paese. Ma che proprio per questo non è stata neanche consultata.

Il sito statunitense Axios – che affida sempre la narrazione sul conflitto mediorientale all’ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’Idf, Barak Ravid – ammette che il presunto “accordo libanese” “sembra anche contraddire alcuni degli intendimenti raggiunti tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, e potrebbe quindi complicare quella fragile tregua”.

Ma il problema sarebbe stato causato dall’altro accordo – il “MoU” tra Usa e Iran – con cui Teheran “è riuscito a inserire la situazione in Libano nelle sue trattative con gli Stati Uniti nelle ultime settimane”.

Un testo che l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter – incaricato di gestire i rapporti con Washington sulla questione libanese – ha definito subito “un disastro ferroviario”.

La ragione è semplice: quel “memorandum invita le parti a rispettare un cessate il fuoco in Libano e a garantire l’integrità territoriale del paese, che è invece attivamente minata dall’occupazione israeliana in corso nel Libano meridionale”.

In parole povere: Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio libanese sotto il suo controllo ed anzi vorrebbe spingersi ancora più in là, come del resto sta facendo in Siria, occupando ora anche le campagne intorno alla città di Daraa.

Una volta precisato il contesto e gli interessi contrastanti non ci vuole molto ad immaginare che il “colpo non identificato” che ha messo in moto il doppio scambio di cortesie militari tra Iran e Usa intorno ad Hormuz abbia un responsabile chiaro: il governo Netanyahu, che peraltro aveva già spedito un po’ di truppe negli Emirati Arabi Uniti e largheggia in operazioni false flag.

Quel che rende la gestione statunitense della “doppia trattativa” un delirio senza capo né coda è esattamente la “condiscendenza” nei confronti di Israele, che diventa insormontabile al tavolo libanese e invece “riducibile” su quello iraniano.

Sembra evidente che a Washington non c’è alcuna chiarezza strategica e quindi si sovrappongono posizioni e iniziative decisamente contraddittorie.

Sembrano pesare anche le differenti ambizioni e posizioni del segretario di Stato “Narco” Rubio – che ha prodotto materialmente il pasticcio libanese – e del vicepresidente J.D. Vance, esponente autentico dell’immaginario “Maga” che considerava la guerra all’Iran quanto meno una stupidaggine ma, soprattutto, considera Israele un alleato come tanti altri (gli europei, per esempio) e quindi da rimettere al suo posto quando gli interessi Usa entrano in contraddizione con quelli di Tel Aviv.

Una confusione che facilita ovviamente ogni manovra diversiva che abbia come obbiettivo il prolungamento della guerra sull’intero scenario mediorientale. La tela tessuta da Pakistan e Qatar con l’Iran viene sciolta di notte nel lavorio mafioso tra la Casa Bianca e Tel Aviv, con il popolo libanese costretto a pagarne il prezzo.

Fin quando gli Stati Uniti non sceglieranno con chiarezza tra una qualche pace in Medio Oriente (per garantire che l’economia mondiale non subisca altri colpi, non certo per bontà d’animo) e l’appoggio incondizionato all’espansionismo illimitato di Israele – unico Stato al mondo a non avere e non volere confini certi, riconosciuti internazionalmente –, pateticamente giustificato con “verità bibliche”, la situazione non potrà cambiare.

La pace implica l’imbavagliamento duraturo del sionismo genocida, il contrario significa guerra senza limiti. Già ad aprile, ricordiamo, la frustrazione israelo-statunitense nel non riuscire a raggiungere gli obbiettivi dichiarati aveva fatto balenare in quelle teste pazze la possibilità di usare anche l’arma nucleare.

Come se fosse possibile farlo senza conseguenze...

Fonte

28/06/2026

Accordo Israele - Libano: Beirut riconosce ufficialmente l’occupazione

Il cosiddetto “accordo trilaterale” siglato a Washington fra Israele, governo libanese ed USA – in quanto mediatori – decreta due novità politiche: Beirut si impegna a riconosce ufficilamente Israele come stato, mettendo fine al formale stato di guerra in vigore dal 1948, ed il ritiro israeliano dal sud è subordinato al “disarmo completo” e verificabile di Hezbollah.

Ciò si traduce nel riconoscimento ufficiale dell’occupazione del sud da parte dell’esecutivo libanese, dato che non è in grado in alcun modo di ottemperare al disarmo di Hezbollah.

Quest’accordo, dunque, pone le basi per lo scoppio di una guerra civile in Libano fra le componenti filoamericane ed il blocco che sostiene Hezbollah, offrendo anche un pretesto per l’intervento diretto di USA ed Israele all’interno di tale conflitto, in quanto aiuterebbero il “legittimo governo libanese” a stabilire la propria sovranità su tutto il territorio nazionale.

Proponiamo un’analisi completa effettuata dalla giornalista di sinistra Rania Khalek.


Questo accordo consolida l’occupazione israeliana, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile in coordinamento con gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, minaccia di far fallire l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Il governo libanese si è unito a Israele e agli Stati Uniti nel dichiarare guerra a una vasta parte della propria popolazione.

Ieri, l’ambasciatore libanese negli Stati Uniti ha firmato un accordo quadro con Israele durante il quinto round di negoziati ospitato da Washington. L’accordo è infido, scioccante e vergognoso. Consolida l’occupazione israeliana del territorio libanese nel sud del Paese, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile guidata dall’esercito libanese e coordinata con gli Stati Uniti e Israele.

Le élite libanesi che promuovono questa sottomissione all’impero amano invocare la sovranità. Parlano di Hezbollah come se fosse una forza aliena impiantata dall’Iran, piuttosto che una formazione militare organica, autoctona e popolare nata dalla resistenza all’occupazione israeliana negli anni ’80. Per queste élite, qualsiasi resistenza a Israele è una violazione della sovranità del Libano, mentre obbedire agli ordini di Washington e Tel Aviv contro gli interessi del Libano è considerato normale, indipendente, persino virtuoso. Il sopra è sotto, la destra è la sinistra.

Il governo libanese si è rifiutato di sfruttare la leva negoziale che l’insistenza dell’Iran sul cessate il fuoco e sul ritiro israeliano gli aveva fornito. Al contrario, ha collaborato con gli americani e gli israeliani alle condizioni di Israele, fornendo così a Marco Rubio uno strumento per minare l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Netanyahu si vanta che si tratti di un “importante successo” perché permette all’occupazione israeliana di continuare. La presidenza libanese lo celebra come una vittoria sulla sovranità che libererà il territorio libanese, ma non ha fornito dettagli su come ciò avverrà, e l’accordo stesso non mostra nulla del genere. Hezbollah lo ha ovviamente respinto, perché rappresenta una capitolazione totale al furto di terre da parte di Israele.

L’accordo di resa

Il testo integrale del quadro di riferimento è disponibile qui. Nicolas Sawaya offre un’ottima analisi di tutti i 14 punti. Mi limiterò a evidenziare i più critici.

Innanzitutto: questo accordo è mediato e supervisionato dagli Stati Uniti, che NON sono una parte neutrale. Gli Stati Uniti finanziano l’intero esercito israeliano: fondi, armi, Iron Dome, intelligence, copertura diplomatica. Partecipano attivamente ai crimini commessi contro il Libano. Il passato ha dimostrato che non ci si può fidare di loro per una mediazione imparziale in qualsiasi questione che coinvolga Israele. Ricordiamo le 15.000 violazioni del cessate il fuoco israeliano tra novembre 2024 e marzo 2026, completamente impunite dal meccanismo gestito dagli Stati Uniti.

Il punto 2 stabilisce che il ritiro israeliano è subordinato al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, il che significa una guerra civile. Questo stravolge il diritto internazionale. L’occupazione israeliana è illegale a prescindere dall’esistenza di Hezbollah. L’accordo afferma: “le Forze Armate Libanesi ripristineranno l’effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, in attesa del disarmo verificato dei gruppi armati non statali e dello smantellamento delle infrastrutture associate, consentendo alle Forze di Difesa Israeliane di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese”. Accettando di disarmare prima Hezbollah, con i parametri per il “disarmo verificato” ancora da definire dagli Stati Uniti, il governo libanese ha di fatto consolidato l’occupazione israeliana del sud.

Il punto 3 subordina gli aiuti internazionali per la ricostruzione e il ritorno di centinaia di migliaia di civili libanesi sfollati al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese in “zone pilota” a fasi, che saranno anch’esse determinate dagli Stati Uniti. Il quadro di riferimento stabilisce che la ricostruzione inizierà e i civili potranno tornare solo “dopo la conferma del successo del disarmo”. Questo tradisce completamente la popolazione del sud e fornisce a Washington una leva di ricatto sull’intero processo.

Il punto 4 afferma che il governo “ricostruirà il monopolio statale sull’uso della forza, raggiungerà il disarmo completo e verificato di tutti i gruppi armati non statali e garantirà che tali gruppi non abbiano alcun ruolo militare o di sicurezza né capacità armate in nessuna parte del Libano”. Ciò significa disarmare anche Hezbollah a nord del Litani. Inoltre, si chiede ai “partner internazionali e in particolare arabi, sotto la guida degli Stati Uniti”, di sostenere questo risultato. In altre parole, una guerra civile guidata dagli Stati Uniti e sostenuta dagli arabi.

Il punto 5 afferma che “il governo di Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano”. I ministri israeliani affermano regolarmente il contrario.

Il punto 9 prevede che gli Stati Uniti effettuino delle valutazioni sull’efficacia con cui lo Stato libanese sta conducendo la guerra civile contro Hezbollah. Il sostegno internazionale al Libano sarà condizionato dalla soddisfazione americana per i risultati. L’umiliazione è strutturale, mi vergogno davvero di questi traditori.

Il punto 11 impegna il governo libanese a contribuire al soffocamento finanziario di Hezbollah attraverso le sanzioni.

Il punto 13 dimostra una scioccante incompetenza, in quanto rinuncia al diritto del Libano di intraprendere “azioni ostili o avverse nei fori politici o legali internazionali”. Ciò significa che il governo libanese ha accettato di rinunciare alla possibilità di utilizzare la legge contro Israele per l’infinita lista di crimini di guerra commessi contro il Libano. È assurdo che una simile decisione provenga da un governo il cui Primo Ministro è stato giudice della Corte Internazionale di Giustizia e ha presieduto il caso del Sudafrica sul genocidio a Gaza.

Il punto 14 inquadra l’intero contesto come fondamento per un futuro accordo di normalizzazione con Israele.
 
I burattini libanesi anti-Resistenza

Questo accordo ricorda l’Accordo del 17 maggio 1983, quando gli Stati Uniti mediarono la resa del Libano con Israele, un accordo che conteneva molte delle clausole attuali: consolidare l’occupazione israeliana e dichiarare guerra a qualsiasi forma di resistenza. Quell’accordo fu firmato dagli alleati di Israele in Libano e abrogato entro un anno perché politicamente insostenibile. Sono certo che anche questo farà la stessa fine, ma a quale prezzo nel frattempo?

Hezbollah non è un’organizzazione aliena. Rappresenta una parte considerevole della popolazione sciita libanese. Per questo motivo viene eletto democraticamente in parlamento, come parte del blocco parlamentare più numeroso, nonostante un sistema che svaluta strutturalmente il voto sciita attraverso una forma di manipolazione dei collegi elettorali tipica del Libano.

C’è chi accusa Hezbollah di minacciare una guerra civile per impedire questo accordo. Si sbagliano. Hezbollah sta reagendo alla minaccia molto reale, esplicitamente delineata in questo accordo, di una guerra civile sponsorizzata da Stati Uniti e Israele contro la popolazione che rappresenta, una popolazione che negli ultimi tre mesi è stata sfollata e braccata dai bombardamenti israeliani senza alcuna protezione da parte dello Stato.

Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam affermano di sostenere la sovranità nazionale. In realtà, stanno usando la violenza, appoggiata da potenze straniere, per indebolire i loro oppositori politici interni. Non c’è niente di più antidemocratico di questo.

Rubio contro Vance

Ciò rende il Libano ancora una volta il punto di maggiore tensione nell’ambito del memorandum d’intesa con l’Iran.

L’Iran ha incluso un cessate il fuoco in Libano tra le sue richieste per la fine della guerra e ha chiesto il ritiro di Israele. Quando Israele ha bombardato Beirut all’inizio di questo mese, l’Iran ha risposto bombardando Israele. Il primo punto del memorandum d’intesa prevede la fine della guerra in Libano.

L’Iran sta verificando se gli americani riusciranno effettivamente a contenere gli israeliani. Finora, ci sono riusciti solo parzialmente. Le violenze continuano quotidianamente, ma con minore intensità rispetto a un mese fa.

È qui che la spaccatura tra Vance e Rubio diventa cruciale da comprendere. Reuters ha riportato che i due uomini hanno adottato toni diversi. Vance ha criticato i bombardamenti israeliani sulle infrastrutture civili di Beirut, definendoli un ostacolo agli sforzi di pace guidati dagli Stati Uniti, si è recato in Svizzera per colloqui con funzionari iraniani e ha ripetutamente parlato della possibilità di una relazione di cooperazione tra Stati Uniti e Iran.

Rubio, d’altro canto, ha girato gli stati del Golfo difendendo la campagna militare israeliana in Libano e rassicurando gli alleati sul fatto che l’accordo con l’Iran non sarebbe stato troppo generoso nei confronti dei “cattivi” iraniani.

Vance vuole porre fine a questa guerra. Si sta preparando per le primarie repubblicane del 2028 e ambisce a diventare il candidato pacifista che si è opposto a un Israele sempre più odiato. Rubio rappresenta l’ala neoconservatrice che rimane incondizionatamente allineata con Netanyahu. Il riassetto dei rapporti tra Libano e Israele porta la sua impronta, essendo concepito per separare il Libano dall’Iran e preservare la capacità di Israele di continuare la guerra. Sembra un tentativo di sabotare la candidatura di Vance.

Subito dopo la firma dell’accordo quadro, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver bombardato nuovamente l’Iran, in apparente violazione del memorandum d’intesa, affermando che si trattava di una risposta al fatto che l’Iran aveva aperto il fuoco contro una nave nello Stretto di Hormuz.

L’Iran non ha rivendicato l’attacco, ma non lo ha nemmeno negato. Da allora, l’Iran ha risposto agli Stati Uniti colpendo il Bahrein. Lo stesso giorno, gli israeliani hanno lanciato un attacco con droni contro il Libano. Rubio, durante il suo tour nel Golfo, aveva promesso agli alleati arabi che l’Iran non avrebbe mai controllato lo Stretto, né imposto pedaggi. Nel frattempo, il ronzio dei droni sopra Beirut mi assale più forte che mai.

La retorica a favore del ritorno alla guerra si sta intensificando, e con essa anche il clamore mediatico.

È possibile disarmare Hezbollah?

No. Se nemmeno tutta la potenza militare israeliana è riuscita a disarmare Hezbollah, di certo non ci riuscirà il ben più debole esercito libanese. E se si dovesse effettivamente tentare la strada della guerra civile, l’esercito libanese si dividerebbe. Ma cosa importa a Israele? Israele vuole guerre e instabilità senza fine, e ha dei servitori in Libano disposti a perpetuare questa politica.

Mi vengono in mente I dannati della terra di Frantz Fanon:
«La borghesia nazionale scopre la sua missione storica come intermediaria. La sua vocazione non è trasformare la nazione, ma prosaicamente fungere da nastro trasportatore per il capitalismo, costretta a camuffarsi dietro la maschera del neocolonialismo. La borghesia nazionale, senza alcun timore e con grande orgoglio, si compiace del ruolo di agente nei suoi rapporti con la borghesia occidentale.»
La classe dei compradores libanesi è la dimostrazione vivente della citazione di Fanon. Come ho spiegato all’inizio di questa settimana, sembrano non aver ancora capito che i loro padroni americani hanno perso la guerra contro l’Iran. Questo accordo quadro pone le basi per la guerra civile, mascherando l’operazione dietro il linguaggio della sovranità. Fallirà. Ma forse il danno che provocherà lungo il cammino verso il fallimento è il vero problema.

Fonte

19/06/2026

Tocca a Vance sedare Israele: “Siamo noi a tenerti in piedi…”

Il boss ha infine gridato un comando verso il botolo ringhioso che azzanna tutti. Non è secondario analizzare il contenuto dell’ordine, i punti di forza che rendono il comando più “autorevole” del solito ed anche il fatto che l’avvertimento non sia stato affidato a “Taco” Trump – Trump always chickens out, ovvero Trump fa sempre marcia indietro – ma al suo vice, J.D Vance.

Il quale, narrano le indiscrezioni di palazzo circolanti da diversi mesi, era decisamente scettico sulla necessità di far guerra all’Iran, o per lo meno sulle modalità che sono state scelte. Oltre che – particolare forse ancora più importante – notevolmente lontano dal pantano puzzolente degli Epstein files.

Mentre tutto il mondo constatava che il “memorandum of understanding” firmato con Teheran rappresenta di fatto un notevole cedimento statunitense, l’interrogativo principale riguardava come Israele avrebbe impedito che le intenzioni di pace si traducessero in accordo vero e proprio.

Non “se”, ma “quando e come”. L’occupazione del Libano resta in piedi, i raid mirati o intimidatori anche, la minaccia di fare sfracelli ancora più estesi – con qualche problema, vista la resistenza di Hezbollah – davano già a Tel Aviv la possibilità di mandare a monte i sessata giorni di negoziato sui dettagli del memorandum. Eventualmente, cominciavano già a dire apertamente i genocidi sionisti, si sarebbero incaricati direttamente loro di continuare la guerra contro l’Iran.

Chiaro che questa eventualità sarebbe un colpo mortale non solo alla (residua) credibilità degli Usa come king maker dell’Occidente capitalistico, ma anche ai loro progetti geostrategici – qualsiasi essi siano – perché li obbligherebbe a restare impegnati nel teatro mediorientale ben al di là di quanto previsto.

Sarebbe insomma un far prevalere gli interessi di Israele – oltretutto disegnati sul millenarismo delirante delle favole bibliche di tremila anni fa – contro quelli della superpotenza dominante. Certificandone così il declino davanti al resto del mondo.

Questa volta, dunque, non bastava la solita telefonata tra il tycoon e Netanyahu, da raccontare poi ai media come piena di urli ed insulti cui nessuno, in fondo, crede davvero. Serviva un altolà ufficiale, quasi formale, pronunciato da chi non è altrettanto ricattabile personalmente dal Mossad. Serviva una dose di sedativo abbastanza forte, oltretutto imprevisto.

Vance ha recitato il suo ordine con i toni tipici riservati da questa amministrazione ai vassalli europei, quasi en passant mentre teneva una conferenza stampa sul memorandum.

“Quello che mi dà fastidio è che abbiamo visto persone nel governo di Bibi attaccare l’accordo e in alcuni casi attaccare personalmente il presidente. Il mio messaggio a loro è che Donald Trump è l’unico capo di stato in tutto il mondo che è solidale con in Israele, ed è anche il capo della superpotenza mondiale”.

Non sono solo parole, perché la “solidarietà” americana con i killer seriali di Tel Aviv è sostanziata da denaro e soprattutto armi tecnologicamente avanzate (l’Iron Dome, lo scudo anti-missile, è fatto di Patriot e Thaad statunitensi, utilizzati nella guerra al punto da esaurire le scorte del Pentagono). “Negli ultimi 3 mesi, due terzi delle armi difensive che hanno protetto la vostra nazione sono state costruite da mani americane e pagate con soldi di contribuenti americani. Se io fossi nel governo israeliano – ha detto ancora Vance – non attaccherei l’unico alleato potente che mi è rimasto nell’intero mondo”.

Semplice, concreto, immediato.

“Il problema per Israele non è Donald Trump e chiunque in Israele pensi che il loro maggiore problema sia il presidente degli Stati Uniti si deve svegliare e rendersi conto della realtà della situazione in cui si trova il loro Paese”. Il millenarismo dei coloni non può insomma essere la linea politica di Israele, e tanto meno quella dell’America. Non per bontà, ma per banale realismo.

La Casa Bianca, insomma, fa sapere che è stata fin troppo tollerante con il botolo ringhioso. “Siamo alla svolta decisiva per l’accordo, all’improvviso c’è un’enorme esplosione in un’area di civili a Beirut, e un sacco di persone che non hanno nulla a che vedere con Hezbollah hanno perso la vita. Questo non è accettabile”.

Perché svuota di credibilità la leadership statunitense una volta di troppo, subordinandola pubblicamente agli interessi di un paese da “nove milioni di abitanti che nessuno al mondo sopporta più”. E la cui impunità intollerabile è garantita unicamente dal “protettore” che siede a Washington.

Nessuno si illuda che ciò rappresenti una “rottura” di portata strategica tra i due paesi. L’“amicizia” resta solida e incrollabile, così come i finanziamenti e le forniture di materiale bellico, ma la reprimenda di Vance punta a ristabilire le gerarchie e gli interessi prevalenti.

È una linea di frattura appena accennata – la prima da quasi 80 anni – che sta ora a Israele decidere se si allargherà oppure resterà allo stato di “avvertimento”. Ma è anche chiaro che una eventuale – e niente affatto impossibile – “seconda puntata” potrebbe prevedere il passaggio dalle parole ai fatti, ossia a qualche riduzione della portata degli aiuti diretti.

In fondo a Washington non hanno le remore ipocrite che paralizzano l’Unione Europea – incapace persino di emettere sanzioni per il solo BenGvir – e possono decidere in un attimo come “rivedere il contratto” che li lega a Israele.

È di fatto il contenuto vero dell’intervista poi rilasciata da Trump ad Axios per smentire la valutazione universale sul memorandum come “sconfitta” americana e ribadire che il suo personale potere “non conosce limiti”. All’interno del Paese, forse. Nel mondo – dopo questa fallimentare guerra condotta al seguito di Netanyahu – sicuramente no. E il memorandum sta lì a dimostrarlo.

Siccome la Storia ama mostrarsi ironica, questo “irrigidimento” dell’attuale amministrazione arriva nelle stesse ore in cui la presunta “teocrazia iraniana” – dove gli ayatollah farebbero e disfarrebbero ogni cosa insieme ai pasdaran – si mostra invece molto più articolata.

Nella prima vera dichiarazione pubblica della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, siamo venuto a sapere che “Avevo un’opinione diversa (riguardo al memorandum d’intesa, ndr) ma ho dato la mia approvazione considerando l’impegno che il Presidente Pezeshkian ha assunto per per preservare i diritti del popolo iraniano e del fronte della resistenza”.

Insomma, in Iran c’è un potere laico, regolarmente eletto (le presidenziali si sono svolte esattamente due anni fa, dopo un primo bombardamento israeliano sul Paese, facendo prevalere il cardiochirurgo Massoud Pezeshkian), che può assumere decisioni diverse da quelle preferite dalla “gerarchia ecclesiastica”. La quale accetta di “provare e vedere” anche soluzioni offerte da altri poteri, comunque riconosciuti come “patriottici” e assolutamente legittimi.

Il contrario dei “poteri senza limiti” vantati da un tycoon che deve addolcire il fiele di una sconfitta e temere che il botolo ringhioso azzanni anche lui, magari con qualche foto o filmato, invece che con le bombe.

Fonte

12/04/2026

L’accordo introvabile, la sconfitta inaccettabile

Niente accordo, dopo le prime 21 ore di confronto. O le ultime.

La differenza è chiaramente abissale, ma per intuire da quale parte penda l’ago della bilancia bisogna eliminare l’immensa massa di propaganda che avvolge tutto il contenzioso concreto tra Iran e Usa-Israele.

A prima vista, ascoltando le poche frasi pronunciate dal vicepresidente J.D. Vance – che era contrario alla guerra, ma se n’è stato zitto e buono – tutto o quasi è finito. “Questa è una cattiva notizia per l’Iran molto più di quanto sia una cattiva novità per gli Stati Uniti”, ha sottolineato. “Abbiamo chiarito molto quali sono le nostre linee rosse... e hanno scelto di non accettare le nostre condizioni”.

Già da questo si intuisce l’atteggiamento Usa: “vi facciamo una proposta, non potete rifiutare”, come ne Il padrino.

Secondo la versione di Vance, il punto essenziale su cui ci si è bloccati, è la mancanza di un “impegno affermativo” a lungo termine da parte dell’Iran a non cercare un’arma atomica o gli strumenti che permetterebbero di produrne una rapidamente. “Non l’abbiamo ancora visto, speriamo di vederlo”, ha detto Vance.

Porta quasi chiusa, ma uno spiraglio resta...

Da parte iraniana tira un’aria ufficialmente più rilassata e consona a una trattativa diplomatica che si sapeva difficile. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che le due parti hanno raggiunto un’intesa su diverse questioni, pur rimanendo divergenti su due o tre punti. Ha aggiunto che peraltro nessuno si aspettava un accordo da un singolo incontro.

Del resto, viene ricordato, ci sono voluti due anni di negoziati sotto l’amministrazione di Barack Obama per raggiungere l’accordo concluso nel 2015. Ma che Trump, come è noto, ha poi cancellato durante il suo primo mandato.

Il termine stesso – «programma nucleare» – è decisamente vago, perché può comprendere sia le applicazioni militari che quelle civili, ossia dalla bomba atomica alle applicazioni mediche, passando per le centrali di produzione dell’elettricità.

Lo scomparso Ali Khamenei – Guida suprema fino al primo giorno di guerra, in cui è stato ucciso – aveva del resto emesso una fatwa contro la produzione di armi atomiche; è non è che da quelle parti si scherzi su certe cose... 

Ma le richieste statunitensi sul punto sono state giudicate «eccessive», secondo alcuni estese fino alle applicazioni mediche.

Altro nodo non sciolto la gestione dello Stretto di Hormuz, attualmente semi-chiuso (possono passare le navi dei paesi amici o neutrali, non quelle degli attaccanti). Trump pretende di «governarlo», magari insieme a Teheran, per estendere al Golfo il regime di controllo del greggio mondiale che sta cercando di realizzare aggredendo direttamente i paesi produttori (Venezuela e Nigeria, solo negli ultimi mesi) o sedendosi al «casello di passaggio» del Golfo Persico.

Tutto ciò è però fondato su «indiscrezioni» rilasciate da «fonti vicine alla trattativa». Il contenuto reale non è stato reso noto da entrambe le parti, come del resto è quasi consuetudine in ogni trattativa diplomatica di questo livello.

Anche fonti statunitensi sottolineano come il fatto che Vance se ne sia andato non significa necessariamente che i colloqui siano finiti. In fondo l’incontro di ieri è stato effettivamente “storico”, perché il primo di questo livello dal 1979.

Gli Stati Uniti hanno da allora negoziato indirettamente con l’Iran e questi colloqui possono proseguire anche a distanza. Abbandonare i negoziati potrebbe semplicemente essere una presa di posizione intransigente, necessaria per rientrare a Washington e consultarsi con The Donald e poi decidere come andare avanti.

Il punto fondamentale è ovviamente come andrà avanti l’America. Riaprire i bombardamenti, abbandonando il «cessate il fuoco» e seguendo perciò la linea che Netanyahu sta applicando contro il Libano, oppure preparare – nell’arco delle due settimane di tregua – un nuovo round di colloqui.

È noto che l’incontro di Islamabad è stato «caldeggiato» con molta discrezione dalla Cina, che sa benissimo come l’aggressività statunitense sia causata dai problemi giganteschi di ordine economico e politico che cova in seno, oltre che dall’ambizione genocida di Israele (con la spada di Damocle degli Epstein files sempre attiva), ma abbia anche una tempistica obbligata di breve periodo (a novembre negli Usa si vota, e meno di un terzo degli americani approva questa guerra che ha fatto volare inflazione e prezzo dei carburanti).

Il nodo vero resta dunque, per l’amministrazione Trump, come uscire dalla guerra senza apparire perdente, anzi... Sul piano militare, nonostante le sceneggiate hollywoodiane, è chiaro che l’Iran è fin qui sopravvissuto in misura ampiamente inattesa. Quindi un «colpo di teatro» per intestarsi la vittoria potrebbe essere o un boomerang (come nel caso del tentato «furto» dell’uranio ad Isfahan), o un innalzamento del livello di scontro, col rischio – già corso – che Israele lanci un’atomica che porterebbe il mondo intero sull’orlo dell’abisso.

La «vittoria» sul terreno diplomatico richiederebbe però tutt’altra sottigliezza che non mettere la pistola sul tavolo, alla texana, e dire «qui comando io». Subito dopo l’interruzione dei colloqui, Trump si è detto “indifferente” all’esito di questi negoziati perché “abbiamo già ottenuto una vittoria militare schiacciante”. Resta insomma concentrato sulla “narrazione”, non su una soluzione reale di lunga durata.

Se ne sono però accorti tutti, e qualche osservatore di buon livello fa notare che “Trump voleva rafforzare la narrazione secondo cui gli Stati Uniti sono in grado di impedire all’Iran di dotarsi di impianti nucleari e di riaprire lo Stretto di Hormuz, con o senza un accordo”.

Da qui il porre al centro il tema del nucleare (che era stato dichiarato “annientato” già nella guerra dei 12 giorni, nel giugno scorso) e lo Stretto (che era aperto a tutti prima del 28 febbraio di quest’anno; insomma, bastava non cominciare la guerra...).

Da qui, di conseguenza, anche il rimbalzare continuo tra dichiarazioni terrificanti e aperture al dialogo, peraltro sfruttate individualmente manovrando la reazione dei mercati finanziari.

Ma in questo modo l’accordo diventa introvabile, mentre tutti cominciano a vedere che Trump sta subendo una sconfitta, per l’America, inaccettabile.

Come già detto, l’impressione è che si andrà avanti, per qualche giorno almeno, senza riaprire le ostilità. Ma si cammina su un ghiaccio sottilissimo...

Fonte

16/12/2025

L'oltrefascismo

di Emiliano Brancaccio

Lieto di aver contribuito al servizio di Giorgio Mottola e della redazione di Report sui “padroni del mondo” e le cosiddette “tecnodestre”. Io lo chiamo ‘oltrefascismo’. Con la sua ascesa dovremo misurarci. E.B.

“...Non semplicemente Musk ma soprattutto Thiel e tutta la galassia che al momento ruota intorno al vicepresidente Vance e che vede nell’iper-razzista Curtis Jarvin un rispettabile ideologo: li chiamano tecnodestra, qualcuno li definisce anche tecnofascisti. Senza dubbio questi grandi padroni sono spesso apertamente razzisti, sono misogini, sono nemici delle libertà sessuali, sono nazionalisti in senso neo-coloniale. Pertanto, qualche elemento tipologicamente fascista si intravede nella loro visione, nel loro modo di concepire la politica. Però c’è anche qualcosa in più. Sia pure nell’interesse prioritario del capitale, il fascismo tradizionale instaurava un rapporto di mediazione tra pubblico e privato. Questi no. Questi sono liberisti maniacali che incorporano elementi di fascismo. Sono come Hayek ed Evola, come Mises e Goebbels mischiati insieme. Umberto Eco parlava di ur-fascismo, cioè di un fascismo eterno, sempre ritornante. Ecco, io non condivido quella definizione. Direi piuttosto che questi soggetti sono prodromi di una forma di ‘oltrefascismo’, nel senso che vanno oltre. Non c’è solo la vena di razzismo, misoginia e nazionalismo coloniale che era tipica del fascismo classico. C’è anche un liberismo sfrenato, una voglia di totale libertà del capitale, ormai centralizzato nelle mani di questi grandi proprietari. A date condizioni, la natura di un tale mostro politico potrebbe rivelarsi persino più funesta del fascismo tradizionale...” (Emiliano Brancaccio, intervistato da Report del 14 dicembre 2025).

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15/02/2025

Il vicepresidente USA Vance “strapazza” gli europei alla Conferenza di Monaco

Con un linguaggio decisamente irrituale, il vicepresidente statunitense Vance alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ha attaccato i governi europei su diversi dossier, incluso quello che ha definito “libertà di parola” accusandoli di censura nei confronti dei loro oppositori politici. Quelli di estrema destra, però..

Raccogliendo un timidissimo applauso Vance ha dichiarato che “A Washington c’è un nuovo sceriffo in città. E sotto la guida di Donald Trump, potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro diritto di offrirle in piazza”.

Parlando ai leader politici europei, ai militari e ai diplomatici presenti alla Conferenza di Monaco apertasi ieri, Vance ha decisamente scioccato il pubblico liquidando come inesistente il rischio di un’interferenza politica russa in Europa, veicolando le posizioni di Trump e scagliandosi contro le informazioni diffuse fin qui dalle stesse agenzie di intelligence statunitensi, secondo le quali la Russia avrebbe interferito a favore di Trump nelle elezioni del 2016.

Al contrario, Vance ha adottato un tono provocatorio, accusando i politici europei di quella che ha definito una paura del loro stesso popolo e avvertendoli che la vera minaccia alla loro democrazia non proveniente dalla Russia o dalla Cina.

“La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. Ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, il ritiro dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America”, ha detto il vicepresidente statunitense.

Nel suo intervento alla conferenza di Monaco, Vance ha tenuto una sorta di lezione ai funzionari europei sulla libertà di parola e l’immigrazione illegale nel continente, avvertendo i rappresentanti eletti che rischiano di perdere il sostegno pubblico se non cambiano rapidamente rotta. Non contento in serata ha incontrato la leader del partito di estrema destra tedesco AfD.

Il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha definito “inaccettabili” le affermazioni di Vance alla conferenza. “Se ho capito bene, sta paragonando parti d’Europa a regimi autoritari. Questo non è accettabile”, è stato il commento del ministro tedesco, mentre la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ne ha approfittato per tornare alla carica sull’aumento della spesa militare dell’UE (un modo per “venire incontro” alle richieste di Trump e ben consapevole che ciò comporta comprare più armi made in Usa).

“L’Europa deve portare di più sul tavolo. Proporrò di attivare la clausola di salvaguardia per gli investimenti nella difesa. Ciò consentirà agli Stati membri di aumentare sostanzialmente la loro spesa per la difesa, in modo controllato e condizionato”.

In mattinata Vance aveva incontrato separatamente il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, il segretario generale della NATO Mark Rutte e il ministro degli esteri britannico David Lammy, ribadendo a tutti e tre l’appello dell’amministrazione USA ai membri della NATO affinché spendano di più per la difesa. Attualmente, 23 delle 32 nazioni membre della NATO stanno raggiungendo l’obiettivo di spendere almeno il 2% del PIL nazionale per la difesa.

Sul futuro della guerra in Ucraina, giovedì scorso parlando ai giornalisti Trump aveva affermato che “La guerra in Ucraina deve finire. I giovani vengono uccisi a livelli che nessuno ha mai visto dalla seconda guerra mondiale. Ed è una guerra ridicola”.

Le riflessioni di Trump hanno lasciato i governi europei in serissime ambasce e con il cerino in mano sulla guerra che si sono ostinati ad alimentare per tre anni, chiedendosi come (o in alcuni casi addirittura se) potranno mantenere la sicurezza garantita loro dalla NATO nel secondo dopoguerra o colmare il divario nei miliardi di assistenza militare che l’amministrazione democratica Biden ha fornito all’Ucraina dal febbraio 2022.

Questa settimana sia Trump che il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth hanno demolito le speranze dell’Ucraina di entrare a far parte della NATO, un passaggio che la stessa Nato un anno fa aveva dichiarato essere “irreversibile”, oppure l’illusione di riavere indietro i suoi territori conquistati dalla Russia, compresa la Crimea. “Non vedo alcun modo in cui un paese nella posizione della Russia possa permettere … loro di unirsi alla NATO”, ha detto Trump giovedì. “Non vedo che ciò accada”.

Il presidente ucraino Zelensky giovedì scorso ha ammesso che “non è stato molto piacevole” che Trump abbia parlato per primo con Putin. Ma ha detto che il problema principale era “non permettere che tutto andasse secondo i piani di Putin”.

Se la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco dal febbraio 2022 era stata la tribuna in cui i governi europei avevano dato fiato a tutte le loro pulsioni guerrafondaie, praticamente senza contraddittorio, l’edizione di quest’anno appare come una sorta di doccia fredda. Ma non per un dovuto ripensamento delle classi dirigenti avventuriste che hanno trascinato l’Europa nella recessione e nell’economia di guerra, piuttosto perché l’azionista di maggioranza della loro alleanza – gli Stati Uniti – ha deciso di avere altre priorità e che la Russia più che un nemico potrebbe essere un soggetto più utile per scombinare le carte sia con l’Unione Europea che con la Cina.

Un castello di carta e di menzogne è venuto giù con velocità sorprendente.

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12/02/2025

L’Intelligenza non abita in Europa

L’Intelligenza Artificiale non è ancora stata ben compresa in tutte le sue implicazioni, ma già si capisce bene chi sia contrario a che diventi un “patrimonio comune” dell’umanità, fornendo possibilità di sviluppo a tutti – o almeno a molti – anziché a pochi miliardari infoiati.

Si è visto nel vertice di Parigi, dove praticamente tutti i paesi principali – più il segretario generale dell’Onu, Guterres – hanno auspicato un “riunione del mondo attorno a una visione condivisa: una visione in cui la tecnologia è al servizio dell’umanità, non il contrario”. Fino a siglare una dichiarazione finale per una IA “aperta”, “inclusiva” ed “etica”, sottoscritto da 61 Paesi, tra Francia e India, coorganizzatori dell’evento, e la Cina.

Sappiamo fin troppo bene come queste dichiarazioni lascino un po’ il tempo che trovano, e quanto ogni paese – specie di una certa “potenza” – cerchi di mantenere il più possibile sotto il proprio controllo nuove tecnologie molto promettenti e anche pericolose per gli equilibri sociali e internazionali.

Ma dobbiamo prendere atto che 61 paesi siano disponibili a definire una “cornice comune” di regole e intenti, mentre gli Stati Uniti, come al solito e più del solito, fanno corsa a sé. E la patetica Gran Bretagna del fantoccio Starmer segua il padrone yankee parlando a vuoto...

A Parigi c’era il nuovo vicepresidente, quel J.D. Vance che prima della “discesa in campo” di Elon Musk sembrava il capofila della seconda generazione “Maga”. E difficilmente avrebbe potuto essere più contrario a qualsiasi regolazione internazionale, anche se solo “etica” e non vincolante.

Del resto vediamo ogni giorno come i principali boss hi-tech con base negli Usa (lo stesso Musk, Altman di OpenAi, Thiel di Palantir, Bezos di Amazon, Bill Gates di Microsoft, i ceo di Google, ecc.) siano impegnatissimi a farsi le scarpe a vicenda a suon di centinaia di miliardi di dollari, ma con qualche angoscia per una concorrenza cinese che già ora ha dimostrato – e non solo con DeepSeek – di poter fare almeno altrettanto, se non meglio, con quattro spiccioli e molta più intelligenza umana messa in comune.

Invece di stare al merito del vertice, Vance ha preferito mettere in guardia tutti dal trattare con “regimi che stanno utilizzando l’intelligenza artificiale per aumentare il controllo non solo sui propri cittadini ma anche su quelli di altri Paesi”. Ossia la Cina. Ed anche se nessuno ha fin qui portato una sola prova che – se non altro nei rapporti internazionali – Pechino stia “controllando i cittadini di altri paesi”. Mentre sovrabbondano le prove che i dati dei cittadini europei siano stati convogliati a vagonate verso le piattaforme Usa...

“Collaborare con loro significa incatenare la vostra nazione a un padrone autoritario che cerca di infiltrare, scavare dentro e appropriarsi della vostra infrastruttura informativa”, ha avvertito Vance con toni da “guerra fredda”. “Diventare partner di questi regimi è sempre sbagliato nel lungo termine”. Invece ad essere alleati dell’America la fregatura non manca mai...

Ma non c’è solo la competizione strategica tra grandi potenze, a preoccupare il vice della Casa Bianca. Altrettanto pericolosa, agli occhi di un imperialista iper-liberista, è l’eccesso di regolamentazione di cui ha accusato gli “amici europei”. Perché “troppe norme rischiano di soffocare nella culla una rivoluzione tecnologica” che gli Usa invitano a guardare con “ottimismo” e non con “trepidazione”. Lasciate fare a noi, ossia ai “privati” statunitensi del settore, insomma, e vedrete che successone avrete...

In generale, comunque, il vertice di Parigi ha evidenziato quanto sia grande la differenza di sviluppo tecnologico specifico tra le diverse aree del mondo. Se Usa e Cina, con modelli economici e politici molto diversi, stanno ai vertici dell’IA, e l’India – con le sue eccellenti scuole di matematica, fisica e informatica – appare in grado di recuperare buona parte dello svantaggio in tempi abbastanza ristretti, l’Europa “ordoliberista” e “austera” appare invece il vaso di coccio.

Il vertice di Parigi, voluto soprattutto da Macron, è stato pensato per tentare il rilancio del ruolo dell’Unione Europea a partire dalla base politica su cui dovrebbe poggiare l’Intelligenza Artificiale: diritti e tutela dei cittadini, futuro del lavoro. Ma proprio qui si può misurare sia l’ipocrisia che la distanza dalla realtà. Quella base – diritti dei cittadini e del lavoro – è stata quasi annientata nei 30 anni di politiche derivanti dagli accordi di Maastricht. Difficile edificarci sopra un'”etica” degna di questo nome...

Ma anche sul piano strettamente scientifico, decenni di tagli all’istruzione, all’università e alla ricerca hanno segato le gambe alla possibilità di produrre risultati – anche nell’IA – all’altezza dei “concorrenti”.

Senza investimenti, del resto, non si può progredire. E quindi l’“orgoglio europeo” deve subire lo sberleffo per cui gli unici investimenti rilevanti promessi nell’area europea sono... americani.

Amazon ha annunciato un investimento di 9,5 miliardi di euro per nuovi data center nel Regno Unito. Microsoft ha destinato 4 miliardi di euro a data center e formazione IA in Francia e in Italia. Ancora Amazon investirà 15,7 miliardi di euro per ampliare le infrastrutture nella regione spagnola di Aragona.

In ogni caso ci saranno problemi di costi dell’energia, perché i data center ne assorbono quasi quanto le acciaierie. E l’energia elettrica, in Europa, costa quattro volte il prezzo Usa, grazie alla rottura con Mosca e ai gasdotti sabotati dai servizi segreti ucraini e Nato.

Ma il problema centrale resta il controllo della tecnologia. Le multinazionali Usa dell’IA non hanno neanche bisogno di chiedere finanziamenti alle banche, vista la marea di liquidità di cui dispongono. E ai governi europei, compresa la cosiddetta Commissione guidata da von der Leyen, viene a mancare qualsiasi strumento concreto per mettere almeno il naso dentro quei data center.

Le “regole”, in effetti, diventano in questo modo soltanto delle foglie di fico che coprono l’impotenza...

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21/07/2024

Spettri di Working Class, il classico strumento repubblicano per vincere le presidenziali

Paul Samuelson, per quanto sia stato un genio della astrazione economica e della regolazione dei mercati, ci ha lasciato modelli matematici di efficienza delle transazioni di borsa che, nella realtà, si sono paradossalmente rivelati soprattutto strumenti ideologici. Invece della regolazione promessa, infatti, hanno generato veri e propri disastri sociali, come la condizione disperata delle classi subalterne del Midwest americano, raccontata in “Hillbilly Elegy” , in italiano “Elegia americana” da J.D. Vance, oggi candidato vicepresidente a fianco di Donald Trump. Vance rappresenta più mondi: da quello originario, la classe operaia devastata dalla crisi permanente dopo il crollo del fordismo, a quello dei proletari che si arruolano per sfuggire alla miseria e vanno in Iraq, scrittore per poi rappresentare la mobilità verso l’alto del sogno americano e quindi laurea, dottorato di ricerca in giurisprudenza, consulenza a società di investimenti di rischio nel settore tecnologico, seggio vinto al senato, infine candidatura alla vicepresidenza degli Stati Uniti.

Vance, che un tempo aderiva al movimento “Never Trump”, oltre ad aver costruito con “Hillbilly Elegy” un potente dispositivo narrativo che parte dalla letteratura per arrivare a Netflix, ha così una biografia che riassume le figure necessarie per vincere le elezioni alle presidenziali: classi subalterne, ceto medio patriottico, laureati, finanza, politica. Con la ex classe operaia, unita ai suoi nemici rielaborati in modo straniante dal neoliberismo, come elemento sofferente ma popolare, caldo, genuino in grado di moltiplicare il consenso, e i voti, nel popolo.

Il paradosso qui è permanente: la teoria che prometteva di controllare le criticità del mercato ha prodotto una devastazione sociale che ora viene strumentalizzata dai “vincitori” del capitalismo deregolato per ottenere consenso politico. La narrazione di Vance, persino esagerata per quanto contiene risentimento e disillusione, non contiene infatti la richiesta di un nuovo socialismo ma è un efficace strumento di propaganda per la destra repubblicana. Se la crisi del ’29 aveva prodotto, come reazione letteraria, Steinbeck ai nostri giorni i terremoti finanziari degli anni 2000, compreso il “big one” del 2009, hanno prodotto i Vance.

Siamo di fronte a un simulacro della lotta di classe, nel quale la disperazione delle classi subalterne viene sfruttata per favorire l’ascesa al potere di una frazione di super-ricchi. Ma perché questa strategia funziona? Perché l’America profonda si riconosce in questa narrazione dopo essere stata tradita proprio dal sogno americano ?

Una risposta sta nella capacità di socializzazione, di connessione collettiva che il simulacro possiede nelle società come le nostre. Il simulacro, governa la relazione tra realtà e copia, si produce all’interno delle società altamente tecnologiche ed è esattamente la forma generativa attraverso il quale la tecnologia produce la propria particolare forma di realtà. Il simulacro della lotta di classe, sganciato dal paradigma socialista, materialistico, implementato all’interno di una più vasta cornice narrativa repubblicana e ultraliberista, viene così utilizzato come elemento di moltiplicazione dei consensi, rappresentando i valori di fondo del popolo che lavora, e infine potenziato su tutte le piattaforme mediali e social.

Baudrillard, che sosteneva una teoria socialmente implosiva del simulacro, scriveva che il simulacro non nasconde la verità semplicemente è la verità che nasconde il niente. La verità di un dispositivo di comunicazione politica, quello repubblicano, che come simulacro della lotta di classe, ha funzionato nel 2016 e, come allora, nasconde il niente di progresso e di emancipazione sociale che riuscirà a realizzare Donald Trump.

Così tra cattedrali di modelli matematici di regolazione economico-finanziaria che producono macerie e simulacro nei processi di socializzazione legati alla politica si sviluppa un nuovo capitolo nella storia sociale del capitalismo.

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