Oltre 4 mila morti e più di 12 mila feriti in 5 mesi di guerra “a bassa intensità”. Netanyahu ha sempre la mano pesante. Fallito finora l’esperimento delle “zone-cuscinetto’ per cercare di sradicare Hezbollah.
«Guerra a bassa intensità»
Diventa sempre più elevato il tributo di vittime, nella guerra “a bassa intensità” scatenata da Israele contro il Libano. Il Paese dei cedri è diventato una specie di campo neutro, dove si giocano le partite più mortali che stanno infiammando tutto il Medio Oriente. Secondo il Ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo degli attacchi israeliani dal mese di marzo in poi è arrivato a 4.335 morti e 12.277 feriti. In pratica, il Libano è diventato quello che fino a poco tempo fa era la Siria, con l’aggravante che in questo piccolo Paese convergono, in uno spazio molto ridotto, più culture e popolazioni, spesso non proprio amichevoli le une con le altre. Il problema numero uno per Israele è sempre stato il poderoso apparato militare di Hezbollah, la milizia sciita sostenuta dall’Iran che nel Libano è diventata una specie di Stato nello Stato. La minaccia sul fronte nord, quello dell’Alta Galilea, ha sempre pesato moltissimo su tutte le valutazioni strategiche fatte dallo Stato ebraico. E adesso se ne capiscono i motivi: Israele, in teoria, è all’attacco su più fronti. Da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano al Golfo Persico, l’IDF deve combattere col rischio di restare accerchiato. Per questo la sua filosofia militare adesso è sempre quella di lanciare guerre preventive. Cioè, non proprio il massimo per la diplomazia e, soprattutto un atteggiamento ormai fin troppo scoperte (e criticato) a livello internazionale. Dunque anche nel caso del Libano e di Hezbollah, più che gli sporadici attacchi degli sciiti, devono aver pesato le nuove dottrine militari dell’esercito israeliano, sotto la spinta di Netanyahu. E con la compiacenza (o la beata ignoranza, fa la stessa cosa) di Donald Trump.
Diplomazia o perdita di tempo?
Certo, i guerriglieri sciiti sono in difficoltà. Ma in quella sorta di mini-trappola di Tucidite in cui si è trasformato il Libano, hanno molto da perdere anche gli Stati Uniti e Israele, che condivide un confine-colabrodo costantemente bersagliato da razzi e mortai, che prendono di mira tutta l’Alta Galilea. Costringendo centinaia di migliaia di cittadini israeliani (ed elettori) a scappare dalle loro case. Con grande scorno di Netanyahu. Quindi, in teoria, un accordo di pace servirebbe a tutti. La pensata della Casa Bianca è stata quella di far mettere d’accordo Netanyahu col governo libanese, per sbarazzarsi nel modo più soft possibile di Hezbollah. Più facile a dirsi che a farsi, perché le milizie sciite sono profondamente radicate nel tessuto sociale del Libano. Tra l’altro, l’esercito (con comandanti cristiani) è armato e addestrato dagli americani e dovrebbe raccordarsi con i soldati dello Stato ebraico. Tutto sulla carta, ovviamente. Perché poi, passando alla fase operativa, la musica è totalmente diversa. Innanzitutto, gli israeliani non si fidano manco della loro ombra e non affidano compiti di sicurezza a nessuno. Meno che mai ai libanesi. Risultato pratico: l’accordo tanto strombazzato tra Tel Aviv e Beirut, per disegnare “zone-cuscinetto” da dove sradicare Hezbollah per mano libanese, non si è fatto. Per il semplice motivo che l’esercito libanese non ha la forza (o la voglia) di cacciare Hezbollah. “A questo punto – scrive Haaretz, quotidiano liberal di Tel Aviv – è improbabile che il Libano e Israele tengano un altro ciclo di negoziati prima della fine dell’estate. Una conferma arriva dal giornale Al Mayadeen, che cita fonti diplomatiche. Secondo le voci, al momento non è previsto un nuovo ciclo di colloqui per il mese prossimo, poiché permangono notevoli divergenze tra la parte libanese e le delegazioni statunitense e israeliana”.
Fallite le “zone-pilota”
Pare che Stati Uniti e Israele abbiano respinto l’ipotesi di ampliare le ‘zone-pilota’ del Libano meridionale, ‘fino a quando non saranno compiuti progressi nelle due aree già designate per i negoziati’. Un esperimento che, sembra evidente, non deve aver raccolto considerazioni positive. Dal canto suo, la delegazione libanese ha respinto le affermazioni israeliane secondo cui ‘tutte le esplosioni nel Libano meridionale sarebbero state causate da attacchi contro infrastrutture militari’. “La fonte libanese – sostiene Haaretz – ha anche affermato che le delegazioni statunitense e israeliana avevano chiesto a Hezbollah di ritirarsi dalle alture di Ali al-Taher, nella zona di Nabatieh. Ma senza esito. E anche se gli ultimi colloqui, tenutisi a Roma, sono stati definiti “fruttuosi” da un portavoce del Dipartimento di Stato Usa, i risultati pratici ancora non si vedono. Lo stesso portavoce ha detto che le posizioni si sono avvicinate e che in teoria c’è convergenza sulle modalità necessarie per organizzare le “zone-pilota”. Secondo Al Mayadeen, le discussioni si sono concentrate su Bint Jbeil e Khiam come “zone-pilota”. In base all’accordo, le forze israeliane si ritirerebbero per essere rimpiazzate dall’esercito libanese, come primo passo di un processo più vasto, che dovrebbe portare alla graduale eliminazione della presenza di Hezbollah. Beirut esige da Israele, contemporaneamente all’esecuzione dell’accordo, un cessate il fuoco completo e la fine di tutte le violazioni. E vuole, in questo senso, un impegno formale. Che però Netanyahu, finora, si è rifiutato di assumere.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
12/08/2026
Libano: «la madre di tutte le crisi» resta irrisolta
29/06/2026
Gli squali che fingono di rappresentare il Libano
Non c’è nessun governo libanese ad aver firmato un “accordo quadro” con Israele, e di conseguenza non esiste nessun accordo, perché gli accordi si fanno almeno in due, trovando un compromesso tra posizioni conflittuali.
Le persone che hanno firmato questa richiesta di sottomissione non hanno alcun conflitto con Israele, e sono di fatto figure nominate dagli americani, che sempre dagli americani – i “finanziatori” quasi esclusivi delle Forze Armate Libanesi – prendono ordini. Ordini, non suggerimenti. Questa è ahimè la verità.
Nawaf Salam e Joseph Aoun, con i loro difetti e anche con i loro pregi (essenzialmente legati alla carriera che hanno fatto, soprattutto Salam come giudice), non rappresentano davvero nessuno in Libano, ed anche in questo fatto risiedono i rischi connessi alla strada che hanno imboccato. Quando dico nessuno dico che hanno meno rappresentanza del più piccolo partito cristiano. Cioè, voglio dire, un Frangieh avrebbe più consensi di Aoun.
I “negoziati” con Israele a Washington sono portati avanti dalla ambasciatrice Nada Hamadeh Mouawad – priva di qualsiasi agency e credibilità quando si tratta di rappresentare un paese multi confessionale e organizzato secondo il power sharing settario – ma nella sostanza di questo giochino volto a portare il Libano davvero sull’orlo della guerra civile e legittimare l’occupazione israeliana si occupano altre figure, oltre al governo americano e quello israeliano.
Una di queste è probabilmente Anton Sehnaoui, famoso banchiere e miliardario libanese, chairman del board del gruppo SGBL, nonché partner di Morgan Ortagus, la signora che per qualche mese è stata vice inviata speciale degli USA per il medioriente, e che proprio in quei mesi si fece fotografare mentre a Beirut stringeva la mano al presidente libanese Joseph Aoun, indossando una vistosa collana con la stella di David (regalo di Sehnaoui?).
Sehnaoui nel 2022 è stato accusato di riciclaggio di denaro, e soprattutto è abbastanza il segreto di pulcinella che – oltre ad essere un finanziatore del piccolo gruppo cristiano fondamentalista “Jnoud Al Rabb” (soldati di Dio), protagonista di varie azioni omofobe a Beirut – negli anni si sia enormemente arricchito grazie alle operazioni di ingegneria finanziaria dell’ex famigerato governatore della Banca centrale, Riad Salameh, uno dei principali o forse il principale obiettivo delle proteste antigovernative di qualche anno fa (accusato di corruzione e sotto sanzioni in Canada, Uk e Usa).
Sehnaoui è insomma uno di quei soggetti che si sono arricchiti letteralmente sulle spalle di una classe media che è scomparsa in pochissimi anni, e di una popolazione che è scivolata nella povertà mese dopo mese.
Non è però tutto: come partner e in compagnia di Morgan Ortagus, Sehnaoui lo scorso 14 aprile – a genocidio ormai ufficiale – ha partecipato a una cerimonia al Memoriale dell’Olocausto di Washington.
Non è dato sapere se volesse mantenere un profilo basso o meno ma la sua compagna, una volta preso il microfono, lo ha ringraziato per il suo “supporto al sionismo nonostante i rischi personali”, ricordando poi come Sehnaoui sia stato cresciuto dai suoi genitori secondo i “valori sionisti”. Non “ebraici” come Starmer, eh (che già li, se non sei ebreo, non si capisce bene): proprio sionisti.
E ci si sorprende dello storico atteggiamento paranoico di Hezbollah? Mi pare ci siano delle solide basi.
Sehnaoui d’altronde non ha mai fatto segreti di sostenere progetti Israelo-statunitensi, indossa la spilletta gialla degli ostaggi e ha varie volte dichiarato di essere appunto un “fiero sionista”. Anche quando il suo paese veniva bombardato da Tel Aviv – pure non lontano da dove è cresciuto da piccolo, cioè Baabda.
Questo “accordo quadro”, nella sostanza, introdurrebbe un “Gruppo trilaterale di coordinamento militare”, un teorico e parzialissimo ritiro israeliano (che non avverrà per nemmeno cento metri, a meno che la resistenza armata non aumenti) in cambio di un dispiegamento delle LAF (da decenni volutamente non equipaggiate per fare la guerra a nessuno) nelle zone dove opera Hezbollah, di cui l’Idf lamenta le azioni di resistenza armata sul proprio territorio, con Beirut che sembra correrle solertemente in aiuto.
Da un punto di vista diplomatico e anche degli sviluppi militari sul campo (che vedono le perdite israeliane in costante aumento, una leva che qualunque delegazione negoziale dovrebbe utilizzare) questa intesa sembra uno scherzo: il governo libanese non solo sembra ignorare cosa accade sul campo di battaglia tra invasori e resistenti, ma sembra preferire una lineare ed esplicita sottomissione al paese che gli sta radendo al suolo decine di villaggi, a una inclusione del Libano nei cessate il fuoco come conseguenza delle pressioni iraniane su Washington.
Follia. Patologia istituzionale.
Il punto è che da un punto di vista pratico con questo semi accordo non cambierebbe granché: nessuno nell’esercito vuole davvero scontrarsi con Hezbollah, imporgli questo o quest’altro. A partire dai soldati stessi, che per almeno un quarto sono sciiti, e magari hanno un cugino al fronte che attacca i carri armati israeliani.
Questo può valere finché Rudolph Haykal – al momento quasi la salvezza del Libano, nella sua capacità e volontà di mantenere un certo equilibrio e l’indisponibilità ad attaccare Hezbollah – rimane a capo delle Forze armate. Se, come si vocifera da mesi, lo indurranno a farsi da parte o lo solleveranno dal suo incarico, lo scenario che si aprirà sarà davvero ignoto. O meglio, rischia di essere un po’ familiare.
Ps – Personalmente attribuisco la scelta di firmare questo scempio epocale nel giorno dell’Ashura a una questione di pura sciatteria, più che alla volontà di fomentare ulteriormente divisioni.
Fonte
28/06/2026
Accordo Israele - Libano: Beirut riconosce ufficialmente l’occupazione
Ciò si traduce nel riconoscimento ufficiale dell’occupazione del sud da parte dell’esecutivo libanese, dato che non è in grado in alcun modo di ottemperare al disarmo di Hezbollah.
Quest’accordo, dunque, pone le basi per lo scoppio di una guerra civile in Libano fra le componenti filoamericane ed il blocco che sostiene Hezbollah, offrendo anche un pretesto per l’intervento diretto di USA ed Israele all’interno di tale conflitto, in quanto aiuterebbero il “legittimo governo libanese” a stabilire la propria sovranità su tutto il territorio nazionale.
Proponiamo un’analisi completa effettuata dalla giornalista di sinistra Rania Khalek.
Questo accordo consolida l’occupazione israeliana, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile in coordinamento con gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, minaccia di far fallire l’accordo tra Stati Uniti e Iran.
Il governo libanese si è unito a Israele e agli Stati Uniti nel dichiarare guerra a una vasta parte della propria popolazione.
Ieri, l’ambasciatore libanese negli Stati Uniti ha firmato un accordo quadro con Israele durante il quinto round di negoziati ospitato da Washington. L’accordo è infido, scioccante e vergognoso. Consolida l’occupazione israeliana del territorio libanese nel sud del Paese, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile guidata dall’esercito libanese e coordinata con gli Stati Uniti e Israele.
Le élite libanesi che promuovono questa sottomissione all’impero amano invocare la sovranità. Parlano di Hezbollah come se fosse una forza aliena impiantata dall’Iran, piuttosto che una formazione militare organica, autoctona e popolare nata dalla resistenza all’occupazione israeliana negli anni ’80. Per queste élite, qualsiasi resistenza a Israele è una violazione della sovranità del Libano, mentre obbedire agli ordini di Washington e Tel Aviv contro gli interessi del Libano è considerato normale, indipendente, persino virtuoso. Il sopra è sotto, la destra è la sinistra.
Il governo libanese si è rifiutato di sfruttare la leva negoziale che l’insistenza dell’Iran sul cessate il fuoco e sul ritiro israeliano gli aveva fornito. Al contrario, ha collaborato con gli americani e gli israeliani alle condizioni di Israele, fornendo così a Marco Rubio uno strumento per minare l’accordo tra Stati Uniti e Iran.
Netanyahu si vanta che si tratti di un “importante successo” perché permette all’occupazione israeliana di continuare. La presidenza libanese lo celebra come una vittoria sulla sovranità che libererà il territorio libanese, ma non ha fornito dettagli su come ciò avverrà, e l’accordo stesso non mostra nulla del genere. Hezbollah lo ha ovviamente respinto, perché rappresenta una capitolazione totale al furto di terre da parte di Israele.
L’accordo di resa
Il testo integrale del quadro di riferimento è disponibile qui. Nicolas Sawaya offre un’ottima analisi di tutti i 14 punti. Mi limiterò a evidenziare i più critici.
Innanzitutto: questo accordo è mediato e supervisionato dagli Stati Uniti, che NON sono una parte neutrale. Gli Stati Uniti finanziano l’intero esercito israeliano: fondi, armi, Iron Dome, intelligence, copertura diplomatica. Partecipano attivamente ai crimini commessi contro il Libano. Il passato ha dimostrato che non ci si può fidare di loro per una mediazione imparziale in qualsiasi questione che coinvolga Israele. Ricordiamo le 15.000 violazioni del cessate il fuoco israeliano tra novembre 2024 e marzo 2026, completamente impunite dal meccanismo gestito dagli Stati Uniti.
Il punto 2 stabilisce che il ritiro israeliano è subordinato al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, il che significa una guerra civile. Questo stravolge il diritto internazionale. L’occupazione israeliana è illegale a prescindere dall’esistenza di Hezbollah. L’accordo afferma: “le Forze Armate Libanesi ripristineranno l’effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, in attesa del disarmo verificato dei gruppi armati non statali e dello smantellamento delle infrastrutture associate, consentendo alle Forze di Difesa Israeliane di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese”. Accettando di disarmare prima Hezbollah, con i parametri per il “disarmo verificato” ancora da definire dagli Stati Uniti, il governo libanese ha di fatto consolidato l’occupazione israeliana del sud.
Il punto 3 subordina gli aiuti internazionali per la ricostruzione e il ritorno di centinaia di migliaia di civili libanesi sfollati al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese in “zone pilota” a fasi, che saranno anch’esse determinate dagli Stati Uniti. Il quadro di riferimento stabilisce che la ricostruzione inizierà e i civili potranno tornare solo “dopo la conferma del successo del disarmo”. Questo tradisce completamente la popolazione del sud e fornisce a Washington una leva di ricatto sull’intero processo.
Il punto 4 afferma che il governo “ricostruirà il monopolio statale sull’uso della forza, raggiungerà il disarmo completo e verificato di tutti i gruppi armati non statali e garantirà che tali gruppi non abbiano alcun ruolo militare o di sicurezza né capacità armate in nessuna parte del Libano”. Ciò significa disarmare anche Hezbollah a nord del Litani. Inoltre, si chiede ai “partner internazionali e in particolare arabi, sotto la guida degli Stati Uniti”, di sostenere questo risultato. In altre parole, una guerra civile guidata dagli Stati Uniti e sostenuta dagli arabi.
Il punto 5 afferma che “il governo di Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano”. I ministri israeliani affermano regolarmente il contrario.
Il punto 9 prevede che gli Stati Uniti effettuino delle valutazioni sull’efficacia con cui lo Stato libanese sta conducendo la guerra civile contro Hezbollah. Il sostegno internazionale al Libano sarà condizionato dalla soddisfazione americana per i risultati. L’umiliazione è strutturale, mi vergogno davvero di questi traditori.
Il punto 11 impegna il governo libanese a contribuire al soffocamento finanziario di Hezbollah attraverso le sanzioni.
Il punto 13 dimostra una scioccante incompetenza, in quanto rinuncia al diritto del Libano di intraprendere “azioni ostili o avverse nei fori politici o legali internazionali”. Ciò significa che il governo libanese ha accettato di rinunciare alla possibilità di utilizzare la legge contro Israele per l’infinita lista di crimini di guerra commessi contro il Libano. È assurdo che una simile decisione provenga da un governo il cui Primo Ministro è stato giudice della Corte Internazionale di Giustizia e ha presieduto il caso del Sudafrica sul genocidio a Gaza.
Il punto 14 inquadra l’intero contesto come fondamento per un futuro accordo di normalizzazione con Israele.
I burattini libanesi anti-Resistenza
Questo accordo ricorda l’Accordo del 17 maggio 1983, quando gli Stati Uniti mediarono la resa del Libano con Israele, un accordo che conteneva molte delle clausole attuali: consolidare l’occupazione israeliana e dichiarare guerra a qualsiasi forma di resistenza. Quell’accordo fu firmato dagli alleati di Israele in Libano e abrogato entro un anno perché politicamente insostenibile. Sono certo che anche questo farà la stessa fine, ma a quale prezzo nel frattempo?
Hezbollah non è un’organizzazione aliena. Rappresenta una parte considerevole della popolazione sciita libanese. Per questo motivo viene eletto democraticamente in parlamento, come parte del blocco parlamentare più numeroso, nonostante un sistema che svaluta strutturalmente il voto sciita attraverso una forma di manipolazione dei collegi elettorali tipica del Libano.
C’è chi accusa Hezbollah di minacciare una guerra civile per impedire questo accordo. Si sbagliano. Hezbollah sta reagendo alla minaccia molto reale, esplicitamente delineata in questo accordo, di una guerra civile sponsorizzata da Stati Uniti e Israele contro la popolazione che rappresenta, una popolazione che negli ultimi tre mesi è stata sfollata e braccata dai bombardamenti israeliani senza alcuna protezione da parte dello Stato.
Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam affermano di sostenere la sovranità nazionale. In realtà, stanno usando la violenza, appoggiata da potenze straniere, per indebolire i loro oppositori politici interni. Non c’è niente di più antidemocratico di questo.
Rubio contro Vance
Ciò rende il Libano ancora una volta il punto di maggiore tensione nell’ambito del memorandum d’intesa con l’Iran.
L’Iran ha incluso un cessate il fuoco in Libano tra le sue richieste per la fine della guerra e ha chiesto il ritiro di Israele. Quando Israele ha bombardato Beirut all’inizio di questo mese, l’Iran ha risposto bombardando Israele. Il primo punto del memorandum d’intesa prevede la fine della guerra in Libano.
L’Iran sta verificando se gli americani riusciranno effettivamente a contenere gli israeliani. Finora, ci sono riusciti solo parzialmente. Le violenze continuano quotidianamente, ma con minore intensità rispetto a un mese fa.
È qui che la spaccatura tra Vance e Rubio diventa cruciale da comprendere. Reuters ha riportato che i due uomini hanno adottato toni diversi. Vance ha criticato i bombardamenti israeliani sulle infrastrutture civili di Beirut, definendoli un ostacolo agli sforzi di pace guidati dagli Stati Uniti, si è recato in Svizzera per colloqui con funzionari iraniani e ha ripetutamente parlato della possibilità di una relazione di cooperazione tra Stati Uniti e Iran.
Rubio, d’altro canto, ha girato gli stati del Golfo difendendo la campagna militare israeliana in Libano e rassicurando gli alleati sul fatto che l’accordo con l’Iran non sarebbe stato troppo generoso nei confronti dei “cattivi” iraniani.
Vance vuole porre fine a questa guerra. Si sta preparando per le primarie repubblicane del 2028 e ambisce a diventare il candidato pacifista che si è opposto a un Israele sempre più odiato. Rubio rappresenta l’ala neoconservatrice che rimane incondizionatamente allineata con Netanyahu. Il riassetto dei rapporti tra Libano e Israele porta la sua impronta, essendo concepito per separare il Libano dall’Iran e preservare la capacità di Israele di continuare la guerra. Sembra un tentativo di sabotare la candidatura di Vance.
Subito dopo la firma dell’accordo quadro, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver bombardato nuovamente l’Iran, in apparente violazione del memorandum d’intesa, affermando che si trattava di una risposta al fatto che l’Iran aveva aperto il fuoco contro una nave nello Stretto di Hormuz.
L’Iran non ha rivendicato l’attacco, ma non lo ha nemmeno negato. Da allora, l’Iran ha risposto agli Stati Uniti colpendo il Bahrein. Lo stesso giorno, gli israeliani hanno lanciato un attacco con droni contro il Libano. Rubio, durante il suo tour nel Golfo, aveva promesso agli alleati arabi che l’Iran non avrebbe mai controllato lo Stretto, né imposto pedaggi. Nel frattempo, il ronzio dei droni sopra Beirut mi assale più forte che mai.
La retorica a favore del ritorno alla guerra si sta intensificando, e con essa anche il clamore mediatico.
È possibile disarmare Hezbollah?
No. Se nemmeno tutta la potenza militare israeliana è riuscita a disarmare Hezbollah, di certo non ci riuscirà il ben più debole esercito libanese. E se si dovesse effettivamente tentare la strada della guerra civile, l’esercito libanese si dividerebbe. Ma cosa importa a Israele? Israele vuole guerre e instabilità senza fine, e ha dei servitori in Libano disposti a perpetuare questa politica.
Mi vengono in mente I dannati della terra di Frantz Fanon:
«La borghesia nazionale scopre la sua missione storica come intermediaria. La sua vocazione non è trasformare la nazione, ma prosaicamente fungere da nastro trasportatore per il capitalismo, costretta a camuffarsi dietro la maschera del neocolonialismo. La borghesia nazionale, senza alcun timore e con grande orgoglio, si compiace del ruolo di agente nei suoi rapporti con la borghesia occidentale.»La classe dei compradores libanesi è la dimostrazione vivente della citazione di Fanon. Come ho spiegato all’inizio di questa settimana, sembrano non aver ancora capito che i loro padroni americani hanno perso la guerra contro l’Iran. Questo accordo quadro pone le basi per la guerra civile, mascherando l’operazione dietro il linguaggio della sovranità. Fallirà. Ma forse il danno che provocherà lungo il cammino verso il fallimento è il vero problema.
Fonte
27/06/2026
Accordo sul Libano ma senza Hezbollah. Destinato a non reggere
Mentre gli USA bombardano un pò l’Iran e la tensione torna nello Stretto di Hormuz, un accordo sul Libano è stato annunciato nella notte dal Segretario di Stato Usa Marco Rubio per cercare di porre fine alla guerra tra Israele e Libano. La pace in Libano è stata oggetto negoziale di una trattativa più ampia, quella tra Usa e Iran mediata dal Pakistan, in cui però Israele persegue interessi autonomi dal suo stesso alleato statunitense.
Questo nuovo accordo prevede, secondo quanto anticipato da alcuni mass media, che il governo libanese imponga a Hezbollah il ritiro dal Sud del Paese e che via via Israele lasci i territori occupati dal 2024 ad oggi man mano che ciò sarà accaduto.
In Libano, in teoria, un cessate il fuoco sarebbe in vigore dal 16 aprile, quando Tel Aviv e Beirut si accordarono per porre fine a un conflitto durato 45 giorni all’ombra dell’attacco israelo-americano all’Iran. Ma Israele da allora ha invaso tutto il sud del Libano oltre che bombardare le città libanesi. Questa asimmetria è continuata dopo il cessate il fuoco siglato a Washington, con Israele che ha continuamente allargato la zona d’occupazione nel Sud del Libano. Dal 2 marzo nel paese non c’è stato un giorno senza combattimenti, e nei bombardamenti israeliani sono morte almeno 4mila persone.
Il governo libanese adesso prova a sacrificare Hezbollah in nome di un tentativo di pacificazione con Israele. Ma Hezbollah non ha partecipato ai negoziati in cui si chiede il suo ritiro dal Sud del Paese e questo potrebbe creare un corto circuito con Israele che giustifica l’occupazione espansionista nel Libano del sud in nome della lotta a Hezbollah, e quest’ultimo in rotta di collisione con le autorità di Beirut. Il che rende difficile l’applicazione di ogni accordo.
Netanyahu dal canto suo ha ribadito che: “Manterremo (la zona cuscinetto) finché Hezbollah non si disarmerà e finché esisterà una minaccia per lo Stato di Israele”.
Hezbollah si è rifiutato di entrare in discussioni dirette con Israele, ma sembra aver avuto comunicazioni secondarie con l’amministrazione Trump. Il gruppo rimane l’organizzazione militare più solida del paese e supera di gran lunga le capacità delle forze armate libanesi.
Il Segretario Generale di Hezbollah, Sheikh Naim Qassem, ha affermato venerdì che il nemico israeliano deve ritirarsi completamente da ogni centimetro del Libano, “sconfitto e umiliato”.
Intervenendo ad una manifestazione di massa a Dahiyeh, sobborgo a sud d Beirut, Sheikh Qassem ha sottolineato che non ci saranno né normalizzazione né concessioni all’entità sionista.
Nessuna parte ha il diritto di firmare o accettare alcun accordo che non sia all’altezza della piena sovranità e indipendenza del Libano, ha sottolineato il leader di Hezbollah, facendo riferimento ai colloqui diretti tra l’autorità politica dominante in Libano e il nemico israeliano.
In questo contesto, Sheikh Qassem ha dichiarato che l’autorità politica in Libano deve riconsiderare il suo percorso in due direzioni: “Unificare la propria posizione contro l’aggressione israeliana e cessare di attuare i dettami del nemico”.
Il leader di Hezbollah ha replicato alle dichiarazioni del Segretario di Stato americano Marco Rubio, il quale aveva affermato che la presenza israeliana in Libano è dovuta agli attacchi missilistici di Hezbollah. Ha sottolineato che la presenza israeliana in Libano è parte di un progetto espansionistico verso la ‘Grande Israele’, mentre la resistenza è una risposta all’occupazione e all’aggressione, e non il contrario.
“Questa aggressione israelo-americana via terra, mare e aria prende di mira civili, territorio e infrastrutture utilizzando ogni forma di armamento, con il sostegno di alleati e proxy. È accompagnata da piani di divisione interna, pressione politica e blocco finanziario, nonché da tentativi di minare le istituzioni educative, sociali e culturali. Costituisce una guerra su larga scala e una grave minaccia volta a cancellare la nostra esistenza” – ha avvertito Sheikh Qassem – “Lo dichiariamo chiaramente e ad alta voce: abbiamo infranto il progetto israelo-americano e siamo entrati in una nuova fase. Qualsiasi azione futura deve basarsi sulle realtà di questa nuova fase”.
Fonte
24/06/2026
Gli israeliani invadono il Libano, ma lamentano perdite
Da tutta questa melodrammatica sceneggiata e da questo vittimismo teatrale, si potrebbe pensare che i quattro israeliani siano stati uccisi nei loro letti a Tel Aviv, e non durante un viaggio in carro armato attraverso un paese straniero che avevano invaso.
Come ha detto Ryan Grim: “Non ho mai sentito parlare di un paese che invade un paese vicino e poi si lamenta che i suoi soldati siano morti durante l’invasione. Non credo che nessun altro paese abbia mai pensato di fare una simile lamentela”.
Con una mossa che non ha sorpreso assolutamente nessuno, Israele ha nuovamente bombardato senza pietà il Libano, mentre Netanyahu continuava a insistere sul fatto che l’esercito israeliano avrebbero proseguito la sua vasta occupazione del territorio libanese.
Le azioni di Israele hanno portato Teheran ad annullare i colloqui di pace programmati con Washington, ma ora giungono notizie di un nuovo accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah.
Israele non ha mai rispettato gli accordi di cessate il fuoco in Libano, ma vedremo cosa succederà.
Un fattore determinante in questo nuovo sviluppo potrebbe essere stata la minaccia dell’Iran di bombardare Israele senza preavviso se Trump non farà pressione su Netanyahu affinché ponga fine alla guerra in Libano, come abbiamo appreso da un recente rapporto di Drop Site News.
Il presidente Trump e il vicepresidente JD Vance hanno creato contenuti virali con toni duri sulla necessità che Israele raggiunga la pace e smetta di uccidere persone in Libano, ma in questo caso ciò che conta sono i fatti. O sono disposti a usare la loro influenza su Israele per garantire che questo accordo di pace si concretizzi, oppure no.
Se Israele continuerà a sabotare l’accordo senza subire gravi conseguenze da parte di Washington, potremo tranquillamente concludere che l’amministrazione Trump si è limitata alle parole.
E nel caso qualcuno non l’avesse capito, Trump non si meriterà mai alcun “merito” per aver fatto la pace con l’Iran, anche se alla fine dovesse spingere Israele a rispettare l’accordo. Non si ricevono elogi per aver iniziato una guerra di aggressione non provocata e poi averla persa. Non è una cosa che si possa fare.
Nel frattempo, invece di attaccare Trump per non aver fatto abbastanza per raggiungere la pace, i Democratici lo definiscono un debole e codardo per non aver continuato la guerra e per aver accettato di garantire 300 miliardi di dollari di finanziamenti per la ricostruzione.
“L’Iran ha raggirato Trump con questo cosiddetto accordo”, ha dichiarato giovedì il leader della minoranza al Senato , Chuck Schumer, aggiungendo: “I miei colleghi dell’altra parte dell’emiciclo sono disposti a inviare all’Iran 300 miliardi di dollari quando le esigenze economiche qui in patria sono così gravi? È quello che Trump vuole che facciano”.
“Con 300 miliardi di dollari potremmo porre fine al problema dei senzatetto, finanziare la ricerca sul cancro per 40 anni e offrire a ogni bambino l’asilo nido gratuito per oltre 7 anni. Invece, Trump li sta mandando all’Iran”, ha twittato la senatrice Amy Klobuchar.
“In sostanza, questo accordo prevede questo: l’Iran non fa alcuna concessione e gli Stati Uniti permettono all’Iran di commerciare petrolio gratuitamente, impegnandosi inoltre a versargli 300 miliardi di dollari di risarcimento”, ha dichiarato il senatore Chris Murphy.
“Trump sta sbandierando un ‘accordo’ che promette di revocare tutte le sanzioni, consentire all’Iran di esportare petrolio e potenzialmente imporre pedaggi, e consegnare più di 300 miliardi di dollari a quel paese”, ha affermato il senatore Adam Schiff, aggiungendo che l’accordo “sembra più una resa”.
Questi importanti esponenti democratici fanno sembrare che Trump stia semplicemente prendendo 300 miliardi di dollari dai contribuenti americani, quando, secondo Reuters, il finanziamento dell’accordo “sarà costituito interamente da fondi del settore privato”.
I democratici stanno essenzialmente riproponendo la stessa falsa accusa “Obama ha dato all’Iran bancali di contanti” che i repubblicani usavano per criticare l’accordo sul nucleare iraniano del 2015.
Ancora più significativo, quanto è rivelatore il fatto che questi guerrafondai fanatici improvvisamente fingano di preoccuparsi di quanto 300 miliardi di dollari potrebbero aiutare i cittadini americani comuni?
Ogni volta che qualcuno cerca di spostare il partito di un centimetro a sinistra su temi come l’assistenza sanitaria universale o altro, si vedono i funzionari del Partito Democratico che puntano il dito contro di loro, dicendo che non ci sono soldi per simili fantasie irrealizzabili, ma non appena si presenta l’occasione di promuovere nuove guerre, si affrettano a dire che potrebbero usare tutti quei soldi destinati alla pace per porre fine al problema dei senzatetto. Tutto ciò, ovviamente, verrà completamente ignorato al momento di votare il prossimo bilancio militare da 1.500 miliardi di dollari.
I democratici sono dei bugiardi insopportabili. La loro meschinità è superata solo dai sostenitori di Trump che affermano che il loro presidente meriti il Premio Nobel per la Pace per aver perso una guerra che lui stesso ha iniziato.
Comunque, la situazione è un disastro. Vedremo come si evolverà il tutto.
Fonte
19/06/2026
Tregua in Libano, ma combattimenti in corso
Reuters ha citato un funzionario degli Stati Uniti dicendo che Israele e Hezbollah avevano accettato un “cessate il fuoco” dalle 4 del pomeriggio ora locale di oggi, 19 giugno.
Il funzionario americano ha detto che i negoziatori statunitensi e del Qatar hanno mediato l’accordo con l’aiuto dell’Iran, osservando che il “cessate il fuoco” era già entrato in vigore all’ora stabilita.
Queste dichiarazioni arrivano dopo continui massacri israeliani operati dall’alba di venerdì, prendendo di mira case abitate in diverse città e villaggi nel sud del Libano, che hanno fatto numerosi morti e feriti, compresi bambini.
Questi attacchi sono arrivati nonostante l’avvenuta firma del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, che ha stabilito la cessazione della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, e la garanzia dell’integrità territoriale e della sovranità del Libano.
D’altra parte, il Canale 13 israeliano ha citato un funzionario di Tel Aviv che ha confermato il suo ingresso nello stato di “cessate il fuoco”, commentando che “se Hezbollah non attacca, questo non è il momento per la guerra da parte di Israele”.
Ha aggiunto che però le forze dell’esercito israeliano rimarranno nel sud del Libano, mentre l’esercito di occupazione israeliano ha minacciato di continuare a compiere gli attacchi “fino a quando necessario”, il che significa ancora la mancata attenzione dell’accordo da parte dell’occupazione e la creazione di pretesti per proseguire l’aggressione in Libano.
L’esercito di occupazione ammette l’uccisione di 4 soldati, tra cui un comandante di battaglione nel sud del Libano
I media israeliani riferiscono che il comandante del 52esimo battaglione dell’esercito israeliano, il tenente colonnello Ghadlia bin Samhoun, e altri tre soldati sono stati uccisi dopo che un carro armato del battaglione è stato preso di mira durante un’operazione militare nel sud del Libano giovedì sera.
L’esercito di occupazione israeliano ha riconosciuto venerdì mattina l’uccisione del comandante del 52esimo battaglione.
Channel 14 ha riferito, citando un’indagine preliminare, che l’incidente è avvenuto intorno alle 00:20, dopo un che il sospetto bersaglio di un carro armato appartenente alle forze del 52° Battaglione stava “lavorando” all’interno dell’area controllata dalla Brigata Givati, nella zona di Kafr Net, distretto di Nabati.
Secondo il Canale 7 di Israele, il bilancio dell’esercito israeliano nel sud del Libano da quando il cessate il fuoco è stato annunciato ad aprile è salito a 23 morti e oltre 700 feriti.
Bin Samhoun ha preso il comando del 52esimo battaglione qualche settimana fa, succedendo al suo ex comandante, che è stato gravemente ferito durante le battaglie nel sud del Libano circa due mesi fa.
Altri 5 soldati feriti a Kfartebnett
Oltre all’operazione in cui sono stati uccisi quattro soldati, tra cui un comandante di battaglione con il grado di colonnello, le piattaforme mediatiche israeliane hanno indicato che altri 5 soldati, tra cui un ufficiale, sono stati gravemente feriti, in una imboscata nella zona di Käfretbnett.
In un contesto correlato, i media israeliani hanno riconosciuto che l’esercito israeliano non è riuscito a occupare le vette di Ali al-Taher a Nabatieh, nel sud del Libano.
Hanno sottolineato che “molti carri armati sono stati colpiti durante un attacco dell’Idf, e sono in corso evacuazioni dei feriti dell’Idf, in seguito al lancio di missili anticarro e all’uso di droni”.
Hanno aggiunto che ci sono scontri molto difficili e battaglie sulle vette di Ali al-Taher, sottolineando che un certo numero di soldati dell’esercito israeliano sono stati uccisi e un numero molto elevato di loro è rimasto ferito.
Ieri sera, il Libano meridionale aveva assistito a violenti scontri nelle vicinanze della città di Nabatieh tra le forze di occupazione israeliane e gli elementi della resistenza in Libano, come risultato della risposta di Hezbollah all’avanzata israeliana verso le vette di Ali al-Taher.
Il corrispondente di Al-Mayadeen ha riferito che aerei israeliani hanno attaccato diverse aree nel sud del Libano, effettuando più di 16 raid, dopo l’entrata in vigore del presunto “cessate il fuoco”.
I raid israeliani hanno colpito le aree di Shawkin, Mevdon, Jabal al-Rafi e al-Raihan.
Un attacco israeliano è stato diretto contro la città di Nabatieh, che ha coinciso direttamente con i tempi della presunta entrata in vigore del “cessate il fuoco”.
Da parte sua, il ministero della Salute libanese ha annunciato che gli intensi attacchi lanciati dall’occupazione israeliana dalla mezzanotte fino a venerdì pomeriggio, hanno portato a un bilancio aggiornato di 47 morti e 97 feriti.
Il Ministero della Salute ha anche indicato che il bilancio cumulativo totale dell’aggressione israeliana dal 2 al 19 giugno ammontava a 3980 morti e 12.001 feriti.
Fonte
10/06/2026
Come Hezbollah si è riorganizzato per una guerra di logoramento con Israele
La scorsa settimana, i governi israeliano e libanese hanno annunciato a Washington un accordo mediato dagli Stati Uniti per rinnovare il loro “cessate il fuoco” e perseguire un accordo “globale”.
Nonostante i bombardamenti israeliani in corso e l’incursione militare nel sud del Libano, i termini richiedono solo a Hezbollah di fermare i suoi attacchi. Il gruppo di resistenza libanese ha respinto rapidamente le trattative, definendole “assurde, umilianti e offensive”.
Da oltre dieci settimane, Hezbollah ha combattuto il rinnovato assalto israeliano al sud con una guerra di logoramento più snella, affidandosi a droni e a piccole unità specializzate per dissanguare le forze israeliane mantenendo intatta la propria struttura.
Quasi 70 giorni dopo l’ingresso di Hezbollah nella guerra di Ramadan, l’ultimo ciclo di combattimenti esploso nel marzo 2026, si può affermare con cautela ma chiarezza che l’Hezbollah di oggi differisce significativamente dalla forza che Israele ha combattuto nel 2024, almeno per la sua organizzazione militare, la prontezza sul campo di battaglia e la flessibilità operativa.
Questa valutazione si basa sull’andamento dei combattimenti e sulle prestazioni del movimento nella guerra attuale, su un confronto con la Guerra di Supporto (Harb al-Isnad) del 2023 e la guerra dei 66 giorni del 2024, e sull’osservazione diretta sul campo e conversazioni con attori politici, comandanti e combattenti della resistenza all’interno di Hezbollah.
Questa differenza non si limita all’equipaggiamento, alle armi o alle tattiche di combattimento. Indica una riconsiderazione più profonda dei meccanismi di comando, della dottrina di combattimento e del dispiegamento delle forze, e persino delle stesse definizioni di vittoria e sconfitta in guerra.
Ciò che si sta svolgendo oggi nel sud del Libano assomiglia a un graduale processo di ricostruzione e adattamento organizzativo dopo un’esperienza costosa ed estenuante di 30 mesi, dall’8 ottobre 2023 al 2 marzo 2026.
Eppure, mentre i leader libanesi aderiscono a un accordo che disarmerebbe la resistenza senza pretendere nulla dall’occupante, la sua sopravvivenza potrebbe dipendere meno dal campo di battaglia che dalla politica interna e dalla fragilità del Libano stesso.
Una forza ricostruita
Forse la trasformazione più importante risiede nel comando e controllo.
Durante la guerra di 66 giorni, una delle principali debolezze di Hezbollah fu la vulnerabilità della sua catena di comunicazione e la difficoltà di coordinamento tra il quartier generale in comando e le unità sul campo.
In certi momenti, ciò ha portato a interruzioni nel processo decisionale, risposte ritardate e all’abbandono della capacità di combattimento.
Nella recente guerra, tuttavia, le operazioni sono continuate su più fronti contemporaneamente, le prestazioni delle unità sono rimaste senza interruzioni prolungate e il collegamento tra campo di battaglia e quartier generale è stato mantenuto.
Ciò indica che Hezbollah ha, in larga misura, ristrutturato con successo i suoi meccanismi di comunicazione e comando.
Anche sotto forte pressione e attacchi pesanti come quelli dell’8 aprile 2026, l’organizzazione militare non è crollata e la catena di comando è riuscita a preservarne la coesione.
Un segno importante di questa trasformazione è un controllo efficace del fuoco, la rotazione ordinata delle forze, la consegna delle armi alle posizioni in prima linea e persino la raccolta offline e la pubblicazione continua di filmati di battaglia delle unità in azione.
A differenza del periodo precedente, quando i movimenti delle truppe venivano talvolta interrotti dalla pressione bellica, questi processi ora sembrano seguire orari prestabiliti e schemi predefiniti.
Nel nuovo modello, l’obiettivo principale non è saturare il campo di battaglia di uomini, ma preservare invece un certo livello di efficacia in combattimento e prevenire l’attrito delle forze operative.
Un fattore chiave dietro questa trasformazione sembra essere la politica della nuova leadership di Hezbollah di una maggiore centralizzazione nel comando militare: ridurre le decisioni multilivello, dare potere ai comandanti più giovani e motivati, monitorarli da vicino e tenerli responsabili delle loro missioni.
Inoltre, ci sono diversi indizi che Hezbollah, avendo imparato dalle esperienze della Guerra di Supporto e della guerra dei 66 giorni, abbia trasformato radicalmente la struttura della sua organizzazione militare.
In precedenza, ogni comandante deteneva un certo grado di autorità e discrezionalità. Quell’assetto aveva i suoi vantaggi, ma rallentava anche le decisioni quando la velocità contava di più. Il movimento ha ora concentrato l’autorità sotto un comando unificato, che può accelerare decisioni critiche e proteggere la coesione del comando.
Allo stesso tempo, e apparentemente in contraddizione con questo, Hezbollah ha ridotto la dipendenza delle unità di campo dal quartier generale centrale e ha concesso ai comandanti di medio livello maggiore autorità operativa, permettendo loro di prendere decisioni in base alle condizioni del campo di battaglia.
Non si tratta solo di un aggiustamento tattico; piuttosto, riflette una nuova comprensione della guerra contemporanea.
Qualità più che quantità
In una lunga guerra di logoramento contro un nemico che domina l’aria e prende costantemente di mira forze e infrastrutture, l’organizzazione più efficiente è quella che può preservare la propria efficacia in combattimento e sostenere il fuoco anche se il comando centrale viene interrotto.
Oggi Hezbollah sembra muoversi verso un modello in cui flessibilità, sopravvivenza e continuità operativa hanno la precedenza sulla centralizzazione assoluta – un progetto in cui la missione ha la precedenza sulla struttura. Ciò ha permesso ad alcune unità di campo di continuare a operare e mantenere il fuoco sotto intensa pressione, senza attendere ordini diretti, agendo invece entro quadri predefiniti.
Una delle lezioni più importanti acquisite da Hezbollah dalla guerra precedente è stata una rivalutazione di come utilizza il personale e le armi. La resistenza sembra aver concluso che un modello basato sull’accumulo di forze, mantenendo una presenza estesa sul campo di battaglia e concentrando potenza di fuoco contro Israele non solo è inefficace, ma può anche essere disastrosamente costoso in termini di vite.
Di conseguenza, il movimento ora dà priorità alla qualità – forze limitate ma specializzate equipaggiate con armi precise ed efficaci – rispetto alla quantità. In questa logica, idad, ovvero la preparazione, conta più del tadad, cioè i numeri.
Qualità, abilità, resistenza ed efficacia operativa hanno avuto il sopravvento rispetto alla pura forza numerica e all’inondazione del campo di battaglia di unità.
È proprio per questo che il peso principale della guerra attuale ricade sulle unità di droni, sulle forze missilistiche, sulle unità anti-carri armati e sulle emergenti unità di droni guidati via fibra ottica (FPV).
A differenza del periodo precedente, Hezbollah non favorisce più il dispiegamento su larga scala di uomini nelle zone di combattimento. Preferisce mantenere la maggior parte delle sue forze – in particolare fanteria e unità non specializzate – in riserva, sia per limitare le proprie perdite sia per colpire più efficacemente in profondità nel territorio nemico.
Una guerra di logoramento
Il cambiamento più radicale, però, potrebbe riguardare la dottrina del combattimento.
Nella guerra del 2024, il principio centrale era difendere il territorio e bloccare qualsiasi avanzata nemica a qualsiasi costo, anche con pesanti perdite. Oggi, i segnali suggeriscono che Hezbollah si sia spostato verso una logica diversa, imponendo costi continui al nemico con ogni mezzo possibile.
Questo approccio, incentrato sull’attrito graduale e sull’aumento delle perdite nemiche, riflette una ridefinizione della vittoria e della sconfitta sul campo di battaglia. Impedire al nemico di consolidare la propria posizione ora conta più che impedire l’occupazione temporanea del territorio.
Dal punto di vista attuale di Hezbollah, quindi, perdere parte del territorio potrebbe non significare necessariamente sconfitta e umiliazione. Ciò che conta ancora di più è che il nemico non riesce a consolidare la propria presenza e rimane esposto a un logoramento continuo.
Secondo questa logica, anche la caduta completa dell’area a sud del fiume Litani non equivalerebbe necessariamente a una sconfitta strategica definitiva.
Un tale esito sarebbe senza dubbio doloroso e costoso per Hezbollah, sia psicologicamente che politicamente. Ma, proprio come negli anni ’80 e ’90, potrebbe allo stesso tempo aumentare la legittimità sociale della resistenza anti-occupazione, ridurre la pressione interna sul movimento e creare le condizioni per una lunga e costosa guerra di logoramento contro Israele, costruita attorno a un modello FPV-drone.
In una dottrina del genere, i droni FPV avrebbero avuto il ruolo che un tempo avevano le operazioni di martirio degli anni ’80 e ’90.
Accanto a questi cambiamenti strutturali, la guerra ha portato una ripresa marcata e tangibile nel morale sia delle forze sul campo sia nella base sociale della resistenza.
Tra la guerra dei 66 giorni e il conflitto attuale, i combattenti di Hezbollah e la sua base di supporto in Libano affrontarono una serie di pressioni psicologiche e reputazionali: un senso di fallimento nella Guerra di Supporto, le pesanti perdite della guerra di 66 giorni, l’uccisione di centinaia di membri di Hezbollah durante i 15 mesi di cessate il fuoco e la rabbia e la disillusione seguite all’assassinio della guida suprema iraniana, Ayatollah Ali Khamenei.
Eppure questi stessi fattori sembrano essere diventati fonti di motivazione per la base e i quadri di Hezbollah, e una fonte di pressione dal basso sul comando affinché rientrasse in guerra con Israele.
Parallelamente, i risultati visibili della ricostruzione dell’organizzazione militare sul campo di battaglia – non ultimo attraverso le riprese con droni FPV pubblicate da Hezbollah – hanno contribuito a ristabilire la fiducia in sé stessi e a sollevare il morale e la resilienza sia della sua base sociale che della sua struttura.
Nonostante tutti questi progressi, la principale minaccia che Hezbollah affronta oggi non è necessariamente il campo di battaglia in sé, ma piuttosto la fragile situazione interna del Libano.
La crisi dei rifugiati e le sue conseguenze economiche e sociali, insieme agli sforzi di alcuni attori interni – incluso l’attuale governo libanese – di infiammare le tensioni politiche e settarie, potrebbero minare le prestazioni di Hezbollah sul campo di battaglia e la sua capacità di sostenere una guerra di logoramento di successo.
Quindi, sebbene i segni dell’adattamento e della ricostruzione di Hezbollah sul campo di battaglia siano chiari, la durabilità di questa situazione dipenderà in ultima analisi dalle dinamiche dell’ambiente interno del Libano – un ambiente che potrebbe, alla fine, rivelarsi più decisivo del fronte di guerra stesso.
06/06/2026
Libano - Il Governo di Beirut verso il collaborazionismo esplicito con Israele
Dopo l’ultimo incontro tenuto a Washington, però, le parti hanno scoperto maggiormente le carte ed è emerso un impegno più diretto da parte di Beirut nel legittimare l’occupazione sionista del sud e garantire che si estenda.
Dietro il linguaggio fumoso sulla creazione delle “zone pilota ad esclusivo controllo dell’esercito libanese”, sul “ritiro di Hezbollah a nord del Fiume Litani” ed altre formulazioni apparentemente simili agli accordi precedenti mai rispettati da Israele, si cela la sostanza che stavolta non c’è nessun obbligo, nemmeno formale, di cessazione dell’occupazione sionista del sud.
La necessità di rispettare l’integrità territoriale del paese è divenuta estremamente marginale nella fraseologia del Presidente Aoun e del capo del Governo di Beirut, che citano gli abitanti del sud solo in chiave fintamente umanitaria. L’esecutivo, per altro, contiene ancora rappresentanti sciiti facenti capo ad Hezbollah e Amal.
Con questa mossa, i genocidari di Tel Aviv cercano di evitare lo scambio fra apertura dello Stretto di Hormutz e cessazione delle ostilità sugli altri fronti mediorientali, in discussione nelle bozze di accordo fra Iran e USA. Tale scambio, infatti, costituirebbe un colpo mortale per i loro progetti espansionisti: essendo l’Iran dimostratosi capace di occupare facilmente ed in maniera prolungata lo stretto, infatti, si creerebbe un precedente destinato a ripetersi nei futuri tentativi di proseguire i genocidi.
La finta mediazione statunitense – risultato della famosa sfuriata di Trump nei confronti di Netanyahu e dei suoi fantomatici contatti diretti con Hezbollah – consiste nell’includere negli accordi Dahieh, unione di comuni dell’area metropolitana di Beirut – dall’altissima densità di popolazione – abitata da sciiti e dai Palestinesi di Sabra, Shatila e Burj el-Brajneh, ovvero la base di Hezbollah. Lasciando, però, come detto, mano totalmente libera all’occupante sull’altra area sciita, ovvero il sud.
Ovviamente, se Washington finge di ritenere lo scudo nei confronti di Dahieh come incondizionato, Israele puntualmente ribatte che esso è subordinato alla cessazione assoluta degli attacchi di Hezbollah sugli insediamenti del nord di Israele; quindi, ritiene di avere, nei fatti, mano libera su tutto il territorio libanese.
Da parte sua, ovviamente, Hezbollah, per bocca del vicecapo del Consiglio Politico Mahmoud Qamati, ha affermato che non intende accettare “nessuna nuova equazione” che imponga la cessazione dei propri attacchi in cambio della preservazione della sola Dahieh. “L’equazione della Resistenza rimane Beirut e Dahieh per Haifa e Tel Aviv”, ha affermato, alludendo al fatto che se riprenderanno i bombardamenti nell’area della capitale, anche l’Iran li riprenderà sulle città israeliane.
Il tempo stringe anche per Netanyahu: in vista delle elezioni ha necessità di riportare una vittoria tangibile per quel che riguarda il dossier libanese, sul quale i partiti di opposizione mostrano una postura ancora più dura e genocidaria, ritenendolo il vero punto debole della compagine governativa. Basta, infatti, una quantità relativamente piccola di droni e razzi di Hezbollah che oltrepassano il confine e cadono o soltanto sorvolano i territori degli insediamenti del nord, per scatenare proteste dure contro il governo o addirittura sfollamenti.
Di contro, il popolo resistente del sud del Libano è relativamente abituato – fra indicibili sofferenze – a fare periodicamente avanti e indietro dalle proprie case e continua ad essere granitico nel sostenere Hezbollah, nonostante tutto.
Si applicano, così, i dettami della guerra asimmetrica, che Tel Aviv non è in grado di vincere poiché non bastano dieci kilometri in più o in meno di territorio libanese occupato per mettere al riparo gli insediamenti del nord, vista la gittata dei colpi che ormai Hezbollah è in grado di opporre. Tali colpi, ovviamente, rendono la colonizzazione dei territori conquistati molto problematica, se non completamente fuori discussione, anche per i coloni più fuori di testa.
Intanto, il Premier Libanese Nawaf Salam e il Presidente Joseph Aoun continuano ad accusare tutti i giorni l’Iran di “utilizzare il Libano come merce di scambio nei negoziati con gli USA”. È possibile che non sappiano che se davvero l’Iran riaprisse lo Stretto di Hormutz senza tenere conto del fronte libanese, tutto il paese sarebbe alla mercé degli attacchi sionisti?
È evidente che si tratta di un atteggiamento mal celatamente collaborazionista con gli occupanti, che, accettando il sedimentarsi dell’occupazione del Libano meridionale in cambio della preservazione di Beirut, ha l’obiettivo di spaccare il fronte della Resistenza e liquidare definitivamente il problema del sud e dei suoi abitanti, visti come un ostacolo sulla strada della normalizzazione definitiva di rapporti con Israele.
Se questo atteggiamento continuerà, solo la prudenza e le tattiche di Hezbollah potranno evitare una guerra civile, poiché è impossibile pensare di eliminare così la questione del popolo del sud e della sua forte identità politica antisionista.
Fonte
05/06/2026
Per Washington è l’ora di scegliere
Trump straparla come sempre, affermando ad una certa ora che potrebbe dar ordine di riprendere gli attacchi e l’ora dopo che si potrebbe arrivare alla firma entro una settimana; anzi, che in quel caso incontrerebbe la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ripresosi dalle ferite subite il primo giorno di bombardamenti israelo-americani.
Il Consiglio di sicurezza di Tel Aviv “consiglia” invece di proseguire l’invasione del Libano anche a dispetto dell’ennesimo “cessate il fuoco” appena siglato e accarezza l’idea di dare un altro colpo a Teheran, facendo saltare la trattativa ufficialmente in corso. Nel corso della riunione, Netanyahu ha affermato che non metterà ai voti l’ultima versione dell’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Usa finché Hezbollah non ne avrà accettato i termini: «al momento non c’è alcun accordo».
Merita la sottolineatura il rifiuto di Hezbollah di accettare una “tregua” che di fatto significa il congelamento del fronte e l’occupazione sionista di una vasta zona del Libano meridionale, in cui l’Idf continua a distruggere tutte le case per rendere impossibile il ritorno di oltre un milione di profughi (un abitante su cinque dell’intero Paese).
Se si dovesse dar retta alla propaganda israeliana (unica fonte accettata dai media occidentali) questo rifiuto sembrerebbe un suicidio. In realtà lo stesso Ehud Barak – ex premier nonché ex capo del nucleo delle “teste di cuoio” che nel ‘72 assaltò l’areo Sabena all’aeroporto di Lod, guidando tra gli altri il giovane Netanyahu, ora suo avversario – ammette che “Nonostante i successi militari di Israele, tra cui l’assassinio di Sayyed Hassan Nasrallah e il raggiungimento di obiettivi tra i comandanti e le infrastrutture missilistiche del movimento, Hezbollah continua a esistere e a mantenere la propria capacità operativa, ed è in grado di nuocere all’esercito israeliano e agli abitanti del nord di Israele”.
Merito anche del cambiamento tattico avvenuto nella guerra con i droni a fibra ottica – non deviabili con contromisure elettroniche – che hanno alzato notevolmente il prezzo dell’avanzata israeliana.
La critica di Barak è del resto generalizzata, nel fetido panorama politico di Tel Aviv, dove si gioca a chi è il genocida più spietato ed “efficiente” in vista delle ormai prossime elezioni politiche (ad ottobre). Il criminale di guerra e ricercato internazionale “Bibi”, infatti, è accusato di non aver mantenuto la promessa di distruggere Hamas, ottenere un “cambio di regime” in Iran, e infine anche di non aver distrutto Hezbollah.
Come si vede, spazio politico-elettorale per gestire un processo di pace, lì non c’è.
Anche il rapporto con Trump – pressato, come vedremo, da esigenze di segno opposto – è in un momento critico, dopo l’ormai celebre telefonata piena di insulti. Il timore a Tel Aviv è che “la tregua” sia un anticipo di ulteriori limiti posti all’aggressività di Israele da parte statunitense, ma è altrettanto chiaro che non è possibile approfondire lo scontro con Washington a quattro mesi dalle elezioni e soprattutto in vista di un Medio Oriente che uscirà molto cambiato dalla conclusione della guerra. E non a favore dei sionisti...
Trump, da parte sua, ha problemi ovviamente più ampi – la sua stupidità nel muovere guerra all’Iran pensando che sarebbe stata una “guerra lampo” ha messo nei guai l’economia mondiale – che vanno persino al di là delle elezioni di midterm, in cui verrà rinnovato metà del Congresso e potrebbe consegnargli un futuro da “anatra zoppa” (un presidente senza più maggioranza parlamentare, quindi limitato).
Le grandi compagnie petrolifere Usa stanno facendo pressione ormai da settimane segnalando che stanno facendo sempre più affidamento sugli stoccaggi nazionali per sostituire i prodotti che non arrivavano più dal Medio Oriente. In pratica, stanno esaurendo le scorte.
“Siamo già a livelli pericolosamente bassi”, ha detto un anonimo dirigente del settore sentito da POLITICO. “Abbiamo condiviso queste preoccupazioni ai massimi livelli del governo su ciò che ci aspetta tra metà e fine giugno... Spero che [alla Casa Bianca, ndr] stiano prestando attenzione alle scorte in questo momento. Stiamo toccando il fondo del serbatoio”.
In altri termini: bisogna riaprire Hormuz, ma con modalità che garantiscano la normale fluidità del commercio. Ossia senza azioni militari e concedendo all’Iran quel tanto di “sovranità” formale che di fatto già esercita. Poi si vedrà...
La prospettiva alternativa è da incubo per un presidente Usa: prezzi dei carburanti che si impennano ulteriormente, superando di molto quella soglia – ormai vicina – dei “5,02” dollari al gallone che segnò la fine di Biden e Kamala Harris.
Neil Chapman, vicepresidente di Exxon, ha detto a una conferenza per investitori che il Brent “datato” (a consegna stabilita) – il benchmark per i prezzi del petrolio greggio fisico – potrebbe presto raggiungere i 150 o 160 dollari al barile, se si resta fermi a Hormuz.
E anche se lo stretto fosse riaperto subito, dice un altro petroliere “anonimo”, “Non pensate che uno Stretto aperto significhi che la vostra bolletta della benzina per il 4 luglio non sarà più alta di quanto non sia oggi. Lo sarà”. Una minaccia vera, per l’automobilista Usa, ossia il termometro del consenso di massa...
Secondo i risultati di un sondaggio congiunto di The Economist e YouGov il 68% degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero raggiungere un accordo con l’Iran il prima possibile e porre fine alla guerra. Al contrario, solo l’11% non è d’accordo con questa opinione e il 21% non ha espresso un parere in merito. Anche una parte degli elettori repubblicani è scettica sulla prosecuzione del conflitto e appoggia la scelta di perseguire una soluzione diplomatica.
Anche altri paesi importatori si trovano in condizioni simili, perché il livello dei consumi globali (circa 100 milioni di barili di greggio al giorno, senza neanche calcolare che pure il gas sta subendo processi simili) non può permettersi di fare a meno del 20% della produzione. Per qualche settimana si è “rimediato” dando fondo alle scorte, ma ora basta.
Ne deriva che l’amministrazione Trump deve arrivare ad un’intesa con Teheran, visto che qualsiasi opzione militare – fosse anche la minacciata atomica di fine marzo – renderebbe la situazione più esplosiva, non meno.
È l’esatto contrario dei “bisogni” di Israele e di Netanyahu in particolare, peraltro con un governo fatto di idioti sanguinari e millenaristi come Smotrich e BenGvir, che dei problemi globali se ne fottono allegramente, confidando ciecamente sul fatto che l’Aipac garantirà aiuti economico-militari dagli Usa per l’eternità.
Non è una situazione facile per nessuno dei protagonisti, certo, ma il ticchettio dell’orologio si è fatto più frenetico soprattutto per Washington. Deve scegliere, sapendo che comunque sarà una scelta quanto meno insoddisfacente...
Fonte
04/06/2026
L’invasione del Libano non è “un pasto gratis” per Israele
L’invasione del Libano comincia a presentare un alto costo per Israele. L’esercito israeliano ha infatti confermato che altri due soldati sono stati uccisi in combattimento nel sud del Libano, aggiungendosi ad un bilancio in aumento. Altri quattro erano stati uccisi domenica.
Le morti arrivano mentre Washington ha avanzato alcune proposte per fermare gli attacchi israeliani su Beirut e ridurre il volume di fuoco di Hezbollah contro Israele. L’agenzia Reuters riporta che i combattimenti nel sud del Libano sono continuati anche mentre si discutevano le ipotesi di de-escalation parziale.
La Difesa Civile libanese ha dichiarato che sei persone sono state uccise in due attacchi con droni israeliani nell’area di Al-Hawsh nel distretto di Tiro, mentre il Ministero della Salute libanese ha riferito che cinque persone sono morte e 48 ferite, tra cui un medico e operatori sanitari presso l’ospedale Tebnine, dopo quasi 24 ore di attacchi israeliani nell’area di Bint Jbeil. Ulteriori attacchi e bombardamenti sono stati segnalati anche a Siddqin, Arzoun, Blat, Dibbine e Deir Qanoun-Ras al-Ain, mentre le operazioni militari israeliane continuano nel sud del Libano.
Hezbollah ha dichiarato di aver compiuto 13 attacchi contro le forze israeliane nel sud del Libano, prendendo di mira concentrazioni di truppe, veicoli militari e postazioni di comando con razzi, artiglieria, missili guidati e droni d’attacco. Alcuni dei combattimenti più intensi si sono svolti a Haddatha e nell’area di al-Balou’, dove Hezbollah ha affermato di aver colpito diversi carri armati Merkava e di aver fatto esplodere un ordigno esplosivo contro un veicolo militare, costringendo le truppe israeliane a fermare l’avanzata e a ritirarsi sotto copertura aerea israeliana.
Hezbollah ha inoltre segnalato attacchi contro posizioni israeliane vicino al Castello di Beaufort e a Biyyada, affermando che salve di razzi e missili guidati hanno preso di mira i quartieri generali del comando e le unità corazzate.
Questo divario tra diplomazia e realtà sul campo è diventato uno degli elementi chiave della crisi attuale. Pubblicamente, i leader parlano di moderazione e calma graduale. Sul terreno invece continuano i combattimenti.
Reuters ha riferito che Israele ha già subito vittime militari e civili nel nuovo scontro, e ogni nuova morte aumenta i dubbi su quanto la campagna stia producendo veri vantaggi strategici.
La stessa agenzia riferisce che la proposta americana di tregua puntava prima di tutto a fermare gli attacchi contro Beirut e i suoi sobborghi meridionali in cambio della fine degli attacchi di Hezbollah contro Israele.
In un intervento durante una riunione governativa, Netanyahu ha affermato che le misure di fortificazione che si estendono fino a 7 km dal confine libanese sono “un’aggiunta alla sicurezza” israeliana.
Il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Tommy Pigott, ha dichiarato che le delegazioni israeliane e libanese hanno concluso un altro ciclo di negoziati diretti a Washington DC, focalizzati sul raggiungimento di un accordo politico e di sicurezza globale, aggiungendo che un altro ciclo di colloqui è previsto per oggi, mercoledì.
Fonte
27/05/2026
Libano - La tregua non esiste, Israele bombarda e manda truppe oltre la linea gialla
I negoziati tra Israele e governo libanese a Washington non stanno servendo a nulla. Tel Aviv prosegue sulla sua agenda aggressiva indipendentemente sia dalla “trattativa” in corso sul Libano sia dai negoziati sulla guerra in Iran. In questo secondo caso la cosa potrebbe provocare seri problemi. L’Iran infatti intende tenere il Libano dentro il dossier del negoziato complessivo con gli USA.
Sul campo proseguono infatti i bombardamenti israeliani e i diktat di sfollamento per interi villaggi. L’Agenzia Nazionale di Stampa libanese riporta che un attacco israeliano ha colpito questa mattina il villaggio di Deir Aames, nel sud del Libano, a Tiro, uccidendo due persone e ferendone un'altra. Questo ultimo attacco avviene mentre inizia la celebrazione dell’Eid al-Adha, una festa importante nell’Islam.
Gli attacchi israeliani sul territorio libanese già ieri sera avevano causato almeno 30 morti mentre Israele ha ampliato le sue operazioni di terra oltre la cosiddetta “Linea Gialla”.
L’esercito israeliano ha infatti iniziato ad avanzare oltre la cosiddetta “linea di difesa avanzata” nel sud del Libano, segnando un’escalation significativa che coincide con il continuo fallimento di Tel Aviv nel prevenire i mortali attacchi con droni di Hezbollah.
Israele ha “esteso le operazioni di terra oltre la zona di sicurezza designata in alcune aree del sud del Libano negli ultimi giorni”, hanno dichiarato fonti militari al Times of Israel. “I soldati hanno effettuato incursioni mirate basate su informazioni d'intelligence sia oltre la linea di difesa avanzata sia a nord del fiume Litani, concentrandosi sulle aree in cui Hezbollah mantiene infrastrutture e basi operative”, aggiunge il rapporto.
Anche il Canale 12 israeliano ha confermato che l’esercito israeliano ha lanciato un assalto terrestre nel sud del Libano oltre la linea.
Haaretz ha analogamente affermato che l’esercito ha “esteso” la sua invasione. Nuovi ordini di sfollamento forzato sono stati emessi contro un ospedale, una moschea e un edificio delle Nazioni Unite. Secondo il giornale israeliano, l’espansione delle operazioni di terra israeliane nel sud del Libano mira a contrastare il lancio di droni FPV in fibra ottica da parte della resistenza libanese, che hanno inflitto pesanti perdite alle truppe israeliane negli ultimi giorni.
L’espansione terrestre israeliana arriva dopo che l’esercito israeliano non è riuscito a impedire a Hezbollah di colpire le sue forze con droni FPV e soprattutto perchè l’avanzata sul terreno procede a rilento a causa della resistenza incontrata.
Le reti e altre misure di protezione non sono riuscite a fermare gli attacchi con droni che uccidono soldati e comandanti, distruggono veicoli militari e mettono fuori uso radar e apparecchiature di difesa. I droni FPV in fibra ottica di Hezbollah stanno infliggendo pesanti perdite alle truppe israeliane che occupano il Libano, così come a quelle stanziate nelle basi lungo il confine e all’interno degli insediamenti settentrionali. L’esercito israeliano ha ammesso di aver perso 22 soldati dall’inizio di marzo.
Hezbollah dal canto suo ha rivendicato numerosi attacchi contro le truppe israeliane nel sud del Libano. Nel frattempo, i media israeliani hanno riportato che oltre 15 droni esplosivi lanciati dal gruppo libanese sono esplosi sul territorio di Israele.
Israele bombarda e uccide anche a Gaza
Il bilancio delle vittime causate da un attacco notturno a un edificio residenziale nel quartiere al-Rimal, a ovest di Gaza, è salito a sei, secondo Al Jazeera. Israele afferma che l’attacco ha preso di mira il nuovo comandante militare di Hamas, Mohammed Odeh, che ha succeduto a Izz al-Din al-Haddad a metà maggio.
I palestinesi nella Striscia di Gaza si preparano per la festa musulmana dell’Eid al-Adha, nonostante i persistenti bombardamenti e attacchi israeliani. Rapporti locali che citano fonti mediche indicano la morte di più di una dozzina di persone nelle ultime 24 ore, mentre l’esercito israeliano lancia attacchi diffusi in tutta l’enclave assediata.
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14/04/2026
Libano - Israele in difficoltà sul terreno. Martedi primi colloqui a Washington
La CNN citando fonti statunitensi e israeliane ha riferito che poco prima dell’annuncio dei colloqui sul Libano di martedì prossimo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe avuto una telefonata piuttosto “tesa” con Netanyahu ed in cui “il Libano è stato un tema centrale”.
Netanyahu avrebbe fatto pressioni su Trump per lasciare il Libano fuori dall’accordo di cessate il fuoco con Teheran. Secondo indiscrezioni il dossier libanese sarebbe stato separato da quello sull’Iran (che ha visto impegnato Vance oltre ai soliti due Witkoff e Kushner) e sarebbe stato affidato alla competenza del segretario di stato americano Marco Rubio, che ha coordinato una prima riunione telefonica tra delegazioni per organizzare il primo round di negoziati che si dovrebbe tenere martedì a Washington, presso la sede del Dipartimento di Stato USA.
Sul campo però niente fa ritenere che ci sia almeno un cessate il fuoco. Almeno undici persone sono state uccise in una serie di nuovi raid israeliani nel sud del Libano: cinque nella località di Qana e altre sei a Maaroub, dove sarebbe stata colpita un’intera famiglia, secondo quanto riferito dall’agenzia libanese Nna. La stessa fonte aggiunge che ci sono stati attacchi anche in altre zone del Libano meridionale e che, oltre ai morti, si contano pure diversi feriti
Il quotidiano libanese L’Orient Le Jour riporta su questo le dichiarazioni dell’ambasciatore e rappresentante permanente dell’Iran presso le Nazioni Unite a Ginevra Ali Bahreini, secondo il quale Israele deve rispettare il cessate il fuoco in Libano e che qualsiasi ulteriore attacco complicherebbe la situazione e avrebbe delle conseguenze.
Intanto nel sud del Libano le forze armate israeliane stanno cercando di prendere il controllo della città-simbolo di Bint Jbeil, ma si scontrano con una intensa e imprevista resistenza da parte dei combattenti di Hezbollah. Bint Jbeil non è una città qualsiasi. Nell’invasione israeliana del 2006 fu uno dei simboli della resistenza libanese contro Israele e oggi è di nuovo al centro dei combattimenti.
È lo stesso Times of Israel a ricordare che durante la Seconda guerra del Libano nel 2006, le IDF combatterono contro i miliziani di Hezbollah nella città ma non riuscirono a conquistarla completamente. In precedenza, nel maggio 2000, dopo il ritiro delle IDF dal sud del Libano a seguito di un’occupazione durata 18 anni, l’allora capo di Hezbollah Hassan Nasrallah tenne a Bint Jbeil un discorso di vittoria dove descrisse Israele come “più debole di una ragnatela”.
Secondo fonti libanesi riferite da The Cradle, l’esercito israeliano sta bombardando pesantemente la città e le aree circostanti con raid aerei, artiglieria e munizioni al fosforo, nel tentativo di avanzare verso i punti strategici urbani. Tuttavia, nonostante l’intensità degli attacchi, le truppe non sarebbero riuscite a penetrare nei principali quartieri per la resistenza messa in campo da Hezbollah.
Secondo quanto riporta Middle East Eye, il gruppo di resistenza libanese ha sorpreso gli osservatori schierando una notevole poteza di fuoco, introducendo armi mai viste fino ad allora e affrontando truppe israeliane lungo il confine dove si presumeva non avesse più alcuna presenza.
“È chiaro che Hezbollah ha ricostruito le sue capacità militari”, ha detto il generale libanese in pensione Elias Farhat al Middle East Eye.
Questa valutazione è confermata da fonti israeliane. In un rapporto trasmesso sulla televisione Canale 12 lo scorso 4 aprile, il capo del Comando Nord, il maggiore generale Rafi Milo, ha dichiarato in una conversazione a porte chiuse registrata con i residenti del Kibbutz Misgav Am che l’esercito israeliano era stato “sorpreso” dalle capacità di riorganizzazione di Hezbollah.
Lungo il fronte meridionale libanese – che si estende per 120 km dalla costa mediterranea fino alle pendici del Golan siriano occupato da Israele – le perdite israeliane in termini di personale militare ed equipaggiamento sono aumentate con guadagni sul terreno relativamente limitati. Undici soldati israeliani sono stati uccisi e più di 300 feriti dall’inizio della guerra.
Dopo più di un mese di operazioni offensive, le forze israeliane continuano a incontrare una feroce resistenza. I progressi di 3-7 km in certi settori non hanno fornito quel vantaggio decisivo necessario per raggiungere l’obiettivo dichiarato di Israele di occupare stabilmente la zona che si estende dal proprio confine fino al fiume Litani.
Lo stato sul campo dell’invasione – condotta da cinque divisioni e diversi reggimenti d’élite – vede Israele dopo più di un mese di combattimenti controllare solo 208,5 km², circa il 2% del territorio libanese. Alcune di queste aree inoltre restano contese, con le forze israeliane che faticano a stabilire il pieno controllo.
Si aggravano intanto i rapporti sul campo tra le forze armate israeliane e i Caschi Blu del contingente UNIFIL dell’ONU. Nella giornata di ieri, in due distinti episodi nell’area di Bayada, i carri armati israeliani hanno speronato i mezzi dell’Unifil, rispettivamente un veicolo Lince e un mezzo di trasporto, entrambi con personale militare italiano a bordo, fortunatamente non si registrano feriti.
Secondo quanto riferito dalla missione Unifil, gli ultimi due episodi “sono in contrasto con gli obblighi di Israele ai sensi della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza e con il requisito di garantire in ogni momento la sicurezza e l’incolumità dei peacekeeper, nonché la loro libertà di movimento”.
Fonte
12/04/2026
Libano: massacri, negoziati e un nuovo ordine
In un precedente articolo, abbiamo esaminato i sette messaggi che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di comunicare attraverso gli omicidi di massa in Libano. Questi messaggi miravano a rimodellare le dinamiche regionali, a imporre la deterrenza e a forzare nuove realtà politiche sul terreno.
Quei massacri hanno già provocato centinaia di libanesi uccisi e più di mille feriti [circa 2.000, ad oggi, ndr], insieme a un’enorme distruzione delle infrastrutture civili, secondo i dati della protezione civile libanese. La scala e l’intensità della violenza, tuttavia, non sono state casuali. Erano pensate per creare urgenza, paura e, infine, sottomissione.
All’epoca, abbiamo sostenuto che le azioni di Israele facevano parte di un tentativo più ampio di imporre un nuovo ordine regionale attraverso il sangue. Da allora, nuovi sviluppi hanno confermato che questa escalation militare è stata coordinata con mosse politiche parallele – in particolare, uno sforzo per separare il percorso negoziale Iran-Stati Uniti in Pakistan dalla guerra contro il Libano.
Questa separazione non è un dettaglio tecnico. È il cuore dell’attuale lotta geopolitica.
Mentre le bombe israeliane continuano a cadere su tutto il Libano, Netanyahu ha annunciato di aver incaricato il suo governo di avviare negoziati diretti con il Libano “il prima possibile”, sottolineando che questi colloqui si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di “relazioni pacifiche”. Questo cambiamento non è avvenuto nel vuoto. Ha fatto seguito a una delle ondate più letali di attacchi israeliani contro il Libano degli ultimi anni, ed è arrivato in un momento in cui l’Iran aveva esplicitamente legato la sua partecipazione ai colloqui di Islamabad a un cessate il fuoco in Libano.
In altre parole, Israele ha intensificato l’azione militare mentre contemporaneamente apriva un canale politico progettato per aggirare le condizioni iraniane.
Ciò che rende questa strategia particolarmente significativa, tuttavia, non è solo il ruolo di Israele, ma la risposta di Beirut.
Dall’inizio della guerra israeliana contro il Libano, il governo del Primo Ministro Nawaf Salam ha intrapreso azioni che si allineano strettamente con gli obiettivi statunitensi e israeliani. Piuttosto che inquadrare il conflitto principalmente come un’aggressione israeliana, i funzionari libanesi chiave hanno sottolineato la necessità di tenere sotto controllo la resistenza, sollevando ripetutamente la questione delle armi di Hezbollah e la necessità di porre tutti gli armamenti sotto il controllo dello Stato.
Questa posizione non è neutrale. Riflette una scelta politica. Ancora più importante, crea il quadro stesso che Israele cerca di imporre: uno in cui il problema centrale non è più l’occupazione, l’aggressione o i massacri di civili, ma piuttosto la resistenza stessa.
La disponibilità del governo libanese a impegnarsi in negoziati diretti con Israele – cosa storicamente evitata al di fuori dello stretto quadro di contatti indiretti o mediati – segna un pericoloso precedente. Anche se inquadrato come condizionale o tattico, tale impegno costituisce un implicito riconoscimento politico di Israele in un momento in cui i civili libanesi sono ancora sepolti sotto le macerie dei raid israeliani.
Questa contraddizione non è persa sugli attori interni.
Secondo Al Mayadeen, figure legate a Hezbollah hanno criticato aspramente la direzione del governo, con alcuni che la descrivono come un tradimento di altissimo livello. La critica riflette la paura più profonda che il Libano venga trascinato in un percorso politico che finirà per delegittimare la resistenza e rimodellare gli equilibri di potere interni del paese.
Questa preoccupazione è rafforzata dalla stessa sequenza di eventi. Il Libano non ha ancora ricevuto una data formale dagli Stati Uniti per iniziare i negoziati, secondo il corrispondente di Al Mayadeen a Beirut. I funzionari libanesi hanno insistito sul fatto che un cessate il fuoco debba precedere qualsiasi colloquio, ma Israele ha chiarito che il suo obiettivo è esattamente l’opposto: usare i negoziati come strumento per imporre nuove realtà, incluso il disarmo di Hezbollah.
Nello stesso momento, l’Iran ha chiarito inequivocabilmente la sua posizione. La sua delegazione ha condizionato la partecipazione ai colloqui di Islamabad al collegamento di qualsiasi cessate il fuoco con un’interruzione totale delle operazioni israeliane in Libano. I funzionari iraniani sono andati oltre, sottolineando che nessun accordo a lungo termine è possibile senza porre completamente fine all’aggressione israeliana.
Questo crea uno scontro diretto di visioni politiche. Da un lato, l’Iran sta tentando di integrare il Libano in una soluzione regionale più ampia che preservi il ruolo della resistenza come attore centrale. Dall’altro lato, gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati regionali stanno lavorando per frammentare quel quadro – isolando il Libano, emarginando Hezbollah e riaffermando un ordine guidato dagli Stati Uniti.
In questo contesto, il comportamento del governo libanese non può essere compreso come indipendente.
L’establishment politico di Beirut ha a lungo operato all’interno di un sistema plasmato da pressioni esterne, in particolare da Washington e dai suoi alleati regionali. Il momento attuale non fa eccezione. La spinta verso i negoziati, l’enfasi sul disarmo e la cornice politica del conflitto riflettono tutti un più ampio allineamento con il campo filo-americano.
Questo campo si trova ad affrontare un dilemma strategico. La sua incapacità di imporre un risultato decisivo all’Iran – sia militarmente che economicamente – ha già spostato l’equilibrio del potere. La crisi dello Stretto di Hormuz, la resilienza dello Stato iraniano e il fallimento nel neutralizzare Hezbollah hanno tutti esposto i limiti dell’influenza statunitense.
Permettere che il Libano sia incluso in un quadro negoziale guidato dall’Iran approfondirebbe questo spostamento. Emarginerebbe effettivamente gli attori filo-occidentali a Beirut e aprirebbe la porta a un nuovo assetto regionale in cui l’Iran detiene una leva significativa. Per Washington, Tel Aviv e i loro alleati, questo è un risultato inaccettabile.
Da qui la strategia attuale: bombardare il Libano, poi precipitarsi in negoziati con lo stesso governo libanese.
Questo duplice approccio non è contraddittorio. È deliberato. I massacri creano pressione. I negoziati creano un percorso politico alternativo – uno che esclude l’Iran e ridefinisce il conflitto attorno al disarmo e alla normalizzazione.
Fondamentalmente, sia Israele che segmenti dell’establishment politico libanese condividono un obiettivo comune: l’indebolimento e, infine, la sconfitta di Hezbollah. I colloqui diretti sono solo il primo passo.
Nello scenario ideale immaginato dagli Stati Uniti e da Israele, questo processo si evolverebbe in un consenso internazionale – possibilmente attraverso le Nazioni Unite – che delegittima formalmente Hezbollah e, per estensione, tutte le forme di resistenza armata. Un tale cambiamento non solo rimodellerebbe il Libano internamente, ma colpirebbe anche il cuore dell’asse di resistenza più ampio.
Ma tali scenari raramente si svolgono come pianificato.
L’ostacolo principale rimane l’insistenza dell’Iran nel collegare il Libano a qualsiasi accordo più ampio. Finché questo collegamento rimarrà, i tentativi di isolare il Libano incontreranno una significativa resistenza – non solo da Teheran, ma da attori all’interno dello stesso Libano.
L’esito di questa lotta non sarà confinato al Libano.
Determinerà se la regione si muoverà verso un ordine frammentato dominato da stati sostenuti dagli Stati Uniti, o verso un nuovo equilibrio in cui i movimenti di resistenza e i loro alleati manterranno un ruolo decisivo.
Fonte
10/04/2026
Col trucco del Libano, “trattativa” in alto mare
Neanche il tempo di siglare un pre-accordo – cessate il fuoco di quindici giorni, base di discussione i «10 punti» proposti dall’Iran, guerra in Libano compresa – e tutto è tornato in alto mare.
Sul piano militare, come si è visto in modo inoppugnabile poche ore dopo, Israele ha investito il Libano con tutta la sua forza, utilizzando anche mezzi e uomini fin lì impegnati insieme agli statunitensi contro l’Iran.
Sul piano diplomatico – si fa per dire – gli Stati Uniti hanno avallato il falso («il Libano non è compreso nell’accordo», facendo protestare ovviamente i vertici del Pakistan, con in testa il generale Syed Asim Munir, protagonisti della mediazione) e fatto finta di chiedere a Netanhyahu prima di «moderare gli attacchi» e poi di «trattare con il presidente Aoun».
Detto fatto. Senza neanche far scattare un minimo cessate il fuoco, «le parti» sono convocate a Washington la prossima settimana per arrivare al milionesimo «trattato di pace» siglato puntando la pistola alla testa di un paese di fatto senza esercito e difeso soltanto dalle milizie sciite, ossia Hezbollah.
Chiarissimo il progetto, tutto israeliano. Prendere il Libano sotto controllo, sterminare gli sciiti (naturalmente al fianco dell’Iran per molte ragioni, non solo religiose), e impossessarsi anche di quel Paese formalmente guidato da un governo fantoccio. Poi arriveranno «i ragazzi» degli Smotrich e dei Ben Gvir per realizzare, campo dopo campo, paese dopo paese, la stessa pulizia etnica che stanno per completare in Cisgiordania.
Tutto ciò, come detto, in barba all’«accordo» mediato con Islamabad. Il vicepresidente statunitense, J.D. Vance, è ufficialmente in Pakistan, ma non è affatto certo che incontrerà i rappresentanti di Teheran. La delegazione iraniana, infatti, non sarebbe neanche partita.
Ancora ieri sera Ahmad Naderi, membro della presidenza del parlamento iraniano, ha confermato ad Al-Mayadeen che l’Iran “non si impegnerà in negoziati a meno che non siano in vigore un accordo con il Libano e un cessate il fuoco”, affermando chiaramente che “non ci saranno negoziati se gli Stati Uniti e l’entità sionista continueranno a violare i termini dell’accordo”.
Il messaggio è stato esplicito e ripetuto da chiunque abbia preso parola: «non abbandoneremo Hezbollah né alcuno dei nostri alleati».
Il comportamento da truffatori e criminali dell’accoppiata Usa-Israele prosegue insomma anche a dispetto dell’intervento discreto ma diretto, nel conflitto, di Russia e Cina. Quest’ultima, in particolare, avrebbe fatto pressione sul Pakistan perché assumesse il ruolo di intermediario e sull’Iran perché verificasse la possibilità di una trattativa per metter fine ad una guerra che sta inchiodando l’economia mondiale (tra le altre cose, sta per fermarsi l’aeronautica civile, per carenza di cherosene).
Uno schiaffo a Mosca e Pechino, insomma, che potrà rimanere senza conseguenze, anche se non si manifesteranno certamente in un atteggiamento «simil-Trump». Ci sono mille altri modi per bastonare una classe dirigente imperialista mai di così basso livello, infarcita di millenaristi senza cervello (Hegseth, «ministro della guerra», ha convocato il nunzio apostolico per fargli una «lavata di capo» dopo le in fondo timide parole di pace spese dal Papa, peraltro statunitense).
Gli osservatori più seri notano, per esempio, «In poco più di un mese di guerra, l’Iran ha preso di mira diverse unità radar statunitensi distribuite nella regione, armi difensive all’avanguardia utilizzate per rilevare e abbattere missili e droni in arrivo. Gli esperti militari ritengono che molte siano state danneggiate, se non distrutte. Un componente fondamentale di questi intercettori è il gallio, un minerale critico utilizzato anche in altri prodotti ad alta tecnologia come i semiconduttori. La Cina detiene un quasi monopolio sulla lavorazione del gallio e ha già dimostrato di essere disposta a limitarne l’accesso».
In pratica, il consumo di «missili difensivi» per limitare i danni dei lanci iraniani contro Israele e le basi Usa nel Golfo è stato enormemente superiore alla capacità industriale di costruirne. Anche per la carenza di terre rase, sia «leggere» che «pesanti» come il terbio e il disprosio, elementi chiave nei sistemi di puntamento dei missili.
Se si tiene conto del fatto che la distruzione di molti sistemi radar statunitensi nell’area ha ridotto la capacità di individuazione esatta dei missili in arrivo e quindi ad utilizzare un numero maggiore di missili anti-missile, arrivando talvolta a impiegare 10 o 11 intercettori per abbattere un solo vettore iranano, si vede che la «tregua» è stata in qualche modo obbligata per non subire colpi che avrebbero reso il costo umano-psicologico-politico troppo alto persino per le due leadership criminali.
E dunque non avrebbe alcun senso rischiare di far saltare subito la trattativa per avallare le fantasie genocide sul Libano del «socio di minoranza», Israele.
Ma questo sta avvenendo.
C’è qualcosa di profondamente irrazionale in questo «giocare all’inganno», con trucchetti preistorici per gli standard della diplomazia mondiale, che dice invece molto sulla gravità della crisi dell’imperialismo «occidentale». Tutto viene immaginato e impostato in chiave tattica, sul successo a breve, senza grandi preoccupazioni strategiche di lungo termine.
E tutto viene «pensato» immaginando di avere di fronte dei «selvaggi» (o «animali», come amano dire a Tel Aviv e Washington) non in grado di capire come funziona l’impero.
È l’eredità del «pensiero coloniale», del suprematismo «bianco» che commerciava pagando in perline colorate l’oro del «mondo nuovo» e che, quando le trattative andavano male, procedeva sterminando popoli interi.
Un pensiero e un agire fuori dal tempo, che oggi può produrre solo catastrofi. Non si gioca con le atomiche...
In aggiornamento
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