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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/06/2026

Accordo sul Libano ma senza Hezbollah. Destinato a non reggere

Mentre gli USA bombardano un pò l’Iran e la tensione torna nello Stretto di Hormuz, un accordo sul Libano è stato annunciato nella notte dal Segretario di Stato Usa Marco Rubio per cercare di porre fine alla guerra tra Israele e Libano. La pace in Libano è stata oggetto negoziale di una trattativa più ampia, quella tra Usa e Iran mediata dal Pakistan, in cui però Israele persegue interessi autonomi dal suo stesso alleato statunitense.

Questo nuovo accordo prevede, secondo quanto anticipato da alcuni mass media, che il governo libanese imponga a Hezbollah il ritiro dal Sud del Paese e che via via Israele lasci i territori occupati dal 2024 ad oggi man mano che ciò sarà accaduto.

In Libano, in teoria, un cessate il fuoco sarebbe in vigore dal 16 aprile, quando Tel Aviv e Beirut si accordarono per porre fine a un conflitto durato 45 giorni all’ombra dell’attacco israelo-americano all’Iran. Ma Israele da allora ha invaso tutto il sud del Libano oltre che bombardare le città libanesi. Questa asimmetria è continuata dopo il cessate il fuoco siglato a Washington, con Israele che ha continuamente allargato la zona d’occupazione nel Sud del Libano. Dal 2 marzo nel paese non c’è stato un giorno senza combattimenti, e nei bombardamenti israeliani sono morte almeno 4mila persone.

Il governo libanese adesso prova a sacrificare Hezbollah in nome di un tentativo di pacificazione con Israele. Ma Hezbollah non ha partecipato ai negoziati in cui si chiede il suo ritiro dal Sud del Paese e questo potrebbe creare un corto circuito con Israele che giustifica l’occupazione espansionista nel Libano del sud in nome della lotta a Hezbollah, e quest’ultimo in rotta di collisione con le autorità di Beirut. Il che rende difficile l’applicazione di ogni accordo. 

Netanyahu dal canto suo ha ribadito che: “Manterremo (la zona cuscinetto) finché Hezbollah non si disarmerà e finché esisterà una minaccia per lo Stato di Israele”.

Hezbollah si è rifiutato di entrare in discussioni dirette con Israele, ma sembra aver avuto comunicazioni secondarie con l’amministrazione Trump. Il gruppo rimane l’organizzazione militare più solida del paese e supera di gran lunga le capacità delle forze armate libanesi.

Il Segretario Generale di Hezbollah, Sheikh Naim Qassem, ha affermato venerdì che il nemico israeliano deve ritirarsi completamente da ogni centimetro del Libano, “sconfitto e umiliato”.

Intervenendo ad una manifestazione di massa a Dahiyeh, sobborgo a sud d Beirut, Sheikh Qassem ha sottolineato che non ci saranno né normalizzazione né concessioni all’entità sionista.

Nessuna parte ha il diritto di firmare o accettare alcun accordo che non sia all’altezza della piena sovranità e indipendenza del Libano, ha sottolineato il leader di Hezbollah, facendo riferimento ai colloqui diretti tra l’autorità politica dominante in Libano e il nemico israeliano.

In questo contesto, Sheikh Qassem ha dichiarato che l’autorità politica in Libano deve riconsiderare il suo percorso in due direzioni: “Unificare la propria posizione contro l’aggressione israeliana e cessare di attuare i dettami del nemico”.

Il leader di Hezbollah ha replicato alle dichiarazioni del Segretario di Stato americano Marco Rubio, il quale aveva affermato che la presenza israeliana in Libano è dovuta agli attacchi missilistici di Hezbollah. Ha sottolineato che la presenza israeliana in Libano è parte di un progetto espansionistico verso la ‘Grande Israele’, mentre la resistenza è una risposta all’occupazione e all’aggressione, e non il contrario.

“Questa aggressione israelo-americana via terra, mare e aria prende di mira civili, territorio e infrastrutture utilizzando ogni forma di armamento, con il sostegno di alleati e proxy. È accompagnata da piani di divisione interna, pressione politica e blocco finanziario, nonché da tentativi di minare le istituzioni educative, sociali e culturali. Costituisce una guerra su larga scala e una grave minaccia volta a cancellare la nostra esistenza” – ha avvertito Sheikh Qassem – “Lo dichiariamo chiaramente e ad alta voce: abbiamo infranto il progetto israelo-americano e siamo entrati in una nuova fase. Qualsiasi azione futura deve basarsi sulle realtà di questa nuova fase”.

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16/06/2026

Padroncini in casa d’altri

Un colonialista è per sempre. Una volta assaggiato il gusto del disporre a piacimento delle vite di interi popoli per portar via gratis le loro risorse, pare impossibile tornare indietro. Neanche quando quel potere – perso perché qualche altro colonialista ti ha sostituito, oppure certi popoli sono cresciuti al punto da farti passare la voglia di stuzzicarli – di fatto non ce l’hai più.

A margine del “memorandum” firmato per ora elettronicamente da Usa e Iran, gli ex colonialisti europei si sono messi in moto come un sol uomo per mostrare di “contare qualcosa”, spinti da antichi furori imperiali.

È appena il caso di notare che quell’accordo, come confessa lo stesso vicepresidente Usa che l’ha firmato, “è di una pagina e mezzo” e “non include i dettagli operativi dell’intesa”. Una serie di princìpi, dunque, o di slogan, che andranno concretizzati nel dettaglio nell’arco di almeno 60 giorni. Un testo peraltro fin qui secretato, al punto che Washington e Teheran sembrano averne stesure diverse.

Sorvoliamo per il momento sull’ostacolo rappresentato dai nazisionisti israeliani – praticamente tutte le forze politiche interne, sia di governo che di “opposizione” – che hanno spiegato chiaramente come per loro quell’accordo “non esiste” e dunque continueranno a far guerra su tutti i fronti che hanno aperto (Gaza, Libano, Siria, Iran, Yemen, Cisgiordania, ecc.).

La minaccia diretta all’Iran, in modo quasi esplicito, è di usare anche armi nucleari – di cui Tel Aviv è fornita a dispetto di tutte le convenzioni e i trattati internazionali: “Non scenderemo a compromessi sugli interessi di sicurezza di Israele e sulla protezione dei nostri cittadini, e non ci ritireremo dalle zone di sicurezza”, ha ribadito il ministro del genocidio, Israel Katz, avvertendo che “se l’Iran attacca Israele a causa degli eventi in Libano, lo colpiremo con tutta la nostra forza” in modo da “far capire la disparità di potere” – ossia di armi – tra i due paesi.

In questo quadro quanto meno incerto, il solito gruppetto dei “volenterosi” (Francia, Gb, Germania, cui si sono aggiunti Giappone e Canada, oltre l’Italia) si è immediatamente attivato per andare a “sminare lo Stretto di Hormuz”. Di fatto il G7, ossia la Nato più Tokyo, è in piena frenesia di riarmo.

Sulla riapertura del braccio di mare – consensualmente decisa da Usa e Iran con il memorandum fin qui ignoto – pesa tra l’altro il deposito di mine di profondità. Nulla che impedisca il passaggio delle navi, finché questo avviene con l’accordo dei “padroni delle mine” (gli iraniani). Ma evidentemente ostativo a qualsiasi transito fatto a dispetto dei “padroni di casa”. Navi militari della Nato in primo luogo.

La circostanza richiederebbe insomma qualche prudenza e molta diplomazia.

Invece il massimo delle “precondizioni” poste alla “missione di sminamento”, almeno stando alle intenzioni del governo italiano, sono quelle interne: ossia l’autorizzazione del Parlamento. Sul piano pratico le due navi dragamine della Marina militare “Crotone” e “ Rimini” sono già in porto a Gibuti, per la missione UE Aspides nel Mar Rosso a protezione dagli Houthi. Farle arrivare davanti Hormuz richiederebbe pochissimo tempo...

Completamente ignorata, invece, una “precondizione” che a prima vista risulta decisiva: l’Iran è d’accordo oppure no?

La questione presenta due aspetti piuttosto diversi. Sul piano “legale” – del diritto internazionale – il problema è semplice: il punto di passaggio più stretto rientra completamente nelle acque territoriali di Iran e Oman. Ogni attraversamento richiede il loro consenso (a seconda della rotta che si sceglie, più vicina all’uno o all’altro Paese).

Ma “chissenefrega del diritto internazionale”, dicono nelle capitali europee quando sono loro ad infrangerlo. Facciamo dunque finta che il problema legale – con il voto dei Parlamenti nazionali – non esista; e che non sia d’ostacolo neanche l’assenza di un mandato emesso da una fonte internazionale legittima (l’Onu, in casi come questo). Il G7, notoriamente, non è una “fonte di diritto onnilaterale”, ma un semplice “gruppo di interesse”.

Rimossa dalla mente la questione legale, dunque, resta pur sempre quella militare. Molto concreta. Una piccola flotta della Nato, composta da dragamine, accompagnata da corvette o cacciatorpediniere, potrebbe “operare liberamente” nelle acque internazionali iraniane senza che da Teheran arrivi un permesso o uno sciame di droni e missili?

Possiamo fare un paragone ipotetico con lo Stretto di Messina... Come reagirebbe il governo italiano a una missione militare iraniana (o russa, cinese, ecc.) in quei tre chilometri di mare che separano Sicilia e Calabria?

Il rischio di arrivare alle mani sembra evidente...

Ma ai colonialisti di altri tempi non passa neanche per la testa che la propria presenza in casa d’altri, senza invito e senza bussare educatamente alla porta, possa risultare sgradita. E incontrare resistenza.

Sono abituati così, non sanno far altro.

Si son visti passare sotto il naso due guerre in cui il loro ruolo è stato secondario (l’Ucraina, da rifornire ma lasciando la “direzione politica” agli Usa, persino nelle “trattative di pace”) oppure nullo (quella in Medio Oriente, fatta e decisa da Israele e Stati Uniti, peraltro con finalità piuttosto diverse).

Per recuperare “l’onore perduto” ora cercano una funzione, sia pur piccola ma rischiosa, per rientrare in gioco a livello globale.

La logica che li spinge è la stessa con cui Mussolini “premier” entrò nella Seconda guerra mondiale – considerata già vinta da Hitler – attaccando una Francia di fatto occupata dalla Wermacht: “mi servono 2.000 morti [italiani, ndr] da gettare sul tavolo delle trattative”.

Sappiamo com’è finita. E abbiamo anche imparato che l’Iran attuale è decisamente più “rognoso” di quella Francia debilitata, che peraltro risultò osso indigesto per le truppe fasciste.

Ma vagli a spiegare, ai nostalgici dell’Impero e delle Colonie, che a fare i “padroncini in casa d’altri” – oggi – si finisce in modo simile.

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15/06/2026

Accordo raggiunto da Usa e Iran, include il Libano

Dopo settimane di tensioni, minacce reciproche e scontri indiretti, Stati Uniti e Iran ieri hanno raggiunto un accordo che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. L’annuncio è arrivato dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, che ha confermato il raggiungimento di un’intesa per la «cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano». La firma ufficiale dell’accordo è prevista per il 19 giugno in Svizzera. Nelle prossime ore dovrebbero entrare in vigore le prime misure concordate.

La notizia è stata confermata anche da Teheran. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha annunciato che la guerra tra Stati Uniti e Israele da una parte e Repubblica islamica dall’altra è destinata a concludersi immediatamente. Una missione diplomatica iraniana in India ha rilanciato le sue dichiarazioni, aggiungendo che è finito il blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran.

Determinante è stata la scelta compiuta dalla leadership iraniana nelle ultime ore. Secondo il New York Times, Teheran aveva preparato una nuova serie di attacchi missilistici contro Tel Aviv in risposta al bombardamento israeliano di domenica contro la periferia meridionale di Beirut. Tuttavia, dopo intense discussioni interne e l’intervento diretto di Donald Trump, la Repubblica islamica avrebbe deciso di sospendere l’operazione militare.

Secondo funzionari citati dal quotidiano americano, una parte significativa dell’establishment iraniano era convinta che una rappresaglia avrebbe favorito gli interessi del governo israeliano, offrendo a Benyamin Netanyahu il pretesto per sabotare il dialogo in corso con Washington e trascinare nuovamente la regione verso una guerra più ampia.

Trump ha celebrato l’intesa come un successo personale. Ha dichiarato che l’accordo è «completo» e ha annunciato l’immediata riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso dall’Iran durante la crisi. Parallelamente, Washington porrà fine al blocco dei porti iraniani. In cambio, secondo quanto affermato dalla Casa Bianca, Teheran avrebbe accettato di non sviluppare armi nucleari.

Tuttavia la questione del programma nucleare iraniano sul quale batte da anni il premier israeliano Netanyahu, resta aperta. Trump ha minimizzato il problema, affermando che non esiste alcuna urgenza di intervenire sulle scorte e sui materiali nucleari della Repubblica islamica. «Ce ne occuperemo più avanti, quando saremo pronti», ha detto, lasciando intendere che la questione sarà affrontata in una fase successiva.

Prima dell’annuncio dell’accordo, un alto funzionario iraniano ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno accettato di sbloccare subito 25 miliardi di dollari di beni iraniani congelati da anni. L’amministrazione Trump aveva precedentemente affermato che qualsiasi sblocco di fondi iraniani sarebbe avvenuto solo dopo che l’Iran avesse soddisfatto determinate condizioni previste da un accordo di pace.

Il viceministro degli esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha dichiarato che un accordo più ampio, che includerà l’allentamento delle sanzioni contro l’Iran, sarà negoziato durante un periodo di cessate il fuoco di 60 giorni. Trump ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz, l’importante rotta marittima per le forniture globali di petrolio e gas che l’Iran ha di fatto bloccato per mesi, sarebbe stato riaperto venerdì e di aver ordinato la fine del blocco statunitense dei porti iraniani. “Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!” ha scritto Trump. I prezzi del petrolio sono crollati in seguito alla notizia.  I futures del Brent sono scesi del 4% nelle prime contrattazioni di lunedì, mentre il West Texas Intermediate statunitense ha perso oltre il 4,6%. Le borse asiatiche hanno registrato un rialzo.

L’accordo include un cessate il fuoco in Libano, elemento particolarmente delicato. Secondo fonti americane, Israele conserverebbe il diritto di reagire militarmente in caso di attacchi provenienti dal territorio libanese. Una formula che cerca di conciliare le pressioni israeliane con la necessità di fermare un conflitto che ha fatto migliaia di vittime e ingenti distruzioni in Libano.

Israele nelle ultime settimane ha ignorato gli appelli a cessare gli attacchi nel paese dei cedri – di cui occupa un’ampia porzione di territorio meridionale – attacchi ai quali Hezbollah ha risposto lanciando razzi e droni verso la Galilea. In una dichiarazione, la segreteria del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ha affermato che la guerra e le operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, cesseranno definitivamente a partire da lunedì sera.

Non c’è stata alcuna reazione immediata all’annuncio da parte di Israele, che ha affermato di non essere parte dei colloqui tra Stati Uniti e Iran. Al governo israeliano l’accordo non piace. Netanyahu si sarebbe opposto fin dall’inizio al compromesso raggiunto tra Washington e Teheran. Il premier ritiene che la Repubblica islamica non sia stata costretta a concessioni sufficientemente significative e continua a sostenere la necessità di mantenere una forte pressione militare.

Le critiche arrivano sia dagli alleati sia dagli oppositori del governo. Molti esponenti della destra nazionalista accusano gli Stati Uniti di limitare la libertà d’azione di Israele in Libano e di aver accettato condizioni troppo favorevoli all’Iran. Prima del bombardamento di Dahiyeh a Beirut, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva pubblicamente invitato Netanyahu a colpire direttamente Beirut, posizione condivisa da altri esponenti dell’estrema destra.

Anche in Iran non mancano anche voci contrarie all’accordo. Un piccolo ma influente gruppo di critici, affiliato al Fronte per la Stabilità della Rivoluzione Islamica (Paydari), si oppone fermamente a qualsiasi accordo con gli Stati Uniti e avverte che il contenuto dell’accordo suggerisce che l’Iran stia rinunciando a una reale influenza in cambio di vane promesse.

Alcuni “falchi” non hanno fatto mistero della loro disapprovazione per l’accordo. Il parlamentare Mahmoud Nabavian ha affermato di aver esaminato il testo dell’accordo e di aver concluso che è “più dannoso” e include maggiori concessioni iraniane rispetto alle bozze precedenti. In una serie di tweet, un altro deputato, l’ultraconservatore Amir Hossein Sabeti, ha criticato figure chiave del team negoziale, tra cui Araghchi e il capo negoziatore Qalibaf. Sabeti ha chiesto l’impeachment di Araghchi, ha avvertito Qalibaf che sarebbe stato responsabile dell’esito dell’accordo e ha affermato che l’intesa “viola le linee rosse” stabilite dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei.

Il commentatore politico Foad Izadi ha apertamente esortato le autorità a “non firmare l’accordo” e a pubblicare un elenco delle principali infrastrutture energetiche e idriche della regione che l’Iran dovrebbe distruggere in caso di un nuovo attacco.

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11/10/2025

Il testo integrale dell’accordo firmato da Israele e Hamas per “porre fine alla guerra” a Gaza

Middle East Eye ha ottenuto una copia dell’accordo firmato da Israele, Hamas e dai mediatori in Egitto per porre fine al genocidio di Gaza.

Il documento, che include le firme di diversi mediatori, tra cui l’inviato degli Stati Uniti Steve Witkoff, è intitolato “Passi di attuazione per la proposta del presidente Trump per una ‘fine completa della guerra di Gaza’”.

Descrive in dettaglio sei fasi dell’accordo, a partire dall’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che la guerra a Gaza è finita e che “le parti hanno concordato di attuare i passi necessari a tal fine”.

Il secondo passo afferma che “la guerra finirà immediatamente con l’approvazione del governo israeliano”. Il governo israeliano ha approvato giovedì la prima fase dell’accordo.

Il terzo passo richiede “l’inizio immediato del pieno ingresso di aiuti umanitari e soccorsi” nella Striscia di Gaza, mentre il quarto passo dice che l’esercito israeliano [IDF] “si ritirerà secondo le linee concordate secondo la mappa X allegata al presente documento, e questo sarà completato dopo l’annuncio del presidente Trump ed entro 24 ore dall’approvazione del governo israeliano. L’IDF non tornerà nelle aree da cui si è ritirato, fino a quando Hamas attuerà pienamente l’accordo”.

Nella quinta fase, che avrà luogo “entro 72 ore dal ritiro delle forze israeliane, tutti gli ostaggi israeliani, vivi e deceduti, detenuti a Gaza saranno rilasciati”.

Mentre la dichiarazione che tutti i prigionieri vivi e morti saranno rilasciati durante questo arco di 72 ore, una delle sottoclausole del quinto passo richiede “l’istituzione di un meccanismo di condivisione delle informazioni... su eventuali ostaggi deceduti che non sono stati recuperati entro le 72 ore o sui resti degli abitanti di Gaza detenuti da Israele”.

“Il meccanismo deve garantire che i resti di tutti gli ostaggi siano riesumati e rilasciati in modo completo e sicuro. Hamas eserciterà il massimo sforzo per garantire l’adempimento di questi impegni il prima possibile”, aggiunge.

La sottoclausola successiva afferma che “man mano che Hamas rilascia tutti gli ostaggi, Israele rilascerà in parallelo il numero corrispondente di prigionieri palestinesi secondo le liste allegate”, seguita da un’altra sottoclausola che dichiara che “lo scambio di ostaggi e prigionieri avverrà secondo il meccanismo concordato attraverso i mediatori e attraverso il CICR senza alcuna cerimonia pubblica o copertura mediatica”.

L’ultimo passo elencato dice che “sarà formata una task force di rappresentanti di Stati Uniti, Qatar, Egitto, Turchia e altri paesi che sarà concordata dalle parti, per seguire l’attuazione con le due parti e coordinarsi con loro”.

Ecco il documento integrale:
Fasi di attuazione della proposta del presidente Trump per una “fine globale della guerra di Gaza”

Fasi di implementazione:

1. Il presidente Trump annuncia la fine della guerra nella Striscia di Gaza e che le parti hanno concordato di attuare le misure necessarie a tal fine.

2. La guerra finirà immediatamente dopo l’approvazione del governo israeliano. Tutte le operazioni militari, compresi i bombardamenti aerei e di artiglieria e le operazioni di puntamento, saranno sospese. Durante il periodo di 72 ore, la sorveglianza aerea sarà sospesa sulle aree da cui le forze dell’IDF si sono ritirate.

3. Avvio immediato dell’ingresso a pieno titolo degli aiuti umanitari e degli aiuti umanitari, come stabilito nella proposta, e almeno in linea con l’accordo del 19 gennaio 2025 relativo agli aiuti umanitari. Le misure per l’attuazione degli aiuti umanitari e dei soccorsi sono allegate al presente documento.

4. L’IDF si ritirerà sulle linee concordate, come da mappa X allegata al presente documento, e questo sarà completato dopo l’annuncio del presidente Trump ed entro 24 ore dall’approvazione del governo israeliano. L’IDF non tornerà nelle aree da cui si è ritirato, fino a quando Hamas attuerà pienamente l’accordo.

5. Entro 72 ore dal ritiro delle forze israeliane, tutti gli ostaggi israeliani, vivi e deceduti, detenuti a Gaza saranno rilasciati (elenco allegato).

a. Non appena l’IDF completerà il ritiro, Hamas inizierà a indagare sullo stato degli ostaggi e raccoglierà tutte le informazioni che li riguardano. Hamas fornirà un feedback sui suoi risultati attraverso il meccanismo di condivisione delle informazioni di cui al punto 5.e di seguito. Israele fornirà informazioni sui prigionieri e sui detenuti palestinesi della Striscia di Gaza detenuti in Israele.

b. Entro le 72 ore, Hamas rilascerà tutti gli ostaggi viventi, compresi quelli detenuti dalle fazioni palestinesi a Gaza.

c. Entro le 72 ore, Hamas rilascerà i resti degli ostaggi deceduti in suo possesso e di quelli in possesso delle fazioni palestinesi a Gaza

d. Hamas condividerà, entro 72 ore, tutte le informazioni ottenute relative a tutti gli ostaggi deceduti attraverso il meccanismo di condivisione delle informazioni di cui al paragrafo (e) di seguito. Israele fornirà informazioni sui resti dei morti di Gaza detenuti da Israele.

e. Istituzione di un meccanismo di condivisione delle informazioni tra le due parti, attraverso i mediatori e il CICR, per scambiare informazioni e intelligence su eventuali ostaggi deceduti che non sono stati recuperati entro 72 ore o sui resti degli abitanti di Gaza detenuti da Israele. Il meccanismo deve garantire che i resti di tutti gli ostaggi siano riesumati e rilasciati in modo completo e sicuro. Hamas si adopererà al massimo per garantire l’adempimento di tali impegni il prima possibile.

f. Mentre Hamas rilascia tutti gli ostaggi, Israele rilascerà in parallelo il numero corrispondente di prigionieri palestinesi secondo le liste allegate.

g. Lo scambio di ostaggi e prigionieri avverrà secondo il meccanismo concordato attraverso i mediatori e attraverso il CICR, senza alcuna cerimonia pubblica o copertura mediatica

6. Sarà formata una task force composta da rappresentanti degli Stati Uniti, del Qatar, dell’Egitto, della Turchia e di altri paesi concordati dalle parti, per seguire l’attuazione con le due parti e coordinarsi con esse.
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26/03/2025

Guerra in Ucraina - C’è un primo debole accordo. E chi lo sabota...

La notizia da Riad indubbiamente c’è: è stato raggiunto un primo accordo “triangolare” tra Russia e Stati Uniti, che include anche l’Ucraina.

Il “formato” dei colloqui è un po’ insolito, certo, ma bisogna pur ricordare che dipende dal fatto che quel genio di Zelenskij aveva fatto approvare una legge che vieta a chiunque di trattare con Mosca. Anche a se stesso. E quindi – finché quella legge non verrà buttata nello scarico – l’unico modo di “trattare” è parlare con gli “americani”, farsi dare gli ordini e accettarli.

L’accordo è in cinque punti e, diciamo così, molto “light”, costellato di affermazioni che possono essere in qualsiasi momento smentite dagli avvenimenti sul terreno. La durata è di 30 giorni, rinnovabile in base al procedere del confronto tra le parti.

Ma un primo accordo c’è e questo dovrebbe aiutare ad andare avanti.

Il punto più importante per Kiev è l’impegno in base al quale le parti convengono di non colpire le rispettive installazioni energetiche, identificate in: raffinerie di petrolio, gasdotti e oleodotti (incluse le stazioni di pompaggio), infrastrutture elettriche (incluse centrali, sottostazioni, trasformatori e rete di distribuzione, centrali nucleari e dighe).

La situazione dell’infrastruttura energetica ucraina era ormai tale da non poter sopportare altri attacchi. Si deve inoltre notare la menzione delle “centrali nucleari”, visto che l’unica ad esser stata più volte attaccata è quella di Energodar-Zaporizha, occupata dai russi fin dall’inizio della guerra. Dovrebbe essere perciò scontato che ad attaccarla siano stati sempre gli ucraini, anche se secondo i media euro-atlantici erano i furbissimi russi che si bombardavano da soli...

Di complessa attuazione è il punto chiamato “silenzio in mare”, che dovrebbe portare alla cessazione delle ostilità nel Mar Nero, ripristinando la libertà di navigazione, la fine degli scambi di missili e droni in quell’area, il divieto di nascondere carichi militari a bordo di normali navi commerciali ed anche la possibilità di ispezionare i carichi.

Se si riuscirà a realizzarlo, la Russia potrebbe riprendere a commerciare i propri prodotti agricoli (grano, ecc.) anche verso il Mediterraneo, mentre fin qui l’ha fatto – con tragitti più lunghi – attraverso i canali asiatici.

Perché questo punto sia effettivamente funzionante c’è quello che nell’accordo viene chiamato “ripristinare l’accesso ai mercati mondiali dei prodotti agricoli e dei fertilizzanti russi”, e qui i problemi di “interpretazione” sono effettivamente numerosi.

Non ha infatti senso che navi carche di prodotti agricoli russi possano raggiungere porti occidentali ma poi non possano scaricare perché restano in piedi le “sanzioni” unilaterali statunitensi ed europee sul piano commerciale e finanziario.

Il che ha spinto i negoziatori di Mosca a chiedere che il “ripristino dell’accesso ai mercati” – per i soli prodotti agricoli, si badi bene – si traduca nel far cadere le sanzioni alla Rosselkhozbank e agli altri istituti russi che gestiscono il commercio alimentare internazionale. Di fatto, si tratterebbe di ricollegarle allo SWIFT (il sistema di pagamenti internazionali controllato dagli Usa), e far cadere le sanzioni a tutte le compagnie che producono o esportano prodotti alimentari.

Lo stesso andrebbe ovviamente fatto sul piano delle assicurazioni per le navi russe che trasportano prodotti alimentari (non per le petroliere, insomma...), nonché per le società che si occupano di manutenzione e rimessaggio delle navi. Infine, visto che il commercio dei prodotti agricoli comincia con la loro produzione, andrebbero rimosse anche le limitazioni all’importazione in Russia di macchinari agricoli, ecc.

Dalla soddisfazione di questi dettagli operativi – è inutile fare “dichiarazioni di principio” se poi non si traducono in atti concreti – dipenderà l’entrata in vigore del “silenzio in mare”. E lo staff statunitense sta ora esaminando ogni dettaglio.

Tanto è bastato a far gridare i guerrafondai contrari a qualsiasi accordo che “Putin sta solo prendendo tempo” e le solite giacularie sparate per bruciare le “trattative”.

Come si vede non si tratta di un accordo di grande portata. Il punto relativo alla cessazione di alcune sanzioni può però indicare che entrambi i “mostri” (Trump e Putin) si stanno muovendo non solo – o non tanto – per porre fine alla guerra in Ucraina, ma per mettere le basi di una relazione reciproca futura che non preveda la guerra nucleare come prossima tappa.

Nella sua precarietà e nei suoi evidenti limiti – nonché nell’incertezza sulla sua “tenuta” – si tratta di una buona notizia, se non altro per essere la prima volta da tre anni a questa parte che si lavora ad abbassare la temperatura dello scontro tra Occidente euro-atlantico e il resto del mondo (la Russia in questo caso, ma non è certo l’unico).

Non si capisce perché, dunque, gli altri “mostri” – quelli che si dicono “democratici ed europeisti”, ma che si vanno riarmando a tappe forzate (violando persino l’“undicesimo comandamento”: il freno al debito pubblico) – siano così infoiati da convocare un vertice per domani, a Parigi, che ha al centro “punti”, decisamente più preoccupanti su come dovranno articolarsi i “dispositivi di sicurezza” per l’Ucraina.

Dietro questa definizione “neutra” stanno i dettagli concreti dell’ipotizzato “contingente europeo” da spedire da quelle parti.

I leader “volenterosi” si stanno infatti esercitando su domande pericolosissime come: manderemo truppe in territorio ucraino o dentro i confini europei? E le supporteremo con aerei da guerra oppure no? E con quali regole d’ingaggio?

Rifiutano insomma di essere ormai completamente fuori dai giochi che contano e sfruttano Zelenskij – che da una parte invia una delegazione a Riad per obbedire agli Usa, dall’altra si presenterà a Parigi per chiedere “più armi e garanzie di sicurezza” sotto forma di altri impegni militari diretti – per sabotare il già complicato “processo di pace”, seminando terrore nelle popolazioni del Vecchio Continente.

Difficile dire chi siano i mostri peggiori...

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11/03/2025

Siria - Accordo HTS-SDF. Al-Jolani prende fiato

Nel momento in cui Hayat Tahrir al-Sham vede fortemente indebolita la propria immagine “pluralista” e “stabilizzatrice” della Siria a causa dei misfatti nelle aree costiere del Paese – dove le milizie ex-qaediste stanno palesando evidenti velleità genocide nei confronti soprattutto degli Alawiti, ma anche dei cristiani – ecco che arriva una “ciambella di salvataggio” politica importante per Al-Jolani: quest’ultimo, infatti, ha firmato, unitamente al capo militare delle Forze Democratiche Siriane Mazloum Abdi, un accordo generale sul futuro della Siria.

Ecco il testo dell’accordo, mediato dagli USA e da altre forze curde, pubblicato dall’agenzia ANF news:
1- Garantire i diritti di tutti i siriani alla rappresentanza e alla partecipazione al processo politico e a tutte le istituzioni statali in base alla competenza, indipendentemente dal loro background religioso ed etnico.

2- La comunità curda è una comunità indigena nello stato siriano e lo stato siriano garantisce il suo diritto alla cittadinanza e tutti i suoi diritti costituzionali.

3- Un cessate il fuoco su tutti i territori siriani.

4- Integrare tutte le istituzioni civili e militari della Siria nord-orientale nell’amministrazione dello stato siriano, compresi i valichi di frontiera, l’aeroporto e i giacimenti di petrolio e gas.

5- Garantire il ritorno di tutti i siriani sfollati nelle loro città e nei loro villaggi e garantire loro la protezione dello stato siriano.

6- Sostenere lo stato siriano nella sua lotta contro i resti di Assad e tutte le minacce alla sua sicurezza e unità.

7- Rifiutare le richieste di divisione, i discorsi d’odio e i tentativi di diffondere discordia tra tutte le componenti della società siriana.

8- I comitati esecutivi stanno lavorando e si stanno impegnando per attuare l’accordo entro la fine dell’anno.
Come si vede, il testo, oltre a comprendere dichiarazioni di principio “pluraliste”, che Al-Jolani ripete a vuoto dall’8 dicembre scorso, non contiene nessun elemento di dettaglio e lascia inevase le questioni principali alla base delle controversie fra Amministrazione Autonoma del Nord-Est e Damasco, come l’ordinamento federale o centralizzato del nuovo assetto statuale della Siria, nonché le modalità di scioglimento delle Forze Democratiche Siriane all’interno dell’esercito centrale, ovvero come un corpo d’armata autonomo o sparpagliandosi all’interno degli altri corpi.

L’unico punto veramente chiaro è il numero 6, ovvero la cooperazione contro “i resti di Assad”, cioè contro la “Resistenza Nazionale Siriana”, la “Brigata Scudo della Costa”, il “Consiglio Militare per la Liberazione della Siria”, le varie sigle che stanno dando vita alla Resistenza anti HTS sulla costa e hanno effettuato azioni anche contro l’occupazione sionista.

Tali forze, effettivamente capeggiate da esponenti del disciolto esercito baathista, hanno dato nei giorni scorsi filo da torcere, come mai accaduto dall’8 dicembre scorso, ad HTS, risvegliandone anche gli istinti settari più beceri e genocidi.

Sicuramente, tale accordo, anche grazie alla sua vaghezza, potrebbe costituire un modello da utilizzare anche nei confronti di altre regioni riluttanti a centralizzare le proprie strutture con Damasco, ovvero quelle del sud, rilanciando l’immagine pluralista delle nuove autorità.

Fonti delle Forze Democratiche Siriane rivendicano che presto verrà consentito il ritorno a casa degli abitanti curdi di Afrin, sfollati dal 2018, e che prossimamente comincerà un’azione militare congiunta HTS-SDF contro le cellule dell’Isis. Immagini di festeggiamenti si segnalano in diverse province del paese.

Reazioni positive sono già giunte da Qatar, Arabia Saudita, Giordania e Unione Patriottica del Kurdistan (PUK). Presto ne arriveranno altre.

Da capire se e quanto quest’accordo placherà la Turchia e le sue velleità di porre fine all’Amministrazione del nord-est, per dare vita ad una Siria centralizzata sotto il tallone delle milizie salafite.

Di sicuro, occorre dirlo, si tratta di una manna dal cielo per le nuove autorità di Damasco, che stavano subendo una pressione internazionale senza precedenti a causa delle atrocità commesse nei confronti delle minoranze da parte delle proprie milizie. USA e Russia, ad esempio, avevano chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

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26/07/2024

Acciaierie D’Italia, tavolo al ministero del Lavoro, USB: raggiunto nella notte l'accordo sulla cassa integrazione. Ora non ci sono più scuse per non garantire il rilancio

La nostra organizzazione può dirsi soddisfatta di aver raggiunto, unitariamente alle altre organizzazioni sindacali, l'accordo sulla cassa integrazione di Acciaierie D'Italia, strumento necessario alla realizzazione del cosiddetto "Piano di Ripartenza".

L'Accordo richiama tutti gli elementi che abbiamo considerato fin qui centrali. L'affermazione della valenza dell'accordo di settembre 2018 ed il percorso di ripartenza degli impianti finalizzato a garantire il rientro di tutti i lavoratori entro l'estate del 2026.

L'accordo, oltre questi già importanti contenuti, stabilisce per i lavoratori coinvolti un’integrazione all'indennità di Cigs, retroattiva da febbraio 2024, finalizzata a garantire il 70% del "primo rigo" della retribuzione, premio e rateo di tredicesima, la massima rotazione tra lavoratori, un riconoscimento una quota una-tantum al raggiungimento dei dichiarati obiettivi produttivi del piano di ripartenza. Formalizzata inoltre la formazione, la possibilità di discutere dello smart working e altre forme di flessibilità atte a garantire un maggior bilanciamento tra vita privata e lavoro.

Infine, i numeri, che rispetto i 5200 iniziali si sono ulteriormente abbassati dopo 10 ore di trattativa. La cassa infine riguarderà 4050 lavoratori di cui 3600 a Taranto e rimanenti negli stabilimenti del nord che subiranno impatti minimi o ridotti come Genova (270) o Novi Ligure (170).

Lo sforzo della delegazione trattante è stato notevole, ma va riconosciuto ai dirigenti dell'amministrazione straordinaria la volontà di discutere punto su punto fino in fondo per trovare soluzione. Importante la presenza costante e propositiva del Ministero del Lavoro.

Per USB quello di questa giornata e nottata è un primo passo importante che deve favorire e indirizzare il processo di vendita. Dopo gli importanti elementi di garanzia numerica e produttiva ora non possono e non devono essere messi in discussione da proposte avventuriste, inconsistenti e non rispondenti al rilancio di Acciaierie D'Italia e all'esigenza che attraverso questo rilancio si determinò i presupposti per un vero e risolutivo processo di decarbonizzazione a salvaguardia di ambiente e salute di lavoratori e cittadini.

Per l'esecutivo nazionale confederale USB,

FRANCO RIZZO e SASHA COLAUTTI

congiuntamente alle RSU USB di Acciaierie D'Italia


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