Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Taranto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Taranto. Mostra tutti i post

02/08/2026

Ex Ilva, l’ennesimo capitolo nella dismissione coatta della fabbrica

Nei giorni scorsi, per la sesta volta consecutiva in 14 anni, la magistratura si è espressa per la chiusura delle aree a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto.

La motivazione è sempre la stessa. Quelle aree produttive continuano a essere una bomba ambientale e sanitaria piazzata sotto i piedi dei lavoratori dell’impianto e degli abitanti di Taranto. La sentenza emessa il 27 luglio dalla Corte d’Appello di Milano certifica inesorabilmente che:
  • quella di “mercato” – la ricerca di un compratore/investitore privato che “rilanci” l’azienda – non è una soluzione, ma parte integrante del problema;
  • le forze politiche che hanno occupato gli scranni parlamentari negli ultimi tre lustri sono tutte equamente responsabili del disastro che in questi giorni, ancora una volta, è tornato alla ribalta nelle cronache giornalistiche;
  • al netto dei discorsi propagandistici sulla “resilienza” prima e la “sovranità” più di recente, l’unica politica industriale perseguita dalle suddette forze politiche è solo una e sempre uguale a sé stessa: la dismissione.
Se l’Italia è l’unico paese dell’area OCSE che a partire dagli anni ’90 ha registrato una riduzione costante del salario di lavoratrici e lavoratori, il motivo è proprio quello della dismissione generalizzata del tessuto produttivo che era stato ricostruito e sviluppato dal Paese nel secondo dopoguerra.

Una dismissione che ha trasformato l’Italia in un paese in via di sottosviluppo, dove i giovani hanno soltanto due alternative:
La situazione determinata dalla sentenza della magistratura milanese, ovviamente, minaccia anche il nostro territorio, perché la chiusura dell’area a caldo di Taranto bloccherebbe la produzione dei semilavorati che vengono poi finiti a Cornigliano e Novi Ligure.

Tale criticità è stata immediatamente colta da padroni e politica, ovviamente in senso regressivo. Confindustria Genova ha parlato esplicitamente di superamento dell’accordo quadro del 2005 e di vendita separata degli stabilimenti di Cornigliano e Novi su cui avrebbe messo gli occhi Arvedi (che non brilla per tutela ambientale e della salute, chiedere ai cremonesi per conferma).

Ma anche il governo per bocca di Urso ha citato pubblicamente l’ipotesi di mettere sul mercato solo le aree a freddo di AdI, prefigurando l’inevitabile spezzatino aziendale. Gli unici ad aver chiara la dimensione del problema sono i lavoratori che tramite l’USB hanno ribadito ancora una volta che:
  • il siderurgico in Italia ha futuro soltanto se rilanciato mediante una politica industriale pubblica e pianificata. Basta quindi con le dichiarazioni buone per i microfoni e si mettano finalmente al lavoro competenze e talenti per stabilire cosa produrre, in quali quantità, in quanto tempo, in quali stabilimenti e con quali tecnologie;
  • AdI, quindi, si salva soltanto con la nazionalizzazione completa dell’azienda;
  • a cui deve seguire la decarbonizzazione dell’intero processo produttivo;
  • tutto questo non deve gravare sulle tasche presenti e future dei lavoratori AdI e dell’indotto e nemmeno sulla salute degli abitanti dei territori in cui sono presenti gli impianti.
A quanto sopra ci preme aggiungere una riflessione. La lottizzazione di AdI, in un contesto di sovrapproduzione strutturale della siderurgia mondiale, potrebbe causare una riduzione o peggio uno smantellamento totale dell’impianto di Cornigliano.

Al contempo, le aree attualmente occupate dalla fabbrica, da anni sono oggetto degli appetiti dei terminalisti portuali attivi a Genova, che vedrebbero di buon grado l’espansione delle banchine dedicate ai traffici commerciali.

Quindi meno “produzione” e più “logistica”. Ma se la manifattura diventa sempre più residuale e a basso valore aggiunto quali merci dovrebbero essere movimentate? E verso quali mercati se la tendenza globale al protezionismo e ai dazi cresce senza sosta?

Saremmo ingenui se pensassimo che la classe dirigente italiana abbia competenze utili e interesse ad analizzare e mettere in pratica quanto abbiamo appena esposto. I fatti dimostrano l’esatto contrario, da troppi anni.

Restiamo quindi al fianco dei lavoratori e sosterremmo con tutti i mezzi a nostra disposizione le mobilitazioni che metteranno in campo nel tentativo di arginare, almeno nel loro settore, il declino di questo Paese.

Senza un’industria di qualità il paese muore, il futuro che hanno in mente in Parlamento è questo?

RdC Genova

Fonte

14/01/2026

Vendetta del governo contro le manifestazioni di ottobre. Arresti a Torino, decine di denunce in tutta Italia

All’alba di oggi a Torino è arrivata l’ultima fase dell’ondata repressiva scatenatasi nel paese a seguito delle potenti manifestazioni di ottobre e settembre contro il genocidio in Palestina e la complicità del governo italiano.

Otto misure cautelari sono state eseguite a Torino dalla Polizia nell’ambito dell’operazione “Riot” contro alcuni giovani e giovanissimi accusati di essere responsabili dei disordini avvenuti il 3 ottobre scorso durante lo sciopero generale di USB, CGIL, sindacati di base e la manifestazione “Blocchiamo tutto”, promossa dal Coordinamento Torino per Gaza. In alcuni casi si tratta di giovani e giovanissimi immigrati di nuova generazione.

La sempre zelante Procura di Torino ha disposto l’arresto di 5 minorenni – di cui 2 messi addirittura in carcere e 3 collocati in comunità – e l’applicazione di misure cautelari nei confronti di 3 maggiorenni (2 finiti agli arresti domiciliari e 1 con divieto di dimora a Torino). L’ordinanza della Procura torinese parla addirittura di “Allarmante spregiudicatezza criminale, totale assenza di freni inibitori, sistematico disprezzo per le norme fondamentali per la convivenza civile”.

A Torino in questi giorni sono arrivate anche 10 sanzioni amministrative per i blocchi nelle stazioni, in particolare il blocco di Porta Susa del 24 settembre e quello di Porta Nuova del 1 ottobre. Poi ci sono altre 40/50 sanzioni che oltre a queste due date comprendono anche la data dello sciopero del 22 settembre. In alcuni casi oltre alla sanzione amministrativa, gestita dalla Polizia ferroviaria, sono in corso indagini per l’accertamento di violazioni sul piano penale. Infine sempre a Torino ci sono stati altri arresti non strettamente legati alle manifestazioni per la Palestina, come l’arresto di 5 studenti minorenni per aver cacciato i fascisti dalla scuola Einstein e per l’iniziativa alla sede della Città Metropolitana del 14 novembre in occasione del NoMeloniDay.

Ma se l’accanimento repressivo è, come al solito, più evidente a Torino, anche in altre città stanno arrivando denunce per le manifestazioni di ottobre e i blocchi di porti e stazioni.

È il caso di Massa dove 37 persone hanno ricevuto nelle scorse ore un avviso di chiusura indagini. “Agendo in concorso tra loro – si legge nel dispositivo emesso dalla Procura – in esecuzione di un medesimo criminoso, causavano l’interruzione del pubblico trasporto ferroviario”.

A Taranto, sempre per le giornate di mobilitazione in difesa della Flotilla, 28 persone sono finite sotto indagine per il reato di blocco ferroviario.

A Bergamo sanzioni stanno giungendo a decine di manifestanti che lo scorso 3 ottobre sono scesi in piazza per la Palestina e hanno bloccato i binari della stazione.

Sono in corso di “censimento” le denunce e le sanzioni anche nelle altre città dove si è manifestato nelle straordinarie giornate di lotta di settembre e ottobre e dove gli apparati di potere intendono adesso realizzare la loro vendetta dopo “la grande paura” che gli ha tolto il sonno in quelle settimane.

Fonte

12/01/2026

Ex Ilva di Taranto. È ancora un operaio a morire durante il lavoro

Un operaio in servizio all’acciaieria 2 dello stabilimento ex Ilva di Taranto, è morto oggi dopo essere precipitato dal quinto al quarto piano dell’impianto.

L’operaio, Claudio Salamida, 46 anni, di Putignano (Bari), che lascia la moglie e un figlio piccolo, era impegnato nelle attività di controllo delle valvole al convertitore 3 dell’acciaieria 2. Secondo le prime informazioni, avrebbe ceduto un grigliato sul quale in quel momento si trovava il lavoratore. L’operaio avrebbe compiuto un volo di diversi metri prima di finire al suolo.

L’acciaieria 2 in questo momento è l’unica in funzione nella fabbrica essendo l’acciaieria 1 ferma da tempo. L’acciaieria 2, a sua volta, è alimentata dall’unico altoforno ancora attivo, il 4.

I sindacati hanno proclamato uno sciopero immediato di 24 ore in tutte le sedi del gruppo.

La dinamica è in fase di accertamento tuttavia la morte di questo operaio conferma la necessità di mettere i lavoratori in piena sicurezza, a partire dalla manutenzione degli impianti come l’USB denuncia da tempo. “Basta morti sul lavoro, sulla sicurezza servono investimenti non lacrime a posteriori!”

L’Unione Sindacale di Base, così come Fiom Fim e Uilm, ha proclamato lo sciopero immediato di 24 ore in tutti gli impianti del gruppo, fino alle 7 del mattino di domani 13 gennaio, sciopero articolato secondo le modalità territoriali.

Fonte

04/12/2025

A Genova lacrimogeni contro gli operai in sciopero

Oggi a Genova è una giornata di sciopero generale dei metalmeccanici convocato da Fiom, Fim e Usb. Lo sciopero era iniziato con il concentramento degli operai in piazza Massena, raggiunta dai lavoratori dell’ex Ilva, che da lunedì presidiano piazza Savio con i mezzi da lavoro bloccando via Guido Rossa. In gioco ci sono migliaia di posti di lavoro.

Alle 9 dai Giardini Melis è partito il corteo con migliaia di lavoratori. In piazza ci sono gli operai di tutte le grandi fabbriche genovesi come Ansaldo Energia, Fincantieri, Piaggio Aerospace e di altre aziende in solidarietà con gli operai della ex Ilva.

I lavoratori hanno poi raggiunto largo Lanfranco dove la polizia aveva posizionato una grata per impedirgli l’accesso alla Prefettura. Decine di operai hanno iniziato a sbattere e lanciare i caschetti al grido di “lavoro, lavoro”.

La polizia ha lanciato lacrimogeni verso gli operai che hanno tentato di sradicare con dei cavi legati a uno dei mezzi da lavoro della fabbrica la grata montata questa mattina dalla polizia. I manifestanti hanno acceso dei fumogeni lanciando slogan come “Vogliamo lavorare, ci dovete arrestare” e “Urso bugiardo, sei solo un codardo”. Uova e bottiglie sono state lanciate contro i muri della prefettura. I lacrimogeni sono arrivati anche in Piazza Corvetto dove c’era il resto del corteo operaio. Gli operai nel corso della protesta hanno bloccato anche due banchine della stazione ferroviaria di Brignole.

La mobilitazione non si fermerà finché il Governo non aprirà un confronto unico, serio e all’altezza della crisi che stanno vivendo migliaia di operai dell’industria siderurgica.

A Taranto dalla tarda serata di ieri sera è stata liberata prima una delle due statali occupate, la 106 Jonica per Reggio Calabria, e poi anche la statale 100 Appia per Bari. Le strade attorno allo stabilimento siderurgico sono libere al transito perché lo sciopero è terminato stamattina alle 7. Era stato proclamato a mezzogiorno di martedì da Fim, Fiom, Uilm e Usb e ha avuto una progressiva estensione interessando prima l’interno della fabbrica di Taranto poi le aree esterne.

Lo sciopero è stato indetto per rivendicare un nuovo incontro con il governo a Palazzo Chigi e il ritiro del piano sull’ex Ilva presentato dallo stesso esecutivo e dai commissari dell’azienda, bocciato dai sindacati che lo ritengono un piano di chiusura.

In un comunicato i sindacati scrivono: “Siamo consapevoli che le azioni messe in campo da Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno creato disagio a un città già fortemente provata da anni di mancanza di risposte da parte tutti i Governi che si sono susseguiti negli anni, consapevoli che non è certo la maggioranza della città a essere contro i lavoratori. Per tali ragioni – si annuncia – sospendiamo momentaneamente lo sciopero, a partire dalle ore 7 del 4 dicembre e riportiamo al consiglio fabbrica, convocato in maniera permanente, le prossime iniziative di lotta”.

Guarda qui il video degli scontri

Fonte e foto dello sciopero

03/12/2025

Esplode la rabbia degli operai della ex Ilva

L’emergenza della ex Ilva a Genova e a Taranto è esplosa nella giornata di ieri con blocchi, cortei dentro le fabbriche, terminal aeroportuali fermi, migliaia di lavoratori in lotta.

È stata questa la risposta diretta a un piano del Governo che non dà futuro, ferma gli impianti e accompagna l’azienda alla dismissione.

Dopo gli ultimi tavoli a Palazzo Chigi è chiaro che non c’è nessuna strategia industriale, nessuna ripartenza, nessun progetto pubblico vero.

USB ha chiesto un Tavolo permanente alla Presidenza del Consiglio perché questa vertenza è nazionale, non locale. E perché serve una scelta politica vera: tutela dei lavoratori, decarbonizzazione immediata, manutenzioni, controllo pubblico e un piano industriale che dia un futuro all’acciaio italiano.

Abbiamo assistito ad uno scambio tra diversi livelli istituzionali che avrebbe dovuto precedere l’incontro al Ministero, così da portare soluzioni concrete al tavolo. Non si può continuare a temporeggiare: la questione va affrontata dalla politica di petto e va scelta la strada della nazionalizzazione.

Diversamente che da noi, in Francia, la proposta di nazionalizzare ArcelorMittal France ha avviato il suo percorso con l’approvazione da parte della Camera dei Deputati e il prossimo passaggio al Senato. Non siamo gli unici a ritenere che questa strada è percorribile.

In questo quadro, lo stabilimento di Genova rivendica la centralità della banda stangata, cuore produttivo e strategico per il futuro dell’intero gruppo di Acciaierie d’Italia. Senza una prospettiva chiara e senza un piano industriale credibile, anche i siti di Genova, Novi e Racconigi, rischiano di essere trascinati nel declino di Taranto.

La mobilitazione non si fermerà finché il Governo non aprirà un confronto unico, serio e all’altezza della crisi che stiamo vivendo.

In un comunicato l’USB fa sapere che visti i conflitti e le forti tensioni sociali nei territori generati dalla presentazione del piano denominato “ciclo corto” e aggravati dalla decisione di interrompere ulteriori attività produttive che ricadrebbero, con pesanti ed irreversibili ripercussioni sul futuro degli stabilimenti dell’ex Ilva già compromessi da incertezze in merito al piano di salvataggio, i processi di decarbonizzazione, nonché i fondati timori riguardo ad una vera e propria operazione di dismissione delle attività produttive, “la scrivente Organizzazione Sindacale chiede un Tavolo permanente presso la Presidenza del Consiglio, con la presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni”.

Contestualmente l’USB chiede il ritiro immediato del “ciclo corto” e la sospensione delle operazioni di spegnimento delle batterie 7-8-9-12; l’invio dei coils a Genova, Novi Ligure e Racconigi da Taranto per garantire la continuità produttiva; no a ulteriore allontanamento dei lavoratori dalle fabbriche per effettuare formazione senza prospettiva lavorativa; l’avvio di un vero piano di manutenzione degli impianti. Restiamo in attesa di un Vs. celere riscontro.

Di fronte all’ulteriore aggravamento della situazione occupazionale e produttiva ci vedremo costretti a mettere in campo tutte le iniziative di mobilitazione di carattere nazionale a disposizione.

Fonte

02/12/2025

L’ex Ilva serve, la cura c’è: vento e idrogeno verde

di Franco Padella

La vera opportunità per Taranto e la Puglia risiede in una strategia integrata che leghi lo sviluppo delle rinnovabili alla produzione di idrogeno verde per la siderurgia. Soluzioni tampone basate sul gas sono miopi e fallaci. Un piano industriale pubblico per evitare una grave perdita per l’intera industria italiana.

Il percorso verso una siderurgia sostenibile e il dibattito sul futuro dell’ex ILVA di Taranto, con il suo drammatico intreccio di posti di lavoro a rischio e impatto ambientale, continuano a riproporsi ciclicamente, rivelando, a livello governativo, il perpetuare dell’assenza di una visione prospettica, unica in grado di fornire una soluzione che non ripeta il passato di inquinamento e progressivo smantellamento dell’impianto. Contro questo destino disegnato lo scorso 16 ottobre si è svolto con successo lo sciopero generale dell’intera ex ILVA e del tema della riconversione ambientalmente sostenibile di Taranto si è occupato il 17 ottobre un convegno di Legambiente, all’interno del quale è stato presentato uno studio dell’Università di Bari verso tale direzione. Taranto rappresenta molto più dell’emergenza nazionale, che pure è: è il simbolo della centralità della siderurgia per un Paese industrializzato, e della necessità di mantenere una capacità produttiva in un momento di profonda trasformazione degli assetti politici e tecnologici del mondo. Troppo spesso, nel fiume di parole che da anni circonda l’ex ILVA, si perde di vista la centralità dell’acciaio nella società attuale e futura, materiale centrale in qualunque settore dell’industria manifatturiera che non è possibile relegare ad un più o meno glorioso passato. La questione, del tutto irrisolta nel caso di Taranto, non è se sia necessario produrre acciaio, ma come farlo in modo sostenibile per l’ambiente e per il territorio.

L’acciaio è una lega metallica composta principalmente di ferro e carbonio, quest’ultimo in quantità inferiori all’1,7%. Simbolo stesso dell’industrializzazione, ancora oggi l’acciaio rappresenta oltre il 90% dell’intera produzione di metalli raffinati nel mondo. Viene prodotto rimuovendo chimicamente l’ossigeno dai minerali di ferro, il processo tradizionale avviene ad alta temperatura, con formazione di anidride carbonica. Nel 2024 la produzione di acciaio grezzo mondiale è stata di 1,88 miliardi di tonnellate, con 3,7 miliardi di tonnellate di CO₂ emessa, tra il 7 e l’11 % delle emissioni globali. Circa 200 milioni di tonnellate di emissioni provengono dall’Europa. Queste sono le cifre globali della siderurgia. Il tutto in un quadro normativo e tecnologico in piena evoluzione all’interno del quale l’Italia, con le sue ripetute e disastrose cessioni della siderurgia ex pubblica, nei fatti appare aver rinunciato ad avere un ruolo attivo. Un ruolo che solo un intervento sistemico, non lasciato alle buone volontà dei passati come di futuri acquirenti industriali, può garantire.

Prendendo spunto dallo sciopero del gruppo ex ILVA del 6 ottobre scorso e dal convegno di presentazione del report sulla riconversione di Legambiente, questo testo si propone di fare chiarezza su cosa è la produzione di acciaio, affrontando il tema della riconversione sostenibile della siderurgia attraverso qualche spiegazione delle tecnologie e dei processi che possono guidare la transizione. L’obiettivo è fornire gli strumenti per comprendere di cosa si parla, oltre il rumore di fondo che da troppo tempo caratterizza la questione dell’ex ILVA.

Le condizioni al contorno: l’Emission Trading System e il Carbon Border Adjustement Mechanism

La Comunità Europea regola le sue emissioni di anidride carbonica (dette anche emissioni di carbonio) attraverso un meccanismo di commercio detto Emissions Trade System (ETS). Questo è un sistema “cap-and-trade” (tetto e scambio) nel quale la Comunità fissa un limite massimo alle emissioni totali consentite per impianti ad alta intensità energetica (tra i quali la siderurgia). Il tetto stabilito si riduce nel tempo. Nello scambio vengono allocate o vengono messe all’asta delle “quote di emissione”, le quali, nel caso di non utilizzo, possono esser vendute alle aziende che emettono più delle quote loro precedentemente assegnate. Si crea in questo modo un mercato delle emissioni, nel quale la CO₂ emessa assume una quotazione economica portando, conseguentemente, ad un aumento dei costi di produzione. È previsto che il meccanismo assuma forme via via più stringenti nel tempo con la graduale riduzione delle quote di emissione gratuite, secondo un percorso di eliminazione (phase-out) ben preciso, stabilito nel pacchetto “Fit for 55”.

A partire dall’inizio nel 2026 è prevista una riduzione lineare delle quote gratuite, per finire con la loro eliminazione nel 2034. L’ingresso di prodotti da Paesi non soggetti al sistema ETS verrà regolato da un meccanismo di aggiustamento alla frontiera (Carbon Border Adjustment Mechanism-CBAM) con il quale saranno tassate le importazioni di merci carbon-intensive (come nel nostro caso l’acciaio). Questo per evitare lo spostamento delle produzioni verso Paesi con regole più deboli. Il CBAM imporrà un prezzo del carbonio sulle importazioni di acciaio (e altri beni) pari a quello che l’importatore avrebbe pagato se il prodotto fosse stato fabbricato sotto l’ETS europeo. Con il CBAM la siderurgia europea perde la protezione interna dovuta alle quote gratuite, guadagnando al contempo una protezione alla frontiera contro la concorrenza estera.

Già oggi, ancora in presenza delle quote di assegnazione gratuite, il prezzo della CO2 vale circa 80-90 €/tonnellata (2023-2024) un valore che le proiezioni della Commissione UE, come quelle di analisti indipendenti, indicano già essere pari alla metà del valore in grado di rendere profittevoli gli investimenti in tecnologie verdi nelle attività siderurgiche. Raggiunto tale valore non sarà più economicamente sostenibile la produzione d’acciaio per vie tradizionali, spingendo la siderurgia verso la trasformazione green sia per obbligo normativo che per convenienza economica. La combinazione di CBAM ed ETS, nella prossima assenza di quote gratuite, crea così il quadro per una siderurgia europea decarbonizzata e competitiva. Ed è in tale quadro che si stanno muovendo colossi europei quali Tyssen Krupp, o progetti di sviluppo molto avanzati come Hybrit.

La produzione tradizionale: altoforno e convertitore finale

Il percorso dell’acciaio ha inizio dal minerale di ferro, costituito principalmente da ematite e magnetite. Il minerale grezzo viene successivamente frantumato, arricchito e agglomerato con sostanze fondenti per poi essere processato nell’altoforno. Quest’ultimo è un reattore chimico verticale dove a temperature che superano i 2.000°C il minerale viene trasformato in ghisa. Il processo è guidato dalla presenza di carbone che reagisce chimicamente con il minerale alle diverse temperature dell’altoforno, perdendo gradualmente ossigeno e producendo ferro e anidride carbonica. Le sostanze fondenti, fondamentalmente calcare, estraggono le impurità formando la ganga ed ulteriore emissione di CO₂.

Il prodotto di questo processo è ghisa, ferro con alto contenuto di carbonio disciolto (3-4%), fragile e non utile per la maggior parte delle applicazioni. La trasformazione finale in acciaio avviene in convertitori, sorta di crogiuoli dove viene insufflato ossigeno puro, che estrae il carbonio disciolto nel fuso producendo ancora CO₂. Il materiale residuo, ora acciaio, contiene a questo punto un tenore di carbonio inferiore al 2%.

Complessivamente il processo di produzione vede 2 tonnellate di CO₂ emessa per ogni tonnellata di acciaio prodotto. È questo l’impatto dell’acciaio primario da altoforno, strettamente connesso alla tecnologia di produzione. È questo che rende necessario il cambiamento dell’intero assetto produttivo. Ed è questo, infine, che ha visto finora fallire ogni ingresso di imprese private all’ex ILVA di Taranto.

L’alternativa all’altoforno: il forno elettrico

Nelle discussioni attuali attorno alla siderurgia la parola chiave appare essere il forno elettrico ad arco (Electric Arc Furnace – EAF), definito alternativa “verde” all’altoforno. La realtà, tuttavia, è più complessa. Nelle tecnologie correnti il forno elettrico si nutre di materiali di riciclo, prodotti da un’economia circolare certamente positiva nel caso dell’acciaio, ma con limiti tecnologici nella qualità dell’acciaio finale prodotto. Il cuore del processo EAF è il rottame ferroso. A differenza dell’altoforno, che partendo da minerali deve compiere un articolato processo chimico di riduzione, il forno elettrico fonde semplicemente un materiale che è già acciaio. Il forno elettrico è strategico nell’economia del riciclo, e circa il 60% di acciaio europeo è prodotto in tal modo, con l’UE leader mondiale nel riciclo, con un tasso del rottame che supera l’80%. La media globale è ben più bassa, attestandosi intorno al 30-35% della produzione globale. Economie come la Cina e l’India, che dominano la produzione mondiale, si basano ancora pesantemente sull’altoforno per soddisfare una domanda di acciaio primario in crescita esplosiva. In sintesi, su circa 1,9 miliardi di tonnellate di acciaio prodotto globalmente ogni anno, poco meno di 1/3 proviene dalla rifusione dei rottami in un forno elettrico. Essendo il rottame un materiale “sporco” dal punto di vista metallurgico, l’acciaio riciclato ha tuttavia dei limiti nella qualità del prodotto finale. Durante i suoi cicli di vita, contaminanti diffusi quali rame, stagno, cromo, nichel ed altro si accumulano nel bagno di acciaio fuso rendendo l’acciaio fragile e non adatto ad applicazioni critiche come, ad esempio, le lamiere per automobili o le travi per grandi infrastrutture. A questo si aggiunge il fatto che la domanda di acciaio primario è in crescita, trainata dai Paesi in via di sviluppo e dalla insufficienza del rottame disponibile su scala globale.

Ecco perché il forno elettrico EAF non può sostituire l’altoforno, ma deve essere integrato in un processo più complesso, in maniera tale da costituire una nuova tecnologia di produzione. È qui che interviene un “nuovo” materiale di cui da un po’ di tempo si sente la denominazione. Si tratta del DRI (Direct Reduced Iron, ferro da riduzione diretta).

Il ferro da riduzione diretta

Il DRI, o Ferro da Riduzione Diretta, non è un semplice “nuovo” materiale di partenza da immettere nel forno elettrico, ma il prodotto di processo chimico completamente alternativo all’altoforno. Comprendere il DRI è la chiave per capire il cambio che la siderurgia richiede.

Il DRI è ferro metallico prodotto dalla estrazione chimica dell’ossigeno dal minerale allo stato solido. Questo avviene in assenza di fusione del metallo, attraverso un gas in grado di reagire con l’ossigeno presente nel minerale solido. Il DRI ottenuto ha un aspetto spugnoso e poroso (da cui il nome “ferro spugna”) perché la rimozione dell’ossigeno dagli ossidi di partenza e in assenza di fusione lascia dei vuoti nella struttura microscopica del materiale. Il DRI è ferro metallico per l’85-95%, con ossido residuo (3-8%), carbonio (0,5-2%) e scorie (3-5%). Il materiale è piroforico e quindi per renderlo facilmente maneggiabile e facilitarne trasporto e stoccaggio è compresso in pani densi e non più piroforici. A differenza dell’altoforno, che “mangia tutto”, il processo DRI è più sensibile ed esigente. Fondamentali sono gli ossidi di partenza, che devono possedere purezza e proprietà fisiche superiori. La forma di partenza è costituita da pellets, sorta di palline con una buona uniformità dimensionale (10-15 mm) e composizionale, ottenute agglomerando polvere di minerale di ferro finemente macinata (concentrato) e “cotte” ad alta temperatura evitando la fusione. Questa forma garantisce una permeabilità ottimale al passaggio del gas riducente all’interno del reattore DRI. Il tenore di ferro deve essere il più alto possibile, idealmente maggiore del 67%, mentre i contaminanti minerali debbono essere in quantità minimali o nulle. Rispetto all’altoforno, i requisiti del materiale di partenza sono stretti e ben definiti, rappresentando essi stessi un elemento fondamentale di differenziazione dal processo tradizionale.

Nelle discussioni sul futuro dell’ILVA appare finalmente anche il termine DRI, ma insieme a questo, come un fantasma fossile, aleggia lo spettro del gas naturale, ad occhi distorti visto come chiave di volta per il processo di ambientalizzazione. Ma ancora una volta la realtà è più complessa e il gas naturale non è la soluzione.

Il DRI a gas naturale

Quando si parla di produrre “ferro spugna” o DRI su larga scala, la tecnologia che domina il panorama attorno alla questione ILVA di Taranto parla di gas naturale. Questo idrocarburo ha un ruolo non solo come fonte energetica, ma fornisce anche la “chimica” necessaria per strappare l’ossigeno dal minerale. A questo gas, in maniera miope, appare da tempo affidarsi l’orizzonte istituzionale di ambientalizzazione della siderurgia primaria italiana.

Come funziona la produzione di DRI con il gas naturale? Il processo non inizia direttamente nel forno di riduzione. Il gas naturale, composto principalmente da metano, deve subire una trasformazione preliminare in reazione con acqua. In un apposito reattore detto reformer, il metano viene fatto reagire con vapore acqueo ad alta temperatura. Viene prodotto un gas, detto syngas, costituito da una miscela di monossido di carbonio e idrogeno. È il syngas che viene fatto reagire con minerale di ferro in pellet, portato a temperature comprese tra gli 800 e i 1.050°C. Il syngas attacca il minerale, ne estrae l’ossigeno e forma il ferro DRI solido e spugnoso pronto per essere fuso in un forno elettrico.

Anche qui il punto cruciale, ancora una volta, è costituito dalle emissioni. Con il DRI a gas naturale, l’anidride carbonica non è un semplice sottoprodotto accidentale ma è intrinseca alla reazione chimica stessa. Ogni volta che una molecola di CO, prodotta da metano, riduce il minerale, genera una molecola di CO₂. Questa è la fonte principale di emissioni, e la sua produzione è inevitabile in questo schema chimico. Altra CO₂ viene emessa dalla combustione, necessaria per generare il calore che alimenta il reformer e mantiene il reattore alla temperatura operativa. Considerando le emissioni indirette, legate all’energia elettrica che fa funzionare pompe, compressori e altri ausiliari, abbiamo che per ogni tonnellata di DRI prodotta con syngas ottenuto da metano l’atmosfera si carica di 1,2 – 1,6 tonnellate di CO₂. Se è vero che è un netto miglioramento rispetto alle quasi 2 tonnellate dell’altoforno, è altrettanto chiaro che questa rimane una tecnologia lontana dall’essere la soluzione definitiva per un’acciaieria a zero emissioni. La sopravvivenza economica del DRI ottenuto da gas è legata a un “paracadute” normativo destinato a sparire: le quote di emissione di CO₂ gratuite assegnate dall’Unione Europea. Man mano che le aziende saranno costrette a pagare per ogni tonnellata di CO₂ emessa, il costo di produzione del DRI a gas naturale schizzerà alle stelle, erodendone rapidamente la competitività. Il conto alla rovescia per il DRI a gas naturale è già iniziato. La sua finestra di opportunità come tecnologia-ponte è determinata dal prezzo crescente del carbonio e dalla scadenza delle agevolazioni. Investire oggi in un nuovo impianto DRI a gas naturale senza un piano chiaro per la rapida conversione all’idrogeno verde significa rischiare di ritrovarsi in una condizione velocemente antieconomica.

Il DRI ad idrogeno

Il processo che utilizza idrogeno verde è il solo che può essere definito quale meta realistica per la decarbonizzazione dell’acciaio primario. Il concetto è radicale: sostituire completamente il gas naturale con idrogeno verde, e cioè prodotto esclusivamente da elettricità rinnovabile.

Il processo centrale avviene in un elettrolizzatore, un apparato alimentato da corrente elettrica che scompone le molecole d’acqua in idrogeno ed ossigeno. Il processo richiede circa 50 kWh di energia elettrica per produrre un chilogrammo di H₂. L’idrogeno verde viene immesso direttamente nel reattore di riduzione diretta, dello stesso tipo di forno utilizzato per il gas naturale. All’interno, a temperature tra gli 800 e i 1.050°C, avviene la reazione che trasforma il minerale. L’idrogeno strappa l’ossigeno dagli ossidi di ferro, producendo la sola emissione di vapore acqueo. Dal reattore fuoriesce un “DRI verde”, identico nell’aspetto al suo predecessore fossile, ma con emissioni di CO₂ azzerate, in quanto la reazione chimica produce solo vapore acqueo e non anidride carbonica. Le emissioni di combustione sono azzerate in quanto non c’è combustione di idrocarburi. Il calore necessario può essere generato elettricamente o recuperando e riciclando i gas del processo stesso, sempre alimentati da energia rinnovabile. Le emissioni indirette possono essere azzerate.

Se l’intero sistema (elettrolizzatore e ausiliari dell’impianto) è alimentato da elettricità rinnovabile, anche queste emissioni si annullano. In sintesi, la produzione di una tonnellata di “DRI verde” può virtualmente avvenire con zero tonnellate di CO₂ emesse direttamente dal processo.

Le uniche emissioni residue, che possono essere ulteriormente mitigate, sono quelle legate all’estrazione e al trasporto del minerale di ferro. Questo processo trasforma la siderurgia da uno dei principali responsabili delle emissioni globali a un’attività potenzialmente a impatto climatico nullo.

La Puglia, le fonti rinnovabili e l’idrogeno verde per una siderurgia pulita

La Puglia è la regione italiana leader nelle rinnovabili, avendo un totale di 7,36 GW di potenza rinnovabile installata (fotovoltaico più eolico). A tale potenza corrisponde una produzione stimata di 16,5 TWh annui di energia pulita. Tuttavia la Puglia ha ancora un’enorme capacità di crescita: entro il 2030 potrebbe raddoppiare la potenza installata, raggiungendo una capacità produttiva tra i 28 e i 36 TWh annui (1 TWH=1000000 kWh). Il fotovoltaico è destinato a trainare questa crescita, con progetti di agri-voltaico e comunità energetiche che potrebbero portare la produzione da fonte solare a 12-15 TWh. L’eolico a terra, già robusto a 9 TWh, può puntare sul “repowering”, sostituzione dei generatori obsoleti, per arrivare a 14 TWh. Completa il quadro l’eolico offshore, con progetti in sviluppo che potrebbero contribuire con almeno ulteriori ulteriori 3-6 TWh annui. In questo quadro il surplus energetico può trasformarsi in una concreta opportunità per la riconversione industriale.

Una produzione realistica di acciaio nell’ex ILVA di Taranto si può assestare tra i 4 e i 6 milioni di tonnellate annue. Considerando un consumo di 50-55 kg di H₂ per tonnellata di DRI prodotto questo porta ad una valutazione di 200.000-300.000 tonnellate annue di idrogeno, con un corrispondente consumo di energia tra i 10 ed i 15 TWh/annui, un valore di circa la metà del potenziale rinnovabile previsto nella regione al 2030. Questi numeri, come ben sottolineato all’interno dello stesso convegno di Legambiente, evidenziano con chiarezza che la riconversione sostenibile dello stabilimento è tecnicamente possibile, ma richiede lo sviluppo di un sistema energetico dedicato, con concreti investimenti in impianti rinnovabili ed elettrolizzatori. La Puglia possiede le potenzialità tecniche per supportare questa transizione, ma è evidente che un’operazione di questa portata non può realizzarsi senza un piano strategico nazionale che integri organicamente lo sviluppo delle rinnovabili con la riconversione industriale. Qualunque altra soluzione, definita più o meno opportunamente “tampone”, non potrà che portare l’acciaio di Taranto fuori da ogni competitività di mercato. Come abbiamo visto, e come sottolineato dai relatori, il tempo della riconversione possibile sta velocemente scadendo.

Per una visione pubblica della transizione

L’approccio finora seguito per la riconversione dell’ex ILVA di Taranto – basato sulla ricerca di un investitore privato che risolvesse definitivamente la questione – si è rivelato del tutto fallimentare. I continui tentativi di affidare a soggetti privati l’onere della transizione ecologica di un impianto strategico, per di più in assenza di un quadro chiaro di sostegno pubblico e di lungo periodo, hanno prodotto solo delusioni e ulteriore incertezza. Come sottolineato nella descrizione delle tecnologie e ben riportato nel convegno di Legambiente, la transizione sostenibile della produzione di acciaio è tecnicamente possibile, ma consiste in una azione complessa da giocare su più piani, che ha bisogno di un sistema tecnologico integrato non limitato alla acciaieria in quanto tale. L’inserimento del solo forno ad arco, magari alimentato con DRI derivante da metano o, peggio, comprato imbricchettato da produttori esterni o ancora peggio da solo acciaio di recupero, non copre le necessità di un Paese che voglia mantenere la strategicità della produzione di acciaio primario. Come ben sottolineato nel convegno, la trasformazione dell’acciaieria ha necessità radicali, che riguardano, oltre alla fabbrica, anche la produzione energetica e il territorio a monte, la produzione di idrogeno verde e il suo utilizzo per il DRI a valle. E riguardano la gente che nel territorio e nella fabbrica vive e lavora.

Sul fronte del lavoro il cambio di tecnologie comporterà anche una riduzione del personale impiegato direttamente nell’acciaieria, ma la forte espansione delle rinnovabili e l’inserimento degli elettrolizzatori può più che compensare le perdite dirette e di indotto nella fabbrica. È evidente che la complessità e i costi di questa trasformazione richiedono una regia pubblica forte e consapevole. Per questo motivo appare del tutto miope e controproducente l’enfasi posta su soluzioni intermedie come l’ambientalizzazione a gas naturale, tecnologia che ben presto andrà a finire su un binario morto. Presentare il DRI a gas come soluzione, in assenza di qualunque percorso di transizione veloce verso l’idrogeno verde, significa ignorarne i limiti strutturali: non solo mantiene una dipendenza dai combustibili fossili, ma produce comunque emissioni significative di CO₂, condannando l’impianto a diventare velocemente non competitivo, con l’aumento del prezzo del carbonio e la scomparsa delle quote gratuite europee.

La vera opportunità per Taranto e per la Puglia risiede in una strategia integrata che leghi indissolubilmente lo sviluppo delle energie rinnovabili alla produzione di idrogeno verde per la siderurgia. Il potenziale energetico della regione, ben superiore a quello odierno, può e deve essere finalizzato strategicamente verso un obiettivo preciso: creare una filiera dell’idrogeno verde dedicata alla decarbonizzazione dell’acciaieria. Come anche chiesto dal sindacato, tutto questo porta a definire come urgente e non più rinviabile la definizione di un piano industriale pubblico che assuma la conversione a idrogeno verde dell’ex ILVA come un progetto nazionale strategico, coordinando gli investimenti nel potenziamento delle rinnovabili in Puglia con la costruzione di elettrolizzatori dedicati e guidando la transizione tecnologica verso il DRI a idrogeno, unica strada per una siderurgia primaria a zero emissioni, competitiva e duratura.

Solo un intervento pubblico determinato e dotato di visione prospettica può spezzare il circolo vizioso dei fallimenti, trasformando Taranto da simbolo del degrado ambientale in uno dei poli europei per l’acciaio verde, con ricadute positive sull’occupazione, l’ambiente e l’intero sistema industriale nazionale.

Fonte

30/11/2025

Un "piano B" per l'ex Ilva. Ma con tagli pesantissimi sull'occupazione

Cavaliere bianco cercasi per l'ex Ilva di Taranto. E rispunta il nome di Giovanni Arvedi per un futuro alternativo (alla chiusura) della fu più grande fabbrica d'Europa.

A fare il nome del cavaliere di Cremona è Il Giornale, che scrive di un possibile piano segreto che coinvolgerebbe - al condizionale - il nome forse più importante attualmente della siderurgia italiana. Ma l'Ilva di Arvedi, se mai ci sarà, avrà un volto molto diverso da quella attuale - e molti meno lavoratori, anche.

"Un piano lacrime e sangue che potrebbe essere accolto dal governo come ultima spiaggia nel caso in cui i pretendenti stranieri si defilassero o avanzassero pretese irricevibili. Il Cavaliere Giovanni Arvedi sarebbe al momento l'unico soggetto italiano che - secondo quanto appreso dal Giornale - avrebbe messo a punto una sorta di salvagente industriale", scrive Sofia Fraschini. "Un progetto" si legge ancora"che non prevede la continuità degli attuali altoforni, ma solo la realizzazione dei due nuovi forni elettrici.

La chiusura dei vecchi altoforni prevederebbe una fase transitoria in cui mettere in cassa integrazione tutti i lavoratori, la realizzazione in 3-5 anni dei nuovi altoforni elettrici, e una ripartenza light con una produzione fino a 4-6 milioni di tonnellate massime di acciaio l'anno, reintegrando parte dei lavoratori (massimo 2-4mila lavoratori).

Per gli altri dipendenti si starebbe studiando, al netto di scivoli e pre-pensionamenti, una redistribuzione tra le varie aziende pubbliche e/o partecipate dallo Stato o su progetti alternativi che riguardano le aree libere a Taranto, quanto a Genova".

Fonte

05/10/2025

Acciaierie d'Italia - Il piano di Bedrock prevede migliaia di tagli

L’unica cosa sicura è che sarà una apocalisse occupazionale.

A quanto risulta a Il Sole 24 Ore, che ha consultato più fonti convergenti, la proposta di Bedrock Industries per l’ex Ilva prevederebbe la conservazione di duemila addetti a Taranto e di altri mille addetti nel resto dell’Italia, fra gli stabilimenti di Novi Ligure e di Genova Cornigliano e i servizi logistici e commerciali sparsi nella penisola, antica vestigia di quella che fu il secondo gruppo siderurgico a ciclo integrale europeo.

Tremila salvati, dunque. E gli altri? Purtroppo, gli altri, sommersi. A seconda dell’assetto finale, nella visione di ristrutturazione cruenta di Bedrock, gli addetti che dovranno uscire definitivamente dal perimetro sono compresi fra i settemila e i settemila e cinquecento. Le stesse fonti consultate da Il Sole 24 Ore confermano che Bedrock avrebbe quantificato la sua offerta finanziaria in una cifra tonda: un euro.

Le medesime fonti, inoltre, descrivono l’offerta dell’altro fondo americano, il semisconosciuto Flacks Industries che è comparso sulla scena pochi giorni fa in cordata con gli altrettanti semisconosciuti slovacchi di Steel Business Europe, come poco più di una manifestazione di interesse, nella sua esilità e nella sua poca determinatezza.

L’offerta di questo secondo fondo americano sarebbe accomunata, peraltro, all’offerta di Bedrock da una caratteristica: anche Flacks offre un euro. A questo punto, diventa chiaro che l’ex Ilva non ha nessuna possibilità di conservare la propria integrità industriale. E diventa altrettanto chiaro che, a tredici anni dall’arresto di Emilio Riva e dei suoi collaboratori e della – già allora di fatto – nazionalizzazione forzata, l’intero percorso definito dalla magistratura di Taranto (e di Milano) e assecondato da tutti i governi che si sono succeduti ha portato, appunto, a uno scenario apocalittico. Uno scenario, peraltro, su cui adesso dovranno pronunciarsi molti protagonisti della vicenda.

Prima di tutto il governo Meloni. I precedenti proprietari, gli indiani di Arcelor Mittal, hanno fatto causa allo Stato italiano chiedendo oltre due miliardi e mezzo di danni. I commissari, che naturalmente operano in coordinamento e su impulso del governo, non hanno ancora fatto alcuna azione legale contro Arcelor Mittal.

Sono passati mesi e mesi. Evidentemente o Arcelor Mittal ha fatto tutto benissimo o non c’è la volontà di muoversi contro Arcelor Mittal. È stata indetta una prima gara. La prima gara si è svolta regolarmente. Ha prevalso il consorzio azero imperniato industrialmente su Baku Steel e finanziariamente sulla compagnia pubblica del gas, la Socar.

Il governo Meloni ha di fatto riscritto, dopo la gara, il piano industriale dell’ex Ilva con un piano verde al cento per cento. Niente più ciclo integrale. Solo forni elettrici. Nessuno ha mai visto un numero sui fondi pubblici necessari: zero ingegnerizzazione finanziaria, anche solo sulla carta. Serviva una nave rigassificatrice nel porto di Taranto, per mantenere stabile il ciclo energetico di forni elettrici e preridotto: il Signor Bitetti, sindaco della città, e il Signor Emiliano, presidente della Regione Puglia, hanno assecondato chi non la voleva.

È stata rifatta la gara. Baku Steel si è girata dall’altra parte. E sarà già tanto se non farà causa allo Stato italiano. Alla prima gara aveva partecipato il ramo minore della famiglia Jindal. Gli indiani hanno scelto di non presentarsi nemmeno loro: meglio provare a rilevare le attività tedesche di Thyssen Krupp. In Germania non ci sono giudici a Berlino e il governo, là, ha la disponibilità di finanziare la decarbonizzazione.

In Italia, la costante dell’intera vicenda è stata l’occhiuta vigilanza del Mef che, impegnato a mantenere l’equilibrio dei nostri precari conti pubblici, non ha mai accettato che l’ex Ilva potesse essere abbondantemente finanziata nella decarbonizzazione con soldi statali.

Peraltro, i fondi americani chiedono proprio questo: una marea di fondi pubblici, in una quantità difficile da quantificare. Per mantenere, appunto, in vita un’impresa da tremila addetti.

A questo punto della vicenda, il problema diventa industriale: la nostra manifattura, che già da dieci anni importa acciaio per infrastrutture, per componentistica e per aviazione dall’Asia mentre una volta se lo procurava a Taranto, sa che avrà una maggiore dipendenza dai fornitori stranieri.

Il problema è anche politico e civile, al limite dell’ordine pubblico: i sindacati dovranno gestire uno dei più violenti crack della nostra storia, e non sempre basta il metadone dei sussidi e della Cig. Il problema è anche sanitario e ambientale: al netto del paradosso che oggi non esiste in Europa un impianto con il livello di tecnologie ecologiche dell’ex Ilva, il rischio è che l’acciaieria si trasformi in una immensa (e ben più grande) Bagnoli, dove lo Stato ha operato già con pessimi risultati.

Il problema potrebbe assumere infine contorni noir, nella zona grigia fra economia e criminalità: perché, se le cose andranno veramente male, Taranto diventerà – nei suoi giganteschi apparati industriali - una miniera da smontare, riciclare, fare a pezzi, vendere per gli imprenditori più spregiudicati e per gli imprenditori già pregiudicati.

Fonte

28/09/2025

Ex Ilva: si apre la via della "finanziarizzazione all'americana"

Il bando per l'acquisizione degli asset di Acciaierie d'Italia (ex Ilva) si è chiuso con un esito che riflette una profonda criticità strategica. Delle 10 offerte, solo 2 – quelle del fondo statunitense Bedrock Industries e della cordata Flacks Group/Steel Business Europe – mirano all'acquisto dell'intero complesso. Le restanti 8, invece, propongono un preoccupante frazionamento degli impianti, nella logica dello “spezzatino”. Questo scenario, dominato da operatori finanziari esteri e da proposte parziali, evidenzia il rischio concreto di uno spostamento verso la logica della finanziarizzazione, in netta opposizione al modello europeo di codecisione industriale (Mitbestimmung), basato su sostenibilità e stabilità sociale.

L'interesse dei fondi d'investimento si inserisce in una logica di private equity che, pur potendo offrire una soluzione tampone per la cronica crisi di liquidità e debito, non assicura una strategia industriale di lungo periodo. Tuttavia, ad onor del vero, non tutti i “fondi” operano con orizzonti brevissimi; alcuni mirano perfino a una ristrutturazione profonda e definitiva. Comunque questa logica, orientata alla massimizzazione del valore per gli stakeholder e alla prospettiva di un rapido disinvestimento (exit), rischia di subordinare le complesse esigenze industriali, occupazionali e ambientali di Taranto alla mera valorizzazione finanziaria dell'asset.

I Commissari straordinari dovranno valutare le offerte tenendo in altissima considerazione gli aspetti legati al lavoro diretto e indotto, gli impegni di decarbonizzazione e l'entità degli investimenti occorrenti. Tali criteri, imposti dal Governo, non collimano perfettamente con la rapidità e la selettività tipiche delle decisioni dettate dal capitale finanziario. Il ridotto numero di offerte ottenute per l'intero apparato industriale riflette la gravità della situazione che incombe sull'ex Ilva e spiega gli orientamenti verso soluzioni parziali o, nel caso dei grandi fondi, verso una ristrutturazione della contabilità e dei bilanci. Questa tendenza si scontra apertamente con il modello di sostenibilità integrata e concertazione sociale adottato in una realtà come Duisburg, in Germania.

In quel contesto, senza dubbio diverso da quello italiano, la siderurgia è trattata come un asset strategico di interesse comune. Così la “codecisione” (Mitbestimmung) e il massiccio intervento pubblico guidano insieme la transizione tecnologica verso l'idrogeno “verde”, garantendo il mantenimento occupazionale e un risanamento strutturale. L'approccio puramente finanziario rischia di prediligere soluzioni a breve termine, come l'accelerazione dell'uso dei forni elettrici (EAF), però alimentati da gas fossile e non da energie rinnovabili e pulite. Il modello tedesco, al contrario, punta direttamente alla sostenibilità globale con l'idrogeno “verde” e al traguardo della neutralità climatica.

L'elevato numero di offerte parziali, che includono attori noti del panorama industriale italiano, rende adesso più concreta l'ipotesi di una vendita a pezzi. Tale scenario complicherebbe la gestione totale e la strategia unitaria di decarbonizzazione, che, nel caso, deve rimanere un imperativo assoluto. La sfida per il Governo, oltre a trovare un acquirente, è definire rigorosamente la qualità dell'intervento. Accettare un capitale privato, seppur necessario per il risanamento finanziario, non può equivalere a una cessione in bianco delle priorità ambientali e occupazionali. La vera sovranità strategica non si esercita tramite la nazionalizzazione fine a sé stessa, bensì si impone attraverso un'intesa vincolante col Governo, che leghi indissolubilmente il sostegno (pubblico e privato) al raggiungimento degli standard di sostenibilità europei. In assenza di tale fermezza, il rischio è che l'Ex Ilva venga ottimizzata finanziariamente e rivenduta, lasciando allo Stato l'onere ineludibile delle esternalità ambientali e sociali.

«Il frazionamento, o “spezzatino” – commenta il Sociologo del lavoro, Raffaele Bagnardi – rappresenta un rischio strategico gravissimo. Il polo siderurgico integrato dell'Ex Ilva funziona da sistema compatto, dove ogni impianto è interdipendente dagli altri, specialmente nella prospettiva del Ciclo Integrale e della sua sostenibilità tecnologica. Frazionare gli asset complicherebbe enormemente la gestione e renderebbe quasi impossibile l'attuazione di una strategia unitaria di decarbonizzazione, che richiede investimenti massicci e coordinati su tutta l'impiantistica produttiva. Il rischio è creare isole operative scollegate, lasciando il fardello delle parti meno profittevoli – come ad esempio le bonifiche e la salute – interamente a carico dello Stato».

«La “spezzatino” – continua Bagnardi – si presenta come una soluzione solo apparentemente semplice, destinata a scontrarsi con ostacoli rilevanti di natura finanziaria, legale, sociale e occupazionale. La suddivisione patrimoniale dell'azienda richiederebbe una complessa gestione delle passività pregresse, in particolare a causa dell'enorme debito accumulato e degli oneri necessari alle bonifiche. Per tale ragione, è altamente improbabile che gli investitori siano disposti ad acquisire singole unità produttive che includano l'integrale responsabilità per le passività ambientali pregresse. Inoltre, la ricollocazione della forza lavoro in diverse entità proprietarie potrebbe comprometterne l'unità contrattuale. Ciò richiederebbe, oltre a una profonda riorganizzazione industriale, una vera e propria ricomposizione del tessuto sociale, rendendo necessario un coordinamento interistituzionale di portata e articolazione senza precedenti». 

«La CIGS – conclude Bagnardi – non può essere un mero artifizio sociale in attesa di dismissioni o di recupero dei costi. Deve essere, invece, pur considerando le difficoltà congiunturali, un elemento di politica attiva della manodopera. Il modello tedesco ci insegna che la riqualificazione del personale è sempre parte integrante della pianificazione industriale. Passare dagli altiforni a carbone all'idrogeno “verde” non significa semplicemente licenziare, vuol dire riconvertire le competenze di migliaia di lavoratori verso nuove funzioni e nuove procedure. Perciò una strategia economica, specie se orientata al lungo periodo, deve essere vincolata da un preciso e deciso Accordo di Programma con lo Stato.»

La palla è ora nelle mani dei Commissari e del Governo, che, compatibilmente con le tempistiche, i vincoli UE sugli aiuti di Stato, e i procedimenti giudiziari, sono chiamati a scegliere appunto tra la finanziarizzazione immediata e il modello di sviluppo concertato a lungo termine; quest'ultimo più vicino all'idea europea dell'acciaio.

Fonte

27/09/2025

L'ex Ilva Acciaierie d'Italia va verso gli USA

Baku Steel, company azera che aveva vinto la gara prima che si decidesse per un bando bis, ha già detto di non essere più interessata. E secondo gli ultimi rumors anche gli indiani di Jindal Steel International sarebbero pronti a tirarsi indietro dalla partita per l'acquisizione degli asset di Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, compreso lo stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto.

E quindi? Le indiscrezioni delle ultime ore danno sul tavolo soltanto due offerte provenienti da fondi di investimento americani: Bedrock Industries e Flacks Group. Le due proposte statunitensi, in competizione tra loro, hanno quindi origine finanziaria, non industriale, e dovrebbero quindi – ma siamo nel campo delle ipotesi e del condizionale – appoggiarsi a partner operativi, magari acciaieri italiani. I quali però potrebbero puntare a singoli "pezzi" del gruppo AdI, come lo stabilimento di Genova Cornigliano, ma non alla fabbrica tarantina le cui difficoltà sono note.

Una matassa complicata, se non di più, quella che dovrà sciogliere il Mimit, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso e che ha gestito il bando internazionale. Da qui alla fine della giornata i dati da cui ripartire saranno definiti; ma l'esito del caso Ilva rimane ancora incertissimo.

Fonte

18/09/2025

JSW a caccia dell'acciaio europeo?

Il gruppo indiano Jindal Steel & Power ha presentato un'offerta non vincolante per l'acquisizione di ThyssenKrupp Steel Europe. L'operazione, che si inserisce in una strategia di produzione di acciaio "verde" in Europa, prevede un investimento miliardario per il progetto di riduzione diretta del ferro (DRI) in Germania.

Intanto, sul fronte italiano, la gara per l'ex Ilva di Taranto vede ancora in corsa, oltre a Jindal, il fondo di investimento americano Bedrock Industries. Per ora, lo scenario di un "curve out" ("spezzatino") degli asset italiani sembra ancora una ipotesi, quantunque adesso più plausibile.

Il destino dell'ex Ilva rimane quindi legato a queste due offerte, che rappresentano approcci molto diversi, un'integrazione strategica su scala europea da parte di Jindal e un piano di risanamento finanziario e industriale da parte di Bedrock.

16 Settembre 2025. ThyssenKrupp AG ha annunciato di aver ricevuto un'offerta non vincolante da Jindal Steel International per l'acquisizione della sua divisione siderurgica, ThyssenKrupp Steel Europe (TKSE).

Il Consiglio di Amministrazione di ThyssenKrupp ha confermato il ricevimento della proposta e ha dichiarato che la esaminerà attentamente. L'Azienda ha sottolineato che l'analisi si concentrerà in particolare sulla sostenibilità economica, sulla continuità della transizione "verde" e sulla salvaguardia dell'occupazione presso i siti produttivi tedeschi.

Jindal ha confermato di aver presentato l'offerta attraverso la sua divisione internazionale. La proposta include l'impegno a investire oltre 2 miliardi di euro per completare il progetto di riduzione diretta del ferro (DRI) a Duisburg e per costruire nuovi forni elettrici ad arco. L'azienda ha espresso la volontà di entrare in un dialogo costruttivo con il management di ThyssenKrupp e con i rappresentanti dei lavoratori, promettendo di preservare l'eredità storica dell'azienda e di accelerare la sua trasformazione in un leader dell'acciaio a basse emissioni.

IG Metall, il sindacato tedesco, ha accolto positivamente l'offerta, definendo Jindal un "investitore strategico e orientato alla crescita".

17 Settembre 2025. I media internazionali e i comunicati stampa hanno fornito ulteriori dettagli sul contesto dell'offerta.

È emerso che l'offerta di Jindal si inserisce nella visione ampia di consolidamento e decarbonizzazione del settore siderurgico europeo, con il gruppo indiano che mira a sfruttare la propria catena di approvvigionamento di materie prime e lavorazioni, per rafforzare la posizione competitiva di ThyssenKrupp.

Nota a margine.

L'acquisizione di un'entità di grandi dimensioni come ThyssenKrupp da parte di Jindal potrebbe essere oggetto di un esame rigoroso da parte della Commissione Europea per verificare che non crei un monopolio o una posizione dominante sul mercato che danneggi la concorrenza. Se le autorità competenti dovessero ritenere che l'operazione limiti la concorrenza, potrebbero richiedere modifiche all'accordo o addirittura bloccarlo. In passato, per esempio, una proposta di joint venture tra ThyssenKrupp e Tata Steel è stata bloccata dalla Commissione Europea proprio per timori sulla concorrenza.

Fonte

14/09/2025

[Contributo al dibattito] - Sfida tra Jindal e Bedrock per l’ex Ilva di Taranto

La competizione per l'acquisizione di Acciaierie d'Italia, ex Ilva, si sta intensificando, con due contendenti principali rimasti in lizza dopo il recente ritiro di un concorrente. I candidati in corsa, la Jindal Steel & Power dall'India e la Bedrock Industries dagli Stati Uniti, portano sul tavolo due strategie fondamentalmente diverse, che riflettono la loro natura di operatore industriale e di fondo di investimento. Il destino del più grande polo siderurgico d'Europa, con le sue complesse problematiche ambientali e finanziarie, è appeso a una decisione governativa che dovrà soppesare attentamente queste due visioni contrastanti.

Il ritiro di Baku Steel Company, l'azienda azera precedentemente in gara, ha ristretto il campo. Nonostante un'interpretazione iniziale suggerisse che il ritiro fosse legato alla ferma opposizione del Comune di Taranto all'installazione di una nave rigassificatrice, il sindaco della città, Piero Bitetti, ha categoricamente smentito tale ipotesi, senza però fornire ulteriori dettagli. L'assenza di un rigassificatore, tuttavia, è un fattore rilevante e stringente nel processo di decarbonizzazione, un aspetto cruciale sottolineato dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso. La scadenza per la presentazione delle offerte è stata prorogata (manca solo l'ufficialità, ma tutto sembra indicare questa soluzione) dal 15 al 26 settembre, un'azione voluta dal ministero per dare ai candidati il tempo necessario per adeguare la documentazione alle rigorose condizioni di decarbonizzazione imposte dal governo.

Parallelamente, il sindaco Bitetti ha accennato alla possibilità di presentare ricorso contro l'Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia), un'azione sostenuta dai Verdi all'interno della sua maggioranza. Sebbene la decisione dipenda dalla solidità legale del ricorso, l'obiettivo dichiarato è accelerare la dismissione degli impianti a carbone, riducendo l'impatto inquinante e contribuendo al risanamento ambientale. La complessità della situazione legale e ambientale aggiunge un ulteriore strato di sfida per chiunque si aggiudicherà l'azienda.

L'offerta di Jindal Steel & Power è l'espressione di una visione orientata all'integrazione e alla competenza industriale. In quanto azienda siderurgica di rilievo globale, Jindal vanta una profonda esperienza nel settore, che intende sfruttare per assorbire lo stabilimento di Taranto nel suo ecosistema produttivo internazionale. Questo approccio si fonda su una conoscenza tecnologica e un know-how specifico acquisiti attraverso la gestione di complessi progetti industriali.

La strategia di Jindal per Acciaierie d'Italia prevede la conversione degli impianti esistenti in ottica di sostenibilità. L'azienda indiana ha già investito con successo in tecnologie di decarbonizzazione, come l'idrogeno verde e la riduzione diretta del ferro (DRI), e si propone di replicare questo modello a Taranto. La gestione dello stabilimento sarebbe diretta e operativa, concentrata sull'efficienza produttiva, la logistica e la gestione del personale. Dal punto di vista finanziario, Jindal potrebbe attingere a risorse interne e all'esperienza maturata nella gestione di progetti industriali complessi, integrando tali fondi con capitali esterni per sostenere gli ingenti investimenti necessari alla riconversione. La proposta si presenta quindi come una soluzione che unisce l'esperienza tecnica a una solida base economica.

Bedrock Industries, in qualità di fondo di investimento specializzato nel settore dei metalli, propone un'alternativa strategica. Il suo interesse primario non risiede nella gestione operativa quotidiana, ma nella ristrutturazione finanziaria e nella valorizzazione degli asset. L'obiettivo è acquisire un'azienda in difficoltà per risanarla, renderla redditizia e, potenzialmente, rivenderla in futuro con un profitto. Questo modello di investimento, sebbene orientato a una riorganizzazione strutturale, si distingue dall'approccio di un operatore industriale.

A differenza di Jindal, Bedrock non possiede l'esperienza diretta nella gestione di un impianto siderurgico. Pertanto, la sua strategia si baserebbe sulla nomina di un management dedicato o sulla creazione di partnership per attuare il piano industriale, mantenendo un ruolo di supervisione e controllo finanziario. Per finanziare il percorso di decarbonizzazione, Bedrock si affiderebbe in gran parte a capitali esterni, prestiti bancari e fondi pubblici. La capacità di attuare la riconversione degli impianti sarebbe quindi strettamente legata alla disponibilità di tali finanziamenti, con una gestione del rischio più focalizzata sull'analisi dei costi-benefici che sulla creazione di un polo industriale integrato e a lungo termine.

Non può essere esclusa la "soluzione a spezzatino". Sebbene sia Jindal che Bedrock siano formalmente in corsa per l'acquisizione dell'intero gruppo, le loro proposte potrebbero evolvere in offerte per singole parti dell'azienda. Questo approccio permetterebbe a diversi gruppi di acquisire settori specifici di Acciaierie d'Italia, con l'obiettivo di renderli funzionali e sostenibili a sé stanti. Se si realizzasse, questa frammentazione dell'azienda cambierebbe radicalmente il suo futuro, potenzialmente accelerando la conversione degli impianti più inquinanti, però rischiando di compromettere la coerenza e l'integrazione del polo siderurgico nel suo complesso.

La scelta tra le due offerte e la possibile frammentazione riflette una decisione fondamentale per il governo italiano. Da un lato, la Jindal propone una soluzione basata sulla gestione diretta e sulla competenza industriale, che potrebbe garantire una continuità produttiva a lungo termine e un'integrazione in un contesto siderurgico globale già consolidato. Dall'altro, l'approccio di Bedrock offre una soluzione di risanamento finanziario, che mira a rendere l'azienda redditizia attraverso la ristrutturazione, ma con un rischio legato alla dipendenza da capitali esterni e a un potenziale disimpegno in futuro. La decisione finale determinerà non solo il futuro di Acciaierie d'Italia, ma anche il percorso che l'intera industria siderurgica italiana intraprenderà nei prossimi anni. La scelta, pertanto, non riguarda solo l'acquirente, ma la visione stessa del futuro industriale e ambientale del Paese.

Fonte

28/08/2025

[Contributo al dibattito] - Duisburg corre, Taranto si ferma: due modelli a confronto sulla transizione dell’acciaio

L'analisi comparativa dei modelli di transizione siderurgica di Duisburg e Taranto rivela un profondo divario strategico e contestuale. A Duisburg, il processo di decarbonizzazione si configura come un progetto a lungo termine, pianificato e sostenuto da una solida sinergia tra politica, industria e finanza. A Taranto, invece, la stessa transizione è caratterizzata da una visione assai frammentata, dalla mancanza di un piano condiviso e da forti conflitti sociali.

La strategia tedesca si è basata sulla sostituzione progressiva degli altiforni tradizionali con impianti di riduzione diretta (DRI), che producono il cosiddetto "ferro spugna". La vera innovazione risiede nell'uso iniziale di una miscela di gas naturale e, successivamente, di idrogeno verde, per raggiungere la "neutralità climatica". L'impianto DRI, in avvio nel 2026, sarà alimentato proprio da questa miscela, garantendo una significativa riduzione delle emissioni di CO2 fin da subito, pur mantenendo la continuità produttiva. L'obiettivo è il passaggio completo, entro il 2037, all'utilizzo di idrogeno prodotto tramite elettrolisi da fonti rinnovabili, rendendo la produzione di acciaio virtualmente priva di emissioni. Il risultato finale sarà il "Green Steel", un prodotto altamente competitivo sui mercati globali.

Il Governo tedesco ha sostenuto l'investimento con due miliardi di euro, riconoscendo la decarbonizzazione dell'acciaio come una priorità nazionale. Le sovvenzioni sono state approvate dalla Commissione Europea come parte integrante del "Green Deal", sbloccando così altri ingenti finanziamenti e superando le lungaggini procedurali. ThyssenKrupp ha inoltre stretto solide partnership per l'approvvigionamento dell'idrogeno, dimostrando il valore effettivo delle scelte di "burocrazia negoziata".

A Taranto, le circostanze sono più complesse. Il dibattito si è polarizzato tra due visioni opposte, la necessità di mantenere la produzione e l'urgenza di una bonifica ecologica immediata. Il riavvio di tre altiforni, considerato necessario per raggiungere i 6/8 milioni di tonnellate di produzione annua, è un punto di scontro. Le istituzioni locali e le associazioni ambientaliste lo vedono come un passo indietro, in netto contrasto con la promessa di un futuro "verde". L'attuale piano, impostato sulla coesistenza di altiforni e forni elettrici, non riflette pienamente l'obiettivo di una decarbonizzazione rapida e totale.

Anche la proposta di installare, seppur provvisoriamente, una nave rigassificatrice (FSRU) è fortemente osteggiata, in quanto rientrerebbe nella direttiva Seveso, aggiungendo un potenziale rischio ambientale in un'area già gravata. Inoltre, verrebbe diffusamente percepita come una decisione imposta, senza un confronto con la cittadinanza.

A differenza di Duisburg, a Taranto non sono ancora stati definiti fondi e tempi per la costruzione dei nuovi impianti, e il bando per la vendita a un gestore privato è ancora in attesa di esito.

A questo proposito e dopo il ritorno di Acciaierie d'Italia sotto il controllo statale, basti considerare che solo colossi siderurgici globali come ArcelorMittal o Jindal potrebbero essere in grado di sostenere l'acquisizione totale dell'ex Ilva. Tuttavia, non è solo la capacità finanziaria a giocare un ruolo determinante. L'esperienza consolidata nel settore, la competenza tecnologica e la visione imprenditoriale sono fattori essenziali per garantire una gestione efficace e un traguardo di successo. La complessità del sito di Taranto richiede un operatore con un know-how specifico per affrontare sia le sfide produttive che quelle ambientali.

Duisburg dimostra che il traguardo ecologico è possibile se guidato con ragione e trasparenza, e se legittimato dalla collaborazione di tutti gli attori coinvolti. Per Taranto, si possono ipotizzare alcune raccomandazioni. È fondamentale concentrarsi su una roadmap precisa per la decarbonizzazione totale, con scadenze e investimenti certi. Si dovrebbe avviare e sottoscrivere un Accordo di Programma che definisca un percorso operativo condiviso. E, cosa altrettanto importante, occorre accedere ai fondi del "Green Deal" e del "Just Transition Fund", trasformando l'attuale "Vertenza Taranto" (la quarta, dopo quelle della "subfornitura", della "reindustrializzazione" e della "privatizzazione") in una moderna opportunità di diversificazione per l'intera economia italiana e non come una limitata e confinata questione locale.

Il modello tedesco non può essere semplicemente "copiato", ma offre un esempio da seguire per affrontare il futuro. Però gli scenari in cui tutto questo sta accadendo sono in piena turbolenza. L'industria siderurgica mondiale sta per affrontare quella che molti analisti ed esperti definiscono la "tempesta perfetta", scatenata da due congiunture sinergiche e pericolosissime, la sovracapacità produttiva e l'aumento vertiginoso dei costi energetici.

Ma questa è un'altra storia.

Fonte

13/08/2025

Acciaierie d'Italia: importante il raggiungimento dell'intesa istituzionale, ma ora servono fatti concreti ed una regia pubblica

Giudizio positivo sul fatto che oggi, al tavolo presso il MIMIT, le istituzioni tutte siano riuscite a raggiungere un intesa per la piena decarbonizzazione di Acciaierie d’Italia. È un passo importante, che segna anche una ricomposizione di una frattura che rischiava di compromettere il rapporto tra cittadinanza e fabbrica.

Un segnale positivo che va riconosciuto a tutti i soggetti coinvolti e che fino all'ultimo hanno discusso.

Naturalmente, il nostro giudizio definitivo dovrà basarsi sui fatti concreti che seguiranno alla firma.

Riteniamo comunque questo accordo un passaggio importante, forse storico per Taranto: la scelta di puntare alla totale decarbonizzazione, con la chiusura degli impianti a caldo e la sostituzione con impianti elettrici, è un elemento centrale.

Per noi si tratta dell’ultima vera occasione per rilanciare il polo siderurgico in una prospettiva sostenibile nel rispetto di ambiente e salute.

Lo Stato deve essere però direttamente coinvolto nella proprietà e nella gestione: la regia pubblica è per noi una condizione essenziale per guidare il processo di transizione e garantire l’interesse collettivo e ovviamente va assolutamente evitato di ripetere lo stesso quadro di errori del passato.

Sul piano occupazionale, al tavolo abbiamo detto con chiarezza che non basta che questo tema sia citato come obiettivo soltanto di principio: la tutela del lavoro deve essere un fatto concreto ed inderogabile per davvero. Ed è proprio per questo che per USB è necessario aprire subito un confronto sugli strumenti straordinari per gestire una fase che sarà complessa e che deve garantire a tutto il bacino occupazionale le massime tutele in un quadro di strumentazioni in grado di coprire ogni situazione ed ogni diversità. Le proposte di USB sono già da tempo in campo su questo.

In questo quadro, dove ci sembra che sul DRI e sulla sua collocazione non sia stato ancora deciso nulla, bisogna andare comunque alla verifica dei fatti. Infine, dobbiamo affrontare certamente il tema di tutta l’occupazione collegata, diretta e indiretta da AdI, Ilva in AS e dell'appalto senza dimenticarsi della vicenda Sanac, elemento per noi altrettanto centrale.

Abbiamo ribadito con fermezza la nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di spezzatino o vendita separata degli asset: il gruppo deve restare unito. Solo così sarà possibile garantire un futuro industriale e occupazionale solido per Taranto e per Genova, gli altri stabilimenti di Acciaierie D'Italia e per l’intero settore siderurgico nazionale.

Su questo chiediamo il massimo della responsabilità istituzionale per la prosecuzione del confronto.

USB Nazionale Categoria – Operaia dell'industria

Fonte

01/08/2025

Acciaierie d'Italia: senza una strategia pubblica il futuro del paese e' ostaggio delle convenienze politiche

Mentre si decide del futuro della più grande acciaieria d’Europa, e con essa del nostro modello produttivo e della transizione ecologica, assistiamo a un confronto che oscilla tra interessi di bottega e schermaglie politiche, dove i lavoratori continuano a essere i grandi assenti.

L'incontro avvenuto ieri tra le istituzioni ha determinato l'aggiornamento del bando di gara per l’ingresso di un nuovo partner industriale, fissando la totale decarbonizzazione come condizione vincolante.

Un obiettivo che riteniamo necessario e che USB ha sempre sostenuto: il futuro della siderurgia deve essere compatibile con la salute e l’ambiente.

Ma su questo non può reggere l’ennesima narrazione che riduce tutto a una partita industriale, senza affrontare la questione sociale.

Nessuna parola su quanti posti di lavoro saranno salvaguardati o su quali saranno gli strumenti straordinari che si intendono attivare per gestire la transizione e proteggere il reddito delle persone coinvolte.

Il dibattito appare monco e pericoloso: si ragiona di soluzioni “A, B o C” senza chiarire cosa realmente comportano sul piano occupazionale e industriale. Così si lascia campo libero a chi pensa che la transizione sia solo una questione di tecnologia e non di diritti, dignità e futuro delle persone.

USB al tavolo odierno presso Palazzo Chigi lo ha ribadito con forza: la presenza dello Stato è condizione imprescindibile in tutta l’operazione. Non come semplice arbitro, ma come soggetto attivo e garante di una strategia industriale di lungo periodo.

La siderurgia è un settore strategico per il Paese: non può essere lasciata alla logica del massimo profitto di un singolo operatore privato. Serve un piano nazionale per la siderurgia, integrato nella strategia di politica industriale, che indichi investimenti, tempi e strumenti per una transizione ecologica giusta e socialmente sostenibile.

È urgente definire degli strumenti straordinari per la tutela dell'occupazione, la protezione del reddito dei lavoratori, pensando anche a un futuro “oltre la fabbrica” per chi non potrà essere ricollocato all’interno degli impianti.

Questi strumenti devono riguardare tutto il bacino dell'occupazione, dai lavoratori diretti a quelli di Ilva in AS e dell'appalto. 

Il 12 agosto, Comune e Regione saranno riconvocati per sottoscrivere l'Accordo di Programma Interistituzionale ma ci sembra evidente che saremo punto e a capo, con la politica che non fa la politica, che decide di non decidere scaricando su altri le proprie responsabilità.

Ma il futuro della siderurgia non è una questione locale. È una questione nazionale, che riguarda la tenuta industriale del Paese, la sua autonomia produttiva e migliaia di famiglie che vivono di lavoro.

USB continuerà a chiedere che questo confronto torni sui binari giusti: un processo trasparente, con obiettivi industriali chiari, garanzie sociali vincolanti e un ruolo pubblico forte, capace di guidare la transizione ecologica senza sacrificare i diritti dei lavoratori sull’altare del profitto.

USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale

Fonte

01/07/2025

[Contributo al dibattito] - “Piano per l’ex Ilva fuori tempo massimo, troppi nodi irrisolti. Si azzeri tutto e si ricominci daccapo"

TARANTO – Grazie all'intervento di Ercole Incalza pubblicato domenica sulla situazione vissuta dall'ex Ilva di Taranto, apriamo sul nostro giornale un vero e proprio dibattito aperto per affrontare i temi della drammatica emergenza vissuta dal più grande polo siderurgico europeo e dalle persone e famiglie che vivono all'ombra della produzione di acciaio in terra jonica.

Oggi ospitiamo la riflessione a voce alta dell'Ing. Angelo Racca, che nella sua vita professionale è stato nella Italimpianti s.p.a. per l’ufficio di Taranto dal ’74 con il ruolo di direzione tecnica e Project Management di grandi lavori nel settore dell’impiantistica siderurgica e in particolare per la ricostruzione degli altofomi n. 3 e n. 5 e Colate continue n.4 e n. 5 dell’Italsider di Taranto.


di Angelo Racca

Mi dispiace esprimere valutazioni critiche sull’analisi dell’Ing. Incalza relativa all’attuale situazione del Centro Siderurgico di Taranto e, quindi, della Siderurgia italiana.

Ho sempre considerato l’Ing. Ercole Incalza un Manager di alto livello per ciò che ha fatto nella guida di grandi interventi infrastrutturali di interesse nazionale, ma anche per le capacità di analisi delle criticità degli eventi strutturali e infrastrutturali in essere. Tuttavia la sua citata analisi, pur ribadendo concetti e proposte condivisibili già espressi in passato, temo intervenga fuori tempo massimo e ai limiti, se non fuori, del contesto che si è venuto a creare.

Prescindo al momento dall’attribuzione delle colpe della situazione attuale: analisi corretta e condivisibile, ma del tutto sterile se si vuole contribuire alla risoluzione delle problematiche in essere.

Valuto inoltre anche l’intervento del Sottosegretario Mantovano, citato dall’Ing. Incalza, fuori tempo massimo: in qualità di Uomo politico di origini pugliesi, e quindi doverosamente in possesso di una cultura siderurgica, responsabile inoltre del Copasir, si accorge solo adesso che si stava procedendo ad una vendita al buio di uno Stabilimento dichiarato, anche a fronte di provvedimenti legislativi, di rilievo/interesse strategico nazionale. Mi immagino che abbia ricevuto dal Ministro competente rassicurazioni in proposito con il possibile utilizzo del “golden share”, ma sappiamo quanto sarebbe aleatorio questo utilizzo.

E veniamo alla situazione attuale che presenta diversi aspetti che si intersecano tra di loro determinando un inestricabile intreccio degli eventi:

1) Il Ministro Urso sta facendo pressione sul Sindaco di Taranto (e altri Enti locali) per la sottoscrizione di un Accordo di Programma al solo dichiarato scopo di ottenere l’AIA, condizione necessaria (ma non sufficiente) per evitare che il Tribunale di Milano sentenzi la chiusura dello Stabilimento. Intanto inserisce nell’accordo vincoli che, se sottoscritti, ipotecano scelte future non sufficientemente valutate sul piano tecnico, tecnologico, logistico e progettuale, ma di notevole impatto sul territorio.

2) Lo stesso Accordo prevede il raggiungimento dell’obiettivo finale consistente nella realizzazione di 3 forni elettrici e 3 DRI (impianti di Riduzione Diretta per la produzione di preridotto) entro il 2039. Intanto per almeno 5 o 6 anni (valutazione ottimistica) si dovrà produrre ghisa con gli altoforni Afo1 – Afo2 – Afo4 a condizione che:
2.1) Venga concessa l’Autorizzazione Integrata Ambientale, con la quale l’ex ILVA potrà continuare a far funzionare gli impianti (ivi compresi cokerie, agglomerato, altoforni e acciaierie) per almeno altri 12 anni e produrre fino a 6 MLT/anno, che si rifaccia alle regole europee senza le attuali eccessive prescrizioni (cosa non scontata).
2.2) Il Governo Italiano ottenga una proroga dalla Comunità Europea delle quote gratuite di CO₂ (cosa non scontata), altrimenti i costi dell’acciaio prodotto a Taranto sarebbero altissimi e quindi fuori mercato.
2.3) Afo1 – Afo2 – Afo4 siano in grado di produrre 6 MLT/anno a partire dal 2025, cosa oggettivamente non possibile perché è prevista a breve una lunga fermata per importanti interventi di manutenzione dei tre altoforni e Afo1 è addirittura sotto sequestro. L’efficienza futura di questi altoforni poi è tutta da dimostrare.

3) Quindi cerchiamo di esaminare le attività e gli interventi da effettuare sugli impianti dello Stabilimento nel transitorio che va dal 2025 al 2039, sui quali la bozza di Accordo di programma disinvoltamente sorvola:
3.1) Innanzitutto vanno finanziati e realizzati gli interventi relativi alle centinaia di prescrizioni dell’AIA, già oggi considerati eccessivamente onerosi ma per i quali pare non siano possibili “sconti”.
3.2) È possibile che ci sarà, per quanto già detto, un periodo non breve di fermata contemporanea dei tre altoforni, per cui non ci sarà produzione di ghisa e presumibilmente in quel periodo, per non chiudere lo stabilimento, si procederà all’acquisto di bramme dal mercato per alimentare gli impianti di laminazione, ma c’è il rischio che i costi di produzione faranno lievitare i prezzi del prodotto a livelli fuori mercato.
3.3) Il piano di sostituzione graduale degli altoforni con forni elettrici + DRI, pur se sommariamente espresso nell’Accordo, conta sulla durata di almeno un altoforno per almeno 12 anni; questo vuol dire che per almeno un altoforno non basta un intervento di manutenzione ordinaria o straordinaria, ma occorre eseguire un vero e proprio “Rifacimento”, come quelli che si eseguivano una volta che assicuravano appunto a questo impianto una vita di 10÷12 anni. Ciò comunque vanifica l’aspettativa di produrre 6 MLT/anno con i tre altoforni per 5 anni a partire dal 2025.
3.4) Alcuni aspetti dello stato dell’assetto impiantistico e delle aree esistenti sono completamente sottaciuti dall’Accordo quali ad es. (oltre agli Afo) lo stato degli impianti che dovrebbero assicurare una produzione ipotizzata di almeno 6 MT/anno da oggi all’anno di entrata in funzione del primo forno elettrico (ad es. batterie di forni a coke, linee di agglomerazione, acciaierie, ma anche gli impianti di laminazione e vorrei citare anche i tubifici che hanno sempre assicurato in passato la produzione a più alto valore aggiunto e di mercato). Visto il livello di gestione della manutenzione messo in atto dalla Mittal, ma anche dalla successiva AS, è realistico prevedere la necessità di eseguire importanti e costosi interventi di manutenzione e messa in sicurezza.

4) Facciamo chiarezza inoltre sulla questione “acciaio green”; la “completa decarbonizzazione” al momento è un’utopia o comunque non c’è alcuna garanzia che si possa attuare nei tempi previsti dall’Accordo di programma perché:
4.1) Tutti i progetti europei di siderurgia a idrogeno stanno fallendo o almeno rallentando per l’eccessivo costo di produzione dello stesso idrogeno.
4.2) Solo NIPPON STEEL sta iniziando a programmare la produzione di preridotto da ossidi di ferro utilizzando, al posto del gas naturale, l’idrogeno prodotto da fonti rinnovabili (eolica o fotovoltaica) tramite elettrolizzatore.
4.3) È il futuro ma non ancora alla portata dei produttori di acciaio sul piano tecnologico-industriale-imprenditoriale nemmeno per le siderurgie più evolute come quella giapponese. Infatti la stessa NIPPON STEEL continua ad investire nelle miniere di carbone da coke.
5) Per inciso inoltre ricordiamo che, per errori procedurali, DRI d’Italia dovrà rifare la gara di appalto per la progettazione e costruzione a Taranto dell’Impianto di preridotto che servirà ad alimentare i futuri forni elettrici.

Fonte

08/06/2025

Taranto, dissalatore ed ecologia del sacrificio

Finanziato al 73% col Fondo di Sviluppo e Coesione e al 27% col Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il progetto di costruzione del dissalatore del fiume Tara si inserisce perfettamente nella lunga storia di gestione emergenziale e devastazione ambientale del territorio tarantino, riverbero fedele di quanto accade più in generale nei Sud mediterranei. L’investimento in infrastrutture invasive rivela l’interesse a investire in settori che soddisfino le richieste energivore di un sistema che non è messo in discussione alla radice, e che si basa sul governo necropolitico dei territori distribuendo la vulnerabilità alla morte prematura secondo gerarchie razziali.

*****

Ci avete tolto l’aria. E ora volete toglierci anche l’acqua.
Dal presidio davanti alla Camera di commercio, Taranto, 10/05/2025

A Taranto è in progetto la costruzione del più grande dissalatore d’Italia – un primato che richiama alla memoria la più grande acciaieria d’Europa – che sorgerebbe sul versante occidentale della costa ionica, in un’area già fortemente compromessa dalla presenza della raffineria ENI, dell’ex Ilva, della discarica Italcave e di quelle gestite dalla Cisa S.p.A., l’azienda di gestione dei rifiuti che ha ricevuto l’appalto per la costruzione del dissalatore in consorzio con la Suez Italy, Suez International, Edil Alta, Ecologica spa, AI Engineering e Consorzio Uning.

Il progetto di costruzione ha già sollevato diversi dubbi sulla salute del fiume, presenta il problema dell’espianto di centinaia di ulivi nei suoi pressi e degli agrumeti direttamente posseduti dai contadini, nonché costituisce uno sconvolgimento delle relazioni ecologiche tra l’ecosistema-fiume e le comunità che ci vivono insieme, già depresse dalla presenza della fabbrica. Criticità sollevate dai movimenti, dall3 cittadin3, dalle associazioni ambientaliste, e persino dal ministero della cultura, da Arpa Puglia e Asl Taranto. È chiaro, tuttavia, che il problema non è circoscrivibile nella presunta migliorabilità del progetto da parte dei suoi promotori, Regione Puglia e Acquedotto Pugliese; piuttosto, si trova nella decisione stessa di costruire il dissalatore e nella retorica scelta per giustificarne la costruzione, elementi che se analizzati ci rivelano il quadro d’insieme in cui s’inserisce quest’opera.

L’acqua estratta dal fiume andrebbe infatti distribuita nella regione per affrontare il problema dell’emergenza idrica e della siccità. Tuttavia, come testimoniano già numerose ricerche e perizie, sul territorio sono già presenti numerosi invasi che potrebbero essere riparati e potenziati, riducendo i costi e l’impatto ambientale. Ma perché allora non si investe in queste manutenzioni, invece che progettare una nuova grande opera? La risposta sembra risiedere nell’interesse a investire i finanziamenti del PNRR e del FSC in settori strategici e ad inserire nuovi attori transnazionali nella gestione delle infrastrutture pubbliche.

L’emergenza economica e l’emergenza climatica

Il progetto di costruzione del dissalatore è infatti un elemento della spesa dei fondi europei e nazionali per l’attuazione del progetto di una «transizione verde», ossia di investimento in un nuovo settore produttivo individuato come redditizio per uscire dalla depressione post-pandemica. Nel progetto del dissalatore si conguagliano quindi le risposte a due tipi di emergenza: quella economica (riprendersi dalla depressione) e quella climatica (far fronte alla siccità).

Tuttavia, sappiamo che il ricorso alla strategia di pianificazione per il governo dell’emergenza è stato storicamente lo strumento adottato dal complesso stato-capitale per il governo dei nostri territori meridionali ed insulari. È l’emergenza rifiuti, l’emergenza povertà, l’emergenza criminale, l’emergenza rurale, l’emergenza mafiosa che contribuiscono a confermare l’idea coloniale di un Mezzogiorno arretrato, sottosviluppato, incivile e barbaro che verrà prontamente salvato dall’intervento istituzionale della pianificazione. Non solo: l’emergenza come strategia di legittimazione dell’intervento di pianificazione finisce col nascondere le intenzioni e le responsabilità politiche dietro la finta neutralità dell’azione «tecnica», che interviene per sanare un problema «oggettivo», e che perciò limita lo spazio della contestazione alla valutazione della sua più o meno corretta applicazione. Non si può dire che nei nostri Sud i problemi ci sono perché «non c’è lo Stato»: al contrario, storicamente è stata proprio la pianificazione dall’alto a regolare l’economia e la politica di questi territori. Alla gestione emergenziale dell’economia dei Sud, oggi si aggiunge anche la pressione a gestire l’emergenza climatica, ma il succo non cambia; cambiano piuttosto i settori strategici di investimento e pianificazione.

Quando confrontiamo questa retorica, ci chiediamo innanzitutto: per chi la crisi ecologica è un’emergenza? Taranto e i Sud mediterranei conoscono la crisi ecologica ed economica da decenni: la vivono come condizione permanente. Per chi gli ultimi anni sono stati il risveglio da una condizione di indifferenza di fronte alla crisi ecologica, o meglio di risveglio da una condizione di privilegio? E invece per chi questo sonno è stato sino ad ora l’assenso a politiche dell’abbandono? Quando pensiamo a delle strategie per affrontare le crisi ecologica, per chi sono pensate queste strategie? E invece per chi continuare a rimandare significa cronicizzare un’emergenza? Se solleviamo il tappeto, sotto troviamo ancora la stessa polvere: la narrazione coloniale dei Sud come non-ancora moderni serve a legittimare l’ordine di priorità con cui affrontare le decisioni pubbliche e politiche.

Investimenti e soluzioni spaziali

In secondo luogo, la costruzione di questo dissalatore come gestione pianificata dell’emergenza economico-climatica rivela un’altra necessità del capitale e del suo spirito di autoconservazione. Nel capitalismo, infatti, il capitale deve costantemente circolare per evitare le crisi. In generale il capitale investito nella produzione genera un profitto attraverso la vendita delle merci prodotte – realizzando così il plusvalore che esiste in modo potenziale nella merce prodotta dal lavoro sfruttato; tuttavia, quando i settori produttivi sono poco redditizi, il capitale si rivolge a beni fissi come le infrastrutture o gli edifici per realizzarsi in profitto. In altri termini, costruire – spendere – è un ottimo modo per investire capitale. Sembra un controsenso, ma solo perché il sistema funziona in modi contraddittori per auto-stabilizzarsi. Questo processo di investimento strutturale produce un’antropizzazione finalizzata all’accumulo che cambia le geografie e gli equilibri territoriali, permettendo di regolare i flussi di capitale secondo necessità: tramite una soluzione spaziale (spatial fix), il sistema è temporaneamente stabilizzato. Perciò si ottengono grandi progetti di sviluppo urbano, anche quando non ce n’è bisogno o si potrebbe fare diversamente: lo scopo non è produrre qualcosa per il suo uso, ma per scambiarla. Tuttavia, quando questi investimenti falliscono nel realizzare i profitti attesti, i progetti vengono abbandonati.

Lo vediamo anche per la vicenda del fiume Tara. Legittimata attraverso il ricorso alla retorica della necessità di affrontare al più presto il problema della siccità della regione, la costruzione del dissalatore costituisce un palliativo ad un problema ecologico complessivo. Se l’obiettivo fosse realmente quello di affrontare il problema ecologico della siccità, gli investimenti verrebbero orientati verso una riconversione profonda del modello produttivo: la siccità di cui parliamo qui, infatti, è conseguenza dell’aumento della temperatura globale generato dal capitalismo fossile, che sottopone i territori ad un’arsura che aumenta i gradienti di evaporazione del terreno e li espone ad una carenza di precipitazioni sufficienti a riempire i corsi d’acqua, rallentando la crescita di alberi e colture, aumentando l’attacco dei parassiti e danneggiando le infrastrutture di trasporto. Senza agire sulle cause profonde, si investe denaro e si creano nuove infrastrutture senza risolvere il problema alla radice.

Non solo: così si fa un passo avanti nell’applicazione di un modello di sviluppo estremamente energivoro. Nonostante la minore concentrazione di sali nel fiume Tara rispetto al mare, dissalare un corso d’acqua attraverso un impianto rimane un progetto che richiede un consumo di energia; nonostante i generici richiami alle Garanzie di Origine, non abbiamo indicazioni precise sulla rinnovabilità dell’energia consumata in tempo reale. Il rischio evidente è che il dissalatore, pur presentato come progetto «green», vada semplicemente ad affastellarsi sopra i sistemi di produzione fossile già esistenti senza soluzione di continuità. Come l’introduzione dell’eolico, dell’elettrico e del fotovoltaico in Puglia non sono stati di per sé la soluzione al problema dell’inquinamento, l’introduzione del dissalatore creerà un mosaico incoerente dove tecnologie rinnovabili e sistemi di contrasto alla crisi climatica convivono con sistemi fossili. Tuttavia, come si potrebbe sperare, non si tratta di una fase provvisoria: secondo una versione ecologica del paradosso di Jevons, l’innovazione tecnologica lungi dal contenere il consumo di energia, finisce per alimentarlo – ciò accade esemplarmente nel capitalismo «verde». Otteniamo così un paesaggio contraddittorio che risulta consequenzialmente da un modello economico che continua ad aumentare il proprio fabbisogno energetico e non cambia i propri modelli di sviluppo, mascherando la mancata trasformazione strutturale con soluzioni che rinviano all’infinito la possibilità del cambiamento.

Tuttavia, il problema non sta solo nella trasformazione dell’energia in profitto: a rischio è la salute sia dell’ecosistema biofisico che di quello sociale, che nella complessità della vita ecologica quotidiana sono un tutt’uno. Se il fiume Tara si prosciuga, se gli ulivi e gli agrumeti vengono espiantati, se la fauna locale migra altrove, se le persone non possono più fare i bagni al fiume e ritrovarsi per godere delle sue acque e della socialità che esse generano, il problema si allarga a comprendere l’identità di un luogo, le sue tradizioni, la cancellazione di una storia e di un rapporto ecologico. C’è una necessità, che è quella di riorganizzare la riproduzione della vita di fronte ad un lutto ecologico, e c’è una dignità politica profonda, a fronte dei ripetuti lutti – umani ed ecologici – che l3 tarantin3 hanno dovuto affrontare, nel continuare a farlo. In gioco c’è la possibilità stessa di autodeterminare il proprio futuro; c’è lo spettro di confrontare l’accresciuta vulnerabilità alla morte prematura di questi territori.

Ecologia di sacrificio e razzismo ambientale

Taranto è un luogo la cui vulnerabilità alla malattia e alla morte è stata accresciuta da decenni di industrializzazione forzata. La storia non è nuova, la conosciamo bene: comincia con la Marina e l’Arsenale, i Cantieri Navali, negli anni ’60 si esprime con la conversione a monocultura d’acciaio della città, poi la base NATO, le discariche, la raffineria, oggi le crociere di lusso e il dissalatore. Questa vulnerabilizzazione prolungata dei corpi e dei territori, dei luoghi cari alle comunità locali, degli ecosistemi, non è semplicemente una sottrazione: produce materialmente un ambiente antropizzato ecologicamente connotato secondo la disposabilità, il rifiuto, il sacrificio.

Ancora prima che arrivasse la sentenza dell’ONU – che nel 2022 ha dichiarato Taranto zona di sacrificio – ci chiedevamo perché e in che modo vivessimo vite sacrificate. Sacrificate a chi? Del resto, sappiamo che il diritto internazionale arriva sempre in ritardo rispetto ai processi di autodeterminazione dei popoli in lotta: il processo per la formalizzazione dell’accusa di genocidio ai danni del popolo palestinese è ancora in corso. Quando pensiamo alla zona di sacrificio, a quasi due anni dall’inizio del genocidio, non possiamo non continuare a pensare alla Palestina e alla pulizia etnica del suo popolo. Terre sacrificabili e persone sacrificabili (disposable land, disposable people): così il potere coloniale, alle diverse latitudini del capitale, esercita la sua forza necropolitica, decide chi è sacrificabile e chi non lo è.

Il razzismo è il suo strumento organizzativo, un fenomeno sistemico che sostiene il progetto del suprematismo bianco e la distribuzione della vita e della morte. Non si tratta semplicemente di un fenomeno di discriminazione basato sul pregiudizio, che sarebbe possibile superare con una maggiore educazione e una maggiore rappresentazione delle persone razzializzate. Secondo l’elaborazione di Ruth Gilmore, il razzismo è un sistema di distribuzione differenziale di vulnerabilità alla morte prematura: un sistema che innerva la società in modo tale che alcuni gruppi siano più esposti alla morte, alla malattia, alla detenzione in carcere e nei cpr, alla profilazione razziale e all’omicidio da parte della polizia, all’espulsione, alla migrazione, alla precarietà e alla sofferenza rispetto ad altri. La sua tentacolarità può essere più facilmente compresa se lo intendiamo come un sistema di definizione differenziale – per negazione – di tutto ciò che non corrisponde al progetto eurocentrico di modernità coloniale, un sistema di affermazione per via negativa del suprematismo bianco. Il suprematismo bianco non ha bisogno di prendere la forma del fascismo per esistere: esiste in ogni definizione negativa di ciò che non è abbastanza «bianco».

Questo significa che la definizione di ciò che è razzializzato varia nel tempo e nello spazio, e che la razza non è un dato biologico ma un progetto politico, sociale e storico. Se pensiamo alla storia politica reazionaria, fascista e coloniale dell’Italia, la definizione di ciò che è altro rispetto ad una supposta identità nazionale ha preso le sembianze di diversi gruppi sociali: i «terroni», gli albanesi, i migranti nigeriani, gli italiani con origine marocchina e tunisina, genericamente gli «arabi» o gli «africani»; da quando la strategia della «guerra al terrore» è stata adottata dai paesi dell’Occidente, l’Italia ha creato come suoi nemici i «terroristi», di volta in volta individuati nei migranti, nei musulmani, oggi anche nei palestinesi in lotta e in diaspora. L’islamofobia, la povertà intergenerazionale, l’esclusione dall’assistenza sanitaria e il ricatto del permesso di soggiorno sono parte integrante del progetto di definizione del suprematismo bianco, di cui la modernità cattolica eurocentrica è espressione. Per la nostra comprensione meridiana, abbiamo bisogno di tenere a mente questo elemento di definizione su scala globale delle gerarchie della razza e pensare i nostri Sud in un quadro transnazionale più ampio.

Leggiamo il discorso di Damu Smith durante l’Earth Day Protest a Washington del 18 aprile 2001:

Tutti noi abbiamo decine di sostanze chimiche nei nostri corpi, nei nostri tessuti, nel nostro sangue, che provengono da una serie di industrie inquinanti e processi industriali in corso in tutto il pianeta. In particolare, negli Stati Uniti e in altri paesi industrializzati, abbiamo industrie come il vinile e la plastica e industrie petrolchimiche che emettono tossine pericolose che danneggiano la salute umana e causano la morte di molte persone. Veniamo avvelenati e uccisi contro la nostra volontà. ... Mentre tutti sul pianeta soffrono di contaminazione tossica, ci sono alcune comunità che sono state prese di mira e che, come risultato di un targeting basato sulla razza e sul reddito, stanno ricevendo una quota sproporzionata dell'inquinamento del pianeta e della nazione. Le persone nere, afro-americane, latine, native americane, asiatiche e i bianchi poveri stanno ricevendo una quota sproporzionata dell'inquinamento della nazione. Di conseguenza, la malattia e la morte in quelle comunità sono più alte. Dobbiamo opporci e sfidare il razzismo ambientale.

In un contesto di vulnerabilità alla morte prematura in cui ancora versano i Sud di questo paese e del Mediterraneo, nel solco di narrazioni coloniali che ancora definiscono ciò che è degno di vivere e ciò che merita la morte, progetti come quello del fiume Tara contribuiscono a creare le condizioni materiali della razzializzazione di questi territori. Non si tratta di una banale scelta amministrativa o un mero errore progettuale, ma l’espressione coerente di un ordine di priorità che distribuisce selettivamente le possibilità di vita e morte degli ecosistemi.

Il genocidio in Palestina non è solo un momento tragico nella storia dell’umanità. È il pretesto per il sistema di potere coloniale di riaffermare sé stesso in continuità con la sua storia, e di riverberare il suo progetto suprematista in tutti gli angoli del mondo. È a partire dal confronto con l’idea di una modernità europea come superiorità morale, sociale, culturale, religiosa, tecnologica, che ogni altra cosa può assumere il suo posto: è per questo che la lotta per la liberazione della Palestina ci riguarda tutt3, perché tutt3 siamo chiamat3 a confrontarci con questa idea di suprematismo, che informa e organizza ogni aspetto della nostra vita. Ogni progetto politico che non provi a invertire di senso questa relazione è destinato a riaffermarla, è destinato all’incapacità di affrontare il problema alla radice; non solo, di posticipare il tempo in cui verrà risolta.

Per ciò che riguarda la salute di Taranto, gli enti regionali e privati sono chiamati ad assumersi la responsabilità di invertire la rotta di questa nave che cola a picco. Sono chiamati a fermare il progetto del dissalatore. È a causa di questa mancanza di responsabilità che lasciamo la nave sulle scialuppe di salvataggio, e migriamo. Sacrificio e migrazione sono nella nostra esperienza due facce della stessa medaglia. Per noi che siamo migrat3, a chi resta va il nostro pensiero. Che sia rimanendo o migrando, cerchiamo di resistere a quello che qualcuno vorrebbe farci vivere come un destino: cerchiamo di sottrarci al sacrificio.

Fonte