Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
22/12/2025
Elsa Meloni Fornero
Il governo Meloni odia le donne e gli operai.
Avevano presentato peggioramenti brutali della legge pensionistica più feroce d’Europa. Poi, di fronte alla vergogna che travolgeva Matteo Salvini che aveva fatto tutte le sue campagne elettorali contro la legge Fornero, hanno fatto una parziale marcia indietro.
Si tolgono truffe incostituzionali come quella che sostanzialmente annullava il riscatto della laurea. Si attenua l’aumento dell’età della pensione, ma non lo si ferma. Così mese dopo mese si avvicina la pensione a settant’anni.
Resta il regalo ai fondi pensione privati, con la rapina a loro favore del TFR dei nuovi assunti. Resta la mancata vera indicizzazione delle pensioni, il che vuol dire che sempre più pensionati vedranno diminuire il loro reddito reale e peggiorare la loro vita.
Ma c’è una correzione della manovra che mostra tutto l’odio di classe di questo governo che finge di stare con il popolo. Hanno deciso di colpire il diritto ad andare in pensione prima per chi è andato a lavorare da ragazzo e per chi fa lavori usuranti, mentre hanno confermato l’abolizione del diritto delle donne alla pensione anticipata anche se con meno soldi.
Insomma gli operai devono rischiare salute e vita da anziani, mentre le donne si arrangino.
È bene ricordare che in Francia si continua ad andare in pensione a 62 anni, perché Macron ha per ora congelato la sua “legge Fornero”, mentre da noi siamo quasi a 68 anni di età e 44 di contributi.
Matteo Salvini continua ad imbrogliare, ma Giorgia Meloni in fondo è coerente. Lei ha scelto di essere l’obbediente esecutrice in Italia dell’austerità europea e del riarmo NATO. E questa sua scelta non è di oggi, perché la deputata Giorgia Meloni nel 2012 aveva proprio votato la legge Fornero.
Ora la porta avanti perché per la finanza internazionale quella legge è una vera e proprio bandiera. Elsa Meloni Fornero.
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05/12/2025
La lezione di Genova
L’ultimo episodio rilevante erano state le cariche contro i metalmeccanici della Fiom, a Roma, guidati da Maurizio Landini, il 30 ottobre del 2014. Il presidente del consiglio era Matteo Renzi, e gli operai venivano dalle acciaierie di Terni, già aggrediti dalla polizia un anno prima nella cittadina umbra con un pestaggio che aveva ferito persino l’allora sindaco Di Girolamo. La crisi dell’acciaio in Italia ha ormai una lunga storia...
Ieri a Genova mancava la Uil, famosa nell’ex Ilva più come “ufficio raccomandazioni” che come sindacato (a Taranto bisognava iscriversi prima ancora di essere assunti), sostituita però dalla molto più conflittuale Usb, che oggi può vantare una presenza operaia in continua ascesa.
Il ruolo del governo Meloni nella crisi dell’Ilva era ieri molto ben rappresentato dalla blindatura della piazzetta sede della Prefettura (il “palazzo del Governo”, in ogni capoluogo di provincia). Riesumate le grate, utilizzate ai tempi del G8, saldate a chiudere ogni passaggio e con dietro i blindati della polizia.
L’istantanea perfetta di un esecutivo sordo, cieco, inabile a tutto, che però non vuol essere “disturbato” da coloro che sta mandando sul lastrico. E da un Paese in declino...
Il piano presentato dal ministro Urso è stato unanimemente considerato un piano di chiusura, con i dipendenti della ex Ilva buttati in mezzo alla strada e basta. Una scelta idiota sotto molti e diversi punti di vista. Non solo e non tanto per l’occupazione (20.000 persone, tra “interni” ed indotto), quanto per il ruolo strategico da sempre svolto dall’industria dell’acciaio, senza la quale un paese diventa dipendente dalle forniture altrui.
Per misurare quanto sia idiota questa scelta basti pensare che avviene mentre contemporaneamente il governo aumenta gli stanziamenti per le armi, che notoriamente sono destinatarie primarie della produzione di acciaio di tutti i tipi. Noi siamo per il disarmo, è noto, ma stupisce che i reazionari guerrafondai pensino sia possibile fare a meno della “materia prima” per quello che hanno in testa.
Nella fase alta della cosiddetta “globalizzazione” si era pensato che la produzione “indigena” potesse essere sostituita con quella meno costosa proveniente dall’India o dall’Ucraina. Ma oggi sappiamo che Nuova Delhi viaggia su una rotta meno amichevole con l’Occidente coloniale. E l’Azovstal di Mariupol è saldamente tornata in mani russe, quindi con qualche problema di comunicazione creato dalle “nostre” stesse sanzioni.
E dire che persino un manager delle privatizzazioni come Franco Bernabè ha fatto notare che “ristrutturare l’Ilva e continuare la produzione costerebbe meno che chiuderla”. 4 miliardi contro 10-12 da buttare a fondo perduto per la cassa integrazione, i “corsi di riqualificazione” dei licenziati, la bonifica dei siti produttivi (16 kmq a Taranto, oltre un kmq a Genova Cornigliano, ecc.).
Ma è sul piano del conflitto sociale e politico che la giornata di ieri a Genova segna il superamento di una “linea rossa”. Un governo che attacca militarmente gli operai non può più spacciarsi come “vicino al popolo”, per quanto si sforzi di “parlare alla pancia” dei più poveri. Entra in crisi la “narrazione populista” con cui questi post-fascisti si erano travestiti.
Ma nello stesso tempo è anche andata in pensione la divisione tra “buoni e cattivi” nei cortei, utile da sempre a criminalizzare una parte dei movimenti per paralizzarli nel loro insieme. La reazione operaia alla blindatura della Prefettura è stata da manuale: solo chi tratta quotidianamente con l’acciaio sa come fare per sbragare le “difese” erette a protezione del Palazzo. E il “trattore” gigante utilizzato per la movimentazione dei carichi è diventato lo strumento adatto a divellere le grate.
Di lì la pioggia di lacrimogeni, anche di tipo proibito a livello europeo. In particolare, il gas CS (o-chlorobenzylidene malononitrile) è considerato un’arma chimica e il suo uso è regolamentato dalla Convenzione sulle armi di quel tipo.
Stavolta però nessuno ha provato ad imbastire teorie strane sui “black-bloc”, gli “anarchici” o gli “autonomi”. Persino la sindaca di centrosinistra e il presidente regionale di centrodestra si sono precipitati a dare solidarietà e/o disponibilità alla mediazione col governo sordo.
Nella piazza di Genova c’è la classe operaia più classica dell’immaginario novecentesco: i siderurgici, gli uomini dell’acciaio. A viso aperto, con determinazione granitica, competenza meccanica ed intelligenza politica.
Tre mesi fa erano stati i portuali di Genova a “suonare la sveglia” contro il genocidio dei palestinesi indicando le forme della mobilitazione attraverso quel “Blocchiamo tutto” che si è materializzato in tutto il paese.
Questi operai hanno dato una lezione al potere, ma anche al resto del movimento che da mesi – e per fortuna – va montando contro il genocidio, il riarmo, i tagli alla spesa sociale, la militarizzazione strisciante ed esplicita, la repressione, ecc.
Si parte e si torna insieme, sempre. Ci si comporta in piazza come è stato deciso. Nessuna scelta è preclusa, ma deve sempre essere condivisa, altrimenti serve solo ad indebolirci.
È una lezione antica ma sempre attuale. La lotta è una cosa seria e l’unico modo di vincere è nel partire e tornare insieme.
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03/12/2025
Esplode la rabbia degli operai della ex Ilva
È stata questa la risposta diretta a un piano del Governo che non dà futuro, ferma gli impianti e accompagna l’azienda alla dismissione.
Dopo gli ultimi tavoli a Palazzo Chigi è chiaro che non c’è nessuna strategia industriale, nessuna ripartenza, nessun progetto pubblico vero.
USB ha chiesto un Tavolo permanente alla Presidenza del Consiglio perché questa vertenza è nazionale, non locale. E perché serve una scelta politica vera: tutela dei lavoratori, decarbonizzazione immediata, manutenzioni, controllo pubblico e un piano industriale che dia un futuro all’acciaio italiano.
Abbiamo assistito ad uno scambio tra diversi livelli istituzionali che avrebbe dovuto precedere l’incontro al Ministero, così da portare soluzioni concrete al tavolo. Non si può continuare a temporeggiare: la questione va affrontata dalla politica di petto e va scelta la strada della nazionalizzazione.
Diversamente che da noi, in Francia, la proposta di nazionalizzare ArcelorMittal France ha avviato il suo percorso con l’approvazione da parte della Camera dei Deputati e il prossimo passaggio al Senato. Non siamo gli unici a ritenere che questa strada è percorribile.
In questo quadro, lo stabilimento di Genova rivendica la centralità della banda stangata, cuore produttivo e strategico per il futuro dell’intero gruppo di Acciaierie d’Italia. Senza una prospettiva chiara e senza un piano industriale credibile, anche i siti di Genova, Novi e Racconigi, rischiano di essere trascinati nel declino di Taranto.
La mobilitazione non si fermerà finché il Governo non aprirà un confronto unico, serio e all’altezza della crisi che stiamo vivendo.
In un comunicato l’USB fa sapere che visti i conflitti e le forti tensioni sociali nei territori generati dalla presentazione del piano denominato “ciclo corto” e aggravati dalla decisione di interrompere ulteriori attività produttive che ricadrebbero, con pesanti ed irreversibili ripercussioni sul futuro degli stabilimenti dell’ex Ilva già compromessi da incertezze in merito al piano di salvataggio, i processi di decarbonizzazione, nonché i fondati timori riguardo ad una vera e propria operazione di dismissione delle attività produttive, “la scrivente Organizzazione Sindacale chiede un Tavolo permanente presso la Presidenza del Consiglio, con la presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni”.
Contestualmente l’USB chiede il ritiro immediato del “ciclo corto” e la sospensione delle operazioni di spegnimento delle batterie 7-8-9-12; l’invio dei coils a Genova, Novi Ligure e Racconigi da Taranto per garantire la continuità produttiva; no a ulteriore allontanamento dei lavoratori dalle fabbriche per effettuare formazione senza prospettiva lavorativa; l’avvio di un vero piano di manutenzione degli impianti. Restiamo in attesa di un Vs. celere riscontro.
Di fronte all’ulteriore aggravamento della situazione occupazionale e produttiva ci vedremo costretti a mettere in campo tutte le iniziative di mobilitazione di carattere nazionale a disposizione.
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20/12/2024
Reggio Emilia. Tre operai feriti in incidente ferroviario
Ormai da quando è partito il processo riorganizzativo ogni limite è stato superato; l’impunità garantita ad RFI sta producendo quello che da un anno denunciamo e ci chiediamo come mai sia così difficile, per l’informazione, gli organi di controllo e chi dovrebbe essere preposto a garantire un sistema ferroviario sicuro per lavoratori e utenti, fare quanto serve perché ciò abbia la dovuta attenzione.
In questo caso le condizioni climatiche hanno sicuramente avuto un ruolo determinante; eseguire manovre con una fittissima nebbia che impedisce la visibilità getta le basi perché incidenti come questi avvengano.
Iconico l’incidente avvenuto a S. Giorgio di Piano dove, in quel caso, un lavoratore è morto durante un’attività effettuata sotto un diluvio.
Questo tipo di lavori non può essere fatto con condizioni ambientali avverse perché il rischio aumenta a dismisura.
Tutti lo sanno e chi lo permette lo fa con leggerezza perchè nella “repubblica delle banane” non si paga mai un prezzo; la colpa è sempre di chi si fa male e se muore è anche più facile sostenerlo: della responsabilità oggettiva di chi ti mette in quelle condizioni a lavorare nessuno ne parla, e conseguentemente anche la ricerca del contesto in cui si generano i possibili errori è, quando va bene, superficiale, altrimenti viene addirittura anche ignorato del tutto.
La strafottenza che la dirigenza dimostra è palese a chi vuole vederla. Sempre nella stessa DOIT, siamo al punto che non solo l’azienda obbliga lavoratori a lavorare anche due turni consecutivi per un totale di circa 16 ore, ma rifiuta pure il cambio turno quando un lavoratore alla 12esima ora di fila senza nemmeno una pausa pasto (usanza oramai abolita per i manutentori) prova a chiederlo essendo esausto.
Inoltre se quel lavoratore, al rientro dal doppio turno, va a sbattere su un guard rail, non provoca nemmeno la condizione per cui il direttore della DOIT debba almeno chiarire come mai ciò sia accaduto e quali provvedimenti abbia intenzione di prendere perché una cosa simile non debba più ripetersi.
Siamo al paradosso che, sollecitato dall’RLS a confrontarsi sugli avvenimenti qui descritti, il dirigente può permettersi di ignorare il confronto e sottrarsi alle proprie responsabilità. Ci chiediamo, e lo chiediamo anche ai media, agli organi di controllo e al ministro dei trasporti, quanto ancora dovrà essere devastato il sistema manutentivo della rete ferroviaria, quanti incidenti ancora dovremo sopportare e quanti morti volete che vi offriamo per soddisfare gli interessi di chi dirige questa “baracca”.
Chiediamo inoltre al Ministro dei Trasporti Salvini cosa aspetti a precettare RFI; con questa riorganizzazione sta negando il diritto alla mobilità a tutto il paese dato che, aldilà di favole, PNRR, chiodi vari, etc., i ritardi dei treni sono da attribuire in gran parte, dal 3 giugno 2024, alla riorganizzazione che l’azienda ci ha imposto. Ed è sempre da attribuire ad RFI questa ulteriore spregiudicatezza nell’imporre condizioni di lavoro che producono gli incidenti come sopra descritti.
Non ci interessa concorrere alla ricerca della dinamica di questo incidente sul lavoro, perché a monte sappiamo che le responsabilità sono altrove e ci teniamo a ribadire che chi può fare qualcosa, qualsiasi cosa, ma giri la testa dall’altra parte, condivide la responsabilità di quanto accade, tragedie incluse.
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29/12/2023
Mobbing, sfruttamento e arroganza padronale: una panoramica su “Palazzina LAF”
A partire dallo scorso 30 novembre è disponibile nelle sale cinematografiche italiane il film “Palazzina LAF”. Con la regia di Michele Riondino, alla sua prima esperienza da regista, e la partecipazione di attori quali lo stesso Riondino, Elio Germano e Vanessa Scalera, questo film è tratto dal libro “Fumo sulla città” dello scrittore Alessandro Leogrande. Ambientato nel 1997, ripercorre una delle prime vicende riconosciute in Italia come mobbing, nel quadro di uno fra i maggiori casi di speculazione, danni a salute della popolazione e ambiente nel nostro paese: quello dell’ILVA di Taranto (oggi denominata Acciaierie d’Italia). Le vicende narrate testimoniano la fase immediatamente successiva alla privatizzazione avvenuta nel 1995 dell’ILVA stessa, in precedenza Italsider e di proprietà statale, e in quegli anni acquisita dalla famiglia Riva.
La trama del film: ristrutturazione aziendale come condanna dei lavoratori
Nel contesto descritto, i padroni e i dirigenti della fabbrica, tra cui Giancarlo Basile, capo del personale interpretato da Elio Germano, attuano una feroce condotta antisindacale, sottoponendo a continue minacce di ritorsioni gli iscritti a un sindacato o chiunque fosse critico nei confronti della gestione aziendale. Sono infatti diverse le persone scontente per una ristrutturazione che viene pagata sulla pelle dei lavoratori, anche in termini di orari di lavoro insostenibili, che causano sempre più spesso incidenti mortali. Molti dei lavoratori considerati “scomodi” vengono trasferiti nella cosiddetta Palazzina LAF (in quanto adiacente al laminatoio a freddo), un vero e proprio reparto confino, ritenuto però dalla gran parte degli operai un paradiso di ozio e svago che garantisce a chi vi viene collocato uno stipendio pressoché senza lavorare.
Al contrario, a chi vi è stanziato non viene assegnata alcuna mansione e, impossibilitati a lavorare o divagarsi, questi lavoratori sono costretti a una vera e propria detenzione per tutta la giornata lavorativa in un ambiente angusto, sovraffollato e fatiscente, sottoposti a continue vessazioni verbali e fisiche dalle guardie giurate con cui l’azienda li sorveglia a vista. La reclusione nella palazzina rappresenta un vero e proprio incubo per i lavoratori che vi risiedono, molti dei quali presentano evidenti disturbi psicologici, tra cui depressione, episodi di rabbia incontrollata e uno stress pari, se non superiore, ai loro colleghi che effettivamente svolgono lavori.
Nella speranza di essere ricollocati e poter abbandonare quello che ormai considerano un carcere, i lavoratori, che nel corso del film aumentano progressivamente (da 48 a 79), si rivolgono ai sindacati. Tuttavia, la dirigenza aziendale si mostra irremovibile, cercando un pretesto per licenziare i sindacalisti e promettendo ai lavoratori un ricollocamento solo qualora questi (per lo più impiegati) avessero accettato un demansionamento e incarichi dal massimo rischio per i quali non sarebbero stati adeguatamente formati.
Proprio per “spiare” i lavoratori e i sindacalisti, i padroni scelgono Caterino Lamanna, un operaio addetto alla manutenzione della fornace, chiedendo a questo di infiltrarsi e riferire ogni informazione utile ad ostacolare un’opposizione alle politiche societarie, con la promessa di aumenti di livello, salariali e vari altri benefici.
I risultati delle grandi privatizzazioni negli anni 1990
Il contesto in cui le vicende dell’ILVA si svolgono è quello degli anni 1990, contraddistinti dal grande processo di dismissione del patrimonio pubblico e del settore statale dell’economia italiana operato tanto dai governi del centro-destra (Berlusconi), quanto da quelli del centro-sinistra (D’Alema e Prodi), avvenuta di concerto con lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale, frutto della nuova strategia della borghesia italiana che mirava a massimizzare così la propria competitività nella cornice del mercato unico. Talvolta mettendo a disposizione addirittura incentivi statali, i governi hanno proceduto a svendere a grandi fondi speculativi i principali beni pubblici, che, seppur in assenza di un precedente controllo operaio e senza pertanto che quei beni fossero mai stati realmente a disposizione del benessere collettivo, passavano così apertamente nelle mani di gruppi imprenditoriali privati che rinnegavano anche nominalmente qualsiasi forma di finalità sociale, piegando la produzione a pure logiche di bilancio e di profitto.
In diverse delle aziende che hanno subito questo destino si è assistito a gravi casi di speculazione, anche tramite il ricorso a fondi pubblici, vicende che hanno condotto a ristrutturazioni aziendali che non permettevano alcun rispetto del diritto al lavoro.
L’Italsider era proprio una di quelle aziende di proprietà statale, attraverso l’IRI, con il suo stabilimento di Taranto che fu inaugurato il 10 aprile 1965. Con il pretesto di una crisi del settore siderurgico, l’ILVA (che aveva assunto questo nome nel 1988) fu prima smembrata, con la chiusura o svendita degli impianti a diversi gruppi, e poi del tutto privatizzata con l’acquisto del polo di Taranto da parte del Gruppo Riva. Proprio in questo periodo la nuova proprietà si macchia di vari reati ambientali e di inquinamento, oltre ad organizzare un vero e proprio sistema punitivo per i dipendenti, da cui le vicende della Palazzina LAF.
Non è un caso se la privatizzazione delle aziende pubbliche, in un contesto di liberalizzazioni che proseguì per molti anni, abbia portato a speculazione, devastazione, condotte antioperaie, attacco ai diritti e al benessere della collettività. Lungi dal ritenere che la mera proprietà pubblica di determinati asset strategici nell’economia nazionale possa, in assenza del potere ai lavoratori, garantire benessere, o addirittura una tappa verso una società strutturalmente diversa da quella odierna (il ruolo dello Stato in economia ha piuttosto rappresentato in Italia un uso della spesa pubblica a sostegno del processo di concentrazione del capitale privato), è impossibile non riconoscere come sul piano occupazionale e dei diritti la stagione delle liberalizzazioni abbia rappresentato un peggioramento, legato al più ampio arretramento in Italia del movimento operaio, del sindacalismo confederale e dei partiti che di esso si facevano interpreti.
Tutto ciò che ne consegue, tra cui le vicende narrate in Palazzina LAF, non può pertanto prescindere da una lettura di quegli anni, in un cui veniva meno la necessità per i governi borghesi di garantire una gestione, almeno all’apparenza, “sociale” tramite welfare e proprietà pubblica di parte dei mezzi di produzione a cui i governi stessi erano costretti dalla presenza di un blocco socialista che desse forza a un’alternativa socialista alla barbarie del capitalismo. Nel nostro paese, proprio grazie alla disorganizzazione della classe operaia, questo processo di dismissione di elementi “palliativi” ha rappresentato un salto di qualità per una società che strutturalmente si fonda sul profitto, in barba a qualsiasi finalità sociale della produzione.
Le conseguenze della divisione tra i lavoratori
La figura di Caterino e il suo rapporto con gli altri lavoratori mostrano in maniera cinica ma efficace la strategia padronale di frammentare la classe lavoratrice, creando divisioni, spesso pretestuose quanto artificiali, sulla base della mansione, del salario e dell’anzianità. Caterino è infatti un lavoratore disilluso, che non vede possibile un miglioramento delle proprie condizioni materiali se non nel compiacimento delle richieste padronali, tanto da essere preda della retorica dell’interesse aziendale, anche a scapito dei suoi colleghi.
Come tutti gli operai dell’acciaieria, Caterino non vede di buon occhio chi lavora nella Palazzina LAF, riservando loro atti di scherno, provocazione e derisione. Infatti, lui prova invidia, che genera in lui risentimento e voglia di rivalsa, per i lavoratori della Palazzina LAF, che considera privilegiati in quanto percepiscono, senza lavorare, uno stipendio superiore al suo, che rischiava ogni giorno la vita alle batterie. Per chi lavorava nel suo reparto, infatti, le morti sul lavoro erano una realtà quotidiana.
Vi sono infine i lavoratori impiegati nella vigilanza privata di stanza nel complesso industriale, che, incapaci di percepire e provare risentimento per le condizioni a cui sono sottoposti i lavoratori confinati nella palazzina, diventano lo strumento che consente ai padroni di mantenere un clima di intimidazione, timore, violenza verbale e fisica.
È proprio la divisione tra i lavoratori della fabbrica a renderli ricattabili. Infatti, l’atomizzazione che le politiche aziendali sono riuscite a produrre e l’individualismo imperante nella società capitalistica fanno sì che ciascun lavoratore, se non i più coscienti, non veda nei suoi pari un compagno nella lotta per la conquista di condizioni migliori. Questa realtà è stata descritta in un’intervista anche da Elio Germano, secondo il quale la corsa al profitto genera conflittualità tra i lavoratori, impedendo a questi di lottare insieme, e individuando il proprio nemico negli altri lavoratori, piuttosto che nel datore di lavoro.
La necessità di un sindacalismo conflittuale
Una figura importante in tutto l’arco narrativo del film è quella di Renato Morra, un sindacalista che cerca in varie maniere di mobilitare i lavoratori. A partire dall’organizzazione di uno sciopero contro le frequenti morti sul lavoro, Morra attira su di sé le attenzioni dei dirigenti della fabbrica, che a più riprese cercano di “assoldare” lavoratori, tra cui Caterino, per incastrarlo, se non addirittura per creare ad arte prove di violazioni disciplinari, al fine di licenziarlo e sbarazzarsene.
Senza alcun dubbio la figura di Morra lascia trasparire una sincera volontà di migliorare le condizioni di lavoro degli operai, e, in seguito, di “liberare” i lavoratori della Palazzina LAF, che gli si erano rivolti nella speranza di poter abbandonare quel luogo. Il suo ruolo nella trama è pertanto sicuramente positivo. Tuttavia, fin da subito è possibile riscontrare alcune contraddizioni che impediscono a Morra di restare in contatto con gli altri lavoratori e di organizzarli in una lotta.
In primo luogo, i lavoratori non ritengono all’altezza la risposta sindacale alle morti sul lavoro (emblematica è l’affermazione di Caterino, secondo il quale quando muore un operaio i sindacati si limiterebbero a fare mezz’ora di sciopero, senza quindi incidere realmente); in secondo luogo, Morra non riesce a contrastare le politiche societarie, in quanto il suo sindacato era firmatario degli accordi di ristrutturazione aziendale (ciò lascia intuire che, realisticamente, il sindacato in questione fosse uno tra i confederali) che consentivano ai padroni, in tutta la loro arroganza, di disporre dei lavoratori a loro piacimento.
La debolezza, se non la compromissione aperta in taluni casi, dei principali sindacati che hanno scelto la via della concertazione, piuttosto che quella della conflittualità, è ciò che rende ai lavoratori, preda della propaganda borghese, inviso lo strumento stesso del sindacato, vedendo come inutile o perfino ostile uno degli elementi fondamentali della lotta di classe.
Seppur il film non vi faccia riferimento esplicito, la necessità di un sindacalismo conflittuale, che sappia contrapporre a concertazione e collaborazionismo la lotta di classe sui luoghi di lavoro, è evidente dalla pellicola. Si evince che proprio la lotta può far pesare la forza dei lavoratori sui padroni, mentre al contrario la concertazione non fa che “anestetizzare” le lotte, producendo rassegnazione e disillusione per quei sindacalisti, che altrimenti vengono visti come individui dediti esclusivamente alla ricerca di soldi e tessere, come afferma Caterino in apertura.
Il mobbing come violenza fisica e psicologica sui lavoratori
Come anticipato in apertura, il film trae spunto dai fatti realmente avvenuti presso gli stabilimenti tarantini dell’ILVA tra fine anni 1990 e inizio anni 2000, uno dei primissimi casi riconosciuti come mobbing in Italia.
Per oltre due anni, i lavoratori confinati non hanno svolto alcuna attività lavorativa e per un certo periodo sono stati tenuti a casa col pagamento dello stipendio. In seguito sono finiti in cassa integrazione, scaduta il 30 novembre 2001: tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 una minima parte di loro è rientrata nel ciclo produttivo insieme ad altri lavoratori che erano in CIGS (cassa integrazione guadagni straordinaria). Una parte dei 70 lavoratori, a causa di queste vessazioni, ha subito danni psicologici e persino fisici (come testimoniato da un articolo de “La Repubblica” dell’8 dicembre 2001).
A seguito di una nota del locale ispettorato del lavoro, originata da una richiesta pervenuta dal Ministero del Lavoro che doveva predisporre una risposta ad un’interrogazione parlamentare, il 19 febbraio 1998 venne avviata un’inchiesta, che condusse alla condanna per violenza privata a due anni e tre mesi di reclusione di Emilio Riva, presidente del consiglio di amministrazione dell’ILVA, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento di Taranto, e un caporeparto, Antonio Bon, oltre alla condanna di altri sette imputati, tutti capireparto, a pene minori, a partire da nove mesi di reclusione. Le condanne sono arrivate in primo grado il 7 marzo 2002, in appello il 10 agosto 2005. La sentenza del Tribunale di Taranto rileva come gli imputati:
«Minacciavano i lavoratori in questione, in maniera diretta ed indiretta, e quantomeno in forma implicita, che, ove non avessero accettato la proposta novazione del rapporto di lavoro con declassamento dalla qualifica di impiegato a quella di operaio con conseguente mutamento peggiorativo delle mansioni relative, i predetti sarebbero stati trasferiti (trasferimento poi attuato) alla “Palazzina Laf”, ove era sicuramente prevedibile la inevitabile sottoposizione ad un regime lavorativo umiliante e peggiorativo rispetto alle aspirazioni legittime dei dipendenti, al miglioramento e alla tutela delle loro attitudini professionali e consistente nella mancata assegnazione di qualunque tipo di incarico e attività operativa, sì da dover trascorrere, peraltro in un ambiente non decoroso e trascurato, le ore prescritte in una situazione di assoluta inerzia, lesiva della dignità dei lavoratori stessi, con ciò determinando da un lato il prevedibile ed inevitabile peggioramento delle capacità professionali delle parti lese e, dall’altra, l’avvilimento del loro legittimo diritto ad espletare un’attività lavorativa decorosa e confacente ai principi tipici di un equilibrato rapporto di lavoro, subordinando il ripristino di un normale rapporto alla accettazione della “proposta” di novazione, lasciando perdurare a tempo indeterminato la negativa situazione descritta a fronte del perdurante diniego opposto dagli interessati.»
Le pratiche di mobbismo sono solo uno dei numerosi esempi di prevaricazione e abuso di potere sul luogo di lavoro, spesso finalizzate a creare un ambiente ostile al lavoratore, costringendolo alle dimissioni e all’abbandono del lavoro stesso o all’accettazione di un ridimensionamento della propria figura professionale. Se nel periodo all’incirca coincidente con i fatti narrati in Palazzina LAF perfino il Parlamento Europeo, lungi dal rappresentare un attore neutrale nel conflitto tra capitale e lavoro, riconosceva come tra il 2000 e il 2001 «l’8% dei lavoratori dell’Unione europea, pari a 12 milioni di persone, è stato vittima di mobbing sul posto di lavoro, e che si può presupporre che il dato sia notevolmente sottostimato», in Italia l’Eurispes rilevava come i lavoratori italiani mobbizzati ammontavano a un milione e mezzo (su 21 milioni di occupati), pari al 7,1%.
Ancora oggi il mobbing è considerato uno dei principali determinanti della riduzione del benessere lavorativo a livello mondiale ed in grado di causare nelle vittime non solo problemi di salute mentale, come ad esempio depressione, ansia, idee suicidarie, alterazioni del ritmo sonno-veglia, ma anche di influenzare il decorso di malattie cardiovascolari, e diabete. L’assenza nel nostro paese di una fattispecie di reato specifica contro il mobbismo, oltre a non contribuire ad arginare queste pratiche ostili ai lavoratori, rende ad ogni modo lo studio del fenomeno in Italia farraginoso, nonché le statistiche incomplete e scarsamente aggiornate.
Esempi di casi a cui la giurisprudenza ha riconosciuto pratiche mobbiste riguardano situazioni di emarginazione, demansionamento, inattività coatta, denigrazione, dequalificazione, discriminazione professionale, terrorismo psicologico, umiliazioni e pressioni psicologiche, intento lesivo diretto alla persecuzione e moltre altre situazioni analoghe.
Purtroppo, come testimonia il film, quella del mobbing è una pratica spesso sottovalutata o non denunciata come abusatrice da parte dei lavoratori: questo avviene da una parte per una difficoltà da parte dei lavoratori nel reagire alle diverse forme con cui l’oppressione padronale si può esplicare nei luoghi di lavoro; dall’altra per una vera e propria assuefazione ai soprusi commessi dal padronato stesso, in un contesto in cui, in assenza di una prospettiva politica o sindacale che rilanci la centralità del proletariato e la lotta per la conquista di diritti sociali, caporalato e arroganza padronale diventano per i proletari stessi la normalità e l’unica prospettiva in una società all’insegna di precarietà e sfruttamento.
Negli anni immediatamente successivi alla sentenza sull’ILVA, secondo una ricerca dell’IREF del 2004, il 70,4% dei lavoratori italiani dichiarava di non conoscere il fenomeno del mobbing. Nel film, Caterino stesso, convinto che la prospettiva di guadagnare stipendi maggiori senza dover lavorare sia un’utopia, si rende conto solo con il passare del tempo che la vita nella Palazzina LAF è in realtà un inferno.
Per i padroni il profitto conta più delle vite
La cornice del film è una città, Taranto, avvelenata da diossina e amianto, in cui è ormai raro morire di vecchiaia e non ammalarsi per la presenza di sostanze tossiche prodotte dall’acciaieria, tanto che vivere nei quartieri della città più vicini alla fabbrica è considerato una vera e propria condanna a morte. Lo stesso Caterino, a più riprese nel film, inizia a mostrare sintomi di problemi respiratori, verosimilmente per il lavoro che svolge.
I dati di malattie contratte o riscontrate dai residenti della provincia di Taranto sono strazianti: l’ONA (Osservatorio Nazionale Amianto) riporta come si registrano il 400% in più di casi di tumore tra i lavoratori impiegati nelle fonderie ILVA, ma anche il 50% di malattie tumorali in più tra gli impiegati dello stabilimento, esposti solo in modo indiretto, oltre al fatto che tra 1993 e il 2015 il 40% (472 su 1191) dei casi nella Puglia di mesotelioma, un tumore causato esclusivamente dall’amianto, sono stati diagnosticati nella sola città di Taranto.
L’inquinamento prodotto dalla fabbrica non risparmia neanche i bambini: infatti, sempre secondo l’ONA, a Taranto si registra un +54% di incidenza delle malattie tumorali nei bambini e un +21% di mortalità infantile (0 – 14 anni), con un dato ancora più drammatico nei quartieri Tamburi e Paolo VI, adiacenti all’acciaieria, dove risulta maggiore del 70% rispetto alla media della città; inoltre, secondo lo studio epidemiologico Sentieri tra il 2002 e il 2015 sono nati 600 bambini malformati, “con una prevalenza superiore all’atteso calcolato su base regionale”, oltre a più di 40 tumori in età pediatrica e nel primo anno di vita.
Nonostante la nota condizione a cui i residenti di Taranto sono costretti, l’inquinamento atmosferico nella città aumenta di anno in anno. Come rilevato dall’ARPA Puglia, la media di benzene, composto tossico che genera il cancro, nell’aria è in costante crescita. Tra gennaio e novembre 2022 il valore medio delle rilevazioni era pari a 3,3 microgrammi per metro cubo, un valore superiore alle medie rilevate dal 2019 al 2021. Nel 2019 infatti il valore medio era di 1,3 μg/m3, nel 2020 di 2,8 μg/m3 e infine nel 2021 di 2,9 μg/m3
L’ONU ha riconosciuto l’impianto siderurgico dell’ILVA tra le aree più degradate e inquinate del mondo, nonché definito la produzione degli stabilimenti come una vera a propria violazione dei diritti umani a danno dei cittadini tarantini.
I motivi per cui questo stato di cose perdura a Taranto sono le logiche di profitto da parte delle dirigenze aziendali che si sono susseguite negli anni, insieme al costante ricatto occupazionale legato alla falsa contrapposizione tra occupazione e diritto alla salute. Questo è quanto avvenuto ad esempio nel dicembre 2019 a seguito di una sentenza del Tribunale di Taranto che stabiliva il sequestro e lo spegnimento dell’altoforno 2 (uno dei tre su quattro in funzione), con la conseguente messa in cassa integrazione straordinaria da parte di ArcelorMittal, proprietaria degli stabilimenti, di 3500 operai a seguito della sentenza (la decisione fu in seguito annullata dal tribunale del riesame in accoglimento del ricorso presentato dall’ILVA).
L’elevata mortalità, la devastazione ambientale, le morti sul lavoro sono quindi da attribuire solamente alla gestione padronale dei mezzi di produzione, come testimoniano le parole di Aldo Romanazzi, uno degli impiegati “scomodi” per l’azienda: «Il nostro acciaio serve a costruire la ricchezza di qualcun altro. A noi ci lasciano solo la mondezza…»
Un crudo spaccato di un sistema di sfruttamento
Alla luce di quanto detto, il film Palazzina LAF ha l’indubbio merito di portare all’attenzione del grande schermo una serie di tematiche operaie e di denunciare fenomeni che i lavoratori, in molti casi inconsapevolmente, si trovano a vivere. Non è infatti consueto che le tematiche del lavoro siano affrontate in maniera altrettanto precisa e realistica, in tutta la loro crudezza. La visione del film, il cui giudizio è del tutto positivo, è pertanto consigliata per avere non solo un quadro su una vicenda che ha fatto storia nella giurisprudenza e nel diritto del lavoro italiano, ma anche per comprendere meglio quali sono le logiche sostenute dal padronato, quando vengono richiesti, come spesso accade, sacrifici ai lavoratori nel nome dell’interesse aziendale o di ristrutturazioni che gioveranno solo ai profitti di chi sfrutta ogni giorno il lavoro di milioni di persone.
27/08/2023
USA - Torna la lotta di classe tra gli operai dell'auto
Shawn Fain, presidente della UAW
I 150 mila aderenti al sindacato dei lavoratori del settore automobilistico statunitense, United Auto Workers International Union (UAW), hanno votato a stragrande maggioranza a favore dello sciopero all’interno della vertenza per il rinnovo contrattuale.
Con il 97% di voti favorevoli, la UAW ha ora la possibilità di scioperare negli stabilimenti delle cosiddette Big Three: Ford, General Motors e Stellantis.
I lavoratori potrebbero incrociare le braccia già dal 15 settembre, cioè il giorno successivo all’estinzione del contratto, se non sarà raggiunto un accordo tra le parti. E potrebbe essere lo sciopero più grande di tutto il settore industriale negli ultimi 50 anni.
É il risultato di un approccio più assertivo dell’attuale dirigenza sindacale, con il nuovo leader della UAW, Shawn Fain, che ha rotto con la tradizione della contrattazioni “all’americana”, quelle in cui i vertici del sindacato e il management discutevano tra loro amichevolmente e alla fine si stringeva la mano.
Stavolta la Uaw ha preferito stringere quelle dei lavoratori, conducendo una campagna a tappeto per il rinnovo contrattuale.
A chi gli ha chiesto perché Fain ha risposto secco che stringerà la mano alla controparte: «quando i nostri lavoratori avranno la giustizia economica». Fino a quel momento, non se ne parla nemmeno.
In precedenza, in un video, aveva buttato nel cestino della carta le proposte fatte dal padronato dicendo che le stava rimettendo al loro posto.
Per la precisione, la proposta cestinata era quella avanzata da Stellantis, che comprendo ora i marchi Chrysler, Peugeot, Citroen e Fiat.
Fain è stato eletto in marzo grazie alla “corrente” progressista Unite All Workers for Democracy con una piattaforma contro la corruzione, le concessioni ed il sistema dei tier, rompendo il one-party rule che durava da 70 anni nel sindacato automobilistico.
É un ritorno alle origini, ad una «progressive, fighting union», come ha dichiarato un dirigente in un’intervista pubblicata sulle pagine di More Perfect Union.
Secondo quanto riporta Luis Feliz Leon, in una bella inchiesta pubblicata su Jacobin Magazine, durante uno dei meeting un lavoratore aveva spiegato ad una organizzatrice sindacale perché era “contro” lo sciopero: «Possiamo occupare il posto di lavoro, come hanno fatto a Flint nel sit-down strike?».
Si riferiva addirittura allo storico sciopero a Detroit, negli Anni Trenta!
La nuova leadership ha spinto i lavoratori ad organizzarsi in ogni stabilimento, pubblicizzare la loro vertenza, organizzare dei parking lot rallies e fare pratica dei picchetti, vedersi sul posto di lavoro con gli altri lavoratori in “10-minute meetings” di natura informativa e motivazionale.
Una rottura quindi non solo nei “gesti”, ma anche nella pratica militante.
Per molto tempo avere un lavoro nel settore dell’auto, in un’azienda che ammetteva la presenza del sindacato, ha significato avere un buono stipendio e stabilità.
Nonni e padri degli attuali operai sindacalizzati più anziani se lo ricordano bene.
L’aristocrazia operaia del settore automobilistico statunitense si considerava, non a torto, quasi middle class per gli standard di vita che aveva nel tempo acquisito.
Ma da molto tempo non è più così.
E le condizioni dei lavoratori del settore – considerati “essenziali” durante la pandemia – non sono migliorate, anzi...
«Se vai a lavorare per Ford ora, puoi guadagnare di più da McDonalds o White Castle» dice un lavoratore nel video prima menzionato.
Molti lavoratori sono costretti a fare un secondo lavoro, magari part-time, per andare avanti.
Un lavoratore intervistato nell’articolo di Jacobin fa questo esempio: «Mia madre è andata in pensione dalla Ford nel 2004, e la sua top pay era di 28 dollari all’ora. La nostra paga massima è di 31,77. Così in vent’anni, il livello di paga più alto è aumentato di appena 4 dollari».
Con un’inflazione alle stelle, i salari non sono stati più adeguati al costo della vita. Un problema che prima non sussisteva perché il contratto collettivo della UAW prevedeva un adeguamento in busta paga, il cosiddetto COLA, acronimo che sta per cost-of-living adsjustments. La scala mobile, insomma…
I lavoratori della General Motors l’avevano ottenuto nel 1948, e negli Anni Settanta la UAW era riuscita ad estenderla a tutti i suoi iscritti.
Quando l’industria dell’auto era sul punto del collasso, nel 2008, il sindacato rinunciò a questo meccanismo affinché il settore potesse riprendersi, con la promessa che sarebbe stato ripristinato quando le industrie automobilistiche avessero risalito la china.
Ma non è stato così. E non è stata l’unica concessione “a vuoto” fatta nel tempo.
Le Big Three, insieme, nei primi sei mesi di quest’anno hanno realizzato circa 20 miliardi di profitti. 250 negli ultimi dieci anni, secondo quanto riporta il sito di informazione Labor Notes.
Fain, in un live di Facebook diretto ai propri iscritti, è stato netto: «andando alle trattative il nostro messaggio è stato chiaro: profitti da record significano contratti da record».
Mentre il management è rimasto ai vecchi fasti: ai lavoratori neanche le briciole.
«Ho fatto sacrifici affinché la Ford possa continuare ad assumere persone a 16 dollari all’ora?», si chiede un vecchio membro del sindacato.
Ma il COLA non è stato l’unica garanzia persa con l’ultima recessione.
I lavoratori assunti prima del 2009, finita la loro attività lavorativa, avevano diritto a pensione e cure sanitarie, e raggiungevano il massimo della paga in 3 anni.
Ora, come testimonia un lavoratore, i tempi si sono estremamente dilatati: «mi ci sono voluti 9 anni e mezzo per prendere la paga più alta», senza garanzie per una pensione e senza assenza sanitaria.
Il risultato è stato deleterio anche per il sindacato, perché vi sono operai che fanno lo stesso lavoro con paghe e standard piuttosto differenti.
Una delle richieste è infatti la fine del sistema dei tiers – “End tiers. No 2nd class workers”.
L’altro problema è quello dell’uso discrezionale dei contratti a tempo, per cui i temp workers in realtà lavorano ad orario pieno senza però mai passare full-timers.
L’accettazione delle richieste fatte nel contratto collettivo sono così l’unica chance per cambiare la condizione di falsi “lavoratori a tempo”, e limitare fortemente il loro uso in futuro.
Una delle altre richieste principali è assicurarsi che la transizione all’auto elettrica non venga usata per minare ulteriormente le condizioni dei lavoratori.
Ma la piattaforma include anche un aumento per i lavoratori già in pensione (è dal 2003 che non c’è stato un incremento), il “working family protection program”, che garantisce ai lavoratori licenziati in caso di chiusura dell’impianto di essere pagati dalle aziende come lavoratori che svolgono attività comunitaria (“community social work”).
I contenuti della piattaforma e la maniera in cui è portata avanti stanno facendo fare un vero e proprio “salto di qualità” al movimento operaio nord-americano, dopo la vittoriosa vertenza dei teamsters – che ha dei forti punti di contatto con quella della UAW – che hanno ottenuto un contratto storico per i lavoratori dell’UPS, approvato dall’86,3% dei dipendenti.
Sta continuando anche lo sciopero degli scrittori e degli attori di Hollywood, che da più di 100 giorni hanno incrociato le braccia per non avere avuto risposte all’altezza, visto che la controparte ha proposto un aumento di appena il 5% sulle paghe per gli sceneggiatori. Per di più nel momento sbagliato…
Come riporta Fortune: «il giorno dopo che i Teamsters dell’UPS hanno approvato un contratto con un aumento del 35% ed i piloti hanno ottenuto il 21%».
Sebbene il tasso di sindacalizzazione negli USA sia attorno al 10% della forza-lavoro totale, in differenti settori le unions sono tornate ad essere uno strumento effettivo di miglioramento delle condizioni dei lavoratori, riscoprendo l’azione collettiva come unico mezzo per conseguirle.
Una recente inchiesta del Financial Times, Ethan Wu si interroga se Wall Street debba preoccuparsi delle maggiori aspettative salariali e di questo nuovo slancio militante dei sindacati, quantificabile in un aumento degli scioperi.
La risposta di Archer, della AFL-CIO – la centrale sindacale statunitense – è piuttosto interessante: «Forse dovrebbero. Se continui a fare le cose scorrettamente, le persone si organizzeranno per cambiarle».
È quello che stanno facendo diverse porzioni di classe negli States, dai corrieri ai metalmeccanici, dai lavoratori della ristorazione agli infermieri, che sono ora disposte a “rumble”, cioè a “combattere”. Letteralmente “picchiarsi per strada”.
“Are you going to rumble?”, ha chiesto il segretario della UAW in un grande meeting, raccogliendo le ovazioni degli operai.
Un ottimo segnale.
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07/05/2023
Operai e contadini in lotta: repressione poliziesca negli anni ’40
Nel suo testo Maida ricorda la storia dei “Treni della Felicità” organizzati nell’immediato dopoguerra per precipua (ma non esclusiva) iniziativa del PCI e dell’UDI allo scopo di trasferire temporaneamente bambini delle zone maggiormente colpite dagli eventi bellici (un esempio fra tutti Cassino, ma anche le gradi città come Torino, Milano, Roma) per farli ospitare da famiglie in zone dove le condizioni di vita erano sicuramente migliori.
Si trattò di un grande moto di solidarietà che scosse il Paese pur tra contraddizioni e contrasti anche di tipo ideologico.
All’interno del libro trova marginalmente spazio anche un resoconto della repressione che, in quegli anni e fino all’inizio degli anni ’50, subirono le lotte operaie e contadini al Sud come al Nord: una lunga striscia di violenze poliziesche, arresti arbitrari, morti e feriti.
Un passaggio storico la cui memoria appare completamente obliata (a proposito di “pacificazione nazionale”) e che, invece, proprio di questo tempi dovrebbe essere pienamente recuperata.
Il primo evento da ricordare rimane Portella della Ginestra: 1 maggio 1947. Fu un eccidio commesso in località Portella della Ginestra dalla banda di Salvatore Giuliano appoggiato dai poteri reazionari dell’isola il 1º maggio 1947 provocando undici morti e numerosi feriti.
Si ricorda ancora come nel 1948 18 bambini figli di sindacalisti siciliani uccisi o arrestati furono ospitati da famiglie indicate dalla Federazione del PCI di Bologna: Questo fatto si ricorda semplicemente per testimoniare come Portella della Ginestra non rappresentò un fatto isolato ma la “punta” di un’opera di sistematica repressione di lungo periodo esercitata in Sicilia nei riguardi della sinistra e del sindacato.
Da notare come il luttuoso evento di Portella della Ginestra si verificò mentre era ancora in carica (per pochi giorni) il tripartito DC – PSI – PCI.
Nel novembre 1947 con l’uccisione di cinque braccianti durante lo sciopero generale di Puglia e Basilicata, iniziò uno stillicidio di vittime, per lo più contadini e operai, in operazioni di ordine pubblico nelle quali la polizia viene schierata a sostegno di latifondisti e imprenditori.
Ricordiamo gli episodi più significativi di questa vera e propria epopea.
Melissa: la strage di Melissa o eccidio di Fragalà fu un episodio del 29 ottobre 1949 verificatosi a Melissa nel quale persero la vita Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro.
Nell’ottobre del 1949 i contadini calabresi marciarono sui latifondi per chiedere con forza il rispetto dei provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo e la concessione di parte delle terre lasciate incolte dalla maggioranza dei proprietari terrieri. La mattina del 30 ottobre 1949 la polizia entrò nella tenuta e cercò di scacciare i contadini occupanti con la forza, uccidendo così due uomini e una donna
Montescaglioso: 21 marzo 1950, data impressa nella memoria storica di tutto il Vastese: Nicola Mattia e Cosmo Mangiocco furono uccisi dai colpi di un appuntato dei carabinieri davanti al municipio. Tornavano, insieme a tanti concittadini, dallo ‘sciopero alla rovescia’: al grido di ‘pane e lavoro’ costruivano la strada di collegamento con la Statale Trignina sopperendo ai ritardi del governo dell’epoca.
Un evento drammatico che ebbe risonanza in tutta Italia e che diede vita a imponenti manifestazioni di protesta da Nord a Sud.
Modena: 9 gennaio 1950. Verso le dieci del mattino del 9 gennaio una decina di operai giunse ai cancelli delle Fonderie Riunite, le quali erano circondate di carabinieri armati.
Il bilancio della giornata fu di 6 morti tutti iscritti al Partito Comunista, 200 feriti e 34 arrestati con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, radunata sediziosa e attentato alle libere istituzioni.
Lentella (Chieti) 21 marzo 1950: due operai uccisi nel corso di uno sciopero per conseguire migliori condizioni nel lavoro agricolo.
San Severo (Foggia) 22 marzo 1950: un morto e 40 feriti in occasione della sciopero generale di solidarietà per i fatti del giorno precedente accaduti a Lentella.
Nel 1951 dalla tribuna del VII congresso del Partito Comunista Togliatti offrì un quadro preciso della repressione: tra il 1948 e il 1951 62 lavoratori uccisi in scontri causati da scioperi, occupazioni delle terre, proteste sindacali di diverso tipo; 3.126 feriti; 92.169 arresti da cui si verificarono 19.306 condanne per 8.441 anni di carcere.
Si ricorda ancora la strage di Reggio Emilia: il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione svolta durante lo sciopero generale proclamato dopo i fatti di Genova causati per la protesta avverso la convocazione nel capoluogo ligure del congresso del MSI (che avrebbe dovuto essere presieduto dal prefetto repubblichino Basile) cinque operai reggiani: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell’ordine.
La strage fu l’apice di un periodo di alta tensione in tutta l’Italia, in cui avvennero scontri con la polizia. I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del MSI. Le reazioni d’indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare.
L’allora presidente del consiglio Fernando Tambroni diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza” e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti (oltre Reggio Emilia, anche Licata, Catania e Palermo) e centinaia di feriti.
Si è fin qui sviluppato un riassunto molto stringato scritto semplicemente per ricordare che Costituzione e Democrazia sono costate alla parte migliore del popolo italiano davvero lacrime e sangue (senza retorica).
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20/04/2023
Genova - Gli operai Ansaldo contestano il sindaco Bucci
Un nutrito gruppo di operai dell’Ansaldo non l’ha mandata a dire: “Vai a casa”, “fascista”, “Ansaldo non ti vuole” e, secondo il giornale locale Genova 24, il sindaco ha faticato a portare avanti il suo intervento fra i fischi.
Lo scorso autunno, nell’ambito delle proteste e delle manifestazioni gli operai dell’Ansaldo avevano occupato l’aeroporto di Genova e il sindaco li aveva definiti “teppisti”, e probabilmente gli operai non glielo hanno perdonato.
Un gruppo di lavoratori ha srotolato uno striscione contro il sindaco “Bucci: i teppisti non ti stanno ad ascoltare” e poi slogan come: “Torna nella Repubblica di Salò”. “Chiedici scusa”.
“Potete anche contestare ma dobbiamo lavorare tutti insieme – ha provato a dire il sindaco dal palco – dobbiamo essere tutti alleati e tutti lavoriamo per lo stesso obiettivo”. “Tu non c’eri” gli ha urlato qualcuno e il sindaco ha aggiunto: “Il nemico sta fuori da questa fabbrica, il nemico sono i mercati ed è lì che dobbiamo vincere”.
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22/01/2023
La lotta
Tutto questo prima di conoscere i compagni fuori della porta. Una sera uscivo dalla Fiat e vedo uno studente che mi fa: Vuoi venire a una riunione li al bar? lo decido che mi va e gli dico va bene che ci vado. Che cazzo non c’ho niente da fare mi vado a vedere questi stronzi che vogliono che dicono.
Li vedevo tutti i giorni questi studenti e li giudicavo stronzi. Non sapevo neanche quello che dicevano non leggevo nessuno dei loro volantini. C’erano allora gli scioperi quelli fatti dal sindacato. Erano quelli che volevano la seconda categoria i gruisti e i carrellisti.
C’erano questi scioperi dentro c’erano alcune linee quelle della 124 che stavano ferme. Gli operai giocavano a carte a soldi a scommesse. Leggevano o stavano li fermi perché non arrivavano i pezzi. Stavano ferme due o tre linee.
Quando uscivo vedevo gli studenti che davano i volantini e che parlavano di questo sciopero. Ma a me la cosa non mi interessava. Allora vado a quella riunione li al bar di fianco a Mirafiori.
Conosco Mario e degli studenti e gli dico in che officina stavo quello che facevo. Conosco anche altri operai e Raffaele uno della 124 che vedevo che veniva tutte le sere alle riunioni. Lui diceva che conosceva un’ottantina di compagni che erano disposti a fermarsi quando diceva lui.
Cazzo, mi dicevo io, a me mi conoscono tutti quanti ma nessuno è disposto a fermarsi quando dico io. Allora gli dico se tu conosci questi ottanta compagni possiamo fermarci quando vogliamo. Possiamo fermarci anche domani. Non lavoriamo piú cominciamo a lottare da domani.
E Mario e gli altri studenti stavano con le orecchie tese a sentire quello che dicevamo io e questo Raffaele. Poi si decide di fare un volantino per domani in cui diciamo di fare la lotta di fermarci. Non lo so su che cosa doveva essere quel volantino. Sulla seconda categoria pure forse non lo so. O mi sembra che volevamo i soldi della mensa.
Alla Fiat non c’è la mensa e volevamo i soldi della mensa che ci avevano promesso. Doveva essere una cosa del genere. Come in tante fabbriche alla Fiat per mangiare ci portavamo il baracchino. E io dicevo che la mezz’ora del mangiare ce la dovevano pagare perché anche quella mezz’ora lavoravamo.
Perché mentre stai lavorando suona la sirena uuuhhh e allora tu ti metti a correre fai le scale arrivi nel tuo corridoio arrivi nel tuo spogliatoio arrivi al tuo armadietto prendi la forchetta il cucchiaio il pane corri, vai dove sta il tuo baracchino che ce ne stanno duemila, prendi il tuo baracchino arrivi al tavolo parli tatatatatatatatatata mangi giú uuuhhh salti su scappi corridoio spogliatoio armadietto posi un’altra volta la roba corri giù mezz’ora eccoti un’altra volta nell’officina.
Tutto di corsa mentre vai e mentre torni in officina se no non ce la fai.
Questo è lavoro mica è intervallo. È produttivo sto fatto. Comunque sento Raffaele che lui dice che poteva bloccare ottanta compagni. E gli dico che ci diamo l’appuntamento domani lui con i suoi e io con i miei. Che io non avevo nessun seguito comunque pensavo vediamo se mi seguono io ci provo.
Ci vediamo con i miei e con i tuoi dico a Raffaele. Ci vediamo al terminale delle linee e li facciamo un’assemblea un corteo. E minacciamo di morte e di impiccagione tutti i ruffiani i crumiri i fuorilinea. Li minacciamo e così facciamo i cortei e ci mettiamo a gridare e a cantare. Vediamo un po’ che cazzo combiniamo poi ce ne usciamo fuori dall’officina. Insomma lottiamo domani non si lavora. Va bene va bene.
Allora facciamo questo volantino domani all’una li distribuiamo davanti ai cancelli. Poi quando siamo dentro parliamo con i compagni negli spogliatoi durante il percorso per andare negli spogliatoi. Il giorno dopo cominciamo a distribuire il volantino davanti alla porta insieme agli studenti. Mario aveva fatto un cartello non so cosa c’era scritto sopra “Potere operaio”.
La classe operaia è forte questa roba qua. Allora io mi metto a fare l’agitazione fuori della porta: Compagni noi oggi ci dobbiamo fermare. Perché ci siamo rotti il cazzo a lavorare. Avete visto il lavoro com’è duro. Avete visto com’è pesante. Avete visto come fa male. Vi avevano fatto credere che la Fiat era la terra promessa che era la California che ci eravamo salvati. Io ho fatto tutti i lavori il muratore il lavapiatti lo scaricatore.
Tutti li ho fatti ma il più schifoso è proprio la Fiat. Io quando sono venuto alla Fiat credevo che mi sarei salvato. Questo mito della Fiat del lavoro Fiat. Invece è una schifezza come tutti quanti i lavori anzi peggio. Qua ogni giorno ci aumentano i ritmi. Molto lavoro e pochi soldi. Qua pian piano si muore senza accorgersene. Questo significa che è proprio il lavoro che è schifoso, tutti i lavori sono schifosi.
Non c’è lavoro che va bene è proprio il lavoro che è schifoso. Qua oggi se vogliamo migliorare non dobbiamo migliorare lavorando di più. Ma lottando e non lavorando più solo così possiamo migliorare. Ce repusammo nu poco oggi ce ne iammo a fa’ ‘na iurnata ‘e festa.
Parlavo in dialetto perché erano tutti napoletani meridionali. Che così capivano tutti perché lì la lingua ufficiale era il napoletano.
Poi entriamo dentro e mentre entriamo dentro mi viene in mente una cosa. Mi faccio dare il cartello da Mario non so neanche che cazzo c’era scritto sopra di preciso. Mi viene uno sprazzo di fantasia adesso entro nella Fiat col cartello. Entro col cartello in una mano e il tesserino nell’altra. Perché per entrare bisogna mostrare il tesserino se sei dipendente o no. Se no chissà ci può andare dentro un bandito uno che vuole mettere una bomba.
Il primo guardione mi guarda sorpreso a bocca aperta. È la prima volta in vita sua che vede un cartello dentro la Fiat passare i cancelli legalmente col tesserino Fiat in mano. Il capo dei guardioni mi viene incontro e dice: Lei si fermi. Dici a me? Sí cosa fa con questo cartello? Con questo qua? Faccio io. Lo tengo esposto. Ma non sa che non si può entrare coi cartelli? E dove sta scritto? Nei regolamenti non c’è questo fatto che non si può entrare coi cartelli perciò io entro. No non si può entrare.
Ma allora questo è un arbitrio che non si può entrare lo stai decidendo tu adesso qua io invece entro. Questo cartello mi piace e me lo porto appresso. No non si deve entrare con cose che non c’entrano col lavoro. E allora perché quello lí entra col Corriere dello Sport, che cazzo c’entra il Corriere dello Sport col lavoro e cogli operai. Questo cartello qua almeno interessa agli operai quel giornale li non interessa a nessuno.
Non me ne frega lei venga con me. E io dico: Se lo poso il cartello posso entrare? Sì posi il cartello. Guarda che io lo poso qua fuori dal cancello. Così va bene? Entro dentro. Mi chiama ancora il capo dei guardioni: Lei venga con me. Ma dove? Io devo andare a lavorare. Venga con me. Allora io lo prendo per la cravatta e gli dico: Ma vieni tu invece con me.
Lo trascino un po’ poi gli tiro un calcio nei coglioni un calcio nella pancia e lo butto a terra. Dico: Non cacatemi il cazzo oggi si fa la lotta oggi andate a fa ‘n culo tutti quanti. Tutti gli operai che entravano un boato uhhhhh come quelle tribú arabe. Tutti quanti che mi applaudivano. Poi dicono: Scappa dentro dai se no ti individuano. Scappai dentro e andai nello spogliatoio: Compagni oggi si fa la lotta adesso andiamo tutti a fare un grande casino. Tutti quanti si sbiancarono in faccia. La cosa era troppo provocatoria per loro.
Non avevano mai fatto delle lotte. Lì il sindacato non si faceva vedere mai. Pensavano: Questo qua dove sbuca fuori questo pazzo che dice che dobbiamo fare la lotta. Comunque io li aspettavo ancora sotto le scale: Oggi si deve fare la lotta. Ma come facciamo? Ce ne scendiamo giù e al posto di andare nelle linee facciamo tutti un gruppo in fondo ai terminali.
Ma questi qua non ci andavano. Erano frustrati erano bloccati non capivano e andavano tutti alle linee. Perché c’avevano la nevrosi. Cos’è la nevrosi.
Ogni operaio Fiat ha un numero di cancello un numero di corridoio un numero di spogliatoio un numero di armadietto un numero di officina un numero di linea un numero di operazioni da fare un numero di pezzi di macchina da fare. Insomma è tutto numeri la sua giornata alla Fiat è tutta articolata organizzata da questa serie di numeri che si vedono e da altri che non si vedono. Da una serie di cose numerate e obbligate. Stare lì dentro significa che come tu passi il cancello devi fare così col tesserino numerato poi devi fare quella scala numerata girando a destra poi quel corridoio numerato. E così via.
Alla mensa per esempio. Automaticamente gli operai si scelgono i posti a sedere e i posti rimangono quelli poi per sempre. Mica si è organizzati lì alla mensa che tutti si devono sedere sempre allo stesso posto. Ma di fatto tu va a finire che ti siedi sempre allo stesso posto. Cioè è veramente un fatto scientifico questo è un fatto strano. Io ho mangiato sempre alla stessa sedia allo stesso tavolo con le stesse persone senza che nessuno ci avesse mai messi insieme noi.
Allora questo significa secondo me la nevrosi non so se si può dire nevrosi per questa cosa qua, se la parola è esatta. Ma per stare lì dentro devi fare questo perché se no neanche ci stai lì dentro se non fai questo. Questi qua con cui avevo parlato di fare la lotta non sapevano che cazzo fare. La proposta che gli facevo io non la capivano immediatamente. Intuivano che doveva essere giusto quello che io gli proponevo ma non sapevano come realizzarlo. Non capivano che l’importante era solo di fare casino tutti insieme. Io mi incazzai. Non perché venivo licenziato per quello che avevo fatto perché infatti già mi volevo licenziare da solo cercavo solo la scusa.
Erano tre mesi che stavo alla Fiat e non ne potevo più. Non mi potevo più sopportare come operaio come lavoratore. Era maggio c’era già caldo e volevo tornare giù a casa a farmi i bagni. Non m’incazzai perché venivo licenziato. Quello era sicuro ma non me ne fregava niente. Ero facilmente individuabile così com’ero.
Avevo i baffi avevo le scarpe bianche e la camicia blu il pantalone blu ero facilmente individuabile. E stavo così com’ero entrato nell’officina senza travestirmi. Cioè senza prendere dallo spogliatoio le scarpe vecchie il pantalone vecchio la maglia vecchia senza cambiarmi come si faceva sempre.
Ero entrato così come stavo fuori sulla strada con le scarpe bianche pulite tutto acchittato. Ero entrato così dentro l’officina proprio deciso a non lavorare. Ero incazzato invece perché non ero riuscito a convincere gli altri. Mi vado a prendere una coca all’automatico e me la bevo e arrivo in ritardo alla linea di montaggio. Perché ci si deve arrivare sempre prima alla linea mai dopo. E trovai già li il capo l’altro capo tutti quanti lì che mi guardavano. E c’era il fuorilinea al mio posto.
Arrivai lì e il capo dice: Guardi che lei sta rompendo le scatole. Qua si arriva in orario adesso le do mezz’ora di multa. Gli dico: Fai che cazzo vuoi tu m’hai rotto le scatole tu e la Fiat. Va’ fa ‘n culo se no ti tiro qualcosa in testa. Fatevele da voi queste zozze macchine di merda a me che mi frega.
E tutti gli operai che stavano lì intorno mi guardavano e io gli dicevo: Ma siete degli stronzi voi siete degli schiavi. Qua bisogna picchiarli a sti guardioni qua a sti fascisti. Che cazzo sono sti insetti sputiamogli in faccia e facciamo quello che vogliamo qua mi sembra il servizio militare. Fuori dobbiamo pagare se entriamo in un bar dobbiamo pagare nel tram dobbiamo pagare la pensione tutto dobbiamo pagare.
E qua dentro ci vogliono comandare. Per quattro soldi che non ci servono a un cazzo per un lavoro che ci fa crepare e basta. Ma siamo impazziti. Questa è una vita di merda sono più liberi quelli che stanno in galera di noi. Qua incatenati a queste macchine schifose che non ci possiamo mai muovere coi secondini tutti intorno. Ci manca solo che ci frustino anche.
Comunque cominciai a lavorare di malavoglia perché volevo lottare. Volevo fare qualcosa stare lì non mi andava. Mentre ero così sento da lontano le urla. Le officine delle Carrozzerie sono dei capannoni grandissimi che non si vede in fondo. Dove c’è un rumore grandissimo e non si sente la voce umana. Per parlarsi tra loro gli operai devono urlare sempre. Sentivo dei casini urla e mi dico: Questi sono i compagni che cominciano a fare il corteo. Che non si capiva dov’era che non si vedeva.
Io abbandono il posto di lavoro attraverso tutte le linee le taglio in mezzo lì dove stanno tutte le altre macchine e vado dai compagni.
Arrivo e anch’io mi metto a urlare insieme. Ma le cose più strane urlavamo che non c’entravano un cazzo. Le urlavamo per fare un momento di rottura urlavamo Mao Tzetung Ho Ci Min Potere operaio. E altre cose che non erano legate a niente lì ma che ci piaceva di dirle. Cose come Viva Gigi Riva Viva il Cagliari Viva la fica urlavamo.
Volevamo urlare delle cose che non c’entravano niente con la Fiat con tutto quello che dovevamo fare lì dentro. Per questo tutti quanti, gente che non sapeva per niente chi era Mao e Ho Ci Min gridavano Mao e Ho Ci Min. Perché non c’entrava un cazzo con la Fiat e gli andava bene.
E cominciamo a fare un corteo, eravamo un’ottantina di operai. Man mano che il corteo passava tra le linee si ingrandiva di dietro. A un certo punto arriviamo in un posto dove c’erano dei cartoni li strappiamo e col gesso ci scriviamo: Compagni uscite dalle linee il vostro posto è con noi. Su un altro scriviamo: Potere operaio. Su un altro ancora: Ai lecchini il lavoro agli operai le lotte. E andiamo avanti con questi tre cartelli.
Il corteo cominciò a ingrandirsi e arrivarono i sindacalisti. I sindacalisti era la prima volta che io li vedevo in vita mia dentro la Fiat. Cominciano i sindacalisti: Compagni non bisogna lottare adesso. Le lotte le faremo in autunno insieme al resto della classe operaia insieme a tutti gli altri metalmeccanici. Adesso significa indebolire la lotta se ci scontriamo adesso come faremo poi a ottobre.
Noi gli diciamo: Le lotte bisogna farle adesso perché è ancora primavera e c’è ancora l’estate davanti.
A ottobre ci serviranno i cappotti le scarpe ci servirà pagare il riscaldamento nelle case i libri dei figli per la scuola. Per cui l’operaio non può lottare d’inverno deve lottare d’estate. Perché d’estate può dormire pure all’aria aperta d’inverno no. E poi lo sapete che è in primavera che la Fiat ha più richiesta di produzione se fermiamo adesso freghiamo la Fiat che a ottobre non gliene importa più niente.
I sindacalisti cominciano a fare capannelli a dividerci a separare il corteo. Noi in una ventina facciamo un altro corteo in un altro posto e recuperiamo altri compagni. Dopo due ore riusciamo a bloccare tutte le linee. Proprio allora arriva il capo delle Carrozzerie il colonnello. Lì eravamo all’officina 54 ma si erano fermate tutte quante le linee perché eravamo andati anche nelle altre officine delle Carrozzerie e le avevamo fatte fermare tutte.
Arriva il colonnello e come arriva lui si apriva lo spazio fra gli operai tutti rientravano nelle linee precipitosamente. Eravamo rimasti lì solo in quindici con i cartelli in mano.
Allora io decido che questo è il momento di affrontarlo perché se no ci sputtaniamo proprio. Lui avanza verso di noi e io avanzo verso di lui col cartello dritto verso la sua faccia. Glielo pianto a mezzo metro dal naso e lui lo legge. Non mi ricordo quale cartello era cosa c’era scritto non mi interessava. A me interessava solo che lui se ne andasse a fare in culo. Fargli capire che non c’era niente da fare con noi.
Lui vede che io non me ne andavo via che mi ero piazzato proprio lì davanti a lui e dice: Ma questi cosa sono? Cartelli per la verdura? Siamo al mercato? No dico io sono cartelli che vanno contro gli interessi dei padroni perciò li abbiamo fatti.
Poi lui si mette a fare capannello l’ingegnere delle Carrozzerie con gli altri operai. E c’era intorno all’ingegnere un cinquecento operai che dicevano sempre sì sempre si con la testa. Lui parlava e gli operai dicevano sì. Gli altri capannelli E facevano i sindacalisti sulle altre linee delle Carrozzerie e noi eravamo rimasti un gruppetto di quindici compagni isolati.
Allora dico: Compagni qua bisogna intervenire perché se no qua ci isolano ci fanno il culo. Dobbiamo intervenire dove sta parlando l’ingegnere perché lì è il pesce più grosso. Se riusciamo a mandare a fare in culo l’ingegnere davanti agli operai recuperiamo tutto. Se spacchiamo la gestione capitalistica di questo capannello siamo a posto qua abbiamo vinto la lotta oggi.
Ci avviciniamo l’ingegnere parlava e io dico: Posso intervenire anch’io in questa discussione? Lui fa: Prego parli pure cosa ha da dire? Ho da dire una sola cosa. Lei quanto prende di premio di produzione?
Questi sono fatti che non l’interessano fa l’ingegnere. No m’interessa sì invece. M’interessa perché noi di premio di produzione prendiamo massimo non lo so neanche quanto prendo io. Io non la guardo mai la busta paga cosa c’è scritto la paga base il cottimo l’indennità quelle cose lì. Prendo solo i soldi senza leggerla perché non m’interessa leggerla m’interessano i soldi. Ma certamente prenderemo al massimo il cinque il sei per cento il sette per cento. E lei invece che cosa prende? Non la interessa.
Rispetto alle piccole percentuali che prendiamo noi continuo io voi secondo la produzione annua di automobili che noi facciamo vi prendete dei premi di vari milioni di lire. E per questo che avete interesse a farci produrre sempre di più. Mentre per noi il lavoro e i soldi restano sempre gli stessi.
È vero o no? Le ripeto che queste sono cose che a lei non interessano. Come non m’interessano? Lei col mio lavoro si fa i milioni e poi dice che non mi deve interessare. Se li fa lei i soldi perché il premio di produzione aumenta con l’aumento della categoria. Cioè se sei un fuorilinea un capo un gran capo se sei Agnelli. Agnelli evidentemente il massimo premio di produzione è suo.
Mi voltai verso gli operai: Lo sapete voi quanti soldi si piglia questo qua come premio di produzione? Lo sapete perché non me lo vuole dire? Allora il colonnello interviene e dice: Ma lei lo sa che io ho studiato? Che sono ingegnere? No non lo so rispondo io. E dico: Ma lei lo sa che a noi non ce ne frega un cazzo che lei ha studiato? Che non gli riconosciamo nessun diritto più di noi?
Dice; Ma a lei gli hanno insegnato l’educazione i suoi genitori? No non me l’hanno insegnata perché a lei gliel’hanno insegnata? A me me l’hanno insegnata. E poi ha fatto il militare lei dice? No non l’ho fatto il militare io perché cosa c’entra la famiglia e il militare?
C’entra perché le famiglie devono insegnare l’educazione e a rispettare le persone più istruite. E se lei avesse fatto il militare avrebbe capito che dappertutto c’è un’organizzazione che va rispettata. Chi non rispetta questa organizzazione è un anarchico un delinquente un pazzo.
Può darsi che io sono un pazzo ma c’è il fatto che a me non mi piace lavorare. Ecco ecco strilla lui avete sentito avete sentito a tutti quelli che fanno sciopero non gli piace lavorare. E allora dico io perché tutti questi qua invece di mettersi nelle linee a lavorare preferiscono starsene qua a parlare con lei? Si vede che anche a tutti questi non gli piace lavorare. Basta una cosa qualsiasi basta che trovano una scusa anche di stare a sentire qualcuno che parla pur di non lavorare. All’operaio non piace il lavoro, l’operaio è costretto a lavorare.
Io ci sto alla Fiat non perché mi piace la Fiat che non c’è un cazzo che mi piace della Fiat neanche le macchine che facciamo mi piacciono e non mi piacciono neanche i capi e neanche lei mi piace. Ci sto perché ho bisogno dei soldi della Fiat. Secondo me lei ci starà ancora per poco qua dentro fa il colonnello. Ho saputo che è stato picchiato un guardiano fuori. Se scopro chi è stato gliela faccio pagare cara.
Non deve andare molto lontano per scoprire chi è stato dico io gli indovinelli a me non mi sono mai piaciuti. Lo so che lei me la farà pagare cara ma non me ne frega niente.
Ho picchiato quello lì e picchierò ancora qualcun altro stasera. Quello sente odor di botte e subito scappa via da in mezzo a noi dagli operai. Perché noi quindici ci eravamo messi davanti a lui e dietro a lui ci stavano tutti gli altri operai. Scappa via ma prima mi domanda: Lei come si chiama? Gli dico il mio nome e cognome il nome del mio capo che sono dell’officina 54 della linea della 500 e che sto sempre a disposizione.
Gli dico tutto così per fare vedere che non lo temo. Vedrà che gliela farò pagare. Ma va’ fa ‘n culo vattene via brutto stronzo un’altra volta me la farai pagare. Se ne va e come se ne va gli operai tutti quanti ehhhhhhhh un urlo tutti a applaudire: Sei un dio gli hai fatto un culo così quello è uno stronzo veramente quello ci voleva prendere in giro tutti.
Va bene va bene dico io questa l’abbiamo fatta ma adesso dobbiamo fare il corteo. Dobbiamo fare un casino che non finisce più dobbiamo spaccare tutto qua dentro adesso. E picchiavamo a calci contro i cassoni del materiale per fare rumore un rumore cupo violento dududu dududu dududu e per due ore a fare questo casino.
Poi ogni tanto facevamo delle assemblee una volta a nord delle linee una volta a sud delle linee. Le tagliavamo a zig zag gridando tutti insieme: Più soldi meno lavoro. Oppure: Vogliamo tutto. Salivamo e scendevamo le linee e facevamo le assemblee. Così fino alla sera.
La sera vado per timbrare il cartellino. Il mio cartellino non c’era se l’erano preso loro. Vado dal capo. Capo dove sta il mio cartellino? Dice: Perché non c’è? Non faccia lo spiritoso dove l’ha messo? Rispondo io. Io non so dov’è fa lui se non c’è significa che lei deve aspettare e poi vediamo un po’. Va bene, aspetto pure.
Intanto vanno via tutti gli operai se ne vanno via tutti quanti. Mi sembrava che ero rimasto solo io nella Mirafiori. Mentre sto così sbuca fuori un altro capo poi un altro ancora un altro ancora. Mi dico: Eh qua c’è odore di guardioni. Capo il mio cartellino dov’è? Lei deve venire in ufficio fa lui. Col cazzo che ci vengo in ufficio. Io domani entro in fabbrica un’altra volta col cartellino o senza cartellino. Ma nell’ufficio non ci vengo. Se il colonnello mi deve dire qualcosa me la viene a dire lui qua in officina. Io non ho niente da dire a lui è lui che vuole dire qualcosa a me. E scappo via veloce per non restare l’ultimo.
Uscivano allora degli operai dagli spogliatoi che si erano lavati e si erano vestiti. Raggiungo i miei compagni e dico: Compagni qua mi vogliono acchiappare per denunciarmi. Quelli mi acchiappano all’uscita mi mettono un ferrovecchio in tasca e poi chiamano la polizia e mi denunciano come ladro ecco come fanno.
Tutto organizzato. Mi acchiappavano mi mettevano un ferro in tasca un ferro qualsiasi un bullone una chiave. Telefonavano alla polizia: L’abbiamo sorpreso a rubare e stamattina ha picchiato pure un guardione. Mi davano pure tre anni. Questo era il loro trucco. Mi volevano prendere a tutti i costi.
Andavo avanti coi compagni. Stiamo attenti all’uscita. Perché all’uscita un guardione ti indica ti fanno entrare in una stanza e ti frugano nella borsa e addosso. Adesso se indicano me dico ai compagni io non ci vado dentro alla visita perché se ci vado dentro sono fottuto.
Andiamo avanti arriviamo al cancello e vedo il capo il mio capo in mezzo ai guardioni cinque guardioni. Fa il capo. È lui è quello lì. Avanza un guardione doveva essere il picchiatore della situazione e dice: Tu no anzi lei danno sempre del lei alla Fiat lei venga con me. Chi io? Perché devo venire? Venga con me. Non ci voglio venire. Venga con me. Non ci voglio venire cosa vuoi tu da me? Perché non è mai passato a rivista lei? Sì ma stasera non c’ho voglia e poi io non c’ho borsa vedi c’ho la maglia. La sollevo sul torso nudo.
C’ho il pantalone e basta non c’ho niente addosso hai visto? Ciao. Venga qua urla lui. Mi prende per il collo questo bestione di merda e mi tira. Allora io studio un attimo come cazzo fare. Faccio finta di andare con lui. Poi gli metto un piede davanti e gli do una spallata. Púnfete cade per terra come una merda di vacca. Gli tiro un calcio nelle palle.
Mi si buttano addosso altri due guardioni. Il primo mi teneva da sotto e questi due mi stavano sopra. Riesco a calci a gomitate a buttare gli altri due via da sopra di me. Adesso io stavo di traverso addosso a loro ma con la testa giù che me la teneva stretta il bestione. A questo punto un compagno tira il braccio che questo stronzo mi teneva intorno al collo come una morsa. Io gli strappo via il braccio salto su gli sputo in faccia al bestione. E scappo.
Poi prendono il compagno e l’hanno licenziato questo qua perché mi aveva aiutato. E sono uscito fuori. Sono uscito fuori e c’erano lì tanti operai e studenti davanti. C’erano davanti al cancello tutti i compagni che parlavano della lotta. C’erano lì i compagni che dicevano che avevo fatto bene a menare i guardioni. Che quel giorno era stata una grossa lotta una grossa soddisfazione. E abbiamo fatto la riunione poi e tutte queste cose qua.
Sono venuti in massa gli operai nel bar tanti che non ci si entrava. E lì ho conosciuto anche Emilio e Adriano tutti questi compagni qua. Eravamo tanti quella sera che si decise di fare poi le assemblee all’università. E quello fu l’inizio delle grandi lotte alla Fiat. Che era stato il 29 maggio quel giorno giovedì.”
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16/08/2021
Per Gino Strada
Vi lavoravano un pugno di ingegneri, pagati a peso d’oro, e 40 operaie, addette allo stampaggio, per 800 mila lire al mese.
In assemblea ponemmo in tutta la sua gravità il problema della corresponsabilità anche di chi lavorava alla costruzione di quegli ordigni di morte. La prima risposta fu: “Noi non abbiamo le mani sporche di sangue; se non facciamo noi le mine le farà qualcun altro“.
Allora organizziamo un incontro in Camera del lavoro con Gino Strada al quale partecipò l’intero consiglio di fabbrica.
La riunione fu introdotta da un documentario che Gino aveva portato con sé sui tragici e indiscriminati effetti delle mine, soprattutto sulla popolazione civile, sui bambini, con mutilazioni permanenti, provocati da ordigni in qualche caso fatti a forma di bambole affinché suscitassero l’interesse dei più piccoli.
Lo choc fu potente ed innescò nelle lavoratrici una catarsi, una presa di coscienza che avviò una delle più straordinarie battaglie sindacali e di civiltà che io ricordi.
A quel primo incontro con Gino Strada ne seguirono altri, mentre maturava la decisione di chiedere l’interruzione della produzione delle mine e l’avvio di un processo di riconversione. Ma la Valsella non aveva alcuna intenzione di rinunciare ad una produzione lucrativa come nessun’altra.
Cominciarono gli scioperi, via via più intensi, fino a trasformarsi in un blocco a oltranza dell’attività. Il prezzo era altissimo. Dopo mesi di lotta le operaie e le loro famiglie vivevano a credito. La lotta non aveva contenuti salariali o normativi. Era il grido di donne che dicevano all’azienda dove si fabbrica la morte: “Noi non saremo complici“.
Quelle operaie vinsero, perché la moratoria nella produzione di quegli ordigni infami ne bloccò la produzione.
A quel punto si fece avanti un’azienda, la Vehicle Engineering&Design, che si candidò a rilevare l’impresa per produrre motori elettrici per automobili: indubbiamente un bel salto, dalle mine a motorizzazioni ecologiche.
Ma la nuova azienda pose una condizione: poter vendere alla Spagna il brevetto dell’Istrice, un dispositivo per il disseminamento delle mine dall’alto, senza mappatura, con le conseguenze che ciascuno può immaginare. L’azienda promise che il denaro incassato sarebbe servito anche per saldare alle lavoratrici le mensilità arretrate.
In assemblea intervenne la compagna più anziana, componente del consiglio di fabbrica e disse queste parole: “ragazze, in questi mesi abbiamo fatto tanta strada insieme e siamo cambiate. So che è dura, ma non possiamo tornare indietro. Quindi, nessuna macchia. Se la nuova azienda vuole subentrare, nessuna condizione“.
Le operaie approvano, tutte, con un grande applauso. A sera scrivemmo alla Engineering comunicando le decisioni assunte di comune accordo fra sindacato e lavoratrici.
Per uno di quei rari casi che talvolta capitano, l’azienda rispose che rinunciava alla propria richiesta. Seguì una grande manifestazione, in realtà una festa. I brevetti furono restituiti al ministro della difesa e gli stampi delle mine bruciati in piazza.
Sono certo che a distanza di oltre vent’anni tutte le operaie ricordino questa vicenda come uno dei momenti più importanti delle loro vite e che il ricordo di colui che tanta importanza ebbe nella loro maturazione non è mai venuto meno.
Ben fatto, caro vecchio Gino.
La terra ti sia lieve.
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13/11/2020
A Genova e Taranto battuta l’arroganza di ArcelorMittal
“Gigi”, come lo chiamano i suoi compagni di lavoro, era stato licenziato in tronco per un commento vocale su un gruppo chiuso di whatsapp in un cui pronunciava un epiteto poco lusinghiero nei confronti del direttore dello stabilimento Massimo Pagliaro.
Ma un altro importante risultato è stato ottenuto anche all’ex Ilva di Taranto. Qui il provvedimento disciplinare nei confronti del delegato Fiom Giuseppe D’Ambrosio, è stato revocato e trasformato in 3 giorni di sospensione con diffida a reiterare il comportamento contestato. In questo caso i fatti contestati dall’azienda risalgono al 21 ottobre quando nel reparto DBS/2 (Deposito Bramme) un carroponte ha posizionato una bramma media in un box in cui erano invece depositate bramme corte. Nessun ferito, fortunatamente, e solo lievi danni su una lamiera del capannone.
Ma le sanzioni comminate da Arcelor Mittal sono state ancora una volta pesantissime. Licenziamento per l’operaio a cui è stata imputata la manovra sbagliata e una connotazione disciplinare al delegato Fiom che secondo l’azienda stava facendo attività sindacale nel reparto e avrebbe disturbato il lavoratore inducendolo all’errore che ha provocato l’incidente.
A Genova oltre al licenziamento di Luigi Guadagno erano anche arrivate lettere di sospensione ai 250 lavoratori individuati dalla azienda per le proteste. Centinaia di operai ex Ilva che si erano visti rifiutare i badge all’ingresso della fabbrica.
Dopo la manifestazione in Prefettura le lettere sono state revocate. Durante il corteo c’è stato qualche momento di tensione con alcuni lavoratori che hanno provato a forzare il blocco della polizia davanti alla Prefettura. “Toglietevi il casco” hanno chiesto i manifestanti agli agenti di polizia e questi ultimi, come gesto distensivo, lo hanno fatto tra gli applausi degli operai.
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