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10/07/2025

Guerra in Ucraina - Dalle mine antiuomo ai missili sulle città, la Ue ha perso la guerra ma non si deve dire

di Fulvio Scaglione

Ultime notizie dal fronte ucraino. Il presidente Zelensky ha appena firmato un decreto per far uscire il suo Paese dalla Convenzione di Ottawa, che vieta l’uso, la produzione e l’accumulo delle mine antiuomo. Nonostante le usasse sin da inizio conflitto, l’Ucraina va così ad aggiungersi a Estonia, Lettonia, Polonia e Finlandia che dalla Convenzione sono uscite di recente, e naturalmente a Usa e Russia che la Convenzione non l’hanno mai firmata.

Indietro di qualche ora: i russi, avanzando nel settore Sud-Est del fronte, hanno occupato il più grande giacimento ucraino di litio, quello di Shevcenko, che rientrerebbe nell’accordo che Zelensky ha stipulato con Donald Trump. Quel che è peggio è che quella di Shevcenko è una delle tre direzioni in cui le truppe russe stanno penetrando le difese ucraine.

Avanti di qualche ora: dagli ambienti del Parlamento di Kiev partono voci che vogliono per prossima la rimozione del ministro della Difesa Rustan Umerov (che sarebbe sostituito dal suo vice Sergej Boev), come pure la rimozione di Oleksandr Syrsky, comandante in capo delle truppe ucraine, che sarebbe a sua volta rimpiazzato dal capo di stato maggiore Andrej Gnatov.

Una variante di queste voci vuole Umerov sempre silurato ma a favore di Vasyl Maljuk, attuale capo dell’SBU, l’ideatore dell’audace colpo contro gli aeroporti militari russi. In questa variante, riportano gli spifferi kieviani, Umerov sarebbe spedito a fare l’ambasciatore negli Usa. Un esilio dorato alla Valerij Zaluzhny.

Bisognerebbe aggiungere qualche altro fatto. I bombardamenti russi sulle città e sugli impianti industriali ucraini sono sempre più frequenti, sempre più massicci e sempre più devastanti. Intorno a città ucraine come Sumy (a Nord) o Pokrovsk (a Sud), si registrano concentrazioni di truppe russe di migliaia e migliaia di uomini.

In un mondo normale le persone normali trarrebbero un’unica conclusione: l’Ucraina sta perdendo la guerra. Perde terreno, perde il controllo del proprio spazio aereo, cerca di fermare i fanti russi anche con le mine antiuomo e cerca, ormai un po' disperatamente, di avvicendare gli uomini ai vertici delle forze armate nella speranza di trovare l’idea buona. E mentre succede tutto questo il Financial Times, non certo la Pravda, scrive che diplomatici e funzionari ucraini sempre più spesso chiedono ai politici occidentali, in privato, di arrivare a un cessate il fuoco.

Anche se siamo ancora persone normali, però, non viviamo più in un mondo normale. Viviamo in un mondo in cui l’Europa, che tre anni e mezzo fa ha scommesso di riuscire a sconfiggere la Russia sul campo, non può ammettere di aver sbagliato i conti, e non solo quelli.

Mentre noi parassiti guardiamo gli ucraini combattere e morire, pronti ad assistere alla distruzione del loro Paese per non fare una marcia indietro che, a questo punto, vorrebbe anche dire mandare a monte tutto il bel piano di riarmo che tanto servirà alle aziende meccaniche tedesche e ai produttori di armi Usa, ai quali andrà il 48% (questa la quota Usa nei rifornimenti europei, rispetto al 68% del totale di armi che compriamo fuori Europa) dei famosi 800 miliardi per la Difesa.

E così continuiamo a dirci che i russi sono prossimi al crollo, che non ce la fanno più. Come dice Zelensky in tutte le interviste: hanno bisogno di una pausa per riprendersi. E che, come scrivono gli augusti analisti nostrani, imbeccati dai servizi segreti e dalla giusta propaganda ucraina, perdono 1.300 uomini al giorno. Che fa circa 40 mila uomini al mese. Che, considerato che i russi sono all’offensiva da più di un anno, fa più di 500 mila uomini. Che, considerato che si combatte da tre anni e mezzo ormai, farebbe 1 milione e 750 mila uomini. Che tutto nell’insieme, e purtroppo per l’Ucraina, è solo una bella favola.

Mentre nelle scorse settimane quello che si è visto è questo: i russi hanno restituito agli ucraini i corpi di più di 6 mila soldati ucraini caduti in battaglia, mentre gli ucraini ne hanno restituiti 57. E Vladimir Putin, ha detto di averne almeno altri 3 mila da parte.

Ci pare sempre più evidente che l’Europa non arma e finanzia l’Ucraina per difenderla, ma piuttosto per difendere se stessa, per trovare in questa battaglia sofferta e combattuta da altri un senso che teme di aver smarrito. E non è una bella sensazione.

Fonte

22/11/2024

Guerra in Ucraina - Biden invia anche le mine antiuomo

L’amministrazione Biden ha autorizzato l’invio di mine antiuomo all’Ucraina. Non si tratta di una scelta che può trasformare il conflitto nell’Est Europa nella prossima guerra mondiale, come è quella sui missili da crociera di pochi giorni fa, ma dimostra l’avvitamento della guerra: si tratta di armi proibite da oltre 160 paesi, persino dall’Ucraina.

La notizia è stata rilanciata dal Washington Post, sulla base delle informazioni ottenute da due ufficiali statunitensi rimasti anonimi. Uno di questi ha sottolineato come la tipologia delle mine che verrà trasferita è del tipo “non persistente”: mine che si autodistruggono o perdono la batteria rendendole inattive.

Sempre secondo le fonti, i politici ucraini hanno assicurato che eviteranno di utilizzare queste armi in aree densamente popolate (che tra l’altro, ricordiamo, sarebbe densamente popolate da ucraini). Ma vari esperti hanno evidenziato come anche questo tipo di mine rimangano un pericolo per i civili.

“È uno sviluppo scioccante e devastante”, ha affermato Mary Wareham, vicedirettrice della divisione crisi, conflitti e armi di Human Rights Watch. L’esponente dell’organizzazione non governativa che si occupa di diritti umani ha appunto ricordato che queste mine non sempre si disattivano in maniera affidabile, e i terreni dove sono poste richiedono complicati sforzi di bonifica.

Sia chiaro, quando si parla di convenzioni sulle armi (in questo caso, la Convenzione di Ottawa) ci deve essere l’accordo a non usarle. Questo tipo di mine è stato criticato in tutti i modi per gli effetti devastanti che hanno sui territori dove sono usate e per i possibili danni ai civili, ma se non si firma nessun trattato, usarle non è illegale, dal punto di vista del diritto internazionale.

Questo è il caso degli Stati Uniti, e anche della Russia, della Cina, di Israele, dell’India, dell’Iran: di una lunga lista di paesi, nonostante tutto. Certo, Biden era arrivato alla Casa Bianca affermando proprio che una politica lassista sulle mine e sulla fornitura a paesi terzi era pericolosa per i civili e inutile dal punto di vista militare.

Ma che non ci si possa fidare di cosa dice un candidato alla presidenza statunitense è cosa nota. Un po’ diversa è però la situazione di Kiev, che è difficile immaginare non usi materiale bellico che gli è stato specificatamente inviato, anche se teoricamente ciò sarebbe vietato secondo le proprie stesse normative.

Il tema è che il soggetto che sta stracciando un accordo facendone cadere tutta la legittimità è l’Ucraina, su spinta di Washington. E non ci sono rassicurazioni o limiti di utilizzo che possano in un qualche modo salvare, tanto meno giustificare, lo smantellamento di qualsiasi legalità internazionale operato dalla NATO e dai suoi alleati negli ultimi due anni.

Difatti, già all’inizio del 2024 i paesi baltici, avanguardia dello spirito guerrafondaio euroatlantico, avevano accarezzato l’idea di ritirarsi dalla Convenzione di Ottawa. Ora hanno anche il precedente, ammantato di ragioni propagandistiche di difesa della democrazia, fino alla guerra mondiale.

Fonte

16/08/2021

Per Gino Strada

Eravamo nei primi anni Novanta quando la Valsella Meccanotecnica di Castenedolo (Bs), controllata dalla Fiat, era leader nazionale nella produzione di mine anti-uomo, vendute all’Iraq in 9 milioni di esemplari.

Vi lavoravano un pugno di ingegneri, pagati a peso d’oro, e 40 operaie, addette allo stampaggio, per 800 mila lire al mese.

In assemblea ponemmo in tutta la sua gravità il problema della corresponsabilità anche di chi lavorava alla costruzione di quegli ordigni di morte. La prima risposta fu: “Noi non abbiamo le mani sporche di sangue; se non facciamo noi le mine le farà qualcun altro“.

Allora organizziamo un incontro in Camera del lavoro con Gino Strada al quale partecipò l’intero consiglio di fabbrica.

La riunione fu introdotta da un documentario che Gino aveva portato con sé sui tragici e indiscriminati effetti delle mine, soprattutto sulla popolazione civile, sui bambini, con mutilazioni permanenti, provocati da ordigni in qualche caso fatti a forma di bambole affinché suscitassero l’interesse dei più piccoli.

Lo choc fu potente ed innescò nelle lavoratrici una catarsi, una presa di coscienza che avviò una delle più straordinarie battaglie sindacali e di civiltà che io ricordi.

A quel primo incontro con Gino Strada ne seguirono altri, mentre maturava la decisione di chiedere l’interruzione della produzione delle mine e l’avvio di un processo di riconversione. Ma la Valsella non aveva alcuna intenzione di rinunciare ad una produzione lucrativa come nessun’altra.

Cominciarono gli scioperi, via via più intensi, fino a trasformarsi in un blocco a oltranza dell’attività. Il prezzo era altissimo. Dopo mesi di lotta le operaie e le loro famiglie vivevano a credito. La lotta non aveva contenuti salariali o normativi. Era il grido di donne che dicevano all’azienda dove si fabbrica la morte: “Noi non saremo complici“.

Quelle operaie vinsero, perché la moratoria nella produzione di quegli ordigni infami ne bloccò la produzione.

A quel punto si fece avanti un’azienda, la Vehicle Engineering&Design, che si candidò a rilevare l’impresa per produrre motori elettrici per automobili: indubbiamente un bel salto, dalle mine a motorizzazioni ecologiche.

Ma la nuova azienda pose una condizione: poter vendere alla Spagna il brevetto dell’Istrice, un dispositivo per il disseminamento delle mine dall’alto, senza mappatura, con le conseguenze che ciascuno può immaginare. L’azienda promise che il denaro incassato sarebbe servito anche per saldare alle lavoratrici le mensilità arretrate.

In assemblea intervenne la compagna più anziana, componente del consiglio di fabbrica e disse queste parole: “ragazze, in questi mesi abbiamo fatto tanta strada insieme e siamo cambiate. So che è dura, ma non possiamo tornare indietro. Quindi, nessuna macchia. Se la nuova azienda vuole subentrare, nessuna condizione“.

Le operaie approvano, tutte, con un grande applauso. A sera scrivemmo alla Engineering comunicando le decisioni assunte di comune accordo fra sindacato e lavoratrici.

Per uno di quei rari casi che talvolta capitano, l’azienda rispose che rinunciava alla propria richiesta. Seguì una grande manifestazione, in realtà una festa. I brevetti furono restituiti al ministro della difesa e gli stampi delle mine bruciati in piazza.

Sono certo che a distanza di oltre vent’anni tutte le operaie ricordino questa vicenda come uno dei momenti più importanti delle loro vite e che il ricordo di colui che tanta importanza ebbe nella loro maturazione non è mai venuto meno.

Ben fatto, caro vecchio Gino.

La terra ti sia lieve.

Fonte

10/03/2015

Colombia, anche i militari ai negoziati con le Farc

Il momento tanto atteso è arrivato pochi giorni fa: i negoziati di pace fra il governo e la guerriglia all’Avana in corso da ormai due anni tra alti e bassi e tentativi di boicottaggio hanno fatto un passo avanti con la partecipazione di un gruppo di alti ufficiali di Bogotà nel primo faccia-a-faccia con quelli che rimangono dei nemici.

La delegazione militare colombiana, formata da quattro generali e un ammiraglio, ha partecipato alla cosiddetta ‘Sottocommissione della fine del conflitto’, che lavora in parallelo alle trattative ufficiali con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc).

D’ora in poi, la ‘Sottocommissione’ si riunirà gli ultimi tre giorni di ogni tornata di colloqui: per la parte governativa è guidata dal generale Javier Flórez, per quella ribelle dal capo del Bloque Sur della guerriglia comunista, noto con l’alias di Joaquín Gómez.

Ed il primo successo dei colloqui ai quali stanno partecipando anche i militari sembra essere stato già raggiunto, facendo ben sperare sulla continuazione del negoziato che vede impegnato l’attuale governo ma remare contro l’ex presidente di estrema destra Alvaro Uribe.

“A partire da oggi, il governo e le Farc lavoreranno in modo congiunto per pulire alcune aree rurali... Il nostro obiettivo principale con questi dialoghi è mettere fine al conflitto evitando così vittime future; per questo la proposta dello sminamento è un primo passo, ma un passo gigante verso la pace” ha affermato il capo negoziatore dell’esecutivo, l’ex vice presidente Humberto de la Calle, annunciando da Cuba il raggiungimento di un accordo fra le parti per la bonifica delle aree minate sparse nelle zone rurali del paese.

Come riferito ai giornalisti dal diplomatico cubano Rodolfo Benítez, il cui paese è garante dello storico negoziato, le parti hanno adottato l’intesa “con il fine di contribuire a generare le condizioni di sicurezza per gli abitanti che si trovano nelle zone di rischio per la presenza di mine, artefatti esplosivi improvvisati e munizioni inesplose”. Da Montería, nella Colombia settentrionale, dove si trovava in visita, il presidente Juan Manuel Santos ha definito l’accordo “un passo importantissimo e necessario che dimostrazione che effettivamente stiamo andando sulla strada corretta per mettere fine a un conflitto che ci ha dissanguato per oltre 50 anni”.

“Consegniamo al paese un accordo umanitario che comincia la pulizia e la decontaminazione dei nostri campi” ha detto da parte sua il capo negoziatore delle Farc, Iván Márquez.

I campi minati si contano attualmente in ben 668 dei 1100 comuni totali della Colombia: secondo dati della polizia, dal 1990 le mine anti persona hanno provocato 11.006 vittime, fra morti e feriti.

Forte è l’aspettativa che il coinvolgimento dei militari nelle trattative sia foriero della possibilità di tracciare la strada per arrivare a un cessate-il-fuoco bilaterale e definitivo, un obiettivo che il presidente Juan Manuel Santos si prefigge in tempi brevi.

Fonte

24/06/2014

Gli Usa non firmano la convenzione contro le mine anti-uomo

Gli Stati Uniti ancora "non sono pronti" a firmare la convenzione internazionale, alla quale hanno già aderito oltre 160 Paesi di tutto il mondo, che vieta l'uso delle mine anti-uomo, armi micidiali che continuano a causare un alto numero di vittime civili in territori dove la guerra è finita ormai da anni o addirittura da decenni.
Secondo il gruppo di monitoraggio Landmine Monitor il numero di persone uccise dalle mine anti-uomo è comunque diminuito a meno di 4.000 nel 2012, il dato più basso da quando è iniziata l'osservazione. "Il commercio di queste mine si è ridotto quasi a zero date le gravi accuse contro di esse", ha dichiarato Nicole Hogg, della Croce rossa internazionale.
Alla Convenzione, che dovrebbe raggiungere il suo obiettivo entro il lontano 2025, mancano le firme di Stati Uniti, Russia e Cina, così come quelle di altre due potenze nucleari, India e Pakistan.
Nel 2009 Washington aveva detto di voler rivedere la sua posizione sulle mine anti-uomo ma poi, nonostante la pressione di diversi gruppi pacifisti, non ha firmato la convenzione. Alla domanda se gli Usa fossero pronti ad annunciare a Maputo una svolta, un funzionario del Dipartimento di Stato Usa ha detto: "No, il processo di revisione è in corso".
Da quando il Mozambico ha ospitato la prima conferenza internazionale nel 1999 il numero degli stati firmatari è aumentato da 45 a 161.

Fonte

Chissà perché le firme mancanti sono quelle dei maggiori imperialismi odierni...