Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/08/2026

Fedorov, sfidante di Zelensky, nominato consulente per la Difesa italiana

Il ministro italiano Guido Crosetto ha nominato Mykhailo Fedorov – ex ministro ucraino considerato l’artefice della digitalizzazione bellica e della flotta di droni di Kiev – come consigliere per l’innovazione della Difesa. Fedorov è stato nominato advisor esterno a titolo gratuito per il Ministero, ma oltre ai benefici per i guerrafondai nostrani il segnale vero è tutto politico.

Fedorov è stato rimosso dalla guida del dicastero della Difesa di Kiev a metà luglio dal presidente Volodymyr Zelensky. Il nuovo incarico approvato da Roma risponde sicuramente a una “esigenza” tecnica: quella di modernizzare le forze armate italiane sul fronte dei droni e della difesa aerea, portando al Belpaese il frutto delle lezioni apprese sul campo di battaglia, in particolare in relazione a sistemi aerei a pilotaggio remoto, alla guerra elettronica e all’integrazione digitale delle operazioni militari.

È stato lo stesso Crosetto, a margine dell’incontro, a ribadire queste motivazioni “ufficiali”, così come fatto da Fedorov sul suo X. Ma il politico ucraino ha accennato pure al “sostegno personale” ricevuto dal titolare della Difesa italiana. Elementi sufficienti per ricordare il caso politico all’ombra di questa consulenza gratuita.

Che l’Ucraina sia il laboratorio militare del riarmo europeo, a discapito della pelle degli ucraini di cui, nelle capitali del Vecchio Continente, non frega niente a nessuno, è assodato. L’incarico istituzionale affidato a Fedorov e il “sostegno personale” che dice di aver ricevuto, sembrano una sfida a Zelensky, dopo che pochi giorni fa il presidente ucraino ha rifiutato le richieste di elezioni avanzate proprio dall’ex ministro da poco silurato.

L’esecutivo italiano, pur mantenendo nei fatti invariato il sostegno militare a Kiev, in virtù della tornata elettorale in vista e della pressione vannacciana ha manipolato e promosso l’idea che l’aiuto si mantenga sul piano “civile”. E ora, l’incarico a un potenziale rivale politico del presidente ucraino sembra sostenere una certa delegittimazione di Zelensky, soprattutto dopo l’allargamento ulteriore delle inchieste giudiziarie per corruzione che stanno colpendo il suo entourage presidenziale.

La nomina di Fedorov a Roma rappresenta solo una tessera di un mosaico estivo molto più ampio, segnato da febbrili contatti dietro le quinte in vista di possibili spiragli negoziali, o per lo meno dall’esaurimento sempre più evidente delle capacità ucraine, nonostante gli attacchi “spettacolari” – e poco più – in profondità nel territorio russo, e forse la volontà degli USA di tirarsi definitivamente fuori dal conflitto.

Dopo la missione a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe, la mossa del governo italiano, al di là dei risvolti militari, sembra essere un messaggio chiaro rispetto alla stanchezza di fronte a un conflitto che sembra essere ormai più un pozzo senza fondo di soldi e armi che un investimento utile. O almeno, la stanchezza di fronte alla dirigenza di Zelensky, aprendosi la possibilità di scegliere quale strada intraprendere nel prossimo futuro.

Un’altra faglia tra Roma e il resto dei “volenterosi”, che offre un’altra sponda a Washington. Mentre il Regno Unito e i principali alleati europei spingono per rafforzare le forniture militari e le licenze industriali a Kiev, il Cremlino continua a definire tali iniziative come un coinvolgimento diretto nel conflitto.

Ma l’imperialismo occidentale non gioca da solo su questi scenari. Si attende con attenzione il summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a Bishkek, in Kirghizistan, dove Vladimir Putin incontrerà il presidente cinese Xi Jinping, appuntamento che potrebbe ripetersi a stretto giro in India al vertice dei BRICS.

E poi il faccia a faccia Trump-Xi che dovrebbe svolgersi il prossimo 24 settembre negli Stati Uniti. Quel che ne verrà fuori potrebbe avere un impatto significativo su tutti gli scenari di guerra, non solo quello ucraino.

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24/08/2026

Fosche nubi sul narco-clown di Kiev

C’è un momento, nella carriera di ogni uomo considerato indispensabile, in cui qualcuno smette di domandarsi come salvarlo e comincia discretamente a chiedersi chi verrà dopo.

Per Volodymyr Zelensky quel momento potrebbe essere arrivato.

Sulla Berliner Zeitung, infatti, è comparso un commento firmato da Nicolas Butylin dal titolo inequivocabile: «Il tempo di Zelensky è scaduto». L’autore arriva a sostenere che dimissioni ordinate e volontarie potrebbero essere la decisione politicamente più saggia rimasta al presidente ucraino.

Una precisazione è doverosa, proprio per evitare le solite semplificazioni: non è la “linea ufficiale” della Berliner Zeitung, ma un commento pubblicato dal quotidiano tedesco.

E tuttavia la notizia politica sta proprio qui.

Quella domanda ora si può fare.

E la si può fare non a Mosca, non su qualche oscuro canale Telegram filorusso, ma sulle pagine di un quotidiano tedesco.

Il quadro attorno a Zelensky, del resto, è diventato decisamente meno rassicurante: il consenso non è più quello monolitico dei primi anni di guerra, le indagini anticorruzione continuano a lambire ambienti molto vicini al potere e sulla scena politica cominciano a muoversi figure capaci di rappresentare una reale alternativa.

C’è Mykhailo Fedorov, che ha riaperto pubblicamente il tema delle elezioni anche durante il conflitto.

E soprattutto c’è Valerij Zaluzhny, l’ex comandante in capo delle forze armate ucraine, che nei sondaggi ipotetici continua a mostrarsi un avversario tutt’altro che ornamentale.

Insomma, il problema per Zelensky non sembra più essere soltanto Mosca.

Potrebbe cominciare a essere anche Kiev.

Ed è qui che la faccenda assume contorni quasi teatrali.

Perché quando un leader viene trasformato per anni nel simbolo stesso di una nazione, arriva inevitabilmente il giorno in cui qualcuno deve affrontare la domanda più scomoda: che cosa succede quando il simbolo comincia a pesare più del sistema che dovrebbe rappresentare?

Attenzione: nessuno sta dicendo seriamente che Zelensky cadrà domani mattina. Conserva ancora un sostegno significativo e una parte consistente della popolazione ucraina ritiene che le elezioni vadano rinviate fino alla fine delle ostilità.

Ma il tabù si è rotto.

E quando si rompe un tabù politico, raramente torna integro.

Fino a ieri sembrava quasi sconveniente perfino immaginare un’Ucraina senza Zelensky. Ora, invece, sui giornali occidentali comincia a comparire quella domanda che ogni potere teme più delle proteste: “E dopo di lui?”

Il bello dei grandi racconti eroici è che funzionano splendidamente finché le luci restano puntate sul protagonista.

Poi, però, qualcuno accende quelle della platea.

E improvvisamente si vedono le quinte, i suggeritori, i conti da pagare e soprattutto quelli che stanno già provando il costume del prossimo atto.

A Kiev il sipario non è ancora calato.

Ma qualcuno, a quanto pare, ha già cominciato a guardare l’orologio.

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20/08/2026

Ucraina - L’ex ministro Fedorov chiede le elezioni

Appena un mese dopo essere stato licenziato da Zelensky, l’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov ha deciso di regolare i propri conti con il suo presidente.

Lo ha fatto con un video, pubblicato martedì 18 agosto su YouTube, dove il trentacinquenne ex ministro ha dipinto per quasi dieci minuti un ritratto estremamente duro del sistema politico ucraino, tra corruzione, “crisi sistemica di governo” e sfiducia verso la popolazione.

Mykhailo Fedorov ha poi superato una linea rossa che nessun politico ucraino aveva osato superare dall’inizio della guerra nel febbraio 2022, chiedendo il “ripristino del processo democratico” e quindi l’organizzazione delle elezioni nel paese devastato dal conflitto.

 “L’Ucraina può contemporaneamente combattere e rimanere una democrazia”
, ha affermato l’ex ministro. 

Le elezioni regolari in Ucraina, avrebbero dovuto svolgersi nella primavera del 2024, ma sono state rese impossibili dalla legge marziale. L’ex ministro sta ovviamente assumendo il rischio più grande della sua carriera politica, confermando al contempo le proprie ambizioni alla leadership di Kiev.

Fedorov era uno dei ministri più conosciuti e più visibili del governo. Parlava spesso ai media occidentali per spiegare le trasformazioni della guerra tecnologica. La sua esposizione pubblica in qualche modo ne ha rafforzato l’immagine sia all’interno del paese che nei paesi occidentali.

Le dichiarazioni di Fedorov sono giunte poche ore dopo che Zelensky aveva formalmente nominato Yevhen Khmara come nuovo ministro della Difesa ad interim. Questa nomina era in ballo da luglio. Dunque Zelenski ha risposto picche a mesi di proteste che chiedevano la reintegrazione di Fedorov al ministero della difesa.

La nomina di Khmara deve essere approvata dal parlamento, e il voto di conferma è previsto già per domani.

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14/08/2026

Guerra in Ucraina - La “Campagna dei 40 giorni” non ha prodotto alcuna svolta per Kiev

Si è chiusa da una decina di giorni quella che veniva annunciata come l’ennesima svolta del conflitto in Ucraina, la “Campagna dei 40 giorni”, un’ampia operazione militare promossa dal presidente Volodymyr Zelensky per colpire il cuore della macchina bellica ed economica russa. Una serie di attacchi che hanno certamente causato danni significativi, ma che nei fatti sono stati quello che molti analisti avevano già annunciato: un fallimento.

L’offensiva puntava a sfruttare droni a lungo raggio e nuovi missili per infliggere danni sistemici alle infrastrutture strategiche della Federazione Russa, costringendo il Cremlino a sedersi al tavolo delle trattative in condizioni meno favorevoli rispetto al passato. Nel bilancio conclusivo diffuso dallo SBU, Kiev rivendica oltre cento attacchi riusciti, più di 21 mila tra sistemi d’arma e mezzi colpiti e circa 5 mila soldati russi eliminati.

Per la prima volta, l’Ucraina ha affiancato ai droni di nuova generazione i missili da crociera FP-5 Flamingo, capaci di raggiungere bersagli fino a 3 mila chilometri di distanza. I raid si sono concentrati su tre direttrici fondamentali: raffinerie di petrolio, oltre a depositi e stazioni di pompaggio; le infrastrutture che collegano la Crimea alla Russia e la cosiddetta flotta ombra russa; i nodi logistici e commerciali.

I risultati non sono mancati, soprattutto sul piano energetico. La produzione di benzina nella Federazione è scesa a circa il 65% della domanda stagionale, costringendo Mosca a bloccare le esportazioni di diesel, a razionare il carburante in Crimea e persino a importare benzina raffinata dall’estero. Ma non c’è stata alcuna vera e propria emergenza, se non sui mercati internazionali già sollecitati dall’aggressione all’Iran.

A fronte delle dichiarazioni ufficiali di soddisfazione da parte del governo ucraino, il bilancio operativo si presenta piuttosto amaro, tracciando un’innegabile efficacia tattica, ma nessuna svolta strategica. In una guerra d’attrito come quella in corso in Ucraina, è un’illusione che la sola tecnologia possa alterare le sorti del conflitto, senza considerare che le forze armate russe hanno progressivamente adattato le proprie difese aeree.

Lo hanno imparato anche i paesi occidentali in Afghanistan, ma sembra che la lezione non sia bastata. E che, di fatto, nello schieramento pro-Kiev gli unici a vincere siano stati gli “alleati”, che hanno potuto sfruttare ulteriormente l’Ucraina come laboratorio per testare nuove tecnologie per raccogliere dati di combattimento.

Intanto, come preventivato, la risposta di Mosca sta esponendo Kiev a gravi vulnerabilità economiche ed energetiche in vista dell’inverno. Al fronte, la pressione non si è allentata: le truppe russe continuano ad avanzare lentamente ma costantemente nella regione di Kharkiv e nel Donbass. Inoltre, il Cremlino ha colpito pesantemente la rete portuale ucraina sul Mar Nero, e in particolare Odessa. L’avventurismo bellico ucraino e la risposta simmetrica russa hanno creato un sostanziale pericolo anche per le forniture alimentari di molti paesi.

Il pericolo più grave per l’Ucraina riguarda tuttavia la tenuta del proprio sistema energetico e difensivo. Dopo 40 giorni di attacchi incrociati, le scorte dei missili intercettori occidentali (in particolare per i sistemi Patriot) sono nei fatti esaurite. Nei cieli le sirene d’allarme precedono ormai i missili di pochi secondi, lasciando la popolazione sempre più esposta. Il pericolo di lunghi blackout si somma a quello del gelido inverno.

Zelensky ha nuovamente millantato i mirabolanti risultati che il suo paese potrebbe raggiungere con un minimo sostegno occidentale: “vendete all’Ucraina il 10% dei Patriot statunitensi e distruggeremo tutti i missili balistici russi”. Più un grido d’aiuto che una realtà militare. Lo scorso 31 luglio l’ex ammiraglio della Marina degli Stati Uniti Mark Montgomery ha proposto di utilizzare i caccia F-16 per neutralizzare i lanciatori Iskander, un’operazione altrettanto ardua e ad altissimo rischio.

Insomma, il conflitto continua in condizioni sempre peggiori per l’Ucraina, con i paesi occidentali che hanno trovato in quel paese la “gallina dalle uova d’oro” del riarmo, a scapito della pelle dei suoi abitanti. Zelensky sostiene la linea guerrafondaia, perché è l’unica che gli evita il defenestramento... forse anche letterale. Ma l’inverno che viene si preannuncia terribile.

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30/07/2026

Ucraina e Iran, verso un unico grande fronte di guerra?

Era solo questione di tempo

Prima o dopo doveva succedere, anche perché le rispettive posizioni, con l’andare del tempo, si sono estremizzate fino a diventare di un’ostilità che rasenta l’odio. E proprio in questo senso si sta sviluppando il tormentato rapporto tra Ucraina e Iran, dopo che Kiev, rompendo le residue ipocrisie, ha preso a bersaglio una nave del nemico, colpendola addirittura nel lontano Mar Caspio. L’ha fatto non tanto e non solo per ragioni tattiche, legate al commercio (di armi, dicono a Kiev) con la Russia, ma piuttosto per motivazioni strategiche: allargare il conflitto. Una mossa che vuol dire, per l’Ucraina, firmare una sorta di assicurazione sulla vita. Una guerra allargata, che dichiari ufficialmente la Russia nemico sul campo di Stati Uniti ed Europa, è la soluzione ideale per salvare l’integrità della loro patria. La Terza guerra mondiale? Nel circolo di Zelensky risponderebbero come si leggeva su certi muri sventrati, dopo Caporetto: “O il Piave o tutti accoppati”. Che, adeguato alle circostanze, potrebbe tradursi con “O si salva l’Ucraina o si crepa tutti”. Seppelliti sotto una piccola parte delle sue 5.600 testate nucleari, cominciando da quelle tattiche, “di teatro”, con un raggio d’azione limitato, che devasterebbero i campi di battaglia dell’Europa centrale, a cominciare da Polonia e Germania.

Il blitz di Kiev

“L’attacco ucraino a una nave iraniana potrebbe avvicinare ulteriormente le due guerre”, titola il New York Times, dedicando all’evento un report che ne sottolinea la portata strategica. Innanzitutto, il fatto che l’attacco sia avvenuto nel Caspio, cioè in una regione abbastanza lontana dai campi di battaglia. È stata, secondo il Times, la dimostrazione di come sia cambiata la filosofia operativa delle forze armate ucraine, che adesso progettano quotidianamente assalti in profondità nel territorio russo. Ma, naturalmente, la riflessione più importante va riservata alla scelta del bersaglio. Colpire apertamente una nave commerciale di un Paese non belligerante, tra l’altro in una zona non sottoposta alle leggi di guerra, è stata da parte ucraina una scelta che potrebbe avere pesanti conseguenze “a cascata”. Prima di tutto, sottolinea il New York Times, “l’attacco ha messo in evidenza i legami tra le guerre che i due Paesi stanno combattendo, aumentando la tensione tra di loro e il rischio di uno scontro più diretto. L’Ucraina, dal canto suo, ha affermato che la nave trasportava equipaggiamento militare tra l’Iran e la Russia. Le autorità iraniane hanno invece dichiarato che si trattava di una nave mercantile e hanno accusato l’Ucraina di aver ucciso un marinaio durante l’attacco. Funzionari iraniani – prosegue il Times – hanno minacciato ritorsioni in una serie di dichiarazioni e commenti sui media. Il Ministro degli Esteri ucraino, ha replicato duramente, affermando che l’Iran ‘non ha alcun diritto di fingere di essere una vittima’ visto il suo sostegno militare alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri iraniano, ha collegato direttamente l’attacco alla nave al conflitto in Medio Oriente, definendolo ‘una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite’ e affermando che era stato ‘condotto su istigazione di Israele per trascinare l’Europa nella sua guerra’. Araghchi ha aggiunto di aver parlato sia con il massimo diplomatico dell’Unione Europea che con il Ministro degli Esteri russo, per chiarire che l’attacco non può rimanere senza risposta”.

L’intesa Mosca-Teheran

L’Iran ha sviluppato, già da molti anni, una tecnologia avanzata per la costruzione di droni d’attacco che hanno la caratteristica di essere letali e di potere essere prodotti a prezzi competitivi. Secondo gli esperti di difesa, hanno cominciato a rifornire gli arsenali russi già prima dell’invasione dell’Ucraina, aumentando successivamente la fornitura di vettori di tipo “Shahed”. I tecnici della teocrazia sciita, inoltre, sono stati in grado di produrre ed esportare in Russia missili balistici a corto e medio raggio, largamente usati dalle truppe di Putin nelle prime fasi del conflitto. Inoltre, più volte, il governo di Kiev ha accusato il regime degli ayatollah di avere spedito nelle retrovie del fronte ucraino diversi specialisti, istruttori per il lancio di missili e droni. Le accuse sono state respinte da Teheran. “L’uso diffuso dei droni – afferma il Times – in particolare quelli relativamente economici forniti dall’Iran, ha trasformato la guerra in Ucraina e, più in generale, ha cambiato il modo in cui i pianificatori militari valutano le esigenze degli eserciti moderni. Ha costretto l’Ucraina a sviluppare tecnologie antidrone che, secondo gli analisti, ora rivaleggiano con i sistemi di difesa aerea convenzionali”.

Ucraina superpotenza europea

Si fa di necessità virtù. Un principio che calza a pennello per le forze armate di Kiev che, da un lato sono sottoposte a una pressione formidabile da parte della Russia, ma dall’altro godono della solidarietà (concreta) di tutto l’Occidente. Da questo ossimoro bellico nasce quello che oggi, probabilmente, è l’esercito più forte d’Europa. Esperienza, spirito di adattamento, amor patrio e, soprattutto, soldi. Tanti soldi, una montagna di risorse destinate ad acquistare le armi tecnologicamente più avanzate. Comprate, ovviamente, dall’Occidente. Che le testa, le mette in vetrina e poi le vende al resto del pianeta. Ma a Kiev sono maestri di emulazione. “Quattro anni dopo che la Russia ha scatenato quei droni iraniani contro l’Ucraina – scrive il New York Times – Kiev ha ora portato in Medio Oriente la sua esperienza, faticosamente acquisita, nel contrastarli. Dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, l’esercito iraniano ha lanciato ondate di droni contro obiettivi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. L’Ucraina ha visto in questo un’opportunità per mostrare ed esportare i suoi sistemi anti-drone a basso costo. A marzo, il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che oltre 200 esperti militari ucraini erano stati inviati in Medio Oriente, per aiutare a difendere gli alleati dai droni iraniani. ‘Non vogliamo che questo terrorismo del regime iraniano contro i suoi vicini abbia successo’, ha affermato durante un discorso al Parlamento britannico. L’Ucraina ha inoltre siglato accordi di difesa, con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, incentrati sul contrasto alle minacce missilistiche e dei droni iraniani”.

“Sabato – conclude il Times – Zelensky ha affermato che i Servizi segreti ucraini hanno raccolto prove del fatto che la Russia sta fornendo all’Iran sorveglianza satellitare degli Stati del Golfo e delle basi militari statunitensi nella regione, aiutando Teheran a pianificare ed eseguire attacchi. Ha aggiunto che l’Ucraina condividerà queste informazioni con i suoi alleati occidentali”. Bene. Il gioco è scoperto e pure pericoloso. Non vorremmo che, mettendosi contro l’Iran, Zelensky avesse sbagliato tutti i suoi calcoli.

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27/06/2026

Crisi tra Kiev e Varsavia. Il nodo è la memoria nazista e banderista dell’Ucraina

Nel silenzio quasi totale dei media italiani, si sta consumando una significativa crisi diplomatica tra Polonia e Ucraina. Un silenzio di cui è facile capire i motivi: non solo sarebbe poco furbo, in questo momento in cui bisogna propagandare l’unità dell’Europa al fianco dell’Ucraina, ma anche e soprattutto perché il nodo del contendere rivelerebbe il peso profondo della memoria nazista nella costruzione del consenso all’attuale regime di Kiev e nel rafforzamento degli spiriti nazionalistici, necessari di fronte al disastro della guerra.

Può far sorridere (anche se c’è davvero poco per cui esser contenti) il fatto che al centro del contendere ci sia una decorazione, una medaglia, insomma, dietro cui si nasconde una profonda faglia politica e una pacificazione mai avvenuta davvero, tra i due paesi dell’Europa orientale.

Il Presidente polacco Karol Nawrocki ha deciso di revocare a Volodymyr Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza della Repubblica di Polonia. Il prestigioso riconoscimento era stato conferito a Zelensky il 5 aprile 2023, durante la presidenza di Andrzej Duda.

All’epoca, l’onorificenza era stata concessa come simbolo delle relazioni amichevoli, ed era ormai quasi una prassi consolidata, dato che la decorazione era stata data anche a vari predecessori di Zelensky (Kučma, Juščenko e Porošenko). Ovviamente, non a Viktor Janukovyč, considerato filo-russo. Zelensky aveva dedicato l’onorificenza ai suoi militari, tracciando l’idea che Polonia e Ucraina combattevano insieme contro Mosca.

Tuttavia, sotto la superficie della solidarietà bellica, ha continuato a covare la memoria storica della Seconda guerra mondiale, di una ferita tra i due paesi su cui l’ultimo decennio di governo di Kiev non ha fatto altro che gettare sale. Nel 1943, nelle regioni della Polonia orientale – che oggi sono parte dell’Ucraina occidentale – i reparti che, in ultima istanza, facevano capo al collaborazionista Stepan Bandera uccisero circa 100 mila civili polacchi (oltre a ebrei, russi e bielorussi) per costruire un’Ucraina “pura”.

Nel 2016 la Polonia ha riconosciuto ufficialmente quegli eventi come genocidio e nel 2025 ha istituito l’11 luglio come giornata nazionale della memoria. Se la ragione “superiore” della guerra alla Russia aveva portato a sopire momentaneamente lo scontro ancora aperto con Kiev intorno alla memoria di quei fatti, alla fine il caso è scoppiato.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la recente decisione di Zelensky di intitolare un’unità militare dell’esercito ucraino proprio agli “eroi dell’UPA”, cioè dell’organizzazione nazista ucraina autrice dei massacri di polacchi. A ciò, si è aggiunta anche la sepoltura con onori militari di Andrij Mel’nyk (anch’egli tra le fila dei collaborazionisti ucraini, anche se in competizione con Bandera).

Di fronte al rifiuto ucraino di fare un passo indietro sulla glorificazione di figure legate al collaborazionismo e ai massacri di polacchi, Nawrocki ha deciso di revocare l’onorificenza a Zelensky. La reazione di Kiev non si è fatta attendere, in termini piuttosto “capricciosi”. Zelensky ha restituito la medaglia spedendola per posta al governo di Varsavia, e ha accusato Nawrocki di strumentalizzare la storia per fini di politica interna, paragonando il presidente polacco a Viktor Orbán.

Per quanto non c’è dubbio che la leadership di Varsavia stia strumentalizzando la questione per consensi domestici, la questione della glorificazione dei collaborazionisti nazisti e la rimozione dei crimini di pulizia etnica commessi rimane. Zelensky, tra le altre cose, ha ribadito l’interpretazione ucraina degli eccidi del 1943, definendoli la “tragedia di Volinia”, coinvolgendo in egual misura polacchi e ucraini.

La frattura è stata allargata anche dagli ex presidenti Kučma, Juščenko e Porošenko, che hanno rinunciato a loro volta all’Ordine dell’Aquila Bianca, e così hanno fatto anche il ministro degli Esteri Andrii Sybiha e il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov con altre onorificenze polacche.

Nel frattempo, lo scontro è arrivato anche su X. Alle polemiche sollevate da Zelensky, che ha affermato di non essere felice di un riconoscimento attribuito anche a figure come Caterina II, Mussolini e Gerhard Schröder, la Sottosegretaria di Stato polacca Agnieszka Jędrzak ha replicato ricordando che l’Ordine non può essere tolto ai defunti, e che, ad ogni modo, il “filo-russo” Schröder non ha “eretto alcun memoriale in onore di Hitler o Himmler” o intitolato unità dell’esercito tedesco alle SS.

Parole molto pesanti che disvelano l’infestazione profonda del regime ucraino da parte di nazisti e banderisti. Una realtà che è bene continuare a tenere nascosta, ora che bisogna ribadire il fatto che l’Ucraina sta combattendo per la “libertà” dell’Europa.

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21/06/2026

La guerra alla Russia e i ras del nazigolpismo di Kiev

Promozione dell’industria di guerra. Réclame dei prodotti del complesso militare-industriale di mezza Europa e, di concerto, pubblicità del “crescente potenziale” bellico ucraino, di contro alla “catastrofica situazione” di una Russia che non solo non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno della capitale, ma sta perdendo sempre più soldati, come “certificato” dal ministro nazista della guerra Mikhail Fëdorov e come “provato” dai torquemadisti de Linkiesta, secondo i quali sarebbero «centinaia di migliaia» i militari russi «provenienti dalle regioni più povere, eliminati ancor prima di arrivare al fronte».

Ormai siamo (saremmo) in dirittura d’arrivo: Moskva non ha più speranze, è allo stremo, mentre l’avamposto della democrazia liberale europea è in procinto di assestare il colpo finale al Cremlino.

Sì, perché, dicono gli inquisitori pannelliani, ora «la guerra è arrivata a venti chilometri dal Cremlino, nel pezzo di Russia che il Putin deve tenere al riparo a ogni costo, per non collassare».

Come mai? La risposta è ovvia per qualunque filisteo liberale che si rispetti: in Russia c’è un dittatore – la teologia liberale, cui è estranea ogni concezione di classe e di rapporti tra le classi, non concepisce (o sa dipingere) altro che “un dittatore”, uno “zar”, mentre qualsiasi rappresentante della classe borghese nelle libere democrazie liberali è per ciò stesso un apostolo della fede – e il «patto non scritto tra il dittatore e i suoi sudditi è brutale, come in tutti i regimi: voi rinunciate alla libertà, io vi garantisco sicurezza. I russi sono ammutoliti da oltre vent’anni».

L’inferno in terra; che diventa paradiso solo quando si assicurano i lettori che in Russia ci siano così tante voci contrarie al regime, che i giornali europei non hanno sufficiente spazio per divulgarle tutte.

Ma qui viene il bello: dopo il massiccio attacco ucraino su Moskva, “lo zar” non è più in grado di «assicurare ai suoi cittadini che la guerra resterà fuori dal centro del potere». Che importa? Si è appena assicurato il lettore che i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni»; dunque, il problema è risolto alla radice.

Resta il fatto che, come ha dichiarato il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, i cittadini russi devono provare sulla propria pelle l’effetto dei bombardamenti sulle città e dovrebbero costringere “il dittatore” a dimettersi o, se del caso, convincere qualcuno della cerchia politica più ristretta o delle oligarchie finanziarie a “eliminarlo dalla scena”. Ma, i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni» e allora con che voce si faranno sentire?

Forse con quella dei media di regime italici, che fanno da megafono alle figure più in alto nella scala gerarchica della junta nazigolpista. Ecco allora che il Corriere della Sera offre spazio a una delle ugole del regime di Kiev, il “consigliori” presidenziale Mikhail Podoljak, che ribadisce il concetto caro alla liberaldemocrazia europeista: avanti con la guerra, perché è solo colpa di Moskva se non si può «passare a un processo negoziale realistico».

E allora, di fronte alla “volontà bellicista” russa, Kiev «non farà altro che intensificare i suoi attacchi sul territorio russo». Che, del resto, è quanto è stato ordinato a Zelenskij in più di un’occasione, non ultima quella del vertice G7 a Evian.

«La situazione è cambiata drasticamente», assicura Podoljak, e su tutti i fronti, sia sul campo di battaglia, sia nelle retrovie delle forze di occupazione, sia all’interno del territorio russo. Kiev, proclama il “consigliori”, riesce a colpire la «logistica russa, i terminal petroliferi, le raffinerie, gli impianti militari».

Il messaggio è chiaro: «se Mosca non accetterà un processo negoziale realistico e non porrà fine alla fase attiva della guerra, l’Ucraina aumenterà ulteriormente la pressione sulle infrastrutture che permettono alla Russia di continuare il conflitto».

Il medesimo messaggio viene lanciato anche a Bruxelles: per accrescere «ulteriormente la pressione», Kiev ha bisogno di ricevere ancora più armi e soldi; le industrie di guerra europee potranno vantare crescenti profitti con le aumentate esigenze di materiale bellico.

Questo da un lato; dall’altro, il copione che le cancellerie europee hanno affidato al nazista Podoljak perché lo mandi a memoria: «L’Europa oggi appare molto più assertiva e molto più consapevole delle conseguenze che un esito negativo della guerra avrebbe per il continente... Per questo deve essere un attore di primo piano in qualsiasi processo negoziale. Ma non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa».

Il famoso “vallo europeo” contro i “barbari asiatici”, tanto decantato dai tempi in cui a fare da presidente nell’Ucraina golpista era Petro Porošenko e primo ministro era il banchiere Arsen Jatsenjuk. L’Ucraina quale avamposto della guerra europeista contro la Russia; piazzaforte e poligono della sperimentazione delle nuove armi sfornate dalle industrie di mezza Europa e affidate all’uso da parte dei centri operativi ucraini, braccio operativo degli specialisti militari della NATO che dirigono le operazioni di bombardamento.

Il “consigliori” nazigolpista conclude la propria crociata affidando al Corriere della Sera il ritornello secondo cui «senza coercizione della Russia non ci saranno veri negoziati. Aspettarsi la buona volontà di Putin è un’illusione. Servono sanzioni più dure, soprattutto contro petrolio e gas, più armi a lungo raggio, più difesa antiaerea, più coordinamento tra Europa, Ucraina e Stati Uniti». Amen.

Dunque, più Europa, dice il “consigliori”, copiando i pannelliani di casa nostra, come se davvero quella sia la “via della pace”.

Il fatto è che, Europa o UE, è da tempo che le cancellerie europee e europeiste hanno scelto la strada della guerra, proclamandone sfacciatamente anche le scadenze. Ora, per accennare a un singolo passo, si dice che alla fine del maggio scorso, Vladimir Zelenskij avrebbe consegnato al magnate russo Roman Abramovic un messaggio, indirizzato a Vladimir Putin, contenente, pare, imprecisate “proposte di pace”.

L’incontro con Abramovic era stato confermato dallo stesso Zelenskij e ne aveva scritto anche il Financial Times, citando addirittura quattro fonti.

L’economista russo Serghej Bogacëv dice che a fare da intermediario per l’incontro sarebbe stato il capo della frazione parlamentare “Servitore del popolo” David Arakhamija, in passato partecipante a incontri bilaterali russo-ucraini, come quello, ad esempio, a Istanbul nel 2022, mandato all’aria da Boris “Macbeth” Johnson.

Ora, secondo Bogacëv, non appena le voci sull’incontro Zelenskij-Abramovic e sul presunto contenuto del messaggio da trasmettere a Moskva sono giunte all’intelligence britannica, Londra ha immediatamente iniziato a opporsi.

Ricordando l’attacco terroristico al dormitorio studentesco a Starobel’sk, l’economista russo ha sottolineato che non è stato un caso che qualcuno abbia trasmesso agli ucraini le coordinate per l’attacco: «chiaro che quando vengono assassinati giovani uomini e donne, la Russia non discuterà di nulla con Zelenskij, quale Comandante supremo delle Forze armate ucraine. I negoziati sono stati interrotti» prima ancora di cominciare.

Più o meno la stessa successione della messinscena a Bucha nel 2022 e anche, a guardar bene, del massiccio attacco di droni su Moskva, immediatamente successivo al via libera accordato a Kiev nel summit di Evian. In quest’ultimo caso, si è trattato di una prestazione dimostrativa, afferma Vasilij Stojakin su Ukraina.ru: «man mano che cresce la militarizzazione dell’industria in Europa (siamo consapevoli che l’Operazione speciale è finita da tempo e c’è invece una guerra con l’Europa?), tali prestazioni diventeranno la norma e, oltre ai droni con modeste capacità di combattimento, verranno sempre più utilizzati missili da crociera, indistinguibili nelle loro caratteristiche dalle attuali armi della NATO».

Non è ormai più un segreto che l’Ucraina si trovi in una posizione molto meno vulnerabile rispetto alla Russia, dato che si limita ad assemblare le componenti fornite dalle industrie europee e lo fa servendosi di infrastrutture parzialmente smantellate e decentralizzate. I danni all’Ucraina sono causati principalmente da attacchi alle infrastrutture di trasporto ed energetiche.

Le immagini della raffineria di petrolio di Moskva in fiamme, osserva Stojakin, si sono rivelate un ottimo spunto al vertice del G7 per la presentazione dell’azienda “ucraina” Fire Point, produttrice del missile “Flamingo” (il FP-5 ucraino è praticamente la copia del FP-5 prodotto dall’impresa britannico-emiratina Milanion) e per la dichiarazione di Zelenskij sul suo desiderio di pace. Bisogna ammettere che l’Ucraina sa come investire nelle pubbliche relazioni: sui media, tutto ciò appare più convincente di ogni attacco portato con gli “Orešnik” russi.

Ecco infatti che sui media di regime i ras della junta nazigolpista di Kiev vengono sempre presentati quali esponenti di una “libera democrazia europeista; rappresentanti di un “paese libero” aggredito da una “autocrazia”; gentiluomini che difendono i “valori europei” dall’aggressione di “barbari asiatici” che nulla hanno a che fare con “l’Europa”.

La fedeltà agli “ideali nazisti” da parte di quei ras che affamano il popolo ucraino e lo mandano al macello nell’interesse dell’Europa, viene ovviamente taciuta. Sono nazisti, ma la cosa, finché guerreggiano per noi, al nostro posto, non ci riguarda, si dice nelle cancellerie europee. L’importante è che siano dalla nostra (loro) parte.

Un po’ come succede, mutatis mutandis, a livello interno, quando l’intero arco liberal-borghese si “stringe a coorte” attorno ai “propri” fascisti, umiliati a livello planetario. È ancora il Corriere della Sera a riportare, tra le altre, le dichiarazioni della segretaria del PD Elly Schlein, secondo cui «Gli attacchi di Trump alla presidente Meloni sono inaccettabili e da respingere con forza, non accettiamo insulti rivolti al governo del nostro Paese».

Ipocriti: governo del “nostro paese” è l’esatta rappresentazione della visione liberale, aclassista, dei rapporti sociali, rapportata, nel caso specifico, a un governo che non perde occasione di esaltare le “passate glorie” della patria fascista.

Ipocriti. Se il soggetto che ha così “proditoriamente disonorato la patria” viene da terre lontane, allora i “patrioti” si stringono attorno al “vate” umiliato e offeso: «Chi schiaffeggia i nostri rappresentanti schiaffeggia l’Italia, non possiamo lasciarlo fare».

C’è una zuffa verbale tra due banditi; ma uno dei due è il “nostro” (loro) bandito e che importa che sia fascista. Anche oggi, come cent’anni fa, “non passa lo straniero” e il nostro cuore è tutto per la “nostra” presidente del consiglio.

Misero interclassismo liberale che si sbraccia per i “nostri”, siano essi nazisti di Kiev, rigorosamente “nostri” europeisti, o siano fascisti di casa, che militarizzano ogni aspetto della vita sociale in nome dei profitti del capitale. Liberalismo padronale.

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20/06/2026

Kiev mira a Mosca. La disperazione può portare a un’escalation improvvisa e contraria

L’Ucraina, nella notte tra mercoledì e giovedì, ha sferrato uno dei più imponenti attacchi con droni dall’inizio del conflitto nel 2022, colpendo per la seconda volta in tre giorni la nevralgica raffineria di petrolio di Kapotnya, alla periferia di Mosca, e provocando incendi di vaste proporzioni visibili a chilometri di distanza.

Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver subito l’attacco di più di 550 droni in tutto il Paese, di cui 194 diretti specificatamente contro la capitale. L’impatto sul complesso industriale di Kapotnya è sicuramente significativo: la raffineria copre circa il 40% del fabbisogno di carburante regionale, e i danni hanno portato le autorità aeroportuali a decidere la chiusura di tutti e quattro i principali scali della città.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito l’operazione una risposta “pienamente giustificata” ai raid russi sul territorio ucraino e ha fatto particolare riferimento al presunto attacco alla Cattedrale della Dormizione della Lavra delle Grotte di Kiev. Presunto perché è difficile pensare che il Cremlino abbia deciso di bombardare volontariamente uno dei più importanti luoghi religiosi ortodossi, per di più considerato sotto la giurisdizione del Patriarca di Mosca.

Ad ogni modo, Zelensky si è lanciato in dichiarazioni molto dure: “se l’Ucraina brucia, brucerà anche Mosca”. Il ministro degli Esteri russo, Serghej Lavrov, ha preannunciato imminenti e massicci attacchi di ritorsione, mentre Yuri Ushakov, consigliere presidenziale, ha avvertito che l’escalation e l’uso di droni a lungo raggio allontanano qualsiasi negoziato o incontro personale tra Putin e Zelensky.

Mosca ha inoltre denunciato un attacco collaterale nella regione di confine di Bryansk, dove un drone ucraino avrebbe colpito un autobus che trasportava una squadra giovanile di calcio bielorussa, provocando la morte di un’accompagnatrice e il ferimento di quattro minori. Un atto terroristico che appare pensato proprio per rendere inaccettabile qualsiasi dialogo tra Russia e Ucraina.

La strategia di Kiev appare infatti chiara: colpire gli asset strategici russi è di certo utile nello sforzo bellico, ma non crea le condizioni per ribaltare la situazione sul campo di battaglia, proprio mentre tutte le fonti sembrano concordare sul fatto che Mosca sta ottenendo risultati contro le fortificazioni di Kostiantynivka, nel Donetsk.

In realtà lo scopo sarebbe più immediato: far vedere ai finanziatori europei della guerra che “le cose stanno andando bene” e dunque sarebbe bene metter mano al portafoglio e fornire a Kiev i miliardi e le armi che chiede. Diversi analisti militari, comunque, considerando il grande sforzo fatto dagli ucraini per alimentare due giorni di attacchi aerei, hanno notato che sono stati utilizzati mezzi di tutti i tipi, nello sforzo di “saturare” le difese aeree russe.

Ma non avendo una struttura industriale in grado di supportare con costanza il lancio di centinaia di droni al giorno, è inevitabile concludere che stiano dando fondo ai magazzini allo scopo, come si diceva, di spillare altri quattrini da quei pazzi guerrafondai di Bruxelles.

L’alternativa è che sia iniziata una massiccia fornitura di droni da parte europea, il che apre scenari di escalation che potrebbero investire direttamente i paesi europei, essendo oramai certo che Trump non muoverebbe un dito, in barba al totem dell’art. 5 della Nato.

Nei fatti, l’uso più importante di queste incursioni verso la capitale russa è soprattutto propagandistico, nel tentativo di porre ostacoli a qualsiasi ipotesi di dialogo con Putin, su cui anche i paesi europei hanno cominciato a ragionare da un po’ di tempo. Il Consiglio Europeo che si è appena svolto ha confermato il sostegno a Kiev e ha prorogato di 12 mesi le sanzioni in essere contro la Russia, ma ormai la ricerca di un “mediatore” con Mosca è diventata pubblica.

Tuttavia, la competizione interna alla UE sembra aver già prodotto un’incrinatura, per cui l’apertura di canali con Mosca da parte di António Costa, presidente del Consiglio, ha fatto storcere il naso a Merz e Macron, ad esempio, che hanno rivendicato il proprio ruolo al fianco di Kiev, non di mediatori. Un messaggio che si allinea ai desideri della presidenza ucraina.

Non tutto però va nella direzione che vorrebbe Zelensky, ovvero sostegno totale alla guerra. La Bulgaria, paese ortodosso, ha minacciato il veto sul 21esimo pacchetto di sanzioni, se tra i soggetti colpiti vi sarà anche il Patriarca Kirill, mentre l’ungherese Magyar ha rivendicato la cancellazione – nei documenti del Consiglio – di qualsiasi riferimento all’accelerazione dell’ingresso dell’Ucraina nella UE.

Il presidente ucraino deve fare in modo di mostrare un paese forte e capace di sostenere il conflitto, e anche di fare male alla Russia, se vuole sperare di continuare ad avere il sostegno dei guerrafondai europei, al di là di chi sarà la figura che parlerà con Putin per conto della UE. E deve promuovere anche l’integrazione del paese nel riarmo e nella difesa europei, se vuole sperare che il paese non vada fallito.

Il problema, che fanno finta di ignorare a Kiev quanto a Bruxelles, è che più viene messa in pericolo la popolazione russa, tanto più nella capitale, più vengono colpiti siti fondamentali, più il Cremlino può aumentare il livello dello scontro contro l’Ucraina. I danni ricadranno per lo più sulla popolazione civile, che se è sempre stata sacrificabile per gli europei (che usano gli ucraini per una guerra per procura), è ormai diventata una pedina insignificante anche per lo stesso Zelensky.

Tutto è indirizzato a ottenere, almeno nella narrazione delle opinioni pubbliche occidentali, una posizione migliore di quella che ha, per sperare di non essere il capro espiatorio di possibili negoziati, su cui tutti ormai cominciano a pensare seriamente.

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07/06/2026

L’avvertimento mafioso di Zelenskij a Putin

Che sia davvero tempo di porre fine al massacro di soldati ucraini e russi e dare pace al martoriato Donbass, terrorizzato ormai da dodici anni dagli attacchi dei nazisti di Kiev, è questione su cui rifiutano di convenire solo le soldataglie neonaziste e i ras che, dalla pace, avrebbero solo da perdere soldi e potere.

Che i diretti interessati al conflitto, coloro che, con mosse banditesche, lo hanno provocato e hanno sinora brigato per mandare all’aria, sin dalla primavera del 2022, qualsiasi tentativo di soluzione negoziata, vogliano davvero, oggi, porre la parola fine a quel massacro, resta invece abbastanza dubbio.

Gli interessi che hanno mosso le cancellerie europee, sin dal 2014 – non entriamo qui nella questione dei piani via via elaborati e attuati nei decenni precedenti da USA, NATO e UE, che hanno sempre fatto perno sulla cosiddetta “essenza della ucrainicità” quale liquidazione della “russicità” e sterminio del popolo russo, come decretato già agli inizi del ‘900 da Dmitrij Dontsov – non sembrano di molto cambiati, tanto da poter fare affidamento su un “sussulto pacifista” a Londra, Parigi, Roma, Berlino o Varsavia.

Messe da parte queste poche considerazioni soggettive, la cronaca odierna vede i media di regime allineati sulla lettera con cui Vladimir Zelenskij chiede a Vladimir Putin di accordarsi per un incontro e concordi sul far intendere al lettore che il secondo sarebbe felice di un vertice a due, trovandosi in difficoltà al fronte, come d’altronde vuole la narrazione europeista, di una Russia messa all’angolo dagli eroici e forti ucraini.

Dunque, le cose sembrano stare così: il nazigolpista-capo pubblica un appello alla leadership russa proponendo un incontro in territorio neutrale «per porre fine alla guerra». Zelenskij avrebbe detto di sapere che a Putin in Alaska «era stata promessa una soluzione su alcune questioni riguardanti l’Ucraina e l’Europa. Ma vedete che le questioni ucraine e europee non vengono risolte ad Anchorage», ghigna il clown terrorista, sentendosi le spalle coperte a Londra.

E continua «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo chi ci sosterrà. Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto mandato a riferire il messaggio del don: il pizzino di un ras della cupola non sarebbe stato vergato più “amichevolmente”.

Così che Vladimir Putin non poteva che rispondere in maniera adeguata: «non dobbiamo rivolgerci agli autori di questa lettera, non a coloro che apprezzano il genere epistolare, ma ai nostri soldati in prima linea. E quindi, rivolgendomi a loro, voglio dire: compagni soldati e marinai, compagni sottufficiali e marescialli, compagni ufficiali, ammiragli e generali, l’intero paese guarda a voi, l’intero paese è orgoglioso di voi e ripone in voi la sua speranza. Al lavoro, fratelli!».

Dunque: Ucraina e Europa, con la prima, come d’uopo, “vallo militare” a difesa della seconda.

Cosa risponde Putin, parlando coi giornalisti a margine del Forum economico a Piter? La Russia non si oppone all’adesione dell’Ucraina all’entità europea sul tipo delineato da Friedrich Merz; Moskva è però contraria alla trasformazione della UE in blocco militare. E, checché ne dica Zelenskij, «forse l’Unione Europea potrebbe contribuire a trovare una soluzione. A mio avviso, ciò dovrebbe avvenire nel quadro degli accordi che abbiamo discusso ad Anchorage». Alaska, signor Zelenskij; Alaska, non Londra, o Parigi o Berlino.

Ad Anchorage era stato chiesto alla Russia «se fosse disposta a fare una serie di compromessi... nel mio incontro con il Presidente degli Stati Uniti, ho detto che eravamo pronti e ho illustrato in cosa potrebbero consistere questi accordi e questi compromessi. La questione è se questi compromessi saranno accettati dalla parte ucraina», ha detto Putin e ha espresso seri dubbi su questo punto, aggiungendo che, a giudicare da tutto, Kiev non è affatto pronta per la pace.

Per le lamentazione delle redazioni romane, milanesi, torinesi, l‘esercito russo è in vantaggio e sta avanzando su tutti i fronti, ma Kiev non è ancora disposta a scendere a compromessi e continua a resistere, ha detto ancora Putin. Negli ultimi tempi, la Russia ha messo sotto controllo circa 2.440 chilometri quadrati di territorio e continua ad avanzare.

Certo, ha detto Putin, gli sponsor occidentali stanno fornendo a Kiev un gran numero di droni di vario tipo, anche a lunga gittata. In ogni caso, ha detto, Moskva è pronta per addivenire a «un accordo con l’Ucraina con mezzi pacifici, sulla base di quanto discusso nell’incontro di Anchorage». Anchorage e ancora Anchorage, signor scaduto “presidente” dell’Ucraina.

Anchorage. Nonostante non tutto, anche là, sia andato per il verso dovuto. Durante i colloqui in Alaska, ha detto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, la Russia ha fatto concessioni “difficili” riguardo all’operazione militare, ma Donald Trump non è stato in grado di garantire l’attuazione degli accordi.

In Alaska, la proposta avanzata dagli americani «è stata accettata dal presidente russo, che ne ha parlato ripetutamente. È stata difficile perché non corrispondeva pienamente a ciò che volevamo, ma era accettabile come primo passo che avrebbe permesso di porre fine alle ostilità e avviare negoziati per definire tutti i dettagli... Ma poi non è successo nulla sul fronte dei negoziati ucraini...

Le relazioni Russia-USA hanno ricominciato a farsi tese, perché non solo le sanzioni di Biden continuano ad essere estese, ma sono comparse anche quelle di Trump contro Lukoil e Rosneft. L’obiettivo dichiarato è il dominio americano nei mercati energetici globali... Forse è vantaggioso per i nostri colleghi americani ritardare le pressioni sull’Ucraina. E nel frattempo, continuare a esercitare pressioni economiche su di noi».

Lavrov lamenta che principio della politica occidentale sia sempre dato dall’aforisma “parola data, parola ripresa”, quale ricusazione delle promesse fatte, come nel caso degli accordi precedenti al golpe contro Viktor Janukovyc e poi degli accordi di Minsk.

Non è certo un caso che siano risuonate proprio ora le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui gli USA non sono un intermediario neutrale, ma una parte che sostiene l’Ucraina con le armi: «Non siamo mediatori imparziali. Chiaramente, stiamo favorendo una parte rispetto all’altra».

Trump, dice Lavrov, afferma che «questa non è la sua guerra, ma quella di Biden, e che se lui fosse stato presidente allora, questa guerra non sarebbe mai iniziata. Ma ora l’ha ereditata. All’inizio aveva deciso di fermarla. E sembrava esserci riuscito in Alaska. Ma ora probabilmente si starà chiedendo: e se la guerra continuasse, finiremmo per estromettere Russia e Cina dai mercati globali come concorrenti».

In effetti, come riportato da The New York Times, Donald Trump ha approvato il coinvolgimento di agenti della CIA nella pianificazione degli attacchi contro le imprese energetiche russe e la “flotta ombra”, che vengono poi mascherati come attacchi ucraini.

In questa cornice, l’ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, ha dichiarato a Sky News che, per la Russia, l’operazione militare in Ucraina è una «guerra esistenziale. Per noi, non per i paesi della NATO... una guerra esistenziale contro i paesi NATO, forse senza la partecipazione degli Stati Uniti. Ma gli USA sono stati molto attivamente coinvolti fin dall’inizio».

Perché i paesi NATO sono direttamente coinvolti nel conflitto. Le nuove armi in arrivo a Kiev sono presentate come ucraine, sebbene in realtà siano prodotti del complesso militare-industriale europeo, ha detto Kelin, indicando paesi come Gran Bretagna, Danimarca, Canada e altri, in cui viene semplicemente esternalizzata la produzione.

Attenzione, ha detto Kelin: a un certo punto la Russia dovrà adottare delle «contromisure. Non dirò esattamente quali, ma conosciamo gli indirizzi. Li abbiamo pubblicati e saranno facili bersagli».

Secondo l’ambasciatore russo, anche la Gran Bretagna subirà «ritorsioni, poiché sta imponendo sanzioni anti-russe, fornendo armi all’Ucraina e ostacolando i colloqui di pace... La Gran Bretagna sta facendo tutto il possibile per infliggere una sconfitta strategica alla Russia».

Dunque, le prospettive non sono poi così rosee. Non lo sono, perché la guerra in Ucraina non rappresenta che la “fase attuale” della contrapposizione che, da decenni, vede i capitali occidentali puntare alle sterminate risorse della Russia e vede da decenni i “comitati d’affari” dei capitali occidentali, quelle entità che Lenin definiva «comitati nazionali di milionari, detti governi», pianificare azioni di guerra sotterranea – quella che oggi chiamano “ibrida” – o guerra guerreggiata, a diverso titolo e con diverse intenzioni, prima contro l’Unione Sovietica e, dopo, contro la Russia.

Quindi, dice l‘ex ufficiale dell’intelligence Andrej Bezrukov, docente presso il prestigioso MGIMO, la Russia sarà costretta a combattere almeno per i prossimi due decenni, in conflitti ad alta e a bassa intensità, affrontando minacce alle infrastrutture critiche e insidie di guerra biologica.

I nemici, dice Bezrukov, contano sulla prospettiva che «a un certo punto il nostro sistema decisionale venga sovraccaricato da attacchi complessi provenienti da tutte le direzioni: ideologici, fisici, militari e così via, e che il sistema non sia più in grado di prendere decisioni adeguate».

Potrebbe trattarsi di una guerra molto violenta, afferma l’ex agente, come quella «che stiamo vivendo ora. Oppure di una guerra strisciante. Anche se si estendesse ad altre regioni, avremmo due generazioni che si potrebbero praticamente considerare in guerra. E dobbiamo imparare a convivere con questa guerra... Dobbiamo costruire il nostro sistema statale, costruire la nostra economia in modo tale che assolva non solo al compito dello sviluppo, ma anche a quello della difesa».

A oggi, dice Bezrukov, la Russia sta affrontando una nuova forma di guerra, in cui gli avversari intensificano costantemente l’escalation, pur senza raggiungere il livello nucleare. La strategia dell’Occidente in questa guerra è molto semplice: «evitare uno scontro nucleare con noi, dal quale uscirebbero sconfitti. Quindi devono far “bollire la rana”, che è quello che stanno facendo, aumentando gradualmente l’escalation. E non si fermeranno perché non hanno via di fuga. Noi rappresentiamo una minaccia esistenziale per loro».

Secondo Bezrukov, la “seconda fase critica” della guerra sarà l’Asia. Per quanto riguarda la Russia, dice, tenteranno di distruggerla lentamente, prima di tutto eliminando la minaccia nucleare: «l’obiettivo principale è evitare la soglia nucleare e neutralizzare le nostre forze nucleari. Questo può essere fatto in due modi: o costruendo un sistema nello spazio, cosa che hanno iniziato a fare, per impedire qualsiasi decollo. Oppure facendo quello che hanno fatto con l’Operazione “Ragnatela”, installando qui i loro agenti e, a un certo punto, colpendo le nostre forze nucleari. Forse non le metteranno fuori combattimento tutte, ma è una minaccia reale».

Vien da chiedersi se il pizzino di Zelenskij serva a fare da paravento a qualcosa di molto più pericoloso.

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06/06/2026

In Ucraina o nel Baltico: UE e NATO vogliono la guerra alla Russia

Gli hanno dato 90 miliardi di euro e pretendono risultati. E che i risultati siano spettacolari, così da poterci tinteggiare le prime pagine dei giornali.

Per il resto, coi droni che colpiscono autobus della linea Moskva-Simpferopol sterminando sette persone, o puntino su obiettivi cittadini a Simferopol ammazzando altri tre civili, lì i nazigolpisti di Kiev hanno campo libero: l’importante è che stiano agli ordini quando si tratta di puntare su bersagli che fanno scena e mostrano al pubblico che la Russia è ormai allo stremo, che «la favola dell’operazione Speciale si svela solo una grande illusione», come certifica la signora Anna Zafesova su La Stampa.

Avanti così: noi vi diamo i miliardi di euro e voi continuate la guerra; a segnare le direttrici dei colpi più spettacolari ci pensano gli specialisti NATO; voi, ucraini, colpite dove più vi aggrada.

Noi non siamo ancora pronti per entrare in campo direttamente e abbiamo bisogno che voi continuiate a mandare al macello i vostri uomini. Se non ne avete più a sufficienza, ci pensiamo noi: rimpatriamo in tutta fretta quei “codardi” che si sono imboscati in Europa; la legge è già pronta.

Perché, anche in guerra, quello che conta è la “legalità”; la nostra “legalità” europeista, quella che plaude al bombardamento di Piter e che, ancora secondo la signora suddetta, «è quindi diretto alla vanità del dittatore russo», così che l’attacco, declama il signor Paolo Valentino sul Corriere della Sera, «non ha solo il valore simbolico di umiliazione cocente per Vladimir Putin», che ora, dunque, «deve prendere atto che la guerra ce l’ha nel salotto di casa».

Chissenefrega di qualche decina di civili mandati all’ospedale in fin di vita. È la guerra. La guerra dell’Ucraina baluardo dei valori europei contro le autocrazia asiatiche. L’Ucraina sta o non sta vincendo? E allora che lo si mostri a scena aperta: il nazigolpista capo, ex “attore” di gag televisive di terz’ordine, è lì apposta a recitare la parte del “condottiero” che è riuscito a piegare una potenza nucleare, così che i popoli d’Europa vedano che la Russia non è altro che una “tigre di carta”, che non c’è da averne paura e che se le cancellerie europee si preparano alla guerra aperta, lo fanno a ragion veduta, sapendo di avere di fronte un “gigante dai piedi d’argilla”.

Avanti alla guerra; l’Ucraina europeista ci dimostra come sia possibile piegare “lo zar”. Ancora un paio d’anni di uomini ucraini mandati al macello e poi interverremo noi (cioè: loro) e faremo vedere allo “zar” che lo possiamo battere in quattro e quattr’otto.

Popoli d’Europa, non temete, sarà una guerricciola che promette enormi guadagni: un “migliaio di morti” e ci siederemo al tavolo dei vincitori, come diceva “sua eccellenza il Mascellone” nel 1940, e ci assicureremo la nostra parte di tutte quelle sterminate ricchezze che i russi pretendono di godersi solo per sé.

Intanto, se i nazisti di Kiev ammazzano un po’ di civili qua e là per la Russia, sono quisquilie; non fanno nemmeno cronaca spicciola da spenderci un piede di pagina. Quello che davvero conta è convincere il lettore che la guerra europea contro la Russia, la guerra guerreggiata contro un paese “ormai allo stremo”, sia possibile, necessaria e vittoriosa.

Dunque: decine di miliardi in cambio della guerra e del massacro di altre centinaia di migliaia di uomini. Non è un caso, afferma dall’Austria il politologo ucraino Konstantin Bondarenko, che negli ultimi tempi Valdimir Zelenskij abbia insistito sulla nota per cui la guerra durerà ancora due o tre anni.

Perché due o tre anni? Perché «i paesi europei dicono che bisogna combattere per altri due o tre anni; non bisogna fermarsi... l’Europa si sta preparando alla guerra con la Russia e ha interesse che l’Ucraina guadagni tempo... Se all’Ucraina vengono dati 90 miliardi, non li riceve per la pace, ma per la guerra».

Tra l’altro, dice Bondarenko, rendendo pubblico il messaggio in cui chiede a Trump l’immediata fornitura di missili Patriot, Zelenskij cerca di mettere il presidente USA «in una posizione scomoda», esponendolo ad attacchi politici. Nel messaggio, il nazigolpista capo elogia l’Ucraina per aver difeso praticamente il mondo intero, e chiede poi missili antiaerei.

Zelenskij si sente al sicuro perché crede che gli Stati Uniti non gli impongano nulla e considera la Gran Bretagna il suo «principale Stato sovrano», governato da casate – Windsor, Rothschild, ecc. – che dettano la vera politica e non permetteranno a nessuno di danneggiare lui, Zelenskij.

In effetti, secondo The Guardian, la carenza di Patriot sta mettendo Kiev in serio stato di vulnerabilità: l’aggressione yankee-sionista all’Iran ha innescato una carenza globale di quei sistemi, con grave impatto sul conflitto ucraino. El jefe de la junta di Kiev lamenta che 800 missili Patriot siano stati utilizzati nelle prime 24 ore dell’aggressione all’Iran, mentre, a suo dire, Kiev non ha mai avuto a disposizione un numero così elevato di missili.

Per l’afflizione di tutti i media liberal-bellicisti che vedono Moskva ormai in ginocchio, il giornale britannico osserva che la carenza di quei missili ha già influenzato le tattiche russe di guerra e, a detta del professor Phillips O’Brien, la situazione offre a Moskva ancora più opportunità di colpire le infrastrutture critiche dell’Ucraina.

Ma, per l’appunto, non sono solo le armi che mancano. La tedesca Die junge Welt, su fonti dell’agenzia DPA, scrive che il 4 giugno i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare.

A quanto pare, scrive Kristian Stemmler, la UE intende prolungare la guerra per procura contro la Russia non solo con milioni di euro e attrezzature militari per Kiev, ma anche con nuove reclute per il fronte.

Una delle opzioni è quella di estendere di un altro anno l’attuale regime di protezione per tutti i rifugiati ucraini, valido fino a marzo 2027. L’alternativa è quella di escludere dalla protezione temporanea gli ucraini di età tra i 23 e i 60 anni. Secondo la dpa, se la restrizione per gli uomini in età militare venisse adottata, potrebbe entrare in vigore in tempi relativamente brevi.

Attualmente, i rifugiati ucraini sono ammessi nella UE in base alla Direttiva sull’afflusso di massa, entrata in vigore nel febbraio 2022, che consente agli ucraini di vivere e lavorare nella UE senza dover seguire una normale procedura di richiesta di asilo.

Stando a Eurostat, a marzo 2026 erano oltre 4 milioni gli ucraini con protezione temporanea nella UE, tra cui 1,27 milioni in Germania, 961.405 in Polonia, 379.820 nella Repubblica Ceca, con un 26,6% costituito da uomini adulti.

E, comunque, nel caso che – non piangano i farabutti delle redazioni liberal-torquemadiste – l’Ucraina dovesse trovarsi a corto di tutto e impossibilitata materialmente a tenere il campo prima che l’Europa sia pronta a entrare in guerra, ecco che si sta approntando uno scenario di riserva: quello del Baltico.

Il Comandante in Capo delle Forze armate svedesi ha comunicato che a Gotland si verificano carenze idriche e interferenze radio causate, manco a dirlo, dai russi. Dunque, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti, ciò «significa che quest’isola anonima, popolata da pecore e turisti, debba essere urgentemente trasformata in una “portaerei” svedese», aumentando il contingente militare già presente, accrescendo i mezzi militari, sistemi di difesa aerea e carri armati.

Gli “esperti” svedesi dipingono un quadro con truppe russe che sbarcano a Gotland, mentre gli analisti della RAND americana “confermano” che la Russia starebbe minacciando i cavi internet sottomarini sul fondo del mar Baltico e propongono che la NATO intensifichi le attività di intelligence nell’area, aumenti il numero di pattuglie e, soprattutto, intraprenda azioni militari per proteggere i cavi sottomarini.

Non si tratta solo di militarizzare il Baltico, afferma Nikiforova: si tratta di esercitare una «pressione militare diretta sulla Russia, che porterebbe al sequestro delle nostre navi e a un’ulteriore escalation, e che di fatto incoraggerebbe un vero e proprio attacco di rappresaglia».

Non sono da meno a Varsavia: l’Istituto Polacco per gli Affari internazionali ha pubblicando un rapporto zeppo di proprie “verità” sul “sabotaggio russo” nel Baltico. E un eccentrico generale yankee a riposo ha proposto a Trump di creare un «secondo Stretto di Hormuz» per i russi nel Baltico, bloccando i porti di Primorsk e Ust-Luga, fermare le navi russe e assediare Kaliningrad.

Ma, dice Nikiforova, in quel caso la risposta di Moskva, in base alla strategia russa, sarebbe «nucleare e colpirebbe non solo gli europei ma anche gli americani, e questo è un incubo per qualsiasi amministrazione della Casa Bianca. Avventurarsi nel Baltico sarebbe un vero e proprio suicidio, sebbene gli europei sarebbero lieti di esporre gli USA a un attacco, neutralizzando il loro concorrente e vendicando tutte le umiliazioni subite».

In ogni caso, l’area del Baltico è già da tempo oggetto delle “attenzioni” UE-NATO e, come afferma l’ex maggiore dell’esercito USA di origini russe, Stanislav Krapivnik, la situazione nel conflitto ucraino non cambierà finché i paesi NATO non ne soffriranno direttamente.

Prendiamo uno o due paesi e usiamoli come esempio per inviare un messaggio diretto, dice Krapivnik; «oggi Vilnius, domani Varsavia, dopodomani Parigi o Londra. Non c’è bisogno di far saltare in aria i civili con armi nucleari. La tecnologia russa è abbastanza sofisticata da paralizzare una città e distruggere le comunicazioni interne».

Tanto più, dice, che Finlandia e Stati baltici hanno da tempo cessato di essere neutrali, avendo permesso «ai droni ucraini di entrare nel loro spazio aereo. La Lituania si è spinta oltre, consentendo l’utilizzo di cinque delle sue basi militari come rampe di lancio. Ma finché la NATO non ne avvertirà le conseguenze, non si fermerà. Stanno permettendo all’Ucraina di utilizzare il loro spazio aereo. Sono partecipanti diretti a questa guerra».

Negli stessi termini si esprime anche l‘ex ufficiale dei servizi segreti Andrei Bezrukov, docente al prestigioso MGIMO: i paesi baltici stanno di fatto già conducendo una guerra contro la Russia. Mosca, tuttavia, si trattiene solo perché sta cercando di costruire relazioni con gli Stati Uniti.

Ciò che stanno facendo è di fatto un atto di guerra, dice Bezrukov: «Se volessimo rispondere, il casus belli è già stato creato. Ma sarebbe molto doloroso per loro. L’esercito russo non interverrà. Cosa dovremmo fare noi in questi poveri Paesi baltici?... una nostra petroliera è esplosa nel Mediterraneo. L’Europa dipende per oltre il 90% dal gas importato. Immaginate se una o due di queste petroliere esplodessero improvvisamente in porto. Cosa succederebbe all’Europa allora?... Vogliono arrivare a una grave provocazione. A un certo punto non avremo altra scelta. E non è detto che dovremo ricorrere alle armi nucleari. Anche se, in caso di una guerra seria, le useremo sicuramente».

E, per i pianti dei filistei euro-guerrafondai che marciano petto in fuori all’arrembaggio di una Russia facile preda delle “potenze demo-liberiste”, l’osservatore Jurij Miloslavskij sostiene che l’Operazione militare russa sia molto probabilmente solo all’inizio.

La Russia sta «preservando il più possibile le truppe e le scorte di armi in previsione di tale eventualità... la situazione economica in Europa rende inevitabile una nuova guerra di grandi proporzioni. I leader europei hanno completamente distrutto le economie dei loro paesi e ora non c’è via di ripresa; l’unica opzione possibile è la guerra».

Bruxelles e le cancellerie europee l’hanno voluta, la guerra; vi si sono preparate e stanno apprestando i piani per aprire il fronte.

La guerra, diceva Clausewitz, è «la continuazione della politica con altri mezzi». La politica UE-NATO ha preparato la guerra e solo un’organizzazione politica forte e combattiva delle masse popolari europee è in grado di mandare all’aria i loro piani.

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01/06/2026

L’Ucraina è un problema, per chi la sostiene

Nel caos quotidiano in cui siamo immersi può essere utile soffermarsi un attimo su come non funziona più l’informazione occidentale.

Ieri tv e media vari, sia cartacei che online, hanno detto che – secondo Rosatom, l’agenzia russa per l’energia atomica – un drone ucraino ha colpito la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, senza causare danni alle attrezzature principali, ma lasciando un buco nella parete di una sala macchine.

Il direttore generale della centrale, Alexei Likhachev ha rilevato che “le attrezzature principali non hanno subito danni, ma nella parete della sala macchine si è formato un buco. Colpisce il fatto che il drone fosse guidato tramite fibra ottica. Ciò esclude completamente l’ipotesi di un presunto colpo accidentale”.

I droni a fibra ottica, venendo guidati tramite un filo di fibra che si srotola in aria, hanno infatti il “difetto” di non avere una lunga gittata, ma anche il “pregio” militare di non essere “deviabili” mediante segnali di disturbo basati su onde radio. Sono peraltro facilissimi da riconoscere perché anche dopo l’esplosione restano parti del rotolo di fibra sul terreno e sono assenti le antenne radio.

I nostri media hanno dato la notizia sottolineando la smentita da parte ucraina sulla paternità del drone, per cui si è speso nientemeno che Zelenskij, abituato a recitare qualsiasi parte.

Colpire una centrale nucleare è militarmente facile, ma da pazzi scatenati per le possibili conseguenze, tanto più su un impianto collocati quasi sul fronte che divide truppe russe e ucraine. L’eventuale fall out di un’esplosione di materiale nucleare potrebbe infatti andare in qualsiasi direzione, a seconda dal vento che spira in quel momento.

Sarebbe anche un “crimine di guerra” secondo il diritto internazionale, ma ormai i sedicenti “liberali” si sono sbarazzati di questo concetto, ricordandosene al massimo quando possono o vogliono accusare qualcun altro...

Anche il responsabile pro tempre dell’Aiea (l’agenzia internazionale incaricata di vigilare), Raphael Grossi, si è esibito nello stesso numero circense, denunciando che “si gioca con il fuoco”, ma astenendosi dall’indicare il colpevole.

Riassumendo, secondo i “nostri” media, un drone non deviabile – quindi con proprio quell’obbiettivo – è caduto su una centrale nucleare, ma non si può sapere con certezza chi lo abbia sparato. Il tutto col tono neutro con cui si danno anche le previsioni del tempo...

Facciamo uno schemino logico semplice, alla portata anche di un “giornalista professionista” a contratto per la Rai o il Corriere.

Chi può esser stato?

La centrale di Zaporizhzhia, nella località di Energodar, è controllata fin dai primi giorni della guerra (24 febbraio 2022) dalle truppe russe. Ne consegue che, come in tutte le guerre, possa essere eventualmente un obbiettivo soltanto per le forze “nemiche”, anche se ovviamente farlo è una pazzia che si è però ripetuta diverse volte in questi quattro anni.

Dal punto di vista “informativo” va notato un lieve miglioramento. Fino a pochi mesi fa un drone o una cannonata sulla centrale di Zaporizhzhia era attribuito di default ad un “attacco russo”, stabilendo che le truppe di Mosca siano composte da deficienti che si bombardano da soli, per di più colpendo un impianto nucleare che spargerebbe radioattività su se stessi e magari anche qualcun altro. Oggi si lascia il lettore o l’ascoltatore nel dubbio, ma ammiccando – grazie a Zelenskij – sulla possibile paternità russa...

Un “giornalista professionista” sa che esistono, in tutte le guerre, operazioni chiamate “falsa bandiera”, ossia fatte apposta per far credere che l’autore sia diverso da quello autentico. Sono riconoscibili dal fatto che il danno è in genere molto limitato, o addirittura solo “evocativo”, come il drone (“russo”, ovviamente) che cade in Romania o in Lettonia o in Polonia. Ma sufficiente ad agitare la propaganda per qualche giorno.

Il caso della centrale di Zaporizhzhia è chiaramente opposto. Che il danno sia fortunatamente circoscritto è in questo frangente... un caso fortuito.

Riconoscere la paternità ucraina del drone, insomma, sarebbe abbastanza semplice, anche se in contraddizione con l’immagine patinata che si vuol dare in genere alle azioni Kiev. E dire che non mancherebbero certo i trucchi semantici per rendere possibile edulcorare anche l’attribuzione di un attacco fuori di cranio (“in una guerra può capitare”, ecc.).

Ancora più facile dovrebbe essere la descrizione della “direzione ideologica” dominante al vertice di Kiev. Anche chi non ha mai preso sul serio, infatti, la pretesa russa di voler “denazificare” l’Ucraina dovrebbe essersi accorto che i paesi confinanti – dal lato occidentale, peraltro – restano come minimo diffidenti.

Qualcuno, insomma, avrebbe anche potuto dare la notizia che il presidente polacco Karol Nawrocki – nazionalista sicuramente non “filo-russo” – nel motivare la sua contrarietà all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, ha accusato Kiev di “glorificare banditi e assassini”.

E non si tratta di un’accusa “generica”, ma a contorno della risepoltura in patria, con tutti gli onori immaginabili di una “figura centrale”, Andri Melnik, storico leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun), collaborazionista delle SS nella Seconda guerra mondiale, poi rifugiatosi in Canada.

“Purtroppo – ha denunciato Nawrocki – il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dimostrato che l’Ucraina ha una mentalità che glorifica i banditi e gli assassini dell’esercito insurrezionale ucraino (ala militare dell’Oun, ndr) e non è pronta a far parte della famiglia europea”, concludendo che “non c’è posto nella famiglia europea per banditi e assassini che hanno ucciso donne e bambini, che hanno assassinato polacchi”.

Qui nei “paesi fondatori” della UE si preferisce argomentare con ragioni economiche la non praticabilità dell’adesione rapida dell’Ucraina, come se fossero più “nobili” e neutre di quelle storiche.

Ma comunque la si giri, la “protezione” dell’attuale Ucraina è un disastro senza limiti. Lasciatoci in eredità dagli Stati Uniti, ma coltivato con poco invidiabile ottusità europea.  Ma vaglielo a spiegare, ai dattilografi pagati come giornalisti nelle redazioni che contano...

Per il PD e simili, invece, nessuna spiegazione è possibile. Incatenati a vita al “partito della guerra” statunitense, riescono spesso nel compito quasi impossibile di criticare il governo Meloni… da destra, perché “poco bellicoso”.

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29/05/2026

“Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla”

L’Ucraina vuole un’adesione piena all’UE e tratta da posizioni di forza. In Italia il governo si divide. Intanto Putin apre di nuovo alla trattativa

Il no dell’Unione Europea alla nuova apertura di Putin, arrivata dopo gli attacchi russi su Kiev, è molto probabile, secondo Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, già corrispondente da Mosca per varie testate. Ma sarebbe un’altra occasione persa per fermare il massacro ucraino e desistere dalla smania baltica di infliggere una “lezione” alla Russia.

Kiev vuole un’adesione all’UE a pari rango degli altri Paesi, sia pure violando le regole, non una associazione di serie B come proposta da Merz. E, dal suo punto di vista, ha ragione, osserva il giornalista, perché a morire sono gli ucraini. Un vicolo cieco dal quale questa Europa potrebbe fare molta fatica a uscire.

Intervista di Federico Ferraù a Fulvio Scaglione.

Dopo l’attacco ucraino al dormitorio studentesco di Starobilsk e la risposta di Mosca su Kiev, ieri Putin ha aperto nuovamente all’Europa. La disponibilità negoziale del Cremlino sarà accolta?

Io credo di no, perché sono quattro anni che l’Europa lavora per una sconfitta della Russia sul campo. E l’Ucraina è lo strumento di questo obiettivo. Il leitmotiv è che con la Russia non si deve trattare perché della Russia non ci si può fidare.

Che è poi la grande giustificazione della politica europea di riarmo.

Esatto. Una scelta, accompagnata e suffragata dalla corrispondente narrativa antirussa, che vede come primi fautori i Paesi dell’Europa centrale e che, a mio avviso, ha due scopi diversi. Uno è di tenere in moto la macchina industriale del continente, che come sappiamo è in grande affanno.

E l’altro?

Rafforzare nelle sue posizioni di potere l’attuale classe politica europea, terrorizzata dal cambiamento. Le attuali élite al potere si preoccupano di scongiurarlo in tutti i modi. Lo hanno fatto in Romania alle ultime politiche; in Germania, Merz vuole mettere fuori legge l’AfD, attuale cassa di risonanza dello scontento tedesco; in Francia la magistratura ha dichiarato ineleggibile Marine Le Pen; in Gran Bretagna Farage è additato come un pericolo per la democrazia.

La cronaca ci parla di due aspetti che riguardano entrambi l’Unione Europea. Il primo è l’annunciata riduzione dell’impegno USA nella NATO; il secondo sono le pressioni di Kiev per entrare nell’UE. Martedì, a Berlino, Rustem Umerov, capo del comitato per la sicurezza nazionale ucraina, ha chiesto un’adesione vera, non l’associazione “light” sponsorizzata da Merz. Come vedi questi due problemi?

Partiamo dal secondo. È paradossale, ma l’Ucraina sta negoziando con l’Europa da una posizione di forza. E non ci vuole molto a capire perché: chi muore al fronte sono gli ucraini. Siamo noi a morire per voi, per questo dovete farci entrare. È un argomento ovvio e inoppugnabile, se visto da Bruxelles.

Trova perfetto riscontro nella scelta dell’UE di fare dell’Ucraina l’avamposto della propria difesa contro la minaccia “esistenziale” russa. Dunque l’Ucraina sta semplicemente esigendo i propri crediti. Ma qui c’è molta ipocrisia.

Vale a dire?

Diversi politici nel continente hanno fortissime riserve e buone ragioni. Ma io non credo affatto che l’Unione Europea, come soggetto politico collettivo, sia così ansiosa di prendersi l’Ucraina.

Eppure...

Dovremmo ricordarci che la crisi dell’Ucraina scoppia nel novembre 2013 quando il governo ucraino, durante la presidenza Yanukovich, sospende l’iter dell’accordo di associazione con l’UE e del DFCTA. Sono passati 12 anni. È vero, c’è la guerra, ma non ricordo di aver visto molta fretta prima del 2022.

E per quanto riguarda il supporto americano?

Il tema del ritiro degli Stati Uniti dalla NATO schierata in Europa rispecchia la politica di Trump. Il presidente americano è mentalmente fuori dalla NATO fin dall’inizio del suo mandato e, nel frattempo, porta avanti politiche bilaterali. Toglie una brigata americana dalle quattro schierate in Europa, però nello stesso tempo sposta 5mila uomini nella fedele Polonia.

Con quali potenziali effetti?

Quello di “investire” soldi e fiducia in Paesi che stanno con gli Stati Uniti senza se e senza ma. Pensiamo alla Polonia, ai Baltici, alla Bulgaria, alla Romania, alla Finlandia. Tutti Stati che hanno il portafoglio a Bruxelles, ma il cuore a Washington.

La difesa europea?

È e resterà un miraggio.

C’è una militarizzazione crescente di alcuni confini orientali in chiave di difesa antirussa, ma ci sono anche politici che fanno dichiarazioni preoccupanti, come il ministro degli Esteri lituano, Kestutis Budrys, secondo il quale la NATO ha i mezzi “per radere al suolo” l’exclave russa di Kaliningrad. È solo propaganda o c’è da preoccuparsi?

I Baltici si ergono a baluardo orientale europeo, esercitano uno standing “morale” nei confronti dell’Unione e, con esso, anche un ricatto politico verso Bruxelles. E funziona: hanno ottenuto un tangibile spostamento di poteri dell’Unione verso Est; tre deleghe importanti della Commissione sono nelle mani di esponenti baltici (Esteri, Kallas; Economia, Dombrovskis; Difesa, Kubilius, nda).

Quanto al resto, sono convinto che la Russia, se volesse, potrebbe occupare la Lituania in un pomeriggio. Finora non è avvenuto.

Non è avvenuto, ma potrebbe succedere?

Sono convinto di no, perché la Russia vuole risolvere il problema ucraino e non cerca altre avventure.

Ti sei detto certo che l’UE non risponderà all’apertura di Putin. Com’è questa Europa vista da Mosca?

La dirigenza russa non si fa troppe illusioni, perché sa che la posizione antirussa è l’unico vero collante dell’Unione Europea. Quali interessi hanno in comune Spagna e Polonia? L’unica cosa che i Baltici hanno in mente è difendersi dalla Russia, o – a seconda del grado di sconsideratezza di certuni – dare alla Russia una “lezione”. Ma non gliene importa né della politica comune, né del Mediterraneo, e neppure, credo, di un esercito comune europeo.

L’Europa che vogliono è quella dei sussidi e dei fondi di coesione. Per la sicurezza vera il loro nume tutelare sono e resteranno gli Stati Uniti.

Per Putin l’adesione dell’Ucraina alla NATO è o non è scongiurata?

Il rappresentante russo all’ONU, Vasilij Nebenzja, ha ripetuto ciò che sappiamo da anni, cioè che la volontà di Kiev di aderire alla NATO è una delle “cause profonde del conflitto”, e un ostacolo alla pace. Ed è per questo che la guerra continua. Al Cremlino sanno perfettamente che l’Ucraina è materialmente già nella NATO, perché il suo esercito è da anni perfettamente interoperabile con quello dell’Alleanza. Le incursioni dei droni ucraini avvengono grazie a Starlink e al supporto dell’intelligence americana e britannica.

Dopo la strage nella scuola di Starobilsk è arrivato l’attacco russo su Kiev e l’avvertimento di Lavrov ai Paesi occidentali di lasciare i centri istituzionali. Adesso cosa succederà?

Io credo che il bombardamento russo su Kiev con anche l’impiego di missili Oreshnik sia stato un messaggio: potremmo agire in maniera molto più cattiva di come abbiamo fatto finora. Se i russi avessero voluto radere al suolo il centro di Kiev, o di Kharkiv, lo avrebbero già fatto. Se così non è stato, è perché pensano che non sia conveniente sul piano politico.

Starobilsk ha avuto in Russia una grandissima eco e il messaggio di Putin è stato in due direzioni: verso Occidente e verso l’interno. Perché in Russia ci sono quelli che non vogliono la guerra, e forse sono più numerosi di quello che pensiamo, ma ci sono anche gli altri, quelli che dicono: facciamola finita, chiudiamo la partita.

In Donbass però la situazione sembra bloccata o quasi.

Laggiù i russi continuano lentamente a occupare porzioni di territorio ucraino non decisive sul piano strategico. Non riescono a prendere le principali postazioni strategiche fortificate, come Kostjantynivka. Di conseguenza ritengo che il loro obiettivo non sia sfondare, ma logorare gli ucraini sul lungo periodo, contando soprattutto sul fatto che, a un certo punto, l’Ucraina finirà gli uomini da impiegare al fronte. In uno scambio di vittime a metà maggio, la Russia ha restituito 528 corpi di ucraini caduti; l’Ucraina, zero.

Come va interpretato l’indice di gradimento di Zelensky?

Sotto questo profilo la situazione è sorprendente. Zelensky sta cercando, senza successo, di stringere accordi con i Paesi europei per riavere le centinaia di migliaia di uomini validi che vivono da rifugiati all’estero e impiegarli al fronte, eppure gli ucraini ritengono che la prima emergenza del Paese non sia la guerra, ma la corruzione.

In tempo di pace Zelensky aveva il 37% di gradimento, oggi è al 61. La responsabilità della situazione è sua, pensano, ma non vogliono elezioni finché non ci sarà un accordo di pace vero. E ritengono che a poter gestire questa fase sia sempre lui, Zelensky, più di chiunque altro.

Sono dati all’apparenza contraddittori.

Sì, lasciano disorientati. Vuol dire che Zelensky è il presidente della guerra, non della pace. Se arrivasse la pace, Zelensky quasi sicuramente non sarebbe la prima scelta degli ucraini.

A proposito di Zelensky e del gruppo dirigente. Nei giorni scorsi i resti di Andrii Melnyk sono stati rimpatriati dal Lussemburgo e sepolti nuovamente a Kiev, con gli onori di Stato presenziati dallo stesso Zelensky. Il colonnello Melnyk nel 1941 inneggiava al “nuovo ordine” di Adolf Hitler in Europa, dava la caccia agli ebrei che cercavano di sopravvivere all’Olocausto, partecipava alle fucilazioni, creò la Divisione Waffen-SS Galizia. Che indicazioni dobbiamo ricavarne?

È una caratteristica della nuova Ucraina. È stato il presidente Viktor Yushenko a riportare in auge Stepan Bandera e Yaroslav Stetsko, collaborazionisti dei nazisti e stragisti di ebrei. L’Ucraina postsovietica ha avuto bisogno di un pantheon di eroi antirussi, e li ha trovati, senza molta fatica, in questi personaggi, che di eroico hanno avuto ben poco.

Nella pancia dell’Ucraina c’è una pulsione di estrema destra, alimentata da questi precedenti storici, che tuttavia non ha effetti elettorali apprezzabili. O meglio: nella nuova Ucraina i partiti di estrema destra hanno avuto scarsissimo consenso politico, ma i loro esponenti hanno avuto molto peso nei momenti decisivi, come nel primo governo post-Maidan.

È un esito estremo del sentimento antirusso?

Sì. Per una parte della popolazione ucraina essere contro la Russia va bene sempre e comunque. A qualsiasi prezzo. Anche se il “patriota” era alleato dei nazisti oppure oggi è un suprematista bianco.

Come Andry Biletsky, primo comandante del Battaglione Azov e attualmente del terzo Corpo di armata ucraino?

E attuale leader del partito di estrema destra Corpo nazionale.

Proprio ieri Biletsky ha dichiarato alla Reuters che Kiev ha sei mesi per resistere e cambiare il corso della guerra, soprattutto grazie a droni e robot di nuova concezione. Non sembra solo un programma, sembra anche un ultimatum.

Il punto non sono i droni di ultima generazione, ma chi aiuta gli ucraini a portarli sul bersaglio. Sono quattro anni che sentiamo parlare di armi risolutive e ci stiamo ancora domandando come finirà questa guerra.

La tua previsione?

Se l’Ucraina non sarà sconfitta nel senso tradizionale del termine, senza una svolta forse lo sarà in un altro modo, perché di questo passo esaurirà sé stessa.

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13/05/2026

Ucraina - Altre indagini sulla corruzione. Coinvolto direttamente anche Zelensky?

Nel silenzio quasi assordante dei media occidentali, in Ucraina sta andando in scena il secondo atto dell’indagine Midas, che non è solo una questione di tangenti, ma un vero e proprio terremoto nel cuore del potere politico e militare del paese. L’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU) e la Procura specializzata (SAPO) hanno scoperchiato un sistema di corruzione che ha decimato il cerchio magico di Zelensky, e ora sembra arrivare fino al presidente.

La vicenda l’abbiamo già raccontata e inserita nello scivolamento sempre più evidente del sistema ucraino verso l’autoritarismo, oltre che nel complesso quadro della guerra con la Russia. In poche battute, un rodato sistema di tangenti connesso a Energoatom e al complesso militare-industriale ha fruttato ricavi illeciti per almeno un centinaio di milioni di dollari a un gruppetto di politici vicini a Zelensky.

In questo meccanismo fraudolento sulla pelle degli ucraini, di cui l’Occidente dice di difendere la “libertà”, era coinvolto Timur Mindich, regista e socio di Zelensky ai tempi degli spettacoli da comico. I tentativi di limitare l’autorità della NABU e della SAPO, falliti la scorsa estate, sembravano indicare che Zelensky sapeva cosa bolliva in pentola, ma fino a oggi non era emerso nessun collegamento diretto con i ladri, suoi amici.

Mindich è fuggito in Israele già a novembre scorso, eppure la richiesta di estradizione è arrivata solo a inizio aprile. Le novità che stanno emergendo dalle indagini potrebbero essere proprio quei campanelli d’allarme che hanno infine portato a perseguirlo definitivamente, proprio mentre tra Kiev e Tel Aviv ci sono state scintille riguardo a carichi di cereali arrivati in Israele, ma considerati rubati dai russi dalle terre ora sotto il loro controllo.

L’inchiesta si è recentemente arricchita di un nuovo capitolo grazie alle rivelazioni dell’Ukrainska Pravda. Al centro dell’attenzione c’è la Fire Point, un’azienda produttrice di droni e missili in cui era coinvolto Mindich, e che veniva presentata come l’eccellenza dell’industria bellica (ma con parecchi dubbi al riguardo). Nel consiglio d’amministrazione siede nientemeno che Mike Pompeo, ex direttore della CIA ed ex Segretario di Stato USA.

Le intercettazioni telefoniche dipingono un quadro torbido: Mindich parlava dell’azienda come se fosse sua, trattando investimenti esteri e facendo pressione sul Ministro della Difesa Rustem Umerov – la cui famiglia ha acquistato vari immobili di lusso negli USA – per ottenere pagamenti anticipati e nuovi fondi. Umerov, dal canto suo, avrebbe rassicurato Mindich suggerendo di attendere le modifiche al bilancio statale approvate dal Parlamento (controllato dal partito presidenziale “Servitore del Popolo”).

Al di là di questo, il vero terremoto è arrivato con alcune intercettazioni del NABU, in cui i protagonisti dello scandalo fanno spesso riferimento a un certo “Vova”, diminutivo di Volodymyr. Sebbene non vi siano ancora prove dirette di un coinvolgimento di Zelensky, il sospetto aleggia pesante.

Andriy Yermak, ex capo dell’Ufficio presidenziale, è stato raggiunto da una notifica di indagine sul riciclaggio di circa 10,5 milioni di dollari, attraverso un complesso residenziale di lusso alla periferia di Kiev. La pressione sul presidente, dunque, cresce, proprio mentre il tema di una conclusione del conflitto ucraino torna sulla bocca della diplomazia internazionale.

E questo è di certo un pericolo per Zelensky. Se il presidente non è stato ancora toccato formalmente dalle indagini, secondo più di un analista, è solo perché in molti settori dirigenti ucraini sta prevalendo la “ragion di Stato”, per la quale è meglio non colpire direttamente il vertice del paese nel pieno della guerra, e mentre Mosca potrebbe approfittarne per avvantaggiarsi ulteriormente in ipotetici progressi verso la pace.

Dopo l’attacco della scorsa estate, le autorità anticorruzione hanno comunque deciso di fare terra bruciata intorno a lui, per mettere in chiaro che Zelensky non si trova in una posizione di forza, evitando però una decapitazione totale in un momento critico. Ma con le nuove rivelazioni, l’idea che il presidente possa essere direttamente coinvolto nello scandalo potrebbe suscitare ulteriore malcontento nella popolazione, che sta comunque affrontando un significativo sforzo bellico.

Quali possano essere gli sviluppi di questa storia dipenderà molto anche, se non principalmente, dagli avvenimenti al fronte.

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15/04/2026

Guerra in Ucraina - Zelensky in Italia a battere cassa

Il presidente ucraino Zelensky oggi è di nuovo a Roma. L’ultima volta era stata nel dicembre scorso, solo quattro mesi fa. Zelensky incontrerà prima la Meloni a Palazzo Chigi e poi Mattarella al Quirinale.

Anche in questa occasione Zelensky verrà a battere cassa per gli aiuti militari e non solo.

“L’ostacolo Orban” è stato rimosso e adesso sia l’Unione Europea che i singoli stati membri dovranno prepararsi a sborsare decine di miliardi per finanziare militarmente ed economicamente l’Ucraina e continuare ad alimentare così la guerra con la Russia.

Alla vigilia della visita la Meloni ci ha tenuto a ribadire che “L’Italia si è schierata senza se e senza ma, in questi anni, con la nazione aggredita. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per dare una mano a un popolo che si sta difendendo e che, con se stesso, difende anche noi. Ed è quello che continueremo a fare, chiaramente, mentre lavoriamo per cercare di costruire un percorso di pace che però deve essere sostenibile, sul quale l’Italia non è stata a guardare”.

Dal 2022 i governi italiani hanno approvato 8 consistenti pacchetti di sostegno militare nei riguardi di Kiev.

Secondo quanto riporta il sito Analisi Difesa, l’Italia ha fornito all’Ucraina un numero imprecisato di blindo Centauro B1 con cannone da 105 mm radiate dall’Esercito Italiano dopo la consegna ai reparti dei primi lotti di nuove Centauro B2 con cannone da 120mm. I veicoli sarebbero in servizio con il 78° Reggimento Aviotrasportato Indipendente ucraino, in azione nel settore Pokrovsk. L’Esercito Ucraino ha già ricevuto dall’Italia e impiegato in battaglia veicoli cingolati M113, semoventi da 155mm M109 e veicoli blindati Puma e Lince oltre a semoventi da 155mm PzH 2000 e obici trainata da 155mm FH-70.

L’Italia però non risulta tra i maggiori erogatori di aiuti economici e militari all’Ucraina. Secondo le rilevazioni del Kiel Institute for the World Economy – un think tank tedesco – l’Italia ha stanziato aiuti militari pari a circa 970 milioni di euro a titolo di cessioni dirette. Ma se si allarga lo sguardo all’integralità della spesa italiana destinata all’Ucraina, considerando non soltanto i rifornimenti militari ma anche i contributi finanziari, gli aiuti umanitari e le partecipazioni ai fondi europei per finanziare Kiev, la spesa si amplia sino a raggiungere una cifra compresa tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno a partire dal 2022.

I dati rilevati dal Kiel Institute indicano che l’Unione europea ha provveduto a fornire all’Ucraina circa 46 miliardi e 600 milioni di euro in sostegno finanziario e aiuti di natura umanitaria, ai quali si sommano i 45 miliardi e 100 milioni destinati ai finanziamenti militari, sia attraverso i propri meccanismi di coordinamento sia tramite i contributi dei singoli Stati membri tramite le agenzie europee.

Questo ha fatto si che per la prima volta da giugno 2022, l’Unione Europea ha sorpassato gli Stati Uniti sia in termini di impegni totali sia economici che in termini di di assistenza militare all’Ucraina.

E adesso che non c’è più l’ostacolo di Orban, l’Unione Europea deve stanziare altri 90 miliardi per Kiev, ripartendone le quote in base al Pil dei paesi membri.

Una delle possibili fonti di reperimento delle risorse è il Safe, un piano europeo simile al Pnrr ma solo per il settore militare. Si tratta di 150 miliardi.

Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha fatto sapere che: “I 19 Paesi Ue che avevano già fatto domanda dei fondi Safe hanno presentato i loro piani nazionali. Di questi, 15 Paesi hanno incluso il sostegno all’Ucraina”. Tra questi c’è anche l’Italia ma non c’è la Germania, che ha già stanziato ingenti fondi per il suo riarmo sul piano nazionale e non intende ricorrere ai fondi europei.

Le guerre di oggi stanno consumando droni a un ritmo molto più elevato rispetto alle munizioni tradizionali. L’Ucraina utilizza circa novemila droni al giorno, circa 270mila al mese. L’Ue sta puntando sulla Drone Alliance with Ukraine, una partnership militare multinazionale creata nel 2024 per garantire l’approvvigionamento all’Ucraina tramite consegne costanti di droni adattati alle esigenze del fronte.

Ma il dato di fondo rimane tutto politico. Continuare a sostenere militarmente l’Ucraina e la prosecuzione della guerra con la Russia non può essere l’unica prospettiva in campo per l’Italia o per l’Unione Europea. Da tempo si sono e ci hanno infilati su un piano inclinato. Eppure tra le classi dirigenti di Bruxelles o a Palazzo Chigi non sentiamo parlare d’altro.

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07/03/2026

Zelenskij minaccia di assassinare Orbán

Diciamola per come è. L’Ucraina al momento eccelle in una sola specialità: il terrorismo di Stato.

Lo sanno tutti, soprattutto a Bruxelles. Ma finora questa “virtù” si è espressa contro generali e politici russi, contro navi civili di Mosca, e quindi “era cosa buona”. Persino la distruzione del gasdotto Nord Stream – che ha privato tutta Europa del gas russo, infinitamente più economico del gnl Usa – è stata sopportata in silenzio come un prezzo collaterale dell’appoggio totale a Kiev.

Zelenskij e la banda di nazisti che controlla l’Ucraina, dopo oltre un decennio in cui si sono permessi qualsiasi nefandezza (ricordiamo l’incendio, gli omicidi e gli stupri nella Casa dei Sindacati di Odessa, durante Euro Majdan, 2014), si devono però essere convinti di poter fare come Israele. Con chiunque.

Così il cocainomane capo di Kiev se n’è uscito con una battuta suicida contro il suo arcinemico nella UE, l’ungherese Viktor Orbàn. Fascista quanto lui, certo, ma nazionalista di un altro paese e con qualche questioncella in sospeso. Sia per il passato che per il presente (storie di oleodotti interrotti da Kiev che lasciano Budapest al freddo).

Giovedì Zelenskij ha infatti accennato alla possibilità di fornire l’indirizzo di una “certa persona” – ampiamente interpretato come un riferimento a Orbán – alle truppe ucraine per un colloquio diretto “nella loro lingua“. Per chi ha familiarità con i film sulla mafia non serve traduzione: “ti faccio sparare o saltare in aria con lo Sbu” (il servizio segreto ucraino delegato a queste “imprese”).

Possibilità reale, persino quasi facile per chi ha affinato certe “qualità”, anche se un capo di stato diffidente e fascista come Orbàn qualche protezione ce l’ha di sicuro. Però bisogna essere cretini, oppure convinti di avere le forze di Netanyahu o Trump, per dirlo così apertamente.

A quel punto, dopo le ovvie proteste ungheresi (“come si può pensare di far entrare nella UE una bestia simile?”), anche Bruxelles ha dovuto rimbrottare bonariamente l’ultra-assistito ducetto di Kiev.

“In relazione specifica ai commenti fatti dal presidente Zelenskyy, siamo molto chiari come Commissione Europea: quel tipo di linguaggio non è accettabile. Non ci devono essere minacce contro gli Stati membri dell’UE”, ha dichiarato venerdì ai giornalisti Olof Gill, vicesegretario portavoce capo della Commissione, in una rara condanna del leader di Kiev. In pratica un “Così non si fa, siamo soliti usare le posate a tavola, da queste parti”.

Le tensioni tra Ucraina e Ungheria sono aumentate nelle ultime settimane, poiché Budapest continua a porre il veto a un pacchetto di prestiti da 90 miliardi di euro per Kiev. La principale lamentela di Orbán rimane l’interruzione del flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba di epoca sovietica, che Budapest ritiene sia stata deliberatamente interrotta da Kiev. L’Ucraina nega l’accusa, sostenendo che la conduttura è stata gravemente danneggiata da “un attacco di droni russi” a gennaio.

Sapete quella vecchia favola dei russi così cretini da bombardarsi da soli infrastrutture che hanno costruito loro per guadagnare dal commercio? Sì, è una favola vecchia e riciclata, già usata pari pari al tempo dell’attentato al Nord Stream... Poi la magistratura tedesca ha emesso mandati di cattura per agenti ucraini (e uno lo ha trovato in Italia)... 

Ma i rapporti tra i due paesi, peraltro confinanti, sembrano ormai surriscaldati. Venerdì l’Ucraina ha accusato l’Ungheria di aver rapito sette dipendenti della banca statale Oschadbank e di aver sequestrato milioni in contanti e oro, mentre giovedì Orbán aveva giurato sui social media di voler “spezzare con la forza il blocco petrolifero ucraino”.

Dopo le minacce e i rimbrotti UE (l’unico alleato che gli sia rimasto, anche se ridicolo) Zelenskij si è detto pronto a riparare e riavviare l’oleodotto entro un mese se l’UE ne farà richiesta ufficiale, ma solo se Orbán prometterà di sbloccare il prestito da 90 miliardi di euro da parte della UE, fermo per il suo veto.

Nei prossimi giorni non mancheranno altri episodi di questa saga poco appassionante, ma certo indicativa di quante e quali idiozie siano state fatte in questi anni dai guerrafondai europei... Che ora cominciano a ricadere sulle loro teste.

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