Nel silenzio quasi totale dei media italiani, si sta consumando una significativa crisi diplomatica tra Polonia e Ucraina. Un silenzio di cui è facile capire i motivi: non solo sarebbe poco furbo, in questo momento in cui bisogna propagandare l’unità dell’Europa al fianco dell’Ucraina, ma anche e soprattutto perché il nodo del contendere rivelerebbe il peso profondo della memoria nazista nella costruzione del consenso all’attuale regime di Kiev e nel rafforzamento degli spiriti nazionalistici, necessari di fronte al disastro della guerra.
Può far sorridere (anche se c’è davvero poco per cui esser contenti) il fatto che al centro del contendere ci sia una decorazione, una medaglia, insomma, dietro cui si nasconde una profonda faglia politica e una pacificazione mai avvenuta davvero, tra i due paesi dell’Europa orientale.
Il Presidente polacco Karol Nawrocki ha deciso di revocare a Volodymyr Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza della Repubblica di Polonia. Il prestigioso riconoscimento era stato conferito a Zelensky il 5 aprile 2023, durante la presidenza di Andrzej Duda.
All’epoca, l’onorificenza era stata concessa come simbolo delle relazioni amichevoli, ed era ormai quasi una prassi consolidata, dato che la decorazione era stata data anche a vari predecessori di Zelensky (Kučma, Juščenko e Porošenko). Ovviamente, non a Viktor Janukovyč, considerato filo-russo. Zelensky aveva dedicato l’onorificenza ai suoi militari, tracciando l’idea che Polonia e Ucraina combattevano insieme contro Mosca.
Tuttavia, sotto la superficie della solidarietà bellica, ha continuato a covare la memoria storica della Seconda guerra mondiale, di una ferita tra i due paesi su cui l’ultimo decennio di governo di Kiev non ha fatto altro che gettare sale. Nel 1943, nelle regioni della Polonia orientale – che oggi sono parte dell’Ucraina occidentale – i reparti che, in ultima istanza, facevano capo al collaborazionista Stepan Bandera uccisero circa 100 mila civili polacchi (oltre a ebrei, russi e bielorussi) per costruire un’Ucraina “pura”.
Nel 2016 la Polonia ha riconosciuto ufficialmente quegli eventi come genocidio e nel 2025 ha istituito l’11 luglio come giornata nazionale della memoria. Se la ragione “superiore” della guerra alla Russia aveva portato a sopire momentaneamente lo scontro ancora aperto con Kiev intorno alla memoria di quei fatti, alla fine il caso è scoppiato.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la recente decisione di Zelensky di intitolare un’unità militare dell’esercito ucraino proprio agli “eroi dell’UPA”, cioè dell’organizzazione nazista ucraina autrice dei massacri di polacchi. A ciò, si è aggiunta anche la sepoltura con onori militari di Andrij Mel’nyk (anch’egli tra le fila dei collaborazionisti ucraini, anche se in competizione con Bandera).
Di fronte al rifiuto ucraino di fare un passo indietro sulla glorificazione di figure legate al collaborazionismo e ai massacri di polacchi, Nawrocki ha deciso di revocare l’onorificenza a Zelensky. La reazione di Kiev non si è fatta attendere, in termini piuttosto “capricciosi”. Zelensky ha restituito la medaglia spedendola per posta al governo di Varsavia, e ha accusato Nawrocki di strumentalizzare la storia per fini di politica interna, paragonando il presidente polacco a Viktor Orbán.
Per quanto non c’è dubbio che la leadership di Varsavia stia strumentalizzando la questione per consensi domestici, la questione della glorificazione dei collaborazionisti nazisti e la rimozione dei crimini di pulizia etnica commessi rimane. Zelensky, tra le altre cose, ha ribadito l’interpretazione ucraina degli eccidi del 1943, definendoli la “tragedia di Volinia”, coinvolgendo in egual misura polacchi e ucraini.
La frattura è stata allargata anche dagli ex presidenti Kučma, Juščenko e Porošenko, che hanno rinunciato a loro volta all’Ordine dell’Aquila Bianca, e così hanno fatto anche il ministro degli Esteri Andrii Sybiha e il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov con altre onorificenze polacche.
Nel frattempo, lo scontro è arrivato anche su X. Alle polemiche sollevate da Zelensky, che ha affermato di non essere felice di un riconoscimento attribuito anche a figure come Caterina II, Mussolini e Gerhard Schröder, la Sottosegretaria di Stato polacca Agnieszka Jędrzak ha replicato ricordando che l’Ordine non può essere tolto ai defunti, e che, ad ogni modo, il “filo-russo” Schröder non ha “eretto alcun memoriale in onore di Hitler o Himmler” o intitolato unità dell’esercito tedesco alle SS.
Parole molto pesanti che disvelano l’infestazione profonda del regime ucraino da parte di nazisti e banderisti. Una realtà che è bene continuare a tenere nascosta, ora che bisogna ribadire il fatto che l’Ucraina sta combattendo per la “libertà” dell’Europa.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/06/2026
Crisi tra Kiev e Varsavia. Il nodo è la memoria nazista e banderista dell’Ucraina
29/10/2023
La “lobby-Bandera” nel mondo occidentale
Alla vigilia della conferenza internazionale “Der Bandera-Komplex: Der ukrainische Faschismus – Geschichte, Funktion, Netzwerke” (Il complesso-Bandera – il fascismo ucraino: storia, funzioni, reti), organizzata per il 29 ottobre a Berlino dal quotidiano Die junge Welt e Melodie & Rhythmus, l’ex organo della Freie Deutsche Jugend della DDR ha intervistato il giovane ricercatore newyorkese Moss Robeson, che ha recentemente pubblicato un saggio e messo in circolazione un film sul fascismo ucraino e sulla rete internazionale della “Lobby-Bandera”.
Alla conferenza del 29 ottobre si parlerà del ruolo di OUN nella Seconda guerra mondiale e nell’attuale conflitto in Ucraina.
I fascisti, scrive DjW nel presentare la conferenza, fungono oggi da joker militare della NATO e da sprone per la battaglia che l’Alleanza ha spinto «fino all’ultima goccia di sangue» degli ucraini.
Ecco quindi che la classe politica e l’establishment mediatico occidentali li trasformano in eroi e mascherano sistematicamente la loro ideologia assassina.
La Conferenza tratterà di questa manipolazione di massa, mettendo in luce le radici politiche del culto creato attorno al leader fascista ucraino e collaborazionista hitleriano Stepan Bandera.
Per parte nostra, aggiungiamo che non tutto nelle affermazioni di Moss Robeson è pienamente corretto e condivisibile, come, per citare un solo esempio, l’affermazione secondo cui «Non è dato sapere se i Servizi segreti USA abbiano direttamente sostenuto OUN-B nelle prime fasi della guerra fredda», dal momento che è noto come, sin dai primissimi anni ’50, la CIA avesse messo a punto una mappa delle aree ucraine più anti-sovietiche e più ricettive a infiltrazioni armate occidentali.
Ma è senz’altro da lodare l’impegno nella ricerca dei legami tra un determinato establishment mondiale e la rete nera che lo circonda e da esso foraggiata: nello specifico, la rete neonazista che ha preso il sopravvento a partire dal golpe di majdan del dicembre 2013-febbraio 2014 a Kiev, ma che, purtroppo, aveva trovato troppo facili radici e terreno fertile nelle criminali protezioni accordate fin dalla metà degli anni ’50 al nazionalismo reazionario nella RSS d’Ucraina.
Alla conferenza del 29 ottobre si parlerà del ruolo di OUN nella Seconda guerra mondiale e nell’attuale conflitto in Ucraina.
I fascisti, scrive DjW nel presentare la conferenza, fungono oggi da joker militare della NATO e da sprone per la battaglia che l’Alleanza ha spinto «fino all’ultima goccia di sangue» degli ucraini.
Ecco quindi che la classe politica e l’establishment mediatico occidentali li trasformano in eroi e mascherano sistematicamente la loro ideologia assassina.
La Conferenza tratterà di questa manipolazione di massa, mettendo in luce le radici politiche del culto creato attorno al leader fascista ucraino e collaborazionista hitleriano Stepan Bandera.
Per parte nostra, aggiungiamo che non tutto nelle affermazioni di Moss Robeson è pienamente corretto e condivisibile, come, per citare un solo esempio, l’affermazione secondo cui «Non è dato sapere se i Servizi segreti USA abbiano direttamente sostenuto OUN-B nelle prime fasi della guerra fredda», dal momento che è noto come, sin dai primissimi anni ’50, la CIA avesse messo a punto una mappa delle aree ucraine più anti-sovietiche e più ricettive a infiltrazioni armate occidentali.
Ma è senz’altro da lodare l’impegno nella ricerca dei legami tra un determinato establishment mondiale e la rete nera che lo circonda e da esso foraggiata: nello specifico, la rete neonazista che ha preso il sopravvento a partire dal golpe di majdan del dicembre 2013-febbraio 2014 a Kiev, ma che, purtroppo, aveva trovato troppo facili radici e terreno fertile nelle criminali protezioni accordate fin dalla metà degli anni ’50 al nazionalismo reazionario nella RSS d’Ucraina.
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Voglio far luce sulla Bandera-lobby
Voglio far luce sulla Bandera-lobby
A proposito del retroterra del “Nazigate”, delle reti della Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) e della nuova isteria anticomunista. Una conversazione con Moss Robeson.
Intervista di Susann Witt-Stahl
Lo scandalo dell’omaggio tributato a settembre all’ex membro delle Waffen SS Jaroslav Hunka al parlamento canadese, ha suscitato forti polemiche a livello internazionale. Ma il governo Trudeau fa finta di niente e sostiene di non avere nulla a che fare con i fascisti ucraini e con il passato dei collaborazionisti hitleriani immigrati in Canada dopo la Seconda guerra mondiale. Quanto è credibile?
Naturalmente, è difficile per il governo canadese appellarsi all’ignoranza. Dopo tutto, la vice primo ministro Chrystia Freeland è la nipote di un collaborazionista nazista [Mikhajlo Khomjak; ndt] e suo zio, John-Paul Himka [Ivan-Pavlo Khimka, nato a Detroit da padre ucraino; ndt], ha scritto un’opera fondamentale sull’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) e l’Olocausto.
Detto questo, non credo che i parlamentari della Camera bassa avessero realmente chiaro che stessero applaudendo una persona che aveva servito nelle forze armate della Germania nazista.
Verosimilmente, essi pensavano di acclamare un veterano dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, UPA, dell’ala OUN-B, così definita perché faceva capo a Stepan Bandera [in contrapposizione a OUN-M, dal nome di Andrej Mel’nik; ndt].
Da molti anni, i canadesi sono addestrati, come foche in un circo, ad applaudire i banderisti che, nella Seconda guerra mondiale, avevano combattuto “per l’indipendenza”.
Ma l’UPA era un covo di collaborazionisti nazisti, che ebbe un ruolo importante nell’Olocausto e, a differenza della 14ª Divisione Waffen Grenadier delle SS (“Galizische N.1”), la sua organizzazione di base OUN esiste ancora oggi.
Questo deve essere un segreto di Pulcinella per il governo canadese, che finanzia numerosi gruppi camuffati di OUN, tra cui anche l’organo ufficiale banderista Ukrainian Echo in Canada.
Se fosse stato davvero così ignaro, da dove è allora uscito lo studio che ha portato a omaggiare Hunka in parlamento?
Se tale studio fosse stato condotto, il “Nazigate” potrebbe portare su strade politicamente pericolose e rivelare legami criminosi tra l’alta politica e i fascisti, come ad esempio il “Congresso Ucraino Canadese”, infestato di banderisti, che svolge un ruolo importante nelle relazioni tra Canada e Ucraina.
Lei ha coniato il concetto di “lobby-Bandera”. Cosa si intende precisamente con esso?
Per molti, il termine banderista è in generale sinonimo di nazionalista ucraino. Io però mi riferisco specificamente a soggetti membri di OUN-B o di altri gruppi scaturiti da questa organizzazione oggi clandestina.
“Pravyj sektor”, ad esempio, rientra in quest’ultima categoria perché il suo nucleo è rappresentato dalla “Organizzazione pan-ucraina “Trizub” nel nome di Stepan Bandera”, creata nel 1993 e che era in origine un gruppo paramilitare di OUN-B.
Diverso il caso del movimento “Azov”: sebbene consideri OUN come suo antenato ideologico, è emerso negli anni ’90 dalla scena neonazista ucraina, indipendente dalla rete Bandera.
Quando parlo della lobby-Bandera, mi riferisco alla rete internazionale di OUN-B, soprattutto nella diaspora ucraina, compresi i suoi numerosi gruppi camuffati. E anche altre organizzazioni, non fondate dai banderisti, ma da questi rilevate, come “Ukrainian Congress Committee of America”, UCCA. Ci sono poi tutti i loro amici e alleati.
Nella sua ricerca sul fascismo ucraino, lei ha studiato particolarmente OUN, in passato e oggi. L’opinione pubblica in Germania e nel mondo occidentale non è affatto informata su OUN, che nel 1940 si divise nella già citata ala OUN-B e in un’ala OUN-M che prende il nome dall’allora presidente Andrej Mel’nik, e le persone non sanno nemmeno che esista ancora. Dove possono trovarsi oggi le strutture e le reti OUN?
Finora non mi è del tutto chiaro se l’ala “Mel’nik” di OUN sia ancora oggi significativamente attiva al di là dei confini Ucraini. Sono invece sicuro a proposito di OUN-B: sebbene nelle mie ricerche mi sia concentrato su Ucraina e Paesi anglo-americani, ho trovato indizi della sua esistenza anche in Germania, Italia, Portogallo e Argentina. In USA, Canada, Gran Bretagna e Australia non è nemmeno difficile localizzare e indagare sulle loro reti.
Questo perché, con poche eccezioni, ha mantenuto le sue strutture fin dai primi anni della guerra fredda. È fin troppo facile perdersi nel labirinto di lettere e acronimi quando si parla delle varie organizzazioni camuffate di OUN-B o, come le chiamano i banderisti, “strutture di facciata”.
Esse sono legate insieme nel “World Council of Ukrainian Statehood Organizations”, detto anche “International Council in Support of Ukraine”, organo di coordinamento di OUN-B, noto in passato come “World Ukrainian Liberation Front”.
L’attuale presidente, Boris Potapenko, è originario degli USA. Nella diaspora ucraina, la “Ukrainian Youth Association”, CYM, di massima è l’associazione giovanile di gruppi banderisti che hanno sempre guidato il “Fronte di liberazione ucraino” in ogni Paese: in USA la “Organization for Defense of the Four Freedoms of Ukraine”, in Canada la “League of Ukrainian Canadians”.
La CYM c’è anche in Ucraina, ma nel 2001 OUN-B ha fondato una nuova organizzazione, più politica e militante: il “Congresso della Gioventù Nazionalista”. Nel 2019, questo gruppo è stato, tra l’altro, a capo del “Movimento di resistenza contro la capitolazione”, di ultradestra, e i suoi membri stanno assumendo sempre più la direzione di OUN-B in Ucraina.
Chi sono i capi?
Quando si conoscono i membri delle direzioni delle strutture di facciata, si può quasi esser sicuri che siano i leader delle reti OUN-B nei rispettivi Paesi in cui questa esiste ancora.
Non si tratta di una semplice supposizione. Stefan Romaniw, leader di OUN-B Internazionale dal 2009 al 2022, è da molto tempo leader della “Australian Federation of Ukrainian Organizations” e allo stesso tempo uno dei responsabili del “Ukrainian World Congress”, che ha sede a Toronto.
Il predecessore di Romaniv, Andrij Haidamakha, un banderista di origine belga, è ora probabilmente il numero uno in Germania, dove ha lavorato per Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL), finanziata dagli USA, e a Monaco ha diretto il giornale di OUN-B “Shljakh Peremogi” (La strada della vittoria).
Walter Zaryckij, capo di OUN-B in USA, dirige le due principali organizzazioni di facciata nel Paese: il “Center for US-Ukrainian Relations”, CUSUR, e la “Ukrainian American Freedom Foundation”, che si dice detenga il 40% della sede centrale di OUN-B a Kiev. Mykola Matvijivskij è un prete greco-cattolico e probabilmente leader di OUN-B in Gran Bretagna, è registrato come beneficiario del reddito generato da questo edificio e, a quanto pare, è uno dei principali finanziatori di OUN-B.
Da menzionare anche Oksana Prociuk, probabilmente leader di OUN-B in Canada: è l’ex tesoriere del “World Ukrainian Liberation Front” e amministratore delegato del Buduchnist Credit Union Financial Group, la più grande istituzione finanziaria ucraina in Canada.
Rintracciare e scoprire tali connessioni è abbastanza facile, ma richiede molto tempo ed è un po’ deprimente: ci si sente un teorico della cospirazione.
Questo dovrebbe essere ancor più esatto se si osservano più da vicino le attività del CUSUR di Walter Zaryckij. Politici, rappresentanti di think tank come l’Atlantic Council e la Rand Corporation, che sono tra i consulenti dell’amministrazione Biden, intervengono alle conferenze del CUSUR, così come alti generali statunitensi in pensione, come Ben Hodges, che nelle sue apparizioni sui media, anche in Germania, invoca regolarmente un atteggiamento più duro nei confronti della Russia. Come valuta le relazioni di OUN-B con la classe politica statunitense?
OUN-B è ben lungi dall’essere al comando a Washington. Tuttavia, ha legami significativi con importanti Think Tank, tra cui US–Ukraine Foundation, American Foreign Policy Council e Congressional Ukraine Caucus.
Queste relazioni sono state in gran parte costruite e stabilite attraverso UCCA e CUSUR. Una fonte anonima, di solito affidabile, ha persino affermato che i leader dei banderisti in USA hanno usato organizzazioni di facciata come CUSUR per «fornire alla CIA rapporti sulla Comunità ucraina, le sue attività politiche e le sue macchinazioni fraudolente».
Non è dato sapere se i Servizi segreti USA abbiano direttamente sostenuto OUN-B nelle prime fasi della guerra fredda. Se non lo avessero fatto, le cose potrebbero esser cambiate sotto l’Amministrazione Ronald Reagan, dopo che i banderisti hanno iniziato a lavorare per RFE/RL, che era essenzialmente un’organizzazione camuffata della CIA.
Ci sono indizi che i rapporti siano cambiati dopo l’indipendenza ucraina, quando i banderisti hanno perseguito il loro obiettivo a lungo termine: la costruzione di un forte stato nazionale ucraino alleato dell’Occidente in contrapposizione alla Russia.
Ad esempio: nel 2000, quando furono organizzate le prime conferenze CUSUR, a Los Angeles, con il sostegno dell’Istituto democratico-repubblicano National Endowment for Democracy, rilevato dalla CIA, Andrii Haidamakha divenne leader di OUN–B, dopo che negli anni ’90 aveva diretto l’ufficio di Kiev di RFE/RL. OUN-B ha dato un importante contributo all’escalation del conflitto con la Russia.
Ha svolto un ruolo fondamentale in “Euromajdan”, nella decomunistizzazione, nella riabilitazione dei collaborazionisti nazisti, nella normalizzazione del fascismo e nella “banderizzazione” della società civile.
Le frazioni che a Washington si sono impegnate nel sabotaggio dell'“agenda di pace” di Zelenskij del 2019 [l’autore si riferisce probabilmente alle promesse elettorali di Zelenskij, prima delle presidenziali della primavera 2019; ndt] sono anche presumibilmente promotrici del “Movimento di resistenza alla capitolazione” diretto da OUN-B e portato avanti da “Azov”.
Così, un rappresentante di punta del Atlantic Council, quale l’ambasciatore in Ucraina sotto George W. Bush e oratore fisso alle conferenze CUSUR, John Herbst, ha detto che nel 2020, a Kiev, davanti ai sostenitori del “Movimento di Resistenza”, Zelenskij aveva una scelta: piegarsi ai dettami del Cremlino, oppure perseguire una politica che gli assicurasse il sostegno occidentale.
La decisione per la seconda variante era inevitabile.
In che misura l’ideologia guerrafondaia di tali propagandisti della NATO si lega alla visione fascista del mondo di OUN?
Quando parlano della Russia, determinati circoli occidentali risuonano da tempo come banderisti. Questo vale, ad esempio, per le affermazioni secondo cui non ci siano nazisti in Ucraina, che la NATO non sia imperialista, mentre al contrario la Russia sarebbe la nuova Germania nazista, una “prigione dei popoli” che deve essere frantumata in piccoli stati, altrimenti non ci sarà mai pace.
Così, anche per la narrativa della guerra contro la Russia, che sarebbe un conflitto antimperialista e non dovrebbe esserci alcun compromesso, perché il Cremlino è la fonte dei peggiori mali nel mondo.
Stiamo assistendo, soprattutto negli Stati Uniti, a una nuova ondata di isteria anticomunista spinta dalla lobby-Bandera. Hanno anche condotto ricerche su “Victims of Communism Foundation”, lanciata nel 1993 sotto l’amministrazione Clinton, ora diretta principalmente contro Cina e Cuba e che dal 2022 ha anche un proprio museo. Che tipo di progetto è “Victims of Communism”, VoC, chi sono i suoi iniziatori e precursori storici e qual è il suo principale obiettivo?
VoC è stata creata da un’oscura organizzazione di ultradestra chiamata “National Captive Nations Committee”, NCNC, in cui svolgono un ruolo importante banderisti e altri ex collaborazionisti nazisti, come ad esempio in “Captive Nations Movement” che, durante la guerra fredda, fece essenzialmente opera di lobby nei confronti dei sostenitori di una Terza guerra mondiale, allora contro l’Unione Sovietica.
Nel frattempo, VoC si è rivelata un’organizzazione influente che ora versa lacrime sulle “nazioni prigioniere” della Cina. Sebbene la lobby-Bandera sia tra i suoi iniziatori, VoC mostra molto meno interesse per l’Ucraina rispetto ai suoi predecessori.
Il suo obiettivo principale sembra essere quello di convincere gli americani che la Cina sia la Germania nazista del 21° secolo, per fabbricare il consenso alla Terza guerra mondiale.
Negli Stati Uniti è emersa anche una potente lobby-“Azov”. Delegazioni del movimento neonazista ucraino sono invitate da membri del Congresso e Senatori, anche ad Harvard e in altre Università d’élite. Ogni tipo di personalità famose, come il politologo Francis Fukuyama, li sostiene e si fa fotografare con loro. Lo stesso è per Rachel Denbar, vicedirettrice di Human Rights Watch Asia and Europa, nonostante gli “eroi di Azovstal” abbiano a che fare con i diritti umani, solo quando si tratta di violarli. “Azov” è salito alla ribalta tra il pubblico occidentale. Com’è stato possibile?
Una piccola cerchia di cosiddetti esperti sta diffondendo da anni in occidente la menzogna di una “spoliticizzazione” del reggimento “Azov”. Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, i loro miti sono stati elevati a vangelo.
I critici del neonazismo ucraino sono rimasti in gran parte in silenzio perché non volevano essere percepiti come coloro che forniscono alibi alla propaganda russa.
All’inizio, anch’io facevo parte di quest’ultima categoria, ma ho rotto il silenzio dopo aver visto come “Azov” potesse inviare senza problemi propri distaccamenti in USA e in altri paesi occidentali e stabilire stretti legami con la diaspora ucraina di cui prima non disponeva.
Si osserva uno sviluppo simile a quello della lobby-Bandera che, in parte con il sostegno dei governi occidentali, riscrive da anni la storia della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto.
I produttori di miti di Washington dichiarano probabilmente di poter spostare “Azov” in una direzione più positiva. In realtà, stanno solo facendo pubbliche relazioni per un potente movimento neonazista, per vincere la guerra dell’informazione contro la Russia.
Da cinque anni si sta facendo pubblicità a OUN e alla lobby-Bandera. Per un giovane ventisettenne americano, questo è un obiettivo di lavoro insolito e pesante, anche perché attualmente ci sono solo una manciata di storici in tutto il mondo che fanno ricerche critiche sul tema. Perché investite così tanto tempo e energie su questo argomento?
Nel 2014 ero rimasto molto turbato dal sostegno USA ai neonazisti ucraini. E ho iniziato a fare ricerche sulla storia nascosta di OUN durante la guerra fredda e questo si è presto rivelato estremamente interessante.
Ma solo nel 2019, quando ho scoperto di vivere nelle vicinanze del più vecchio monumento a Bandera del mondo, che si trova nello stato federale di New York, mi è diventato finalmente chiaro che OUN–B è ancora qui. Praticamente, in una notte sono passato da storico dilettante a giornalista dilettante. E a quel punto sapevo che non avrei potuto lasciar perdere finché non avessi scoperto le reti OUN-B.
Alla conferenza “Il complesso-Bandera”, organizzata da Die junge Welt e Melodie & Rhythmus per il 29 ottobre, lei presenterà per la prima volta i risultati della sua ricerca a un pubblico tedesco. Qual è la sua preoccupazione principale e qual è la cosa più importante che vuole trasmettere agli antifascisti?
Io intendo soprattutto affinare la consapevolezza che OUN-B rappresenta ancora una minaccia. Voglio portare alla luce la lobby-Bandera, perché non credo che possa sopravvivere alla luce del sole. Voglio chiarire che essa è un pezzo mancante del puzzle, senza il quale non possiamo farci un quadro completo del conflitto ucraino.
Forse, la mia ricerca potrà anche indurre le persone a pensare a cos’altro ancora non siano venute a sapere e aiutarle a rompere il silenzio e la propaganda dei media che abbelliscono il fascismo in Ucraina.
Fonte
30/09/2023
Smascherare le reti neofasciste ucraine
Il quotidiano tedesco Junge Welt e la rivista culturale Melodie & Rhythmus hanno organizzato a Berlino una conferenza “Fascismo ucraino – Storia, funzione, reti”.
La guerra in Ucraina può essere classificata correttamente solo da chi comprende il ruolo del fascismo ucraino nel passato e nel presente. Per questo motivo, il quotidiano Junge Welt e la rivista culturale Melodie & Rhythmus hanno chiamato una conferenza con esperti internazionali, anche statunitensi, per domenica 29 ottobre 2023 a Berlino presso la ND-Haus (Münzenbergsaal). La prevendita dei biglietti è già iniziata. L’evento potrà essere seguito anche attraverso un livestream in tedesco e inglese.
L’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), in particolare la sua ala Bandera, e i suoi eredi politici percepiscono l’aria storica del mattino. Sembra che abbiano fatto il loro tempo dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma sono di nuovo necessari nella guerra per procura della NATO contro la Russia. Come fanatici guerrieri d’élite e fustigatori della popolazione ucraina per la lotta fino all’ultima goccia di sangue e contro un’intesa pacifica con il vecchio e nuovo nemico mortale.
Per giustificare ideologicamente questa alleanza con i fascisti, vengono infranti i tabù della politica del passato.
Mentre gli storici di ultradestra a Kiev annunciano con orgoglio il completamento della “banderizzazione dell’Ucraina”, la propaganda della NATO lavora a pieno ritmo per nascondere i crimini e l’odiosa visione del mondo dell’OUN, di Azov e di altri, che si intreccia con il nazismo tedesco. Nella terra dei perpetratori, la linea di relativizzazione dell’Olocausto è stata superata da quando le élite funzionali dell’imperialismo tedesco e i revanscisti marroni sono di nuovo spinti dalla “voglia di Est”.
Secondo il Junge Welt e Melodie & Rithmus queste sono ragioni sufficienti per tracciare e ripercorrere la scia di sangue che l’OUN e i suoi alleati stanno tracciando nella storia e nel presente. Allo stesso modo, devono essere scoperte le reti dei fascisti e delle loro potenti lobby nei partiti, nei think tank, nei servizi di intelligence e nelle forze armate in Ucraina e nel mondo occidentale.
A questo scopo, le due testate giornalistiche hanno invitato ricercatori indipendenti. Tra questi l pubblicista Moss Robeson di New York, con una relazione dal titolo “Tridente, svastica, aquila”, dell’OUN come collaboratore dei nazisti nell’assassinio degli ebrei e nella guerra di sterminio, nonché delle origini storiche della Lobby Bandera negli Stati Uniti; un’altra conferenza si concentrerà sull’influenza dei banderisti sul conflitto ucraino che imperversa dal 2014.
C’è poi Russ Bellant, autore di Detroit il cui libro “Old Nazis, the New Right and the Republican Party” ha fatto scalpore con rivelazioni imbarazzanti durante la campagna presidenziale di George Bush nel 1988, farà luce sulle continuità storiche e ricorderà il ruolo dei Banderisti nella Guerra Fredda contro l’URSS.
Jürgen Lloyd della Fondazione Marx Engels analizzerà la funzione del fascismo per il capitale monopolistico nell’attuale guerra in Ucraina e il fallimento dell’antifascismo tedesco, basandosi sul lavoro teorico del politologo Reinhard Opitz.
In una tavola rotonda conclusiva, il caporedattore di Junge Welt, Stefan Huth, discuterà la questione “Fascisti ucraini e lobby Bandera: Agitatori per la Terza Guerra Mondiale?” insieme ad altri noti pubblicisti come Jörg Kronauer (German-Foreign-Policy, JW, tra gli altri) e parlerà anche del revisionismo storico associato, della sincronizzazione dei media e dell’opinione pubblica e di altri pericolosi effetti collaterali.
Per ulteriori informazioni (abstract, ritratti ecc.): vai qui.
Fonte
La guerra in Ucraina può essere classificata correttamente solo da chi comprende il ruolo del fascismo ucraino nel passato e nel presente. Per questo motivo, il quotidiano Junge Welt e la rivista culturale Melodie & Rhythmus hanno chiamato una conferenza con esperti internazionali, anche statunitensi, per domenica 29 ottobre 2023 a Berlino presso la ND-Haus (Münzenbergsaal). La prevendita dei biglietti è già iniziata. L’evento potrà essere seguito anche attraverso un livestream in tedesco e inglese.
L’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), in particolare la sua ala Bandera, e i suoi eredi politici percepiscono l’aria storica del mattino. Sembra che abbiano fatto il loro tempo dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma sono di nuovo necessari nella guerra per procura della NATO contro la Russia. Come fanatici guerrieri d’élite e fustigatori della popolazione ucraina per la lotta fino all’ultima goccia di sangue e contro un’intesa pacifica con il vecchio e nuovo nemico mortale.
Per giustificare ideologicamente questa alleanza con i fascisti, vengono infranti i tabù della politica del passato.
Mentre gli storici di ultradestra a Kiev annunciano con orgoglio il completamento della “banderizzazione dell’Ucraina”, la propaganda della NATO lavora a pieno ritmo per nascondere i crimini e l’odiosa visione del mondo dell’OUN, di Azov e di altri, che si intreccia con il nazismo tedesco. Nella terra dei perpetratori, la linea di relativizzazione dell’Olocausto è stata superata da quando le élite funzionali dell’imperialismo tedesco e i revanscisti marroni sono di nuovo spinti dalla “voglia di Est”.
Secondo il Junge Welt e Melodie & Rithmus queste sono ragioni sufficienti per tracciare e ripercorrere la scia di sangue che l’OUN e i suoi alleati stanno tracciando nella storia e nel presente. Allo stesso modo, devono essere scoperte le reti dei fascisti e delle loro potenti lobby nei partiti, nei think tank, nei servizi di intelligence e nelle forze armate in Ucraina e nel mondo occidentale.
A questo scopo, le due testate giornalistiche hanno invitato ricercatori indipendenti. Tra questi l pubblicista Moss Robeson di New York, con una relazione dal titolo “Tridente, svastica, aquila”, dell’OUN come collaboratore dei nazisti nell’assassinio degli ebrei e nella guerra di sterminio, nonché delle origini storiche della Lobby Bandera negli Stati Uniti; un’altra conferenza si concentrerà sull’influenza dei banderisti sul conflitto ucraino che imperversa dal 2014.
C’è poi Russ Bellant, autore di Detroit il cui libro “Old Nazis, the New Right and the Republican Party” ha fatto scalpore con rivelazioni imbarazzanti durante la campagna presidenziale di George Bush nel 1988, farà luce sulle continuità storiche e ricorderà il ruolo dei Banderisti nella Guerra Fredda contro l’URSS.
Jürgen Lloyd della Fondazione Marx Engels analizzerà la funzione del fascismo per il capitale monopolistico nell’attuale guerra in Ucraina e il fallimento dell’antifascismo tedesco, basandosi sul lavoro teorico del politologo Reinhard Opitz.
In una tavola rotonda conclusiva, il caporedattore di Junge Welt, Stefan Huth, discuterà la questione “Fascisti ucraini e lobby Bandera: Agitatori per la Terza Guerra Mondiale?” insieme ad altri noti pubblicisti come Jörg Kronauer (German-Foreign-Policy, JW, tra gli altri) e parlerà anche del revisionismo storico associato, della sincronizzazione dei media e dell’opinione pubblica e di altri pericolosi effetti collaterali.
Per ulteriori informazioni (abstract, ritratti ecc.): vai qui.
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29/09/2023
Gli “onori” ai nazisti. In Ucraina e nel “mondo libero”
La questione del novantottenne veterano della 14° Waffen-Grenadier-Division der SS “Galicina”, Jaroslav Hunka, omaggiato il 22 settembre dal parlamento canadese quale combattente «contro la Russia per l’indipendenza dell’Ucraina», ha ovviamente risvolti politico-ideologici internazionali che, però, riguardano lo sdoganamento del fascismo nei singoli paesi, anche singolarmente presi.
Perché quella che sta sempre più diventando una “normalità” istituzionale nei diversi consessi europei e mondiali e che vede fascisti, neo-fascisti, liberal-nazisti investiti di “legittimità democratica” e “pari dignità”, come qualsiasi altra forza “politica”, poi, a livello di singoli paesi, si concretizza in formazioni neo-fasciste o “post”-fasciste cui si attribuiscono poteri governativi.
Se a Bruxelles, ormai da almeno due decenni, si adottano “risoluzioni” che equiparano Unione Sovietica socialista e Germania hitleriana e addossano alla prima le maggiori responsabilità nei “crimini più efferati” commessi nella storia mondiale, riducendo la nascita e gli stermini seminati dalla seconda quasi a “naturale reazione” alla semplice esistenza della prima, poi, però, a livelli nazionali, si scende direttamente ai passi concreti nella direzione indicata da quelle “risoluzioni”.
Così, per una Ucraina che almeno dal 1955 torna a dare libero accesso ai veterani delle formazioni banderiste complici dei nazisti e poi, dagli anni ’70, concede ampi spazi alle tendenze del nazionalismo più reazionario, fino ad arrivare alla “indipendenza” del 1991, che apre la strada ai gruppi criminali che costituiranno il braccio armato del golpe nazista del 2014, vediamo altre situazioni in cui ogni accenno al passato sovietico comporta bandi, ammende e arresti.
Altre in cui, col pretesto di “proibire le ideologie totalitarie”, si arresta chiunque si azzardi a mostrare “simboli comunisti” e, al colmo, anche chi “ostenti in pubblico” il colore rosso.
Se in alcuni paesi del Vecchio Continente – in certi casi di fatto, in altri “di diritto” – sono proibiti i partiti che abbiano nel nome l’aggettivo “comunista”, in molti altri la strada da tempo intrapresa è quella della messa al bando della “ideologia comunista” e, neo-fascisti o meno al governo, la direzione è quella di arrivare a proibire ogni formazione politica che, indipendentemente dal nome, si ponga quale obiettivo il raggiungimento di un diverso ordinamento sociale.
Gli omaggi resi a fascisti e nazisti, veterani o meno, vanno nella direzione di una voluta e mirata assuefazione della società, perseguita per ogni dove e con ogni mezzo di persuasione, a una “normalità” che elevi il fascismo a “corrente naturale dell’agone politico”, mentre scomunica quale repellente escrescenza sociale e “crimine assoluto” il solo pensiero alternativo in direzione del socialismo.
Il perenne voto contrario di Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna (va da sé: dell’Ucraina nazigolpista in cui, per dire, nel 2017 l’Istituto per la memoria nazionale dichiarava leciti i simboli della Divisione SS “Galicina”) e spesso anche dei paesi UE, a qualsiasi risoluzione ONU contro la eroicizzazione del nazismo, sono perfettamente in linea con quell’obiettivo di abituare le coscienze alla “normalità” quotidiana del fascismo.
Dopo di che il ricorso alle squadracce (come avviene nei confronti dei picchetti di lavoratori in sciopero) diventa una questione di “naturale” e dovuta reazione contro chi osi “attentare” all’ordine consuetudinario.
Nel caso specifico di Jaroslav Hunka è risultata una novità solo per qualcuno che in Canada sia presente una forte comunità ucraina (e anche russa, che aveva varcato l’Oceano sin dall’epoca zarista, in molti casi per sottrarsi a persecuzioni religiose) e, all’interno di questa, di una buona percentuale di ex appartenenti a OUN-UPA, arresisi nel 1945 a inglesi e americani e da questi non consegnati alle autorità sovietiche.
A essi, sono dedicati vari monumenti commemorativi: proprio come è avvenuto e avviene in alcune regioni dell’Ucraina “indipendente”, da cui ottant’anni fa proveniva il grosso dei volontari filo-nazisti.
Fu proprio a partire dalle squadracce banderiste che gli hitleriani diedero vita, all’inizio, ad alcuni battaglioni di “polizia ausiliaria” (ad esempio: “Nachtigall” e “Roland”, poi sciolti dagli stessi nazisti per le razzie, gli intrighi, la corruzione dei loro comandanti) e, successivamente, alla Divisione SS “Galicina”, poi utilizzata nelle operazioni contro i civili in Polonia, Francia, Jugoslavia e, naturalmente, nella stessa Ucraina, incendiando interi villaggi e trucidandone la popolazione, dopo che al fronte non avevano dato prova di grande “eroismo”.
La “Galicina” fu praticamente annientata nel luglio 1944 nella sacca di Brody, nella regione di L’vov, dai reparti del 1° Fronte ucraino sovietico.
In Canada, dunque, si è reso omaggio attraverso Hunka a tutte quelle migliaia di ex banderisti e scagnozzi dei nazisti che avevano dato manforte agli hitleriani; non tanto nelle battaglie contro l’Esercito Rosso, quanto nelle repressioni e nelle stragi contro civili e partigiani.
Al Canada è toccato tale “onore”. D’altronde, quello di Hunka non è che il caso più recente, in un paese in cui la vice primo ministro, Chrystia Freeland, ha più volte reso omaggio al nonno, Mikhajlo Khomjak, un “eroe” che combattè «per il ritorno dell’Ucraina alla libertà e alla democrazia», così come oggi nazionalisti e neo-nazisti di Kiev “lottano per l’indipendenza” da Mosca.
A suo tempo, Khomjak era stato direttore di Notizie di Cracovia, giornale che plaudeva al regime nazista e all’Olocausto. Fuggito in Austria e poi consegnatosi agli americani in Baviera nel 1945, nel 1948 emigrò in Canada, dove la nipote Chrystia, in anni a noi vicinissimi, prima di accedere ai vertici istituzionali, si è distinta in reportage dall’Ucraina a fianco di Victoria Nuland.
Al Canada, al suo parlamento, è toccato un simile “onore”: lo si è fatto, al parlamento canadese, in nome della “libertà dell’Ucraina”.
Formalmente, essendo presente a Ottawa il nazigolpista-capo, in questua di nuovi aiuti militari; di fatto, perché la guerra all’Unione Sovietica era stata, sin dalla fondazione della NATO, il fine dichiarato dell’Alleanza atlantica, passata quindi ‘fluidamente’ nella lotta alla Russia.
E, come si diceva, ogni singolo paese accede poi alla proprie “particolarità” nazionali. Come, per citarne uno, è il caso della Germania, riportato in questo servizio di Die Junge Welt.
Perché quella che sta sempre più diventando una “normalità” istituzionale nei diversi consessi europei e mondiali e che vede fascisti, neo-fascisti, liberal-nazisti investiti di “legittimità democratica” e “pari dignità”, come qualsiasi altra forza “politica”, poi, a livello di singoli paesi, si concretizza in formazioni neo-fasciste o “post”-fasciste cui si attribuiscono poteri governativi.
Se a Bruxelles, ormai da almeno due decenni, si adottano “risoluzioni” che equiparano Unione Sovietica socialista e Germania hitleriana e addossano alla prima le maggiori responsabilità nei “crimini più efferati” commessi nella storia mondiale, riducendo la nascita e gli stermini seminati dalla seconda quasi a “naturale reazione” alla semplice esistenza della prima, poi, però, a livelli nazionali, si scende direttamente ai passi concreti nella direzione indicata da quelle “risoluzioni”.
Così, per una Ucraina che almeno dal 1955 torna a dare libero accesso ai veterani delle formazioni banderiste complici dei nazisti e poi, dagli anni ’70, concede ampi spazi alle tendenze del nazionalismo più reazionario, fino ad arrivare alla “indipendenza” del 1991, che apre la strada ai gruppi criminali che costituiranno il braccio armato del golpe nazista del 2014, vediamo altre situazioni in cui ogni accenno al passato sovietico comporta bandi, ammende e arresti.
Altre in cui, col pretesto di “proibire le ideologie totalitarie”, si arresta chiunque si azzardi a mostrare “simboli comunisti” e, al colmo, anche chi “ostenti in pubblico” il colore rosso.
Se in alcuni paesi del Vecchio Continente – in certi casi di fatto, in altri “di diritto” – sono proibiti i partiti che abbiano nel nome l’aggettivo “comunista”, in molti altri la strada da tempo intrapresa è quella della messa al bando della “ideologia comunista” e, neo-fascisti o meno al governo, la direzione è quella di arrivare a proibire ogni formazione politica che, indipendentemente dal nome, si ponga quale obiettivo il raggiungimento di un diverso ordinamento sociale.
Gli omaggi resi a fascisti e nazisti, veterani o meno, vanno nella direzione di una voluta e mirata assuefazione della società, perseguita per ogni dove e con ogni mezzo di persuasione, a una “normalità” che elevi il fascismo a “corrente naturale dell’agone politico”, mentre scomunica quale repellente escrescenza sociale e “crimine assoluto” il solo pensiero alternativo in direzione del socialismo.
Il perenne voto contrario di Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna (va da sé: dell’Ucraina nazigolpista in cui, per dire, nel 2017 l’Istituto per la memoria nazionale dichiarava leciti i simboli della Divisione SS “Galicina”) e spesso anche dei paesi UE, a qualsiasi risoluzione ONU contro la eroicizzazione del nazismo, sono perfettamente in linea con quell’obiettivo di abituare le coscienze alla “normalità” quotidiana del fascismo.
Dopo di che il ricorso alle squadracce (come avviene nei confronti dei picchetti di lavoratori in sciopero) diventa una questione di “naturale” e dovuta reazione contro chi osi “attentare” all’ordine consuetudinario.
Nel caso specifico di Jaroslav Hunka è risultata una novità solo per qualcuno che in Canada sia presente una forte comunità ucraina (e anche russa, che aveva varcato l’Oceano sin dall’epoca zarista, in molti casi per sottrarsi a persecuzioni religiose) e, all’interno di questa, di una buona percentuale di ex appartenenti a OUN-UPA, arresisi nel 1945 a inglesi e americani e da questi non consegnati alle autorità sovietiche.
A essi, sono dedicati vari monumenti commemorativi: proprio come è avvenuto e avviene in alcune regioni dell’Ucraina “indipendente”, da cui ottant’anni fa proveniva il grosso dei volontari filo-nazisti.
Fu proprio a partire dalle squadracce banderiste che gli hitleriani diedero vita, all’inizio, ad alcuni battaglioni di “polizia ausiliaria” (ad esempio: “Nachtigall” e “Roland”, poi sciolti dagli stessi nazisti per le razzie, gli intrighi, la corruzione dei loro comandanti) e, successivamente, alla Divisione SS “Galicina”, poi utilizzata nelle operazioni contro i civili in Polonia, Francia, Jugoslavia e, naturalmente, nella stessa Ucraina, incendiando interi villaggi e trucidandone la popolazione, dopo che al fronte non avevano dato prova di grande “eroismo”.
La “Galicina” fu praticamente annientata nel luglio 1944 nella sacca di Brody, nella regione di L’vov, dai reparti del 1° Fronte ucraino sovietico.
In Canada, dunque, si è reso omaggio attraverso Hunka a tutte quelle migliaia di ex banderisti e scagnozzi dei nazisti che avevano dato manforte agli hitleriani; non tanto nelle battaglie contro l’Esercito Rosso, quanto nelle repressioni e nelle stragi contro civili e partigiani.
Al Canada è toccato tale “onore”. D’altronde, quello di Hunka non è che il caso più recente, in un paese in cui la vice primo ministro, Chrystia Freeland, ha più volte reso omaggio al nonno, Mikhajlo Khomjak, un “eroe” che combattè «per il ritorno dell’Ucraina alla libertà e alla democrazia», così come oggi nazionalisti e neo-nazisti di Kiev “lottano per l’indipendenza” da Mosca.
A suo tempo, Khomjak era stato direttore di Notizie di Cracovia, giornale che plaudeva al regime nazista e all’Olocausto. Fuggito in Austria e poi consegnatosi agli americani in Baviera nel 1945, nel 1948 emigrò in Canada, dove la nipote Chrystia, in anni a noi vicinissimi, prima di accedere ai vertici istituzionali, si è distinta in reportage dall’Ucraina a fianco di Victoria Nuland.
Al Canada, al suo parlamento, è toccato un simile “onore”: lo si è fatto, al parlamento canadese, in nome della “libertà dell’Ucraina”.
Formalmente, essendo presente a Ottawa il nazigolpista-capo, in questua di nuovi aiuti militari; di fatto, perché la guerra all’Unione Sovietica era stata, sin dalla fondazione della NATO, il fine dichiarato dell’Alleanza atlantica, passata quindi ‘fluidamente’ nella lotta alla Russia.
E, come si diceva, ogni singolo paese accede poi alla proprie “particolarità” nazionali. Come, per citarne uno, è il caso della Germania, riportato in questo servizio di Die Junge Welt.
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La fedina ripulita di Bandera
La fedina ripulita di Bandera
Susann Witt-Stahl – Die Junge Welt
Dove un tempo c’era un frammentario ricordo collettivo, si apre oggi, nel governo federale, un oscuro abisso. Che si tratti della sua posizione a proposito dell’ideologia dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), intrisa di nazismo, o delle distorsioni storiche dell'Istituto ucraino per la memoria nazionale del governo di Kiev, ha risposto con un bel nulla di fatto a una semplice interrogazione su “Manifestazioni estremiste di destra della politica storica ucraina“, posta dalla deputata del Bundestag Sevim Dagdelen e dal gruppo parlamentare Die Linke.
Quasi tutte le 25 interrogazioni, alcune delle quali basate su ricerche di Die Junge Welt, vengono liquidate dal Ministero degli esteri con la frase retorica «Il Governo federale non ne è a conoscenza al di là di quanto riportato dai media».
In via preliminare, il Governo federale dichiara espressamente di non adottare le «valutazioni giuridiche e le affermazioni fattuali» degli interroganti, che si riferiscono principalmente a OUN e banderismo, «in particolare per quanto riguarda la classificazione generalizzata di determinati gruppi (storici) o persone come estremisti di destra, antisemiti, antizigani o comunque razzisti» – una frase cui si fa riferimento ben sette volte nelle (non) risposte del governo.
In questo modo, il governo tedesco contraddice oggettivamente la storiografia accettata a livello mondiale sul fascismo ucraino e sulla sua collaborazione con la Germania hitleriana.
«L’OUN lottava non semplicemente per l’indipendenza dello Stato. Lottava per quella che definiva una “Ucraina per gli ucraini”, in cui gli ebrei e la maggior parte dei polacchi e dei russi sarebbero stati eliminati», scrive ad esempio lo storico statunitense-canadese John-Paul Himka, uno dei più rinomati esperti di storia dell’OUN e del suo ruolo, sia nella Shoah che nella guerra di sterminio contro l’Unione Sovietica.
«La fattiva negazione delle scoperte scientifiche, a opera della ricerca internazionale, sull’Olocausto per presunta ignoranza», fa il paio con episodi come «l’inqualificabile onore al SS Jaroslav Hunka quale “eroe ucraino”, tributatogli al parlamento del Canada, paese membro della NATO», ha commentato Sevim Dagdelen a Die Junge Welt a proposito del comportamento del governo tedesco.
La “Wiederschlechtmachung” [grosso modo: fare di nuovo del male], come il poeta Erich Fried aveva definito la restaurazione dell’imperialismo tedesco nella RFT post-nazista, a quanto sembra sta raggiungendo un nuovo inquietante culmine con la “Zeitenwende” (svolta epocale).
«È un super-GAU storico-politico [GAU: Größter Anzunehmender Unfall, ossia ‘Massimo disastro ipotizzabile’], il modo in cui la coalizione “Semaforo” sta rompendo il consenso esistente dal 1945», afferma Dagdelen.
Il fatto che il governo tedesco non abbia accolto nemmeno una volta la dichiarazione contenuta nell’interrogazione della frazione della Linke sulla progressiva riabilitazione di Stepan Bandera e di altri fascisti ucraini – «non si può accettare in alcun modo una visione positiva di organizzazioni e personalità storiche che sono state complici dell’Olocausto e dei crimini nazisti» – è alla base di questa accusa.
Lo stesso vale per il fatto disgustoso che il ministero diretto da Annalena Baerbock abbia ricevuto qualche mese fa i rappresentanti del movimento “Azov”, che si rifà alla tradizione dell’OUN.
Dagdelen avverte delle conseguenze pericolose: «Chiunque cerchi, come fa il Ministero degli esteri guidato dai Verdi, di candeggiare i collaborazionisti nazisti dell’Ucraina per mero riflesso antirusso, ha davvero perso ogni bussola politica e stende il tappeto rosso agli estremisti di destra».
Fonte
02/01/2023
Ucraina - Il parlamento celebra il nazista Bandera
Il regime ucraino, braccio armato della Nato, intrattiene un rapporto piuttosto “fantasy” con la democrazia…
Nel corso di una nota trasmissione televisiva, Oleksii Mykolaiovych Arestovych se n’è uscito con queste stupefacente dichiarazione: “Se tutti noi consideriamo l’invasione russa come una guerra contro gli orchi, noi stiamo vivendo concretamente una trama descritta da Tolkien nel ‘Signore degli anelli’. Quindi, se proviamo a ragionare in modo razionale, la proclamazione di una monarchia in Ucraina è un passo più che logico”.
Arestovych non è però un saltinbanco qualsiasi, anche se sembra straparlare come in preda a sostanze tossiche tagliate male. È un ufficiale dei servizi segreti ucraini, di origine georgiana, tenente colonnello, blogger, attore, editorialista politico e militare. È stato relatore del Gruppo di contatto trilaterale sull’Ucraina. Attualmente lavora come consigliere per la sicurezza nazionale e la difesa del capo dell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina Andriy Yermak.
Arestovych è un organizzatore di seminari e formazioni psicologiche e di un fondo di beneficenza per il supporto psicologico ai militari. Dal 24 febbraio 2022, tiene briefing quotidiani sulla situazione dell’invasione russa dell’Ucraina, in qualità di consigliere del Capo dell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina.
Un uomo di vertice, insomma, che concorre alle decisioni teoricamente prese da Zelenskij e che “istruisce” parte del personale militare.
Vabbeh, potrebbe dire qualcuno... Si tratta di un personaggio singolo, un po’ “estroso”, ma non è indicativo della democrazia di Kiev...
Sarà, però ieri – 1 gennaio – il parlamento ucraino (la Rada) ha commemorato il 114 anniversario della nascita di Stepan Bandera, capo dei collaborazionisti nazisti ucraini (responsabili dell’uccisione di migliaia di ebrei, polacchi, russi e ucraini nella Seconda Guerra Mondiale), poi fuggito con i suoi superiori in Germania, da dove – sotto la protezione della Nato – continuò per qualche tempo a guidare il terrorismo dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA). Fin quando non fu rintracciato dal KGB a Monaco di Baviera, nel 1959.
La notizia è stata divulgata da Eduard Dolinsky, direttore generale del Comitato ebraico ucraino: “Le pagine ufficiali FB e Twitter della Verhovna Rada [Parlamento] dell’Ucraina celebrano il 114° compleanno di Stepan Bandera“.
Qui da noi siamo invece tempestati di messaggi rassicuranti sul nazismo ucraino. Ricordiamo, fra tutti, Enrico Mentana, direttore del telegiornale de La7 e fondatore della testata Open, che spiegava come i membri del battaglione Azov – nazisti dichiarati e tatuati – non fossero più dei veri nazisti “perché inseriti nell’esercito regolare ucraino”.
Naturalmente Mentana è troppo intelligente per non sapere e capire che se dei nazisti vengono “regolarizzati”, senza mai abiurare al proprio “credo”, ma anzi rivendicandolo ad ogni occasione, è il regime politico che li accetta in quanto tali. Ossia quel regime politico considera il nazismo come parte integrante della propria identità.
Come ciò si concili con i “valori democratici” è un compito che lasciamo volentieri ai gazzettieri mainstream. Siamo certi che riusciranno a stupirci con voli pindarici degni del signor Arestovych
Fonte
Nel corso di una nota trasmissione televisiva, Oleksii Mykolaiovych Arestovych se n’è uscito con queste stupefacente dichiarazione: “Se tutti noi consideriamo l’invasione russa come una guerra contro gli orchi, noi stiamo vivendo concretamente una trama descritta da Tolkien nel ‘Signore degli anelli’. Quindi, se proviamo a ragionare in modo razionale, la proclamazione di una monarchia in Ucraina è un passo più che logico”.
Arestovych non è però un saltinbanco qualsiasi, anche se sembra straparlare come in preda a sostanze tossiche tagliate male. È un ufficiale dei servizi segreti ucraini, di origine georgiana, tenente colonnello, blogger, attore, editorialista politico e militare. È stato relatore del Gruppo di contatto trilaterale sull’Ucraina. Attualmente lavora come consigliere per la sicurezza nazionale e la difesa del capo dell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina Andriy Yermak.
Arestovych è un organizzatore di seminari e formazioni psicologiche e di un fondo di beneficenza per il supporto psicologico ai militari. Dal 24 febbraio 2022, tiene briefing quotidiani sulla situazione dell’invasione russa dell’Ucraina, in qualità di consigliere del Capo dell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina.
Un uomo di vertice, insomma, che concorre alle decisioni teoricamente prese da Zelenskij e che “istruisce” parte del personale militare.
Vabbeh, potrebbe dire qualcuno... Si tratta di un personaggio singolo, un po’ “estroso”, ma non è indicativo della democrazia di Kiev...
Sarà, però ieri – 1 gennaio – il parlamento ucraino (la Rada) ha commemorato il 114 anniversario della nascita di Stepan Bandera, capo dei collaborazionisti nazisti ucraini (responsabili dell’uccisione di migliaia di ebrei, polacchi, russi e ucraini nella Seconda Guerra Mondiale), poi fuggito con i suoi superiori in Germania, da dove – sotto la protezione della Nato – continuò per qualche tempo a guidare il terrorismo dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA). Fin quando non fu rintracciato dal KGB a Monaco di Baviera, nel 1959.
La notizia è stata divulgata da Eduard Dolinsky, direttore generale del Comitato ebraico ucraino: “Le pagine ufficiali FB e Twitter della Verhovna Rada [Parlamento] dell’Ucraina celebrano il 114° compleanno di Stepan Bandera“.
🇺🇦1 січня виповнюється 114 років від дня народження Степана Бандери (1909-1959).Cerimonie dello stesso genere, con la partecipazione di personalità politiche e religiose, si sono tenute in diverse città. Insomma, non si tratta di “qualche intemperanza estremistica”, ma di una “cultura” profondamente condivisa all’interno dell’attuale classe dirigente a Kiev.
Степан Бандера:
📌Коли між хлібом і свободою народ обирає хліб, він зрештою втрачає все, в тому числі і хліб. Якщо народ обирає свободу, він матиме хліб, вирощений ним самим і ніким не відібраний. pic.twitter.com/NxEmHa0SA7
— Верховна Рада України (@verkhovna_rada) January 1, 2023
Qui da noi siamo invece tempestati di messaggi rassicuranti sul nazismo ucraino. Ricordiamo, fra tutti, Enrico Mentana, direttore del telegiornale de La7 e fondatore della testata Open, che spiegava come i membri del battaglione Azov – nazisti dichiarati e tatuati – non fossero più dei veri nazisti “perché inseriti nell’esercito regolare ucraino”.
Naturalmente Mentana è troppo intelligente per non sapere e capire che se dei nazisti vengono “regolarizzati”, senza mai abiurare al proprio “credo”, ma anzi rivendicandolo ad ogni occasione, è il regime politico che li accetta in quanto tali. Ossia quel regime politico considera il nazismo come parte integrante della propria identità.
Come ciò si concili con i “valori democratici” è un compito che lasciamo volentieri ai gazzettieri mainstream. Siamo certi che riusciranno a stupirci con voli pindarici degni del signor Arestovych
Fonte
07/05/2022
La vergogna fascista del Corriere della Sera
Ieri il Corriere della Sera ha superato un confine che già da tempo gli era precario, quello dell’antifascismo. Nella sua sempre più dissennata foga guerrafondaia e militarista, il giornale arriva ad esaltare i tagliagole del battaglione Azov.
E per fare ciò arriva a negare ciò che la storia e ogni documentazione provano; e che il revisionismo nazionalista ucraino e ora il giornale italiano negano.
Stepan Bandera, il padre cantato dai miliziani, era un delinquente nazista, collaborazionista di Hitler nello sterminio di ebrei, polacchi, russi, rom e naturalmente comunisti.
Ora per il primo giornale italiano anche il Mussolini ucraino diventa “controverso”, e i suoi crimini, elencati dal Centro Wiesenthal, diventano semplici accuse dei filo russi. Sono Fake News di guerra ed il Corriere le diffonde.
L’Ucraina sta subendo un’aggressione militare dalla Russia, ma riconoscere questo non significa dare legittimità al fascismo ucraino. Quando abbiamo condannato l’aggressione della Nato in Afghanistan non abbiamo per questo simpatizzato con i talebani. Perché invece il Corriere simpatizza coi nazisti?
C’è una sola spiegazione razionale in tutto questo: che si voglia che il nostro paese sia sempre più coinvolto e partecipe in questa guerra. E per questo bisogna che i nazifascisti di ieri e di oggi siano esaltati come combattenti per la libertà, assieme ai quali sembri giusto e glorioso combattere.
Questo è il veleno di questa sporca guerra che parte dall’Ucraina e arriva fino a noi: per farla fino in fondo bisogna dimenticare l’antifascismo.
Noi non lo dimentichiamo e per questo siamo contro la guerra e contro l’Italia ed i suoi giornali in guerra.
Antifascismo sempre.
Fonte
E per fare ciò arriva a negare ciò che la storia e ogni documentazione provano; e che il revisionismo nazionalista ucraino e ora il giornale italiano negano.
Stepan Bandera, il padre cantato dai miliziani, era un delinquente nazista, collaborazionista di Hitler nello sterminio di ebrei, polacchi, russi, rom e naturalmente comunisti.
Ora per il primo giornale italiano anche il Mussolini ucraino diventa “controverso”, e i suoi crimini, elencati dal Centro Wiesenthal, diventano semplici accuse dei filo russi. Sono Fake News di guerra ed il Corriere le diffonde.
L’Ucraina sta subendo un’aggressione militare dalla Russia, ma riconoscere questo non significa dare legittimità al fascismo ucraino. Quando abbiamo condannato l’aggressione della Nato in Afghanistan non abbiamo per questo simpatizzato con i talebani. Perché invece il Corriere simpatizza coi nazisti?
C’è una sola spiegazione razionale in tutto questo: che si voglia che il nostro paese sia sempre più coinvolto e partecipe in questa guerra. E per questo bisogna che i nazifascisti di ieri e di oggi siano esaltati come combattenti per la libertà, assieme ai quali sembri giusto e glorioso combattere.
Questo è il veleno di questa sporca guerra che parte dall’Ucraina e arriva fino a noi: per farla fino in fondo bisogna dimenticare l’antifascismo.
Noi non lo dimentichiamo e per questo siamo contro la guerra e contro l’Italia ed i suoi giornali in guerra.
Antifascismo sempre.
Fonte
30/04/2022
Ucraina: “persone normali trasformate in virus”
Già all’epoca dei fatidici anni ’90 – dopo il complotto della Belovežskaja Pušča e l’inizio (meglio sarebbe: l’aperta riproposizione) della “ucrainizzazione” dell’Ucraina, questa volta, però, in chiave non sovietica, bensì basata sul nazionalismo più reazionario – un caro amico moscovita era solito dire che non è pensabile costruire una identità nazionale a partire dall’odio per un’altra nazione, tantomeno per una nazione vicina.
Se questo era già così evidente trent’anni fa, oggi, otto anni dopo il golpe nazista del febbraio 2014 e dopo due mesi di guerra (pardon: di “resistenza”) che Kiev dice di combattere in nome della «nazione ucraina», ma in realtà facendosi strumento degli obiettivi euro-atlantici USA-UE-NATO – condotti, dalle formazioni naziste, all’insegna e coi metodi che furono di OUN-UPA negli anni ’40 e una buona metà degli anni ’50, sacrificando centinaia di propri connazionali per allestire le “stragi delle truppe russe” – oggi, si diceva, non solo è evidente, ma gli stessi nazionalisti ucraini non fanno nulla per nasconderlo.
Anzi, mentre obbediscono agli ordini e agli interessi d’oltreoceano, mettono in pratica le idee di uno dei primi rappresentanti del nazionalismo ucraino, quel Dmytro Dontsov che “teorizzava” guerra, violenza, razzismo, xenofobia, in particolare la russofobia.
Oggi, dunque, scrive ad esempio Platon Besedin sulla russa IARex, le forze russe hanno il dovere di battersi non con gli ucraini, non con le infrastrutture e nemmeno con il cosiddetto “Occidente collettivo” (su quest’ultimo punto, ci permettiamo qualche dubbio), bensì innanzitutto con «il demone del nuovo fascismo, contro il demonio della menzogna».
Con questo obiettivo, è importante chiedersi se sia mai esistita una diversa Ucraina, senza nazismo e odio per le persone. Secondo Besedin, l’Ucraina giusta è quella «intellettuale e creativa», rappresentata dai suoi scienziati, pensatori, luminari, che hanno dedicato la vita a “creare” e non a “lottare contro” qualcuno.
Ma un’Ucraina simile, indipendente, non rientrava nei disegni esterni: non a caso Zbigniew Brzezinski, nel suo La grande scacchiera, le assegnava il ruolo di cellula chiave nel gioco contro la Russia. E in quella cellula, in quella gabbia, afferma Besedin, i primi a pagare sono stati gli intellettuali, gettati in galera o eliminati, come Oles Buzina o Oleg Kalašnikov.
Oggi, il fascismo di tipo nuovo opera per cancellare dalle menti degli ucraini i crimini commessi, sia in passato, che più di recente: dai massacri a Babij Jar nel 1941 e Khatyn’ nel 1943, in Volinija, fino alla Casa dei sindacati a Odessa il 2 maggio 2014, alla strage di Mariupol del successivo 9 maggio.
Con tutte quelle stragi, conclude Besedin, in Ucraina si è cercato di rimuovere tutto quanto di creativo, di intellettuale contribuisse a creare un’Ucraina diversa dal ruolo di “pigmeo” assegnatole sulla scacchiera, distruggendo la razionalità e lasciando solo il lato selvaggio, primitivo, brutale del paese.
Non a caso, l’espressione più aperta di tanta brutalità è data dalle formazioni naziste ucraine che, a parere dello scrittore Aleksej Kočetkov, autore di Il sole nero dell’Ucraina, costituiscono degli “ordini pagani”, spietati nei confronti non solo dei nemici, ma anche del proprio popolo e dei propri seguaci.
Esemplare il caso del “battaglione Azov”, che in occidente era definito nazista fino a qualche anno fa, ma che oggi, quando c’è bisogno del suo “lavoro”, viene ri-qualificato come “di estrema destra”.
Prima del golpe del 2014, le diverse formazioni nazionaliste avevano cercato di dar vita a una “casa comune”, dando forma politica a Pravyj sektor, ma non fu trovato un accordo e, con l’attacco al Donbass, tutti i diversi conglomerati “politici” presero a creare propri battaglioni armati, sostenuti dalle strutture statali e dai vari oligarchi.
Nel caso di “Azov”, si trattava di difendere gli interessi, pubblici e privati, tanto dell’ex Ministro degli interni Arsen Avakov, che del miliardario Igor Kolomojskij.
Oggi, è lecito mettere un segno di uguaglianza tra le categorie di “ucrainismo” e di nazismo, nella sua versione ucraina, ereditata dalle concezioni di Dmytro Dontsov (nel 1923 scriveva «Siamo noi fascisti? Lo spirito politico e morale-psicologico che anima i nazionalisti ucraini è indiscutibilmente fascista») divenute, dopo il 2014, patrimonio di quasi tutti i partiti ucraini e volte a eliminare – dice Kočetkov – da quella “massa biologica” che è il moderno popolo ucraino, tutto ciò che sia legato a cultura e civiltà russe, dichiarate ostili alla natura stessa della “ucrainicità”.
Tutti gli adepti di tale “nuova religione”, sebbene costituiscano una minoranza, sono animati dalla lotta della razza bianca contro le manifestazioni aliene dell’oriente, le orde ostili e il loro dominio sul suolo ucraino, di cui la Russia, nella loro comprensione, «non è che l’incarnazione», mentre l’Ucraina sarebbe «l’avanguardia della civiltà occidentale nella lotta contro la barbarie orientale».
I russi, cioè, non sarebbero nemmeno slavi, ma asiatici, discendenti addirittura non dei mongoli, ma di tribù cannibali preistoriche. Queste “tesi” sono messe nero su bianco nella “Filosofia e ideologia della rivoluzione ucraina”, pubblicata da “Azov” in lingua russa.
Nella rappresentazione di una “Ucraina per gli ucraini”, che scaturisce direttamente dagli scritti di Dontsov, la grande “bio-massa” del popolo deve solo servire i bisogni dei “veri ucraini”, che occupano le due caste superiori della nazione: sacerdoti e combattenti.
La brutalità di “Azov” è legata al fatto che essi credono che la morale moderna, da distruggere, sia stata creata dai giudeo-cristiani per tenere sottomessi i veri ariani, incatenare i veri istinti di razza degli autentici dominatori.
In questa cornice, i riti occulti occupano un posto di rilievo, con rituali satanici e “Sole nero”, fiaccolate notturne, culto del sangue e persino sacrifici umani, senza risparmiare nemmeno propri adepti, se non corrispondono ai dogmi stabiliti.
Tutto questo, in Occidente, viene visto come arma perfetta contro la Russia: questa “ideologia” distrugge la società, la sconvolge dall’interno come una cellula cancerosa; «in Ucraina, in meno di dieci anni, persone normali si sono trasformate in “virus”».
Ma è impensabile che ciò sia vero per tutti gli ucraini. Dunque, si chiede il corrispondente di Komsomol’kaja pravda, Aleksandr Kots, dove sta il “secondo fronte” delle operazioni russe? Perché gli ucraini non costituiscono reparti partigiani per rovesciare la junta? Ci sono rimasti in Ucraina dei “pasionari” anti-benderisti e pro-russi che diano vita a organizzazioni clandestine per prendere il potere?
Nel 2014, nonostante la superiorità ucraina in artiglierie e carri armati, questa fu impotente di fronte ai minatori in armi. Oggi, di fronte a un esercito ben addestrato, forte di armi occidentali e dei servizi segreti NATO, armamenti che arrivano su piattaforme ferroviarie, carburante, interi convogli di carri armati: ecco, finché questi canali di rifornimento non saranno bloccati, «per ogni testa dell’idra tagliata, continueranno a spuntarne due nuove». E allora, perché Mosca non può organizzare e coordinare il lavoro di gruppi diversivi?
Oggi, però, l’Ucraina non è più la stessa di 8 anni fa, quando erano ancora possibili manifestazioni con bandiere russe a Odessa, meeting per il mondo russo a Khar’kov o discorsi a sostegno del Donbass a Zaporož’e.
In questi otto anni, scrive Kots, è stata approntata «una macchina del terrore così repressiva, che ha soffocato senza pietà qualsiasi dissenso. Uno degli articoli del CP più “popolari” è diventato quello per “tradimento” e “sostegno ai terroristi” e oggi quella macchina repressiva opera con forza triplicata».
Le persone scompaiono; vengono prelevate da casa dai reparti nazisti e non se ne conosce la sorte: non fanno eccezione i preti, se del patriarcato moscovita. Arrestati artisti, studiosi, semplici cittadini, con l’accusa di “sostegno al nemico” o “spionaggio”. Così che, ogni tentativo degli ucraini di organizzare una qualsiasi rete clandestina è stato finora sventato o dai servizi speciali, forti di attrezzature e programmi NATO, oppure da bande di neonazisti.
Anche nei territori liberati dalle forze russe, le persone cercano di non mostrare aperta simpatia per l’esercito russo, perché non credono che questo rimarrà per sempre, e allora si avrà a che fare con Servizi e nazisti.
Così, la guerra va avanti e le prospettive sono sempre più cupe.
Fonte
Se questo era già così evidente trent’anni fa, oggi, otto anni dopo il golpe nazista del febbraio 2014 e dopo due mesi di guerra (pardon: di “resistenza”) che Kiev dice di combattere in nome della «nazione ucraina», ma in realtà facendosi strumento degli obiettivi euro-atlantici USA-UE-NATO – condotti, dalle formazioni naziste, all’insegna e coi metodi che furono di OUN-UPA negli anni ’40 e una buona metà degli anni ’50, sacrificando centinaia di propri connazionali per allestire le “stragi delle truppe russe” – oggi, si diceva, non solo è evidente, ma gli stessi nazionalisti ucraini non fanno nulla per nasconderlo.
Anzi, mentre obbediscono agli ordini e agli interessi d’oltreoceano, mettono in pratica le idee di uno dei primi rappresentanti del nazionalismo ucraino, quel Dmytro Dontsov che “teorizzava” guerra, violenza, razzismo, xenofobia, in particolare la russofobia.
Oggi, dunque, scrive ad esempio Platon Besedin sulla russa IARex, le forze russe hanno il dovere di battersi non con gli ucraini, non con le infrastrutture e nemmeno con il cosiddetto “Occidente collettivo” (su quest’ultimo punto, ci permettiamo qualche dubbio), bensì innanzitutto con «il demone del nuovo fascismo, contro il demonio della menzogna».
Con questo obiettivo, è importante chiedersi se sia mai esistita una diversa Ucraina, senza nazismo e odio per le persone. Secondo Besedin, l’Ucraina giusta è quella «intellettuale e creativa», rappresentata dai suoi scienziati, pensatori, luminari, che hanno dedicato la vita a “creare” e non a “lottare contro” qualcuno.
Ma un’Ucraina simile, indipendente, non rientrava nei disegni esterni: non a caso Zbigniew Brzezinski, nel suo La grande scacchiera, le assegnava il ruolo di cellula chiave nel gioco contro la Russia. E in quella cellula, in quella gabbia, afferma Besedin, i primi a pagare sono stati gli intellettuali, gettati in galera o eliminati, come Oles Buzina o Oleg Kalašnikov.
Oggi, il fascismo di tipo nuovo opera per cancellare dalle menti degli ucraini i crimini commessi, sia in passato, che più di recente: dai massacri a Babij Jar nel 1941 e Khatyn’ nel 1943, in Volinija, fino alla Casa dei sindacati a Odessa il 2 maggio 2014, alla strage di Mariupol del successivo 9 maggio.
Con tutte quelle stragi, conclude Besedin, in Ucraina si è cercato di rimuovere tutto quanto di creativo, di intellettuale contribuisse a creare un’Ucraina diversa dal ruolo di “pigmeo” assegnatole sulla scacchiera, distruggendo la razionalità e lasciando solo il lato selvaggio, primitivo, brutale del paese.
Non a caso, l’espressione più aperta di tanta brutalità è data dalle formazioni naziste ucraine che, a parere dello scrittore Aleksej Kočetkov, autore di Il sole nero dell’Ucraina, costituiscono degli “ordini pagani”, spietati nei confronti non solo dei nemici, ma anche del proprio popolo e dei propri seguaci.
Esemplare il caso del “battaglione Azov”, che in occidente era definito nazista fino a qualche anno fa, ma che oggi, quando c’è bisogno del suo “lavoro”, viene ri-qualificato come “di estrema destra”.
Prima del golpe del 2014, le diverse formazioni nazionaliste avevano cercato di dar vita a una “casa comune”, dando forma politica a Pravyj sektor, ma non fu trovato un accordo e, con l’attacco al Donbass, tutti i diversi conglomerati “politici” presero a creare propri battaglioni armati, sostenuti dalle strutture statali e dai vari oligarchi.
Nel caso di “Azov”, si trattava di difendere gli interessi, pubblici e privati, tanto dell’ex Ministro degli interni Arsen Avakov, che del miliardario Igor Kolomojskij.
Oggi, è lecito mettere un segno di uguaglianza tra le categorie di “ucrainismo” e di nazismo, nella sua versione ucraina, ereditata dalle concezioni di Dmytro Dontsov (nel 1923 scriveva «Siamo noi fascisti? Lo spirito politico e morale-psicologico che anima i nazionalisti ucraini è indiscutibilmente fascista») divenute, dopo il 2014, patrimonio di quasi tutti i partiti ucraini e volte a eliminare – dice Kočetkov – da quella “massa biologica” che è il moderno popolo ucraino, tutto ciò che sia legato a cultura e civiltà russe, dichiarate ostili alla natura stessa della “ucrainicità”.
Tutti gli adepti di tale “nuova religione”, sebbene costituiscano una minoranza, sono animati dalla lotta della razza bianca contro le manifestazioni aliene dell’oriente, le orde ostili e il loro dominio sul suolo ucraino, di cui la Russia, nella loro comprensione, «non è che l’incarnazione», mentre l’Ucraina sarebbe «l’avanguardia della civiltà occidentale nella lotta contro la barbarie orientale».
I russi, cioè, non sarebbero nemmeno slavi, ma asiatici, discendenti addirittura non dei mongoli, ma di tribù cannibali preistoriche. Queste “tesi” sono messe nero su bianco nella “Filosofia e ideologia della rivoluzione ucraina”, pubblicata da “Azov” in lingua russa.
Nella rappresentazione di una “Ucraina per gli ucraini”, che scaturisce direttamente dagli scritti di Dontsov, la grande “bio-massa” del popolo deve solo servire i bisogni dei “veri ucraini”, che occupano le due caste superiori della nazione: sacerdoti e combattenti.
La brutalità di “Azov” è legata al fatto che essi credono che la morale moderna, da distruggere, sia stata creata dai giudeo-cristiani per tenere sottomessi i veri ariani, incatenare i veri istinti di razza degli autentici dominatori.
In questa cornice, i riti occulti occupano un posto di rilievo, con rituali satanici e “Sole nero”, fiaccolate notturne, culto del sangue e persino sacrifici umani, senza risparmiare nemmeno propri adepti, se non corrispondono ai dogmi stabiliti.
Tutto questo, in Occidente, viene visto come arma perfetta contro la Russia: questa “ideologia” distrugge la società, la sconvolge dall’interno come una cellula cancerosa; «in Ucraina, in meno di dieci anni, persone normali si sono trasformate in “virus”».
Ma è impensabile che ciò sia vero per tutti gli ucraini. Dunque, si chiede il corrispondente di Komsomol’kaja pravda, Aleksandr Kots, dove sta il “secondo fronte” delle operazioni russe? Perché gli ucraini non costituiscono reparti partigiani per rovesciare la junta? Ci sono rimasti in Ucraina dei “pasionari” anti-benderisti e pro-russi che diano vita a organizzazioni clandestine per prendere il potere?
Nel 2014, nonostante la superiorità ucraina in artiglierie e carri armati, questa fu impotente di fronte ai minatori in armi. Oggi, di fronte a un esercito ben addestrato, forte di armi occidentali e dei servizi segreti NATO, armamenti che arrivano su piattaforme ferroviarie, carburante, interi convogli di carri armati: ecco, finché questi canali di rifornimento non saranno bloccati, «per ogni testa dell’idra tagliata, continueranno a spuntarne due nuove». E allora, perché Mosca non può organizzare e coordinare il lavoro di gruppi diversivi?
Oggi, però, l’Ucraina non è più la stessa di 8 anni fa, quando erano ancora possibili manifestazioni con bandiere russe a Odessa, meeting per il mondo russo a Khar’kov o discorsi a sostegno del Donbass a Zaporož’e.
In questi otto anni, scrive Kots, è stata approntata «una macchina del terrore così repressiva, che ha soffocato senza pietà qualsiasi dissenso. Uno degli articoli del CP più “popolari” è diventato quello per “tradimento” e “sostegno ai terroristi” e oggi quella macchina repressiva opera con forza triplicata».
Le persone scompaiono; vengono prelevate da casa dai reparti nazisti e non se ne conosce la sorte: non fanno eccezione i preti, se del patriarcato moscovita. Arrestati artisti, studiosi, semplici cittadini, con l’accusa di “sostegno al nemico” o “spionaggio”. Così che, ogni tentativo degli ucraini di organizzare una qualsiasi rete clandestina è stato finora sventato o dai servizi speciali, forti di attrezzature e programmi NATO, oppure da bande di neonazisti.
Anche nei territori liberati dalle forze russe, le persone cercano di non mostrare aperta simpatia per l’esercito russo, perché non credono che questo rimarrà per sempre, e allora si avrà a che fare con Servizi e nazisti.
Così, la guerra va avanti e le prospettive sono sempre più cupe.
Fonte
08/05/2021
Storie dal Donbass
Si avvicina il 9 maggio: 76° anniversario della vittoria sovietica sul nazismo. In Donbass, però, continuano a piovere i colpi delle artiglierie ucraine, come ripetutosi in questi giorni a Sakhanka, nella DNR, colpita con mortai da 120 e 82 mm, lungo la direttrice di Mariupol; come a Logvinovo, Kalinovka, Smeloe, Donetskij, nella LNR. Colpi, ieri, anche sulla immediata periferia di Donetsk.
Intanto, in quella che la junta golpista definisce «la frontiera orientale della democrazia», Anthony Blinken si è incontrato a Kiev col Ministro degli esteri Dmitrij Kuleba, il Primo ministro Denis Šmygal’ e, alla fine, col Presidente Vladimir Zelenskij, tirando loro le orecchie soprattutto per la questione di “Naftogaz”, che Biden-Burisma considera proprio feudo.
In compenso, si sono contrattate forniture di armi per l’aggressione al Donbass, mentre sembra che la delegazione yankee abbia raffreddato un po’ gli ardori ucraini di pronta adesione alla NATO. A proposito dell’arrivo a Kiev del “revisore” d’oltreoceano che, forse gogolianamente, “non è un bugiardo per mestiere, ma lo è per natura e ispirazione“, il leader della DNR, Denis Pušilin ha affermato che esso non è di buon auspicio.
Così, il capo della delegazione ucraina al Gruppo di contatto, Leonid Kravčuk, vuol proporre di abbandonare il formato di Minsk, ritenendo «necessario cercare nuovi formati»: giro di parole con cui Kiev mira a includere nel “formato normanno” (Francia, Germania, Russia e Ucraina) anche USA, Gran Bretagna e Canada, come affermato più volte da Vladimir Zelenskij. Quel Zelenskij che, secondo Pušilin, non essendo in grado di controllare le azioni delle forze ucraine in Donbass e ignorando le iniziative di pace delle Repubbliche popolari, dimostra la propria «incapacità di risolvere pacificamente il conflitto» e rifiuta colloqui diretti con le Repubbliche popolari, nonostante i sondaggi indichino che vi sia favorevole il 53% degli ucraini.
Quel Zelenskij che si sente le spalle ben coperte, come dimostrato anche all’ONU, allorché il vice rappresentante russo, Dmitrij Poljanskij, nel corso di una riunione informale sulla situazione ucraina, presenti testimoni della strage del 2 maggio 2014 a Odessa, ha constatato come in «risposta ai racconti sinceri e circostanziati di testimoni oculari di quei terribili eventi... abbiamo udito il solito mantra occidentale sulle nostre azioni distruttive contro l’Ucraina».
In questa situazione, di sette anni di aggressione golpista, la giovanissima scrittrice di Lugansk, Faina Savenkova, che i lettori di Contropiano già conoscono, ci trasmette lo spirito del 9 Maggio: suo e di tutto il Donbass, attaccato dagli eredi di quei banderisti, a proposito dei quali la nonna di Faina si chiedeva come mai non fossero stati «finiti tutti nel quarantacinque?».
Una domanda la cui risposta sta in gran parte nei piani dei servizi segreti americani di attacco all’URSS, e anche, purtroppo, negli intrighi di potere khruščëviani dopo la morte di Stalin.
Intanto, in quella che la junta golpista definisce «la frontiera orientale della democrazia», Anthony Blinken si è incontrato a Kiev col Ministro degli esteri Dmitrij Kuleba, il Primo ministro Denis Šmygal’ e, alla fine, col Presidente Vladimir Zelenskij, tirando loro le orecchie soprattutto per la questione di “Naftogaz”, che Biden-Burisma considera proprio feudo.
In compenso, si sono contrattate forniture di armi per l’aggressione al Donbass, mentre sembra che la delegazione yankee abbia raffreddato un po’ gli ardori ucraini di pronta adesione alla NATO. A proposito dell’arrivo a Kiev del “revisore” d’oltreoceano che, forse gogolianamente, “non è un bugiardo per mestiere, ma lo è per natura e ispirazione“, il leader della DNR, Denis Pušilin ha affermato che esso non è di buon auspicio.
Così, il capo della delegazione ucraina al Gruppo di contatto, Leonid Kravčuk, vuol proporre di abbandonare il formato di Minsk, ritenendo «necessario cercare nuovi formati»: giro di parole con cui Kiev mira a includere nel “formato normanno” (Francia, Germania, Russia e Ucraina) anche USA, Gran Bretagna e Canada, come affermato più volte da Vladimir Zelenskij. Quel Zelenskij che, secondo Pušilin, non essendo in grado di controllare le azioni delle forze ucraine in Donbass e ignorando le iniziative di pace delle Repubbliche popolari, dimostra la propria «incapacità di risolvere pacificamente il conflitto» e rifiuta colloqui diretti con le Repubbliche popolari, nonostante i sondaggi indichino che vi sia favorevole il 53% degli ucraini.
Quel Zelenskij che si sente le spalle ben coperte, come dimostrato anche all’ONU, allorché il vice rappresentante russo, Dmitrij Poljanskij, nel corso di una riunione informale sulla situazione ucraina, presenti testimoni della strage del 2 maggio 2014 a Odessa, ha constatato come in «risposta ai racconti sinceri e circostanziati di testimoni oculari di quei terribili eventi... abbiamo udito il solito mantra occidentale sulle nostre azioni distruttive contro l’Ucraina».
In questa situazione, di sette anni di aggressione golpista, la giovanissima scrittrice di Lugansk, Faina Savenkova, che i lettori di Contropiano già conoscono, ci trasmette lo spirito del 9 Maggio: suo e di tutto il Donbass, attaccato dagli eredi di quei banderisti, a proposito dei quali la nonna di Faina si chiedeva come mai non fossero stati «finiti tutti nel quarantacinque?».
Una domanda la cui risposta sta in gran parte nei piani dei servizi segreti americani di attacco all’URSS, e anche, purtroppo, negli intrighi di potere khruščëviani dopo la morte di Stalin.
Sfogliando vecchi album di famiglia, fisso lo sguardo sulle figure impresse nelle fotografie ingiallite dal tempo.
Persone comuni; che non si distinguono in nulla. Addirittura, molti di coloro la cui vita è immortalata in quelle pellicole impassibili, non li conosco nemmeno. Come pure non so, per quale ragione fossero venuti a trovarsi, in quel momento fissato nell’immagine, accanto ai miei cari; quali strade li avessero portati a incontrarsi.
Destini diversi, quasi dimenticati e perduti da qualche parte nelle pagine della storia. Di una storia che essi hanno costruito insieme, a volte portandole in sacrificio non soltanto i propri nomi, ma anche le proprie vite.
La mia bisnonna era nata e aveva trascorso l’infanzia molto a occidente di Lugansk. Tre sorelle, cresciute troppo in fretta per la guerra. Bambini, rimasti orfani e costretti a sopravvivere in condizioni disumane: crudele prosaicità.
Sono già due anni che la bisnonna non è più con noi. Eppure, nell’ormai lontano 2014, mentre si guardava il notiziario sulla fiaccolata banderista a Kiev, lei disse soltanto «Perché non li finirono tutti nel quarantacinque?». Perché? Eppure, solo grazie alla nebbia, quelli che oggi vengono chiamati eroi, non arrivarono fino al villaggio in cui viveva la bisnonna. Proprio per questo, lei e le sue sorelle si salvarono. E io sono venuta al mondo.
Mi è difficile capire come sia potuto accadere che i sacrifici di molti testimoni della Grande guerra patriottica, per restituire la pace alla terra natale, e anche la loro stessa vita, siano svaniti e si siano perduti in appena pochi anni.
Davvero si riesce a rimanere impassibili, tenendo tra le mani le vecchie foto dei propri bisnonni? Davvero non sorge il desiderio di capire come essi potessero essere diventati tali, quali noi li ricordiamo: forti, amorosi, felici per le cose più semplici? Non è forse vero che, negando o riscrivendo il loro passato a nostro intendimento, noi tradiamo non soltanto i nostri cari, ma anche noi stessi?
Non trovo risposte a queste domande. Credo che pochi riescano a trovarle. Ma, quello che trovo, quello che ho, è la fede che gli errori di oggi verranno corretti, prima che sia troppo tardi. E allora, anche a Kiev si tornerà a onorare la memoria di coloro che liberarono la città, e non di quelli che uccisero i suoi abitanti.
Il filo che unisce le generazioni è nell’aspirazione alla pace e nel raggiungerla, per la felicità dei figli, e non nella brama di distruggere tutto. Credo che questa sia la cosa più importante da ricordare alla vigilia della festa della Vittoria. Senza dimenticarlo mai più.
(Premessa e traduzione di Fabrizio Poggi)
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