Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/09/2024

Netanyahu dichiara guerra al mondo

Netanyhau ha dichiarato guerra al mondo intero. Tranne alla parte che lo sostiene, foraggia, arma o semplicemente ne ha paura.

È persino difficile selezionare, tra le sue frasi, quelle più indicative di una febbre omicida senza più freni.

Ha infatti esordito affermando che i raid contro Hezbollah in Libano continueranno, così come la guerra a Gaza, “fino alla vittoria totale”. Un obiettivo buono per la propaganda, ma che ogni esperto di cose militari, di qualsiasi paese e qualsiasi regime politico, sa essere aria fritta. Perché ogni guerra ha senso se viene condotta con un obiettivo politico realistico, per quanto ambizioso o criminale possa essere.

Se invece la “vittoria totale” coincide con la distruzione – nell’ordine – di Hamas, Hezbollah, Iran, lo Yemen controllato dagli Houthi, in generale i musulmani sciiti (maggioranza anche in Iraq), con qualche allusione anche per tutti i musulmani (poco più di 2 miliardi, il 25% degli esseri umani), diventa chiaro che ci troviamo davanti a una follia comprensibile solo dentro una interpretazione suprematista di una religione decisamente minoritaria.

Ma il proclama iniziale era rivolto fondamentalmente ai suoi sponsor occidentali, a partire da Stati Uniti e Francia, che mercoledì – in quella stessa sede – avevano chiesto “un cessate il fuoco immediato di 21 giorni”. E se si parla così agli “amici”, figuriamoci cosa può essere riservato ai nemici e ai “neutrali”.

“Non intendevo venire qui quest’anno, il mio Paese è in guerra e sta combattendo per la sua vita”, ha poi detto davanti a una platea dimezzata perché molte delegazioni hanno deciso di uscire al momento del suo discorso. Chiara dimostrazione del fatto che per gran parte del mondo è Israele che sta praticando un genocidio a Gaza, un’aggressione militare contro un paese sovrano e contro molti dei paesi vicini, anche con operazioni apertamente terroristiche (come valutato anche dall’ex capo della Cia, Leon Panetta)

Ma a Netanyahu non interessa assolutamente nulla di cosa pensa il resto del Mondo, e ha minacciato tutti apertamente. In primo luogo rifiutando senza mezzi termini qualsiasi risoluzione Onu (come del resto Israele ha fatto fin dal 1947): “Israele non permetterà ad alcuna forza al mondo di minacciare il suo futuro. Ed ecco il mio messaggio a tutti i paesi qui rappresentati: qualunque risoluzione adottiate, qualunque decisione venga presa nelle vostre capitali, Israele farà tutto ciò che deve fare per difendere il nostro stato e per difendere la nostra gente. I giorni in cui il popolo ebraico rimane passivo di fronte a nemici genocidi sono finiti per sempre”.

En passant, è necessario far notare che il “popolo ebraico” (circa 13 milioni, nel mondo) non coincide affatto con gli “abitanti di Israele di fede ebraica” (circa 6 milioni e mezzo). Ma è il gioco tipico dei sionisti più estremisti, quello di far passare la parte per il tutto...

“Le Nazioni Unite – ha detto – dovrebbero finalmente liberarsi dell’ossessivo dare addosso a Israele. In quattro anni di orribili massacri in Siria, hanno perso la vita più di 250mila persone: sono dieci volte di più del totale di israeliani e palestinesi che hanno perso la vita in un secolo di conflitto tra di noi. Eppure l’anno scorso questa Assemblea ha approvato 20 risoluzioni contro Israele e una sola sulla carneficina in Siria. Contatele: venti! A proposito di sproporzione”.

Anche un asino sa che
a) i morti palestinesi in 77 anni sono infinitamente di più (41.000 solo a Gaza, nell’ultimo anno),
b) che Israele non ha mai rispettato una sola risoluzione dell’Onu e, nonostante questo, non è mai stata sottoposta a sanzioni internazionali grazie alla copertura dei paesi occidentali con diritto di veto (Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna).

La minaccia e l’odio per il resto del mondo sono diventati poi espliciti quando ha apostrofato tutta l’assemblea dell’Onu (ovvero le rappresentanze di tutti i paesi) con un “Siete una palude antisemita”, come già fatto con la Corte Internazionale di Giustizia che ha emesso un mandato di cattura nei suoi confronti. E dalla definizione insultante alla minaccia bellica il passo è spesso breve...

Ma il nemico immediato per “Bibi” è ancora e sempre l’Iran: “Settant’anni dopo l’assassinio di sei milioni di ebrei, i governanti iraniani promettono di distruggere il mio paese, di assassinare la mia gente. E la risposta di questo organismo, la risposta della quasi totalità dei governi qui rappresentati è stata uno zero assoluto, un totale silenzio. Un silenzio assordante”.

E del resto è altrettanto esplicita la strategia della provocazione perseguita da anni dal suo governo, che ha assassinato con operazioni del Mossad diversi scienziati iraniani, arrivando addirittura a bombardare il consolato iraniano (coperto da immunità diplomatica, come tutte le altre nel mondo) di Damasco. Che per il diritto internazionale esistente equivale ad un’aperta dichiarazione di guerra. La tecnica retorica del fanatico sionista è esattamente la stessa applicata anche sul piano militare: rovesciare continuamente la verità per “giustificare” la menzogna (quando parla) o il genocidio (quando spara).

Una tecnica che ha toccato vertici di ridicolo e di criminalità quando ha accennato alla sua visione del “problema palestinese”. “Il processo di pace è iniziato più di due decenni fa, ma nonostante gli sforzi di sei primi ministri israeliani, Rabin, Peres, Barak, Sharon, Olmert e il sottoscritto, i palestinesi continuano a rifiutarsi di arrivare a una pace finale con Israele e porre fine al conflitto. Avete sentito l’intransigente rifiuto dei palestinesi ripetuto ancora una volta proprio qui, ieri, dal presidente Abu Mazen. Come può Israele fare la pace con un partner palestinese che si rifiuta persino di sedersi al tavolo dei negoziati?”

Non ci sono parole in grado di descrivere tanta sfrontatezza da parte di un governante che ogni giorno ripete che “uno stato palestinese non verrà mai accettato”, alla guida peraltro di uno Stato che da 77 anni è impegnato nella “pulizia etnica” dei palestinesi perché abbandonino del tutto quelle che sono da sempre le loro case e le loro terre.

Di fatto, i palestinesi di qualsiasi organizzazione, possono al massimo dire di non voler riconoscere Israele, mentre Tel Aviv non si limita a dire che non li riconosce, ma li sfratta armi in pugno dai territori che in teoria – secondo l’obiettivo dei “due Stati” – dovrebbero in un futuro indefinibile ospitare lo Stato di Palestina.

Un bugiardo matricolato ormai col fiato corto rispetto alla realtà del mondo che cambia. Ad un certo punto ha sventolato le sue ormai famose slide che dovrebbe risultare persuasive, contrapponendo una della “maledizione” e l’altra della “benedizione”, spiegando che “la domanda davanti a noi è quale delle due disegnerà il futuro: il futuro dove Teheran e suoi alleati diffonderanno il caos e la distruzione o quella in cui Israele e gli altri paesi vivranno in pace?”.

Purtroppo per lui quella della “benedizione” conferisce un ruolo (per lui) positivo all’Arabia Saudita, la cui delegazione è tra quelle uscite al momento del suo ingresso nella sala. Forse confida ancora negli “accordi di Abramo”, che non sono però mai diventati operativi ed anzi, alla luce del genocidio in corso e dell’attacco al Libano, difficilmente lo diventeranno.

Forse non si è ancora accorto che l’Arabia Saudita sunnita è già entrata nel gruppo dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), proprio insieme all’Iran sciita (storica divisione dei musulmani, risalente ad oltre mille anni fa). Ed altri, tra cui la Turchia (peraltro membro della Nato), hanno fatto analoga richiesta.

Vero è che i Brics sono una comunità economica e non un’alleanza militare, ma rappresentano ormai una concretissima alternativa alla subordinazione rispetto agli Usa e all’Occidente (di cui Israele rappresenta la “testa di ponte” in Medio Oriente).

Netanyahu dunque minaccia il mondo, ma il mondo ormai lo disprezza. E non c’è dubbio su quali interessi alla fine prevarranno: se l’ansia di dominio suprematista o la convivenza multilaterale nella pace. E le manifestazioni che intanto si svolgevano al di fuori del Palazzo di Vetro stanno lì a dimostrare che anche nel “ventre della bestia” imperiale quel paese è considerato da sempre più persone semplicemente come uno “stati canaglia” da cui bisogna guardarsi e che va isolato.

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02/01/2023

Ucraina - Il parlamento celebra il nazista Bandera

Il regime ucraino, braccio armato della Nato, intrattiene un rapporto piuttosto “fantasy” con la democrazia…

Nel corso di una nota trasmissione televisiva, Oleksii Mykolaiovych Arestovych se n’è uscito con queste stupefacente dichiarazione: “Se tutti noi consideriamo l’invasione russa come una guerra contro gli orchi, noi stiamo vivendo concretamente una trama descritta da Tolkien nel ‘Signore degli anelli’. Quindi, se proviamo a ragionare in modo razionale, la proclamazione di una monarchia in Ucraina è un passo più che logico”.

Arestovych non è però un saltinbanco qualsiasi, anche se sembra straparlare come in preda a sostanze tossiche tagliate male. È un ufficiale dei servizi segreti ucraini, di origine georgiana, tenente colonnello, blogger, attore, editorialista politico e militare. È stato relatore del Gruppo di contatto trilaterale sull’Ucraina. Attualmente lavora come consigliere per la sicurezza nazionale e la difesa del capo dell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina Andriy Yermak.
Arestovych è un organizzatore di seminari e formazioni psicologiche e di un fondo di beneficenza per il supporto psicologico ai militari. Dal 24 febbraio 2022, tiene briefing quotidiani sulla situazione dell’invasione russa dell’Ucraina, in qualità di consigliere del Capo dell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina.

Un uomo di vertice, insomma, che concorre alle decisioni teoricamente prese da Zelenskij e che “istruisce” parte del personale militare.

Vabbeh, potrebbe dire qualcuno... Si tratta di un personaggio singolo, un po’ “estroso”, ma non è indicativo della democrazia di Kiev...

Sarà, però ieri – 1 gennaio – il parlamento ucraino (la Rada) ha commemorato il 114 anniversario della nascita di Stepan Bandera, capo dei collaborazionisti nazisti ucraini (responsabili dell’uccisione di migliaia di ebrei, polacchi, russi e ucraini nella Seconda Guerra Mondiale), poi fuggito con i suoi superiori in Germania, da dove – sotto la protezione della Nato – continuò per qualche tempo a guidare il terrorismo dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA). Fin quando non fu rintracciato dal KGB a Monaco di Baviera, nel 1959.

La notizia è stata divulgata da Eduard Dolinsky, direttore generale del Comitato ebraico ucraino: “Le pagine ufficiali FB e Twitter della Verhovna Rada [Parlamento] dell’Ucraina celebrano il 114° compleanno di Stepan Bandera“.
🇺🇦1 січня виповнюється 114 років від дня народження Степана Бандери (1909-1959).

Степан Бандера:
📌Коли між хлібом і свободою народ обирає хліб, він зрештою втрачає все, в тому числі і хліб. Якщо народ обирає свободу, він матиме хліб, вирощений ним самим і ніким не відібраний. pic.twitter.com/NxEmHa0SA7

— Верховна Рада України (@verkhovna_rada) January 1, 2023
Cerimonie dello stesso genere, con la partecipazione di personalità politiche e religiose, si sono tenute in diverse città. Insomma, non si tratta di “qualche intemperanza estremistica”, ma di una “cultura” profondamente condivisa all’interno dell’attuale classe dirigente a Kiev.

Qui da noi siamo invece tempestati di messaggi rassicuranti sul nazismo ucraino. Ricordiamo, fra tutti, Enrico Mentana, direttore del telegiornale de La7 e fondatore della testata Open, che spiegava come i membri del battaglione Azov – nazisti dichiarati e tatuati – non fossero più dei veri nazisti “perché inseriti nell’esercito regolare ucraino”.

Naturalmente Mentana è troppo intelligente per non sapere e capire che se dei nazisti vengono “regolarizzati”, senza mai abiurare al proprio “credo”, ma anzi rivendicandolo ad ogni occasione, è il regime politico che li accetta in quanto tali. Ossia quel regime politico considera il nazismo come parte integrante della propria identità.

Come ciò si concili con i “valori democratici” è un compito che lasciamo volentieri ai gazzettieri mainstream. Siamo certi che riusciranno a stupirci con voli pindarici degni del signor Arestovych

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26/08/2022

Guerra in Ucraina - Il Papa sotto il tiro dei deliri di onnipotenza del governo ucraino

Eravamo stati facili profeti pochi mesi fa segnalando i pericolosi deliri di onnipotenza del governo ucraino. La conferma di questo serio problema che viene crescendo in Europa è rilevabile dall’ennesimo scontro diplomatico tra il governo di Kiev e la Santa Sede dopo le parole di Papa Francesco il quale, denunciando “la pazzia della guerra” e le sue vittime, aveva parlato anche di “quella povera ragazza volata in aria per una bomba che era sotto il sedile della macchina a Mosca”.

Il pontefice si riferiva a Daria Dugina, la figlia di Aleksandr Dugin, il filosofo ultranazionalista russo. Quelle parole non erano state gradite dal governo ucraino, il cui ambasciatore alla Santa Sede, Andrii Yurash, ha subito definito “deludente” il discorso del Pontefice.

Ma il governo di Kiev non si è limitato ad una nota diplomatica ed ha rincarato la dose convocando il nunzio apostolico in Ucraina, monsignor Visvaldas Kulbokas, per esprimere a voce “la speranza che in futuro la Santa Sede eviti dichiarazioni ingiuste che causano la delusione nella società ucraina”.

La convocazione del rappresentante diplomatico del Vaticano è stata annunciata dal ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, nell’incontro a Kiev con Di Maio. “Abbiamo studiato attentamente la dichiarazione completa di Papa Francesco” sulla morte di Dugina e “abbiamo deciso di convocare il nunzio apostolico al ministero degli Esteri per esprimere il disappunto dell’Ucraina su queste parole”, ha dichiarato Kuleba.

Poi la nota del ministero ha chiarito i toni del faccia a faccia tra la diplomazia ucraina e quella della Santa Sede. “La decisione di Papa Francesco di menzionare nel contesto della guerra russo-ucraina la morte di un cittadino russo sul territorio della Russia, con la quale l’Ucraina non ha nulla a che fare, provoca incomprensioni”, si legge nella nota diffusa dal governo di Kiev dopo l’incontro.

Al nunzio apostolico “è stato detto che l’Ucraina è profondamente delusa dalle parole del Pontefice, che equiparano ingiustamente l’aggressore e la vittima”.

“Il ministero degli Esteri dell’Ucraina – si legge ancora – ha invece richiamato l’attenzione del nunzio apostolico sul fatto che, dall’inizio dell’invasione su vasta scala della Federazione Russa in Ucraina, il Pontefice non ha mai prestato particolare attenzione alle vittime specifiche della guerra, tra cui 376 bambini ucraini morti per mano degli occupanti russi”. Inutile sperare che dalle parti di Kiev si rammentino anche le decine di bambini morti sotto i bombardamenti ucraini nelle città e nei villaggi delle Repubbliche del Donbass.

In realtà il discorso del Papa includeva un passaggio su tutte le giovanissime vittime della guerra: “Penso ai bambini, tanti morti, poi tanti rifugiati – qui in Italia ce ne sono tanti – tanti feriti, tanti bambini ucraini e bambini russi che sono diventati orfani e l’orfanità non ha nazionalità, hanno perso il papà o la mamma, siano russi siano ucraini”.

Parole ritenute inaccettabili dalle autorità di Kiev da mesi investite da un vero e proprio delirio di onnipotenza alimentato dai paesi europei e della Nato, tanto da non permettere il riconoscimento di momenti di dolore o compassione per tutte le morti, anche quelle nelle file dei nemici. Un atteggiamento che fino ad oggi abbiamo visto praticare solo da un altro paese: Israele. Una conferma che la complicità del tutto acritica del mondo occidentale con alcuni paesi non può che produrre mostri, in Medio Oriente ma anche nel cuore dell’Europa.

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02/05/2020

Una scuola senza governo

Mentre diventa sempre più evidente l’incapacità del governo Conte e delle amministrazioni regionali a fronteggiare l’emergenza sanitaria, soprattutto a causa della subordinazione alle pretese padronali, anche nella scuola la situazione peggiora.

Ciò che sta accadendo ha dei caratteri di straordinaria gravità. La ministra Azzolina è in conclamato stato confusionale e totalmente inadeguata alla situazione. Dopo avere dichiarato la gravità, per la scuola, delle conseguenze della pandemia, rinviando l’apertura degli istituti a settembre, ma forse anche oltre, ha emanato, in aperta contraddizione, una circolare sugli esami di maturità “in presenza” che ha causato molte proteste tra insegnanti e studenti che temono per la loro salute.

Inoltre, presa da sindrome di ipermeritocrazia, è intervenuta anche sul sistema di valutazione in modo da valorizzare – sostiene – il percorso “pregresso” degli studenti. Così mentre migliaia di studenti e insegnanti attendono indicazioni chiare sulla maturità, ricevono solo direttive su come ripartire i centesimi della valutazione finale.

È evidente che fare gli esami in presenza sarebbe auspicabile, ma non si capisce come si potrebbero creare le condizioni di sicurezza per commissioni di sette persone che dovrebbero restare nelle scuole per molte ore ogni giorno per almeno una settimana. Tutto ciò a partire dal 17 giugno, quando è certo che esisterà ancora il pericolo di contagio.

C’è da chiedersi, quindi, perché non si trovi per la maturità una soluzione analoga a quella ideata per le scuole medie, vale a dire una sorta di formalizzazione dell’esame.

Ancora peggio, la ministra ha indetto un concorso con prove d’esame per l’immissione in ruolo dei docenti precari, fantasticando su un’improbabile selezione da tenersi in luglio e agosto, con il conseguente vagare in giro per il paese di decine di migliaia di aspiranti.

Presa anche in questo caso da sindrome ipermeritocratica, la ministra pretende di svolgere prove con esami e voti – l’ennesimo quizzone per via informatica – e si oppone alla più ragionevole proposta di svolgere un concorso per titoli e servizio, avviando all’immissione in ruolo i docenti che hanno maturato tre anni di servizio.

Tutto questo in una situazione in cui è urgente l’assunzione immediata in ruolo di tali insegnanti, anche per fare fronte alle future limitazioni nel numero degli alunni per classe dovute all’epidemia, che dovrebbero essere attuate già dal primo settembre.

A questo proposito, il numero delle assunzioni stabilito dal Ministero è insufficiente, essendo inferiore alle 50.000 unità, quando si stima che potrebbe essere necessaria una quantità d’insegnanti quattro volte maggiore. L’alternativa che forse avanza nella testa della ministra Azzolina è probabilmente quella di aumentare l’orario di lavoro degli insegnanti, soluzione più economica, ma controproducente sul piano educativo.

Non si deve dimenticare che quando le scuole riapriranno, gli insegnanti saranno caricati di enormi responsabilità. Ciò perché si troveranno di fronte ad alunni toccati da decessi, invalidità, problemi economici, sociali e interpersonali delle famiglie e avranno quindi un compito delicato, certamente molto più impegnativo del “recupero” di qualche mancanza nella parte di programma non svolto quest’anno. Gli insegnanti dovranno occuparsi di una ri-socializzazione scolastica che contrasta con l’idea di un aggravio dell’orario del loro lavoro in classe.

Al fine di predisporre il rientro nelle scuole, la ministra ha nominato un Comitato di diciotto esperti. Scelta abbastanza singolare poiché al Ministero lavorano migliaia di persone che hanno il compito di ideare soluzioni per l’attività scolastica e di proporle all’autorità politica, ma ancor più per la sua composizione, dove spiccano esperti di formazione aziendale, di economia e altri provenienti da associazioni di scuole private.

E non è stata certo incoraggiante l’uscita del presidente del Comitato di esperti, Patrizio Bianchi, già assessore all’istruzione dell’Emilia che, intervistato da Radio Popolare di Milano, ha dimostrato di avere una certa difficoltà nel distinguere tra Consiglio di Facoltà, Consiglio d’Istituto e Collegio dei docenti.

Nel furore meritocratico che sembra tutto travolgere, si è inserito anche il noto INVALSI. Proprio nel momento in cui sembrava che l’emergenza avesse fatto giustizia dell’inutile e spesso stupido corredo di test dell’INVALSI, la presidente dell’Istituto, durante un’audizione parlamentare, ha annunciato che si stanno mettendo a punto delle prove “formative” che dovrebbero servire a orientare gli alunni delle scuole nelle loro scelte future.

Tali prove potrebbero essere proposte volontariamente da parte degli insegnanti. È legittimo chiedersi quale sia il senso di una tale proposta se non quello di dimostrare l’utilità (o l’ inutilità?) dell’INVALSI.

La scuola sta fronteggiando un’emergenza gravissima solo grazie allo spirito di sacrificio e alla professionalità degli insegnanti, che si sono adattati a modalità relazionali e didattiche inusitate, utilizzando le proprie attrezzature informatiche e inventandosi soluzioni per mantenere il contatto con i propri allievi. Tuttavia, sono molto affaticati dal carico di lavoro aumentato, svolto tra l’altro in condizioni emotivamente difficili. Quanti vorranno tormentarsi ulteriormente con i test INVALSI?

Ennesimo problema per il quale il Ministero mostra indifferenza è quello delle piattaforme su cui si sta svolgendo la didattica e distanza. Per questa attività sono stati stanziati 85.000.000 di euro, destinati soprattutto, a quanto sembra, a mettere dei computer o tablet a disposizione degli studenti che ne hanno necessità.

È però evidente che se la didattica a distanza dovrà, purtroppo, continuare, per alcuni periodi o per situazioni di recrudescenza della pandemia, anche nel prossimo anno scolastico, non si può continuare a usare piattaforme private scelte dalle singole scuole con criteri poco chiari. È quindi necessario pensare a una piattaforma pubblica a cui le scuole possano fare riferimento, evitando tra l’altro che dei privati possano, come accade attualmente, entrare in possesso di dati sensibili di minori, praticamente con la complicità delle istituzioni.

Tuttavia, sul sito del Ministero si trovano soltanto delle presentazioni e delle istruzioni d’uso di diverse piattaforme private, senza accenni critici al loro impiego né all’idea di avviare la costruzione di una pubblica.

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27/02/2020

Delirio coronavirus, dal presidente Schreber a Meluzzi

Finalmente sta venendo a galla tutta la verità sul Coronavirus.

Il Dott. Meluzzi, membro estero della Società Russa di Criminologia (Src), ha rivelato a Rete4 che, secondo fonti di intelligence russa e israeliana (FSB e Mossad), l’affezione ha 3 (TRE) stadi, e che noi consociamo solo i primi due, quelli, per così dire, blandi. Il terzo stadio ci viene tenuto nascosto.

In un video che circola sul gruppo WhatsApp dei legulei di Milano, un esperto di geopolitica e strategia militare, dice che a Wuhan c’è, da 6 anni, un laboratorio segreto di livello 4 (Quattro), dove opera l’OMS e dove l’Occidente ha potuto infiltrare agenti segreti; che negli Usa è stato registrato dal governo britannico, dalla commissione Europea, dall’OMS e da Bill Gates (quello di Windows), un coronavirus attenuato, ma altrettanto virulento, o forse di più, di quello naturale; che il Canada ha spedito a Wuhan, tramite operazione segreta, un pacco di virus letali; infine, che a Wuhan sono stati inviati 300 soldati americani per il Military World Games, e che, subito dopo la loro partenza, è scoppiato il pandemonio.

Stamattina, un mio vicino, frugando nelle tasche di una giacca che non indossava da anni, ha trovato una boccetta di amuchina, con la data di scadenza 3.10.2009. Un’etichetta rossa riporta la scritta: attivo su Coronavirus.

Freud riferisce del Presidente tedesco Schreber, il quale ritiene di essere morto e in parte già putrefatto. Malato come un appestato, vaneggia di orribili manipolazioni di ogni genere cui è sottoposto il suo corpo. Le suggestioni morbose lo assorbono a tal punto che se ne sta per ore e ore del tutto immobile (stupor allucinatorio, lo chiama Freud). Si riprende per brevi attimi in cui rivolge insulti all’indirizzo di varie persone, dalle quali si ritene perseguitato o danneggiato.

Questo stato, dice Freud, è indotto dal suo delirio. Il delirio non è frutto dell’infezione, ma dell’idea fissa che sia stato ordito alle sue spalle, e a danno della sua persona, e dunque della Germania, un complotto planetario.

Il delirio, dice Freud, è frutto di una perdita di potere. Il Presidente sa che non può più comandare su nulla, che la sua carica è meramente rappresentativa, e che gli è consentito blaterare, ma solo finché riesce a tenere ritto il desiderio del pubblico.

L’impotente, una volta scoperta la propria impotenza, vorrebbe ritirarsi in disparte, e lasciar fare ad altri. Ma una carica vitale, che non può più riversarsi all’esterno con il comando, si ritira e si scarica interiormente, generando quello che Freud chiama narcisismo.

Il Narciso, anziché misurarsi con la propria deficienza, esplode in un accesso d’ira, e accusa un gruppo occulto di avere ordito un complotto per destabilizzare l’Ordine del Mondo. A questo punto, dice Freud, il narcisista può entrare a far parte di un disegno cosmico finalizzato alla salvezza del genere umano, e trovare uno sfogo alla carica vitale inespressa.

Il malato, dice, afflitto dal delirio di essere fatto oggetto di persecuzione da parte delle più formidabili potenze, sente il bisogno di spiegare a se stesso questa persecuzione e giunge a credersi una personalità straordinaria, meritevole di tale persecuzione.


Il Narciso cade in quello che i clinici chiamano «delirio di grandezza». Inizia a manifestare i sintomi di una irrefrenabile «Coazione a pensare», a formulare teorie, a raccogliere dati, collegare statistiche, elaborare grafici, accostare date e luoghi, in un lavoro di Reverse engineering che manco l’NSA ai tempi di Snowden. Mostrando in ciò la combinazione di una rispettosissima sottomissione e di una ribellione violenta.

Dato l’enorme numero di idee deliranti ipocondriache sviluppate dal Presidente, si potrebbe assimilare il suo stato patologico a quello degli onanisti. Ma non è il caso, dice Freud. Perché il delirio narcisista è prodotto da una frustrazione connessa alla vita reale, al mondo là fuori, e al venir meno della presa su di esso. Un po’ come nel postmoderno nietzschiano, in cui non ci sono più fatti, ma solo narrazioni. La fine del mondo, dice Freud, è solo la proiezione di questa catastrofe interiore.

Che dall’Esselunga sia sparita, prima delle scatole di fagioli e prima dell’amuchina, la carta igienica, la dice lunga sulla natura di questo delirio.

* S. Freud, Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente (caso del Presidente Schreber), Vienna 1910.

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22/11/2019

La Bolivia vista da lontano, tra realtà e delirio

La scorsa estate ho partecipato ad un incontro a Villacidro con Raul Zibechi sul tema dell’autodeterminazione.

Ho apprezzato l’originalità di un pensiero modellato su esperienze importanti come quelle delle comunità chiapateche e dei Sem terra. Ho anche intervistato Zibechi e comprato un suo libro, oltre che condividere con lui e altri cari amici di Villacidro il mare e la buona compagnia.

Discutendo con lui e leggendo le sue cose ho notato diversi punti di discontinuità con il mio pensiero, come per esempio il rifiuto anarchico del potere. Portare ad esempio l’esperienza dei Sem terra brasiliani e dell’auto gestione delle terre come unica modalità vincente e bastante a sé stessa cozza con l’amara realtà che il potere ora sia nelle mani di un terrorista di ultra destra come Bolsonaro.

Se non ti poni il problema del potere, il potere va nelle mani del nemico e non basta gestire terre, fabbriche o rifugiarsi in un dorato sistema di collettivi e gruppi di acquisto, perché lo stato, l’esercito, i media, l’economia, la burocrazia sono poi controllati da chi va in direzione contraria.

Sto rintracciando le medesime contraddizioni nel pensiero di Ocalan, ma questo è un discorso che merita una riflessione a parte.

Ora ho letto un articolo agghiacciante pubblicato su Infoaut proprio di Zibechi a proposito del golpe fascista a guida USA in Bolivia.

Fondamentalmente il taglio è questo: “siccome il potere è sempre cattivo, siccome lo stato è sempre gerarchico, siccome Morales ha fatto molti sbagli, allora il popolo non deve prendere parte allo scontro tra legittimo governo bolivariano e fascisti e militari golpisti, bensì rifugiarsi nel fantastico mondo autogestionario, femminista e libertario”.

Cito Zibechi: “L’immensa maggioranza delle persone che abitano la Bolivia non è entrata nel gioco della guerra che hanno voluto imporre Morales e García Linera quando hanno rinunciato e lanciato i propri sostenitori alla distruzione e al saccheggio (in particolare a La Paz e a El Alto), probabilmente per forzare l’intervento militare e giustificare così la loro denuncia di un golpe che non è mai esistito. Quella maggioranza di Boliviani non è neppure entrata nel gioco dell’ultradestra, che agisce in forma violenta e razzista contro i settori popolari”.

Vi consiglio di leggere l’articolo integralmente per capire come un certo utopismo autogestionario, femminista e libertario, per molti versi interessante e condivisibile nelle buone pratiche dell’autorganizzazione popolare, poi metta capo ad una ideologia ponziopilatesca, superpartes e di rifiuto della realtà proprio nei momenti decisivi dello scontro di classe e di popolo.

L’autogestione e l’autorganizzazione vanno bene come esperienze di crescita e di potere popolare, ma non fini a se stesse. Questo è un errore che porta dritti dritti ai deliri contenuti in questo articolo.

* Per chi vuole informazione, anziché deliri, sulla Bolivia, la redazione di Contropiano consiglia, tra i molti articoli sull’argomento:

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/18/bolivia-un-golpe-per-cristo-o-per-gas-litio-cobalto-uranio-oro-ecc-0120915

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/20/bolivia-il-golpe-postumo-0120971

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/17/bolivia-il-documento-dellosa-sulle-frodi-elettorali-non-e-attendibile-0120878

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27/11/2016

Delirio a Kiev. “La rivoluzione cubana la fecero i nazionalisti ucraini”

Molto si è scritto in occasione della morte del Comandante Fidel e moltissimo si scriverà ancora. La sua eredità è tutta non solo da assimilare, ma da tradurre in pratica in ogni realtà in cui l'umanità progressista lotti per la propria liberazione dal giogo dell'imperialismo e dalla schiavitù del capitale.

Lasciamo alla loro propria coscienza (ammesso che ne abbiano) coloro che, anche in queste ore, ritenendo di irridere un gigante, non si accorgono di irridere solo la propria miseria. Nell'universo di costoro c'è però qualcuno – non si può fare a meno di rilevare la straordinarietà del fatto – che, mentre riconosce la grandezza della figura, ascrive però alla propria genia anche il merito della rivoluzione cubana. Ovviamente, quel qualcuno non possiamo che trovarlo nella terra per eccellenza delle primogeniture mondiali: l'Ucraina golpista.

Dopo le mirabolanti scoperte letterarie, giuridiche, mitologiche, geografiche, le imprese colonizzatrici, le meraviglie pittoriche, si deve oggi ammettere che la rivoluzione cubana di 60 anni fa fu possibile solo grazie al contributo dei... nazionalisti ucraini dell'OUN. Ci sarebbe da sbellicarsi dal ridere, se non fosse per la blasfemia di associare una rivoluzione che, sin dalle prime fasi, ebbe caratteri socialisti, all'organizzazione dei nazionalisti ucraini alleati dei nazisti durante la seconda guerra mondiale e, soprattutto, se non fosse per il personaggio che oggi ha deliziato il mondo di tale rivelazione. Si tratta nient'altri che di quel Igor Mosijčuk, oggi deputato alla Rada per il Partito Radicale, ex membro del Partito social-nazionale ucraino, ex membro del comitato direttivo dell'Assemblea Social-nazionale e poi vicecomandante del battaglione neonazista “Azov”. Si tratta dello stesso Igor Mosijčuk che, nel dicembre 2014, dopo il sanguinoso attacco di terroristi islamisti a Grozny, in cui persero la vita quasi venti poliziotti ceceni, proponeva di aprire un secondo fronte contro la Russia, fornendo appoggio e basi ai terroristi ceceni e daghestani e invitava a stimolare azioni del tipo di quella di Grozny in tutta l’Asia centrale.

Ebbene, oggi, su Facebook, Mosijčuk ha rivelato all'universo il vero andamento dei fatti in quei lontani anni di rivoluzione a Cuba.

Quindi – non ce ne vogliano, per favore, i milioni di compagni al cui dolore ci associamo per la scomparsa di Fidel – il nazistoide Mosijčuk, dopo aver scritto che Fidel Castro “è stato un grandissimo leader di livello mondiale”, ci assicura che ha però potuto compiere la rivoluzione a Cuba e giungere al potere solo grazie ai nazionalisti ucraini. “Sono note le parole di Fidel”, scrive Mosijčuk “Se non fosse stato per loro (i banderisti) noi non saremmo mai arrivati oltre la periferia di Santiago; il piano della conquista di Santa Clara fu messo a punto nei dettagli al quartier generale dell'OUN e realizzato brillantemente da Che Guevara”. Che Guevara, continua Mosijčuk ormai senza freni, “d'accordo con Fidel Castro, stese il piano per il trasferimento a L'Avana della dirigenza dell'OUN e personalmente di Stepan Bandera”.

A questo punto, il fantasioso Mosijčuk introduce nel puzzle il tassello del presunto “dissidio di Raul Castro, strettamente legato all'Urss, con Fidel e il Che” e, avendo Raul riferito a Mosca la questione di Bandera, ecco che Khruščëv avrebbe dunque accelerato l'eliminazione, proprio nel 1959, di quello che è oggi, nell'Ucraina golpista, l'eroe nazionale per eccellenza, Stepan Bandera. E anche dopo il pieno allineamento all'Urss, scrive commosso Mosijčuk, Fidel avrebbe sempre riserbato un posto d'onore agli ucraini.

Così si fa la storia oggi a Kiev. Riposa sereno Fidel.

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20/08/2016

Inflazione, deflazione, post-flazione: quando la Brexit dà alla testa

Da circa due anni va avanti il dibattito attorno all’inflazione europea, giudicata, a detta di commentatori ed economisti, eccessivamente bassa per garantire la crescita economica. In effetti l’inflazione si aggira tra lo 0,2 e lo 0%, ben al di sotto del target fissato dalla Bce del 2%. Come sappiamo, il controllo dell’inflazione è uno degli strumenti, anzi, lo strumento, attraverso cui la Banca centrale europea impone agli Stati membri la moderazione salariale e impedisce qualsiasi spesa pubblica in deficit. Bloccare ogni rialzo di prezzi e salari è l’obiettivo ideologico della Ue, ma l’inflazione allo 0% ha portato molti commentatori a criticare le scelte della stessa Ue come troppo restrittive.

Sillogismi fantasiosi – del tipo: “se i prezzi scendono i consumatori non comprano” (ma quando mai... semmai i prezzi scendono perché cala la domanda interna, che a sua volta cala perché il reddito disponibile si riduce) – contribuiscono ad orientare un dibattito tutti interno all’economia politica liberista. Bravi, benissimo. 

Eppure, in questi giorni ha trovato un certo risalto la notizia dell’aumento dell’inflazione in Gran Bretagna, che sale allo 0,6%, sempre troppo poco per i presunti standard liberisti europei, ma comunque in crescita rispetto agli altri paesi del continente costretti nella gabbia europeista. Una notizia in realtà di poco conto, ma il modo in cui è stata trattata sui media e il risalto datogli ha smascherato il rosicamento che ancora si prova tra Bruxelles e Francoforte.

Secondo coerenza, la notizia avrebbe dovuto essere accolta positivamente dalla sequela di sòla che commentano l’economia europea. E invece sui giornali scopriamo l’esatto contrario. Il Corriere titola: “Effetto Brexit, l’inflazione britannica sale più del previsto”. Nell’articolo poi si sciorinano i danni derivanti da questo aumento improvviso(!) dell’inflazione britannica, concludendo prima che comunque la salita “è ancora sotto il target del 2% della Bce”, e subito dopo raggiungendo l’acme: “Ci vorrà del tempo per capire se sarà un bene o un male per l’economia”. Chapeau.

Il Sole 24 ore, se possibile, supera il Corriere in destrezza ideologica: “Brexit spinge l’inflazione inglese ai massimi da venti mesi”, chiaramente denotando negativamente la dinamica dei prezzi quando invece da due anni lo stesso giornale implora un aumento dei prezzi al consumo per risollevare le sorti dell’economia italiana. L’articolo è meraviglioso, ne riportiamo solo alcuni passi ma ne consigliamo la lettura integrale: “l’indice dei prezzi al consumo è passato dallo 0,5% di giugno allo 0,6% di luglio, salendo oltre le previsioni degli analisti”. In altri termini: l’inflazione sale dello 0,1% ma è comunque più di quello che gli analisti prevedevano! Sorge immediata la domanda su quanto si aspettavano “gli analisti”, visto che sotto lo 0,1% nelle statistiche macro-economiche non si tiene conto. Misteri dell’economia politica. Ma continua: “L’aumento dell’inflazione limita la spesa dei consumatori e aumenta i costi per le imprese”.

Davvero, stupefacente, egregio, inarrivabile: il 27 giugno 2016, neanche due mesi fa, lo stesso giornale titolava: “La deflazione imbavaglia i consumi”. E si potrebbe continuare, da Repubblica al resto dei prestigiatori europeisti. La realtà è che la Brexit non solo ha dato alla testa a più di un tecnocrate europeista, ma soprattutto nessuna delle sventure economiche augurate alla Gran Bretagna si sta avverando.

Fuori dalla Ue c’è vita, e questo spaventa molto di più di qualche attentatore programmato, della deflazione o dei migranti “all’assalto della fortezza europea”.

04/07/2016

Floating Piers, delirio galleggiante

È incredibile osservare l’ingenua e infantile gioia delirante di un milione di persone che si sono precipitate a camminare sui pontili sintetici di Christo.

Persone che parlano di un’esperienza sublime, di emozioni forti, di incredibili sensazioni provate nel camminare su un telo di plastica posato su taniche vuote sopra le acque di un lago prealpino reso infrequentabile dalla folla. Le cronache sono del tipo: “Il popolo dei Piers non indietreggia di un millimetro. Non si lascia scoraggiare dalle code per salire su un treno, su una navetta o su un battello, né dal sole che trasforma la passerella – e i piazzali di Sulzano – in forni a microonde, tanto che ieri al tramonto sono tornati in azione gli idranti per rinfrescare la folla in attesa. La parola d’ordine è una sola: camminare su The Floating Piers, costi quel che costi” (da bresciaoggi.it).

Una situazione che, spogliata di tutto il costrutto mediatico-modaiolo che gli si è appiccicato sopra, è in realtà riconducibile a una semplice gita in battello: si cammina sulle acque e si ondeggia tra tante persone!

Si tratta un ennesimo evento di massa emblematico dei tempi che viviamo e della totale indifferenza alle conseguenze delle proprie azioni, ovvero il fatto che sia mancata qualsiasi riflessione sulla responsabilità ambientale di quest’opera d’arte (sebbene qualche critico abbia almeno voluto definirla una pagliacciata sul piano estetico e di costume).

I drammaticamente gravi significati simbolici che quest’opera si porta dietro non sono stati nemmeno sfiorati: il trionfo dell’usa e getta, del superfluo costoso, dell’artificializzazione della Natura.

Dal sito ufficiale dell’artista, assumiamo i dati tecnici:

– 220.000 cubi [di polietilene ad alta densità prodotto dalla F.lli Cane di Fondotoce/Verbania coadiuvata dalle aziende bresciane Asco Plast, Ziber Plast, Zetabi, Artigiana Stampi e Seven Plast] creano i 3 chilometri di The Floating Piers.
 
– 220.000 perni [sempre di polietilene] tengono insieme i cubi.
 
– 200 ancore del peso di 5,5 tonnellate l’una mantengono i 16 metri di larghezza del pontile in posizione [blocchi di cemento trasportati nelle posizioni finali da mezzi nautici grazie all’utilizzo di palloni industriali che, una volta raggiunta la postazione, sono stati svuotati dell’aria e hanno adagiato sul fondo le zavorre].
 
– 37.000 metri di corda connettono gli ancoraggi al pontile.
 
– 70.000 m2 di feltro ricoprono i pontili e le strade al di sotto del tessuto.
 
– 100.000 m2 di tessuto [in fibra poliammidica (Nylon), prodotto in Germania dalla Setex Textiles e confezionato dalla Luftwerkern di Lubecca] coprono i 3 chilometri di pontile e 2,5 chilometri di strada.

E il tutto per un’installazione della durata di sedici giorni, dal 18 giugno al 3 luglio 2016.
Dopodiché l’infrastruttura artistica verrà smontata e – sostiene il sito ufficiale “tutti i materiali utilizzati saranno riciclati attraverso un processo industriale”, non meglio specificato.

https://it.wikipedia.org/wiki/The_Floating_Piers http://www.thefloatingpiers.com/manufacturing http://www.thefloatingpiers.com/press/

Vediamo le criticità ambientali:

– riciclo plastiche: il polietilene è relativamente facile da riciclare, i cubi verranno dunque ritirati dall’acqua e avviati a recupero, ma con trasporto dove? Il tessuto poliammidico, in parte sporcato e usurato, sarà meno facile da riciclare: di tutta questa filiera sarebbe importante disporre da parte dell’artista e delle autorità di igiene urbana locale una dettagliata e trasparente documentazione! Non sia mai che finisca tutto nel vicino inceneritore di Brescia...?

– energia grigia: anche se la plastica può essere riciclata, in genere ottenendo un materiale meno pregiato di quello originario, nessuno potrà ottenere la restituzione dell’energia spesa in fase di produzione e lavorazione;

– rilascio composti tossici nel lago: ci sono additivi potenzialmente rilasciabili dalla plastica nelle acque? Interferenti endocrini che costituiscono un problema ambientale e sanitario sempre più grave? Era necessaria una maggiore trasparenza, con certificati merceologici precisi sulla natura dei materiali impiegati.

– emissioni dei trasporti per la costruzione: ci è voluto circa un anno di lavoro di aziende italiane e tedesche per produrre, trasportare, immagazzinare e montare (e poi smontare) l’installazione. Un’attività che avrà comportato ingenti costi energetici, emissioni di CO2 e altri inquinanti, produzione di rifiuti, imballaggi, materiali accessori, incluso un sommergibile per le ispezioni del fondo lacustre.

– emissioni indirette per il trasporto passeggeri e per le attività di sicurezza: il colossale formicolare di persone che hanno invaso la zona ha provocato un carico critico sui mezzi di trasporto locale, la saturazione delle strade e inevitabilmente l’aumento di emissioni climalteranti e di rifiuti su base locale, nonché il mantenimento di un complesso sistema di vigilanza e sicurezza... a gasolio!

E ora i messaggi simbolici che l’opera d’arte comunica (o non comunica):

– si può fare tutto ciò che si vuole, basta pagare! Ma il prezzo dei danni ambientali non si bilancia con la moneta...

– una cosa che si smonta non lascia conseguenze! Ma ciò che non si vede è talora peggio di ciò che si vede... le emissioni climalteranti contribuiscono a deteriorare le condizioni di vivibilità dell’intero pianeta, i rifiuti industriali del processo produttivo dei materiali e quelli dispersi in acqua minano gli equilibri ecologici anche su tempi millenari.

– siamo già sommersi dai rifiuti plastici e purtroppo negli oceani galleggiano circa nuovi 5 continenti di plastica (*)! Altro che aggiungerne, bisognerebbe fare un’opera d’arte per rimuoverli!

(*) Ogni anno almeno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare. Un rapporto del World Economic Forum stima che ci siano attualmente 150 milioni di tonnellate di rifiuti plastici dispersi negli oceani, una tonnellata di plastica ogni cinque tonnellate di pesce, e che a questo tasso entro il 2050 nelle acque ci sarà più plastica che pesce! Le correnti marine concentrano queste enormi quantità di rifiuti in cinque principali “isole” galleggianti (oceani Indiano, Atlantico settentrionale e meridionale, Pacifico settentrionale e meridionale): http://www.5gyres.org/; www.plasticoceans.net.

– non inquina solo ciò che si vede, ma pure ciò che non si vede, dagli interferenti endocrini alla mobilizzazione del substrato: “Marco Pilotti, docente del dipartimento di Ingegneria civile, architettura, territorio, ambiente dell’Università di Brescia ed esperto del lago d’Iseo, ha condotto uno studio sull’impatto dell’opera sulla morfologia del bacino. Il molo galleggiante è ancorato al fondo del lago con [più di] 150 blocchi di cemento armato da sette tonnellate l’uno e il progetto prevede, al termine dell’esposizione, la rimozione totale dell’opera e lo smaltimento di tutti i materiali. «Il recupero dei cosiddetti corpi morti degli ancoraggi – spiega il professor Pilotti – farà solo del male al lago, perché solleverà i sedimenti del fondale. Le misurazioni che abbiamo fatto hanno rilevato che in quel terreno è contenuta una quantità di fosforo 15 volte maggiore a quella presente nei livelli superiori dell’acqua”. http://lanuovaecologia.it/the-floating-piers-incombe-sul-lago-diseo/ http://hydraulics.unibs.it/hydraulics/?page_id=1720

– l’edonismo dissipativo, volgare e superficiale, attira assai di più che la contemplazione della biosfera, la nostra casa da cui tutto dipende! Chi, di questo milione di bipedi vociante su un palcoscenico naturale trasfigurato per l’esibizionismo di massa, si è domandato qualcosa su questo povero lago prealpino? Quanto è profondo, quanta acqua contiene, che relazioni ha con la società e con la storia, è un ambiente sano o compromesso? Come reagisce ai cambiamenti climatici?

– la Natura è sostituibile con l’artificio e si arriva a privilegiare il falso che assomiglia al vero (che viceversa viene distrutto). Afferma Christo: “Il telo color oro, cangiante, vuole rappresentare la spiaggia: la gente deve pensare di essere su una spiaggia in riva al mare, e camminarci sopra”.
Ma perché mai bisogna immaginare una spiaggia di plastica? Perché non godere di una spiaggia vera, magari proteggendola proprio dall’affronto degli onnipresenti rifiuti in plastica che la deturpano?

E ancora, invita Christo, “Ascoltate il racconto della vita – Questo progetto fisico non è un museo, ma un progetto reale, riguarda le cose vere, sole, pioggia, vento”. Accidenti! Sole, pioggia e vento erano già lì da milioni di anni, ed è proprio l’opera d’arte ad essere quanto più falsa, artefatta e improbabile in quel contesto! Con le parole si può proprio costruire di tutto, mostrare vero ciò che è falso e viceversa! Il problema sono i gonzi che ci cascano...

– il denaro – 15 milioni di euro più le spese pubbliche per la logistica e la sicurezza – poteva essere speso per impieghi più sostenibili, utili e durevoli;

– le folle si attirano con il capriccio e la bizzarria, mentre sui temi importanti per la nostra stessa sopravvivenza, come l’epocale e inedita crisi ambientale che si sta sviluppando, l’interesse è sempre marginale, per non dire nullo;

– l’arte dovrebbe essere veicolo di riflessione sulla contemporaneità, qui Christo rivela invece la sua senescente visione di un mondo sintetico ormai incompatibile con i processi biogeochimici. 

Contrappongo al vecchio Christo l’artista thailandese Nino Sarabutra (è una donna, nonostante il nome in italiano suoni maschile), che ha concepito un’opera molto significativa, esposta anche alla biennale di Venezia 2015 e che ho provato con i miei piedi: 100.000 piccoli teschi di porcellana che coprono il pavimento come ciottoli di fiume, sui quali si è invitati a camminare a piedi scalzi ponendoci la domanda “che mondo lasciamo dietro di noi?”

“I want people to ask themselves how they live, what they are doing— if today was your last on earth, what will you leave behind?” Nino Sarabutra, 2013 http://www.ninosarabutra.com/exhibition_WhatWillYouLeaveBehind.html


Possono sembrare considerazioni fastidiose, respinte ed etichettate come seccature che guastano il festoso pellegrinaggio, ignorano i soldi che hanno irrorato il turismo locale e alimentato la retorica dell’Italia capace di grandi opere… eppure sono lo specchio di una società che rifiuta di confrontarsi con il più grande problema mai sorto da quando l’uomo è sulla Terra, l’insostenibilità dell’Antropocene e la sempre maggior probabilità di collasso della civiltà.

Dunque, tutti gioiosamente avanti verso il baratro...

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