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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/07/2023

Il vertice Nato a Vilnius e il destino dell’Ucraina golpista

Qualunque sia la decisione finale riguardo l’Ucraina, non c’è dubbio che il 37° vertice Nato a Vilnius sarà caratterizzato dalla “questione ucraina” e ruoterà attorno al conflitto Nato-Russia in Ucraina.

Lasciamo alla Sibilla cumana l’interpretazione del responso del Segretario alla difesa USA Lloyd Austin, secondo cui «la guerra di Putin non è il risultato dell’allargamento della Nato, bensì la causa dell’allargamento della Nato».

A occhio e croce, dopo il 1999 e le successive tappe del 2004, 2009, 2017, 2020, par di capire che Mosca avrebbe deciso l’intervento in Ucraina al preciso scopo di dare il via all’ultimo e definitivo allargamento dell’Alleanza atlantica: quello che dovrebbe inglobare l’intero territorio russo, ma senza più la Russia.

Che nei piani USA e NATO ci sia un tale disegno, non è escluso. Solo che questo risponde più a quanto detto a suo tempo da Margaret Thatcher: “è inaudito che un solo paese disponga di così tante ricchezze naturali soltanto per sé”. Che diamine! Le risorse della Siberia devono esser spartite, con le buone o con le cattive...

In questo senso, l’ultimo e definitivo allargamento della Nato equivarrebbe cioè allo spezzettamento della Russia in tanti protettorati, in cui avrebbero mano libera i capitali occidentali.

Vale a dire: a partire dal 1991, Mosca le avrebbe “inventate nere” pur di autodistruggersi a uso e consumo delle multinazionali di mezzo mondo. Qui, una semi-verità gorbaceviano-eltsiniana si accavalla alla demolizione di buona parte dell’eredità industriale sovietica. Ma di questo un’altra volta.

Tornando a Vilnius e alla “discussione” che ci sarà riguardo l’Ucraina, le ultime uscite, in ordine di tempo, sono quelle turche e quelle americane.

Dopo la partenza, sabato scorso, da Istanbul del nazi-golpista capo, che si è portato a casa alcuni dei comandanti di “Azov”, subito o quasi tornati al fronte (secondo gli accordi successivi alla caduta di “Azovstal”, avrebbero dovuto rimanere in Turchia fino a guerra conclusa), Recep Erdogan ha dichiarato che l’Ucraina ha il diritto di entrare a far parte della Nato, ma ha aggiunto che la Turchia opera per una soluzione negoziata del conflitto.

Prima di lui, dall’altra parte dell’Atlantico, il portavoce del Consiglio di sicurezza USA, John Kirby, aveva dichiarato che, al momento, la parte ucraina non risponde ai requisiti per entrare nella Nato.

Ora, non è dato sapere quali interessi (a parte la questione dei cereali e le forniture di obici) o quali ruoli segreti spingano Erdogan a quelle dichiarazioni; sembra però abbastanza indubitabile che le parole di Kirby e Biden siano destinate a dettare l’agenda del vertice di 11 e 12 luglio.

Tanto più che, proprio nei giorni scorsi, un (ex) comandante di “Azov” ha confermato che la resa di “Azovstal” fu il risultato di un accordo tra Washington e Mosca: la capitolazione delle forze ucraine, in cambio della evacuazione degli americani che nei sotterranei dell’immensa fabbrica dirigevano le operazioni.

E ci permettiamo di ipotizzare che, in vista di Vilnius, altri e ben più pesanti accordi siano intercorsi.

In ogni caso, il vertice lituano avrà qualcosa di “storico”. È quanto scrive l’americana Foreign Policy, partendo dallo stesso assioma dettato da Lloyd Austin.

In sintesi, alcuni cosiddetti “esperti” citati dalla rivista, sostengono che lo scopo primario per cui fu creata l’Alleanza, la lotta contro l’URSS – passata fluidamente nella lotta contro la Russia, dopo il 1991 – rimanga più che mai valido e, anzi, nella prospettiva di una guerra aperta con la Cina, è reale la possibilità che lo scontro Nato-Russia si trasformi in confronto diretto, e non solo per “interposta Ucraina”.

Nello specifico di quest’ultima, si sa che una ventina di membri dell’Alleanza sostengono la richiesta di adesione di Kiev; ma, per esser effettiva, la richiesta dovrebbe esser controfirmata da tutti e 31 i paesi membri.

Di per sé, nota News Front, né USA, né UE sanno di che farsene dell’Ucraina: essa serve solo quale strumento di pressione su Mosca e di indebolimento della Russia.

Lo dimostrano le enormi perdite di uomini (si parla di oltre 370.000) delle truppe ucraine, mandati al macello per gli interessi economico-militari occidentali: «fa parte della guerra», ha dichiarato candidamente la vice portavoce del Pentagono, Sabrina Singh Holds.

Era già successo con la Georgia di Mikhail Saakašvili, prima armata e rifornita, poi spinta ad attaccare l’Ossetija del Sud nell’agosto 2008, nella consapevolezza che Mosca non sarebbe rimasta a guardare; il risultato fu la sconfitta di Tbilisi e il suo tuttora semplice status di “partner Nato”.

Si può azzardare che a Vilnius, nonostante le “minacce” bizzose di Zelenskij di non recarsi al vertice, nel caso non abbia già sicura in tasca la data dell’adesione, questa rimarrà quantomeno generica.

Ora, la domanda è: visti i risultati della “miracolosa” controffensiva, quanto continueranno i paesi Nato a rifornire di armi e di soldi i nazi-golpisti di Kiev?

L’esempio della Georgia, ricorda ancora News Front, è indicativo ed eloquente: dopo la sconfitta in cinque giorni, fu lasciata al proprio destino.

E se alla Camera dei Rappresentanti, alcuni deputati hanno proposto un emendamento alla bozza di bilancio della difesa per il prossimo anno, che prevede la cessazione dei finanziamenti per l'Ucraina, ecco che lo stesso Joe Biden sembra mettere il veto all’adesione di Kiev alla Nato, quantomeno nell’immediato.

In Europa, si dichiarano contrari, con motivazioni diverse, Germania, Francia, Ungheria, oltre a Grecia, Slovenia, Croazia. E se la Polonia, insieme ai Paesi baltici, si mette a capo dei sostenitori dell’adesione di Kiev, nonostante le brame di Varsavia di prendere il posto di Berlino quale avamposto yankee in Europa, è improbabile che, almeno questa volta, dagli USA arrivi il via libera.

È infatti soprattutto da Washington che arrivano i “ma” all’adesione. Alla CNN, Biden ha dichiarato che l’adesione di Kiev è prematura e che anche a conflitto terminato, l’Ucraina potrebbe contare “soltanto” su un sostegno militare del tipo di quello fornito a Israele che, per inciso, come si dice, “non sono noccioline”. In ogni caso, la Nato potrebbe esaminare la questione dell’adesione di Kiev solo dopo la fine della guerra.

Non sono sicuro, ha detto Biden, che ci sia «unanimità nella NATO sull’opportunità o meno di accogliere l’Ucraina nell’Alleanza ora, a conflitto in piena fase. Ma se lo facessimo, adempiremmo con piena determinazione gli impegni per la difesa di ogni pollice del territorio Nato. Se così fosse, saremmo in guerra con la Russia».

Rimane da augurarsi che, andando verso fine carriera, “Sleeping Joe” faccia buona strada al successore, come l’eroe del purgatorio dantesco, «che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte».

Fonte

10/07/2023

Guerra in Ucraina - Quando comincerà la fuga dei golpisti da Kiev?

La vigilia del vertice NATO a Vilnius che, i prossimi 11 e 12 luglio, dovrebbe sancire l’ulteriore allentamento dei cordoni della borsa a vantaggio dei bisogni – in soldi e in armi – della junta nazi-golpista di Kiev, non sembra particolarmente benevola nei confronti dei circoli banderisti ucraini.

A parte la decisione yankee sull’invio a Kiev di bombe a grappolo, di cui i nazisti – è bene ricordarlo – non hanno mai cessato di far uso, sin dal 2014 e che, a detta del consigliere per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan, sono utili e buone, a differenza di quelle russe, dannose e pericolose.

A parte questo, i recenti viaggi di Vladimir Zelenskij in giro per l’Europa non hanno dimostrato una particolare propensione degli “alleati” ad accogliere i desiderata ucraini.

A vari livelli, non si fa mistero della stanchezza per il proseguimento del conflitto e per la sua paventata escalation nucleare; e non lo si nasconde nemmeno ai diretti interessati, tanto più che le riserve – di nuovo: in soldi e in armi – in dotazione agli “alleati” della “coalizione per la democrazia” cominciano davvero a scarseggiare.

Inoltre, che fossero vere o di facciata, le speranze occidentali nella fantomatica “controffensiva”, prima di primavera e poi d’estate, si sono sgonfiate: pare, definitivamente.

Non si aspetta che il momento giusto per imporre a Kiev di accettare qualche taglio territoriale (non soltanto a est, tra l’altro) promettendo un contentino sotto forma di “osservatore privilegiato” in UE e NATO.

E la stanchezza non riguarda solo l’Europa. Leader di 33 paesi dell’America Latina e del Bacino caribico hanno chiesto alla UE di annullare l’invito rivolto a Zelenskij per partecipare al summit UE-America Latina, in programma il 17-18 luglio a Bruxelles.

I 33 hanno anche cancellato, dalla bozza di dichiarazione finale messa a punto dalla UE, ogni accenno di sostegno all’Ucraina.

Più nell’immediato, a parte qualche vaga promessa strappata da Vladimir Zelenskij a Praga e a Istanbul, il grado di stanchezza degli “alleati”, lo ha dimostrato l’accoglienza riservata al golpista-capo all’aeroporto di Sofia, pressoché deserto.

Ad accoglierlo (arrivava dalla Moldavia, su un aereo bulgaro) solo la Ministra degli esteri e vice premier, Marija Gabriel. Si sospetta anche che la sceneggiata con il prete ortodosso che, lungo il tragitto dall’aeroporto, gli ha lanciato l’anatema, sia stata dapprima artificialmente tenuta nascosta, mentre in realtà veniva ripresa da varie telecamere, proprio per fargli intendere l’aria che tira.

Oltretutto, pare che nessuno si sia nemmeno preoccupato di organizzare uno straccio di meeting di supporto, con i profughi ucraini, pure presenti in quantità a Sofia.

Non è andato meglio l’incontro col presidente Rumen Radev. Sofia, invece della parola “vittoria”, desidera «udire di più la parola “pace”» e vorrebbe che Kiev e l’Occidente utilizzassero «ogni mezzo diplomatico, per non inasprire il conflitto», ha detto Radev. E, in generale, è tempo di pensare non solo all’Ucraina, ma all’Europa tutta e a come la guerra agisca su di essa.

In concreto, la Bulgaria non concede né armi né munizioni a Kiev; anche se va comunque ricordato che il premier bulgaro Nikolaj Denkov ha sottoscritto la dichiarazione di sostegno all’adesione dell’Ucraina alla NATO.

Il canale telegram ucraino “Legitimnyj” così commenta: «L’amore mondiale è transitato in fretta; ora, Ze può aspettarsi solo una doccia fredda. Anche gli americani, con delicatezza, stanno indicando a Ze il suo posto. Ti sei seduto al tavolo per giocare con truffatori mondiali, sappi che alla fine ti “spoglieranno”, non senza prima averti convinto di essere un “duro”, per disfarti quanto più possibile».

Moderatamente più proficue per Zelenskij, come detto, le visite nella Repubblica Ceca e in Turchia; ma di adesione alla NATO se ne riparlerà, forse, più avanti: molto più avanti.

A più breve termine, l’attesa è per – forse in autunno – un congelamento del conflitto, una pausa che, a detta di Sergej Latyšev, che ne scrive su Tsar’grad, è necessaria sia all’esercito russo, «indebolito da avidi pseudoriformatori», sia ai paesi occidentali, «i cui arsenali sono vuoti e i cui popoli stanno per ribellarsi».

Ma si tratta di prospettive più lunghe, che difficilmente vedranno ancora in sella Zelenskij e la sua banda che, d’altronde, da tempo, in giro per il mondo stanno accumulando i “risparmi” per quando quell’ultimo elicottero yankee li porterà altrove...

E, come a Saigon, o più di recente a Kabul, i posti a bordo non basteranno per tutti; anzi, saranno proprio pochi.

E allora, come pronostica il deputato alla Duma, Mikhail Šeremet, si assisterà alla commedia per cui solo i più irriducibili majdanisti e banderisti (a parte quelli che da tempo si sono ricavati un proprio “nido” nel mondo) tenteranno qualche manovra suicida.

Tutti gli altri, saranno ben contenti di “mostrare fedeltà” a Mosca e giureranno anzi di esser sempre stati fedeli, pur sotto mentite spoglie.

Il politologo Igor’ Šatrov assicura che la fuga sia già in atto: ovviamente, si tratta degli ucraini ricchi, che da tempo hanno messo al sicuro le proprie fortune in Europa o negli Stati Uniti.

Per Vladimir Zelenskij, se non riuscirà a prender posto sul famoso elicottero, Šatrov pronostica un “futuro” come quello attuale di Mikhail Saakašvili, l’ex presidente georgiano dell’attacco all’Ossetija del Sud nel 2008, ex governatore della regione di Odessa (e boss degli affari portuali), da un paio d’anni dietro le sbarre in Georgia, dove era rientrato clandestinamente e da dove era fuggito avendo sul capo una condanna per sottrazione di denaro pubblico e sospetta complicità nella morte di un suo ex ministro.

Il politologo crimeano Ivan Mezjukho nota che già ora, col pretesto di mettere in sicurezza il patrimonio culturale, vengono portate via dall’Ucraina preziosissime antiche icone e, in caso di fuga, i primi a prendere il volo saranno personaggi quali Porošenko, Ljaško, la banda di Zelenskij, i majdanisti non per convinzione ma per opportunità.

Rimarranno, probabilmente, coloro che per molti anni avevano «finto di essere politici filo-russi, per poi mostrarsi nella loro essenza; ma per quanto riguarda l’aver fiducia in loro... nessuna fiducia. Ognuno dovrà essere verificato dagli organi di sicurezza».

Su Svobodnaja Pressa, il politologo Andrej Miljuk si dice perplesso per il fatto che uno degli obiettivi dichiarati dell’intervento in Ucraina sia stata la denazificazione, mentre «ci sono ampie prove che i nazisti di “Azov” fatti prigionieri siano tornati in Ucraina durante gli scambi e molti di essi continuino a combattere».

E continua notando che, a fronte delle «rabbiose dichiarazioni anti-occidentali di Medvedev», vari altri esponenti di primo piano abbiano «ripetutamente sottolineato di essere pronti a normalizzare i rapporti con l’Occidente. Inoltre, uno degli obiettivi dell’intervento è la formazione di un’Ucraina quale cuscinetto neutrale, che consentirebbe alla Russia di coesistere pacificamente con l’Occidente».

Per tutto questo, afferma Miljuk, non assisteremo a una nuova Kabul: i complici ucraini degli americani non si aggrapperanno agli aerei in decollo da Kiev. Rimarranno al loro posto: «gli ex nazionalisti ucraini sferzeranno il nazionalismo ucraino. Solo i più convinti partiranno tranquillamente in treno per Varsavia.

E non se ne andranno nemmeno gli “occupanti occidentali”: in Ucraina hanno imprese, proprietà. E la proprietà privata, come sappiamo, è inviolabile per l’élite russa; anche se proprietà privata del nemico».

Fonte

09/07/2023

Saremo in bilico sulla guerra nucleare per anni. Basta essere sdraiati sulle posizioni USA!

Le dichiarazioni rese dal ministro degli Esteri ucraino Kuleba ad alcuni giornalisti veri (non caricature alla Bruno Vespa) hanno gettato una luce davvero inquietante sui futuri sviluppi della guerra in corso.

In sostanza Kuleba ha ribadito che la guerra durerà per anni e che il loro obiettivo è quello di vincere per sconfiggere quella che egli prospetta come una minaccia nei confronti dell’Europa nel suo complesso. Occorrerà anzi liberarsi definitivamente sia di Putin che della Russia.

È a tutti evidente come tale approccio renda impossibile ogni avvio di negoziato e del resto è probabile che il gruppo dirigente ucraino, e forse anche la Nato nel suo complesso, si balocchi nell’idea del tutto impraticabile di uno sfondamento delle linee difensive russe che consenta il recupero dei territori secessionisti della Crimea e del Donbass.

Sempre secondo Kuleba tale vittoria sul campo dovrebbe precedere l’entrata a pieno titolo dell’Ucraina nella Nato, anche se è molto probabile che passi concreti in tale direzione verranno compiuti in occasione del prossimo vertice di Vilnius, che vedrà comunque una formalizzazione del rapporto tra Nato e Ucraina.

È anche possibile che, di fronte allo stallo della situazione sul terreno si ponga in termini molto più concreti, nonostante le smentite di Kuleba, la questione della scesa in campo di contingenti militari provenienti se non da tutti quantomeno da alcuni paesi della Nato (Baltici e Polonia soprattutto).

Ci troveremo quindi sempre più in bilico sulla guerra nucleare mondiale per un periodo di tempo indefinito che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe avere termine con le elezioni presidenziali statunitensi previste per l’autunno 2024.

E continueranno a crescere i costi economici della guerra, che colpiscono tutto il mondo e vengono aggravati, come nel caso europeo, dalle politiche di innalzamento dei tassi di interesse e dal costante rifiuto di tenere nella minima considerazione i bisogni delle classi lavoratrici, sempre più condannate a una vita di povertà, sofferenza e precarietà.

Di fronte all’enorme e crescente peso umano ed economico della guerra continua l’assoluta passività delle classi dirigenti europee, sdraiate fino all’inverosimile sulle posizioni di Biden, che non vuole la pace perché è consapevole del fatto che la guerra in corso sta convenendo enormemente agli Stati Uniti, al complesso militare-industriale ma anche alle multinazionali dell’energia e alla Nato.

Giorgia Meloni è la più sdraiata di tutti, e non solo perché nel suo governo le lobby armamentistiche ed energetiche dettano legge, ma anche per una certa affinità tra le nostre destre e quelle atlantiste ad oltranza che governano a Kiev e a Varsavia. Come ha scritto il bravo storico Alessandro Barbero, e altri prima di lui, l’ignoranza e la cancellazione della memoria storica preparano il terreno per nuove guerre, nuovi orrori e nuovi fascismi.

Del resto in Polonia, punta di lancia della nuova Europa della destra autoritaria e guerrafondaia, degli storici sono stati condannati da un tribunale penale per aver contestato la verità ufficiale sull’eccidio di Kathyn.

Sono quindi almeno tre le guerre che Meloni & Co. portano avanti. La prima è quella contro la Russia, ma anche contro chiunque metta in discussione l’ordine internazionale basato sul dominio dell’Occidente, che è in crisi irreversibile. La seconda è contro i poveri e i lavoratori che della prima guerra sono le vittime indirette. La terza è quella contro la cultura, l’informazione (vedi anche la persecuzione infinita contro Julian Assange), lo spirito critico e la verità.

La guerra totale che si prepara non ha bisogno solo di armamenti (a quelli ci pensano Crosetto) ma di cittadini lobotomizzati e analfabeti, di giovani anestetizzati e ridotti al ruolo di tristi marionette che conducono una triste esistenza più che altro virtuale. Se vogliamo garantire un futuro alla specie umana dobbiamo fermare questi governi finché siamo in tempo.

In Italia apparentemente tutto tace e parrebbe che ci stiamo incamminando rassegnati verso l’estinzione. Ma in Francia, storicamente cuore politico dell’Europa, la possibile saldatura tra la rivolta delle banlieue, quella delle pensioni, quella dei gilet gialli e quella dei contadini potrebbe finalmente spazzare via l’odioso regime di Macron.

E soprattutto nel resto del mondo, dalla Cina all’America Latina, dal Rojava che resiste alla Palestina in lotta contro il colonialismo sionista, al Sahara Occidentale, si prepara l’avvento di un nuovo sistema multipolare basato sui diritti dei popoli e sull’eguaglianza sovrana degli Stati. Non facciamoci trovare impreparati.

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07/07/2023

Guerra in Ucraina - Chi guadagna dal macello in cui la junta golpista manda gli ucraini

L’intervallo che ci separa dal 37° vertice NATO, in programma a Vilnius per 11 e 12 luglio, si riduce sempre di più e, in rapporto proporzionalmente inverso, va crescendo il numero di soldati ucraini e mercenari stranieri che non arriveranno a vedere quelle date.

Letteralmente spintonata a dimostrare quotidianamente la propria scrupolosa ubbidienza agli ordini, Kiev, mentre continua a bombardare, come fa dal 2014, scuole, ospedali, edifici civili del Donbass, non si fa nemmeno scrupolo di sacrificare centinaia e centinaia di propri soldati.

D’altra parte, le capitali “europeiste”, ormai in deficit di soldi e di armi da inviare ai nazigolpisti (per quanto vecchie e al limite temporale di efficienza), devono pur “dimostrare” ai propri cittadini che questi e quelle, in mano ai banderisti ucraini, vengono ben utilizzati nella «lotta della civiltà contro l’inciviltà» (Draghi dixit) e non “smarriti” sul mercato nero mondiale.

E Kiev, per convincere i propri cittadini che l’ultimo sforzo verso il radioso orizzonte dell’ingresso in UE e NATO è ormai a portata di mano e richiede “soltanto” poche altre migliaia di vittime, proprio in vista di Vilnius accelera gli ennesimi raid, che dovrebbero apparire propedeutici alla “controffensiva”.

È stato così per Mariupol e Artëmovsk (o Bakhmut), quando la junta, per dimostrare agli “alleati” di poter vincere e sentirsi così in diritto di chiedere sempre nuovi blindati e corazzati, ha condannato alla disfatta “kantiani” azoviti (poco male) e soldati di truppa.

Migliore non è stata nemmeno la sorte dei “risolutivi” Leopard e di centinaia di blindati e corazzati francesi, tedeschi o americani.

Quantomeno problematico dire se la junta riesca davvero a persuadere gli ucraini del “necessario” sacrificio: un sondaggio condotto qualche settimana fa dall’Istituto sociologico di Kiev parlava di un 63% di popolazione che ha perso al fronte un amico, un parente, una persona cara; e di un 78% che ha avuto un parente ucciso o ferito; con numeri simili, nel 1945, a Berlino, le SS riuscivano a mantenere il “consenso” solo con nuove fucilazioni e impiccagioni.

Anche per questo, data l’ormai fisiologica carenza di sangue ucraino da gettare al macello, a Ovest si punta su altri “nemici storici” di Mosca: Polonia e Paesi baltici, sempre più “pompati” di armamenti yankee, britannici, tedeschi, sudcoreani, israeliani, svedesi – carri armati, artiglierie, obici, sistemi anti-aerei e anti-missilistici – e anche di truppe di paesi NATO, stanziate non più a rotazione, ma in forma permanente.

Si intensificano nella regione le manovre dell’Alleanza atlantica: “Spring Storm”, “Baltops 23”, “Griffin Shock 23-1”, “Griffin Storm 2023”, per non parlare delle più estese manovre aeree nella storia della NATO, le “Air Defender 23”.

Evidentemente a Ovest ci si prospetta non un “regime change”, ma un cambio di cavallo, ora che il palafreno golpista è azzoppato e l’unico rimedio sembra l’abbattimento.

In ogni caso, come cinicamente ha dichiarato al Financial Times il ministro della guerra golpista, Aleksej Reznikov, «la guerra in Ucraina rappresenta il primo caso in cui armi NATO vengono utilizzate in larga scala contro l’esercito russo. Ciò offre ai militari occidentali informazioni inestimabili sulle caratteristiche dei loro armamenti... Per l’industria mondiale degli armamenti non si sarebbe potuto trovare un miglior poligono di prova».

Ovviamente, il teatro ucraino serve anche a mettere alla prova tattiche e strategie NATO contro la Russia: per di più, almeno finora, versando quasi soltanto sangue ucraino, cosa che poco sembra preoccupare i nazigolpisti di Kiev, forse fiduciosi di poter comunque, alla fine, salvare pelle e bottino, alla maniera del famoso ultimo elicottero su un qualunque tetto d’ambasciata yankee.

Con ogni evidenza, non a questo scopo il golpista-capo ha presentato alla Rada un progetto di legge sull’attribuzione alla lingua inglese di un valore pari quasi a seconda lingua di stato, da utilizzarsi nei rapporti interetnici ucraini.

Saranno tenuti a conoscerla i funzionari statali civili e militari, amministratori locali, magistrati; per l’accesso a un master, si dovrà prima sostenere l’esame di inglese. Questo, in un paese in cui nemmeno tutti gli ucraini padroneggiano l’ucraino ufficiale e utilizzano una sorta di russo con varie particolarità locali.

Poco importa: l’inglese sarà la lingua della nuova “nobiltà” golpista. Il popolo comune potrà anche non conoscere l’inglese, così come nella Russia ottocentesca gli aristocratici si distinguevano dal popolino parlando francese.

La cosa curiosa, scrive Andrej Dobrov su RenTV, è che la questione della lingua inglese è soprattutto una eredità non yankee, ma dell’impero britannico, che aveva «educato le proprie colonie all’amore per l’inglese: in Belize, Gambia, Zambia, Kiribati, l’inglese è lingua ufficiale; oppure India, Bangladesh, Botswana, Camerun, Pakistan, ecc., in cui lingua ufficiale è quella locale, ma l’inglese è seconda lingua di Stato. Tutti ex paesi coloniali; e ora l’Ucraina ambisce» a istituzionalizzare il proprio stato di colonia, ma a stelle e strisce.

La proposta, unita a quella dell’anticipazione dal 7 gennaio (ortodosso) al 25 dicembre (cattolico) delle festività natalizie – il 6 luglio, funzionari del Ministero della “cultura”, insieme a numerosi poliziotti e sostenitori della scismatica “Chiesa ortodossa ucraina”, hanno accerchiato la Lavra Kievo-Pecerskaja, uno dei principali luoghi dell’ortodossia canonica, e l’hanno transennata, impedendone l’accesso ai fedeli – o quelle sulle date di alcune solennità civili e, soprattutto, ai recenti e sempre più frequenti contatti con il governo reazionario polacco, non contribuisce a tacitare le voci sui disegni di sopravvivenza del regime golpista a spese di svendite territoriali ucraine sui famigerati “Kresy Wschodnie” di pilsudskiana memoria.

Si aggrappano a ogni pagliuzza e svendono il vendibile, pur di dimostrare il proprio cinismo, ormai da tempo evidente anche ai più strenui lottatori per «la civiltà contro l’inciviltà», solo che optino sinceramente per una soluzione negoziata del conflitto e non per «l’unica soluzione possibile: la vittoria di Kiev».

Un’“unica soluzione” che fa appunto gli interessi non del popolo ucraino, ma dei suoi macellai e delle “iene d’Europa” circostanti.

Per il momento, più prosaicamente, secondo il noto “spirito pratico” americano e a causa dei debiti accumulati dalla junta, Kiev si orienta alla svendita delle maggiori aziende statali ucraine al capitale USA.

Secondo la cinese CCTV News, solo negli ultimi tre mesi Morgan Stanley ha ottenuto un rendimento degli investimenti del 47%, con l’acquisizione di obbligazioni e azioni ucraine.

Ancor prima del 24 febbraio 2022, Joe Biden aveva autorizzato la fornitura di armi all’Ucraina; trattandosi però di un “contratto d’affitto”, logicamente il “locatario” si attende che Zelenskij restituisca o le armi o i soldi.

La CCTV sostiene che, in base ai termini sottoscritti, Zelenskij si sarebbe impegnato a trasferire varie risorse chiave ucraine – imprese statali, infrastrutture, reti elettriche, beni agrari e industriali – a BlackRock, la quale non avrebbe versato alcuna indennità, impegnandosi però a saldare i debiti di Kiev.

In base a fonti tedesche, solo nell’ultimo anno, il volume di aiuti USA-UE all’Ucraina si aggirerebbe sui 170 miliardi di euro: che lo dicano, ai propri popoli, ai disoccupati, ai pensionati, agli operai in cassa integrazione senza stipendio – lo dicano, quelli che urlano per «l’unica soluzione possibile».

Fonte

06/07/2023

Guerra in Ucraina - Zelenskyj vorrebbe risultati sul campo prima del vertice Nato, ma sarà dura

Le forze armate ucraine hanno lanciato una controffensiva per la terza volta alla vigilia del vertice della NATO, che si terrà a Vilnius l’11-12 luglio, ha dichiarato Igor Kimakovsky, consigliere del capo ad interim della DPR ripreso dall’agenzia russa Ria Novosti.

“Ieri è stato possibile affermare che prima del vertice NATO di Vilnius, hanno lanciato la terza ondata della controffensiva e hanno scelto come base la stessa direzione Zaporozhye. Ora tutto dal Dnepr sta bruciando quasi fino alla giunzione nel Regione di Zaporozhye e Repubblica popolare di Donetsk“, ha affermato Kimakovsky, aggiungendo che le azioni non hanno successo: le forze armate ucraine “non riescono nemmeno a sfondare la prima linea di difesa“.

“Sulla base della natura delle azioni, si può presumere che la sezione Svatovo-Kremennaya sia considerata dal comando ucraino un’alternativa alla direzione sud, dove i militari ucraini non hanno avuto risultati significativi per molto tempo“, ha sottolineato l’esperto militare russo Andrej Marochko.

L’offensiva ucraina nelle direzioni Yuzhnodonetsk, Zaporozhye, Artemivsk è iniziata il 4 giugno, mentre l’attacco principale delle forze armate ucraine si è concentrato sul settore Zaporizhzhya.

Kiev ha gettato in battaglia brigate addestrate dalla NATO e armate con equipaggiamento occidentale, compresi i carri armati Leopard 2, molti dei quali però sono stati rapidamente distrutti dall’artiglieria e dall’aviazione russa.

L’agenzia Interfax Ucraina riferisce che il vice ministro della Difesa ucraino Hanna Maliar ha parlato dell’avanzata delle truppe ucraine lungo il fianco meridionale attorno a Bakhmut e nel sud, nonostante il fatto che i russi stiano ora mobilitando tutte le proprie forze per bloccare l’offensiva delle forze armate ucraine

La viceministra della difesa ucraina segnala invece che le forze russe stanno ora avanzando con forza in direzione di Lyman, così come a Svativsky e Bakhmut, dove stanno creando una “difesa a tre livelli“.

Inoltre ha dichiarato che la situazione al fronte sta cambiando, ad esempio in direzione Svativsky, dove domenica anche i russi hanno lanciato un’offensiva, con la città che è passata di mano più volte tra le parti in conflitto.

Il portavoce del Centro stampa congiunto delle forze di difesa ucraine di Tavria, Valeriy Shershen, parla di un avanzamento fino a 2 chilometri in profondità della difesa nemica in direzione di Berdiansk con i militari ucraini stanno prendendo piede nelle posizioni occupate.

Shershen ha sottolineato che il nemico resiste ferocemente, tuttavia i combattenti ucraini stanno sistematicamente facendo pressione sulle sezioni frontali e “distruggendo senza pietà” il potenziale di combattimento delle forze russe.

Dalla sintesi delle varie fonti di diversa natura, però, si evince che la necessità ucraina di arrivare con qualche risultato al vertice Nato di Vilnius i prossimi 11 e 12 luglio, dovrà fare i conti con una realtà sul campo che non sembra fare sconti alle aspettative di Kiev.

Avanzare di 2 km nella “zona grigia” (la terra di nessuno prima delle fortificazioni russe) è un risultato ben misero che neanche la propaganda riesce più a vendere, soprattutto se poi si diventa bersaglio dell’artiglieria e dell’aviazione nemica.

La cosiddetta offensiva ucraina somiglia sempre più ad un tritacarne, come scrive l’esperto di intelligence Guido Olimpio sul Corriere della Sera: “I comunicati ufficiali sono sempre positivi, combinati con le testimonianze dei soldati su quanto sia complesso e costoso il loro compito. Spesso si tratta di postazioni create dagli stessi ucraini e ora in mano all’avversario.
A Oriente, però, la resistenza deve vedersela con un contrattacco tenace da parte dell’Armata russa in numerose località. La tattica di entrambi è evidente: acquisizione di territorio, costringere il nemico a impegnare forze che potrebbero servire altrove, logorare“
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Fonte

05/07/2023

Ucraina - Appello urgente in difesa dei fratelli Kononovic

Dopo il sequestro illegale, le torture e il processo farsa i fratelli Kononovich, compagni comunisti e antifascisti da sempre in prima linea nella Resistenza dei popoli del Donbass e contro i governi golpisti e antipopolari succedutesi dal 2014 in Ucraina, si trovano nuovamente nel mirino del regime di Zelensky e rischiano di essere assassinati da un momento all’altro.

Come hanno denunciato nel loro ultimo appello, infatti, un noto agente di polizia va ripetutamente annunciando e sollecitando su diversi canali il loro imminente omicidio, rendendo contestualmente pubblica la residenza dove si trovano costretti – senza aver commesso alcun reato, ricordiamo – agli arresti domiciliari.

Una trappola, per citare ancora le loro parole, allestita informalmente dagli apparati di Kjev per far fuori – coerentemente con le politiche antidemocratiche inasprite dal governo in questo anno e mezzo di escalation bellica – due personaggi diventati troppo scomodi, assurti a simbolo anche a livello internazionale dell’opposizione e della costruzione di un’alternativa socialista al regime golpista ucraino.

Proprio le diffuse e determinate campagne internazionali a loro sostegno hanno avuto un ruolo decisivo quando lo scorso ottobre hanno “ottenuto” i domiciliari dopo l’arresto e le torture nei sotterranei dell’SBU nel marzo 2022 e i successivi mesi di arresto “preventivo” senza che di loro circolassero più notizie.

Davanti agli ultimi sconcertanti avvenimenti, non possiamo abbassare la guardia e anzi siamo chiamati a rilanciare con ancora più forza l’iniziativa a difesa della loro vita e delle lotte che con coraggio non hanno mai smesso di portare avanti. Non c’è tempo da perdere, per questo ci rivolgiamo a organizzazioni, realtà e singoli lanciando un appello urgente alla mobilitazione a difesa dei fratelli Kononovich.

Rete dei Comunisti

Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista

Opposizione Studentesca d’Alternativa


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04/07/2023

Guerra in Ucraina - Kiev alla disperata ricerca dell'escalation

Da giorni, ormai, si moltiplicano gli allarmi su un prossimo “attacco russo alla centrale nucleare di Zaporizhzhia”, la più grande d’Europa.

È dall’inizio della guerra che questa possibilità viene agitata come possibile o prossima, ma in queste ore sembra in azione un vero e proprio “piano disinformativo” volto a determinre un attacco vero e proprio. Ma condotto dall’esercito ucraino.

Orizzontarsi tra le notizie, in tempo di guerra, è cento volte più difficile che in tempi di pace. Perciò facciamo ricorso sia alla logica (non alla “dietrologia”) sia a informative ed analisi provenienti da altre fonti.

Soprattutto statunitensi. Non sembri paradossale, perché ormai anche molti media “ufficiali”, persino tra quelli smandrappatissimi del nostro paese, cominciano ad ammettere che gli Stati Uniti vorrebbero farla finita con questo conflitto entro la fine dell’anno.

Problemi di costi, di difficoltà di approvvigionamento dell’esercito ucraino (che “consuma” o “distrae” quantità mostruose di armamento e munizioni), stanchezza degli alleati europei che stanno pagando un prezzo anche in termini di recessione economica. Ma soprattutto problemi di campagna elettorale per Biden, visto che a novembre 2024 ci saranno le elezioni presidenziali e questa guerra non è affatto popolare negli States.

Per sostanziare quello che appare più di un sospetto ieri abbiamo pubblicato un preoccupato resoconto di James Rickards, che di mestiere fa l’avvocato d'affari e ha intrattenuto anche rapporti con i servizi Usa (non proprio “un compagno di strada” né un “putiniano”, insomma), che sfruttando le sue conoscenze nell’amministrazione è arrivato a questa conclusione:

“C’è la possibilità che un’Ucraina sempre più disperata possa tentare di mettere in scena un attacco ‘falsa bandiera’ contro la centrale nucleare di Zaporizhzhia (ZNPP), nella regione di Kherson, dando la colpa alla Russia.
Sia il presidente ucraino Zelenskyy che il capo dei servizi segreti ucraini hanno recentemente messo in guardia su un possibile attacco russo alla centrale.
In altre parole, potrebbero porre le condizioni per un attacco false flag.
‘Vedete, vi avevamo avvertito che sarebbe successo!’“
.

Chi segue i notiziari internazionali, o anche solo Contropiano, sa che è già accaduto quantomeno per il gasdotto North Stream e per la diga di Nova Kahovka, oltre che per episodi meno rilevanti.

Nel caso della centrale gli “allarmi” appaiono chiaramente costruiti a tavolino secondo una grossolana ma precisa strategia “comunicativa” da ammannire all’informazione occidentale di bocca buona. I protagonisti principali di questo plot sono naturalmente lo stesso Zelenskij e il comandante in capo delle forze armate ucraine, Zaluzhny.

Ma anche altre “fonti” entrano in gioco a ritmo continuo, per “convalidare” l’idea che l’attacco russo stia per partire. Per esempio stamattina il “sindaco di Energodar Dmytro Orlov, la città dove si trova la centrale” ha dichiarato a tutto il mondo che “Circa 100 dipendenti russi della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia hanno lasciato l’impianto”. A conferma si riferisce “il timore degli 007 di Kiev che il Cremlino possa sferrare un attacco terroristico dalle conseguenze catastrofiche”.

Ripetiamo che in una guerra tutto può accadere e “il più pulito c’ha la rogna”. Ma dobbiamo far notar alcune cose: il “sindaco di Energodar” di cui si parla ha abbandonato la città all’inizio della guerra (16 mesi fa…), quando l’esercito russo ha conquistato l’impianto. Non è insomma una “fonte imparziale”, e sicuramente non è presente sul terreno (anche se certamente avrà contatti con qualcuno dei suoi ex concittadini).

La centrale, pur funzionando al minimo (come testimoniano i tecnici e persino il responsabile dell’Aiea, Rafael Grossi), è mantenuto in efficienza da personale russo per il buon motivo che fornisce l’energia praticamente a tutto il Donbass autonomizzatosi nove anni fa e ora accorpato alla Federazione Russa.

Farla esplodere non sarebbe insomma utile per Mosca – così come di certo erano state per i russi un danno sia l’interruzione del North Stream sia la distruzione della diga di Nova Kakhovka – anche perché i venti che porterebbero poi in giro scorie nucleari non sono abituati a rispettare i confini e tantomeno le linee del fronte tra gli eserciti.

Persino gli Stati Uniti non vedono alcuna prova che vi sia “una minaccia di minare la centrale nucleare di Zaporozhye da parte delle forze della Federazione Russa, come sostiene Kiev“. Lo ha annunciato lunedì scorso in un briefing il coordinatore per le comunicazioni strategiche del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby.

Insomma, anche a Washington dicono che dal lato russo, almeno sulla centrale, tutto è tranquillo. E allora? Perché il governo di Kiev insiste nel ripetere questa storia? L’attacco false flag sembra una buona spiegazione...

Vale naturalmente anche l’obiezione logica opposta: e perché mai allora dovrebbero essere l’esercito ucraino a farla saltare, se i rischi del fallout nucleare ci sarebbero anche per loro?

Su questo diversi analisti Usa, oltre il già ricordato Rickards, sono molto precisi: “Tenendo presente che sono già passate 4 settimane, suppongo che non ci sia molto tempo rimasto. Il punto è dire che la NATO è completamente bloccata.
Abituata alla loro dottrina di “Battaglia Aerea-Terrestre” che privilegia il potere aereo e gli attacchi profondi nelle retrovie del nemico, non hanno idea di come combattere questo tipo di guerra. Ecco perché è inevitabile che l’Ucraina si rinchiuda presto e riprenda gli aspetti più politici e psicologici della guerra ibrida”
.

Questa guerra “impantanata”, con i russi trincerati e l’esercito ucraino che non “sfonda”, dopo un mese di “controffensiva”, deve in qualche modo essere portata a conclusione. Nei prossimi giorni la NATO si riunirà a Vilnius, in Lituania. Approverà certamente altri invii di armi e sostegni vari a Kiev.

Ma o l’esercito ucraino raggiunge risultati “visibili” entro l’estate (in autunno il terreno diventa una trappola per i mezzi corazzati...) oppure bisognerà cominciare ad accettare l’idea del “congelamento” della situazione (ognuno resta con il territorio che controlla, come per la guerra di Corea).

Questo il “piano B” di Usa, Francia e Germania. Ma non corrisponde alla follia integralista di Kiev e degli ex paesi del Patto di Varsavia (la Polonia e i baltici), che vorrebbero invece un coinvolgimento diretto della NATO. Anche a costo di un conflitto nucleare.

L’attacco “falsa bandiera” alla centrale di Zaporizhzhia sarebbe insomma l’occasione giusta – secondo questi folli – per smuovere una situazione bloccata e convincere gli “alleati riluttanti” a varcare l’ultima linea rossa: l’intervento diretto.

E chi sopravviverà avrà ragione...

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03/07/2023

Guerra in Ucraina - Il vero obiettivo del Governo Zelenskyj

Per il momento non è dato sapere quale sarà la strategia statunitense, dopo la breve ma traumatica insurrezione di Prigožin. Se prevarrà un atteggiamento più guardingo, mosso dal timore che il crollo del potere centrale a Mosca generi un caos ingovernabile, mettendo a repentaglio il controllo di oltre 6000 testate nucleari russe (oggi dispiegate anche in Bielorussia, in risposta all’insistente domanda polacca di ospitare atomiche Nato sul modello italiano della “condivisione nucleare”).

Oppure se prevarrà la bellicosa soddisfazione che regna nel governo ucraino, convinto che sia proprio questo il momento ideale per non solo battere, ma abbattere Putin.

È il “dilemma israeliano” in cui Biden è intrappolato. In effetti il rapporto Usa-Ucraina somiglia sempre più alla dipendenza reciproca che lega Stati Uniti e Stato d’Israele, e che ha permesso a quest’ultimo di sviluppare un regime di supremazia etnica che soggioga i palestinesi, equivalente all’apartheid.

Kiev vuole a ogni costo una guerra di regime change, e per questo chiede a Washington missili a lungo raggio (tra cui gli Atacms, atti a colpire terre russe, oltre ai caccia F-16). Nell’amministrazione Usa c’è chi comincia a temere, dopo le gesta di Prigožin, gli effetti catastrofici di un bellicoso cambio di regime applicato, per la prima volta, a un’imponente potenza atomica.

Tanto più impressionante, in questo quadro, la puntata di Otto e Mezzo che il 29 giugno ha affrontato proprio questi temi. Il ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba, era intervistato da Lilli Gruber, Marco Travaglio e Lucio Caracciolo: una vera intervista finalmente, non gli osanna a Zelensky dei salotti di Vespa.

Tutti e tre lo hanno incalzato con grande maestria, e Kuleba ha dovuto infine ammetterlo: la resistenza ucraina mira in realtà a smembrare quello che Kiev chiama impero russo; l’ultimo restato anacronisticamente in piedi, secondo il ministro, “dopo il crollo degli imperi austro-ungarico e ottomano”.

Il ministro non si cura minimamente dei dubbi espressi da Mark Milley, capo di stato maggiore degli Stati Uniti, sulla fattibilità di una vittoria ucraina che comunque non è ottenibile – Kuleba pare dimenticarlo – senza assistenza Usa. Si rallegra all’idea che Putin sia indebolito dalla secessione del gruppo Wagner.

Finge inesistenti libertà linguistiche dei russofoni del Donbass, nonostante la legge che vieta l’uso del russo nella sfera pubblica. Finge inesistenti rapporti democratici con gli oppositori e la stampa, accettata in guerra solo se embedded, ligia ai comandi militari ucraini. Vede questa guerra come una partita di calcio: qui non si gioca per fare compromessi, ma per vincere!

Ecco, gli Occidentali stanno sostenendo e super-armando un governo che ha questi progetti, che non spende neanche una parola sul rischio di guerra atomica. Stanno per inserire nella Nato, al vertice di Vilnius l’11 e 12 luglio, quest’impasto di risentimento monoetnico e furia distruttiva.

Forse l’adesione sarà sostituita da garanzie di sicurezza sul modello israeliano, forse no. Resta che per la prima volta è parso sbriciolarsi – grazie alla professionalità degli intervistatori di Otto e Mezzo – l’oggetto di culto occidentale che è il totem Zelensky.

Lilli Gruber ha ricordato a Kuleba che esistono altri modi – non distruttivi – di affrontare la questione delle minoranze etnico-linguistiche: per esempio, il “pacchetto Alto Adige” negoziato da Roma con Vienna fra il 1962 e il 1969.

Travaglio ha insistito sull’accordo di pace che Kiev negoziò con Mosca nel marzo 2022, poco dopo l’invasione, e che fu bloccato in extremis dal veto di Londra e Washington. Il trattato s’intitolava “Permanente Neutralità e garanzie di sicurezza per l’Ucraina”, e prevedeva l’inserimento nella costituzione ucraina della neutralità permanente.

Non era una resa: si tornava alla neutralità perpetua, costituzionalmente garantita al momento dell’indipendenza nel 1990. Messo alle strette, Kuleba ha finto di non sentire.

Infine, quando Kuleba è stato spinto ad ammettere il vero scopo ucraino – frantumazione della Federazione Russa – Caracciolo lo ha messo all’angolo chiedendo se Kiev è dunque favorevole all’incameramento di parti della Siberia da parte cinese. Anche a questa domanda Kuleba non ha risposto. È lecito domandarsi se la non risposta equivalga ad assenso.

La puntata di Otto e Mezzo colpisce perché costituisce un’eccezione nel panorama tv. Forse perché finalmente le domande sostituiscono le asserzioni, come si addice alla professione giornalistica. L’insurrezione di Prigožin suscita infatti reazioni ben diverse da quelle di Gruber, Travaglio e Caracciolo, nei giornali scritti e parlati del pensiero unico.

I principali commentatori si sono mostrati euforicamente assertivi, nel diagnosticare l’indebolirsi del potere russo. Come se sapessero quel che davvero succede al Cremlino, e sognassero lo stesso sogno distruttore di Kuleba.

Anche se per ora sedata, l’insurrezione ha mostrato che il pericolo di un collasso del potere russo esiste, a cominciare dall’esercito. Che al collasso potrebbe far seguito – come auspicato esplicitamente da Kiev – lo sfaldarsi della Federazione. Le atomiche russe finirebbero in mano a poteri ben più infidi di Putin; il cosiddetto Armageddon si avvicinerebbe.

Persino quando il pericolo dell’insurrezione di Prigožin è apparso chiaro, ci sono stati giornalisti e politici che con visibile compiacimento, e all’unisono con quanto detto e non detto da Kuleba, hanno concluso che la resistenza ucraina aveva infine ottenuto questo gran risultato: Putin era debole, forse aveva i giorni contati.

Vale dunque la pena assistere Kiev con invii di armi sempre più offensive e sanzioni antirusse sempre più pesanti, visto lo sfaldamento del barbarico impero che ne può discendere.

Neanche per un minuto i commentatori hanno abbandonato la cecità di cui hanno dato prova da quando la guerra è de facto cominciata: non nel 2022 ma nel febbraio 2014, quando è stato evidente che il potere centrale a Kiev non intendeva in alcun modo integrare pacificamente le popolazioni russofone del Sud-Est: 14.000 circa sono i morti della guerra civile fra il febbraio 2014 e il febbraio 2022.

L’annessione della Crimea resta illegale, ma non è avvenuta senza motivi, di punto in bianco.

Washington tergiversa, incerta fra due strade opposte (escalation militare ucraina, o pressione su Kiev perché accetti un negoziato e metta fine alla guerra).

Quanto all’Europa, per ora sta a guardare, senza pronunciarsi sulla guerra di regime change caldeggiata da Zelensky. Anche in questo caso, chi tace acconsente di fatto. L’Europa continua a fingere ignoranza, sulle radici della guerra e gli allargamenti Nato temuti a Mosca da vent’anni.

Il sì dei suoi governi all’ingresso di Kiev nella Nato conferma lo status servile – e l’egemonia nell’Ue di interessi polacchi e baltici – assegnato all’Unione europea da Stati Uniti e Nato. Borrell dixit: dovrà pur finire l’”assedio della giungla al giardino europeo”.

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04/06/2023

Guerra in ucraina - Gli F-16 non muteranno l’equilibrio a vantaggio di Kiev

Al secondo vertice del relativamente nuovo carrozzone chiamato ‘Comunità politica europea’ che, oltre ai paesi UE, riunisce anche Gran Bretagna, Azerbajdžan, Armenia, Islanda, Ucraina, Moldavia, Turchia e Georgia, e che si è tenuto il 1 giugno alla ex fattoria e ora “castello Mimi”, non lontano da Kišinëv, è intervenuto anche Vladimir Zelenskij: ancora per chiedere soldi e armi, in particolare caccia F-16. Ma non solo.

Ha sentenziato che tutti i paesi europei che confinano con la Russia, devono entrare in UE e NATO: non abbiamo scelta, ha detto il nazi-golpista capo; «o la guerra aperta, o un’occupazione passo dopo passo. Vediamo cosa accade in Bielorussia e Georgia».

Su questa linea, ha anche preteso di venire a capo della situazione in Transnistria, in cui continuano a stazionare «gli aggressori russi».

Ma, al nocciolo dei discorsi, Zelenskij ha chiesto di nuovo che il vertice NATO di luglio a Vilnius decida l’ingresso dell’Ucraina nell’alleanza, e ha anzi “minacciato” di non andare nella capitale lituana senza aver ricevuto preventive «concrete garanzie di sicurezza e una road map di adesione» all’Alleanza atlantica. Questo, nonostante abbia lui stesso dovuto riconoscere che le speranze per Kiev «si fanno sempre più aleatorie».

L’ammissione è venuta dopo che, per la seconda volta (la prima, era successo al recente vertice della Lega araba), Zelenskij ha notato che alcuni dei presenti non portavano gli auricolari per la sincronizzata, pur non conoscendo la lingua ucraina: «Non avete traduzione e non capite? Grazie per essere con noi», ha recitato sconsolato lo showman.

D’altronde, rispondendo indirettamente sia a Zelenskij, che a Joseph Borrell, che ha di nuovo farfugliato dell’ingresso della Moldavia nella UE, il presidente rumeno Klaus Johannis ha suggerito a Kiev e a Kišinëv di non farsi troppe illusioni su un prossimo ingresso, dal momento che «le procedure sono molto complesse e può aversi l’impressione che non si concludano mai».

Tutto ciò, in coppia con le precedenti parole di Jens Stoltenberg, secondo cui la NATO non ha assunto alcuna decisione sulle garanzie di sicurezza all’Ucraina dato che, per questo, è necessario che il regime di Kiev conquisti la vittoria nel conflitto, rappresenta «uno schiaffo» per Zelenskij, scrive l’osservatore della russa Vzgljad, Vasilij Stojakin; ma non significa affatto la perdita di ogni speranza di futura adesione a UE e NATO, forse con il successore dell’attuale golpista-capo.

In ogni caso, la NATO non ha fretta e, indipendentemente dalle sbandierate “garanzie” offerte a Kiev, il succo della questione è dato dagli obblighi reciproci e da quella che appare come una “dipendenza” dal furfantesco (non parliamo della sua natura neo-nazista che, per l’Alleanza atlantica, è “garanzia” di ordine liberal-democratico) regime di Kiev.

E una tale “dipendenza” è già da tempo visibile; tanto che, a parere di Stojakin, «in questo senso, la NATO ha più paura dell’Ucraina che della Russia».

Russia, per la quale in sostanza non fa molta differenza se l’Ucraina sia o meno membro NATO: per dislocare missili americani a Khar’kov non c’è stato bisogno dell’ingresso di Kiev nell’Alleanza: per ora, però, quei missili non portano testate nucleari e, formalmente, sono “ucraini”. Importante per Mosca è che, a Khar’kov, non vi siano missili “con targa” americana.

Intanto, però, la questione principe all’ordine del giorno è quella dei caccia F-16 e, in questi giorni, alle considerazioni del Segretario all’aeronautica USA, Frank Kendall, o del politologo americano Stephen Brien, oppure del capo degli Stati Maggiori riuniti Mark Milley, si aggiungono quelle esposte da Brynn Tannehill, ex pilota della Marina USA e ora analista per la Rand Corporation.

Secondo la Rand, la pretesa di Washington di addestrare piloti ucraini per gli F-16 in un tempo record di quattro mesi è quantomeno dubitativa. Ma, soprattutto, afferma Tannehill, i piloti non sono l’unico fattore di utilizzo di tali velivoli: al momento, Kiev «non è in grado di utilizzarli, assicurarne la manutenzione e l’efficienza».

La catena di approvvigionamento prevede la possibilità di assicurare pezzi di ricambio in quantità adeguata, mezzi e fondi per uso degli aerei e loro manutenzione, addestramento di personale e, soprattutto, costante fornitura di armamenti specifici per F-16.

Tutto questo, afferma Tannehill, significa che «la situazione è molto più complicata del semplice addestramento di piloti ucraini e la consegna di alcuni F-16 fortemente obsoleti»; perché, è noto che i paesi che forniranno tali velivoli a Kiev, a partire dall’Olanda, lo faranno per sbarazzarsi di vecchie versioni di F-16 e acquisirne di moderne.

Inoltre, dice l’ex pilota, «Senza piani di supporto, questi velivoli, andrebbero rapidamente fuori uso e si trasformerebbero in bersagli immobili per i missili aria-terra russi. L’Ucraina probabilmente non sarà in grado di schierare operativamente F-16 fino alla fine dell’anno, se non più tardi».

L’F-16, dice ancora Tannehill, è stato «progettato per consentire all’aviazione USA di vincere quella russa. Bisogna però ammettere che i nostri aerei sono inferiori agli aerei d’epoca sovietica in servizio alle forze armate ucraine e sono un obiettivo da ragazzi per i caccia russi».

Tannehill si dice convinto che i velivoli ucraini non abbiano chances contro i MiG-31 e Su-35 russi, che sono in grado di intercettare e colpire gli F-16 ucraini, prima ancora che i piloti ucraini possano individuarli: «vecchi Su-27 e MiG-29 d’epoca sovietica, o vecchi F-16 non possono mutare l’equilibrio delle forze a favore dell’Ucraina».

Secondo la Rand, uno dei possibili impieghi degli F-16 da parte ucraina, potrebbe essere quello di vettori di missili americani JASSM, oltre ai britannici Shadow Storm e tedeschi TAURUS, oppure come rinforzo della difesa antiaerea, vista la non brillante figura fatta sinora dai “Patriot”.

Altra variante ipotizzata da Tannehill, è quella della fornitura al regime nazi-golpista, oltre agli F-16, anche di F-22, considerato il passaggio dell’aviazione yankee agli F-35.

Quello che la Rand ipotizza come elemento del tutto “naturale”, sarebbe la dislocazione degli F-16 forniti a Kiev, in aeroporti di paesi NATO, come ad esempio Polonia o Romania, da cui decollerebbero per attaccare la Crimea, facendovi poi ritorno.

Per questo motivo, osserva Vladimir Karasëv su News Front, Mosca potrebbe considerare «del tutto normale prendere in considerazione il lancio di russi “Kinžal” dal territorio russo per attaccare aeroporti militari NATO in Polonia e Romania. L’importante è che poi la NATO non domandi: e noi che c’entriamo?».

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23/05/2023

Guerra in Ucraina - Emerge la verità sulla caduta di Bakhmut

Anche le fonti ucraine ormai ammettono che la devastata cittadina di Bakhmut (Artemosvk per i russi) è caduta.

“Dieci mesi dopo l’inizio dell’assalto della Russia alla città un tempo fiorente dell’Oblast di Donetsk, Bakhmut è stata ora effettivamente occupata dalle truppe russe” – scrive oggi il quotidiano ucraino Kyev Indipendent – Ciò non è stato ancora confermato da Kyiv, ma è evidente sulla base sia delle dichiarazioni ufficiali che di quelle rilasciate dai soldati sul campo al giornale ucraino.

Nei commenti raccolti dal giornale del 21 maggio, Serhii Cherevatyi, portavoce del Comando operativo orientale ucraino, ha confermato che le truppe di Kyev mantengono le posizioni e le fortificazioni nella parte sud-occidentale della città vicino al monumento aereo del MiG-17 distrutto. I soldati ucraini che combattono intorno a Bakhmut hanno detto al Kyiv Independent che le battaglie alla periferia della città sono ancora in corso, ma l’esercito ucraino ha effettivamente perso il controllo delle ultime strade e degli edifici a più piani all’interno dei confini della città.

Le truppe ucraine sono ancora in grado di avvicinarsi alla città, ha affermato Cherevatyi, ma a causa dell’intensità del fuoco d’artiglieria russo, il movimento di attrezzature e veicoli verso le posizioni è complicato.

Il comandante ucraino ha affermato che il problema principale è l’intensità del fuoco di artiglieria, mortai e carri armati russi, aggiungendo che i bombardamenti dell’esercito russo non sono diminuiti nonostante le lamentele di Prigozhin sulla mancanza di munizioni.

Il Kyev Indipendent ricorda come in un’insolita intervista rilasciata all’Associated Press il 29 marzo scorso, Zelensky, tuttavia, ha ammesso apertamente la motivazione politica alla base della decisione di resistere ad ogni costo a Bakhmut.

Zelensky nell’intervista ha affermato che la presa di Bakhmut avrebbe dato una spinta morale tanto necessaria alla Russia e ai suoi alleati, mentre avrebbe smorzato la speranza tra i partner dell’Ucraina che una vittoria militare di Kiev nella guerra fosse realizzabile.

Sorprendentemente, il presidente ucraino aveva anche affermato che la sconfitta a Bakhmut avrebbe fatto “sentire stanchi” gli ucraini e avrebbe persino spinto per un cessate il fuoco. “La nostra società mi spingerebbe a raggiungere un compromesso con loro”.

Un servizio dell’agenzia russa Ria Novosti scrive che “In senso militare, l’idea dei nostri avversari strategici era quella di macinare i combattenti russi nell’attacco, trasformando Artemovsk in una sorta di Verdun. Nella prima guerra mondiale, Verdun, era una fortezza francese e nei falliti tentativi di assalto i tedeschi esaurirono tutto il loro potenziale di combattimento. Tuttavia, qualcosa è andato storto, l’idea con Verdun si è rivoltata contro i suoi autori”.

Secondo il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani, “Le difficoltà di Kiev a definire una posizione chiara e univoca sulla situazione militare a Bakhmut, la cui caduta viene ormai commentata e considerata assodata anche dagli osservatori militari russi e ucraini che animano diversi canali Telegram, potrebbero indicare una certa confusione negli apparati decisionali determinata forse anche dall’assenza da Kiev di Zelensky”.

Non è sfuggito agli analisti militari il maldestro tentativo degli osservatori occidentali – come già segnalavamo ieri sul nostro giornale – di sminuire la caduta di Bakhmut.

Qualcuno dovrebbe avvisare di tutto questo il giornale La Repubblica che continua a vaneggiare. Il titolo di oggi è emblematico.


La caduta di Bakhmut, per il suo significato militare, politico, simbolico e morale sta mettendo in difficoltà anche gli alleati dell’Ucraina e il relativo circo mediatico, sottolinea infatti Gianandrea Gaiani, rilevando come il famigerato Istituto per lo studio della guerra (ISW) – think-tank statunitense che non ha mai nascosto il sostegno alla causa ucraina – commentava nel suo ultimo bollettino che “la presunta cattura da parte di Prigozhin degli isolati rimanenti a Bakhmut non è strategicamente significativa in quanto non consentirà all’esausto Wagner o alle forze russe convenzionali di stabilire un trampolino di lancio significativo per ulteriori operazioni offensive. I continui contrattacchi ucraini a nord, ovest e sud-ovest di Bakhmut complicheranno qualsiasi ulteriore avanzata russa oltre Bakhmut nel breve termine”.

Sulle scelte delle forze russe la vede piuttosto diversamente dall’ISW Francesco Dall’Aglio, attento osservatore della situazione militare sul campo “La strategia seguita dalla Russia finora sta pagando e non c’è alcuna indicazione che una strategia diversa, cioè passare all’offensiva, potrebbe avere risultati migliori perché l’esercito NATO in Ucraina non è ancora sufficientemente degradato da cedere terreno senza infliggere perdite pesanti che l’establishment russo apparentemente non è disposto ad accettare per motivi di politica interna. Per cui credo che continueranno ad attendere la controffensiva ucraina, magari continuando con i guadagni incrementali dalle parti di Svatovo-Kremminna, Avdiivka, Marinka”.

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22/05/2023

Guerra in Ucraina - Le “pezze” sull’ammissione della caduta di Bakhmut

La città di Bakhmut (Artemovsk per i russi) è caduta. Anzi no. O forse si. Comunque “non era strategica”.

Nella notte del 21 maggio, il Ministero della Difesa russo ha annunciato che a seguito delle operazioni offensive della compagnia Wagner, con il supporto dell’artiglieria e dell’aviazione del Gruppo meridionale delle forze armate russe, la liberazione di Artemovsk (Bakhmut in ucraino) era completata.

Dopo l’annuncio del ministero della Difesa russo sulla conquista della città ucraina, è stato lo stesso presidente ucraino Zelensky a rilasciare un commento che suonava come un’ammissione di sconfitta proprio quando il suo esercito dovrebbe lanciare la tanto attesa controffensiva di primavera, scrivono le agenzie.

Il presidente ucraino, ha precisato il suo portavoce, non ha confermato la presa di Bakhmut da parte delle truppe russe durante i suoi commenti a margine del vertice del G7. “Il presidente ha negato la cattura di Bakhmut“, ha detto Sergiy Nykyforov su Facebook. Quando gli è stato chiesto se Bakhmut fosse ancora nelle mani dell’Ucraina, dopo che Mosca ha annunciato la sua cattura, Zelensky ha risposto: “Penso di no“.

Teatro della più lunga battaglia dall’inizio dell’invasione di Mosca in Ucraina, il destino della città è stato a lungo in bilico tra le forze armate ucraine e quelle russe. “Come risultato delle azioni offensive delle unità d’assalto Wagner, con il supporto dell’artiglieria e dell’aviazione dell’unità Sud, la liberazione della città di Artemovsk è stata completata“, ha dichiarato il ministero della Difesa russo, utilizzando il nome di Bakhmut dell’era sovietica.

Per gestire una cattiva notizia sul fronte militare, le fonti ucraine e occidentali ricorrono allo schema della volpe e dell’uva. Significativo quanto ammette il think thank statunitense Institute for the Study of War secondo cui: “L’annuncio della cattura di Bakhmut da parte della Russia non ha alcun significato strategico, poiché non permetterà alle forze esauste di Mosca di creare una testa di ponte per ulteriori operazioni offensive”. la dichiarazione è stata ripresa dalla Ukrainska Pravda.

Il think thank statunitense ritiene inoltre che la dichiarazione del fondatore del Gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, sulla partenza dei suoi mercenari dalla città contesa potrebbe essere un tentativo di fuorviare le truppe ucraine. ”La vittoria di Prygozhin sui restanti distretti di Bakhmut è puramente simbolica, anche se fosse vera”.

“A Bakhmut non c’è più niente, hanno distrutto tutti gli edifici. Per ora Bakhmut esiste solo nei nostri cuori“, ha detto Zelenski al vertice del G7 a Hiroshima rispondendo alle domande dei giornalisti che chiedevano se le forze ucraine stessero ancora resistendo o se la Russia avesse preso la città. “Dovete capire che non c’è niente – ha precisato il presidente ucraino – oggi Bakhmut è solo nei nostri cuori“.

Dal canto suo il presidente russo Vladimir Putin si è congratulato con i miliziani del gruppo Wagner e con i militari delle forze armate russe.

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18/05/2023

Ora gli USA giustificano il terrorismo, se ucraino

di Fabio Mini - Il Fatto Quotidiano

Durante un’intervista radiofonica di oltre un anno fa, Luca Telese mi chiese se la resistenza ucraina all’invasione russa potesse sfociare nel terrorismo. Gli risposi laconicamente di sì, aggiungendo che sarebbe comunque stata un’altra cosa. In questa guerra che molti definiscono “ibrida” le forme di lotta non si mescolano e non si fondono: sono stratificate e ognuna di esse ha una propria regia e autonomia che raramente si armonizza con le altre e talvolta diventa perfino contraddittoria e controproducente.

È il caso del ricorso al terrorismo che in Ucraina è iniziato molto tempo prima dell’invasione russa. L’ucraina di Poroshenko ha affrontato le istanze autonomiste (non ancora indipendentiste) come una guerra al terrorismo dei russofoni del Donbass. E così il contro-terrorismo su base linguistica o etnica si è qualificato come terrorismo di Stato. Dal 2014 le repressioni della polizia, delle milizie e delle forze armate ucraine nei confronti degli autonomisti di Lugansk e Donetsk, anch’essi ucraini, sono state considerate un problema “interno”, tanto per non scomodare i termini più appropriati di guerra civile o guerra d’insurrezione che hanno una propria tenue legittimazione anche nel diritto internazionale.

L’onda lunga della “guerra al terrore” promossa dagli Stati Uniti nel 2001 come risposta globale alla minaccia del terrorismo islamico è arrivata a proposito in molte altre occasioni, giustificando qualsiasi azione di repressione e destabilizzazione all’interno degli Stati o tra Stati. La risolutezza delle azioni di forza contro una minaccia reale (atti di terrorismo) è stata adottata e spesso abusata per combattere una minaccia surreale (qualsiasi atto e pensiero in disaccordo con il sistema nazionale o internazionale). Con il pretesto della lotta al terrore sono state represse le istanze anche legittime di varie minoranze e limitate le libertà personali dei cittadini in tutto il mondo. Senza nessuna differenza fra regimi democratici o autocratici.

È interessante notare come lo strato del ricorso al terrorismo sia profondo e consistente nella guerra ucraina. Dal 2014 esistono ucraini “terroristi” ai quali si contrappongono ucraini “nazisti”. Il presidente Zelensky non si riferisce alla Russia soltanto come uno Stato “aggressore” (che è già tanto), ma lo definisce “terrorista”. La Russia risponde con l’accusa di nazismo che nell’accezione più comune non individua il sistema o il regime nazionalsocialista (come si vorrebbe far credere), ma racchiude tutti i significati più orrendi della violenza: disumanità, criminalità, terrorismo di Stato. Terrorismo e nazismo diventano quasi coincidenti. E infatti il nostro sistema “occidentale” li condanna entrambi. A chiacchiere, perché nella pratica c’è sempre qualche eccezione.

Interrogato da un giornalista sulle incursioni pirotecniche sul Cremlino, il segretario di Stato statunitense Blinken ha risposto in maniera sorprendente: non gli era chiaro cosa fosse accaduto (se non lo sa lui!), quello che dice Mosca non è attendibile e comunque l’Ucraina “sceglie come vuole i mezzi per difendersi”. Perché, ha detto Blinken, da oltre un anno l’ucraina è bombardata ogni giorno, la popolazione scappa e i bambini sono uccisi ogni giorno. È vero, con un piccolo particolare. Il Donbass ucraino è bombardato dal 2014, i bambini sono uccisi da nove anni, le maggiori distruzioni strutturali sono in Donbass e lì non sparano solo i russi. Un paio di giorni dopo l’assoluzione di Blinken sui mezzi che ognuno sceglie per difendersi, Kiev ha ripreso le incursioni “speciali” (con la collaborazione di forze altrettanto speciali europee e transatlantiche) e la campagna di killeraggio contro i “propagandisti” russi e ucraini ritenuti filo-russi, ovviamente tutti terroristi. I russi hanno reiterato le accuse di nazismo e gli attacchi missilistici proprio mentre entrambe le parti stanno prendendo le misure per una offensiva/controffensiva sempre più problematica. Entrambe sperano che il maltempo non passi presto e fornisca ancora per un po’ una scusa plausibile per non spendere in un massacro le risorse disponibili.

La logica degli strumenti di guerra che ognuno sceglie come vuole è comunque di una gravità estrema a livello globale. In ogni parte del mondo c’è qualcuno che oggi può sentirsi legittimato a usare qualsiasi mezzo per “difendersi”. Specialmente dai propri governanti.

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17/05/2023

Il tour dell’elemosina

Sono diverse le considerazioni che possono essere fatte a commento della visita in Europa del Presidente ucraino Zelensky. È stato ricevuto con un dispositivo di sicurezza privo di ogni senso e di qualsivoglia motivazione a parte quella di solleticare l’ego infinito dell’attore, confortato nel rifiuto netto da parte dei paesi del G7 a considerare un tempo massimo entro il quale o l’Ucraina vince sul campo oppure si procede sul tavolo diplomatico.

E invece aiuti illimitati, sostegno indefinito in tempo e forma e ipocrisia a tonnellate, perché alcuni dei Paesi che più si espongono a favore di Kiev sono gli stessi che provano, con infinita cautela, a vedere che spazio può aprirsi grazie all’iniziativa cinese.

L’aspetto più significativo del tour del questuante è stato lo schiaffo che l’Ucraina ha assestato al Vaticano. Non solo aveva già nei giorni scorsi affermato di non essere a conoscenza di alcuna operazione diplomatica, ma a Roma Zelensky ha rincarato la dose, affermando che pur rispettando il Vaticano, non ha bisogno dei suoi sforzi diplomatici, dato che l’Ucraina non contempla la possibilità di arrivare ad una soluzione del conflitto che non sia la sconfitta militare russa, il ritiro dei suoi soldati e la “restituzione” di Crimea e Donbass a Kiev. Probabilmente ha dimenticato come fu proprio lui a chiedere in ripetute occasioni l’intervento a sostegno della Chiesa di Roma e quando poi questo arriva lo disprezza.

Mai, nella storia, un Papa era stato così oltraggiato a Roma da un presidente di una nazione che si dice cattolica, mai la sua azione diplomatica e riconciliatoria era stata così sdegnatamente rifiutata. Infrangendo ogni regola del protocollo e ogni acume politico, quella di Zelensky è stata una manifestazione di arroganza certamente suggerita da Washington, che ormai vede con terrore il profilarsi di una iniziativa diplomatica per raggiungere almeno un “cessate il fuoco”. Ma se per Washington il proseguimento della guerra è motivato dalla sua convenienza politica ed economica, è possibile che l’attore ucraino abbia a pentirsi di tanta arroganza, dato che l’eventuale sfilarsi del Vaticano lascerà la mediazione necessaria alla lettura di attori decisamente meno indulgenti con Kiev di quanto non lo sarebbe stato Papa Bergoglio. A meno che il comico non voglia pensare di durare un minuto in più di quanto dureranno le convenienze USA nello specifico ucraino.

Appare grave, allo stesso tempo, che le autorità istituzionali italiane, tedesche e francesi che si sono riunite con Zelensky, non abbiano espresso un chiaro monito all’attore, che continua a recitare travestendosi da combattente senza aver combattuto mai un giorno in vita sua, come a voler identificarsi con truppe che invece lo detestano per essere inviate al macello mentre lui e la sua cricca ingrassano con commesse e giri intorno al mondo. Non sono informazioni russe ma statunitensi, rilanciate dalla CIA che ha avvertito circa la rivendita a terzi degli armamenti che giungono all’Ucraina. È possibile e persino probabile che parte degli armamenti che arrivano a Kiev e finiscono in mani diverse siano destinati ad armare criminalità organizzata e gruppi paramilitari che saranno incaricati di proseguire la guerra anche in caso di accordi di pace. Non sarebbe la prima volta che gli USA operano in questo modo, basta ricordare l’esempio dell’Afghanistan negli anni ‘80.

La menzogna, arma decisiva

La visita di Zelensky a Roma, Berlino, Parigi e Londra, incentrata su una nuova questua dell’Ucraina alla UE e al miliardario razzista di ultra destra di Downing Street, ha avuto anche il compito di rilanciare politicamente il despota di Kiev e di nascondere le difficoltà militari spaventose che attraversano l’esercito, che ad ogni analisi militare appare non in grado di mettere in campo la già pedissequamente annunciata controffensiva, mentre continua a perdere terreno e uomini.

Del resto è stato lo stesso Zelensky, alla vigilia del tour europeo, ad affermare che la controffensiva ucraina non sarebbe stata possibile, almeno nei tempi e nei modi nei quali era stata propagandata, perché avrebbe avuto un costo in uomini insopportabile per il Paese.

Quella delle perdite in vite umane dell’Ucraina è questione che non ottiene nessuno spazio nel sistema mediatico occidentale. Non vi sono dati sulle perdite ucraine come sulla capacità di difesa dagli attacchi russi. Vengono versati fiumi di parole per raccontare presunte difficoltà russe, crisi nella catena di comando di Mosca, contrasti interni al gruppo dirigente russo e malessere delle truppe. Il tutto mentre si rassicura che l’Ucraina vincerà, come si è detta certa la Meloni in una esaltazione ritardata e nostalgica del fanfaronismo mussoliniano.

Quella sullo stato delle cose sul terreno non è questione secondaria. È elemento decisivo per contrastare gli sforzi diplomatici di Cina e Vaticano e per convincere l’opinione pubblica europea, che chiede a gran voce la fine di aiuti militari che servono solo ai mercanti di armi ed a proseguire nella guerra. Non a caso l’informazione sulla situazione militare sul terreno viene appaltata al ministero della Difesa di Kiev, ormai famoso per le iperboli con cui confeziona le bugie. L’ultima di queste, parla di 200.000 morti russi, che in realtà, dall’inizio del conflitto, sfiorano i diecimila.

Del resto non si capirebbe come mai la Russia occupa il 25% dell’Ucraina, da Kiev si denunciano bombardamenti sulle abitazioni civili ed ogni altra nefandezza, ma poi si forniscono numeri di caduti russi che si spiegherebbero solo se i russi bombardassero se stessi. I numeri iperbolici che fornisce Kiev davvero denunciano la guerra propagandistica, dove gli ucraini raggiungono punti di eccellenza nello spararle grosse. Loro ci mettono la fantasia e, così come combattono con armi, munizioni e comandanti NATO, si servono del sistema mediatico occidentale e della censura nei confronti della Russia per veicolare numeri e storie completamente inventate.

Sin dall’inizio il conflitto ucraino si è caratterizzato in questo modo. Basta ricordare il primo episodio di guerra mediatica, l’occupazione russa dell’Isola dei serpenti. Mentre la propaganda ucraina raccontava di gesta eroiche dei difensori, di impossibilità per i russi di prendere l’isola, Mosca produsse i video della resa generale di tutti i militari ucraini che si trovavano a difenderla, con tanto di dichiarazioni dei prigionieri. Fu solo con il primo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia che molti dei difensori dell’isola, affatto eroici, vennero riconsegnati alle autorità ucraine.

Tutta la guerra è stata segnata da questa totale mistificazione, da questo rovesciamento della realtà che costituisce il format della comunicazione, tipico delle guerre di quarta e quinta generazione, che prevedono l’utilizzo dei media come strumento fondamentale di sostegno per le operazioni militari. Nascondere i propri insuccessi e generare sdegno per i successi del nemico, trasformando i suoi successi in crimini e i suoi insuccessi in disfatta, è il primo e più elementare dei moduli comunicativi.

Il tour del questuante ha sì raccolto molta disponibilità politica nei governi della UE, ma quanto ad aiuti concreti solo la Germania ha promesso 2,4 miliardi di Euro, pur rifiutandosi di fornire Kiev di aerei da combattimento, mentre Macron ha promesso addestramento per i piloti ma non aerei. Il che si spiega con l’intenzione di non far deragliare il conflitto dal binario di una guerra convenzionale di posizionamenti, offensive e ritirare, conquiste e riconquiste di frammenti di territorio che non hanno nessuna particolare valenza oltre a quella di tenere vigente la guerra.

I governi europei non sono ciechi e nemmeno stupidi. Se, nonostante la carneficina di ucraini e la devastazione dell’Ucraina insistono a fornire armi, è perché questo è ciò che corrisponde ai loro interessi e a quelli, preminenti, della regia, che si trova a Washington. Temono il rovescio elettorale nel 2024 e sanno che devono esercitare il massimo di pressione militare contro la Russia prima del voto. La pelle ce la mettono gli ucraini che servono all’unico vero scopo: tenere la Russia in guerra. Fiaccarla economicamente, militarmente e politicamente. Provare ad increspare la sua alleanza strategica con la Cina profilando interessi via via divergenti, tentare di rovesciare il governo di Vladimir Putin per riacquistare un vantaggio nell’organizzazione militare planetaria.

Questo è l’oggetto della partita: Nato vs Russia, che precede quella di vecchio Ordine Mondiale Unipolare vs nuovo Ordine Mondiale Multilaterale. Dell’Ucraina non interessa nulla a nessuno. Comunque non a chi continua a rifornirla di armi obsolete, che servono solo a svuotare i depositi e a far ripartire le commesse militari. Business e corruzione annessi.

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15/05/2023

Chi non vuole la guerra, prepari la pace

L’inviato speciale della Cina per gli affari euroasiatici, Li Hui, inizierà a visitare Ucraina, Polonia, Francia, Germania e Russia a partire da lunedì 15 maggio.

Si tratta della concretizzazione dell’impegno cinese come mediatrice nell’attuale conflitto ucraino, annunciato durante la telefonata tra Xi Jinping e Zelensky il 26 aprile scorso.

Ad annunciare l’inizio dell’importante tour diplomatico è stato il portavoce del Ministro degli Esteri della Repubblica Popolare, Wang Wenbin, in una conferenza stampa lo scorso venerdì, lo riferisce il sito d’informazione cinese in lingua inglese Global Times.

Wang ha ricordato l’approccio cinese tenuto da Xi Jinping sulle cui basi è stata formalizzata la “Posizione sulla Risoluzione Politica della Crisi Ucraina”.

Li è un veterano della diplomazia di Pechino e ricopre il ruolo di inviato speciale per le questioni euroasiatiche dal 2019. È stato prima ambasciatore cinese in Kazakistan, dal 1997 al 1999, e poi dal 2009 al 2019 ha servito come rappresentante diplomatico a Mosca.

Il tour diplomatico di Li è teso ad aprire la via a trattative di pace facendo da mediatore tra le varie parti che non intendono parlarsi direttamente, con un lavorio di cucitura diplomatica propedeutico all’avvio di proprie trattative.

I successi cinesi in questo campo, con la normalizzazione delle relazioni tra Iran e Arabia Saudita ed il dialogo trilaterale tra Cina, Pakistan e l’Emirato Afghano a guida Talebana, sono risultati concreti che provano l'impegno di Pechino a porsi come game changer diplomatico all’interno di una cornice multilaterale delle relazioni internazionali che viene costantemente proposta e soprattutto praticata, per quanto spinosi possano essere i dossier che affronta.

Secondo quanto riferito dall’agenzia Ansa rispetto alla conferenza stampa di venerdì: «La situazione, ha concluso Wang, sta diventando “sempre più complessa”, ma “la Cina è disposta a continuare a svolgere un ruolo costruttivo per raggiungere un maggiore consenso internazionale sul cessate il fuoco, sulla fine della guerra, sull’apertura di colloqui di pace e per evitare l’escalation della situazione, in modo da contribuire alla promozione della soluzione politica della crisi ucraina».

Lo sforzo diplomatico cinese per una risoluzione politica al conflitto si affianca a quella dell’attuale Pontefice, che lo scorso sabato ha ricevuto proprio il leader ucraino.

Un incontro preparato da tempo dalla diplomazia vaticana e descritto in maniera particolareggiata da Nello Scavo in un articolo su L’Avvenire, con un dietro le quinte che fa luce sulla diplomazia “segreta” attuata fin dall’inizio del conflitto, con un dialogo tra la Santa Sede e le autorità ucraine che non si è mai interrotto, affiancandosi alla diplomazia “personale del Papa”.

Una diplomazia “personale”, aggiungiamo, probabilmente messa in campo anche per “smarcarsi” da una parte del mondo cattolico e delle sue gerarchie, secondo cui la Pax Christiana di fatto coinciderebbe con la Pax Atlantica.

L’efficace protagonismo del pontefice è fin qui emerso per ciò che comprende lo scambio dei prigionieri – 200 combattenti, su una lista di 300, sono stati scambiati il 22 settembre; poi, il 6 maggio, sono tornati in Ucraina 45 militari. Ma lo stesso è accaduto per la questione dei bambini ucraini in un primo momento trasferiti in Russia.

Ma è chiaro che l’opera di Bergoglio non si è fermata a questi aspetti, insieme ad altri interventi più classicamente caritatevoli che hanno portato ad un alleviamento delle condizioni della popolazione colpita dalla guerra, è corrisposto un preciso disegno di pace che per ora – almeno nelle dichiarazioni ufficiali – non sembra avere incontrato il consenso del presidente ucraino.

Conclude Nello Scavo nel sul pezzo: «Certo, le incomprensioni non sono mancate nel corso di questi 15 mesi, ma i gesti concreti del Papa e tante delle sue azioni ancora coperte dalla riservatezza gli hanno fatto guadagnare il rispetto e la riconoscenza di un intero popolo e della sua leadership, che ora spera di poterlo accogliere in Ucraina per portare fin dentro alla guerra le sue parole di pace».

Il leader ucraino è sembrato, per ora, più interessato a coinvolgere il Pontefice nelle proposte ucraine che non il contrario, riproponendo i 10 punti avanzati da Kiev, oltre a chiedere al Papa una più netta condanna dei “crimini russi” ed una minore equidistanza. Un tentativo esplicito – e stupido – di fargli “indossare l’elmetto”.

Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, le parole di Zelensky sarebbero piuttosto lapidarie: “Con tutto il rispetto per Sua Santità, non abbiamo bisogno di mediatori”.

Dopo l’incontro con il Pontefice il leader ucraino ha incontrato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato, una sorta di “ministro degli Esteri” del Vaticano.

Nelle righe diffuse dalla Santa Sede anche in questo incontro è stata ribadita la “necessità di continuare gli sforzi per raggiungere la Pace”, segno che anche di fronte al Niet di Zelensky la battaglia per la pace va avanti comunque.

È stato, per così dire, arato il terreno ed esplicitata – anche se in maniera riservata – una proposta che, come quella cinese più esplicita, non può essere ignorata dall’opinione pubblica del nostro Paese.

Che la diplomazia nelle sue più alte sfere sia al lavoro, anche sulla questione ucraina, l’ha confermato però anche l’incontro tenuto segreto a Vienna tra Jack Sullivan, Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense, e il Ministero degli Esteri cinese Wang Yi definito “franco” e “costruttivo” dalla stessa Casa Bianca.

È chiaro che lo sforzo dell’incontro era ristabilire una linea di comunicazione tra le due super-potenze economiche per una gestione responsabile dei vari fronti di competizione scaturiti dall’attuale situazione. Ossia Taiwan, ma non solo.

Una relazione necessaria perché non si intravede nessuna “camera di compensazione” in grado di raffreddare le tensioni internazionali a nessun livello, mentre abbondano i piromani più propensi ad estendere l’incendio ucraino che a domarlo: i conservatori britannici, l’establishment politico dei Paesi Baltici, e la leadership polacca.

In questo contesto risulta perciò necessario sostenere gli sforzi per proposte di pace concrete e di risoluzione politica del conflitto ucraino da qualunque parte provengano, superare il coinvolgimento bellico dell’Italia nella guerra in specie con l’invio di armi, mettere in discussione l’approccio irresponsabile dell’apparato militar-‘intellettuale’ nostrano che rende la guerra al fianco della NATO, contro la Russia, l’unico orizzonte praticabile della “nostra politica” estera.

Sono temi al cuore del documento “fermare la guerra, imporre la pace” di cui siamo firmatari e promotori e che vogliamo mettere al centro del dibattito e dell’agenda politica.

Da laici ed atei vogliamo riprendere le parole del Papa dopo la preghiera del Regina Coeli di questa domenica: “con le armi non si otterrà mai la sicurezza e la stabilità, ma al contrario si continuerà a distruggere anche ogni speranza di pace”.

Sono parole di buon senso, come quelle pronunciate da Carlo Rovelli il Primo Maggio.

Parole che fanno letteralmente a pugni con ciò che pensa la maggior parte della classe politica istituzionale in Italia – da FdI al PD – ma che riflettono il sentimento ampiamente maggioritario del Paese.

Chi non vuole la guerra, dunque, prepari la pace.

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11/05/2023

L’Ucraina golpista e i “valori che stanno a cuore all’Europa”

Come ormai scritto e ripetuto, lo scorso 8 maggio, alla vigilia della 78esima ricorrenza della capitolazione nazista, il capintesta del regime neonazista di Kiev ha voluto l’abolizione in Ucraina della Festa della Vittoria, a suo dire «rimasuglio dell’eredità sovietica».

Dal 9 maggio 2023, dunque – e, si può supporre, finché a Kiev saranno al comando eredi della tradizione banderista filo-hitleriana – gli ucraini sono tenuti a celebrare una cosiddetta Festa dell’Europa e dovranno «festeggiare la nostra unità storica: l’unità con tutti gli europei che distrussero il nazismo e che sconfiggeranno il “russismo”. Questa sarà la Festa dell’Europa», ha proclamato colui che nel 2019 prometteva la fine della guerra in Donbass.

Ovviamente, è stato notato, la cosiddetta Festa dell’Europa non ha nulla che fare con la Grande guerra patriottica dei popoli dell’URSS (la precisazione, forse, è più doverosa per i lettori russi), ma è legata alla formazione del Consiglio d’Europa (maggio 1949) e alla Dichiarazione Schumann sulla CECA (9 maggio 1950), l’antesignana della UE.

Per cui, la Kiev golpista e europeista, d’ora in poi ricorderà la fine della Seconda guerra mondiale in sordina, l’8 maggio; con buona pace anche di Semën Zelenskij, decorato con la Stella rossa, la cui memoria il nipote Vladimir, ancora il 9 maggio 2019, appena eletto presidente, diceva di onorare.

Ora, per l’Ucraina, la decisione zelenskiana è solo una mezza novità. Dal 2003 Kiev celebrava la cosiddetta “festa europea” il terzo sabato di maggio e anche nel 2023 non erano previste deviazioni dal programma. Fino all’8 maggio: proprio alla vigilia dell’arrivo a Kiev della signora Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea; e, secondo diverse voci, proprio dall’entourage di Ursula sarebbe venuto il “suggerimento” a Zelenskij per tale anticipazione.

Dunque, niente Festa della Vittoria, «residuo sovietico»: con grande giubilo di Ursula, nata Albrecht, discendente di industriali tedeschi del cotone che facevano grandi affari nella Russia prerivoluzionaria e, si può supporre, più tardi, anche nei territori occupati dell’Unione Sovietica, inclusa la RSS d’Ucraina. Così che cotanta nipote non ha potuto fare a meno di salutare «la decisione di Zelenskij di abrogare la Festa della Vittoria e rendere il 9 maggio Festa dell’Europa qui, in Ucraina».

Questo perché «il 9 maggio simboleggia qualcosa d’altro» che non è la vittoria sovietica sul nazismo; significa «solidarietà. Una solidarietà che a noi hanno insegnato i conflitti globali del XX secolo. È questo lo spirito delle nostre democrazie. Onorevole presidente Zelenskij, oggi io sono qui per assicurarvi che voi potete contare sulla nostra solidarietà tanto, quanto sarà necessario».

Di sfuggita: nemmeno il predecessore di Zelenskij, l’ex presidente golpista Petro Porošenko, si era spinto a tanto, fino ad abolire la Festa della Vittoria, limitandosi a definire la vittoria sovietica una «vittoria ucraina».

Vagli a spiegare che il nome del 1° Fronte ucraino, che ebbe l’onore della conquista di Berlino e che prima si chiamava Fronte di Voronež, così come il 2° Fronte ucraino, ad esempio, si era chiamato in precedenza Fronte della steppa, non aveva nulla a che fare con la RSS d’Ucraina in quanto tale, ma era solo la denominazione di uno dei vari “Fronti”, o Gruppi d’Armate sovietici. Ma questo è un altro discorso.

Il discorso odierno (del 9 maggio) è invece quello secondo cui «Giustizia significa responsabilità per i crimini di guerra russi», parola di Ursula Albrecht, che ha aggiunto: «Ma il padre di tutti i crimini è il crimine di aggressione della Russia. Per questo motivo, sosterrò la creazione di un tribunale specifico per il crimine di aggressione».

Per la miseria, verrebbe da esclamare, stai a vedere che a Bruxelles istituiranno un tribunale per Aleksandr Turcinov e Petro Porošenko, il presidente ad interim e il primo presidente dell’Ucraina golpista, per l’aggressione all’Ucraina. Perché, nel 2014, prima che i jet di Kiev bombardassero Lugansk e Donetsk, il Donbass si considerava ed era ancora Ucraina. Questo, per limitarsi all’Ucraina. Non sembra il caso di oberare le corti europeiste per i crimini d’aggressione che dovrebbero portare in aula Clinton-Blair-D’Alema; questo, per limitarsi all’Europa.

D’altronde, è proprio a Kiev che, come assicura Ursula, «i valori che ci stanno a cuore vengono difesi ogni giorno», sparando sulla porta di casa o minando le auto dei giornalisti, suicidando ex deputati, bastonando chi porta fiori sui memoriali dei caduti sovietici, multando chi non parli ucraino, celebrando quali “eroi nazionali” i peggiori Komplizen hitleriani, esibendo simboli nazisti e sfoggiando uniformi SS alle parate rievocative, dando ora la caccia in strada ai giovani che rifiutano di andare a farsi ammazzare per gli interessi dei monopoli euro-atlantici che stanno saccheggiando l’Ucraina.

Per questo, per quei “valori”, la UE dirotta fondi dalle primarie necessità sociali all’armamento dei nazi-golpisti di Kiev e giura di volerlo fare «tanto, quanto sarà necessario». Anche se, ecco, per dire, l’ex comandante delle forze NATO in Europa, il generale USA Philip Breedlove, intervistato dalla ABC Action News, afferma che l’eventuale successo militare ucraino costituisce la paura principale dei paesi occidentali.

Ciò perché una vittoria di Kiev minaccia un’escalation nucleare in Europa. Breedlove ha aggiunto che l’Occidente sta dando a Kiev «abbastanza per evitare la sconfitta sul campo di battaglia». Dal punto di vista del militare yankee, Breedlove ha anche detto di ritenere «ovvio, anche se non se ne parla pubblicamente, che non stiamo dando all’Ucraina ciò di cui ha bisogno per vincere» e, par di capire dal suo pensiero, non “glielo diamo” a ragion veduta, pur se Jens Stoltenberg ammette che, a partire dall’inverno 2022-2023, la NATO ha fornito all’Ucraina un’assistenza militare senza precedenti, addestrando ed equipaggiando anche nove brigate ucraine.

D’altronde – è questa l’opinione di Vladimir Pavlenko sull’agenzia russa Rex, gli «Zelenskij vanno e vengono, ma i popoli e i territori restano» ed è per questo che «nessuno sano di mente, in Europa, punterà sul cavallo ucraino per i propri benessere e sicurezza, e nemmeno la NATO garantisce a Zelenskij l’ingresso nell’Alleanza».

Perché, a quanto si dice, Washington avrebbe già avvertito Kiev che il prossimo anno ci sarà una riduzione (ah, crederci!) di sei volte degli aiuti militari yankee ed ecco allora che Kiev “sogna” una controffensiva che potrebbe non essere più necessaria, perché, con Donbass e regioni di Zaporož’e e Kherson passate alla Russia, tutto il resto del territorio rimarrebbe “sotto l’ombrello” NATO.

Discorso a parte è quello dell’estensione di quel “resto del territorio”; ma, anche ammettendo che alcuni paesi, e alcune “iene”, non avanzino pretese per le aree ucraine abitate da proprie minoranze, rimane comunque, almeno per ora, il veto proprio di una parte di quei paesi all’ingresso di Kiev nella NATO. Se Budapest è decisamente contraria, Praga è molto scettica, per esempio. Ma non solo.

E allora, com’è che a Kiev paiono così sicuri che si verrà loro incontro? È forse per lo sprone che viene ora dall’ex segretario NATO, Anders Rasmussen, ma che pure, ricorda Pavlenko, quando era al vertice dell’Alleanza, pronunziava parole che differivano poco da quelle attuali di Stoltenberg: «le porte sono aperte, ma il processo è lungo e complesso».

Poi, lasciato il posto nel 2014 e dando vita al “Rasmussen Group”, l’ex capo NATO si è messo a collaborare col predecessore di Zelenskij, Porošenko, e ora lavora col capo dell’ufficio di Zelenskij, Andrej Ermak e, su scala globale, con l’Alleanza per la Democrazia, Joe Biden e Mike Pompeo: proprio coloro che esigono da Zelenskij di avanzare al fronte.

Ma c’è anche una motivazione interna per le speranze di Kiev: con una garanzia di adesione alla NATO, Zelenskij potrebbe andare alle urne non come un clown che nel 2019 aveva promesso la pace e si è invece impantanato nella guerra, ma come un vero “statista”, pur con sulla coscienza il peso di alcune centinaia di migliaia di morti ucraini.

Manca però qualcosa: per “garantire” davvero Kiev, la NATO dovrebbe avere la sicurezza che Mosca accetti simile situazione. Ma l’accettazione potrebbe venire solo da una vittoria militare ucraina tale da destabilizzare totalmente la Russia e portare a un cambio di potere.

In ogni caso, Zelenskij è condannato a passare all’offensiva. In fin dei conti, conclude Vladimir Pavlenko, a Ovest si sono certamente considerati tutti questi scenari già quando, a dicembre 2021, si respinsero le proposte russe su cui era ancora possibile una soluzione pacifica.

Dunque, aspettiamo (ma non con le mani in mano) che qualcuno «sano di mente, in Europa» muova almeno i primi passi e smetta di puntare «sul cavallo ucraino per benessere e sicurezza».

Alle masse l’obbligo di far deviare il corso suicida attuale.

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