Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/08/2024

Guerra in Ucraina - Che obiettivi ha raggiunto l'operazione nel Kursk?

di Francesco Dall'Aglio

A una settimana dall’inizio dell’incursione nell’oblast di Kursk, la situazione resta fluida – e uso appositamente questo termine, perché molti scontri sembrano più navali che terrestri, con unità di piccole dimensioni che si danno reciprocamente la caccia su un territorio piuttosto ampio, piuttosto spopolato e non molto antropizzato (molto meno del Donbas, per capirci). Se è vero che la zona di operazioni ucraina non si è ampliata ulteriormente, è vero anche che i rinforzi russi non sono riusciti a sloggiarli, ed è improbabile che riescano a farlo in breve tempo. È probabile che si vada verso una stabilizzazione e il trinceramento delle unità ucraine nella parte più vicina al confine e più facilmente rifornibile: sempre ammesso che non sia nei piani del comando russo, più che impegnarsi in una operazione metodica di ripulitura villaggio per villaggio, lanciare un attacco direttamente verso Sumy, o degradare talmente tanto le linee logistiche ucraine da obbligarli a ritirarsi.

Di quello che secondo me era lo scopo dell’operazione ho già scritto, e qualcuno mi ha pure rimproverato perché l’ho trovata un’operazione elegante. Ci sono poi, ovviamente, altri scopi che prescindono dall’occupazione, o anche solo dal controllo del territorio. Ieri ad esempio Zelensky parlava di un ‟fondo di scambio per il nostro paese” (link 1), lasciando nel dubbio se intendesse scambio di territori o prigionieri; poi c’è la speranza che il comando russo sia costretto a ritirare truppe dalle altre aree operative, sguarnendone i settori; che la società russa collassi, o almeno si disunisca; che il morale delle truppe ucraine si sollevi, e infine che arrivino altri aiuti dall’Occidente.

A distanza di una settimana, c’è da chiedersi quali di questi obiettivi siano stati raggiunti, o possano verosimilmente esserlo.

La manovra che io avevo ipotizzato (ammesso che fosse davvero quella) per quanto elegante è fallita – bastassero le azioni eleganti sulla carta, sappiamo bene chi avrebbe vinto la seconda guerra mondiale – e pare difficile, col fronte che si è stabilizzato, che si possa realizzarla in futuro. Resta l’opzione di accompagnarla con altre incursioni in altre parti del confine, ma non tutte sono così sguarnite come quella di Sudža, che infatti è stata scelta apposta. Il ritiro delle truppe russe da altri settori si è rivelato molto meno importante di quanto il comando ucraino avesse sperato, cosa per la quale vedi il lungo articolo dell’Economist di tre giorni fa, e anzi sempre secondo lo stesso articolo pare sia stato il comando ucraino a ritirare truppe dagli altri settori: su tre soldati intervistati, tutti e tre hanno riferito che le loro unità sono state spostate dal Donbas e inviate nel Kursk con pochissimo preavviso.

Da un lato questa cosa significa che la riserva strategica ucraina non è stata intaccata pesantemente, il che lascerebbe spazio in futuro a ulteriori operazioni; dall’altra, ovviamente, che ora ci sono settori del fronte più sguarniti, e non sono quelli dei russi, che infatti nel Donbas continuano ad avanzare.

Il morale dei reparti ucraini è una questione complessa: sicuramente ora è più alto, ma non tutti sono d’accordo con la scelta di agire oltreconfine invece di rinforzare gli altri fronti. La società russa, ovviamente, non è collassata: se Putin abbia o non abbia perso popolarità è un dato abbastanza marginale, spaccature non se ne vedono, anzi c’è, o almeno è pompato dai media, un certo risveglio ‟patriottico”, che vedremo come si concretizzerà. Quello che invece è successo sicuramente è che la questione delle trattative di pace si è arenata definitivamente, come hanno ribadito in questi giorni Putin e Medvedev, ognuno col suo stile.

Per quanto riguarda il sostegno occidentale, la questione è complessa. Allego tre articoli tra loro molto simili, del New York Times, di Bloomberg e di der Spiegel .

Sostanzialmente dicono tutti la stessa cosa: operazione audace, Putin beffato, problema per la Russia, ma anche parecchia cautela (oltre a quella linguistica: l’operazione è definita ‟incursione”, ‟raid” o ‟attacco”, non ‟invasione”, ovviamente). Sì, tutto sommato si può parlare di successo, ma è improbabile, dicono tutti, che questi guadagni potranno essere mantenuti o servano davvero a qualcosa, e soprattutto non aiutano la situazione sul resto del fronte dove invece le cose per l’Ucraina continuano ad andare male (addirittura catastrofico al riguardo der Spiegel).

E poi ci sarebbe da discutere la questione delle perdite, naturalmente, che sono complesse da quantificare dal momento che non sappiamo nemmeno quanti uomini sono impiegati nell’operazione. Dei giornali che ho citato solo l’Economist ne parla, e lascia intendere che non siano leggere. I canali russi traboccano di filmati, spesso parecchio crudi, che mostrano mezzi distrutti e soldati uccisi, ma è un tipo di guerra – quello delle incursioni a parecchia distanza dalle linee sicure – che porta ovviamente a perdite, un po’ come successo ai reparti russi nella primissima fase dell’invasione. Quando la nebbia si sarà diradata ne sapremo qualcosa di più.

Fonte

12/08/2024

Guerra in Ucraina - Quali sono gli obiettivi dell'operazione di Kiev nel Kursk?

di Francesco Dall'Aglio

Se da un lato si magnifica l'invasione dell'oblast' di Kursk come il colpo che farà cadere Putin e porrà fine alla guerra col trionfo ucraino (dalle parti nostre, ovviamente, che in Ucraina guardano all'intera faccenda in maniera un po' diversa), dall'altra però si dice che è la mossa della disperazione, fatta giusto per accattare altri quattro spiccioli dalla NATO e provare a ritardare l'inevitabile.

Se è abbastanza chiaro che l'obiettivo finale è quello di dimostrare che l’Ucraina può recuperare l’iniziativa strategica e infliggere danni seri alla Russia, per cui l’Occidente deve ricominciare a mandare armi e rimuovere i vincoli di utilizzo sul territorio russo del materiale militare occidentale (e quest’ultimo scopo alla fine è stato raggiunto, visto che la NATO non ha bloccato l’offensiva ucraina né ha chiesto che le armi occidentali non venissero utilizzate), pure si tratta di una operazione militare, che deve quindi avere obiettivi militari: perché se l’Ucraina dimostra di poter recuperare l’iniziativa strategica nel solo senso di perdere uomini e mezzi da qualche altra parte del fronte invece che nei soliti posti, l’obiettivo di rinfocolare l’entusiasmo occidentale fallirebbe.

Quindi c’è da chiedersi quali sono gli obiettivi militari di questa avanzata, e se sono stati raggiunti. Chiariamo subito che queste sono, da parte mia, delle semplici supposizioni non sostenute da alcun fatto concreto, perché non sappiamo nemmeno con ragionevole certezza quanti uomini siano stati impiegati, e quanti il comando ucraino intende (se intende) mandare in rinforzo. Quindi tutto quello che ora scriverà va preso con beneficio d'inventario, e se dovessi sbagliarmi spero sarete così cortesi da non farmelo notare (troppo).

Io credo che il comando ucraino abbia congegnato un'operazione molto intelligente e molto, se mi passate il termine, elegante: e correggo la mia interpretazione precedente secondo la quale si trattava "semplicemente" della versione ucraina dell'operazione russa nell'oblast' di Kharkiv e ci vedo invece ora molte più somiglianze - nello spirito, non nella sostanza - con l'operazione ucraina che ha portato allo smantellamento della presenza russa intorno a Kharkiv nel settembre 2022 (allego una carta rubacchiata su internet).


Avendo non troppi uomini e non troppi mezzi, e soprattutto prevedendo problemi logistici dovuti alla superiorità aerea e di bocche da fuoco russa, non era possibile metter su un'invasione con forze molto ingenti: ad ogni modo, a me pare che l'intenzione non fosse solo quella di entrare, far chiasso, fare qualche foto e poi vedere cosa succede, ma di provocare, in scala ridotta, un altro collasso (o cascata, se preferite) delle unità russe.


Sulla carta ho segnato quelli che secondo me sono (o erano) gli obiettivi ucraini: a est, Sudža e Bolšoe Soldatskoe. A nord, Korenevo e poi o Ry'lsk o Ivanovskoe (meglio ancora entrambe), per tagliare l'autostrada E38. E dirigersi verso la centrale nucleare di Kurčatov, vero obiettivo dell'operazione! No, nella maniera più assoluta. Nessuno, né in Ucraina né in Russia, è tanto matto da credere di poter dare l'assalto a una centrale nucleare, e la NATO non avrebbe autorizzato nella maniera più assoluta un delirio del genere che aveva ottime probabilità di portare a guai di dimensione epocale, inclusa una risposta nucleare russa. L'obiettivo era bloccare i rifornimenti alle truppe russe stazionate nel rettangolo rosso, al confine tra Russia e Ucraina, in una zona che, a differenza di quella dove gli ucraini sono entrati con relativa facilità, è molto meglio difesa.

Senza possibilità di ricevere rifornimenti e rinforzi, attaccate da est ed esposte al rischio di ulteriori attacchi da ovest, quelle truppe si sarebbero o ritirate o trincerate in difesa, e se lo avessero fatto sarebbero state molto probabilmente accerchiate. L'Ucraina, con pochi uomini e mezzi, avrebbe fatto collassare una sezione di fronte abbastanza grande in poco tempo, e stavolta in Russia, non intorno a Kharkiv. La linea blu, secondo me, è l'obiettivo che il comando ucraino si era posto, e se tutto fosse andato secondo il piano c'erano ottime possibilità di raggiungerlo. Ovviamente, un collasso di quella sezione avrebbe potuto portare ad altre operazioni altrove, potenzialmente replicando gli effetti.

Di tutto questo, però, non è successo nulla. Sudža è stata raggiunta e vi si combatte, ma non è presa e non lo sarà a meno di mandare davvero molti rifornimenti in quella che non era la direzione principale dell'attacco; stesso ragionamento per Bolšoe Soldatskoe, al quale dei gruppi di ricognizione si sono avvicinati all'inizio dell'offensiva ma che non hanno mai raggiunto; anche Korenevo è stata probabilmente raggiunta da qualche gruppo avanzato all'inizio dell'offensiva, ma il fronte è ben lontano dalla cittadina. Anche qui, senza parecchi rinforzi non ci si arriva. Così come ho letto io la situazione dal divano lo ha fatto anche il comando russo, che infatti ha concentrato gli sforzi non tanto a Sudža quanto verso la direttrice nord dell'attacco ucraino.

Svanito l'effetto sorpresa, resta da chiedersi quale sia il piano B. Le unità avanzate possono essere rifornite con difficoltà, per i motivi che abbiamo scritto sopra. Al momento i rifornimenti vengono trasportati da blindati e camioncini perennemente sotto gli occhi dei droni da ricognizione russi, e dei loro droni armati e artiglieria, oltre che dei rinforzi russi che avanzano - giusto oggi le truppe Akhmat hanno pubblicato un filmato nel quale si vede, appunto, uno di questi blindati (un Roshel Senator canadese) caduto in una loro imboscata con tutto il carico di rifornimenti. È chiaro che questa cosa non può andare avanti a lungo, e o le linee ucraine verranno rinforzate con un investimento massiccio di uomini, o l'area di controllo in territorio russo dovrà ridursi drasticamente.

Il "piano B", probabilmente, a questo punto è prendere e tenere almeno Sudža, se non costerà troppo visto che i russi non hanno intenzione di cederla, per motivi evidenti. In sintesi, il piano non ha funzionato, e ci mancano gli elementi per capire perché: ma era, lo ripeto, molto intelligente ed elegante, e soprattutto mirava al massimo risultato col minimo sforzo.

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10/08/2024

Guerra in Ucraina - L’incursione a Kursk è un salto di qualità nel conflitto

Il Presidente russo Vladimir Putin ha definito mercoledì l'incursione ucraina una “provocazione su larga scala” dopo che le forze di Kiev hanno lanciato – senza rivendicarlo esplicitamente – un “attacco massiccio” nella regione russa di Kursk.

Questo avrebbe provocato almeno cinque morti tra i civili e più di 30 feriti, ma il bilancio è naturalmente provvisorio e permane lo ‘stato d’emergenza’ nella regione.

Differenti siti di informazione occidentale – tra cui Bloomberg – avvallano l’ipotesi di una scarsa considerazione di una tale minaccia da parte del Cremlino, che sta subendo una manovra che sembra avere un doppio fine.

Da una parte, gli ucraini vogliono tentare di rompere l’accerchiamento che vede la Russia procedere in varie conquiste nella regione di Kharkiv, dall’altra vogliono dimostrare al mondo occidentale – al costo di altissime perdite di uomini e mezzi – inedite capacità offensive, tra cui quella di proiettarsi nel territorio russo.

Non sappiamo se tale manovra si risolverà in un boomerang per Kiev, ma è chiaro che cambia in parte i connotati del conflitto, specie per quanto riguarda l’esplicito appoggio della UE a tale tipo operazioni militari.

L’agenzia russa TASS riporta che la risposta russa all’incursione ucraina, secondo i dati forniti venerdì del Ministero della Difesa, avrebbe portato tra le file ucraine alla perdita di 945 soldati, 102 mezzi corazzati, tra cui 12 carri armati, con l’esercito della Federazione che avrebbe respinto i tentativi di condurre raid in profondità nel proprio territorio.

È la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale che il territorio della Russia, e prima dell’Unione Sovietica, viene violato dall'invasione di un esercito straniero.

Questo avviene in un territorio dal forte valore simbolico come Kursk, teatro di una battaglia centrale nella Grande Guerra Patriottica contro l’invasione nazi-fascista, in una regione situata a circa 550 km a sud ovest da Mosca.

L’Unione Europea, attraverso il portavoce per gli Affari Esteri Peter Stano, ha dichiarato che: “Pensiamo che l’Ucraina stia combattendo una legittima guerra difensiva contro un’aggressione illegale e che, nel quadro di questo legittimo diritto all’autodifesa, abbia il diritto di colpire il nemico ovunque lo ritenga necessario: nel suo territorio, ma anche nel territorio del nemico”.

Con queste parole l’Unione Europea fa un passo oltre nell’ulteriore coinvolgimento nel conflitto, considerando che ha già stanziato 108 miliardi di euro per Kiev e varato 14 pacchetti di sanzioni a Mosca.

In questo contesto, accanto agli Stati baltici e alla Gran Bretagna, è stata la Francia di Macron che si è assunta il ruolo di testa di ponte per un maggiore coinvolgimento della UE nel conflitto.

Pochi mesi fa aveva paventato persino l’impiego di militari europei direttamente in Ucraina, e successivamente aveva ipotizzato di addestrare le truppe di Kiev in loco.

Bisogna ricordare che l’Unione Europea ha le maggiori responsabilità nel fallimento – da essa pilotato – di una soluzione politico-diplomatica alla situazione creatasi in Ucraina dopo il colpo di Stato di Maidan nel 2014.

L’inizio dell’operazione ATO da parte del regime golpista nei territori orientali del Paese, colpevoli di non avere accettato il nuovo corso politico di Kiev, aveva portato alla proclamazione delle Repubbliche Popolari del Donbass.

Queste hanno poi combattuto contro i battaglioni punitivi neo-nazisti e l’esercito ucraino fino all’intervento – su richiesta delle due Repubbliche Popolari – della Federazione Russa nel febbraio del 2022.

Ora l’UE sembra volersi intestare questo ennesimo salto di qualità in quella che sta diventando una guerra della UE e della NATO contro la Russia, legittimando un’invasione via terra che potrebbe tra l’altro spingere Mosca ad intensificare l’attività militare più in profondità e con maggiore intensità in Ucraina.

Come riporta il quotidiano cinese in lingua inglese Global Times: “gli esperti hanno previsto che l’attacco esacerberà senza dubbio la situazione sul campo di battaglia e spegnerà le speranze, faticosamente conquistate, di colloqui di pace per cui la comunità internazionale ha lavorato duramente”.

Se si vuole leggere tra le righe, si potrebbe supporre che tale iniziativa sia un atto di sabotaggio contro l’attività diplomatica di Pechino nel fare avanzare una soluzione che faccia tacere le armi.

“La scelta del momento per questo attacco ha tenuto conto principalmente dell’opportunità presentata dal cambiamento della leadership militare russa e dalla rotazione delle truppe russe in prima linea”, ha dichiarato al Global Times Cui Heng, studioso dell’Istituto nazionale cinese per lo scambio internazionale e la cooperazione giudiziaria della SCO, con sede a Shanghai.

“Con le voci occidentali che ora chiedono negoziati con la Russia, l’Ucraina vuole dimostrare le sue capacità di combattimento e la sua determinazione momento per evitare di essere rapidamente dai propri alleati”, ha detto Cui.

Aggiungiamo noi, in specie se ci sarà un cambio nell’amministrazione statunitense tra democratici e repubblicani con le elezioni presidenziali di novembre, in cui si oppongono la vice di Biden, Kamala Harris, e Donald Trump, che pare abbastanza risoluto nello sganciarsi dal conflitto ucraino.

Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Kirby, ha dichiarato che la Casa Bianca si metterà in contatto con Kiev “per capire meglio” la situazione a Kursk.

Ha aggiunto, inoltre, che gli Stati Uniti “non hanno cambiato la loro politica di autorizzare l’Ucraina a usare le armi fornite dagli Stati Uniti per colpire minacce imminenti appena oltre il confine”, ha riferito Ukrainska Pravda.

Come afferma giustamente il Global  Times: “Gli Stati Uniti hanno messo in mostra la loro ipocrita doppiezza, poiché da un lato affermano di “limitare” l’uso di armi di fabbricazione americana, dall’altro, in realtà, assecondano Kiev con un sostegno finanziario e militare”.

La Farnesina ha scelto una posizione ambigua, con Tajani che dichiara: “l’offensiva in territorio russo è una reazione ucraina all’invasione di Putin. Noi, ovviamente, non siamo in guerra con la Russia. E abbiamo sempre detto che le nostre armi non devono essere utilizzate in territorio russo”.

Ma quali garanzie di questo tipo ci possono essere?

Forbes, questo giovedì, ha dichiarato che tra i militari che sono penetrati in territorio russo ci sarebbero quelli della 80ma brigata d’assalto aereo dell’esercito ucraino, che dispongono dei carri armati tedeschi Marder, e la cosa sembra essere confermata da un video postato da un giornalista del quotidiano tedesco Bild.

Paradossalmente nel gioco delle parti della coalizione governativa, le voci più preoccupate per le posizioni di legittimazione della UE dell’attacco ucraino sono giunte da Salvini della Lega, che cerca di ritagliarsi un profilo diverso.

È chiaro che nessun serio ostacolo ad un ulteriore coinvolgimento del nostro Paese nel conflitto può venire né dalle forze al governo, né tantomeno dalle opposizioni sostanzialmente silenti rispetto a questa nuova escalation.

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08/08/2024

Guerra in Ucraina - Kiev porta la guerra sul territorio russo

Un Putin piuttosto corrucciato ha denunciato in una riunione del governo russo trasmessa dalla televisione che “Il regime di Kiev ha intrapreso una nuova provocazione su larga scala, sparando indiscriminatamente con vari tipi di armi, compresi i razzi, contro edifici civili, case e ambulanze”. Il riferimento è all’incursione di un migliaio di soldati ucraini su territorio russo di Kursk.

Secondo quanto riporta l’agenzia Ria-Novosti il capo di stato maggiore delle forze armate russe Valery Gerasimov in un incontro con il presidente russo Vladimir Putin, ha affermato che “Le azioni delle unità che coprivano il confine di Stato insieme alle guardie di frontiera e alle unità di rinforzo, gli attacchi aerei delle forze missilistiche e il fuoco dell’artiglieria hanno fermato l’avanzata del nemico più in profondità nel territorio in direzione di Kursk”.

Il capo di Stato maggiore russo, scrive ancora la Ria Novosti, ha anche fornito dettagli sulla tentata invasione e ha riferito che il 6 agosto alle 5:30, unità ucraine che contavano fino a mille effettivi sono passate all’offensiva per catturare una parte del territorio del distretto di Sudzhansky nella regione di Kursk. All’incontro con Putin hanno partecipato anche il ministro della Difesa Andrei Belousov, il segretario del Consiglio di Sicurezza Sergei Shoigu e il direttore dell’FSB Alexander Bortnikov. Gerasimov ha parlato in collegamento video e pare che il presidente russo non abbia lesinato critiche ai vertici militari per essersi fatti sorprendere dall’attacco militare terrestre sul territorio russo.

“Il regime di Kiev sta attaccando la regione di Kursk nel tentativo di mostrare una parvenza di attività in mezzo ai continui fallimenti delle sue forze nell’area del conflitto”, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

La regione russa di Kursk si trova al confine con l’oblast di Sumy, in Ucraina. La Guardia Nazionale, il Ministero della Difesa e il Servizio di frontiera russi hanno schierato forze aggiuntive per combattere i gruppi di sabotaggio e ricognizione ucraini nelle regioni di confine di Kursk e Belgorod.

Gli osservatori militari filo-Kiev si dividono nelle valutazioni sull’iniziativa militare ucraina. Alcuni ne sostengono l’inutilità e l’impraticabilità viste le poche truppe impiegate, altri sembrano invece apprezzare i tentativi di portare la guerra dentro il territorio russo. Alla luce della situazione sul campo appare ancora difficile capire chi ha le argomentazioni più solide.

Resta il problema che gli aiuti militari europei e statunitensi incoraggiano le spinte più guerrafondaie del regime ucraino contro il territorio russo, di cui l’azione su Kursk appare una palese – anche se per molti versi incomprensibile – manifestazione.

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07/08/2024

Guerra in Ucraina - Kiev tenta l'attacco al territorio russo per alleggerire il fronte nel Donetsk?

di Francesco Dall'Aglio

Qualche pensiero sparso in merito all’operazione militare in territorio russo iniziata all’alba di stamattina al confine tra le oblast’ di Sumy (Ucraina) e Kursk (Russia). Se stamattina pareva che tutto sommato l’attacco fosse stato respinto, con perdite non indifferenti per chi attaccava, nel pomeriggio e in serata i combattimenti sono ricominciati e sono, pare, molto intensi.


Ho segnato sulla prima carta (qui sopra) la zona in cui con sicurezza si è combattuto oggi, e non è chiaro se e quale parte di territorio sia ancora occupato dalle FFAA ucraine. Le perdite ucraine accertate sono sei carri armati, una decina di blindati e, soprattutto, due sistemi antiaerei semoventi Buk-M1 che erano stati portati a ridosso del fronte per tendere imboscate all’aviazione russa che sicuramente sarebbe intervenuta, come è stato.

Anche i russi hanno avuto perdite: un elicottero Ka-52 colpito da un sistema antiaereo spalleggiabile, due T-62 colpiti da droni ancora sui pianali KAMAZ 65221 che li trasportavano verso il fronte (quindi senza equipaggi dentro). Ci sono anche dei prigionieri, almeno due ma probabilmente di più: va tenuto presente che sul confine vi sono anche unità di militari di leva, che sono state coinvolte nei combattimenti e, pare, non hanno sfigurato (non è chiaro se i prigionieri siano militari di leva. A occhio, sì).

A quanto viene riferito da più fonti, il comando ucraino sta facendo affluire parecchi rinforzi, segno che probabilmente si tratta di uno sforzo reale, non di un diversivo da TikTok come le precedenti incursioni oltrefrontiera. Ovviamente al momento non si sa nulla di certo, e non lo si saprà stanotte – già vengono proposte teorie fantasiose, tipo che l’obiettivo dell’incursione sia prendere il controllo della centrale nucleare di Kursk, cosa della quale mi permetto di dubitare.


Inoltre, sempre all’alba, c’è stato un tentativo di sbarco sulla penisola di Tendra (carta qui sopra), dove non c’è nulla se non un faro. L’operazione però è finita male, con almeno tre barchini affondati, e a differenza dell’operazione di terra non pare che i marines ucraini intendano riprovarci, almeno stando a quello che si è visto finora.

Si è trattato, quindi, di un attacco coordinato in due settori estremamente distanti ed entrambi in territorio russo, legittimo o occupato. Il che sembra deporre a favore dell’idea che l’offensiva d’autunno, che in tanti si aspettano, possa essere stata anticipata, forse perché nel settore del Donetsk le cose stanno andando molto male, con rapide avanzate russe in direzione di Toretsk e Niu-York – poco fa Solovev ha mostrato un filmato in cui truppe russe (l’ex battaglione ‟Somali” della RPD) alzano la bandiera sulla scuola n° 38, alla periferia nord-ovest di Niu-York, segno di un’avanzata davvero veloce e di un fronte che le truppe ucraine non riescono a stabilizzare.

Da questo punto di vista, aprire nuovi fronti potrebbe essere un’idea valida per l’Ucraina. Del resto è quello che i russi hanno fatto nella zona di Kharkiv, e anche in questo caso l’obiettivo potrebbe essere lo stesso: stornare truppe da altri settori del fronte. Con alcune differenze importanti, però, e a sfavore dell’Ucraina, prima fra tutte che la Russia ha a disposizione più truppe e non ha necessità di spostarle dal fronte, oltre alla superiorità in materiale e, soprattutto, aviazione (da cui lo spostamento di sistemi antiaerei vicino al nuovo fronte da parte degli ucraini, sistemi che però sono stati tolti da altre zone...).

Ci sono ancora molti interrogativi a cui per ora è impossibile rispondere. Si tratta di un’offensiva ‟vera” o di una diversione per colpire da qualche altra parte? Se è un’offensiva ‟vera” qual è lo scopo? Obbligare i russi a concentrarsi in quella regione lasciando perdere la loro offensiva? O magari occupare territorio russo da scambiare con territorio ucraino quando ci saranno i negoziati? Ma per mantenerlo bisognerà impiegare una grandissima quantità di truppe, in pratica la riserva strategica ancora a disposizione del comando ucraino, e mi sembra un’ipotesi un po’ paradossale usarla in Russia e non per provare a recuperare territorio ucraino. Senza contare che in caso di offensiva seria sul suo territorio la reazione russa non sarebbe affatto morbida, e sappiamo che ha a disposizione parecchi mezzi di escalation. Domani ne sapremo di più.

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27/12/2023

Guerra in Ucraina - A Kiev si fa il bilancio del fallimento della controffensiva

Il generale Valerij Zaluzhnyj, comandante in capo delle forze armate ucraine, ha ammesso in un’intervista al quotidiano britannico The Economist che la controffensiva ha raggiunto “una fase di stallo”.

È decisamente un eufemismo che nasconde un fallimento, confermato in queste ore dal fatto che, per stessa ammissione di Zaluzhnyi, l’esercito ucraino si è ritirato nella “periferia di Marinka“, la città del Donetsk che i russi hanno rivendicato di aver conquistato.

Ieri i vertici ucraini avevano affermato che era “sbagliato” dire che la città è interamente controllata dai russi e che la “lotta per Marinka” stava continuando.

“Il fatto che ci siamo spostati alla periferia di Marinka, e che in alcuni punti abbiamo già oltrepassato i limiti della città, non dovrebbe suscitare clamore nell’opinione pubblica“, ha berciato Zaluzhny in una conferenza stampa.

Il colpo inferto dagli ucraini alla nave da sbarco russa Novocherkassk nel porto di Feodosia, in Crimea, non è certo sufficiente per raddrizzare una realtà piuttosto pesante.

“La controffensiva non ha ottenuto i risultati sperati”. Con queste parole il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha commentato l’operato dell’ultimo anno del suo esercito, il quale avrebbe dovuto annientare le forze russe, ma che invece al momento è in conclamato stato di stallo e in alcune aree addirittura di ritirata.

Nonostante alcuni occasionali colpi inflitti ai russi nel Mar Nero e le perdite subite dell’esercito russo, la controffensiva di Kiev non ha avuto un grande successo, portando anche Zelensky ad ammettere la realtà dei fatti.

Qualcosa gli ucraini hanno ottenuto a Orikhiv, nell’oblast di Zaporizja, nell’insediamento di Velyka Novosilka, a Donetsk. Hanno continuato un’offensiva più graduale intorno alla città di Bakhmut, che era stata conquistata dai russi a maggio.

Dopo un primo e limitato successo in tutte e tre le aree, però, l’esercito ucraino è stato rallentato dai campi minati e poi decimato dall’artiglieria, dalle armi anticarro e dai droni russi.

Nonostante gli aiuti militari arrivati da tutto il mondo occidentale, Kiev non è riuscita a riconquistare le città di Melitopol, Berdyansk e Mariupol, ancora in mano russa, tanto meno la Crimea.

Secondo il New York Times, a settembre l’Ucraina aveva infatti riconquistato solamente 233 chilometri quadrati di territorio, poco più di un sesto del solo Comune di Roma. Un risultato decisamente molto basso, soprattutto in relazione alle aspettative del presidente Zelensky.

Il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, incontrando i giornalisti, ha decretato il fallimento della controffensiva ucraina iniziata a giugno di quest’anno ed ha assicurato che l’esercito russo sta avanzando in tutti i settori del fronte.

Da due mesi le forze russe hanno intensificato notevolmente la loro azione in varie zone, soprattutto nella regione di Donetsk; hanno anche compiuto discreti progressi nella regione di Kharkiv, nel tentativo di avvicinarsi a Kupiansk, città dalla quale le forze russe furono costrette a ritirarsi nel settembre 2022.

Fonte

12/09/2023

Guerra in Ucraina - “L’Occidente si deve preparare all’umiliazione”

Come vanno le cose in Ucraina, dal punto di vista dell’Occidente imperiale? Male, grazie.

Se si vuol sapere qualcosa, purtroppo, non si deve dar retta ai guerrafondai “volenterosi” ma incapaci, come i media italioti, ma agli esperti militari, soprattutto anglosassoni. Ossia ai più fanatici Stranamore che ci siano su piazza.

In questo articolo pubblicato sul britannico The Telegraph il colonnello Richard Kemp * parla senza peli sulla lingua di “umiliazione” per gli Usa e i loro alleati. A meno di non mettere in atto un’escalation folle, coinvolgendo anche Iran e Corea del Nord (!).

Notevole, comunque, la serena ammissione che “Gli Stati Uniti... sono i principali responsabili di questa guerra“.

Vi proponiamo questa lettura certo non per “sposare” la sua follia (per fortuna è in pensione e non può più far danni sul terreno, come aveva fatto in Afghanistan) ma per fornire informazioni e valutazioni altrimenti inattingibili.

Buona lettura.

*****

La controffensiva ucraina è in fase di stallo. L’Occidente deve prepararsi all’umiliazione

Il tempo sta per scadere per l’Ucraina. Dopo 18 mesi di guerra, non si tratta più di sapere se l’alleanza occidentale vacillerà, ma quando.

Fin dall’inizio, nonostante i discorsi giusti e la fornitura di materiale militare, Francia e Germania, in particolare, si sono dimostrate partner riluttanti.

I loro leader sono spesso sembrati più preoccupati di trovare una “via di fuga” per Putin che di espellere le sue forze dall’Ucraina. Oltre alla dipendenza dall’energia russa, l’istinto pacifista delle classi politiche dell’Europa occidentale ha portato a trascurare le forze armate e a temere un’escalation.

Gli Stati Uniti, che hanno fornito la maggior parte del sostegno all’Ucraina, sono i principali responsabili di questa guerra. Eppure, fin dai primi giorni, anche il Presidente Biden, fornendo assistenza militare appena sufficiente, si è accodato a queste voci che si oppongono all’impegno americano in Europa per altri motivi.

Le preoccupazioni legate alla corruzione devono essere affrontate, ma non prevalere sull’interesse strategico primario dell’Occidente di impedire una vittoria russa.

Zelensky si rende ovviamente conto dell’imminente punto di rottura del sostegno occidentale e le sue azioni recenti potrebbero indicare un certo grado di allarme. Ad esempio, ha incarcerato il magnate ed ex governatore della provincia Igor Kolomoisky, un alleato e sostenitore di lunga data, presumibilmente corrotto.

Ha licenziato il ministro della Difesa Oleksii Reznikov all’apice della guerra, sempre tra le accuse di corruzione. Quest’ultima mossa potrebbe segnalare un cambiamento imminente nella strategia militare dell’Ucraina.

Niente di tutto questo farà una differenza significativa. Nessun aggiustamento strategico può dare una svolta alla guerra senza un drastico aumento degli aiuti militari e una solida strategia di limitazione dei danni.

Ciò comporterebbe il potenziamento delle forze della NATO, che non è ancora stato affrontato seriamente da entrambe le parti dell’Atlantico. Non vi è alcuna indicazione, ad esempio, che la Germania stia mettendo a bilancio una spesa minima per la difesa della NATO pari al 2% del PIL, nonostante le promesse. Il Regno Unito continua a fare ulteriori tagli al suo esercito sottodimensionato.

Un secondo elemento sarebbe una continua guerra economica contro un’economia russa indebolita, per enfatizzare il prezzo di una guerra aggressiva e minare la capacità di Mosca di riarmarsi.

Questo è altamente problematico. Senza dubbio qualsiasi accordo di pace comporterebbe la revoca delle sanzioni, quindi sono necessari mezzi più fantasiosi per soffocare l’economia bellica della Russia.

L’interdizione delle forniture di armi da parte dell’Iran e della Corea del Nord, che rappresentano entrambe una grave minaccia per l’Occidente, dovrebbe essere presa in seria considerazione.

* Il colonnello Richard Justin Kemp è un ufficiale dell’esercito britannico in pensione che ha prestato servizio dal 1977 al 2006. Kemp era un ufficiale comandante di battaglione di fanteria. Tra i suoi incarichi c’è stato il comando dell’operazione Fingal in Afghanistan dal luglio al novembre 2003. Dopo essersi ritirato, Kemp ha scritto insieme a Chris Hughes Attack State Red, un resoconto della campagna in Afghanistan del 2007 intrapresa dal Royal Anglian Regiment, documentando il loro dispiegamento iniziale.

Fonte

06/09/2023

Ucraina - Quali cambiamenti attendersi dal nuovo Ministro della guerra?

I primi sfidanti bruciano mentre l’Est continua a salire di potenza.

Oggi, ancora una volta, iniziamo con le sempre importanti ‘correnti sotterranee’, che sono i veri motori significativi degli sviluppi al di là dei continui capricci tattici del campo di battaglia.

Putin ha avuto un incontro con Erdogan in cui ha ribadito la posizione della Russia sull'”accordo sul grano”, che non può andare avanti finché non vengono soddisfatte le richieste della Russia.

Putin ha parlato soprattutto di fattori economici, ma Shoigu ha rilasciato una dichiarazione sull’aspetto militare, ovvero che parte dell’accordo prevedeva che l’Ucraina non potesse costruire o lanciare attacchi navali con i droni dalle aree portuali, cosa che secondo lui si stava verificando.

Ma sotto questo arbitrato di superficie, il vero peso si è spostato intorno ai nuovi accordi tra Russia e Turchia, che sviluppano ulteriormente l’espansione multipolare. In particolare, i due Paesi hanno definito un piano in base al quale il grano russo sarà facilitato dalla Turchia in futuro e, cosa ancora più importante, l’inizio dei colloqui tra le banche russo-turche per avviare il commercio bilaterale nelle valute nazionali.

“Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha sottolineato l’importanza del passaggio alle valute nazionali nel commercio bilaterale con la Russia. Ha fatto questi commenti durante l’incontro con il presidente russo Vladimir Putin a Sochi lunedì scorso.

Credo che il fatto che i capi delle nostre banche centrali si incontreranno qui oggi sia importante dal punto di vista di un passo verso il passaggio alle valute nazionali nelle relazioni bilaterali tra noi“
, ha dichiarato il presidente turco.

Ora circola la voce che la Turchia abbia chiesto aiuto all’Iran per ottenere un invito ai BRICS. Considerando che ora sappiamo che la Cina e molti dei potenti BRICS volevano più membri, ma sono stati costretti a scendere a compromessi con la visione dell’India, ed è molto probabile che la Turchia sarà all’ordine del giorno della prossima tornata di inviti.

E dato che sta già avviando iniziative per il regolamento delle valute nazionali, questo si inserisce a pieno titolo nel processo di de-dollarizzazione globale dei BRICS.

Inoltre, la Russia sta portando le sue relazioni con la Corea del Nord a un livello superiore, che rafforzerà entrambi i Paesi e creerà un blocco di potere regionale ancora più pesante per contrastare la crescente espansione della NATO in una “NATO del Pacifico”.

Non solo la Russia sta inviando una delegazione alla prossima parata militare della Corea del Nord, ma ha anche invitato lo stesso Kim Jung Un a visitare la Russia per rafforzare ulteriormente i legami militari e firmare accordi per la produzione di armi.

Questo segue altri sviluppi “sotto la superficie” che continuano ad accelerare il rapido movimento di multipolarità e di de-dollarizzazione.

Nel frattempo, sia la Cina che l’Arabia Saudita hanno scaricato i titoli di Stato statunitensi.

L’Europa è in preda al panico per l’espansione dei BRICS, Borrell chiede ora un’espansione d’emergenza dell’UE, sperando che l’aggiunta di 10 nuovi membri possa rilanciare la morente reliquia totalitaria.

“L’Unione Europea deve prepararsi a un nuovo allargamento, che porterà all’ingresso di 10 nuovi Stati, è necessario considerare i tempi per la loro ammissione“.

Nel frattempo il presidente Xi ha snobbato il G20, dichiarando che non parteciperà, ma invierà una delegazione inferiore. Alcuni sono giunti alla conclusione che questo sia in realtà un affronto all’India, dove si terrà il G20, ma alcune pubblicazioni occidentali sono più sagge e hanno colto la vera motivazione:

The Sirius Report scrive:
“La mancata partecipazione di Xi al G20 non ha assolutamente nulla a che fare con l’India e tutto ciò che ha a che fare con il suo personale rifiuto di un’udienza con Biden e con il disprezzo della Cina per l’atteggiamento e l’approccio disfunzionale della sua amministrazione nei confronti di Pechino.

Affinché le cose cambino, dovrebbe accadere qualcosa di sismico nei prossimi giorni, il che sembra altamente improbabile.”
Per ironia della sorte, l’India stessa ha sparato un colpo all’arco dei quadri globali guidati dall’Occidente, quando Modi ha nuovamente invitato le Nazioni Unite colonialiste ad “accettare le nuove realtà”, in particolare quella di ammettere l’India come Stato più popoloso del mondo nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Secondo un’intervista pubblicata domenica, il primo ministro indiano Narendra Modi ha invitato le Nazioni Unite a riformarsi in linea con le realtà del XXI secolo per garantire la rappresentanza delle voci che contano.

Un “approccio da metà del XX secolo non può servire il mondo nel XXI secolo“, ha dichiarato Modi, che ospiterà un vertice del Gruppo delle 20 grandi economie il prossimo fine settimana, all’agenzia di stampa Press Trust of India.

Con la situazione in Africa che peggiora di giorno in giorno per l’ordine atlantista, il cambiamento globale sta diventando sempre più visibile.

*****

In Ucraina gli sviluppi più importanti continuano a riguardare la crescente minaccia di mobilitazione. È ormai quasi certo che in autunno entrerà in vigore un nuovo regime repressivo per la stampa. Una pletora di documenti e di informazioni continua a riversarsi su questa linea, oltre a sottolineare ulteriormente le prove sulle perdite senza precedenti in corso.

Ogni sorta di “esenzione” viene cancellata. Chiunque abbia un’esenzione medica è ora costretto a rifare l’iter, come illustra questo folle video.

Alcune fonti, non ancora confermate, sostengono addirittura che verranno allentati i vincoli su una serie di malattie gravi, al fine di rendere ammissibile il maggior numero possibile di ucraini.

Ciò è avvenuto in concomitanza con la conferma che diversi Paesi stanno collaborando per estradare con la forza i “rifugiati” ucraini in età militare, in particolare Polonia e Germania, e la Bild ha aggiunto qualcosa...

Traduzione personale:

Ma questo colpirà migliaia, forse decine di migliaia di persone in Germania, i rifugiati ucraini. Secondo il Ministero federale degli Interni (a febbraio) dopo l’inizio della guerra russa sono entrati in Germania 163.287 ucraini maschi, in età militare (data: febbraio 2023).

Senza contare che le donne sono ora costrette a registrarsi presso l’ufficio di arruolamento.

– “A partire dal 1° ottobre 2023, le lavoratrici del settore medico e farmaceutico dovranno registrarsi presso gli uffici di arruolamento militare“.

– “Le donne impegnate in altre professioni possono scegliere volontariamente di registrarsi. Le donne possono registrarsi se sono idonee al servizio militare a causa dell’età, fino a 60 anni, e delle loro condizioni di salute, determinate dalla Commissione per gli esami medici.”

Secondo quanto riferito, un deputato ucraino ha persino proposto un disegno di legge per ridurre l’età della leva a 17 anni, in modo da poter iniziare a raccogliere tutti quei giovani adolescenti da mandare al macello.

“La deputata del partito ucraino “Solidarietà europea” Sofya Fedina ha presentato una proposta di legge per ridurre l’età della leva a 17 anni.

Mentre stiamo parlando del servizio militare, è noto che dopo il suo completamento i soldati non possono tornare a casa, facendo riferimento alla “legge marziale”.

Questo è illegale, perché ufficialmente l’Ucraina non sta combattendo una guerra. Tuttavia, i ragazzi sono costretti a firmare un contratto con le Forze Armate ucraine in vari modi, e sono già noti diversi casi di suicidio quando gli ucraini che non volevano combattere hanno scelto una misura così estrema.

A 17 anni sono ancora adolescenti. E ora saranno mandati al fronte.“

Perché sta succedendo tutto questo?

Per rispondere, continuiamo ad avere sempre più conferme non solo delle perdite di massa che l’Ucraina sta subendo, ma anche della disparità di perdite tra le forze armate ucraine e le forze russe.

Seguitemi in questo breve e macabro tour delle ultime novità.

In primo luogo, c’è stata un’intervista con un volontario polacco in Ucraina che ha detto cose davvero sconvolgenti.
“Un polacco sulla difficile situazione in Ucraina: “Non hanno più nessuno per combattere“:

Un volontario polacco ha raccontato in un’intervista cosa sta realmente accadendo con il contrattacco”.

Slawomir Wysocki, un polacco che si reca regolarmente in Ucraina con aiuti umanitari, ha raccontato quanto sia tragica la situazione: “Per diversi mesi hanno fatto breccia solo nella prima linea di difesa. Le perdite umane da parte ucraina sono enormi. Le attrezzature occidentali bruciano come fiammiferi. La situazione è molto peggi di quanto si possa immaginare.

Ho contato le tombe a Leopoli. Nella parte vecchia del cimitero ci sono circa 100 tombe, nella parte nuova più di 600. Nei villaggi la proporzione è enormemente diversa. Quando passo in auto, vedo cimiteri lungo le strade. Ognuno ha fino a una dozzina di tombe nuove. Vicino a ognuna di esse ci sono delle bandiere, sono facilmente riconoscibili. A Kharkov ci sono più di duemila tombe. Queste perdite non possono più essere nascoste.

Due mesi fa ero pieno di ottimismo per la Kupyanskaya. Ora stiamo ancora riuscendo a resistere. Sembra che i russi stiano facendo di tutto per raggiungere Kupyansk, dove prenderanno posizione per l’offensiva di primavera”.

[Come si sentono gli ucraini di fronte al sistema di difesa russo?] Sono terrorizzati. Sanno che l’esercito russo ha già previsto tutto. Il sistema di difesa è stato costruito da imprese di costruzione. Non si tratta di un contadino che agita una pala per costruire una trincea.

Le imprese sono arrivate, hanno versato il cemento, hanno costruito fortificazioni nello stile della Linea Maginot. E ci sono tre o quattro linee di questo tipo. Gli ucraini dicono che ci sono cinque mine per metro quadro. Non si può mettere un piede a terra senza che una di esse esploda.

[Con una tale situazione al fronte, con perdite sempre maggiori, ci sono ancora persone disposte a difendere la propria patria?] Non ce ne sono. Li cercano per le strade.

Ci sono “rastrellamenti” a Leopoli, le persone vengono prese dai cantieri, dai bar. Recentemente ho assistito a una situazione simile alla stazione degli autobus di Lviv. Cinque poliziotti stavano in piedi e controllavano tutti quelli che volevano lasciare Lviv. Otto persone sono state trattenute in questo modo. Molte delle ragioni dell’attuale situazione di mobilitazione hanno origine a Bakhmut. È stato un tale scarico, un tale tritacarne che non c’era più nessuno a combattere“.
Per quanto riguarda la situazione delle miniere, potrebbe sembrare che stia esagerando, ma un nuovo video dal punto di vista ucraino mostra esattamente ciò di cui sta parlando.

Per quanto riguarda le perdite, ecco un nuovo resoconto di una fonte militare ucraina nella direzione di Klescheyevka.

E questo nuovo video della BBC sulle perdite ucraine è assolutamente da vedere per chiunque abbia ancora dei dubbi.

È un pezzo di accompagnamento a questo articolo della BBC. Notate come il MSM ne parla apertamente. Diavolo, basta guardare come gli ucraini stiano discutendo di uscire dalla mobilitazione.

Beh… meglio che essere morti, credo.

Inoltre, ci sono stati alcuni nuovi interessanti approfondimenti, in particolare per quanto riguarda gli scambi di prigionieri di guerra ucraini, che ci danno uno sguardo interno su quali siano le reali disparità di perdita tra le due parti.

Ricordiamo l’importante osservazione che avevo fatto qualche tempo fa: le perdite da entrambe le parti sono semi-soggettive e i numeri possono essere falsati con statistiche selettive da una parte o dall’altra. Ciò è dovuto al fatto che una parte non ha rilasciato perdite ufficiali dall’estate scorsa, mentre l’altra parte non ha mai rilasciato perdite ufficiali.

Tuttavia, le statistiche sui prigionieri di guerra sono l’unico dato che è stato rilasciato in diversi momenti da entrambe le parti, il che significa che è l’unica statistica che ci permette di avere una misura di comprensione nel confrontare le perdite di entrambe le parti.

Ho già detto molte volte in precedenza che la Russia prende da 5 a 15 volte più prigionieri di guerra di quanti ne prenda l’Ucraina dalle truppe russe, a seconda del momento. Per esempio, c’è stato un periodo in cui l’Ucraina ha confermato ufficialmente di avere circa ~2500 prigionieri di guerra russi, mentre la Russia ne aveva verificati più di 12-15k.

Il rapporto tra POW e KIA è ovviamente relativo, così come lo è quello tra WIA e KIA, il che ci dà un’idea del rapporto tra i due lati della guerra.

E ora abbiamo un’ulteriore conferma di ciò per quanto riguarda l’aspetto dei prigionieri di guerra. Non solo, questo portavoce dell’AFU conferma che non hanno abbastanza prigionieri di guerra russi per il fondo di scambio, cioè per scambiarli allo stesso tasso con i prigionieri di guerra ucraini detenuti dalla Russia.

Il regime di Kiev non ha così tanti prigionieri di guerra da poter effettuare lo scambio “alla pari“ dice il difensore civico ucraino Dmytro Lubinets.
“C’è una cifra, ma non la nominiamo pubblicamente. Che ne è del fondo di scambio? – sento costantemente questa domanda dai parenti. Abbiamo detto pubblicamente che sì, abbiamo problemi con il fondo di scambio.

Questo significa che non abbiamo abbastanza prigionieri di guerra russi, che vogliamo scambiare con prigionieri di guerra ucraini. Esistono, ma il numero non è sufficiente, e anche questo è un problema, ha detto Lubinets.

Prima di tutto, questo fa il gioco della Russia, poiché qualsiasi trattativa si svolge in una posizione dominante, e anche un accordo a condizioni diseguali dimostra il desiderio di incontrarsi e raggiungere compromessi, mettendo la vita dei combattenti come priorità.”
Ma sentite cosa dice questo prigioniero di guerra russo a una compiaciuta giornalista ucraina.

Se non avessimo la suddetta ammissione da parte dell’Ucraina stessa, potremmo considerarla una sorta di sfacciata esagerazione da parte dei russi. Ma in realtà ora possiamo constatare che è vero.

L’Ucraina chiede 15 dei suoi uomini per un solo soldato russo. Questo vi dà un’idea del tipo di rapporti di perdita che stiamo vedendo. Ricordiamo che questi numeri confermano il rapporto approssimativo che ho fornito da tempo, secondo il quale l’Ucraina aveva un paio di migliaia di prigionieri di guerra russi, mentre la Russia ne aveva fino a 15.000 ucraini.

Chiaramente, i rapporti sulle perdite sono coerenti con questo. Credo che Putin abbia recentemente dichiarato che il rapporto di perdite nell’offensiva è stato superiore a 10:1 a favore della Russia.

Tonnellate di nuovi video lo confermano, anche per quanto riguarda i prigionieri di guerra. Solo negli ultimi 4-5 giorni, ci sono state decine di AFU catturate come confermato in video; se contiamo quelle non presenti in video, probabilmente sono centinaia. Nel frattempo, quasi nulla da parte ucraina.

Guardate voi stessi, ecco solo un piccolo assaggio delle catture recenti dell’ultima settimana: video 1, video 2, video 3, video 4, video 5, video 6, video 7, video 8, video 9. E ce ne sono molti altri. Nello stesso periodo di tempo ho visto forse 1 video ucraino che mostrava la cattura di un paio di truppe russe da qualche parte, presumibilmente.

In uno di essi il sequestratore russo dice addirittura che i 6 prigionieri di guerra che mostrano in video si aggiungono ai 14 catturati il giorno precedente, che non hanno filmato.

Questo si aggiunge alle infinite perdite che si verificano nello stesso momento, come qui, qui, qui e qui. In breve, è un massacro. Basta guardare il pezzo della BBC postato in precedenza: anche le lavoratrici dell’obitorio hanno dovuto guardare i loro mariti che tornavano all’obitorio dalla prima linea. Questo è un genocidio di massa da parte del regime psicopatico dei narco-fuhrer.

Un conto delle conferme visive delle perdite dell’AFU ha contato questo solo per il mese di agosto:
Perdite ucraine confermate visivamente per il mese di agosto 2023, secondo @OsintArmor contatore giornaliero delle perdite

Carri armati: 113

IFV – 199

APC – 64

4×4 (soprattutto MRAPS) – 75

Artiglieria – 154

Difesa aerea – 11

Radar/EW – 15

Rifornimenti/Trasporti – 74 + Treno Echelon

Aerei – 4

Elicotteri – 3

Veicoli d’ingegneria – 5

Imbarcazioni – 5

Sconosciuti – 38

Totale= 760 perdite confermate.
Anche l’Ucraina sta ricevendo qualche colpo? Certo, ne sta ricevendo un po’ qua e là. Per esempio, il drone Bayraktar è tornato in azione per la prima volta in quanto – quasi un anno fa? – ottenendo 2 o 3 nuove uccisioni di forze russe nella regione di Kherson, dove alcune unità russe sono sovra estese sullo sputo di Kinburn, quei piccoli isolotti nella zona grigia di nessuno.

Uno dei colpi è stato inferto a una piccola imbarcazione con equipaggio, che probabilmente ha causato alcune vittime, ma l’altro è stato inferto a un camion vuoto parcheggiato sotto un albero. Una goccia nel mare rispetto alle perdite inflitte quotidianamente all’AFU. Inoltre, non mi sorprenderebbe se il filmato di TB2 fosse falso/vecchio, diffuso ora per risollevare il morale in calo.

Ma la stampa occidentale sta ora strombazzando che l’Ucraina sta finalmente facendo grandi guadagni territoriali, nonostante tutte queste perdite, e ha persino superato la vantata “prima linea” della difesa russa di Surovikin. È vero?

Ecco dove si trovano secondo una fonte ufficiale ucraina:


Il video qui sotto è geolocalizzato nell’area che corrisponde alla mappa qui sopra, cioè la strada che porta direttamente a Verbove:


*****

Che il rinnovo dell’Accordo sul grano non fosse in realtà il tema principale dell’incontro Putin-Erdogan del 4 settembre, ma servisse solo come “specchietto per le allodole mediatiche”, è ipotesi che trova largo spazio sulla pubblicistica, anche russa.

Dietro le quinte, i due presidenti avrebbero toccato questioni che vedono Russia e Turchia coinvolte direttamente in situazioni di tensione regionali e, accanto a Siria, Libia o Caucaso, si sarebbe senza dubbio parlato dell’area più densa di pericoli mondiali: l’Ucraina.

Ora, la tedesca Der Spiegel scrive che l’ormai ex Ministro della guerra della junta golpista ucraina, Aleksej Reznikov, sarebbe stato silurato per raggiunto limite quantitativo di episodi di corruzione nelle forniture militari. L’ultima goccia sarebbe stato lo scandalo delle uniformi di produzione turca e razioni alimentari, comprate a prezzi gonfiati, sullo sfondo di un bilancio di guerra ucraino che si aggirerebbe attorno al 20% del PIL.

Ma ad Ankara, più che all’ex Ministro, guardano con apprensione al nuovo titolare del dicastero, il direttore del Fondo per le proprietà statali Rustem Umerov, la cui nomina sarebbe stata senz’altro concordata con Washington (ma, qualcuno ne dubitava?) e ricordano i suoi legami con l’organizzazione “Hizmet”, fuorilegge in Turchia, del predicatore Fethullah Gülen, coinvolto nel tentativo di golpe filo-USA del 2016 e ben al sicuro in Pennsylvania, da dove controlla un discreto impero finanziario.

Lo stesso Umerov, d’altra parte, addestrato in passato negli Stati Uniti secondo il programma del Dipartimento di stato “Future Leaders”, aveva partecipato ai negoziati russo-ucraini (ovviamente, in qualità di agente fallimentare) dell’aprile 2022 a Istanbul.

D’altronde, con un Ministro golpista degli affari esteri, Dmitrij Kuleba, che dichiara sfacciatamente che la via diplomatica con Mosca passa per il campo di battaglia, appaiono abbastanza labili le ipotesi per cui la sostituzione di Reznikov con Umerov, sarebbe legata a un cambio di prospettive nella soluzione del conflitto.

Da parte sua, la turca Aydınlık scrive senza mezzi termini che Rustem Umerov non è altro che una marionetta USA e che si occuperà di portare avanti i piani di Washington nella regione.

La russa Moskovskij Komsomolets nota che la rimozione di Reznikov, insieme all’arresto di Igor Kolomojskij (troppo autonomo in affari, per i gusti yankee, e da tempo mal digerito), non è che un tentativo del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij di conservare la poltrona presidenziale.

Un colpo alla corruzione e uno al fallimento della controffensiva: così si vorrebbe presentare la cosa, soprattutto all’auditorio interno, quando manca meno di un anno al voto e non sembra di scorgere alcun concorrente di peso alla rielezione del comico guerrafondaio.

E se come Ministro della “difesa” – non tanto per questioni militari, quanto per forniture, acquisti, affari, ecc. – Reznikov non rivestiva specifici significativi, la nomina del tataro Umerov, legato al Medžlis dei tatari di Crimea, starebbe a simboleggiare l’obiettivo della riconquista ucraina della penisola.

Da ricordare che Reznikov, a quanto si dice, già diversi mesi fa era stato “graziato” dalla parola del suo omologo yankee, Lloyd Austin, che lo aveva definito suo “amico”, salvandogli così la poltrona; per cui, se ora Zelenskij lo silura, con ogni evidenza lo fa avendo ricevuto il via libera del Pentagono.

La cui voce mediatica, The New York Times, riferendo le parole di un anonimo funzionario presidenziale yankee, specifica che l’avvicendamento al vertice bellico ucraino sarebbe dovuto «a diverse cause. Tra cui la comprensione del fatto che l’Ucraina ha bisogno di un nuovo vertice nel prolungarsi del conflitto, le critiche di settori della società civile ucraina e dei media sugli scandali nei contratti».

Che poi sono più o meno gli stessi argomenti usati da Zelenskij per annunciare la “sua” decisione, così che, a ragione, Komsomol’skaja Pravda si domanda se sia stato Zelenskij ad anticipare a quel funzionario USA le proprie intenzioni, o se invece il secondo non abbia suggerito a Zelenskij cosa e come dire al riguardo?

In ogni caso, sta di fatto che la “controffensiva di successo” langue e il siluramento di Reznikov conferma che si tratta, come ha detto Putin, non di uno «slittamento, ma di un fallimento» che, secondo il Ministro della difesa russo Sergej Šojgù, dall’inizio di giugno avrebbe causato a Kiev la perdita di 66.000 uomini e quasi ottomila mezzi bellici.

Dunque, se il giurista Reznikov era stato sinora utile per le proprie capacità di pubbliche relazioni, in particolare per pompare armi e attrezzature dagli “alleati occidentali”, al momento di mostrare i risultati a quegli stessi “alleati”... il pallone si è sgonfiato.

Ora, i media occidentali, parlando di Umerov, lo qualificano come principale negoziatore ucraino per l’Accordo sul grano e ricordano come abbia preso parte ai negoziati sullo scambio di prigionieri. Soprattutto, rilevano la sua formazione americana e gli stretti legami personali e d’affari oltreoceano. Puntano comunque sulla sua caratteristica quale negoziatore di successo.

Quindi, nota Komsomol’skaja Pravda facendo due più due, i fatti sono questi: a breve Zelenskij è atteso in USA e tutte le sue mosse degli ultimi giorni sembrano dirette a preparare la visita; e allora, se l’arresto di Kolomojskij doveva essere una dimostrazione di lotta alla corruzione, non è forse la nomina di Umerov un segnale nascosto che «invece di un manager di pubbliche relazioni, il dipartimento militare ucraino sarà guidato da un negoziatore?».

Per parte nostra, nutriamo più di un dubbio sulla volontà negoziale dei golpisti, tanto più se affidata a un tataro legato al Medžlis, nato a Samarkand, dove i suoi parenti erano stati deportati nel 1944, per la collaborazione prestata dalla maggioranza dei tatari alle truppe hitleriane e che, come da tradizione ucraina, fa tutt’uno del passato sovietico e della Russia attuale e, con ciò, non sembra l’elemento più indicato per trattare con Mosca.

Ma, ovviamente, le nostre sono solo supposizioni, anche se non si possono scordare i suoi passati incarichi, ad esempio, nel “Kuriltai del popolo tataro” e i legami con Mustafa Džemilev. Un curriculum che difficilmente farà allargare i polmoni al Cremlino.

Fonte

04/09/2023

Guerra in Ucraina - Zelenski silura il ministro della Difesa

Le purghe avviate da Zelenski contro i comandi militari e territoriali hanno fatto un’altra vittima eccellente con il licenziamento del ministro della Difesa Oleksiy Reznikov.

La decisione, già anticipata dalla stampa ucraina nei giorni scorsi, è stata giustificata dal presidente citando l’esigenza di “nuovi approcci” al conflitto contro la Russia, che si protrae ormai da 19 mesi. “Ho deciso di sostituire il ministro della Difesa dell’Ucraina. Oleksiy Reznikov ha affrontato più di 550 giorni di guerra aperta”, ha annunciato Zelensky, che ha anche confermato di volerlo sostituire con l’imprenditore e investitore Rustem Umerov, già vicecapo della delegazione permanente presso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e direttore del Fondo per le proprietà statali.

“Il signor Umerov non ha bisogno di ulteriori presentazioni. Mi aspetto che il parlamento sostenga questo candidato”, ha detto Zelensky. L’annuncio della sostituzione di Reznikov giunge sull’onda di una serie di scandali sulla corruzione nei vertici ucraini che hanno coinvolto il ministero della Difesa, e che hanno già portato al licenziamento di diversi funzionari di alto livello, alle dimissioni del viceministro, e alla decisione del presidente di rimuovere tutti gli ufficiali a capo dei centri regionali di reclutamento militare. Sul fronte bellico, l’Ucraina deve fare i conti con le difficoltà dell’offensiva intrapresa in primavera nei territori meridionali del Paese contro le linee difensive russe.

Vertice a Sochi sull’accordo per il grano

Il presidente turco, Erdogan, sarà oggi in Russia per discutere con Putin la ripresa dell’accordo sulle esportazioni di grano ucraino attraverso il Mar Nero in tempo per il raccolto autunnale. I colloqui si svolgeranno a Sochi, nella Russia sudoccidentale. Il presidente turco auspica che i colloqui sul trasporto dei cereali possano diventare un trampolino di lancio per negoziati di pace più ampi tra Kiev e Mosca.

La Russia a luglio, non ha rinnovato l’accordo che consentiva il trasporto marittimo del grano ucraino, alla luce del fatto che l’invio sul mercato internazionale dei propri prodotti agricoli e fertilizzanti viene ostacolato dalle sanzioni occidentali. Da allora la Russia ha minacciato di attaccare le navi che partono dai porti ucraini nel Mar Nero ed ha intensificato i bombardamenti sulle infrastrutture portuali ucraine sia sul Mar Nero che sul Danubio.

Il Dipartimento di Stato USA ha chiesto alla Russia di smettere di bombardare i porti della regione di Odessa. Lo ha affermato il vice capo del servizio stampa del Dipartimento di Stato americano Vedant Patel . Secondo lui, “l’escalation dimostra che (Vladimir) Putin semplicemente non si preoccupa della sicurezza alimentare globale”. Tali azioni del Cremlino hanno un impatto negativo sugli agricoltori ucraini e sulle persone di tutto il mondo, ha detto il funzionario statunitense.

Secondo il canale Telegram “Typical Odessa”, il personale del porto di Odessa è stato mandato a casa in anticipo. È stato anche notato che due volte nelle ultime due settimane alcune persone, inclusi americani, sono arrivate al porto “e tutti i lavoratori portuali sono stati mandati a casa in anticipo in modo che nessuno potesse vedere cosa stavano facendo lì”.

La soluzione al trasporto di cereali nel Mar Nero “dipende dai Paesi occidentali che devono mantenere le loro promesse”, ha affermato all’inizio di agosto Erdogan, alludendo alle richieste di Mosca.

Il fronte militare

Sul fronte militare il quotidiano russo Pravda riferisce che al nord le forze armate russe sono già arrivate in vista di Kupiansk e che a Karkhiv gli ucraini hanno avviato la mobilitazione generale.

Dal lato dell’offensiva delle truppe di Kiev a sud, l’agenzia Interfax ucraina riferisce che la situazione nella direzione di Bakhmut si sta sviluppando molto attivamente, i combattimenti continuano, soprattutto nell’area degli insediamenti di Kurdiumivka, Klischiivka e Andriivka, i soldati ucraini stanno facendo progressi, ha detto la viceministra della difesa ucraina Hanna Maliar.

Secondo il bollettino quotidiano dell’intelligence britannica, le forze russe probabilmente stanno cercando di distrarre l’Ucraina dalla sua controffensiva, costringendola così a dividere le sue forze tra Orikhiv (regione di Zaporizhia) e Kupiansk (regione di Kharkiv). “Le forze ucraine continuano a intraprendere un’azione offensiva sull’asse Orikhiv nell’Ucraina meridionale, con unità che raggiungono la prima linea difensiva principale russa. Le forze russe, composte principalmente dalla 58ª Armata di armi combinate e da elementi delle forze aviotrasportate, cercano di fermare la controffensiva ucraina mantenendo la propria offensiva sull’asse settentrionale attorno a Kupiansk”, si legge nel rapporto britannico.

Questa notte l’aviazione militare russa afferma di aver distrutto quattro imbarcazioni ucraine con militari a bordo nel Mar Nero vicino a capo Tarkhankut sulla costa della Crimea. Poco prima Mosca aveva dichiarato di aver abbattuto un drone di Kiev al largo della Crimea e un secondo velivolo senza pilota nella regione russa di Kursk, al confine con l’Ucraina.

Fonte

01/09/2023

Guerra in Ucraina - La controffensiva in replay

di Francesco Dall'Aglio

La meritoria (a volte) funzione “ricordi” di Facebook mi ricorda, appunto, che un anno fa si discuteva di una offensiva ucraina, all’epoca nella regione di Cherson, in apparenza molto simile a quella che stiamo vedendo adesso.

Dopo un periodo di tempo relativamente lungo passato a cercare di infrangere le difese russe, si era aperta una prima breccia molto piccola e in apparenza poco promettente, continuamente battuta dall’artiglieria russa (vedi la mia carta allegata, appunto di un anno fa).

Le differenze, però, finiscono qui, e non solo perché le truppe ucraine ci hanno messo molto meno tempo a riprendere la regione, cosa che invece al momento non appare prossima.

Soprattutto, non è stata la breccia nei campi di Suhi Stavok a provocare, alla fine, la ritirata russa da Cherson, ma una decisione del comando russo non motivata da una minaccia immediata, ma dalla percezione (del tutto corretta) che le cose avrebbero potuto sensibilmente peggiorare fino al disastro vista la situazione di inferiorità numerica abbastanza marcata e, soprattutto, le difficoltà logistiche di approvvigionare un contingente tramite solo due ponti su Dneper costantemente battuti dall’artiglieria e dai missili nemici.

Questo, unito all’ancor più precipitosa ritirata dal fronte di Kharkiv a settembre, causata da motivazioni ancora differenti (scarsità numerica, scarsa qualità di molti dei reparti schierati, mancanza di un piano di difesa organizzato, carenze serissime nella catena di comando) ha diffuso la percezione che le truppe russe, qualora messe alla prova da un assalto concentrato, non sono in grado di resistere e devono inevitabilmente ritirarsi.

Questa percezione è del tutto errata, ma forse spiega come mai le FFAA ucraine e i loro handler NATO stanno insistendo da quasi tre mesi nel tentativo di replicare, con più forze, lo stesso schema di Cherson, e come mai prima ancora che l’offensiva iniziasse il clima generale era di entusiasmo assoluto.

Se si sono ritirati da Cherson e da Kharkiv a causa di un’offensiva sì massiccia, ma condotta con meno uomini e mezzi di questa e senza le superarmi occidentali, a maggior ragione si ritireranno ora, devono aver pensato, e hanno agito e stanno agendo di conseguenza.

“Di conseguenza”, però, al loro ragionamento, non alla realtà dei fatti.

Il problema, appunto, è che le truppe russe non si sono ritirate da quei due settori perché non hanno retto il colpo.

A Cherson hanno retto benissimo e inflitto perdite pesanti finché non è stata la costrizione logistica a farli ritirare, non la rottura del fronte o un crollo del morale. A Kharkiv invece hanno girato le spalle non appena hanno capito che la situazione era seria, sapendo di non avere i mezzi per resistere efficacemente.

Qui però hanno sia i mezzi per resistere che il numero che il morale, e soprattutto linee logistiche stabili (un’altra percezione errata dovuta alla campagna di Cherson: le linee logistiche russe sono fragili, non ci vuole niente a metterle in crisi tra HIMARS e droni.

Non è così, mi pare sia ormai chiaro, e infatti l’offensiva non avanza. Replicare sempre lo stesso schema perché una volta ti è andata bene non è, purtroppo, una ricetta valida per il successo, come gli eventi di questi mesi stanno dimostrando.

C’è da chiedersi, volendo fare un po’ di storia controfattuale, cosa sarebbe successo se i russi NON si fossero ritirati da Cherson e avessero continuato a resistere, scommettendo di poter mantenere funzionanti le linee logistiche. Ma la storia controfattuale non ci interessa, se non per esercizio intellettuale.

Ci interessa quella che vediamo svolgersi nella realtà, e quella ci dice che anche se probabilmente qualcuno ha pensato fossero la stessa cosa, si tratta di due controffensive radicalmente diverse e non solo per i risultati finora raggiunti.

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24/08/2023

Guerra in Ucraina - Il "bagno di realtà" inizia a diffondersi

di Francesco Dall'Aglio

Come era prevedibile, il "bagno di realtà" (che in altri tempi si chiamava "togliere la testa dalla sabbia") dei nostri media sulla questione delle prospettive generali della controffensiva, e soprattutto il fatto che le manchevolezze vengono attribuite all'Ucraina, è stato recepito con moltissima irritazione. Ieri Hanna Maljar, viceministra della difesa ucraina, ha affermato che per colpa dei media occidentali che hanno "rivelato" l'impiego nei combattimenti dell'82a brigata, la stessa è stata oggetto di cinque incursioni aeree, per poi ricordare che condividere informazioni non autorizzate è punibile con un massimo di otto anni di reclusione.

Chiaramente non è colpa di Forbes o del Washington Post se i russi si sono accorti che quella era l'82a, non penso la loro intelligence sia ridotta a dover compulsare la rassegna stampa occidentale per sapere chi si trovano di fronte e che quella fosse l'82a era noto a tutti, me incluso, già solo vedendo il materiale video messo in circolo dai russi, non dai nostri media.

Il concetto, però, è abbastanza chiaro: il "bagno di realtà" è controproducente. E infatti oggi Le Temps scrive con una certa costernazione che lo Stato Maggiore ucraino ha deciso all'improvviso di vietare ai giornalisti l'accesso al fronte a meno che non abbiano un'autorizzazione scritta da Zalužnyj, il comandante delle FFAA ucraine, non proprio la persona più raggiungibile di questi tempi.

Questo significa, purtroppo, che il livello dell'informazione, già parecchio scarso da prima, si abbasserà ulteriormente, e diventerà ancora più difficile capire cosa sta realmente succedendo. Ma sono sicuro che a molti va benissimo così. Non tutti amano i bagni, di realtà o meno. Molti nemmeno le docce, ma questa è un'altra storia.

Nella foto, tramonto a Robotyne con Leopard abbandonato.


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20/08/2023

Guerra in Ucraina - La stampa occidentale decreta il fallimento della controffensiva

di Francesco Dall'Aglio

Il 17 agosto Repubblica pubblicava un articolone del quale vi allego la prima parte sperando di non infrangere nessun copyright, altrimenti pazienza. In questo articolo ci sono alcune cose che non vanno.

È vero che tra il 16 e il 17 erano venute fuori due foto di carri Challenger inglesi, uno dotato di "cope cage" (nomignolo col quale si identificano le protezioni improvvisate anti-drone che gli equipaggi montano sui propri mezzi) e l'altro no, ma al fronte non si sono visti.

Probabilmente si vedranno, ed essendo in dotazione, come correttamente scrive il nostro, all'82a brigata aviotrasportata di cui abbiamo parlato qualche giorno fa, si vedranno dalle parti di Robotyne che però non è stata presa dalle FFAA ucraine, né il 17 né oggi. Le truppe ucraine sono segnalate nella parte settentrionale dell'insediamento, che però non è sotto il loro controllo e che in realtà, come Urožaine, non esiste più essendo stato raso al suolo dalle opposte atriglierie. Non è nemmeno vero, dunque, che "adesso l'artiglieria è in grado di bersagliare Tokmak", perché nessun pezzo è stato spostato a Robotyne, visto appunto che a) non è in mano ucraina e soprattutto b) non esiste più come insediamento, dunque non ci sono strutture in grado di offrire protezione. Anche la testa di ponte sulla riva est del Dnepr, che il nostro considera stabile, è stata eliminata. La "spallata" del titolo, dunque, è più una forte pressione che uno sfondamento: anche se abbiamo detto tante volte, e non fa male ripeterlo, che le FFAA ucraine sono ancora perfettamente in grado, almeno sulla carta, di creare parecchi problemi alle difese russe.

Molto probabilmente Robotyne, o meglio ciò che ne resta, verrà "presa" dall'82a, ma il problema è cosa farsene dopo, come commenta anche Julian Röpke che di simpatie filorusse proprio non può essere accusato.

Quello che però ci interessa, nell'articolo di Di Feo, non è tanto la parte militare che, abbiamo capito, non è il suo forte. Ci interessa invece il fatto che marca, anche per l'opinione pubblica italiana, il momento in cui da oltreoceano arriva un nuovo cambio di paradigma. Cestiniamo "le superarmi occidentali spazzeranno via le ridicole difese russe e Putin sarà umiliato e costretto a trattare", adesso è chiaro che la controffensiva non ha dato i risultati sperati, che la guerra potrebbe durare anni e che bisogna congelare il conflitto.

Il primo segnale è arrivato già il 15 sera, tra l'altro poco dopo il mio post sull'82a: ancora David Axe, che dell'82a ormai è l'ufficio stampa, sempre per Forbes scriveva che la brigata "finalmente si è unita ai combattimenti" e descriveva i combattimenti per Robotyne e Urožaine in toni epici e trionfali, ma accennava anche al fatto che quando l'82a, prima o poi, dovrà essere ritirata dal fronte per riorganizzarsi, non ci sono altre unità con preparazione ed equipaggiamento equivalenti, "l'offensiva potrebbe perdere impeto" e addirittura i russi "potrebbero eventualmente trovarsi nella possibilità di contrattaccare", un giro di parole lunghissimo per dire che se anche questa fase della controffensiva va male si preparano tempi cupi.

Dopo questo articolo, il diluvio. Il 16 agosto il sito 1945 (che consiglio sempre di tenere d'occhio) pubblica un pezzo di Daniel Davis, una delle poche voci razionali di parte atlantica, significativamente intitolato "La dura realtà: l'offensiva all'ultimo respiro dell'Ucraina ha fallito".

Il 17, Seymour Hersh pubblica sul suo Substack un pezzo devastante, "L'estate delle aquile - il wishful thinking è ancora la regola nella squadra di politica estera di Biden, mentre il massacro in Ucraina continua", dove si fa beffe dell'idea di Sullivan di presentarsi allo scrauso vertice di Jeddah come Woodrow Wilson a Versailles nel 1919. La sera dello stesso giorno (notte fonda da noi) il Washington Post spara una bordata a palle incatenate: "L'intelligence USA dice che l'Ucraina fallirà nel raggiungere l'obiettivo chiave dell'offensiva", cioè Melitopol a causa della "brutale competenza russa nel difendere il territorio occupato tramite una falange di campi minati e trincee", il che "verosimilmente" farà nascere un po' di malumori per tutti i soldi che l'Occidente ci ha investito e complicherà le prossime richieste al Congresso di finanziamenti per l'Ucraina.

Nel pezzo si intervista Rob Lee, anche lui molto pessimista (dopo aver passato un anno e mezzo a fare la conta dei caduti russi raccontando ogni problema come l'inizio dell'inevitabile fine per l'esercito russo e il regime di Putin), e ovviamente si scarica sugli ucraini la responsabilità dei risultati non eccelsi finora raggiunti. Sempre il 17, Politico pubblica un pezzo sul deputato Andy Harris, uno dei più accesi sostenitori degli aiuti militari all'Ucraina, che pare avere improvvisamente cambiato idea: l'offensiva è fallita, e lui non è più sicuro che si possa vincere.

Il 18 agosto la Reuters riprende le tesi del WaPo sull'impossibilità di riprendere Melitopol, mentre Il Messaggero intervista l'ex-SISDE Alfredo Mantici che perentoriamente ci comunica che "è arrivato il momento di confrontarsi con la realtà", perché noi sciocchi ci siamo illusi del facile trionfo ucraino e invece finirà con una soluzione alla coreana.

Sempre il 18, la CNN pubblica un servizio nel quale si dice che non è mica vero (sempre come credevamo noi fessi) che gli attacchi ucraini alla Crimea stanno paralizzando la logistica russa, anzi servono a molto poco e sarebbe il caso di dirigerli altrove. Più o meno lo stesso ragionamento di Politico, che sempre il 18 sera si chiede se magari Milley non avesse avuto ragione già a novembre nel non aspettarsi una cavalcata trionfale fino alla Crimea.

Oggi, infine (19 agosto) Sean Bell, uno di quelli che fino a poco fa scriveva di come Putin ormai è finito poveraccio e Bahmut ha devastato l'esercito russo, ci racconta su Sky News che le cose non vanno benissimo e che l'Occidente si sta scocciando, e il povero Di Feo, ultimo giapponese, si adegua: "l'imprendibile linea russa costringe Kiev a ridimensionare i piani".

Io lo so come andrà a finire. Parsi, Iacoboni, Mikhelidze e la brigata LiberiOltre tra un po' li vedremo in televisione a spiegarci quanto siamo stati stupidi a credere che bastasse mandare qualche carro occidentale per far vincere la guerra a quegli scemi degli ucraini, e che loro ce l'avevano sempre detto. Ci scommetto i soldi che sarà così.

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19/08/2023

Guerra in Ucraina - Kiev non sfonda e si "consola" con i droni

“La controffensiva estiva ucraina non riuscirà a raggiungere la città chiave sudorientale di Melitopol”. Lo rivelano fonti dell’intelligence statunitense al Washington Post, sottolineando che, se questa previsione sarà corretta, questo significa che Kiev non raggiungerà il suo principale obiettivo di tagliare alla Russia il collegamento via terra con la Crimea.

Secondo quanto riporta il quotidiano statunitense la valutazione è basata sulla capacità che la Russia sta mostrando nel difendere il territorio occupato, attraverso campi minati e trincee, ed è destinata a provocare accuse reciproche tra Kiev e le capitali occidentali sulle ragioni per cui la controffensiva – per la quale sono state investite decine di miliardi di dollari in armi occidentali – non sia riuscita a centrare i suoi obiettivi.

Secondo le fonti dell’intelligence statunitense citate dal giornale, le forze ucraine, che stanno spingendo verso Melitopol dalla cittadina di Robotyne ad oltre 80 chilometri di distanza, si fermeranno a diversi chilometri fuori dalla città ritenuta però decisiva per la controffensiva, in quanto considerata il punto di accesso alla Crimea, punto di snodo di due autostrade e della ferrovia che permette alla Russia di trasportare mezzi e truppe dalla penisola nei territori occupati.

Tre giorni fa avevano suscitato clamore le dichiarazioni del capo di gabinetto della Nato, Stian Jenssen, secondo cui l’Ucraina dovrebbe rassegnarsi a cedere i territori occupati dalla Russia in cambio dell’adesione alla Nato.

Subissato dalle polemiche, Jenssen ha rettificato un po’ il tiro, ma la sensazione che la sua fosse l’ennesima “voce dal sen fuggita” è indicativa di quanto pensano ormai molti “alleati” dell’Ucraina.

“Gli ucraini non sono in grado di spazzar via i russi da soli. È da qui che bisognerà disegnare nuovi solstizi ed equinozi, e alla svelta” scrive un vecchio corrispondente di guerra come Domenico Quirico sulle pagine de La Stampa. “Scorrono tra le dita dei Biden, dei Macron e dei marabutti della vittoria, come grani del rosario in cui si ricomincia sempre da capo, le necessità pretese come “risolutive” da Kiev: munizioni, cannoni, mezzi antiaerei, semoventi, carri armati, missili a lungo raggio Effe sedicidiciottotrentacinque... i raid scenografici dei droni in territorio russo, l’ossessione propagandistica per i ponti della Crimea appaiono ormai non come arguto messianismo strategico ma zibaldone distraente, sintomo di frustrazione. Non diciamo più bugie. Dobbiamo cambiare non ideali, che non abbiamo mai avuto in questa vicenda, dobbiamo cambiare illusioni”.

La Danimarca intanto ha ottenuto il via libera dagli Stati Uniti per l’invio di aerei da combattimento F-16 in Ucraina, non appena l’addestramento dei piloti di Kiev, in corso in Olanda e nella stessa Danimarca sarà completato.

Lo ha confermato il ministro danese degli Esteri, Lars Lokke Rasmussen. Un altro centro di addestramento per i piloti ucraini è stato installato in Romania. Ma sullo spiegamento operativo degli F-16 nella guerra in Ucraina occorrerà attendere il 2024.

Secondo lo statunitense Istituto per lo Studio della Guerra, il comandante del battaglione “Vostok” Alexander Khodakovsky ha suggerito alla Russia di congelare la guerra in Ucraina lungo le attuali linee del fronte.

Khodakovsky ha affermato che la Russia non sarà in grado di rovesciare militarmente l’Ucraina a breve termine e che è improbabile che le forze russe occupino facilmente altre città ucraine, arrivando alla conclusione che la Russia dovrà probabilmente giungere a una “tregua” e che potrebbe entrare in una fase di “né di pace né di guerra” con l’Ucraina.

Khodakovsky ha suggerito che l’Ucraina sarebbe sufficientemente indebolita in questo stato di conflitto congelato e che la Russia sarebbe in grado di esercitare più influenza sull’Ucraina in una situazione del genere di quanto non possa fare attualmente durante la “Operazione militare speciale”.

Esattamente un anno fa Khodakhosvky si era opposto alla mobilitazione generale in Russia sostenendo che il problema principale delle forze non era tanto nella mancanza di persone, ma nel loro utilizzo e nell’equipaggiamento.

Il giornale russo Pravda scrive che un messaggio su un nuovo attacco è apparso sul canale Telegram del sindaco alle 04:23 ora di Mosca. Il sindaco ha precisato che non ci sono state vittime, precisando anche il luogo dell’attacco.

“Stasera, durante il tentativo di volare su Mosca, le forze di difesa aerea hanno distrutto un drone. Frammenti di UAV sono caduti nella zona dell’Expocentre, nessun danno significativo è stato causato all’edificio. Non ci sono state vittime preliminari. I servizi di emergenza della città stanno lavorando sul posto”.

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16/08/2023

Guerra in Ucraina - Kiev non sfonda, in Occidente inizia lo scaricabarile?

di Gianandrea Gaiani

Sui fronti di Zaporizhia e Donetsk in oltre due mesi di controffensiva gli ucraini vantano di aver liberato un’area di 360 chilometri quadrati, meno dell’estensione del comune di Ferrara (402 kmq) e una superficie pari allo 0,02% del territorio ucraino controllato dai russi (nella mappa qui sotto in blu le aree conquistate dagli ucraini in due mesi di attacchi sul Fronte di Zaporoizhia).


Successi territoriali a dir poco limitati a qualche villaggio raso al suolo nella “terra di nessuno” dove peraltro i russi hanno riguadagnato posizioni contrattaccando negli ultimi giorni. Piccoli successi inficiati soprattutto dall’avanzata delle truppe di Mosca tra le regioni di Luhansk e Kharkiv, specie nel settore di Kupyansk dove le truppe di Mosca sarebbero a meno di 7 chilometri dalla città e avrebbero ammassato ampie riserve, forse per lanciare una più ampia offensiva.

Pesanti le perdite subite da Kiev. Secondo i russi i caduti tra il 4 giugno e fine luglio sarebbero tra 36mila e 42 mila a seconda delle stime oltre a 1.700 mezzi corazzati e blindati e 350 pezzi d’artiglieria distrutti, danneggiati o finiti in mani russe. La distruzione di molti mezzi non ha scoraggiato i comandi ucraini che continuano a rinnovare gli assalti sui fronti di Zaporizhia e Donetsk affidandoli soprattutto alla fanteria con conseguenze sulle perdite ben evidenziate da molti canali Telegram militari sia russi che ucraini.

La controffensiva a lungo preannunciata e poi scatenata il 4 giugno aveva l’obiettivo (più politico che militare) di strappare a ogni costo quanto più territorio ucraino alle truppe russe per continuare a ottenere il supporto militare ed finanziario dell’Occidente: impossibile infatti ritenere che l’obiettivo di riconquistare tutti i territori perduti (inclusa persino la Crimea) fosse alla portata delle forze di Kiev.

Un obiettivo che, come ha sostenuto in più occasioni il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, permetterebbe agli ucraini di negoziare da una posizione più forte con i russi. Per Kiev invece nessun negoziato sarà possibile fino al completo ritiro russo anche dalla Crimea.

Verso un cambio di narrazione

Anche per queste ragioni la controffensiva ucraina continua, sanguinosa anche se meno intensa, in cerca di successi spendibili sul piano politico. Nonostante si continuino a inviare armi e mezzi a Kiev, in Occidente appare sempre più palpabile il progressivo cambio di narrazione e di prospettive.

Se nella primavera 2022 l’accordo mediato dalla Turchia (e rivendicato anche recentemente da Ankara) per far cessare il conflitto venne fatto fallire dalla linea sostenuta apertamente da Londra e Washington per cui “la guerra doveva continuare per logorare la Russia”, oggi anche i vertici della NATO si limitano a spingere gli ucraini a cercare successi per negoziare meglio con Mosca.

Da un lato USA e alleati dichiarano che sono gli ucraini a dover scegliere se e quando negoziare con i russi, dall’altro Zelensky ha messo fuori legge tutte le opposizioni e si appoggia sulle forze ultra-nazionaliste che non gli perdonerebbero negoziati in cui giocoforza Kiev dovrebbe cedere ampi territori.

I grandi media statunitensi hanno sempre offerto uno sguardo sulla guerra più realistico rispetto a quelli europei e soprattutto italiani ma negli ultimi giorni reportage, commenti e analisi pubblicati oltre Atlantico sembrano preparare l’opinione pubblica alla possibile sconfitta o quanto meno al mancato successo della controffensiva Ucraina.

Ieri il New York Times segnalava, in un articolo che citava alcuni analisti militari, progressi ucraini in due settori del Fronte di Zaporizhia rilevando avanzate di 16/19 chilometri ma rispetto alle linee di partenza delle forze di Kiev nella controffensiva, non in profondità nelle linee russe che restano intatte.

L’obiettivo di Kiev è raggiungere il Mar d’Azov per interrompere la continuità geografica tra il Donbass occupato dai russi e la Crimea, meta che resta al momento lontana mentre gli stessi analisti citati dal quotidiano statunitense avvertono che le forze ucraine devono ancora affrontare una lunga, lenta e sanguinosa avanzata contro le truppe russe posizionate dietro difese ben progettate e fortificate.

Il 3 agosto il New York Times evidenziava il fallimento della controffensiva e dell’addestramento impartito dall’Occidente agli ucraini mettendo in guardia dai rischi di puntare sul logoramento delle forze russe considerato che Mosca gode di un significativo vantaggio sull’Ucraina in termini di uomini e risorse e che Putin sembra contare proprio sull’esaurimento delle forze e delle riserve di munizioni ucraine per vincere il conflitto.

Sul piano territoriale, inoltre, i successi ucraini restano circoscritti, e “le speranze della NATO di grandi avanzate da parte delle formazioni corazzate ucraine non si sono materializzate, almeno per ora”. Il NYT sottolineava inoltre che la rinuncia alle dottrine occidentali da parte delle forze ucraine solleva quesiti in merito alla qualità e all’efficacia dell’addestramento e dei mezzi forniti dall’Occidente, visto anche il vasto dispendio economico (quasi 50 miliardi di dollari di aiuti militari elargiti finora solo dagli Stati Uniti).

Nei giorni scorsi ancora il New York Times riferiva delle pesanti perdite subite da molte brigate ucraine, alcune ritirate dal fronte perché ormai prive di capacità di combattimento.

“Molti pensavano che sarebbe stato molto veloce e che saremmo stati in Crimea in autunno. Ma ogni metro è molto difficile”, ha detto il comandante di un battaglione che ha ammesso di aver subito pesanti perdite a causa dei campi minati, dell’artiglieria e degli attacchi aerei russi. “Ho perso molto e alcuni dei nuovi arrivati sono mentalmente a pezzi” ammettendo di aver subito perdite simili nella regione di Kherson l’anno scorso.

Militari sentiti dal NYT accusano i comandanti di spingere le reclute in battaglia, di utilizzare unità impreparate come avanguardia e che il tipo di addestramento e molti mezzi ricevuti dall’Occidente sono forse adatti alle guerre anti-insurrezionali in Iraq e Afghanistan ma non certo a confrontarsi con la potenza di fuoco dei russi in una battaglia convenzionale.

Un riferimento ai mezzi ruotati MRAP, concepiti per proteggere i militari dagli ordigni improvvisati (IED) di talebani e ISIS, poi forniti in gran quantità all’esercito di Kiev e mostrati distrutti o danneggiati in gran numero dai media e dai social russi.

Il 10 agosto il Washington Post ha scritto che dopo due mesi di controffensiva con pochi progressi visibili sul fronte e un’estate implacabile e sanguinosa in tutto il paese, la narrativa di unità e perseveranza senza fine ha cominciato a sfilacciarsi.

Il numero di morti – migliaia, incalcolabili – aumenta ogni giorno. Milioni di persone sono sfollate e non vedono alcuna possibilità di tornare a casa. In ogni angolo del paese, i civili sono esausti per l’ondata di recenti attacchi russi...

A Smila, nell’Ucraina centrale, la fornaia Alla Blyzniuk, 42 anni, ha detto al WP di vendere giornalmente dolci per i ricevimenti funebri mentre i genitori si preparano a seppellire i loro figli uccisi sul fronte a centinaia di chilometri di distanza.

Prima, ha detto, anche quando la situazione era dolorosa, “le persone erano unite”. Si sono offerti volontari, hanno preparato i pasti l’uno per l’altro e hanno consegnato cibo ai soldati. Ora, ha detto, c’è un senso di delusione collettiva. Blyzniuk vive anche nella paura che suo marito o due figli in età da combattimento vengano mobilitati. Ha già notato che molti meno uomini camminano per le strade della sua città rispetto a prima. L’Ucraina non rivela il conteggio delle sue perdite militari, ma tutti condividono storie, ha detto, di reclute al fronte sopravvissute solo due o tre giorni.

Un militare dei reparti sanitari ha detto al WP che “a volte i corpi dei soldati sono così fatti a pezzi che devono usare due o tre sacchi per contenerli. Ci sono momenti in cui un soldato viene restituito con solo il 15% del corpo. Non ho mai visto così tanto sangue prima. È un prezzo così duro per la libertà”.

Brucia anche il contrasto tra i drammi della guerra e la vita “normale” di tanti a Kiev. Yulia Paltseva, 36 anni, ha detto al WP di essere rimasta scioccata dal modo in cui i residenti di Kiev continuano a fare feste e socializzare. Il suo ragazzo è al fronte e sarà presto trasferito a combattere vicino a Bakhmut.

“Tutte quelle persone che ballano e sorridono dovrebbero ricordare che ci sono quei soldati come il mio ragazzo nelle trincee senza alcuna rotazione e che vengono bombardati ogni giorno”, ha detto.

Le critiche tedesche ai militari ucraini

Testimonianze e analisi crude appaiono sempre più spesso sui media statunitensi, con minore frequenza su quelli europei mentre in Germania il quotidiano Bild ha rivelato il 24 luglio un documento riservato della Bundeswehr intitolato “Osservazioni sulle Forze armate ucraine”, in cui con molti dettagli si esprimono critiche alle forze armate ucraine per la fallita controffensiva.

In particolare i militari tedeschi lamentano la disorganizzazione delle forze di Kiev nonostante l’addestramento ricevuto in Germania. L’Ucraina, secondo la Bundeswehr, ha creato troppe piccole unità formate a volte solo da 10-30 soldati addestrati in occidente. Una situazione che aumenta il “pericolo di fuoco amico” e non aiuta a “stabilire una supremazia” sul campo come ci si aspettava, mentre “gli elementi di manovra mancano di punto focale per costruire il proprio slancio o stabilire la supremazia del fuoco”. Le Forze armate tedesche quindi attribuiscono il flop della controffensiva alla “dottrina operativa Ucraina”.

Secondo la Bundeswehr, non c’è stato un corretto apprendimento dell’addestramento occidentale, che ha contrastato con la dottrina di combattimento dei soldati ucraini più esperti. Secondo il documento, infatti, i militari più giovani o con esperienza recente di combattimento hanno ottenuto maggiore successo a livello di formazione rispetto ai veterani. Tuttavia, una volta tornati in Ucraina, hanno dovuto affrontare il problema di essere comandati da ufficiali che non hanno agito secondo le procedure occidentali.

Il documento tedesco evidenzia che la superiorità delle truppe ucraine su quelle russe, auspicata dagli addestratori dei Paesi occidentali, è “svanita” e sottolinea che “più un militare ucraino acquisisce esperienza di combattimento e più sale di gerarchia, meno interiorizza o accetta i fondamenti dell’addestramento occidentale”. Secondo l’analista militare Julian Röpke, in questo modo il comando ucraino annulla i successi dei soldati addestrati in Occidente e perde un vantaggio nel conflitto.

A Londra invece, il report quotidiano attribuito all’intelligence (in realtà un classico prodotto delle Operazioni Psicologiche) ha scritto qualche giorno or sono che la crescita della vegetazione sul campo di battaglia nel sud dell’Ucraina è probabilmente uno dei fattori che contribuiscono al generale lento progresso della controffensiva ucraina. Erbacce e arbusti sulla terra lasciata incolta per 18 mesi aiuterebbero i russi a camuffare le posizioni difensive rendendo più difficile la bonifica dei campi minati.

Valutazioni opportunistiche

Le valutazioni ingenerose della Bundeswehr non sembrano tenere conto di alcuni aspetti che peraltro avrebbero dovuto risultare evidenti già da tempo e che in più occasioni abbiamo evidenziato su Analisi Difesa.

Dal quartier generale di Berlino non è emerso nessun cenno di autocritica per l’addestramento sommario impartito in Germania come altrove per appena un paio di mesi in molti a casi a reclute del tutto inesperte, al rapido addestramento di equipaggi trasformati in carristi in appena 8 settimane e mandati all’assalto in mezzo a campi minati, droni, missili anticarro e artiglierie a bordo di carri armati e veicoli corazzati occidentali privi di protezioni aggiuntive e corazzature reattive.

Comprensibile che reclute inesperte abbiano appreso meglio come impiegare un veicolo corazzato occidentale rispetto ai veterani, abituati a impiegare quelli di tipo russo/sovietico (solo per citare una differenza, i carri russi hanno 3 uomini di equipaggio, quelli occidentali 4). Per i vertici militari di Berlino le problematiche emerse in battaglia non sono legate a singoli errori o carenze nell’addestramento effettuato dagli eserciti occidentali ma alla “dottrina operativa Ucraina”.

Eppure basterebbe notare che l’esercito di Kiev ha sofferto il sacrificio di tante brigate di veterani nelle battaglie invernali di logoramento a Bakhmut, Soledar, Avdiivka e Marinka. O che l’Ucraina ha ricevuto si tanti armamenti e veicoli ma delle tipologie più varie mettendo in campo 170 diversi sistemi d’arma principali e veicoli corazzati e blindati di cui è impossibile gestire la logistica specie in un contesto così usurante come una guerra convenzionale su vasta scala.

In un Occidente abituato da decenni a impiegare numeri limitati di militari professionisti in conflitti anti-insurrezionali non dovrebbe sfuggire la difficoltà a impiegare in una guerra a elevata intensità truppe di leva, spesso poco e mal addestrate ed equipaggiate, tenuto conto che l’Ucraina sta raschiando il fondo del barile per colmare nei ranghi i vuoti lasciati dalle perdite subite.

Sul sito del ministero della Difesa ucraino è recentemente apparsa un’ampia sezione che invita combattenti stranieri ad arruolarsi nella Legione Internazionale.

Peraltro le criticità anche sociali del sistema di arruolamenti di massa in una nazione ad altissimo tasso di corruzione e illegalità è apparsa in tutta la sua evidenza con la rimozione, ordinata da Zelensky l’11 agosto, di tutti i comitati militari regionali. Sono già in corso 112 procedimenti penali contro funzionari dei comitati con l’accusa di abuso di potere con casi di “arricchimento illegale e fondi ottenuti irregolarmente per profitti personali”.

Nell’ultimo mese alcuni responsabili dei Centri territoriali di reclutamento e sostegno sociale sono stati coinvolti in scandali e avrebbero incassato denaro, case all’estero e auto di lusso per evitare a qualcuno il richiamo alle armi. Senza contare che in tema di corruzione e malversazione anche la posizione del ministro della Difesa Oleksi Reznikov appare da mesi traballante.

Quanto alle critiche per i mancati successi ucraini qualche domanda dovremmo pure porcela anche in ambito UE/NATO. Possibile che nessuno abbia notato che per armare le reclute ucraine abbiamo svuotato i magazzini di munizioni ma anche di armi e mezzi a volte nuovi e in servizio, più spesso radiati da tempo e a volte in pessime condizioni?

Semmai dovremmo chiederci quanti reparti di eserciti NATO reggerebbero per oltre due mesi le perdite e l’usura di un’offensiva contro le linee russe a Bakhmut o l’assalto alla Linea Surovikin. Siamo certi che ci sia oggi un solo stato membro della NATO in grado di sopportare tra i propri militari di professione le perdite sofferte dagli ucraini di leva nel Donbass? Sopportarle non solo in termini militari ma anche di tenuta sociale e politica della nazione.

Di certo, dalle notizie emerse in questi ultimi 18 mesi, nessun esercito europeo avrebbe a disposizione il numero di truppe, armi pesanti e soprattutto munizioni per tenere 800 chilometri di fronte contro i russi neppure qualche settimana. Sarebbe meglio ricordare tutto questo prima di impartire lezioni col ditino alzato a chi in trincea combatte, muore o resta mutilato, per giunta andando all’assalto quasi sempre senza nessuna copertura aerea.

Prepararsi al peggio?

La tendenza allo scaricabarile, ad auto assolversi dalle responsabilità per una sconfitta che è anche nostra, (il sottosegretario di Stato Victoria Nuland ha detto che Washington ha lavorato per molti mesi con gli ucraini a pianificare la controffensiva) mentre i militari ucraini cadono a migliaia di fronte alle linee russe non fa onore all’Europa e alla NATO e potrebbe indicare l’affermarsi in Occidente di una nuova narrazione, tesa a prendere gradualmente le distanze dai fallimenti, sconfitte o mancate vittorie di Kiev.

I primi segnali di questa tendenza legata agli insuccessi della controffensiva ucraina si erano avuti al vertice NATO di Vilnius con il battibecco a distanza tra il ministro della Difesa britannico Ben Wallace e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky circa la necessità che gli ucraini mostrino riconoscenza per quanto fatto dall’Occidente per aiutarli.

Un dibattito presto rientrato ma a Vilnius gli ucraini hanno toccato con mano l’improvvisa freddezza degli alleati rispetto all’approccio applicato nel conflitto riassumibile nello slogan “armiamoci e partite”. Non si può escludere quindi che i vertici politici di Stati Uniti ed Europa abbiano ormai compreso che l’Ucraina non può vincere e che qualcuno cerchi una exit strategy dal conflitto, certo poco onorevole ma non sorprendente se guardiamo ai tanti precedenti da Saigon a Kabul.

L’Europa è economicamente in ginocchio, Germania e Italia in testa con le loro industrie manifatturiere: il crollo della produzione industriale unito a energia a caro prezzo ed incerto approvvigionamento e alta inflazione stanno concretizzando il rischio della de-industrializzazione. Solo negli ultimi giorni il Financial Times ha reso noto che le perdite dirette delle società europee nel mercato russo ammontano ad almeno 100 miliardi di euro dall’inizio della guerra in Ucraina senza contare l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime con il settore petrolifero che ha sofferto maggiormente.

Eppure solo un anno or sono Ursula von der Leyen (peraltro in buona compagnia) ci spiegava che la Russia sarebbe collassata in poche settimane e che i soldati russi rubavano le schede elettroniche da frigoriferi e lavatrici per sopperire alle carenze dell’industria bellica.

Invece, comunque vada sui campi di battaglia ucraini, l’Europa ha già rovinosamente perso il conflitto e a spiegarci quello che ci attende nel dopoguerra ha provveduto l’8 agosto l’economista statunitense Kenneth Rogoff, professore d’economia ad Harvard e già capo economista del Fondo Monetario Internazionale, spiegando che “i costi della ricostruzione dell’Ucraina saranno probabilmente molto più alti del previsto” (700/1.000 miliardi di euro) e l’Europa, che finora ha contribuito “relativamente poco” alla difesa di Kiev, si dovrebbe assumere “quanto prima” la responsabilità della ricostruzione.

Secondo Rogoff, “la necessità che l’Europa si faccia avanti e si assuma le proprie responsabilità è sempre più urgente” perché gli interessi europei “sono più strettamente allineati con quelli dell’Ucraina”. Inoltre, “anche se il sostegno militare degli USA all’Europa e all’Ucraina dovesse essere confermato dopo le elezioni presidenziali, l’entusiasmo dell’America per degli aiuti finanziari a lungo termine probabilmente svanirà indipendentemente dal risultato elettorale”.

I prodromi della sconfitta?

Oltreoceano lo scenario che si sta delineando appare quindi chiaro: dopo essersi suicidata con sanzioni e guerra alla Russia per seguire supinamente gli anglo-americani, l’Europa impoverita, indebolita e disarmata dovrà farsi carico anche della ricostruzione di un’Ucraina devastata che rappresenterà a lungo un fardello per il Vecchio Continente.

Del resto in autunno prenderà il via un’altra infuocata campagna per la Casa Bianca e nessun candidato incasserà consensi dal permanere del rischio di una guerra con la Russia in cui non si può mai escludere l’escalation nucleare, né tantomeno dal buttare denaro nel tritacarne ucraino

Lo ha ricordato indirettamente il 4 agosto un sondaggio pubblicato da CNN in cui emerge che il 55% degli americani è contrario ad ulteriori stanziamenti federali per l’Ucraina: il 51% degli intervistati ritiene che Washington abbia fatto abbastanza per Kiev, contro un 48% di opinione contraria, in netto calo rispetto al 62% di un anno fa.

Per quanto riguarda il genere di aiuti da fornire, il 63% menziona la cooperazione d’intelligence, il 53% l’addestramento militare, il 43% la fornitura di armi e solo il 17% sosterrebbe un dispiegamento di truppe statunitensi sul terreno. Il sondaggio dimostra inoltre una forte divisione basata sullo schieramento politico: il 71% di coloro che si dichiarano Repubblicani si oppongono ad ulteriori finanziamenti da parte del Congresso, mentre il 62% dei Democratici è favorevole.

Per chiarire ancora meglio lo scenario che si sta configurando negli Stati Uniti, il 12 agosto il deputato repubblicano Warren Davidson ha scritto su X (ex Twitter) che “gli americani sono stanchi di finanziare infinite guerre per procura. Oggi io e i miei colleghi abbiamo inviato una lettera chiedendo al presidente Biden di ritirare l’ultimo pacchetto di aiuti fino a quando il Congresso non avrà ricevuto una strategia e una missione complessiva per il coinvolgimento in Ucraina”.

Nella lettera, sottoscritta insieme con altri 11 colleghi della Camera dei Rappresentanti, si legge: “Stiamo scrivendo per esprimere la nostra forte opposizione alla Sua più recente richiesta di stanziamenti supplementari di 40 miliardi di dollari, inclusi 24 miliardi per l’Ucraina. Questa richiesta aggrava la spesa in deficit fuori controllo della Sua amministrazione e aggira l’accordo bipartisan sul tetto del debito. Gli americani sono stanchi di finanziare guerre infinite e vogliono politiche che non solo aiutino a ripristinare la situazione fiscale a Washington, ma mettano anche l’America e i cittadini americani al primo posto”.

Davidson e i repubblicani hanno scritto che prima che “il Congresso possa finanziare responsabilmente la guerra per procura in corso in Ucraina”, l’amministrazione Biden “ha l’obbligo di spiegare, esplicitamente e ufficialmente, ciò che gli Stati Uniti stanno cercando di ottenere in Ucraina”. I firmatari della lettera chiedono al presidente di “ritirare” la sua richiesta di stanziamenti multimiliardari fino a quando non fornirà “al Congresso una strategia e una missione complessivi per il coinvolgimento degli Stati Uniti in Ucraina”.

La lettera di Davidson costituisce probabilmente solo un anticipo dell’aspro dibattito che si svilupperà nei prossimi mesi negli Stati Uniti sulla guerra in Ucraina, col rischio che dalle critiche alle spese finanziarie e al coinvolgimento militare ad annunciare che “questa non è la nostra guerra” il passo sia davvero breve.

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