Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Logoramento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Logoramento. Mostra tutti i post

29/05/2026

“Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla”

L’Ucraina vuole un’adesione piena all’UE e tratta da posizioni di forza. In Italia il governo si divide. Intanto Putin apre di nuovo alla trattativa

Il no dell’Unione Europea alla nuova apertura di Putin, arrivata dopo gli attacchi russi su Kiev, è molto probabile, secondo Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, già corrispondente da Mosca per varie testate. Ma sarebbe un’altra occasione persa per fermare il massacro ucraino e desistere dalla smania baltica di infliggere una “lezione” alla Russia.

Kiev vuole un’adesione all’UE a pari rango degli altri Paesi, sia pure violando le regole, non una associazione di serie B come proposta da Merz. E, dal suo punto di vista, ha ragione, osserva il giornalista, perché a morire sono gli ucraini. Un vicolo cieco dal quale questa Europa potrebbe fare molta fatica a uscire.

Intervista di Federico Ferraù a Fulvio Scaglione.

Dopo l’attacco ucraino al dormitorio studentesco di Starobilsk e la risposta di Mosca su Kiev, ieri Putin ha aperto nuovamente all’Europa. La disponibilità negoziale del Cremlino sarà accolta?

Io credo di no, perché sono quattro anni che l’Europa lavora per una sconfitta della Russia sul campo. E l’Ucraina è lo strumento di questo obiettivo. Il leitmotiv è che con la Russia non si deve trattare perché della Russia non ci si può fidare.

Che è poi la grande giustificazione della politica europea di riarmo.

Esatto. Una scelta, accompagnata e suffragata dalla corrispondente narrativa antirussa, che vede come primi fautori i Paesi dell’Europa centrale e che, a mio avviso, ha due scopi diversi. Uno è di tenere in moto la macchina industriale del continente, che come sappiamo è in grande affanno.

E l’altro?

Rafforzare nelle sue posizioni di potere l’attuale classe politica europea, terrorizzata dal cambiamento. Le attuali élite al potere si preoccupano di scongiurarlo in tutti i modi. Lo hanno fatto in Romania alle ultime politiche; in Germania, Merz vuole mettere fuori legge l’AfD, attuale cassa di risonanza dello scontento tedesco; in Francia la magistratura ha dichiarato ineleggibile Marine Le Pen; in Gran Bretagna Farage è additato come un pericolo per la democrazia.

La cronaca ci parla di due aspetti che riguardano entrambi l’Unione Europea. Il primo è l’annunciata riduzione dell’impegno USA nella NATO; il secondo sono le pressioni di Kiev per entrare nell’UE. Martedì, a Berlino, Rustem Umerov, capo del comitato per la sicurezza nazionale ucraina, ha chiesto un’adesione vera, non l’associazione “light” sponsorizzata da Merz. Come vedi questi due problemi?

Partiamo dal secondo. È paradossale, ma l’Ucraina sta negoziando con l’Europa da una posizione di forza. E non ci vuole molto a capire perché: chi muore al fronte sono gli ucraini. Siamo noi a morire per voi, per questo dovete farci entrare. È un argomento ovvio e inoppugnabile, se visto da Bruxelles.

Trova perfetto riscontro nella scelta dell’UE di fare dell’Ucraina l’avamposto della propria difesa contro la minaccia “esistenziale” russa. Dunque l’Ucraina sta semplicemente esigendo i propri crediti. Ma qui c’è molta ipocrisia.

Vale a dire?

Diversi politici nel continente hanno fortissime riserve e buone ragioni. Ma io non credo affatto che l’Unione Europea, come soggetto politico collettivo, sia così ansiosa di prendersi l’Ucraina.

Eppure...

Dovremmo ricordarci che la crisi dell’Ucraina scoppia nel novembre 2013 quando il governo ucraino, durante la presidenza Yanukovich, sospende l’iter dell’accordo di associazione con l’UE e del DFCTA. Sono passati 12 anni. È vero, c’è la guerra, ma non ricordo di aver visto molta fretta prima del 2022.

E per quanto riguarda il supporto americano?

Il tema del ritiro degli Stati Uniti dalla NATO schierata in Europa rispecchia la politica di Trump. Il presidente americano è mentalmente fuori dalla NATO fin dall’inizio del suo mandato e, nel frattempo, porta avanti politiche bilaterali. Toglie una brigata americana dalle quattro schierate in Europa, però nello stesso tempo sposta 5mila uomini nella fedele Polonia.

Con quali potenziali effetti?

Quello di “investire” soldi e fiducia in Paesi che stanno con gli Stati Uniti senza se e senza ma. Pensiamo alla Polonia, ai Baltici, alla Bulgaria, alla Romania, alla Finlandia. Tutti Stati che hanno il portafoglio a Bruxelles, ma il cuore a Washington.

La difesa europea?

È e resterà un miraggio.

C’è una militarizzazione crescente di alcuni confini orientali in chiave di difesa antirussa, ma ci sono anche politici che fanno dichiarazioni preoccupanti, come il ministro degli Esteri lituano, Kestutis Budrys, secondo il quale la NATO ha i mezzi “per radere al suolo” l’exclave russa di Kaliningrad. È solo propaganda o c’è da preoccuparsi?

I Baltici si ergono a baluardo orientale europeo, esercitano uno standing “morale” nei confronti dell’Unione e, con esso, anche un ricatto politico verso Bruxelles. E funziona: hanno ottenuto un tangibile spostamento di poteri dell’Unione verso Est; tre deleghe importanti della Commissione sono nelle mani di esponenti baltici (Esteri, Kallas; Economia, Dombrovskis; Difesa, Kubilius, nda).

Quanto al resto, sono convinto che la Russia, se volesse, potrebbe occupare la Lituania in un pomeriggio. Finora non è avvenuto.

Non è avvenuto, ma potrebbe succedere?

Sono convinto di no, perché la Russia vuole risolvere il problema ucraino e non cerca altre avventure.

Ti sei detto certo che l’UE non risponderà all’apertura di Putin. Com’è questa Europa vista da Mosca?

La dirigenza russa non si fa troppe illusioni, perché sa che la posizione antirussa è l’unico vero collante dell’Unione Europea. Quali interessi hanno in comune Spagna e Polonia? L’unica cosa che i Baltici hanno in mente è difendersi dalla Russia, o – a seconda del grado di sconsideratezza di certuni – dare alla Russia una “lezione”. Ma non gliene importa né della politica comune, né del Mediterraneo, e neppure, credo, di un esercito comune europeo.

L’Europa che vogliono è quella dei sussidi e dei fondi di coesione. Per la sicurezza vera il loro nume tutelare sono e resteranno gli Stati Uniti.

Per Putin l’adesione dell’Ucraina alla NATO è o non è scongiurata?

Il rappresentante russo all’ONU, Vasilij Nebenzja, ha ripetuto ciò che sappiamo da anni, cioè che la volontà di Kiev di aderire alla NATO è una delle “cause profonde del conflitto”, e un ostacolo alla pace. Ed è per questo che la guerra continua. Al Cremlino sanno perfettamente che l’Ucraina è materialmente già nella NATO, perché il suo esercito è da anni perfettamente interoperabile con quello dell’Alleanza. Le incursioni dei droni ucraini avvengono grazie a Starlink e al supporto dell’intelligence americana e britannica.

Dopo la strage nella scuola di Starobilsk è arrivato l’attacco russo su Kiev e l’avvertimento di Lavrov ai Paesi occidentali di lasciare i centri istituzionali. Adesso cosa succederà?

Io credo che il bombardamento russo su Kiev con anche l’impiego di missili Oreshnik sia stato un messaggio: potremmo agire in maniera molto più cattiva di come abbiamo fatto finora. Se i russi avessero voluto radere al suolo il centro di Kiev, o di Kharkiv, lo avrebbero già fatto. Se così non è stato, è perché pensano che non sia conveniente sul piano politico.

Starobilsk ha avuto in Russia una grandissima eco e il messaggio di Putin è stato in due direzioni: verso Occidente e verso l’interno. Perché in Russia ci sono quelli che non vogliono la guerra, e forse sono più numerosi di quello che pensiamo, ma ci sono anche gli altri, quelli che dicono: facciamola finita, chiudiamo la partita.

In Donbass però la situazione sembra bloccata o quasi.

Laggiù i russi continuano lentamente a occupare porzioni di territorio ucraino non decisive sul piano strategico. Non riescono a prendere le principali postazioni strategiche fortificate, come Kostjantynivka. Di conseguenza ritengo che il loro obiettivo non sia sfondare, ma logorare gli ucraini sul lungo periodo, contando soprattutto sul fatto che, a un certo punto, l’Ucraina finirà gli uomini da impiegare al fronte. In uno scambio di vittime a metà maggio, la Russia ha restituito 528 corpi di ucraini caduti; l’Ucraina, zero.

Come va interpretato l’indice di gradimento di Zelensky?

Sotto questo profilo la situazione è sorprendente. Zelensky sta cercando, senza successo, di stringere accordi con i Paesi europei per riavere le centinaia di migliaia di uomini validi che vivono da rifugiati all’estero e impiegarli al fronte, eppure gli ucraini ritengono che la prima emergenza del Paese non sia la guerra, ma la corruzione.

In tempo di pace Zelensky aveva il 37% di gradimento, oggi è al 61. La responsabilità della situazione è sua, pensano, ma non vogliono elezioni finché non ci sarà un accordo di pace vero. E ritengono che a poter gestire questa fase sia sempre lui, Zelensky, più di chiunque altro.

Sono dati all’apparenza contraddittori.

Sì, lasciano disorientati. Vuol dire che Zelensky è il presidente della guerra, non della pace. Se arrivasse la pace, Zelensky quasi sicuramente non sarebbe la prima scelta degli ucraini.

A proposito di Zelensky e del gruppo dirigente. Nei giorni scorsi i resti di Andrii Melnyk sono stati rimpatriati dal Lussemburgo e sepolti nuovamente a Kiev, con gli onori di Stato presenziati dallo stesso Zelensky. Il colonnello Melnyk nel 1941 inneggiava al “nuovo ordine” di Adolf Hitler in Europa, dava la caccia agli ebrei che cercavano di sopravvivere all’Olocausto, partecipava alle fucilazioni, creò la Divisione Waffen-SS Galizia. Che indicazioni dobbiamo ricavarne?

È una caratteristica della nuova Ucraina. È stato il presidente Viktor Yushenko a riportare in auge Stepan Bandera e Yaroslav Stetsko, collaborazionisti dei nazisti e stragisti di ebrei. L’Ucraina postsovietica ha avuto bisogno di un pantheon di eroi antirussi, e li ha trovati, senza molta fatica, in questi personaggi, che di eroico hanno avuto ben poco.

Nella pancia dell’Ucraina c’è una pulsione di estrema destra, alimentata da questi precedenti storici, che tuttavia non ha effetti elettorali apprezzabili. O meglio: nella nuova Ucraina i partiti di estrema destra hanno avuto scarsissimo consenso politico, ma i loro esponenti hanno avuto molto peso nei momenti decisivi, come nel primo governo post-Maidan.

È un esito estremo del sentimento antirusso?

Sì. Per una parte della popolazione ucraina essere contro la Russia va bene sempre e comunque. A qualsiasi prezzo. Anche se il “patriota” era alleato dei nazisti oppure oggi è un suprematista bianco.

Come Andry Biletsky, primo comandante del Battaglione Azov e attualmente del terzo Corpo di armata ucraino?

E attuale leader del partito di estrema destra Corpo nazionale.

Proprio ieri Biletsky ha dichiarato alla Reuters che Kiev ha sei mesi per resistere e cambiare il corso della guerra, soprattutto grazie a droni e robot di nuova concezione. Non sembra solo un programma, sembra anche un ultimatum.

Il punto non sono i droni di ultima generazione, ma chi aiuta gli ucraini a portarli sul bersaglio. Sono quattro anni che sentiamo parlare di armi risolutive e ci stiamo ancora domandando come finirà questa guerra.

La tua previsione?

Se l’Ucraina non sarà sconfitta nel senso tradizionale del termine, senza una svolta forse lo sarà in un altro modo, perché di questo passo esaurirà sé stessa.

Fonte

06/05/2025

Un ex-CIA conferma: armi all’Ucraina per dissanguarsi reciprocamente con Mosca

Un ex dirigente CIA ora scaricato dalla Casa Bianca ha rilasciato un’intervista al quotidiano britannico The Times, criticando la strategia stelle-e-strisce sull’Ucraina. Le sue parole smascherano definitivamente una delle ultime narrazioni propagandistiche ancora ripetute a pappagallo dai media nostrani: le armi inviate a Kiev servono a dissanguare i contendenti, non a spostare gli equilibri della guerra.

Dopo la chiusura dell’accordo sui minerali tra Stati Uniti e Ucraina, e dopo che l’amministrazione Trump ha riaperto all’invio di armi alle forze ucraine, il governo statunitense dice di volersi tirare indietro dalla mediazione tra Mosca e Kiev. Il tycoon era alla ricerca di buoni affari commerciali, e quelli che ha portato a casa sembrano soddisfarlo, per ora.

Gli USA hanno ottenuto il controllo di riserve sostanziose di materie prime e che le armi si paghino, hanno ottenuto che la UE continui a pagare a caro prezzo il gas naturale statunitense, e probabilmente freneranno sul togliere le sanzioni ai russi a meno che non chiudano un accordo favorevole al capitale statunitense anche sulla riattivazione dei gasdotti Nord Stream.

L’attività di “paciere” non si addice agli Stati Uniti, e anche questa volta hanno mostrato che gli obiettivi erano quelli di mantenere una leva e una posizione di vantaggio su tutti gli altri attori globali. Anche per questo la figura di Ralph Goff, fermo sostenitore di un maggiore impegno per l’Ucraina (in linea con la gestione Biden), non era quella adatta al ruolo di vicedirettore operativo della CIA.

Si tratta di un ruolo fondamentale e tra i più importanti, in quanto gestisce le attività clandestine dell’agenzia, e il posto sembrava dovesse andare a Goff, il quale ha oltre 30 anni di esperienza nell’intelligence statunitense: ha servito più volte con ruoli dirigenziali in Europa, nel Medio Oriente e in Asia, ed è stato anche a capo delle operazioni per l’Europa e l’Eurasia.

A inizio aprile il giornale Politico aveva riportato fonti interne alla CIA secondo cui Goff avrebbe dovuto essere nominato a breve, ma alla fine l’amministrazione Trump aveva bloccato il tutto. Goff era in pensione da ottobre 2023 e da allora aveva moltiplicato le dichiarazioni a favore di Kiev, recandosi anche personalmente in Ucraina, in qualità di “consulente indipendente”.

Non sorprende quindi che abbia deciso di esporsi con un’intervista, così come non sorprende che ad accogliere le sue parole sia stato un quotidiano britannico, ovvero di un paese appartenente allo schieramento europeo della guerra a tutti i costi. Ad ogni modo, l’ex CIA ha rivelato al Times qualcosa che non può che mettere in imbarazzo anche l’amministrazione Biden e le stesse cancellerie europee.

Innanzitutto, già nel 2014 Goff afferma di aver messo in guardia sul fatto che “si stavano piantando i semi della Terza guerra mondiale nel Donbass”, e che doveva essere fatto qualcosa al riguardo. Ma anche che le priorità della Casa Bianca erano altre, rivelando poi che nel 2022 la strategia adottata dall’Occidente sull’invio di armi ha tenuto fortemente in considerazione gli equilibri nucleari.

Nulla di nuovo e che nessuno con un po’ di onestà e lucidità non avesse già detto: nelle relazioni internazionali a tenere banco non sono le questioni morali, né la millantata “difesa della democrazia”, ma gli equilibri concreti a livello geopolitico. Se il confronto poi è tra potenze con armi atomiche, è il pericolo di un’escalation nucleare a dettare la linea.

Il timore che, di fronte a una sconfitta strategica con la NATO, Mosca rispondesse con l’opzione nucleare ha spinto sin da subito Biden a scegliere la fornitura di armi che permettessero agli ucraini di combattere, ma non di ottenere alcun concreto vantaggio sul campo. Goff ha così sintetizzato: “abbiamo dato all’Ucraina abbastanza armi per sanguinare, non per vincere”.

Insomma, lo scopo era logorare la Russia, anche senza mai davvero creare le condizioni necessarie affinché perdesse (e magari decidesse l’uso dell’arma atomica). L’Ucraina era l’agnello sacrificale da mettere in mezzo a una guerra che era tra l’alleanza atlantica e il Cremlino, la carne da cannone da usare per incancrenire un conflitto per il quale la finestra di tempo utile per agire in modo dirimente a favore di Kiev si è chiusa.

“Se avessimo equipaggiato l’Ucraina con le armi giuste fin dall’inizio forse avrebbero potuto cacciare i russi dal paese. Ma abbiamo scelto di non rischiare” che la guerra precipitasse verso scenari “non convenzionali”. Goff, insomma, non è un pacifista; anzi la sua intervista ribadisce che, a suo avviso, l’Occidente si è mosso in modo troppo prudente, spaventato da una guerra nucleare che lui (e Biden) avrebbe rischiato senza preoccuparsi troppo.

Un ‘apprendista stregone’ in piena regole, che però rivela in maniera incontrovertibile un fatto: USA e UE hanno sostanzialmente puntato a usare gli ucraini contro la Russia, rendendo il loro paese un tritacarne. Per questo non hanno mai neanche davvero fatto in modo che Kiev potesse “vincere” (si sapeva che non era materialmente possibile), limitandosi a farla dissanguare il più a lungo e lentamente possibile.

Bella prova “democratica”, no?

Fonte

24/10/2024

Tra i militari israeliani cresce la demoralizzazione e la frustrazione

Segnali di logoramento interno arrivano dai ranghi delle forze armate israeliane. Non certo per motivazioni morali rispetto al genocidio commesso contro i palestinesi ma perchè dopo un anno di morti e devastazioni la situazione a Gaza appare tutt’altro che normalizzata e l’illusione di una facile vittoria si è dissolta.

Secondo un rapporto pubblicato dall’agenzia israeliana Ha-Makom che ha condotto interviste con oltre 20 genitori e soldati di una serie di battaglioni, le risposte hanno rivelato una crescente insoddisfazione nei ranghi dell’esercito israeliano sull’andamento della “guerra senza limiti” in corso da più di un anno.

Un numero crescente di soldati israeliani sta diventando disilluso dai combattimenti a Gaza e in altre aree di conflitto come in Libano e in Cisgiordania, portando alcuni a rifiutarsi di tornare sul campo di battaglia.

All’interno della Brigata Nahal, i soldati trascorrono cinque settimane a combattere a Gaza prima di tornare a casa per riposare, cosa che hanno fatto finora 11 volte dall’inizio dei combattimenti nell’ottobre 2023. le interviste con oltre 20 genitori e militari mostrano che questo è un fenomeno diffuso anche tra i paracadutisti della Givati ​​e della brigata commando.

Secondo Ha-Makom, durante l’undicesimo dispiegamento si sono presentati solo sei soldati di un plotone di 30 militari, mentre gli altri hanno trovato delle scuse.

Sebbene sia un fenomeno silenzioso, è in crescita. I soldati si rifiutano di continuare a combattere a Gaza. Il senso di cameratismo dell'importanza della missione che li ha riempiti per molti mesi, è esaurito. “Hanno combattuto fino all’ultima goccia delle loro forze fino a quando non sono stati più in grado di continuare” spiega Idit, la madre di un soldato in una delle unità commando.

C’è chi va all’ospedale e c’è chi va tranquillamente dal suo comandante dicendo che non è in grado di combattere e viene ricollocato in una posizione fuori dal combattimento o trasferito temporaneamente in un’altra posizione. Le cose rimangono chiuse all’interno dell’unità ma succede continuamente.

“Lo chiamo rifiuto e ribellione”, ha detto Inbal, madre di uno dei soldati del plotone, parlando con Ha-Makom. “Continuano a tornare agli stessi edifici che hanno già sgomberato, solo per trovarli di nuovo con trappole esplosive. Solo nel quartiere di Zaytoun a Gaza City, ci sono stati tre volte. Capiscono che è inutile e pericoloso”.

Molti genitori affermano che il crollo morale dei combattenti è iniziato già in aprile, con lo spostamento dell’IDF a Gaza, quando il senso di soddisfazione e di significato era minato. “Quando è iniziato il ritorno ai luoghi in cui ci trovavamo, come Jabaliya, Zeyton e Shajaya, i soldati si sono spezzati”, spiega Eidit. “Questi sono gli stessi luoghi in cui hanno perso i loro amici. La zona era già pulita. Doveva essere preservata. Li ha frustrati molto”.

“Ciò che li uccide sono le condizioni e la durata dei combattimenti senza fine in vista. Non sai mai quando uscirai ed è stato così per un anno”, ha detto un altro genitore, Eidit. per non parlare della perdita e delle situazioni difficili che vedono a Gaza.

Tutti gli intervistati nel rapporto hanno parlato in forma anonima per paura di dover affrontare ritorsioni da parte dell’esercito.

L’esercito israeliano ha pubblicato i nomi di oltre 750 soldati uccisi dall’inizio della guerra nell’ottobre dello scorso anno, tra cui più di 350 uccisi durante le operazioni di terra a Gaza. Almeno 43 soldati israeliani sono stati uccisi in attacchi e operazioni di terra sul fronte settentrionale della guerra lungo il confine libanese.

Un altro soldato ha detto a Ha-Makom che le missioni venivano “fatte a metà strada” a causa della mancanza di truppe. “I plotoni sono vuoti, coloro che non sono morti o feriti fisicamente sono mentalmente distrutti. Pochissimi tornano a combattere, e anche loro non stanno completamente bene”.

Segnali di logoramento interno dunque. Importanti ma ancora fin troppo relativi rispetto all’orrore in corso contro i palestinesi a Gaza o contro la popolazione libanese.

Fonte

05/10/2023

Guerra in Ucraina - La stanchezza si affaccia anche nei governi euroatlantici

A mettere in fila solo alcuni dei segnali che arrivano dall’Europa e dagli Stati Uniti a propositi di ulteriori aiuti, militari e non, all’Ucraina si vede con estrema chiarezza che il tempo va scandendo.

L’esito penoso della “controffensiva di primavera” (pochi chilometri di terra di nessuno “riconquistati”), i costi incalcolabili in uomini (ucraini) e mezzi (armi e munizioni di provenienza Nato), la prospettiva di un conflitto lungo e sempre più costoso, ad altissimo impatto soprattutto sull’economia europea, il dilagare nel resto del mondo dell’insofferenza per l’egemonia Usa senza più uno scopo... stanno provocando una “riflessione” anche nei cervelli meno reattivi dell’area euro-atlantica.

Senza alcun ordine gerarchico, proviamo ad elencare.

Negli Stati Uniti, com’è noto, il bilancio federale è stato bloccato con un compromesso che esclude nuovi stanziamenti per aiuti militari a Kiev. Quel compromesso è peraltro costato la poltrona allo speaker (in realtà presidente) della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy.

Per colmo di follia la sfiducia è arrivata su una mozione presentata dai congressisti repubblicani fedelissimi a Trump, cui si sono accodati come pirla tutti i “democratici”. Ora la Camera risulta non operativa fino all’elezione di un nuovo presidente, che andrà scelto con faticose e soprattutto lunghe mediazioni tra i tradizionali campi contrapposti, peraltro divisi al proprio interno.

Biden è stato costretto ad annunciare un “importante discorso alla nazione” per provare a superare una impasse che rischia di bloccare molte decisioni chiave – in termini di spesa e non solo – in una situazione internazionale in rapido movimento.

Ma se anche nell’immediato fosse trovata una soluzione efficace, sul medio periodo le cose sembrano decisamente più complicate. Per mantenere il sostegno di Washington a Kiev al livello raggiunto oggi, sarebbe necessario che il presidente Joe Biden (o la vice Kamala Harris) fosse eletto alla Casa Bianca, e che al Congresso si formasse una maggioranza favorevole a questo sostegno.

È noto però che i sondaggi degli ultimi mesi mostrano un’opinione pubblica divisa, con Donald Trump in vantaggio su Joe Biden del 10%. Qualsiasi sarà il presidente eletto, difficilmente il Congresso sarà a maggioranza per il proseguimento degli aiuti militari in questa quantità.

Gli istituti di ricerca Usa considerano al 25-35% le probabilità che il sostegno americano duri oltre il 2024. Oltre ai problemi politici, infatti, bisogna considerare anche quelli tecnici e produttivi: gli arsenali anche Usa si vanno svuotando fin troppo rapidamente (all’Ucraina vengono inviate armi e relative munizioni non di ultima generazione) e manca una programmazione per sostituire in tempo reale i vuoti che si creano.

Passando all’Europa la situazione non è migliore, al punto che persino una fan sfegatata dei nazisti ucraini, come la premier italiana, ha dovuto segnalare un certo “affaticamento”.

“È evidente – ha detto ieri Giorgia Meloni intervista a SkyTg24che la guerra genera conseguenze che impattano fortemente sulla nostra società e che se noi non siamo bravi ad affrontare quelle conseguenze, le opinioni pubbliche continueranno a scricchiolare”.

“Ho posto questo problema – ha aggiunto – inflazione, prezzi dell’energia, migrazioni sono tutte conseguenze del conflitto che, impattando sui cittadini, generano una resistenza o rischiano di generare una stanchezza dell’opinione pubblica. Se noi vogliamo difendere l’Ucraina con forza, dobbiamo anche fare attenzione a queste conseguenze”.

Il ministro della difesa, Crosetto, è stato anche più preciso: “l’Italia ha fatto molto, ha puntato molto sui sistemi di difesa antiaerea per fermare gli attacchi che vanno sulle infrastrutture civili ed energetiche, sulle città, sulle scuole”.

“Il problema è che non hai risorse illimitate. E da quel punto di vista l’Italia ha fatto quasi tutto ciò che poteva fare, non esiste molto ulteriore spazio”.

Della Slovacchia si è detto nei giorni scorsi. La vittoria del socialdemocratico Fico alle elezioni cambia la posizione del paese, che già di suo non era tra i più entusiasti per la guerra ai propri confini. Secondo il quotidiano Dennik N, il Ministero della Difesa slovacco aveva preparato un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina. Ma la presidente Čaputová, pur potendolo firmare mentre era ancora in carica il predecessore di Fico, si è rifiutata di farlo affermando che le elezioni parlamentari “debbono essere rispettate”.

La Polonia, dopo aver ceduto a Kiev tutto l’arsenale ex sovietico ed essere stata “ringraziata” con la concorrenza sul grano (quello ucraino costa molto meno del polacco), ha già annunciato uno stop a future forniture. L’esercito polacco, infatti, in alcune zone, ha perso quasi il 40% delle sue capacità operative a causa delle consegne all’Ucraina ed ora deve essere riarmato con armi nuove (che ovviamente non cederà).

Anche la Germania sta tirando con decisione il freno. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz non vuole consegnare i missili da crociera Taurus che l’Ucraina richiede. Secondo il quotidiano Tagesschau, Berlino e Kiev starebbero invece discutendo del rafforzamento della difesa aerea ucraina e di una possibile ulteriore consegna di missili antiaerei Patriot da parte della Germania. Ma non più di questo.

Il bilancio logistico di oltre 18 mesi di guerra mostra che dopo aver consegnato un centinaio di moderni carri armati Leopard 2, le consegne europee consistono ora in carri armati Leopard 1 risalenti alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70. Mezzi dello stesso livello dei vecchi T-62 e T-55 di epoca sovietica.

Ma mentre le fabbriche di armi russe operano a pieno regime, a ritmi superiori a quelli prebellici, non altrettanto può avvenire in Europa (ci vogliono anni per riconvertire stabilimenti produttivi o aprirne di nuovi, ammesso che lo si voglia fare).

Per questo Kiev, nei giorni scorsi, ha proposto di installare direttamente sul proprio territorio nuove fabbriche di armi, magari con proprietà e tecnologia tedesca, per assicurarsi una produzione autonoma e non dipendere solo dai “regali” euro-atlantici.

Ma le nuove fabbriche sarebbero immediatamente bersaglio dei bombardamenti russi. E tutti gli analisti militari concordano nel dire che è molto improbabile che Mosca permetta che una fabbrica (Rheinmetall o altre) possa essere funzionante in Ucraina.

In effetti, tutto indica che entro un anno la posizione militare dell’Ucraina sarà pesantemente deteriorata per l’effetto combinato della riduzione degli aiuti statunitensi e dell’esaurimento delle scorte trasferibili europee, dell’impossibilità per Kiev di aumentare la produzione locale e della massiccia guerra di attrito russa.

E siccome – materialisticamente parlando – è “la condizione materiale a produrre la coscienza”, ecco che improvvisamente quel che non poteva neppure essere pensato (una via per le trattative, anche alle spalle di Kiev) diventa quasi “senso comune” anche ai piani alti dei governi europei.

Fonte

23/09/2023

L’Ucraina è in ginocchio e l’Europa alla canna del gas

La guerra in Ucraina continua senza che se ne veda la fine. Ma dal febbraio 2022, data di inizio di questa ultima cruenta fase, molto è cambiato, nei luoghi delle operazioni belliche e nello scenario internazionale. Ci sono, al riguardo, analisi critiche anche dall’interno delle forze armate impiegate nei combattimenti. In particolare negli Stati Uniti, ma non solo. Tra le altre spicca, in Italia, quella di Fabio Mini, generale di corpo d’armata a riposo, già capo di stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa e, dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003, comandante delle operazioni di pace a guida Nato in Kosovo, nell’ambito della missione KFOR (Kosovo Force). Mini interviene nel dibattito pubblico da vent’anni (è del 2003 il suo primo libro, La guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale, pubblicato da Einaudi) e collabora con varie testate, tra cui Limes, La Repubblica e il Fatto Quotidiano. Da ultimo ha pubblicato, per Paper First, Europa in guerra. Sulla situazione dell’Ucraina lo ha intervistato, per Volere la Luna, Giorgio Monestarolo.

A un anno e mezzo dallo scoppio del conflitto in Ucraina, la guerra sembra essere contenuta a mezzi convenzionali. Secondo molti osservatori, significa che la “deterrenza” sta funzionando, cioè il timore di un conflitto nucleare sta effettivamente mantenendo la guerra entro una cornice gestibile. Nel suo libro, L’Europa in guerra, Lei ritiene invece che la deterrenza non funzioni e che il rischio di una escalation nucleare sia reale.

Che la deterrenza non abbia funzionato è nei fatti. La deterrenza basata sulla minaccia dell’uso della forza è fallita prima dello scoppio delle ostilità, nel momento in cui gli Stati Uniti e la Nato hanno rigettato le richieste russe di accordo sulle misure da adottare per la sicurezza in Europa. In quel momento è stato confermato che non si voleva evitare il conflitto: fine della deterrenza. La Russia e la Nato hanno voluto dimostrare di non essere affatto dissuasi nemmeno dall’uso delle armi nucleari. Le classificazioni di deterrenza strategica (armi nucleari), tattica (nucleare tattico) e convenzionale sono gradini di una scala rotta. Fallita la dissuasione, il ricorso a qualsiasi arma non solo è possibile ma realisticamente probabile. Come, quando, dove e a quale scopo dipende solo dall’andamento delle operazioni e dal grado di coercizione che esse possono raggiungere. Che la guerra attuale sia “gestibile” spero sia sarcastico. Da ogni parte si muovono accuse alla Russia, all’Ucraina, all’Europa, agli Stati Uniti e alla Nato di errori catastrofici, massacri inutili, spreco di risorse, difficoltà di comprensione fra gli stessi alleati. Che tutto questo sia stato e sia gestibile lo lascerei dire a coloro che vogliono che la guerra continui.

La guerra in Ucraina è anche un grande investimento: sia per l’industria militare italiana sia per la ricostruzione.

Per gli Stati coinvolti direttamente o indirettamente il conflitto comporta una spesa in perdita netta. Il bene primario della sicurezza collettiva è perduto e gli effetti materiali, morali e politici della guerra si misureranno nei decenni seguenti. Per chi invece vuole “investire” per profitto, senza curarsi né degli effetti immediati né di quelli successivi, la guerra offre due grandi opportunità: una sicura e una più rischiosa. La prima riguarda la fornitura di armi e servizi ai contendenti, nonché di beni di sussistenza alle popolazioni coinvolte. È un investimento sicuro e molto redditizio, a prescindere da chi perda o vinca, purché la guerra continui. La seconda, che si basa sulla ricostruzione delle aree del conflitto, è un azzardo come qualsiasi altro: dipende da chi vincerà o perderà. Ma chi investe in genere può giocare su entrambi i fronti. Anche lui comunque si aspetta che il conflitto continui a lungo e sia il più distruttivo possibile.

Nel suo libro lei afferma che la Nato di oggi non ha nulla a che fare con quella di un tempo; che, a guardare bene, è un’organizzazione politicamente fallita. Può chiarire quest’idea, visto che la Nato sembra più attiva che mai?

Proprio attiva non direi. La Nato di un tempo è fallita dal 1994, quando ha cominciato a rimestare il quadro della sicurezza in Europa e non solo. A partire dai Balcani fino all’Iraq e all’Afghanistan, l’organizzazione politico-militare ha sposato una politica contraria alla sicurezza degli Stati membri e al diritto internazionale. In questo senso è fallita anche perché ha dimostrato di non rispettare il principio della pari dignità degli Stati membri. Uno di essi infatti – gli Stati Uniti – è più “dignitoso” di tutti gli altri messi assieme. È rimasta integra solo un’organizzazione militare abbastanza efficiente, sopravvissuta ai fallimenti politici. L’attivismo politico dei segretari generali già a partire dai Balcani è stato un esercizio da operetta. Ricordo ancora le comparsate congiunte dei segretari della Nato, dell’Onu e della Ue nelle questioni balcaniche: drammatiche e ridicole. L’attivismo militare, principalmente degli inglesi, è stato incerto, velleitario e contraddittorio. Le fratture interne alla Nato sono emerse non solo nell’incapacità di gestire annose diatribe fra Stati membri come Grecia e Turchia, più volte sfociate in minacce militari, ma anche nella gestione di tutti i conflitti: quelli di Balcani, Iraq e Afghanistan, ma anche quelli in Georgia, Libia, Siria e Ucraina. In quest’ultimo la Nato sta operando, di fatto, come santuario per tutte le incursioni armate e i centri di smistamento di armi dei suoi paesi membri in Ucraina e contro la Russia. La Nato ha rinunciato a esprimere una posizione propria, collegiale e unanime, come stabilisce il Trattato. Di fatto sostiene e interpreta le posizioni antirusse degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Polonia, della Norvegia e degli Stati del Baltico che non hanno assolutamente a cuore la sicurezza europea.

La guerra attuale, secondo la sua analisi, è l’inizio di una guerra su vasta scala che l’Occidente ha deciso di portare avanti contro la Russia. L’Ucraina è sostanzialmente un pretesto. Quali sono le prove per questa tesi? E quale sarebbe l’obiettivo dell’Occidente? Perché, poi, proprio la Russia è il bersaglio da colpire?

Le prove sono chiare: le sanzioni non mirano a difendere l’Ucraina ma a depotenziare la Russia, a rovinare l’Europa e a favorire l’economia americana. Le misure politiche collaterali rivolte contro la Cina preludono a un conflitto in preparazione nell’Indo-Pacifico. Gli stessi americani critici sul coinvolgimento in Ucraina denunciano la perdita di risorse strategicamente fondamentali per la fase successiva del confronto/scontro con la Cina. Il depotenziamento della Russia è rivolto non solo alla castrazione dell’Europa ma anche all'eliminazione del suo ruolo di potenza strategica che potrebbe essere impiegata a sostegno della Cina. Il conflitto ucraino avrebbe dovuto accelerare questo processo, tenendo impegnata la Russia mentre si rafforzava la manovra americana in oriente. Oggi si assiste a un effetto imprevisto o sottovalutato sulla capacità bellica degli Stati Uniti: l’Ucraina è diventata un pozzo senza fondo di assetti di consumo e i fondi a lei destinati sono distolti dalla preparazione militare del conflitto con la Cina. Quelli che negli Stati Uniti invocano la cessazione delle ostilità più che a salvare l’Ucraina pensano alle limitazioni in Oriente e guardano a un compromesso con la Russia in Europa in cambio di un non intervento in Asia. Ma anche questo si sta rivelando un calcolo fasullo: il cosiddetto Occidente è appena un terzo del mondo; i rimanenti tre quarti sono stufi del monopolio statunitense e “occidentale” sia economico che dell’uso della forza.

La sua posizione sull’inizio della guerra rovescia la tesi secondo cui Putin incarna l’imperialismo zarista prima e sovietico poi: lei sostiene, al contrario, che Putin ha cercato di evitare il conflitto e che sono state le provocazioni occidentali a metterlo con le spalle al muro. Ma quali obiettivi potrebbe ottenere Putin con la guerra? Svezia e Finlandia sono passati dalla neutralità alla Nato, l’Ucraina, anche se sconfitta, rimarrebbe un confine incandescente e ingestibile, senza contare tutte le complicazioni economiche e politiche anche interne prodotte dalla guerra. Insomma, la situazione per i russi, anche in caso di vittoria, sarebbe peggiore di quella precedente la guerra. Non era meglio per Putin evitarla?

La Russia ha cercato di evitare il conflitto e ciò è stato confermato dallo stesso sprovveduto Stoltenberg. Putin voleva e poteva evitare l’invasione. Il suo errore è stato quello di non insistere abbastanza con le richieste di sicurezza nei confronti dell’Occidente. Probabilmente ha ceduto di fronte alle pressioni dei suoi stessi nazionalisti e dei militari, che gli hanno fatto credere che la guerra sarebbe stata una passeggiata, e degli stessi americani, che fin dal 2008 davano per scontato l’ingresso dell’Ucraina (e Georgia) nella Nato e che nel 2021 avevano pianificato di sostenere l’attacco ucraino alla Crimea con un esercito ricostruito dai paesi della Nato dopo lo sfacelo del 2015. Il 16 marzo del 2022, appena 20 giorni dopo l’invasione, Putin tenne un discorso ai capi e governatori delle repubbliche federate impartendo precise istruzioni sui provvedimenti da adottare per minimizzare i danni delle sanzioni, snellire le procedure di produzione e commercio estero, ridurre i disagi della popolazione e attivare l’economia a sostegno delle operazioni militari. L’ulteriore espansione del conflitto da parte della Nato, su richiesta della Gran Bretagna e della Polonia, è stata la prova della vera minaccia. È apparso infatti chiaro alla Russia che, anche senza l’invasione, la Nato si sarebbe allargata, le sanzioni sarebbero state indurite e il Donbass sarebbe stato perduto col rischio di perdere anche la Crimea. Ora la Russia sta cercando di mantenere il punto e l’Ucraina ne farà le spese. Era meglio non fare la guerra? Certo. Ma, in ogni caso, occorre attendere la fine del conflitto per capire se la Nato è veramente più forte e se qualcuno ha vinto. E se ha vinto cosa ha vinto.

Passiamo alla situazione sul campo. La controffensiva ucraina si è rivelata un fallimento con un costo di vite umane enorme (circa 70.000 soldati morti in tre mesi). Quali scenari si aprono? Una trattativa fra le parti è più vicina? I russi vorranno approfittare del vantaggio per lanciare un’offensiva prima che arrivi l’inverno? O, piuttosto, proseguirà la strategia del logoramento degli uomini e delle forze ucraine?

La terza che ha detto.

Nel caso la “campagna di Russia” della Nato si riveli un fallimento, quali conseguenze potrebbero innescarsi? È pensabile che la Nato accetti una sconfitta sul campo senza reagire? Si può ripetere un altro Afghanistan oppure la situazione è diversa?

La Nato non ha mai accettato nessuna sconfitta. Si è sempre sottratta al giudizio finale e laddove la fine non è arrivata, come nei Balcani, ha mantenuto forze, via via scemando di presenza ed efficacia. In Afghanistan, dopo aver scippato l’operazione di assistenza all’Onu, si è mimetizzata nell’assistenza all’esercito afghano con il risultato che conosciamo. Forse non è molto noto che il comandante americano dell’operazione Nato è stato il primo a ricevere l’ordine della Nato di abbandonare l’Afghanistan. Il contingente dipendente dal comando Usa (Centcom) si è trovato così a gestire il caos ben prima che arrivassero i talebani. In ogni caso la Nato in questa situazione non ha una voce propria e neppure la facoltà di accettare o rifiutare una sconfitta. In realtà è essa stessa in crisi. Un cambiamento di politica statunitense può addirittura farla scomparire dalla scena degli attori globali o regionali.

Nel suo libro, tra le righe, c’è l’idea che soltanto una conferenza internazionale, con l’obiettivo di avviare un nuovo ordine basato sulla cooperazione e non sulla minaccia reciproca, è in grado di garantire la pace. Quali passi dovrebbe fare l’Italia per favorire una distensione internazionale?

Il primo passo sarebbe mettere al centro la sicurezza europea e riconoscere che le vere minacce sono i paesi europei che alimentano la guerra. Come Italia possiamo recuperare, almeno in parte, il ruolo di cardine della vecchia Europa e ridimensionare le pretese e le velleità di quella presunta nuova Europa che non contribuisce affatto alla sicurezza europea. Un altro passo sarebbe in ambito Nato: l’Italia deve favorire gli americani nel disimpegno dal conflitto ucraino. Questo è ciò che essi vogliono veramente ed è possibile farlo sospendendo l’invio di armi e opponendosi alla ratifica dell’ammissione di nuovi membri alla Nato. Tale ratifica non può essere un semplice atto dovuto in ossequio all’Alleanza, e nemmeno un atto di routine liquidato per via burocratico-parlamentare. Deve essere il frutto di una decisione popolare: chiara e consapevole.

Riportare l’invasione dell’Ucraina a un conflitto tra grandi potenze, che punta a un nuovo equilibrio mondiale, non è frutto di un eccessivo pessimismo? Le prospettive più fosche dei primi mesi di guerra non si sono avverate. In qualche modo la vita, in Occidente e in Russia va avanti. I Brics + 11 come rappresentanti del Sud globale giocano un ruolo diplomatico importante. La stanchezza dell’opinione pubblica è evidente. Non è che anche la guerra Ucraina è stata metabolizzata?

Il pessimista è un ottimista con l’esperienza, oppure è uno che sa già come va a finire. Le prospettive più fosche sono state superate, in peggio, dalla realtà. Mezzo milione di soldati ucraini morti, 14 milioni di espatriati, un paese divorato dalla corruzione, l’Europa alla canna del gas, gli Stati Uniti che arretrano davanti al resto del mondo, la prospettiva di un allargamento del conflitto che può coinvolgere l’Europa e il mondo sono cose peggiori di quanto si aspettassero i nostri bellicisti. E siamo solo agli inizi. Non ci sono ancora le bombe atomiche ma non credo si debba arrivare ad averle sulla testa per decidersi a tentare una soluzione. Il Sud globale si sta muovendo con e senza Brics. In Sudafrica si è chiarito che non c’è bisogno di multipolarità, nel senso di avere altri poli ai quali assoggettare le varie parti del mondo. C’è invece bisogno di maggiore cooperazione all’insegna del mutuo rispetto, della pari dignità e dell’interesse reciproco. Anche in questo occorre comprendere le istanze che vengono dall’intero mondo e non solo da quello occidentale. E, in quanto occidentali, non partiamo avvantaggiati perché non abbiamo nulla da insegnare o pretendere. Il sud globale si sta muovendo contro gli imperialismi di stampo coloniale e non contro gli imperi in quanto sistemi di potere. Non ce l’hanno con la Russia e la Cina che sono imperi, ma dei quali non hanno conosciuto la violenza. Ce l’hanno con l’Europa perché formata da tutti gli imperi coloniali del passato e dagli Stati Uniti, diventati essi stessi, da colonie, dei neo colonialisti e imperialisti. È vero che l’attenzione sull’Ucraina sta scemando, ma non perché le cose vanno meglio, ristagnano o sono noiose. È perché i protagonisti della propaganda stanno prendendo atto dello sviluppo delle operazioni militari e delle posizioni politiche e non se la sentono di ammetterlo. Si stanno rendendo conto di non essere più seguiti e preferiscono il silenzio alle ammissioni scomode. La propaganda funziona così: quando le esagerazioni e le bugie diventano incredibili è meglio tacere, oppure, come stanno facendo i grandi media, dopo gli sproloqui apodittici, possono iniziare a voltare gabbana avanzando qualche timido dubbio su quanto sbraitato fino a poco prima.

Fonte

14/09/2023

[Guerra in Ucraina] - Kiev va a caccia di “carne da cannone” in Europa

Il governo ucraino è tornato a chiedere con insistenza al governo tedesco di consegnare tutti i rifugiati ucraini in età per essere arruolati. E la medesima richiesta sarebbe stata avanzata agli altri governi europei.

Secondo i dati forniti dalla UE, sono più di 650mila gli ucraini tra i 18 ed i 60 anni che oggi si trovano in vari paesi europei. La maggior parte sono in Polonia, nella Repubblica Ceca e in Germania, e adesso Zelensky ne sta chiedendo l’estradizione in quanto sospetti “disertori”.

Il ministro della Difesa tedesco, interrogato dai giornalisti sulla vicenda, non ha voluto finora rendere pubblici i dati su questa fascia di rifugiati. Secondo il Ministero degli Interni di Berlino, invece, dal febbraio del 2022 sono entrati in Germania 203.640 cittadini ucraini maschi di età compresa tra i 18 e i 60 anni, uomini obbligati al servizio militare. Alla fine di agosto si trovavano ancora lì 176.474 di loro.

Secondo un servizio dell'Economist: «Migliaia di ucraini stanno evitando il servizio militare». La polizia di frontiera di Kiev avrebbe fermato 6.100 uomini per tentato attraversamento illegale dei posti di frontiera, mentre altri 13.600 sono stati presi mentre cercavano di espatriare valicando fiumi e campagne.

Ma i fuggitivi bloccati sarebbero solo la punta dell’iceberg. Il settimanale britannico elenca tutti i sotterfugi ai quali gli uomini in età da arruolamento ricorrono per evitare di andare in guerra.

Poche settimane fa il presidente ucraino Zelensky ha licenziato tutti i funzionari regionali addetti all’arruolamento, rei di «arricchimento illegale». Molti avrebbero preso mazzette per evitare l’invio al fronte.

Occorre ricordare che problemi analoghi si sono registrati anche in Russia quando si era diffusa la notizia sulla mobilitazione generale per rimpolpare le truppe sul fronte. Decine di migliaia di russi in età da arruolamento erano fuggiti all’estero per non finire nel mattatoio delle trincee. Ma l’analogo fenomeno in Ucraina non ha mai destato la simmetrica – e dovuta – attenzione dei mass media occidentali.

L’esercito ucraino e la Nato continuano ad avere un forte bisogno di soldati da portare al massacro. La decimazione subìta nella cosiddetta controffensiva, che fin qui ha riconquistato ben pochi chilometri di territorio, secondo fonti non ufficiali avrebbe lasciato sul campo, finora, dai 40 ai 50mila morti ed almeno altrettanti feriti.

Fonte

06/09/2023

Ucraina - Quali cambiamenti attendersi dal nuovo Ministro della guerra?

I primi sfidanti bruciano mentre l’Est continua a salire di potenza.

Oggi, ancora una volta, iniziamo con le sempre importanti ‘correnti sotterranee’, che sono i veri motori significativi degli sviluppi al di là dei continui capricci tattici del campo di battaglia.

Putin ha avuto un incontro con Erdogan in cui ha ribadito la posizione della Russia sull'”accordo sul grano”, che non può andare avanti finché non vengono soddisfatte le richieste della Russia.

Putin ha parlato soprattutto di fattori economici, ma Shoigu ha rilasciato una dichiarazione sull’aspetto militare, ovvero che parte dell’accordo prevedeva che l’Ucraina non potesse costruire o lanciare attacchi navali con i droni dalle aree portuali, cosa che secondo lui si stava verificando.

Ma sotto questo arbitrato di superficie, il vero peso si è spostato intorno ai nuovi accordi tra Russia e Turchia, che sviluppano ulteriormente l’espansione multipolare. In particolare, i due Paesi hanno definito un piano in base al quale il grano russo sarà facilitato dalla Turchia in futuro e, cosa ancora più importante, l’inizio dei colloqui tra le banche russo-turche per avviare il commercio bilaterale nelle valute nazionali.

“Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha sottolineato l’importanza del passaggio alle valute nazionali nel commercio bilaterale con la Russia. Ha fatto questi commenti durante l’incontro con il presidente russo Vladimir Putin a Sochi lunedì scorso.

Credo che il fatto che i capi delle nostre banche centrali si incontreranno qui oggi sia importante dal punto di vista di un passo verso il passaggio alle valute nazionali nelle relazioni bilaterali tra noi“
, ha dichiarato il presidente turco.

Ora circola la voce che la Turchia abbia chiesto aiuto all’Iran per ottenere un invito ai BRICS. Considerando che ora sappiamo che la Cina e molti dei potenti BRICS volevano più membri, ma sono stati costretti a scendere a compromessi con la visione dell’India, ed è molto probabile che la Turchia sarà all’ordine del giorno della prossima tornata di inviti.

E dato che sta già avviando iniziative per il regolamento delle valute nazionali, questo si inserisce a pieno titolo nel processo di de-dollarizzazione globale dei BRICS.

Inoltre, la Russia sta portando le sue relazioni con la Corea del Nord a un livello superiore, che rafforzerà entrambi i Paesi e creerà un blocco di potere regionale ancora più pesante per contrastare la crescente espansione della NATO in una “NATO del Pacifico”.

Non solo la Russia sta inviando una delegazione alla prossima parata militare della Corea del Nord, ma ha anche invitato lo stesso Kim Jung Un a visitare la Russia per rafforzare ulteriormente i legami militari e firmare accordi per la produzione di armi.

Questo segue altri sviluppi “sotto la superficie” che continuano ad accelerare il rapido movimento di multipolarità e di de-dollarizzazione.

Nel frattempo, sia la Cina che l’Arabia Saudita hanno scaricato i titoli di Stato statunitensi.

L’Europa è in preda al panico per l’espansione dei BRICS, Borrell chiede ora un’espansione d’emergenza dell’UE, sperando che l’aggiunta di 10 nuovi membri possa rilanciare la morente reliquia totalitaria.

“L’Unione Europea deve prepararsi a un nuovo allargamento, che porterà all’ingresso di 10 nuovi Stati, è necessario considerare i tempi per la loro ammissione“.

Nel frattempo il presidente Xi ha snobbato il G20, dichiarando che non parteciperà, ma invierà una delegazione inferiore. Alcuni sono giunti alla conclusione che questo sia in realtà un affronto all’India, dove si terrà il G20, ma alcune pubblicazioni occidentali sono più sagge e hanno colto la vera motivazione:

The Sirius Report scrive:
“La mancata partecipazione di Xi al G20 non ha assolutamente nulla a che fare con l’India e tutto ciò che ha a che fare con il suo personale rifiuto di un’udienza con Biden e con il disprezzo della Cina per l’atteggiamento e l’approccio disfunzionale della sua amministrazione nei confronti di Pechino.

Affinché le cose cambino, dovrebbe accadere qualcosa di sismico nei prossimi giorni, il che sembra altamente improbabile.”
Per ironia della sorte, l’India stessa ha sparato un colpo all’arco dei quadri globali guidati dall’Occidente, quando Modi ha nuovamente invitato le Nazioni Unite colonialiste ad “accettare le nuove realtà”, in particolare quella di ammettere l’India come Stato più popoloso del mondo nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Secondo un’intervista pubblicata domenica, il primo ministro indiano Narendra Modi ha invitato le Nazioni Unite a riformarsi in linea con le realtà del XXI secolo per garantire la rappresentanza delle voci che contano.

Un “approccio da metà del XX secolo non può servire il mondo nel XXI secolo“, ha dichiarato Modi, che ospiterà un vertice del Gruppo delle 20 grandi economie il prossimo fine settimana, all’agenzia di stampa Press Trust of India.

Con la situazione in Africa che peggiora di giorno in giorno per l’ordine atlantista, il cambiamento globale sta diventando sempre più visibile.

*****

In Ucraina gli sviluppi più importanti continuano a riguardare la crescente minaccia di mobilitazione. È ormai quasi certo che in autunno entrerà in vigore un nuovo regime repressivo per la stampa. Una pletora di documenti e di informazioni continua a riversarsi su questa linea, oltre a sottolineare ulteriormente le prove sulle perdite senza precedenti in corso.

Ogni sorta di “esenzione” viene cancellata. Chiunque abbia un’esenzione medica è ora costretto a rifare l’iter, come illustra questo folle video.

Alcune fonti, non ancora confermate, sostengono addirittura che verranno allentati i vincoli su una serie di malattie gravi, al fine di rendere ammissibile il maggior numero possibile di ucraini.

Ciò è avvenuto in concomitanza con la conferma che diversi Paesi stanno collaborando per estradare con la forza i “rifugiati” ucraini in età militare, in particolare Polonia e Germania, e la Bild ha aggiunto qualcosa...

Traduzione personale:

Ma questo colpirà migliaia, forse decine di migliaia di persone in Germania, i rifugiati ucraini. Secondo il Ministero federale degli Interni (a febbraio) dopo l’inizio della guerra russa sono entrati in Germania 163.287 ucraini maschi, in età militare (data: febbraio 2023).

Senza contare che le donne sono ora costrette a registrarsi presso l’ufficio di arruolamento.

– “A partire dal 1° ottobre 2023, le lavoratrici del settore medico e farmaceutico dovranno registrarsi presso gli uffici di arruolamento militare“.

– “Le donne impegnate in altre professioni possono scegliere volontariamente di registrarsi. Le donne possono registrarsi se sono idonee al servizio militare a causa dell’età, fino a 60 anni, e delle loro condizioni di salute, determinate dalla Commissione per gli esami medici.”

Secondo quanto riferito, un deputato ucraino ha persino proposto un disegno di legge per ridurre l’età della leva a 17 anni, in modo da poter iniziare a raccogliere tutti quei giovani adolescenti da mandare al macello.

“La deputata del partito ucraino “Solidarietà europea” Sofya Fedina ha presentato una proposta di legge per ridurre l’età della leva a 17 anni.

Mentre stiamo parlando del servizio militare, è noto che dopo il suo completamento i soldati non possono tornare a casa, facendo riferimento alla “legge marziale”.

Questo è illegale, perché ufficialmente l’Ucraina non sta combattendo una guerra. Tuttavia, i ragazzi sono costretti a firmare un contratto con le Forze Armate ucraine in vari modi, e sono già noti diversi casi di suicidio quando gli ucraini che non volevano combattere hanno scelto una misura così estrema.

A 17 anni sono ancora adolescenti. E ora saranno mandati al fronte.“

Perché sta succedendo tutto questo?

Per rispondere, continuiamo ad avere sempre più conferme non solo delle perdite di massa che l’Ucraina sta subendo, ma anche della disparità di perdite tra le forze armate ucraine e le forze russe.

Seguitemi in questo breve e macabro tour delle ultime novità.

In primo luogo, c’è stata un’intervista con un volontario polacco in Ucraina che ha detto cose davvero sconvolgenti.
“Un polacco sulla difficile situazione in Ucraina: “Non hanno più nessuno per combattere“:

Un volontario polacco ha raccontato in un’intervista cosa sta realmente accadendo con il contrattacco”.

Slawomir Wysocki, un polacco che si reca regolarmente in Ucraina con aiuti umanitari, ha raccontato quanto sia tragica la situazione: “Per diversi mesi hanno fatto breccia solo nella prima linea di difesa. Le perdite umane da parte ucraina sono enormi. Le attrezzature occidentali bruciano come fiammiferi. La situazione è molto peggi di quanto si possa immaginare.

Ho contato le tombe a Leopoli. Nella parte vecchia del cimitero ci sono circa 100 tombe, nella parte nuova più di 600. Nei villaggi la proporzione è enormemente diversa. Quando passo in auto, vedo cimiteri lungo le strade. Ognuno ha fino a una dozzina di tombe nuove. Vicino a ognuna di esse ci sono delle bandiere, sono facilmente riconoscibili. A Kharkov ci sono più di duemila tombe. Queste perdite non possono più essere nascoste.

Due mesi fa ero pieno di ottimismo per la Kupyanskaya. Ora stiamo ancora riuscendo a resistere. Sembra che i russi stiano facendo di tutto per raggiungere Kupyansk, dove prenderanno posizione per l’offensiva di primavera”.

[Come si sentono gli ucraini di fronte al sistema di difesa russo?] Sono terrorizzati. Sanno che l’esercito russo ha già previsto tutto. Il sistema di difesa è stato costruito da imprese di costruzione. Non si tratta di un contadino che agita una pala per costruire una trincea.

Le imprese sono arrivate, hanno versato il cemento, hanno costruito fortificazioni nello stile della Linea Maginot. E ci sono tre o quattro linee di questo tipo. Gli ucraini dicono che ci sono cinque mine per metro quadro. Non si può mettere un piede a terra senza che una di esse esploda.

[Con una tale situazione al fronte, con perdite sempre maggiori, ci sono ancora persone disposte a difendere la propria patria?] Non ce ne sono. Li cercano per le strade.

Ci sono “rastrellamenti” a Leopoli, le persone vengono prese dai cantieri, dai bar. Recentemente ho assistito a una situazione simile alla stazione degli autobus di Lviv. Cinque poliziotti stavano in piedi e controllavano tutti quelli che volevano lasciare Lviv. Otto persone sono state trattenute in questo modo. Molte delle ragioni dell’attuale situazione di mobilitazione hanno origine a Bakhmut. È stato un tale scarico, un tale tritacarne che non c’era più nessuno a combattere“.
Per quanto riguarda la situazione delle miniere, potrebbe sembrare che stia esagerando, ma un nuovo video dal punto di vista ucraino mostra esattamente ciò di cui sta parlando.

Per quanto riguarda le perdite, ecco un nuovo resoconto di una fonte militare ucraina nella direzione di Klescheyevka.

E questo nuovo video della BBC sulle perdite ucraine è assolutamente da vedere per chiunque abbia ancora dei dubbi.

È un pezzo di accompagnamento a questo articolo della BBC. Notate come il MSM ne parla apertamente. Diavolo, basta guardare come gli ucraini stiano discutendo di uscire dalla mobilitazione.

Beh… meglio che essere morti, credo.

Inoltre, ci sono stati alcuni nuovi interessanti approfondimenti, in particolare per quanto riguarda gli scambi di prigionieri di guerra ucraini, che ci danno uno sguardo interno su quali siano le reali disparità di perdita tra le due parti.

Ricordiamo l’importante osservazione che avevo fatto qualche tempo fa: le perdite da entrambe le parti sono semi-soggettive e i numeri possono essere falsati con statistiche selettive da una parte o dall’altra. Ciò è dovuto al fatto che una parte non ha rilasciato perdite ufficiali dall’estate scorsa, mentre l’altra parte non ha mai rilasciato perdite ufficiali.

Tuttavia, le statistiche sui prigionieri di guerra sono l’unico dato che è stato rilasciato in diversi momenti da entrambe le parti, il che significa che è l’unica statistica che ci permette di avere una misura di comprensione nel confrontare le perdite di entrambe le parti.

Ho già detto molte volte in precedenza che la Russia prende da 5 a 15 volte più prigionieri di guerra di quanti ne prenda l’Ucraina dalle truppe russe, a seconda del momento. Per esempio, c’è stato un periodo in cui l’Ucraina ha confermato ufficialmente di avere circa ~2500 prigionieri di guerra russi, mentre la Russia ne aveva verificati più di 12-15k.

Il rapporto tra POW e KIA è ovviamente relativo, così come lo è quello tra WIA e KIA, il che ci dà un’idea del rapporto tra i due lati della guerra.

E ora abbiamo un’ulteriore conferma di ciò per quanto riguarda l’aspetto dei prigionieri di guerra. Non solo, questo portavoce dell’AFU conferma che non hanno abbastanza prigionieri di guerra russi per il fondo di scambio, cioè per scambiarli allo stesso tasso con i prigionieri di guerra ucraini detenuti dalla Russia.

Il regime di Kiev non ha così tanti prigionieri di guerra da poter effettuare lo scambio “alla pari“ dice il difensore civico ucraino Dmytro Lubinets.
“C’è una cifra, ma non la nominiamo pubblicamente. Che ne è del fondo di scambio? – sento costantemente questa domanda dai parenti. Abbiamo detto pubblicamente che sì, abbiamo problemi con il fondo di scambio.

Questo significa che non abbiamo abbastanza prigionieri di guerra russi, che vogliamo scambiare con prigionieri di guerra ucraini. Esistono, ma il numero non è sufficiente, e anche questo è un problema, ha detto Lubinets.

Prima di tutto, questo fa il gioco della Russia, poiché qualsiasi trattativa si svolge in una posizione dominante, e anche un accordo a condizioni diseguali dimostra il desiderio di incontrarsi e raggiungere compromessi, mettendo la vita dei combattenti come priorità.”
Ma sentite cosa dice questo prigioniero di guerra russo a una compiaciuta giornalista ucraina.

Se non avessimo la suddetta ammissione da parte dell’Ucraina stessa, potremmo considerarla una sorta di sfacciata esagerazione da parte dei russi. Ma in realtà ora possiamo constatare che è vero.

L’Ucraina chiede 15 dei suoi uomini per un solo soldato russo. Questo vi dà un’idea del tipo di rapporti di perdita che stiamo vedendo. Ricordiamo che questi numeri confermano il rapporto approssimativo che ho fornito da tempo, secondo il quale l’Ucraina aveva un paio di migliaia di prigionieri di guerra russi, mentre la Russia ne aveva fino a 15.000 ucraini.

Chiaramente, i rapporti sulle perdite sono coerenti con questo. Credo che Putin abbia recentemente dichiarato che il rapporto di perdite nell’offensiva è stato superiore a 10:1 a favore della Russia.

Tonnellate di nuovi video lo confermano, anche per quanto riguarda i prigionieri di guerra. Solo negli ultimi 4-5 giorni, ci sono state decine di AFU catturate come confermato in video; se contiamo quelle non presenti in video, probabilmente sono centinaia. Nel frattempo, quasi nulla da parte ucraina.

Guardate voi stessi, ecco solo un piccolo assaggio delle catture recenti dell’ultima settimana: video 1, video 2, video 3, video 4, video 5, video 6, video 7, video 8, video 9. E ce ne sono molti altri. Nello stesso periodo di tempo ho visto forse 1 video ucraino che mostrava la cattura di un paio di truppe russe da qualche parte, presumibilmente.

In uno di essi il sequestratore russo dice addirittura che i 6 prigionieri di guerra che mostrano in video si aggiungono ai 14 catturati il giorno precedente, che non hanno filmato.

Questo si aggiunge alle infinite perdite che si verificano nello stesso momento, come qui, qui, qui e qui. In breve, è un massacro. Basta guardare il pezzo della BBC postato in precedenza: anche le lavoratrici dell’obitorio hanno dovuto guardare i loro mariti che tornavano all’obitorio dalla prima linea. Questo è un genocidio di massa da parte del regime psicopatico dei narco-fuhrer.

Un conto delle conferme visive delle perdite dell’AFU ha contato questo solo per il mese di agosto:
Perdite ucraine confermate visivamente per il mese di agosto 2023, secondo @OsintArmor contatore giornaliero delle perdite

Carri armati: 113

IFV – 199

APC – 64

4×4 (soprattutto MRAPS) – 75

Artiglieria – 154

Difesa aerea – 11

Radar/EW – 15

Rifornimenti/Trasporti – 74 + Treno Echelon

Aerei – 4

Elicotteri – 3

Veicoli d’ingegneria – 5

Imbarcazioni – 5

Sconosciuti – 38

Totale= 760 perdite confermate.
Anche l’Ucraina sta ricevendo qualche colpo? Certo, ne sta ricevendo un po’ qua e là. Per esempio, il drone Bayraktar è tornato in azione per la prima volta in quanto – quasi un anno fa? – ottenendo 2 o 3 nuove uccisioni di forze russe nella regione di Kherson, dove alcune unità russe sono sovra estese sullo sputo di Kinburn, quei piccoli isolotti nella zona grigia di nessuno.

Uno dei colpi è stato inferto a una piccola imbarcazione con equipaggio, che probabilmente ha causato alcune vittime, ma l’altro è stato inferto a un camion vuoto parcheggiato sotto un albero. Una goccia nel mare rispetto alle perdite inflitte quotidianamente all’AFU. Inoltre, non mi sorprenderebbe se il filmato di TB2 fosse falso/vecchio, diffuso ora per risollevare il morale in calo.

Ma la stampa occidentale sta ora strombazzando che l’Ucraina sta finalmente facendo grandi guadagni territoriali, nonostante tutte queste perdite, e ha persino superato la vantata “prima linea” della difesa russa di Surovikin. È vero?

Ecco dove si trovano secondo una fonte ufficiale ucraina:


Il video qui sotto è geolocalizzato nell’area che corrisponde alla mappa qui sopra, cioè la strada che porta direttamente a Verbove:


*****

Che il rinnovo dell’Accordo sul grano non fosse in realtà il tema principale dell’incontro Putin-Erdogan del 4 settembre, ma servisse solo come “specchietto per le allodole mediatiche”, è ipotesi che trova largo spazio sulla pubblicistica, anche russa.

Dietro le quinte, i due presidenti avrebbero toccato questioni che vedono Russia e Turchia coinvolte direttamente in situazioni di tensione regionali e, accanto a Siria, Libia o Caucaso, si sarebbe senza dubbio parlato dell’area più densa di pericoli mondiali: l’Ucraina.

Ora, la tedesca Der Spiegel scrive che l’ormai ex Ministro della guerra della junta golpista ucraina, Aleksej Reznikov, sarebbe stato silurato per raggiunto limite quantitativo di episodi di corruzione nelle forniture militari. L’ultima goccia sarebbe stato lo scandalo delle uniformi di produzione turca e razioni alimentari, comprate a prezzi gonfiati, sullo sfondo di un bilancio di guerra ucraino che si aggirerebbe attorno al 20% del PIL.

Ma ad Ankara, più che all’ex Ministro, guardano con apprensione al nuovo titolare del dicastero, il direttore del Fondo per le proprietà statali Rustem Umerov, la cui nomina sarebbe stata senz’altro concordata con Washington (ma, qualcuno ne dubitava?) e ricordano i suoi legami con l’organizzazione “Hizmet”, fuorilegge in Turchia, del predicatore Fethullah Gülen, coinvolto nel tentativo di golpe filo-USA del 2016 e ben al sicuro in Pennsylvania, da dove controlla un discreto impero finanziario.

Lo stesso Umerov, d’altra parte, addestrato in passato negli Stati Uniti secondo il programma del Dipartimento di stato “Future Leaders”, aveva partecipato ai negoziati russo-ucraini (ovviamente, in qualità di agente fallimentare) dell’aprile 2022 a Istanbul.

D’altronde, con un Ministro golpista degli affari esteri, Dmitrij Kuleba, che dichiara sfacciatamente che la via diplomatica con Mosca passa per il campo di battaglia, appaiono abbastanza labili le ipotesi per cui la sostituzione di Reznikov con Umerov, sarebbe legata a un cambio di prospettive nella soluzione del conflitto.

Da parte sua, la turca Aydınlık scrive senza mezzi termini che Rustem Umerov non è altro che una marionetta USA e che si occuperà di portare avanti i piani di Washington nella regione.

La russa Moskovskij Komsomolets nota che la rimozione di Reznikov, insieme all’arresto di Igor Kolomojskij (troppo autonomo in affari, per i gusti yankee, e da tempo mal digerito), non è che un tentativo del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij di conservare la poltrona presidenziale.

Un colpo alla corruzione e uno al fallimento della controffensiva: così si vorrebbe presentare la cosa, soprattutto all’auditorio interno, quando manca meno di un anno al voto e non sembra di scorgere alcun concorrente di peso alla rielezione del comico guerrafondaio.

E se come Ministro della “difesa” – non tanto per questioni militari, quanto per forniture, acquisti, affari, ecc. – Reznikov non rivestiva specifici significativi, la nomina del tataro Umerov, legato al Medžlis dei tatari di Crimea, starebbe a simboleggiare l’obiettivo della riconquista ucraina della penisola.

Da ricordare che Reznikov, a quanto si dice, già diversi mesi fa era stato “graziato” dalla parola del suo omologo yankee, Lloyd Austin, che lo aveva definito suo “amico”, salvandogli così la poltrona; per cui, se ora Zelenskij lo silura, con ogni evidenza lo fa avendo ricevuto il via libera del Pentagono.

La cui voce mediatica, The New York Times, riferendo le parole di un anonimo funzionario presidenziale yankee, specifica che l’avvicendamento al vertice bellico ucraino sarebbe dovuto «a diverse cause. Tra cui la comprensione del fatto che l’Ucraina ha bisogno di un nuovo vertice nel prolungarsi del conflitto, le critiche di settori della società civile ucraina e dei media sugli scandali nei contratti».

Che poi sono più o meno gli stessi argomenti usati da Zelenskij per annunciare la “sua” decisione, così che, a ragione, Komsomol’skaja Pravda si domanda se sia stato Zelenskij ad anticipare a quel funzionario USA le proprie intenzioni, o se invece il secondo non abbia suggerito a Zelenskij cosa e come dire al riguardo?

In ogni caso, sta di fatto che la “controffensiva di successo” langue e il siluramento di Reznikov conferma che si tratta, come ha detto Putin, non di uno «slittamento, ma di un fallimento» che, secondo il Ministro della difesa russo Sergej Šojgù, dall’inizio di giugno avrebbe causato a Kiev la perdita di 66.000 uomini e quasi ottomila mezzi bellici.

Dunque, se il giurista Reznikov era stato sinora utile per le proprie capacità di pubbliche relazioni, in particolare per pompare armi e attrezzature dagli “alleati occidentali”, al momento di mostrare i risultati a quegli stessi “alleati”... il pallone si è sgonfiato.

Ora, i media occidentali, parlando di Umerov, lo qualificano come principale negoziatore ucraino per l’Accordo sul grano e ricordano come abbia preso parte ai negoziati sullo scambio di prigionieri. Soprattutto, rilevano la sua formazione americana e gli stretti legami personali e d’affari oltreoceano. Puntano comunque sulla sua caratteristica quale negoziatore di successo.

Quindi, nota Komsomol’skaja Pravda facendo due più due, i fatti sono questi: a breve Zelenskij è atteso in USA e tutte le sue mosse degli ultimi giorni sembrano dirette a preparare la visita; e allora, se l’arresto di Kolomojskij doveva essere una dimostrazione di lotta alla corruzione, non è forse la nomina di Umerov un segnale nascosto che «invece di un manager di pubbliche relazioni, il dipartimento militare ucraino sarà guidato da un negoziatore?».

Per parte nostra, nutriamo più di un dubbio sulla volontà negoziale dei golpisti, tanto più se affidata a un tataro legato al Medžlis, nato a Samarkand, dove i suoi parenti erano stati deportati nel 1944, per la collaborazione prestata dalla maggioranza dei tatari alle truppe hitleriane e che, come da tradizione ucraina, fa tutt’uno del passato sovietico e della Russia attuale e, con ciò, non sembra l’elemento più indicato per trattare con Mosca.

Ma, ovviamente, le nostre sono solo supposizioni, anche se non si possono scordare i suoi passati incarichi, ad esempio, nel “Kuriltai del popolo tataro” e i legami con Mustafa Džemilev. Un curriculum che difficilmente farà allargare i polmoni al Cremlino.

Fonte

03/09/2023

Guerra in Ucraina - Negoziati ed equivoci

Politica, media e osservatori internazionali hanno dedicato negli ultimi giorni molte analisi e commenti alla supposta disponibilità a trattare con Mosca sul destino della Crimea espressa dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Una supposta apertura interpretata da alcuni come lo spiraglio per l’avvio di un negoziato mentre in realtà le cose dette da Zelensky e il contesto delle sue affermazioni non sembra siano stati correttamente valutati e si basino su uno scenario avulso dall’attuale situazione.

Il presidente ucraino in una intervista all’emittente 1+1 avrebbe aperto uno spiraglio alla via diplomatica per risolvere la contesa sulla Crimea, occupata da Mosca subito dopo il golpe del Maidan del 2014 e poi ri-annessa alla Federazione Russa con un referendum non riconosciuto da gran parte della comunità internazionale.

“Ci saranno meno vittime se ci troveremo ai confini amministrativi della Crimea. Credo che così sarà possibile spingere politicamente per la smilitarizzazione della penisola – ha detto Zelensky – Credo che sia possibile arrivare politicamente alla smilitarizzazione della Russia sul territorio della Crimea ucraina”. Zelensky ha poi aggiunto che non si tratta di un cedimento, ma solo del riconoscimento che la via diplomatica “credo sarebbe meglio” di quella delle armi.

Il concetto espresso da Zelensky in realtà non sembra aprire nessuno spiraglio al dialogo con Mosca, almeno in questa fase. Le valutazioni del presidente ucraino preludono infatti a una sconfitta militare russa che porti le truppe di Kiev a raggiungere i confini della penisola di Crimea. Ciò significa che la controffensiva ucraina in atto da tre mesi dovrebbe permettere di riconquistare interamente le regioni di Kherson e Zaporizhia consentendo così di raggiungere i confini della Crimea.

Un simile trionfo militare sulle truppe russe sembra però al momento del tutto immaginario. Zelensky sembra voler dipingere alla propria opinione pubblica e agli alleati in Occidente uno scenario in cui i russi, sconfitti sul campo di battaglia, potrebbero accettare di lasciare la Crimea priva di difesa militari ritirando tutte le truppe dalla penisola abitata da russi e che è stata parte della Russia fino a quando venne ceduta all’Ucraina all’interno dell’Unione Sovietica.

Per rendere più credibile la sua affermazione, Zelensky ha aggiunto che l’Ucraina non attaccherà la Russia sul proprio territorio perché “questo ci inimicherebbe i nostri alleati e qualche partner potrebbe staccarsi”. Un chiaro riferimento alle riserve poste da tutti i paesi membri della NATO a consentire che proprie armi possano venire impiegate dagli ucraini per colpire obiettivi in territorio russo, attaccato però con armi di produzione ucraina anche se in molti casi grazie al supporto informativo anglo-americano.

Sul piano politico l’ipotesi che Mosca possa smilitarizzare la Crimea, sul cui territorio si trovano ampie basi aeree, terrestri, navali, il comando della Flotta del Mar Nero e ampi depositi di armi e munizioni è totalmente fantasiosa così come non è credibile che i russi possano evacuare le truppe dalla Crimea fidandosi del fatto che gli ucraini, schierati alle porte della penisola, non la riconquistino. Lo ammette implicitamente anche il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, che il 30 agosto ha precisato il senso delle parole del presidente.

“Mosca continua a illudersi di avere le risorse per tenersi una parte dei territori occupati, occorre che subisca sconfitte tattiche significative sulla linea del fronte. Solo questo, oltre all’intensificazione dei conflitti nell’entourage di Putin, costringerà i russi ad una valutazione più realistica della situazione. Ne consegue che in questo momento ogni negoziato è fuori questione”.

“Il nostro presidente – ha spiegato Podolyak al Corriere della Sera – ha detto molto esplicitamente che solo l’arrivo delle nostre forze armate ai confini amministrativi della Crimea e la parallela distruzione di ogni arma che permetta alla Russia di controllarla spingerà ciò che resta della Nomenklatura di Putin a scegliere: perdere tutto o lasciare la Crimea in tempi brevi. Noi certamente preferiamo il loro ritiro volontario a battaglie su larga scala. Ma non sono ancora a questo punto, credono tutt’ora che negoziare sia stupido”.


Non sembrano quindi esserci dubbi che lo scenario negoziale favoleggiato da Zelensky sia attualmente improponibile, in assenza di una palese e totale sconfitta militare russa sul campo di battaglia, e cozzi con una realtà oggi diametralmente opposta. Gli ucraini continuano a perdere decine di migliaia di uomini (ospedali sovraccarichi di feriti vengono segnalati in tutte le retrovie del fronte lungo quasi mille chilometri) in assalti che finora non hanno infranto le tre barriere di fortificazioni della Linea Surovikin nella regione di Zaporizhia.

Le truppe di Kiev continuano ad accanirsi e a dissanguarsi attaccando villaggi ormai rasi al suolo lungo la linea degli avamposti che in tre mesi sono stati più volte espugnati e perduti mentre i successi conseguiti negli ultimi giorni sul fronte di Rabotino gettando nella mischia le ultime riserve appaiono al momento marginali e non tali da giustificare i toni trionfalistici della propaganda di Kiev, come di consueto assimilata “senza se e senza ma” da molti media occidentali.

Più a nord, nell’eterna battaglia intorno a Bakhmut, nelle ultime ore ucraini e russi alternano attacchi e contrattacchi per il controllo di alcune alture che gli ucraini per molte settimane hanno cercato di conquistare attorno alla città. Ancora più a nord lungo il confine tra e regioni di Lugansk e Kharkiv, i russi avanzano con continuità puntando sul centro stradale e ferroviario di Kupyansk. Benché gli ucraini abbiamo ritirato due brigate dall’offensiva a sud per rinforzare le difese della città strategica i russi continuano ad avanzare.

In questo contesto in cui Kiev sacrifica così tanti soldati è più che comprensibile qualche segno di insofferenza per i malumori e le critiche espressi in Occidente per i mancati successi della controffensiva da chi non sembra disposto a mandare i propri figli a combattere e morire al fianco dei soldati di Kiev nelle trincee di Bakhmut o nella piana di Zaporizhia.

Il 31 agosto, alla riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue a Toledo, in Spagna il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha infatti sottolineato che “criticare il ritmo lento della controffensiva equivale a sputare in faccia al soldato ucraino che sacrifica la sua vita ogni giorno, avanzando e liberando un chilometro di territorio ucraino dopo l’altro. Vorrei raccomandare a tutti i critici di stare zitti e venire in Ucraina e provare a liberare un centimetro quadrato da soli”.

L’andamento della guerra sembra quindi indicare più le gravi difficoltà ucraine che l’imminente tracollo della Russia, unica opzione che potrebbe forse obbligare Mosca a negoziare il ritiro dalla Crimea. Del resto, intervenendo oggi in video collegamento al Forum Ambrosetti di Cernobbio, Zelensky ha sgombrato il campo da ogni equivoco affermando che “senza la Crimea, senza il Donbass e senza i territori occupati non ci potrà essere una pace sostenibile in Ucraina e quindi neppure nell’area europea”.

Frase che potrebbe suonare anche un po’ minacciosa nei confronti degli alleati europei, quasi a voler dire che se l’Ucraina non vince non ci sarà pace in Europa.

L’ex presidente russo e attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dimitri Medvedev, nei giorni scorsi, ha messo in guardia contro la probabile autorizzazione occidentale all’Ucraina a impiegare armi fornite dai paesi membri della NATO per attaccare obiettivi nella penisola di Crimea, la cui annessione alla Russia non è riconosciuta in Occidente e quindi considerata tecnicamente fuori dal territorio della Federazione Russa e parte dei territori ucraini occupati.

Medvedev, sul suo canale Telegram ha ventilato la possibilità che questo scenario costituisca un casus belli che offra a Mosca “l’opportunità di agire nell’ambito dello jus ad bellum (che specifica le legittime ragioni di uno Stato per intraprendere una guerra) contro i paesi della NATO. È triste perché questo avvicina l’Apocalisse” ha concluso Medvedev evocando ancora una volta il rischio di uno scontro nucleare.

Affermazioni a cui Medvedev ci ha abituato da tempo ma che fanno comprendere che Mosca non è disposta a negoziare la cessione della Crimea e inducono a chiedersi se la Russia sia disposta a negoziare in questa fase della guerra in cui sembra ritenersi in vantaggio.

Alla fine di marzo del 2022 gli anglo-americani imposero a ucraini e alleati la continuazione della guerra che avrebbe dovuto logorare la Russia, compromettendo così il buon esito dell’accordo di pace mediato dalla Turchia e che aveva già determinato il ritiro dei russi dal nord dell’Ucraina e dai dintorni di Kiev.

Oggi che sul piano militare il maggior logoramento lo patiscono gli ucraini e sul piano economico gli europei (mentre il logoramento politico sembra interessare anche gli Stati Uniti alle prese con una durissima campagna elettorale presideniale), Mosca potrebbe non avere alcun interesse a negoziare. Di fronte alla debolezza di Kiev, con un’Europa sull’orlo del tracollo economico e un’America sempre più distratta dai suoi gravi problemi interni, Mosca potrebbe essere tentata di scommettere sulla sconfitta degli ucraini sui campi di battaglia e su un passo indietro dei suoi alleati.

Fonte

16/08/2023

Guerra in Ucraina - Kiev non sfonda, in Occidente inizia lo scaricabarile?

di Gianandrea Gaiani

Sui fronti di Zaporizhia e Donetsk in oltre due mesi di controffensiva gli ucraini vantano di aver liberato un’area di 360 chilometri quadrati, meno dell’estensione del comune di Ferrara (402 kmq) e una superficie pari allo 0,02% del territorio ucraino controllato dai russi (nella mappa qui sotto in blu le aree conquistate dagli ucraini in due mesi di attacchi sul Fronte di Zaporoizhia).


Successi territoriali a dir poco limitati a qualche villaggio raso al suolo nella “terra di nessuno” dove peraltro i russi hanno riguadagnato posizioni contrattaccando negli ultimi giorni. Piccoli successi inficiati soprattutto dall’avanzata delle truppe di Mosca tra le regioni di Luhansk e Kharkiv, specie nel settore di Kupyansk dove le truppe di Mosca sarebbero a meno di 7 chilometri dalla città e avrebbero ammassato ampie riserve, forse per lanciare una più ampia offensiva.

Pesanti le perdite subite da Kiev. Secondo i russi i caduti tra il 4 giugno e fine luglio sarebbero tra 36mila e 42 mila a seconda delle stime oltre a 1.700 mezzi corazzati e blindati e 350 pezzi d’artiglieria distrutti, danneggiati o finiti in mani russe. La distruzione di molti mezzi non ha scoraggiato i comandi ucraini che continuano a rinnovare gli assalti sui fronti di Zaporizhia e Donetsk affidandoli soprattutto alla fanteria con conseguenze sulle perdite ben evidenziate da molti canali Telegram militari sia russi che ucraini.

La controffensiva a lungo preannunciata e poi scatenata il 4 giugno aveva l’obiettivo (più politico che militare) di strappare a ogni costo quanto più territorio ucraino alle truppe russe per continuare a ottenere il supporto militare ed finanziario dell’Occidente: impossibile infatti ritenere che l’obiettivo di riconquistare tutti i territori perduti (inclusa persino la Crimea) fosse alla portata delle forze di Kiev.

Un obiettivo che, come ha sostenuto in più occasioni il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, permetterebbe agli ucraini di negoziare da una posizione più forte con i russi. Per Kiev invece nessun negoziato sarà possibile fino al completo ritiro russo anche dalla Crimea.

Verso un cambio di narrazione

Anche per queste ragioni la controffensiva ucraina continua, sanguinosa anche se meno intensa, in cerca di successi spendibili sul piano politico. Nonostante si continuino a inviare armi e mezzi a Kiev, in Occidente appare sempre più palpabile il progressivo cambio di narrazione e di prospettive.

Se nella primavera 2022 l’accordo mediato dalla Turchia (e rivendicato anche recentemente da Ankara) per far cessare il conflitto venne fatto fallire dalla linea sostenuta apertamente da Londra e Washington per cui “la guerra doveva continuare per logorare la Russia”, oggi anche i vertici della NATO si limitano a spingere gli ucraini a cercare successi per negoziare meglio con Mosca.

Da un lato USA e alleati dichiarano che sono gli ucraini a dover scegliere se e quando negoziare con i russi, dall’altro Zelensky ha messo fuori legge tutte le opposizioni e si appoggia sulle forze ultra-nazionaliste che non gli perdonerebbero negoziati in cui giocoforza Kiev dovrebbe cedere ampi territori.

I grandi media statunitensi hanno sempre offerto uno sguardo sulla guerra più realistico rispetto a quelli europei e soprattutto italiani ma negli ultimi giorni reportage, commenti e analisi pubblicati oltre Atlantico sembrano preparare l’opinione pubblica alla possibile sconfitta o quanto meno al mancato successo della controffensiva Ucraina.

Ieri il New York Times segnalava, in un articolo che citava alcuni analisti militari, progressi ucraini in due settori del Fronte di Zaporizhia rilevando avanzate di 16/19 chilometri ma rispetto alle linee di partenza delle forze di Kiev nella controffensiva, non in profondità nelle linee russe che restano intatte.

L’obiettivo di Kiev è raggiungere il Mar d’Azov per interrompere la continuità geografica tra il Donbass occupato dai russi e la Crimea, meta che resta al momento lontana mentre gli stessi analisti citati dal quotidiano statunitense avvertono che le forze ucraine devono ancora affrontare una lunga, lenta e sanguinosa avanzata contro le truppe russe posizionate dietro difese ben progettate e fortificate.

Il 3 agosto il New York Times evidenziava il fallimento della controffensiva e dell’addestramento impartito dall’Occidente agli ucraini mettendo in guardia dai rischi di puntare sul logoramento delle forze russe considerato che Mosca gode di un significativo vantaggio sull’Ucraina in termini di uomini e risorse e che Putin sembra contare proprio sull’esaurimento delle forze e delle riserve di munizioni ucraine per vincere il conflitto.

Sul piano territoriale, inoltre, i successi ucraini restano circoscritti, e “le speranze della NATO di grandi avanzate da parte delle formazioni corazzate ucraine non si sono materializzate, almeno per ora”. Il NYT sottolineava inoltre che la rinuncia alle dottrine occidentali da parte delle forze ucraine solleva quesiti in merito alla qualità e all’efficacia dell’addestramento e dei mezzi forniti dall’Occidente, visto anche il vasto dispendio economico (quasi 50 miliardi di dollari di aiuti militari elargiti finora solo dagli Stati Uniti).

Nei giorni scorsi ancora il New York Times riferiva delle pesanti perdite subite da molte brigate ucraine, alcune ritirate dal fronte perché ormai prive di capacità di combattimento.

“Molti pensavano che sarebbe stato molto veloce e che saremmo stati in Crimea in autunno. Ma ogni metro è molto difficile”, ha detto il comandante di un battaglione che ha ammesso di aver subito pesanti perdite a causa dei campi minati, dell’artiglieria e degli attacchi aerei russi. “Ho perso molto e alcuni dei nuovi arrivati sono mentalmente a pezzi” ammettendo di aver subito perdite simili nella regione di Kherson l’anno scorso.

Militari sentiti dal NYT accusano i comandanti di spingere le reclute in battaglia, di utilizzare unità impreparate come avanguardia e che il tipo di addestramento e molti mezzi ricevuti dall’Occidente sono forse adatti alle guerre anti-insurrezionali in Iraq e Afghanistan ma non certo a confrontarsi con la potenza di fuoco dei russi in una battaglia convenzionale.

Un riferimento ai mezzi ruotati MRAP, concepiti per proteggere i militari dagli ordigni improvvisati (IED) di talebani e ISIS, poi forniti in gran quantità all’esercito di Kiev e mostrati distrutti o danneggiati in gran numero dai media e dai social russi.

Il 10 agosto il Washington Post ha scritto che dopo due mesi di controffensiva con pochi progressi visibili sul fronte e un’estate implacabile e sanguinosa in tutto il paese, la narrativa di unità e perseveranza senza fine ha cominciato a sfilacciarsi.

Il numero di morti – migliaia, incalcolabili – aumenta ogni giorno. Milioni di persone sono sfollate e non vedono alcuna possibilità di tornare a casa. In ogni angolo del paese, i civili sono esausti per l’ondata di recenti attacchi russi...

A Smila, nell’Ucraina centrale, la fornaia Alla Blyzniuk, 42 anni, ha detto al WP di vendere giornalmente dolci per i ricevimenti funebri mentre i genitori si preparano a seppellire i loro figli uccisi sul fronte a centinaia di chilometri di distanza.

Prima, ha detto, anche quando la situazione era dolorosa, “le persone erano unite”. Si sono offerti volontari, hanno preparato i pasti l’uno per l’altro e hanno consegnato cibo ai soldati. Ora, ha detto, c’è un senso di delusione collettiva. Blyzniuk vive anche nella paura che suo marito o due figli in età da combattimento vengano mobilitati. Ha già notato che molti meno uomini camminano per le strade della sua città rispetto a prima. L’Ucraina non rivela il conteggio delle sue perdite militari, ma tutti condividono storie, ha detto, di reclute al fronte sopravvissute solo due o tre giorni.

Un militare dei reparti sanitari ha detto al WP che “a volte i corpi dei soldati sono così fatti a pezzi che devono usare due o tre sacchi per contenerli. Ci sono momenti in cui un soldato viene restituito con solo il 15% del corpo. Non ho mai visto così tanto sangue prima. È un prezzo così duro per la libertà”.

Brucia anche il contrasto tra i drammi della guerra e la vita “normale” di tanti a Kiev. Yulia Paltseva, 36 anni, ha detto al WP di essere rimasta scioccata dal modo in cui i residenti di Kiev continuano a fare feste e socializzare. Il suo ragazzo è al fronte e sarà presto trasferito a combattere vicino a Bakhmut.

“Tutte quelle persone che ballano e sorridono dovrebbero ricordare che ci sono quei soldati come il mio ragazzo nelle trincee senza alcuna rotazione e che vengono bombardati ogni giorno”, ha detto.

Le critiche tedesche ai militari ucraini

Testimonianze e analisi crude appaiono sempre più spesso sui media statunitensi, con minore frequenza su quelli europei mentre in Germania il quotidiano Bild ha rivelato il 24 luglio un documento riservato della Bundeswehr intitolato “Osservazioni sulle Forze armate ucraine”, in cui con molti dettagli si esprimono critiche alle forze armate ucraine per la fallita controffensiva.

In particolare i militari tedeschi lamentano la disorganizzazione delle forze di Kiev nonostante l’addestramento ricevuto in Germania. L’Ucraina, secondo la Bundeswehr, ha creato troppe piccole unità formate a volte solo da 10-30 soldati addestrati in occidente. Una situazione che aumenta il “pericolo di fuoco amico” e non aiuta a “stabilire una supremazia” sul campo come ci si aspettava, mentre “gli elementi di manovra mancano di punto focale per costruire il proprio slancio o stabilire la supremazia del fuoco”. Le Forze armate tedesche quindi attribuiscono il flop della controffensiva alla “dottrina operativa Ucraina”.

Secondo la Bundeswehr, non c’è stato un corretto apprendimento dell’addestramento occidentale, che ha contrastato con la dottrina di combattimento dei soldati ucraini più esperti. Secondo il documento, infatti, i militari più giovani o con esperienza recente di combattimento hanno ottenuto maggiore successo a livello di formazione rispetto ai veterani. Tuttavia, una volta tornati in Ucraina, hanno dovuto affrontare il problema di essere comandati da ufficiali che non hanno agito secondo le procedure occidentali.

Il documento tedesco evidenzia che la superiorità delle truppe ucraine su quelle russe, auspicata dagli addestratori dei Paesi occidentali, è “svanita” e sottolinea che “più un militare ucraino acquisisce esperienza di combattimento e più sale di gerarchia, meno interiorizza o accetta i fondamenti dell’addestramento occidentale”. Secondo l’analista militare Julian Röpke, in questo modo il comando ucraino annulla i successi dei soldati addestrati in Occidente e perde un vantaggio nel conflitto.

A Londra invece, il report quotidiano attribuito all’intelligence (in realtà un classico prodotto delle Operazioni Psicologiche) ha scritto qualche giorno or sono che la crescita della vegetazione sul campo di battaglia nel sud dell’Ucraina è probabilmente uno dei fattori che contribuiscono al generale lento progresso della controffensiva ucraina. Erbacce e arbusti sulla terra lasciata incolta per 18 mesi aiuterebbero i russi a camuffare le posizioni difensive rendendo più difficile la bonifica dei campi minati.

Valutazioni opportunistiche

Le valutazioni ingenerose della Bundeswehr non sembrano tenere conto di alcuni aspetti che peraltro avrebbero dovuto risultare evidenti già da tempo e che in più occasioni abbiamo evidenziato su Analisi Difesa.

Dal quartier generale di Berlino non è emerso nessun cenno di autocritica per l’addestramento sommario impartito in Germania come altrove per appena un paio di mesi in molti a casi a reclute del tutto inesperte, al rapido addestramento di equipaggi trasformati in carristi in appena 8 settimane e mandati all’assalto in mezzo a campi minati, droni, missili anticarro e artiglierie a bordo di carri armati e veicoli corazzati occidentali privi di protezioni aggiuntive e corazzature reattive.

Comprensibile che reclute inesperte abbiano appreso meglio come impiegare un veicolo corazzato occidentale rispetto ai veterani, abituati a impiegare quelli di tipo russo/sovietico (solo per citare una differenza, i carri russi hanno 3 uomini di equipaggio, quelli occidentali 4). Per i vertici militari di Berlino le problematiche emerse in battaglia non sono legate a singoli errori o carenze nell’addestramento effettuato dagli eserciti occidentali ma alla “dottrina operativa Ucraina”.

Eppure basterebbe notare che l’esercito di Kiev ha sofferto il sacrificio di tante brigate di veterani nelle battaglie invernali di logoramento a Bakhmut, Soledar, Avdiivka e Marinka. O che l’Ucraina ha ricevuto si tanti armamenti e veicoli ma delle tipologie più varie mettendo in campo 170 diversi sistemi d’arma principali e veicoli corazzati e blindati di cui è impossibile gestire la logistica specie in un contesto così usurante come una guerra convenzionale su vasta scala.

In un Occidente abituato da decenni a impiegare numeri limitati di militari professionisti in conflitti anti-insurrezionali non dovrebbe sfuggire la difficoltà a impiegare in una guerra a elevata intensità truppe di leva, spesso poco e mal addestrate ed equipaggiate, tenuto conto che l’Ucraina sta raschiando il fondo del barile per colmare nei ranghi i vuoti lasciati dalle perdite subite.

Sul sito del ministero della Difesa ucraino è recentemente apparsa un’ampia sezione che invita combattenti stranieri ad arruolarsi nella Legione Internazionale.

Peraltro le criticità anche sociali del sistema di arruolamenti di massa in una nazione ad altissimo tasso di corruzione e illegalità è apparsa in tutta la sua evidenza con la rimozione, ordinata da Zelensky l’11 agosto, di tutti i comitati militari regionali. Sono già in corso 112 procedimenti penali contro funzionari dei comitati con l’accusa di abuso di potere con casi di “arricchimento illegale e fondi ottenuti irregolarmente per profitti personali”.

Nell’ultimo mese alcuni responsabili dei Centri territoriali di reclutamento e sostegno sociale sono stati coinvolti in scandali e avrebbero incassato denaro, case all’estero e auto di lusso per evitare a qualcuno il richiamo alle armi. Senza contare che in tema di corruzione e malversazione anche la posizione del ministro della Difesa Oleksi Reznikov appare da mesi traballante.

Quanto alle critiche per i mancati successi ucraini qualche domanda dovremmo pure porcela anche in ambito UE/NATO. Possibile che nessuno abbia notato che per armare le reclute ucraine abbiamo svuotato i magazzini di munizioni ma anche di armi e mezzi a volte nuovi e in servizio, più spesso radiati da tempo e a volte in pessime condizioni?

Semmai dovremmo chiederci quanti reparti di eserciti NATO reggerebbero per oltre due mesi le perdite e l’usura di un’offensiva contro le linee russe a Bakhmut o l’assalto alla Linea Surovikin. Siamo certi che ci sia oggi un solo stato membro della NATO in grado di sopportare tra i propri militari di professione le perdite sofferte dagli ucraini di leva nel Donbass? Sopportarle non solo in termini militari ma anche di tenuta sociale e politica della nazione.

Di certo, dalle notizie emerse in questi ultimi 18 mesi, nessun esercito europeo avrebbe a disposizione il numero di truppe, armi pesanti e soprattutto munizioni per tenere 800 chilometri di fronte contro i russi neppure qualche settimana. Sarebbe meglio ricordare tutto questo prima di impartire lezioni col ditino alzato a chi in trincea combatte, muore o resta mutilato, per giunta andando all’assalto quasi sempre senza nessuna copertura aerea.

Prepararsi al peggio?

La tendenza allo scaricabarile, ad auto assolversi dalle responsabilità per una sconfitta che è anche nostra, (il sottosegretario di Stato Victoria Nuland ha detto che Washington ha lavorato per molti mesi con gli ucraini a pianificare la controffensiva) mentre i militari ucraini cadono a migliaia di fronte alle linee russe non fa onore all’Europa e alla NATO e potrebbe indicare l’affermarsi in Occidente di una nuova narrazione, tesa a prendere gradualmente le distanze dai fallimenti, sconfitte o mancate vittorie di Kiev.

I primi segnali di questa tendenza legata agli insuccessi della controffensiva ucraina si erano avuti al vertice NATO di Vilnius con il battibecco a distanza tra il ministro della Difesa britannico Ben Wallace e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky circa la necessità che gli ucraini mostrino riconoscenza per quanto fatto dall’Occidente per aiutarli.

Un dibattito presto rientrato ma a Vilnius gli ucraini hanno toccato con mano l’improvvisa freddezza degli alleati rispetto all’approccio applicato nel conflitto riassumibile nello slogan “armiamoci e partite”. Non si può escludere quindi che i vertici politici di Stati Uniti ed Europa abbiano ormai compreso che l’Ucraina non può vincere e che qualcuno cerchi una exit strategy dal conflitto, certo poco onorevole ma non sorprendente se guardiamo ai tanti precedenti da Saigon a Kabul.

L’Europa è economicamente in ginocchio, Germania e Italia in testa con le loro industrie manifatturiere: il crollo della produzione industriale unito a energia a caro prezzo ed incerto approvvigionamento e alta inflazione stanno concretizzando il rischio della de-industrializzazione. Solo negli ultimi giorni il Financial Times ha reso noto che le perdite dirette delle società europee nel mercato russo ammontano ad almeno 100 miliardi di euro dall’inizio della guerra in Ucraina senza contare l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime con il settore petrolifero che ha sofferto maggiormente.

Eppure solo un anno or sono Ursula von der Leyen (peraltro in buona compagnia) ci spiegava che la Russia sarebbe collassata in poche settimane e che i soldati russi rubavano le schede elettroniche da frigoriferi e lavatrici per sopperire alle carenze dell’industria bellica.

Invece, comunque vada sui campi di battaglia ucraini, l’Europa ha già rovinosamente perso il conflitto e a spiegarci quello che ci attende nel dopoguerra ha provveduto l’8 agosto l’economista statunitense Kenneth Rogoff, professore d’economia ad Harvard e già capo economista del Fondo Monetario Internazionale, spiegando che “i costi della ricostruzione dell’Ucraina saranno probabilmente molto più alti del previsto” (700/1.000 miliardi di euro) e l’Europa, che finora ha contribuito “relativamente poco” alla difesa di Kiev, si dovrebbe assumere “quanto prima” la responsabilità della ricostruzione.

Secondo Rogoff, “la necessità che l’Europa si faccia avanti e si assuma le proprie responsabilità è sempre più urgente” perché gli interessi europei “sono più strettamente allineati con quelli dell’Ucraina”. Inoltre, “anche se il sostegno militare degli USA all’Europa e all’Ucraina dovesse essere confermato dopo le elezioni presidenziali, l’entusiasmo dell’America per degli aiuti finanziari a lungo termine probabilmente svanirà indipendentemente dal risultato elettorale”.

I prodromi della sconfitta?

Oltreoceano lo scenario che si sta delineando appare quindi chiaro: dopo essersi suicidata con sanzioni e guerra alla Russia per seguire supinamente gli anglo-americani, l’Europa impoverita, indebolita e disarmata dovrà farsi carico anche della ricostruzione di un’Ucraina devastata che rappresenterà a lungo un fardello per il Vecchio Continente.

Del resto in autunno prenderà il via un’altra infuocata campagna per la Casa Bianca e nessun candidato incasserà consensi dal permanere del rischio di una guerra con la Russia in cui non si può mai escludere l’escalation nucleare, né tantomeno dal buttare denaro nel tritacarne ucraino

Lo ha ricordato indirettamente il 4 agosto un sondaggio pubblicato da CNN in cui emerge che il 55% degli americani è contrario ad ulteriori stanziamenti federali per l’Ucraina: il 51% degli intervistati ritiene che Washington abbia fatto abbastanza per Kiev, contro un 48% di opinione contraria, in netto calo rispetto al 62% di un anno fa.

Per quanto riguarda il genere di aiuti da fornire, il 63% menziona la cooperazione d’intelligence, il 53% l’addestramento militare, il 43% la fornitura di armi e solo il 17% sosterrebbe un dispiegamento di truppe statunitensi sul terreno. Il sondaggio dimostra inoltre una forte divisione basata sullo schieramento politico: il 71% di coloro che si dichiarano Repubblicani si oppongono ad ulteriori finanziamenti da parte del Congresso, mentre il 62% dei Democratici è favorevole.

Per chiarire ancora meglio lo scenario che si sta configurando negli Stati Uniti, il 12 agosto il deputato repubblicano Warren Davidson ha scritto su X (ex Twitter) che “gli americani sono stanchi di finanziare infinite guerre per procura. Oggi io e i miei colleghi abbiamo inviato una lettera chiedendo al presidente Biden di ritirare l’ultimo pacchetto di aiuti fino a quando il Congresso non avrà ricevuto una strategia e una missione complessiva per il coinvolgimento in Ucraina”.

Nella lettera, sottoscritta insieme con altri 11 colleghi della Camera dei Rappresentanti, si legge: “Stiamo scrivendo per esprimere la nostra forte opposizione alla Sua più recente richiesta di stanziamenti supplementari di 40 miliardi di dollari, inclusi 24 miliardi per l’Ucraina. Questa richiesta aggrava la spesa in deficit fuori controllo della Sua amministrazione e aggira l’accordo bipartisan sul tetto del debito. Gli americani sono stanchi di finanziare guerre infinite e vogliono politiche che non solo aiutino a ripristinare la situazione fiscale a Washington, ma mettano anche l’America e i cittadini americani al primo posto”.

Davidson e i repubblicani hanno scritto che prima che “il Congresso possa finanziare responsabilmente la guerra per procura in corso in Ucraina”, l’amministrazione Biden “ha l’obbligo di spiegare, esplicitamente e ufficialmente, ciò che gli Stati Uniti stanno cercando di ottenere in Ucraina”. I firmatari della lettera chiedono al presidente di “ritirare” la sua richiesta di stanziamenti multimiliardari fino a quando non fornirà “al Congresso una strategia e una missione complessivi per il coinvolgimento degli Stati Uniti in Ucraina”.

La lettera di Davidson costituisce probabilmente solo un anticipo dell’aspro dibattito che si svilupperà nei prossimi mesi negli Stati Uniti sulla guerra in Ucraina, col rischio che dalle critiche alle spese finanziarie e al coinvolgimento militare ad annunciare che “questa non è la nostra guerra” il passo sia davvero breve.

Fonte