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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/10/2026

Isteria e nemici interni dentro l’ossessione per la guerra ibrida

È stato sufficiente che l’edizione di giovedì del giornale Politico.eu scrivesse qualche riga per mettere in moto una valanga, rivelando che l’Unione Europea ritiene di trovarsi di fronte all’escalation delle operazioni ibride russe e che si sta preparando all’eventualità in cui, prima o poi, queste azioni provochino delle vittime in Paesi Ue o Nato. Insomma quasi un auspicio che da qualche parte ci scappi il morto da poter strumentalizzare ai fini della propaganda di guerra, sia sul fronte esterno che sul fronte interno.

Si tratta di uno scenario che in Italia abbiamo purtroppo visto e subìto spesso: dalla strage di Piazza Fontana in poi. Su questo, nostro malgrado, potremmo tenere delle lectio magistralis a tutti gli altri paesi europei che non hanno sperimentato tragedie e orrori analoghi

Il giornale Politico.eu riferisce di una riunione di diplomatici della Ue a porte chiuse, senza telefonini e senza assistenti, che ha valutato il rischio di attacchi gravi, “capaci di provocare vittime su larga scala”. Due fonti diplomatiche hanno confermato a Politico che una riunione degli ambasciatori presso l’Ue, svoltasi mercoledì scorso, ha riguardato proprio questo tipo di scenario.

Per una fonte diplomatica citata dal sito, “data la portata e la vastità dell’azione russa, è inevitabile che prima o poi vi siano delle vittime. È pura fortuna che non ce ne siano ancora state”.

“È abbastanza ovvio che, quando la Russia utilizza strumenti sempre più letali per mettere alla prova la nostra preparazione e la nostra volontà di adottare contromisure, a un certo punto ci saranno delle vittime”, ha dichiarato a Politico la finlandese Teija Tiilikainen, direttore del Centro europeo di eccellenza per il contrasto alle minacce ibride. “Prima o poi, intenzionalmente o meno, questo è ciò che accade”.

Se diversi cittadini di Paesi membri dell’UE o della NATO venissero uccisi in quello che sembra essere un attacco, la pressione ad agire sarebbe enorme per entrambe le istituzioni. “Temiamo fortemente che a un certo punto venga tolta la vita a un nostro alleato”, ha affermato un diplomatico della NATO, il che renderebbe la pressione ad agire “molto alta”, riporta ancora Politico.eu.

Ma l’isteria ormai è talmente dilagante che alcuni Paesi membri della Ue, ritengono che debba essere la Nato e non l’Unione Europea la sede opportuna per trattare di questi argomenti e le possibili soluzioni, soprattutto perché le riunioni della Ue sarebbero troppo “porose” per la fuga di notizie o di informazioni sensibili.

A rendere il tutto ancora più strumentalizzabile ai fini della mera propaganda di guerra esterna ed interna in Europa, vi è anche il tentativo di leggere le proteste giovanili e popolari in Francia come eterodirette o articolazioni di progetti di destabilizzazione. E in questo gioco sporco tutto fa brodo, dalla guerra ibrida della Russia alle ambizioni dell’islam politico.

“Quello che sta accadendo in Francia non è altro che immigrazione di massa fuori controllo”, ha scritto Donald Trump il 6 ottobre sul suo social Truth riferendosi agli scontri e alle manifestazioni che stanno attraversando la Francia. Per il presidente americano “non si tratta delle scuole”, ma dell’“Islam che vuole prendere il controllo di un Paese un tempo grande”.

A fargli eco è subito arrivato l’eurodeputato lepenista Fabrice Leggeri, esponente del gruppo della destra dei Patrioti al Parlamento di Strasburgo, secondo il quale “sulle proteste in Francia Trump non ha del tutto torto”. Perché, ha affermato durante un punto stampa al Parlamento Europeo, “le rivolte in corso, le rivolte dei cosiddetti studenti o presunti studenti, sono di fatto strumentalizzate dall’estrema sinistra e, come sappiamo, l’estrema sinistra è infiltrata da elementi islamisti”.

L’isteria crescente delle classi dominanti – e dei mass media da esse finanziati – ormai buttano tutto nel calderone del “nemico interno”: agenti russi, cittadini pagati dai russi, ingerenze islamiche e, ovviamente, i partiti della sinistra e i comunisti.

Se al posto degli ebrei mettiamo gli islamici, sono esattamente gli stessi nemici messi all’indice in Europa dai nazifascisti negli anni Trenta.

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01/10/2026

Quel che zoppica nel tentato “attentato” all’aereo da Dubai

Alla fine “l’attentato” preannunciato più volte da Netanyahu è arrivato. Non è stato proprio quel che sperava il vertice di Israele, dato che l'azione appare piuttosto “casareccio” nell’attuazione, ma sufficientemente simile ad attentati veri da poter passare per tale.

Andiamo con ordine. Nella mattinata di mercoledì 30 settembre un volo di FlyDubai è stato costretto a un atterraggio d’emergenza in Arabia Saudita, a Tabuk, dopo che il copilota ha aggredito il primo pilota con l’obiettivo di far schiantare l’aereo, su cui viaggiavano 174 passeggeri, quasi tutti israeliani.

Sulle prime la notizia parlava di una rissa tra i due piloti – sì – ma con altra nazionalità: uno russo e l’altro ucraino. Comprensibile che potesse esserci qualche screzio...

Poi la contronotizia. Il russo e l’ucraino c’erano davvero, ma tra i passeggeri. Sono infatti due piloti della stessa compagnia che tornavano indietro per un turno di riposo. Bloccato “l’attentatore”, si sono messi ai comandi ed hanno fatto atterrare il velivolo, cosa impossibile per chiunque altro a bordo.

Il co-pilota, bloccato dopo aver ferito il collega indiano, e a sua volta ferito non dalla “reazione dei passeggeri” ma dagli agenti della sicurezza israeliana a bordo in incognito, è di nazionalità omanita. Ora viene descritto come un possibile “integralista” perché sarebbe stato visto “pregare in maniera eccessiva” e prchè “non dava la mano alle donne”.

Non deve sorprendere che tutti i piloti a bordo fossero “stranieri”. Nei paesi arabi del Golfo, ricchi di petrolio e gas ma non di popolazione, è normale che a lavorare siano quasi soltanto immigrati. Indiani, pakistani, bengalesi e cingalesi per i “lavori pesanti”, mentre per le professioni si prende un po’ di tutto, purché con le competenze giuste. I “locali”, in genere, danno gli ordini...

La dinamica, ancora da indagare, pare abbastanza semplice. Il volo FZ1073 di FlyDubai – decollato dall’aeroporto internazionale di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti – ha lanciato un segnale di emergenza dopo due ore di volo. I dati di tracciamento hanno evidenziato un’improvvisa perdita di quota del velivolo, che è sceso di 4mila metri in soli 29 secondi. Nella cabina di pilotaggio stava avvenendo la “rissa”, con il pilota omanita deciso a far schiantare l’aereo a terra e l’indiano – Smit Machchhar il suo nome – che non poteva ovviamente essere d’accordo.

Quando Machchhar è riuscito a sbloccare la porta della cabina, nonostante tutto, sono entrati gli agenti in borghese che hanno immobilizzato il copilota armato di un taglierino.

Da dove nasce allora il format dell’“attentato”?

L’areo emiratino era diretto a Tel Aviv, con 174 persone a bordo, quasi tutte israeliane. L’ipotesi più attendibile – al momento – è che l’omanita abbia improvvisato proprio per questo una mossa suicida, alla “muoia Sansone con tutti i filistei”, come risposta solitaria al genocidio e alle guerre in Medio Oriente.

Israele, a partire da Netanyhau e dal ministro della difesa Katz, insiste invece sull’“attentato terroristico”, ossia sull’evocazione di un “nemico islamista” tale da giustificare la continuazione della “guerra su sette fronti” almeno fino alle elezioni del 27, quando “Bibi” potrebbe finire defenestrato senza peraltro che lo stato sionista cambi di una virgola la sua aggressività mondiale.

Da parte nostra siamo costretti a far notare un paio di banalità piuttosto decisive. Un “attentato terroristico” richiede l’esistenza di una organizzazione. Un pilota affiliato ad un’organizzazione, anche se di dimensioni artigianali, ha cento modi di introdurre a bordo quanto occorre – può bastare qualche etto di esplosivo – per provocare la caduta dell’aereo senza possibili intoppi né salvataggi in extremis.

Ed un’“organizzazione terroristica” – possibilmente fantasma e non reale, perché i terroristi veri come Al Jolani, ex capo dell’Isis in Siria, è ora presidente ricevuto dappertutto in Occidente – è ciò di cui Israele ha bisogno per andare avanti nel suo disegno espansionista e genocida.

Cosa abbia pensato e fatto il pilota omanita lo sapranno per primi i servizi segreti sauditi che lo stanno interrogando  e – come ha purtroppo sperimentato il giornalista Kashoggi – non conoscono limiti, al pari degli altri servizi omologhi. Poi verrà elaborata una versione pubblica confezionata in modo da soddisfare i gusti e le necessità degli altri attori in Medio Oriente. Oppure no, perché anche l’Arabia Saudita appare un po’ stufa di “soddisfare Israele”.

Per l’immediato, insomma, siamo costretti a sorbirci il “trattamento hollywoodiano” messo in piedi dall’hasbara ed accolto senza dubbi dal sistema mediatico occidentale, con “l’idraulico eroe” che sarebbe entrato per primo nella cabina di pilotaggio.

I dettagli sono in questo senso importanti: “Un idraulico israeliano che non aveva mai praticamente preso un aereo in vita sua ha visto cosa stava succedendo. L’aereo stava andando in picchiata, l’idraulico ha trascinato il copilota via dai comandi: lavorare con i tubi rende forti... Ha preso i comandi, è stato in grado di risollevare l’aereo prima che si schiantasse. Poi sono intervenuti uomini della sicurezza che erano seduti in coda e sono intervenuti altri piloti”.

È la versione raccontata da Trump dopo una telefonata con Netanyahu, aggiungendo altri “scoop” deliziosi: “Un idraulico ha avuto la capacità di prendere i comandi e di evitare un disastro. E ha detto che ha imparato a pilotare un aereo guardando un programma in tv, Air Disasters”.

Diciamoci la sincera verità: chi di voi non sarebbe in grado di pilotare un aereo da 120 milioni, lungo 44 metri, pesante 70 tonnellate, dopo aver visto distrattamente qualche telefilm catastrofista?

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22/09/2026

I giornali italiani arruolati alla propaganda di guerra

L’ editoriale del Corriere della Sera di un giornalista di solito serio come Danilo Taino (“La guerra ibrida è tra noi”), indica come la propaganda di guerra abbia ormai perso i freni inibitori e istighi apertamente l’opinione pubblica a schierarsi – o almeno a non opporsi – al coinvolgimento dell’Italia nella guerra contro la Russia.

Nell’editoriale del Corriere, non solo si fanno proprie tutte le panzane della propaganda di guerra diffuse in questi anni dagli ambiti Nato e dai guerrafondai europei (in particolare britannici, baltici e Polonia), ma si torna a maneggiare come una clava il tema della guerra ibrida come strumento indefinibile – ma ampiamente utilizzabile – per mettere il bavaglio a chi si oppone alla guerra e al riarmo. È diventata infatti ossessiva l’allusione a quel “il nemico è tra noi”.

In tal senso l’editoriale di Danilo Taino fa il paio con quello di alcuni mesi di Antonio Polito, sempre sul Corriere della Sera, nel quale si affermava che “la guerra si vince innanzitutto sul fronte interno”, cioè azzittendo chi la contrasta all’interno del proprio paese.

Per il Corriere della Sera, ma non solo, quelli che non sono allineati con le pulsioni guerrafondaie di Bruxelles sono tutti agenti della Russia. Mai che venissero sfiorati dal dubbio che le istituzioni europee e le loro politiche economico/sociali fossero già abbondantemente odiate anche prima del febbraio 2022. Non a caso ogni volta che nei paesi europei si sono tenuti dei referendum in materia di trattati, le oligarchie europeiste sono sempre uscite sconfitte dal voto popolare.

Al contrario, nonostante i chiari segnali di indignazione popolare contro l’austerity e le conseguenze della “competitività”, hanno continuato ad andare avanti con il pilota automatico.

Lo si capisce quando l’editoriale sul Corriere scrive che: “La crescita della filorussa AfD in Germania, la possibile vittoria di Marine Le Pen (non schierata con l’AfD ma sensibile alle posizioni di Mosca) alle presidenziali francesi in aprile, le elezioni dell’anno prossimo in Spagna, Polonia, Italia, Grecia, Finlandia, Paesi baltici: Putin conta di mostrare appoggi tra gli elettorati e, allo stato delle discussioni, ha qualche buona chance di successo”.

La conclusione di questa disamina non è solo fuorviata e fuorviante, è decisamente inquietante. Secondo Danilo Taino “In questa strategia, le quinte colonne in Europa – partiti, movimenti, intellettuali, alcuni media – sono essenziali per il Cremlino”.

Dunque, fattori come il fatto che la maggioranza del paese sia contraria al riarmo e al coinvolgimento dell’Italia nella guerra; che i giovani abbiano detto chiaramente che di “morire per Kiev” non ci pensano proprio (e non solo quelli di Cambiare Rotta ma, sorpresa, anche dentro i giovani del Pd); che il posizionamento sulla guerra potrebbe fare la differenza sui risultati delle prossime elezioni in Italia, non li sfiora nemmeno, al contrario spinge anche giornalisti fino a ieri attendibili ad arruolarsi vergognosamente nel partito della guerra.

Tant’è che l’editoriale del Corriere insiste nell’invocare ordine e disciplina sul fronte interno. “Sarebbe bene che chi ha al proprio interno quinte colonne filorusse, di destra o di sinistra – Francia, Germania, Italia, Spagna – chiarisca senza timidezze la realtà della situazione. In Italia, la discussione (si fa per dire) sui disertori, è una buona occasione per spiegare la sfida che ci sta di fronte”.

Questa logica, inevitabilmente, porta al bavaglio nell’informazione e alla repressione del dissenso politico in nome di quella che chiamano “guerra ibrida” e che questo, come altri documenti, definiscono ormai come una “sfida esistenziale” e che richiede anche il ricorso alla guerra contro la Russia.

È evidente come da tempo questo sia ormai l’ordine di batteria nelle redazioni dei giornali “europeisti” e reazionari come nei telegiornali pubblici e privati. Chi dissente, senza neanche un minimo di prova né di decenza, viene ormai considerato un agente del nemico. Si aggrappano a questa finzione per cercare di mantenere al potere le stesse classi dominanti che hanno portato alla regressione complessiva i loro paesi e le loro società.

La lotta aperta contro il riarmo e la guerra torna dunque ad essere uno spartiacque della politica e una clausola di salvaguardia sulla democrazia e sul futuro prossimo del nostro e degli altri paesi europei. Questa è la vera sfida esistenziale.

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15/09/2026

Come Hollywood ha spianato la strada alla guerra all'Iran

Prima di poter essere uccisi, gli iraniani dovevano diventare dei bersagli legittimi. Ed è esattamente ciò che hanno fatto serie come Homeland e Tehran.

Se una prima generazione di film hollywoodiani aveva costruito l’immagine di un Iran fanatico, arretrato e selvaggio, le recenti serie israeliane non si limitano a riproporne la disumanizzazione: trasformano l’Iran in una zona di guerra attiva nel nostro immaginario.

La serie Tehran si apre con un volo in partenza da Amman e diretto a Nuova Delhi. L’aereo effettua un atterraggio inaspettato in Iran; due passeggeri, una giovane coppia israeliana in viaggio con lo zaino in spalla, si ritrovano improvvisamente in territorio indesiderato. Sono semplici turisti che hanno prenotato un biglietto; non hanno idea che l’atterraggio sia stato organizzato dal Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, per far entrare clandestinamente un agente in Iran.

La coppia viene fatta scendere dall’aereo, privata dei passaporti, interrogata e ripetutamente schiaffeggiata dagli agenti. La luce è fioca e gli uomini iraniani sembrano impassibili. I turisti, invece, sono terrorizzati, e ogni minimo segno di paura cattura l’attenzione del pubblico. Nei primi minuti, la serie ha chiarito di chi è la paura che dovremmo provare.

Tehran è un thriller di Apple TV che ha vinto l’International Emmy Award 2021 come miglior serie drammatica. È anche una produzione israeliana, creata da Moshe Zonder, sceneggiatore della serie israeliana di successo Fauda.

Tehran è stata trasmessa per la prima volta dall’emittente pubblica israeliana Kan 11 nel 2020 e ha raggiunto il pubblico americano e globale tramite Apple TV. La sua terza e ultima stagione è stata posticipata dopo la guerra di dodici giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025; è stata poi rilasciata settimanalmente dal 9 gennaio al 27 febbraio 2026, nella breve finestra temporale tra la prima guerra e la seconda guerra israelo-statunitense che sarebbe seguita pochi giorni dopo.

Una precedente generazione di film hollywoodiani ha costruito un’immagine dell’Iran come fanatico, arretrato e selvaggio: “Non senza mia figlia” mostrava un marito amorevole che si trasformava in un fanatico; “300” dipingeva gli antichi persiani come nemici dell’Occidente; “Argo” concedeva agli iraniani un motivo di risentimento prima di ridurli a una folla anonima. Insieme, questi film hanno creato un’immagine duratura di un popolo spogliato della sua normale vita interiore.

Più recentemente, le serie televisive israeliane hanno portato avanti questa eredità, non solo riproponendo la disumanizzazione degli iraniani, ma trasformando l’Iran in una zona di guerra attiva nella nostra immaginazione. Inoltre, la mancanza di una rappresentazione autentica dell’Iran nelle televisioni americane ha spinto parte della diaspora a rifugiarsi in una fantasia personale – un Iran dorato, pre-1979, privato della sua vera storia – e ha indotto gli attori iraniano-americani a dare un volto a questa identità.

Il documentario di Jack Shaheen, Reel Bad Arabs, ha analizzato come, nel corso del XX secolo, Hollywood abbia rappresentato gli abitanti del Medio Oriente attraverso stereotipi disumanizzanti e orientalisti. Storicamente, questi stereotipi sono stati ampiamente utilizzati anche contro l’Iran e gli iraniani.

Non senza mia figlia (1991) si apre con Sayyed “Moody” Mahmoody (Alfred Molina), un marito e medico affettuoso e occidentalizzato che vive agiatamente in America, il quale si trasforma quasi immediatamente nel momento in cui porta la moglie e la figlia a far visita alla sua famiglia religiosa a Teheran.

L’uscita del film è avvenuta dopo un decennio in cui gli Stati Uniti avevano sostenuto l’Iraq nella sua guerra contro l’Iran, proprio mentre l’Iran si stava adoperando per migliorare le relazioni con Washington. Ironicamente, il film è stato girato quasi interamente in Israele, con attori israeliani che interpretavano molti degli iraniani sullo schermo.

Oltre un decennio dopo, 300 (2006) trasformò gli antichi Persiani in un esercito di mostri contrapposti a una manciata di nobili Spartani amanti della libertà, considerati i rappresentanti dell’Occidente. Uscito solo un paio d’anni dopo che George W. Bush aveva definito l’Iran parte di un “asse del male”, il film fu talmente eccessivo che la delegazione iraniana all’UNESCO protestò formalmente, definendolo un insulto deliberato e parte di una guerra psicologica contro l’Iran.

Argo (2012) si apre riconoscendo il colpo di stato del 1953, appoggiato da Stati Uniti e Gran Bretagna, che riportò al potere lo Shah e rovesciò il governo democraticamente eletto del Primo Ministro Mohammed Mossadegh. Ma dopo questo momento di chiarezza, il resto del film riduce gran parte della popolazione iraniana a un’unica folla urlante che cerca di provocare una crisi con ostaggi.

Uscito proprio mentre le sanzioni di Obama stavano contraendo l’economia iraniana, causando carenze di medicinali e rendendo l’aria di Teheran irrespirabile, le intenzioni apparentemente nobili del film si sono perse nella sua fin troppo familiare disumanizzazione degli iraniani nel loro complesso.

In questi film, tra le produzioni hollywoodiane più popolari sull’Iran, emerge uno schema ricorrente: gli iraniani vengono rappresentati come minacce, folle, fanatici e mostri.

Negli ultimi cinque anni, però, il tono della disumanizzazione è cambiato. Le produzioni precedenti negavano agli iraniani la loro piena umanità. La nuova ondata di programmi televisivi israeliani, distribuiti negli Stati Uniti, si spinge oltre, trasformando l’Iran stesso in una zona di guerra da bombardare.

Homeland è il ponte tra le due epoche. Questa serie è andata in onda dal 2011 e ha vinto numerosi Emmy. È tratta dalla serie israeliana Prisoners of War, creata da Gideon Raff, che ha anche sviluppato la versione americana.

Dopo essersi concentrata su altre parti della regione, nella sua terza stagione, nel 2013, Homeland ha rivolto la sua attenzione all’Iran. La serie ha inviato un agente americano, Nicholas Brody (Damian Lewis), a Teheran per uccidere il capo delle Guardie Rivoluzionarie, in modo che un informatore statunitense all’interno dei servizi segreti iraniani potesse prenderne il posto.

L’apparato di sicurezza iraniano viene rappresentato come qualcosa in cui gli americani possono infiltrarsi e controllare dall’interno. Brody uccide il comandante nel suo ufficio, ma quando viene catturato, viene impiccato davanti a una folla in una piazza pubblica.

Majid Javadi fu interpretato da Shaun Toub, lo stesso attore di origine iraniana che in seguito avrebbe dato un ruolo di primo piano a Theran nei panni dell’ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie Faraz. Un attore della diaspora, ingaggiato per interpretare i membri dello stato di sicurezza iraniano sia nell’immaginario americano che in quello israeliano.

Homeland si basava in gran parte sulla vecchia logica “gli americani sono buoni, gli iraniani cattivi”. Persino il Washington Post lo definì “il programma televisivo più bigotto” e nel 2015 alcuni artisti arabi ingaggiati per decorare un set inserirono la frase “Homeland è razzista” in un episodio in arabo, senza che nessuno se ne accorgesse fino alla messa in onda.

Mentre Argo condannava l’intervento militare segreto degli Stati Uniti in Iran, Homeland invitava il pubblico a considerarlo come un’opzione potenzialmente auspicabile. La serie è uscita proprio mentre il Mossad perpetrava un’ondata di assassinii per le strade di Teheran. C’è forse da stupirsi che Homeland fosse basata su una produzione israeliana?

Tehran merita un’analisi approfondita proprio perché non si considera uno strumento propagandistico e si sentirebbe ferita da tale accusa. Accettando l’Emmy, la produttrice esecutiva Dana Eden ha descritto la serie come uno show “che parla di comprendere l’essere umano dietro il nemico” e ha espresso la speranza che iraniani e israeliani possano un giorno incontrarsi come amici. Questa formulazione sottintende una risposta. Definire qualcuno “l’essere umano dietro il nemico” significa averlo già di per sé disumanizzato.

La televisione israeliana non si distacca dallo Stato che drammatizza: Fauda, ​​il modello per l’intero genere (e incentrato sui palestinesi), è stata creata da ex soldati delle forze speciali e interpretata da ex militari, molti dei quali sono tornati a combattere negli ultimi anni.

Queste serie appartengono anche a una lunga tradizione israeliana che i critici definiscono “sparare e piangere”, storie che permettono al soldato di elaborare il proprio lutto per la violenza commessa, umanizzando il carnefice mentre le persone che la subiscono rimangono quasi invisibili.

Tehran estende questa tradizione, invitandoci a sentire il peso morale che grava sull’agente israeliano, mentre gli iraniani con cui si muove diventano lo sfondo della sua coscienza.

Questo si può notare in ciò che accade agli uomini iraniani nel corso delle tre stagioni di Tehran. Il caso più lampante è Milad Kahani (Shervin Alenabi), l’hacker e dissidente iraniano che viene presentato come uno degli obiettivi di Tamar (Niv Sultan), la protagonista israeliana della serie. Diventa il suo amante e compagno nella missione. La serie gli permette di desiderare qualcosa.

La seconda stagione si apre con la promessa di una fuga: Tamar può lasciare il Mossad e scappare in Canada con lui, e per un certo periodo la serie ci fa credere in quel futuro ordinario, due persone che se ne vanno, costruendosi una vita lontano dal regime che lui disprezza.

Questo momento, però, non arriva mai. Nel finale della seconda stagione, mentre lui e Tamar cercano di fuggire dall’Iran insieme, Milad viene ucciso da una bomba piazzata sulla loro auto, rimanendo intrappolato tra le fiamme mentre lei sopravvive. La sua morte lascia Tamar sola a Teheran e segna l’inizio del suo isolamento per la stagione successiva. La serie ha impiegato due anni per farci amare Milad, prima di eliminarlo improvvisamente, per esigenze di sopravvivenza e crescita della protagonista israeliana.

Ai personaggi israeliani viene concesso tutto ciò che viene negato agli iraniani. Quando una missione metterebbe a rischio uno dei loro, il Mossad la annulla piuttosto che perdere anche un solo agente. Le vite degli israeliani sono preziose, contate e protette una alla volta.

La stessa Tamar è un personaggio con una vera coscienza: nella terza stagione si oppone a un piano per bombardare la città, preoccupata per i comuni cittadini iraniani che morirebbero. La sua paura e i suoi dubbi su chi la governa trovano spazio sullo schermo. Gli israeliani sono persone le cui scelte pesano su di loro, mentre gli iraniani sono la terra su cui camminano, sacrificabili ai fini della serie e della trama.

Le istituzioni sono strutturate in modo simile, con lo stesso squilibrio. Il quartier generale del Mossad è un luogo luminoso e tecnologicamente avanzato, popolato da individui complessi e umani. L’Iran, invece, è immerso nella polvere e nella cruda luce fluorescente: un luogo pieno di agenti della sicurezza prepotenti, interrogatori che torturano, poliziotti che appaiono incompetenti e uno Stato che insegna ai suoi agenti che la lealtà conta più della famiglia.

Quando la serie cerca un personaggio iraniano con cui empatizzare, di solito sceglie qualcuno che desidera l’Occidente, si toglie il velo o odia il governo, il che significa che gli concede simpatia in proporzione esatta a quanto concorda con la visione già diffusa all’estero sul suo paese.

In questo modo, la serie suggerisce anche che gli iraniani contrari al proprio governo dovrebbero cercare un amico in Israele, che, ben lungi dall’essere il regime di apartheid responsabile di genocidio della realtà, viene invece ritratto come “un aiuto per i combattenti per la libertà”.

Nella terza stagione, la finzione si allinea alla realtà. Mentre le prime due stagioni si basavano su interessi personali, spionaggio, sabotaggio e vendetta, la terza stagione si riorganizza quasi interamente attorno al programma nucleare iraniano.

La serie presenta l’Iran impegnato in una corsa segreta verso la bomba atomica, una finzione che non a caso è stata l’argomentazione centrale delle richieste, per decenni, dello Stato israeliano sull’urgente necessità di attaccare l’Iran.

Gli ispettori si muovono nei corridoi di controllo a Natanz mentre le autorità nascondono le loro reali intenzioni. Una testata nucleare viene costruita in silenzio in vista di un eventuale test, e un religioso appare sullo schermo per citare le Sacre Scritture a giustificazione dell’operazione (mentre in realtà le autorità religiose iraniane hanno ripetutamente dichiarato che le bombe nucleari sono inammissibili nell’Islam). La serie dipinge l’Iran come una vera e propria minaccia nucleare, sottolineando al pubblico che la guerra non è solo imminente, ma necessaria.

Ciò che la serie non menziona mai è l’effettivo arsenale nucleare presente nella regione: quello israeliano non dichiarato e non accessibili agli ispettori. Questo aspetto è completamente estraneo alla narrazione.

Per molti spettatori, una serie come questa è lo strumento tramite cui imparano a conoscere l’Iran. Assorbono l’essenza del Paese in modo più vivido attraverso una serie televisiva che attraverso un notiziario. Quando cadono le bombe, il pubblico non solo conosce la storia perché l’ha vista in TV, ma comprende la guerra contro l’Iran come qualcosa di naturale e giustificato, perché ne ha già visto lo svolgersi e ne ha assimilato le (false) giustificazioni.

L’ottavo e ultimo episodio della terza stagione, intitolato “Sull’orlo dell’abisso”, narra la distruzione del programma nucleare iraniano. La stagione culmina con un attacco israeliano volto a porre fine alla minaccia una volta per tutte e a smascherare l’occultamento del programma da parte dell’Iran, con Israele che interpreta il ruolo eroico di salvatore del mondo attaccando l’Iran.

L’episodio finale della stagione è stato trasmesso in anteprima negli Stati Uniti il ​​27 febbraio 2026.

La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran è iniziata il 28 febbraio 2026.

Il linguaggio utilizzato in tutta la serie svolge un ruolo fondamentale, definendo ripetutamente lo stato iraniano come “Il Regime”. Mentre le produzioni precedenti ritraevano gli iraniani come ampiamente legati al loro governo, la nuova ondata li dipinge uniformemente in opposizione.

Il filosofo Omid Mehrgan ha un nome per descrivere le conseguenze di questa situazione: “rende l’Iran vulnerabile”. Sostiene che una costante spaccatura retorica tra il popolo iraniano e il suo “regime” permette di presentare un attacco al Paese come un’azione che risparmia la popolazione e punisce solo i governanti, poiché lo Stato viene percepito come “un’entità esistente ma priva di legittimità popolare”, qualcosa di estraneo alla popolazione che governa.

Una volta che l’Iran viene immaginato come “occupato”, le sue città diventano bersagli e la colpa della loro distruzione ricade sul governo, non sulle potenze straniere che le stanno bombardando. Theran mette in scena questa dicotomia per lo spettatore, inquadratura dopo inquadratura.

La struttura narrativa di questo film suggerisce che gli iraniani abbiano bisogno di un salvatore esterno, riproponendo letteralmente gli appelli a una “missione di salvataggio” che Reza Pahlavi, strettamente legato a Israele, utilizzò per giustificare l’attacco israeliano e statunitense all’Iran. La simpatia del pubblico si rivolge direttamente all’agente di uno Stato che sta bombardando il Paese sullo schermo.

Non sono solo i personaggi iraniani di fantasia a essere rappresentati in opposizione al loro governo sullo schermo; molti degli attori che li interpretano sono essi stessi di origine iraniana. Tra questi, Navid Negahban, l’attore nato in Iran che interpreta Masoud, affiliato al Mossad, in Tehran e il genio del terrorismo Abu Nazir in Homeland. Consapevolmente o meno, molti attori della diaspora iraniana finiscono per interpretare ruoli che giustificano implicitamente la guerra contro il loro paese.

Nel luglio del 2024, il leader di Hamas Ismail Haniyeh fu assassinato a Teheran in un’operazione ampiamente attribuita a Israele. In risposta, l’attrice Niv Sultan, che interpreta l’agente del Mossad al centro della serie, pubblicò un video in cui sorseggiava un caffè e faceva l’occhiolino alla telecamera. I media israeliani e internazionali interpretarono l’occhiolino come un riferimento al lavoro del suo personaggio.

Un vero omicidio nella vera Teheran è diventato un’occasione pubblicitaria per il fittizio agente del Mossad. Proprio come una serie televisiva di fantasia sull’attacco all’Iran ha spianato la strada a una guerra reale che ha causato la morte di migliaia di iraniani.

*****

Il consenso alla guerra non nasce la mattina in cui cadono le bombe. Si costruisce nel corso degli anni, nel lento accumulo di immagini che si sedimentano prima del momento, nella determinazione di quale morte diventerà una tragedia e quale passerà inosservata. Il fanatico sul manifesto, la folla anonima, l’iraniano a Teheran eliminato per alimentare la narrazione di qualcun altro: nessuno di questi elementi è separato dalla guerra.

L’aspetto più crudele dell’immagine non è la falsità in sé, ma far sì che la menzogna venga percepita come conoscenza, in modo che, quando arriva il momento di distogliere lo sguardo da ciò che viene fatto agli iraniani, tale distogliere lo sguardo appaia giustificato, naturalizzato, normalizzato.

Prima che gli iraniani venissero uccisi, dovevano diventare assassinabili. E serie televisive come Homeland e Tehran hanno fatto proprio questo.

Fonte

10/09/2026

I droni modello “stavano/per”

La verità è la prima vittima della guerra. Sul fronte ucraino del conflitto mondiale, però, avvengono e si dicono cose che sarebbero fuori luogo persino in una commedia trash, figuriamoci in una tragedia vera.

Si potrebbe prendere spunto dalla rissa con sparatoria avvenuta a Kiev, qualche giorno fa, tra due diversi servizi segreti – lo Sbu e il Gur – che si contendevano un collaborazionista russo. Una piccola tragedia in quella più grande, che ha prodotto anche due morti.

Pare che Olena Ivanovska, Commissaria del governo per la tutela della lingua, dopo aver attentamente studiato i video del fattaccio, abbia rimproverato entrambi i servizi segreti perché si sarebbero insultati “in una lingua straniera”. Ossia in russo, comunemente parlato da tutti gli ucraini.

Oppure potremmo parlare dello sconcerto provato da due immobiliaristi con il mattone al posto del cuore – Jared Kushner e Steve Witkoff, i due inviati personali di Trump per qualsiasi crisi – che incontrando i vertici di Kiev (dopo aver visto Lavrov a Mosca) si sono resi conto di avere davanti dei tamarri incapaci di capire quando scherzare e quando fare sul serio, quindi costitutivamente impossibilitati a condurre una qualsiasi trattativa seria.

Ma il caso del giorno è l’ennesimo misterioso drone, “certamente russo”, che in Moldavia avrebbe “quasi colpito” l’aereo che stava decollando per portare Zelenskij ad Oslo, per i funerali del re di Norvegia. A darne notizia, stranamente, è stato il premier norvegese Jonas Gahr Støre, mentre dalla Moldavia solo silenzio.

Più tardi un addetto della presidenza ucraina, ossia dello stesso Zelenskij, ha precisato che “Si è trattato di un allarme in Moldavia quando un (drone) russo è entrato nello spazio aereo moldavo e romeno”. La stessa fonte ha definito “esagerata” l’affermazione secondo cui Zelensky sia stato a rischio.

Ha chiuso il cerchio il ministro delle Finanze norvegese, Jens Stoltenberg, ex segretario generale della Nato. “Ce ne ha parlato ieri sera durante un incontro. Non oso entrare nei dettagli, ma il volo ha subito un ritardo e ci sono state delle minacce contro l’aereo. Tuttavia, non conosco abbastanza dettagli per fornire ulteriori spiegazioni”.

Di fatto, insomma, non è successo niente. Ma nessun giornale o tg occidentale si è chiesto nulla. Troppo facile titolare “un drone russo ha quasi colpito l’aereo di Zelenskij”, con contorno di lacrimevoli considerazioni sulla dura vita che conduce il presidente ucraino.

A noi, distanti migliaia di chilometri e senza “entrature” nei circoli ristretti della guerra in corso, appare chiaro che i “droni russi” sono di due tipi piuttosto diversi. Da un lato ci sono quelli che quasi ogni giorno colpiscono installazioni militari ed energetiche ucraine, ed anche qualche abitazione (la guerra elettronica e la contraerea possono cambiare significativamente le traiettorie), provocando danni e distruzione reali. In questo del tutto simili a quelli di Kiev, che fanno lo stesso con le infrastrutture civili russe.

Poi ci sono i droni del modello “stavano/per”, che colpiscono le prime pagine e i tg della sera. Appaiono e scompaiono sui cieli della Polonia, o all’aeroporto di Lipsia prima del voto in Sassonia-Anhalt, in Romania o nei paesi baltici.

Questo tipo di droni, “certamente russi”, non provocano alcun danno. Quando ce ne viene mostrato qualcuno fanno persino “tenerezza” (ne ricordiamo uno con un paio di giri di nastro adesivo sulla punta, mestamente appoggiato sul tetto in eternit di una conigliera).

O meglio: un danno lo fanno. Quello di cercare di orientare il “dibattito pubblico” in direzione del riarmo e del taglio di tutta la spesa sociale ancora in vita.

In effetti anche i droni “stavano/per” sono un’arma terribile... 

P. s. Tutto come previsto sopra.

Sia fonti della presidenza ucraina sia il portavoce del governo moldavo hanno ridimensionato le affermazioni del premier norvegese secondo cui un drone russo avrebbe sfiorato l’aereo del presidente ucraino Zelensky mentre era in viaggio verso Oslo.

Il portavoce moldavo ha dichiarato in un comunicato che la Moldavia ha “chiuso il proprio spazio aereo nel pomeriggio dell’8 settembre, poco dopo le 16:30, in seguito alla violazione del proprio spazio aereo da parte di un drone russo proveniente dall’Ucraina”.

“Dopo le 17:20, le autorità hanno confermato che il drone era precipitato ed era esploso a circa 160 km dall’aeroporto internazionale di Chisinau. Le restrizioni di volo sono state quindi revocate e l’aereo del presidente ucraino è decollato, in ritardo rispetto al previsto”.

Fonte

07/09/2026

Una risposta di classe alla campagna della destra sulla Remigrazione

La proposta della Remigrazione si sta dimostrando sempre più un’arma propagandistica in mano alla destra più becera. Dobbiamo però dire che trova facile accettazione proprio tra le fasce più in difficoltà della nostra società. Il tutto si basa sul demagogico concetto: lo straniero ci ruba il lavoro, la casa, il nostro benessere, ci fa violenza, ruba etc etc.

Ma per smontare questo concetto dobbiamo evidenziare quelli che sono i numeri, le statistiche, l’impatto della presenza di persone straniere in Italia.

In Italia, i lavoratori stranieri producono circa il 9% del PIL nazionale, per un valore aggiunto pari a 177 miliardi di euro all’anno. Gli occupati stranieri rappresentano oltre il 10% della forza lavoro complessiva, raggiungono il 15% se si includono gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana, con percentuali molto alte in settori chiave come l’agricoltura e le costruzioni, settori dove il loro contributo raggiunge rispettivamente il 18% e il 16,4%.

La Popolazione è stabile grazie alle migrazioni. Continua il calo della fecondità e aumenta la speranza di vita

Diminuiscono le nascite, stabili i decessi: nel 2025, 355mila i nati, 652mila i decessi.

Le immigrazioni dall’estero sono 440mila, le emigrazioni per l’estero 144mila.

Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità, in aumento di 188mila individui, quella di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui.

Nelle classi italiane la percentuale di alunni con cittadinanza non italiana si attesta intorno all’11,6% del totale degli iscritti (circa 930.000 studenti), con punte che sfiorano quasi il 12% nei dati più recenti. Oltre la metà di questi ragazzi e ragazze è però nata in Italia.

L’Italia affronta una grave crisi di denatalità con un minimo storico di 355.000 nuovi nati registrati nel 2025, il livello più basso dal secondo dopoguerra. Il tasso di fecondità è sceso a circa 1,14 figli per donna. Oltre il 60% delle persone rinuncia ad avere figli a causa di ostacoli economici, lavorativi e sociali.

I lavoratori in meno al 2040

L’effetto sul lavoro è più ampio: entro il 2040 il numero di persone in età lavorativa si ridurrà di circa cinque milioni di unità. Questo potrebbe comportare, ha ricordato Bankitalia nella relazione 2025, una contrazione del PIL stimata nell’11%.

L’Ocse rincara addirittura la dose. Per il periodo che va dal 2023 al 2060 le stime parlano di un calo del 34% della popolazione in età lavorativa, tra i più ampi a livello internazionale. Il numero di anziani a carico per ogni persona in età lavorativa in Italia aumenterà da 0,41, cioè un anziano a carico ogni 2,4 persone in età lavorativa, a 0,76, ovvero un anziano a carico ogni 1,3 persone in età lavorativa. Se il confronto lo facciamo con i giovani, la Ragioneria generale dello Stato nelle sue ultime stime ha avvertito che nel 2080 rischiamo di avere 312 anziani ogni 100 giovani.

Tutto questo nello scenario base, ritenuto il più probabile. Senza immigrazione, cioè escludendo completamente flussi migratori in uscita e in entrata, ma considerando solo la dinamica di natalità e mortalità, l’Italia perderebbe nel 2050 ben nove milioni di residenti e 6,8 milioni di occupati.

A parità di produttività, questo comporterebbe una flessione del valore aggiunto pari al 25,6% (a 1.463 miliardi di euro).

Per quanto riguarda il gettito fiscale, alcuni dati hanno rivelato che i migranti in Italia hanno versato 80,4 miliardi di euro di tasse, di cui 11,6 miliardi di euro di imposta sul reddito delle persone fisiche, senza che ciò abbia avuto un impatto negativo sulla spesa pubblica, come quella per la sanità e le pensioni (non più del 3%). Confrontando le entrate statali (tasse e contributi previdenziali) con la spesa pubblica per i servizi sociali, l’effetto netto legato agli immigrati è positivo (+1,2 miliardi di euro).

Importante anche osservare i dati sugli infortuni sul lavoro, sia per decessi che per infortuni non mortali, i lavoratori stranieri sono coinvolti nel 25% dei casi, pur essendo solo il 10% della forza lavoro complessiva, ciò significa che i lavoratori stranieri sono impegnati nelle attività lavorative con maggior rischio di infortunio e con minor osservanza della sicurezza sul lavoro.

LAVORATORI STRANIERI: RISCHIO MORTALE PIÙ CHE DOPPIO PER TUTTO IL 2025

Sono 251 gli stranieri vittime di infortuni sul lavoro, su un totale di 1.093: 182 deceduti in occasione di lavoro e 69 in itinere. Dunque, circa una vittima su quattro è straniera. Il rischio di morte sul lavoro, poi, risulta essere più che doppio rispetto a quello dei lavoratori italiani. Infatti, gli stranieri registrano un indice di 72,4 morti ogni milione di occupati, contro il 28,8 degli italiani.

SETTORI PIÙ COLPITI NEL 2025: COSTRUZIONI E ATTIVITÀ MANIFATTURIERE

Alla fine di dicembre 2025 il settore più colpito è quello delle Costruzioni, con 148 decessi in occasione di lavoro; seguito da Attività Manifatturiere (117), Trasporti e Magazzinaggio (110) e Commercio (68).

Le denunce dei lavoratori stranieri sono 127.725 su 597.710 (circa 1 su 5).

Ma vediamo quale incidenza hanno i lavoratori stranieri nei diversi settori di lavoro:

BADANTI – In Italia, quasi il 73% delle badanti è straniero, coprendo un ruolo essenziale per l’assistenza agli anziani. Provengono in gran parte dall’Est Europa (Romania, Ucraina, Georgia, Bulgaria) e da Paesi asiatici o latinoamericani. Il loro lavoro sostiene il welfare familiare, ma è spesso regolato da norme specifiche per l’ingresso e il soggiorno.

BRACCIANTI – I braccianti stranieri in Italia rappresentano una componente fondamentale della forza lavoro agricola, con oltre 310.000 operai extracomunitari a tempo determinato registrati e un’incidenza totale che copre circa un terzo del settore. Molti di essi affrontano gravi criticità legate al caporalato, al lavoro nero e a condizioni abitative degradanti, specialmente in aree ad alta intensità produttiva come il Sud Italia e il Lazio.

RISTORAZIONE – Nel settore Alloggio e Ristorazione italiano lavorano 285.000 persone di cittadinanza non italiana. Sono il 18,5% del totale dei dipendenti del comparto, secondo i dati ISTAT del 2024. Se restringiamo lo sguardo alla sola ristorazione, escludendo gli alberghi, il dato sale al 29,8%: poco meno di un lavoratore su tre. La rilevazione è del Rapporto FIPE 2026.

EDILIZIA – Il settore delle Costruzioni, in particolare, ha registrato un’elevata incidenza di lavoratori stranieri. Tra le attivazioni di contratti per cittadini non italiani, infatti, il 34,2% si concentra nelle Costruzioni, rendendo questo comparto uno dei principali per la manodopera straniera, subito dopo l’agricoltura (40,8%).

LOGISTICA – I lavoratori stranieri rappresentano una parte essenziale della logistica in Italia. Coprono circa un terzo della forza lavoro del settore, tra magazzinieri, corrieri e autisti. Molti di loro affrontano turni duri, rischi alti e problemi di tutele, pur essendo centrali per la mobilità delle merci.

RIDERS – La maggior parte dei rider in Italia è oggi composta da lavoratori stranieri e migranti. Spesso operano in condizioni di forte precarietà con turni fino a 10 ore al giorno, paghe a cottimo tra i 2 e i 4 euro a consegna e scarsa tutela sociale, finendo talvolta al centro di inchieste per caporalato digitale.

Molti affrontano condizioni di forte precarietà, turni massacranti fino a 10-12 ore al giorno e paghe a cottimo comprese tra i 2 e i 4 euro a consegna, rischiando di cadere in forme di sfruttamento e caporalato digitale gestite da reti informali o criminali.

IRREGOLARI – sono circa 340.000 (stima in difetto) i lavoratori stranieri irregolari, 200 mila i lavoratori irregolari occupati nel settore agricolo – tra loro 55mila donne -, con un tasso di irregolarità in aumento, che ha raggiunto il 30% del totale. L’ultima stima dell’Istat risale al 2023, il fenomeno è esteso a tutta l’Italia, (dal Piemonte al Trentino, dalla Calabria alla Basilicata), tra loro molti sono migranti spinti dalla necessità di guadagnare, che in assenza di alternative accettano una retribuzione giornaliera che si aggira sui 20 euro per lavorare dalle 12 alle 14 ore nei campi senza alcuna forma di tutela.

DECRETO FLUSSI – Tra il 2026 e il 2028, si prevedono quote di ingresso così ripartite: 64.850 per l’anno 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028. Tuttavia, se si confermasse il trend relativo al tasso di successo di questa complicata procedura registrato nel 2023, ogni anno verrebbero regolarizzate meno del 10% delle persone che ne avrebbero diritto, integrando nel triennio poco meno di 30.000 lavoratrici e lavoratori.

Questi sono i numeri, ma oggi come sindacato stiamo registrando numeri sicuramente più alti dovuti all’alto tasso di contrattazione irregolare, lavoro grigio, lavoro nero, sfruttamento lavorativo nelle diverse forme possibili. A ciò, aggiungiamo una politica di costante aumento di difficoltà per i cittadini stranieri: lunghe code per rilascio appuntamenti e documenti, aumento dei dinieghi alle varie forme di permesso di soggiorno, difficoltà nel rilascio della residenza, della tessera sanitaria, del conto corrente bancario.

Tutti ostacoli determinati da una politica governativa essenzialmente xenofoba, che nasconde da una parte la necessità di cavalcare la propaganda remigratoria, dall’altra la necessità di garantirsi mano d’opera a basso costo e facilmente ricattabile.

A questa condizione generale l’USB ha deciso di passare dalla fase della denuncia della privazione dei diritti di cittadinanza, alla fase di costruzione di un tessuto organizzato di lavoratori migranti che nei settori che abbiamo precedentemente indicato, possono incidere sull’economia. Abbiamo già le esperienze di lotta dei lavoratori della logistica, che ormai in tanti magazzini hanno compreso l’importanza dell’iniziativa conflittuale per ottenere i propri diritti, abbiamo l’esperienza dei braccianti di Torretta, che dal momento della loro sindacalizzazione son passati dai 3 € l’ora agli attuali 8/9, o abbiamo la vertenza dei riders che hanno accettato di affrontare la vertenza contro le aziende, unendo iniziativa conflittuale e vertenza legale, in ultimo c’è da evidenziare anche come piccole vertenze, anche di lavoratori singoli, hanno raggiunto risultati importanti praticando la lotta con il nostro sindacato.

Dobbiamo sostenere e rafforzare la sindacalizzazione dei lavoratori migranti, costruendo piattaforme di settore che coinvolgano sempre più i lavoratori sulla consapevolezza della loro funzione nell’economia.

L’idea, la proposta, è di lavorare ad una mobilitazione nazionale dei lavoratori migranti capace di rendere visibile l’importanza della loro presenza.

Immaginiamo delle giornate di lotta nei vari settori: braccianti che non raccolgono prodotti agricoli, badanti che lasciano incustoditi anziani e malati, merci che rimangono nei magazzini in prossimità delle feste di Natale, Riders che si rifiutano di portare pizze o hamburger, in una stagione in cui la propaganda razzista della destra sarà ogni giorno più forte, rappresentare e dare sostanza ad una realtà diversa è fondamentale per una forza politica che vuole rappresentare la classe nella sua interezza.

Su questo chiediamo a tutte le strutture organizzate che si occupano di Migranti di avviare un ragionamento collettivo sulla funzione lavorativa dei migranti.

Se i lavoratori stranieri si fermano l’economia italiana ha una forte battuta di arresto! L’USB per la costruzione di una campagna di sindacalizzazione conflittuale dei lavoratori migranti. Il 24 settembre assemblea nazionale online.

Fonte

24/08/2026

Il fattorino come imprenditore di sé

C’è più di qualcosa che stride nel racconto di Marco Coppini, rider a 60 anni. La Nazione, quotidiano da poco entrato nella galassia di Leonardo Maria Del Vecchio (è sempre importante fare caso alla proprietà dei giornali su cui leggiamo questo tipo di storie), ci propone l’intervista ad un orafo che – in seguito alla crisi del settore in cui operava – ha scelto di cambiare vita.

Questo è il primo elemento: raccontare come scelta una scelta obbligata; vestire di libero arbitrio qualcosa che di base subiamo, come il repentino cambiamento di un mercato, è un elemento essenziale della retorica neoliberista. “Ho deciso di cambiare tutto”, eppure nell’articolo si parla distintamente di crisi del settore. Che viene subito riconvertita, sul piano narrativo, in ‘giro di boa’, ‘molla che lo ha spinto ad appendere il campionario al chiodo’. E così, si passa la palla alla capacità individuale di reagire o meno, di riorganizzarsi, di reinventarsi. A Marco, rimasto senza lavoro, non resta che – a sessant’anni – cercare un’opportunità di guadagno nella “gig economy” (letteralmente: economia dei lavoretti. Ancora una volta l’inglese ci aiuta a produrre una distanza semantica).

Il giornale costruisce attorno alla sua storia un modello di autoimprenditorialità.
Questo taglio trasforma una condizione materiale in una caratteristica della personalità: non rimane disoccupato perché è intraprendente; per converso, chi è disoccupato evidentemente è pigro.

La frustrazione di Marco, che era rimasto a casa, viene raccontata come spirito di azione irrefrenabile, nonché esemplare (se no, perché lo staremmo raccontando su un quotidiano? Per elevarlo a esempio). “Durante il lockdown non accettavo l’idea di restare chiuso in casa (…)” così ha mandato la candidatura a Deliveroo, e dopo appena venti giorni (!) ha cominciato a lavorarci. L’immediato riscontro, apparentemente il segnale dell’efficienza di un’azienda pronta a offrire delle opportunità, è invece il sintomo di un modello di reclutamento che, soprattutto durante il boom delle consegne a domicilio nel lockdown, aveva tutto l’interesse ad assorbire rapidamente grandi quantità di manodopera.

Il lavoro di fattorino, inoltre, ha delle barriere bassissime all’ingresso e, servendosi di persone che non devono essere particolarmente qualificate (i requisiti pubblicati da Deliveroo sono: maggiore età, diritto a lavorare in Italia, mezzo proprio, smartphone e IBAN), “butta dentro” chiunque. I motivi per cui di solito una persona che è rimasta disoccupata a sessant’anni fa fatica a trovare lavoro (perlopiù legati alla spendibilità delle sue competenze, o alla volontà dell’azienda di riconoscerle sul piano della retribuzione, ovvero di investire nella sua formazione), nel caso di Deliveroo, semplicemente vengono meno. E non perché Deliveroo sia un’azienda magnanima.

Il lavoro, che ci viene presentato in apertura come vantaggioso perché (cit.) “Marco facendo il fattorino è padrone del suo tempo”, viene dettagliatamente descritto di seguito. Ed è qui che l’articolo raggiunge vette inesplorate di dissociazione cognitiva. È ironico che il paragrafo s’intitoli proprio così, “i vantaggi del nuovo lavoro”, ed eccoli a voi: 25-30 ordini al giorno, si vive di corsa anche a costo di sacrificare i rapporti umani. E continua: “Marco costruisce il suo stipendio sul costo di ogni ordine che si aggira sui 4 euro”.

Il concetto di costruirsi lo stipendio racconta come autonomia quello che invece è un trasferimento del rischio sul lavoratore: il reddito non è garantito e, per aumentarlo, l’unica leva disponibile è moltiplicare numero di consegne e ore di lavoro. Infatti, subito dopo, dichiara di lavorare tutti i giorni 12 ore al giorno, o più; e aggiunge: ovviamente lavoro per ferragosto e per le feste comandate. Ferie? Qualche giorno quando lo decido io.

L’avverbio, “ovviamente”, è l’architrave del ragionamento: in questo modello di occupazione, che Marco ha profondamente interiorizzato, il riposo non è neppure contemplato. Sei padrone del tuo tempo ma sei obbligato a spenderlo tutto lavorando. La Nazione decide di far uscire questa dichiarazione sul giornale (“ovviamente lavoro a ferragosto”) esattamente nel giorno di ferragosto: la secolarizzazione di feste, un tempo sacre per i lavoratori, è coerente con l’impianto vagamente propagandistico dell’articolo.

L’azienda non paga tempi morti, non si accolla la possibilità che una sera, ad esempio, ci sia pochissima gente ad utilizzare la piattaforma (nel qual caso, Marco resterebbe probabilmente privo di una paga). Deliveroo non ha bisogno di obbligare Marco a lavorare 12 ore o più (neppure potrebbe): è sufficiente pagarlo in modo tale che dodici ore diventino per lui la scelta economicamente più sensata, probabilmente l’unica – se non ha altri lavori – per autosostenersi. Questo modello, oltretutto, è fortemente abilista: se ti ammali, e non lavori, non vieni pagato. Ed è un problema tuo. Però, hey: puoi sempre andare a fare consegne con 40 di febbre! O sei un mollaccione?

La ciliegina su questa torta di neoliberismo è la descrizione della consegna più bizzarra: un tubetto di maionese alle 2 di notte. Immaginate di descrivere come bizzarra e basta l’idea che qualcuno, per un tubetto di maionese alle 2 di notte - probabilmente l’emblema di assoluta inutilità e non necessarietà di qualcosa (cosa cazzo ci fai di tanto irrimandabile con la maionese?) – movimenti un’intera macchina: il fattorino che deve macinare chilometri, l’impatto ambientale di questo capriccio.

La cosa curiosa è che l’articolo sia corredato da tutta una serie di foto di Marco Coppini, con lo zainetto brandizzato ben in vista, in posa durante il proprio lavoro: sullo scooter, vicino al McDrive, persino insieme alle cameriere dei ristoranti in cui ritira gli ordini. Non possiamo fare a meno di domandarci come nasca questo tipo di notizia, che sembra frutto di un vero e proprio reportage. O di un comunicato stampa confezionato ad arte.

Il linguaggio che Coppini adotta è curiosamente identico a quello della pubblicità di Deliveroo in cui facilmente inciampi scrollando sui social: “E se fossi tu a decidere quando lavorare? Ti piacerebbe lavorare quando vuoi tu?”. Possiamo solo ipotizzare che Deliveroo sia un’inserzionista del giornale, date le somme cospicue che spende in pubblicità. Il che sarebbe consolatorio, in un certo senso: diversamente, significherebbe che facciamo pubblicità gratuita alla piattaforma, e che il suo linguaggio è entrato nelle nostre coscienze.

Il virgolettato nel titolo è tutto. “4 euro a consegna ma sono felice”. L’avversativa – ma sono felice – compensa la scarsità della paga con un piano emotivo di soddisfazione personale. Cosa accadrebbe se qualcuno fosse felice per una paga addirittura inferiore? Avremmo risolto ogni problema di sfruttamento? La ricattabilità del lavoratore e la forte disparità nel potere contrattuale fra azienda e lavoratore sta alla base del diritto del lavoro; il ragionamento per cui “sono felice” sottrae questo rapporto al potere della legge, e lo sposta totalmente, pericolosamente, sul piano privato.

“Ripartire dalle proprie potenzialità” è un’altra espressione alienante: le potenzialità di Marco erano altre; ha dovuto cedere ad un ribasso, e interpretare come potenzialità personali cose che grossomodo chiunque potrebbe fare; compiti estremamente semplici, tipici di un lavoro scarsamente qualificato. Le qualità e le competenze acquisite in un altro campo, qui semplicemente non servono né gli vengono riconosciute.

In conclusione, possiamo davvero dire che Marco sia padrone del proprio tempo? Il suo tempo appartiene a Deliveroo. Semplicemente perché, se non lo trascorresse quasi tutto a fare consegne, guadagnerebbe davvero molto poco. Però è felice.

Fonte 

20/08/2026

Il sistema mediatico è fuori di senno

La foia guerrafondaia dei media occidentali supera ormai per cialtroneria ed estremismo qualsiasi idiozia possa uscire dalla tastiera di Trump.

La dimostrazione solare è arrivata ieri da un presunto scoop del Financial Times – giornale attendibile “fino ad un certo punto” sui temi economici, ma inevitabilmente esposto come tutti alla stupidaggine quando copre temi geostrategici – che è stato ripreso, modificato, manipolato fino alla falsificazione da tutti i media italioti. Sia stampati che in video.

Andiamo con ordine perché è bene cogliere appieno la portata dell’operazione e quindi dello “spirito” che ormai domina in certe redazioni.

Il Financial Times, dicevamo, decide di pubblicare un articolo che raccoglie – a suo dire – alcune “indiscrezioni” provenienti da funzionari iraniani. Il titolo, nella foto qui di fianco, è abbastanza chiaro, seppur incomprensibilmente accompagnato con una foto dalla Russia: “Alcuni insider dicono che l’Iran osserva [possibili] obiettivi militari in Europa se Trump imprimerà un’escalation alla guerra”.

Lasciamo per ora perdere l’attendibilità della “fonte”, che in questi casi è sempre incerta, al limite del gioco delle spie. E restiamo alla lettera del titolo: se l’America riprenderà a bombardare, magari aumentando l’intensità degli attacchi, in quel caso l’Iran potrebbe dirigere i suoi missili verso le basi presumibilmente Usa e/o Nato presenti sul territorio europeo.

Dal punto di vista logico e strategico, in questa eventualità, è possibile. L’Iran ha adottato lo stesso criterio nei confronti dei paesi del Golfo Persico e in Medio Oriente, demolendo parecchi radar e basi americane – con qualche “danno collaterale” per i paesi che le ospitano.

Dunque potrebbe fare altrettanto con i paesi europei, che appoggiano materialmente lo sforzo americano ma con l’aria di chi non sa come funzionino le basi e cosa vi avvenga dentro (rifornimenti di munizioni e carburante, manutenzione, radar, ecc.).

Questa contro-escalation iraniana sarebbe peraltro subordinata ad una condizione precisa: l’escalation bellica, SE sarà decisa e praticata da un Trump sull’orlo della crisi di nervi per i fallimenti registrati in sei mesi.

I media italici avrebbero potuto quindi riprendere la notizia del Financial Times nella sua interezza, commentarla, “arricchirla” con dichiarazioni di qualsiasi provenienza attendibilità, ecc., evidenziando magari il rischio per le nostre popolazioni insito nella dinamica di guerra imposta da Usa e Israele a tutto il Medio Oriente e quindi anche al Mediterraneo.

Troppo facile, troppo deontologicamente corretto, troppo poco allarmante per “farci un titolo ad effetto”...

L’ordine che ha attraversato pressoché tutte le direzioni e le redazioni è stato univoco: eliminare dai titoli qualsiasi accenno alla “condizione” indicata dal FT (l’escalation Usa) e dare soltanto la parte dell’“attacco all’Europa”.

Ovviamente “ingiustificato”, “intollerabile”, e via sacramentando. Come si può vedere dal titolo di Repubblica qui di fianco (ma erano tutti simili, dal Corriere in giù, potete divertirvi su Internet), che si sbizzarrisce elencando subito i possibili obbiettivi e mettendo una foto per criminalizzare i pacifisti che chiedono la chiusura delle basi Usa.

Che questa unanimità sia “casuale” è ovviamente impossibile. Per quanto devastata sia la categoria “giornalaia” ci dovrà pur essere una singola testata che – se non altro per ragioni di concorrenza – rispetti la notizia originale. Niente, neanche Il Fatto stavolta dirazza rispetto al mainstream... Di fronte all’Iran tutti con l’elmetto.

È evidente che dire “l’Iran ci vuole attaccare” è completamente diverso dal dire “se Trump intensifica gli attacchi, allora la risposta di Teheran potrebbe arrivare fino a noi”.

Nel primo caso sono gli ayatollah o i pasdaran a rappresentare il pericolo per la pace, nel secondo è Trump – e l’America – a dover essere “contenuto”.

Nel primo caso l’unica cosa da fare è armarsi ed eventualmente partecipare fisicamente alle prossime iniziative di guerra; nel secondo l’Unione Europea e financo l’Italia potrebbero fare pressione sugli Usa – nei limiti delle loro scombiccherate direzioni politiche – per evitare che la guerra in Medio Oriente diventi semi-globale.

La scelta – nelle redazioni e soprattutto tra i proprietari dei giornali – è stata dunque una scelta di campo e di guerra. Non c’è nulla da capire e da fare se non combattere. Come per l’Ucraina, insomma.

La foia guerrafondaia del sistema mediatico “industriale” ormai ha assunto la stessa dinamica che alimenta i pogrom o la caccia alle streghe, con un rimbalzare di voci incontrollate che convergono sull’indicazione di un nemico da scuoiare vivo a furor di popolo (redazionale). Nel migliore dei casi, se l’innocente è debole, finisce con un omicidio immotivato. Se è abbastanza forte da resistere, invece, finisce malissimo...

Fonte

16/08/2026

La retorica del “pericolo socialista” di Maurizio Molinari

Negli ultimi giorni, le immagini e i post pubblicati da Maurizio Molinari su La Stampa e sui social offrono un saggio di analisi politica e di uso fuorviante del linguaggio.

Commentando i successi elettorali della sinistra progressista negli Stati Uniti, dalla vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie dem per il Senato in Michigan ai successi dei candidati legati a Zohran Mamdani a New York, Molinari ricorre a una terminologia d’emergenza: parla di socialisti che vogliono “impossessarsi” del Partito Democratico (“quello di Kennedy e Clinton”) e di progetti per “aggredire i redditi alti”.

​La scelta delle parole non è mai neutrale, come sappiamo. E quelle utilizzate dall’establishment centrista, conservatore e sionista per descrivere la spinta progressista merita un’analisi critica. 

1. ​La doppia grammatica dei media: tra “aggressione” e “normalità”

​Quando un candidato progressista statunitense, per di più musulmano (cosa che Molinari o Rampini non possono sopportare), propone una redistribuzione fiscale o l’aumento delle tasse per i ceti più abbienti al fine di finanziare la sanità pubblica, le case popolari o il trasporto collettivo, il lessico giornalistico si trasforma in un bollettino di guerra.

Tassare i grandi patrimoni diventa un’aggressione, chiedere giustizia sociale diventa una “rivolta rivoluzionaria”, e vincere democraticamente le primarie significa “impossessarsi” di un partito.

​Il paradosso emerge con evidenza se si confronta questa narrazione con il modo in cui viene trattato il “fenomeno” Trump. Quando il tycoon populista ha trasformato il Partito Repubblicano, stravolgendo la tradizione di Abraham Lincoln per farne un veicolo personale, la terminologia è stata spesso quella del “fenomeno politico”, dell’onda elettorale o del “populismo reazionario” a trazione MAGA.

​Raramente l’agenda della destra conservatrice viene definita con gli stessi termini bellici, anche quando incide sui diritti fondamentali della popolazione:

A) ​Nessuno parla di “aggressione” quando si smantella il diritto all’aborto per le donne o si riducono le garanzie sul lavoro;

B) ​Nessuno parla di “impossessamento” quando la destra confisca lo spazio pubblico riducendo i fondi alla sanità per i più poveri o inasprendo le politiche di detenzione per i migranti;

C) ​Nessuno evoca il “sacrilegio” verso la memoria storica dei “padri fondatori” quando il dibattito si sposta su tagli alle tasse per le corporazioni o sull’uso della forza contro le fasce sociali fragili.

​Perché, dunque, chiedere che i milionari contribuiscano maggiormente alla spesa pubblica sarebbe un'“aggressione”, mentre privare milioni di famiglie della copertura medica sarebbe solo una norma di politica economica?

2. ​Il mito del “Partito Democratico che fu”

​Molinari accusa la nuova generazione di voler strappare il Partito Democratico dall’eredità di “Roosevelt, Truman, Kennedy e Clinton”, lasciando intendere che il socialismo democratico ne sia l’antitesi.

Ma è una ricostruzione storica selettiva. 

​Franklyn Delano Roosevelt creò il New Deal proprio imponendo un’aliquota marginale sui redditi più alti fino al 90%, affrontando l’opposizione feroce della finanza dell’epoca.

​John F. Kennedy promosse l’intervento statale e le riforme sociali prima che la sua eredità venisse normalizzata dal centrismo liberale. Non ho la benché minima ammirazione per Kennedy giacché, da latinoamericana, ho ben presente cosa ha fatto la sua gestione nei confronti non solo di Cuba, ma di tutti i paesi latini, Brasile in primis.

Il modello di Bill Clinton, citato come pietra di paragone, rappresenta il compromesso liberista degli anni ’90, quello dell’austerità e della deregolamentazione finanziaria che ha contribuito ad ampliare la voragine delle disuguaglianze in cui l’America si trova oggi.

​Invocare perciò la “purezza” di un partito che apparterrebbe di diritto ai moderati significa negare la natura stessa delle primarie: uno strumento democratico in cui la base sceglie da chi farsi rappresentare.

Se una comunità vota per El-Sayed o Mamdani, non c’è alcun “impossessamento”, ma l’esercizio del voto in un sistema competitivo.

3. ​Mettere a fuoco la realtà

​La retorica che associa automaticamente il sostegno ai diritti dei lavoratori, la solidarietà con il popolo palestinese e la richiesta di giustizia sociale a una “rivolta estremista” ha uno scopo preciso: delegittimare la domanda di cambiamento prima ancora di discuterne il merito.

Non è stato estremista, Maurizio Molinari, quando ha affermato che i gazawi emigravano “volontariamente” circa un anno fa? Eppure dirige La Stampa, pensate.

​Mentre editorialisti ed esperti paventano il pericolo del “socialismo” alle porte, la realtà materiale degli Stati Uniti mostra che i giovani e i ceti popolari non cercano un dogma ideologico del Novecento, ma risposte concrete ad un sistema in cui l’accumulo sregolato di capitale ha reso inaccessibili i beni primari.

Sostituire la discussione sui contenuti con una lessicologia della paura serve solo a difendere lo status quo, dipingendo qualsiasi tentativo di equità come un atto di violenza.

Finché l’analisi di commentatori come Rampini e Molinari continuerà a valutare la spinta progressista americana solo attraverso la lente della minaccia all’ordine liberale tradizionale, sfuggirà loro il senso profondo di questo cambiamento.

C’è una richiesta concreta di una società più umana, equa e sostenibile, in cui il benessere collettivo prevalga sulla corsa sfrenata all’accumulo individuale. Ed è questa la vera rivoluzione promossa dai giovani.

Quando figure come Bernie Sanders o le nuove leve della sinistra progressista conquistano terreno nelle roccaforti elettorali, non si tratta di un’improvvisa “ammaliazione ideologica”, ma della risposta razionale a un sistema economico che non offre garanzie di futuro.

I giovani cercano spazi di collettività, beni comuni e servizi condivisi. Il concetto stesso di “esclusività” (pilastro del sogno americano novecentesco) è stato sostituito dal desiderio di inclusione e coesione sociale.

A questo si aggiunge un chiaro e netto rifiuto di essere arruolati, sia retoricamente che materialmente, in conflitti geostrategici ed editti di guerra perpetua che servono gli interessi dell’industria bellica e delle élite politiche, ma sottraggono risorse fondamentali alla sanità, all’istruzione e al welfare.

Aggiungo, per concludere, che mentre l’ala conservatrice si scaglia contro i “Democratic Socialists of America” accusandoli di voler statalizzare l’economia, persino l’amministrazione Trump e il governo federale usano strumenti di intervento pubblico, erogando sussidi e acquisendo quote azionarie di società private (come evidenziato dalle critiche liberali sui programmi del CHIPS Act).

Ovvero, il sistema stesso dimostra che il puro “libero mercato” è una finzione retorica: lo Stato interviene costantemente, ma troppo spesso lo fa per salvare mercati e grandi corporation, anziché garantire i diritti essenziali della popolazione.

Ciò che fanno fatica a capire i tanti Molinari è che la cultura della prestazione a tutti i costi e dell’accumulo illimitato di capitale appare oggi vuota e insostenibile, perché l’aspirazione non è più diventare milionari a scapito altrui, ma raggiungere una stabilità d’esistenza accessibile a tutti, dove il lavoro è uno strumento di vita e non una condanna all’esaurimento fisico e mentale.

Fonte

15/08/2026

Russia verso le elezioni: vittoria scontata ma Putin si sta sta perdendo un pezzo di società

di Fulvio Scaglione 

Su Polymarket, il più grande sito di scommesse predittive oggi attivo sul pianeta, la sconfitta di Russia Unita, il partito putiniano, alle elezioni parlamentari del 20 settembre è data all’1,6%. Invece il ritorno di Gesù Cristo sulla terra nel 2027 è dato al 2%. In poche parole, è considerato più probabile. Non servirebbero molte altre considerazioni per capire quale sia il clima in cui i russi si apprestano a votare per rinnovare il mandato quinquennale ai 450 deputati della Duma in quella che Volodymyr Zelensky ha giustamente definito “un’elezione farsa”. Comunque sia, i più recenti sondaggi danno l’attuale maggioranza di Governo (in sostanza Russia Unita e Partito liberal-democratico, più un certo numero di candidati indipendenti) intorno a un comodo 65%, senza contare gli appoggi esterni (per esempio quello di Novye Ljudi, dato intorno all’11%) e nonostante la flessione di Russia Unita, ampiamente compensata, però, dalla crescita dei nazionalisti liberal-democratici.

Non sarà inutile, però, ricordare brevemente come si è giunti a questo appuntamento. Il rumore di fondo, ovviamente, è quello della guerra con l’Ucraina, arrivata a quattro anni e mezzo di durata. Sarebbe però un errore pensare che sia solo la guerra a influenzare il sentiment dei russi, soprattutto in questa fase. E illusorio credere che proprio l’eventuale insoddisfazione della popolazione per i risultati al fronte possa aprire crepe decisive nel sistema di potere del Cremlino. Certo è che in questa prima metà abbondante del 2026 abbiamo assistito a un progressivo calo della fiducia (o aumento della sfiducia, dipende dai punti di vista e dalle speranze di chi osserva) nei confronti delle autorità. Putin, che all’inizio dell’anno ancora godeva di un tasso di approvazione intorno all’81%, in aprile era sceso sotto il 67%. E con lui il governo di Mikhail Mishustin, giudicato positivamente solo da poco più del 40% dei cittadini.

Un crollo rapido, iniziato però prima che l’Ucraina cominciasse a colpire a ripetizione le infrastrutture russe, anche molto in profondità nel territorio, causando apprensione e disagi come il razionamento della benzina e del diesel, che hanno impattato non solo sulle abitudini quotidiane ma anche sulle attività economiche. Questo perché il 2026 era comunque cominciato all’insegna di una difficoltà generale, all’insegna di prezzi più alti e tasse più numerose e pesanti (ne abbiamo parlato nello specifico qui su InsideOver), che i russi non avevano fino ad allora sperimentato, nonostante la guerra. In parallelo, i russi hanno cominciato a rifiutare il sempre più stringente controllo di Stato sulla loro libertà di comunicare. Anche di questo abbiamo parlato qui, sia molto di recente (si legga qui) sia in tempi meno sospetti di questi.

L’apice simbolico di questa campagna, che ha radici che risalgono a ben prima dell’invasione dell’Ucraina, può essere considerato il mandato d’arresto internazionale spiccato nei confronti di Pavel Durov, il creatore di Telegram, accusato di complicità col terrorismo per il fatto che la sua piattaforma protegge i dati di tutti gli utenti, buoni o cattivi che siano. Come si diceva, un apice perché dal 2019 il Cremlino persegue senza deflettere il progetto di creare un Internet russo (chiamato appunto RuNet) che all’occorrenza possa essere staccato dal World Wide Web e funzionare in maniera autonoma, ovviamente sotto il diretto controllo delle autorità. Nel frattempo i social occidentali sono stati bloccati (e vedremmo tra poco perché) e per tutta una serie di funzioni i russi sono ora costretti a servirsi di Max, l’app di Stato che trasferisce tutti i dati e le comunicazioni degli utenti ai servizi segreti.

Ma ora Putin recupera

Può sembrare un paradosso ma le vicende tormentate della guerra, con gli ovvi risvolti patriottici e nazionalisti e con le notizie “positive” perennemente gonfiate, servono semmai a rinsaldare il rating delle autorità. E infatti: da quando il Cremlino è riuscito a rimediare alla carenza di carburanti portata dalle incursioni ucraine contro depositi e raffinerie (i giornali occidentali ne parlavano un mese fa come della crisi decisiva, ora non ne parlano più) e ha cominciato a replicare zerkalno (in russo “specularmente”, è una delle espressioni favorite di Putin) colpendo i porti ucraini e le navi che vi si dirigono sul Mar Nero, anche l’opinione pubblica ha in parte cambiato orientamento. L’ultima (inizio agosto) ricerca del Levada Center, l’unico centro affidabile rimasto per l’osservazione della società russa, attesta che Putin sta recuperando nella fiducia dei cittadini (siamo al 74%: non è l’81% di inizio anno ma nemmeno il 67% di poche settimane fa) e che il 54% dei russi pensa che il Paese stia andando nella giusta direzione (il 29% pensa il contrario).

Quello che è più interessante notare, e che rivela molto dei movimenti interni alla società russa, è la spaccatura sotterranea che questi dati rivelano. Sia per Putin personalmente sia per il giudizio complessivo sulla situazione del Paese, vale la stessa considerazione: ad approvare sono soprattutto i meno giovani (over 55), gli abitanti delle grandi città e i benestanti; a criticare sono i giovani (tra i 18 e i 40 anni la percentuale degli insoddisfatti totali sfiora il 35%), gli abitanti delle province (dove le vittime della guerra sono più numerose) e i meno garantiti. Insomma: patriottismo e nazionalismo possono garantire un’apparenza di compattezza ma i problemi della vita quotidiana di fatto stanno dividendo la società russa in due porzioni che hanno esigenze diverse che potrebbero, se la tendenza non viene in qualche modo corretta, diventare anche contrapposte. Anche se per ora la questione demografica, che ha portato l’età media dei russi a 40,7 anni, sembra lavorare per Putin.

Il Levada Center, infine, aggiunge un dato significativo. Il tasso di approvazione è particolarmente alto (82%) tra i russi che hanno la televisione come principale o esclusivo strumento d’informazione, mentre è particolarmente alto (50%) il tasso di disapprovazione tra coloro che usano i social per informarsi. Il che spiega più che a sufficienza le dinamiche che abbiamo qui sopra provato a descrivere.

Riferimenti

Per i sondaggi.

Per il controllo sui social.

Per la rilevazione del Levada Center.

Fonte

McCarthismo del XXI secolo. Cuba nel mirino

Il 25 maggio 2020 a Minneapolis, negli Stati Uniti, George Floyd (un uomo nero) fu arrestato con l’accusa di aver tentato di pagare un pacchetto di sigarette con una banconota falsa da 20 dollari. L’agente di polizia Derek Chauvin (un uomo bianco) lo gettò a terra e premette il suo ginocchio sul collo di Floyd per oltre 9 minuti.

Non servì a nulla che George Floyd ripetesse “Non riesco a respirare” più di 20 volte. Perse conoscenza e morì per soffocamento. In altre parole, fu assassinato dal poliziotto. Questo fatto provocò un’ondata di indignazione e proteste che si estese a più di 2000 città degli Stati Uniti e oltre.

La storia degli Stati Uniti mostra un lungo curriculum di politiche discriminatorie che riflettono un sistema strutturalmente razzista. L’indignazione per l’assassinio spietato di un afrodiscendente per mano di un poliziotto bianco sembrerebbe una reazione inevitabile.

Nonostante ciò, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti non ha trovato spiegazione migliore che attribuire la responsabilità delle proteste al governo cubano, il cui “mito fondativo e principio centrale è cancellare gli Stati Uniti dalla faccia della Terra”, come affermano in un rapporto infame pubblicato il 20 luglio di quest’anno 2026, intitolato “Cuba. La Capitale del Comunismo del XXI Secolo”.

Il rapporto del Dipartimento di Stato, che sembra generato dall’Intelligenza Artificiale, è una raccolta di luoghi comuni che ricordano i tempi del senatore repubblicano Joseph McCarthy, il quale avviò una crociata anticomunista tra il 1950 e il 1954 che implicò la persecuzione, il licenziamento o la prigione di chiunque fosse accusato di appartenere o simpatizzare con movimenti di sinistra, il che veniva interpretato come “attività anti-americane”.

In generale non ci fu mai un’indagine giudiziaria che collegasse gli accusati a tali attività. Fu creato un Comitato che convocava gli imputati, ai quali veniva chiesto di denunciare conoscenti con presunte posizioni di sinistra. Le molestie raggiungevano un tale livello che rifiutarsi di rispondere facendo appello al diritto costituzionale di non auto-incriminarsi (Quinto Emendamento) era considerato prova di colpevolezza.

Ora, nel pieno del 2026, il Dipartimento di Stato fa appello alla paura per creare una fantasia che fa apparire il governo cubano e i suoi servizi di intelligence come la maggiore minaccia affrontata dalla maggiore potenza militare della Terra, e così generare un clima di paranoia nella popolazione degli Stati Uniti che scateni la sfiducia e prepari le condizioni per un possibile attacco armato all’isola.

In tale rapporto, Cuba è accusata di aver sostenuto movimenti di resistenza a regimi dittatoriali e criminali come i Tupamaros, che lottarono contro la dittatura uruguaiana negli anni ’70, il Fronte Sandinista, che rovesciò la dittatura di Somoza in Nicaragua, o la guerriglia venezuelana negli anni ’60, che lottò contro il governo socialdemocratico di Betancourt e Leoni, governi che praticarono e perfezionarono le sparizioni forzate, la tortura e le esecuzioni extragiudiziali.

Sebbene il rapporto, come fece McCarthy, non presenti alcuna prova contro Cuba, almeno non ci sono dubbi che l’accusa sia quella di aver sostenuto coloro che resistettero a governi criminali fortemente contestati dalla storia. Sembra che l’IA utilizzata non si sia accorta di questo dettaglio.

Il rapporto, di 99 pagine, elenca le molteplici azioni che, senza alcuna prova, il governo cubano compierebbe per infiltrarsi non solo nel governo statunitense, ma anche nei movimenti sociali, nei sindacati, nelle università e nelle piattaforme scientifiche e culturali. È un racconto in cui si mescolano alcune condanne verificate per spionaggio con testimonianze non verificate di disertori o rapporti del Congresso, della CIA o dell’FBI che non hanno modo di essere provate.

Ciò che il rapporto omette sono i più di 60 anni di aggressioni statunitensi contro Cuba, che includono il blocco illegale condannato ripetutamente ogni anno dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e che ha causato danni accumulati dall’inizio per 164 miliardi di dollari, gli attacchi armati come quello della Baia dei Porci, i più di 600 attentati contro il Comandante in Capo Fidel Castro o l’attentato con bomba contro il volo 455 della Cubana de Aviación il 6 ottobre 1976, che provocò la morte di 73 persone e i cui autori intellettuali, Orlando Bosch e Luis Posada Carriles, vissero protetti negli e dagli Stati Uniti fino alla loro morte.

Il Dipartimento di Stato approfitta di questo rapporto per incriminare ogni dissenso all’interno degli Stati Uniti, mescolando epoche e movimenti come le Pantere Nere, Black Lives Matter, associazioni di avvocati, università e brigate di solidarietà come parte di un presunto piano per distruggere i “valori americani”.

Improvvisamente risulta che gli accordi accademici tra l’Università dell’Avana e le università statunitensi fanno parte di un’agenda di spionaggio, che i piani di sviluppo turistico di Cuba fanno parte di un’agenda di addottrinamento e che il corpo medico cubano è in realtà una brigata di spie sparse per il mondo per distruggere i valori occidentali.

Il rapporto del Dipartimento di Stato, oggi diretto da un bugiardo, opportunista e ambizioso Marco Rubio, non ha alcun valore accademico o di intelligence. La sua importanza non è quella. La sua importanza è che rivela in modo esplicito un governo essenzialmente fascista che cerca di imporsi con la forza, la censura e la paura di fronte al mondo e questo include lo stesso popolo nordamericano.

Lo scrittore argentino Julio Cortázar scrisse: “Essere fascisti; se nessuno lo ha definito esattamente, basta osservarlo come comportamento per sentire che la sua radice è negativa, che nasce dalla paura”. È proprio quella paura che l’Amministrazione Trump usa per giustificare il suo agire autoritario.

Il nemico malvagio che chiamò prima comunista, poi terrorista, islamista, narcotrafficante, migrante e ora di nuovo comunista. Un agire pericoloso che cerca di costruire una piattaforma internazionale di repressione sullo stile del Piano Condor rinnovato e rinforzato da sofisticati strumenti tecnologici che attacca senza pietà Cuba ma che si propone di porre fine a tutto ciò che lo sfida.

Quest’anno commemoriamo il centenario del Comandante in Capo Fidel Castro. Come pochi, Fidel rappresenta la dignità dell’essere umano e la difesa dei principi come valori irriducibili per la costruzione di quell’altro mondo possibile e necessario di giustizia, uguaglianza e pace.

Laddove Cuba invia brigate mediche, gli Stati Uniti inviano soldati addestrati per uccidere. Laddove Cuba invia maestre e maestri per insegnare a leggere, scrivere e portare luce ai popoli esclusi, gli Stati Uniti inviano spazzatura mediatica, alienazione, oscurità e morte.

Cuba ha resistito con dignità alla maggiore minaccia dell’umanità ed è dovere di tutti e tutte innalzare la nostra massima condanna alle politiche implementate dal governo degli Stati Uniti contenute oggi in quel rapporto meschino ed esprimere la nostra solidarietà, nel centenario del Comandante Fidel Castro, per quel popolo coraggioso. Basta con il blocco! Basta con le minacce!

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14/08/2026

La foresta delle promesse a Brescia

Di fronte ad estati sempre più calde e a città nelle quali cemento e asfalto amplificano gli effetti dell’aumento delle temperature, una espressione magica sembra essere entrata stabilmente nel vocabolario delle amministrazioni pubbliche: “riforestazione urbana”.

Piantare alberi, creare nuove aree verdi, restituire permeabilità ai suoli sono diventati obiettivi ricorrenti nei programmi comunali e nei progetti finanziati con risorse nazionali ed europee. E non si tratta affatto di una moda ambientalista. I dati disponibili mostrano quanto il verde urbano possa diventare uno strumento concreto di adattamento climatico.

Nel luglio scorso l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha diffuso i risultati del progetto MIRIFICUS – Monitoraggio degli Interventi di Riforestazione per l’Isola di Calore Urbana tramite i Satelliti –, coordinato dall’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE): nelle simulazioni effettuate in alcune aree di Roma e Firenze, combinando riforestazione, nuovi spazi verdi e depavimentazione, la riduzione delle temperature superficiali supera nelle ore più calde persino i 4 gradi, mantenendosi nell’arco della giornata intorno ai 2-2,2 gradi.

Nelle aree boscate urbane di Firenze sono state inoltre rilevate temperature sensibilmente inferiori rispetto ai quartieri più densamente edificati. Insomma, sappiamo che cosa bisognerebbe fare. Ma è proprio qui che cominciano i problemi.

Gli alberi che non ci sono

L’Italia si trova infatti davanti a un paradosso difficilmente immaginabile: mentre tutti parlano di riforestazione urbana, rischiano di mancare proprio gli alberi necessari per realizzarla.

Francesco Ferrini, professore di Arboricoltura all’Università di Firenze e presidente del Distretto vivaistico di Pistoia, ha lanciato un allarme molto netto: nei vivai italiani non vi sarebbero oggi alberi sufficienti per rispondere alla domanda generata dai nuovi programmi di forestazione e, per determinati interventi, sarebbero necessari da due a sette anni di programmazione preventiva.

Il problema non nasce improvvisamente. Per anni, secondo Ferrini, non si è investito adeguatamente nei vivai pubblici, spesso chiusi o ridimensionati perché considerati poco redditizi. Nel frattempo la produzione privata si è naturalmente rivolta verso un mercato già esistente e una parte considerevole delle piante prodotte è destinata all’esportazione. Nel distretto di Pistoia, cuore del vivaismo italiano, circa il 70 per cento della produzione sarebbe già destinato ai mercati esteri: milioni di piante.

Il risultato è quasi surreale. Dopo aver trattato per decenni il verde come elemento accessorio della trasformazione urbana, oggi le amministrazioni scoprono contemporaneamente di averne urgente bisogno. Ma un albero non si produce premendo un interruttore. Ha bisogno di tempo. E la programmazione del verde, proprio perché riguarda organismi viventi, dovrebbe cominciare anni prima della posa dell’ultima pietra di una riqualificazione urbana, non qualche settimana prima dell’inaugurazione.

Prima gli alberi, poi il resto

È forse questo il vero cambio culturale necessario.

Nella pianificazione urbana tradizionale il verde arriva spesso alla fine. Si progettano strade, parcheggi, edifici, piazze e infrastrutture e solo successivamente ci si domanda dove collocare qualche albero.

È significativo quanto afferma Nicolò Begliomini dell’Associazione Vivaisti Italiani: il verde è stato troppo spesso «l’ultima ruota delle riqualificazioni». La prospettiva dovrebbe essere esattamente opposta: pensare prima alla struttura verde della città e organizzare attorno ad essa il resto dello spazio urbano.

Non si tratta semplicemente di piantare più alberi. Si tratta di conservare quelli che già esistono, creare suoli nei quali possano vivere e programmare oggi il patrimonio arboreo di cui avremo bisogno fra dieci, venti o cinquant’anni. Perché cento giovani piantine non equivalgono automaticamente a cento alberi adulti.

Una pianta appena messa a dimora possiede una chioma limitata, offre poca ombra e necessita di cure, irrigazione e manutenzione. Soltanto crescendo aumenteranno progressivamente la superficie della chioma, l’ombreggiamento, l’evapotraspirazione, la capacità di immagazzinare carbonio e, complessivamente, i servizi ecosistemici che può offrire. E non tutte le piante messe a dimora arriveranno a quel punto.

Per questo il numero degli alberi piantati dice molto meno di quanto sembri. Sarebbe assai più interessante sapere quanti siano ancora vivi dopo tre, cinque o dieci anni, quale superficie di chioma abbiano effettivamente sviluppato e, soprattutto, quale sia il saldo tra il verde che c’era prima e quello che esiste dopo l’intervento.

Brescia e la sfida dei 33.000 alberi

Questa introduzione era necessaria, perché il problema ci riguarda molto da vicino.

Brescia ha adottato negli ultimi anni una strategia di transizione climatica che contiene principi largamente condivisibili. Il progetto “Un Filo Naturale” parla esplicitamente di una “città spugna”, capace di restituire permeabilità al terreno, e di una “città oasi”, nella quale aumentare ombra e fresco e ridurre l’isola di calore urbana.

Sono obiettivi importanti e alcuni interventi sono già stati realizzati. In via Metastasio, ad esempio, la riqualificazione conclusa nel 2024 ha interessato 8.180 metri quadrati con un investimento di circa 1,27 milioni di euro.

Ma l’intervento più imponente è quello avviato lungo la Tangenziale Sud, dove Comune e Provincia hanno previsto la realizzazione di nuovi boschi urbani attraverso la messa a dimora di circa 33.000 piante autoctone, distribuite in diversi comparti, dalla Volta a Campo Grande, da via Maggia alla zona industriale e alle Bettole.

Si tratta di un progetto di dimensioni considerevoli e sarebbe sbagliato liquidarlo come una semplice operazione d’immagine.

La tecnica adottata prevede infatti l’utilizzo di piante forestali molto giovani, di uno o due anni, collocate a forte densità, circa 1.500-1.800 per ettaro. La scelta delle piccole dimensioni non è quindi, di per sé, indice di cattiva progettazione: secondo i tecnici favorisce l’adattamento delle piante al nuovo ambiente e consente alla competizione naturale di selezionare progressivamente gli esemplari destinati a formare il bosco maturo. È una precisazione importante. Ma proprio da qui nasce una domanda altrettanto importante.

Che cosa c’era prima?

Per preparare le aree destinate alla nuova forestazione non si è intervenuti su terreni completamente privi di vegetazione.

La stessa Provincia di Brescia riferisce che, tra le operazioni preliminari, sono stati effettuati anche abbattimenti di piante definite non autoctone o pericolose, insieme alla rimozione delle radici, alla pulizia delle aree e alla preparazione del terreno.

Non abbiamo trovato, però, nei documenti pubblicamente disponibili, un censimento che consenta di capire quante piante siano state eliminate, quali fossero le loro dimensioni, quali specie siano state abbattute e, soprattutto, quante fossero effettivamente pericolose e quante invece siano state rimosse perché appartenenti a specie non autoctone. Non è una questione secondaria.

Un albero già sviluppato esercita oggi le proprie funzioni: produce ombra, evapora acqua attraverso la chioma, trattiene carbonio, offre habitat e contribuisce al microclima. Una piantina di uno o due anni potrà forse svolgere in futuro le stesse funzioni, ma evidentemente non può farlo nell’immediato. La domanda corretta per valutare ciò che sta accadendo in città, allora, non è soltanto: quanti alberi sono stati piantati?

È anche: quanto verde è stato eliminato per farlo e quanto tempo occorrerà perché il nuovo bosco restituisca i servizi ecosistemici eventualmente perduti? È una domanda alla quale, almeno sulla base della documentazione pubblicamente disponibile, non si trova risposta...

Le piante che non attecchiscono

C’è poi il problema della sopravvivenza.

Sappiamo con certezza che una parte delle nuove piante della Tangenziale Sud non ha superato la prima estate. Nel novembre 2025 la Provincia ha comunicato che nel mese precedente era stato completato il ripristino delle piante non attecchite, sostituendo quindi gli esemplari morti. Quante? Il dato non viene indicato.

Anche qui occorre evitare conclusioni troppo semplici. I responsabili comunali hanno spiegato che, in un intervento di forestazione intensiva di questo tipo, una quota di mortalità è fisiologica e viene preventivata: intorno al 20 per cento. La forte densità iniziale serve anche a consentire una successiva selezione naturale.

Non avrebbe quindi senso giudicare il successo o il fallimento dell’intervento dalla semplice presenza di alcune piantine morte. Avrebbe invece molto senso conoscere il tasso effettivo di attecchimento e confrontarlo con quello previsto dal progetto. Perché Brescia ha già conosciuto quanto possano essere vulnerabili le nuove piantumazioni. Nell’estate siccitosa del 2022 morì il 20 per cento dei 186 alberi messi a dimora nell’ambito di “Un Filo Naturale”. In quel caso il dirigente comunale del settore Verde spiegò che si trattava di una mortalità doppia rispetto a quella fisiologicamente prevista. È un episodio diverso dall’attuale forestazione della Tangenziale, ma contiene una lezione importante: piantare un albero è soltanto l’inizio.

In una città esposta a estati sempre più calde e siccitose occorre garantirgli acqua, manutenzione e condizioni sufficienti perché possa superare proprio gli anni più delicati della sua crescita.

Piantare non significa riforestare

Il punto è proprio questo. Una seria politica del verde non può essere misurata soltanto attraverso il numero delle nuove piantumazioni.

Occorre contabilizzare anche gli alberi abbattuti, la superficie di chioma perduta e quella recuperata, il tasso di sopravvivenza delle nuove piante e il tempo necessario perché esse raggiungano dimensioni tali da svolgere realmente le funzioni per le quali sono state piantate.

Altrimenti rischiamo di costruire una contabilità ambientale singolare: un grande albero abbattuto vale meno di dieci piccoli alberelli appena messi a dimora semplicemente perché dieci è un numero maggiore di uno. Ma la natura non funziona come un bilancio numerico.

Questo non significa sostenere che ogni vegetazione preesistente debba essere conservata a qualunque costo. Esistono alberi malati o instabili che devono essere abbattuti; esistono specie invasive che possono richiedere interventi; esistono progetti nei quali sostituire una vegetazione degradata con un ecosistema più equilibrato può produrre nel lungo periodo un risultato migliore.

Ma proprio perché queste scelte possono essere tecnicamente giustificate, dovrebbero essere misurabili e verificabili.

Quanta biomassa viene eliminata? Quanta superficie di chioma? Quali servizi ecosistemici vengono temporaneamente perduti? In quanti anni il nuovo impianto dovrebbe recuperarli?

Solo rispondendo a queste domande possiamo sapere se una forestazione rappresenta realmente un guadagno ambientale e, soprattutto, quando comincerà ad esserlo. Chissà se l’Amministrazione Comunale risponderà mai a questi interrogativi...

Anche gli alberi sono diventati una risorsa scarsa

C’è infine un’altra contraddizione che riporta Brescia al problema nazionale. Già quando nel 2024 venne annunciato il progetto dei 33.000 alberi, i tecnici comunali segnalarono che reperire un numero così elevato di piante non era affatto semplice: non tutti i vivai disponevano delle quantità necessarie. Per questo si scelse di ricorrere al vivaio forestale regionale di Curno per ottenere specie autoctone certificate. Due anni dopo, l’allarme lanciato dal settore vivaistico nazionale mostra quanto quel problema fosse tutt’altro che episodico.

Se nei prossimi anni centinaia di amministrazioni cercheranno contemporaneamente milioni di alberi per rispettare programmi climatici e obiettivi di riforestazione, dopo decenni nei quali non si è costruita una filiera vivaistica adeguatamente programmata, anche gli alberi rischiano paradossalmente di diventare una risorsa scarsa. E il cambiamento climatico, purtroppo, non aspetterà i tempi dei nostri bandi.

Il verde non è arredamento urbano

Brescia ha compiuto recentemente un altro passo importante. Dal luglio 2026 è entrato in vigore il nuovo Regolamento del Verde, che riconosce esplicitamente il ruolo della vegetazione nella tutela della biodiversità, nel contrasto alle isole di calore, nella permeabilità dei suoli e, più in generale, nella produzione di servizi ecosistemici.

È una direzione condivisibile. Ma proprio questo nuovo approccio dovrebbe spingerci a cambiare anche il modo con cui valutiamo le politiche urbane del verde. L’obiettivo non può essere semplicemente raggiungere una determinata cifra di alberi piantati. Dovrebbe essere aumentare realmente, e stabilmente, la capacità della città di produrre ombra, assorbire acqua, ridurre le temperature, ospitare biodiversità e rendere più vivibili i quartieri.

Per questo la prima regola della riforestazione urbana dovrebbe forse essere la più semplice: prima di piantare un nuovo albero, impariamo a proteggere quelli che abbiamo già.

Poi occorre programmare. Rafforzare la produzione vivaistica. Scegliere specie adatte alle condizioni climatiche future. Garantire acqua e manutenzione nei primi anni. Depavimentare il suolo. Collegare le aree verdi. Controllare gli attecchimenti. Rendere pubblici i risultati. E soprattutto smettere di considerare il verde come la decorazione finale di una città già progettata. Perché nelle città sempre più calde del prossimo futuro gli alberi non saranno un elemento di arredo. Saranno un’infrastruttura essenziale.

Le promesse crescono più in fretta degli alberi

A questo punto vale forse la pena ricordare una piccola pagina della campagna elettorale del 2023. Il 25 febbraio, presentando la propria candidatura, Laura Castelletti annunciò che Brescia avrebbe messo a dimora, entro il 2030, 200.000 nuovi alberi: uno per ogni abitante della città. Pochi giorni dopo il candidato del centrodestra Fabio Rolfi giudicò la cifra poco ambiziosa e rilanciò: 500.000 alberi. Era cominciata, insomma, una sorta di asta elettorale del verde.

Oggi, dopo aver scoperto che per produrre gli alberi occorrono anni di programmazione, che i vivai italiani faticano già a soddisfare la domanda, che una parte delle giovani piante inevitabilmente non attecchisce, che ciascuna deve essere irrigata e curata e che occorrono anni prima che una piantina possa offrire i servizi ecosistemici di un albero adulto, quelle cifre meritano forse di essere rilette con qualche maggiore prudenza.

Duecentomila, cinquecentomila: in campagna elettorale gli alberi sembrano crescere con una facilità straordinaria. Peccato che, fuori dai comizi, la natura abbia tempi assai meno disponibili alle esigenze della propaganda.

Ed è forse proprio questa la lezione conclusiva. Una seria politica ambientale comincia quando si smette di promettere alberi come se fossero numeri da aggiungere a un programma elettorale e si comincia a considerarli per quello che sono: organismi viventi che devono essere prodotti, piantati, curati e fatti crescere per decenni. Le promesse, invece, attecchiscono molto più facilmente.

Fonte