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18/03/2026

Il ritorno della leva militare in Europa e in Italia /1

Questo lavoro è parte di un’opera collettiva “Scuole e università di Pace. Fermiamo la follia della guerra. Atti II Convegno Nazionale” (Aracne editrice). Nei prossimi giorni pubblicheremo la seconda e la terza parte in preparazione all’assemblea internazionale studentesca di Milano del 21 marzo contro la leva militare.

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Riflettere sui sistemi di reclutamento militare significa mettere a fuoco i rapporti sociali che si rispecchiano nella forma degli eserciti; quest’ultimi infatti storicamente assumono diverse modalità di reclutamento, di organizzazione, di addestramento e di impiego dettate non solo dalla tipologia di guerra nella quale saranno impegnati, ma anche dal legame che le classi dominanti stabiliscono con le masse dei subalterni.

Dopo la fine della guerra fredda la maggioranza dei Paesi dell’Europa occidentale ha abolito o sospeso la leva obbligatoria; la caduta del muro di Berlino aveva infatti cambiato il quadro internazionale e dunque le necessità del comparto militare: non più eserciti di massa (oltretutto estremamente costosi), ma soldati professionisti e padroni della superiorità tecnologica dell’Occidente, soldati in grado di condurre e vincere facilmente le guerre asimmetriche attraverso cui la NATO ha rovesciato via via governi non graditi. (1)

Ma a decenni dall’abolizione dell’obbligo di leva, il mutare della situazione internazionale trascina con sé anche la mutazione della forma della guerra e di conseguenza degli eserciti necessari per combatterla; oggi il numero di militari impegnati sul campo torna ad essere decisivo e l’abolizione della leva è dunque ora un handicap per i guerrafondai.

Per questo in tutta Europa si torna a parlare con insistenza di reintroduzione della leva, un tema di stringente attualità, che per molti mesi è stato tenuto sottotraccia, ma che negli ultimi tempi è emerso con la centralità che sin dall’inizio avrebbe meritato.

In tale percorso le classi dominanti hanno oggi di fronte un grande problema politico strutturale: come riavvicinare cittadini abbandonati da trent’anni di neoliberismo a uno stato e a una “patria” che vengono percepiti a distanza siderale dai propri bisogni materiali e anzi sono diffusamente percepiti come nemici?

Le classi dominanti non possono e non vogliono mettere in discussione il neoliberismo che ha determinato il loro scollamento con le masse dei subalterni di cui oggi hanno bisogno per portare avanti la loro guerra; per questo stanno mettendo in atto una serie di strategie con obiettivi sia materiali che ideologici per recuperare consenso e nascondere come gli “interessi nazionali” siano in realtà precisi interessi di classe.

Quello che segue vuole essere un contributo alla comprensione di quanto si sta muovendo in Europa e in Italia sul ripristino della leva obbligatoria perché questo è senza ombra di dubbio l’obiettivo finale dei guerrafondai europei.

Conoscere le strategie che i governi stanno mettendo in campo per raggiungerlo è compito di coloro che alla guerra si oppongono e vogliono individuare percorsi che ostacolino il ritorno alla leva di massa. Cercherò inoltre di mostrare come il ritorno della leva sia legato a doppio filo con la militarizzazione delle scuole, un fenomeno che sempre di più si dimostra centrale e strutturale nell’orizzonte di guerra che si profila e d’altra parte la Risoluzione del parlamento europeo del 2 aprile 2025 “Invita l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate” e inoltre chiede di “mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili” (2).

È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello Stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.

La militarizzazione delle scuole è lo strumento più importante per arrivare al potenziamento degli eserciti ed è esattamente questo che sta accadendo in molti paesi d’Europa compreso il nostro.

Le classi dominanti sanno perfettamente che devono lavorare in profondità, a livello culturale e ideologico, per poter tornare all’obbligo militare di massa; non presenteranno mai il ritorno alla leva come un obbligo generalizzato e anche le recenti dichiarazioni del ministro Crosetto e della premier Meloni vanno in questa direzione: si andrà per gradi, si dichiarerà che nessuno ha intenzione di reintrodurre l’obbligo, si giurerà di voler solamente aumentare il numero dei volontari, ma intanto si porteranno avanti le strategie per raggiungere il l'obiettivo strutturale del ritorno alla leva obbligatoria perché è questo che richiede la nuova forma della guerra.

L’Ucraina e la forma della guerra

È noto che gli Stati Maggiori apprendono a fare la guerra dalla guerra stessa; e così all’indomani dello scoppio del conflitto in Ucraina strateghi, industrie belliche e governi hanno cominciato a rilasciare dichiarazioni sulla necessità di rivedere il modello di reclutamento.

È infatti la guerra in Ucraina che mostra al mondo in modo plateale come la forma della guerra è cambiata (3): non più le guerre asimmetriche che avevano caratterizzato la fase post caduta del muro di Berlino, ma una guerra simmetrica, che vede cioè una parità di forze militari in campo (quelle statunitensi/NATO/europee e quelle russe, oltre quelle cinesi, seppur ancora sullo sfondo); questo mutamento della forma della guerra implica nuove necessità rispetto all’organizzazione degli eserciti in campo: nelle guerre asimmetriche (dove la grande maggioranza delle vittime erano civili) erano centrali i top gun volontari e altamente addestrati a gestire la superiorità tecnologico militare delle forze in campo; nella guerra simmetrica, al contrario, è necessario un alto numero di uomini impegnati direttamente sul campo (e infatti in Ucraina il numero ormai enorme di morti è soprattutto militare).

La guerra in Ucraina, un conflitto che è tornato a terra e assume i contorni di una guerra di trincea, ha mostrato che oggi non si combatte più solamente sul vantaggio tecnologico (senz’altro ancora imprescindibile), ma anche sul numero di soldati impegnati sul campo.

Da qui la necessità di incrementare fortemente il numero degli effettivi, visto che i volontari non bastano più e le caserme sono piene di soldati in età non più utile al combattimento.

In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024. (4)

È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare la necessità di cui si sono fatti portatori praticamente tutti i governi d’Europa, i quali però non possono tornare tout court alla leva obbligatoria che incontrerebbe una forte ostilità da parte delle opinioni pubbliche; per questo le strategie che stanno mettendo in campo sono insieme subdole e intelligenti perché, benché il loro obiettivo oggi non dichiarabile sia senza dubbio il ritorno alla coscrizione di massa obbligatoria (5), l’intento è farlo con gradualità evitando la contrarietà della popolazione giovanile e dell’opinione pubblica in generale.

Da questo punto di vista si rivela particolarmente interessante analizzare i sistemi di reclutamento nei paesi europei che o non hanno mai abolito la coscrizione o l’hanno reintrodotta in tempi recenti.

Sono d’altra parte questi i modelli a cui esplicitamente guardano molti governi europei proprio perché essi hanno permesso di testare sul campo forme di reclutamento obbligatorio senza incontrare resistenze significative, superando così il principale ostacolo che i guerrafondai europei si trovano davanti.

Il modello scandinavo

In più paesi i ministri della difesa, quando annunciano la prospettiva di tornare alla leva, evocano il modello scandinavo; si tratta di paesi come Norvegia, Svezia e Danimarca che, nel momento in cui quasi tutti i paesi europei abbandonavano l’obbligo, non hanno abolito la coscrizione (o come nel caso della Svezia, l’hanno reintrodotta dopo pochi anni); siamo di fronte cioè a modelli che hanno dimostrato concretamente la possibilità di obbligare i giovani a svolgere il servizio di leva senza che questo susciti forti opposizioni. Il meccanismo viene definito con l’ossimoro di “obbligo volontario” perché punta a incrementare il numero di arruolati facendo però percepire il meno possibile la sua obbligatorietà.

I sistemi dei tre paesi differiscono leggermente, ma ciò che qui interessa mettere a fuoco sono le loro caratteristiche comuni e gli obiettivi che essi si prefiggono. Un primo elemento, decisivo e peculiare al modello scandinavo, è che, pur sussistendo l’obbligo per l’intera popolazione, il numero dei giovani che vengono arruolati si riduce di fatto a percentuali minime; questo è reso possibile dai percorsi attraverso i quali si arriva alla coscrizione.

In Norvegia, dove la leva non è mai stata abolita (nel 2013 è stata estesa obbligatoriamente anche alle donne) tutti i cittadini al compimento del 18° anno ricevono un questionario da compilare in cui fornire tutta una serie di dati relativi al proprio stato di salute fisica e mentale ed al desiderio o meno di prestare servizio nelle forze armate.

Di tutta l’annata di leva, in base alle risposte, viene selezionato circa il 30% che viene inserito in una seconda fase centrata su visite mediche e test attitudinali; a tutti viene attribuito un punteggio da 1 a 9 in base al quale viene selezionato circa il 15-18 % dell’intero anno di leva: sono questi i giovani che verranno effettivamente addestrati, ed essere selezionati tra quel 15-18% è motivo di prestigio. È indubbio che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti. (5)

Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito. (6)

La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita. Al termine del servizio le reclute potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici. 

In questi anni l’esercito norvegese non ha avuto bisogno di reclutare soldati oltre a coloro che volontariamente dichiarano di voler partecipare alla vita militare; questi numeri sono però destinati ad aumentare perché il governo norvegese ha recentemente stabilito un massiccio investimento nel settore della difesa (51 miliardi dal 2024 al 2036) che prevede non solo il potenziamento di tutti i sistemi d’arma, ma anche un ampliamento del numero di soldati. Quando questo diventerà realtà, lo stato ha già predisposto il meccanismo per selezionare anche i non volontari che dovranno andare a servire nell’esercito.

In Svezia la leva obbligatoria era stata abolita nel 2010 e ripristinata nel 2017 (anche per le donne) ispirandosi al modello norvegese: tutti i cittadini al 18° anno di età sono tenuti a compilare un questionario molto dettagliato in cui viene chiesto loro di esprimersi anche sulla possibilità di svolgere il servizio militare. Rispetto all’intera classe di leva si seleziona circa il 13% che dopo ulteriori selezioni scende al 7-8% che fino a 47 anni dovrà svolgere periodici periodi di richiamo. Anche in Svezia di fatto sono stati sinora sufficienti i volontari, ma le cose potrebbero cambiare di fronte alle nuove esigenze ed infatti anche la Svezia prevede di aumentare il numero di cittadini da arruolare che saranno già selezionati attraverso i risultati del questionario.

In Danimarca, dove il servizio di leva non è mai stato né abolito né sospeso, tutti i cittadini al 18° anno di età devono obbligatoriamente presenziare al “Giorno della Difesa” in cui vengono presentate le opportunità della carriera militare; tutti sono sottoposti a una visita medica attitudinale che li divide in tre categorie: abili, parzialmente abili o inabili; gli ultimi sono scartati, i primi due partecipano a una lotteria che assegna loro un numero (7): i primi 8.000 vengono addestrati (dando la precedenza ai volontari), gli altri in tempo di pace non saranno chiamati; di fatto in Danimarca per ogni annata di leva partecipano al servizio militare effettivo il 7-8%.

Va inoltre segnalato che nel gennaio 2024 è stata approvata una legge che entrerà in vigore nel 2026 la quale, oltre ad estendere l’obbligo anche alle donne, ha aumentato da 4 a 11 mesi il periodo dell’obbligo dopo il quale i militari sono assegnati a una riserva che può essere mobilitata in caso di necessità. Di fatto sinora, anche in Danimarca, è stato sufficiente addestrare solo coloro che abbiano espresso il desiderio di entrare nelle forze armate, ma il numero sembra destinato ad aumentare (si parla di triplicare il numero) e il risultato della lotteria permetterà di individuare i non volontari.

Come si vede le percentuali degli arruolati sono minoritarie (il 7-8% in Svezia e in Danimarca, il 15-18% in Norvegia) e probabilmente il più importante obiettivo di questi modelli di reclutamento è quello di frammentare e dividere il fronte del possibile dissenso: non tutti saranno arruolati, ma solo una bassa percentuale di coloro che sono valutati abili (tramite punteggi o sorteggi); in questo modo chi sarà escluso (e al momento sarà la maggioranza) non avrà motivo di solidarizzare con coloro che verranno obbligati a svolgere il servizio militare.

È certamente questo l’aspetto principale che porta i governi europei a guardare con tanto interesse al modello scandinavo: questi meccanismi permettono di riaprire, anche da un punto di vista culturale, la questione della leva, ma lo fanno in modo inizialmente leggero e dunque probabilmente sopportabile dalle opinioni pubbliche nazionali; quando il terreno sarà dissodato, sarà possibile procedere con l’estensione alla popolazione giovanile tutta.

Un secondo elemento comune del modello scandinavo, anche se in forme diverse, è la possibilità di optare per il servizio civile (8): anche questo è uno strumento a forte connotazione ideologica, che mira cioè ad allentare le resistenze all’obbligatorietà del servizio.

Ma è indispensabile mettere a fuoco l’intrinseco collegamento tra servizio civile contemporaneo e militarizzazione: non siamo più di fronte alla dimensione pacifista che assumeva un tempo la scelta dell’obiezione di coscienza, al contrario oggi esso è parte integrante e costituiva dei futuri scenari di guerra. È allora necessario a questo proposito avvicinare il concetto di “difesa totale”: si tratta di preparare l’intera società a mobilitarsi in caso di guerra e dunque ogni singolo cittadino deve essere in grado di gestire il “fronte”, ognuno secondo le proprie competenze e il proprio ruolo nella società.

Un programma con finalità pratiche in caso di conflitto, ma anche di penetrazione ideologica: la guerra deve essere tenuta ben presente da tutti i cittadini in un futuro imminente e le giovani generazioni sono quelle maggiormente nel mirino, perché saranno soprattutto loro che dovranno mettersi a disposizione per i progetti dei guerrafondai. (9)

La separazione netta tra “militare” e “civile” viene così a cadere perché il servizio civile è inquadrato pienamente all’interno di un processo di militarizzazione totale della società e non può più essere concepito come “obiezione di coscienza”.

Da questo punto di vista occorre anche tenere presente come la strategia della difesa totale, più pertinente all’ambito militare, si sposi e si intersechi con quella di “resilienza”, un programma in ambito civile di fitta penetrazione ideologica tra le popolazioni europee che devono prepararsi alla guerra con kit di sopravvivenza fin dall’interno delle proprie case e soprattutto interiorizzare la propaganda dei guerrafondai europei. (10)

Ma l’elemento a mio avviso decisivo che accomuna i tre paesi è l’obbligo per i giovani dell’annata di leva di sottoporsi a un passaggio finalizzato a fare una schedatura completa della popolazione giovanile e a stilare liste in base alle caratteristiche individuali (fisiche, psicologiche, di competenze già acquisite, ecc.) ed è importante notare che è proprio a questo livello iniziale che si registrano le sanzioni più dure: chi non adempie a questo obbligo, infatti, subisce multe più o meno salate (da qualche centinaia di euro in Svezia ad un massimo di circa 2.000 euro in Norvegia) e, se recidivo, può anche essere punito con il carcere (da 3 a 6 mesi a seconda dei paesi); la polizia può inoltre costringere con la forza chi rifiuta di presentarsi o di compilare il questionario (in Svezia e Norvegia la polizia può, a norma di legge, “accompagnare” i giovani per quella che viene chiamata “compilazione assistita”).

È questa fase iniziale che si configura come un vero e proprio obbligo di leva: la mancata compilazione del questionario o la mancata presenza alla giornata dedicata alle forze armate viene considerata dalla normativa come un mancato adempimento alla coscrizione obbligatoria.

Sanzioni così pesanti a fronte di un obbligo in fondo marginale sono da valutare con attenzione: a cosa punta infatti questa schedatura di massa? Gli obiettivi sono sostanzialmente due: da una parte avere un uditorio il più ampio possibile per presentare tutti i vantaggi della carriera militare e dunque aumentare il numero dei volontari; dall’altro avere a disposizione i dati dell’intera popolazione che potranno tornare utili se e quando sarà necessario aumentare il numero degli effettivi.

Gli Stati maggiori stanno ponendo le basi per reggere una possibile mobilitazione di massa per la quale attualmente mancano sia dati che infrastrutture e la schedatura di massa è un passo in questa direzione.

Un altro aspetto altrettanto importante da tenere presente in questa riflessione è che l’elemento strutturale di questi eserciti “volontari-obbligatori” è l’istituzione o il potenziamento di una riserva ausiliaria, composta cioè principalmente da soldati con addestramento di base da utilizzare in tutti quei settori non direttamente coinvolti nelle prime linee. E la riserva ausiliaria ben si adatta a questo elemento di “obbligo leggero”: l’addestramento di base è generalmente molto più breve (qualche mese), richiede poi dei richiami periodici ancora più brevi e viene proposta come limitata nel tempo (l’obbligo al richiamo si limita a pochi anni dopo lo svolgimento dell’addestramento); sono queste tutte caratteristiche che potrebbero rendere più accettabile la reintroduzione dell’obbligo militare.

La riserva ausiliaria d’altra parte ben si sposa con il concetto di “difesa totale”: è proprio di questa “disponibilità leggera” di un numero ampio di cittadini che la forma contemporanea della guerra ha bisogno.

Tutti i meccanismi finora analizzati mirano pragmaticamente a obiettivi concreti (aumento degli effettivi e raccolta generalizzata di dati in vista di mobilitazioni di massa), ma insieme hanno una forte funzione ideologica che punta senza tentennamenti a “israelizzare” le società europee: non possono ovviamente contare su un obbligo di leva sul modello israeliano (tre anni per gli uomini e due per le donne, senza possibilità di obiezione di coscienza), ma provano a costruire la stessa pervasività che l’aspetto militare ha nella società israeliana; la ricaduta “formativa” di un servizio militare o di un servizio civile militarizzato, il dispiegamento della strategia della difesa totale e della resilienza alla popolazione puntano a costruire uomini e donne che non solo accettino la guerra, ma siano pronti a supportarla attivamente.

Da questo punto di vista occorre mettere a fuoco il ruolo centrale che in tutto questo gioca la militarizzazione delle scuole: anche nei paesi scandinavi assistiamo a interventi specifici dei governi nel settore dell’istruzione, che hanno implementato in anni recenti questo tipo di penetrazione in ambito educativo; è interessante annotare che i provvedimenti in ambito scolastico sono cronologicamente più recenti: su questo aspetto i paesi scandinavi non sono infatti il modello, ma anch’essi, al pari di molti altri paesi europei, hanno recentemente introdotto forme di educazione militare nelle scuole (11); ma di questo si discuterà più nel dettaglio affrontando l’analisi dei paesi baltici.

Credo che a questo punto sia chiaro il motivo per il quale il modello scandinavo è interessante per i paesi che pensano di reintrodurre la leva; molti sono gli aspetti su cui tale modello si basa: un questionario obbligatorio per legge, sanzioni pesanti per i “renitenti”, una schedatura completa di tutta la popolazione nell’ottica del suo futuro impiego per la “difesa totale”, la “libertà” di scegliere un servizio civile fortemente militarizzato e un potenziamento della riserva ausiliaria sono tutti elementi che hanno testato sul campo la possibilità di far “digerire” alle opinioni pubbliche un ritorno per il momento parziale della leva per poi arrivare, laddove ve ne fosse necessità, alla sua reintroduzione a livello di obbligo di massa.

Ed è senz’altro questo mix di volontarietà ed obbligo ad attrarre l’interesse dei governi europei e infatti i paesi che si sono recentemente mossi verso la reintroduzione della leva si sono ampiamente ispirati proprio al modello scandinavo.

I paesi baltici

È molto istruttivo analizzare cosa sta succedendo nei paesi baltici, perché si tratta di territori che sono intervenuti sui sistemi di reclutamento in tempi recenti e ci mostrano concretamente la strategia che stanno assumendo i guerrafondai quando decidono di legiferare sulla questione del reclutamento.

In questi territori la vicinanza geografica con la Russia alimenta il nazionalismo e la percezione del pericolo, elementi che portano ad un aumento degli arruolamenti. La tendenza a impostare leggi sul reclutamento ispirandosi al modello scandinavo è evidente: la riforma più recente è quella della Lettonia che aveva sospeso l’obbligatorietà nel 2007 (al momento del suo ingresso nella NATO) e l’ha reintrodotta nel 2023: la leva è obbligatoria per i maschi e, se i volontari non bastano, vengono sorteggiati con un sistema molto simile a quello della Danimarca; inoltre è sempre possibile scegliere il servizio civile che, secondo i principi della difesa totale, è dipendente dal ministero della difesa.

Ciò che è da annotare è che parallelamente e contemporaneamente ai processi di reintroduzione della leva, in Lettonia si interviene pesantemente sulla militarizzazione del sistema educativo: in questo paese infatti è stata implementata l’educazione militare come materia obbligatoria nelle scuole secondarie (“National defence education”) prevedendone due/tre ore settimanali (lettura di mappe, uso della bussola, navigazione, camuffamento, conoscenza delle forze armate nazionali); le ore sono state inserite in collegamento con educazione fisica e civica e tale obbligo ha come primo obiettivo, raggiunto, l’aumento dei volontari: le nuove generazioni vengono bombardate con le allettanti prospettive lavorative e, anche in chi non sceglierà le carriere militari, saranno istillati i valori della difesa; le scuole sono un terreno privilegiato per l’offensiva ideologica: intervenire sulle scuole significa infatti impattare per mezzo dei minori le famiglie e dunque la società tutta.

Nel febbraio 2015 la Lituania, che aveva abolito la leva nel 2008, ha deciso di reintrodurla allargandola anche alle donne, ma nel 2024 il parlamento lituano è intervenuto nuovamente inserendo l’obbligo di registrazione per i ragazzi di 17 anni e retrodatando la possibilità di rinvio a 22 anni (prima era fino a 26); inoltre è diventato obbligatorio per tutti presentarsi a visita medica, anche se solamente i sorteggiati (sul modello danese) saranno obbligati a svolgere il servizio militare o in alternativa quello civile che però, oltre ad essere gestito direttamente dal ministero della difesa, punitivamente dura tre mesi in più (successivamente tutti entreranno a far parte della riserva militare o di quella civile).

Nel 2024 anche il governo lituano è intervenuto pesantemente sulla militarizzazione delle scuole inserendo corsi di cultura militare (facoltativi, circa due ore la settimana con lezioni sia teoriche che pratiche come marce, uso delle mappe, tiro con armi ad aria compressa ecc.). 

Chi opta per questi corsi avrà vantaggi come ad esempio la riduzione del periodo di leva; il fatto di aver anticipato l’obbligo di iscrizione ai registri di leva a 17 anni ha reso più “naturale” il legame tra scuola e mondo della difesa. Si tratta dunque della trasposizione in ambito baltico del modello scandinavo, e va sottolineato con forza che i paesi che hanno reintrodotto la leva hanno agito a livello legislativo in perfetta contemporaneità verso la militarizzazione delle scuole: è questo infatti un elemento strutturale necessario al ripristino della leva ed è questo infatti che sta accadendo in Germania e in Polonia, due paesi in cui si sta alacremente lavorando per il ritorno della leva di massa.

Note

(1) È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.

(2) Risoluzione parlamento europeo del 2 aprile 2025, articoli 164 e 167.

(3) In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024.

(4) È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare questo aspetto, dimenticando che i valori del mondo militare sono intrinsecamente machisti e patriarcali; è indubbio però che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti.

(5) Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito.

(6) La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita Al termine del servizio potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici.

(7) Il sistema del sorteggio non è nuovo nei meccanismi di reclutamento: ne fece abbondante uso anche l’esercito regio all’indomani dell’Unità d’Italia, anche perché il nuovo stato non era ancora in grado di sostenere economicamente un esercito troppo numeroso; ma per ricordare uno degli esempi più famosi pensiamo al sistema della lotteria usato dagli USA per la guerra del Vietnam (il primo sorteggio avvenne in diretta televisiva il 1 dicembre 1969, ne esiste una traccia video in rete). Il sorteggio permette allo stato di risparmiare rispetto a un esercito di leva e insieme mostrare imparzialità nella scelta di chi sarà chiamato a combattere.

(8) In Danimarca se si è sorteggiati e non si vuole svolgere il servizio militare, è possibile optare per quello civile (solitamente più lungo: quello militare va da 4 a 12 mesi, quello civile da 8 a 12); è possibile anche svolgere il servizio militare non armato in compiti di logistica, amministrazione, sanità, ecc. In Norvegia è addirittura possibile, se selezionati, rifiutare sia il servizio militare che quello civile (lo stato si riserva però, in caso di necessità, di chiamare all’arruolamento in quanto da un punto di vista normativo l’obbligo sussiste). In Svezia sussiste l’obbligo di “difesa totale”, per cui tutti i cittadini devono prestare servizio allo stato (o sotto le armi o come servizio civile).

(9) Il concetto di difesa totale nasce nel secondo dopoguerra (a seguito dell’esperienza di “guerra totale” rappresentata dal secondo conflitto mondiale) in stati piccoli (Svizzera, Svezia, Finlandia, Israele) che prevedono, in virtù del basso numero di abitanti, la necessità di mobilitare l’intera società in caso di guerra. Il concetto di “difesa totale” si è poi allargato ed è diventato un elemento centrale nei programmi di riarmo europeo: si tratta di preparare le popolazioni a reggere lo shock di una guerra e portarle a continuare a sostenere le istituzioni e il sistema che l’hanno creata. La difesa totale non è solo un programma militare, ma anche politico perché mira a recuperare i subalterni intorno alle screditate istituzioni occidentali, coalizzandole contro il “nemico” per scaricare all’esterno le tensioni sociali e politiche che strutturalmente il neoliberismo ha creato.

(10) Si pensi a questo proposito all’opuscolo distribuito a tutte le famiglie in Svezia con istruzioni in caso di guerra; opuscoli simili sono già stati prodotti in altri paesi (Norvegia, Finlandia e Danimarca) e d’altra parte la Commissione Europea il 26 marzo 2025 ha richiesto a tutti gli stati membri di dotarsi di strumenti di questo tipo. La più recente dichiarazione del novembre 2025 è quella del ministro Crosetto contenuta nell’ “informale” documento “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva” in cui la necessità di portare attivamente la guerra nel cyberspazio diventa l’occasione per mettere a punto una propaganda capillare in base alla quale la postura delle masse subalterne europee verso la guerra e le proprie classi dirigenti sia dovuta non tanto alla macelleria sociale di decenni di feroce neoliberismo, ma alla propaganda dell’avversario. Questi documenti sono da attenzionare e studiare compiutamente perché prefigurano lo scenario propagandistico entro cui ci troveremo ad operare, ma non è possibile affrontare in questa sede questa analisi.

(11) In Svezia dall’autunno del 2025 è obbligatorio per gli studenti delle superiori seguire un corso di “difesa totale” che verte su temi quali il ruolo della difesa nazionale, diritto internazionale, ruolo della NATO, preparazione a crisi o guerra (tutto questo ovviamente porta con sé anche la necessità di formare i docenti per realizzare nelle aule questo cambiamento del curriculum scolastico). Anche in Norvegia e in Danimarca in tempi recenti i governi sono intervenuti sulle scuole; in Danimarca le norme di riferimento sono state approvate nel 2023, anche se al momento non sussiste obbligo, ma si registrano forti spinte da parte del ministero dell’istruzione a implementare questo tipo di corsi.

Note

08/12/2025

Proteste ad Oslo per il “Nobel” alla Machado

Diverse organizzazioni pacifiste norvegesi hanno annunciato una manifestazione a Oslo per il 9 dicembre, poche ore prima che la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado riceva il Premio Nobel per la Pace.

L’appello alla protesta è stato diffuso in una dichiarazione che esorta la popolazione a rifiutare il premio conferito a Machado, accusandola di non rappresentare i valori di pace sociale richiesti dal premio.

Le organizzazioni sostengono che il Premio Nobel abbia ignorato, a loro avviso, il principio di autodeterminazione dei popoli latinoamericani e affermano che la decisione è motivata da interessi politici esterni.

“Mi preoccupa che tu non abbia dedicato il Nobel al tuo popolo, ma all’aggressore del Venezuela” ha scritto il Premio Nobel per la Pace Perez D’Esquivel in una lettera aperta inviata il 13 ottobre scorso alla Machado. “Penso, Corina, che tu debba analizzare e capire dove ti trovi, se sei solo un'altra pedina del colonialismo degli Stati Uniti, sottomessa ai suoi interessi di dominio, il che non potrà mai essere per il bene del tuo popolo. Come oppositrice del governo di Maduro, le tue posizioni e scelte generano molta incertezza; ricorri al peggio quando chiedi che gli Stati Uniti invadano il Venezuela” afferma Perez D’Esquivel.

Fonte

06/10/2025

Il mistero dei droni sugli aeroporti

Sulla questione del “mistero dei droni russi” ci siamo già espressi. Questa ricognizione/analisi fatta su fonti più tecniche conferma la “stranezza” di queste “terribili minacce” di cui non si riesce ad avere nessuna prova empirica certa (un pezzo, una foto chiara e non prodotta dall’IA, ecc.).

Si parla moltissimo, e soprattutto ci si allarma, per qualcosa che nessuno riesce a dire cosa sia. Né se esista davvero. Un po’ come i “misteri del caso Moro”... 

Il che conferma anche la nostra maliziosissima interpretazione (e sia chiaro che anche tutti gli articoli di altri giornali, per quanto noti e potenti, sono su questo delle semplici interpretazioni suggerite da soggetti interessati; dalla ridicola presidenza della UE all’ultimo produttore di droni e/o misure anti-drone)

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Da giorni, settimane, si succedono notizie di avvistamenti di droni in prossimità di aeroporti o basi militari del Nord Europa, con stop dei voli per alcune ore, indagini, ricerche. I casi ora sono numerosi, ma quasi tutti caratterizzati dal fatto che alla fine i droni non sono identificati, trovati o intercettati; non si sa o non si dice da dove arrivino e perché si trovino lì; non si sa se siano casi scollegati e fortuiti, o uniti da un piano; non c’è un’evidenza netta che si tratti in tutti i casi di droni.

In pratica, ci sono i casi di avvistamento, gli aeroporti che si fermano, le indagini della polizia e di altre autorità, i media che ne parlano, ma ancora non si capisce praticamente niente.

Per quel che mi riguarda, questo è al momento l’aspetto più sconcertante di queste notizie. Se non ci avete capito molto, di sicuro non è colpa vostra. Per questo ho deciso di dedicare la parte centrale di questa newsletter a mettere in fila qualche fatto ed elemento. Non pretendo di arrivare da nessuna parte, ma magari a qualcuno sarà utile. 

La cronaca

Ultima vicenda: aeroporto di Monaco di Baviera, hub della Lufthansa e snodo strategico per numerose compagnie internazionali. I primi avvistamenti iniziano la sera di giovedì 2 ottobre, alle 20:30, quando “diversi droni sono stati avvistati nelle vicinanze e all’interno dell’aeroporto di Monaco”, riferisce il comunicato dell’aeroporto. Inizialmente, sono state interessate le zone circostanti. Ma poi i droni si avvicinano.

“Verso le 21:05 sono stati segnalati dei droni vicino alla recinzione dell’aeroporto. Verso le 22:10 è stato effettuato il primo avvistamento sul terreno dell’aeroporto. Di conseguenza, alle 22:18 le operazioni di volo sono state gradualmente sospese per motivi di sicurezza. La chiusura preventiva ha interessato entrambe le piste a partire dalle 22:35”.

Nel frattempo si mobilitava la polizia (statale e federale), avviando vaste operazioni di ricerca con un gran numero di agenti nelle vicinanze dell’aeroporto e sul terreno dello stesso. Sono stati dispiegati anche degli elicotteri per monitorare lo spazio aereo. “Tuttavia, non è stato ancora possibile identificare il responsabile”

Le conseguenze però sono state pesanti: 17 voli cancellati e 15 quelli deviati quella sera. Ma non era finita. Gli avvistamenti si sono infatti ripetuti venerdì sera (con altri voli cancellati o deviati) e sabato mattina.

Sabato le compagnie aeree hanno cancellato circa 170 voli per motivi operativi. Ai passeggeri è stato chiesto di verificare lo stato del proprio volo sul sito web della compagnia aerea prima di recarsi in aeroporto.

Un portavoce della polizia ha dichiarato all’agenzia AFP che “poco prima delle 23:00 [presumibilmente di venerdì, ndr], le pattuglie della polizia hanno avvistato contemporaneamente due droni nelle vicinanze delle piste nord e sud. I droni si sono immediatamente allontanati, prima che potessero essere identificati”.

Il livello di allerta delle autorità è piuttosto alto. Mercoledì il governo tedesco dovrebbe approvare una modifica a una legge per consentire all’esercito di abbattere i droni, se necessario. Mentre il ministero dell’Interno bavarese ha richiesto il supporto dell’esercito tedesco per la sorveglianza.

Ma Monaco è solo l’ultimo di una serie di episodi che, a fine settembre, hanno portato alla chiusura di diversi aeroporti in Danimarca e Norvegia.

In particolare l’aeroporto di Copenaghen è rimasto chiuso per quasi quattro ore il 22 settembre, dopo che due o tre droni erano stati avvistati nello spazio aereo. La polizia danese ha dichiarato di aver visto diversi droni di grandi dimensioni, probabilmente pilotati da un “operatore esperto”, sorvolare l’aeroporto.

Le autorità non hanno abbattuto i droni a causa della vicinanza delle abitazioni locali e degli aerei passeggeri pieni di carburante, riferisce il FT.

Anche l’aeroporto Gardermoen di Oslo è stato chiuso per breve tempo quella stessa notte. Negli giorni successivi, altri aeroporti danesi, tra cui Aalborg, Billund e alcune basi militari, hanno subito incidenti simili.

La Danimarca non ha ancora indicato chi sia il responsabile, ma alcuni funzionari hanno vagamente messo in relazione questi avvistamenti con una serie di accertate violazioni dello spazio aereo della Nato da parte di droni e jet russi in Polonia, Romania ed Estonia. (In quel frangente alcuni droni sono stati abbattuti da jet della Nato).

Nel caso degli avvistamenti sugli aeroporti, le autorità danesi hanno descritto l’attività come una probabile operazione ibrida volta a destabilizzare l’opinione pubblica e a compromettere le infrastrutture critiche.

Il dibattito sulla difesa UE

Sulla storia degli avvistamenti ci torniamo dopo. Ma va detto a questo punto che quanto accaduto ha accelerato il dibattito sullo stato delle capacità di difesa aerea europee, in particolare contro i droni. Molti paesi della Nato dispongono di costosi jet da combattimento e missili terra-aria, ma pochi dei sistemi più economici che l’Ucraina ha sperimentato per combattere i droni russi, che spesso costano solo 20.000 dollari rispetto ai 500.000 dollari di un singolo missile occidentale, nota il FT.

La risposta alle violazioni in Polonia – dove si sono usati F-35 per abbattere dei droni russi usati per attacchi in Ucraina – non è scalabile, notano i siti di settore. Serve un sistema chiamato Counter-UAS (dove UAS sta per Unmanned Aerial Systems, in pratica droni, ma anche il sistema per gestirli).

Ma, scrive Dronewatch, “il concetto di Counter-UAS – rilevare, disturbare o neutralizzare i droni – è semplice in teoria ma estremamente complesso nella pratica. C’è una grande differenza tra abbattere una manciata di droni kamikaze Shahed e respingere un attacco coordinato che coinvolge decine o addirittura centinaia di sistemi, che vanno dai droni FPV guidati dall’intelligenza artificiale ai modelli kamikaze a lungo raggio.
Ogni tipo di minaccia richiede diversi sistemi di rilevamento e contromisure: cinetiche (come missili, proiettili o droni intercettori) e non cinetiche (ad esempio, jamming o armi a energia diretta). Non esiste una soluzione universale valida per tutti i casi. La Nato non è preparata perché le dottrine militari tradizionali non si sono quasi per nulla adattate alla realtà della guerra con i droni”
.

A livello politico, i ministri della Difesa dell’UE hanno approvato il concetto di drone wall, un “muro di droni” lungo il fianco orientale del blocco: una rete di sensori, sistemi di rilevamento e tecnologie anti-UAS. L’idea del muro di droni è stata lanciata dalla presidente della Commissione von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell’Unione a settembre.

Si tratta di uno dei quattro progetti prioritari in materia di difesa, insieme a un rafforzamento della sorveglianza delle frontiere, a un più ampio investimento nelle difese aeree e missilistiche e al potenziamento delle capacità europee in materia di intelligence e ricognizione satellitare.

“Il piano del muro di droni creerebbe una difesa aerea ‘a più livelli’, con un miglioramento dei sistemi di rilevamento e tracciamento e un’intercettazione innovativa e a basso costo. Si tratta della prima grande iniziativa della Commissione nel campo delle capacità di difesa, al di là dell’allentamento delle regole fiscali o della creazione di una linea di credito di 150 miliardi di euro per la difesa”, scrive il FT.

Aggiungendo però che non tutti i Paesi europei ne sono entusiasti (tra questi il governo italiano, preoccupato di portare l’attenzione sui confini a sud e non solo quelli a est, e poco propenso a incentivare l’idea di una difesa europea). 

L’analisi

Ora, se il quadro geopolitico e militare è chiaro, la vicenda specifica dei droni su aeroporti di Paesi europei anche lontani dal fronte russo-ucraino resta però avvolta al momento in una nebulosa. Chi è più cauto nell’analisi degli avvistamenti sono proprio i siti specializzati sui droni.

Ad esempio, nel caso dell’avvistamento a Copenhagen, sostiene Dronewatch, “l’oggetto in questione era quasi certamente un piccolo aereo gestito da una compagnia locale... Ciò suggerisce che la chiusura dell’aeroporto durata diverse ore nella notte scorsa sia stata causata da un errore di interpretazione”. Su una linea simile anche il sito Helicomitro.

Dronexl sembra invece dare credito ai casi danesi e norvegesi, mostrandosi un po’ più scettico nel caso di Monaco. Ipotizza che potrebbero collidere e intrecciarsi scenari diversi. Per capirci, casi che corrispondono a minacce reali, e casi che possono avere spiegazioni più casuali e fortuite.

Ricorda gli avvistamenti avvenuti in New Jersey a fine 2024, quando “migliaia di segnalazioni di ‘droni’ sono arrivate dal New Jersey e dagli stati confinanti. Il fenomeno ha scatenato paura diffusa, audizioni al Congresso e ha persino costretto l’allora presidente eletto Donald Trump a cancellare un viaggio al suo golf club di Bedminster. Le indagini federali hanno poi rivelato la realtà: la maggior parte degli avvistamenti riguardava velivoli con equipaggio che operavano legalmente”.

Dronelife ricorda i casi in UK, nel 2018, “con l’interruzione delle attività dell’aeroporto di Gatwick, dove segnalazioni di droni in prossimità della pista hanno causato il blocco di centinaia di voli. Nonostante il caos, non è mai stata confermata alcuna prova evidente della presenza di droni, a dimostrazione delle conseguenze che possono derivare dal considerare come fatti accertati avvistamenti incerti”.

Ricapitolando, ci sono stati numerosi casi di avvistamenti vicino ad aeroporti e basi militari. Non sono uscite ancora informazioni sufficienti per capire la natura di questi avvistamenti. In ogni caso, ci potrebbero essere differenze qualitative tra i vari casi.

Sappiamo però che l’aviazione civile è sicuramente vulnerabile, perché anche avvistamenti non confermati possono bloccare i voli e provocare disagi; che il rilevamento e l’attribuzione sono difficili; che l’allerta sulla questione sta crescendo; e che c’è una tensione politica a livello europeo su come meglio difendersi.

Tutto ciò in attesa di avere elementi più concreti.

Fonte

28/08/2025

La Norvegia blinda Kiev e, insieme, i profitti del proprio gas

La Norvegia nel 2026 intende confermare a 84 miliardi di corone, 8,5 miliardi di dollari, l’assistenza finanziaria e militare all’Ucraina in guerra contro la Federazione Russa. Lo ha confermato il primo ministro di Oslo, Jonas Gahr Store, visitando Kiev nella giornata di lunedì 25 agosto e promettendo una conferma dell’aiuto già garantito quest’anno dal Paese scandinavo all’alleato esteuropeo.

Confrontandosi con il presidente Volodymyr Zelensky, Store non ha solo aperto al co-finanziamento, assieme alla Germania, dell’acquisto di sistemi missilistici Patriot americani e altri armamenti per l’Ucraina. Ha anche garantito che Oslo sarà al fianco di Kiev sul piano dell’assistenza finanziaria per consolidare la resistenza ucraina e la tenuta del sistema-Paese in una fase critica.

Stoltenberg in regia

Il premier laburista dovrà ora inserire l’aiuto, pari al 2% del Pil del Paese, nel progetto di legge finanziaria per il 2026, e l’annuncio arriva poco prima del voto parlamentare dell’8 settembre in cui i progressisti sono attesi da un confronto all’ultimo voto con i conservatori guidati dall’ex capa di governo Erna Solberg.

Al contrario di altri Paesi, ricorda The Defense Post, “il sostegno di Oslo all’Ucraina è pressoché unanime tra l’opinione pubblica norvegese, dato che il Paese confina con la Russia” e ha visto la sua posizione nella Nato resa più critica dall’assertività del Cremlino, tanto che “secondo l’istituto di ricerca tedesco Kiel Institute, la Norvegia è stata il secondo maggiore fornitore europeo di aiuti militari all’Ucraina nei mesi di maggio e giugno, dopo la Germania”.

A gestire i flussi di aiuti in seno al governo Store c’è una vecchia conoscenza di Zelensky, il ministro delle Finanze, nonché ex primo ministro del Paese e ex segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. In attesa dell’assistenza diretta di altri Stati, l’aiuto norvegese, sommato a quello dell’Unione Europea da 4 miliardi di euro (4,64 miliardi di dollari) recentemente annunciato, può garantire a Kiev i fondi per il piano di acquisto di armi statunitensi da 1 miliardo di dollari al mese che Zelensky ha chiesto ai suoi partner, o sostituirlo con analoghi armamenti.

Perché la Norvegia spinge sull’aiuto all’Ucraina

La resistenza dell’Ucraina ha indubbiamente un vasto consenso in Norvegia, è sostenuta dal suo governo ed è apertamente appoggiata dai finanziamenti diretti deliberati dal governo di Oslo, ma è al contempo indubbio che per il Paese scandinavo oggi puntellare la resistenza di Kiev contribuisce anche a sostenere gli interessi nazionali. La Norvegia è da indicare tra gli Stati che hanno già vinto, con gli interessi, la guerra in Ucraina dopo che l’invasione russa del febbraio 2022 ha portato alla rottura dei grandi accordi energetici tra Mosca e l’Europa, rendendo Oslo di gran lunga il primo fornitore del mercato comunitario.

Oslo nei primi due trimestri del 2025 ha fornito il 52 e il 55% del gas via tubo importato dall’Europa e da sola copre poco meno di un terzo delle importazioni totali, gas naturale liquefetto compreso.

Dall’inizio della guerra in Ucraina, notava Le Monde a gennaio, gli incassi extra del Paese nordico per il settore energetico sono stati pari, al 31 dicembre 2024, a 107,7 miliardi di euro (quasi 125 miliardi di dollari) e non è irragionevole pensare che entro fine anno, nonostante il calo dei prezzi rispetto al 2022-2023, possano essere cresciuti di un’altra ventina di miliardi.

L’aiuto di Oslo a Kiev? Un investimento

L’aiuto di Oslo a Kiev dunque è ampiamente finanziato, nell’erario norvegese, dalle ricadute fiscali dell’attività di Statoil e a suo modo garantisce che la resistenza ucraina continui a consolidare la nuova egemonia energetica della Norvegia nel Vecchio Continente. A inizio anno la testata danese Politiken arrivò ad accusare la Norvegia di essere una “profittatrice di guerra”, seppure vada segnalato che da allora in avanti per il 2025 e 2026 l’assistenza di Oslo è aumentata di sei volte rispetto ai dati del 2024.

Consolidare la resistenza ucraina, tenere impantanata la Russia e incentivare una strategia di disaccoppiamento totale dell’Europa dal gas russo fa anche l’interesse norvegese. Per Oslo, quello su Kiev non è solo un atto di amicizia politica, ma anche, a suo modo, un investimento.

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16/06/2024

Norvegia - Scoperto giacimento di "terre rare"

Nel sud-est della Norvegia è stato scoperto un nuovo giacimento di terre rare. A Fensfeltet il gruppo minerario norvegese Rare Earths Norway (Ren), in collaborazione con la società di consulenza canadese Wsp, ha reso noto di aver stimato la presenza di 8,8 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare.

Questo è il primo risultato di tre anni di trivellazioni e analisi, con valutazioni fino a 468 metri sotto il livello del mare. Ma altre perforazioni suggeriscono che si potrebbero individuare ulteriori quantità di questi materiali, arrivando fino al doppio di questa profondità.

Nei prossimi mesi verranno condotti ulteriori studi ed entro l’anno si daranno notizie più precise sulla fattibilità economica dell’estrazione. Tema che sta molto a cuore a tutta la filiera euroatlantica, e alla UE in particolare.

Almeno 1,5 milioni di tonnellate sarebbero di neodimio e praseodimio, usati nella produzione di veicoli elettrici e turbine eoliche. Minerali fondamentali per la transizione ecologica (o per lo meno per competere in questo mercato, dato che la conversione produttiva è passata nettamente in secondo piano rispetto al riarmo).

È dalla stessa Ren che fanno sapere che “l’Unione europea considera questi metalli come le materie prime più critiche quando si considera il rischio di approvvigionamento“. Viene sottolineato che questo nuovo giacimento è utile per “sostenere una catena del valore sicura delle terre rare per l’Europa“.

Ma è davvero così? A inizio 2023 la scoperta di un giacimento di ossidi di terre rare in Svezia, a Kiruna, era rimbalzata sulle testate di tutta Italia. L’importanza di queste materie prime nello sviluppo delle più avanzate tecnologie, e dunque nella competizione globale, aveva subito acceso le penne dei sostenitori del ritorno a una logica internazionale a blocchi.

Quello che era passato in sordina era la quantità trovata e i tempi necessari allo sfruttamento. A Kiruna era stata stimata la presenza di circa una o due milioni di tonnellate di ossidi di terre rare, una parte infinitesimale rispetto alle 120 milioni di tonnellate che lo United States Geological Survey stima a livello mondiale.

La maggior parte di esse sono in paesi considerati nemici o avversari strategici, o comunque con cui i rapporti non sono segnati da una subalternità senza appello (vedi l’India). Inoltre, i tempi per lo sfruttamento del giacimento svedese erano stati calcolati in una quindicina d’anni: non un affare a breve termine.

Per quanto riguarda il giacimento di Fensfeltet, di sicuro la quantità è molto più sostanziosa. La Ren ha già accennato che vuole provare a soddisfare il 10% del fabbisogno UE di queste materie, rispondendo dunque all’obiettivo di autosufficienza per almeno il 10% dei materiali critici stabilito dal Critical Raw Materials Act.

Ma anche in questo caso i tempi non sono corti: la Ren non potrà probabilmente prendere una decisione finale di investimento prima del 2030. È vero che, se parliamo di soggetti come la UE, non possiamo che ragionare su tempi storici, ma è anche vero che la NATO sta accelerando sempre più la precipitazione dei punti di tensione internazionale.

La possibilità di fare a meno della Cina (e di tanti paesi del Sud Globale che guardano a Pechino), dopo che si è fatto a meno della Russia, non è all’ordine del giorno. Sarebbe il caso che nelle cancellerie occidentali si mettano in testa di rilanciare la cooperazione pacifica, invece che le sanzioni, l’invio di armi e le condanne moralistiche.

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22/05/2024

Irlanda, Norvegia e Spagna riconoscono lo stato di Palestina. Italia… non pervenuta

“Oggi, l’Irlanda, la Norvegia e la Spagna annunciano che riconosciamo lo Stato della Palestina”, ha detto il primo ministro irlandese Simon Harris in una conferenza stampa. Harris ha aggiunto che altri paesi dovrebbero unirsi al trio nelle prossime settimane. “Ognuno di noi ora intraprenderà tutti i passi nazionali necessari per dare effetto a tale decisione”.

Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha dichiarato tra gli applausi del parlamento che il suo paese riconoscerà uno stato palestinese indipendente.

Anche il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide ha confermato il riconoscimento ufficiale della Palestina da parte del suo paese.

Da indiscrezioni sembra che anche Slovenia e Malta procederanno nella stessa direzione nei prossimi giorni.

La Presidenza dell’Autorità Palestinese plaude al sostegno dato dai tre paesi negli ultimi anni ai diritti del popolo palestinese e ai loro voti a favore dell'”autodeterminazione palestinese sulla loro terra”.

La Presidenza dell’Autorità Palestinese invita inoltre gli altri paesi europei a seguire il loro esempio e a riconoscere uno Stato palestinese “al fine di raggiungere una soluzione a due Stati basata sulle risoluzioni internazionali e sui confini del 1967”.

Anche l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha rilasciato una dichiarazione in cui accoglie con favore la decisione di Norvegia, Spagna e Irlanda.

Hussein al-Sheikh, segretario generale del Comitato Esecutivo dell’OLP, scrive su X che questi sono “momenti storici in cui il mondo libero trionfa per la verità e la giustizia dopo lunghi decenni di lotta nazionale palestinese” e che “questa è la strada per la stabilità, la sicurezza e la pace nella regione”.

Hamas ha affermato che la “coraggiosa resistenza palestinese” ha spinto Irlanda, Spagna e Norvegia a riconoscere lo Stato palestinese. “Questi riconoscimenti sono il risultato diretto di questa coraggiosa resistenza e della leggendaria fermezza del popolo palestinese. Crediamo che questo sarà un punto di svolta nella posizione internazionale sulla questione palestinese”, ha detto all’Afp Bassem Naim, membro dell’ufficio politico di Hamas.

Ovviamente rabbiose le reazioni israeliane. Il ministro degli Esteri Israel Katz ha richiamato gli ambasciatori israeliani in Irlanda e Norvegia per consultazioni immediate. “Sto inviando un messaggio inequivocabile all’Irlanda e alla Norvegia: Israele non lascerà che questo accada in silenzio” aggiungendo che farà lo stesso con la Spagna se seguirà l’esempio degli altri paesi.

L’Italia? Non pervenuta.

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12/01/2024

La Norvegia apre all’estrattivismo dei fondali marini

La nuova corsa all’oro degli abissi.

In piena crisi climatica (ed economica), la Norvegia questa settimana ha approvato una legge epocale, che permetterà per la prima volta in assoluto nella storia del mondo, l’estrazione mineraria su scala commerciale dei fondali marini.

Una concessione che arriva in approvazione da parte del governo scandinavo in modo controverso, perché l’impatto ambientale di questa decisione comporterà quasi sicuramente la distruzione di interi habitat marini, il cui equilibrio è tutt’altro che scontato.

Oltre il 90% del calore in eccesso dovuto al riscaldamento globale infatti viene assorbito dall’oceano. Cosa succederà ora che andremo a smuovere anche gli abissi per estrarre minerali?

Nell’epoca in cui si impone preponderante il tema della crisi ambientale, della necessità di tutelare gli habitat che preservano l’equilibrio che sorregge la vita in questo pianeta, dell’allarme relativo all’innalzamento del livello del mare, lo scioglimento dei ghiacciai, l’acidificazione delle acque, la liberazione di CO2 dagli oceani, ecce cc, nel Paese un tempo famoso per le sua cura dell’ambiente, si dà avvio legalizzato a una pratica estremamente pericolosa.

D’altronde se non si possono più cacciare le balene, dopo aver distrutto le foreste di mezzo mondo, perché non iniziare a cacciare litio, scandio e cobalto dai fondali oceanici?

Si tratta di un evidente paradosso, che in nome della transizione energetica andrà a mettere in pericolo la capacità dell’oceano di contrastare le ondate di calore (per dirla semplice), ma che rende evidente ancora una volta che l’ambiente e il futuro delle future generazioni sono temi che non stanno da nessuna parte delle scrivanie dei decisori politici dei nostri Paesi, nemmeno tra quelli ritenuti più “sostenibili”.

Più di 30 organizzazioni per il clima e la conservazione il giorno prima dell’approvazione della legge avevano consegnato una lettera a quasi due dozzine di ambasciate norvegesi in tutti i continenti, intensificando la protesta globale sui piani per l’estrazione mineraria dei fondali profondi nell’Artico.

I gruppi, tra cui Greenpeace, Sustainable Ocean Alliance e Blue Climate Initiative, hanno invitato i funzionari ad abbandonare i piani per aprire 281.000 chilometri quadrati all’estrazione mineraria in acque profonde, affermando che al mondo attualmente mancano “le conoscenze scientifiche solide, complete e credibili per consentire una valutazione affidabile degli impatti dell’estrazione di minerali dalle profondità marine, compresi gli impatti sui sistemi di supporto vitale del pianeta e sui diritti umani”.

Di tutto ciò non è rimasto nulla e, infatti, questa settimana la legge è stata approvata.

La legge per ora permette l’estrazione sui fondali marini norvegesi, ma sembra che la Norvegia si stia muovendo per ottenere il permesso di estrarre anche in acque internazionali.

Per ora ovviamente la concessione non è operativa, ma sarà presto avviata una procedura di concessione, per cui le aziende che vorranno iniziare il business dell’estrattivismo oceanico dovranno inviare delle proposte per ottenere una licenza, comprendendo anche una serie di valutazioni ambientali, e il parlamento valuterà se approvarle caso per caso.

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18/08/2023

Gas naturale - La Russia è ancora il terzo fornitore europeo, l'Algeria il secondo

Esistono le notizie date come cortine fumogene ed esiste la situazione reale. Nonostante gli attentati ai gasdotti o gli innumerevoli pacchetti di sanzioni comminati dall’Unione Europea alla Russia, questa è ancora il terzo fornitore di gas per l’economia europea. Ed è preceduta da un altro paese non sempre bendisposto verso gli europei come l’Algeria, salita al secondo posto.

Al primo c’è la Norvegia, paese membro della Nato

Secondo la ben informata Agenzia Nova, questo è quanto emerso dai dati più recenti pubblicati il 13 agosto, su X (ex piattaforma Twitter), da Wael Hamed Abdel-Moati, esperto dell’industria del gas presso l’Organizzazione dei Paesi arabi esportatori di petrolio (Oapec).

Abdel-Moati ha pubblicato una mappa dei flussi di importazione di gas tramite gasdotti verso i Paesi dell’Unione Europea, basata sugli ordini di acquisto registrati fino a domenica 13 agosto 2023. Questi ordini coprono esclusivamente il gas esportato attraverso i gasdotti, mentre le spedizioni di gas naturale liquefatto non sono incluse.

Secondo la stessa mappa, la Norvegia si è posizionata al primo posto con un flusso massimo di 252,9 milioni di metri cubi al giorno, seguita dall’Algeria al secondo posto con una portata giornaliera di 92 milioni di metri cubi.

Nella classifica la Russia si è posizionata al terzo posto con una portata giornaliera di 82 milioni di metri cubi, segnando uno dei valori più elevati dall’inizio dell’anno.

L’Azerbaigian si colloca al quarto posto con un flusso di 21 milioni di metri cubi al giorno, un dato inferiore rispetto ai suoi livelli consueti, come rilevato dall’esperto Wael Hamed Abdel-Moati. Per quanto riguarda la quinta posizione, la Libia contribuisce con una portata giornaliera di gas pari a 5,3 milioni di metri cubi.

In merito al volume totale di gas che scorre verso i Paesi dell’Unione Europea, la cifra si attesta a 453 milioni di metri cubi al giorno, come evidenziato dall'esperto dell’Oapec (165 miliardi di metri cubi all’anno).

L’accordo appena siglato dall’Unione Europea con l’Amministrazione Biden prevede un aumento delle importazioni di gas naturale dagli Stati Uniti fino ad arrivare ad un import di 50 miliardi di metri cubi entro il 2030. Fatevi due conti su quanto le sanzioni alla Russia abbiano danneggiato l’approvvigionamento energetico della UE.

Fonte

21/02/2023

“Io agente russo? Una follia. È la crisi del giornalismo”

È un giornalista investigativo leggendario. Da giorni è al centro di critiche velenose e silenzi tombali sul suo ultimo scoop: l’inchiesta secondo cui gli Stati Uniti, in collaborazione con la Norvegia, hanno condotto un’operazione segreta di sabotaggio per distruggere il gasdotto North Stream. Il Fatto ha raggiunto il Pulitzer americano Seymour Hersh.

La Russia vuole richiedere al Consiglio di Sicurezza Onu una commissione internazionale indipendente per indagare sul sabotaggio di North Stream 1 e 2. Lei cosa si aspetta, considerato il silenzio con cui la stampa Usa ha accolto la sua inchiesta?

Il silenzio non è una novità per me. Ma dalle telefonate che ricevo la storia non sta scomparendo dai media, tutt’altro. Sto cercando di capire le ragioni di questo sabotaggio, che in realtà parte da fine 2021.

Perfino gli uomini che l’hanno materialmente eseguito non erano per far saltare in aria il gasdotto. Hanno accolto l’idea di aiutare il presidente Usa Joe Biden nel tentativo di esercitare una minaccia credibile nei confronti di Putin, forse per cercare di fermarlo, all’inizio, prima dell’invasione dell’Ucraina. Ma c’era una chance su un milione di riuscire nell’obiettivo e infatti Putin non si è fermato.

Io però credo che quello che Putin voleva fare fosse tenere lontana l’Ucraina dalla Nato. Ma ogni volta che lo dico finisco nei guai, perché vengo dipinto come una sorta di agente segreto russo: una follia.

Putin non aveva intenzione di conquistare l’Europa: il suo obiettivo era assicurarsi una zona cuscinetto, come era stata l’Ucraina fino al 2014, fino a quando gli Stati Uniti hanno lavorato al colpo di Stato (con la Rivoluzione di Maidan, ndr). Non c’è dubbio che l’abbiano fatto.

Lei è stato criticato per tre aspetti della sua inchiesta: per aver usato una sola fonte giornalistica; perché alcuni dettagli sono stati smentiti da esperti di open source intelligence; per aver scritto che l’attuale capo della Nato cooperò con l’intelligence Usa fin dal Vietnam, solo che allora Jens Stoltenberg era un teenager...

Non parlo delle mie fonti. Ho una lunga storia di scoop basati su fonti anonime. Trent’anni fa pubblicai un’inchiesta sul New Yorker sul generale Barry McCaffrey. Durante la prima guerra del Golfo, nel 1991, McCaffrey aveva attaccato la divisione irachena Hammurabi, due o tre giorni dopo il trattato di pace che aveva posto fine alla guerra.

Quell’unità si era arresa, ma lui aveva ucciso tutti, circa 800 uomini. Avevano coperto la storia. Io lo rivelai. McCaffrey mi attaccò e uscì sul Washington Post una grande storia in cui mi accusava di mentire. La Casa Bianca, allora guidata da Bill Clinton, lo supportò in tutto. Le mie rivelazioni caddero nel vuoto, e il fatto che tutti fossero citati per nome e cognome non fece differenza.

Così quando i media dicono: “Non ci sono fonti citate, è un resoconto anonimo...”, io so già di cosa parliamo. Se il New York Times o il Washington Post scelgono di non riprendere certe notizie, di non scrivere, per me va bene: è un problema loro. Il giornalismo americano sta attraversando un periodo difficile.

E le obiezioni degli esperti di dati open source?

Gli esperti di open source sono sempre molto sicuri di loro, perché dicono: “I dati non mentono mai”. E mostrano mappe e carte... Ma nella nostra intelligence ci sono persone di notevole raffinatezza intellettuale, capaci di “confondere” i dati open source.

E Stoltenberg?

Era un leader delle proteste contro la guerra in Vietnam, venne anche arrestato, a Oslo. Aveva 14 o 15 anni. Se già a quell’età lavorasse o meno con la nostra intelligence non spetta a me dirlo, non lo so. È un personaggio marginale in questa vicenda.

Distruggendo la possibilità per Paesi come Germania e Italia di comprare gas a prezzi bassi dalla Russia e chiedendo di aumentare la spesa militare, gli Usa non rischiano di mandare in bancarotta i propri alleati?

È un tema molto interessante. Il problema non è questo inverno, ma il prossimo. Macron e anche il leader tedesco Scholz stanno parlando con la Cina per le energie rinnovabili. Noi americani abbiamo tutto il gas che vogliamo. La Russia ha perso parte del suo mercato, ma non molti soldi perché vende a India e Cina. In Asia i Paesi che supportano la Russia sono 35-40, ma gli americani non lo sanno perché i media non lo riportano, così come non scrivono del sabotaggio.

Pensa che Kiev possa vincere senza un profondo coinvolgimento della Nato?

(Fa una lunga pausa). Credo che, anche in caso di un maggiore coinvolgimento della Nato, il problema dell’Ucraina resterà tragico. Al momento, Kiev non ha abbastanza armi e la corruzione, ai livelli più alti, è enorme. Ma in Occidente facciamo difficoltà a parlare pure di questo.

Nessuna chance di vittoria, quindi?

La mia previsione è di 1 su 38 milioni. Putin ha sbagliato, è difficile dire una sola cosa positiva su di lui, ha iniziato il conflitto più sanguinoso in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Ma nella stampa americana si scrive: ‘Putin ha attaccato senza motivo’. Be’, di motivi ne aveva: 32 anni di menzogne sull’espansione della Nato a Est. Negli Usa la rabbia verso Putin offusca il dibattito.

Ricorda tutte quelle storie per cui sembrava che stesse morendo, che avesse il cancro? (Ride) Ho letto i suoi discorsi. Non è un idiota, non è un comunista. Ha una sorta di idea mistica della Russia, di ritorno a un passato grandioso, ma non di nuove espansioni.

La cosa curiosa è che, prima della guerra e nonostante la guerra, la Russia aveva grandi scambi economici con l’Occidente. Sopravvive alle sanzioni.

Come Cuba. L’embargo c’è dai tempi di Castro. Mi pare siano sopravvissuti.

Fonte

09/02/2023

Come gli USA hanno pianifcato il sabotaggio al gasdotto Nord Stream

Qui di seguito l’inchiesta curata dal veterano del giornalismo investigativo, Seymour Hersch, sul sabotaggio del gasdotto russo/tedesco Nord Stream da parte degli incursori statunitensi. Una verità già evidente a tutti ma non rivelata per salvaguardare l’alleanza NATO e il fronte bellicista sulla guerra in Ucraina. Ma di fronte a questa verità adesso rivelata, il governo o il popolo tedesco potranno continuare a far finta di niente?

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Il Diving and Salvage Center della Marina degli Stati Uniti si trova in un luogo oscuro come il suo nome, in quello che una volta era un viottolo di campagna nella zona rurale di Panama City, una città di villeggiatura ora in piena espansione nella parte sud-occidentale della Florida, 70 miglia a sud del confine con l’Alabama.

Il complesso del centro non è descrittivo come la sua ubicazione: una struttura in cemento scialbo del secondo dopoguerra che ha l’aspetto di una scuola superiore professionale nella zona ovest di Chicago. Una lavanderia a gettoni e una scuola di danza si trovano dall’altra parte di quella che ora è una strada a quattro corsie.

Il centro ha addestrato per decenni sommozzatori in acque profonde altamente qualificati che, una volta assegnati alle unità militari americane in tutto il mondo, sono in grado di effettuare immersioni tecniche per fare il bene – utilizzando esplosivi C4 per liberare porti e spiagge da detriti e ordigni inesplosi – e il male, come far saltare in aria piattaforme petrolifere straniere, sporcare le valvole di aspirazione delle centrali elettriche sottomarine, distruggere le chiuse di canali di navigazione cruciali.

Il centro di Panama City, che vanta la seconda piscina coperta più grande d’America, era il luogo perfetto per reclutare i migliori, e più taciturni, diplomati della scuola di immersione che l’estate scorsa hanno eseguito con successo ciò che erano stati autorizzati a fare a 260 piedi sotto la superficie del Mar Baltico.

Lo scorso giugno, i sommozzatori della Marina, operando sotto la copertura di un’esercitazione NATO di metà estate ampiamente pubblicizzata, nota come BALTOPS 22, hanno piazzato gli esplosivi innescati a distanza che, tre mesi dopo, hanno distrutto tre dei quattro gasdotti di Nord Stream, secondo una fonte con conoscenza diretta della pianificazione operativa.

Due dei gasdotti, noti collettivamente come Nord Stream 1, hanno fornito alla Germania, e a gran parte dell’Europa occidentale, gas naturale russo a basso costo per più di un decennio. Una seconda coppia di gasdotti, chiamata Nord Stream 2, era stata costruita ma non era ancora operativa. Ora, con le truppe russe che si ammassano al confine con l’Ucraina e con l’incombere della più sanguinosa guerra in Europa dal 1945, il presidente Joseph Biden ha visto i gasdotti come un veicolo per Vladimir Putin per utilizzare il gas naturale per le sue ambizioni politiche e territoriali.

Alla richiesta di un commento, Adrienne Watson, portavoce della Casa Bianca, ha risposto in un’e-mail: “Questo è falso e completamente inventato”. Tammy Thorp, portavoce della Central Intelligence Agency, ha scritto allo stesso modo: “Questa affermazione è completamente e totalmente falsa”.

La decisione di Biden di sabotare i gasdotti è arrivata dopo oltre nove mesi di discussioni segretissime all’interno della comunità di sicurezza nazionale di Washington su come raggiungere al meglio l’obiettivo. Per gran parte di quel periodo, il problema non era se compiere o meno la missione, ma come portarla a termine senza alcun indizio evidente su chi fosse il responsabile.

C’era una ragione burocratica vitale per affidarsi ai diplomati della scuola di immersione del centro a Panama City. I sommozzatori erano solo della Marina e non membri del Comando per le operazioni speciali americano, le cui operazioni segrete devono essere comunicate al Congresso e informate in anticipo alla leadership del Senato e della Camera, la cosiddetta Gang of Eight. L’Amministrazione Biden stava facendo tutto il possibile per evitare fughe di notizie mentre la pianificazione si svolgeva tra la fine del 2021 e i primi mesi del 2022.

Il Presidente Biden e la sua squadra di politica estera – il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan, il Segretario di Stato Tony Blinken e Victoria Nuland, il Sottosegretario di Stato per la Politica – avevano manifestato in modo esplicito e coerente la loro ostilità ai due gasdotti, che si snodavano uno accanto all’altro per 750 miglia sotto il Mar Baltico, partendo da due porti diversi nel nord-est della Russia vicino al confine con l’Estonia, passando vicino all’isola danese di Bornholm prima di terminare nella Germania settentrionale.

Il percorso diretto, che evitava qualsiasi transito in Ucraina, era stato una manna per l’economia tedesca, che godeva di un’abbondanza di gas naturale russo a basso costo – sufficiente per far funzionare le fabbriche e riscaldare le case, consentendo ai distributori tedeschi di vendere il gas in eccesso, con profitto, in tutta l’Europa occidentale.

Un’azione che potesse essere ricondotta all’amministrazione Biden avrebbe violato le promesse degli Stati Uniti di ridurre al minimo il conflitto diretto con la Russia.
La segretezza era essenziale.

Fin dai primi giorni, Nord Stream 1 è stato visto da Washington e dai suoi partner anti-russi della NATO come una minaccia al dominio occidentale. La holding che ne è alla base, la Nord Stream AG, è stata costituita in Svizzera nel 2005 in partnership con Gazprom, una società russa quotata in borsa che produce enormi profitti per gli azionisti ed è dominata da oligarchi noti per essere al soldo di Putin. Gazprom controllava il 51% della società, mentre quattro aziende energetiche europee, una francese, una olandese e due tedesche, condividevano il restante 49% delle azioni e avevano il diritto di controllare le vendite a valle del gas naturale a basso costo ai distributori locali in Germania e in Europa occidentale. I profitti di Gazprom erano condivisi con il governo russo e, secondo le stime, in alcuni anni le entrate statali di gas e petrolio ammontavano al 45% del bilancio annuale della Russia.

I timori politici dell’America erano reali: Putin avrebbe ora avuto un’ulteriore e necessaria fonte di reddito, e la Germania e il resto dell’Europa occidentale sarebbero diventati dipendenti dal gas naturale a basso costo fornito dalla Russia, riducendo al contempo la dipendenza europea dall’America. In realtà, questo è esattamente ciò che è accaduto. Molti tedeschi vedevano il Nord Stream 1 come parte della realizzazione della famosa teoria della Ostpolitik dell’ex cancelliere Willy Brandt, che avrebbe permesso alla Germania del dopoguerra di riabilitare se stessa e le altre nazioni europee distrutte dalla Seconda Guerra Mondiale utilizzando, tra le altre iniziative, il gas russo a basso costo per alimentare un mercato e un’economia commerciale prospera in Europa occidentale.

Il Nord Stream 1 era già abbastanza pericoloso, secondo la NATO e Washington, ma il Nord Stream 2, la cui costruzione è stata completata nel settembre del 2021, se approvato dalle autorità di regolamentazione tedesche, avrebbe raddoppiato la quantità di gas a basso costo disponibile per la Germania e l’Europa occidentale. Il secondo gasdotto avrebbe fornito inoltre gas sufficiente per oltre il 50% del consumo annuale della Germania. Le tensioni tra la Russia e la NATO, sostenute dalla politica estera aggressiva dell’amministrazione Biden, erano in costante aumento.

L’opposizione al Nord Stream 2 è esplosa alla vigilia dell’insediamento di Biden, nel gennaio 2021, quando i repubblicani del Senato, guidati da Ted Cruz del Texas, hanno ripetutamente sollevato la minaccia politica del gas naturale russo a basso costo durante l’udienza di conferma di Blinken come Segretario di Stato. A quel punto un Senato unificato aveva approvato con successo una legge che, come disse Cruz a Blinken, “ha fermato [il gasdotto] sul nascere”. Il governo tedesco, allora guidato da Angela Merkel, avrebbe esercitato enormi pressioni politiche ed economiche per mettere in funzione il secondo gasdotto.

Biden si sarebbe opposto ai tedeschi? Blinken ha risposto di sì, ma ha aggiunto di non aver discusso i dettagli delle opinioni del Presidente entrante. “So che è fermamente convinto che questa sia una cattiva idea, il Nord Stream 2”, ha detto. “So che vorrebbe che usassimo tutti gli strumenti di persuasione che abbiamo per convincere i nostri amici e partner, compresa la Germania, a non andare avanti”.

Pochi mesi dopo, mentre la costruzione del secondo gasdotto si avvicinava al completamento, Biden non ha battuto ciglio. Nel maggio dello stesso anno, con un sorprendente dietrofront, l’amministrazione ha rinunciato alle sanzioni contro Nord Stream AG, mentre un funzionario del Dipartimento di Stato ha ammesso che il tentativo di fermare il gasdotto attraverso le sanzioni e la diplomazia era “sempre stato un azzardo”. Dietro le quinte, funzionari dell’amministrazione avrebbero esortato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ormai alle prese con la minaccia di invasione russa, a non criticare la mossa.

Le conseguenze sono state immediate. I repubblicani del Senato, guidati da Cruz, annunciarono un blocco immediato di tutte le nomine di Biden in politica estera e ritardarono l’approvazione della legge annuale sulla difesa per mesi, fino all’autunno. In seguito Politico ha descritto il voltafaccia di Biden sul secondo gasdotto russo come “l’unica decisione, probabilmente più del caotico ritiro militare dall’Afghanistan, che ha messo a rischio l’agenda di Biden”.

L’amministrazione era in difficoltà, nonostante avesse ottenuto una tregua sulla crisi a metà novembre, quando i regolatori energetici tedeschi avevano sospeso l’approvazione del secondo gasdotto Nord Stream. I prezzi del gas naturale hanno subito un’impennata dell’8% nel giro di pochi giorni, tra i crescenti timori in Germania e in Europa che la sospensione del gasdotto e la crescente possibilità di una guerra tra Russia e Ucraina avrebbero portato a un inverno freddo molto indesiderato. A Washington non era chiaro quale fosse la posizione di Olaf Scholz, il cancelliere tedesco appena nominato.

Mesi prima, dopo la caduta dell’Afghanistan, Scholz aveva pubblicamente appoggiato l’appello del presidente francese Emmanuel Macron per una politica estera europea più autonoma in un discorso a Praga, suggerendo chiaramente una minore dipendenza da Washington e dalle sue azioni mercuriali.

In tutto questo, le truppe russe si sono costantemente e minacciosamente ammassate ai confini dell’Ucraina e alla fine di dicembre più di 100.000 soldati erano in grado di colpire dalla Bielorussia e dalla Crimea. A Washington cresceva l’allarme, compresa una valutazione di Blinken secondo cui il numero di truppe avrebbe potuto essere “raddoppiato in breve tempo”.

L’attenzione dell’amministrazione Biden si concentrava ancora una volta su Nord Stream. Finché l’Europa continuerà a dipendere dal gasdotto per ottenere gas naturale a basso costo, Washington temeva che Paesi come la Germania sarebbero stati riluttanti a fornire all’Ucraina il denaro e le armi necessarie per sconfiggere la Russia.

È stato in questo momento di incertezza che Biden ha autorizzato Jake Sullivan a riunire un gruppo di agenzie per elaborare un piano.

Tutte le opzioni dovevano essere messe sul tavolo. Ma solo una sarebbe emersa.

La pianificazione

Nel dicembre del 2021, due mesi prima che i primi carri armati russi entrassero in Ucraina, Jake Sullivan convocò una riunione di una task force appena costituita – uomini e donne dello Stato Maggiore, della CIA, dei Dipartimenti di Stato e del Tesoro – e chiese raccomandazioni su come rispondere all’imminente invasione di Putin.

Sarebbe stata la prima di una serie di riunioni top-secret, in una stanza sicura all’ultimo piano dell’Old Executive Office Building, adiacente alla Casa Bianca, che era anche la sede del President’s Foreign Intelligence Advisory Board (PFIAB). Ci furono i soliti botta e risposta che alla fine portarono a una domanda preliminare cruciale: la raccomandazione trasmessa dal gruppo al Presidente sarebbe stata reversibile – come un altro strato di sanzioni e restrizioni valutarie – o irreversibile – cioè azioni cinetiche, che non potevano essere annullate?

Secondo la fonte a conoscenza diretta del processo, ciò che è apparso chiaro ai partecipanti è che Sullivan intendeva che il gruppo elaborasse un piano per la distruzione dei due gasdotti Nord Stream – e che stava realizzando i desideri del Presidente.

Nel corso delle successive riunioni, i partecipanti hanno discusso le opzioni per un attacco. La Marina propose di utilizzare un sottomarino appena commissionato per attaccare direttamente l’oleodotto. L’aeronautica discuteva di sganciare bombe con spolette ritardate che potessero essere innescate a distanza. La CIA sosteneva che qualsiasi cosa si facesse, avrebbe dovuto essere segreta. Tutti i partecipanti capirono la posta in gioco. “Non è roba da bambini”, ha detto la fonte. Se l’attacco fosse riconducibile agli Stati Uniti, “sarebbe un atto di guerra”.

All’epoca, la CIA era diretta da William Burns, un mite ex ambasciatore in Russia che era stato vice segretario di Stato nell’amministrazione Obama. Burns autorizzò rapidamente un gruppo di lavoro dell’Agenzia i cui membri ad hoc includevano, guarda caso, qualcuno che conosceva le capacità dei sommozzatori della Marina a Panama City. Nelle settimane successive, i membri del gruppo di lavoro della CIA iniziarono a elaborare un piano per un’operazione segreta che avrebbe utilizzato i sommozzatori per innescare un’esplosione lungo il gasdotto.

Qualcosa di simile era già stato fatto in passato. Nel 1971, la comunità dei servizi segreti americani apprese da fonti ancora non rivelate che due importanti unità della Marina russa comunicavano attraverso un cavo sottomarino interrato nel Mare di Okhotsk, sulla costa dell’Estremo Oriente russo. Il cavo collegava un comando regionale della Marina al quartier generale continentale di Vladivostok.

Un gruppo scelto di agenti della Central Intelligence Agency e della National Security Agency fu riunito da qualche parte nell’area di Washington, sotto copertura, ed elaborò un piano, utilizzando sommozzatori della Marina, sottomarini modificati e un veicolo di salvataggio sottomarino, che riuscì, dopo molti tentativi ed errori, a localizzare il cavo russo. I sommozzatori hanno piazzato sul cavo un sofisticato dispositivo di ascolto che ha intercettato con successo il traffico russo e lo ha registrato su un sistema di registrazione.

La National Security Agency ha appreso che gli alti ufficiali della marina russa, convinti della sicurezza del loro collegamento, chiacchieravano con i loro colleghi senza crittografia. Il dispositivo di registrazione e il nastro dovevano essere sostituiti mensilmente e il progetto andò avanti allegramente per un decennio, finché non fu compromesso da un tecnico civile della NSA di quarantaquattro anni, Ronald Pelton, che parlava correntemente il russo. Pelton fu tradito da un disertore russo nel 1985 e condannato alla prigione. I russi gli pagarono solo 5.000 dollari per le sue rivelazioni sull’operazione, oltre a 35.000 dollari per altri dati operativi russi da lui forniti che non furono mai resi pubblici.

Quel successo subacqueo, chiamato in codice Ivy Bells, fu innovativo e rischioso e produsse informazioni preziose sulle intenzioni e sulla pianificazione della Marina russa.

Tuttavia, il gruppo inter-agenzie era inizialmente scettico sull’entusiasmo della CIA per un attacco segreto in acque profonde. C’erano troppe domande senza risposta. Le acque del Mar Baltico erano pesantemente pattugliate dalla marina russa e non c’erano piattaforme petrolifere che potessero essere usate come copertura per un’operazione subacquea. I sommozzatori sarebbero dovuti andare in Estonia, proprio al di là del confine con le banchine di carico del gas naturale della Russia, per addestrarsi alla missione? “Sarebbe una scopata da capre”, è stato detto all’Agenzia.

Nel corso di “tutti questi piani”, ha raccontato la fonte, “alcuni funzionari della CIA e del Dipartimento di Stato dicevano: “Non fatelo. È stupido e sarà un incubo politico se verrà fuori”.

Tuttavia, all’inizio del 2022, il gruppo di lavoro della CIA riferì al gruppo inter-agenzia di Sullivan: “Abbiamo un modo per far saltare i gasdotti”.

Quello che è successo dopo è stato sbalorditivo. Il 7 febbraio, meno di tre settimane prima dell’apparentemente inevitabile invasione russa dell’Ucraina, Biden si è incontrato nel suo ufficio alla Casa Bianca con il Cancelliere tedesco Olaf Scholz, che, dopo qualche tentennamento, era ora saldamente nella squadra americana. Durante il briefing con la stampa che ne è seguito, Biden ha affermato con tono di sfida: “Se la Russia invade... non ci sarà più un Nord Stream 2. Metteremo fine a tutto questo”.

Venti giorni prima, il Sottosegretario Nuland aveva trasmesso essenzialmente lo stesso messaggio in un briefing del Dipartimento di Stato, con poca copertura da parte della stampa. “Voglio essere molto chiara con voi oggi”, ha detto in risposta a una domanda. “Se la Russia invade l’Ucraina, in un modo o nell’altro Nord Stream 2 non andrà avanti”.

Molti di coloro che hanno partecipato alla pianificazione della missione del gasdotto sono rimasti sconcertati da quelli che hanno considerato come riferimenti indiretti all’attacco.

“È stato come mettere una bomba atomica a terra a Tokyo e dire ai giapponesi che la faremo esplodere”, ha detto la fonte. “Il piano prevedeva che le opzioni fossero eseguite dopo l’invasione e non pubblicizzate pubblicamente. Biden semplicemente non l’ha capito o l’ha ignorato”.

L’indiscrezione di Biden e della Nuland, se di questo si tratta, potrebbe aver frustrato alcuni dei pianificatori. Ma ha anche creato un’opportunità. Secondo la fonte, alcuni alti funzionari della CIA hanno stabilito che far saltare il gasdotto “non poteva più essere considerata un’opzione segreta perché il Presidente aveva appena annunciato che sapevamo come farlo”.

Il piano per far esplodere Nord Stream 1 e 2 è stato improvvisamente declassato da un’operazione segreta che richiedeva l’informazione del Congresso a un’operazione di intelligence altamente classificata con il supporto militare degli Stati Uniti. Secondo la legge, ha spiegato la fonte, “non c’era più l’obbligo legale di riferire l’operazione al Congresso. Tutto ciò che dovevano fare ora era farlo e basta, ma doveva essere ancora segreto. I russi hanno una sorveglianza superlativa del Mar Baltico”.

I membri del gruppo di lavoro dell’Agenzia non avevano contatti diretti con la Casa Bianca e non vedevano l’ora di scoprire se il Presidente intendesse davvero quello che aveva detto, cioè se la missione fosse ormai avviata. La fonte ha ricordato: “Bill Burns torna e dice: “Fatelo””.

“La marina norvegese fu rapida nel trovare il punto giusto, nelle acque poco profonde a poche miglia dall’isola danese di Bornholm...”.

L’operazione

La Norvegia era il luogo perfetto per la missione. Negli ultimi anni di crisi Est-Ovest, le forze armate statunitensi hanno ampliato notevolmente la loro presenza all’interno della Norvegia, il cui confine occidentale corre per 1.400 miglia lungo l’Oceano Atlantico settentrionale e si fonde sopra il Circolo Polare Artico con la Russia.

Il Pentagono ha creato posti di lavoro e contratti molto remunerativi, tra qualche polemica locale, investendo centinaia di milioni di dollari per migliorare ed espandere le strutture della Marina e dell’Aeronautica americane in Norvegia.

Le nuove opere comprendevano, soprattutto, un radar avanzato ad apertura sintetica situato molto a nord, in grado di penetrare in profondità il territorio russo, e sono entrate in funzione proprio quando la comunità di intelligence americana ha perso l’accesso a una serie di siti di ascolto a lungo raggio all’interno della Cina.

Una base sottomarina americana recentemente ristrutturata, in costruzione da anni, è diventata operativa e più sottomarini americani sono ora in grado di lavorare a stretto contatto con i loro colleghi norvegesi per monitorare e spiare un’importante ridotta nucleare russa a 250 miglia a est, nella penisola di Kola. L’America ha anche ampliato notevolmente una base aerea norvegese nel nord e ha consegnato alle forze aeree norvegesi una flotta di aerei da pattugliamento P8 Poseidon, costruiti dalla Boeing, per rafforzare lo spionaggio a lungo raggio di tutto ciò che riguarda la Russia.

In cambio, lo scorso novembre, il governo norvegese ha irritato i liberali e alcuni moderati del suo parlamento approvando l’Accordo di cooperazione per la difesa supplementare (SDCA). In base al nuovo accordo, in alcune “aree concordate” del Nord, il sistema giuridico statunitense avrà giurisdizione sui soldati americani accusati di crimini fuori dalla base, nonché sui cittadini norvegesi accusati o sospettati di interferire con il lavoro della base.

La Norvegia è stata uno dei firmatari originari del Trattato NATO nel 1949, agli inizi della Guerra Fredda. Oggi, il comandante supremo della NATO è Jens Stoltenberg, un convinto anticomunista, che è stato primo ministro norvegese per otto anni prima di passare alla sua alta carica alla NATO, con il sostegno americano, nel 2014. Si trattava di un duro su tutto ciò che riguardava Putin e la Russia, che aveva collaborato con la comunità di intelligence americana fin dai tempi della guerra del Vietnam. Da allora si è fidato completamente di lui. “È il guanto che si adatta alla mano americana”, ha detto la fonte.

A Washington, i pianificatori sapevano di dover andare in Norvegia. “Odiavano i russi e la marina norvegese era piena di marinai e sommozzatori eccellenti, con generazioni di esperienza nell’esplorazione di petrolio e gas in acque profonde altamente redditizie”, ha detto la fonte. Inoltre ci si poteva fidare di loro per mantenere la missione segreta. I norvegesi potrebbero aver avuto anche altri interessi.

La distruzione di Nord Stream, se gli americani riuscissero a portarla a termine, consentirebbe alla Norvegia di vendere una quantità molto maggiore del proprio gas naturale all’Europa.

A marzo, alcuni membri del team sono andati in Norvegia per incontrare i servizi segreti e la marina norvegese. Una delle domande chiave era dove esattamente nel Mar Baltico fosse il posto migliore per piazzare gli esplosivi. Nord Stream 1 e 2, ciascuno con due serie di condotte, erano separati per gran parte del percorso da poco più di un miglio, mentre si dirigevano verso il porto di Greifswald, nell’estremo nord-est della Germania.

La marina norvegese è stata rapida nel trovare il punto giusto, nelle acque poco profonde del Mar Baltico, a poche miglia dall’isola danese di Bornholm. Le condutture correvano a più di un miglio di distanza l’una dall’altra, su un fondale profondo solo 260 piedi. Si trattava di un’area ben raggiungibile dai sommozzatori che, operando da un cacciamine norvegese della classe Alta, si sarebbero immersi con una miscela di ossigeno, azoto ed elio che usciva dalle loro bombole e avrebbero piazzato cariche di C4 sagomate sulle quattro condutture con coperture protettive in cemento. Sarebbe stato un lavoro noioso, lungo e pericoloso, ma le acque al largo di Bornholm avevano un altro vantaggio: non c’erano grandi correnti di marea, che avrebbero reso il compito di immergersi molto più difficile.

Dopo un po’ di ricerche, gli americani accettarono. A questo punto entrò ancora una volta in gioco l’oscuro gruppo di immersione profonda della Marina a Panama City. Le scuole d’altura di Panama City, i cui allievi hanno partecipato a Ivy Bells, sono viste come un’indesiderata zona d’ombra dall’élite dei diplomati dell’Accademia Navale di Annapolis, che di solito cercano la gloria di essere assegnati come Seal, piloti di caccia o sommergibilisti. Se uno deve diventare una “scarpa nera”, cioè un membro del meno desiderabile comando di navi di superficie, c’è sempre almeno un incarico su un cacciatorpediniere, un incrociatore o una nave anfibia. La meno affascinante di tutte è la guerra di mine. I suoi sommozzatori non appaiono mai nei film di Hollywood o sulle copertine delle riviste popolari.

“I migliori sommozzatori con qualifiche di immersione profonda sono una comunità ristretta e solo i migliori vengono reclutati per l’operazione e viene detto loro di prepararsi a essere convocati dalla CIA a Washington”, ha detto la fonte.

I norvegesi e gli americani avevano il luogo e gli operatori, ma c’era un’altra preoccupazione: qualsiasi attività subacquea insolita nelle acque al largo di Bornholm avrebbe potuto attirare l’attenzione della marina svedese o danese, che avrebbe potuto segnalarla.

La Danimarca era stata anche uno dei primi firmatari della NATO ed era nota nella comunità dei servizi segreti per i suoi legami speciali con il Regno Unito. La Svezia aveva presentato domanda di adesione alla NATO e aveva dimostrato una grande abilità nel gestire i suoi sistemi di sensori sonori e magnetici sottomarini che riuscivano a rintracciare con successo i sottomarini russi che di tanto in tanto comparivano nelle acque remote dell’arcipelago svedese e venivano costretti a salire in superficie.

I norvegesi si sono uniti agli americani insistendo sul fatto che alcuni alti funzionari in Danimarca e Svezia dovevano essere informati in termini generali sulle possibili attività subacquee nell’area. In questo modo, qualcuno più in alto poteva intervenire e tenere un rapporto fuori dalla catena di comando, isolando così l’operazione del gasdotto. “Quello che veniva detto loro e quello che sapevano erano volutamente diversi”, mi ha detto la fonte (l’ambasciata norvegese, interpellata per commentare questa storia, non ha risposto).

I norvegesi sono stati fondamentali per risolvere altri ostacoli. È noto che la marina russa possiede una tecnologia di sorveglianza in grado di individuare e attivare le mine sottomarine. I dispositivi esplosivi americani dovevano essere camuffati in modo da apparire al sistema russo come parte dello sfondo naturale, cosa che richiedeva un adattamento alla salinità specifica dell’acqua. I norvegesi avevano una soluzione.

I norvegesi avevano anche una soluzione alla questione cruciale di quando l’operazione avrebbe dovuto avere luogo. Ogni giugno, negli ultimi 21 anni, la Sesta Flotta americana, la cui nave ammiraglia è basata a Gaeta, in Italia, a sud di Roma, ha sponsorizzato una grande esercitazione della NATO nel Mar Baltico che coinvolge decine di navi alleate in tutta la regione. L’esercitazione in corso, che si terrà a giugno, sarà nota come Baltic Operations 22, o BALTOPS 22. I norvegesi hanno proposto che questa fosse la copertura ideale per piazzare le mine.

Gli americani hanno fornito un elemento fondamentale: hanno convinto i pianificatori della Sesta Flotta ad aggiungere al programma un’esercitazione di ricerca e sviluppo. L’esercitazione, come reso noto dalla Marina, coinvolgeva la Sesta Flotta in collaborazione con i “centri di ricerca e di guerra” della Marina.

L’evento in mare si sarebbe svolto al largo delle coste dell’isola di Bornholm e avrebbe coinvolto squadre di sommozzatori della NATO che avrebbero piazzato mine, mentre le squadre concorrenti avrebbero utilizzato le più recenti tecnologie subacquee per trovarle e distruggerle.

Si trattava di un esercizio utile e di una copertura ingegnosa. I ragazzi di Panama City avrebbero fatto il loro dovere e gli esplosivi C4 sarebbero stati posizionati entro la fine di BALTOPS22, con un timer di 48 ore. Tutti gli americani e i norvegesi sarebbero spariti prima della prima esplosione.

I giorni erano contati. “Il tempo scorreva e ci stavamo avvicinando alla missione compiuta”, ha detto la fonte.

E poi Washington ebbe un ripensamento. Le bombe sarebbero state comunque piazzate durante BALTOPS, ma la Casa Bianca temeva che una finestra di due giorni per la loro detonazione sarebbe stata troppo vicina alla fine dell’esercitazione e che sarebbe stato evidente il coinvolgimento dell’America.

La Casa Bianca ha invece avanzato una nuova richiesta: “I ragazzi sul campo possono trovare un modo per far esplodere i gasdotti più tardi, a comando?”.

Alcuni membri del team di pianificazione erano irritati e frustrati dall’apparente indecisione del Presidente. I sommozzatori di Panama City si erano ripetutamente esercitati a piazzare il C4 sulle condutture, come avrebbero fatto durante BALTOPS, ma ora la squadra in Norvegia doveva trovare un modo per dare a Biden ciò che voleva: la possibilità di emettere un ordine di esecuzione di successo in un momento a sua scelta.

Essere incaricati di un cambiamento arbitrario all'ultimo minuto era qualcosa che la CIA era abituata a gestire. Ma ha anche rinnovato le preoccupazioni, da alcuni condivise, sulla necessità, e sulla legittimità, dell'intera operazione.

Gli ordini segreti del presidente evocarono anche il dilemma della CIA nei giorni della guerra del Vietnam, quando il presidente Johnson, di fronte al crescente sentimento contro la guerra del Vietnam, ordinò all'Agenzia di violare il suo statuto – che le vietava specificamente di operare all'interno degli Stati Uniti – spiando i leader contro la guerra per determinare se fossero controllati dalla Russia comunista.

L'agenzia alla fine acconsentì e per tutti gli anni '70 divenne chiaro fino a che punto fosse stata disposta a spingersi. Ci furono successive rivelazioni sui giornali all'indomani degli scandali Watergate sullo spionaggio dell'Agenzia sui cittadini americani, il suo coinvolgimento nell'assassinio di leader stranieri e il suo indebolimento del governo socialista di Salvador Allende.

Quelle rivelazioni portarono a una drammatica serie di udienze al Senato a metà degli anni '70, guidate da Frank Church dell'Idaho, che resero chiaro che Richard Helms, all'epoca direttore dell'Agenzia, accettò di avere l'obbligo di fare ciò che il presidente voleva, anche se ciò significava violare la legge.

In una testimonianza inedita a porte chiuse, Helms ha mestamente spiegato che "hai quasi un'Immacolata Concezione quando fai qualcosa" sotto gli ordini segreti di un presidente. "Che sia giusto o sbagliato [la CIA] lavora secondo regole e regole di base diverse rispetto a qualsiasi altra parte del governo". Stava essenzialmente dicendo ai senatori che lui, come capo della CIA, aveva capito di aver lavorato per la Corona e non per la Costituzione.

Gli americani al lavoro in Norvegia hanno operato con la stessa dinamica e hanno diligentemente iniziato a lavorare sul nuovo problema: come far esplodere a distanza le cariche di C4 su ordine di Biden. Era un incarico molto più impegnativo di quanto capissero quelli di Washington. Non c'era modo per la squadra in Norvegia di sapere quando il presidente avrebbe premuto il pulsante. Sarebbe stato tra poche settimane, tra molti mesi o tra sei mesi o più?

Il C4 collegato alle condutture sarebbe stato attivato da una boa sonar lanciata da un aereo con breve preavviso, ma la procedura prevedeva la più avanzata tecnologia di elaborazione del segnale. Una volta installati, i dispositivi di temporizzazione ritardata collegati a una qualsiasi delle quattro condutture potrebbero essere attivati accidentalmente dal complesso mix di rumori di fondo dell'oceano in tutto il Mar Baltico pesantemente trafficato: navi vicine e lontane, trivellazioni sottomarine, eventi sismici, onde e persino creature marine. Per evitare ciò, la boa del sonar, una volta posizionata, emetterebbe una sequenza di suoni tonali unici a bassa frequenza, molto simili a quelli emessi da un flauto o da un pianoforte, che verrebbero riconosciuti dal dispositivo di cronometraggio e, dopo un'ora prestabilita di ritardo, innescando gli esplosivi. ("Vuoi un segnale sufficientemente robusto in modo che nessun altro segnale possa inviare accidentalmente un impulso che fa esplodere gli esplosivi", mi è stato detto dal dottor Theodore Postol, professore emerito di scienze, tecnologia e politica di sicurezza nazionale al MIT. Postol, che ha servito come consigliere scientifico del capo delle operazioni navali del Pentagono, ha affermato che il problema che il gruppo deve affrontare in Norvegia a causa del ritardo di Biden è stato un caso: "Più a lungo gli esplosivi sono in acqua, maggiore sarà il rischio di un segnale che attiverebbe le bombe.”)

Il 26 settembre 2022, un aereo di sorveglianza P8 della Marina norvegese ha effettuato un volo apparentemente di routine e ha sganciato una boa sonar. Il segnale si è diffuso sott'acqua, inizialmente al Nord Stream 2 e poi al Nord Stream 1. Poche ore dopo, gli esplosivi C4 ad alta potenza sono stati innescati e tre dei quattro gasdotti sono stati messi fuori servizio. Nel giro di pochi minuti, pozze di gas metano rimaste nelle condutture otturate potevano essere viste diffondersi sulla superficie dell'acqua e il mondo apprese che era accaduto qualcosa di irreversibile.

La caduta

Subito dopo il sabotaggio dei gasdotti, i media americani trattarono il fatto come un mistero irrisolto. La Russia è stata ripetutamente citata come probabile colpevole, spronata da fughe di notizie pilotste dalla Casa Bianca, ma senza mai stabilire un motivo chiaro per un simile atto di autosabotaggio, al di là della semplice punizione. Pochi mesi dopo, quando è emerso che le autorità russe stavano silenziosamente ottenendo stime sui costi per riparare gli oleodotti, il New York Times ha descritto la notizia come "teorie complicate su chi c'era dietro" l'attacco. Nessun grande quotidiano americano ha approfondito le precedenti minacce ai gasdotti fatte da Biden e dal sottosegretario di Stato Nuland.

Sebbene non sia mai stato chiaro il motivo per cui la Russia avrebbe cercato di distruggere il proprio redditizio gasdotto, una motivazione più eloquente per l'azione del presidente è venuta dal Segretario di Stato Blinken.

Interrogato in una conferenza stampa lo scorso settembre sulle conseguenze del peggioramento della crisi energetica nell'Europa occidentale, Blinken ha descritto il momento come potenzialmente positivo:

"È un'opportunità straordinaria per eliminare una volta per tutte la dipendenza dall'energia russa e quindi per togliere a Vladimir Putin la possibilità di usare l'energia come arma e come mezzo per portare avanti i suoi progetti imperiali. Questo è molto significativo e offre un'enorme opportunità strategica per gli anni a venire, ma nel frattempo siamo determinati a fare tutto il possibile per assicurarci che le conseguenze di tutto questo non siano sopportate dai cittadini dei nostri Paesi o, se è per questo, di tutto il mondo".

Più di recente, Victoria Nuland ha espresso soddisfazione per la chiusura del più recente tra i gasdotti. Testimoniando a un'udienza della commissione per le relazioni estere del Senato alla fine di gennaio, ha detto al senatore Ted Cruz: "Come te, lo sono, e penso che l'amministrazione sia molto gratificata di sapere che Nord Stream 2 è ora, come ti piace dire, un pezzo di metallo in fondo al mare".

La fonte ha avuto una visione molto più spicciola della decisione di Biden di sabotare più di 1500 miglia di gasdotto Gazprom all'approssimarsi dell'inverno. "Beh", ha detto parlando del Presidente, "devo ammettere che il ragazzo ha un paio di palle. Ha detto che l'avrebbe fatto e l'ha fatto".

Alla domanda su cosa pensasse circa il perchè i russi non avessero risposto, ha risposto cinicamente: "Forse vorrebbero avere la capacità di fare le stesse cose che hanno fatto gli Stati Uniti".

"È stata una bellissima cover story", ha continuato. “Dietro c'era un'operazione segreta che ha messo esperti nel campo e apparecchiature che operavano su un segnale segreto. L'unico difetto è stata la decisione di farlo."

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