Julian Assange ha presentato una denuncia penale oggi in Svezia accusando 30 individui associati alla Fondazione Nobel, compresa la sua leadership, di aver commesso presunti crimini gravi, tra cui il reato di appropriazione indebita grave di fondi, facilitazione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità e finanziamento del crimine di aggressività.
La denuncia mostra che il testamento di Alfred Nobel del 1895 impone esplicitamente che il premio per la pace sia assegnato all’individuo che nel corso dell’anno precedente “ha conferito il maggior beneficio all’umanità” facendo “la più grande o migliore opera per la fraternità tra le nazioni, per la abolizione o riduzione degli eserciti permanenti e per la celebrazione e la promozione di congressi di pace”.
Assange sostiene che “La decisione politica della commissione di selezione norvegese non sospende il dovere fiduciario dei gestori dei fondi svedesi. Qualsiasi esborso che contraddica questo mandato costituisce un’appropriazione indebita della dotazione”.
La denuncia, presentata simultaneamente all’Autorità svedese per i crimini economici (Ekobrottsmyndigheten) e all’Unità per i crimini di guerra svedese (Krigsbrottsenheten), afferma che i sospettati, tra cui la presidentessa della Fondazione Nobel Astrid Söderbergh Widding e la direttrice esecutiva Hanna Stjärne, hanno trasformato “uno strumento di pace in un strumento di guerra”. Questa presunta “criminalità grave” comprende:
1) grave appropriazione indebita e cospirazione in relazione al versamento di 11 milioni di SEK (1,18 milioni di USD) del denaro del Premio per la Pace a María Corina Machado, le cui azioni precedenti e in corso la escludono categoricamente dai criteri stabiliti nel testamento di Alfred Nobel;
2) Agevolazione dei crimini di guerra, compreso il crimine di aggressione e crimini contro l’umanità, in violazione degli obblighi della Svezia ai sensi dell’articolo 25(3)(c) dello Statuto di Roma, perché gli imputati sono consapevoli dell’incitamento e del sostegno di Machado alla commissione dei crimini internazionali da parte degli USA e sapevano o avrebbero dovuto sapere che l’esborso del denaro del Nobel avrebbe contribuito alle esecuzioni extragiudiziali di civili e sopravvissuti ai naufragi in mare, e stanno violando il loro obbligo di cessare i pagamenti.
Assange fa notare che i membri della Fondazione Nobel hanno precedentemente esercitato la loro autorità di vigilanza sui premi e sui loro versamenti trattenendo i versamenti del Premio Letteratura nel 2018. “La mancanza di intervento qui, nonostante i crimini di guerra USA al largo della costa venezuelana e il ruolo chiave di Machado nel promuovere l’aggressione” è responsabile penale.
“La dotazione di Alfred Nobel per la pace non può essere usata per promuovere la guerra”, dichiara Assange. Gli imputati hanno obblighi giuridici concreti di “garantire il rispetto dello scopo previsto dal testamento di Alfred Nobel, ossia porre fine alle guerre e ai crimini di guerra, e non facilitarli”.
L’incitazione di Machado al più grande spiegamento militare Usa dalla guerra in Iraq la rende categoricamente ineleggibile.
La denuncia segnala come l’annuncio e la cerimonia del Nobel si siano verificati in quello che analisti militari descrivono come “il più grande dispiegamento militare degli USA nei Caraibi dalla crisi missilistica a Cuba” – superando ora i 15.000 uomini, compresa la portaerei USS Gerald R. Ford.
La concentrazione militare è ancora in corso, poiché il presidente Trump ha annunciato il 10 dicembre, due giorni dopo la cerimonia del Nobel, che gli attacchi USA “comincerebbero dalla terra”. La strategia in Venezuela fa parte di ciò che il Segretario alla Guerra di Trump Peter Hegseth definisce un cambiamento verso la “massima letalità, non la debole legalità” e “passare all’offensiva”.
In questo contesto, Assange afferma che “Machado ha continuato a incoraggiare l’amministrazione Trump a seguire il suo percorso di escalation”, anche entrando in una cospirazione per dare all’amministrazione USA accesso a 1,7 trilioni di dollari in riserve di petrolio e altre risorse naturali attraverso la privatizzazione una volta che Maduro sarà rovesciato.
“Usando la sua posizione elevata come destinataria del Premio Nobel per la pace, Machado può aver ben inclinato la bilancia a favore della guerra, facilitata dai sospetti nominati”, dichiara Assange nella denuncia penale.
La denuncia elenca le prove di questo incitamento all’intervento militare degli USA, così come lodi per la condotta del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gaza. Le sue dichiarazioni includono:
“L’escalation militare può essere l’unica via… Gli Stati Uniti potrebbero aver bisogno di intervenire direttamente” (30 ottobre 2025).
Machado ha definito gli attacchi militari USA a navi civili che hanno ucciso almeno 95 persone al giorno d’oggi, come “giustificati” e “visionari”.
Machado ha dedicato il premio al presidente degli Stati Uniti USA, Trump, perché “finalmente ha messo il Venezuela... ai primi posti in termini di priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
– Dichiarazioni storiche che includono la sua testimonianza del 2014 davanti al Congresso USA dove ha detto: “L’unica strada che rimane è l’uso della forza”.
Il dossier cita un’ampia opposizione di esperti e istituzioni al premio di pace di Machado: 21 organizzazioni di pace norvegesi hanno dichiarato: “Machado è l’opposto di un premio Nobel per la pace”.
Il premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel ha dichiarato: “Dare il premio a qualcuno che chiede un’invasione straniera è una beffa del testamento di Alfred Nobel”.
L’Istituto di ricerca per la pace di Oslo (PRIO) ha confermato che Machado “ha chiesto un intervento militare in Venezuela”.
AZIONE RICHIESTA
La denuncia afferma che “C’è un rischio reale che i fondi derivanti dalla dotazione Nobel siano stati deviati intenzionalmente o negligentemente dal loro scopo caritatevole per facilitare l’aggressione, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra”.
Assange chiede che le autorità svedesi:
1. Congeliamo immediatamente il trasferimento in sospeso del premio monetario di 11.000.000 SEK e qualsiasi altro budget connesso rimanente, e assicuratevi la restituzione della medaglia.
2. Indagate sulle persone nominate e i funzionari della Fondazione e le entità associate per appropriazione indebita grave, facilitazione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità e cospirazione.
3. Sequestrate i verbali del consiglio di amministrazione, e-mail, chat di gruppo e registri finanziari.
4. Interrogando Widding, Stjärne e altri sospettati.
5. Indagate completamente a livello nazionale o rinviate la causa alla Corte penale internazionale (Statuto di Roma Art. 25(3)(c)).
“Questa denuncia mira al congelamento immediato di tutti i fondi rimasti e a un’indagine penale completa per impedire che il Premio Nobel per la pace diventi permanentemente uno strumento di pace in uno strumento di guerra”, conclude Assange.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/12/2025
08/12/2025
Proteste ad Oslo per il “Nobel” alla Machado
Diverse organizzazioni pacifiste norvegesi hanno annunciato una manifestazione a Oslo per il 9 dicembre, poche ore prima che la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado riceva il Premio Nobel per la Pace.
L’appello alla protesta è stato diffuso in una dichiarazione che esorta la popolazione a rifiutare il premio conferito a Machado, accusandola di non rappresentare i valori di pace sociale richiesti dal premio.
Le organizzazioni sostengono che il Premio Nobel abbia ignorato, a loro avviso, il principio di autodeterminazione dei popoli latinoamericani e affermano che la decisione è motivata da interessi politici esterni.
“Mi preoccupa che tu non abbia dedicato il Nobel al tuo popolo, ma all’aggressore del Venezuela” ha scritto il Premio Nobel per la Pace Perez D’Esquivel in una lettera aperta inviata il 13 ottobre scorso alla Machado. “Penso, Corina, che tu debba analizzare e capire dove ti trovi, se sei solo un'altra pedina del colonialismo degli Stati Uniti, sottomessa ai suoi interessi di dominio, il che non potrà mai essere per il bene del tuo popolo. Come oppositrice del governo di Maduro, le tue posizioni e scelte generano molta incertezza; ricorri al peggio quando chiedi che gli Stati Uniti invadano il Venezuela” afferma Perez D’Esquivel.
Fonte
L’appello alla protesta è stato diffuso in una dichiarazione che esorta la popolazione a rifiutare il premio conferito a Machado, accusandola di non rappresentare i valori di pace sociale richiesti dal premio.
Le organizzazioni sostengono che il Premio Nobel abbia ignorato, a loro avviso, il principio di autodeterminazione dei popoli latinoamericani e affermano che la decisione è motivata da interessi politici esterni.
“Mi preoccupa che tu non abbia dedicato il Nobel al tuo popolo, ma all’aggressore del Venezuela” ha scritto il Premio Nobel per la Pace Perez D’Esquivel in una lettera aperta inviata il 13 ottobre scorso alla Machado. “Penso, Corina, che tu debba analizzare e capire dove ti trovi, se sei solo un'altra pedina del colonialismo degli Stati Uniti, sottomessa ai suoi interessi di dominio, il che non potrà mai essere per il bene del tuo popolo. Come oppositrice del governo di Maduro, le tue posizioni e scelte generano molta incertezza; ricorri al peggio quando chiedi che gli Stati Uniti invadano il Venezuela” afferma Perez D’Esquivel.
Fonte
11/10/2025
Un Premio Nobel senza pace
Forse è davvero ora di buttare nella spazzatura un premio che, al contrario di altri (fisica, medicina, ecc.) è diventato soltanto un’indicazione di guerra ideologica e culturale. Qui tre degli interventi che ci sono giunti o abbiamo trovato tra i nostri contatti, chiedendo ovviamente scusa agli altri, ma non potevano pubblicarli tutti.
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Marta Collot (portavoce di Potere al Popolo)
In tanti parlavano di un Nobel per la Pace a Trump, del resto dopo Obama e la UE non ci sarebbe stato da sorprendersi. Invece, è andato a María Corina Machado, oppositrice venezuelana del governo Maduro.
Va denunciata ancora una volta la mistificazione propagandistica di questo tipo di riconoscimenti. Machado è la nuova agente dell’imperialismo statunitense contro il socialismo bolivariano, dopo il fallimento del golpista e corrotto Guaidó. Machado è oggi il punto di riferimento delle squadracce fasciste che hanno causato disordini in tutto il paese lo scorso anno.
Tutto l’arco parlamentare italiano e la stessa von der Leyen si sono affrettati a congratularsi con Machado, e a farla ergere a paladina della democrazia. Chi ha strumentalizzato il suo essere donna, chi le condizioni create dallo stesso blocco criminale statunitense, la classe dirigente europea si è mostrata ancora una volta nemica degli interessi delle classi popolari e vicina a chi difende l’imperialismo suprematista occidentale. Basta vedere le posizioni della Machado su Israele.
Ma c’è un pericolo ulteriore. Aver concesso il premio Nobel per la Pace a María Machado in questo frangente significa dare spazio alla legittimazione di un’altra di quelle tante “esportazioni di democrazia” che sono care a Washington. Gli USA, da settimane, hanno militarizzato le acque davanti a Caracas, hanno ucciso 21 persone, minacciano l’invasione. Il premio Nobel a Machado è parte di un’operazione politica che vuole creare le condizioni per invadere il Venezuela e rovesciare il legittimo governo chavista e bolivariano di Maduro.
Per questo dobbiamo mantenere alta l’attenzione. Perché bisogna difendere l’esperienza venezuelana con la solidarietà internazionalista, affinché il Nobel per la Pace non diventi lo strumento di legittimazione di una nuova ennesima guerra!
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Gianmarco Pisa (da Caracas)
Da un lato, politicizzare la questione della pace, con l’adozione della politica dei “doppi standard”, serve alle potenze imperialistiche per le loro aggressioni “umanitarie” in giro per il mondo; dall’altro, strumentalizzare la questione dei diritti umani, impugnandone la bandiera in maniera selettiva e interessata, serve alle stesse potenze per alimentare campagne di delegittimazione e supportare interventi, guerre e aggressioni.
Come si legge nel sito istituzionale, il Premio Nobel per la Pace tra il 1901 e il 2025 è stato assegnato 106 volte a 143 vincitori, di cui 112 persone e 31 organizzazioni, con il Comitato Internazionale della Croce Rossa che ha ricevuto il Premio tre volte (1917, 1944 e 1963) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati due volte (1954 e 1981).
Personalità e organizzazioni importanti sono state premiate con il prestigioso riconoscimento; d’altra parte, è inevitabilmente vero che, trattando di una materia specificamente politica, l’impegno per la pace, tale premio sia condizionato da motivazioni e interessi che spesso esulano dal merito, che riguardano cioè considerazioni e fattori di carattere selettivo, se non strumentale.
La politicizzazione delle questioni internazionali afferenti alla pace, ai diritti umani, e alla sicurezza è una delle grandi problematiche e, potenzialmente, una delle grandi minacce del nostro tempo, come più volte hanno messo in luce sia gli analisti più avveduti, sia i principali Paesi del Sud globale.
Da un lato, politicizzare la questione della pace, unitamente all’adozione della politica dei “doppi standard”, dei “due pesi e due misure”, serve ad attivare i meccanismi propri della cosiddetta R2P, la “responsabilità di proteggere” che, aliena alla giustizia internazionale, diventa lo strumento di cui le potenze imperialistiche si servono per le loro campagne di guerra ed aggressioni “umanitarie” in giro per il mondo (dal Kosovo alla Libia, solo per citare due tra i casi più noti).
Dall’altro, strumentalizzare la questione dei diritti umani, impugnandone la bandiera in maniera selettiva, interessata e strumentale, serve alle medesime potenze per alimentare campagne di delegittimazione e mostrificazione del “nemico” di turno e supportare interventi e aggressioni in totale dispregio del diritto internazionale e dei principi di rispetto della eguaglianza sovrana delle nazioni, di libera autodeterminazione dei popoli e di non ingerenza nelle questioni interne dei singoli Paesi.
Tornando al Nobel per la Pace, sarà sufficiente dunque vedere alcune delle più recenti assegnazioni per avere chiara l’immagine di un premio che, con la pace, ha spesso ormai poco o nulla a che vedere se non la denominazione e le sincere intenzioni che accompagnano determinate candidature, e che spesso, invece, serve precisi scopi politici e propagandistici.
Negli ultimi anni sono stati premiati, per dire, Al Gore (2007), vicepresidente degli Stati Uniti quando questi lanciarono la campagna militare contro l’Iraq (1998) e la brutale aggressione contro la Jugoslavia (1999); Barack Obama (2009), presidente degli Stati Uniti e “Comandante in capo” nello svolgimento di ben sette guerre, le aggressioni in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan, e i bombardamenti in Yemen, Somalia e Pakistan; Juan Manuel Santos (2016), già presidente della Colombia, del quale sarebbe sufficiente una rapida lettura anche di una semplice pagina Wikipedia per ricostruire fatti e carriera.
Per non parlare poi, a metà tra l’incredibile e il grottesco, del premio conferito alla Unione Europea nel 2012: la stessa Unione Europea che oggi si autodefinisce “complementare e interoperabile” con la Nato (non esattamente un’organizzazione umanitaria) e che adotta programmi ufficiali, anche solo in riferimento agli ultimi in ordine di tempo, come l’Agenda Readiness 2030 che, parole della Presidente della Commissione Europea, “mobiliterà fino a 800 miliardi di euro” in misure per la difesa (per il complesso militare e per la guerra) nonché “un piano paneuropeo preciso, strettamente coordinato con la Nato, su come procedere”.
Se dunque questa è la storia, l’attualità non può stupire. Nelle motivazioni del premio conferito a Maria Corina Machado (2025) se ne elogiano “l’instancabile lavoro nella promozione dei diritti democratici” e “la lotta per raggiungere una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia”.
Si tratta della stessa Maria Corina Machado che, il 21 marzo 2014, pur essendo parlamentare venezuelana, accettò l’incarico di “rappresentante supplente” di un altro Stato (Panama) presso l’Organizzazione degli Stati Americani, giungendo addirittura a richiedere, in quel contesto, un intervento straniero contro il Venezuela, motivo per il quale è naturalmente decaduta dalla carica di parlamentare ai sensi degli articoli 149 e 191 della Costituzione del suo Paese, la Repubblica Bolivariana del Venezuela (per chiarezza, immaginare un deputato o deputata italiana che, ponendosi come rappresentante di un altro Stato, si presenti ufficialmente in un consesso istituzionale internazionale a chiedere un intervento straniero contro l’Italia: nulla di sbagliato?).
È la stessa Maria Corina Machado che, come leader della formazione di estrema destra Vente Venezuela e capo della campagna elettorale del candidato sconfitto Edmundo González, in occasione delle ultime elezioni presidenziali nella Repubblica Bolivariana del Venezuela (28 luglio 2024), ha politicamente ispirato addirittura un tentativo di golpe, rifiutando di riconoscere il risultato delle elezioni e lanciando proclami come quello, riferito dal presidente dell’Assemblea Nazionale (il Parlamento venezuelano) Jorge Rodríguez, per cui il legittimo presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela sarebbe stato scalzato “solo con la forza”.
Per capire di cosa stiamo parlando, nelle giornate del tentato golpe, poi sventato, tra il 29 luglio e il 2 agosto, si sono avuti 25 morti e 192 feriti, di cui 97 appartenenti alle forze di sicurezza venezuelane.
Quanto alla presunta “dittatura venezuelana”, tutti sanno che si tratta di una ben singolare “dittatura”, nella quale si vota, le opposizioni, appunto, partecipano regolarmente alle elezioni e sono rappresentate nel Parlamento nazionale e nelle istituzioni locali.
Dal 1999 a oggi, da quando Hugo Chávez è arrivato al governo, si sono tenute in Venezuela 32 consultazioni elettorali di cui 30 vinte e 2 perse dal chavismo. Quella cui fa riferimento la motivazione del premio, “una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia”, in Venezuela c’è già stata: fu la vittoria alle presidenziali di Hugo Chávez del 6 dicembre 1998.
Riferimenti:
I Premi Nobel per la Pace: https://www.nobelprize.org/prizes/lists/all-nobel-peace-prizes
Le guerre di Obama, Il Post, 12 febbraio 2017: https://www.ilpost.it/2017/02/12/le-guerre-di-obama
Juan Manuel Santos, Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Juan_Manuel_Santos
María Corina Machado forjó su camino a la exclusión política, Mision Verdad, 6 luglio 2023: https://misionverdad.com/memoria/maria-corina-machado-forjo-su-camino-la-exclusion-politica
L’avvertimento di von der Leyen: “Contro Ue guerra ibrida, rispondere a minaccia russa”, Adnkronos, 08 ottobre 2025: https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/lavvertimento-di-von-der-leyen-contro-ue-guerra-ibrida-rispondere-a-minaccia-russa_3mAoGM6BWGkfmOxLO4da34
Protestas de la oposición de extrema derecha venezolana han dejado un rastro de destrucción, TeleSur, 4 agosto 2024: https://www.telesurtv.net/protestas-de-la-oposicion-de-extrema-derecha-venezonala-han-dejado-un-rastro-de-destruccion
La Fiscalía de Venezuela confirma 25 muertos en las protestas contra resultado electoral, SwissInfo, 12 agosto 2024: https://www.swissinfo.ch/spa/la-fiscal%C3%ADa-de-venezuela-confirma-25-muertos-en-las-protestas-contra-resultado-electoral/86692383
Gianmarco Pisa, Sulla regolarità e la trasparenza delle elezioni nella Repubblica Bolivariana del Venezuela, Pressenza, 11 agosto 2024: https://www.pressenza.com/it/2024/08/sulla-regolarita-e-la-trasparenza-delle-elezioni-nella-repubblica-bolivariana-del-venezuela
Gianmarco Pisa, La conferma (anche) giudiziaria della vittoria di Nicolás Maduro alle elezioni presidenziali in Venezuela, Pressenza, 24 agosto 2024: https://www.pressenza.com/it/2024/08/la-conferma-anche-giudiziaria-della-vittoria-di-nicolas-maduro-alle-elezioni-presidenziali-in-venezuela
Fabrizio Verde, Il Nobel come arma di guerra ibrida: il curriculum (senza filtri) di Maria Corina Machado, l’Antidiplomatico, 10 ottobre 2025: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_nobel_come_arma_di_guerra_ibrida__il_curriculum_senza_filtri_di_maria_corina_machado/52961_62991
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Un premio Nobel che odora di petrolio
Un premio Nobel che odora di petrolio
Alfredo Facchini (autore di Radisol)
Il Venezuela detiene le più vaste riserve di petrolio del pianeta. È impossibile prescindere da questo dato per comprendere i fatti e gli eventi che gravitano intorno al suo oro nero. In questo scenario, il Nobel assegnato a María Corina Machado appare – a chi è malizioso, come chi scrive – non tanto come un premio alla pace, quanto come un investimento simbolico.
In altre parole, un riconoscimento concepito per costruire un volto presentabile, spendibile, in vista di un futuro cambio di regime. Una nuova Juan Guaidó, ma con il sigillo morale dell’Accademia di Oslo.
María Corina Machado è tutto tranne che una figura “popolare”. Proviene da una delle famiglie più ricche di Caracas, legata storicamente agli ambienti imprenditoriali filo-statunitensi. La sua idea di “libertà economica” coincide con la privatizzazione selvaggia dell’economia venezuelana: banche, infrastrutture, compagnie minerarie e, soprattutto, PDVSA, il cuore pulsante della sovranità economica nazionale.
PDVSA, Petróleos de Venezuela S.A., è la compagnia petrolifera statale del Venezuela. Fondata nel 1976, dopo la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, nacque come risposta a decenni di sfruttamento straniero da parte delle multinazionali angloamericane: Shell, Exxon, Mobil, Chevron, Gulf.
Dal 2017 le sanzioni statunitensi hanno tagliato fuori PDVSA dal sistema finanziario internazionale. Impossibile vendere liberamente il petrolio, sbloccare fondi, acquistare ricambi o tecnologia. Un assedio economico che ha fatto crollare la produzione: da oltre 3 milioni di barili al giorno negli anni ’90 a meno di 700.000 nei periodi più duri.
Le lobby filo-occidentali, con in testa María Corina Machado, chiedono da anni di privatizzare PDVSA e aprire il mercato agli investitori stranieri.
Tradotto: “solo il capitale privato può rilanciare la produzione”. La “transizione democratica” che propone è una restaurazione, dove il mercato – ovvero le corporation americane – tornano a controllare le fonti di energia.
Machado ha sostenuto apertamente le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, anche nei momenti più duri, quando mancavano medicine, cibo e carburante. È arrivata a chiedere un intervento militare straniero per “liberare il paese dalla dittatura di Maduro”.
La sua “pace”, dunque, corrisponde a quella formula usata decine di volte per giustificare invasioni, golpe e cambi di regime, dall’Iraq alla Libia. E Donald Trump ha già dichiarato più volte che il Venezuela è un “obiettivo strategico”: non per la democrazia, ma per riprendersi il petrolio che oggi gestiscono Cina e Russia.
È il vecchio schema: elevare un’oppositrice neoliberale a paladina dei diritti, creare il consenso mediatico internazionale, giustificare l’ingerenza o addirittura il colpo di Stato.
Da anni del resto il Comitato di Oslo è diventato un termometro dell’ideologia dominante: raramente premia chi mette davvero in discussione i poteri globali. Premiare Machado oggi equivale a legittimare un eventuale cambio di regime funzionale all’ordine occidentale. È un messaggio chiaro: la “pace” è accettabile solo se coincide con l’obbedienza a Washington e con l’apertura dei pozzi.
Come può definirsi una “pacifista” chi invoca le sanzioni e la forza armata contro il proprio paese? È il paradosso perfetto di un mondo in cui la guerra viene venduta come salvezza.
Personalmente, il Premio Nobel per la Pace l’avrei assegnato agli oltre duecento reporter sterminati a Gaza.
Fonte
12/10/2024
La pace ci vede benissimo
Il Nobel per la pace di quest’anno è stato assegnato al movimento giapponese Nihon Hidankyo, fondato nel 1956 dai sopravvissuti al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, “per i suoi sforzi nel realizzare un mondo libero da armi nucleari e per aver dimostrato attraverso le testimonianze che le armi nucleari non devono mai più essere utilizzate”.
La condizione di bombardati evidentemente facilita il riconoscimento dei propri simili, in situazioni magari lontane nel tempo e nello spazio, ma che testimoniano l’identica logica genocida al di là di ogni differenza negli strumenti tecnologici utilizzati.
La prima dichiarazione dei neopremiati è scolpita nella pietra: “la situazione a Gaza è come il Giappone di 80 anni fa”.
Ora attendiamo con pazienza che qualche stipendiato dai sionisti battezzi questa verità, e anche la pace, come “antisemita”.
Fonte
La condizione di bombardati evidentemente facilita il riconoscimento dei propri simili, in situazioni magari lontane nel tempo e nello spazio, ma che testimoniano l’identica logica genocida al di là di ogni differenza negli strumenti tecnologici utilizzati.
La prima dichiarazione dei neopremiati è scolpita nella pietra: “la situazione a Gaza è come il Giappone di 80 anni fa”.
Ora attendiamo con pazienza che qualche stipendiato dai sionisti battezzi questa verità, e anche la pace, come “antisemita”.
Fonte
12/10/2021
Un Nobel per la pace sulla scia di Sakharov e Gorbačëv
Il Nobel per la pace 2021 è andato a due giornalisti: la filippina (oggi statunitense) Maria Ressa e il russo Dmitrij Muratov. Onestamente, non conosciamo Maria: constatiamo soltanto che scrive dagli USA, contro un Presidente filippino dalle relazioni non proprio “sicure” con Washington.
Per quanto riguarda Muratov, fondatore e direttore di Novaja Gazeta, conosciamo abbastanza questo giornale (su Cecenia, Repubbliche popolari del Donbass, falsi giornalisti “assassinati” e resuscitati in Ucraina, ecc.) e i suoi estimatori in Russia e in Italia, La Repubblica in testa.
Tutti fanno notare come Muratov sia il “terzo russo” (ma a Mosca precisano trattarsi del “primo russo” dopo “due sovietici”) a ricevere il premio, dopo Mikhail Gorbačëv (1990) e Andrej Sakharov (1975); quest’ultimo per la “lotta contro gli abusi del potere e ogni forma di oppressione della dignità umana".
Come sanno i lettori di questo giornale, non siamo certo estimatori del corso eltsiniano-putiniano russo; notiamo comunque come tutti loro, i Muratov, i Sakharov, i Gorbačëv, siano in buona compagnia, quali “paladini della pace”, per dire, con Lech Wałęsa o Barack Obama, o addirittura con la UE, insignita del Nobel nel 2012, perché “per oltre sei decenni ha contribuito all’avanzamento della pace e della riconciliazione della democrazia e dei diritti umani in Europa”.
Certo per i bombardamenti su Belgrado al carro di USA e NATO, prima che si cimentasse nel sostegno al golpe nazista in Ucraina.
La motivazione ufficiale del premio 2021 sottolinea l’impegno di Ressa e Muratov per «salvaguardare la libertà di parola, una condizione fondamentale per la democrazia e la pace». Il Presidente USA Joe Biden si è sbracciato in lodi ai due giornalisti e al Comitato del premio, per aver prestato «grande attenzione alla crescente pressione sui giornalisti, la libera stampa, la libertà di espressione in tutto il mondo». USA compresi.
A Mosca, una delle “firme” più note di Novaja Gazeta, l’ex docente del prestigioso MGIMO (Università delle Relazioni internazionali), dell’Università ortodossa russa e prima ancora dell’Accademia spirituale moscovita, Andrej Zubov, ha scritto di avvenimento «stupefacente e gioioso» e ha ricordato come Sakharov e Gorbačëv avessero «più che meritato questo premio», per la loro «lotta contro il mostro comunista totalitario» e per i «valori umani universali, infinitamente superiori ai valori razziali, di classe, nazionali, statali».
In particolare, Gorbačëv, «figlio del sistema comunista, imbevuto del veleno della sua propaganda», sarebbe riuscito tuttavia «a sconfiggere la sua menzogna satanica». «Caro Muratov» ha scritto Zubov, «sono felice per te, per “Novaja”, per tutti noi, come ero felice nel 1970 per Solženitsyn, nel 1975 per Sakharov, nel 1990 per Gorbačëv».
Questo scrive Zubov, tra le cui epigrafi feisbuc, campeggia quella per la “decomunistizzazione”: «Noi tutti, persone normali, dobbiamo unire le nostre forze, per seppellire con onore i morti, maledire la causa dei boia, chiamarli per nome e cessare per sempre il vergognoso strisciante revanscismo del leninismo-stalinismo. Ogni monumento a Lenin, Dzeržinskij, Stalin, ogni strada coi loro nomi, rappresentano uno schiaffo a noi e un insulto alle spoglie delle persone da essi uccise: i nostri cari, i nostri avi».
Dove avrà visto un “revanscismo del leninismo-stalinismo”, o scovato strade intitolate a Lenin, Stalin o Dzeržinskij, nella Russia eltsiniano-putiniana, lo sa solo lui, insieme ai Muratov e a tutti i suoi colleghi “ParNaS” (Partito della libertà popolare), tra le cui “linee” ufficiali campeggiano “democrazia liberale, conservatorismo, anticomunismo, europeismo”.
Fonte
Per quanto riguarda Muratov, fondatore e direttore di Novaja Gazeta, conosciamo abbastanza questo giornale (su Cecenia, Repubbliche popolari del Donbass, falsi giornalisti “assassinati” e resuscitati in Ucraina, ecc.) e i suoi estimatori in Russia e in Italia, La Repubblica in testa.
Tutti fanno notare come Muratov sia il “terzo russo” (ma a Mosca precisano trattarsi del “primo russo” dopo “due sovietici”) a ricevere il premio, dopo Mikhail Gorbačëv (1990) e Andrej Sakharov (1975); quest’ultimo per la “lotta contro gli abusi del potere e ogni forma di oppressione della dignità umana".
Come sanno i lettori di questo giornale, non siamo certo estimatori del corso eltsiniano-putiniano russo; notiamo comunque come tutti loro, i Muratov, i Sakharov, i Gorbačëv, siano in buona compagnia, quali “paladini della pace”, per dire, con Lech Wałęsa o Barack Obama, o addirittura con la UE, insignita del Nobel nel 2012, perché “per oltre sei decenni ha contribuito all’avanzamento della pace e della riconciliazione della democrazia e dei diritti umani in Europa”.
Certo per i bombardamenti su Belgrado al carro di USA e NATO, prima che si cimentasse nel sostegno al golpe nazista in Ucraina.
La motivazione ufficiale del premio 2021 sottolinea l’impegno di Ressa e Muratov per «salvaguardare la libertà di parola, una condizione fondamentale per la democrazia e la pace». Il Presidente USA Joe Biden si è sbracciato in lodi ai due giornalisti e al Comitato del premio, per aver prestato «grande attenzione alla crescente pressione sui giornalisti, la libera stampa, la libertà di espressione in tutto il mondo». USA compresi.
A Mosca, una delle “firme” più note di Novaja Gazeta, l’ex docente del prestigioso MGIMO (Università delle Relazioni internazionali), dell’Università ortodossa russa e prima ancora dell’Accademia spirituale moscovita, Andrej Zubov, ha scritto di avvenimento «stupefacente e gioioso» e ha ricordato come Sakharov e Gorbačëv avessero «più che meritato questo premio», per la loro «lotta contro il mostro comunista totalitario» e per i «valori umani universali, infinitamente superiori ai valori razziali, di classe, nazionali, statali».
In particolare, Gorbačëv, «figlio del sistema comunista, imbevuto del veleno della sua propaganda», sarebbe riuscito tuttavia «a sconfiggere la sua menzogna satanica». «Caro Muratov» ha scritto Zubov, «sono felice per te, per “Novaja”, per tutti noi, come ero felice nel 1970 per Solženitsyn, nel 1975 per Sakharov, nel 1990 per Gorbačëv».
Questo scrive Zubov, tra le cui epigrafi feisbuc, campeggia quella per la “decomunistizzazione”: «Noi tutti, persone normali, dobbiamo unire le nostre forze, per seppellire con onore i morti, maledire la causa dei boia, chiamarli per nome e cessare per sempre il vergognoso strisciante revanscismo del leninismo-stalinismo. Ogni monumento a Lenin, Dzeržinskij, Stalin, ogni strada coi loro nomi, rappresentano uno schiaffo a noi e un insulto alle spoglie delle persone da essi uccise: i nostri cari, i nostri avi».
Dove avrà visto un “revanscismo del leninismo-stalinismo”, o scovato strade intitolate a Lenin, Stalin o Dzeržinskij, nella Russia eltsiniano-putiniana, lo sa solo lui, insieme ai Muratov e a tutti i suoi colleghi “ParNaS” (Partito della libertà popolare), tra le cui “linee” ufficiali campeggiano “democrazia liberale, conservatorismo, anticomunismo, europeismo”.
Fonte
04/12/2020
Accolta la candidatura della Brigata Medica Cubana al Nobel per la pace
È stata accettata ufficialmente la candidatura al Premio Nobel per la Pace 2021 per la Brigata Medica Cubana “Henry Reeve”, presentata dal professor Luciano Vasapollo, docente di economia internazionale alla Sapienza, impegnato da molti anni nella cooperazione con gli atenei dell’America Latina e i Caraibi, promotore del Capitolo Italiano Rete in Difesa dell’Umanità cui aderiscono tra gli altri il CESTES, centro studi del Sindacato USB, diretto da Rita Martufi e l’Associazione Padre Virginio Rotondi per un giornalismo di pace che edita FarodiRoma.
La candidatura è stata sostenuta anche da Graziella Ramirez del Comitato pace e dignità dei popoli. Organismi che lavorano insieme pur avendo ispirazioni diverse.
“Your nomination for the Nobel Peace Prize 2021 has been successfully submitted.
The Norwegian Nobel Committee appreciate your effort in making this nomination.
Kind regards,
The Norwegian Nobel Institute”
La Brigata medica cubana ha prestato il suo aiuto dallo scorso marzo a Crema, una delle province più colpite dall’emergenza sanitaria legata al Covid 19, e da maggio in Piemonte, dove ugualmente la pandemia ha colpito assai duramente.
“Durante i giorni più neri della pandemia, la loro solidarietà è arrivata anche in Italia: Cuba, al fianco del Venezuela, è stata uno dei primi paesi a venire in soccorso di altri popoli in difficoltà”, ha commentato Vasapollo.
La Brigata Henry Reeve è stata creata il 19 settembre 2005 in risposta ai danni causati dall’uragano Katrina a New Orleans, negli Stati Uniti, con un gruppo iniziale di oltre 12mila professionisti cubani della salute che si sono mostrati disponibili ad appoggiare la ripresa. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti ha rifiutato di ricevere l’aiuto.
Secondo i dati ufficiali, Cuba ha inviato finora più di 3.700 sanitari, raggruppati in 46 brigate, in 39 paesi e territori colpiti dal Covid 19. Il suo programma è in uno slogan donato alle Brigata da Fidel Castro: “Medici, no bombe”.
La Brigata infatti è sempre pronta ad andare dove esiste più necessità, come nei casi del Pakistan, dopo il terribile terremoto, o dell’America Centrale, dopo le piogge torrenziali provocate dalla tormenta tropicale Stan.
Del resto, Cuba è sede della scuola internazionale di medicina che ha reso possibile laurearsi a decine di migliaia di giovani che non avrebbero i mezzi per poterlo fare, e che nonostante il blocco ha raggiunto uno straordinario livello di qualità nella bio-ingegneria medica, nella medicina e chirurgia e nel trattamento dei peggiori flagelli virali.
Prende il nome da un cittadino newyorkese che difese l’indipendenza di Cuba. Il suo attuale comandante è il dottor Carlos Perez e la definizione formale è quella di Contingente Internacional de Médicos Especializados en Situaciones de Desastres y Graves Epidemias.
La sua specialità è quella di affrontare le emergenze, di arrivare dove nessuno arriva, di portare cure dove tutti fuggono, di vincere guerre che tutti ritengono che, visti i rischi da correre, è preferibile perdere. I suoi galloni, la Brigada Henry Reeve, se li è conquistati sul campo – anzi sui diversi campi – in ogni dove dell’Africa e dell’America Latina.
Nordamericano di nascita (nacque a Brooklyn, New York, Stati Uniti, il 4 aprile 1850) e cubano per scelta Henry Reeve era detto “L’inglesito della manigua” durante le battaglie cubane contro il colonialismo.
Morì a Matanzas il 4 agosto del 1876 dopo aver partecipato a più di 400 azioni armate. Aveva solo 26 anni ed ha lasciato un grande esempio di solidarietà tra uomini ansiosi di libertà e giustizia. Diceva: “Io sono del paese dove si muore”, per dire che la sua vita era dedicata alla lotta contro il regime coloniale imposto dalla corona spagnola.
Antischiavista e indipendentista, era vincolato agli operai e agli artigiani cubani che sostenevano dall’esilio la guerra nell’Isola.
Henry giunse a Cuba l’11 maggio del 1869 a bordo della nave Perrit e divenne “L’Inglesito” che parlava poco anche perché conosceva poco lo spagnolo. Partecipò alle battaglie di Ramón, Las Calabazas, Del Carmen, Río Hanábana Sitio Potrero e fu stimato ed elogiato dalle più grandi figure dell’indipendenza cubana, come Ignacio Agramonte e il Generalissimo Maximo Gómez, che elogiò il suo grande coraggio, la sua dedizione e il suo senso della disciplina.
Perse una gamba nel settembre del 1873 perché si lanciò su un canna di cannone con il suo cavallo, ma non smise per questo di combattere con ogni mezzo. Era Brigadiere, nominato dalla Camera dei Rappresentanti della Repubblica in Armi, quando affrontò il nemico nella Battaglia di Las Guásimas e nell’azione di Cajumiro, quest’ultima con Máximo Gómez e Antonio Maceo.
Si uccise, sparandosi a una tempia, già ferito molto gravemente al petto, all’inguine e a una spalla, quando le truppe spagnole lo avevano circondato. Fu un cavaliere coraggioso, sereno e tenace, cantò Ramon Roa, un altro eroe dell’indipendenza di Cuba che ha dedicato dei bei versi a questo giovane nordamericano, “L’Inglesito”, che ha versato il suo sangue mescolandolo a quello dei migliori uomini di un altro paese, entrando a far parte d’una stirpe di figli di quest’Isola piena di un patriottismo infinito.
Henry Reeve è stato onorato dal governo cubano nel 1976 in occasione del centenario della sua morte con un francobollo postale.
Fonte
La candidatura è stata sostenuta anche da Graziella Ramirez del Comitato pace e dignità dei popoli. Organismi che lavorano insieme pur avendo ispirazioni diverse.
“Your nomination for the Nobel Peace Prize 2021 has been successfully submitted.
The Norwegian Nobel Committee appreciate your effort in making this nomination.
Kind regards,
The Norwegian Nobel Institute”
La Brigata medica cubana ha prestato il suo aiuto dallo scorso marzo a Crema, una delle province più colpite dall’emergenza sanitaria legata al Covid 19, e da maggio in Piemonte, dove ugualmente la pandemia ha colpito assai duramente.
“Durante i giorni più neri della pandemia, la loro solidarietà è arrivata anche in Italia: Cuba, al fianco del Venezuela, è stata uno dei primi paesi a venire in soccorso di altri popoli in difficoltà”, ha commentato Vasapollo.
La Brigata Henry Reeve è stata creata il 19 settembre 2005 in risposta ai danni causati dall’uragano Katrina a New Orleans, negli Stati Uniti, con un gruppo iniziale di oltre 12mila professionisti cubani della salute che si sono mostrati disponibili ad appoggiare la ripresa. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti ha rifiutato di ricevere l’aiuto.
Secondo i dati ufficiali, Cuba ha inviato finora più di 3.700 sanitari, raggruppati in 46 brigate, in 39 paesi e territori colpiti dal Covid 19. Il suo programma è in uno slogan donato alle Brigata da Fidel Castro: “Medici, no bombe”.
La Brigata infatti è sempre pronta ad andare dove esiste più necessità, come nei casi del Pakistan, dopo il terribile terremoto, o dell’America Centrale, dopo le piogge torrenziali provocate dalla tormenta tropicale Stan.
Del resto, Cuba è sede della scuola internazionale di medicina che ha reso possibile laurearsi a decine di migliaia di giovani che non avrebbero i mezzi per poterlo fare, e che nonostante il blocco ha raggiunto uno straordinario livello di qualità nella bio-ingegneria medica, nella medicina e chirurgia e nel trattamento dei peggiori flagelli virali.
Prende il nome da un cittadino newyorkese che difese l’indipendenza di Cuba. Il suo attuale comandante è il dottor Carlos Perez e la definizione formale è quella di Contingente Internacional de Médicos Especializados en Situaciones de Desastres y Graves Epidemias.
La sua specialità è quella di affrontare le emergenze, di arrivare dove nessuno arriva, di portare cure dove tutti fuggono, di vincere guerre che tutti ritengono che, visti i rischi da correre, è preferibile perdere. I suoi galloni, la Brigada Henry Reeve, se li è conquistati sul campo – anzi sui diversi campi – in ogni dove dell’Africa e dell’America Latina.
Nordamericano di nascita (nacque a Brooklyn, New York, Stati Uniti, il 4 aprile 1850) e cubano per scelta Henry Reeve era detto “L’inglesito della manigua” durante le battaglie cubane contro il colonialismo.
Morì a Matanzas il 4 agosto del 1876 dopo aver partecipato a più di 400 azioni armate. Aveva solo 26 anni ed ha lasciato un grande esempio di solidarietà tra uomini ansiosi di libertà e giustizia. Diceva: “Io sono del paese dove si muore”, per dire che la sua vita era dedicata alla lotta contro il regime coloniale imposto dalla corona spagnola.
Antischiavista e indipendentista, era vincolato agli operai e agli artigiani cubani che sostenevano dall’esilio la guerra nell’Isola.
Henry giunse a Cuba l’11 maggio del 1869 a bordo della nave Perrit e divenne “L’Inglesito” che parlava poco anche perché conosceva poco lo spagnolo. Partecipò alle battaglie di Ramón, Las Calabazas, Del Carmen, Río Hanábana Sitio Potrero e fu stimato ed elogiato dalle più grandi figure dell’indipendenza cubana, come Ignacio Agramonte e il Generalissimo Maximo Gómez, che elogiò il suo grande coraggio, la sua dedizione e il suo senso della disciplina.
Perse una gamba nel settembre del 1873 perché si lanciò su un canna di cannone con il suo cavallo, ma non smise per questo di combattere con ogni mezzo. Era Brigadiere, nominato dalla Camera dei Rappresentanti della Repubblica in Armi, quando affrontò il nemico nella Battaglia di Las Guásimas e nell’azione di Cajumiro, quest’ultima con Máximo Gómez e Antonio Maceo.
Si uccise, sparandosi a una tempia, già ferito molto gravemente al petto, all’inguine e a una spalla, quando le truppe spagnole lo avevano circondato. Fu un cavaliere coraggioso, sereno e tenace, cantò Ramon Roa, un altro eroe dell’indipendenza di Cuba che ha dedicato dei bei versi a questo giovane nordamericano, “L’Inglesito”, che ha versato il suo sangue mescolandolo a quello dei migliori uomini di un altro paese, entrando a far parte d’una stirpe di figli di quest’Isola piena di un patriottismo infinito.
Henry Reeve è stato onorato dal governo cubano nel 1976 in occasione del centenario della sua morte con un francobollo postale.
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25/11/2020
A quattro anni dalla sua morte, Fidel è più vivo che mai
Appello per un presidio a Piazza Montecitorio perché l’Italia prenda posizione all’ONU contro il blocco a Cuba e a favore del Nobel ai medici cubani.
A quattro anni dalla scomparsa fisica del comandante Fidel Castro, la sua eredità è più viva che mai. La crisi sistemica del modo di produzione capitalista, che sta evidenziando ancora di più le sue contraddizioni sociali nella crisi sanitaria innescata dal COVID-19, mostra le barbarie di una società basata sul profitto. Di fronte alla tragedia che sta vivendo anche l’occidente a capitalismo avanzato, Cuba si distingue nuovamente come modello di una società diversa incentrata sugli interessi collettivi.
Fedele al motto di Fidel “Medicos y no bombas“, Cuba ha mandato e continua a mandare nel mondo la sua risorsa più preziosa, i talenti umani formati dalla Rivoluzione: insegnanti e, oggi più che mai, le sue brigate mediche rivoluzionarie, in sostegno dei territori più colpiti dalla pandemia. È di questi giorni la richiesta della regione Sicilia, tra altre, di personale sanitario per affrontare la crisi in atto, dopo che la brigata medica internazionale Henry Reeve aveva già prestato servizio durante la prima ondata pandemica in Piemonte e Lombardia.
Nonostante l’aiuto che Cuba presta generosamente al mondo, l’isola socialista rimane tutt’oggi strozzata dal blocco criminale imposto dalle forze imperialiste.
Per questa ragione chiamiamo un presidio per lunedì 30 novembre ore 15 a Roma, in Piazza Montecitorio davanti al Parlamento per richiedere:
– che il Parlamento e la Conferenza delle regioni e delle provincie autonome prendano pubblicamente posizione contro il blocco a Cuba, e che il governo si faccia portavoce di una richiesta ufficiale all’ONU per il termine dello stesso;
– il sostegno delle istituzioni Italiane alla candidatura al premio Nobel per la pace 2021 alla Brigata Medica Internazionale Henry Reeve.
Lanciamo un appello a tutte le forze politiche, sindacali, e sociali, nonché agli intellettuali e alle organizzazioni di solidarietà internazionale affinché aderiscano a questo presidio.
Come ci ha insegnato il grande rivoluzionario cubano Josè Martì “Amor con amor se paga”.
Fonte
09/10/2020
Cresce la richiesta per il premio Nobel alle Brigate mediche cubane
Da tempo è in corso a livello internazionale una campagna per chiedere che il Premio Nobel per la Pace venga conferito alle Brigate Mediche cubane che sono accorse in 40 paesi colpiti dalla pandemia di Covid 19.
In particolare in Italia dove, con la Brigata Henry Reeve, si sono rese immediatamente disponibili nei mesi peggiori del lockdown e sono arrivate tempestivamente in alcune città del nord come Crema e Torino colpite dalla pandemia.
Per sostenere questa campagna a Roma si è tenuta una manifestazione di appoggio e di amicizia nei pressi dell’Ambasciata di Cuba, anche per ricordare due figure rivoluzionarie di prima grandezza come Camilo Cienfuegos ed Ernesto Che Guevara. Coerentemente con questa richiesta, i manifestanti hanno anche chiesto la cessazione del vergognoso blocco con cui gli USA si accaniscono da decenni contro Cuba.
Il blocco USA troppo spesso ha impedito che i risultati medici e scientifici ottenuti nell’isola potessero essere socializzati e utilizzati da altri paesi. Il ricatto statunitense di colpire quei paesi che accettano relazioni con Cuba, provoca danni non solo all’economia e alla vita dell’isola ma anche a quel resto dell’umanità che potrebbe beneficiare dei risultati scientifici, medici e farmacologici ottenuti da Cuba.
La richiesta del Premio Nobel per la Pace alle Brigate mediche cubane, segnerebbe una rottura importante non solo del blocco ma della stessa logica con cui gli USA cercano di ricattare chi si sottrae alla loro arroganza di dominio.
Fonte
20/06/2020
Chi merita il Nobel per la Pace in tempo di Pandemia?
Pubblichiamo l’articolo di Vijay Prashad sul contributo fornito da Cuba e dalla Cina agli altri Paesi per ciò che concerne la lotta al Covid-19.
I Paesi governati da partiti comunisti o socialisti sono stati coloro che hanno risposto finora meglio non solo nel contenimento del contagio, ma anche nella gestione delle conseguenze economiche provocate tra l’altro dalle misure adottate.
Ne sono un esempio – oltre a Cuba e la Cina – lo Stato del Kerala in India, storica “roccaforte rossa” governata dai comunisti, il Vietnam nel sud-est asiatico, già tra gli stati più virtuosi nel combattere la Sars e che ha lanciato contro il Covid-19 una “nuova campagna di primavera” , e il Venezuela in America Latina, lodato dalla stessa ONU per le sue politiche virtuose di contenimento del virus.
L’aver anteposto la salute delle persone e le garanzie sociali complessive alle esigenza di profitto si è rilevata una scelta efficace (anche sul piano economico!), in particolare se paragonata alla gestione criminale dell’emergenza negli Stati – o nelle regioni come la Lombardia – fiori all’occhiello delle politiche neo-liberiste anche nel settore sanitario.
In Gran Bretagna, Stati Uniti e Brasile ne stanno drammaticamente subendo le conseguenza le popolazioni: Stati Uniti (2.191.000 contagiati, 118.000 morti), Brasile (980.000 contagiati, 48.000 morti “ufficiali”), Gran Bretagna (42.400 morti).
Un discorso simile può essere fatto per ciò che concerne il ruolo internazionale di due Paesi, le cui rivoluzioni hanno segnato il secolo scorso.
Cuba e Cina hanno guidato la leadership nella risposta alla pandemia, consolidando legami storici od estendendoli anche li dove – come in Italia rispetto alla UE e alla NATO – la cornice politica in cui erano inseriti gli Stati in cui sono intervenute non si è resa protagonista di un intervento rapido e risolutivo.
Hanno avuto un ruolo di primissimo piano in Africa, sia nel Maghreb sia nel resto del continente, a differenza degli Stati Uniti e dell’Unione Europea ridefinendo in parte il quadro dello scenario politico africano.
In questo contesto gli Stati Uniti – che hanno più di due milioni di contagiati e più di 110 mila morti sotto l’amministrazione Trump – hanno attaccato sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità, togliendole i fondi che le destinava, sia la Cina, inasprendo poi la propria politica di embargo nei confronti di Cuba, così come hanno aumentato le pressioni sul Venezuela e reso più impegnativa la gestione alI’Iran, principale focolaio in Medio-Oriente, al centro delle sanzioni statunitensi dopo l’uscita dall’accordo multilaterale di Vienna siglato dall’amministrazione Obama alcuni anni fa.
Non potrebbe essere più marcata la differenza di approccio e di intervento, come è emerso anche rispetto alla questione della possibilità di godere del vaccino una volta fabbricato: da un lato le esigenze di profitto dell’industria farmaceutica e la priorità data “ai propri cittadini”, dall’altra l’importanza della salute delle persone non solo del proprio Paese.
Anche il discorso del premier cinese Xi all’assemblea dell’OMS lo ha ribadito.
Sta prendendo sempre più piede – anche grazie alla promozione di una petizione internazionale – l’ipotesi di conferire il Primo Nobel per la Pace ai Medici Cubani.
Dovrebbe essere non solo una scelta auspicabile, ma doverosa, se le parole hanno un senso.
I murales dedicati a Torino, Milano e Roma alle brigate dei medici cubani che hanno aiutato il nostro Paese sono stati un primo segnale di doverosa gratitudine nei loro confronti, cui bisognerà dare continuità.
Buona Lettura
Poche settimane fa, parlavo con Noam Chomsky sulla condizione del mondo. A un certo punto, Noam ha sorriso e ha detto che non sapeva di nessun medico tedesco in Italia, anche se entrambe gli Stati sono nell’Unione Europea; al contrario i medici cubani e cinesi sono arrivati in Italia per combattere la pandemia globale .
I LAVORATORI SANITARI CUBANI
Non desta particolare sorpresa che ci sia una petizione in circolazione per premiare i sanitari cubani con il Nobel per la pace. Il ministero per la salute pubblica cubano ha rapidamente mobilitato la brigata Henry Reeve per portare le loro considerevoli capacità in alcune nazioni, da Andorra al Venezuela.
La brigata ha ricevuto il premio alla memoria del dottor Lee Jong-Wook dall’organizzazione mondiale della sanità (OMS) nel 2017 per il suo lavoro contro l’epidemia di Ebola nell’Africa occidentale. Il premio fu ricevuto dal dottor Felix Baez, che lavorò in Pakistan dopo il terremoto del 2005 e poi nel 2014 andò in Sierra Leone per combattere l’Ebola; il dottor Baez fu contagiato dall’ebola e, dopo essere stato curato in Svizzera e a Cuba, tornò in Sierra Leone per completare la sua missione.
Le radici dell’internazionalismo sanitario cubano affondano direttamente all’inizio della rivoluzione cubana nel 1959. Anche se i medici lasciarono la nazione dopo la rivoluzione, il popolo cubano ha risposto in modo coraggioso a un terremoto a Valdivia, Cile, nel maggio del 1960; una brigata cubana di medici di emergenza arrivarono in Cile e allestirono 6 ospedali da campo in campagna. Questo fu l’inizio di un processo che avrebbe incluso l’assistenza sanitaria nelle guerre di liberazione in Vietnam, Nicaragua, Angola e Algeria, e la formazione medica per studenti da tutto il mondo
La chiave dell’internazionalismo medico di Cuba è stata la formazione di personale medico in tutto il mondo oltre all’inviare medici e infermieri cubani. Dal 2005, la scuola di medicina dell’America latina con sede all’Avana ha formato più di 29.000 medici provenienti da più di 100 nazioni. Molti di questi medici sono ora in prima linea per combattere il Covid-19 in tutto il mondo. Per esempio, il dottor Patrick Delly – direttore del laboratorio nazionale di epidemiologia di Haiti – sta guidando lo sforzo per rompere la catena dell’infezione ad Haiti.
I SANITARI CINESI
La repubblica popolare cinese ha inviato un team medico fuori dai propri confini per la prima volta nel 1963, quando 24 medici arrivarono in Algeria ad operare nella nuova nazione. Da allora la Cina ha costruito ospedali e centri medici in Algeria e ha curato circa 2 milioni di pazienti in quella nazione. Da metà maggio un gruppo di medici cinesi con capacità di trattare i pazienti Covid-19 ha lavorato in Algeria.
Pochi anni fa su un treno da Fez a Rabat, incontrai un gruppo di medici cinesi che era di stazza in Marocco.
Questi medici erano parte della 165esima missione sanitaria cinese e hanno lavorato negli ospedali pubblici nelle città di montagna di Chefchaouen e Taza, in Marocco. Loro mi dissero che le autorità cinesi e marocchine stavano cercando di accordarsi per un centro di medicina tradizionale a Casablanca.
Durante la pandemia la Cina ha mandato diversi voli con forniture medicali in Marocco per combattere la pandemia; il personale medico cinese, già in Marocco per la sua missione, continua a lavorare per contenere il Covid-19.
La Cina ha raggiunto molta esperienza nel suo sforzo contro il virus e la malattia e ora ha mandato esperti e gruppi di medici nelle nazioni di tutto il mondo dall’Iran al Burkina Faso al Venezuela. In Sudan per esempio la 35esima missione medica cinese ha tenuto un forum informativo all’ospedale Omdurman, dove Zhou Lin – a capo del team cinese – ha consigliato lo staff di proteggersi dal virus e di insegnare alle persone come prevenire la diffusione del virus. Gli aiuti pratici sono arrivati con la donazione di 400.000 mascherine chirurgiche e altro materiale.
La pratica cinese di internazionalismo medico è coordinata dall’agenzia cinese per la cooperazione allo sviluppo internazionale, ma è largamente lasciata ai governi provinciali. Lo slogan è “una provincia, una nazione” con le provincie gemellate con alcune nazioni, per esempio la provincia di Zhejiang è gemellata con l’Italia e la provincia di Jiangsu con il Venezuela.
Un punto chiave della solidarietà è l’accresciuta partecipazione della Cina al fianco del popolo palestinese. Un team di esperti medici creato dalla commissione per la salute pubblica cinese è arrivato in Palestina l’11 giugno. Hua Chunying, del ministero degli esteri cinese, ha detto che il gruppo rimarrà in Palestina per una settimana e darà suggerimenti sul “controllo dell’epidemia, la diagnosi clinica, il trattamento e i test di laboratorio”. Questo avviene quando la Cina ha contribuito con un milione di dollari alla UNRWA, l’agenzia ONU che lavora per dare ai palestinesi i servizi di base.
LA COLLABORAZIONE CINESE E CUBANA
Il primo gennaio 2020, mentre la pandemia si stava sviluppando, Cina e Cuba hanno inaugurato il Centro per l’Innovazione biotecnologica sino-cubano nella provincia di Human. Questa collaborazione dura da più di due decenni, da quando i due stati allestirono la Changchun Heber biological technology ldt. A Changchun (provincia di Jilin, Cina) nel 2003. L’Interferone alfa 2B (Ifnrec), uno dei medicinali chiave usato per combattere il Covid-19 è prodotto da questa azienda. Il farmaco è stato sviluppato la prima volta nel 1981 contro la febbre Dengue a Cuba, ma da allora è stato usato contro l’HIV-AIDS, l’epatite B e C e contro la papillomatosi respiratoria. Questo farmaco è stato largamente usato, insieme alla medicina tradizionale cinese, per curare i pazienti Covid-19 in Cina.
La battaglia di Cuba contro il Covid-19 sull’isola è stata esemplare nonostante il blocco imposto dagli USA.
La Cina ha mandato molte donazioni all’isola, inclusi camici protettivi, mascherine chirurgiche e termometri a infrarossi; alcuni di queste donazioni sono arrivate dal governo, ma altre sono state fatte da enti del settore pubblico come per esempio l'azienda di Zhengzhou Yutong – uno dei più grandi produttori di autobus al mondo.
SOLIDARIETÀ SOCIALISTA
È tipico delle persone dalla mentalità ristretta come il presidente USA Donald Trump e il presidente del Brasile Jair Bolsonaro ignorare la loro incompetenza nel avere a che fare con il problema invece di puntare il dito contro gli altri. Trump ha preso l’abitudine di incolpare la Cina; il figlio di Bolsonaro – Rodrigo – ha seguito Trump nel twittare che il partito comunista cinese è da incolpare per il virus. Questi governi hanno trovato un rifugio in un altro virus odioso, la xenofobia (in particolare, la sinofobia)
Cina e Cuba, d'altro canto, hanno – come altre nazioni socialiste – preso a cuore lo slogan dell’OMS “solidarietà, non discriminazione”. Deng Boqing, il vice presidente della Agenzia per la cooperazione allo sviluppo internazionale cinese, ha detto: “ricambia una goccia d’acqua con lo zampillo di una fontana.” Egli intendeva che la risposta della Cina alle altre nazioni non sarà misurata da cosa hanno fatto per la Cina (la goccia d’acqua) ma da quello di cui queste nazioni hanno bisogno (la fontana); questa è la vecchia idea marxista “da ognuno secondo le proprie capacità ad ognuno secondo i propri bisogni”. La Cina, ha detto Deng Boqing, segue “il principio di fare quello che possiamo e di farlo al nostro meglio”.
Fonte
I Paesi governati da partiti comunisti o socialisti sono stati coloro che hanno risposto finora meglio non solo nel contenimento del contagio, ma anche nella gestione delle conseguenze economiche provocate tra l’altro dalle misure adottate.
Ne sono un esempio – oltre a Cuba e la Cina – lo Stato del Kerala in India, storica “roccaforte rossa” governata dai comunisti, il Vietnam nel sud-est asiatico, già tra gli stati più virtuosi nel combattere la Sars e che ha lanciato contro il Covid-19 una “nuova campagna di primavera” , e il Venezuela in America Latina, lodato dalla stessa ONU per le sue politiche virtuose di contenimento del virus.
L’aver anteposto la salute delle persone e le garanzie sociali complessive alle esigenza di profitto si è rilevata una scelta efficace (anche sul piano economico!), in particolare se paragonata alla gestione criminale dell’emergenza negli Stati – o nelle regioni come la Lombardia – fiori all’occhiello delle politiche neo-liberiste anche nel settore sanitario.
In Gran Bretagna, Stati Uniti e Brasile ne stanno drammaticamente subendo le conseguenza le popolazioni: Stati Uniti (2.191.000 contagiati, 118.000 morti), Brasile (980.000 contagiati, 48.000 morti “ufficiali”), Gran Bretagna (42.400 morti).
Un discorso simile può essere fatto per ciò che concerne il ruolo internazionale di due Paesi, le cui rivoluzioni hanno segnato il secolo scorso.
Cuba e Cina hanno guidato la leadership nella risposta alla pandemia, consolidando legami storici od estendendoli anche li dove – come in Italia rispetto alla UE e alla NATO – la cornice politica in cui erano inseriti gli Stati in cui sono intervenute non si è resa protagonista di un intervento rapido e risolutivo.
Hanno avuto un ruolo di primissimo piano in Africa, sia nel Maghreb sia nel resto del continente, a differenza degli Stati Uniti e dell’Unione Europea ridefinendo in parte il quadro dello scenario politico africano.
In questo contesto gli Stati Uniti – che hanno più di due milioni di contagiati e più di 110 mila morti sotto l’amministrazione Trump – hanno attaccato sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità, togliendole i fondi che le destinava, sia la Cina, inasprendo poi la propria politica di embargo nei confronti di Cuba, così come hanno aumentato le pressioni sul Venezuela e reso più impegnativa la gestione alI’Iran, principale focolaio in Medio-Oriente, al centro delle sanzioni statunitensi dopo l’uscita dall’accordo multilaterale di Vienna siglato dall’amministrazione Obama alcuni anni fa.
Non potrebbe essere più marcata la differenza di approccio e di intervento, come è emerso anche rispetto alla questione della possibilità di godere del vaccino una volta fabbricato: da un lato le esigenze di profitto dell’industria farmaceutica e la priorità data “ai propri cittadini”, dall’altra l’importanza della salute delle persone non solo del proprio Paese.
Anche il discorso del premier cinese Xi all’assemblea dell’OMS lo ha ribadito.
Sta prendendo sempre più piede – anche grazie alla promozione di una petizione internazionale – l’ipotesi di conferire il Primo Nobel per la Pace ai Medici Cubani.
Dovrebbe essere non solo una scelta auspicabile, ma doverosa, se le parole hanno un senso.
I murales dedicati a Torino, Milano e Roma alle brigate dei medici cubani che hanno aiutato il nostro Paese sono stati un primo segnale di doverosa gratitudine nei loro confronti, cui bisognerà dare continuità.
Buona Lettura
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Poche settimane fa, parlavo con Noam Chomsky sulla condizione del mondo. A un certo punto, Noam ha sorriso e ha detto che non sapeva di nessun medico tedesco in Italia, anche se entrambe gli Stati sono nell’Unione Europea; al contrario i medici cubani e cinesi sono arrivati in Italia per combattere la pandemia globale .
I LAVORATORI SANITARI CUBANI
Non desta particolare sorpresa che ci sia una petizione in circolazione per premiare i sanitari cubani con il Nobel per la pace. Il ministero per la salute pubblica cubano ha rapidamente mobilitato la brigata Henry Reeve per portare le loro considerevoli capacità in alcune nazioni, da Andorra al Venezuela.
La brigata ha ricevuto il premio alla memoria del dottor Lee Jong-Wook dall’organizzazione mondiale della sanità (OMS) nel 2017 per il suo lavoro contro l’epidemia di Ebola nell’Africa occidentale. Il premio fu ricevuto dal dottor Felix Baez, che lavorò in Pakistan dopo il terremoto del 2005 e poi nel 2014 andò in Sierra Leone per combattere l’Ebola; il dottor Baez fu contagiato dall’ebola e, dopo essere stato curato in Svizzera e a Cuba, tornò in Sierra Leone per completare la sua missione.
Le radici dell’internazionalismo sanitario cubano affondano direttamente all’inizio della rivoluzione cubana nel 1959. Anche se i medici lasciarono la nazione dopo la rivoluzione, il popolo cubano ha risposto in modo coraggioso a un terremoto a Valdivia, Cile, nel maggio del 1960; una brigata cubana di medici di emergenza arrivarono in Cile e allestirono 6 ospedali da campo in campagna. Questo fu l’inizio di un processo che avrebbe incluso l’assistenza sanitaria nelle guerre di liberazione in Vietnam, Nicaragua, Angola e Algeria, e la formazione medica per studenti da tutto il mondo
La chiave dell’internazionalismo medico di Cuba è stata la formazione di personale medico in tutto il mondo oltre all’inviare medici e infermieri cubani. Dal 2005, la scuola di medicina dell’America latina con sede all’Avana ha formato più di 29.000 medici provenienti da più di 100 nazioni. Molti di questi medici sono ora in prima linea per combattere il Covid-19 in tutto il mondo. Per esempio, il dottor Patrick Delly – direttore del laboratorio nazionale di epidemiologia di Haiti – sta guidando lo sforzo per rompere la catena dell’infezione ad Haiti.
I SANITARI CINESI
La repubblica popolare cinese ha inviato un team medico fuori dai propri confini per la prima volta nel 1963, quando 24 medici arrivarono in Algeria ad operare nella nuova nazione. Da allora la Cina ha costruito ospedali e centri medici in Algeria e ha curato circa 2 milioni di pazienti in quella nazione. Da metà maggio un gruppo di medici cinesi con capacità di trattare i pazienti Covid-19 ha lavorato in Algeria.
Pochi anni fa su un treno da Fez a Rabat, incontrai un gruppo di medici cinesi che era di stazza in Marocco.
Questi medici erano parte della 165esima missione sanitaria cinese e hanno lavorato negli ospedali pubblici nelle città di montagna di Chefchaouen e Taza, in Marocco. Loro mi dissero che le autorità cinesi e marocchine stavano cercando di accordarsi per un centro di medicina tradizionale a Casablanca.
Durante la pandemia la Cina ha mandato diversi voli con forniture medicali in Marocco per combattere la pandemia; il personale medico cinese, già in Marocco per la sua missione, continua a lavorare per contenere il Covid-19.
La Cina ha raggiunto molta esperienza nel suo sforzo contro il virus e la malattia e ora ha mandato esperti e gruppi di medici nelle nazioni di tutto il mondo dall’Iran al Burkina Faso al Venezuela. In Sudan per esempio la 35esima missione medica cinese ha tenuto un forum informativo all’ospedale Omdurman, dove Zhou Lin – a capo del team cinese – ha consigliato lo staff di proteggersi dal virus e di insegnare alle persone come prevenire la diffusione del virus. Gli aiuti pratici sono arrivati con la donazione di 400.000 mascherine chirurgiche e altro materiale.
La pratica cinese di internazionalismo medico è coordinata dall’agenzia cinese per la cooperazione allo sviluppo internazionale, ma è largamente lasciata ai governi provinciali. Lo slogan è “una provincia, una nazione” con le provincie gemellate con alcune nazioni, per esempio la provincia di Zhejiang è gemellata con l’Italia e la provincia di Jiangsu con il Venezuela.
Un punto chiave della solidarietà è l’accresciuta partecipazione della Cina al fianco del popolo palestinese. Un team di esperti medici creato dalla commissione per la salute pubblica cinese è arrivato in Palestina l’11 giugno. Hua Chunying, del ministero degli esteri cinese, ha detto che il gruppo rimarrà in Palestina per una settimana e darà suggerimenti sul “controllo dell’epidemia, la diagnosi clinica, il trattamento e i test di laboratorio”. Questo avviene quando la Cina ha contribuito con un milione di dollari alla UNRWA, l’agenzia ONU che lavora per dare ai palestinesi i servizi di base.
LA COLLABORAZIONE CINESE E CUBANA
Il primo gennaio 2020, mentre la pandemia si stava sviluppando, Cina e Cuba hanno inaugurato il Centro per l’Innovazione biotecnologica sino-cubano nella provincia di Human. Questa collaborazione dura da più di due decenni, da quando i due stati allestirono la Changchun Heber biological technology ldt. A Changchun (provincia di Jilin, Cina) nel 2003. L’Interferone alfa 2B (Ifnrec), uno dei medicinali chiave usato per combattere il Covid-19 è prodotto da questa azienda. Il farmaco è stato sviluppato la prima volta nel 1981 contro la febbre Dengue a Cuba, ma da allora è stato usato contro l’HIV-AIDS, l’epatite B e C e contro la papillomatosi respiratoria. Questo farmaco è stato largamente usato, insieme alla medicina tradizionale cinese, per curare i pazienti Covid-19 in Cina.
La battaglia di Cuba contro il Covid-19 sull’isola è stata esemplare nonostante il blocco imposto dagli USA.
La Cina ha mandato molte donazioni all’isola, inclusi camici protettivi, mascherine chirurgiche e termometri a infrarossi; alcuni di queste donazioni sono arrivate dal governo, ma altre sono state fatte da enti del settore pubblico come per esempio l'azienda di Zhengzhou Yutong – uno dei più grandi produttori di autobus al mondo.
SOLIDARIETÀ SOCIALISTA
È tipico delle persone dalla mentalità ristretta come il presidente USA Donald Trump e il presidente del Brasile Jair Bolsonaro ignorare la loro incompetenza nel avere a che fare con il problema invece di puntare il dito contro gli altri. Trump ha preso l’abitudine di incolpare la Cina; il figlio di Bolsonaro – Rodrigo – ha seguito Trump nel twittare che il partito comunista cinese è da incolpare per il virus. Questi governi hanno trovato un rifugio in un altro virus odioso, la xenofobia (in particolare, la sinofobia)
Cina e Cuba, d'altro canto, hanno – come altre nazioni socialiste – preso a cuore lo slogan dell’OMS “solidarietà, non discriminazione”. Deng Boqing, il vice presidente della Agenzia per la cooperazione allo sviluppo internazionale cinese, ha detto: “ricambia una goccia d’acqua con lo zampillo di una fontana.” Egli intendeva che la risposta della Cina alle altre nazioni non sarà misurata da cosa hanno fatto per la Cina (la goccia d’acqua) ma da quello di cui queste nazioni hanno bisogno (la fontana); questa è la vecchia idea marxista “da ognuno secondo le proprie capacità ad ognuno secondo i propri bisogni”. La Cina, ha detto Deng Boqing, segue “il principio di fare quello che possiamo e di farlo al nostro meglio”.
Fonte
09/10/2017
Abolire le armi nucleari? Yes I CAN, ma vai avanti prima tu
Il Premio Nobel per la pace conferito a ICAN, la campagna internazionale per il disarmo atomico, mi ha portato a qualche riflessione, positiva e negativa insieme.
Da un lato, è evidente che questo Nobel è anche una conseguenza diretta della campagna e dell’entrata in vigore del Trattato ONU che mette fuorilegge le armi nucleari e non ne chiede soltanto il controllo, come il TNP (Trattato di Non Proliferazione, in vigore dal 1968, cui aderiscono praticamente quasi tutti gli Stati del Mondo, tranne Israele, Corea del Nord e pochi altri), ma decisamente la completa eliminazione e messa al bando. Sono due segnali importanti che – in qualche modo che ancora non possiamo prevedere, tanto i tempi saranno lunghi e il percorso irto di difficoltà – fanno capire che qualcosa sta lentamente cambiando.
Il Trattato per l’abolizione delle armi nucleari è stato sottoscritto da un numero sufficiente di stati dell’ONU per entrare in vigore, cosa che succederà nel giro di pochi mesi. Peccato che l’atteggiamento di USA e NATO, di totale chiusura e boicottaggio del Trattato, seguito in diretta conseguenza da Russia e Cina, abbia fatto sì che il Trattato non sia stato sottoscritto da nessuno degli “haves”, cioè degli stati con la bomba atomica. Per di più, pur aderendo al TNP che prevede comunque il disarmo graduale, neppure gli alleati “non nucleari” degli USA hanno aderito.
Fa specie, in particolare, la non adesione del Giappone, unica nazione che ha subito la guerra nucleare sulla pelle della propria popolazione nel 1945 e che ha inCostituzione il ripudio della guerra per la soluzione delle controversie fra Stati.
Non desta eccessiva sorpresa, a tal proposito, il completo boicottaggio del trattato anche da parte dell’altra nazione che ha nella Costituzione un simile articolo, cioè l’Italia. Noi siamo, come si sa, uno Stato a sovranità limitata, pacifista nelle parole dei politici bipartisan, ma appiattita sulle posizioni guerresche della NATO (e quindi degli USA) nei fatti. E con 70 bombe atomiche statunitensi nel nostro territorio, ad Aviano e Ghedi, alla faccia anche del TNP che ce lo proibirebbe.
La direttrice dell’ICAN ha dichiarato che con Trump è aumentato il rischio di una guerra nucleare. E non ha torto. La Casa Bianca ha subito reagito al Nobel assegnato all’ICAN ribadendo il suo totale rifiuto al nuovo Trattato, e dichiarandosi sicuro che nessuno Stato che possieda armi nucleari o la cui sicurezza dipenda dalle bombe atomiche (e qui si parla appunto degli alleati volenti o nolenti come ad esempio Italia, Germania, Giappone e Corea del Sud) aderirà al Trattato.
Trump sostiene, così come pure echeggia Gentiloni, che basta il TNP per assicurare una progressiva “non proliferazione” e sucessiva sparizione delle armi nucleari. È vero? I dati parlano del contrario.
In un recente articolo di Roberto Vacca sul “Fatto” ho letto un dato che fa riflettere. La potenza totale delle decine di migliaia di armi nucleari al mondo è pari a 5000 megaTon, 5 miliardi di tonnellate di tritolo. Insomma circa 700 kg di TNT per ogni abitante della Terra, infanti, bambini, vecchi compresi. Di questo arsenale la Corea del Nord ne detiene pochi millesimi, ma sufficienti a minacciare catastrofi. Mr. Trump ne possiede circa la metà, ed anch’egli lo agita inviperito.
Sarebbero questi, dopo quasi cinquant’anni di “processo verso il disarmo”, i risultati conseguiti? Se è pur vero che si è evitato che l’arma nucleare diventasse un articolo comune nell’arsenale di tutti gli stati con velleità belliche, d’altro canto pare proprio venuto il momento per dare una reale smossa a questa situazione di grande ipocrisia e verificare se alle belle parole (tutti siamo contro la bomba atomica, nevvero?) facciano seguito i fatti. Come si fa a convivere tranquilli e non ribellarsi al fatto che il risultato della “non proliferazione”, e più in generale della nostra “civiltà di guerra” è che viviamo, di fatto, ognuno seduti su una polveriera personale, che tra l’altro paghiamo con i nostri stessi soldi? L’incidenza sul PIL mondiale del mantenimento e rinnovamento di questa dotazione procapite di esplosivo nucleare è pari a oltre il 10%: un balzello da strozzini per tenerci tutti in reciproco ostaggio.
Fra tre mesi, tutto questo diventerà, oltre che un crimine morale, anche un crimine legale internazionale. Come andare avanti? È davvero impossibile, come sostiene Trump e con lui tutti i consueti guerrafondai, “garanti della nostra sicurezza” ma che in realtà sono dei parassiti che riscuotono soltanto un balzello basato sulla nostra paura o, peggio, sull’indifferenza? Non vedo grossa differenza con il pizzo che i mafiosi pretendono pagato, per “proteggere” i taglieggiati. Anche in questo caso, come in quell’altro, occorrono piccoli atti coraggiosi e la costruzione di opinione pubblica e consapevolezza.
Un esempio di piccolo atto coraggioso, che potrebbe innescare una valanga? Uno Stato come l’Italia, con la “sicurezza” garantita dalle atomiche (quale sicurezza poi ci si domanda, dato che nel 2017 le minacce alla sicurezza provengono da ben altre direzioni), potrebbe mettere un punto fermo e sottoscrivere il Trattato di messa al bando delle armi nucleari, pretendendo perlomeno che quelle sul proprio territorio vengano rimosse. Senza neppure arrivare ad uscire dalla NATO. Sarebbe già questo un atto coraggioso e ghandiano, degno di un grande. Ma il signor Gentiloni ed il suo governo, purtroppo, non ci paiono proprio le persone adatte ad atti simili.
Fonte
Da un lato, è evidente che questo Nobel è anche una conseguenza diretta della campagna e dell’entrata in vigore del Trattato ONU che mette fuorilegge le armi nucleari e non ne chiede soltanto il controllo, come il TNP (Trattato di Non Proliferazione, in vigore dal 1968, cui aderiscono praticamente quasi tutti gli Stati del Mondo, tranne Israele, Corea del Nord e pochi altri), ma decisamente la completa eliminazione e messa al bando. Sono due segnali importanti che – in qualche modo che ancora non possiamo prevedere, tanto i tempi saranno lunghi e il percorso irto di difficoltà – fanno capire che qualcosa sta lentamente cambiando.
Il Trattato per l’abolizione delle armi nucleari è stato sottoscritto da un numero sufficiente di stati dell’ONU per entrare in vigore, cosa che succederà nel giro di pochi mesi. Peccato che l’atteggiamento di USA e NATO, di totale chiusura e boicottaggio del Trattato, seguito in diretta conseguenza da Russia e Cina, abbia fatto sì che il Trattato non sia stato sottoscritto da nessuno degli “haves”, cioè degli stati con la bomba atomica. Per di più, pur aderendo al TNP che prevede comunque il disarmo graduale, neppure gli alleati “non nucleari” degli USA hanno aderito.
Fa specie, in particolare, la non adesione del Giappone, unica nazione che ha subito la guerra nucleare sulla pelle della propria popolazione nel 1945 e che ha inCostituzione il ripudio della guerra per la soluzione delle controversie fra Stati.
Non desta eccessiva sorpresa, a tal proposito, il completo boicottaggio del trattato anche da parte dell’altra nazione che ha nella Costituzione un simile articolo, cioè l’Italia. Noi siamo, come si sa, uno Stato a sovranità limitata, pacifista nelle parole dei politici bipartisan, ma appiattita sulle posizioni guerresche della NATO (e quindi degli USA) nei fatti. E con 70 bombe atomiche statunitensi nel nostro territorio, ad Aviano e Ghedi, alla faccia anche del TNP che ce lo proibirebbe.
La direttrice dell’ICAN ha dichiarato che con Trump è aumentato il rischio di una guerra nucleare. E non ha torto. La Casa Bianca ha subito reagito al Nobel assegnato all’ICAN ribadendo il suo totale rifiuto al nuovo Trattato, e dichiarandosi sicuro che nessuno Stato che possieda armi nucleari o la cui sicurezza dipenda dalle bombe atomiche (e qui si parla appunto degli alleati volenti o nolenti come ad esempio Italia, Germania, Giappone e Corea del Sud) aderirà al Trattato.
Trump sostiene, così come pure echeggia Gentiloni, che basta il TNP per assicurare una progressiva “non proliferazione” e sucessiva sparizione delle armi nucleari. È vero? I dati parlano del contrario.
In un recente articolo di Roberto Vacca sul “Fatto” ho letto un dato che fa riflettere. La potenza totale delle decine di migliaia di armi nucleari al mondo è pari a 5000 megaTon, 5 miliardi di tonnellate di tritolo. Insomma circa 700 kg di TNT per ogni abitante della Terra, infanti, bambini, vecchi compresi. Di questo arsenale la Corea del Nord ne detiene pochi millesimi, ma sufficienti a minacciare catastrofi. Mr. Trump ne possiede circa la metà, ed anch’egli lo agita inviperito.
Sarebbero questi, dopo quasi cinquant’anni di “processo verso il disarmo”, i risultati conseguiti? Se è pur vero che si è evitato che l’arma nucleare diventasse un articolo comune nell’arsenale di tutti gli stati con velleità belliche, d’altro canto pare proprio venuto il momento per dare una reale smossa a questa situazione di grande ipocrisia e verificare se alle belle parole (tutti siamo contro la bomba atomica, nevvero?) facciano seguito i fatti. Come si fa a convivere tranquilli e non ribellarsi al fatto che il risultato della “non proliferazione”, e più in generale della nostra “civiltà di guerra” è che viviamo, di fatto, ognuno seduti su una polveriera personale, che tra l’altro paghiamo con i nostri stessi soldi? L’incidenza sul PIL mondiale del mantenimento e rinnovamento di questa dotazione procapite di esplosivo nucleare è pari a oltre il 10%: un balzello da strozzini per tenerci tutti in reciproco ostaggio.
Fra tre mesi, tutto questo diventerà, oltre che un crimine morale, anche un crimine legale internazionale. Come andare avanti? È davvero impossibile, come sostiene Trump e con lui tutti i consueti guerrafondai, “garanti della nostra sicurezza” ma che in realtà sono dei parassiti che riscuotono soltanto un balzello basato sulla nostra paura o, peggio, sull’indifferenza? Non vedo grossa differenza con il pizzo che i mafiosi pretendono pagato, per “proteggere” i taglieggiati. Anche in questo caso, come in quell’altro, occorrono piccoli atti coraggiosi e la costruzione di opinione pubblica e consapevolezza.
Un esempio di piccolo atto coraggioso, che potrebbe innescare una valanga? Uno Stato come l’Italia, con la “sicurezza” garantita dalle atomiche (quale sicurezza poi ci si domanda, dato che nel 2017 le minacce alla sicurezza provengono da ben altre direzioni), potrebbe mettere un punto fermo e sottoscrivere il Trattato di messa al bando delle armi nucleari, pretendendo perlomeno che quelle sul proprio territorio vengano rimosse. Senza neppure arrivare ad uscire dalla NATO. Sarebbe già questo un atto coraggioso e ghandiano, degno di un grande. Ma il signor Gentiloni ed il suo governo, purtroppo, non ci paiono proprio le persone adatte ad atti simili.
Fonte
29/01/2017
Il mancato “Nobel per la pace” a Petro Porošenko
Attacchi a ripetizione delle forze ucraine sui quartieri nordoccidentali di Donetsk: impiegato ogni tipo di arma pesante a eccezione, per ora, dell'aviazione. Abitazioni cannoneggiate e distrutte a Makeevka; intensi martellamenti su Avteevka e Jasinovataja; attacchi di reparti neonazisti di Pravyj Sektor sui punti di controllo per l'accesso a Donetsk. L'offensiva iniziata la notte appena trascorsa è tuttora in corso.
I timori di perdere definitivamente il sostegno dei padrini occidentali stanno facendo il vuoto di deputati della Rada attorno alla nave presidenziale che affonda e spingono Kiev a forsennati attacchi militari provocatori contro il Donbass, ormai testimoniati apertamente dagli osservatori dell'Osce. Ma... ma l'argomento del giorno è la mancata assegnazione del Nobel per la pace a Petro Porošenko nel 2015.
Se l'attribuzione di tale titolo – o anche soltanto l'eventualità che venisse ipotizzata – a tale individuo non avrebbe fatto poi nemmeno tanta meraviglia, visti i numerosi precedenti, ancor meno stupore solleva il pretesto addotto per l'esclusione del presidente ucraino dall'alto riconoscimento. Chi altri se non i soliti servizi segreti russi, due anni fa, avrebbe messo i bastoni tra le ruote alla commissione incaricata dell'attribuzione del titolo, impedendo al “pacifista” Porošenko di sedere alla destra di padri quali il generale George Marshall, Henry Kissinger, il profeta della distruzione dell'Urss Andrej Sakharov, il suo apostolo Lech Wałęsa e il pontifex maximus della fine dell'Unione Sovietica, Mikhail Gorbačëv, insieme a artefici bellici quali Menachem Begin, Yitzhak Rabin e Barack Obama?
La notizia sulla “ingerenza del controspionaggio russo” sarebbe stata diffusa ora dalla NRK norvegese, sulla base di “rivelazioni” del direttore del Comitato del Nobel, Olav Njølstad che, nell'estate 2015, si sarebbe incontrato con due rappresentanti dell'ambasciata russa a Oslo. Nel corso dell'incontro, sarebbe stata sollevata anche la questione di una presunta lettera che, nel maggio precedente, l'allora speaker della Rada e oggi primo ministro Vladimir Grojsman avrebbe indirizzato alla rappresentanza diplomatica USA a Oslo, per chiedere il sostegno americano nel tentativo di accrescere il numero dei membri del Comitato Nobel favorevoli alla candidatura del pacifico Petro. Candidatura che, a detta di Grojsman, avrebbe rappresentato “l'espressione del sostegno univoco all'integrità dell'Ucraina da parte dalla comunità democratica di tutto il mondo”; l'appoggio dell'ambasciata USA a Oslo sarebbe stato anche “apprezzato”, a detta di Grojsman, dalla ex missionaria del Dipartimento di stato USA Victoria-fuck-the-UE-Nuland.
Rusvesna.su scrive oggi che alcuni passaggi di quella lettera erano stati pubblicati il 29 maggio 2015 dal sito thepeoplesvoice.org, a firma dello statunitense Eric Zuesse, senza che questi rivelasse la propria fonte. Il 30 maggio, il servizio stampa di Grojsman avrebbe immediatamente qualificato la lettera come fake.
Secondo rusvena.su, le stesse fonti ufficiali ucraine non hanno mai fatto cenno alla questione e il fatto che questa venga ora sollevata da fonte norvegese, testimonia solo del mutamento di prospettive da parte di Oslo, schieratasi ufficialmente con Kiev contro “l'aggressione russa” e dichiaratasi “perno settentrionale” della Nato, nonostante la non appartenenza ufficiale della Norvegia all'Alleanza atlantica. Una non-appartenenza per cui, entro il 2020, nella provincia polare di Finnmark, sarà operativa la stazione radio-elettronica Globus III, inquadrata nel sistema globale antimissilistico “Aegis” già attivo in Polonia e Romania, i cui radar sono in grado di sorvegliare i movimenti della Flotta del Nord russa e i lanci di missili da tutto il territorio della Russia, fino alla Kamčatka.
Il presidente della Commissione scienze e cultura della Duma russa, Vjačeslav Nikonov, ha qualificato come assurda la “notizia” dell'interferenza russa nel mancato Nobel a Porošenko: “E' chiaro che non abbiamo mezzi di influenza sul Comitato per il Nobel, altrimenti il premio sarebbe stato assegnato più spesso, probabilmente, anche a nostri concittadini”. Nikonov ha anche qualificato come “assurda al quadrato” la stessa idea della possibile attribuzione del Nobel per la pace a Porošenko, un uomo che “sta conducendo la guerra contro il proprio popolo".
Una guerra in cui, tra le decine di migliaia di morti civili per i bombardamenti ucraini sulle città del Donbass, si contano anche oltre cento bambini e giovanissimi, spesso fratelli e sorelle di una stessa famiglia, spesso neonati in braccio alle giovani madri colpiti da bombe di mortaio nel cortile di casa, spesso adolescenti maciullati dalle artiglierie ucraine negli spazi gioco delle scuole. Vittime infantili che vanno ad accrescere i numeri negativi dell'Ucraina odierna. Appena ieri il responsabile presidenziale ucraino per i diritti dell'infanzia, Nikolaj Kuleba, riportava le cifre dell'Ucraina “moderna”: negli ultimi 25 anni, dalla fine dell'Urss e “l'indipendenza”, la popolazione infantile si è dimezzata ed è oggi di 7,6 milioni, così che il paese occupa il 186° posto nel mondo per natalità e il 13° (il 4° secondo la CIA) per grado di mortalità. Secondo Kuleba, 106mila bambini (1,5% della popolazione infantile ucraina) sono ospitati in collegi, ma solo l'8% di essi sono orfani e in questi collegi, a causa della povertà delle famiglie, ogni tre giorni arrivano 250 nuovi giovani “ospiti”. Come minimo 600mila bambini vivono in famiglie “sfortunate”, ha detto Kuleba e, di fatto, “sono in coda” per entrare in collegio.
E' questa la situazione del paese il cui presidente avrebbe dovuto essere candidato al Nobel per la pace; un paese che, di contro alle grida ucraine e occidentali sulla presunta “occupazione russa della Crimea”, l'ex Procuratore generale della Crimea e oggi deputata della Duma, Natalja Poklonskaja, ha definito “territorio temporaneamente occupato”. Dai golpisti neonazisti per conto di mandanti d'oltreoceano.
Fonte
I timori di perdere definitivamente il sostegno dei padrini occidentali stanno facendo il vuoto di deputati della Rada attorno alla nave presidenziale che affonda e spingono Kiev a forsennati attacchi militari provocatori contro il Donbass, ormai testimoniati apertamente dagli osservatori dell'Osce. Ma... ma l'argomento del giorno è la mancata assegnazione del Nobel per la pace a Petro Porošenko nel 2015.
Se l'attribuzione di tale titolo – o anche soltanto l'eventualità che venisse ipotizzata – a tale individuo non avrebbe fatto poi nemmeno tanta meraviglia, visti i numerosi precedenti, ancor meno stupore solleva il pretesto addotto per l'esclusione del presidente ucraino dall'alto riconoscimento. Chi altri se non i soliti servizi segreti russi, due anni fa, avrebbe messo i bastoni tra le ruote alla commissione incaricata dell'attribuzione del titolo, impedendo al “pacifista” Porošenko di sedere alla destra di padri quali il generale George Marshall, Henry Kissinger, il profeta della distruzione dell'Urss Andrej Sakharov, il suo apostolo Lech Wałęsa e il pontifex maximus della fine dell'Unione Sovietica, Mikhail Gorbačëv, insieme a artefici bellici quali Menachem Begin, Yitzhak Rabin e Barack Obama?
La notizia sulla “ingerenza del controspionaggio russo” sarebbe stata diffusa ora dalla NRK norvegese, sulla base di “rivelazioni” del direttore del Comitato del Nobel, Olav Njølstad che, nell'estate 2015, si sarebbe incontrato con due rappresentanti dell'ambasciata russa a Oslo. Nel corso dell'incontro, sarebbe stata sollevata anche la questione di una presunta lettera che, nel maggio precedente, l'allora speaker della Rada e oggi primo ministro Vladimir Grojsman avrebbe indirizzato alla rappresentanza diplomatica USA a Oslo, per chiedere il sostegno americano nel tentativo di accrescere il numero dei membri del Comitato Nobel favorevoli alla candidatura del pacifico Petro. Candidatura che, a detta di Grojsman, avrebbe rappresentato “l'espressione del sostegno univoco all'integrità dell'Ucraina da parte dalla comunità democratica di tutto il mondo”; l'appoggio dell'ambasciata USA a Oslo sarebbe stato anche “apprezzato”, a detta di Grojsman, dalla ex missionaria del Dipartimento di stato USA Victoria-fuck-the-UE-Nuland.
Rusvesna.su scrive oggi che alcuni passaggi di quella lettera erano stati pubblicati il 29 maggio 2015 dal sito thepeoplesvoice.org, a firma dello statunitense Eric Zuesse, senza che questi rivelasse la propria fonte. Il 30 maggio, il servizio stampa di Grojsman avrebbe immediatamente qualificato la lettera come fake.
Secondo rusvena.su, le stesse fonti ufficiali ucraine non hanno mai fatto cenno alla questione e il fatto che questa venga ora sollevata da fonte norvegese, testimonia solo del mutamento di prospettive da parte di Oslo, schieratasi ufficialmente con Kiev contro “l'aggressione russa” e dichiaratasi “perno settentrionale” della Nato, nonostante la non appartenenza ufficiale della Norvegia all'Alleanza atlantica. Una non-appartenenza per cui, entro il 2020, nella provincia polare di Finnmark, sarà operativa la stazione radio-elettronica Globus III, inquadrata nel sistema globale antimissilistico “Aegis” già attivo in Polonia e Romania, i cui radar sono in grado di sorvegliare i movimenti della Flotta del Nord russa e i lanci di missili da tutto il territorio della Russia, fino alla Kamčatka.
Il presidente della Commissione scienze e cultura della Duma russa, Vjačeslav Nikonov, ha qualificato come assurda la “notizia” dell'interferenza russa nel mancato Nobel a Porošenko: “E' chiaro che non abbiamo mezzi di influenza sul Comitato per il Nobel, altrimenti il premio sarebbe stato assegnato più spesso, probabilmente, anche a nostri concittadini”. Nikonov ha anche qualificato come “assurda al quadrato” la stessa idea della possibile attribuzione del Nobel per la pace a Porošenko, un uomo che “sta conducendo la guerra contro il proprio popolo".
Una guerra in cui, tra le decine di migliaia di morti civili per i bombardamenti ucraini sulle città del Donbass, si contano anche oltre cento bambini e giovanissimi, spesso fratelli e sorelle di una stessa famiglia, spesso neonati in braccio alle giovani madri colpiti da bombe di mortaio nel cortile di casa, spesso adolescenti maciullati dalle artiglierie ucraine negli spazi gioco delle scuole. Vittime infantili che vanno ad accrescere i numeri negativi dell'Ucraina odierna. Appena ieri il responsabile presidenziale ucraino per i diritti dell'infanzia, Nikolaj Kuleba, riportava le cifre dell'Ucraina “moderna”: negli ultimi 25 anni, dalla fine dell'Urss e “l'indipendenza”, la popolazione infantile si è dimezzata ed è oggi di 7,6 milioni, così che il paese occupa il 186° posto nel mondo per natalità e il 13° (il 4° secondo la CIA) per grado di mortalità. Secondo Kuleba, 106mila bambini (1,5% della popolazione infantile ucraina) sono ospitati in collegi, ma solo l'8% di essi sono orfani e in questi collegi, a causa della povertà delle famiglie, ogni tre giorni arrivano 250 nuovi giovani “ospiti”. Come minimo 600mila bambini vivono in famiglie “sfortunate”, ha detto Kuleba e, di fatto, “sono in coda” per entrare in collegio.
E' questa la situazione del paese il cui presidente avrebbe dovuto essere candidato al Nobel per la pace; un paese che, di contro alle grida ucraine e occidentali sulla presunta “occupazione russa della Crimea”, l'ex Procuratore generale della Crimea e oggi deputata della Duma, Natalja Poklonskaja, ha definito “territorio temporaneamente occupato”. Dai golpisti neonazisti per conto di mandanti d'oltreoceano.
Fonte
09/10/2016
Il Nobel per la Pace non serve a nulla: aboliamolo!
Dal controverso caso Colombia di questi giorni, a Obama, a Kissinger, fino a personaggi di nessun rilievo, scelti per opportunità politica, che l’hanno vinto nei decenni passati. Ecco perché il Nobel non serve.
Premio Nobel per la Pace: ma perché non lo aboliamo? Venerabile istituto, per carità, erede di una tradizione avviata nel 1901, grazie al lascito del produttore di esplosivi Alfred Nobel, con una scelta eccellente, quella di Jean Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa e ideatore delle convenzioni di Ginevra per i diritti umani. Però, siamo sinceri, tutto prima o poi ha una fine. E' scomparsa anche “Giochi senza frontiere”, perché dovremmo tenerci questo Nobel sempre più bislacco e inconcludente?
Cominciamo con la candidature. Quest'anno, record assoluto nella storia del premio: 376, di cui 228 individuali e 148 di organizzazioni. Numeri che hanno polverizzato il precedente record, i 278 candidati del 2014. Ci fosse tanta gente dotata di un minimo di influenza e decisa ad adoperarsi per il “mantenimento della pace” (questo dice la denominazione autentica del premio) avremmo un pianeta meno incasinato. Ma forse si cercano solo nobili figure, brave persone, facciano o meno qualcosa. Nel qual caso, avrei due o tre vicini di casa da proporre.
Ma non lo posso fare. Perché le candidature devono arrivare da esponenti di categorie ben precise: parlamentari, ministri, capi di Stato, professori universitari o personaggi che abbiano a loro volta ricevuto lo stesso premio. I soliti noti: politici che o non vogliono la pace o non riescono a far nulla per proteggerla, esperti che non riescono a farsi ascoltare o hanno poco da dire. Oppure, vincitori del Nobel. Che possono essere grandi persone, ma anche un guerrafondaio come Barack Obama (insignito nel 2009) o una giovane persona ancora impegnata a scoprire il mondo come Malala Yousafzai (2014).
Per non parlare del problema di chi il Nobel per la pace lo assegna. Si tratta di un comitato di cinque persone scelte dal Parlamento della Norvegia, Paese che ha il grande merito di aver dato i natali al più grande giallista vivente, Jo Nesbo, ma che non risulta tra i più decisivi sulla scena internazionale. Per il 2016, il famoso comitato (che resta in carica per cinque anni) risulta composto da Kaci Kullmann Five (presidente), consigliere degli Affari Pubblici; Berit Reiss-Andersen, avvocato; Inger-Marie Ytterhorn, consigliere politico del gruppo parlamentare Progress; Thorbjørn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa; Henrik Syse, professore; Olav Njølstad, professore.
Brave persone. Chiederanno pure consiglio a gente in gamba. Resta il fatto che le loro scelte sembrano fatte o per bizzarria (par di vederli, i cinque, mentre si danno di gomito ridacchiando al pensiero dei giornalisti che devono correre a documentarsi su questo o quel personaggio sconosciuto) o per routine (quest'anno tocca all'Asia o all'America del Sud?). Ma anche, ed è la mia ipotesi preferita, aprendo il giornale due o tre giorni prima di decidere e vedendo di che si parla.
Il Nobel appena assegnato a Juan Manuel Santos, 65 anni, dal 2010 presidente della Colombia, sembra rientrare nell'ultima categoria. Per carità, Santos ha appena firmato un accordo di pace con le Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia che per decenni hanno combattuto il Governo (di cui lui era parte) in una guerra civile che ha insanguinato il Paese con quasi 270 mila morti. Però i colombiani, interpellati con un referendum, hanno respinto l'intesa, quindi già ci si domanda: chi sono i cinque di Oslo per saperla più lunga dei colombiani stessi? Nel passato di Santos, inoltre, ci sono pagine assai oscure legate proprio alla guerra contro le Farc, con centinaia di contadini fatti passare per guerriglieri e brutalmente eliminati. Ma ora c'è l'accordo, quindi va bene tutto.
Dare un'occhiata ai giornali va sempre bene, ma a volte procura imbarazzi. Nel 2009 ebbe il premio Barack Obama, che nel 2010 vendette 62 miliardi di armi all'Arabia Saudita, già nota come hub dei finanziamenti ad Al Qaeda e al terrorismo sunnita, e nel 2011 si sbrigò a bombardare la Libia di Gheddafi prima che tutto il “merito” andasse a Francia e Gran Bretagna. Nel 1994 ebbero il Nobel Yasser Arafat, Shimon Peres e Ytzak Rabin, protagonisti degli accordi di Oslo del 1993. Altra firma, altro regalo, anche se poi agli accordi è successo quel che è successo e i nostri hanno fatto in tempo a combattersi senza tante storie.
Nel 1973 ebbe il Nobel per il mantenimento della Pace nientemeno che Henry Kissinger. Come segretario di Stato di Richard Nixon, aveva lavorato all'accordo per la pace in Vietnam raggiunto a Parigi. Con lui fu designato anche Le Duc Tho, responsabile politico dell'insurrezione comunista vietnamita, che però (caso unico nei 115 anni di storia del premio) rifiutò il riconoscimento. Purtroppo gli americani rimasero in Vietnam altri due anni, che furono due anni di guerra. E purtroppo per i cileni, il premio Nobel Kissinger in quello stesso 1973, come dimostrato dai documenti desecretati poco tempo fa della Cia, si diede molto da fare per favorire il golpe del generale Pinochet in Cile. Nel 1978 lo vinsero Menachem Begin e Anwar al-Sadat, nel 1953 il generale George Marshall (l'ideatore del Piano Marshall). Nel 1919 il presidente Woodrow Wilson, nel 1906 il presidente Theodore Roosevelt.
Al di là dei casi sconcertanti o scandalosi, e di quelli in cui è andato a riconoscere il valore di personalità comunque già straordinarie e già premiate dall'ammirazione del mondo (Martin Luther King nel 1964, Madre Teresa nel 1979, Lech Walesa nel 1983, De Klerk e Mandela nel 1993), il Nobel per la Pace traccheggia in una correttezza politica che incide poco, ha poco sugo, lascia scarsa traccia. Jimmy Carter (2002)? Shirin Ebadi (2003)? Wangari Maathai (2004)? Mohammed El Baradei, che da direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica fu coperto di insulti da tutti coloro che volevano la guerra in Iraq? Al Gore (2007), truffato della presidenza degli Usa ma incensato per l'impegno sull'ambiente? Questo Nobel, ammettiamolo, spesso si risolve in un intervento a favore di questa o quella ottima iniziativa a sfondo umanitario. Ma non sarebbe meglio una bella colletta?
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Premio Nobel per la Pace: ma perché non lo aboliamo? Venerabile istituto, per carità, erede di una tradizione avviata nel 1901, grazie al lascito del produttore di esplosivi Alfred Nobel, con una scelta eccellente, quella di Jean Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa e ideatore delle convenzioni di Ginevra per i diritti umani. Però, siamo sinceri, tutto prima o poi ha una fine. E' scomparsa anche “Giochi senza frontiere”, perché dovremmo tenerci questo Nobel sempre più bislacco e inconcludente?
Cominciamo con la candidature. Quest'anno, record assoluto nella storia del premio: 376, di cui 228 individuali e 148 di organizzazioni. Numeri che hanno polverizzato il precedente record, i 278 candidati del 2014. Ci fosse tanta gente dotata di un minimo di influenza e decisa ad adoperarsi per il “mantenimento della pace” (questo dice la denominazione autentica del premio) avremmo un pianeta meno incasinato. Ma forse si cercano solo nobili figure, brave persone, facciano o meno qualcosa. Nel qual caso, avrei due o tre vicini di casa da proporre.
Ma non lo posso fare. Perché le candidature devono arrivare da esponenti di categorie ben precise: parlamentari, ministri, capi di Stato, professori universitari o personaggi che abbiano a loro volta ricevuto lo stesso premio. I soliti noti: politici che o non vogliono la pace o non riescono a far nulla per proteggerla, esperti che non riescono a farsi ascoltare o hanno poco da dire. Oppure, vincitori del Nobel. Che possono essere grandi persone, ma anche un guerrafondaio come Barack Obama (insignito nel 2009) o una giovane persona ancora impegnata a scoprire il mondo come Malala Yousafzai (2014).
Per non parlare del problema di chi il Nobel per la pace lo assegna. Si tratta di un comitato di cinque persone scelte dal Parlamento della Norvegia, Paese che ha il grande merito di aver dato i natali al più grande giallista vivente, Jo Nesbo, ma che non risulta tra i più decisivi sulla scena internazionale. Per il 2016, il famoso comitato (che resta in carica per cinque anni) risulta composto da Kaci Kullmann Five (presidente), consigliere degli Affari Pubblici; Berit Reiss-Andersen, avvocato; Inger-Marie Ytterhorn, consigliere politico del gruppo parlamentare Progress; Thorbjørn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa; Henrik Syse, professore; Olav Njølstad, professore.
Brave persone. Chiederanno pure consiglio a gente in gamba. Resta il fatto che le loro scelte sembrano fatte o per bizzarria (par di vederli, i cinque, mentre si danno di gomito ridacchiando al pensiero dei giornalisti che devono correre a documentarsi su questo o quel personaggio sconosciuto) o per routine (quest'anno tocca all'Asia o all'America del Sud?). Ma anche, ed è la mia ipotesi preferita, aprendo il giornale due o tre giorni prima di decidere e vedendo di che si parla.
Il Nobel appena assegnato a Juan Manuel Santos, 65 anni, dal 2010 presidente della Colombia, sembra rientrare nell'ultima categoria. Per carità, Santos ha appena firmato un accordo di pace con le Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia che per decenni hanno combattuto il Governo (di cui lui era parte) in una guerra civile che ha insanguinato il Paese con quasi 270 mila morti. Però i colombiani, interpellati con un referendum, hanno respinto l'intesa, quindi già ci si domanda: chi sono i cinque di Oslo per saperla più lunga dei colombiani stessi? Nel passato di Santos, inoltre, ci sono pagine assai oscure legate proprio alla guerra contro le Farc, con centinaia di contadini fatti passare per guerriglieri e brutalmente eliminati. Ma ora c'è l'accordo, quindi va bene tutto.
Dare un'occhiata ai giornali va sempre bene, ma a volte procura imbarazzi. Nel 2009 ebbe il premio Barack Obama, che nel 2010 vendette 62 miliardi di armi all'Arabia Saudita, già nota come hub dei finanziamenti ad Al Qaeda e al terrorismo sunnita, e nel 2011 si sbrigò a bombardare la Libia di Gheddafi prima che tutto il “merito” andasse a Francia e Gran Bretagna. Nel 1994 ebbero il Nobel Yasser Arafat, Shimon Peres e Ytzak Rabin, protagonisti degli accordi di Oslo del 1993. Altra firma, altro regalo, anche se poi agli accordi è successo quel che è successo e i nostri hanno fatto in tempo a combattersi senza tante storie.
Nel 1973 ebbe il Nobel per il mantenimento della Pace nientemeno che Henry Kissinger. Come segretario di Stato di Richard Nixon, aveva lavorato all'accordo per la pace in Vietnam raggiunto a Parigi. Con lui fu designato anche Le Duc Tho, responsabile politico dell'insurrezione comunista vietnamita, che però (caso unico nei 115 anni di storia del premio) rifiutò il riconoscimento. Purtroppo gli americani rimasero in Vietnam altri due anni, che furono due anni di guerra. E purtroppo per i cileni, il premio Nobel Kissinger in quello stesso 1973, come dimostrato dai documenti desecretati poco tempo fa della Cia, si diede molto da fare per favorire il golpe del generale Pinochet in Cile. Nel 1978 lo vinsero Menachem Begin e Anwar al-Sadat, nel 1953 il generale George Marshall (l'ideatore del Piano Marshall). Nel 1919 il presidente Woodrow Wilson, nel 1906 il presidente Theodore Roosevelt.
Al di là dei casi sconcertanti o scandalosi, e di quelli in cui è andato a riconoscere il valore di personalità comunque già straordinarie e già premiate dall'ammirazione del mondo (Martin Luther King nel 1964, Madre Teresa nel 1979, Lech Walesa nel 1983, De Klerk e Mandela nel 1993), il Nobel per la Pace traccheggia in una correttezza politica che incide poco, ha poco sugo, lascia scarsa traccia. Jimmy Carter (2002)? Shirin Ebadi (2003)? Wangari Maathai (2004)? Mohammed El Baradei, che da direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica fu coperto di insulti da tutti coloro che volevano la guerra in Iraq? Al Gore (2007), truffato della presidenza degli Usa ma incensato per l'impegno sull'ambiente? Questo Nobel, ammettiamolo, spesso si risolve in un intervento a favore di questa o quella ottima iniziativa a sfondo umanitario. Ma non sarebbe meglio una bella colletta?
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30/10/2014
Malala: i soldi del Nobel alle scuole di Gaza
| Malala Yousafzai |
La premio Nobel per la Pace, Malala Yousafzai, studentessa pachistana di17 anni, ha deciso di donare tutti i soldi (50mila dollari) ricevuti in premio per la ricostruzione delle scuole nella Striscia di Gaza.
Gli edifici scolastici dell’enclave palestinese non sono stati risparmiati dai 52 giorni di bombardamenti israeliani contro Gaza, in cui sono morti circa 2.200 palestinesi, tra cui 505 bambini. Le scuole sono state prese di mira dall’aviazione e dall’artiglieria israeliane per ragioni di “sicurezza” e negli attacchi hanno perso la vita tanti sfollati che vi avevano trovato rifugio. Sono 24 le strutture scolastiche totalmente distrutte, come quella del martoriato centro abitato di Al-Shijaeyyah, raso al suolo dalle bombe.
“Sono onorata di annunciare che tutti i soldi ricevuti in premio andranno agli studenti e alle scuole di un posto in particolare difficoltà: Gaza”, ha detto Malala parlando a Stoccolma alle cerimonia per il ritiro del premio che condivide con Kailash Satyarthi, attivista indiano impegnato a liberare i bambini dalla schiavitù. “I bisogni sono enormi. Oltre metà della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni. (Questi giovani) hanno il diritto di ricevere un’istruzione di qualità, la speranza e reali opportunità per costruire il loro futuro. Questi soldi serviranno a ricostruire 65 scuole danneggiate nel recente conflitto”. “Senza istruzione non ci sarà mai la pace”, ha concluso.
La giovane Malala è stata insignita del Premio Nobel per il suo impegno a favore del diritto all’istruzione delle donne e per questo nel 2012 fu vittima di un attentato che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo. La sua donazione servirà alla riabilitazione delle scuole Unrwa. Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, 138 studenti che frequentavano i suoi istituti sono rimasti uccisi durante l’offensiva israeliana, mentre 814 sono stati feriti e 560 hanno perso uno o entrambi i genitori. Inoltre, sarà necessaria un’assistenza specifica per tutti i bambini che hanno subito danni gravi e adesso soffrono di disabilità permanenti.
Secondo i dati riportati dal sito Middle East Eye, ci sono circa 500mila studenti a Gaza e di questi circa 24.000 frequentano le 91 scuole gestite dall’Onu, mentre gli altri vanno in quelle pubbliche gestite dal governo, che sono 187. Sono stati danneggiati anche diversi istituti privati: 49 scuole, 5 college e l’Università Islamica di Gaza, oltre a 75 asili e centri diurni.
A Gaza la scuola è ricominciata a metà settembre. Le lezioni danno una parvenza di normalità ai bambini della Striscia, ma negli edifici ci sono ancora sfollati e la carenza di strutture agibili costringe gli istituti ai doppi turni e a formare classi sovraffollate. Inoltre, per la maggioranza degli studenti universitari tornare a studiare sarà un’impresa difficile anche dal punto di vista economico. In tanti hanno perso la casa, oltre ad amici e parenti, nei bombardamenti. Le bombe hanno distrutto anche il diritto allo studio.
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11/10/2014
Malala e Kailash Nobel della pace da paesi nemici
Il Nobel per la pace a Kailash Satyarthi e Malala Yousafzay, paladini dei bambini. Il riconoscimento alla giovane attivista sopravvissuta a un attentato dei talebani e all’eroe della lotta contro i baby schiavi. «Hanno combattuto contro l’oppressione dei bambini e per il diritto all’istruzione».
Il Nobel per la Pace 2014 è stato assegnato a Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana vittima di un attentato talebano nel 2009 quando aveva solo 12 anni (perché difendeva il diritto delle bambine allo studio nella valle dello Swat) e all’indiano, Kailash Satyarthi, 60 anni, attivista dei diritti dei bambini. Questo mentre tra India e Pakistan è di nuovo ‘quasi guerra’ sulla frontiera del Kashmir, lo stesso giorno delle minacce del premier pachistano Nawaz Sharif all’India in cui chiede di sospendere immediatamente gli attacchi lungo quel confine da sempre conteso. Oppure sarà guerra.
Non è un caso quindi che il Comitato del Nobel sottolinei il fatto che «Un hindu e una musulmana, un indiano e una pachistana, uniti nella lotta comune per l’istruzione e contro l’estremismo». Nella decisione di dare il Nobel per la Pace a Malala e Kailash Satyarthi è contenuto un messaggio tanto forte quanto semplice: non c’è pacificazione senza istruzione. Sopratutto in quei Paesi dove le sproporzioni tra gruppi sociali sono vere e proprie crepe, abissi che si allargano generazione dopo generazione, non c’è bene migliore dell’educazione che possa ripararle. Pacificazione-istruzione.
L’Accademia ha deciso di premiare la lotta a favore dei bambini e del loro diritto alla istruzione. «I bambini – si legge nel comunicato del Premi – devono poter andare a scuola e non essere sfruttati per denaro. Nei Paesi più poveri del mondo, il 60 per cento della popolazione ha meno di 25 anni d’eta. È un prerequisito per lo sviluppo pacifico del mondo che i diritti dei bambini e dei giovani vengano rispettati. Nelle aree devastate dalla guerra, in particolare gli abusi sui bambini portano al perpetuarsi della violenza generazione dopo generazione”. Guerre e bambini soldato ancora oggi.
Il Comitato del Nobel ha riconosciuto all’indiano Satyarthi "grande coraggio personale, mantenendo la tradizione di Gandhi, guidando varie forme di protesta e dimostrazione, tutte pacifiche, contro il grave sfruttamento dei bambini a scopi di finanziari, contribuendo anche allo sviluppo di importanti convenzioni internazionali sui diritti dei bambini”. Attivista dei diritti umani di 60 anni, impegnato dagli anni ’90 nella lotta contro il lavoro minorile con la sua organizzazione di volontari. L’azione ha permesso di liberare almeno 80mila bambini dalla schiavitù, favorendone la reintegrazione sociale.
Nel dicembre 2011 la sua organizzazione Bachpan Bachao Andolan pubblicò uno studio in cui si rivelava che in India scompaiono 11 bambini ogni ora, vittime del vasto traffico di esseri umani esistente nel Paese. Prima del Nobel, Satyarthi ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali fra cui, nel 2007, una medaglia dal Senato italiano. Nel maggio 2004 ad un convegno in Italia disse che «basterebbero tre giorni di spesa militare mondiale, pari a 11 miliardi di dollari, per far sparire la piaga del lavoro minorile attraverso l’istruzione data ai 246 milioni di bambini lavoratori».
Malala Yousafzay è la persona più giovane ad essere insignita del Nobel nella storia di tutte le categorie del premio. Eppure già da anni combatte per i diritti della bambine all’educazione e ha dimostrato che bambini e giovani possono anche loro contribuire a migliorare la situazione. «E lo ha fatto nelle circostanze più pericolose: attraverso la sua battaglia eroica, è diventata una voce guida per i diritti dei bambini all’educazione». Ma il punto importante è che un hindu ed una musulmana, un indiano ed una pachistana siano uniti nella lotta per l’educazione contro l’estremismo.
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