I predatori
«Il più grande accordo petrolifero nella storia del mondo» insiste nella sua nota modestia. Grazie anche ai coriferi segretario di Stato Marco Rubio e segretario alla Guerra Pete Hegseth «in stretta collaborazione con la stimatissima presidente ad interim del Venezuela». Raddoppio delle riserve petrolifere americane, «e ridurrà i prezzi del carburante per tutti gli americani», la promessa di vigilia elettorale di Medio termine tutta da verificare.
E i venezuelani?
S’è l’è chiesto Claudia Fanti sul Manifesto. «Il popolo chavista, che dal 3 gennaio in poi, ha mandato giù, più che singoli rospi, un intero stagno, non comprende appieno di quale cessione di sovranità si tratti». Costi e i rischi dell’intera operazione. Malgrado il pressing di Trump sulle compagnie, la produzione petrolifera nel paese è aumentata solo di circa 200 mila barili nell’ultimo anno. «Accordo incostituzionale», lo denuncia l’economista venezuelano e docente di Harvard Ricardo Hausmann, «da un governo ad interim illegittimo, con una legge sugli idrocarburi altrettanto illegittima». «Sarà un fiasco per tutti i soggetti coinvolti, a cominciare da Rubio».
Misteri oltre le iperboli fasulle
La CNN riferisce che gli Usa otterranno il «55% della produzione effettiva» e concessioni per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi pari a quasi un quarto delle riserve petrolifere del Paese e per la durata addirittura di 100 anni. E secondo Axios, il governo venezuelano starebbe valutando la possibilità di ritirarsi da quell’Opec che il paese aveva contribuito a creare nel 1960. Un nuovo colpo al blocco dei produttori di greggio, dopo l’abbandono degli Emirati Arabi ad aprile, ma che consentirebbe al Venezuela di avere le mani più libere per gestire, naturalmente sotto il controllo degli Stati Uniti, la sua capacità produttiva.
Pratica del capitalismo predatorio
«Ogni barile sarà pagato appena tre dollari, il 5% del valore del Brent», la sintesi. Ma per Francesco Sassi «è colonialismo. In epoca di mine iraniane nello Stretto di Hormuz e di droni ucraini sulle raffinerie russe, l’accordo rincuorerà molti. Soprattutto coloro che, preoccupati dall’aumento dei costi dei carburanti, non ultimo il governo italiano, cercano conforto nonostante la ‘policrisi’ in atto». Ed ora l’accordo Washington-Caracas, ottenuto dopo mesi di pressione esplicita e implicita esercitata dagli Stati Uniti, rinnova il bisogno di fare chiarezza visto che Trump ha sbandierato il documento come «il più grande accordo petrolifero nella storia mondiale».
La sola vera ‘innovazione’
Cosa è stato imposto di fatto? A differenza della Cina, della Russia o dello stesso Venezuela, non esiste una compagnia petrolifera statale americana. E oggi il governo degli Stati Uniti entra come proprietario di riserve petrolifere di un paese terzo. Fuori e oltre dagli schemi anche del capitalismo predatorio di parte dell’industria petrolifera a stelle e strisce. Un ‘patriarcato’ petrolifero che se ne frega sia delle compagnie energetiche americane ed europee che continuano oggi a investire in Venezuela, sia di una impeachment contro Trump. «Lo stesso vale per il crollo dell’attuale regime chavista e la presa di potere di un’opposizione che, paradossalmente, oggi grida allo scandalo per le condizioni a cui il Venezuela ha svenduto il proprio petrolio».
Cosa resta al Venezuela
Secondo le stime della presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, l’accordo assicurerà a Caracas 209 miliardi di tasse. Ciò si traduce in poco più di tre dollari per singolo barile di petrolio concesso agli Usa, meno del 5% del valore attuale del Brent: «un guadagno ridicolo che fa da cornice a questo raccapricciante amalgama politico-energetico».
Capitalismo predatorio
La dottrina ‘Donroe’, la variante firmata da “The Donald” della Dottrina Monroe, con la quale, nel 1823, il presidente nordamericano rivendicava il «diritto manifesto di esportare la democrazia Usa a sud del Rio Bravo come barriera al colonialismo europeo». Ma a Trump della democrazia non importa nulla. La “sua” dottrina prevede che le principali risorse del subcontinente – petrolio, acqua dolce, metalli preziosi, terre rare e litio – siano considerate «assets strategici degli Usa». Tanto che la dottrina Donroe – spiega Roberto Livi – è diventata parte della National Security Strategy (NSS) degli Stati Uniti per il 2026. Il 7 marzo, convocati alla residenza imperiale a Mar-a Lago, dodici presidenti latinoamericani hanno firmato il trattato «Scudo delle Americhe».
Sotto la copertura della lotta ai narcos e ai terroristi, i dodici hanno accettato il ruolo di vassalli di Trump per tenere lontane le presenze finanziario-commerciali di Pechino dal subcontinente, ormai ridotto a «risorsa strategica degli Usa».
I Vassalli all’Imperatore
Il Venezuela aveva già accettato il ruolo di vassallo, affidando a compagnie petrolifere statunitensi l'ammodernamento delle infrastrutture di estrazione, la licenza di commercializzazione e il greggio estratto. Ma dei 53 miliardi di dollari passati per le mani di Trump, 13 sono «scomparsi». Il presidente argentino Javier Milei, ha ceduto le distese (un decimo dell’Italia) bituminose di Vaca Muerta al fracking di grandi compagnie. E una delle new entry dell’estrema destra continentale, la presidente del Perù Keiko Fujimori, firmi l’accordo per una superbase militare Usa a Callao. L’altro fedelissimo, il presidente equadoriano Daniel Noboa è pronto ad affittare ai marines una delle isole Galapagos. Per ultimo, il presidente colombiano De Espriella, già allineato ancor prima di metter piede alla Casa de Nariño.
Il poco di rosa che rimane
«Lula è rimasto unico rappresentante dei leader che avevano colorato di rosa gran parte dell’America Latina. A ottobre dovrà affrontare un altro vassallo in pectore di Trump, Flávio Bolsonaro, lanciato sulle orme del padre». Tragedia per Cuba che resiste strenuamente allo stragolamento energetico, finanziario e commerciale di Trump e difende a denti stretti la sua sovranità. Una parte, però, rischia già di perderla. La compagnia canadese Sherritt, che per decenni ha estratto, lavorato e commercializzato il nichel e il cobalto cubano è stata costretta dalle sanzioni (1° maggio) del segretario di Stato Rubio a chiudere l’attività nei giacimenti di Moa (più del 20% delle riserve globali di nichel). Ora è sicuro che venderà ad amici dell’amministrazione Trump. Più ‘Al Capone’ –come detto sopra – che ‘alta politica’.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/09/2026
Democrazia export alla Trump: cent’anni di petrolio venezuelano
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