Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/08/2026

Venezuela e Israele ristabiliscono relazioni diplomatiche

Il governo criminale di Israele e il Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per fornire servizi consolari ai loro cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.

L’accordo prevede inoltre il mantenimento della cooperazione tecnica nelle operazioni di emergenza e recupero dopo i terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.

Caracas aveva interrotto le relazioni con Israele nel 2009, durante il governo dell’allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre evidenziato il legame storico tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.

La notizia è quella che è e deve essere data così com’è, ma da lì a non causare repulsione è un’altra cosa. In questo modo, qualcosa iniziato con la presenza militare immediata dei responsabili del genocidio israeliano sul suolo bolivariano, con la scusa del salvataggio di solidarietà, dopo il doppio terremoto, si sta concludendo.

Il mondo intero ha osservato con stupore gli incontri successivi, le foto, i video, della presidente con ufficiali dell’esercito colpevoli del più grande genocidio del XXI secolo finora contro il popolo palestinese. Un genocidio che continua giorno dopo giorno e che raggiunge anche i popoli di Libano, Siria e Iraq, oltre ai successivi attacchi all’Iran e all’assassinio della Guida Suprema Sayed Ali Khamenei.

Poi è arrivato il secondo capitolo, quando una delegazione dell’AIPAC (la più grande rappresentante della lobby sionista per fare pressione su senatori e deputati yankee) è arrivata a Caracas, è stata accolta dalla presidente e ha avuto un incontro con suo fratello, il presidente dell’Assemblea Nazionale.

Tra i visitatori figuravano Brian Mast, Randy Fine, Kat Cammack e Jonathan Jackson, e l’agenda si sarebbe concentrata su “sicurezza e cooperazione antidroga”, la tipica scusa per entrare di nascosto in suolo venezuelano. Questa invasione sfacciata, impossibile da immaginare in qualsiasi altro momento, ha provocato un duro ripudio da parte dei militanti chavisti.

Mast, Fine e Cammack, tutti repubblicani della Florida, sono sionisti irriducibili. Mast ha prestato servizio come volontario con le Forze di Occupazione in Palestina e non ha esitato a dichiarare che “non ci sono civili palestinesi innocenti”. Inoltre, ha invocato di “colpire duramente i terroristi palestinesi” e di “affamare Gaza”.

E infine, dopo che sono emersi gli elogi del genocida Netanyahu per la possibilità di riavviare le relazioni con il Venezuela, è giunto il momento, e ciò che era stato ottenuto oggi con la dignità e il coraggio del comandante Hugo Chávez (che ha espulso i criminali di guerra sionisti dal territorio bolivariano), in Venezuela sotto occupazione yankee, è diventato l’opposto.

È incredibile: i rapporti con coloro che sono stati dichiarati criminali di guerra dalla CPI riprenderanno. Oggi, i sionisti entrano e escono da Caracas con totale impunità, e il peggio deve ancora arrivare.

Non esiste scusa al mondo che possa giustificare un tale affronto a un popolo che per più di due decenni e mezzo ha costruito un processo rivoluzionario. Gli assassini del popolo palestinese oggi si vantano e celebrano il fatto di essere stati accolti come amici nel Palazzo Miraflores. La memoria filo-palestinese del comandante Chavez e la posizione decisamente anti-sionista del presidente legittimo (rapito dagli Stati Uniti) Nicolás Maduro non merita un simile affronto.

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05/08/2026

Fine dei dubbi: la rivoluzione chavista è stata venduta

di Carlo Formenti

Qualche mese fa, ragionando a botta calda sulla criminale aggressione colonialista statunitense al Venezuela, poco prima di consegnare la versione definitiva all'editore, nel testo del mio ultimo libro Oltre l'Occidente (scritto assieme ad Alessandro Visalli e qui presentato negli ultimi post) avevo espresso seri dubbi sull'esistenza di complicità all'interno del regime di Caracas. Scrivevo in particolare: "La posizione del governo di Rodriguez non sembra esente da ambiguità: non è chiaro se certe posizioni concilianti nei confronti degli USA siano frutto di una tattica dilatoria o della disponibilità al compromesso (...) Occorrerà dunque tempo per capire l'evoluzione della situazione: crisi irreversibile del regime, lungo periodo di transizione o acutizzazione dei conflitti politici e sociali fino alla guerra civile?".

In realtà non è stato necessario aspettare troppo. A smentire i tentativi di chi, come l'amica Geraldina Colotti, si arrampicava sugli specchi per difendere la tesi di una "ritirata strategica" dell'ala moderata del regime incarnata dalla Rodriguez, la cruda verità è emersa in modo inequivocabile. Come scrivono gli amici della Rete dei Comunisti su Contropiano "Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale. Il prezzo di questa capitolazione era già leggibile nell’immunità assicurata dall’amministrazione USA a Delcy Rodriguez rispetto ai procedimenti in corso in alcune corti federali statunitensi che invece tengono ancora in galera Nicolàs Maduro e Cilia Flores. L’episodio che ha scritto parole definitive sul passaggio al campo nemico è stato l’incontro tra i dirigenti del PSUV – cioè del partito di governo – con esponenti delle autorità israeliane. Quell’incontro infatti trascende dai rapporti tra Stati e quindi da protocolli e relazioni diplomatiche che talvolta prevedono anche rapporti controversi. È stata dunque una scelta tutta politica del PSUV e dei suoi dirigenti. Ma è stata una scelta preceduta dagli incontri degli esponenti del PSUV al governo sia con esponenti dell’amministrazione Usa che con alti ufficiali politici e militari israeliani. Incontri e relazioni ai quali faceva da contraltare la liquidazione di ogni solidarietà con Cuba sotto assedio e ogni gratitudine verso chi ha sacrificato 32 dei propri combattenti per proteggere il presidente Maduro o che per decenni ha fornito medici e insegnanti che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo sociale del paese".

Seguono alcune considerazioni sui limiti politici, culturali e organizzativi dei processi rivoluzionari messi in atto dai populismi di sinistra in Venezuela, Bolivia ed Ecuador che condivido in gran parte ma non del tutto (vedi le analisi sui processi bolivariani che ho sviluppato in alcuni dei miei lavori degli ultimi anni). Considerazioni che mi riservo di discutere in occasioni successive.

Qui, per tornare a quanto scrivevo mesi fa, mi limito a prendere atto che la situazione è ora chiara: la Rivoluzione è stata tradita da una cricca che si candida a svolgere il ruolo di borghesia compradora dell'imperialismo USA e a integrarsi nel nuovo blocco continentale di destra, incaricato di reprimere le lotte dei popoli latinoamericani. Ergo: possiamo solo aspettare che nuove ondate rivoluzionarie facciano pagare a queste canaglie il loro tradimento.

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28/07/2026

“Da anti-imperialisti coerenti denunciamo la capitolazione in Venezuela”

Dopo trent’anni di collaborazione con il processo bolivariano, la Rete dei Comunisti ha annunciato la rottura dei rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV e con il governo venezuelano.

Una scelta definita “dolorosa ma inevitabile” da Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti, economista e studioso del processo bolivariano. Una decisione che, nelle sue parole, non rappresenta un abbandono della Rivoluzione Bolivariana, né un avvicinamento alle posizioni dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti, ma una critica interna al campo rivoluzionario, motivata dalla convinzione che alcune scelte dell’attuale leadership abbiano trasformato concessioni tattiche in un cambiamento strategico.

“Bisogna chiarire subito una cosa fondamentale: noi non abbiamo cambiato politica sull’imperialismo. Anzi, è esattamente il contrario. Noi rimaniamo i comunisti marxisti rivoluzionari, gli anti-imperialisti di sempre, proprio perché conosciamo l’imperialismo, sappiamo come agisce e sappiamo che dietro certe aperture, dietro certe pressioni, dietro certe modalità di relazione con il potere dominante può nascondersi quello che Fidel Castro chiamava il miele del potere”.

“Il problema – prosegue Vasapollo – è che l’imperialismo non agisce soltanto attraverso la forza militare o le aggressioni dirette. Agisce anche attraverso processi di trasformazione politica, attraverso la capacità di attrarre, condizionare, modificare progressivamente la natura delle scelte di un processo rivoluzionario. Il rischio è che dirigenti che hanno combattuto una battaglia di emancipazione possano essere portati, passo dopo passo, ad accettare logiche che inizialmente erano soltanto tattiche e che poi diventano scelte strategiche”.

Professor Vasapollo, la vostra posizione ha sorpreso molti. Dopo decenni di sostegno al Venezuela bolivariano, perché avete deciso questa rottura?

Perché proprio la nostra storia ci impone oggi di parlare. Noi non rompiamo con Chávez, non rompiamo con il popolo venezuelano, non rompiamo con il chavismo popolare, con i lavoratori, con i contadini, con i barrios, con i movimenti sociali, con gli intellettuali rivoluzionari.
Al contrario: continuiamo a essere dalla parte di quella parte sana, popolare e rivoluzionaria del processo bolivariano. Abbiamo dedicato oltre trent’anni alla costruzione di rapporti politici, culturali e umani con il Venezuela. Abbiamo lavorato con università, sindacati, movimenti sociali, cooperative, istituzioni. Abbiamo difeso il Venezuela quando era sotto attacco mediatico internazionale.
Lo abbiamo fatto quando era difficile farlo. Per questo la nostra posizione di oggi non nasce da un allontanamento, ma dalla convinzione che proprio chi è stato vicino a quel processo abbia il dovere di dire quando ritiene che ci sia un pericolo.

Nel vostro documento parlate di un processo controrivoluzionario. È un’accusa molto forte.

Non stiamo parlando di un singolo episodio. Stiamo parlando di un processo. Per mesi abbiamo cercato di comprendere. Non siamo arrivati a questa conclusione in modo immediato. Abbiamo discusso con i compagni venezuelani, abbiamo ascoltato, abbiamo analizzato.
Abbiamo detto: forse siamo davanti a una fase tattica, forse davanti a una necessità di sopravvivenza politica determinata dall’enorme squilibrio dei rapporti di forza con gli Stati Uniti.
Abbiamo compreso la difficoltà della situazione. Abbiamo compreso la pressione dell’imperialismo, le minacce, le sanzioni, il tentativo di destabilizzazione permanente. Ma a un certo punto bisogna riconoscere la realtà: quando una tattica diventa una linea permanente, quando una concessione temporanea diventa una scelta strategica, allora per un comunista e per un rivoluzionario non è più possibile continuare a mediare.
Oggi noi riteniamo che quella che poteva essere una tattica sia diventata una capitolazione politica, una resa incondizionata rispetto alla prospettiva di trasformare il Venezuela in un Paese subordinato, in un protettorato politico ed economico. Questo non possiamo accettarlo.

Lei insiste sul fatto che non si tratta di una rottura con il Venezuela.

Esatto. Noi in questi mesi non siamo rimasti chiusi in un laboratorio teorico a osservare il Venezuela dall’esterno. Siamo stati parte in causa. Abbiamo continuato a stare con il popolo, abbiamo dialogato con i sindacati, con i barrios popolari, con le reti degli intellettuali, con il mondo culturale e accademico, con le esperienze delle Comuni. Abbiamo incontrato tanti compagni in buona fede che, come noi, si ponevano delle domande.
Ci dicevamo: forse sono soltanto tattiche, forse il governo, il partito e i dirigenti stanno cercando di evitare l’annientamento da parte degli Stati Uniti. Abbiamo cercato di capire fino in fondo.
Ma oggi riteniamo che il quadro sia cambiato. Non siamo noi ad avere abbandonato il Venezuela rivoluzionario. Noi continuiamo il nostro lavoro con i settori popolari, con i comunisti, con i rivoluzionari, con chi vuole difendere l’eredità di Chávez e impedire un processo di involuzione.

Perché dite che non avete cambiato posizione sull’imperialismo statunitense?

Perché sarebbe una falsificazione della nostra storia. Noi continuiamo a denunciare l’imperialismo statunitense, il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le guerre ibride, i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché siamo anti-imperialisti non possiamo confondere la solidarietà con il silenzio. L’internazionalismo non significa difendere qualsiasi scelta di un governo che si richiama a un processo rivoluzionario. Significa difendere i principi, la sovranità dei popoli, la partecipazione popolare, la giustizia sociale.

Lei ha richiamato anche le mobilitazioni popolari a Caracas.

Sì. Non siamo stati spettatori. Abbiamo partecipato alle iniziative, alle manifestazioni a Piazza Bolívar, alle mobilitazioni contro l’ingerenza degli Stati Uniti, contro i tentativi di invasione, contro l’idea di trasformare il Venezuela in un protettorato e contro ogni forma di colonialismo. Abbiamo visto un popolo che continua a interrogarsi, a discutere, a difendere la propria storia.
Il nostro rapporto non è con i palazzi del potere, ma con le persone che ogni giorno vivono le contraddizioni della società venezuelana.

Uno dei punti più controversi riguarda il rapporto con Israele. Perché per voi rappresenta uno spartiacque?

Perché il chavismo aveva una forte identità internazionalista. La solidarietà con il popolo palestinese, con i popoli oppressi, con le lotte antimperialiste era parte integrante di quella storia. Quando vediamo cambiamenti in questa direzione, quando vediamo avvicinamenti politici che riteniamo incompatibili con quella tradizione, per noi emerge una contraddizione profonda.
Non è un dettaglio diplomatico. È una questione politica e simbolica che riguarda l’identità stessa del progetto.

E sul rapporto con Cuba?

Cuba non è stata semplicemente un Paese amico del Venezuela. Cuba è stata parte integrante del processo bolivariano. Ha mandato medici, insegnanti, tecnici. Ha contribuito alle missioni sociali. Ha condiviso sacrifici enormi. Per questo riteniamo grave qualsiasi allontanamento da quella solidarietà storica. In un momento in cui Cuba continua a essere sottoposta al blocco statunitense, il principio dell’internazionalismo dovrebbe essere ancora più forte.

Lei ha parlato di un tradimento subito da Cuba.

Sì, perché il rapporto tra Cuba e Venezuela non può essere cancellato dalla memoria storica. Cuba non ha soltanto espresso solidarietà politica. Ha inviato decine di migliaia di medici. Ha formato personale sanitario. Ha mandato insegnanti. Ha contribuito alla nascita delle missioni sociali. Ha condiviso conoscenze scientifiche, culturali, organizzative. E, soprattutto, ha pagato un prezzo umano enorme per difendere il processo bolivariano.
Per questo riteniamo che Cuba meritasse gratitudine e solidarietà permanente. Invece vediamo un progressivo allontanamento proprio mentre l’isola continua a subire il blocco economico degli Stati Uniti. Dal nostro punto di vista politico, questo rappresenta una rottura gravissima con l’etica internazionalista che aveva caratterizzato il progetto chavista.

Perché considera questo aspetto così grave?

Perché Cuba non è stata semplicemente un Paese amico. Cuba ha condiviso sacrifici enormi con il Venezuela. Ha accompagnato la crescita del processo bolivariano nei momenti più difficili. Per questo riteniamo incomprensibile che oggi venga meno quella solidarietà storica.
Dal nostro punto di vista politico, Cuba meritava riconoscenza, non distanza. Ed è una delle ragioni che hanno contribuito alla nostra scelta di rompere i rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV.

Qual è oggi il vostro rapporto con il chavismo?

Continuiamo a essere con il chavismo popolare, con il chavismo rivoluzionario, con chi nelle fabbriche, nei quartieri, nelle comunità continua a difendere un progetto di emancipazione sociale.
Interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV perché riteniamo che abbia imboccato una strada diversa. Ma rafforziamo il nostro rapporto con quei settori che vogliono continuare la battaglia rivoluzionaria.

Uno dei punti più duri del vostro documento riguarda i rapporti con Israele. Perché attribuite a questo episodio un significato politico così rilevante?

Per noi quel passaggio rappresenta uno spartiacque. I rapporti diplomatici tra Stati possono avere una loro complessità. Ma quando si sviluppano relazioni politiche dirette tra il partito di governo e rappresentanti israeliani, il significato diventa inevitabilmente diverso.
Nella nostra valutazione questo rappresenta una cesura rispetto all’internazionalismo che aveva caratterizzato il chavismo e alle storiche posizioni di solidarietà con il popolo palestinese. È un fatto che, secondo noi, assume un valore politico simbolico molto profondo.

Professor Vasapollo, una parte centrale della vostra analisi riguarda il ruolo dell’attuale gruppo dirigente venezuelano e, in particolare, della vicepresidente Delcy Rodríguez. Perché ritenete che si sia giunti a un punto di non ritorno?

Perché ormai non stiamo più discutendo di singole decisioni o di errori politici. Stiamo parlando di un orientamento complessivo che, a nostro giudizio, segna una cesura con il progetto storico costruito da Hugo Chávez.
Per molti mesi abbiamo evitato dichiarazioni affrettate. Abbiamo continuato a confrontarci con i compagni venezuelani, ad ascoltare, a verificare. Eravamo consapevoli della pressione esercitata dagli Stati Uniti e pensavamo che alcune aperture potessero rappresentare concessioni temporanee.
Ma quando le scelte si accumulano tutte nella stessa direzione, quando si ridefiniscono le alleanze internazionali, si modificano gli assetti economici e si rinuncia progressivamente all’autonomia politica conquistata in oltre vent’anni di rivoluzione, allora non si può più parlare di tattica. Noi riteniamo che sia in corso una vera e propria capitolazione politica.

La vostra posizione è molto dura, ma ribadite di non aver cambiato giudizio sull’imperialismo statunitense. Come tenete insieme questi due elementi?

È un punto decisivo. Noi non siamo diventati improvvisamente indulgenti verso gli Stati Uniti. Sarebbe assurdo dopo una vita di militanza internazionalista. Continuiamo a considerare l’imperialismo statunitense il principale fattore di destabilizzazione dell’America Latina. Continuiamo a denunciare il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le operazioni di guerra ibrida e tutti i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché restiamo fermamente antimperialisti, riteniamo che la migliore difesa della Rivoluzione Bolivariana non sia il silenzio davanti agli errori, ma la critica politica quando diventa necessaria.
L’internazionalismo non è adulazione. L’internazionalismo significa assumersi la responsabilità della verità politica anche quando costa.

Nel comunicato affermate che il Venezuela starebbe cedendo quote della propria sovranità politica ed economica. Che cosa intendete?

Intendiamo dire che osserviamo una crescente subordinazione delle scelte strategiche del Paese a rapporti che, nella nostra valutazione, finiscono per limitare l’autonomia conquistata con enormi sacrifici durante gli anni di Chávez. La Rivoluzione Bolivariana era nata per rompere la dipendenza dal neoliberismo, dalle multinazionali, dagli interessi statunitensi.
Oggi, invece, vediamo svilupparsi politiche che ci sembrano muoversi nella direzione opposta. Non si tratta soltanto di economia. È il quadro complessivo delle relazioni internazionali che appare profondamente mutato.

Tra le voci critiche verso l’attuale situazione venezuelana avete richiamato anche Luis Britto García. Perché ritenete significativo il suo intervento?

Perché Luis Britto García non può essere liquidato come un oppositore del chavismo. È uno dei principali intellettuali marxisti dell’America Latina. Ha accompagnato il processo bolivariano fin dalla sua nascita. È stato un collaboratore diretto di Chávez. Ha fatto parte del Consiglio di Stato. È stato tra i fondatori della Rete degli Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità.
Quando una figura con questa storia esprime un giudizio così severo sulla situazione del Paese, non siamo davanti a una polemica qualsiasi. Siamo davanti alla sofferenza politica di una parte importante del mondo chavista che vede messa in discussione l’eredità di Chávez.

Nel vostro comunicato fate una riflessione anche sul tema dei partiti rivoluzionari e del potere. Che lezione trae da questa vicenda?

È una riflessione che va ben oltre il Venezuela. La storia del movimento operaio e dei processi rivoluzionari ci insegna che nessuna conquista è irreversibile. Quando un partito diventa Stato e si indebolisce il controllo popolare, quando viene meno la formazione politica dei quadri, quando prevalgono opportunismo, burocratizzazione e interessi personali, il rischio di involuzione diventa concreto.
Lo abbiamo visto nell’Europa orientale. Lo abbiamo visto in diversi processi latinoamericani. E oggi, purtroppo, riteniamo di vedere dinamiche analoghe anche in Venezuela. Per questo la vigilanza rivoluzionaria non è un esercizio teorico, ma una necessità permanente. Con il popolo. Con i comitati popolari dei barrios. Con gli operai. Con i contadini. Con gli studenti. Con gli intellettuali che continuano a battersi per il socialismo. Con i militanti che ogni giorno difendono l’eredità di Chávez.
Noi interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV. Non interrompiamo, anzi rafforziamo, il nostro rapporto con quei settori popolari che continuano a credere nella Rivoluzione Bolivariana e che oggi, spesso in condizioni difficili, cercano di impedirne la definitiva liquidazione.

Che messaggio vuole rivolgere alla sinistra internazionale?

Di non fermarsi alle apparenze. Di non trasformare la solidarietà internazionalista in una forma di silenzio. Difendere una rivoluzione significa difenderne i principi fondativi. Quando quei principi vengono messi in discussione, il dovere dei rivoluzionari è aprire un confronto politico serio, rigoroso e onesto.
Noi continueremo a combattere l’imperialismo, a difendere Cuba socialista, a chiedere la liberazione del presidente Nicolás Maduro e della compagna Cilia Flores e a sostenere tutte le forze popolari venezuelane che vogliono rilanciare il progetto del socialismo del XXI secolo.
Questa posizione non nasce dall’ostilità, ma dalla responsabilità politica. Dopo trent’anni di lavoro comune, di studio, di cooperazione e di militanza internazionalista, sarebbe stato molto più facile tacere. Abbiamo scelto invece di parlare, assumendocene fino in fondo tutte le conseguenze.
La storia giudicherà le nostre scelte, ma la coerenza con gli ideali di Chávez, dell’internazionalismo e della liberazione dei popoli ci imponeva di non restare in silenzio.

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26/07/2026

Venezuela - Manifestazione a Caracas, bruciate bandiere di USA e Israele. La denuncia di Luis Britto

Militanti del chavismo e membri di base del PSUV hanno bruciato e calpestato in Plaza Bolívar a Caracas le bandiere degli Stati Uniti e di Israele, chiedendo la cessazione di qualsiasi presenza di entrambi questi due paesi in Venezuela. Alla manifestazione hanno partecipato anche deputati chavisti dell’Assemblea Nazionale, come Iris Varela.

Le immagini diffuse sui social network dal giornalista Robert Lobo mostrano slogan contro entrambi i paesi e il rogo delle loro bandiere.

I sostenitori del movimento chavista con la manifestazione a Caracas hanno inteso esprimere pubblicamente il loro rifiuto verso gli Stati Uniti. All’attività hanno partecipato l’ex ministra Iris Varela e il conduttore televisivo Mario Silva, che hanno accompagnato la mobilitazione e sostenuto il messaggio di rifiuto dell’influenza di Washington negli affari venezuelani.

Durante la manifestazione, i partecipanti hanno affermato che il Venezuela non ha bisogno dell’intervento degli Stati Uniti e hanno ribadito il discorso di difesa della sovranità nazionale. Hanno inoltre lanciato un appello ai simpatizzanti del chavismo a rimanere mobilitati di fronte a quella che considerano un’ingerenza straniera.

L’intellettuale venezuelano Luis Britto Garcia, sostenitore della rivoluzione bolivariana sin dal principio e tra i fondatori della Rete degli Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità, durante un intervento in un recente seminario sulla situazione politica in America Latina, ha accusato senza mezzi termini la presidente ad interim Delcy Rodriguez per il suo tradimento denunciando:
“L’instaurazione in Venezuela di una dittatura da parte degli USA con l’intermediazione del Governo fraudolento di Delcy Rodriguez. Tutte le decisioni vengono prese dopo conversazioni telefoniche con gli Stati Uniti. Decisioni in cui il popolo non viene consultato e che il popolo non appoggia come le leggi per la privatizzazione dell’industria petrolifera che è proibita dalla Costituzione. La privatizzazione delle miniere e altre leggi incostituzionali e neoliberali. Le esecuzioni extragiudiziali con l’idea di dimostrare che la forza degli Stati Uniti poteva entrare nel territorio venezuelano. Con la scusa del terremoto hanno aperto le porte agli USA e addirittura a Israele. Si tratta della violazione della sovranità territoriale del Venezuela dissimulata da collaborazione con gli invasori (…) Chiamo all’organizzazione di una resistenza popolare contro il Protettorato imposto dall’amministrazione di Donald Trump”.
Vedi il video con l’intervento integrale di Luis Britto Garcia.

Fonte

25/07/2026

Venezuela: non è tattica, è capitolazione!

Abbiamo atteso il tempo necessario per fare tutte le verifiche prima di esprimere pubblicamente le nostre valutazioni sul processo controrivoluzionario avviato dalla nuova dirigenza della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Già la dinamica del sequestro a gennaio del presidente venezuelano Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores da parte degli Stati Uniti aveva suscitato – e non solo a noi – legittimi e pesanti interrogativi.

Lo sviluppo degli eventi e delle scelte intraprese dalla leadership guidata dalla vicepresidente Delcy Rodriguez, ha via via reso evidente come quei dubbi siano stati confermati dai fatti che indicano un vero e proprio processo di liquidazione dell’esperienza rivoluzionaria e bolivariana del Venezuela avviata e costruita dal compagno Chavez.

Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale.

Il prezzo di questa capitolazione era già leggibile nell’immunità assicurata dall’amministrazione USA a Delcy Rodriguez rispetto ai procedimenti in corso in alcune corti federali statunitensi che invece tengono ancora in galera Nicolàs Maduro e Cilia Flores.

L’episodio che ha scritto parole definitive sul passaggio al campo nemico è stato l’incontro tra i dirigenti del PSUV – cioè del partito di governo – con esponenti delle autorità israeliane.

Quell’incontro infatti trascende dai rapporti tra Stati e quindi da protocolli e relazioni diplomatiche che talvolta prevedono anche rapporti controversi.

È stata dunque una scelta tutta politica del PSUV e dei suoi dirigenti. Ma è stata una scelta preceduta dagli incontri degli esponenti del PSUV al governo sia con esponenti dell’amministrazione Usa che con alti ufficiali politici e militari israeliani.

Incontri e relazioni ai quali faceva da contraltare la liquidazione di ogni solidarietà con Cuba sotto assedio e ogni gratitudine verso chi ha sacrificato 32 dei propri combattenti per proteggere il presidente Maduro o che per decenni ha fornito medici e insegnanti che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo sociale del paese.

Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida.

È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù.

Con questa nota poniamo fine a ogni tipo di relazione e fiducia verso i dirigenti venezuelani del governo e del Psuv ma continueremo a intrattenere rapporti con tutti quei compagni e compagne che in Venezuela mantengono una prospettiva rivoluzionaria nel solco del chavismo, a cominciare dai comitati dei barrios popolari, così come torniamo a chiedere la liberazione del Presidente Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores.

Ci auguriamo che le forze sane del paese e della società trovino presto le occasioni e la forza per fermare e ribaltare il processo controrivoluzionario in Venezuela.

Rete dei Comunisti, Luglio 2026

Fonte

01/07/2026

Venezuela - Una lettera a Delcy Rodriguez

Qui di seguito la traduzione in italiano della lettera aperta del cantautore cubano Raúl Torres indirizzata alla Presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez. Il documento propone una riflessione critica sul momento politico attraversato dal Venezuela e sul futuro del progetto bolivariano nel contesto delle attuali tensioni internazionali.
La traduzione è a cura di Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista.

*****

Fratelli latinoamericani,
è importante riconoscere che l’attuale situazione del Venezuela è di una sensibilità straordinaria. Dopo i drammatici avvenimenti del gennaio 2026, il governo di transizione guidato da Delcy Rodríguez naviga sotto una pressione esterna soffocante, cercando un equilibrio che per molti di noi nel campo rivoluzionario sfiora la capitolazione. Il confine tra resistenza tattica e sottomissione strategica è diventato, per molti, dolorosamente sfumato. Questa lettera, pertanto, non vuole impartire lezioni, ma esprimere lo strazio di un popolo che sente che le proprie bandiere storiche stanno iniziando a essere ammainate. È uno scritto per impedire che si chiudano gli occhi a coloro che oggi hanno nelle loro mani il timone della patria bolivariana.

Alla Signora Delcy Eloína Rodríguez Gómez, Presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Da parte dei figli e delle figlie della Rivoluzione Latinoamericana, dall’anima ferita della Cuba ribelle e solidale.

Presidente,
Le scrivo dal dolore più profondo che si annida nel petto di chi ha visto il proprio sangue piegare le ginocchia. Le scrivo con l’inchiostro invisibile delle lacrime di un continente che, per secoli, si è rialzato per non baciare la frusta di alcun padrone. Oggi la storia ci osserva con i suoi occhi di pietra e di fuoco e ci domanda: dov’è finita la dignità? In quale curva del cammino abbiamo smarrito l’anima ribelle che ci hanno lasciato in eredità i liberatori?

Lei è cresciuta all’ombra della leggenda di Jorge Antonio Rodríguez, suo padre, un martire che offrì la propria vita, torturato dalla polizia politica del sistema puntofijista, senza mai denunciare i suoi compagni della Lega Socialista. Lei, Delcy, è figlia di quel sacrificio. Per questo fa così male vederla oggi, non come la “tigre” che difendeva con fierezza la sovranità dalla Cancelleria, ma come colei che sussurra, con un sorriso compiaciuto, che stabilirà “relazioni rispettose” con lo stesso impero che ha sequestrato il suo predecessore.

La osserviamo, Presidente, e quasi non riconosciamo più il fulgore della Rivoluzione. La vediamo accordarsi con coloro che hanno devastato l’economia venezuelana attraverso sanzioni criminali; la vediamo aprire le porte del petrolio alle stesse multinazionali che Chávez nazionalizzò con mano ferma. Lei ha detto che si tratta di un “nuovo momento politico”, ma nei quartieri popolari, nelle comuni, nelle caserme dove ancora sventola la bandiera della Patria Grande, questo suona come la triste giustificazione di chi confonde la prudenza con la genuflessione. Inginocchiarsi davanti all’impero che ci blocca non è un “nuovo momento”: è semplicemente una rinuncia.

Dov’è l’eredità del Comandante Eterno, Hugo Chávez Frías? Quell’uomo che con la sua voce da uragano svegliò i popoli addormentati e restituì a Simón Bolívar la sua spada filosofica. Quel soldato del Socialismo del XXI secolo che ci insegnò che l’unico modo di essere liberi è essere pienamente sovrani. Chávez non si inginocchiò né davanti al sabotaggio petrolifero, né davanti al golpe dell’aprile 2002, né davanti alle minacce di morte. Preferì essere un gigante scomodo piuttosto che un servitore redditizio. Oggi, osservando come vengono gestite le cose pubbliche, ci chiediamo con il cuore stretto: stiamo amministrando la sconfitta invece di organizzare la resistenza?

La Cuba di Martí, di Fidel e del Che la osserva con i pugni serrati. Noi, che abbiamo resistito per sessantacinque anni a un blocco genocida senza mai consegnare la nostra dignità, sentiamo una pugnalata al fianco vedendo che, con il cambio di potere a Caracas, il sostegno energetico che manteneva in parte la nostra isola è crollato nel silenzio complice. Lei, che si è riunita con il direttore della CIA mentre i nostri bambini soffrivano interminabili blackout, saprà comprendere il nostro sgomento.

Fa male vedere come la solidarietà incondizionata che Cuba ha offerto al Venezuela – medici, educatori, militari caduti in difesa del suo territorio – venga oggi ripagata con l’accondiscendenza verso coloro che strangolano la nostra economia. Cuba non merita questa indifferenza, sorella. Non è così che si onora il sangue condiviso.

Lo spirito del Liberatore Simón Bolívar percorre oggi l’America incatenata. Che cosa facciamo del suo testamento di unità antimperialista? Bolívar ci avvertì che gli Stati Uniti “sembrano destinati dalla Provvidenza a colmare l’America di miserie in nome della libertà”. Mentre lei afferma che “abbiamo il diritto di avere relazioni con gli Stati Uniti”, noi le rispondiamo con il dolore di chi ha già visto troppe volte questo film: non abbiamo il diritto di mendicare. Abbiamo il diritto di commerciare, sì, ma in piedi, con rispetto reciproco, senza consegnare ad altri l’amministrazione del nostro denaro né le chiavi delle nostre risorse.

O forse non sanguina più il ricordo dei 32 militari cubani uccisi durante l’attacco che permise la cattura di Maduro? Quei figli di Martí, caduti difendendo la terra di Bolívar mentre i vertici venezuelani, secondo quanto si sostiene, paralizzavano la risposta militare. Questa ferita non si è chiusa. Ogni giorno in cui lei si siede a negoziare senza esigere giustizia e piena verità per quei martiri, l’eredità della Rivoluzione si scioglie come una zolletta di zucchero nel mare amaro della Realpolitik.

Questa non è una lettera contro il Venezuela. È una lettera a favore dell’anima del Venezuela. Non lasciamoci ingannare dai canti delle sirene. L’oligarchia venezuelana, la stessa che applaudì le sanzioni e i colpi di Stato, non vuole pace né transizione: vuole restaurazione. Vuole trasformare nuovamente scuole e ospedali in affari e i contadini in servi. Se il chavismo dovesse trasformarsi nell’amministratore docile dell’agenda imperiale, avrebbe tradito non solo Chávez, ma anche quel popolo umile che continua a credere, che continua a fare la fila per il CLAP, che continua a sognare il Socialismo Bolivariano.

Mi rivolgo alla Delcy che un tempo fu una giovane rivoluzionaria, alla figlia del guerrigliero, alla donna che salì nei ranghi del partito con la bandiera rossa alzata. Reagisca, Presidente. Non è vero che l’unica opzione sia “piegarsi per non spezzarsi”. Esiste la strada della resistenza attiva e della mobilitazione popolare. Esiste la strada della sovranità tecnologica, dell’alleanza strategica con i popoli del Sud Globale. Esiste, in definitiva, la possibilità di tornare a essere ciò che eravamo: la speranza accesa dell’umanità, il faro dei popoli oppressi.

Come scrisse il grande Pablo Neruda, ferito anch’egli dai tradimenti del suo tempo: “Potranno tagliare tutti i fiori, ma non potranno fermare la primavera”. Non sia lei, Delcy, la mano che impugna le forbici contro i fiori che il Comandante Chávez ha seminato. Non scriva il suo nome nella pagina di coloro che, per paura o per ambizione, sono passati dalla parte dei vincitori di turno.

Noi, da questa trincea di dignità, continuiamo a credere nel Venezuela eroico. Ma abbiamo bisogno di vedere lei all’altezza di quell’eroismo. Le chiediamo, con amore rivoluzionario, di correggere la rotta. Di onorare i martiri. Di ritrovare l’ideale bolivariano, l’antimperialismo coerente e la solidarietà che ci unisce come popoli.

Fino alla Vittoria, Sempre.
Patria o Morte.
Vinceremo.

Fonte

09/03/2026

Perché la Rivoluzione Venezuelana resiste ancora

Le prime ore del mattino del 3 gennaio 2026 hanno segnato un punto di svolta nella lotta secolare del Venezuela e dell’America Latina per l’autodeterminazione e l’indipendenza.

L’Operazione “Risoluzione Assoluta”, ordinata dall’amministrazione Trump, ha costituito l’assalto militare più brutale e diretto a uno stato sovrano nella regione degli ultimi tempi. In un’operazione scioccante che ha lasciato centinaia di morti, il presidente Nicolás Maduro e la first lady Cilia Flores sono stati illegalmente rapiti dal suolo venezuelano e trasportati negli Stati Uniti, dove ora affrontano accuse inventate in un centro di detenzione federale a New York.

Nei due mesi successivi a questo atto di guerra, un torrente di speculazioni è emerso da cosiddetti esperti e opinionisti in tutto lo spettro politico. Questo ha seguito tre linee principali:

1) Il successo dell’operazione indicava tradimento ai più alti livelli della Rivoluzione Bolivariana.

2) La presidente ad interim Delcy Rodríguez e la restante leadership hanno abbandonato il progetto bolivariano e la trasformazione socialista, consegnando il paese, la sua economia e le sue risorse all’imperialismo statunitense.

3) Nelle relazioni estere, la leadership venezuelana ha abbandonato il suo storico anti-imperialismo.

Nell’insieme, queste affermazioni equivalgono a una proclamazione che il cambio di regime è riuscito in Venezuela.

Sono tutte false, e riflettono un approccio amatoriale e superficiale alla politica, reazioni impulsive ai fatti (‘hot takes’) piuttosto che una vera analisi o indagine, che fornisce un’eco di sinistra alla stessa narrazione di Trump. Comprendere l’attuale traiettoria di Caracas richiede una valutazione sobria di ciò che è accaduto il 3 gennaio, uno sguardo attento ai fatti della situazione finanziaria e commerciale del Venezuela e una valutazione onesta del rapporto di forze internazionale in cui il Venezuela opera. Richiede la comprensione di ciò che è cambiato in questa nuova situazione. Per districare la complicata realtà del presente, certi esempi nella storia degli stati socialisti possono servire da guida.

Uno sguardo attento ai fatti dimostrerà che ciò a cui stiamo assistendo non è una resa, ma una ritirata tattica di fronte a una forza soverchiante, per la quale esistono chiare analogie nella storia rivoluzionaria.

Le principali affermazioni che presumibilmente rivelano il “tradimento” sono esaminate e confutate di seguito, ma prima di iniziare, è necessario fare un’importante distinzione teorica tra governo e potere statale.

Gli uffici e i ministeri del governo definiscono ed eseguono una serie di politiche, emanano dichiarazioni e così via, e temporaneamente passano di mano da ‘sinistra’ a ‘destra’. Le istituzioni permanenti del potere statale (i militari, i tribunali e la polizia) rappresentano il potere reale in ogni società.

Quasi tutti i governi di sinistra della regione sono stati eletti per ricoprire cariche negli ultimi anni, ma non detenevano il potere statale. Presiedendo alla politica ma con lo stesso stato capitalista in atto (specialmente nei militari), c’è un chiaro limite a quanto questi governi possano effettivamente contestare l’ordine capitalista e trasformare la realtà sociale.

Il progetto bolivariano è emerso anch’esso come movimento elettorale, con Chávez che inizialmente deteneva solo una carica governativa, ma con una differenza importante. Decenni di tentativi di colpo di stato finanziati dagli Stati Uniti, lotte interne e altre crisi hanno portato passo dopo passo alla sostituzione delle forze fedeli al vecchio ordine nella magistratura, polizia e militari con forze formate e fedeli alla Rivoluzione Bolivariana.

Il Partito Socialista Unito mantiene la sua missione di promuovere il potere della classe operaia e costruire il socialismo. La lotta può procedere a zig-zag, avanzate e ritirate, in base al rapporto di forze, ma in ogni fase, il partito lavora per preservare i suoi guadagni e minimizzare le sue perdite.

Questo è importante perché le concessioni del Venezuela vengono fatte principalmente a livello di governo, non a livello di Stato e partito.

Affermazione n. 1: Il successo dell’operazione statunitense del 3 gennaio indicava un tradimento ai più alti livelli della Rivoluzione Bolivariana.

Le cosiddette ‘prove’

Nessun militare statunitense è morto nell’operazione che ha rapito Nicolas Maduro e Cilia Flores.

Più di 150 aerei statunitensi hanno penetrato lo spazio aereo venezuelano senza essere abbattuti dalle avanzate difese aeree del paese ottenute dalla Russia.

La cattura ‘pacifica’ di Maduro e Flores sarebbe potuta avvenire solo grazie alla ‘collaborazione’ della cerchia ristretta di Maduro. Non c’è stata una immediata contro-escalation militare da parte dei venezuelani.

La realtà: resistenza difronte alla soverchiante superiorità militare

Oggi si sa molto di più sugli eventi del 3 gennaio di quanto non fosse chiaro inizialmente. Contrariamente alla narrazione imposta dai media occidentali e ripetuta senza pensiero da alcuni a sinistra, ci fu resistenza. Le testimonianze dei sopravvissuti e le dichiarazioni dello stesso presidente Trump confermano che la scorta presidenziale, insieme a unità militari venezuelane e a un contingente di combattenti internazionalisti cubani, ingaggiarono un conflitto a fuoco con le forze attaccanti. Trentadue combattenti cubani caddero insieme a più di 50 venezuelani delle forze di sicurezza e della guardia presidenziale, che difesero il presidente con le loro vite.

In primo luogo, i sistemi di guerra elettronica statunitensi hanno completamente disabilitato le difese aeree del paese e le infrastrutture di comunicazione. Secondo il ministro della difesa venezuelano, Vladimir Padrino Lopez, gli Stati Uniti hanno usato il Venezuela come ‘laboratorio’ per tecnologie belliche mai usate prima.

Padrino è ben noto come il leader militare che ha costantemente esposto gli sforzi statunitensi per corrompere e comprare i militari affinché voltassero le spalle a Maduro e alla Rivoluzione Bolivariana, così come i precedenti tentativi di assassinio degli Stati Uniti. Egli ha impersonificato l'“unione civico-militare” del paese che ha contrastato anni di sforzi per il cambio di regime sotto la bandiera di ‘sempre leali, mai traditori’.

Una versione ufficiale venezuelana del 3 gennaio non è stata ancora rilasciata, dato che il paese rimane militarmente circondato (ne parleremo più avanti). Ma rapporti non ufficiali di testimoni e sopravvissuti supportano le dichiarazioni di Padrino. Raccontano che, con tutte le comunicazioni e le difese aeree fuori uso e l’elettricità tagliata nell’area, le forze militari venezuelane sono state colpite da droni e da una sorta di arma sonica che ha reso inabili i soldati. Istantaneamente, sono stati sottoposti a una potenza di fuoco rapida e soverchiante che ha provocato un massacro unilaterale, anche mentre rispondevano al fuoco.

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha onorato il pilota del primo elicottero Chinook, che è atterrato nel complesso presidenziale, trasportando le unità d’élite dei Delta Force che hanno poi condotto l’operazione di terra e rapito il presidente. L’elicottero ha subito pesanti colpi, che hanno ferito gravemente il pilota. Gli Stati Uniti hanno anche ammesso che ci sono state ulteriori vittime statunitensi, sebbene nessun morto.

In preparazione a quest’operazione, è stato successivamente rivelato che il raid era stato provato su una replica in scala reale ed esatta del complesso di Nicolás Maduro, costruita in Kentucky. Per settimane, i commandos della Delta Force si sono esercitati a ‘sfondare porte d’acciaio a velocità sempre maggiori’ e a memorizzare la disposizione di corridoi e stanze blindate. Poiché era noto che Maduro si spostava tra diverse località, hanno lanciato l’operazione solo dopo aver avuto la conferma che si trovava in quel sito specifico. L’aviazione notturna specializzata è stata fornita da un gruppo noto come i ‘Night Stalkers’.

La violenza, comunque, non è semplicemente finita. In comunicazioni trapelate che sono state successivamente confermate da molteplici fonti, Delcy Rodríguez ha rivelato che dai primi momenti di contatto il 3 gennaio, l’amministrazione Trump ha emesso un ultimatum. Rodríguez ha dichiarato: “Le minacce sono iniziate nel momento in cui hanno rapito il presidente. Hanno dato a Diosdado, Jorge e a me 15 minuti per rispondere, o ci avrebbero uccisi”.

Qualsiasi rifiuto di negoziare, ha detto, avrebbe comportato non solo il rapimento, ma la decapitazione e l’annientamento della restante leadership dello stato venezuelano. Fu anche detto loro che i militari statunitensi avrebbero continuato a circondare il paese. Ogni loro dichiarazione e decisione sarebbe stata scrutinata come segno di conformità o resistenza, e le loro vite avrebbero potuto essere stroncate in qualsiasi momento.

Questa era una negoziazione sotto la minaccia delle armi, letteralmente, e non è ancora finita. Il momento richiedeva una leadership capace di effettuare una necessaria ritirata per salvare la rivoluzione, senza fratturarne l’unità interna.

Gli Stati Uniti non hanno avuto successo il 3 gennaio a causa di un tradimento della leadership venezuelana. Hanno avuto successo perché, dopo oltre 25 anni di falliti tentativi di colpo di stato, guerra economica e campagne di destabilizzazione, l’imperialismo ha infine dispiegato la sua arma più potente: l’intervento militare diretto supportato da una superiorità tecnologica che nessun paese indipendente del mondo in via di sviluppo può attualmente contrastare con successo.

Analisi: L’attacco di guerra ibrida soverchiante non può superare le realtà politiche

Gli Stati Uniti hanno raggiunto l’obiettivo di catturare Maduro, ma non hanno raggiunto l’obiettivo di rovesciare il governo o lo Stato. La restante leadership, la vicepresidente Delcy Rodríguez, il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, il ministro della Difesa Vladimir Padrino, il presidente dell’Assemblea Nazionale Jorge Rodríguez e il nucleo del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e delle forze armate bolivariane, si sono mossi immediatamente per stabilizzare le istituzioni e mantenere la continuità del comando.

Gli Stati Uniti non hanno pianificato un’occupazione più ampia a causa della prevista resistenza e della mobilitazione armata di milioni di venezuelani. L’appello del presidente Maduro ad espandere massicciamente le Milizie Bolivariane ha visto oltre otto milioni di cittadini armarsi. Combinato con i militari professionisti venezuelani, che non si sono sbandati, questo ha creato uno scenario in cui qualsiasi invasione di terra sarebbe degenerata in una prolungata guerra popolare, con costi politici e materiali inaccettabili per gli Stati Uniti.

Rimane una forte base di supporto per il Chavismo, cosa che l’amministrazione Trump ha tacitamente ammesso quando ha detto che ci deve essere ‘realismo’ nel riconoscere che la destra venezuelana manca del sostegno per guidare il paese.

L’amministrazione Trump ha invece eseguito un attacco chirurgico di straordinaria precisione, come un modo per spostare il rapporto di forze e guadagnare influenza sul governo venezuelano, che ha dovuto riconoscere di non poter rovesciare. Nessuna quantità di vanterie da parte di Trump e Rubio sul ‘cambio di regime’ può superare questo fatto fondamentale.

Ma quando Delcy Rodríguez, ora presidente facente funzioni, ha accettato di avviare un dialogo con l’amministrazione Trump dopo l’attacco, molti a sinistra hanno reagito con confusione e sgomento. Sì, Maduro e la leadership avevano promesso una guerra popolare e, se necessario, una lotta di guerriglia sulla falsariga del Vietnam. Ma il fatto è che i commandos statunitensi se n’erano andati; non c’era una forza di occupazione contro cui combattere. Questo dovrebbe essere inteso come una caratteristica della forza duratura della rivoluzione, non una sua debolezza.

Allora, come poteva la Rivoluzione Bolivariana sedersi al tavolo con le stesse forze che avevano appena assassinato i suoi difensori e rapito il suo presidente? La risposta risiede nelle condizioni materiali di sopravvivenza e in una corretta comprensione della strategia rivoluzionaria.

La base sociale organizzata della rivoluzione e l’unità militare rappresentavano una sorta di deterrente per l’occupazione straniera, ma quel deterrente non può espellere le enormi forze militari che ancora la circondano, imponendo un blocco navale totale del suo petrolio mentre puntano armi avanzate alle loro teste. Il 3 gennaio, il governo ha riconosciuto la realtà militare e ha preso una decisione tattica per mantenere le istituzioni del potere statale sotto il proprio controllo, per guadagnare tempo e vivere per combattere un altro giorno.

Questa decisione ha chiaramente richiesto alcune concessioni all’Impero, ma anche questo richiede un esame più attento. Proprio come le false accuse di tradimento del 3 gennaio sono ora facilmente confutabili, lo sono anche le accuse di tradimento nei due mesi successivi.

Affermazione 2: “La presidente ad interim Delcy Rodríguez e la restante leadership hanno abbandonato il progetto bolivariano, consegnando il paese, la sua economia e le sue risorse all’imperialismo statunitense”. 

Le cosiddette ‘prove’

Il Venezuela ha effettivamente aperto le sue vaste riserve petrolifere allo sfruttamento e alla vendita privata straniera.

Il Venezuela ha avviato un processo di ‘riconciliazione’ con l’opposizione di destra, inclusa la liberazione di 2.500 prigionieri condannati per forme di tradimento e violenza.

Funzionari statunitensi sono stati accolti nel Palazzo di Miraflores con sorrisi e accompagnamento musicale, tipicamente riservati ad alleati e amici.

La realtà: un nuovo rapporto di forze

Dal 3 gennaio, il rapporto di forze è stato fondamentalmente alterato. La più grande flotta regionale nella storia della Marina statunitense è rimasta posizionata al largo delle coste del Venezuela.

Nessuno sta venendo in aiuto del Venezuela. Guardando alla regione, infatti, troviamo governi di destra in Argentina, Paraguay, Ecuador, El Salvador, Perù e Bolivia che hanno apertamente celebrato l’attacco. I governi progressisti in Brasile, Colombia e Messico hanno offerto poco più di una condanna retorica. Il sostegno strategico da Russia e Cina, sebbene significativo negli anni precedenti, si è rivelato insufficiente a dissuadere l’aggressione imperialista ed è stato anch’esso principalmente retorico.

Ogni paese ha le proprie priorità militari strategiche. L’intervento diretto comporta anche il rischio di una guerra mondiale e, data la loro grande distanza, non avrebbero forze militari nella regione per sostenere un tale conflitto.

Gli accordi che stanno prendendo forma tra Caracas e Washington rappresentano un compromesso amaro, ma necessario. Secondo i suoi termini, il Venezuela ha concesso agli Stati Uniti un controllo significativo sulle sue esportazioni di petrolio, tornando a un modello di licenze simile a quello precedentemente gestito da Chevron e altre compagnie prima dell’inasprimento del blocco.

Dopo aver acquisito le loro licenze, le compagnie petrolifere straniere non dovranno più cedere una quota di maggioranza allo stato come nelle precedenti joint venture; le tasse saranno ridotte e saranno libere di vendere il loro petrolio sul mercato estero senza venderlo alla compagnia statale venezuelana PDVSA.

Invece, il Dipartimento dell’Energia statunitense ha iniziato a commercializzare il greggio venezuelano con l’assistenza di commercianti di materie prime e banche, e Washington ha rivendicato l’autorità di determinare quali compagnie possano partecipare alla ricostruzione dell’infrastruttura energetica del paese. Secondo questo accordo, per la prima volta in decenni e senza alcuna voce in capitolo, si dice che il petrolio venezuelano venga persino spedito da navi cisterna straniere verso Israele, un paese con cui non ha alcuna relazione.

In cambio, il Venezuela ha ottenuto l’accesso ai ricavi delle sue vendite di petrolio attraverso due fondi sovrani all’estero, effettivamente controllati dagli Stati Uniti. Questi fondi, sebbene soggetti alla supervisione statunitense, forniscono qualcosa che è stato negato al paese per anni sotto il regime di sanzioni: risorse per investimenti in salute, istruzione e infrastrutture. L’accordo è di sfruttamento e umiliante, e il Segretario di Stato Marco Rubio lo ha apertamente descritto come gli Stati Uniti che ‘prendono tutto il petrolio‘. Ma mantiene in vita lo stato venezuelano.

È questa una negazione della sovranità del Venezuela sulle sue decisioni in materia di petrolio? In una certa misura, sì. Ma le caratteristiche fondamentali dell’accordo corrispondono effettivamente al desiderio di lunga data del Venezuela di ricostruire le sue esportazioni di petrolio verso gli Stati Uniti e assomigliano a ciò che lo stesso Maduro, secondo quanto riferito, stava offrendo nei negoziati con l’amministrazione Trump.

Ciò includeva un’offerta per concedere nuovamente lo sfruttamento e la proprietà del petrolio agli Stati Uniti in cambio della rimozione delle sanzioni. Ciò corrisponde anche ai resoconti del giornalista brasiliano Breno Altman. Sulla base di discussioni con il figlio di Maduro, Nicolas Maduro Guerra, Altman ha riferito: “[Maduro] è informato, e il suo messaggio è sempre di sostegno alla presidente facente funzioni, Delcy Rodríguez”.

Il fatto è che l’infrastruttura petrolifera del Venezuela è stata costruita in origine principalmente per servire il mercato statunitense, e l’infrastruttura di raffinazione statunitense nel sud degli Stati Uniti è stata in gran parte costruita per processare il greggio venezuelano. Da un punto di vista puramente economico, questi paesi rimangono partner commerciali “naturali” nonostante l’opposizione ideologica.

Anche sotto Chávez, gli Stati Uniti acquistavano il 60% delle esportazioni di petrolio del Venezuela per gran parte della sua presidenza, e questo costituiva la maggior parte delle entrate del paese. Persino l’espropriazione dei progetti petroliferi venezuelani di proprietà straniera fu adottata da Chávez non come questione di principio, ma come reazione ai tentativi di sabotaggio e al deterioramento delle relazioni con quelle compagnie che rifiutarono le sue condizioni e lasciarono il paese.

In sostanza, gli Stati Uniti stavano già schiacciando l’industria petrolifera venezuelana con effetti devastanti. Prima le compagnie petrolifere avevano bloccato la vendita di parti uniche e tecnologie per mantenere la loro infrastruttura abbandonata. Poi arrivò un decennio di sanzioni finanziarie e commerciali, il sequestro dei suoi conti all’estero (alcuni dei quali rimangono, ridicolmente, nelle mani di Juan Guaidó) e infine un blocco petrolifero letterale.

L’economia venezuelana nel suo insieme era stata fortemente colpita da questa perdita di entrate, con un’inflazione alle stelle, una carenza di valuta forte e il collasso di una serie di altre industrie. Questa è la vera fonte dell’emigrazione venezuelana.

Il rilascio di miliardi di entrate nell’economia venezuelana, anche in queste ingiuste condizioni di assedio, porterà senza dubbio a un miglioramento delle condizioni di vita. Milioni di persone dovrebbero partecipare alla consultazione popolare in Venezuela l’8 marzo, votando per selezionare 36.000 iniziative guidate dai comuni, che vanno da ristrutturazioni di servizi pubblici a iniziative economiche, per il finanziamento governativo.

L’accordo con l’amministrazione Trump ha anche portato il Venezuela a concedere l’amnistia a oltre 5.000 persone e a rilasciare migliaia di prigionieri. Ciò include circa 800 individui condannati per vari crimini associati al tentativo di rovesciare il governo, inclusi atti violenti. Coloro che sono stati condannati per omicidio e ‘gravi violazioni dei diritti umani’ o ‘crimini contro l’umanità’ non saranno rilasciati.

Questa amnistia, denunciata in alcuni ambienti come la liberazione di ‘prigionieri politici’, è meglio intesa come decompressione strategica. Rimuove ulteriormente un pretesto per l’intervento umanitario, isola i settori più intransigenti dell’opposizione di estrema destra e dimostra che lo stato bolivariano mantiene l’autorità di definire l’approccio ai propri processi giudiziari.

Possiamo supporre che il governo venezuelano speri anche che questo porti al proprio riconoscimento da parte di altri governi della regione e del mondo. Dalle elezioni del 2024, il governo non è stato in grado di mantenere normali relazioni politiche e commerciali con la maggior parte dei governi della regione al di fuori di Cuba, Nicaragua e alcune piccole nazioni caraibiche.

Negoziazione sotto la minaccia delle armi: la Brest-Litovsk nei Caraibi

Qui la storia della Rivoluzione bolscevica fornisce una lezione indispensabile. Nel 1918, la giovane Repubblica Sovietica affrontò l’avanzata dell’esercito imperiale tedesco con forze armate distrutte e nessuna capacità di resistenza effettiva. Vladimir Lenin, contro le obiezioni dei cosiddetti ‘comunisti di sinistra’ che chiedevano una ‘guerra rivoluzionaria’ per difendere l’intero territorio, guidò il giovane stato rivoluzionario a firmare l’umiliante Trattato di Brest-Litovsk.

Quell’accordo cedeva vasti territori, inclusa tutta l’Ucraina, e il quaranta percento della base industriale russa all’imperialismo tedesco. Fu, con qualsiasi metro di misura, una sconfitta massiccia.

I critici di Lenin chiamarono questo un “tradimento della rivoluzione”, e specialmente di tutti i lavoratori, contadini e nazionalità oppresse nei territori ceduti che avevano combattuto e sacrificato tutto nel 1917, solo per essere restituiti al capitalismo con il trattato di pace di Brest-Litovsk.

Eppure Lenin capì ciò che i suoi critici non capivano: l’obiettivo non era morire splendidamente, ma preservare lo strumento politico della rivoluzione. Come rifletté il compianto Comandante Hugo Chávez dopo il fallimento della ribellione del 1992, “Dobbiamo ritirarci oggi per avanzare domani”.

Il trattato fornì lo spazio di respiro necessario per consolidare lo Stato sovietico, costruire l’Armata Rossa e infine sconfiggere non solo l’Impero tedesco, ma le forze combinate della controrivoluzione e dell’intervento straniero. Coloro che denunciarono Lenin come traditore nel 1918 furono smentiti dalla storia. I territori ceduti finirono tutti di nuovo all’URSS pochi anni dopo.

Tuttavia, questa non fu la fine delle ritirate e dei compromessi. Affrontando le condizioni di carestia causate principalmente dalla guerra civile, Lenin accettò gli aiuti umanitari dalle organizzazioni benefiche capitaliste statunitensi, stabilì relazioni con i paesi che lo avevano appena invaso e ristabilì profondi legami economici e commerciali con l’imperialismo tedesco.

Abbandonando il ‘comunismo di guerra‘, guidò lo Stato verso la reintroduzione di rapporti economici di mercato e invitò compagnie straniere. Ciò gettò le basi, per esempio, affinché lo stato sovietico firmasse accordi con la Ford Motor Company (guidata dal simpatizzante fascista Henry Ford) per aprire stabilimenti.

Ciò che il governo venezuelano, attraverso Delcy Rodríguez, esegue oggi dovrebbe essere visto in questa luce. Sedersi di fronte al Segretario all’Energia statunitense Chris Wright, ricevere il direttore della CIA John Ratcliffe a Miraflores, non sono atti di capitolazione, ma di sopravvivenza in condizioni di estrema difficoltà. Che lei sorrida o scambi lo stesso benvenuto cerimoniale riservato ad altre visite di stato è irrilevante.

L’obiettivo è rinunciare a ciò che può essere temporaneamente sacrificato (controllo del petrolio, accesso al mercato, persino 800 persone condannate per crimini violenti) per preservare ciò che non deve essere sostituito: lo Stato rivoluzionario, il partito e la vita dei suoi quadri dirigenti che hanno svolto un ruolo indispensabile nel rendere coeso l’intero progetto bolivariano. Con queste fondamenta preservate, una ritirata ora può diventare un passo avanti in seguito.

Affermazione n. 3: Nelle relazioni estere, la leadership venezuelana ha abbandonato il suo storico anti-imperialismo.

Le cosiddette ‘prove’

Quando le forze statunitensi-israeliane hanno attaccato l’Iran il 28 febbraio 2026, il Ministero degli Esteri venezuelano ha emesso una dichiarazione attentamente formulata che, pur condannando l’aggressione, condannava anche le rappresaglie ‘indebite’ compiute dall’Iran contro gli stati del Golfo che ospitano basi statunitensi. La dichiarazione è stata successivamente cancellata.

Delcy Rodriguez ha pubblicato una dichiarazione che esprimeva ‘solidarietà’ al Qatar dopo una telefonata con il suo Emiro, uno stretto alleato statunitense. Non sono state emesse dichiarazioni di solidarietà con l’Iran.

La realtà: il Venezuela rimane sotto tiro e vuole preservare le sue relazioni con il Qatar

Questa critica dimentica che la relazione con il Qatar ha giocato un ruolo particolarmente importante per il Venezuela negli ultimi anni. Il Qatar ha effettivamente ospitato i fondi sovrani del Venezuela e quindi controlla l’accesso del Venezuela ai suoi stessi ricavi petroliferi. Il Qatar è stato anche il mediatore e l’ospite degli ultimi round di negoziati USA-Venezuela. Il Venezuela aveva pubblicamente ringraziato il Qatar in particolare per il suo ruolo nell’ottenere il rilascio del prigioniero politico Alex Saab dalle prigioni statunitensi.

Più di ogni altra cosa, questa critica dimentica che il Venezuela rimane sotto la minaccia diretta dell’annientamento americano. Ogni parola e dichiarazione rimane sotto lo scrutinio più stretto, con le poste in gioco più alte. Il direttore della CIA Ratcliffe ha personalmente avvertito i funzionari venezuelani che qualsiasi accordo sarà tolto dal tavolo se serve come ‘rifugio sicuro’ per gli avversari degli Stati Uniti. In una situazione del genere, la diplomazia non è una professione di fede genuina, ma uno strumento per preservare l’esistenza sovrana.

Le relazioni formalmente strette tra Caracas e Teheran rimangono intatte, ma proclamare solidarietà all’Iran contro gli Stati Uniti in questa guerra massiccia non solo interromperebbe una relazione con il Qatar che è diventata piuttosto consequenziale; fornirebbe a Washington un pretesto per una seconda serie di attacchi, di gran lunga più devastanti.

Chi è veramente Delcy Rodriguez?

Gran parte della narrazione del ‘tradimento’ si è concentrata sulla persona della presidente facente funzioni Delcy Rodríguez. Ciò manca di qualsiasi prova reale, appare totalmente falso ed è una tattica classica nella strategia militare statunitense e nelle operazioni psicologiche.

Le credenziali rivoluzionarie della famiglia Rodríguez sono incise nella lotta e nel sangue. Il padre di Delcy e di suo fratello Jorge (il presidente dell’Assemblea Nazionale) era Jorge Antonio Rodríguez, un leader della Lega Socialista, un’organizzazione marxista-leninista, che ricevette addestramento a Cuba. Fu torturato e assassinato dal regime del Punto Fijo nel 1976, in stretta coordinazione con la CIA, quando Delcy aveva sette anni.

Sia Delcy che suo fratello Jorge emersero da questa tradizione di lotta clandestina e di massa per il socialismo. Lo stesso presidente Maduro era un quadro di quella organizzazione. Dopo che Delcy Rodriguez è tornata in Venezuela dagli studi all’estero, si è immersa nel movimento Chavista e nel governo insieme a suo fratello, ed entrambi divennero i migliori consiglieri di Maduro e tra i suoi negoziatori e rappresentanti più fidati nelle questioni interne e internazionali più delicate.

Dichiarò che costruire la rivoluzione bolivariana sarebbe stata la vendetta per l’omicidio di suo padre, una forma di giustizia. Suggerire un loro tradimento, o una capitolazione nata dalla codardia o dall’opportunismo ignora quattro decenni di formazione politica condivisa e di sacrifici.

Nel suo primo discorso del 3 gennaio, Trump ha insinuato che Delcy Rodríguez avesse espresso la volontà di cooperare con gli Stati Uniti e soddisfare le loro richieste. Alcuni a sinistra gli hanno creduto, interpretando questo come un segno di capitolazione.

La sua conferenza stampa quello stesso giorno ha ribadito la sovranità del Venezuela e le sue stesse richieste agli Stati Uniti, incluso il rilascio del presidente Maduro. Il giorno successivo, dopo aver guidato una riunione della dirigenza di partito e di Stato, durante la quale è stata ribadita anche l’unità dei militari, ha pubblicato un messaggio in cui invitava il governo statunitense a lavorare insieme al Venezuela verso la pace e lo sviluppo, ma nel quadro della sovranità e dell’uguaglianza.

Questa dichiarazione faceva eco a ogni dichiarazione fatta da Maduro in passato e durante gli anni di tensioni con gli Stati Uniti. Lo stesso Maduro ha costantemente chiesto diplomazia e negoziazione diretta ad alto livello per evitare una guerra totale, e aveva già offerto di negoziare accordi economici globali con gli Stati Uniti per le risorse petrolifere e minerarie del Venezuela.

Qualsiasi accordo del genere sarebbe stato senza dubbio condizionato al ridimensionamento e alla minimizzazione delle alleanze strategiche con i cosiddetti ‘avversari degli Stati Uniti’, inclusi Iran, Russia e Cina. Possiamo presumere che ciascuno di questi paesi lo capirebbe, dato che hanno chiaramente preso decisioni tattiche difficili simili nella storia recente al servizio dell’autoconservazione e degli interessi nazionali. Ciononostante Delcy Rodriguez ha ripetutamente affermato che il Venezuela continuerà a sviluppare relazioni con i popoli di tutti i paesi.

Se il governo venezuelano sotto Delcy Rodriguez dovesse firmare un accordo simile a quello offerto da Maduro, ma ora con Maduro rapito, ciò non costituirebbe tradimento. Solleva ovviamente la questione del perché Trump abbia deciso di rapire Maduro, ma questo ha più a che fare con il mantenimento della sua reputazione di ‘duro’ che con una differenza politica sostanziale.

Nelle settimane precedenti il 3 gennaio, settori dei media della classe dirigente stavano particolarmente prendendo in giro Trump come un ‘perdente’ se fosse giunto a un accordo che lasciasse Maduro al potere. Trump aveva bisogno di un trofeo e voleva apparire come il leader forte che poteva dettare le condizioni a chiunque. Trump sta rivendicando la vittoria, il ‘noi comandiamo‘. Lo fa principalmente per scopi politici interni. Ma questo non lo rende reale. Incapace di realizzare un vero cambio di regime, sta essenzialmente usando le parole per dichiarare falsamente che ‘il regime è cambiato‘.

Da parte sua, Delcy Rodriguez ha dichiarato che il ritorno di Maduro e Flores rimane l’obiettivo centrale dei negoziati con gli Stati Uniti.

Neutralizzare la Destra e cercare relazioni normalizzate

Una conseguenza involontaria ma significativa di questa negoziazione è stata una massiccia battuta d’arresto politica per l’opposizione di lunga data sostenuta dagli Stati Uniti, che è stata usata per privare il Venezuela di normali relazioni internazionali.

María Corina Machado, che ha passato anni a chiedere l’intervento militare straniero e a celebrare le sanzioni che hanno devastato il popolo venezuelano, è stata resa irrilevante dal 3 gennaio. Non ha ottenuto nulla da un’amministrazione Usa che ora tratta direttamente con il governo di Miraflores.

Stabilendo relazioni dirette Stato-Stato basate sull’unica merce che l’imperialismo statunitense apprezza veramente – il petrolio – la leadership bolivariana ha superato in astuzia l’opposizione. Gli Stati Uniti, nel loro brutale pragmatismo, hanno scelto di negoziare con l’unica forza che controlla effettivamente territorio e risorse, piuttosto che con figure in esilio che non dispongono di un potere reale.

Nella loro frettolosa ritirata, Rubio e Trump sono arrivati al punto di screditare pubblicamente la loro figura di opposizione scelta a tavolino, riconoscendo di fatto lo Stato bolivariano come unico soggetto governante. Una piena normalizzazione delle relazioni e il riconoscimento del governo venezuelano sono ancora lontani, e potrebbero richiedere ancora più ritirate tattiche e concessioni, ma se avverrà, sarà considerata una vittoria strategica per il progetto bolivariano.

Il compito della solidarietà internazionale

Per le forze di sinistra fuori dal Venezuela, il momento attuale richiede chiarezza su cosa significhi solidarietà. Non significa approvare o difendere ogni singola dichiarazione del governo venezuelano, data la situazione in cui ora opera. Ma non significa nemmeno chiedere che la leadership venezuelana commetta un suicidio in un gesto di purezza o onore rivoluzionario. Non significa fare eco alla propaganda statunitense su ‘divisioni’ e ‘traditori’ senza prove. Non significa misurare ogni decisione tattica secondo uno standard astratto che nessun progetto rivoluzionario nella storia ha mai soddisfatto.

Solidarietà significa capire che Delcy Rodríguez, seduta faccia a faccia con i rappresentanti di un impero che ha preso di mira la sua stessa famiglia per lungo tempo, è impegnata nel tipo più difficile di lavoro rivoluzionario: la sopravvivenza in condizioni di massima difficoltà, con il futuro di 30 milioni di persone in gioco.

Il suo obiettivo è preservare un progetto che ha trasformato lo Stato venezuelano, ripristinato l’indipendenza del Venezuela, istituito impressionanti riforme sociali, creato un settore comunale e ha resistito a un assalto imperialista economico, militare e politico sostenuto in un contesto di isolamento globale e in un’era di controrivoluzione. Impegnarsi in un martirio rivoluzionario in questo contesto non porterebbe a nulla, se non alla liquidazione della sinistra venezuelana e alla retrocessione della rivoluzione per generazioni.

La rivoluzione non è finita. Si è temporaneamente ritirata, si è riorganizzata e sta combattendo con altri mezzi. Lo spazio di respiro acquisito attraverso questi negoziati, per quanto costoso, fornisce le condizioni per futuri progressi.

Nicolás Maduro rimane il legittimo presidente del Venezuela, anche mentre siede ingiustamente in una cella di prigione, privato persino della capacità di pagare le sue spese legali. Il petrolio che scorre verso nord secondo questo accordo non è un tributo, ma un riscatto, pagato per garantire la vita del popolo venezuelano e la continuità dello stato socialista. Quando il rapporto di forze cambierà, e cambierà, il Venezuela lotterà per riconquistare ciò che l’imperialismo ha temporaneamente fatto proprio.

Il punto non è morire per la rivoluzione, ma vivere per essa.

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28/01/2026

Cosa cambia con la riforma petrolifera del Venezuela

Dopo l’attacco statunitense e il rapimento del presidente Maduro molti si interrogano su come e quanto il processo socialista bolivariano sia stato “compromesso”. La recente modifica della “legge petrolifera” è diventata a sua volta occasione di interpretazioni “liquidazioniste”, sempre sviluppate ignorando il testo e le ragioni della riforma.

Questo articolo di TeleSur ricostruisce genesi e cambiamenti, così da consentire una lettura almeno informata dei fatti.

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Il Venezuela possiede le maggiori riserve certificate di petrolio al mondo – oltre 300 miliardi di barili – ma un decennio di sanzioni coercitive imposte dagli Stati Uniti ha impedito di sviluppare gli investimenti necessari per sfruttare questa ricchezza.

Il 22 gennaio, l’Assemblea Nazionale ha approvato in prima discussione il Progetto di Legge di Riforma Parziale della Legge Organica sugli Idrocarburi, un’iniziativa dell’Esecutivo per modernizzare il settore energetico. Il progetto deve essere sottoposto a una seconda discussione in giorni distinti, come stabilito dalla procedura legislativa costituzionale, per poi essere sanzionato dalla presidente incaricata, Delcy Rodríguez.

Orlando Camacho, presidente della Commissione Permanente di Energia e Petrolio, ha esposto i motivi della riforma indicando che la normativa vigente dal 2006 richiede un aggiornamento alla luce della transizione energetica accelerata e della competitività globale.

La riforma introduce un cambiamento strutturale: la formalizzazione dei Contratti di Partecipazione Produttiva (CPP). Con questo modello, le imprese operatrici assumono la gestione integrale dei progetti a proprio rischio e costo, dinamizzando l’attività senza coinvolgere lo Stato in debiti o impegni finanziari diretti.

Questo meccanismo ha permesso nel 2025 di raggiungere una produzione di 1,2 milioni di barili al giorno e di attrarre investimenti vicini ai 900 milioni di dollari, come specificato dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez.

Il deputato Jesús Faría ha sottolineato che questo cambiamento normativo risponde alle pratiche di successo già valutate secondo la Legge Antiblocco, orientate a consolidare l’indipendenza nazionale e la ripresa dell’industria.

Le principali modifiche

La Legge Organica sugli Idrocarburi introduce aggiustamenti che concedono maggiore autonomia agli azionisti di minoranza nelle imprese miste e abilitano contratti con privati per le attività primarie, senza compromettere la sovranità dello Stato sotto il controllo del Ministero dell’Energia e del Petrolio.

Il nuovo Articolo 36 consente a questi azionisti la commercializzazione diretta della propria quota di produzione, purché il prezzo di vendita superi quello ottenuto dalle imprese statali e si dichiarino i ricavi alla Banca Centrale del Venezuela, al Ministero e al sistema fiscale petrolifero. Possono inoltre aprire e gestire conti bancari in qualsiasi valuta e giurisdizione per incrementare il flusso di valuta estera, ed esercitare la gestione tecnica e operativa della società – direttamente o tramite un fornitore di servizi specializzato – sotto supervisione ministeriale. La norma mira a garantire efficienza operativa, applicazione delle migliori pratiche internazionali e costi di produzione competitivi, mantenendo l’equilibrio economico-finanziario fino al raggiungimento del ritorno dell’investimento.

L’Articolo 40 apre una nuova modalità: le imprese di esclusiva proprietà della Repubblica o sue consociate possono sottoscrivere contratti per lo sviluppo di attività primarie con imprese private domiciliate in Venezuela. L’impresa operatrice privata assume la gestione integrale a proprio esclusivo costo, conto e rischio, purché dimostri capacità finanziaria e tecnica tramite un Piano di Affari approvato dal Ministero. L’aspetto cruciale: le imprese statali non assumeranno impegni finanziari o debiti derivanti da questi contratti, proteggendo il patrimonio pubblico.

Il rinnovato Articolo 38 stabilisce vantaggi speciali per la Repubblica: aumento della royalty, contributi o altre controprestazioni come compensazione economica per l’accesso alle riserve, nonché impiego e cessione di tecnologie avanzate, borse di studio e opportunità di formazione tecnica per lo sviluppo del talento locale.

Termini, royalties e tasse flessibili

L’Articolo 35 (precedentemente 34) fissa una durata massima di 25 anni per le attività primarie delle imprese miste, prorogabile di ulteriori 15 anni. La richiesta deve essere presentata dopo la metà del periodo e prima degli ultimi cinque anni.

L’Articolo 52 (precedentemente 44) definisce la royalty al 30% sui volumi di idrocarburi estratti, ma l’Esecutivo Nazionale può ridurla fino al 20% per imprese private contrattualizzate o fino al 15% per imprese miste quando si dimostri che il progetto non è economicamente fattibile con l’aliquota piena. La royalty può essere ripristinata se le condizioni migliorano.

L’Articolo 56, numero 4 (precedentemente 48, numero 4) stabilisce un’Imposta di Estrazione di un terzo (1/3) del valore degli idrocarburi liquidi estratti, calcolata sulla stessa base della royalty e con possibilità di dedurre la royalty pagata. Questa tassa può essere anch’essa ridotta fino al 20% (contratti con privati) o al 15% (imprese miste) in base alle condizioni di mercato o per incentivare progetti strategici.

Commercializzazione sotto controllo statale

L’Articolo 64 (precedentemente 57) rafforza il controllo statale sulla commercializzazione di idrocarburi e derivati, esercitato principalmente dalle imprese statali. L’Esecutivo Nazionale può autorizzare eccezionalmente altre imprese a commercializzare direttamente se dimostrano prezzi di vendita superiori e garantiscono il controllo effettivo dello Stato. Questa autorizzazione non implica trasferimento di titolarità dei giacimenti, e il Ministero può sospenderla o revocarla per inadempienza, differenze di prezzi, pregiudizio all’approvvigionamento interno o violazioni gravi.

Queste disposizioni mirano ad attrarre investimenti e conoscenze specializzate, assicurando che la partecipazione privata contribuisca allo sviluppo nazionale, alla formazione del talento e all’ottimizzazione dei ricavi sotto i principi di sovranità economica e gestione strategica delle risorse.

Sicurezza giuridica e arbitrato internazionale

La riforma introduce l’Articolo 8, che abilita meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie, inclusi mediazione e arbitrati indipendenti, una novità che mira a dare maggiore certezza agli investitori.

Inoltre, l’Articolo 23 formalizza tre modalità di operazione: imprese di esclusiva proprietà della Repubblica, imprese miste con partecipazione maggioritaria statale, e imprese private domiciliate in Venezuela sotto contratto.

Il modello contrattuale si completa con cinque articoli che regolano la retribuzione mediante partecipazione percentuale su volumi fiscalizzati (Art. 41), l’affitto di beni statali con pagamento di un canone (Art. 42), la restituzione dei beni senza indennizzo al termine del contratto (Art. 43), il regime fiscale con imprese statali come agenti di riscossione (Art. 44) e la clausola di ripristino dell’equilibrio economico-finanziario (Art. 45).

Le disposizioni transitorie garantiscono la piena validità dei Contratti di Partecipazione Produttiva sottoscritti in base alla Legge Antiblocco e autorizzano il Ministero a valutare e adeguare le imprese miste esistenti al nuovo quadro legale.

Trasparenza e audit in tempo reale

Come spiegato dal presidente dell’Assemblea Nazionale, Jorge Rodríguez, è in fase di creazione una piattaforma tecnologica per la gestione dei fondi che garantirà audit in tempo reale e uso efficiente di ogni valuta estera che entra nel paese.

Si tratta di portali web ufficiali che pubblicheranno in dettaglio tutti i ricavi economici dello Stato venezuelano derivanti dalla vendita di petrolio e minerali, nonché la destinazione precisa di tali risorse.

L’iniziativa, promossa dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez, mira a fare in modo che «la gente veda, sappia e possa interrogare» la gestione della rendita nazionale. «Affinché si sappia tutto ciò che è entrato e come è stato speso ogni centesimo», ha affermato Jorge Rodríguez durante una riunione della Commissione Consultiva parlamentare.

Inoltre, l’Agenda Legislativa include 29 leggi, tra cui il progetto di Legge Organica per l’Accelerazione e l’Ottimizzazione delle Procedure, anch’esso basato sul modello antiblocco, che mira a eliminare la burocrazia che frena lo sviluppo industriale.

«Siamo obbligati a collaborare nel mantenimento della pace della Repubblica e nella costruzione di un’economia forte», ha puntualizzato Jorge Rodríguez sui suoi social media.

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15/01/2026

Il Venezuela tra continuità e tentativi di distensione con Washington

Dopo che Donald Trump si è dichiarato “vicepresidente ad interim del Venezuela”, Delcy Rodriguez ha rispolverato toni bellicosi nei confronti di Washington.

Intervenendo a Catia La Mar, una delle località bombardate dall’aviazione statunitense nel corso dell’aggressione militare del 3 gennaio, la presidente provvisoria del paese ha affermato che «In Venezuela c’è un governo che comanda, una presidente incaricata e un presidente in ostaggio degli Stati Uniti».

Ma tanto in patria quanto all’estero sono sempre più numerosi i venezuelani che si chiedano chi decida veramente le sorti del paese.

Che la “nuova” leadership venezuelana agisca sulla base di un accordo formale con Washington o semplicemente per evitare di subire un altro attacco dagli Stati Uniti – prevedibilmente più devastante di quello del 3 gennaio – è impossibile dirlo.

Eppure le misure implementate negli ultimi giorni dalla presidente Delcy Rodriguez e dal fratello Jorge, a capo del parlamento, sembrano soddisfare le richieste/diktat di Donald Trump, finora senza sbavature.

Mentre dal 4 gennaio non passa praticamente giorno senza che decine di migliaia di persone scendano in piazza per chiedere la liberazione di Nicolas Maduro e Cilia Flores e per ribadire la ferma opposizione ad ogni ingerenza straniera, le autorità venezuelane stanno esplicitamente perseguendo una strategia di normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, che non a caso ha ricevuto il plauso delle varie cancellerie occidentali.

La parola d’ordine è “cooperazione”. E così nei giorni scorsi due petroliere cinesi dirette a Caracas – la Xingye e la Thousand Sunny – hanno dovuto invertire la rotta, mentre grazie ad una operazione, definita “concertata con Washington” dalla stessa Rodriguez, cinque navi cariche di greggio destinato all’esportazione che nelle scorse settimane avevano cercato di eludere il blocco navale imposto dalla marina da guerra degli Stati Uniti hanno fatto ritorno nei porti di partenza.

Ieri la compagnia petrolifera statale venezuelana Pdvsa ha iniziato a riaprire i pozzi chiusi a causa dell’embargo statunitense, consentendo la ripresa delle esportazioni di greggio. Due superpetroliere sono partite dal Venezuela nelle ultime ore, ciascuna con a bordo 1,8 milioni di barili di petrolio diretti negli Stati Uniti.

A proposito di petrolio, ha destato un vespaio l’indiscrezione secondo cui Donald Trump sarebbe incline ad escludere la multinazionale ExxonMobil dagli accordi sullo sfruttamento del greggio venezuelano dopo che il suo amministratore delegato si era pubblicamente detto contrario ad investire nel paese. Nel corso di una riunione alla Casa Bianca, il numero uno dell’impresa, Darren Woods, aveva definito rischioso ogni investimento in Venezuela prima che la situazione venisse messa in sicurezza dal punto di vista legislativo e infrastrutturale.

La Casa Bianca però sembra riporre molte speranze nei tecnocrati promossi a varie responsabilità di governo da Delcy Rodriguez subito dopo il rapimento di Maduro. Uno di questi, in particolare, ha attirato l’attenzione degli investitori occidentali. Calixto Ortega Sánchez, appena designato “Presidente settoriale all’Economia”, si è formato tra gli Stati Uniti e Londra per poi essere nominato console prima a Houston e poi a New York; in seguito ha ricoperto l’incarico di Presidente della Banca Centrale di Caracas.

Intanto nei giorni scorsi il funzionario della multinazionale statunitense Chevron, Martin Philipsen, è stato nominato amministratore della PetroPiar, una delle imprese miste che operano sotto l’ombrello dell’azienda petrolifera statale PDVSA.

L’amministrazione statunitense punterebbe inoltre sul rapporto personale esistente tra il presidente dell’Assemblea Nazionale venezuelana, Jorge Rodriguez, e il diplomatico americano Richard Grenell, che secondo alcuni analisti starebbe cercando di guidare una transizione morbida nel nome degli interessi a stelle e strisce che consenta per ora alla leadership bolivariana di rimanere al potere. Subito dopo l’inizio del secondo mandato di Trump, il tycoon inviò a Caracas l’ex ambasciatore in Germania ed ex direttore di una delle varie agenzie di intelligence di Washington, la DNI.

Noto per le sue doti di negoziatore – fu inviato speciale presidenziale per le trattative tra Serbia e Kosovo dal 2019 al 2021 – il consigliere della Casa Bianca fu ricevuto con tutti gli onori da Maduro nel Palazzo di Miraflores. Tornando in patria, il dirigente repubblicano portò con sé sei cittadini americani appena scarcerati dalle autorità venezuelane e il rinnovo delle concessioni per operare in Venezuela alla multinazionale statunitense Chevron. Contro l’intesa si schierò da subito il Segretario di Stato americano Marco Rubio, che iniziò a insistere con Trump sulla necessità del ricorso all’opzione militare contro Caracas.

Secondo il Wall Street Journal il braccio di ferrò tra Trump e Rubio è durato fino a che ha prevalso il secondo e, il 3 gennaio, la Delta Force ha quindi rapito il presidente venezuelano.

La liberazione di un certo numero di «persone venezuelane e di altri paesi» (come le autorità di Caracas hanno definito vari esponenti politici e cittadini stranieri detenuti nelle carceri del paese) per iniziativa di Jorge Rodriguez e l’annuncio dell’avvio di nuovi contratti per la vendita di petrolio alle imprese statunitensi da parte della sorella Delcy sarebbero i primi risultati della rete intessuta da Grenell in questi mesi.

Per condizionare Caracas, poi, nei giorni scorsi Trump si è incaricato di avvisare il ministro dell’Interno venezuelano Diosdado Cabello che in caso di un secondo attacco sarebbe in cima alla lista dei bersagli da colpire insieme al Ministro della Difesa, Vladimir Padrino López.

La normalizzazione dei rapporti sembra procedere anche sul fronte diplomatico. Mentre da qualche giorno una delegazione di emissari statunitensi è impegnata in una visita in Venezuela allo scopo di organizzare la riapertura della missione diplomatica di Washington nel paese, lunedì i rappresentanti diplomatici dell’Unione Europea, del Regno Unito e della Svizzera hanno incontrato il ministro degli Esteri di Caracas. Il governo italiano ha già annunciato l’intenzione di alzare il livello di rappresentanza in Venezuela – assicurata finora da un incaricato d’affari – con la nomina di un ambasciatore.

Come segnale di buona volontà nei confronti di Washington va probabilmente letta anche la decisione da parte del governo venezuelano di permettere di nuovo l’accesso al social X, bloccato da Maduro dopo le contestate elezioni presidenziali del 2024.

Oggi, mentre la leader della frangia più estremista dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado sarà ricevuta alla Casa Bianca dal presidente Trump, che subito dopo il blitz militare contro il Venezuela l’ha platealmente scaricata chiarendo che avrebbe lasciato al potere il vertice del PSUV (il Partito Socialista Unito di Maduro), a Washington è previsto l’arrivo di un inviato del governo bolivariano, l’ex ministro degli Esteri e stretto collaboratore di Delcy Rodriguez, Félix Plasencia.

Nel frattempo la presidente provvisoria ha informato di aver avuto una “lunga, produttiva e cortese” conversazione telefonica con Donald Trump, che si è svolta “in un clima di rispetto reciproco”, e nel corso di una conferenza stampa ha spiegato che il Venezuela sta entrando “in una nuova fase politica”.

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08/01/2026

Venezuela - Voci su arresto di un generale per aver collaborato al sequestro del presidente Maduro

Secondo alcune indiscrezioni la presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez avrebbe ordinato l’arresto immediato del Maggior Generale Javier Marcano Tábata, capo della Guardia d’Onore Presidenziale e direttore della DGCIM (Direzione Generale del Controspionaggio Militare). L’alto ufficiale viene indicato come l’architetto del tradimento che ha permesso il sequestro del presidente Maduro lo scorso 3 gennaio.

L’arresto di Marcano Tábata sarebbe avvenuto nelle ultime ore dopo una notte piuttosto caotica nel Palazzo Legislativo Federale e a Miraflores, sede quest’ultima della Presidenza.

Quella che le prime versioni ufficiali avevano definito come una risposta a “droni intrusi” sarebbe stata, in realtà, un’operazione per neutralizzare il potente Generale.

Il generale Marcano Tábata è stato collegato direttamente all’operazione statunitense per aver disattivato i protocolli di difesa aerea nella notte di sabato sulla caserma di Fuerte Tiuna, ossia il luogo dove stavano dormendo Maduro e la moglie e dove sono stati sequestrati dalle forze speciali statunitensi.

Le indagini della nuova amministrazione venezuelana indicano comunicazioni cifrate tra il Generale e agenzie di intelligence straniere nelle settimane precedenti al 3 gennaio.

Il generale Marcano Tábata viene accusato di aver consegnato agli USA le coordinate esatte e i punti ciechi dell’anello di sicurezza cubano-venezuelano, di aver permesso a forze irregolari di attaccare il Legislativo per creare una cortina di fumo mentre venivano negoziate le epurazioni interne. Si segnalano arresti di massa di ufficiali dei servizi segreti che rispondevano a Marcano. La Presidente Delcy Rodríguez ha mobilitato unità della Milizia popolare e collettivi chavisti leali per circondare Miraflores, non ricorrendo all’Esercito regolare.

La Presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha decretato sette giorni di lutto nazionale in omaggio ai militari e ai civili morti nella difesa della sovranità venezuelana e del presidente Nicolás Maduro, durante l’aggressione perpetrata dagli Stati Uniti lo scorso sabato 3 gennaio.

La mandataria ha ribadito l’impegno del Governo Bolivariano per la pace, la sovranità nazionale e per la liberazione del presidente Maduro e della moglie Cilia Flores, sequestrati dai commandos delle forze speciali dell’esercito statunitense.

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06/01/2026

Onu bloccata dagli Usa, il Venezuela prova a resistere

New York centro del mondo stravolto, per un giorno e poi si vedrà. Tutto è girato però attorno al Venezuela aggredito militarmente dagli Usa e alla figura del presidente legittimo, Nicolàs Maduro, rapito dalle forze speciali statunitensi dopo la strage della sua scorta, insieme alla moglie Cilia Flores.

In tribunale, dov’era stata organizzata la scena hollywoodiana dell’ingresso dei due sequestrati in catene, anche ai piedi, entrambi feriti (Maduro zoppicava, Cilia con una vistosa bendatura sulla testa), le cose sono andate secondo sceneggiatura (Usa) e logica.

Maduro si è posto come ci si attende da un politico della sua statura: formalmente impeccabile con l’anziano presidente della Corte, sprezzante con un provocatore fatto entrare tra il pubblico.

«Sono il presidente del Venezuela e mi considero un prigioniero di guerra. Mi hanno catturato nella mia casa di Caracas», ha respinto categoricamente le accuse mosse contro di lui e descritto il suo rapimento come un’azione militare che viola la sua immunità presidenziale e la sovranità del suo Paese.

Non era l’udienza per affrontare nel merito tutte le questioni, ma soltanto per formalizzare – parola grossa, visto come ci si è arrivati – l’inizio del “processo”. È durata pochissimo e non ha riservato altre “novità”. Fuori dal tribunale parecchi manifestanti sventolavano bandiere del paese sudamericano e cartelli con le scritte «Liberate Nicolas Maduro e Cilia Flores ora» e «USA, giù le mani dal Venezuela».

Contemporaneamente si teneva la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, a poca distanza dal tribunale. Anche qui il copione era in buona parte previsto. Gli Stati Uniti, membro permanente con a disposizione il diritto di veto, hanno impedito che venisse formulata una condanna formale della loro aggressione ad un paese membro dell’Assemblea Generale e che effettua libere elezioni praticamente ogni anno con modalità invidiabili anche per le cosiddette “democrazie liberali” euro-atlantiche.

Ma l’ambasciatore trumpiano Mike Waltz – un minus habens costretto qualche mese fa alle dimissioni da consigliere per la sicurezza nazionale (boom!) perché, per comunicare decisioni segrete, usava una chat Signal come un adolescente in fregola – ha voluto lasciare una “adeguata” traccia della sua presenza.

Ha negato che l’attacco a Caracas e il rapimento del presidente fossero un “atto di guerra”, descrivendolo come una “chirurgica operazione di polizia” (sorvolando ampiamente su diritto internazionale e senso del ridicolo). Il resto sono le solite chiacchiere falsificanti sul “narcotraffico”, da sempre ampiamente smentite da tutti i funzionari esteri internazionali e dalla stessa Onu.

Russia e Cina hanno usato il massimo di durezza verbale consentito in quel consesso. Mosca è stata particolarmente severa, parlando di vera e propria aggressione armata e richiedendo il rilascio immediato del “presidente legittimamente eletto”. L’ambasciatore russo ha inoltre invitato i membri del Consiglio ad abbandonare la vecchia abitudine ai due pesi e due misure, dichiarando che le azioni statunitensi stanno generando nuovo slancio “per il neocolonialismo e l’imperialismo”. E ha chiesto naturalmente la liberazione immediata di Maduro.

La Cina si è detta “profondamente scioccata” per quelli che ha definito atti “unilaterali, illegali e prepotenti”, accusando Washington di “aver calpestato senza ritegno la sovranità, la sicurezza e gli interessi legittimi del Venezuela”. Come Mosca, anche Pechino ha insistito per il rilascio del presidente venezuelano.

L’America Latina ha reagito come ci si attendeva, con Messico, Colombia, Cuba e Brasile fortemente critici con gli Stati Uniti, mentre il cameriere Milei batteva le mani per farsi notare da Trump.

L’“Europa” ha invece brillato per divisione e imbarazzo. I nazisti della Lettonia hanno attaccato “il regime di Maduro”, caratterizzato da “repressioni di massa, corruzione e criminalità organizzata”.

Il Regno Unito ha denunciato la precarietà instaurata sotto il governo di Maduro e definendo “fraudolenta” la sua presa di potere, ma non ha quasi parlato dell’azione Usa, pur ribadendo l’impegno per il rispetto del diritto internazionale come “base essenziale per la pace globale”. Bla bla bla... insomma.

La Francia, attraverso il vice ambasciatore, ha denunciato l’aggressione affermando che mina le fondamenta stesse dell’ordine internazionale. Ma nelle stesse ore Macron esprimeva soddisfazione per il rapimento dei Maduro. C’è grossa confusione, a Paris... 

Eppure in quel momento Trump aveva rilanciato l’intenzione di prendersi la Groenlandia – possedimento danese, quindi europeo e addirittura membro della Nato – perché “gli serve”. Per i vassalli europei si apre dunque un’altra voragine che si trascina dietro le stesse argomentazioni fin qui usate per giustificare l’immondo “doppio standard”. Quello per cui attaccare un paese latino-americano o africano “è comprensibile”, ma minacciare gli interessi europei – per ora verbalmente, in seguito vedremo – è invece “una violazione del diritto internazionale”. Che vale insomma “fino ad un certo punto”, secondo il suo massimo filosofo, Antonio Tajani... 

Quasi nelle stesse ore a Caracas giurava come “presidente incaricata” la vice Delcy Rodriguez, che i servi ciechi dei nostri media mainstream provano a descrivere come una potenziale “complice” degli Stati Uniti.

Per dare la misura di questo atteggiamento infame basterà citare un esempio: nel corso del giuramento ha ripreso una frase di Simon Bolivar pronunciata nel celebre Discorso di Angostura (1819), promettendo di garantire «un governo che offra felicità sociale, stabilità politica e sicurezza politica».

Questa citazione è stata rigirata sul Corriere dalla pessima Sara Gandolfi in una sorta di “messaggio diretto all’amministrazione Trump, cui poche ore prima aveva rivolto l’invito a ‘lavorare insieme per la pace e non per la guerra’”. Questo è il livello del “giornalismo” italico, o forse solo l’abitudine contratta sotto padrone... 

La Rodriguez ha giurato «con rammarico, per la sofferenza causata al popolo venezuelano, per un’aggressione militare illegittima contro la nostra patria, per il rapimento di due eroi che sono ostaggi negli Stati Uniti: il presidente Nicolás Maduro e la prima combattente di questo Paese, Cilia Flores».

Non l’attende un compito facile.

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