Nelle aule universitarie israeliane vige un regime disciplinare discriminatorio fondato sull’appartenenza etnico-nazionale, configurabile come una vera e propria forma di apartheid all’interno dell’istruzione superiore. È la conclusione a cui giunge il rapporto investigativo intitolato “Apartheid in Israeli Academia: Palestinian Students After 7 October 2023“, redatto da Adalah – Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele.
Lo studio, curato dai legali Lubna Tuma, Adi Mansour e Mai Diab con la revisione di Fady Khoury, descrive in dettaglio come gli atenei israeliani hanno inasprito la repressione per ragioni razziali negli ultimi tre anni. Tra gli episodi documentati figurano provvedimenti disciplinari per manifestazioni d’opinione minime o di carattere religioso.
Presso lo Zefat Academic College, una studentessa palestinese è stata colpita da espulsione permanente e revoca dei crediti universitari per aver condiviso il filmato di un predicatore che pregava per la popolazione di Gaza. Al Technion – Israel Institute of Technology di Haifa, un altro studente è stato sospeso per aver pubblicato sui social un versetto del Corano, mostrando la mancanza di qualsiasi libertà religiosa nello stato sionista.
“In alcuni casi – si legge sul sito di Adalah – un semplice “mi piace” a un post, l’esposizione di una bandiera palestinese o la parola “Palestina” su un profilo, la condivisione di una notizia o la pubblicazione di una preghiera per gli abitanti di Gaza sono stati sufficienti a innescare una denuncia o un procedimento disciplinare“.
I dati complessivi raccolti da Adalah evidenziano la vastità del fenomeno. L’organizzazione ha ricevuto oltre 130 segnalazioni da parte di studenti palestinesi coinvolti in procedimenti disciplinari in circa 40 istituti accademici. Il 76,5% delle persone colpite dai provvedimenti è composto da donne.
Il Centro legale ha fornito assistenza o consulenza a un centinaio di loro. In oltre 80 casi le istituzioni hanno comminato la sospensione cautelare prima ancora che si svolgesse alcuna udienza di accertamento dei fatti, mentre addirittura in 20 casi gli studenti sono stati espulsi in via definitiva o sospesi per periodi da uno a cinque anni.
Le università hanno aggirato l’articolo 17 della Legge sui diritti degli studenti, che limitava i poteri disciplinari alle condotte legate agli studi. Gli atenei hanno cominciato a usare clausole generiche riguardanti la vita privata degli iscritti.
Il rapporto, inoltre, denuncia la creazione de facto di due percorsi disciplinari distinti in base all’origine etnico-religiosa dello studente: per i palestinesi, i provvedimenti sono presi con processi caratterizzati dalla soppressione delle tutele procedurali ordinarie, mentre per gli studenti ebrei israeliani le garanzie di legge sono state sempre rispettate in pieno.
L’onere della prova, nel caso dei palestinesi, è stato addirittura capovolto: non spetta all’ateneo provare la violazione di un qualche regolamento, ma allo studente dimostrare che il proprio messaggio non costituisca una qualche forma di sostegno al “terrorismo” (ovvero, alla sopravvivenza del popolo palestinese).
Gli organi accademici, indica il rapporto, hanno sistematicamente ignorato gli appelli contro il genocidio della popolazione della Striscia, nonché le minacce razziste diffuse online da vari studenti ebrei israeliani. Questa differenziazione è il risultato anche di forti pressioni governative, con il Ministero dell’Istruzione di Tel Aviv che ha sollecitato gli atenei ad accelerare i procedimenti contro i palestinesi. In alcuni casi, sono state le stesse università a segnalare alla polizia dei “casi”, provocando fermi e arresti dei propri iscritti.
Il rapporto segnala che, nelle iniziative di discriminazione degli studenti palestinesi, sono stati spesso usati strumenti di traduzione automatica per interpretare i testi arabi, le invocazioni religiose e le espressioni culturali. Anche nei casi in cui le difese hanno presentato perizie di linguisti qualificati, queste sono state respinte o ignorate.
Interpellato dalla rivista Times Higher Education, il Technion ha rigettato le conclusioni del rapporto, che descrive come parte di “un tentativo più ampio di screditare il mondo accademico e le istituzioni israeliane“. Al contrario, Adalah mette in guardia sul diffuso clima di paura e autocensura generato tra la popolazione studentesca araba.
Dunque, non solo gli atenei israeliani sono parte integrante della macchina bellica e discriminatoria dello Stato ebraico (ed è questo che davvero scredita “il mondo accademico e le istituzioni israeliane“), ma essi sono arrivati ad un punto in cui non c’è di certo alcun rispetto della libertà accademica e nemmeno quella religiosa.
È riguardo questo tipo di realtà, millantandole per baluardi di democrazia e di progresso scientifico, che i sionisti nostrani continua a perorare la causa della collaborazione… o sarebbe meglio dire, del collaborazionismo?
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