Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/09/2026

Divieto di espatrio?

Inflazione, carburanti, salari bassi: sciopero in Francia

Francia, sciopero contro la politica di austerità del governo e contro il nuovo congelamento dei salari nel settore pubblico. Sono oltre 170 le manifestazioni che hanno attraversato ieri la Francia. Una rara e compatta unione intersindacale (otto sigle tra cui CGT, CFDT, FO, UNSA, FSU, Solidaires, CFE-CGC e FA-FP) che ha coinvolto circa sei milioni di dipendenti pubblici di tre grandi settori: statale, territoriale e ospedaliero.

Il blocco del “Point d’indice” è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo.

Il Primo Ministro, religiosamente macronista, Sébastien Lecornu, ha annunciato infatti l’intenzione di congelare, nuovamente, per il 2027 il valore base usato per calcolare gli stipendi di statali, militari e personale sanitario che, fra blocco salariale e picco d’inflazione generalizzato, hanno perso oltre il 16% del loro potere d’acquisto.

Un paradosso che, a causa del mancato adeguamento all’inflazione galoppante, fa sì che circa 862.000 dipendenti pubblici percepiscano oggi una retribuzione di base ormai inferiore al salario minimo legale.

Da sottolineare la fortissima presenza dei pompieri fra i numerosi manifestanti, che secondo le stime della CGT, erano complessivamente 300mila in tutta la Francia.

La mobilitazione sindacale è stata fissata strategicamente a due giorni dalla presentazione del disegno di legge finanziaria per il 2027, che prevede ancora tagli drastici a sanità, scuola e servizi (non sostituendo ad esempio un terzo dei dipendenti che vanno in pensione), mentre aumentano vertiginosamente le spese militari e per il riarmo in un paese che è ufficialmente in economia di guerra dal 2022.

Interessante infine sottolineare come alcune prefetture, alcuni rappresentanti dello Stato e del governo nelle regioni, non esitino più a qualificare come un evento di “vigilance” una mobilizzazione sindacale di massa.

Vigilance, “allerta manifestazione”, si legge sul sito di questa prefettura, che tratta una manifestazione sindacale con lo stesso segnale d’allarme di quando annuncia una tempesta climatica o un terremoto...

Il potente movimento sociale che si annuncia in Francia, inquieta visibilmente sia l’ultimo sconquassato governo macronista, sia tutti coloro che immaginavano che i giochi delle prossime presidenziali fossero già conclusi sbarrando ancora una volta a Mélenchon l’accesso al secondo turno. Lo scontro appare sempre più evidente: o una Francia ecosocialista o una Francia assolutamente liberal-fascista.

P.S. Le cariche di polizia contro gli studenti, ieri, hanno portato ad oltre 400 arresti.

L’articolo di Contre Attaque: 

Si dice spesso che una società «si misura dal modo in cui tratta i suoi bambini». Con i sociopatici al governo, la questione è chiara: applicano un programma completo di tortura alla gioventù.

Distruzione dell’istruzione, arruolamento nell’esercito, devastazione dell’ambiente, divieto delle feste, repressione sistematica di tutto ciò che riunisce i giovani, precarietà assoluta, licenza di uccidere. Assolutamente tutto è fatto per spegnere le nuove generazioni, privarle di futuro e di speranza.

E quando questi giovani alzano la testa, sono orde in uniforme a farli tacere. In questi ultimi due giorni abbiamo visto adolescenti strangolate in mezzo alla strada, minori gassati e bloccati a terra, liceali picchiati, una liceale a cui viene sbattuta la testa contro una fermata del tram, arresti arbitrari e getti di gas in pieno viso. Ma anche LBD puntati all’altezza della testa, e munizioni lanciate gratuitamente in presenza di eletti. Un poliziotto ha persino sparato con il lanciagranate dritto in testa a un liceale a un metro di distanza, cosa che avrebbe potuto ucciderlo. Lo Stato ha ancora una volta mollato i suoi cani e tolto la museruola.

Ieri, il Ministro dell’Interno stesso assumeva al 100% la responsabilità di ciò che stava facendo subire alla gioventù in lotta, mentre i media occultavano gli innumerevoli video delle violenze poliziesche, fabbricando al contempo una narrazione ansiogena sui blocchi. Metodi da dittatura.

Ecco dunque una compilation di immagini dell’attuale movimento liceale. Lasciar passare questo, queste angherie commesse sui nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri figli, i nostri amici, da orde di bruti giurati, significa lasciar passare il peggio. Se la nostra società si misura con le violenze commesse sui minori, allora siamo già caduti molto in basso, ed è più che tempo di svegliarsi.



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La mossa ENI sui carburanti: non generosità, ma una farsa ben congegnata

Da lunedì 28 settembre, nelle stazioni della rete Enilive, la benzina non può superare 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19. Secondo Eni, la misura porta i prezzi circa 17 centesimi sotto i livelli medi. Durerà inizialmente trenta giorni, ma potrà essere prorogata fino a fine anno in base all’andamento del mercato e degli approvvigionamenti. Il Governo ha ringraziato l’azienda per l’iniziativa. Vale la pena ricordare che Eni è controllata dallo Stato. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, direttamente (2,166%) e attraverso Cassa Depositi e Prestiti (30,918%), ne detiene il 33,08% del capitale.

Per l’automobilista il sollievo è modesto. Per capire il senso dell’operazione, però, conviene guardare i numeri dal punto di vista di Eni. Partiamo da quanto le costa. Secondo gli analisti di Equita, l’impatto sarà tra 85 e 100 milioni di euro per ogni mese di applicazione, e potrebbe arrivare a 250 o 300 milioni se il tetto restasse in vigore per tutto l’ultimo trimestre dell’anno. Queste stime diventano però irrisorie se le si confronta con quanto Eni sta guadagnando quest’anno e ha guadagnato negli anni scorsi.

Nel piano strategico presentato a marzo 2026, Eni prevedeva per il 2026 un flusso di cassa operativo di 11,5 miliardi di euro, ipotizzando un prezzo del petrolio di 70 dollari al barile, in linea con la media di gennaio e febbraio 2026. Poi la crisi in Medio Oriente ha fatto salire i prezzi dell’energia, e a luglio la società ha alzato la stima a 15 miliardi, con uno scenario di 85 dollari al barile. Sono 3,5 miliardi in più del previsto, arrivati nel giro di pochi mesi, e il costo massimo del tetto su benzina e gasolio ne rappresenta meno di un decimo.

Anche gli utili raccontano la stessa storia. Nel secondo trimestre del 2026 l’utile netto (adjusted) è più che raddoppiato, passando da 1,13 miliardi nel secondo trimestre del 2025 a 2,33 miliardi di euro, con un aumento del 106%. Nell’intero primo semestre ha raggiunto 3,64 miliardi, contro i 2,55 dello stesso periodo del 2025, con una crescita del 43%.

Viene allora da chiedersi da dove arrivino questi profitti, visto che il rincaro del petrolio ha fatto salire i costi per chiunque lo compri per raffinarlo e distribuirlo. La risposta è che Eni non si limita a produrre benzina, gasolio e altri derivati, né a venderli attraverso i distributori Enilive. Eni è anche uno dei principali estrattori di petrolio e gas al mondo, e per chi estrae il prezzo del greggio non è un costo ma un ricavo. È infatti proprio dall’estrazione che arriva la quasi totalità dei suoi utili. Nel 2025, su 12,22 miliardi di euro di utile operativo, 11,16 provenivano dal settore dell’estrazione, cioè oltre il 90%. Enilive, che gestisce i distributori di carburante, e Plenitude, che vende luce e gas alle famiglie, hanno realizzato insieme 1,21 miliardi. I guadagni dell’estrazione nascono dalla vendita di petrolio e gas sui mercati internazionali, in gran parte fuori dall’Italia. Il tetto ai prezzi ricade invece sulla vendita alle pompe, che all’interno del gruppo rende molto meno e occupa una parte molto piccola delle sue attività. Anche nel 2026 la distanza resta enorme. Nel primo semestre Enilive ha realizzato 433 milioni di euro di utile operativo (rispetto ai 224 milioni di euro del primo semestre 2025, +93%), mentre l’estrazione ne ha prodotti 8,13 miliardi. 

Quanto costa a Eni produrre un barile di petrolio? Nel suo piano strategico la società dichiara che i propri giacimenti hanno un cash breakeven inferiore a 30 dollari al barile. Il cash breakeven è il prezzo, calcolato da Eni, al quale i ricavi della vendita del greggio bastano a coprire le spese e gli investimenti per estrarlo, comprese di norma le imposte e le royalty versate ai Paesi produttori. Ogni dollaro in più (rispetto ai 30 dollari al barile) si traduce in buona parte in margine per l’azienda. Nello stesso documento Eni fornisce un secondo dato, forse ancora più eloquente. Nella media degli anni tra il 2026 e il 2030, al gruppo basta un petrolio sotto i 35 dollari al barile per pagare con le vendite effettuate sia gli investimenti realizzati sia il dividendo ordinario agli azionisti. Quest’anno, secondo i dati raccolti dalla Federal Reserve di St. Louis, il greggio è passato dai circa 70 dollari di gennaio e febbraio a una media di circa 98 dollari tra marzo e agosto 2026, con un picco mensile di oltre 117 dollari ad aprile. È un prezzo più di tre volte superiore alla soglia di pareggio dichiarata da Eni (30 dollari), e su ogni barile estratto i profitti sono di conseguenza molto elevati.

A questo punto la domanda diventa politica. La scelta di Eni si presta a due letture, che non si escludono a vicenda. La prima riguarda la concorrenza. Forte dei profitti dell’estrazione, Eni può permettersi di vendere carburante a prezzi che molti concorrenti faticano a sostenere. I distributori indipendenti, che secondo la loro associazione rappresentano oltre un terzo della rete italiana, comprano il carburante all’ingrosso a prezzi di mercato. Secondo Assopetroli-Assoenergia, rischiano di dover vendere in perdita pur di non perdere clienti. Se alcuni di loro non dovessero reggere, a guadagnarci sarebbero i grandi gruppi, in grado di assorbirne quote di mercato e impianti. È una dinamica tipica dei mercati oligopolistici, in cui pochi grandi operatori finiscono per allinearsi sugli stessi prezzi e per rafforzarsi a spese dei più piccoli. Non a caso, con IP che ha applicato gli stessi prezzi su una parte della sua rete e Q8 che si prepara ad aderire dal 1° ottobre, c’è già chi parla di un cartello di fatto, favorito dal Governo, e solleva dubbi sul rispetto delle regole sulla concorrenza (un problema Antitrust). Una maggiore concentrazione potrebbe non essere un problema se le imprese del settore fossero pubbliche e interamente controllate dallo Stato. Essendo però in larga parte private, rischia di tradursi negli anni successivi in minore concorrenza, prezzi più alti e profitti maggiori per pochi.

La seconda lettura riguarda le possibili implicazioni di questa misura sulla famigerata tassa sugli extraprofitti: il Governo chiede da mesi all’UE di intervenire, per non doversi intestare una misura invisa a uno dei suoi tre padroni. L’UE, dal canto suo, se ne lava le mani e risponde che ogni stato può far da sè, seguendo l’esempio del Portogallo. Sorge dunque, legittimo, il dubbio che questa manovra da parte di Eni, che le risulterebbe assai indolore, costando soli 300 milioni se estesa fino a fine anno, avrebbe lo scopo di porre una pietra tombale sulla tassazione degli extraprofitti, senza che ne gravi l’onta sul Governo. 

Se per l’ENI, dunque, si tratta di una mossa di poco impatto economico e molto impatto mediatico, e per il Governo di un grande assist demagogico, questa misura soddisfa molto meno chi vive di un reddito fisso. Secondo la CGIA di Mestre, infatti, anche con questi nuovi prezzi, chi fa rifornimento alle pompe Eni paga la benzina il 19,2% e il gasolio il 27,3% in più rispetto al 27 febbraio, prima dell’inizio del conflitto. Sul gasolio, inoltre, il tetto coincide con il ridimensionamento del taglio delle accise deciso dal Governo. Il 16 settembre il Consiglio dei Ministri ha prorogato la misura, riducendone però l’entità. Lo sconto, che era di 17,1 centesimi al litro, è sceso a 12,2 centesimi dal 18 al 25 settembre e a 6,1 centesimi dal 26 settembre al 5 ottobre. In pratica, una parte dello sconto offerto da Eni viene assorbita dal minore sconto fiscale concesso dallo Stato. E poiché, come precisa la stessa Eni, il tetto è legato all’agevolazione sulle accise in vigore, quando lo sconto fiscale finirà anche il tetto potrebbe cambiare.

C’è poi un aspetto che riduce ulteriormente la portata della misura. Il tetto vale soltanto per il carburante venduto alle pompe, mentre resta escluso il mercato all’ingrosso, da cui si riforniscono autotrasporto, agricoltura, pesca, industria e gli stessi distributori indipendenti. Sono proprio i settori attraverso cui il costo del gasolio si trasmette ai prezzi dei beni di consumo, dal trasporto delle merci alla produzione alimentare. L’effetto della misura sull’inflazione rischia quindi di essere molto limitato, e i primi dati vanno in questa direzione. Nel primo giorno di applicazione l’impatto sulla media nazionale dei prezzi è stato minimo. Un intervento che raggiunge l’automobilista ma non il camion che porta le merci al supermercato, né il trattore che ara i campi in cui si coltivano gli ortaggi che consumiamo, ha un valore solamente simbolico e rafforza l’impressione di una misura pensata più per la demagogia che per contenere davvero il costo della vita.

Il calendario elettorale rende questa lettura ancora più plausibile. Manca circa un anno alle elezioni politiche, previste nel 2027, e il Governo sta preparando la legge di Bilancio. Il copione è chiaro. Il Governo, fiero paladino dell’austerità, è concentrato soprattutto a tenere in ordine i conti pubblici, non vuole fare nulla di strutturale per il potere d’acquisto delle famiglie. Anzi, sta riducendo anche gli aiuti già in vigore. Invece di intervenire di più, chiede aiuto alle grandi compagnie energetiche, con un appello partito direttamente da Palazzo Chigi. Del resto, nessuno ha toccato i loro guadagni straordinari di quest’anno, e un gesto in cambio era il minimo. Il Governo può così mostrare prezzi calmierati sulla benzina e il gasolio senza spendere un euro, ed Eni allontana qualsiasi ipotesi di una tassa sugli extraprofitti, a cui il Governo non ha comunque mai pensato davvero. Nel frattempo, i redditi delle famiglie languono, i salari restano al palo e l’inflazione continuerà a mordere il loro potere d’acquisto ancora nei prossimi mesi.

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Il pasticcio dell’accordo Usa / Venezuela

Oggi è molto difficile parlare della questione Venezuela. Come dichiara Luis Britto Garcia, scrittore e saggista venezuelano, ci sono molti elementi oscuri e notevoli contraddizioni. Si tratta di un vero pasticciaccio, se vogliamo ispirarci al titolo del famoso romanzo incompiuto di Carlo Emilio Gadda (Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, 1957). È disponibile un documento nel sito della Casa bianca, la dichiarazione di Delcy Rodrguez su Telegram e un documento molto breve nel sito del Ministero del Potere popolare delle relazioni internazionali.

Inoltre, nuove notizie arrivano ogni giorno: Alex Saab, diplomatico e funzionario insignito delle sue cariche da Nicolas Maduro, incarcerato negli Usa, si è riconosciuto colpevole e ha minacciato di svelare tutto quello che sa sulla presunta corruzione degli apparati del paese caraibico. Il Dipartimento di Stato Usa avrebbe ritirato l’accusa a Maduro di appartenenza al fantomatico Cartel de los Soles, Cilia Flores, moglie del presidente, avrebbe chiesto gli arresti domiciliari. Ovviamente l’opposizione chavista, sconcertata per non esser stata posta al comando, trova tutti i mezzi per riversare le peggiori accuse su tutti i dirigenti della Repubblica Bolivariana e rivendica la liberazione di altri prigionieri “politici”.

Prima di analizzare sia pure con cautela quello che ci è noto, si può dire che con il criminale sequestro di Maduro e il bombardamento di Caracas ('Operazione Absolute Resolve), gli Usa hanno rilanciato il loro controllo dell’emisfero occidentale, in particolare per l’acquisizione delle risorse, non solo energetiche, largamente presenti nel subcontinente latino-americano. Il petrolio venezuelano è molto denso ed è utilizzato per produrre il diesel ora scarso per la guerra in Ucraina e, soprattutto, per quella in Iran e le raffinerie situate lungo le coste del Golfo del Messico, ribattezzato dall’improbabile presidente Usa Golfo dell’America, sono tutte state costruite per raffinare il petrolio venezuelano.

Del resto, l’industria del petrolio del paese caraibico si è sviluppata in sintonia con le esigenze del sistema produttivo  della grande potenza, che ha riesumato con arroganza l’antica Dottrina Monroe e favorito insieme al sionismo la svolta a destra di molti paesi latino-americani.

In vista delle elezioni di medio termine e a causa del notevole calo della sua popolarità, Trump ha cercato senza successo di convincere Russia e Ucraina a non colpire le rispettive raffinerie e avrebbe addirittura chiesto alla Russia di vendergli il petrolio.

Andiamo per punti cercando di mettere ordine. L’accordo USA/Venezuela viola la convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, secondo la quale ogni accordo fatto sotto minaccia è nullo. E che ci siano state violenze e minacce è evidente e la stessa Delcy Rodriguez ha dichiarato di avere un pistola puntata alla tempia.

Secondo l’articolo 234 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela (1999)  Delcy non è più la presidente incaricata, carica prevista per sei mesi in caso di assenza del Presidente eletto. Pertanto, l’Assemblea nazionale dovrebbe intervenire e decidere come sostituirla. Trump ha affermato che non è il momento opportuno per celebrare elezioni, mentre alcuni congressisti democratici e repubblicani chiedono l’annullamento del trattato e il cambiamento della leadership venezuelana, accusando Trump addirittura di imperialismo. Inoltre, Delcy è stata nominata da un presidente considerato illegittimo dalla cosiddetta “comunità internazionale”.

Ma la questione della decadenza di Delcy dalla sua carica non è un problema oggi nel clima generale di violazione delle varie forme di diritto. Si pensi che anche Volodimir Zelensky è decaduto ormai da qualche anno e lo hanno sottolineato solo i russi.

Da tempo prima del sequestro di Maduro gli Usa avevano minacciato il Venezuela e non solo a parole: avevano dislocato la portaerei Gerald Ford nelle acque della Colombia e del Venezuela, azione cui il ministro della difesa Vladimir Padrino Lopez aveva risposto con la mobilitazione di 200.000 soldati e di armi, tra cui i lancia missili portatili venduti dalla Russia. Gli USA avevano anche bombardato barche di innocenti pescatori accusati senza prova alcuna di essere trafficanti di droga. 

Dopo l’intervento armato statunitense, nonostante il governo bolivariano avesse fatto appello alla calma, ci sono state varie proteste a Caracas e in altre città contro la criminale ingerenza, contro l’accordo energetico e contro l’arrivo degli israeliani dopo il terribile terremoto, che avrebbe provocato circa 6.000 morti. Alle proteste hanno partecipato una serie di movimenti ant-imperialisti, come il Movimiento Popular, Frente popular antimperialista, il Movimento di appoggio alla Palestina. I partecipanti avevano in mano la Costituzione bolivariana.  In queste manifestazioni sono intervenuti a Caracas noti personaggi della sinistra chavista come Oswaldo Rivero, Ernesto Segovia, Juan Contreras, Humberto Vargas, Wilmer Poleo, i quali sono accusati dall’attuale governo di essere dei corrotti e dei traditori, se non agenti della CIA.

Accanto alle proteste sono state organizzate dalla Chiesa cattolica marce religiose come la "Gran Peregrinación Unidos por una Venezuela sin Sanciones y en Paz" (Abril-Mayo 2026) e la Histórica "Marcha para Jesús 2026" (Agosto 2026), che pare non abbiano avuto molto seguito.

Un altro aspetto importante dell’ingarbugliata questione da esaminare è l’atteggiamento delle società petrolifere  verso l’accordo.

In un articolo del passato 15 settembre la BBC comunica che le più importanti compagnie petrolifere non partecipano all’accordo tra il Venezuela e gli Usa, non condividendo l’entusiasmo del Presidente Trump. L’accordo, annunciato alla fine di agosto, prevederebbe la cessione del controllo maggioritario agli Usa di 17 giacimenti, che produrrebbero 65 miliardi di barili, ossia il 21,5 delle riserve complessive di petrolio di proprietà del Venezuela, e rappresenterebbero il 141% delle riserve Usa.

Per quale ragione? Dopo anni di sanzioni contro il paese caraibico, l’infrastruttura estrattiva venezuelana è da ricostruire totalmente e inoltre la nuova attività produttiva ha bisogno di un complesso apparato logistico del tutto assente. Pertanto, per avviare le estrazioni petrolifere sarebbero necessari 100 miliardi di investimenti, che probabilmente darebbero frutti solo nel giro di 5/10 anni.

Inoltre, i dirigenti di queste compagnie si sono dimostrati preoccupati per le condizioni di instabilità politica e giuridica, in cui si trova attualmente il paese, il cui governo dei fratelli Rodriguez (Delcy e Jeorge, presidente dell’Assemblea) è attaccato sia da destra che da sinistra. Sinistra totalmente ignorata dai media dominanti, che si limitano a riferire le accuse dei sostenitori di Marina Corina Machado, i quali pretendono persino un cambio della Costituzione venezuelana. Del resto, Diosdato Cabello, ministro dell’interno, della giustizia e della pace, ha dichiarato che con l’accordo di 25 anni si arriveranno a produrre 6 milioni di barili al giorno e che è quanto la stessa destra auspicava.

E ciò è più che ovvio, dato che la legislazione venezuelana (in particolare la Costituzione che attribuisce la proprietà delle risorse alla Repubblica Bolivariana), non garantisce gli investimenti delle compagnie statunitensi, che in seguito alla politiche di Hugo Chavez affermano di aver diritto ad essere risarcite dal Venezuela per esser state espropriate. Per tranquillizzarle è stata approvata le nuova legge sugli idrocarburi e la nuova legge organica sulle miniere, e nel frattempo la OFAC del Dipartimento di Stato Usa ha cominciato a consentire alle società petrolifere del paese di lavorare in Venezuela.

Per ora solo Chevron, storicamente presente in Venezuela, ed ENI hanno firmato un accordo per lavorare in Joint Venture con PDVSA per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

Secondo analisti finanziari, pensando al futuro, JP Morgan intende lanciare Futures sui profitti che verranno.

Molti si chiederanno se questa deriva è inattesa e sorprendente. Ci limitiamo a registrare i fatti. Circa 7 mesi fa il già citato Jeorge Rodriguez ha rilasciato un’intervista, nella quale ammette che il socialismo è stato un fracaso per il Venezuela e che ora occorre volgersi verso il mercato. 

Delineato il complesso quadro d’insieme, esaminiamo nel dettaglio l’accordo. In primo luogo, occorre metter in luce una profonda discrepanza: Trump afferma che l’accordo dura 100 anni, la Rodriguez venticinque.

Nel dettaglio il trattato si baserebbe su Contratti di partecipazione produttiva tra PDVSA e l’impresa privata North American Blue Energy Partners (Nabep), di cui è proprietario  Alejandro Betancourt, accusato di riciclaggio di capitali in Svizzera e Spagna, ma che ora godrebbe della protezione di Marcos Rubio e di Trump. PDVA avrebbe in mano il 45% delle azioni, mentre Nabep il 55%, essendo il 35% di quest’ultima di proprietà del Pentagono, che avrebbe così ulteriore combustibile per alimentare le sue guerre. Un vero e proprio sistema di scatole cinesi. Betancourt ha anche ottenuto contratti per la costruzioni di centrali elettriche in Venezuela e avrebbe avuto rapporti con una banca russa sanzionata per la guerra in Ucraina. Come si è detto, l’accordo apporterebbe al paese 100 miliardi di dollari di investimenti, dai quali il Venezuela trarrebbe 209 miliardi di tasse.

Secondo calcoli approssimativi forniti dalla Rodriguez ciò significa che il Venezuela venderebbe il suo petrolio a 19 dollari al barile, producendo 1,5 milioni di barili al giorno, ma in realtà la verifica dei conti mostra che il costo del barile sarebbe solo di 3,22 dollari, quando il prezzo attuale sta superando i 100 dollari.

I critici da sinistra dell’attuale governo sostengono che la presidentessa ha impiegato gli stessi argomenti del governo di Rafael Caldera per giustificare l’apertura petrolifera: investimenti, infrastruttura, tecnologia. Ritengono anche che il trattato implica il ritorno del Venezuela alle condizioni coloniali imposte dalla dittatura di Juan Vicente Gómez, contro le quali il popolo organizzò lo storico sciopero petrolifero del 1936. E anche alla sottomissione agli Usa dato che il Venezuela ha riallacciato le relazioni con Israele ed ha anche abbandonato la Corte Penale Internazionale invisa alla ex grande potenza (sull’espansione di Israele in America Latina vedi qui).

Da ricordare anche che Cina e Russia avevano fatto importanti investimenti in Venezuela e che pertanto non hanno gradito l’accordo ed hanno rivendicato i loro diritti. Del resto, Trump ha giustificato il suo intervento proprio per scacciare i suoi più grandi nemici dalla antica riserva territoriale degli Usa.

Ho scritto che vi è in Venezuela un’opposizione da sinistra all’attuale governo, composta da importanti personaggi del chiavismo “originario”, intellettuali come Luis Garcia Britto, giornalisti e militanti come Mario Silva Garcia, fondatore del PSUV e costituente, ex ministri di Chavez come Rafael Ramirez, in capo al ministero del petrolio durante il governo Chavez, Elías Hawa, vicepresidente di Chávez tra il 2010 e il 2012, l’economista Francisco Rodriguez. Tutti questi e molti altri hanno giudicato l’accordo incostituzionale, lo hanno comparato al Fondo costituito dagli Usa per appropriarsi del petrolio iracheno e alla privatizzazioni avvenute in Russia negli anni ‘90  sotto la guida dei consiglieri americani . Hanno anche sottolineato che l’accordo avrebbe dovuto passare sotto il vaglio dell’Assemblea nazionale, come prevede l’articolo 150 della Costituzione, e che il fatidico 3 gennaio la difesa venezuelana era stata disattivata per consentire il rapimento di Maduro.

L’ultimo punto di questo intervento è tentare di rispondere alla giustificazione fatta da alcuni, secondo i quali il governo bolivariano non aveva altra scelta ed ha, pertanto, optato per il male minore, evitando ulteriori violenze e lo scoppio di una possibile guerra civile. A questa considerazione viene aggiunto che non possiamo comprendere, stando all'esterno, la situazione venezuelana, affermazione che se fosse valida ci impedirebbe di capire qualsiasi azione di cui non siamo i diretti protagonisti. In alcuni casi si citano anche i sacri testi marxisti per ribadire che esistono situazioni in cui occorrerebbe “sporcarsi le mani”, partendo dalla convinzione che ci sia una stretta somiglianza, tutta da dimostrare, tra il fatto contemporaneo e il fenomeno cui si riferiscono le osservazioni dei grandi politici del passato.

Per amore della completezza riferisco che i membri della “sinistra chavista”, oltre a lamentare la mancanza della radicalizzazione della Rivoluzione bolivariana e l’affidamento di alcune imprese espropriate (las comunas) a capitali privati e stranieri, dando impulso ad Alleanze strategiche per rilanciare la produzione, che hanno suscitato l’ostilità dei lavoratori, accusano l’attuale governo di essersi sottomesso agli Usa solo per gestire l’accordo e, quindi, per restare al potere.

Certamente nessuno può affermare che la situazione in cui si trova oggi il Venezuela non sia tragica, dove sembra mancare anche l’elettricità come a Cuba, e che scegliere cosa fare costituisce un’impresa ardua. Tuttavia, non posso fare a meno di sottolineare che l’accordo stipulato con gli Usa di Trump comporterà la spoliazione del paese e l’immiserimento della popolazione come hanno dimostrato non solo secoli di storia coloniale, ma tutta la politica economica dell’arrogante potenza verso il Sud globale e anche verso l’Europa (si pensi al Piano Marshall). Politica ben descritta nei suoi cinici dettagli da uno dei suoi stessi promotori, poi pentitosi, John Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia (2004).

Nel frattempo, Delcy è sbarcata a New York per partecipare all’81° Assemblea delle NU, e ristabilire relazioni con la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e per incontrare ancora una volta Donald Trump. Al contempo l’oro del Venezuela, depositato nelle casseforti della City di Londra, è giunto a New York a garanzia degli investimenti accordati.

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Spagna - A Madrid una marea umana contro gli sfratti e per una nuova politica sulle abitazioni

Una marea umana ha sfilato sabato 26 settembre per le strade di Madrid in risposta allo sfratto di Maricarmen, 87 anni, e per chiedere un radicale cambio di rotta sulle politiche abitative che ormai da quindici anni stanno martoriando la popolazione con sfratti, aumenti degli affitti, spadroneggiamento dei fondi immobiliari speculativi.

Dopo il corteo i manifestanti hanno dato vita ad una accampata con decine di tende. Rimarranno a Puerta del Sol almeno fino a martedì, quando il governo voterà sul decreto che dovrebbe limitare gli sfratti.

A innescare la mobilitazione è stata la vicenda di una donna di 87 sfrattata nel quartiere Retiro di Madrid.

Si tratta di Maricarmen che non ha nemmeno avuto il tempo di raccogliere le sue cose. Gli hanno dato un’ora per mettere in scatola i ricordi di una vita. Quando era arrivata nel quartiere di Retiro aveva 17 anni. Ora, a 87 anni, è stata costretta a lasciare quella che pensava sarebbe stata la sua ultima casa. E lo ha fatto nel modo peggiore possibile, ricoverata all’ospedale Gregorio Marañón, dopo essere stata sfrattata in modo vergognoso dalla polizia e dall’entourage giudiziario.

La sua casa è stata acquisita dal fondo Urbagestión nel 2018 per 200.000 euro. Fino a quando questa entità non è diventata la padrona della sua casa, Maricarmen aveva un vecchio contratto di affitto di 500 euro, che i nuovi proprietari intendevano aumentare a 1.600 euro. Un donatore anonimo si era offerto di pagare l’affitto, ma la proprietà si è rifiutata di negoziare.

Da quando questa donna ha reso nota la sua storia nell’ottobre 2025, è diventata un simbolo contro le speculazioni e gli sfratti.

Poco prima di mezzogiorno di mercoledì scorso, ha lasciato la casa su una barella ed è uscita in ambulanza. I manifestanti in attesa dietro il cordone della polizia non riuscivano a vederla, ma l’uscita del veicolo ha provocato un ultimo momento di rabbia e disperazione. Nel frattempo, da un lato della strada ci furono nuovamente degli scontri con gli agenti.

Durante lo sfratto un gruppo di cinquanta persone era riuscito a picchettare l’ingresso del palazzo, al di là del cordone di polizia stabilito mentre sono avvenuti scontri con i manifestanti nelle strade adiacenti con la denuncia di “uso eccessivo della forza” da parte della polizia.

Intorno alle undici del mattino la polizia antisommossa iniziò lo sfratto, rimuovendo, uno a uno, tutte le persone sedute davanti all’edificio. La maggior parte ha opposto resistenza passiva e hanno dovuto essere sollevati con la forza e trascinati a terra.

L’avvocata Alejandra Jacinto che ha potuto anche assistere allo sfratto nell’edificio di Maricarmen, ha denunciato come esso “È stato molto violento. La violenza della polizia era sproporzionata. Gli attivisti si comportavano pacificamente in ogni momento. È stata una resistenza totalmente passiva, semplicemente con cori di solidarietà a sostegno di Maricarmen e decine di poliziotti antisommossa sono apparsi e hanno iniziato a eliminare coloro che si stavano contorcendo a terra, molti dei quali hanno ferite, lividi e abrasioni”, ha raccontato a Público.

Dopo lo sfratto, il sindacato degli inquilini ha convocato una ondata di manifestazioni nelle principali città spagnole. Una delle più numerose si è svolto a Madrid davanti all’“Attico di Ayuso” (Ayuso è la sindaca di Madrid di centro-destra, ndr) complice dei fondi avvoltoio.

I sindacati degli inquilini “chiedono che il Decreto-Legge sull’Edilizia Abitativa venga sbloccato”, e i partecipanti hanno intonato slogan di condanna al grido di “vergogna” e “fondi avvoltoio fuori”, “L’attico per Maricarmen” e “Dimissioni di Ayuso”.

La manifestazione aveva poi raggiunto il Paseo de la Castellana, dove la polizia ha caricato i manifestanti.

La società che ha sfrattato Maricarmen è la Urbagestión Desarrollo e Inversión SL, ed è di proprietà di Ricardo Alonso Fernández e Fernando Alonso Fuentes, due avvocati registrati presso l’Ordine degli Avvocati di Madrid, che condividono un ufficio con l’indirizzo fiscale della società immobiliare al centro dell’indignazione dei cittadini per lo sfratto dell’anziana.

In Calle de Zurbano, nel quartiere di Chamberí e a pochi metri dal Paseo de la Castellana, si trova Neutra Abogados, la ditta dove, secondo il suo profilo Linkedin, Ricardo Alonso Fernández lavora dal 2010.

Tuttavia, negli ultimi anni l’attività di entrambi si è concentrata più sulla gestione immobiliare che sul diritto.

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Una sentenza “diplomatica” sul caso di Giulio Regeni

La Corte d’assise di Roma ha condannato a dieci anni in primo grado – ma solo per sequestro di persona – tre funzionari degli apparati di sicurezza egiziani. Un quarto imputato è stato assolto. L’omicidio di Giulio Regeni rimane dunque senza condanne.

Per un verso è un risultato importante, perché riconosce che ci sono state responsabilità dentro gli apparati statali egiziani, dall’altro “salva” i rapporti diplomatici ed economici con l’Egitto cavando dall’imbarazzo il governo italiano.

I colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati condannati a 10 anni di carcere per sequestro di persona aggravato, mentre il quarto imputato – il generale Tariq Sabir – è stato assolto. Tariq Sabir era accusato di aver ucciso materialmente Giulio Regeni ed era l’unico imputato per il reato di tortura. I tre condannati dovranno adesso risarcire la famiglia Regeni con 200mila euro e la presidenza del Consiglio con 150mila euro.

Le autorità del Cairo hanno ostacolato in ogni modo le indagini sull’omicidio di Giulio Regeni, arrivando anche a negare gli indirizzi degli imputati ai quali far giungere le comunicazioni giudiziarie per il processo.

Con questo dispositivo la sentenza non attribuisce al regime di al-Sisi la responsabilità di aver sequestrato e poi ucciso sotto tortura Giulio.

Questa impostazione, che salva le relazioni tra Italia ed Egitto, si evince chiaramente anche dal commento del ministro degli Esteri e vicepremier Tajani alla sentenza: “C’è stata una condanna, non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone. È stato deciso che sono colpevoli, vedremo quello che succederà in secondo e in terzo grado, però c’è stato un omicidio, quindi è stata una cosa non accettabile...”.

Lo scorso 3 settembre Tajani è stato in visita ufficiale al Cairo insieme ai ministri Pichetto Fratin e Calderone e oltre cento aziende italiane. “L’Egitto può contare sull’Italia”, ha dichiarato il governo italiano.

Eppure in Egitto le organizzazioni per i diritti umani continuano a documentare torture, sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie, vengono perseguitati giornalisti e oppositori politici, si reprime in ogni modo il dissenso. Ma gli affari e le relazioni diplomatiche tra l’Italia e l’Egitto vanno avanti, senza scrupoli.

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“Non votate a favore del Ddl Antisemitismo, no a legge bavaglio”

Le associazioni scrivono ai parlamentari.

Chi voterà a favore sarà responsabile davanti a elettorato e cittadini di voler impedire per legge la denuncia e le proteste contro i crimini commessi in Palestina. Il 2/10 nuovo sit-in a Montecitorio per il voto alla Camera. Decine di associazioni, sindacati, organizzazioni politiche hanno scritto una lettera aperta alle deputate e ai deputati.

“Gentili onerevoli, vi chiediamo una presa di posizione netta contro il disegno di legge sul contrasto all’antisemitismo, attualmente in discussione alla Camera, affinché non venga approvato un provvedimento gravemente lesivo delle libertà fondamentali”. Questo l’incipit di una lettera aperta alle deputate e ai deputati firmata dal Coordinamento del Comitato Promotore #NoDdl1004, che contro il ddl antisemitismo annuncia un nuovo sit-in a Montecitorio, a Roma, venerdì prossimo, 2 ottobre, in occasione del voto in Aula alla Camera, promosso dalle oltre 250 sigle aderenti all’appello e che sarà accompagnato da decine di iniziative in altre città d’Italia.

“Qualora venisse approvato questo Ddl, così come concepito finora, i deputati favorevoli si assumeranno una grave responsabilità non solo di fronte al loro elettorato, ma dinanzi a tutti i cittadini del Paese: quella di aver voluto oscurare per legge la denuncia e la legittima protesta per i crimini contro l’umanità, il genocidio che Israele continua a perpetrare contro la popolazione civile a Gaza e negli altri territori occupati della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Vi chiediamo pertanto di non approvare questo Ddl così come è attualmente formulato”.

“In Italia esistono già strumenti normativi efficaci, come la Legge Mancino (legge 25 giugno 1993, n. 205). Basterebbe garantirne l’applicazione: non serve una nuova legge. Opporsi a questa legge non significa affatto arretrare nella lotta all’antisemitismo; al contrario, significa ribadire una distinzione indispensabile tra razzismo antiebraico e dissenso politico, preservando lo spazio democratico necessario al confronto, alla solidarietà e alla difesa dei diritti umani universali. A sostegno di questa battaglia si è consolidata una rete ampia e plurale: mondo dell’informazione, università, scuola, sindacati, associazionismo e realtà per la tutela dei diritti umani”.

“In alternativa all’approccio IHRA, richiamiamo la scelta già compiuta dall’Ordine dei Giornalisti, che ha indicato nella Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo un riferimento equilibrato e rigoroso: uno strumento capace di contrastare efficacemente ogni espressione di odio verso gli ebrei senza compromettere la libertà di stampa, di ricerca e di critica politica. La democrazia e la denuncia dei crimini contro l’umanità, tanto in Palestina quanto in ogni altra parte del mondo, non si censurano”, concludono i firmatari della lettera aperta.

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Parata unionista di Portadown bloccata dalle proteste degli irlandesi repubblicani

Dopo 28 anni di interdizione ininterrotta, una decisione dell’Alta Corte del Regno Unito ha permesso all’Orange Order, storica organizzazione protestante e unionista, di percorrere Garvaghy Road, arteria a forte maggioranza cattolica e repubblicana della città di Portadown, in Irlande del Nord.

Il caso è diventato subito un termometro della politica britannica di portata molto più ampia rispetto alla dimensione della cittadina irlandese. Fin dalle prime luci dell’alba, i manifestanti repubblicani hanno presidiato in massa la via formando cordoni umani a braccetto, determinati a non consentire il transito della delegazione unionista nel proprio quartiere.

Consapevoli dell’elevato rischio di disordini, le autorità avevano vincolato la manifestazione, approvata per un vizio di forma, a restrizioni specifiche: solo 35 persone, il divieto totale di accompagnamento con bande musicali e la partenza fissata alle prime ore del mattino. Ma il tema non era di persone e decibel, bensì politico.

Centinaia di irlandesi hanno di fatto bloccato la strada e il transito dell’Orange Order. La vicenda ha assunto un peso significativo per la presenza nel presidio opposto agli unionisti di Michelle O’Neill, prima ministra dell’Irlanda del Nord ed esponente del partito repubblicano Sinn Féin.

O’Neill ha definito “vergognosa” la sentenza del tribunale che ha permesso una marcia “storicamente intrisa d’odio, violenza settaria e omicidi”. La scelta di passare attraverso le aree cattoliche risale alla metà degli anni Novanta, dopo il cessate il fuoco con l’IRA, quando l’Orange Order promuoveva questo percorso con un chiaro intento provocatorio, causando disordini e anche morti.

I partiti unionisti hanno accusato O’Neill di contravvenire ai propri doveri istituzionali e, di fronte all’inasprirsi dei toni, è intervenuto persino il primo ministro britannico Andy Burnham, rivolgendo un appello formale alla calma. La vicenda arriva inoltre in una fase molto complessa della vita politica delle isole britanniche.

I leader di Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno parlato di separarsi dal Regno Unito, mentre l’Irlanda del Nord è diventato anche il terreno su cui promuovere non solo retoriche unioniste ma anche razziste, finalizzate alla polarizzazione politica e alla crescita della fascistizzazione della società, esemplificata dai pogrom contro i migranti condotti a Belfast lo scorso giugno.

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29/09/2026

La leggendaria centrale della copertina di “Animals” diventa una sala da concerti

I Pink Floyd sono passati alla storia non solo per la loro musica, ma anche per aver trasformato le copertine dei loro dischi in una componente essenziale del proprio immaginario. Immagini enigmatiche, surreali, spesso prive persino del nome della band e del titolo dell’album, che hanno finito per diventare riconoscibili quanto le canzoni. Un ruolo decisivo lo ebbero Storm Thorgerson e Aubrey Powell con lo studio Hipgnosis, artefici di alcune delle cover più celebri del gruppo, dal prisma di “The Dark Side Of The Moon” all’uomo in fiamme di “Wish You Were Here”.

Poche immagini, tuttavia, hanno avuto la forza iconica della copertina di “Animals”: la sagoma monumentale della Battersea Power Station sotto un cielo plumbeo, con un maiale sospeso tra due delle quattro ciminiere. Ora, a quasi cinquant’anni dall’uscita del disco, quel luogo leggendario sta per rinsaldare ulteriormente il proprio legame con la musica: all’interno dell’ex-centrale londinese, infatti, è stato realizzato un nuovo spazio destinato ai concerti, l’Apple Music Hall.

La centrale sulle rive del Tamigi

Quando i Pink Floyd iniziarono a lavorare alla copertina di “Animals”, pubblicato nel gennaio 1977, collaboravano con Hipgnosis ormai da diversi anni. Thorgerson aveva inizialmente pensato a un’immagine legata all’idea dell’uomo che torna a essere animale: un bambino che sorprende i genitori mentre fanno l’amore e non riesce a comprendere se ciò che vede sia un gesto d’affetto o qualcosa di violento. Roger Waters aveva però in mente tutt’altro. Abitava non lontano dalla Battersea Power Station e conosceva bene quell’enorme costruzione industriale affacciata sul Tamigi. Fu lui a proporre di fotografarla facendo volare un maiale tra le ciminiere. Thorgerson giudicò inizialmente l’idea troppo semplice e poco misteriosa, ma alla fine fu la visione di Waters a imporsi.

La scelta del luogo contribuì enormemente alla forza dell’immagine. La Battersea Power Station era uno dei grandi simboli della Londra industriale: costruita in due fasi tra gli anni Trenta e Cinquanta, con la sua struttura in mattoni e le quattro gigantesche ciminiere bianche, era stata per decenni una delle centrali termoelettriche più importanti della capitale. Nel 1976 era ancora in funzione, anche se la sua prima sezione aveva già cessato l’attività. Il suo aspetto monumentale e insieme inquietante si adattava perfettamente alle idee portanti di “Animals”, album dominato da una visione cupa della società britannica. Waters aveva costruito i testi intorno a tre figure di animali – cani, maiali e pecore – utilizzate come rappresentazioni di differenti gruppi e comportamenti sociali, con un evidente richiamo alla tradizione allegorica della “Fattoria degli animali” di George Orwell.


Il giorno in cui il maiale volò davvero

Trasformare l’idea in una fotografia si rivelò molto più complicato del previsto. Per lo scatto venne realizzato un enorme maiale gonfiabile riempito di elio, lungo circa dodici metri e destinato a diventare famoso con il nome di Algie. Le riprese alla Battersea Power Station richiesero più giorni. Durante una delle sessioni, il maiale si liberò dai cavi che lo trattenevano e prese davvero il volo sopra Londra. La sua presenza nello spazio aereo provocò l’allarme delle autorità e problemi al traffico aereo, mentre Algie proseguiva indisturbato il proprio viaggio nel cielo inglese. Finì per atterrare in un campo nel Kent, spaventando – secondo uno dei racconti più celebri legati all’episodio – le mucche che vi pascolavano.

L’incidente regalò involontariamente ai Pink Floyd una formidabile pubblicità e trasformò la realizzazione della copertina in una storia quasi leggendaria. Ma rimaneva ancora un problema: ottenere la fotografia giusta. Quando finalmente fu possibile fotografare correttamente il maiale davanti alla centrale, il cielo era troppo limpido per l’atmosfera che il gruppo voleva associare al disco. La soluzione arrivò in fase di composizione: l’immagine di Algie venne sovrapposta a una fotografia della Battersea Power Station realizzata in precedenza, quando le nuvole rendevano il paesaggio molto più oscuro e minaccioso. La celeberrima copertina di “Animals”, dunque, non documenta un unico istante, ma nasce dall’unione di fotografie differenti.

Il risultato entrò immediatamente nell’iconografia dei Pink Floyd. Algie sopravvisse alla copertina e diventò uno dei simboli visivi della band, ricomparendo nei concerti e nelle scenografie degli anni successivi e accompagnando anche le successive carriere dei suoi componenti.

Da centrale elettrica a venue per i concerti

Nel frattempo anche la Battersea Power Station avrebbe vissuto una storia tormentata. La produzione di energia cessò definitivamente nel 1983 e per decenni l’enorme edificio rimase inutilizzato, mentre si susseguivano progetti di recupero mai portati a termine. La centrale, ormai indissolubilmente associata anche alla copertina dei Pink Floyd, era nel frattempo diventata uno degli edifici industriali più riconoscibili di Londra.
Dopo un gigantesco intervento di riqualificazione, Battersea è stata trasformata in un nuovo distretto residenziale e commerciale, conservando l’architettura esterna che l’aveva resa celebre. E ora la musica potrà entrare direttamente dentro l’edificio immortalato dai Pink Floyd. Apple ha infatti annunciato l’apertura dell’Apple Music Hall, una nuova sala da 600 posti realizzata all’interno della Battersea Power Station e pensata per ospitare concerti in una dimensione relativamente intima ma con dotazioni produttive da grande evento. Lo spazio dispone di un palco largo circa 11,5 metri, configurabile anche per esibizioni “in the round”, e di un sistema composto da 48 diffusori per l’audio spaziale. Sono inoltre presenti studi professionali per la registrazione e il missaggio multitraccia e un’infrastruttura predisposta per almeno 16 telecamere: i concerti potranno quindi essere registrati e trasmessi in streaming in tutto il mondo. Nel progetto sono stati conservati e richiamati diversi elementi architettonici della centrale, dai mattoni storici agli archi, ai balconi in bronzo.


Così un edificio che nel 1977 era diventato un caposaldo dell’iconografia del rock si prepara, quasi mezzo secolo dopo, a diventare davvero un luogo per la musica dal vivo. E sopra le sue quattro ciminiere annerite continuerà inevitabilmente ad aleggiare, almeno nell’immaginario collettivo, il maiale volante di “Animals”. 

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Una storia restaurata dell’antisionismo ebraico

Poche parole nella vita pubblica contemporanea hanno subito una censura così rapida e punitiva come “antisionismo”. Un tempo posizione politica controversa, dibattuta trasversalmente alle tradizioni religiose ed etiche ebraiche, ora giunge già condannata, trattata meno come un’idea storica e più come prova di contaminazione morale. Il termine non descrive più solo una posizione riguardante il nazionalismo o la statualità; è diventato uno strumento di preclusione, capace di ridurre distinzioni e storie a semplici accuse.

Questo crollo è avvenuto rapidamente. Nel dicembre 2023, meno di due mesi dopo gli attentati del 7 ottobre, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha votato con 311 voti a favore e 14 contrari una risoluzione che equipara antisionismo e antisemitismo. Questa risoluzione non è stata solo un tentativo di delegittimare la crescente ondata di proteste contro il Genocidio israeliano a Gaza. Insieme ai successivi interventi legislativi, ha servito a uno scopo più profondo: cancellare una lunga e radicata tradizione ebraica di opposizione al sionismo per motivi religiosi e politici.

“Antisionismo: Una Storia Ebraica” di Benjamin Moser si propone di recuperare quella tradizione. Biografo vincitore del Premio Pulitzer, Moser ha dedicato la sua carriera a riabilitare figure vissute ai margini di ciò che le istituzioni erano disposte a riconoscere, tra cui la critica americana Susan Sontag nelle sue contraddizioni e la scrittrice brasiliana Clarice Lispector nella sua eccentricità. Porta qui lo stesso istinto, in un ambito della storia intellettuale ebraica che altri avevano a lungo dichiarato chiuso.

Ciò che la biografia insegna, forse, è che una vita raccontata nella sua interezza presenta un argomento più profondo di qualsiasi polemica. Una tesi può essere confutata. Una persona, se vista con autenticità, tende a persistere.

Ciascuno dei 12 capitoli del libro è dedicato a un diverso mondo di opposizione: un rabbino polacco il cui pacifismo è emerso dallo studio della Torah; un ministro del governo britannico la cui obiezione al Sionismo era fondamentalmente patriottica; un poeta olandese arrivato a Gerusalemme come Sionista e partito come qualcosa che i Sionisti ritennero imperdonabile; un comunista egiziano che scrisse, in arabo e sotto pseudonimo arabo, la più preveggente denuncia del Sionismo prima della Nakba; un rabbino riformato americano che guidò un movimento nazionale contro il Sionismo finché, quando le pressioni si fecero sentire e la situazione cambiò, non ritrattò; uno storico radicalizzato dai suoi stessi archivi.

I restanti sei non sono meno diversi: un filosofo il cui libro fu attaccato da una campagna che raggiunse i più alti livelli del potere israeliano; un poliedrico intellettuale francese che definì la struttura coloniale del Sionismo prima ancora che il vocabolario per definirla si fosse consolidato; un’avvocata israeliana di origine polacca che chiuse il suo studio piuttosto che fungere da facciata democratica per un sistema antidemocratico; una giornalista Sefardita brasiliana che lavorò dal Cairo durante la guerra del 1973 nascondendo la sua origine ebraica; un comunista sudafricano che da ragazzo piantò alberi su un villaggio palestinese raso al suolo e trascorse la vita a riflettere sul suo gesto; e un fotografo guidato da un’etica di testimonianza.

Questa è la forza morale della scelta del ritratto rispetto alla polemica. Il metodo di Moser funziona per accumulazione: ogni vita dimostra che la tradizione esisteva, che era seria e che la sua soppressione non era mai stata inevitabile. Ma il ritratto ha i suoi limiti. I dissidenti possono essere reinseriti nella storia più facilmente dei palestinesi, la cui espropriazione ha dato urgenza al loro dissenso.

Il costo del dissenso

Nessuna delle dodici figure giunge alla stessa conclusione percorrendo la stessa strada. Moser non si sforza di unificarle in un unico movimento, perché non lo costituivano. Erano sparse tra continenti e lingue diverse, in gran parte ignare l’una dell’altra, ognuna giunta indipendentemente a opporsi a un progetto che riconosceva, dal proprio punto di vista, come un errore morale. Ciò che le accomuna è un costo, e questo costo è il vero tema del libro.

Il costo più inequivocabile è quello di Jacob Israël de Haan: un uomo colpito da tre proiettili in via Jaffa a Gerusalemme il 30 giugno 1924, mentre usciva dalla preghiera serale. Il suo assassino fu Avraham Tehomi, un agente dell’Haganah che agiva sotto l’autorizzazione di Yitzhak Ben-Zvi. Nessuno fu mai assicurato alla giustizia. Ben-Zvi divenne il secondo Presidente dello Stato di Israele. Tehomi trascorse gran parte del resto della sua vita a Los Angeles.

De Haan era arrivato a Gerusalemme come Sionista, un poeta ebreo olandese di notevole fama, animato dalla romantica convinzione che la terra potesse essere riconquistata senza che nessuno subisse torti. Ciò che trovò lo disilluse quasi immediatamente. Imparò l’arabo, visitò i villaggi arabi e gradualmente giunse a comprendere ciò che i coloni non sapevano né volevano sapere delle persone che già vivevano nel Paese che erano venuti a rivendicare.

Questa consapevolezza lo rese pericoloso. Scrisse ciò che vedeva su giornali olandesi con lettori internazionali; le sue opinioni erano ampiamente condivise tra le comunità ortodosse che rappresentava e non fecero altro che rafforzare le loro convinzioni. Tehomi lo trovò fuori dalla sua sinagoga e gli lanciò un avvertimento, ma de Haan non smise di scrivere. Poco prima che de Haan si imbarcasse per l’Inghilterra, Tehomi tornò alla sinagoga e gli sparò mentre usciva dalle preghiere serali.

Moser non fa di de Haan un martire in senso sentimentale. Ci mostra invece un uomo devoto e coraggioso, di autentiche contraddizioni: un ebreo ortodosso omosessuale la cui disponibilità a guardare in faccia ciò che stava realmente accadendo in Palestina fu considerata dalla dirigenza Sionista un crimine che richiedeva una soluzione definitiva.

Moser scrive che le “Quatraine”, la raccolta di brevi poesie di De Haan che “drammatizzavano la lotta tra anima e corpo”, furono pubblicate ad Amsterdam poco dopo la sua morte e “acclamate come una delle più sublimi conquiste nella storia della poesia olandese”. Chi deteneva il potere si rifiutò di rivelare cosa gli fosse stato fatto.

La persecuzione subita da Hannah Arendt fu di tutt’altro genere; lei sopravvisse. Ma la campagna scatenata contro di lei non fu meno organizzata e raggiunse, in ultima analisi, i più alti livelli del potere israeliano. Quando “Eichmann a Gerusalemme” fu pubblicato nel 1963, la reazione ignorò completamente il dissenso: si trattò di uno sforzo coordinato per garantire che ciò che Arendt aveva effettivamente scritto venisse sostituito, nell’immaginario collettivo, da una versione inventata e facilmente confutabile.

Fu accusata di aver affermato che gli ebrei avevano cospirato per il proprio Sterminio. La Lega Anti-Diffamazione guidò l’attacco, diffondendo un riassunto di cinque frasi che dipingeva Arendt come colei che incolpava gli ebrei della propria distruzione, un’accusa che fu presto ripresa in tutti gli Stati Uniti. Moser osserva inoltre che Siegfried Moses, un alto funzionario del governo israeliano, si recò personalmente da lei per chiederle di bloccare la pubblicazione del libro, e Arendt apprese da altre fonti israeliane che lo stesso Primo Ministro David Ben-Gurion era intervenuto.

“L’immagine che avevano creato era quella di un libro malvagio”, scrisse; “ora dovevano dimostrare che era stato scritto da una persona malvagia”.

Ciò che la campagna non poteva sopportare, e sapeva di non poter sopportare, era un’analisi onesta non solo dei legami storici tra Sionismo e nazionalsocialismo nell’Accordo di Ha’avara, ma anche degli scopi a cui veniva strumentalizzato il processo Eichmann: uno Stato che aveva iniziato a trasformare la memoria degli assassinati in moneta politica. La sostanza non venne mai affrontata. Il clamore fu sufficiente.

Felicia Langer trascorse 22 anni cercando di usare il sistema legale israeliano per difendere i palestinesi Sotto Occupazione, perdendo la maggior parte delle sue cause, vincendone qualcuna e giungendo infine alla conclusione che il suo stesso lavoro era diventato una forma di collaborazione. Il sistema aveva bisogno di lei: un’avvocata ebrea-israeliana che rappresentava clienti arabi conferiva all’apparato della giustizia militare un’apparenza di equità che altrimenti non avrebbe potuto avere.

Quando chiuse definitivamente il suo studio nel 1990, dall’esterno sembrò una sconfitta. In realtà, si trattava di un rifiuto di fungere da alibi. A quel punto, decenni di ostilità avevano lasciato il segno. Come scrive Moser, era stata “derisa dalla stampa e le veniva sputato addosso per strada”. Giunse a credere che persino i suoi clienti palestinesi venissero puniti più severamente per essere rappresentati da lei.

Dopo aver lasciato Israele, si trasferì in Germania, dove viveva suo figlio, e si stabilì a Tubinga. Moser sottolinea l’amaro simbolismo di questa scelta: era “una dichiarazione di maggiore libertà in quanto donna ebrea in Germania che nel cosiddetto Stato Ebraico”.

Da ragazzo, Ronnie Kasrils piantava alberi. Aveva dieci anni, era un giovane Sionista entusiasta di Yeoville, Johannesburg, che raccoglieva monete per il Fondo Nazionale Ebraico, incorniciava i certificati delle sue donazioni e li appendeva nella sua camera da letto. Gli alberi venivano piantati in Israele, in una foresta il cui scopo, come apprese in seguito, era quello di ricoprire le rovine del villaggio palestinese di Lubya, i cui abitanti erano stati cacciati nel 1948.

L’antisionismo di Kasrils nacque dalla lotta che aveva già plasmato la sua vita. Sharpeville lo spinse ad aderire all’African National Congress (Congresso Nazionale Africano) e alla lotta contro l’Apartheid; in esilio, vide Israele intensificare i suoi rapporti con il Regime sudafricano, un legame che, secondo Moser, rafforzò la sua opposizione al Sionismo.

Dopo la caduta dell’Apartheid, comprese sempre più la Palestina attraverso l’esperienza politica che lo aveva formato. Nel 2001, scrisse una “Dichiarazione di coscienza dei sudafricani di origine ebraica”. Sei anni dopo, in un opuscolo dell’African National Congress, paragonò l’espropriazione dei palestinesi ai Bantustan (enclavi ghetto) sudafricani e sostenne che la lezione del Sudafrica era che popoli diversi potevano convivere in uno Stato democratico.

La sua risposta ebbe un prezzo: un portavoce della Federazione Sionista mise in dubbio che fosse “un vero ebreo”; fu citato in giudizio per aver paragonato gli israeliani ebrei ai Nazisti; e, quando lasciò il governo, scrive Moser, Kasrils era diventato persona non grata tra molti ebrei.

Ciò che accomuna queste quattro vite è la riluttanza a distogliere lo sguardo da ciò che stava realmente accadendo, qualunque costo personale tale chiarezza richiedesse. La tradizione che Moser sta recuperando non era quella di un dissenso accomodante. Pagarono per aver dato un nome a ciò che osservavano, ma non smisero mai di farlo.

Due eredità inconciliabili

Prima dei 12 ritratti, l’introduzione di Moser al libro inizia con un’eredità: la copia degli scritti completi di Herzl appartenuta a suo nonno, un pesante volume blu trasportato da Breslavia attraverso l’oceano fino a Houston. Moser lo descrive come un talismano, qualcosa che ha conservato per decenni senza leggerlo completamente. Quando finalmente lo lesse, ciò che vi trovò lo inorridiva: Herzl come un antisemita e un megalomane, un uomo per il quale i palestinesi semplicemente non esistevano. L’eredità rimase. Ciò che cambiò fu il significato del possederla.

“Antisionismo: Una Storia Ebraica” è insolitamente chiaro sui propri limiti. Moser lo afferma senza mezzi termini nell’introduzione: “Sebbene questo libro tratti necessariamente di ebrei, esiste solo grazie ai palestinesi”. A conclusione dell’introduzione, egli esprime la speranza che coloro che si avvicinano a questa tradizione “si liberino del solipsismo che è sempre stato un difetto degli ebrei” e mettano “le vere vittime del Sionismo, il popolo palestinese, al centro di tutto ciò che fanno”.

Queste non sono frasi pronunciate a caso. Segnano, con una certa precisione, il confine esterno del progetto di Moser. Un recupero della coscienza ebraica, per quanto approfondito e moralmente serio, si rivolge principalmente alla comunità la cui coscienza viene recuperata. Il suo pubblico è costituito soprattutto da coloro che avevano bisogno di ricordare che l’opposizione al Sionismo è nata all’interno della vita intellettuale e spirituale ebraica. Quest’opera è importante. Per sua natura, proviene da una direzione.

Ciò che il metodo di Moser non può fornire è la prospettiva dall’altra direzione: la vita che ha portato in grembo ciò a cui quelle 12 coscienze si sono opposte. Le figure in questo libro erano, per la maggior parte, testimoni dell’espropriazione palestinese piuttosto che suoi eredi. Hanno visto chiaramente e hanno pagato per aver parlato, mentre l’espropriazione continuava. La loro opposizione era reale. La sua insufficienza appartiene alla stessa storia. I due fatti coesistono come una diagnosi corretta coesiste con una morte che non ha potuto impedire.

C’è una sorta di consolazione morale che il libro, a suo merito, si astiene dall’offrire in modo troppo esplicito. Si potrebbe dire che la resistenza ebraica al Sionismo porta in sé il seme di un futuro diverso. Forse. Ma la consolazione tende a favorire chi la riceve, e la questione di cosa significhi questa tradizione ritrovata per coloro che hanno perso le proprie case mentre veniva soppressa è un interrogativo che il libro può affrontare, ma non risolvere.

Leggere il libro di Moser come scrittore palestinese significa percepire, a tratti, la particolare estraneità di essere oggetto di una conversazione condotta in gran parte senza di te. La coscienza ritrovata è autentica, e il prezzo pagato da coloro che l’hanno preservata non dovrebbe essere minimizzato. Eppure le case in cui vivevano i miei nonni furono svuotate negli stessi decenni in cui questi dissidenti discutevano e perdevano, e le case non poterono attendere che la questione si risolvesse prima di essere occupate.

Mia nonna Rabiha Dajani fondò la sezione femminile di Radio Al-Quds e fu tra le prime conduttrici arabe. La sua voce risuonava in una Palestina che ancora esisteva come luogo coeso, un Paese con un servizio di radiodiffusione e un poeta nazionale, la cui vita musicale era così importante da richiedere un vicedirettore. Mio nonno Yahya al-Lababidi ricopriva quella carica presso il Servizio di Radiodiffusione Palestinese a Gerusalemme e collaborò con Ibrahim Tuqan, le cui poesie divennero i canti di un popolo che cercava di rimanere unito sotto un’immensa pressione.

Nel 1948, mia nonna fu costretta a lasciare la sua casa sotto la minaccia delle armi. Il servizio radiotelevisivo fu sciolto, l’archivio musicale disperso. Quella che era stata una vita immersa in una cultura continua divenne, in un attimo, il primo capitolo di un esilio che non si è ancora concluso.

L’eredità di Moser è un libro conservato al di là dei confini e delle generazioni, leggibile ma moralmente trasformato dalla lettura. La mia è una Patria che non è sopravvissuta a quegli anni: una voce spezzata, un archivio disperso, una casa lasciata nella speranza di un ritorno. Queste due eredità sono ciò che il libro custodisce senza riuscire a conciliarle: il volume blu di Herzl e il silenzio dove un tempo risuonava Radio Al-Quds. Entrambe sono reali. Solo una può essere tramandata.

Insistendo su un'alternativa

Prima di Herzl, la prima pagina del libro di Moser offre una dedica: “Al popolo palestinese”. Segue una preghiera tratta dalla liturgia bizantina: “Concedi loro la Patria che desiderano, / e rendili di nuovo cittadini del Paradiso”.

Leggere questo libro come chiede di essere letto, rivolgendosi a coloro la cui perdita è la premessa silenziosa di quasi ogni vita al suo interno, significa iniziare a comprendere ciò che questa ricostruzione realizza e ciò che non può raggiungere. Le perdite subite dalla mia famiglia non sono state un’eccezione. Sono le perdite comuni, quelle che i dissidenti di Moser cercavano di impedire senza riuscirci, quelle a cui la dedica si rivolge con una preghiera priva di intenti politici, ma che esprime solo la più antica richiesta umana: Concedi loro la Patria che desiderano.

Nella ricostruzione storica di Moser ricorre una frase ebraica: “Ein breira”, ovvero “Non c’è alternativa”. Era la logica che sottendeva le espropriazioni, le guerre e i negoziati rifiutati, logica che le prove d’archivio hanno ormai reso inconfutabile. Jabotinsky ne espresse la schiettezza, più dura e iniziale: la popolazione araba avrebbe resistito, ammetteva, ne aveva tutto il diritto, e avrebbe dovuto essere piegata con la forza prima che si potesse giungere a un qualsiasi compromesso. Nessuna alternativa. Come se la storia si fosse ristretta a un unico corridoio e le persone che già vi abitavano fossero semplicemente d’intralcio.

Ciò che la coscienza dei dissidenti non poté modificare fu questa restrizione. Aaron Samuel Tamares la predisse in Polonia prima del 1905. Edwin Montagu la avvertì a Whitehall (il principale centro del governo del Regno Unito) nel 1917. Ahmad Sadiq Saad la documentò al Cairo nel 1947, un anno prima della Nakba che il suo libro, nella sua terribile precisione, aveva predetto. Gli avvertimenti si accumularono. La documentazione della loro accuratezza è ora estesa, conservata negli archivi che Moser ha consultato e nei libri che i Nuovi Storici di Israele hanno scritto a partire da essi. La storia non fu nascosta, ma soppressa.

Il recupero di questa storia non esaudisce la preghiera che Moser rivolge. Sa che è insufficiente: non può restituire ciò che è stato tolto. Non può riportare in onda una trasmissione. Non può ricostituire l’archivio di un compositore. Non può ricondurre un’anziana signora alla casa che aveva lasciato credendo di potervi tornare dopo poche settimane.

Ciò che può fare, e che il libro di Moser fa davvero, è ripristinare una genealogia morale, la consapevolezza che l’opposizione ebraica al Sionismo era possibile e costosa. Significa affermare che esisteva un’alternativa: una tradizione che include Tamares, Arendt, Langer e Kasrils, persone di spessore che hanno riconosciuto e contrastato la Cancellazione della storia palestinese.

Verso il termine del suo capitolo finale, Moser scrive una frase che potrebbe fungere da seconda dedica del libro: “Sentiamo la nostra determinazione rafforzarsi. Sentiamo i legami sempre più forti che ci uniscono gli uni agli altri e al popolo palestinese che soffre così tanto in nostro nome”. È scritta in prima persona plurale, il noi degli antisionisti ebrei, di coloro che si sono ritrovati nel corso dei decenni di repressione che questo libro ricostruisce. La sofferenza, riconosce, è inflitta in loro nome. La determinazione, da offrire in cambio, spetta a loro.

Il resoconto è onesto perché non pretende mai di essere una soluzione. Un libro che si concludesse con la fiducia nella propria autosufficienza avrebbe tradito la preghiera con cui si apre. Invece, “Antisionismo: Una Storia Ebraica” si chiude come inizia, nella consapevolezza di una distanza che non può colmare, verso un popolo che può nominare ma non restituire.

“Concedi loro la Patria che desiderano, / e rendili di nuovo cittadini del Paradiso”.

Di nuovo. La parola racchiude tutto. Di nuovo, come ritorno. Di nuovo, come restaurazione. Di nuovo, come riconoscimento che qualcosa è stato tolto a chi lo possedeva, e che ciò che è stato tolto ha un nome, e che quel nome viene ancora pronunciato, in arabo e in esilio, con una nostalgia che non ha alcun programma politico alle spalle e non ne richiede alcuno. È la richiesta più antica, e ancora attende.

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Affoga nel ridicolo “l’attentato” alla base aerea inglese

L’allarmismo guerrafondaio ha superato da tempo i confini del ridicolo, ma i britannici hanno deciso di alzare il livello fino a superare i Monty Pyton nel capolavoro Brian di Nazareth.

La notizia del presunto attentato alla base aerea di Fairford, nel sud dell’Inghilterra, vicino Oxford, era sembrata da subito piuttosto stramba. Per le modalità, se non altro, perché in una guerra sporchissima come quella che Usa, Israele e Nato stanno conducendo contro l’Iran (e la Russia) una risposta “asimmetrica” ci può anche stare.

I sospetti erano altrettanto logici, visto che negli ultimi mesi non passa giorno senza che venga lanciato un allarme sui “droni russi” che poi si rivelano ucraini, stormi di uccelli, oppure su “disturbi elettronici” ascrivibili d’ufficio a qualche “guerra ibrida”.

Però neanche noi, notoriamente scettici su certe cose, potevamo immaginare una pochade così mal congegnata. E dire che tutto doveva sembrare credibile – anche allo sguardo più diffidente – grazie al fatto che comunque c’erano stati ben cinque arresti. La testimonianza di una “agricoltrice” – l’impagabile sforzo politically correct dei media importanti – prontamente protetta dall’anonimato sembrava in un primo momento vaga ma plausibile.

Poi la narrazione ha preso la via della catastrofe. I cinque arrestati sono risultati giovani londinesi tra 23 e i 25 anni, non pregiudicati né noti “estremisti”.

I media hanno subito provato a correggere il tiro senza cambiare bersaglio (“C’è dietro l’Iran”, o “forse la Russia”), spiegando agli ignari spettatori che “spesso le dittature si servono di manovalanza locale per condurre azioni di guerra ibrida”. In pratica quel che l’Occidente fa in modo più professionale per provocare “rivoluzioni colorate”...

Col passare delle ore è crollato tutto. I cinque giovani sono stati scarcerati dopo neanche 24 ore. E non si può neanche dire che sia intervenuto l’antico habeas corpus del diritto liberale inglese (“restar libero fino al processo”), perché è una consuetudine seppellita da tempo.

Per fare giusto un esempio: gli attivisti di Palestin Action, un’associazione contro il genocidio che pratica anche l’“azione diretta” ma pacifica (blocco di alcune aziende che fabbricano armi per Israele, o direttamente contro aziende militari israeliane come Elbit System) vengono arrestati e tenuti in carcere molto a lungo. Ed anche i manifestanti che chiedono la loro liberazione (proprio ieri, guarda caso, sono finiti in guardina 50 partecipanti ad un presidio fuori da una convegno del Partito Laburista, a Liverpool).

Gli autori di una azione a Filton, nell’agosto del 2024, con danneggiamento di materiale, sono stati tenuti prigionieri per oltre 18 mesi prima di essere processati, assolti in primo grado e poi condannati in appello.

Dunque, se i cinque di Fairford sono stati scarcerati subito vuol serenamente dire che non stavano facendo nulla. Anche il “grande quantitativo di esplosivi” è sparito nel nulla. Restano tra le frasche i tre furgoni bianchi, di incerta proprietà ed utilizzo.

Naturalmente, per cercare di continuare a sostenere l’ipotesi di “Attentato! Attentato!” la polizia britannica ha spiegato che sono in corso verifiche e interrogatori approfonditi, ma che questo “non significa che l’inchiesta sia chiusa”. I cinque, accusati di sospetta “pianificazione di un attacco terroristico”, restano sottoposti a “severe restrizioni nei movimenti o contatti con altri”. Ma se ci fosse stato davvero anche un solo grammo di esplosivo restavano dentro anni...

Anche la povera “agricoltrice” ci ha messo del suo (se davvero esiste e non è solo un avatar per giornalisti creduloni). Racconta di aver visto nella notte e in piena campagna “Un folto gruppo di uomini incappucciati”, il che appare quanto meno insensato per dei “terroristi” che di solito cercano di non farsi notare.

Subito dopo aggiunge che “Quando mi hanno visto sono scappati”, il che – altrettanto – stona parecchio con la condotta di chi va ad attaccare nientemeno che una base della Raf da cui partono i bombardieri Usa diretti in Iran.

La comica prende il sopravvento quando rivela che “Ho chiamato immediatamente il ministero della difesa”, mentre qualsiasi cittadino – se proprio decide di far qualcosa – normalmente chiama la polizia, che poi avvertirà chi di dovere.

Fino allo straordinario “Nel giro di 10 minuti il villaggio pullulava di agenti armati”, come se le forze speciali di sua maestà non facessero altro che precipitarsi ad ogni telefonata di sconosciuti nella notte.

Non poteva mancare l’idiota di turno – Nigel Farage – che, fidandosi (unico al mondo!) di quel che dice Trump (“Li seguivamo da tempo, è stata un’operazione eccezionale”) si era precipitato scrivere sui social che i cinque arrestati erano “cittadini iraniani”. Post poi cancellato e ridotto a “enorme problema di sicurezza nazionale”.

Più sobria e vagamente ironica la risposta iraniana che, oltre a smentire qualsiasi rapporto con la vicenda, ha minacciato di far causa nel tribunali inglesi contro il governo britannico, i media e quant’altro. Non sappiamo ancora con quale accusa, ma ci sembra plausibile che possa essere per “circonvenzione di incapace”.

Ovvero il popolo britannico, da cui si salvano certamente i solidali con Palestine Action...

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Svizzera - Vince il no al referendum: rimane la neutralità filo-europeista

Il 27 settembre si è svolto, in Svizzera, il referendum sulla neutralità del paese. Il verdetto delle urne ha visto una netta vittoria del “no”, contro le richieste fatte dal comitato promotore del voto e in linea con le raccomandazioni del Consiglio federale e del Parlamento. In uno scenario di partecipazione comunque deludente che, anche nei cantoni elvetici, denota un forte scollamento tra cittadini e classe dirigente.

Con un’affluenza (fisica o con voto per corrispondenza) che si è fermata al 47%, il “no” si è attestato al 70,15%. Il quesito denominato “Iniziativa sulla neutralità” (ve n’era anche un altro su temi alimentari) chiedeva l’iscrizione nella Costituzione di una formulazione più precisa della neutralità svizzera, che ad oggi lascia spazi “interpretativi” dei margini entro cui essa si esercita.

Per questo, il voto referendario ha rappresentato non tanto un dibattito sull’ordinamento interno, quanto piuttosto un duro scontro politico sull’allineamento strategico del paese, e il “no” segnala la sua adesione alla deriva guerrafondaia unioneuropeista, seppur nelle specifiche forme elvetiche. Oltre che, ovviamente, un confronto tra varie forze politiche del paese.

Nei fatti, la modifica sostanziale della Costituzione riguardava l’introduzione della frase che avrebbe impegnato la Svizzera a non adottare “misure coercitive non militari nei confronti di Stati belligeranti”, tolti i provvedimenti delle Nazioni Unite. Il vero oggetto del voto è stato, in sostanza, l’implementazione di sanzioni come quelle che sono già state comminate alla Russia.

La contrarietà alla cosiddetta “Iniziativa sulla neutralità” è stata presentata come un’opzione di concretezza rispetto ai margini da tenere nell’applicazione effettiva della posizione di neutralità, compresa la cooperazione di sicurezza con i “vicini”. Il “sì” al referendum avrebbe pure impedito di continuare la collaborazione e le esercitazioni congiunte intraprese da tre decenni con la NATO.

Dietro le retoriche usate dai fautori del “no”, la battaglia referendaria è apparsa sin da subito consumarsi intorno all’allineamento elvetico sulle faglie della “guerra mondiale a pezzi” che viviamo, e sull’adesione sempre più spinta della Svizzera alla deriva guerrafondaia occidentale.

Il referendum è stato promosso dall’organizzazione Pro Svizzera, di chiaro stampo nazionalista, ed è stato sostenuto anche dall’Unione Democratica di Centro (UDC), la principale forza conservatrice elvetica. Hanno avuto gioco facile dunque i filo-europeisti e filo-atlantisti a presentare il “no” sia come una battaglia contro le destre sia come un atto di resistenza all’ennesimo tentantivo di interferenza nel paese da parte di agenti stranieri, leggasi russi.

Ma i quesiti referendari, come da sempre succede pure nel nostro paese, avevano ricevuto sostegno anche da forze molto lontane nello spettro politico, proprio perché il nodo era la modifica della carta fondamentale di tutta la comunità politica, e l’interpretazione da dare agli impegni costituzionali presi da Berna nell’arena internazionale.

Bisogna evidenziare che molti commentatori elvetici hanno espresso preoccupazione per lo smantellamento del regime sanzionatorio adottato contro Mosca, che avrebbe invogliato i capitali russi a trasferirsi verso la Svizzera per eludere le misure adottate da altri stati, con il rischio di subire poi contromisure punitive da parte dei partner occidentali.

Oltre a palesare la leva di potere mossa dalle potenze occidentali, è proprio questo genere di ricatto unilaterale che una vera neutralità dovrebbe disinnescare. Paradossalmente, l’iniziativa promossa da Pro Svizzera, da sempre contraria al “centralismo da parte delle organizzazioni internazionali” (si legge sul suo sito), avrebbe favorito la “centralità” dell’ONU quale unico tutore del diritto internazionale, squalificando le misure sanzionatorie unilaterali occidentali, costruite per uccidere più che per dissuadere.

Durante la campagna referendaria, il capo del Dipartimento federale degli affari esteri, Ignazio Cassis, aveva ribadito che la neutralità elvetica non era mai stato un dogma statico: “neutralità non significa che la Svizzera debba voltarsi dall’altra parte quando si verifica una palese violazione delle regole internazionali”.

Proprio Cassis, nel febbraio scorso, è stato al centro della denuncia di 25 avvocati che hanno sporto denuncia presso la Corte Penale Internazionale per la complicità elvetica in crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio nella Striscia di Gaza. Un doppio standard a cui siamo, purtroppo, abituati fino alla nausea, e che non risparmia la “neutralità” svizzera.

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Iraq - Prosegue il disarmo del PKK, rinviato quello delle milizie sciite

Continuano, in Iraq, le trattative per accentrare tutte le armi nelle mani dello stato centrale, sotto la pressione principalmente di Turchia e USA, interessate rispettivamente al disarmo del PKK e delle milizie sciite dell’Asse della Resistenza.

Inizialmente il primo ministro Zaidi aveva posto come data inderogabile per portare a termine il processo il 30 settembre, alla scadenza della quale chi non si fosse allineato sarebbe stato colpito dalle leggi “antiterrorismo”.

Successivamente al diniego di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah, le milizie filoiraniane più potenti e da più tempo operative contro l’occupazione statunitense, Zaidi si è rassegnato a trattare, ponendo una nuova deadline al 30 giugno 2027.

Nel piano elaborato dal Primo Ministro, prima dell’inizio della consegna delle armi pesanti, ci sarà un periodo di 90 giorni di tregua totale fra le milizie sciite e gli USA. Successivamente, arriverà un graduale disarmo, mentre i miliziani continueranno tutti a far parte, a titolo individuale, delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), ovvero l’ombrello legale che già oggi pone le milizie formalmente sotto l’egida del Ministero della Difesa.

Non si tratta di una distinzione solo formale, anche perché ad essere designate come “organizzazioni terroristiche” da vari paesi non sono le PMF in quanto tali, bensì le singole sigle. Saranno queste ultime a dover smantellare le strutture e le catene di comando interne.

Dagli incontri avuti a margine dell’Assemblea ONU, gli USA sembrano aver apparentemente dato il via libera al piano di Zaidi. Da parte sua, nemmeno l’Iran sembra voler porre ostacoli significativi all’integrazione formale sotto l’ombrello delle PMF.

Il punto vero, ovviamente, è la direzione politica verso cui va il processo, ovvero se va verso un indebolimento dell’Asse della Resistenza in Iraq o la sua istituzionalizzazione completa nelle strutture statali.

Il primo ministro Zaidi sta sicuramente cercando di percorrere la prima strada, attraverso un misto fra repressione, minacce e tentativi di cooptazione dei dirigenti delle milizie; al momento non sta ottenendo grandi riscontri, tant’è che è stato necessario prendere tempo.

Sullo sfondo resta il punto interrogativo legato al ritiro completo degli USA, fissato per l’ennesima volta al 30 settembre, ma sul quale nessuno si fa illusioni, nonostante alcune basi presenti nella Regione Autonoma Curda siano effettivamente già state smantellate. Peraltro, è lo stesso Governo Regionale Curdo a chiedere di ricostruirle.

Fa significativi passi in avanti, invece, il disarmo del PKK. Sotto la supervisione dei servizi segreti turchi, i Peshmerga avrebbero già provveduto ad impossessarsi di 18 postazioni montuose in precedenza occupate dall’organizzazione curda e si starebbero facendo consegnare le armi in cinque luoghi concordati fra le parti.

Il piano prevede, per le fasi successive, che tutti i militanti si raggruppino nel quartier generale principale sui monti Qandil, da dove partirà la selezione individuale per stabilire chi avrà la possibilità di aderire all’amnistia parziale votata recentemente dal parlamento di Ankara e chi no. Circa 200 dirigenti sono già esclusi dal raggio d’azione del provvedimento e saranno costretti a rimanere all’estero; da capire cosa intenderanno fare gli altri. Non è scontata un’adesione di massa.

Anche le Unità di Protezione del Sinjar (YBS), organizzazione yazida affiliata al PKK, ha accettato di disarmarsi, consegnare le armi pesanti, integrare le proprie milizie nell’esercito centrale e smantellare le proprie istituzioni autonome (che non erano mai state riconosciute né dal governo centrale, né da quello autonomo curdo), sulla falsariga di quanto hanno fatto le Ypg in Siria.

In cambio, la Turchia sta gradualmente diminuendo la propria presenza militare in Iraq: a margine dell’Assemblea dell’ONU, ad esempio, Ankara e Baghdad hanno concordato la consegna della base di Bashiqa, nei pressi di Mosul, all’esercito iracheno.

Si tratta di una base che era stata costruita dall’esercito turco nel 2015 inizialmente in funzione anti-Isis, successivamente era stata mantenuta – in accordo con il Governo Regionale Curdo, ma contro la volontà del governo centrale – in funzione anti-PKK e anti-YBS. Ora si avvia ad esaurire la sua funzione e ad essere consegnata a Baghdad.

Allo stato attuale, dunque, l’unica organizzazione armata affiliata al PKK ancora pienamente attiva è quella curdo-iraniana, ovvero il PJAK, in guerra aperta con la Repubblica Islamica dall’inizio dell’aggressione israelo-statunitense, a causa delle ben note voci sul possibile utilizzo dei gruppi curdi come esercito di terra da parte degli aggressori. Il PJAK è anch’esso basato sui monti Qandil, quindi è possibile che nei prossimi mesi rafforzi le proprie fila con miliziani intenzionati a sottrarsi al disarmo.

In risposta, l’Iran sta continuando gli attacchi nei confronti della Regione Autonoma Curda, sia attraverso droni e missili, sia con operazioni di terra transfrontaliere volte proprio a colpire le basi delle organizzazioni separatiste curde. Finora né Baghdad, né Erbil sono riusciti a fornire sufficienti rassicurazioni rispetto al controllo di tali gruppi, complicando l’intero processo di accentramento delle armi nelle mani del governo centrale.

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Il metodo di Karl Marx, quando la dialettica non è deterministica

In un celebre passo della Fenomenologia dello spirito Hegel afferma che «il noto in genere, appunto perché noto, non è conosciuto. Quando nel conoscere si presuppone alcunché come noto e lo si tollera come tale, si finisce con l’illudere volgarmente sé e gli altri»: ovvero, spesso si ha una rappresentazione distorta o superficiale proprio di quello che si pensa di conoscere meglio.

Qualcosa del genere accade anche con il pensiero di Karl Marx, un autore che è stato – e dovrebbe ancora essere – punto di riferimento per una critica e una trasformazione della realtà esistente.

Roberto Fineschi ci offre ora un prezioso strumento per accostarci in modo più avvertito al metodo di lavoro e ai fondamenti della teoria marxiana (Karl Marx, Discorso sul metodo, a cura di Roberto Fineschi, Scholé, pp. 176, euro 17). Il merito di questo libro è duplice: offrire al lettore una nuova traduzione, filologicamente aggiornata, di alcuni testi marxiani sul metodo (per quanto molto noti) e introdurli con un linguaggio accessibile ma rigoroso, con un’attenzione sia alla loro dimensione teoretica, sia alla loro contestualizzazione all’interno del dibattito filosofico.

L’antologia include la famosa Introduzione del 1857 alla stesura provvisoria della teoria del capitale (i Grundrisse), il Poscritto alla seconda edizione del Capitale (del 1873) ed estratti di alcune famose opere giovanili.

Il nodo centrale attorno a cui ruota il saggio introduttivo di Fineschi è il rapporto fra Hegel e Marx (già affrontato dall’autore in modo più ampio e sistematico nel volume Marx e Hegel. Fondamenti per una rilettura, La scuola di Pitagora editrice, pp. 464, euro 32), troppo spesso ridotto alla fuorviante contrapposizione fra «idealismo» e «materialismo».

Decenni se non secoli di dibattiti, tradottisi a loro volta in molteplici e fortunate sintesi manualistiche, ci hanno restituito una visione sostanzialmente errata sia del pensiero di Hegel, sia del rapporto fra quest’ultimo e Marx. E la radice di tutti i fraintendimenti, paradossalmente, risiede in un errore prospettico dello stesso Marx, che sulla scia di Feuerbach lesse l’idealismo hegeliano come un «misticismo assoluto», portatore di una visione rovesciata delle cose, dove la concretezza della realtà materiale sarebbe stata ridotta a mera emanazione della Ragione. Nulla di più sbagliato.

Questa rappresentazione di un Hegel «plotiniano» non trova riscontro nei suoi testi. Hegel è un filosofo realista, ci ricorda Fineschi, che non ha mai sognato di negare la concreta esistenza di una realtà esterna al soggetto. Anzi, è proprio il suo realismo, per certi versi, a farne un filosofo conservatore, distante da Marx rispetto al valore da assegnare alla dimensione pratico-rivoluzionaria, che nel caso di Hegel è assente, mentre in Marx è centrale.

Laddove per Hegel la filosofia prende atto a posteriori di una realtà già formata, in Marx il soggetto (rivoluzionario) è parte attiva della sua trasformazione.

Se negli anni giovanili era prevalso in Marx un rifiuto complessivo del lascito hegeliano, con l’eccezione della categoria di «alienazione», il Marx maturo, quello del Capitale, riconsiderò questa posizione, ammettendo che qualcosa di importante andava recuperato e ripreso del metodo hegeliano.

Non tanto il concetto di alienazione, che, per come Marx lo aveva declinato nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, presupponeva un riferimento a un astratto soggetto umano fuori dal tempo, tipica espressione dell’ideologia borghese e del mercato capitalistico. Piuttosto, fu la dialettica hegeliana a essere oggetto di un recupero da parte del secondo Marx, a partire dalle prime stesure provvisorie di quello che sarebbe stato il primo libro del Capitale, dato alle stampe nel 1867.

Perché la dialettica era ed e è così importante? Al di là della riduttiva formula «tesi-antitesi-sintesi» (anch’essa assente nei testi hegeliani), la dialettica è un metodo di comprensione della realtà che fa leva sulla connessione (anche storico-evolutiva) fra ogni aspetto dell’esistente, inclusa la capacità della ragione umana di appropriarsi e rielaborare in forma sintetica (scientifica) il mondo esterno.

Solo guardando alla realtà nella sua interezza e nelle sue contraddizioni è possibile averne una comprensione compiuta. La dialettica, cuore pulsante del metodo marxiano, consente di comprendere il funzionamento dell’economia capitalistica e dei suoi meccanismi di sfruttamento del lavoro, svelandone la transitorietà, senza tuttavia preannunciarne la fine come certezza assoluta.

Da questo punto di vista, un altro aspetto dell’interpretazione di Fineschi merita di essere evidenziato: nessun finalismo o determinismo, infatti, è ascrivibile a Marx, nonostante la presenza nelle sue opere di frasi, legate per lo più alla stagione rivoluzionaria del 1848, che lasciano intendere un imminente crollo del sistema.

La storia del socialismo, sembra suggerire Fineschi, non è dunque finita, ma al contrario è tutta da costruire, ripartendo dalla cassetta degli attrezzi lasciata in eredità da Marx.

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