Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

22/09/2026

L’ultimo tassello della reintroduzione del razzismo nella scuola

Dal palco di Fenix la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato con toni trionfalistici e parecchia enfasi un tetto del 30% di alunni stranieri per classe e il divieto di niqab e burqa in aula. Il Ministro Valditara porterà le misure in un decreto al prossimo Consiglio dei ministri, mentre la Lega ragiona sulla revoca del permesso di soggiorno alle famiglie che non mandano le figlie a scuola.

USB Scuola denuncia una linea politica che tratta i figli degli immigrati come un problema da contenere e che non affronta i nodi problematici della scuola statale. Una linea che porta dentro le scuole una logica di respingimento fino a oggi estranea alla scuola pubblica statale.

I numeri non descrivono nessuna emergenza. Gli alunni con background migratorio sono circa 931 mila, l’11,6% del totale, e due terzi di loro sono nati in Italia. Le classi in cui gli alunni di prima generazione superano il 20% sono circa mille su oltre 300 mila. Il tetto del 30% esiste già dalla circolare Gelmini del 2010 e non è mai stato applicato, perché le famiglie vivono dove gli affitti costano meno e i bambini frequentano la scuola del loro quartiere. Invece di intervenire su casa, servizi e organici, vale a dire sui nodi che rispondono ai bisogni di tutte e di tutti, il Governo sposta il problema sui bambini immigrati. Distribuire alunni tra istituti diversi in base alla cittadinanza e alla conoscenza dell’italiano significa classificarli per origine, e una scuola costituzionale non può farlo.

Colpisce che il presidente dell’ANP, Antonello Giannelli, abbia definito la questione “fondata e condivisibile” in termini didattici, limitando i dubbi alla difficoltà di trovare una soluzione tecnica. Sul piano didattico e pedagogico non esiste alcun elemento che giustifichi il tetto. Le difficoltà nelle classi con molti alunni arrivati da poco nel nostro Paese dipendono dal numero insufficiente di docenti e ATA, dalle ore di italiano come seconda lingua, dalla presenza esigua di personale di supporto, e non dalla nazionalità di chi siede tra i banchi delle nostre scuole. Riconoscere al Governo la ragione di principio e discutere soltanto le modalità di applicazione offre una copertura di legittimità a una scelta politica aberrante.

Le domande poste da molti dirigenti scolastici sono giuste: cosa facciamo, li mandiamo via? La risposta è che nessun bambino va mandato via, e che il principio stesso va respinto.

I dati sull’abbandono scolastico, 26,2% tra chi non ha la cittadinanza italiana contro il 6,7% degli italiani, indicano dove intervenire. Le scuole che accolgono di più sono anche quelle a cui lo Stato ha dato di meno, e un tetto non aggiunge un’ora di italiano né un insegnante in classe.

USB Scuola chiede investimenti straordinari per aumentare gli organici di docenti e di personale ATA. Servono docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, docenti di sostegno e mediatori linguistici in compresenza, più collaboratori scolastici e assistenti amministrativi per accompagnare l’accoglienza e le pratiche delle famiglie, con risorse stabili e assunzioni a tempo indeterminato. L’integrazione di tutti gli alunni si costruisce con più personale e più tempo scuola, in classi dove nessun bambino viene contato come una quota. Tutto il resto è demagogia di basso livello.

USB Scuola respinge queste forme di propaganda elettorale e invita docenti, personale ATA e dirigenti scolastici a contrastare queste misure retrograde e anticostituzionali.

Fonte

IA, dalla soluzione del problema matematico del millennio ai riders, senza sicurezza

L’8 settembre OpenAI ha annunciato di aver prodotto una soluzione al problema dell’esistenza e regolarità delle equazioni tridimensionali di Navier-Stokes, uno dei sette Millennium Prize Problems.

Se la dimostrazione supererà definitivamente il vaglio della comunità matematica, si tratterà di un risultato storico, non soltanto perché riguarda una questione rimasta aperta per circa novant’anni, ma anche per il modo in cui sarebbe stato raggiunto, attraverso un sistema interno di intelligenza artificiale e una dimostrazione successivamente formalizzata in Lean.

Quasi contemporaneamente è nato un conflitto sull’attribuzione del risultato. Tristan Buckmaster e Levent Alpöge stavano infatti lavorando su problemi strettamente collegati, mentre Buckmaster aveva utilizzato intensamente Codex durante la propria ricerca.

OpenAI sostiene, dopo una verifica interna, che quelle interazioni non possano aver contribuito al sistema che ha prodotto la soluzione e riconosce al gruppo concorrente la priorità su un risultato relativo alle equazioni di Euler; Buckmaster, da parte sua, ha contestato il modo in cui la vicenda è stata gestita e ha sollevato il problema dell’accesso ai materiali inseriti nel sistema durante il proprio lavoro.

Non vi sono elementi sufficienti per trasformare questa controversia in una prova di appropriazione, ma proprio per questo la questione più interessante sembra stare altrove: nel fatto che diventi sempre più difficile attribuire in modo semplice una conoscenza quando essa viene prodotta attraverso strumenti che concentrano al proprio interno quantità crescenti di sapere accumulato socialmente.

La formula secondo cui “l’IA ha risolto Navier-Stokes” tende infatti a trasformare il sistema tecnico in un nuovo soggetto della produzione scientifica, mentre dietro quel risultato continuano a trovarsi decenni di matematica, informatica e fisica, ricerca pubblica e privata, software, infrastrutture materiali e lavoro di programmatori e ricercatori.

Più che un’intelligenza comparsa improvvisamente accanto a quella umana, ciò che abbiamo di fronte sembra quindi una forma particolarmente avanzata di intelligenza sociale oggettivata.

È un processo che Marx aveva già intravisto nei Grundrisse, quando osservava come il sapere sociale tendesse a incorporarsi nel sistema delle macchine, e poi sistematizzato nel primo libro de Il Capitale.

Con l’intelligenza artificiale, tuttavia, questo movimento investe direttamente il lavoro mentale, ed è qui che le riflessioni di Guglielmo Carchedi risultano particolarmente utili. Progettare, programmare, produrre una dimostrazione matematica o trasformare determinate conoscenze in conoscenze nuove NON costituisce infatti un’attività “immateriale” nel senso di estranea al processo produttivo, ma un lavoro nel quale vengono impiegati tempo, capacità e forza-lavoro.

Ciò che il capitale aveva compiuto storicamente nei confronti di molte forme di lavoro manuale, osservandole, scomponendole e incorporandone progressivamente le capacità nella macchina, può quindi estendersi ad una parte crescente del lavoro mentale.

Non ogni interazione con un sistema di intelligenza artificiale produce direttamente valore, così come non ogni contenuto viene automaticamente utilizzato per addestrare un modello. Quando però questi strumenti vengono impiegati su scala di massa, costituiscono anche un enorme spazio di sperimentazione sociale nel quale diventano progressivamente visibili problemi, procedure, errori, criteri di valutazione e forme di conoscenza pratica che fino a ieri rimanevano disperse nell’attività di milioni di individui.

Da questo punto di vista, quanto sta avvenendo presenta una continuità con la storia del software libero. GNU/Linux aveva già mostrato come una comunità distribuita potesse produrre e perfezionare un’infrastruttura estremamente complessa mettendo in comune codice e conoscenze.

Il movimento del software libero aveva cercato consapevolmente di impedire l’appropriazione esclusiva del codice, fino a costruire strumenti come il copyleft, ma la proprietà comune del software non comportava quella comune dei server, delle fabbriche, delle piattaforme o della ricchezza prodotta attraverso quella base tecnica. Il capitale poteva quindi utilizzare una conoscenza rimasta comune per ridurre i propri costi e produrre profitto altrove, socializzando una parte dei costi della produzione del sapere senza rinunciare all’appropriazione privata dei risultati.

Con l’intelligenza artificiale il meccanismo si amplia ulteriormente, perché non riguarda più soltanto comunità relativamente ristrette di sviluppatori che scelgono consapevolmente di mettere in comune il proprio lavoro.

Quando questi strumenti entrano nella produzione, il progettista che corregge una soluzione, il programmatore che riformula una richiesta, il ricercatore che verifica un risultato o il tecnico che individua un errore, rendono indirettamente formalizzabili parti della propria attività, cosicché una quota del loro sapere può essere incorporata nel mezzo tecnico e ripresentarsi successivamente come capacità appartenente all’impresa che controlla quell’infrastruttura.

Se il caso Navier-Stokes pone quindi il problema dell’origine sociale della conoscenza incorporata nella macchina, un secondo episodio recente consente di guardare alla stessa questione dal lato dell’autonomia operativa dei sistemi.

Durante una valutazione di cybersicurezza condotta da OpenAI, un agente che avrebbe dovuto operare all’interno di un ambiente controllato è riuscito a sfruttare una vulnerabilità per raggiungere Internet, utilizzare un’infrastruttura esterna come base e arrivare successivamente a compromettere sistemi di Hugging Face.

La ricostruzione tecnica pubblicata da quest’ultima descrive una sequenza prolungata di azioni attraverso cui il sistema ha oltrepassato il perimetro originario e utilizzato risorse esterne nel tentativo di raggiungere l’obiettivo assegnato.

La lettura più immediata sarebbe quella della macchina che “sfugge al controllo”, ma rischierebbe di essere anche la meno utile. Non occorre infatti attribuire agli agenti una volontà di ribellione: il problema nasce proprio perché la capacità di trovare percorsi non interamente prescritti in anticipo costituisce una delle ragioni della loro utilità. Quanto maggiore diventa questa autonomia operativa, tanto più difficile risulta prevedere tutti i mezzi attraverso cui l’obiettivo assegnato verrà perseguito.

La tensione sembra quindi collocarsi meno tra una macchina obbediente e una macchina ribelle e molto di più tra l’autonomia necessaria al funzionamento di questi sistemi e la necessità di mantenerne sotto controllo gli effetti.

È anche in questo quadro che possono essere lette le dichiarazioni allarmate provenienti da alcuni dirigenti delle maggiori imprese del settore. Dario Amodei di Anthropic ha recentemente proposto di rallentare la crescita delle capacità dei modelli, accompagnando questa richiesta con l’ipotesi di maggiore coordinamento tra le imprese della frontiera e con la necessità di mantenere il vantaggio statunitense rispetto alla Cina, anche attraverso controlli più stretti sull’accesso alle tecnologie avanzate.

Sarebbe riduttivo leggere queste posizioni soltanto come una presa di coscienza dei rischi tecnologici, così come sarebbe altrettanto riduttivo considerarle una semplice costruzione strumentale. Il rischio può essere reale e, nello stesso tempo, assumere una funzione precisa nella competizione tra capitali e tra Stati.

Lo si vede proprio quando la questione incontra la Cina, perché se lo sviluppo dei sistemi più potenti richiede effettivamente maggiore cautela, un rallentamento unilaterale può trasformarsi immediatamente in uno svantaggio strategico.

Non a caso le richieste di maggiore sicurezza convivono con una competizione sempre più aspra sul controllo dei semiconduttori, della capacità di calcolo, dei modelli e delle infrastrutture digitali, mentre anche in Europa le proposte americane di rallentamento vengono lette da alcuni attori industriali come un possibile consolidamento del vantaggio già acquisito dalle imprese statunitensi.

Ogni blocco avrebbe così interesse a ridurre i rischi senza perdere la propria posizione relativa, o facendo in modo che siano gli altri a sopportare il costo maggiore del rallentamento. Una questione presentata come “universalmente umana” assume quindi inevitabilmente la forma concreta dei rapporti di forza tra Stati (peraltro con un peso interno delle società private assai diverso).

A questa contraddizione geopolitica se ne aggiunge però un’altra, interna allo stesso processo di accumulazione. La corsa all’IA richiede quantità enormi di capitale immobilizzato in data center, chip, energia e reti, mentre la rapidità con cui si succedono nuove generazioni di modelli tende ad abbreviare la vita economica degli investimenti appena realizzati.

La Banca dei Regolamenti Internazionali ha stimato che le cinque maggiori imprese tecnologiche possano investire oltre mille miliardi di dollari nell’IA nel solo biennio 2025-2026, richiamando nello stesso tempo l’attenzione sull’aumento del debito, sull’opacità di parte dei finanziamenti e sul rischio che i rendimenti futuri non siano sufficienti a giustificare la massa di capitale anticipata.

Per il singolo capitale, tuttavia, rallentare autonomamente non costituisce una soluzione, perché se un’impresa rinuncia alla generazione successiva mentre un concorrente continua a investire rischia semplicemente di perdere la propria posizione. Ciò che appare razionale dal punto di vista di ogni singola impresa può quindi produrre, una volta generalizzato, una massa crescente di capitale fisso da valorizzare e, nello stesso tempo, esposta a una rapida obsolescenza.

È una dinamica che ricorda, almeno formalmente, quanto accaduto agli agenti artificiali: viene assegnato un obiettivo locale, mentre il suo perseguimento può produrre un risultato complessivo che nessun singolo soggetto aveva pianificato. Nel capitalismo ogni impresa cerca razionalmente di difendere la propria redditività, ma dalla combinazione di queste decisioni possono emergere sovraccumulazione, capacità produttiva eccedente, svalutazione e crisi, proprio perché nessun capitale può sottrarsi individualmente alla pressione della concorrenza.

È in questo spazio che in genere interviene lo Stato, tentando di imporre standard, limiti o forme di coordinamento che le singole imprese non potrebbero adottare unilateralmente senza esporsi ai concorrenti. Ciò che può disciplinare almeno temporaneamente la concorrenza all’interno di un blocco tende però, sul piano internazionale, a trasformarsi in uno strumento della competizione tra blocchi, mentre dietro il linguaggio della “sicurezza” torna la questione di chi controllerà la nuova gerarchia produttiva mondiale.

Se però la contraddizione viene rappresentata esclusivamente come un conflitto tra “umanità” e “intelligenza artificiale”, rischia di passare in secondo piano il fatto che quella macchina abbia proprietari, che gli obiettivi assegnati ai sistemi siano definiti all’interno di determinati rapporti produttivi e che qualcuno decida quali attività automatizzare e come distribuire i guadagni di produttività.

È sul terreno del lavoro che questo problema appare con maggiore chiarezza. Per la singola impresa, sostituire una parte del lavoro vivo attraverso sistemi automatici può essere perfettamente razionale. Se dieci lavoratori riescono a produrre quanto quindici, diminuisce il costo individuale della produzione e, almeno finché la nuova tecnologia non si diffonde, può comparire un vantaggio rispetto ai concorrenti.

Quando però l’innovazione si generalizza, il nuovo livello di produttività diventa la norma e quel vantaggio tende a scomparire, lasciando un processo produttivo che mette in movimento una quantità crescente di mezzi tecnici attraverso una quantità relativamente minore di lavoro vivo.

L’intelligenza artificiale non crea, in questo senso, una contraddizione radicalmente nuova, quanto piuttosto estende al lavoro mentale una dinamica che accompagna la grande industria da molto tempo.

Nella teoria marxiana la macchina non produce autonomamente nuovo valore, ma trasferisce progressivamente ai prodotti quello già incorporato in essa, mentre il nuovo valore continua a dipendere dal lavoro vivo. Eppure la concorrenza spinge ogni capitale a ridurre continuamente proprio la quantità relativa di quel lavoro necessaria alla produzione.

Questo non significa che l’automazione debba produrre immediatamente una crisi, perché l’aumento della produttività può accrescere il plusvalore relativo, ridurre il costo dei mezzi di produzione e creare nuovi settori.

Resta però una tensione strutturale, nella misura in cui la stessa dinamica che accresce la produttività tende anche a restringere relativamente la base di lavoro vivo sulla quale poggia il processo di valorizzazione.

Sarebbe difficile sostenere che i dirigenti delle imprese tecnologiche ragionino consapevolmente in questi termini quando chiedono di rallentare lo sviluppo dell’IA. Più plausibilmente, la contraddizione emerge attraverso questioni apparentemente separate – sicurezza, occupazione, investimenti, stabilità sociale e competizione geopolitica – che rinviano tutte alla difficoltà di governare una forza produttiva che il capitale è nello stesso tempo costretto a sviluppare.

Per questo la scelta tra accelerare e rallentare rischia di essere posta male. Il capitale deve accelerare perché la concorrenza lo impone, ma deve anche tentare di controllare gli effetti di quella stessa accelerazione; deve sviluppare una tecnologia prima dei concorrenti e contemporaneamente impedire che essi possano svilupparla con la stessa rapidità; deve ridurre il lavoro necessario alla produzione e continuare nello stesso tempo a trovare lavoro vivo sufficiente alla valorizzazione.

Ma il passaggio dal lavoro mentale alla macchina non produce effetti soltanto sui lavoratori che svolgono direttamente attività cognitive. Quando vengono incorporate nei sistemi digitali, infatti, anche funzioni come pianificare, coordinare, distribuire compiti, calcolare tempi, misurare prestazioni e assumere decisioni possono tornare a esercitare un comando sul lavoro manuale.

Da questo punto di vista la separazione tra lavoro mentale e manuale – peraltro mai assoluta, perché anche per usare le mani si pensa – non scompare, ma viene riorganizzata.

Una parte delle attività cognitive che servono a governare il processo di lavoro viene trasferita al sistema tecnico, mentre chi continua a eseguire materialmente la prestazione si trova sempre più spesso subordinato alle decisioni prodotte da quel sistema.

Il precedente storico più evidente è il taylorismo, che aveva cercato di separare il sapere dell’operaio dall’esecuzione, concentrando nella direzione la conoscenza del processo, dei tempi e dei metodi per restituire poi al lavoratore una sequenza di operazioni prescritte.

Con la gestione algoritmica questo movimento può spingersi oltre, perché una parte della stessa funzione organizzativa viene oggettivata nel mezzo tecnico. Il comando non deve più necessariamente presentarsi con il volto del caporeparto, perché può assumere quello di un’applicazione che assegna un ordine, stabilisce un percorso, registra un ritardo, costruisce un ranking o determina l’accesso alle successive occasioni di lavoro.

È proprio per questo che il caso dei rider, pur riguardando un lavoro evidentemente materiale, permette di comprendere bene cosa significhi l’oggettivazione del lavoro mentale. Il rider continua a pedalare, ritirare e consegnare fisicamente una merce, mentre una quota crescente del lavoro cognitivo necessario a coordinare quella prestazione – incrociare domanda e disponibilità, assegnare la consegna, calcolare tempi e percorsi, monitorare la prestazione – viene concentrata nella piattaforma. La conoscenza organizzativa incorporata nel software si presenta così al lavoratore come una forza esterna che contribuisce a determinare le sue condizioni concrete di lavoro.

USB ha descritto questa trasformazione parlando di una subordinazione esercitata attraverso strumenti digitali, sottolineando come algoritmi, sistemi di valutazione e meccanismi di disconnessione possano svolgere funzioni che appartengono pienamente al potere datoriale.

Nei propri materiali sulla logistica ha inoltre indicato nella gestione algoritmica una forma di controllo che investe tanto i rider quanto altre figure del settore, mentre nel confronto sul recepimento della Direttiva europea 2024/2831 ha considerato insufficiente il semplice richiamo alla trasparenza degli algoritmi se non accompagnato dal riconoscimento effettivo dei diritti e della subordinazione.

La direttiva europea, pur senza mettere in discussione la proprietà delle piattaforme, riconosce del resto che i sistemi automatizzati possono svolgere direttamente funzioni di organizzazione e gestione del lavoro e prevede, oltre all’informazione, forme di supervisione umana, possibilità di contestazione delle decisioni e informazione e consultazione dei rappresentanti quando sistemi automatizzati vengono introdotti o modificati in modo sostanziale.

È in questo passaggio che la questione va oltre la richiesta di una piattaforma genericamente “più giusta”. Se l’algoritmo organizza concretamente il lavoro, conoscere i criteri con cui assegna incarichi e valuta le prestazioni, poterne contestare le decisioni e partecipare alla verifica dei suoi effetti significa iniziare a sottrarre il mezzo digitale alla condizione di scatola nera riservata all’impresa. La “trasparenza” acquista così un significato più forte quando diventa il presupposto di una capacità collettiva di intervento sul funzionamento della piattaforma.

Da qui deriva anche il significato politico dell’alfabetizzazione digitale. Se una parte crescente del sapere e del comando viene incorporata nei mezzi tecnici, una soggettività del lavoro che non sia in grado di comprenderne almeno il funzionamento essenziale rischia infatti di chiedere il controllo di strumenti sui quali non possiede alcuna autonomia conoscitiva.

La questione presenta, pur dentro condizioni storiche completamente differenti, una stretta parentela con la battaglia condotta dal movimento operaio per l’istruzione e per l’accesso dei figli dei lavoratori alla conoscenza. Anche allora il problema non consisteva semplicemente nell’acquisire competenze più utili al mercato del lavoro, ma nel sottrarre almeno una parte del sapere al monopolio delle classi dominanti.

Oggi comprendere come funzionano un algoritmo, un sistema di classificazione o una piattaforma non significa trasformare ogni rider in un programmatore, quanto piuttosto costruire gli strumenti collettivi che permettano ai lavoratori e alle loro organizzazioni di non dipendere integralmente dalla spiegazione fornita dall’impresa sul funzionamento del mezzo che li dirige.

L’alfabetizzazione digitale assume così un significato molto diverso dalla formazione aziendale all’uso di un software. Quest’ultima insegna a utilizzare più efficacemente uno strumento deciso da altri; la prima può mettere i lavoratori nelle condizioni di comprenderne abbastanza la logica da poterla discutere, contestare e, attraverso le proprie organizzazioni, intervenire sulle regole attraverso cui quella tecnologia organizza il lavoro. La questione politica torna allora anche sul tempo.

Se una nuova tecnologia consente di produrre la stessa quantità di beni o servizi con meno lavoro umano, la riduzione del lavoro necessario potrebbe tradursi in una riduzione generalizzata dell’orario. Nel rapporto capitalistico, invece, quella stessa possibilità tende a presentarsi al lavoratore nella forma del licenziamento, della dequalificazione o dell’aumento dell’intensità della prestazione di chi rimane.

È per questo che la riduzione dell’orario a parità di salario può assumere un significato che va oltre la semplice redistribuzione, perché pone direttamente la domanda su chi debba appropriarsi del tempo che la società non è più costretta a spendere nella produzione. Appropriarsi del tempo liberato, ricostruire una conoscenza autonoma sui mezzi tecnici e trasformare quella conoscenza in capacità collettiva di intervento sul processo produttivo non appaiono allora come tre questioni separate.

Sono passaggi dello stesso problema, perché una forza produttiva costruita attraverso una crescente socializzazione della conoscenza può diventare realmente emancipatrice soltanto se la sua capacità di ridurre il lavoro necessario non rimane proprietà esclusiva di chi controlla l’infrastruttura.

La soluzione delle Navier-Stokes, gli agenti che oltrepassano i confini previsti dai loro progettisti, la competizione internazionale sull’intelligenza artificiale, le enormi masse di capitale investite nei data center e un rider governato da una piattaforma possono sembrare fenomeni molto lontani. Eppure ciascuno, da un’angolazione differente, mostra come per sviluppare le proprie forze produttive il capitale abbia bisogno di una cooperazione e di una socializzazione della conoscenza sempre maggiori, mentre il controllo sulle infrastrutture e sulla destinazione della ricchezza prodotta continua a concentrarsi.

Più che chiederci se la macchina sia diventata “troppo intelligente”, potrebbe allora essere utile porre il problema al contrario: che cosa accade quando l’intelligenza necessaria alla produzione diventa sempre più sociale, mentre rimane privato il potere di decidere come utilizzarla?

È dentro questa contraddizione che la questione del controllo sulla produzione può acquistare un contenuto concreto. Decidere quali tecnologie sviluppare, con quali ritmi e per quali bisogni significa infatti anche appropriarsi del tempo che esse liberano e costruire la capacità autonoma del lavoro di comprenderne il funzionamento, fino a poter intervenire su quella “scatola nera” digitale dentro cui tende a essere incorporata una parte crescente non soltanto del sapere sociale, ma dello stesso comando sul lavoro.

Fonte

I giornali italiani arruolati alla propaganda di guerra

L’ editoriale del Corriere della Sera di un giornalista di solito serio come Danilo Taino (“La guerra ibrida è tra noi”), indica come la propaganda di guerra abbia ormai perso i freni inibitori e istighi apertamente l’opinione pubblica a schierarsi – o almeno a non opporsi – al coinvolgimento dell’Italia nella guerra contro la Russia.

Nell’editoriale del Corriere, non solo si fanno proprie tutte le panzane della propaganda di guerra diffuse in questi anni dagli ambiti Nato e dai guerrafondai europei (in particolare britannici, baltici e Polonia), ma si torna a maneggiare come una clava il tema della guerra ibrida come strumento indefinibile – ma ampiamente utilizzabile – per mettere il bavaglio a chi si oppone alla guerra e al riarmo. È diventata infatti ossessiva l’allusione a quel “il nemico è tra noi”.

In tal senso l’editoriale di Danilo Taino fa il paio con quello di alcuni mesi di Antonio Polito, sempre sul Corriere della Sera, nel quale si affermava che “la guerra si vince innanzitutto sul fronte interno”, cioè azzittendo chi la contrasta all’interno del proprio paese.

Per il Corriere della Sera, ma non solo, quelli che non sono allineati con le pulsioni guerrafondaie di Bruxelles sono tutti agenti della Russia. Mai che venissero sfiorati dal dubbio che le istituzioni europee e le loro politiche economico/sociali fossero già abbondantemente odiate anche prima del febbraio 2022. Non a caso ogni volta che nei paesi europei si sono tenuti dei referendum in materia di trattati, le oligarchie europeiste sono sempre uscite sconfitte dal voto popolare.

Al contrario, nonostante i chiari segnali di indignazione popolare contro l’austerity e le conseguenze della “competitività”, hanno continuato ad andare avanti con il pilota automatico.

Lo si capisce quando l’editoriale sul Corriere scrive che: “La crescita della filorussa AfD in Germania, la possibile vittoria di Marine Le Pen (non schierata con l’AfD ma sensibile alle posizioni di Mosca) alle presidenziali francesi in aprile, le elezioni dell’anno prossimo in Spagna, Polonia, Italia, Grecia, Finlandia, Paesi baltici: Putin conta di mostrare appoggi tra gli elettorati e, allo stato delle discussioni, ha qualche buona chance di successo”.

La conclusione di questa disamina non è solo fuorviata e fuorviante, è decisamente inquietante. Secondo Danilo Taino “In questa strategia, le quinte colonne in Europa – partiti, movimenti, intellettuali, alcuni media – sono essenziali per il Cremlino”.

Dunque, fattori come il fatto che la maggioranza del paese sia contraria al riarmo e al coinvolgimento dell’Italia nella guerra; che i giovani abbiano detto chiaramente che di “morire per Kiev” non ci pensano proprio (e non solo quelli di Cambiare Rotta ma, sorpresa, anche dentro i giovani del Pd); che il posizionamento sulla guerra potrebbe fare la differenza sui risultati delle prossime elezioni in Italia, non li sfiora nemmeno, al contrario spinge anche giornalisti fino a ieri attendibili ad arruolarsi vergognosamente nel partito della guerra.

Tant’è che l’editoriale del Corriere insiste nell’invocare ordine e disciplina sul fronte interno. “Sarebbe bene che chi ha al proprio interno quinte colonne filorusse, di destra o di sinistra – Francia, Germania, Italia, Spagna – chiarisca senza timidezze la realtà della situazione. In Italia, la discussione (si fa per dire) sui disertori, è una buona occasione per spiegare la sfida che ci sta di fronte”.

Questa logica, inevitabilmente, porta al bavaglio nell’informazione e alla repressione del dissenso politico in nome di quella che chiamano “guerra ibrida” e che questo, come altri documenti, definiscono ormai come una “sfida esistenziale” e che richiede anche il ricorso alla guerra contro la Russia.

È evidente come da tempo questo sia ormai l’ordine di batteria nelle redazioni dei giornali “europeisti” e reazionari come nei telegiornali pubblici e privati. Chi dissente, senza neanche un minimo di prova né di decenza, viene ormai considerato un agente del nemico. Si aggrappano a questa finzione per cercare di mantenere al potere le stesse classi dominanti che hanno portato alla regressione complessiva i loro paesi e le loro società.

La lotta aperta contro il riarmo e la guerra torna dunque ad essere uno spartiacque della politica e una clausola di salvaguardia sulla democrazia e sul futuro prossimo del nostro e degli altri paesi europei. Questa è la vera sfida esistenziale.

Fonte

21/09/2026

Pol Pot /2

La Germania si divide, “il centro” non tiene più

Ora si può dire con assoluta certezza: “al centro si perde”. E in misura persino drammatica...

Un altro turno di elezioni in Germania, ancora una volta nell’Est, l’ex Ddr sacrificata cinicamente con l’Anschluss dopo la caduta del muro (assorbimento delle industrie di punta, sacrificio di tutto il resto). Ma un risultato che smentisce la vulgata idiota dei “liberali” che dicono di essere preoccupati dell'“onda nera” neonazista.

Nel Meclemburgo-Pomerania – land natale di Angela Merkel – la Cdu del cancelliere Merz non passa la soglia di sbarramento al 5%. Il peggior risultato di sempre, non era mai avvenuto, la dimostrazione classica di un rifiuto di massa delle politiche del governo in carica (e di quelli precedenti). Che il partito del cancelliere non sia ammesso al “parlamentino” di una regione è qualcosa di inimmaginabile in qualsiasi paese, ma soprattutto in Germania.

Qui l’Afd registra effettivamente un’altra avanzata mostruosa, raggiungendo il 38% circa, a conferma che il presunto “muro di fuoco” elettorale non serve a niente. Sopravvive la socialdemocrazia Spd grazie ad una candidata molto “di sinistra” rispetto alla media di quel partito e all'“effetto paura”.

A Berlino, invece, tutto il contrario. Stravince Die Linke, guidata da Elif Eralp, una donna di origine turca (nella capitale c’è la più grande comunità di tutta Europa), con un programma “ultrasinistro”:

  • una nuova “tassa sulle ville di lusso” di valore superiore ai 4 milioni di euro, i cui introiti dovrebbero finanziare il blocco degli affitti e nuove case popolari in città (qui i prezzi sono impazziti negli ultimi 20 anni);
  • innalzamento della tassa sulle seconde case non affittate;
  • chiusura degli Share Deals, le operazioni societarie con cui i grandi fondi evitano il pagamento delle imposte di registro acquistando quote azionarie immobiliari anziché i singoli fabbricati fisici;
  • esenzione totale dell’imposta di acquisto della prima casa per le famiglie a basso reddito;
  • reintroduzione della patrimoniale, con franchigia iniziale di 1 milione di euro di patrimonio netto e aliquote progressive dall’1% fino al 5% per chi ha di più;
  • finanziare la gratuità o quasi dei trasporti pubblici urbani, gli asili nido (Kitas) e l’ammodernamento delle scuole;
  • portare al 25% l’imposta sulle società per le multinazionali;
  • una tassa straordinaria sugli extra-profitti accumulati dai colossi dell’energia.

Qui l’AfD si ferma a meno del 14%, perché le classi popolari hanno un’offerta migliore dell’odio ipocrita contro gli immigrati e i “diversi” (la “capa” dell’AfD, Alice Weidel, è peraltro lesbica e sposata con una donna cingalese, con cui vive ma in Svizzera...), ma perfettamente il linea col governo su Israele, Ucraina e riarmo.

Il partito Die Linke, a livello nazionale, è decisamente più “moderato” e “compatibile”, esprime posizioni del tutto inaccettabili sul conflitto in Ucraina o il sostegno a Israele – per esempio – e non è in grado di dare nessuna prospettiva di reale cambiamento. Ma nella capitale, evidentemente, un diverso personale politico è riuscito a dare almeno l’impressione di una possibilità alternativa.

Non sarà comunque facile formare una maggioranza a sostegno della nuova sindaca di Berlino. Il 26% (+13,8 rispetto a cinque anni fa) non basta e i possibili soci (Spd, al minimo storico del 12%, in caduta libera, e soprattutto i Verdi, al 15,5%, ma comunque -3) non sono esattamente in linea con il programma sociale di Elif Eralp. Non poter mantenere le “promesse” per le prevedibili divisioni nella giunta potrebbe essere fatale a medio termine.

Nonostante “il disastro”, come ha detto lui stesso, l’uomo politico più odiato di Germania, Friedrich Merz, non intende andarsene. Anzi, ha spiegato che resta per “fare le riforme”. Ossia per andare avanti sul programma – riarmo, conversione dell’industria automobilistica in produzione militare, guerra alla Russia nel breve periodo, smantellamento del welfare, ecc. – che sta provocando un rigetto generalizzato in tutto il Paese.

Da questa tornata di elezioni locali la Germania esce infatti con poche certezze. La principale è che sulla strada indicata da Merz (e dall’Spd) non intende andare. La destra neonazista offre “chiacchiere e distintivo” – il suo programma sociale non è molto diverso, con la guerra agli immigrati messa in pole position, e si distingue quasi soltanto per la disponibilità a ripristinare i più economici rifornimenti di gas dalla Russia – ma è riuscita a sembrare un’alternativa per assenza di competizione.

A sinistra la situazione è assai più sfrangiata. La formazione di Sarah Wagenknecht (Bsw) non supera lo sbarramento in Meklemburgo (si ferma al 4,8) ed è ancora incerto il suo risultato a Berlino. La Linke trionfa nella capitale, ma è altrettanto debole nel land orientale (6,5%).

I verdi sono ormai da tempo un partito atlantista, guerrafondaio e ben poco interessato alle questioni ambientali. La sua ragione sociale è scomparsa, la struttura ancora no, ma sembra solo questione di tempo. Altrettanto si può dire dell’Spd, che in Meklemburgo ha potuto capitalizzare il “voto utile” in funzione anti-nazista, ma in generale non è più distinguibile dalla Cdu di Merz su quasi tutte le questioni di primo piano.

L’ottusità del cancelliere – non vuol cambiare direzione di marcia, a dispetto del Paese – garantisce solo che la tendenza alla polarizzazione si aggraverà, favorendo soprattutto i nazisti di AfD, che sono stati più pronti e disinvolti nel cogliere l’insofferenza popolare per una crisi generale che colpisce da oltre un decennio l’intero continente europeo.

L’incubo, che sta diventando ormai una certezza concreta, è che la Germania metterà in moto il suo enorme programma di riarmo solo per consegnare poi ai nazisti l’arsenale necessario a tornare la maledizione d’Europa.

Al centro si muore e si favorisce l’ultradestra.

Fonte

Corea del Sud - Proteste contro il coinvolgimento nelle guerre statunitensi

Nelle ultime settimane, le installazioni militari statunitensi nella penisola coreana sono diventate il bersaglio di un’ondata di insofferenza popolare, alimentata sia dai timori di un trascinamento della Corea del Sud nei conflitti del Medio Oriente, sia da contrasti sulla sovranità economica e industriale del paese.

Non manca la presenza di partiti nei presidi e nelle manifestazioni, ma sono soprattutto comitati civici, gruppi universitari e i giovani in generale a essere protagonisti delle proteste. L’epicentro delle mobilitazioni di piazza si è concentrato a Pyeongtaek, circa sessanta chilometri a sud della capitale, davanti allo Yoon Gate di Camp Humphreys.

L’installazione, considerata la più estesa base militare statunitense all’estero, ha visto radunarsi molti manifestanti intorno al suo perimetro, per contestare l’ipotesi di un coinvolgimento sudcoreano a supporto delle forze stelle-e-strisce nello Stretto di Hormuz.

A innescare la mobilitazione è stata la decisione del Ministero della Difesa di Seoul di inviare una squadra di valutazione in Medio Oriente per monitorare sul posto la situazione dello stretto. Una scelta che una parte consistente dell’opinione pubblica ha letto come il primo passo verso un futuro dispiegamento operativo a fianco di Washington contro Teheran.

Il governo guidato da Lee Jae Myung si trova stretto tra le pressioni dell’alleato storico e le rimostranze interne. Per arginare le polemiche, la portavoce del Ministero della Difesa, Chung Binna, ha chiarito che il team tecnico inviato nell’area aveva il solo obiettivo di valutare il quadro politico e di sicurezza per garantire la libertà di navigazione.

Tuttavia, il pressing diplomatico resta evidente. A margine del vertice ASEAN dello scorso luglio, tenutosi a Manila, il Segretario di Stato USA, Marco Rubio, aveva ricordato come la messa in sicurezza delle rotte marittime di Hormuz rispondesse in primis agli interessi di Seoul, la cui economia manifatturiera dipende in larghissima misura dal petrolio e dal gas naturale provenienti dal Golfo.

A inizio agosto, la protesta era già cominciata, e con toni nettamente radicali. Otto studenti universitari (quattro uomini e quattro donne), affiliati alla Korean Progressive University Student Union (KPUSU), avevano tentato di forzare i varchi ed entrare nella base aerea di Osan (K-55), sede strategica della 7ª Forza Aerea statunitense.

Sei di loro sono riusciti a penetrare oltre il cancello principale, intonando slogan ostili alla presenza aerea stelle-e-strisce, prima di essere bloccati dal personale di sorveglianza militare statunitense e consegnati alla polizia locale. Tra i motivi del malcontento cavalcato dai giovani ci sono anche i rischi ambientali legati alle installazioni del Pentagono, tra cui un recente episodio di fuoriuscita di fosforo bianco avvenuto proprio all’interno dello scalo di Osan.

Secondo le rivendicazioni diffuse dal gruppo studentesco, il blitz mirava a denunciare non solo il militarismo statunitense, ma anche le presunte ingerenze di Washington nei progetti industriali nazionali: in particolare, l’opposizione USA alla rilocalizzazione dell’aeroporto di Gwangju, tassello necessario per la costruzione del nuovo maxi-polo nazionale dei semiconduttori.

Il dossier su Hormuz è stato sicuramente anche sul tavolo del Korea-US Integrated Defense Dialogue, confronto biennale di alto livello sui temi della sicurezza, tenutosi a Busan pochi giorni fa, e a cui hanno partecipato anche il viceministro della Difesa sudcoreano Kim Hong Cheol e il vicesegretario aggiunto statunitense George Lemeur.

La Corea del Sud è stata per decenni, in sostanza, un’area occupata dagli Stati Uniti, e ancora oggi rappresenta un avamposto centrale della cintura di controllo sul quadrante del Pacifico. Eppure, queste vicende evidenziano come le contraddizioni del mondo unipolare che si dissolve stia smuovendo qualcosa anche nell’opinione pubblica sudcoreana. Tra il rifiuto di farsi trascinare in teatri bellici lontani e la richiesta di una politica estera più autonoma, le vicende di Seoul vanno tenute sott’occhio.

Fonte

Italia - L’industria degli armamenti “pubblica” vede volare i profitti

Un sistema di guerra è sempre piuttosto articolato. Si dota di strutture e filiere che compenetrano la società creando aspettative di profitti che lo rendono decisamente “competitivo” rispetto ad altri settori dell’economia. Ci sono indubbiamente filiere come quella della Leonardo, ma ce ne sono anche altre che occorre cominciare a conoscere.

Non è molta nota, ma in Italia esiste l‘Agenzia Industrie Difesa (AID) che è un ente pubblico italiano in house sotto la vigilanza del Ministero della Difesa, con il ruolo di gestire le produzioni industriali necessarie per la difesa e la sicurezza nazionale.

L’Agenzia agisce come un asset strategico per la sicurezza e l’autonomia tecnologica del Paese. Le sue attività principali includono:
  • la gestione industriale che amministra e coordina un insieme di unità produttive (stabilimenti) per la realizzazione di materiali e sistemi per la difesa;
  • la cosiddetta attività di procurement che si occupa dell’approvvigionamento di beni e servizi nel settore militare, operando secondo le normative del settore;
  • infine c’è il rapporto con le Forze Armate dove collabora strettamente con il Ministero della Difesa con personale militare che può essere distaccato presso l’Agenzia per assicurare un coordinamento efficace.
Sul suo sito l’AID scrive che “Attraverso una duplice direttrice d’azione – l’adesione alle iniziative multilaterali di cooperazione e la pianificazione di un presidio stabile a Bruxelles – l’Agenzia consolida la capacità industriale e gestionale italiana nell’ambito dell’autonomia strategica dell’Unione Europea”.

Sono interessanti due passaggi della relazione presentata a fine agosto su come l’AID rafforzi “il ruolo strategico dell’Italia negli scenari internazionali”

Il primo è che negli ultimi tre anni, l’AID ha progressivamente rafforzato il proprio posizionamento come attore tecnico-operativo nelle iniziative dell’Unione europea. Il coinvolgimento diretto nella gestione dello Strumento Europeo per la Pace (European Peace Facility – EPF) e nei programmi di cooperazione esterna ha portato all’assegnazione di misure per un valore complessivo superiore a 170 milioni di euro.

Il secondo passaggio, invece, descrive “Tali risorse sono destinate a interventi complessi in teatri di fondamentale rilevanza geopolitica, quali il Corno d’Africa, i Balcani occidentali e il Mediterraneo allargato. Il dato testimonia non solo l’espansione operativa dell’Agenzia, ma riconosce la solidità amministrativa e l’affidabilità tecnica dell’Italia nella gestione di dossier ad alta criticità”.

Almeno due dei tre teatri di crisi indicati, hanno a che fare con il Mar Rosso.

Nel corso del 2025, il valore della produzione della AID ha raggiunto i 124 milioni di euro. L’utile netto si attesta a 12,939 milioni di euro, in pratica è più che raddoppiato rispetto ai 5,164 milioni dell’anno precedente e in netto recupero rispetto al rosso di 9,655 milioni registrato nel 2023.

I settori che hanno mostrato i risultati migliori sono il munizionamento, la cantieristica navale, i nuovi progetti tecnologici dedicati agli UAV (droni), alla digitalizzazione e il settore farmaceutico.

Gli Organi competenti della Difesa hanno approvato il piano d’investimento infrastrutturale per il triennio 2025-2027 che prevede uno stanziamento di 95,5 milioni di euro destinato all’incremento delle capacità industriali, all’adeguamento ambientale, alla sicurezza e all’ammodernamento delle infrastrutture.

Riarmo, armamenti e conflitti sono evidentemente una pacchia per tanti soggetti, privati e pubblici, per i quali il clima di guerra e la proliferazione delle guerre sono una ragione sociale di esistenza... e di profitto.

Fonte

Il disastro del Libano

Dopo giorni di assedio, dal 17 settembre le forze israeliane (IDF) hanno intensificato le operazioni militari e i bombardamenti sulla cittadina costiera di al-Mansouri, situata nel distretto di Tiro nel sud del Libano; non è ben chiaro se ne abbiano già completato l’occupazione; certamente hanno operato distruzioni e fatto nuovi feriti, costringendo i residenti alla fuga. È l’ ultimo bollettino della guerra israelo-libanese del 2026.

La situazione militare del Libano del sud è sull’orlo del tracollo; le forze della Resistenza non sono state in grado, per ora, di fermare l’avanzata sionista.

I villaggi distrutti sono 67; i sionisti hanno imposto una “linea gialla” (riconosciuta solo dallo Stato di Israele) a partire dal confine meridionale (cosiddetta “linea blu”) verso nord; la fascia occupata comprende il 7% del territorio libanese, e ricade nei tre distretti di Sour, Majdal Zoun e Bint Jbeil, ma, dopo il secondo “cessate il fuoco” (fine giugno 2026), l’IDF ha continuato ad avanzare, occupando villaggi che si trovano oltre la linea gialla, nel distretto di Nabatieh. Il numero degli sfollati è pari a 200.000 persone.

Sul fronte politico-diplomatico, la situazione non è meno complicata, dato che i negoziati portati avanti dal presidente Aoun in Italia e in Grecia non hanno finora affrontato questioni cruciali come il cessate il fuoco, il ritiro di Israele, il rientro degli sfollati e la ricostruzione, per non parlare dell’annosa questione dei profughi palestinesi; di fronte ai nuovi problemi, questi ultimi sono completamente spariti dall’agenda politica libanese.

Il governo libanese (controllato e foraggiato dagli USA, alleati di Israele) ne sta ignorando le rivendicazioni (sia il diritto al ritorno sia la richiesta di naturalizzazione), come se non esistessero.

Inoltre la situazione economica è disastrosa: il costo della vita è aumentato del 66%; sono aumentati cure mediche, utenze, trasporti, istruzione, benzina, energia, e le tasse gravano per il 75% sulle classi sociali più basse; i rifiuti sono ovunque, come al tempo della rivolta dei rifiuti del 2015; il Libano va avanti grazie alle rimesse dei libanesi emigrati all’estero, soprattutto i dipendenti pubblici, i cui stipendi sono molto bassi. Il governo non ha le risorse né la volontà di intervenire, essendo legato ai finanziamenti Usa e sionisti.

L’urgenza sembra ora quella di definire una road map a partire dal ritiro del contingente UNIFIL (che avverrà progressivamente dal primo gennaio 2027) per creare una forza alternativa che monitori le zone occupate.

La grande paura è che Israele trovi campo libero per le sue mire espansionistiche, con un esercito libanese praticamente inerme, le forze della Resistenza rese inoffensive (è sempre in ballo la questione del disarmo di Hezbollah) e in più senza che lo “scudo” delle truppe UNIFIL possa rappresentare una remora o almeno un testimone internazionale.

Una situazione, insomma, che ricorda in modo sinistro a quella che si presentava alla vigilia del grande massacro di Sabra e Shatila.

Inoltre, anche sui negoziati sembrano pesare in qualche modo le divisioni confessionali dello Stato libanese, con il tavolo pakistano più vicino alla prospettiva dell’asse sciita (partito Amal e Hezbollah) e il tavolo occidentale più vicino ai cristiani maroniti.

Alle prossime elezioni mancano ancora due anni, ma il dato di novità, attualmente, è la perdita di peso politico di Hezbollah, in conseguenza del suo indebolimento militare; la presenza sociale continua ad essere forte, con ospedali, centri culturali, associazioni; sta giungendo a completamento il grande mausoleo di Hassan Nasrallah, assassinato il 27 settembre 2024; ma il partito è isolato e le sue posizioni hanno meno presa.

L’ assetto confessionale dello Stato non favorisce il partito sciita, che da anni ne sta chiedendo una revisione.

Inoltre, Hezbollah è rimasto quasi il solo (con il partito comunista libanese, PCL) a parlare ancora di resistenza, mentre tutti gli altri insistono sulla negoziazione, o vi si sono convertiti.

Persino le forze palestinesi presenti in Libano che si riconoscono nell’OLP collaborano apertamente al disarmo dei campi “fino all’ultima pistola” (sic), come concordato con il governo libanese; in cambio di che cosa non è chiaro, visto che la situazione dei profughi palestinesi è la peggiore di sempre; si auspica che le prossime consultazioni elettorali per il Consiglio Nazionale Palestinese (PNC), il parlamento in esilio dell’OLP, portino all’elezione di una rappresentanza palestinese “responsabile”, ossia disposta a collaborare col governo libanese per ripulire i campi dagli armamenti.

La prospettiva che la guerra si intensifichi e che il Libano, a breve, sia oggetto di una aggressione più vasta e feroce è molto concreta; ma è evidente che le forze politiche libanesi arriveranno a questo appuntamento in ordine sparso, senza una strategia unitaria.

Fonte

Più che l'etica, sull'IA pesa la fragilità delle quotazioni azionarie

L’appello dei big dell’intelligenza artificiale Usa, guidati dal Ceo di Anthropic Dario Amodei, a rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale per governarlo maggiormente ha suscitato vasto dibattito. La presunta “svolta etica” dei colossi dell’intelligenza artificiale ha suscitato ampie discussioni. Per Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano e attento studioso delle dinamiche geopolitiche ed economiche internazionali connesse anche alla corsa alla supremazia tecnologica e sull’IA, “il vero motivo di questa svolta non è etico”. Parlando con InsideOver, il professor Noci invita a riflettere a ampio raggio su un contesto che vede, oggigiorno, “l’intelligenza artificiale essere molto più di una tecnologia: l’Ia”, spiega Noci, “è una infrastruttura di cambiamento di portata enorme, è davvero un cambio di paradigma del funzionamento dei sistemi sociali, educativi, economici e geopolitici”.

L’IA è un settore che ha suscitato attenzione, interesse, investimenti. Come siamo arrivati fino al dibattito di questi giorni?

L’IA è un’infrastruttura di cambiamento e anche un’infrastruttura di potere, economico, e tecnologico, estremamente contesa. A mio avviso, il punto fondamentale su cui noi dobbiamo riflettere è che in questi due anni si sono creati delle insensate aspettative che hanno alimentato valutazioni oggettivamente senza senso delle big tech e di Nvidia, ed è questo un primo problema che oggi si ripercuote sulle dinamiche concrete della corsa all’IA.

A suo avviso, perché questo è successo?

Perché prima si è raccontato che l’intelligenza artificiale avrebbe molto rapidamente cambiato tutto. Ma proprio perché l’intelligenza artificiale non è una tecnologia ma è molto di più, un sistema complesso e in evoluzione, la sua penetrazione richiederà parecchio tempo prima che venga correttamente digerita dai sistemi economici. In un certo senso, è come avvenne con le ferrovie nel XIX secolo: allora moltissimi operatori investirono su binari e fallirono praticamente tutti. Questo non significa che la tecnologia fosse sbagliata. Come sappiamo, poi le ferrovie sono state infrastrutture che hanno avuto un impatto enorme: il problema è la scala dei tempi con cui un nuovo sistema arriva a maturazione. Sottolineerei, inoltre, il fatto che la stessa cosa avvenne con l’arrivo dell’energia elettrica, gli operatori hanno impiegato 30 anni per capire come usarla.

Questo, per quanto riguarda l’IA, come si è concretizzato?

Si è verificata un’alimentazione di aspettative che non ha riscontro reale nell’economia e che di fatto rende certe quotazioni estremamente fragili. Secondo me tutta questa narrativa è stata assolutamente alimentata dal fondatore di Nvidia, che è l’azienda con la maggior capitalizzazione di borsa al mondo e vale due volte il PIL italiano. Negli anni Jensen Huang sostanzialmente ha fatto di tutto pur di massimizzare entrate e capitalizzazione di borsa. In primo luogo ha fatto operazioni di finanza circolare, in secondo luogo ha fatto anche da “assicurazione”, garantendo ai committenti che compravano le sue GPU che Nvidia avrebbe coperto il mancato fatturato degli operatori se i data center non avessero avuto sufficientemente domanda e, infine, si è accordato con le grandi banche internazionali perché prestassero soldi ai suoi clienti. Quel che è andato in scena, a mio avviso, è stato un meccanismo di totale distorsione delle normali dinamiche di business, e questo ci porta a  renderci conto del fatto che sotto il profilo delle quotazioni l’intero costrutto dell’IA vive un momento di grandissima fragilità e di elevato rischio.

Quali novità principali degli ultimi mesi, a suo avviso, hanno contribuito a tale scenario?

Negli ultimi mesi il quadro si è complicato perché progressivamente è emersa la consapevolezza che i cinesi avessero applicazioni efficienti, sistemi di intelligenza artificiale meno potenti di quelli americani ma operanti a costi infinitamente più bassi. Questo ha reso palese che non era necessariamente vero ciò che affermavano gli americani, e cioè che la via maestra dell’IA passasse per lo sviluppo di Large Language Models sviluppati con un’enorme e costosa potenza di calcolo. Personalmente, credo che gli LLM rischino di fare la fine di molti operatori di telecomunicazioni, titolari di un’infrastruttura indispensabile ma che non genera flussi di cassa positivi e guadagno.

Insomma, le aziende dell’IA che hanno guidato l’inizio della corsa vivono una sfida importante per difendere il vantaggio acquisito...

Il tema della difesa della posizione da parte degli operatori dell’IA è fondamentale. Questi cantori delle intelligenze artificiali che adesso diventano tutto a un tratto cantori dell’etica sulle IA mirano principalmente a erigere delle barriere difensive per cercare di congelare il vantaggio acquisito ed evitare che i cinesi si inseriscano per sottrarre loro parte delle risorse disponibili nel mercato dell’IA. Manovre difensive, queste, operate da soggetti che io ritengo ormai privi di qualsiasi credibilità: mi riferisco a Sam Altman, Dario Amodei, Jensen Huang.

Per che motivo, a suo avviso?

Purtroppo, queste figure di punta dell’IA hanno la responsabilità di aver fatto salire talmente tanto questo mercato e di averlo portato a rappresentare una parte talmente rilevante del valore complessivo della borsa americana che qualora un granello di sabbia arrivasse a inceppare questo infernale meccanismo, si corre il rischio che tutto il costrutto possa venire giù. Insomma, hanno creato una situazione di rischio significativo.

OpenAI e Anthropic hanno annunciato a lungo la loro intenzione di sbarcare a Wall Street. Lo ritiene possibile?

Non si quoteranno, almeno non entrambe: c’è spazio forse per una quotazione, ma secondo me in particolar modo Dario Amodei sarà molto prudente a farla perché questo meccanismo di aspettative esagerate che hanno creato comincia a ritorcersi contro. Tenga peraltro conto che un altro fattore di incertezza è rappresentato dal fatto che questi cantori dell’IA  adesso hanno interessi che dovrebbero divergere da quelli di Trump.

In che modo, a suo avviso?

Trump ha bisogno che l’IA e gli investimenti in data center corrano per sostenere l’economia, la cui crescita è il suo unico interesse. Trump sa che se le big-tech taglieranno la corsa ai data center, già rallentata, i dati di crescita del Pil Usa saranno molto diversi e minori.

Spingendo per rallentare la corsa dell’IA loro sostanzialmente si mettono di traverso rispetto agli interessi di Trump, e questo è un altro fattore di complessità di tutta questa vicenda. Io credo che loro saranno molto prudenti a quotarsi, e secondo me in particolare Altman sa benissimo che OpenAI non può quotarsi, perché il suo è un modello business to consumer che alla luce delle promesse che ha fatto non sta in piedi.

E gli investimenti già annunciati in data center?

Affrontano una forza maggiore che si chiama materia. Di recente, ad esempio, Jensen Huang per tenersi sui mercati ha dichiarato che raddoppierà la capacità produttiva l’anno prossimo.

Vorrei proprio capire come farà, le fabbriche sono tutte a saturazione, non sono sue e per costruire fabbriche nuove di questo tipo servono 5 anni. L’IA ha un collo di bottiglia fisico, che è la catena di fornitura che non regge. Parliamo di  materie prime, semiconduttori, macchinari, ma anche, se non soprattutto, di maestranze addestrate e profili tecnici estremamente specializzati. Non è qualcosa che sia disponibile dall’oggi al domani. Per ora i mercati si stanno bevendo tutto ma alla prima difficoltà l’intera situazione potrebbe complicarsi.

Ci sono paragoni possibili col passato?

La perdita del senso della misura ricorda molto la bolla del “Dot.com” di oltre un quarto di secolo fa. Anche allora emergeva un cambio di paradigma dirompente destinato a cambiare tutto, Internet, ma nonostante l’importanza del nuovo sistema ciò che hanno fatto gli operatori in quel momento non aveva senso per le logiche di mercato. Temo che qui siamo nella stessa situazione.

In relazione a questi sviluppi il mondo cinese ha delle prospettive diverse dai colossi americani?

La Cina si è mossa in modo chiaro e diverso dagli statunitensi. Parliamo di una competizione in cui gli americani hanno fatto una scelta molto chiara: avendo le big tech e i semiconduttori più avanzati del mondo, hanno puntato su un’intelligenza artificiale di potenza, quindi Large Language Models e data center. La Cina, che è la più grande manifattura del Pianeta e non ha i semiconduttori più avanzati, ha fatto una scelta di funzione obiettivo, che è la massimizzazione della diffusione di applicazioni di intelligenza artificiale per la manifattura. Quindi la scelta di Pechino è stata una scelta applicativa, orientata alla massimizzazione della diffusione delle applicazioni, da qui il fatto anche di avere i modelli a pesi aperti.

Due filosofie diverse per due sistemi produttivi diversi...

Questa è stata una scelta ortogonale rispetto alla mossa americana. Una scelta che in qualche modo, a mio avviso, ha presupposti di coerenza con il sistema economico, è più sincrona alle esigenze del modello cinese di oggi e ha come obiettivo ulteriore la volontà di innervare con propri algoritmi altri sistemi, altri Paesi, principalmente nel Sud Globale. Quale dei due modelli prevarrà è presto per dirlo. Diciamo che io ritengo che tutta la potenza americana, allo stato attuale farà fatica a valorizzarla e a trovare un riscontro di business. Quindi credo che le strade per valorizzare al meglio l’intelligenza artificiale siano altre e tra le altre secondo me c’è quella della physical AI, dove, peraltro, anche l’Europa potrebbe trovare un’opportunità significativa e diventerà sempre più una nuova frontiera.

Fonte 

 

Gaza - Ogni cosa è causa di morte

Sulla soglia di una città dove il dolore della terra si riversa nel mare, le penne tacciono. Cosa si può dire, commentare, analizzare o raffigurare di un bambino sotto le macerie, che dice: “Zio, sono vivo”, prima di svanire nell’oscurità dei cuori, lasciando dietro di sé un dolore tale da annidarsi per sempre in questa regione che non ha conosciuto altro che sofferenza, che ha deciso di diventarne la compagna costante, ricordandogli ogni giorno il suo destino?

Che tipo di morte è questa che si risveglia ogni mattina nelle strade, nelle piazze, nei campi, nelle case e nelle tende, portando con sé tutto il suo arsenale, in agguato per i resti di vita, per un’innocenza che non è ancora sbocciata? Così, i nostri figli muoiono senza altra ragione se non quella di essere palestinesi, il loro destino decretato di nascere in questa regione che l’indovino un tempo predisse sarebbe rimasta maledetta.

Ma la miseria è più grande di ogni maledizione, e le lacrime sono diventate l’unica cosa viva in questa zona di morte. Ogni cosa è causa di morte. La gente muore nelle tende, per insetti, roditori, proiettili, fame, caldo, freddo, cuori e spiriti spezzati. Gaza muore per le strade e negli edifici le cui porte hanno perso il loro cigolio. E noi moriamo per l’oppressione.

Che epoca è questa, dove viviamo così umilmente? Hanno scelto la morte senza rimorsi. Gli era stato detto: “Non vivete negli edifici piegati dai bombardamenti; crolleranno”. Le vittime hanno risposto: “Lasciateci in pace. La morte verrà da noi nelle tende con tutta la sofferenza che la precede. Almeno qui, la morte arriva senza dolorosi preludi”. Oh Dio, quando sai che morirai in un luogo e lo scegli al posto della vita, quale cuore rimane capace di vivere? Quale mente può scrivere una riga sul pianto di un bambino prima di spegnersi?

In una regione il cui destino non ha eguali, le persone dormono nella tragedia e si risvegliano nella catastrofe.

La memoria è impressa sulle madri in lacrime, affrante dal dolore, che abbracciano i corpi dei loro cari prima dell’ultimo saluto, e sul lamento incessante iniziato quando i corvi della distruzione hanno riempito i cieli di Gaza, scatenando la morte da ogni direzione.

Il mare è morte, il cielo è morte, la sabbia è estratta, e la morte emerge dalle macerie e da ogni cosa. Questo è il destino che attende Gaza, come ha ribadito il ministro della difesa Israel Katz: non esiste altro progetto se non l’emigrazione, che rende necessaria l’inarrestabile diffusione della morte con ogni mezzo. Il crollo dell’edificio – uno di tremila strutture simili – è stato solo una delle tante potenziali fonti di morte a Gaza.

A Gaza, le persone hanno perso ogni interesse per la vita, perché da anni essa è indissolubilmente legata alla morte. Entrambe sono simili per le loro caratteristiche e per il dolore che infliggono, ma la morte è leggermente più misericordiosa di una vita che punge i corpi, frantuma le ossa, addolora i cuori e offusca i volti di uomini e donne come se fossero appena tornati da battaglie di polvere e vento senza vittoria, in un luogo destinato a essere sottoposto agli esperimenti di dilettanti e novizi della politica, affinché noi possiamo raccogliere tutta questa morte e distruzione.

La storia con Israele è lunga e dolorosa e rimarrà impressa nella memoria. Nessuna risoluzione internazionale o giustizia tardiva potrà cancellarla. La memoria palestinese rimarrà aperta al giudizio, registrando a lungo l’esistenza di uno Stato che ha riversato sul popolo palestinese ogni sorta di morte e sofferenza, uccidendo i loro figli, demolendo le loro case, distruggendo le loro città e bruciando i loro quartieri e le loro strade. La storia non la proteggerà dalla rabbia che ha messo radici nel profondo dei loro cuori.

Ma che ne sarà di noi? Che dire dell’organizzazione dilettantistica che ha trasformato Gaza in un banco di prova per una serie di credenze ingenue, indegne di essere considerate politica, guerra, conflitto o prova di volontà?

Come ha potuto, con il suo approccio superficiale alla politica e alla guerra, produrre una simile sconfitta per sé stessa, per il suo popolo, per la sua causa, per la sua nazione e per il suo asse, che ora sta pagando il prezzo di aver preso sul serio tale approccio superficiale, senza soffermarsi a considerare dettagli che erano chiarissimi a chiunque volesse formulare politiche o combattere, dettagli sufficienti per chiunque volesse capire? E ora?

Cosa significa maledire il mondo? Maledire le Nazioni Unite, le istituzioni internazionali fallite, l’Europa impotente e gli stati paralizzato degli arabi e dei musulmani? Che dire dei palestinesi che si sono attirati addosso tutta questa distruzione? Che dire di Hamas, che, come tutti gli abitanti di Gaza, ora non ha altro che lacrime? Come potrà Gaza uscire da tutto questo? E se questa situazione dovesse protrarsi a lungo come unica via di fuga? Israele non vuole che Hamas rinunci al potere e alle armi, e questo è chiaro a tutti.

Cosa fare, dunque, quando l’equazione diventa diretta, senza possibilità di manovra? Ciò che resta del dominio e delle armi di Hamas sono strumenti per completare la tortura e lo sfollamento forzato. Cosa fare, quindi? Dopo questa guerra, nulla di ciò che accade nel mondo ha più importanza per gli abitanti di Gaza, che il mondo rimanga in piedi o crolli.

Perché Gaza, con la sua sofferenza, è il centro del loro universo, un universo che incessantemente elargisce loro quotidianamente la morte, replicandone le molteplici forme. Quanto è miserabile il mondo quando un bambino è assediato dalla morte da ogni lato, senza che questo mondo intervenga, insieme a tutti i politici che lo hanno condotto a una fine così orribile... che un intero edificio venga trasformato in una bara di pietra collettiva: quale mente può sopportare questo? Mio Dio, cosa ci è successo? E come?

Fonte

20/09/2026

Marx nell’epoca dell’IA: l’intelligenza è sociale, il profitto no

Che cosa direbbe Karl Marx oggi, davanti a ChatGPT, ai mercati finanziari governati da algoritmi, alla moneta digitale e alla crescente automazione del lavoro intellettuale?

Probabilmente non si stupirebbe della tecnologia. Si stupirebbe, semmai, del modo in cui il capitalismo continua a presentare come proprietà privata ciò che è il risultato di una gigantesca cooperazione sociale.

È questo il punto da cui partire.

Marx non fu mai un nemico della scienza. Al contrario, comprese prima di molti altri che lo sviluppo delle forze produttive avrebbe potuto aprire possibilità straordinarie per l’umanità. Ma non confuse mai la scienza con una semplice tecnica al servizio dell’utilità e del profitto. La scienza, nella sua prospettiva, appartiene alla capacità creativa dell’essere umano e alla sua relazione sociale con il mondo.

Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale pone una questione politica gigantesca.

Ci viene raccontato che le macchine stanno diventando “intelligenti”. Ma di quale intelligenza parliamo? I sistemi di IA sono costruiti sulla base di enormi quantità di linguaggio, immagini, conoscenze e produzioni culturali generate da milioni di esseri umani. Dietro l’apparente autonomia della macchina c’è la storia collettiva dell’umanità.

L’intelligenza artificiale, in questo senso, è anche intelligenza sociale accumulata e organizzata tecnologicamente.

Il capitale, però, compie un’operazione che Marx avrebbe riconosciuto immediatamente: separa la potenza sociale dalla sua origine sociale e la presenta come una proprietà privata.

L’opera di milioni di persone diventa “dataset”. Il sapere collettivo diventa capitale tecnologico. Il linguaggio umano diventa materia prima. La creatività sociale diventa un asset. E il risultato viene concentrato nelle mani di poche grandi imprese.

La contraddizione è evidente: più la produzione diventa sociale, più la sua appropriazione tende a diventare privata.

Non è una novità dell’IA. È una delle contraddizioni fondamentali del capitalismo che Marx aveva individuato nella grande industria e che oggi raggiunge una nuova dimensione.

Anche il denaro sembra essersi liberato della materia. Banconote, monete e persino i confini fisici delle transazioni vengono progressivamente sostituiti da numeri, registrazioni elettroniche, algoritmi. Ma il denaro digitale non è meno sociale del denaro cartaceo. Al contrario: rende ancora più evidente che il denaro è un rapporto sociale.

L’illusione dell’“immateriale” rischia allora di diventare ideologia. Dietro il cloud ci sono data center, energia, miniere, cavi, lavoratori e infrastrutture. Dietro l’algoritmo ci sono programmatori, ricercatori, annotatori, creatori di contenuti e una quantità sterminata di lavoro umano. Dietro ogni transazione digitale esistono istituzioni e rapporti di potere.

L’immateriale non ha cancellato il lavoro. Lo ha reso più difficile da vedere.

E qui torna una frase dei Manoscritti economico-filosofici del 1844: «...mein eignes Dasein ist gesellschaftliche Tätigkeit». La mia stessa esistenza è attività sociale.

È una frase che oggi dovrebbe essere affissa all’ingresso di ogni data center della Silicon Valley.

Perché se la nostra esistenza è attività sociale, allora anche la conoscenza prodotta attraverso questa attività è, almeno nella sua origine, una ricchezza sociale. Il problema politico non è quindi stabilire se l’IA sia “buona” o “cattiva”. Il problema è chi possiede e controlla la potenza sociale incorporata nelle nuove tecnologie.

Sotto il capitalismo, una tecnologia che potrebbe ridurre drasticamente il tempo di lavoro necessario può diventare invece uno strumento per aumentare produttività, controllo, sorveglianza e disoccupazione. Una macchina capace di liberare tempo per tutti può diventare una macchina per intensificare il lavoro di alcuni e concentrare ricchezza nelle mani di pochi.

Questa è la contraddizione.

E c’è un punto ancora più radicale. Non siamo semplicemente di fronte a una nuova fase dell’innovazione tecnologica: siamo davanti a una battaglia sulla proprietà della conoscenza sociale. Chi controlla i grandi modelli di IA controlla una parte crescente delle infrastrutture attraverso cui la società produce, conserva e rielabora il sapere.

Per questo la questione non può essere lasciata agli amministratori delegati delle Big Tech, ai fondi d’investimento o ai governi che discutono di competitività nazionale. Non basta chiedere una “regolamentazione etica” dell’intelligenza artificiale. Bisogna mettere in discussione il rapporto sociale che permette a pochi soggetti di appropriarsi privatamente di una cooperazione che appartiene a tutti.

Se milioni di persone producono continuamente dati, linguaggio, cultura e conoscenza, la loro trasformazione in capitale non è un fatto naturale: è una scelta politica e un rapporto di forza.

L’IA potrebbe essere una delle più grandi tecnologie di liberazione dal lavoro necessario mai concepite. Potrebbe ridurre l’orario di lavoro, socializzare il sapere, democratizzare l’accesso alla conoscenza e aumentare enormemente lo spazio della creatività umana.

Ma tutto questo è incompatibile con un sistema nel quale ogni conquista della cooperazione sociale deve trasformarsi in profitto privato.

La vera alternativa, dunque, non è tra innovazione e conservazione. È tra una tecnologia subordinata al capitale e una tecnologia liberata dal capitale.

Marx, probabilmente, non avrebbe chiesto se ChatGPT è intelligente. Avrebbe chiesto: di chi è questa intelligenza?

E soprattutto: se è stata costruita socialmente, perché dovrebbe essere utilizzata per arricchire pochi invece che per aumentare la libertà di tutti?

Questa è la vera partita politica dell’intelligenza artificiale. Non uomo contro macchina. Non passato contro futuro. Ma lavoro sociale contro appropriazione privata.

L’intelligenza è sociale. La conoscenza è sociale. La ricchezza prodotta dalla cooperazione è sociale.

Il capitalismo, invece, continua a volerla privata.

Ed è precisamente qui che la contraddizione torna a farsi esplosiva.

Fonte

Crosetto alla guerra contro gli Houthi

La guerra è un rasoio, ricordiamo spesso. E ogni sciocchezza verbale inventata per occultare la realtà viene in un attimo fatta in mille pezzi alla prova dei fatti.

La guerra riesplosa tra Arabia Saudita e milizie Ansar Allah – sbrigativamente chiamate “gli Houthi”, dal nome del loro fondatore – ha portato alla luce la presenza di forze militari italiane in Arabia. La prova stavolta non era occultabile: un aereo Eurofighter Typhoon EF-2000 è stato infatti danneggiato durante gli attacchi notturni contro la base aerea di Ta’if.

L’aereo, è stato poi spiegato, era parte del contingente inviato nell’ambito dell’operazione “Inherent Resolve”, iniziata nel 2014 da una coalizione internazionale mirante a contrastare l’allora preoccupante espansione dell’Isis in Iraq e Siria.

Operazione “riuscitissima”, visto che l’ex leader dell’Isis in Siria – al Jolani – è ora presidente del paese dopo la caduta di Assad, e viene ricevuto a Washington e in Europa.

Un giornalista medio, neanche particolarmente curioso, dovrebbe almeno chiedersi che ci fanno – quegli aerei e quei militari – in Arabia Saudita dopo ben 12 anni. In quel teatro, oltretutto, ci sono state numerose guerre, altre sono in corso, nemici e amici si sono a volte scambiati il posto (per dire: gli sciiti filoiraniani dell’Iraq sono stati preziosi alleati nella guerra all’Isis, così come i curdi). E non serve essere laureati in scienze diplomatiche per capire che se i tuoi soldati sono di stanza nelle basi militari di un paese in guerra di fatto stanno partecipando a quella guerra (quella non è una “missione Unifil”, di interposizione).

Tra l’altro, le forze militari saudite operano pressoché esclusivamente con aerei da bombardamento, affidandosi a mercenari o ai reparti dell’esercito yemenita ancora fedeli – sempre meno – al governo di Aden, quindi è pressoché inevitabile che gli aeroporti diventino bersaglio dei droni o dei missili Houthi.

Ma è inutile attendersi una domanda dal giornalista medio italiano. Così, questa volta, l’hanno posta i diretti interessati, tramite Muhammad Mansur, funzionario del governo Houthi: «Cosa ci fanno gli aerei italiani a sostegno della guerra di Riad contro di noi?» Ricordando, tra l’altro che, «Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese».

Messaggio chiaro e anche molto moderato nei toni...

Disabituati a fare domande, i media italiani forniscono però la risposta, condendola nel solito modo falsario: “Gli Houthi sfidano l’Italia”. È un po’ quello che fa Trump buttando fuori dalla Casa Bianca gli inviati di CNN, POLITICO e MsNow: le domande scomode sono un “attacco”...

Se fosse una discussione deontologica, si potrebbe andare avanti a lungo mettendo distinguo, cambiando i nomi alle cose e ai valori, ecc. Ma c’è una guerra in corso, e anche se dici cazzate quella continua a tagliare la lingua ai mentitori, per quanto professionali siano.

È scontato che le milizie Ansar Allah interpretino le risposte che arrivano dall’Italia come un “E invece noi siamo in guerra contro di voi”. E che, quindi, uno dei prossimi droni o missili coinvolgerà altri mezzi o soldati italiani in Arabia, se non vengono ritirati prima.

Nel frattempo, infatti, il ministro Crosetto ordina di scortare le navi commerciali nello Stretto di Bab el Mandab “per proteggerle dagli Houthi” e chiede all’Unione Europea di mandare altre navi ancora e soprattutto pagare le spese.

Il fatto che gli abbia detto sì solo la svalvolata Kaja Kallas non depone certo a suo favore...

Però questo insieme di fatti non parole, sta ad indicare che l’Italia si muove e si sente in guerra. Contro gli Houthi, per ora, poi si vedrà...

Naturalmente, nessuno ci venga a raccontare che “stiamo difendendo i confini della patria” e bestialità consimili a quasi 5.000 km da casa. Le navi commerciali, e i rifornimenti mondiali indispensabili a far funzionare l’economia, si difendono seriamente solo evitando i conflitti, non allargandoli.

Servono diplomatici con sale in zucca, non ministri abituati a venderle, le armi...

Fonte

L’Italia è un paese i lavoratori anziani

Il 17 settembre, un’associazione di imprese dal nome Valore D ha pubblicato un rapporto sull’età degli occupati italiani, stilato con l’aiuto di un laboratorio dell’Università degli Studi di Milano e a cui anche l’INPS ha contribuito con un approfondimento degli scenari che si delineano per il Belpaese.

Al di là delle finalità dello studio, ciò che ha sottolineato Gabriele Fava, presidente dell’Istituto previdenziale italiano, esige di riportare in maniera critica alcuni dati: tra il 2019 e il 2025 gli over 55 che lavorano sono aumentati del 65%. Un risultato dell’inverno demografico, ma è stato lo stesso Fava a evidenziare che “vivere più a lungo non equivale automaticamente a poter lavorare più a lungo”.

Eppure, è ciò che succede, come scelta politica ben precisa. Dietro l’aumento del numero di anziani a lavoro si nasconde, innanzitutto, l’aumento continuo dell’età pensionabile e il lungo blocco del turnover che in tanti settori ha bloccato le assunzioni nel nostro paese. A tutto ciò, poi, bisogna aggiungere il peso asfissiante del lavoro di cura e una crescente ansia generazionale.

Per i più giovani la realtà quotidiana è quella di contratti a singhiozzo, tirocini infiniti e stipendi inadeguati al costo della vita. Questo ritardo strutturale nell’accesso a una stabilità professionale genera una vera e propria piaga sociale: l’ansia per il futuro. Tra i giovani lavoratori si è fatta strada la consapevolezza di essere intrappolati in un sistema contributivo che, a fronte di carriere discontinue, promette pensioni da fame in età ancora più avanzata rispetto a quella odierna.

L’ansia, tuttavia, attraversa la piramide anagrafica in entrambe le direzioni: logora i giovani esclusi o precari, ma colpisce duramente anche i lavoratori più anziani, spesso costretti a ritmi intensi, a una costante rincorsa della digitalizzazione e al timore del burnout psicofisico prima di raggiungere il traguardo della quiescenza.

Nello studio di Valore D e INPS, alla domanda su quale sia l’emozione che ha prevalso negli ultimi sei mesi di lavoro, più di 1 persona su 3 delle oltre 11 mila che hanno partecipato al sondaggio ha indicato la stanchezza, una condizione che attraversa tutte le età degli intervistati.

Sono le donne a vivere la situazione peggiore. L’allungamento dell’attività lavorativa degli over 55 ha infatti smantellato anche il “welfare informale” su cui l’Italia ha fatto affidamento per lungo tempo: quello dei nonni a supporto delle giovani coppie e dei caregiver familiari. Tra le intervistate della Generazione X (coloro nati tra il 1965 e il 1980), è addirittura l’82,2% a dichiarare di avere carichi di cura, contro il 63,9% dei Baby Boomer.

In assenza di servizi pubblici all’infanzia e di copertura delle situazioni di non autosufficienza, non potrebbe essere altrimenti. Il risultato, oltre a uno scontato sovraccarico emotivo e fisico, è quello di rinunce lavorative, part-time involontari o dimissioni anticipate. E sul lungo periodo, questo significa anche pensioni più magre rispetto agli uomini.

Le riforme pensionistiche prodotte negli ultimi decenni sull’altare dell’austerità europea non hanno fatto che peggiorare la situazione, senza risolvere nessuno dei problemi per cui veniva millantato fossero pensate. L’obbiettivo reale era solo quello di aumentare lo sfruttamento intensivo e indebolire i lavoratori di fronte alle controparti padronali.

Quello che serve non è dunque un ennesimo aggiustamento, ma un cambio radicale di modello. Invece della reintroduzione della leva militare, come molte classi dirigenti europei stanno promuovendo, servirebbe invece un cambio di paradigma, pacifico, che sullo sviluppo complementare ponga le fondamenta per uscire dalla crisi. Invece di incancrenirla sempre più fino all’escalation bellica.

Fonte

Sull’IA sarà difficile trovare un punto d’incontro tra Cina e Usa

di Michelangelo Cocco

Rispondendo ai timori espressi il giorno precedente dall’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, con la pubblicazione del saggio We Must Pace the Frontier, Donald Trump domenica ha obiettato che «chi vince la competizione sull’intelligenza artificiale vince tutto». La competizione sull’IA con la Cina, secondo il presidente Usa, è un gioco a somma zero, il fronte più caldo di una rivalità da Guerra fredda 2.0, sul quale gli Usa non devono arretrare.

L’amministrazione repubblicana è disponibile a una regolamentazione limitata alla messa in sicurezza da terrorismo e criminalità, la Cina – ufficialmente – a una governance condivisa della tecnologia che sta già cambiando l’industria, la guerra e tanto altro. Trump e Xi Jinping ne discuteranno durante il summit alla Casa bianca del 24 settembre, ma, con ogni probabilità, non troveranno alcun accordo significativo.

L’avvertimento di Amodei sui «seri rischi» legati allo sviluppo dell’IA – condiviso dal boss di OpenAI, Sam Altman, e dal capo di Tesla, Elon Musk – è arrivato dopo l’intervista della BBC a un ex ricercatore di Anthropic, Jacob Coxon, che ha sostenuto, tra l’altro, che «se non rallentiamo l’attuale ritmo dei progressi dell’IA, c’è una forte probabilità che potremmo morire tutti nel prossimo futuro».

Il papà di Claude ha dedicato l’ultima parte del suo scritto – in sostanza una proposta per rallentare lo sviluppo e controllare i modelli IA – alla «cooperazione con la Cina, il paese autocratico dotato, di gran lunga, delle capacità più avanzate nel campo dell’intelligenza artificiale». Le sue idee a riguardo appaiono intrappolate nella contrapposizione democrazie/autocrazie e nel realismo più duro, che vede le relazioni Cina/Usa solo come antagonistiche.

Sono tre i motivi principali per cui tra Cina e Usa sarà difficile trovare un punto d’incontro. Il primo è tutto interno agli Stati Uniti, dove l’IA è orientata anzitutto al profitto di vecchie e nuove corporation, con obiettivi privati che non coincidono con l’interesse collettivo. Il secondo è la sfiducia reciproca, per cui Cina e Usa fanno una gran fatica a elaborare regole assieme.

Il terzo è il più profondo: proprio l’IA è uno dei principali terreni di confronto tecnologico-industriale-economico. Washington sta costruendo con Pax Silica una filiera hi-tech assieme agli alleati; Pechino sta seducendo il Sud globale coi suoi modelli open source. A luglio, 29 Paesi hanno firmato l’accordo per la nascita della World Artificial Intelligence Cooperation Organisation, con sede a Shanghai.

Fonte

Santa Caterina delle armi

La Beretta è una fabbrica che esporta armi in tutto il mondo. Oggi i movimenti pacifisti giustamente pongono la necessità della riconversione civile dell’industria militare. Invece con il riarmo NATO e UE sta avvenendo esattamente il contrario, è l’industria di pace che viene riconvertita in strumento di guerra. Ovviamente la Beretta, multinazionale familiare sempre più potente a Brescia e in Italia, va a nozze con la politica guerrafondaia che dilaga. Così la Festa Patronale a Gardone diventa Festa di Stato.

Le Frecce tricolori percorrono l’azzurro della Valtrompia, mentre Giorgia Meloni scende dall’alto dei cieli e atterra in elicottero militare a Gardone per omaggiare la famiglia Beretta e dare testimonianza dell’imperialismo straccione che anima il governo.

È la festa di chi vuole innalzare al 5% del PIL la spesa per le armi, ed è festa grande per la famiglia Beretta. Il 5% non è più soltanto uno slogan: al vertice NATO dell’Aja del giugno 2025 i governi alleati hanno assunto l’impegno di portare entro il 2035 la spesa annuale per la difesa e la sicurezza al 5% del PIL, con almeno il 3,5% destinato alle esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% ad altre spese connesse a difesa e sicurezza.

Una vecchia canzone operaia – “Santa Caterina dei Pastai” – prendeva in giro una festa aziendale organizzata dal padrone di una fabbrichetta, festa poi pagata dagli stessi operai con una trattenuta sulla busta paga.

La Festa di Stato per la Beretta non la pagano direttamente gli operai dell’azienda, ma la paghiamo tutti noi. Perché i soldi in più per le armi sono soldi in meno per la sanità, la scuola e i servizi sociali. Perché se Beretta esporta più armi, vuol dire che ci sono più guerre nel Mondo.

E qui viene da chiedersi che cosa abbia fatto davvero, in questi quasi quattro anni, il governo guidato da Giorgia Meloni sul piano economico-sociale. L’ opposizione dei salotti televisivi racconta spesso una Meloni che non avrebbe fatto quasi nulla. Non è vero. Ha fatto un sacco di cose, e tutte in una determinata direzione, quella auspicata da gente come i Beretta.

Il 4 settembre 2026 il governo Meloni ha trionfalmente celebrato il primato di longevità di un esecutivo non solo della storia della Repubblica, ma anche dell’intera storia dell’Italia unita (dal 1861 ad oggi), ove si eccettui quello di Mussolini Duce degli Italiani, da lei considerato del resto uno dei più grandi statisti di tutti i tempi e quindi ineguagliabile.

E allora guardiamo alle battaglie che il governo ha combattuto. Il centrosinistra aveva presentato in Parlamento un disegno di legge per l’introduzione di un salario minimo legale di 9 euro lordi l’ora. Proposta, peraltro, molto cauta. Ma il governo ha immediatamente alzato le barricate e scelto una strada diversa, affidandosi alla “valorizzazione della contrattazione collettiva” e al principio della “retribuzione proporzionata e sufficiente”. Cioè – all’atto pratico – se CGILCISLUIL firmano un rinnovo contrattuale di categoria che preveda una retribuzione a 6 euro lordi l’ora, quello diventa il “salario giusto”.

Anche sui congedi parentali il confronto è istruttivo. Le proposte parlamentari dell’opposizione chiedevano un rafforzamento della tutela per entrambi i genitori a parità di retribuzione; il governo ha solo aumentato l’indennità per alcuni periodi di congedo, arrivando nel 2024 a due mesi indennizzati all’80% in determinate condizioni, mentre la misura in generale resta comunque regolata entro i limiti di prima.

E quanto alla sicurezza nei luoghi di lavoro la legge delega del 2023 ha previsto espressamente la “semplificazione, il coordinamento e la programmazione dei controlli sulle imprese”, cioè, tanto per dirne una, preavvisi con settimane di anticipo agli “imprenditori” prima delle ispezioni nelle aziende. Di introduzione del reato di omicidio sul posto di lavoro neanche a parlarne, ovviamente.

Tutto questo per tacere del reddito di cittadinanza abolito e della legge Fornero addirittura peggiorata. 

Poi c’è il grande capitolo del riarmo. Mentre si discuteva di salari, servizi e condizioni di lavoro, l’Italia partecipava alla scelta NATO di portare – come abbiamo detto – la spesa per la difesa fino al 5% del PIL entro il 2035.

A questo punto allora vale la pena guardare anche a chi ha contribuito economicamente alla crescita del partito della Presidente del Consiglio.

Nei soli anni 2022 e 2023  Fratelli d’Italia ha ricevuto complessivamente 8.207.582 euro di “erogazioni liberali” da persone fisiche e persone giuridiche (imprese e aziende): 4.225.614 euro nel 2022 e 3.981.968 euro nel 2023. Una cifra mostruosa.

Sono gli anni della conquista del potere da parte dei postfascisti e del consolidamento del governo Meloni. Il dato resta lì, nero su bianco: in due anni, oltre otto milioni di euro arrivati al partito da privati, imprese e aziende che attendevano evidentemente che Meloni facesse le cose che abbiamo descritto sopra. E Meloni le ha fatte tutte, comprese le strette repressive contro manifestazioni e proteste.

No, uno Stato che rispetti l’articolo 11 della Costituzione non dovrebbe spendere risorse pubbliche per festeggiare un’azienda di armi, per di più privata.

A Gardone invece hanno fatto Santa Caterina delle Armi.

E viene da pensare che, mentre i lavoratori invocano invano salari dignitosi, maggiori diritti e maggiore sicurezza, mentre la sanità e la scuola aspettano risorse, l’industria degli armamenti può contare su un’altra prospettiva: quella di un enorme aumento della spesa militare.

Allora, guardando ai milioni raccolti da Fratelli d’Italia negli anni decisivi 2022-2023 viene spontanea una domanda: se questo era ciò che i finanziatori si aspettavano dalla politica di Giorgia Meloni, quanto è costato e quanto ha reso il loro investimento? Senza dubbio chi l’ha pagata ha fatto un ottimo affare.

Fonte

Libano - Israele punta a prendersi acqua, terre fertili e il gas nel mare

Nella settimana di visita nei campi profughi palestinesi per la commemorazione dell’eccidio di Sabra e Chatila del 1982, con la delegazione dell’associazione Per non dimenticare ODV, ci siamo recati anche nel sud del Libano in particolare a Sidone e Tiro.

Durante gli spostamenti da un sito all’altro abbiamo avuto l’opportunità di vedere direttamente i danni provocati dai bombardamenti israeliani.

Abbiamo visto alcune case colpite e distrutte e il ponte dell’autostrada sul fiume Litani ridotto ad una sola corsia a causa di un cratere di 15 metri di diametro causato da un missile israeliano.

Ma quello che ci ha meravigliato di più è stato scoprire questi luoghi intrisi da 6000 anni di storia. Abbiamo visto ettari e ettari di terra fertile coltivata a bananeti, agrumeti, olivi e persino pini per la produzione di pinoli tanto cari ai genovesi per fare il pesto.

Tutto questo territorio è arricchito da canali di irrigazione per gli innumerevoli orti alternati ad altrettante serre. Un vero giardino per frutta ed ortaggi. Dicevamo dei canali di irrigazione, sempre pieni d’acqua fornita in abbondanza dal fiume Litani che sorge nei monti a nord nella valle della Bekaa.

Siamo a settembre e tutta quest’acqua ci fa pensare che la vera ricchezza di questi luoghi è lì, in questo fiume che scorre in tutto il Libano.

Ora, davvero pensate che Israele voglia occupare il sud del Libano per difendere i suoi confini da Hezbollah? (Israele è l’unico paese all’ONU che non ha mai definito i suoi confini). Davvero credete che Israele vuole occupare il sud del Libano perché sono terre promesse da Dio al suo popolo prediletto? (Ormai non ci credono più neanche loro).

NO! Quello che fa gola ai sionisti sono le risorse di cui sono forti consumatori ed esportatori. Hanno bisogno dell’acqua e della fertile terra delle province di Tiro e Sidone.
Queste sono due splendide cittadine storiche sul mare, una volta meta di vacanzieri in cerca di spiagge e relax. Chissà se anche loro fanno gola al genero di Trump, ci farà alberghi di lusso come vuole fare a Gaza? Chissà.

E poi c’è anche da considerare che la costa davanti al Libano meridionale potrebbe nascondere giacimenti di gas e dividerne i proventi con altri non è nelle corde di Israele.

Certo è che il sindaco di Tiro (che abbiamo incontrato durante questi giorni) è stato molto chiaro: “non lasceremo le nostre proprietà , abbiamo capito che sarebbe il preludio della pulizia etnica e del furto di terre da parte dei coloni sionisti”.

Anche Ang Swee Chai, medico testimone diretto dell’eccidio di Sabra e Chatila, non ha dubbi: durante il suo intervento di saluti nella sala del comune di Gobeiry (territorio dove sorge il campo dí Chatila) ha esortato la resistenza a non deporre le armi come richiesto dall’aggressore Israeliano.

Sembra abbastanza chiaro che la resistenza libanese è pronta a fare la sua parte se le trattative in corso non andranno a buon fine.

Fonte

Il trionfo di AfD come conseguenza ultima del neoliberismo e dell'imperialismo europeo e tedesco

di Domenico Moro

Prima dell’euro, la Germania era definita da The Economist “il malato d’Europa”. Poi, grazie al gas russo a buon mercato, alle controriforme che hanno abbassato i salari e soprattutto all’euro, che rendeva più competitive le merci tedesche in Europa e negli Usa, la Germania ha accumulato surplus commerciali enormi (in un paio di occasioni anche superiori a quelli cinesi). Ma una economia mercantilistica, basata solo sulle esportazioni a danno dei partner, non poteva reggere e non ha retto. 

Oggi, la Germania è di nuovo “il malato d’Europa”. L’industria tedesca è al collasso: la Volkswagen ha deciso 50mila licenziamenti in Germania e la chiusura di quattro stabilimenti, bypassando i sindacati e il governo della Sassonia (che ha il 20% delle azioni).  La causa della crisi è la sovrapproduzione di capitale, ma a farla da detonare sono stati la fine del gas russo a buon mercato, le sanzioni Usa e soprattutto la concorrenza cinese.  Mentre il mercato estero collassa, quello interno ristagna grazie a decenni di austerità di bilancio, basata sui trattati Ue, che la Germania ha imposto non solo ai popoli europei ma anche al proprio popolo. 

Di fatto, è il modello tedesco di capitalismo “sociale” (fondato sulla collaborazione tra azienda, sindacato e governi regionali e federale), che va definitivamente a pallino, e con esso il consenso ai due partiti che ne erano stati il cardine, la Spd (socialdemocratica) e la Cdu (democristiana).

Ma la crisi della Spd nasce venti anni fa, con le controriforme Hartz nel 2003-2005 che hanno ridotto i salari e i sussidi, mentre quella della Cdu è cominciata con l’apertura delle frontiere agli immigrati da parte di Angela Merkel nel 2015. Oggi, a peggiorare le cose, il governo Merz, che si appoggia su Cdu e Spd, sulla crisi e i licenziamenti della Volkswagen è muto, mentre punta tutto sulla guerra contro la Russia e sulla crescita enorme della spesa militare, volendo fare dell’esercito tedesco quello più potente d’Europa. 

Di tutto questo ha approfittato abilmente AfD, che nel suo programma attacca Ue, immigrati e guerra alla Russia (ma appoggia Israele nella sua guerra contro Gaza). Quindi, prima di parlare di neonazismo, parliamo della distruzione da parte del neoliberismo (di destra e di sinistra) del patto sociale su cui dalla fine della Seconda guerra mondiale si era basata la stabilità in Europa occidentale e soprattutto in Germania, allo scopo di liberare gli “spiriti animali” del capitale e contrastare la caduta del saggio di profitto.  Oggi, mentre rinasce un imperialismo europeo e Mertz, Macron, Burham, Meloni (con il consenso della Schlein) ci stanno portando alla guerra è paradossale che, a parte l’estrema sinistra, sia proprio l’estrema destra a frenare. Ma sono stati loro – i liberali (compresi i liberal democratici di sinistra) – ad aprire la strada a quest’ultima. 

Di conseguenza, il contrasto ad AfD e, in Italia, a Vannacci, può passare unicamente per una coerente politica anticapitalistica, antimperialistica e contro il riarmo e la guerra. Faccio notare, in conclusione, che in Sassonia-Anhalt, sommando i voti di AfD, Die Linke e BSW (che sembra abbia superato lo sbarramento), quasi il 60% dei votanti è contro l’invio di armi all’Ucraina e contro la partecipazione di truppe europee alla guerra contro la Russia.

Fonte