Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/11/2023

In 800mila a Londra per la Palestina

Con una dedica particolare, pare, a quello sbirro filosionista che dirige il Guardian.

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Sfilare per un armistizio nel giorno dell’armistizio. Che fossero le 300mila persone delle stime prudenti della polizia, o le oltre 800mila degli organizzatori, era dai tempi della manifestazione contro l’invasione dell’Iraq del febbraio 2003 che non si vedeva tanta gente in piazza a Londra.

Il premier Rishi Sunak e il leader laburista Keir Starmer sono entrambi ancora fermi alle «pause umanitarie» a Gaza, mentre la conta dei morti non si ferma.

Organizzata dalla Palestine Solidarity Campaign, dai Friends of Al-Aqsa, dalle Stop the War Coalition, Muslim Association of Britain, Palestinian Forum in Britain e dai veterani della Campaign for Nuclear Disarmament, la quinta «demo» londinese consecutiva settimanale per il cessate il fuoco su Gaza è stata anche la seconda più imponente della storia britannica.

Si sono raccolti attorno alle dodici nell’aria ancora tagliente di una limpida mattinata di novembre a Hyde Park, per poi scivolare pacificamente lungo Park Lane, davanti agli albergoni inaccessibili al 99% e ai concessionari di supercar, fino all’ambasciata americana a Vauxhall, appena a sud del Tamigi, vicino alla pinkfloidiana ex centrale termoelettrica di Battersea.

Sono un fiume di bandiere, kuffiyeh, studenti, famiglie, bambini, molti i migranti e i britannici di seconda e terza generazione.

Gli slogan vanno da «Dal fiume al mare, Palestina libera» a «Cessate il fuoco, ora!»; da «A migliaia, a milioni, siamo tutti palestinesi» a «Palestinians lives matter». Nutrita la presenza di piccoli gruppi di ebrei socialisti e anti-imperialisti, primi fra tutti i militanti della Jewish Voice for Labour.

Dalle quattro in poi a fine corteo ci sono stati gli interventi, tra cui quello del sindacalista della Rmt Mick Lynch, dell’ambasciatore palestinese a Londra Husam Zomlot e di Jeremy Corbyn.

La manifestazione arriva dopo una settimana di polemiche roventi. Il percorso era stato appositamente pensato come neutro, delimitato, lontano dalle sedi governative.

Per via di timori di violenze, fomentati dalla ministra dell’Interno Suella Braverman e poi rivelatisi infondati, non è passato per il distretto governativo di Whitehall.

Gruppi di estrema destra – un centinaio di persone in tutto – si erano dati appuntamento per «difendere» il Cenotaph, il memoriale di Guerra, che però era già ben difeso dalla polizia.

Alla fine gli arresti sono stati oltre ottanta e tutti di membri della English Defence League, come di svariate tifoserie fascio/nazionaliste, mobilitatisi sperando di entrare in contatto con i manifestanti.

«Non siete più inglesi», gridano ai poliziotti. Per il resto nessun incidente, nessuna statua di ottimati dell’impero inglese imbrattata, nessuno scontro con la polizia.

Proprio lo svolgersi del corteo durante l’Armistice Day – che con oggi, Remembrance Sunday, costituisce le sentitissime 48 ore annuali di cordoglio nazionale in onore dei caduti di tutte le guerre – aveva fatto sgolare dagli strilli i media e i politici di destra.

A citare testualmente Braverman, si temevano «profanazioni» dei monumenti da parte delle «orde» filopalestinesi.

Per tutta la settimana, la stessa Braverman aveva gettato benzina sul fuoco delle polemiche con una sfilza di dichiarazioni odiose (i senzatetto vivono per strada per scelta, le succitate «orde palestinesi», la sinistra radicale che godrebbe di favori e indulgenze negate invece alla destra, ecc.).

Il culmine l’ha raggiunto attaccando il capo della polizia Mark Rowley in un articolo sul Times che accusava la polizia di doppi standard: sarebbero troppo miti con la sinistra radicale e troppo duri con la destra.

Un articolo destabilizzante e di portata costituzionale, uscito senza l’imprimatur del premier che sarebbe furioso nei suoi confronti.

Quello di Braverman sembra ormai un reiterato tentativo di farsi cacciare da Sunak che dovrebbe (il tentativo) aprirle la strada verso la leadership del partito. La defenestrazione potrebbe avvenire già domani, secondo i media generalisti, o forse dopo mercoledì, quando la Corte suprema si esprimerà in merito alle deportazioni di migranti irregolari in Ruanda in cui Braverman ha investito tutto il proprio capitale politico.

La ministra è ora il vero volto della destra Tory reazionaria, una fazione ormai talmente estremista da far impallidire il compianto Ukip di Nigel Farage (di cui si sussurra un imminente tesseramento Tory).

Sa che la migrazione rimane uno dei nodi principali della politica interna e la sua retorica altamente infiammabile di certo contribuisce all’impennata di crimini di odio antisemita e islamofobo in corso nel paese.


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10/10/2022

Free Assange. Una catena umana ha circondato il Parlamento britannico

Com’è nata a Londra l’idea di una “catena umana” per salvare Julian Assange?

John Rees, coordinatore del comitato Don’t Extradite Assange e l’organizzatore della riuscitissima catena umana per Julian Assange che ha circondato il Parlamento britannico l’8 ottobre scorso, è stato intervistato sul posto dall’attivista Lorena Corrias di Free Assange Italia.

Segue la traduzione in italiano delle risposte di John Rees, organizzatore della catena umana, alle domande formulate da Lorena Corrias di Free Assange Italia. Per vedere il video dell’intervista, cliccare qui.

Lorena: “Chi ha avuto l’idea geniale di una catena umana intorno al Parlamento?”

John: “Beh, a dire la verità, mi sembra che, all’origine, l’idea sia stata suggerita da un attivista della Nuova Zelanda. Ha proposto di farla intorno alla prigione di Belmarsh [dove Julian viene detenuto in isolamento da tre anni]. Solo che non era possibile farlo intorno a Belmarsh per motivi di sicurezza. Perciò noi [del comitato Don’t Extradite Assange] abbiamo deciso di farla qui, intorno al Parlamento, dove ha sede il potere politico che tiene imprigionato Julian. Una volta determinata il luogo, poi, ci siamo messi a lavorare ed eccoci.

Lorena: L’afflusso di partecipanti oggi corrisponde alla vostre aspettative?

John: Sì, l’afflusso è stato molto buono, riteniamo che siano venuti circa cinque mila persone e così abbiamo effettivamente ultimato l’accerchiamento completo del Parlamento: davanti al Parlamento, attraverso il ponte di Londra, lungo il Tamigi sulla sponda opposta e, infine, di ritorno attraversando il ponte di Lambeth. Ritengo che sia stata una forma di protesta molto innovativa e molto efficace. Quindi sì, siamo rimasti contenti.

Lorena: Sabato prossimo, il 15 di ottobre, l’agenzia di stampa Pressenza insieme a noi di FREE ASSANGE Italia e altri, terremmo una maratona di 24 ore per Julian, con collegamenti in diretta da oltre cinquanta città nel mondo. Potreste voi di Don’t Extradite Assange essere dei nostri e dire, in diretta da Londra, qualche parola sul caso Assange?

John: Sì, certamente.

Lorena: A che ora potremmo collegarci con voi il 15 ottobre?

John: se mi contattate lì per lì – avete il mio numero telefonico – potremo concordare un’ora.

Lorena: Bene, benissimo. Ultima domanda: se lei potesse parlare con Julian nella sua cella, cosa gli direbbe?

John: Beh, prima della pandemia Covid, ho effettivamente fatto visita a Julian a Belmarsh, diverse volte. Mi è sembrato un uomo straordinariamente ottimista, viste tutte le cose [nefandezze] che gli sono state inflitte. Ma, come egli dice sempre, dobbiamo preoccuparci non di lui ma piuttosto di tutti noi, delle nostre libertà e dei nostri diritti che rischiano di esserci tolti se gli Stati Uniti riescono nel loro intento di farlo condannare. Perciò, a pensarci bene, ciò che direi a Julian è “tieni duro e continua a lottare” e noi faremo uguale.

Lorena: Grazie molto.

John: Sono io che vi ringrazio.

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25/09/2020

Silurato il cardinale...

Il gesuita ha appena silurato uno dei suoi fedelissimi più potenti, Becciu, per una questione legata alla adorazione del loro vero unico dio, il denaro, “invocato invano” in una speculazione edilizia a Londra.

Becciu è stato fatto fuori dal suo capo perché ha comprato un palazzo di lusso a Londra e ha speso 200 milioni di euro, almeno questa è la motivazione ufficiale, ma in realtà era l’ultimo uomo di Bertone rimasto nella corte del monarca extracomunitario feudale.

Tornando però alla speculazione edilizia, non si può non pensare che con duecento milioni di euro si possono comprare 5000 piccoli appartamenti periferici, per dare un tetto almeno a diecimila persone.

Ma è un palazzo di lusso, non potrà mai essere destinato a dare un tetto ai poveri, e poi è stato comprato con i depositi dell’Obolo di San Pietro, la banca dei risparmi di Bergoglio, quella sulla quale confluiscono tutte le donazioni affinché siano destinate alle opere di carità.

Insieme alle donazioni versate all’Obolo di San Pietro, la setta cattolica, solamente a Roma riceve dagli ottomila ai diecimila lasciti testamentari l’anno, che poi vengono utilizzati per investimenti immobiliari, per speculazioni di borsa, ma anche in festini a base di sesso e cocaina, rigorosamente gay, perché se qualcuno di loro ha rapporti sessuali con una donna, viene espulso dal club.

Solo rapporti gay oppure stupri su minori, altro non è consentito.

Le speculazioni immobiliari a Londra con i soldi destinati ai poveri costituiscono un classico esempio di opera di carità.

I cattolici necessitati dalla spiritualità trascendente non possono far pagare alla società, e alle donne per prime, il prezzo della avidità dei loro referenti religiosi, che per rimanere a galla usano l’aborto come clava.

Per un Becciu licenziato, restano migliaia di predatori clericali, ai quali serve la povertà per costruire il potere, mentre per mantenerlo serve opprimere le donne lanciando messaggi mafiosi ai politici affinché ubbidiscano negando diritti.

Becciu è fuori dalla Corte del monarca, è stato defenestrato anche dal conclave e potrebbe riservare vendette perché, comunque, resterà saldamente nel club della pretaglia.

Del resto nessun prete farebbe mai dichiarazione di apostasia dal dio quattrino.

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20/06/2020

Covid-19 - Numeri sottostimati rispetto alla realtà

Sono più di 8,6 milioni i casi di coronavirus nel mondo. I dati aggiornati della Johns Hopkins University parlano di 8.663.135 di contagi e 460.005 decessi. Gli Stati Uniti, con 2.220.961 di casi e 119.112 morti, sono il Paese più colpito dalla pandemia. Segue il Brasile, dove sono ormai più di 1 milione i contagi.

Secondo l’Oms "La pandemia sta accelerando. Più di 150.000 nuovi casi di Covid-19 sono stati segnalati ieri all’Oms, il numero più alto in un singolo giorno fino a ora", ad affermarlo è il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, in conferenza stampa a Ginevra.

Ma il numero dei decessi e quello dei guariti nella pandemia di Covid 19 è stato sottostimato. A sostenerlo è un nuovo studio sul coronavirus, realizzato in base a un modello matematico che ha preso in considerazione anche i ‘casi sommersi’. Lo stesso studio giunge però a conclusioni più ottimiste per il futuro: un’eventuale seconda ondata di contagi potrebbe essere efficacemente affrontata con l’uso di mascherine, igiene e il distanziamento senza la necessità di ricorrere a un nuovo lockdown.

Lo studio è stato pubblicato nei giorni scorsi su Covid Economics, una pubblicazione speciale del Centre for Economic Policy Research.

Questo ha analizzato due situazioni specifiche: la Lombardia e Londra. Gli esperti che lo hanno curato sono giunti alla conclusione di una sottostima dei numeri reali della pandemia considerando sia i dati ufficiali di contagi, guarigioni e decessi, sia i numeri, più difficili da stimare, dei casi non osservati (almeno il doppio di quelli censiti) e delle morti per Covid-19 non rilevate (il 35% in più del dato ufficiale in Lombardia, il 17% in più a Londra).

“Il modello epidemico che proponiamo è stimato in due regioni particolarmente colpite dal virus – spiegano gli autori dello studio Dario Palumbo e Salvatore Lattanzio dell’Università di Cambridge – tiene conto anche degli stati non osservati e delle politiche sulla mobilità e prevede l’evoluzione della malattia in base a diverse politiche. Mostriamo come mitigare la probabilità di contagio con misure ‘soft’, riducendola fino al 20/40% rispetto a uno scenario senza misure, abbia effetti positivi paragonabili a quelli di un prolungamento del lockdown”.

Per i due ricercatori, è evidente come le statistiche ufficiali abbiano sottostimato casi e decessi. Per questo, hanno elaborato un modello matematico che prevede quattro possibili stati delle persone rispetto all’epidemia (suscettibile, esposto, infetto e deceduto), ma introducendo per infetti, guariti e deceduti due tipologie: osservati e non osservati.

Alla fine del periodo su cui è stato testato il modello (9 aprile in Lombardia e 15 aprile per Londra), stimano che fossero stati contagiati il 5,7% dei lombardi e il 2% dei londinesi. Significa che i ‘non osservati’ sarebbero stati il doppio dei casi riportati dalle statistiche, che i guariti sarebbero stati tra le 20 e le 26 volte in più rispetto a quelli censiti e che il numero di decessi per Covid-19 sia stato sottovalutato del 35% in Lombardia e del 17% a Londra.

Grazie al modello, gli economisti hanno calcolato scenari di progressivo riavvio della mobilità, ipotizzando una ripresa della circolazione delle persone fino al 75% del livello pre-pandemia.

“Senza alcuna misura di contenimento, vediamo inevitabile un secondo picco dell’epidemia e una ripresa dei decessi – afferma Palumbo – tuttavia, agendo sulla probabilità di contagio il secondo picco diventa meno probabile. In particolare, riducendo tale probabilità del 40% in Lombardia e tra il 20 e il 30% a Londra, il bilancio delle vittime torna in linea con quello di un lockdown permanente”.

La rimozione delle restrizioni del lockdown, dimostra la ricerca, non implica una ripresa della curva epidemica in presenza di politiche attive che promuovono la riduzione della probabilità di infezione come distanziamento fisico, mascherine, migliore igiene e isolamento dei casi infetti.

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13/10/2019

Cina-Usa, un’intesa per comprare tempo

La spia che si stava giungendo, venerdì, ad un parziale accordo Usa-Cina è stato il Dax di Francoforte, da un anno e mezzo oscillante in base alle trattative tra i due colossi. Il Dax, complice pure le notizie che venivano da Londra, è salito del 2,86%.

Ma la certezza dell’accordo l’ha data Wall Street, con l’indice bancario salito di non poco. Questo è uno dei termini dell’accordo: la Cina apre il proprio sistema finanziario alle istituzioni americane.

Non che fin qui sia stata ferma. Con la Foreign Investiment Law del marzo scorso, ha dato la possibilità alle imprese finanziarie estere di detenere la maggioranza assoluta delle joint venture, autorizzando per primi Deutsche Bank, Bnp Paribas e JpMorgan. Ora le autorizzazioni si estenderanno alle altre istituzioni finanziarie americane.

La Cina, che diminuisce l’acquisto di TBond Usa, favorisce un flusso finanziario cinese verso Wall Street, parziale ma sicuro, tale da portare nei mesi prossimi sui massimi l’indice e permettendo di pagare le pensioni americane e dunque i consumi.

Si garantisce un mercato non più con l’operazione trentennale di acquisto di debito americano, ma entrando nel sistema dell’equity Usa, attualmente il migliore al mondo assieme a Londra.

Come avevamo anticipato mesi fa, New York e Londra divengono hub del risparmio cinese; il primo nell’equity, il secondo negli investimenti materiali in tutto il mondo, specialità londinese.

Accanto a ciò c’è il fortissimo aumento di acquisti di prodotti agricoli, che arriveranno ora alla cifra di 50 miliardi di dollari, permettendo agli agricoltori del MidWest – storici elettori repubblicani e fedeli a Trump – di avere un sicuro sbocco di mercato.

Con questa mossa pare che i cinesi preferiscano come interlocutore americano Trump e non i democratici (favorevoli addirittura ad un intervento a Hong Kong), e di fatto lo favoriscono nella sua imminente campagna elettorale. Prendono tempo e si aprono spazi mercantili per la propria strategia basata su One Belt One Road.

In una parola, respirano, in attesa di tempi migliori, concedendo agli americani anche la difesa della proprietà intellettuale (i siti occidentali non dicono questo, ma stanotte l’agenzia ufficiale cinese Xinhua batteva la notizia che il tema faceva parte dell’accordo).

Certo, c’è la peste suina in Cina, avrebbero in ogni caso importato molti prodotti agricoli, ma sta di fatto che hanno preferito gli americani in luogo di brasiliani o argentini. Un accordo parziale, in attesa di un quadro generale più definito che solo Xi e Trump possono favorire.

In ultimo, c’è l’intesa sulle valute. Alla Cina interessa uno yuan forte che permetta l’ondata di investimenti esteri in ogni parte del mondo e la difesa dalla fuga di capitali. Lo rispetteranno, perché a loro congeniale nei prossimi anni.

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21/02/2019

Londra e New York hub mondiali della nuova Cina

Radio Cina Internazionale dà notizia stamane che Londra è diventata il centro finanziario mondiale del renmimbi, la moneta cinese. E’ un percorso che è iniziato alla metà dello scorso anno.

Attualmente gli scambi giornalieri del renmimbi superano i 70 miliardi di dollari e alla fine dello scorso anno ha superato il valore degli scambi tra sterlina ed euro. Ciò fa della City londinese il più grande centro commerciale offshore della valuta cinese, ad esclusione della Cina. Secondo i dati SWIT, il 36% degli scambi mondiali in renmimbi ha avuto come base Londra, contro il 6% di Parigi e Singapore.

Nell’interscambio commerciale Gran Bretagna-Cina il renmimbi è stato utilizzato per il 20% del totale degli scambi e attualmente supera la cifra di 250 miliardi di yuan.

George Osborne, ex ministro del Tesoro britannico, aveva previsto che la guida londinese nel mercato offshore del renmimbi avrebbe portato miliardi di sterline nelle casse britanniche, e ciò è puntualmente accaduto. Londra dunque è la sede hub dell’internazionalizzazione della divisa cinese che, secondo i regolatori, con la forza delle sua economia e con le immense riserve valutarie porterà ad un processo di diffusione del renmimbi a più larga scala.

In aggiunta a ciò, la City londinese sarebbe l’hub della valuta cinese nel processo di riforma ed apertura dell’economia cinese e hub finanziario-monetario della Via della Seta. Il ruolo di Londra come hub finanziario mondiale dell’economia cinese era stato peraltro previsto dal grande e compianto Gianfranco Bellini nel suo capolavoro La bolla del dollaro.

E dopo Londra, New York: stanotte la Reuters ha pubblicato un’esclusiva in cui si afferma che sarebbe stato raggiunto un accordo Usa-Cina su un memorandum d’intesa, i cui termini verranno affrontati successivamente. Qui interessa sapere che tra i 6 punti d’accordo vi è la liberalizzazione cinese dei servizi finanziari con banche e istituzioni finanziarie americane, che avranno campo libero in Cina.

Come avevamo previsto, Londra e New York diventano hub finanziari del processo di riforma e apertura cinese, e ciò inciderà sugli equilibri globali poiché nella competizione mondiale vincerà chi gestirà il risparmio cinese. Guai a dare per morta Londra con la Brexit, come sembrano fare Bruxelles e Francoforte. Stanno affilando le armi e bisogna ricordare che loro hanno il Commonwelth. Londra e New York, e gestiranno il risparmio cinese.

A questo punto bisognerà capire che spazio di manovra avrà la Cina nel mondo, sopratutto lungo la via della seta. A loro la finanza, alla Cina la produzione?

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16/08/2018

Genova: la Strage è di Stato


Ci sono momenti in cui, purtroppo, ti senti come il protagonista nel finale del capolavoro di Steinbeck: “La Battaglia”, questo è uno di quelli.

Fasi in cui la lucidità rischia di essere una delle vittime collaterali di un avvenimento così traumatizzante da bloccare la capacità di reazione, lasciando che il Nemico ne approfitti per “imporre” la sua gestione e far passare la difesa dei suoi interessi come “Verità”.

Questo va impedito ad ogni costo.

Occorre chiamare le cose con il proprio nome, sfidando la neo-lingua del potere tesa a stravolgere il senso delle cose, e quindi iniziare a dire che ciò che è successo a Genova è una Strage di Stato.

È il risultato cosciente di una filiera di interessi economici protetti da una classe politica trasversale che, nel mentre propugnava le politiche di austerity made in UE per le classi popolari, coltivava i propri affari all’interno di una “simbiosi mortale” tra finanza, imprenditoria e potere politico, dove la rendita privata di un bene pubblico – così come la versione italiana della “finanza a progetto” pubblico/privata – o ancora lo sviluppo di una Grande Opera, ha permesso ai “prenditori” nostrani di drenare risorse pubbliche verso questa trama di poteri, a scapito di tutto il resto, in primis la nostra sicurezza.

Come sa chi si è interessato di qualsiasi azienda “privatizzata”, nei bilanci di queste imprese l’unica cosa che conta per lorsignori sono i dividendi degli azionisti, mentre la manutenzione è una questione accessoria. Un costo, da ridurre al minimo.

Qualsiasi genovese sa cosa vuol dire per esempio la privatizzazione dell’acqua: tubi che scoppiano in continuazione, bollette che salgono, profitti che macinano, tentativi “abusivi” di staccare l’acqua ad intere abitazioni.

Qui però il grado di “disfunzione” di un sistema giunge a toccare il suo apice divenendo irreversibile per le conseguenze dirette (una strage di vite umane) e quelle indirette: gli sfollati che aumentano di ora in ora in una zona densamente popolata, il collasso logistico prossimo venturo di una zona già pesantemente congestionata, cioè ulteriori motivi di preoccupazioni per gli abitanti e per chi attraversa quei luoghi.

Quel tratto autostradale era una delle tante strozzature di un nodo logistico pensato per favorire – ai tempi – gli interessi del partito del cemento e del tondino, oltre che delle case di produzione di veicoli su gomma (per il trasporto individuale o commerciale), ed era da tempo un gigante malato. Ora è solo un pericolo a continuo rischio di crollo...

Naturalmente “gli sciacalli” e i loro cortigiani hanno già incominciato a fare il lavoro sporco teso a sfruttare ciò che è accaduto e la situazione che andremo a vivere come gigantesca operazione di consenso per la promozione di una inutile e costosissima bretella: la Gronda di Ponente, soluzione che non tiene ad una minima analisi empirica come è stato sollevato da più parti.

La narrazione governativa, sull’impeto dell’indignazione, cavalca l’onda chiedendo la testa dei responsabili, come ha fatto Salvini, e minacciando la nazionalizzazione, come ha fatto il Movimento 5 Stelle: ma questo è un governo “con il collare a strozzo”. Da una parte tirato dalla UE, che è la grande sponsor della privatizzazione di tutto a tutti i costi, e dall’altra della borghesia nostrana (quella che ha fatto le barricate contro il “Decreto Dignità” per intenderci, delineando scenari apocalittici per le imprese), visceralmente attaccata ai benefici di questo sistema che ha nella TAV, ed il suo mondo, la sua più compiuta realizzazione.

Quindi, a “occhio e croce”, non costa niente “abbaiare alla luna”, perché poi nelle sedi appropriate il governo gialloverde viene rimesso in riga dall’oliata macchina del ricatto dei mercati, dai tecno-burocrati ordo-liberisti della UE e da quel tessuto imprenditoriale cresciuto a forza di politiche fiscali benevole, inquinamento ecologico e sfruttamento semi-schiavistico della forza-lavoro.

Un governo che si dimostra per quello che è: un branco di chiacchieroni e cagasotto, altro che “governo del cambiamento”, tranne quando si tratta di prendersela con gli ultimi degli ultimi.

Ma, al di là della configurazione dei vari interessi, la questione rimane eminentemente politica: lo Stato non può processare sé stesso, né far balenare l’idea che la gestione pubblica di un bene comune possa essere migliore di quella propugnata dalla contro-rivoluzione liberale, e vede come fumo negli occhi le forze politico-sindacali che propugnano la “nazionalizzazione” come exit strategy da questo distopico collasso del Sistema Paese.

Basta guardare alla Gran Bretagna, dove un governo conservatore tenuto su con lo sputo si batte con i denti e con le unghie contro la possibilità di un probabile cambio di maggioranza governativa in caso di elezioni, che vedrebbe nei laburisti di Corbyn (sono finiti i tempi dei Blair...) i gestori della “brexit” e di una politica di ri-nazionalizzazione dei settori strategici, con lo stop alla privatizzazione dei propri gioielli, come il Sistema Sanitario Nazionale.

È per questo che prima di tutto non bisogna “lasciare nelle mani del nemico” la gestione politica del dopo-strage, prefigurando da ora lo scenario che si aprirà, e intervenendo direttamente con proposte ed iniziative in grado di attivare le energie migliori del blocco sociale, e di fare avanzare il livello di coscienza e organizzativo.

Se non riporterà in vita le persone, almeno onorerà la loro memoria e preparerà il terreno affinché queste tragedie non possano più accadere.

Poche settimane fa è stato l’anniversario della strage di Grenfell, a Londra, e le parole di denuncia di Matt Track, riportate dal “The Guardian” dovrebbero farci riflettere su come l’attuale trama di poteri gestisca, ovunque, eventi catastrofici del genere.

Lo so, basterebbe fare un minimo di elenco delle disgrazie del nostro Paese nella storia più o meno recente, ma stiamo parlando della City, uno dei punti di maggiore concentrazione della ricchezza al mondo, ed è per questo che il contrasto risulta più evidente, diventando l’esempio più calzante che ci permette di vedere come funziona il mondo anche oltre i confini del Belpaese.

Matt Track, segretario dei vigili del fuoco, fa un bilancio impietoso di quell’incendio in cui perirono 72 persone: nessuno persona sfollata è stata ricollocata, i materiali di costruzione utilizzati, co-responsabili del divampare dell’incendio, non sono stati messi al bando (nonostante fossero già stati “denunciati” dal sindacato nel lontano ’99), i controlli degli standard di sicurezza anti-incendio – tutti in mano privata – non sono stati resi pubblici nonostante siano stati dimostrati i deficit di garanzie rispetto a questa delicata materia, nessuno è stato finora arrestato. La “centralità” dell’edificio ha permesso, insieme al sacrificio delle fire brigades, di limitare il danno; cosa che non sarebbe successa in una area più periferica e meno servita.

Track conclude dicendo che: “Grenfell deve diventare un punto politico centrale che non dobbiamo permettere venga nascosto sotto il tappeto”.

Sin da ora, non possiamo permettere che la Strage di Stato di Ponte Morandi e tutto ciò che implica, venga “messa sotto il tappeto”, perché prima di essere una indicazione politica è un imperativo morale per tutti gli abitanti della Superba e non solo.

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25/01/2018

L’élite finanziaria è fatta di tanti Weinstein

Che il problema relativo alle molestie e alle violenze maschili nei confronti delle donne non fosse limitato al caso Weinstein, era cosa nota. Il produttore cinematografico, finito al centro di uno scandalo di portata globale, non è, naturalmente, l’unico uomo ad aver sfruttato una potente posizione professionale per soddisfare le proprie pulsioni. Purtroppo abbiamo l’impressione che di casi analoghi, o simili, ce ne siano in abbondanza, anche lontano dai riflettori e dalle paillette hollywoodiane.

L’ultimo caso salito agli onori delle cronache arriva dalla Gran Bretagna, grazie ad uno dei quotidiani più antichi e famosi al mondo: il Financial Times. A finire nella bufera, però, questa volta è l’élite della finanza d’Oltremanica: businessman e banchieri della scintillante City londinese, protagonisti di “cene di beneficenza” che ricordano, per tanti versi, le note cene eleganti in voga, qualche tempo fa, dalle parti di Arcore.

A scoperchiare il vaso sono state ovviamente due donne, due giornaliste del FT che riescono a farsi assumere come cameriere/hostess per il servizio in sala in occasione del President Club Charity Dinner, appuntamento di beneficenza ospitato dal lussuoso Dorchester Hotel, aperto per l’occasione ai soli manager londinesi. Rigorosamente ed esclusivamente uomini. Le uniche presenze femminili, appunto, sono dovute alle cameriere, cui viene imposto un dress code molto rigido: abito corto e nero, slip dello stesso colore, tacco a spillo. Non l’abbigliamento ideale per un lavoro, quello della cameriera, che ti costringe a macinare kilometri nel corso di una serata.

Le particolarità, tuttavia, non finiscono qui: alle ragazze viene chiesto di mettere in scena una vera e propria sfilata all’inizio della cena e viene loro offerto un bicchiere di vino con l’invito – esplicito ed insistito – a continuare a bere liberamente (e gratuitamente) nel prosieguo della festa. Ci viene in mente che sono ben pochi i datori di lavoro che sarebbero felici di vedere i propri camerieri servire ai tavoli completamente sbronzi.

La spiegazione, in realtà, è molto semplice: il ruolo delle ragazze non sarà, effettivamente, quello delle cameriere, ma più che altro quello delle “accompagnatrici”. E così le 130 ragazze prima sfilano per i ricchi marpioni, poi, mentre l’asta benefica entra nel vivo, si trovano a dover fronteggiare le molestie – verbali e fisiche – dei marpioni stessi: c’è chi si limita a battute e apprezzamenti volgari, chi più esplicitamente invita le ragazze a seguirle in camera, chi decide di passare direttamente ai fatti sbottonando i propri pantaloni e mettendo in mostra ciò che probabilmente nessuno degli astanti avrebbe voluto vedere.

Madison Marriage, una delle due reporter, racconta: “Mi hanno toccato il sedere più volte” e, in un contesto simile, non facciamo fatica a credere alle sue parole. Il tutto, da parte dei ricchissimi membri di quella élite che ci viene spesso indicata come guida e punto di riferimento, autentico faro di civiltà e benessere nel mondo brutto e cattivo perché povero.

L’uscita dell’articolo, naturalmente, scatena le polemiche: la prima testa a cadere è quella di David Meller, uno degli organizzatori della serata, che ha già abbandonato il proprio posto presso il Department for Education Board, una delle commissioni del ministero dell’istruzione britannico. Ma a passarsela male è anche il titolare dello stesso ministero, Nadhim Zahwari, anch’egli presente alla festa. Le altre conseguenze riguardano il President Club, destinato a chiudere, e il Great Hormond Hospital, che avrebbe dovuto incassare i proventi della serata benefica. Visto lo scandalo, la direzione dell’ospedale ha deciso di rifiutare i fondi.

Il minimo della pena, in fondo.

Fonte

19/06/2017

"Voglio uccidere i musulmani"

Nella testa del conducente-vendicatore, bianco, forse britannico – cattolico, protestante, ebreo o non credente non importa – Finsbury Park si prende la rivincita su Westminter e London Bridge. “Voglio uccidere i musulmani” è l’essenza di un pensiero che se per ora può contare sull’esempio di un ‘lupo solitario occidentale’ magari darà vita a gruppi di fondamentalisti anti islamici che in geopolitica esistono già, organizzati in eserciti, prima che in gruppi paramilitari. Quest’ultimi in periodi vicini e lontani della Storia hanno rappresentato drammatiche realtà, tutte giustificate dall’immediato orizzonte degli eventi, e poi ripensate con parziale ammissione di colpa, anch’essa non sempre scontata. Le sete omicida trasformata in atto dall’ennesimo attentatore londinese, che ha lanciato l’automezzo della follìa su una folla di fedeli uscita da una delle ultime preghiere collettive dell’annuale Ramadan, è qualcosa di già scritto e formulato in soluzione alternativa “per non soccombere” da teorici della politica del razzismo muscolare e da intellettuali che cavalcano il tema con raffinata scrittura. Un plot ricamato attorno all’intreccio del sanguinario Islam jihadista che sgozza e spappola sotto le ruote le esistenze, simili nel tran tran metropolitano, diverse nei princìpi dei sacri libri, degli infedeli. Così i fedelissimi alla ritualità della morte trovano spazio, motivo e missione anche sul fronte opposto.

Vestono in tutto e per tutto l’ideale del crociato, contro cui i miliziani della mezzaluna hanno lanciato una guerra che dev’essere di attacco continuo, fino a schiacciare l’avversario. Il sindaco di una Londra stordita, Sadiq Khan, la premier di una nazione barcollante, Teresa May, pur nella boria dell’Impero che fu, possono rappresentare l’immagine del politico occidentale ubriaco fra eventi che non governa più. Come i colleghi di un Occidente che fra comprensione, mediazione, chiusure, parziali o totali, a inarrestabili flussi migratori, mostra soprattutto l’inefficacia d’un sistema politico-economico che poco integra e tanto scava in diversità sociali, alternando ghetti a scatole cinesi dove la convivenza fa a pugni con le tradizioni che ciascuna etnìa, fede, comunità considera irrinunciabili.

Ovviamente c’è chi lavora per un dialogo, di per sé difficilissimo, ma è una minoranza. Perché tanti dei presunti incontri, rapporti, dialoghi, aperture ruotano esclusivamente attorno al business che oggi unisce, domani può dividere. Mentre la macro storia parla il burocratese diplomatico di facciata, che quando non s’accorda sfocia in contrasto senza soluzione di continuità, le teorie degli untori dello scontro fra civiltà, sui media mainstrem ne siamo assediati, forniscono carburante ai combattenti di un odio che deve diffondersi. E non potrà che proseguire se tutto, come sembra, resta invariato.

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15/06/2017

Abbellire il grattacielo, spendendo poco. La strage di Londra


Una delle metropoli più grandi del pianeta. Vecchia potenza coloniale, ma multietnica e multirazziale, legata ad una rigida etichetta vittoriana ma da sempre fucina di mode trasgressive. Anche l’urbanistica del capitale non sfugge alle contraddizioni e in uno dei quartieri più lussuosi di Londra, l’area di Kensington, dove c’è il grande magazzino più antico del mondo, Harrod’s, e dove vivono gli sceicchi arabi, crescono anche i grattacieli delle case popolari, dove gli abitanti vivono con la Social Security. E qui la contraddizione si concretizza. Si può anche costruire con materiali non ignifughi ed economici, l’importante è che l’estetica del grattacielo, l’aspetto non disturbi. Poi può anche bruciare…

Il materiale scelto per rivestire la Grenfell Tower, causa dell’incendio dell’edificio, era stato scelto per «migliorare l’estetica» del blocco di appartamenti di Kensington.

Gli urbanisti che si sono occupati del progetto hanno candidamente dichiarato che i materiali sono stati scelti anche per l’economicità del prodotto.

Lo scorso anno il condominio popolare era stato ristrutturato, e, per ricoprire le pareti esterne, si era utilizzato quel materiale che oggi ha favorito il propagarsi delle fiamme. La Torre si erge tra l’area tutelata di Avondale a sud e quella di Ladbroke, ad est; la ristrutturazione si era resa necessaria per rendere l’aspetto dell’edificio “più gradevole”, tale da integrarlo maggiormente nella parte più lussuosa del quartiere, quella di Nord Kensington.

Secondo la documentazione riguardante i lavori, il materiale doveva servire anche per isolare termicamente l’edificio, ma era stato scelto perché estremamente economico e si è poi rivelato essere anche particolarmente infiammabile.

Nel documento, datato 2014, si legge testualmente che, «la torre, per la sua altezza, è visibile dalle aree più lussuose... quindi si rendono necessari dei cambiamenti, soprattutto per migliorare il suo aspetto». In altra parte del rapporto si legge anche che i materiali sono stati scelti «in accordo con il piano di sviluppo dell’area che deve preservare un carattere ed un aspetto dignitosi, pur preservando le condizioni di vita dei residenti».

Al documento sono allegate una serie di condizioni. Fra queste il Consiglio di Distretto aveva assicurato che il materiale utilizzato sarebbe stato anche isolante, così da tenere fuori dall’edificio suono e freddo. La parte centrale del documento svela però i veri intenti della ristrutturazione: «Il disegno dello schema tiene in piena considerazione le richieste e le aspettative di una politica dell’abitabilità, in cui si crei una condizione ambientale più ampia che conviva in un luogo coerente».

La compagnia responsabile di questa speculazione, è la Rydon.

Un leader del Consiglio di Distretto, Nick Paget-Brown lodò tutto questo ammodernamento esteriore, senza mai citare le migliorie tecniche e sopratutto mai considerando il costo (8.6 milioni di sterline) dell’intera opera.

Ma, sulla scia di queste rassicurazioni, la Consigliera Judith Blakeman, che vive a pochi isolati di distanza dalla zona del disastro, si fa molte domande che fanno riflettere: «la ristrutturazione è stata terminata appena un anno fa, ma la copertura esterna è venuta giù in un attimo, come una sottoveste; l’incendio, poi, ha divampato per ore, tanto che alle 5 del mattino, quando mi sono svegliata, i vicini mi hanno detto che il tutto era iniziato intorno all’una».

Secondo le dichiarazioni di un esperto – l’ispettore dei vigili del fuoco Arnold Tarling, di Hindwoods – questo tipo di materiali, usati regolarmente per raffreddare ed abbellire gli edifici, possono trasformarsi in una specie di camino, creando una cavità, un’intercapedine di 25/30 mm tra la cavità isolata e la copertura esterna; qui si crea come un tunnel del vento, che intrappola tutto il materiale infiammabile; alla fine ti trovi ad avere una cavità con un fuoco che cova dentro... All’improvviso può accendersi e propagarsi immediatamente».

Infine, va riferita l’opinione di Angus Law del BRE, il Centro per la prevenzione degli incendi nelle opere pubbliche dell’Università di Edinburgo: «I media ci dicono che incendi di questo tipo succedono molto spesso in diverse parti del mondo... I regolamenti britannici sugli edifici di una certa altezza, assicurano che in caso di incendio, le fiamme si propaghino il meno possibile da piano a piano o da appartamento ad appartamento... se questo succede, come nel caso della Grenfell Tower, è una catastrofe»,

fonti: The Indipendent, The Guardian

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04/06/2017

Attentato a Londra. Vostre le guerre, nostri i morti

Un duplice attacco è stato condotto nella notte nel cuore della capitale del Regno Unito: dapprima su London Bridge, ponte simbolo della città, dove un pulmino ha investito diversi pedoni e ne sono poi usciti tre aggressori che hanno accoltellato altri passanti; quindi nella zona di Borough Market, dove lo stesso commando ha continuato la sua azione di morte prima di cadere sotto i colpi della polizia.
Sette le vittime mentre i feriti sono 48 diversi dei quali in condizioni critiche. Tories e Labour hanno comunque temporaneamente sospeso la campagna elettorale.

Morti anche i tre terroristi che avrebbero indossato finte cinture esplosive, armati soltanto di coltelli. Attentatori “poveri”, insomma, senza disponibilità di armi o esplosivi. Non risultano altri assalitori e sospetti in fuga. Ma le indagini proseguono senza escludere eventuali fiancheggiatori esterni.

La sequenza si è consumata in pochi minuti (ne sono passati 8 fra la prima telefonata di allarme e la sparatoria finale), a neppure due settimane di distanza dell’attentato suicida commesso alla Manchester Arena il 22 maggio: dove Salman Abedi, giovane britannico figlio di un ex rifugiato politico libico anti-Gheddafi (diventato collaboratore dei servizi segreti inglesi e addestratore di mujaeddin), si era fatto esplodere fra la folla che usciva dal concerto di Ariana Grande – fra cui molti giovanissimi – causando 22 morti e circa 120 feriti.

Fin qui i lanci di agenzia.

E’ difficile dire qualcosa di nuovo, che sia anche utile, dopo fatti del genere. Da parte nostra, come giudizio politico complessivo, non possiamo che rimandare a quanto detto in occasione dell’attentato di Manchester, due settimane fa. In particolare:
L’Isis è un vostro prodotto, una metastasi del tumore che voi “classe dirigente occidentale” avete fatto crescere altrove.
I ragazzi di Manchester sono invece i nostri figli, fratelli, sorelle. Siamo noi che giriamo per le nostre strade, cercando di sopravvivere all’impoverimento crescente che voi ci avete imposto, che ci intruppiamo in uno stadio o in una metropolitana o una via della movida per una serata diversa, per una pausa in una vita senza futuro migliore. […]

Voi avete iniziato questa guerra che ci uccide. Non siete voi che potete farla finire. Non siete voi che potete vincerla. Non vi interessa, anzi vi torna persino utile. I popoli spaventati si affidano inermi alla bestia che finge di proteggerli.

Finché voi resterete ai vostri posti noi continueremo a morire, a piangere i nostri ragazzi, a chiederci stupidamente “perché ci odiano?”
In aggiunta, le polizie di tutto il mondo chiedono alle popolazioni di affidarsi silenzioso alle autorità, di obbedire senza fare domande. E i media mainstream rilanciano all’infinto questo stesso messaggio: “dovete rinunciare alle vostre libertà, ve le togliamo per la vostra sicurezza”. Il fascistissimo “decreto Minniti” è tutto in questo solco, con un occhio di riguardo per il dissenso interno.

E’ una truffa criminale. Totale.

Le parti in guerra sono infatti più che chiare: sono i “nostri alleati” sunniti, a cominciare dall’Arabia Saudita, a muovere le fila di questa sequenza. Gli stessi alleati che Trump è andato ad omaggiare nel corso della sua prima visita all’estero, firmando contratti di fornitura per 350 miliardi di armi in dieci anni, 110 immediatamente. Armi che in qualche misura – specie per quanto riguarda armamento leggero ed esplosivi – finirà nelle mani dell’Isis, di Al Qaeda, Al Nusra e cento altre sigle del jihadismo sunnita.

In proposito, se proprio non volete credere a noi, potete informarvi benissimo con l’editoriale di Alberto Negri, pubblicato oggi – come sempre – sul quotidiano di Confindustria, IlSole24Ore.

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Lotta al terrorismo, se colpiamo il bersaglio sbagliato

Alberto Negri

Abbassato il livello di allarme dopo l’attentato di Manchester, gli apparati di sicurezza britannici hanno fatto un altro calcolo sbagliato: dagli errori si dovrebbe imparare, soprattutto quando si avvicinano le elezioni non solo in Gran Bretagna ma anche in Germania e forse pure in Italia. In pieno Ramadan, i jihadisti intendono trasferire lo stato di guerra mediorientale in Europa mentre si va al voto.

Ma qual è il vero pericolo per gli americani, gli inglesi e loro alleati arabi del Golfo? L’Iran. E questo dice tutto sul livello di irresponsabilità delle leadership occidentali. E’ il messaggio sbagliato venuto dalla visita del presidente americano Donald Trump in Medio Oriente e che poi è passato anche al G-7: rifornire di armi l’Arabia Saudita con 110 miliardi di commesse ed essere acquiescenti con i piani delle monarchie arabe del Golfo e di Israele, non per abbattere il Califfato ma soprattutto per bloccare l’influenza dell’Iran sciita nella regione.

La “Mezzaluna sciita” diventa così un pericolo maggiore dell’Isis e del jihadismo sunnita che proprio l’Iran insieme alla Russia e al loro alleato Assad e all’Iraq hanno combattuto in questi anni colpendo l’insieme dell’opposizione siriana. Il fatto che gli alauiti di Damasco restino al potere può certamente non piacere ma quali sono le alternative che sono state proposte in questi anni ai regimi autocratici del Medio Oriente? L’abbattimento prima di Saddam in Iraq nel 2003 e poi di Gheddafi in Libia nel 2011 hanno sprofondato nel caos intere nazioni e una delle eredità lasciate dal fallimentare governo dei Fratelli Musulmani in Egitto, poi abbattuto dal colpo di stato del generale Al Sisi nel 2013, è stato che il Sinai diventasse un santuario dei jihadisti.

Ma che cosa hanno pensato le potenze occidentali, tra cui la stessa Gran Bretagna? Hanno fatto credere ai sunniti che avrebbero avuto una rivincita in Siria e in Iraq con la caduta di regimi alleati della repubblica islamica iraniana e lo smembramento di questi ex stati arabi. Il suo primo viaggio importante all’estero la signora May lo ha fatto a Riad. E ora quali sono i piani di americani, inglesi e giordani? Tagliare il “corridoio” iraniano che attraverso l’Iraq e la Siria rifornisce Damasco e gli Hezbollah libanesi. Prima ancora di combattere un Califfato assediato a Mosul e nella capitale Raqqa, si pensa a contrastare Teheran e magari a usare i jihadisti in funzione anti-sciita.

Se questi sono i presupposti della guerra al terrorismo, motivati dai grandi interessi economici e finanziari intrattenuti con le monarchie del Golfo, è evidente che si tenta di spostare il bersaglio della guerra al terrorismo a un altro piano. C’è poco da stupirsi quindi che continuino a rafforzarsi le cellule jihadiste, le quali probabilmente verranno ulteriormente alimentate dal ritorno dei foreign fighters dal Medio Oriente.

Eppure quando si parla di “stati terroristi” viene sempre nominato l’Iran e mai sono citate quelle monarchie petrolifere che per decenni hanno incoraggiato il jihadismo e l’Islam più radicale con le loro ideologie retrograde che custodiscono non la parola del Corano, come vorrebbero fa credere con i loro comportamenti ipocriti, ma gli intessi ristretti di élite contrarie a tutti i valori occidentali.

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23/05/2017

Gran Bretagna, centinaia i foreign fighters tornati in patria per colpire

Se fosse confermata la pista jihadista, questo attentato era tra le tragiche eventualità da mettere in conto. Dopo l’attentato del lupo solitario Khalid Masood al Parlamento britannico, in cui vennero uccise quattro persone prima che il terrorista fosse eliminato, l’intelligence inglese aveva rivelato che oltre 400 cittadini britannici, andati a combattere a fianco dell’Isis in Siria e Iraq, erano tornati in patria.

Questo faceva già temere che in Gran Bretagna si era raggiunta la massa critica di terroristi “islamisti” – come aveva tenuto a sottolineare il premier Theresa May non usando l’aggettivo islamico – pronti a colpire con attacchi più simili a quelli del 30 novembre 2015 a Parigi e del 22 marzo 2016 a Bruxelles.

I servizi dunque si aspettavano non azioni di singoli lupi solitari ma attacchi coordinati di cellule jihadiste. Qualche giorno dopo l’attentato di Londra, un altro rapporto dei servizi inglesi affermava che dei 700 foreign fighters segnalati dalle autorità 320 avevano già fatto ritorno nel Regno Unito.

Fallito il progetto territoriale del Califfato era abbastanza logico che ci fossero dei ritorni, anche se non è per niente automatico che il travaso dei foreign fighters avvenga in Europa: molti jihadisti potrebbero decidere di andare a combattere in altre parti del Medio Oriente come lo Yemen. Nel 2005 a Londra ci furono 56 morti nell’attentato alla metropolitana, questo di Manchester sarebbe il più grave da allora, nonostante la fitta rete di sicurezza impiantata dalle autorità britanniche che hanno infiltrato i gruppi jihadisti con un programma di prevenzione costato miliardi di sterline.

Manca ancora una rivendicazione e questo lascia ancora dei dubbi sulla pista jihadista. Ma proprio il fatto che non ci sia ancora potrebbe significare che si tratta di un attentato organizzato e che la cellula che lo ha realizzato intenda proteggere la propria rete logistica.

L’attentato dimostra anche la vacuità dei proclami anti-terrorismo fatti in Arabia Saudita da parte di Trump e della leadership saudita che con gli israeliani hanno come obiettivo soprattutto il contenimento dell’Iran sciita più che l’eliminazione di un jihadismo sunnita che si alimenta proprio dell’ideologia islamica radicale e retrograda sostenuta da Riad. Una situazione che gli Stati Uniti, gli inglesi e i francesi conoscono perfettamente, ma fanno finta di ignorare in nome della realpolitik e dei grandi affari.

Alberto Negri da IlSole24Ore

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23/03/2017

Attentato a Londra, l’arma della normalità

Nella strategia della morte che l’Isis rivolge ai cittadini occidentali, avviata con gli attentati spettacolari di Parigi nel novembre 2015 e proseguita l’anno scorso all’aeroporto di Bruxelles e poi a Promenade des Anglais di Nizza, al mercatino antistante Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche di Berlino e ancora al “Reina club” di Istanbul, traspare una sorta di evoluzione dell’attacco in due elementi chiave: l’attentatore e l’arma letale. E’ ormai noto il messaggio che il califfo Al Baghdadi, la mente o una delle menti dell’assalto all’Occidente, ha lanciato ai fedeli del Jihad: usare qualsiasi mezzo capace di seminare morte per punire gli infedeli. Così ordigni, camion, coltelli, kalashnikov possono tutti servire allo scopo, come mille altri strumenti. Tant’è che temendo il “plastico” inserito in un pc portatile, le sicurezze americana e britannica iniziano a vietare il trasporto in cabina di questi apparecchi (e sfugge perché li si ammetta in stiva). La via del terrore scelta dall’offensiva jihadista nel cuore dell’Occidente ha, dunque, la forza di utilizzare gli elementi della vita normale per praticare la propria guerra. Inoltre sta diversificando le figure di attentatore.

Alla cellula aggregata e protetta nel quartiere d’immigrazione, com’era il caso del sobborgo di Molenbeek, va sempre più inserendo il “lupo solitario”, spesso un marginale indottrinato in carcere dalla rete dei reclutatori com’era Mohammed Lahouaiej-Bouhel, che nella festa di Francia azzerò ottantadue vite. Oppure Anis Amri, il “camionista” di Berlino fuggito in Italia e freddato mentre s’aggirava davanti la stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni. Insomma il miliziano potrà essere un tiratore esperto come Abdulgadir Masharipov, l’uzbeko che nella notte di Capodanno ha rovesciato vari caricatori sugli avventori dell’esclusivo locale sul Bosforo, o adattarsi a colpire con qualsiasi cosa, utilizzando l’unica arma imprevedibile contro cui le Intelligence non possono nulla: l’adesione alla ‘guerra santa’. Taluni commentatori vedono nella tipologia dello strumento d’offesa utilizzato una debolezza dei terroristi, evidenziano le difficoltà nel procurarsi quel materiale (ordigni esplosivi) che aveva caratterizzato le stragi qaediste del 2005 a Londra e Madrid. Merito – sostengono – del lavoro dei Servizi. E così sarà.

Eppure ciò che destabilizza il cittadino medio delle metropoli europee, e l’intero sistema che gli gira attorno e nel quale è inghiottito, è proprio la banale normalità con cui si presenta la nuova frontiera di attentati. Assolutamente imprevedibili perché scaturiti da quel che c’è nella nostra quotidianità. La mente perversa di Al Baghdadi (o chi per lui) avrà pure partorito il topolino, ma è questo che tiene in scacco le Intelligence che pur si vantano di studiare e prevenire ogni azione. Dall’11 settembre (2001... ricordiamocelo sempre... nd Re-Carbonized) francamente non si sa chi abbia fatto più strada... Certo quella che potrebbe disattivare la citata arma letale che è la scelta della ‘guerra santa’ viene meticolosamente aggirata da parlamenti e governi occidentali, che verso il mondo islamico nel suo insieme, alzano muri e controffensive come se si stesse davvero all’epoca di Saladino e Riccardo Cuor di Leone. Così ci si perde fra ipotesi di soluzioni tecniche e militari e competizioni ideologico-confessionali fra civiltà che fanno la gioia dei predicatori salafiti e di chi nell’Islam cerca potere. Con simili presupposti ai reclutatori del Jihad i kamikaze non mancheranno. Quanto all’arma basta guardarsi attorno: il quotidiano è un bazar fornitissimo per la morte.

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12/07/2016

La bruttezza post-Brexit della “sinistra”

Da Spiked, magazine britannico ispirato all’umanesimo e ai principi della sinistra libertaria, traiamo questo articolo che getta brutalmente la maschera alla sinistra liberale britannica, che si è riunita a Londra nella Marcia per l’Europa contro il Brexit. Si oppongono alla democrazia. Denigrano i poveri e i vecchi. Pensano solo alla propria immagine pubblica, quando non al proprio portafogli. Sono diventati come i conservatori della svolta liberista degli anni ’80.

di Patrick West, 8 luglio 2016

Ossessionata dai soldi e contro la classe lavoratrice – la sinistra liberale ha mostrato la sua brutta faccia.

Quelli della sinistra liberale sono sempre stati orgogliosi di esser più solidali e compassionevoli dei conservatori. Le persone di destra, insistono, sono grette ed egoiste, legate a interessi personali. Si preoccupano solo dei soldi e di se stessi. Sono brutte persone.

Questo è uno dei miti più persistenti dei tempi moderni. Non ci ho mai creduto. L’egoismo trascende la politica. Quelli di sinistra sono inclini quanto i conservatori al proprio interesse, al fanatismo e all’avversione verso persone diverse. E, parola mia, nel corso delle ultime due settimane, dopo il voto britannico per lasciare l’Unione Europea, non abbiamo ancora visto quanto. L’illusione della sinistra liberale di avere la capacità intrinseca ed esclusiva di essere compassionevole è davvero stata fatta esplodere.

Guardate la recente Marcia per l’Europa a Londra, per chiedere di revocare la volontà del popolo e di ripristinare l’oligarchia sostenuta dalle grandi aziende. Ricchi tizi della metropoli si sono lamentati spudoratamente del risultato perché le loro vacanze in Europa d’ora in poi diventeranno più costose. Temono per le loro seconde case in Toscana e nel sud della Francia. Lo dicono apertamente. I borghesi dei quartieri nord di Londra temono che potrebbero perdere le baby-sitter a due soldi e le ragazze alla pari dall’Europa dell’est. Si preoccupano per il personale del beato Servizio Sanitario Nazionale, personale addestrato a scapito dei paesi più poveri che abbiamo assunto a buon mercato qui nel Regno Unito. I tizi delle grande aziende temono per il futuro dei lavoratori immigrati, quelle anime magnificamente sfruttate che vivono in sei in una stanza con contratti a tre mesi, pagati a salario minimo o meno. Questa scandalosa mostra di avidità non si era vista fin dai giorni inebrianti del thatcherismo.

Guardate inoltre gli incessanti insulti lanciati ai bianchi poveri e stupidi che hanno votato per lasciare l’UE. Si tratta di persone che lottano per mantenere una prima casa, per non parlare di una seconda – persone che possono a malapena permettersi di andare in vacanza. Sono i pescatori, da Aberdeen a Hull a Ramsgate a Hastings alla Cornovaglia, i cui mezzi di sostentamento sono stati devastati dalla UE – gli stessi pescatori insultati da Bob Geldof e dai suoi sodali tracanna-champagne. Sono le persone che vivono a Peterborough e a Boston, che non possono ottenere gli appuntamenti dal medico o trovare posti a scuola per i propri figli perché gli ospedali e le scuole sono sovraccarichi.

Sono le persone le cui piccole attività sono state rovinate dall’Operazione Pila nel Kent, dove i camion hanno intasato le strade per miglia, il risultato della libera circolazione nello spazio Schengen che ha portato il caos a Calais. Guardate quelle persone che in Galles hanno affrontato il quotidiano, umiliante promemoria della loro economia dipendente dai trasferimenti dell’UE. Guardate anche tutti questi inglese di Dover e Folkestone che conoscono polacchi e lettoni, non come domestici a buon mercato, ma come vicini di casa, genitori dei compagni di scuola dei loro figli, come pari. Tutte persone diffamate come parassiti e razzisti.

La sinistra metropolitana li ha derisi dalle proprie dimore appartate a Londra o dalle proprie case nel Derbyshire rurale. Scrittori ritirati e accademici sembrano ignari degli effetti negativi della UE, anche perché nessuno ha vissuto in prima persona gli effetti negativi della politica dell’UE. Nessun direttore di giornale ha optato per un editorialista di punta dalla Romania a prezzo scontato. Di persone che lavorano nell’edilizia, nella decorazione, nell’idraulica, posso farvene conoscere molte che sono state licenziate o hanno visto fallire le proprie attività. Ce ne sono innumerevoli nel Kent che hanno lasciato la costosa e affollata Londra per questo motivo. Se avete casa, un mutuo e figli a cui badare, semplicemente non potete vivere da spensierati single ventenni senza alcuna responsabilità.

Non sono sicuro di quanto la sinistra liberale si renda conto di quanto repellente sia stato il suo comportamento irrispettoso. Ma è quello che sta avendo da qualche tempo. Fin dalla rivoluzione culturale libertina degli anni ’60, i socialisti e gli ortodossi di sinistra nel mondo occidentale sono passati in un lungo processo di abbandono della classe operaia, ritirandosi nella politica dell’identità, nei diritti individuali, nell’affermazione del sé. Quindi, i cosiddetti progressisti ora si preoccupano soprattutto della loro immagine di “brave persone”. La segnalazione della virtù è l’epitome della nuova sinistra egocentrica e falsamente solidale.

Da qui la retorica bisognosa su ‘il mondo ci odia’ perché lasciamo l’Unione europea, le esortazioni ad ‘abbracciare un immigrato’ o a indossare spille di sicurezza per vantare le proprie credenziali di non-razzista. Tutto ruota intorno all’Io. La sinistra liberale non poteva capire perché la gente avrebbe votato in nome di principi astratti come la ‘democrazia’ o la ‘libertà’ o l”autodeterminazione’, perché vede tutto in termini del proprio denaro e della propria immagine pubblica.

C’è stato un tempo in cui erano i Tories che schernivano i poveri, che li deploravano come stupidi e inetti. Questo succedeva nell’era dei soldi a palate degli anni ’80, durante il quale il mercato governava ed eravamo grati ai capricci dei capitalisti e del santo mercato. C’era anche un tempo, molti anni fa, quando la sinistra parlava di principi, di democrazia e libertà. Come si sono invertiti i ruoli. Che strano che adesso sono per lo più i conservatori che parlano di astrazioni, ed è la sinistra ad essere ossessionata dai mercati e preoccupata dal FTSE 100, dal proprio denaro. Si oppongono alla democrazia. Odiano i poveri e i vecchi. Sono spregevoli.

Fonte

14/03/2016

Un libro sull’imperialismo “britannico”, la City ed il Brexit

Una recensione di “The City – London and the global power of finance”, di Tony Norfield

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Tony Norfield ha avuto un esperienza ventennale nelle sale operative della City di Londra, per 10 anni, come direttore esecutivo e responsabile globale della strategia in una delle maggiori banche europee. Ha conseguito un dottorato in ricerca in scienze economiche al SOAS di Londra. Soprattutto, è un marxista. E questa è la ricetta perfetta per un eccellente libro sul moderno imperialismo britannico e sulle caratteristiche della finanza globale nel 21° secolo.

Nella City, Norfield porta con sé alcune delle intuizioni chiave per la comprensione della natura dei moderni sistemi finanziari e su quale ruolo essi giochino nel funzionamento (o nel non-funzionamento) del capitalismo. Norfield sottolinea come la finanza e la produzione nel capitalismo del 21° secolo siano inseparabili – “sono partner stretti nello sfruttamento”. Lo sono sempre stati fin dall’inizio del capitalismo industriale, ma ora lo sono ancora di più. Ragion per cui il punto di vista che viene spesso espresso nei circoli keynesiano e marxisti circa il fatto che ci sia una divisione categoriale fra finanza e capitale produttivo, dove il primo è “cattivo” ed il secondo è “buono”, è un errore che porta ad un’incomprensione della natura dell’imperialismo e del ruolo dei centri finanziari come la city di Londra.

Un’altra osservazione svolta da Norfield ci parla del ruolo avuto dal capitalismo britannico nell’imperialismo. La Gran Bretagna è seconda solo agli Stati Uniti per quel che riguarda l’importanza globale del suo settore finanziario ed in alcune aree, quali il commercio di valuta estera, si trova al primo posto (Norfield, p.71).

La Gran Bretagna possiede la più grande riserva di investimenti esteri diretti (FDI) che ammonta a quasi 2 trilioni di dollari, equivalente al 30% del PIL del Regno Unito. Conteggiando le principali 500 imprese globali, il Regno Unito si trova secondo solo agli Stati Uniti, con 34 aziende. Se comparato agli Stati Uniti, che ne ha dieci, il Regno Unito ha sei istituzioni finanziarie fra le principali a livello globale. E i suoi attivi bancari ammontano a circa quattro volte il suo PIL, il più alto rapporto in tutto il mondo, dopo la Svizzera ed il paradiso fiscale del Lussemburgo.

Favoriscono Londra, in quanto centro finanziario globale, il suo fuso orario, la lingua principale dell’imperialismo (l’inglese) e l’enorme riserva di servizi professionali, che contrasta con la relativa debolezza dei mercati monetari statunitensi e delle banche che hanno una minor portata globale.

Il capitalismo inglese ha perduto il suo status di egemonia un centinaio di anni fa ma nel periodo post-bellico il suo settore finanziario ha mantenuto il suo status globale mentre diminuiva la sua base manifatturiera. Il mercato dell’eurodollaro del 1960 ed il “Big Bang” degli anni 1980, quando le banche americane ed estere potevano operare senza alcuna restrizione, ha preservato la preminenza della city.

A pagina 111, Tabella 5, Norfield fornisce un eccellente grafico che mostra la gerarchia globale del potere imperialista secondo una serie di criteri (PIL, spesa militare, investimenti all’estero, assetto bancario e commercio con l’estero).

Norfield evidenzia come il privilegio finanziario sia una forma di potere economico, che abilita i paesi imperialisti ad attingere a risorse ed a valore che viene creato altrove nel mondo. Per Norfield, la definizione di imperialismo attiene al fatto che esiste un piccolo numero di paesi che domina i mercati mondiali per mezzo delle loro corporazioni multinazionali che possono fabbricare oggetti, fornire servizi e finanze, o spesso tutte e tre le cose insieme.

Ci parla della preziosa ricerca svolta da alcuni ingegneri svizzeri su come solamente 147 compagnie controllino globalmente tutto il mondo (p. 113), qualcosa di cui avevo già parlato nel mio blog. E’ interessante notare come gli stessi ricercatori svizzeri abbiano recentemente pubblicato un nuovo rapporto che mostra come le compagnie statunitensi ed europee controllino ancora le leve del potere finanziario ed aziendale a livello globale, mentre difficilmente l’Asia potrà avere una simile possibilità, nonostante il grande “miracolo produttivo” degli ultimi 30 anni.

La finanza non può essere separata dal capitale produttivo: questa è una caratteristica dell’economia mondiale moderna. Ciò significa che limitarsi a guardare solo alle attività delle corporazioni dentro gli Stati nazionali significa perdere di vista la storia vera. Come indica Norfield, i ricavi delle corporazioni statunitensi  all’estero valgono circa 3 miliardi di dollari al giorni per un totale superiore al PIL annuale della Svizzera.

Parte fondamentale del libro di Norfield è quella che intreccia nei fatti il moderno imperialismo con un’analisi marxista del ruolo del capitale finanziario. Ci mostra correttamente che le banche possono creare moneta (p. 83) cosicché quella moneta può far sembrare il creare moneta come “completamente indipendente dalla produzione capitalista” (p. 85).

Emissione di moneta e attività bancaria non sono “parassiti” in sé, dal momento che sono necessari ad oliare le ruote della produzione capitalista. Ma il capitale fruttifero (soldi per fare soldi) è parassitario nel momento in cui viene dedotto dai profitti del capitale produttivo. E l’imperialismo capitale fruttifero globalizzato.

Marx ha collegato il fenomeno del fare denaro per mezzo del denaro (p. 90) con la sua definizione di “capitale fittizio”: una denuncia degli investimenti della compagnie che creano valore e dei loro guadagni futuri. Norfield espone chiaramente l’inadeguatezza della narrazione marxista classica che fa Hiferding del capitale finanziario.

Hilferding si concentra giustamente sul capitale fittizio come caratteristica fondamentale del capitalismo monopolistico o dell’imperialismo ma considera le banche come se fossero le uniche leve del potere finanziario, mentre nel moderno imperialismo ci sono molti altri settori di capitale fittizio. Ed anche lo Stato nazione gioca un ruolo chiave nel supportare e nell’espandere il capitale monopolistico e il potere imperialista.

Per la moderna accumulazione di capitale è un vantaggio che obbligazioni, titoli e derivati siano estremamente liquidi (facili da comprare e da vendere). Ma come dice correttamente Norfield, il capitale fittizio non spezza il legame fra produzione di valore con la forza lavoro o con il valore di risorse “reali” quali materie prime, impianti, attrezzature, ecc., ma lo “estende” soltanto.
L’espansione del capitale fittizio rende il capitalismo capace di espandersi più velocemente ma allo stesso tempo anche di collassare più tardi.

In realtà, lo sviluppo della moderna finanza e l’espansione del capitale fittizio in tutte le sue nuove forme a partire dagli anni '80 è stata davvero una risposta alla caduta di redditività del capitale produttivo che c’è stata in tutte le maggiori economie capitaliste a partire dalla metà degli anni '60 ai primi anni '80.

Norfield si riferisce alla legge marxiana della tendenza del saggio di profitto a cadere come al fattore chiave che sta dietro le crisi economiche nel capitalismo. Ma è scettico circa la capacità di poter misurare la redditività del capitale per mezzo delle statistiche ufficiali (p. 153) e considera che la misurazione dei tassi nazionali di profitto ci dicono ben poco riguardo a questo mondo imperialista.

Tuttavia, tenta di misurare la redditività degli Stati Uniti e conclude che c’è stata una crescita a partire dagli anni '80 e che il tasso degli Stati Uniti era “relativamente alto” durante il periodo del crollo finanziario globale (p. 155). Questo potrebbe sembrar contraddire la legge di Marx, così Norfield cerca una spiegazione nella crescita del tasso di profitto degli Stati Uniti fino alla Grande Recessione come indicazione dello scoppio di una bolla “alimentata con il credito” che era “fittizia”. Questa spiegazione ha una qualche validità, ma io penso ancora che sia possibile misurare il trend nella redditività del capitale delle maggiori economie e per il Regno Unito e per gli Stati Uniti (e per quel che importa, per il mondo). E penso che una tale misurazione mostri che il tasso di profitto ha raggiunto il suo picco alla fine degli anni 1990 e ai primi anni 2000. Cosicché la legge di Marx tiene anche senza la spiegazione dei profitti fittizi.

Il libro di Norfield è decisivo nell’illuminare la natura della moderna economia inglese. In passato, avevo descritto la Gran Bretagna come la più grande economia ‘redditiera’ del mondo. E’ questa una parola francese vecchio stile per descrivere un’economia basata sul succhiare ‘rendita’, attraverso il possesso del monopolio del capitale (o della terra), dai profitti dei settori produttivi. Entrambi i settori sfruttano il lavoro, ma l’economia redditiera si basa sul suo monopolio finanziario e legale per prendere una quota del plusvalore creato dal lavoro. Questo dà al capitale inglese il suo importante ruolo nel moderno imperialismo, ma ne fa anche il tallone di Achille in ogni collasso finanziario globale. In un altro crollo globale il capitale inglese è più vulnerabile rispetto alla maggior parte degli altri capitali.

Una delle conseguenze dell’economia redditiera della Gran Bretagna consiste nella sua relazione ambigua con il capitale europeo, in particolare quello franco-tedesco e quello dell’Unione Europea. Gli strateghi imperialisti inglesi hanno guardato al di là dell’Atlantico, agli Stati Uniti, per una partnership finanziaria, ma anche all’Europa per commercio ed investimenti. Il Regno Unito è il salvadanaio che sta nel mezzo fra gli Stati Uniti e l’Europa franco-tedesca. Tutto questo adesso è arrivato al punto in cui il capitale britannico prende in considerazione il fatto se debba o meno rompere con l’Europa, mentre l’Europa balbetta nella situazione della sua lunga depressione.

Quel che appare chiaro a partire dal libro di Norfield è il perché la city di Londra sia in maniera schiacciante a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea e si opponga al ‘Brexit’. La city dipende dai liberi flussi di capitale fra le economie con ‘eccedenza di capitale’ del petrolio ed i produttori di risorse (BRICS) e le multinazionali del Nord America dentro e fuori dall’Europa. Questo legame potrebbe essere messo seriamente in pericolo se il Regno Unito si trovasse ad essere fuori dall’Unione Europea – soprattutto se in in futuro l’Unione Europea dovesse disgregarsi.

Michael Roberts - pubblicato il 24/2/2016

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30/08/2015

Londra - Vincono i macchinisti della metro, perde l'arroganza del sindaco Johnson

Il sindaco di Londra è stato costretto a fare marcia indietro. Per il momento non parte la 'rivoluzione' della Night Tube, la metropolitana di Londra che dal 12 settembre avrebbe dovuto funzionare anche di notte. London Underground, l'agenzia dei trasporti pubblici cittadini, ha annunciato ufficialmente il rinvio del servizio. La decisione, sottolineano i dirigenti, è stata presa per facilitare le trattative sulla vertenza in corso con i sindacati che, anche attraverso una serie di scioperi molto duri, hanno chiesto condizioni migliori per il lavoro notturno dei dipendenti. In realtà, Boris Johnson, pur cercando di mostrarsi ottimista alla fine ha dovuto ripiegare rispetto al progetto iniziale.

Per l'8 e il 10 settembre, il sindacato di categoria Rmt, una sigla che già si era messa in vista nella battaglia contro le privatizzazioni, aveva programmato alcune agitazioni. Evidentemente sarebbe stato troppo rischioso per la città, visto le paralisi della mobilità registrate a luglio e ad agosto. "Lo avevamo detto più volte che sarebbe stato pericoloso e sciocco andare avanti coi piani per la Night Tube sino a quando non ci fosse stato un accordo sul personale e sulla sua sicurezza", ha detto il segretario di Rmt, Mick Cash. I punti sollevati dai sindacati sono sostanziali. Per far fronte ad un servizio che porterebbe Londra al livello della Grande Mela, Johnson aveva chiesto ai dipendenti il massimo della flessibilità senza alcun adeguamento salariale. Cioè avrebbe voluto gestire il tutto senza impiegare nuovo personale e sorvolando alla grande sulla sicurezza degli impianti. Questo ha trovato una decisa opposizione di sindacati e lavoratori fin dall’inizio. E dopo qualche mese di fronteggiamento è arrivata la capitolazione. I sindacati hanno chiesto anche precise garanzie su un uso non spregiudicato della flessibilità. Ma la società che gestisce i trasporti della metropolitana si è rifiutata di fornirle.

Una vittoria che non si vedeva da tempo in Gran Bretagna, coi sindacati in continua ritirata, incapaci, ad esempio, di contrastare con efficacia le misure di austerità introdotte dal governo conservatore che, fra l'altro, ha annunciato a luglio una serie di novità per limitare il potere sindacale.

Il piano prevede che di notte ci sia un treno ogni dieci minuti lungo le principali linee che attraversano il centro: Piccadilly, Victoria, Jubilee, Central e Northern.

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02/08/2015

Spazzare e punire. Fallimento della Big Society e legge sul terzo settore in Italia

Prima di tutto viene a mente Boris Johnson. L’attuale sindaco di Londra. Il tipo di conservatore britannico tanto chiassoso, nelle dichiarazioni, quanto ben lucido quando si tratta di tutelare i grandi interessi. Subito dopo i riot del 2011, Johnson si presenta con una scopa in mano per le strade di Londra invitando i cittadini a pulire le strade. Inevitabilmente i volontari, che seguono il gesto di Johnson ripreso dalle tv di tutto il mondo, vengono mediatizzati all’istante. Siamo sul set dove si recita, formalizzando il racconto dai social alle più classiche televisioni, l’operosità dei cittadini silenziosi e disciplinati contro la canaglia confusa e violenta. E’ andata in questo modo: legittimazione dell’operato del sindaco conservatore riuscita, canaglia condannata anche da Bauman come violenta perché compulsiva e consumista (mentre i conservatori sono notoriamente asceti che non fanno guerre) e il set può essere smontato. Nelle settimane successive, un po' di processi, qualche furgone della polizia che ha fatto il giro di città, come Birmingham, esponendo grandi foto digitali dei sospetti. Tutto molto “1984” ma quando hai rappresentato la verginità della società civile che si riprende la città, e senza costi per il contribuente, l’intervento della polizia segue con serena naturalezza.

Quattro anni dopo, un po' di fuochi a Milano, il giorno della inaugurazione dell’Expo mentre, nella mattinata, Renzi aveva fatto il consueto discorso senza qualità questa volta circondato da bambini che cantano l’inno nazionale con la mano sul cuore. La reazione alla violazione da parte degli incappucciati al rito istituzionale, cerimonia che aveva unito un po' di stelle della moda il giorno prima con i bambini che cantano l’inno il giorno dell’inaugurazione, è affidata al sindaco di Milano Pisapia.

Scope in mano assieme al sindaco, si gioca anche qui sul set la rappresentazione dell’operosità silenziosa e quotidiana dei cittadini contro i black bloc del fine settimana: televisioni, grandi complimenti reciproci, spettacolo della società civile. Del resto al modello Pisapia non restano che le televisioni compiacenti giusto per la fase residuale del mandato: il tentativo di miscelare solidarismo di mercato, liberismo innovatore e partecipazione sulle piccole scelte, ultima spiaggia di ciò che resta della borghesia illuminata locale, ha lasciato il passo a sgomberi delle case, resa verso la Deutsche Bank durante il processo ai derivati del comune di Milano e ad una sostanziale accettazione di un Expo che si candida a disseminare il nulla dopo la sua chiusura. Con Expo il vero affare l’ha fatto la ‘ndrangheta, non certo la società civile di Pisapia, ma questa è un’altra storia.

Quando il conservatorismo chiassoso inglese e la subcultura del marketing del solidarismo italiano di governo entrano in crisi, proprio nel vissuto metropolitano, il ricorso alle scope, simbolo della operosità della pulizia da cortile che si vuole estendere fino al globale, diviene quindi necessario. Sempre sul piano dello spettacolo, con orde di service televisivi e di free-lance pronti a riprendere la scenografia della ramazza. E’ un rito che funziona, fino alla criticità metropolitana successiva. Non a caso a Roma, a sostegno dell’improbabile giunta Marino, si è fatta addirittura la chiamata, l’appello alla mobilitazione all’uso delle scope. Chiamata effettuata da esponenti del mondo dello spettacolo, uno addirittura candidato presidente della repubblica secondo Facebook, giusto per intendersi di quale dimensione dell’agire sociale stiamo parlando. La microfisica dei comportamenti reali nelle metropoli è un’altra cosa, confusa quanto complessa, ma qui l’importante è agire sul messaggio.

Ma se il messaggio funziona, entra nelle case e negli smartphone suscitando reazioni positive, non si può dire altrettanto dell’economia che sottintende a questi riti di stabilizzazione politica. Già perché da Boris Johnson a Pisapia, passando per il sostegno alla giunta Marino, c’è un evidente fallimento. E non è quello politico-comunicativo, quella dimensione riesce abbastanza bene specie quando si va in onda a reti unificate e chi si proclama oppositore ha poche idee e bizzarre, si tratta invece di quello che riguarda il tentativo di legittimare una economia territoriale basata sul volontariato. Tentativo che in Gran Bretagna possiamo chiamare col suo nome, ovvero fallimento della politica di impletamentazione della Big Society. Questa politica è fallita, scomparsa dal lessico ufficiale della politica britannica, e non sarebbe male dare un’occhiata a ciò che è accaduto in Inghilterra in vista del nuovo passaggio parlamentare della legge sul terzo settore.

Già perché, alla lunga, la retorica della versione spaghetti del “taglieremo le tasse riqualificando il servizio” al massimo può tenere per quei poveretti che votano Renzi convinti, contro ogni evidenza, che rappresenti il nuovo. Se l’attuale esecutivo, magari piacendo a Bruxelles (e a Berlino), desse il via ad una riduzione delle tasse non farebbe che accrescere una nuova emergenza sussidiarietà. Ovvero quel fenomeno di esternalizzazione verso privato sociale, mondo cooperativo, di servizi non più erogabili dallo stato o dagli enti locali. Per questo la legge sul terzo settore, al momento in lettura alle camere, va letta in controluce rispetto alle esternazioni del presidente del consiglio sul taglio delle tasse. Tanto più la legge permetterà reali esternazioni di servizi al terzo settore, intrecciandosi con le privatizzazioni, tanto più la retorica del taglio delle tasse potrà provare a farsi sostanza. Ma come è andata in Inghilterra dove il tentativo d'implementazione della Big Society, quindi di devoluzione di poteri ai territori, e i tagli ai servizi sociali hanno corso in parallelo?

Torniamo al 2010. David Cameron, prima di andare al governo e triplicare le tasse universitarie tagliando molti servizi e benefit sociali, annuncia il manifesto della Big Society come elemento distintivo della sua campagna elettorale. Significa, in poche parole, un processo di devoluzione, al locale, dei poteri di governo su servizi sociali essenziali quando questi assumono una precisa conformazione. Ovvero quella di attivare una rete di carità, mutualismo, volontariato gratuito, cooperazione come strumento di erogazione dei servizi. Allo scopo fu fondata una banca, la Big Society Bank, e attivato un embrione di apposito servizio civile nazionale. Quando Boris Johnson sventolava le scope per Londra, come danza di legittimazione contro la canaglia, faceva quindi anche promozione per un progetto politico. Già in difficoltà, visto che nel febbraio del 2011 una delle località pilota del progetto, Liverpool che ha la zona critica L8 (storico sito di rivolte), era già stata cancellata dalle previsioni di implementazione della Big Society. Progetto il cui network relativo è entrato in amministrazione controllata già nel 2014, senza essere menzionato nella campagna elettorale, peraltro vinta da Cameron, l’anno successivo. Ma perché? Come mai è fallita la Big Society nonostante i fondi della lotteria e quelli provenienti dai libretti di banca rimasti incustoditi, le donazioni bancarie e quelle private, una dotazione di contractor, dirottati verso il volontariato, l’arruolamento di 30mila giovani volontari e uno specifico Localism Act del 2011?

Molto semplicemente sono accaduti due fattori. Il primo è legato alla natura stessa di Big Society: realizzare servizi facendo risparmiare lo stato. In poche parole, non ci sono mai stati fondi sufficienti per far decollare un progetto del genere che, per quanto legato al volontariato, prevedeva un investimento pubblico non una logica di disinvestimento e di risparmio. Nel commento in cui Cameron ha promesso uno stato più snello ed efficiente, che sono le stesse esatte parole di Renzi oggi, poneva quindi le stesse condizioni per il fallimento di Big Society. Perché per lanciare un progetto del genere, su servizi complessi, le risorse dello stato – finanziarie e di conoscenza – vanno aumentate non diminuite. Il secondo punto è che le risorse più importanti a disposizione del progetto Big Society sono finite tutte in mano ai grandi gruppi britannici della carità privata. In grado quindi di sottrarre risorse, spesso vitali, al volontariato e alla cooperazione dei territori. Anche qui, dopo la prima lettura in parlamento della legge sul terzo settore italiano, quando si legge che è “tutta sbilanciata sulle grandi coop”, qualcosa la vicenda britannica dovrebbe aiutare a capire. E, anche qui come a Londra, le scope sembrano agitarsi per fenomeni che stentano a prendere consistenza. Perlomeno nella forma di servizi generalizzati per la società che ne ha diritto e bisogno.

Come è andata a finire in Inghilterra? Big Society è in liquidazione, o comunque in forte dismissione, ed è sparita dal lessico della politica. Come molti servizi social, con tanto di previsione di 16 miliardi di sterline di tagli per la prossima finanziaria. In compenso Cameron ha vinto le elezioni. In una società dove la borsa tira e i servizi finanziari rappresentano metà del Pil britannico, mentre metà società non vota, non poteva andare altrimenti. In Italia le privatizzazioni, e i servizi alla finanza, non hanno questa base materiale liberista generalizzata. Però si capisce che, con la retorica della “società civile che si deve far carico”, una nuova ondata di esternalizzazioni, le cui più importanti finiranno alle grandi cooperative (come già avviene), è dietro l’angolo.

Dietro lo spettacolo delle scope, deprimente ideologia comunitarista del cortile di casa che si manifesta come risolutiva di ogni problema complesso, non c’è quindi solo una questione di consenso da costruirsi con la comunicazione politica. Ma anche di tentativo, sottinteso, di legittimare una nuova economia dei territori. Tutta a bassi salari, se non a zero, tutta piena di criticità fino al fallimento. Salvo poi riprovarci al grido di “questa volta è differente”. Come avviene per i prodotti finanziari, quelli che il ciclo precedente avevano fatto scoppiare una bolla. E poi le scope funzionano sempre come simbolico di verginità politica. Finché si trova gente che abbocca a sufficienza, il gioco regge.
 
Redazione, 1 agosto 2015

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09/07/2015

La finanza islamica nel mercato mondiale: teoria, prassi e ambiguità

In attesa di recensire un vecchio testo di Maxime Rodinson “Islam e capitalismo”, pubblichiamo questo articolo di Aspenia (rivista dell’Aspen Institute) su un tema piuttosto sottaciuto: la finanza islamica. Sono mesi che si parla di ISIS, guerra, terrorismo e speculazione economica,  e i governi hanno come interesse quello di scaricare sui subalterni i costi della propria esistenza e degli interessi che coprono con diligenza. 

Una delle ultime “giustificazioni” ideologiche è quella del cosiddetto “scontro di civiltà”, qualcosa che secondo alcuni dimostrerebbe l’inesistenza delle classi: invece bisogna ribadirlo, lo scontro è NELLA civiltà globale del capitalismo. E speriamo di poter mostrare, con questo come attraverso i contributi segnalati in fondo, che anche nella galassia islamica, come in Medio Oriente,  esistono i padroni, i subalterni e lo scontro tra interessi contrapposti. In altre parole, il capitalismo!

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Da più di trent’anni si sta diffondendo nei paesi islamici un sistema finanziario alternativo a quello convenzionale (e di origine soprattutto occidentale), perché improntato su alcuni precetti religiosi. Si tratta, in particolare, del divieto d’interesse (ribā) nelle transazioni finanziarie e il divieto d’investimento in attività soggette a eccesso di incertezza ed ambiguità (gharār) ed in quelle che implichino il ricorso alla speculazione e all’azzardo (maysir). Ciò non significa che il capitale prestato non debba percepire alcuna remunerazione; solo che essa è condizionata.
Secondo una specifica interpretazione dei precetti del Corano e la sunna del Profeta Muhammad, il denaro non può generare altro denaro. Per crescere deve essere investito in attività concrete e produttive. Uno dei pilastri fondamentali della finanza islamica è dunque il divieto di ottenere il pagamento di interessi fissi o predeterminati sui fondi prestati.
Il Corano condanna tanto l’usura quanto l’alea, ma anche i guadagni smisurati, e naturalmente le frodi. Considera invece l’elemosina, sia quella spontanea (sadaqa) che istituzionalizzata (zakāt), una pratica fondamentale di ogni buon credente. Nella tradizione islamica, infatti, il profitto e l’accumulo della ricchezza trovano legittimazione, di fronte a Dio, soltanto attraverso l’attività operosa dell’uomo: il lavoro legittima il profitto e l’accrescimento del capitale.
Con riferimento alle obbligazioni pecuniarie il termine ribā, cioè “usura”, comprende nella sua accezione più ampia sia il lucro prettamente usurario e qualsiasi aumento pattuito del capitale dato in mutuo, sia ogni sorta di “ingiustificato” arricchimento.
Lo scopo dei suddetti precetti islamici è quello di rendere il fedele musulmano, membro di una società islamica, una sorta di homo oeconomicus islamicus, socialmente giusto e altruista – dunque in contrapposizione con la teoria e la prassi economica moderna.
È importante la distinzione tra le due diverse forme di carità: la prima è volontaria (sadaqa) e nasce dalla generosità del credente; la seconda è istituzionalizzata (zakāt), e grazie all’elaborazione giurisprudenziale è divenuta una vera e propria tassazione. La zakāt costituisce uno dei cinque pilastri dell’Islam: la shari’a impone a ogni musulmano con capacità contributiva di pagare un’imposta a titolo di assistenza pubblica. In altre parole si tratta dunque di una specie d’imposta prelevata dal reddito dei musulmani benestanti e destinata alla realizzazione di opere pubbliche a favore delle comunità meno abbienti (poveri e diseredati).
In seno alla comunità dei teorici della finanza islamica, vi è però un vasto consenso sul fatto che la tradizione islamica non contesti il principio della remunerazione del denaro dato in prestito (senza il quale il sistema bancario non sopravvivrebbe) ma rifiuti soltanto l’aspetto predeterminato dell’interesse. È cioè accettato il fatto che non ci può essere guadagno senza un margine di rischio, e chiunque non voglia assumere rischi ha diritto solo alla restituzione del capitale prestato, nulla di più. Si è dunque verificata la necessità per i giuristi e gli economisti musulmani di definire un approccio alternativo all’interesse per garantire un rapporto rischio-rendimento più equo ma anche efficiente. Questo principio, che risale ai primi tempi dell’Islam, è un sistema equity-based nel quale l’unica forma di remunerazione possibile sono i profitti derivanti dagli investimenti (ex post), e non un ammontare prefissato (ex ante). Il principio di partecipazione ai profitti e alle perdite implica un vero e proprio rapporto di cooperazione tra il finanziatore e l’investitore, in opposizione al principio di massimizzazione dei profitti e di minimizzazione delle perdite che caratterizza il sistema finanziario convenzionale – nel quale si opera una differenziazione del rischio piuttosto che una condivisione.
Questi principi/divieti, adottati dalle banche e dagli istituti finanziari islamici, che realizzano prodotti bancari-finanziari conformi ai precetti del Corano, consentono al sistema finanziario islamico di non allontanarsi dall’economia reale e di tutelare soprattutto i piccoli investitori e i risparmiatori.

Nei paesi islamici, un vero e proprio sistema bancario finanziario nacque alla fine del XIX secolo, in seguito al processo di decolonizzazione avvenuto nel secondo dopoguerra, quando le principali banche dei paesi occidentali cominciarono ad aprire filiali nei paesi colonizzati. La scoperta d’importanti giacimenti di petrolio, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, incoraggiò la crescita dei rapporti commerciali internazionali e rese disponibili ingenti quantità di denaro.
Parte della ricchezza prodotta dal petrolio venne usata proprio per gettare le basi di un nuovo tipo di istituti che rispettassero la shari’a. Attorno al 1975 nacquero così le prime banche private islamiche, la Dubai Islamic Bank, e la Banca di sviluppo islamico (Islamic Development Bank – IDB). La IDB, la cui creazione fu concordata nel dicembre del 1973 nell’ambito della prima Conferenza dei ministri delle finanze dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC), ha come scopo fondamentale sostenere e promuovere lo sviluppo socio-economico degli Stati membri dell’Organizzazione, ma anche dei paesi dove vivono minoranze musulmane. La Banca non può applicare tassi di interesse o commissioni. Inoltre i prestiti concessi non possono finanziare beni e servizi contrari ai precetti islamici e facenti parte di settori considerati illeciti – come il commercio di alcolici, di carne non macellata ritualmente o ancora di prodotti contrari alla morale islamica. L’IDB ha la sua sede principale a Gedda, in Arabia Saudita, e conta ad oggi cinquanta paesi membri.
Le cosiddette primavere arabe, con l’emergere dei partiti islamisti legati, più o meno direttamente, alla Fratellanza Musulmana, sembrava aver aperto un nuovo scenario per gli istituti bancari islamici. In Tunisia, ad esempio, paese considerato tra i più “laici” dell’area MENA, il partito Al-Nahda ha lanciato una campagna per integrare il sistema bancario nazionale con quello islamico. Ciò avrebbe portato, secondo la leadership islamista, all’aumento del volume degli IDE (Investimenti Diretti Esteri) stimolati dai fondi sovrani di paesi come il Qatar e l’Arabia Saudita. Un processo analogo era in corso in Egitto, prima della deposizione del presidente Morsi nell’estate del 2013.
L’attuale battuta d’arresto del cosiddetto Islam politico – quantomeno come movimento rappresentato da partiti che si affermano per via elettorale – ha però ridotto la portata del fenomeno, che al momento rimane di grande rilievo nell’area del Golfo e in Turchia.