Secondo alcune fonti, i duri colpi inferti da Israele a Hezbollah nel 2024 hanno spinto a un ritorno allo “spirito di Mughniyeh”, creando una forza combattente più agile e impenetrabile.
Per oltre un anno, Israele, Washington e persino il governo libanese hanno parlato come se Hezbollah fosse stato definitivamente sconfitto.
Eppure il movimento armato libanese è di nuovo in guerra con Israele, colpendo il nemico in risposta alla guerra israelo-americana contro l’Iran.
Le sue prestazioni sul campo di battaglia e la capacità di colpire in profondità nel territorio israeliano dimostrano che Hezbollah non ha considerato i 15 mesi di cessate il fuoco con Israele come la fine della guerra, bensì come una breve e urgente finestra di opportunità per ricostruire, riorganizzarsi e prepararsi a ciò che riteneva sarebbe inevitabilmente accaduto in seguito.
Quando il 27 novembre 2024 è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele, dopo oltre un anno di conflitto scatenato dalla guerra contro Gaza, la narrazione pubblica è stata chiara.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva affermato che la campagna aveva “fatto regredire” Hezbollah di “decenni”, distruggendo la maggior parte dei suoi razzi ed eliminandone i vertici.
Un alto funzionario statunitense l’aveva definito “estremamente debole”. Il comandante del Centcom, Michael Kurilla, si era spinto oltre, definendo Hezbollah “decimato” e lodando il dispiegamento delle Forze Armate libanesi in quelle che aveva definito le “roccaforti” dell’ex partito.
A Beirut, anche il linguaggio politico era cambiato. Il presidente Joseph Aoun aveva affermato che lo Stato deve detenere il “diritto esclusivo di portare armi”, e il primo ministro Nawaf Salam aveva dichiarato che la presenza militare di Hezbollah a sud del fiume Litani era quasi sparita.
Era frequente sentire commentatori affermare che gli attacchi israeliani avessero distrutto l’80% delle forze militari del partito. Hezbollah, secondo la narrazione prevalente, era stato annientato e il suo disarmo era solo questione di tempo.
Ma ora sembra che la narrazione abbia confuso le perdite ingenti con un collasso strategico.
Secondo quattro fonti a conoscenza del processo di ricostruzione postbellica di Hezbollah, la ricostruzione è iniziata il 28 novembre, un giorno dopo il cessate il fuoco.
All’interno dell’organizzazione, non si dava per scontato che la guerra fosse finita, ma che un nuovo ciclo di combattimenti con Israele fosse solo questione di tempo.
Da questo punto di vista, hanno affermato le fonti, il cessate il fuoco non era un accordo politico. Era un intervallo operativo, e ogni giorno di questo intervallo aveva un valore.
‘Missione compiuta’
Secondo le fonti, Hezbollah ritiene che Israele abbia interrotto gli attacchi per due motivi.
In primo luogo, Israele riteneva che l’organizzazione fosse stata colpita così duramente che la pressione internazionale e interna avrebbe portato al collasso politico definitivo di Hezbollah.
In secondo luogo, Israele aveva valutato che proseguire la guerra avrebbe potuto comportare perdite israeliane più ingenti in una fase in cui riteneva di aver già raggiunto gli obiettivi strategici prefissati.
Tuttavia, le fonti affermano che la pausa nelle ostilità aperte ha rappresentato un’opportunità per Hezbollah.
Ciò significava che, sebbene la guerra avesse inflitto un pesante tributo di vite umane, aveva anche lasciato aperto uno spazio cruciale in cui l’organizzazione poteva ricostituirsi.
E lo sforzo che ne è seguito, secondo le fonti, non si è limitato al ripristino delle sue capacità militari di base.
L’obiettivo era più ampio: recuperare quanto più possibile delle capacità, della struttura e delle infrastrutture di Hezbollah precedenti all’ottobre 2023.
Secondo le fonti, entro la metà di dicembre 2025 i comandanti militari avevano informato la leadership che tutto ciò che poteva essere ricostruito era stato ricostruito.
“Abbiamo detto ai leader: missione compiuta”, avrebbero dichiarato i comandanti militari, secondo quanto riportato da una fonte.
Alcune capacità, in particolare quelle legate alla difesa aerea e ad altri sistemi di importanza strategica, avevano subito danni che non potevano essere semplicemente riparati.
Tuttavia, entro tali limiti, secondo le fonti, l’opera di ricostruzione è stata descritta come estesa, metodica e disciplinata.
‘Martiri ambulanti’
Il compito che attendeva Hezbollah era immenso.
Il 17 settembre 2024, Israele ha fatto esplodere centinaia di cercapersone utilizzati dai membri del partito, ferendo decine di persone, per lo più civili, e rivelando una scioccante infiltrazione dei servizi segreti.
Più tardi, nello stesso mese, feroci raid aerei su Beirut e altre zone del paese uccisero i vertici militari del partito, nonché il suo segretario generale di lunga data, Hassan Nasrallah.
Israele aveva colpito Hezbollah con una campagna d’urto su più livelli, volta a spezzare la catena di comando, smascherare le reti e paralizzare la sua capacità operativa.
Una fonte ha descritto la leadership di Hezbollah come “accecata, dispersa e a pezzi”, quando le forze israeliane iniziarono un’invasione di terra nell’ottobre del 2024, dopo un’intensa campagna di bombardamenti.
“La tenacia dei combattenti al confine, impegnati in una lotta fino alla morte, ha dato ai rimanenti alti ufficiali militari del partito lo spazio necessario per riprendere fiato e riorganizzarsi”, ha dichiarato la fonte a Middle East Eye.
“Questi martiri hanno salvato il partito.”
Alla domanda sul perché alcuni comandanti militari siano sopravvissuti mentre altri siano stati apparentemente eliminati a piacimento dai raid aerei israeliani, la fonte ha risposto: “Non hanno risposto al telefono”.
Ripensamento strutturale
Secondo le fonti, l’architettura di comunicazione di Hezbollah era stata penetrata in modo molto più profondo di quanto si pensasse in precedenza.
Il partito aveva sempre dato per scontato che i suoi membri fossero sorvegliati. Ma divenne chiaro che Israele era in grado di tracciare la loro posizione in tempo reale e di localizzare con precisione i leader e i combattenti di Hezbollah.
Le fonti descrivono come il partito abbia sostanzialmente abbandonato tutte e tre le sue precedenti reti di comunicazione, tornando invece a quelli che una fonte ha definito metodi “basici e primitivi”: corrieri umani, note scritte a mano e canali compartimentati tra il comando e le unità sul campo.
Una seconda fonte ha descritto il cambio di strategia come un “atto deliberato di adattamento” piuttosto che come un segno di regressione da parte dell’organizzazione.
La strategia ha inoltre contribuito a un più ampio ripensamento strutturale.
Negli anni successivi alla guerra di Israele contro il Libano del 2006, e soprattutto durante l’intervento di Hezbollah in Siria a sostegno di Bashar al-Assad, l’organizzazione ha assunto sempre più le sembianze di un esercito convenzionale: più grande, più pesante, più centralizzato e più dipendente da catene di comando estese.
Quella trasformazione ne ha ampliato le capacità, ma l’esperienza della guerra del 2024 spinse i comandanti sopravvissuti a ripensare quel modello.
Secondo una terza fonte, Hezbollah è diventato “un grosso carro che può essere trainato solo da un gruppo di stalloni”, laddove un tempo assomigliava a “cavalli bradi più leggeri”.
Dopo la guerra del 2024, secondo le fonti, gli alti ufficiali militari sono tornati a quello che hanno definito lo “spirito Mughniyeh”, un riferimento al defunto comandante Imad Mughniyeh e a una precedente dottrina basata su unità disperse e semi-autonome.
In questo modello, le unità operano seguendo linee guida generali basate su scenari, piuttosto che istruzioni dirette e costanti.
Il collegamento con il comando centrale diventa più leggero, più lento e meno esposto. Questo cambiamento può ridurre la velocità in alcuni ambiti, ma rafforza la resistenza. È un modello concepito non solo per operare, ma anche per sopravvivere.
Il ritorno al sud
La stessa strategia sembra aver caratterizzato il ritorno di Hezbollah al sud.
Pubblicamente, l’accordo di cessate il fuoco prevedeva che Hezbollah non avesse alcuna presenza militare tra il confine israeliano e il fiume Litani, con l’esercito libanese che si sarebbe schierato nella zona per oltre 60 giorni.
Entro l’8 gennaio 2026, l’esercito libanese ha dichiarato di aver assunto il controllo operativo della regione e Salam ha affermato che quasi tutte le armi presenti erano ormai in mano allo Stato.
Tuttavia, secondo le fonti, la realtà sul campo era ben più complessa.
Si dice che Hezbollah non avesse bisogno di grandi formazioni visibili per ricostruire la propria presenza.
Si è affidata invece a cellule più piccole e a singoli quadri per riparare le strutture danneggiate che non erano state completamente distrutte, riattivare siti che non erano stati scoperti e rafforzare silenziosamente posizioni che non erano state formalmente divulgate.
Le fonti descrivono una situazione in cui Hezbollah non si stava ritirando dall’estremo sud del Libano, ma si stava gradualmente ristabilendo grazie alla pazienza, all’occultamento e a movimenti prudenti.
“Abbiamo collegato la luce del giorno alla notte affidandoci l’uno all’altro per riprenderci e ricostruirci”, ha detto la terza fonte.
Ciò ha contribuito al carattere contraddittorio del cessate il fuoco.
Sulla carta, il Libano si stava muovendo verso un “monopolio statale sulle armi”. In pratica, Israele continuava a colpire, accusando Hezbollah di tentare di “riarmare e ricostruire la propria infrastruttura terroristica”, mentre il partito sosteneva di aver rispettato la tregua nel sud.
Quando il conflitto aperto è ripreso all’inizio di questo mese, circa 400 persone in Libano erano state uccise dagli attacchi israeliani dall’inizio del cessate il fuoco.
Quel periodo non è mai stato di pace stabile. È stato una fase attiva e contesa in cui ciascuna parte ha cercato di plasmare i termini del successivo confronto.
Problemi di rifornimento
Uno dei motivi per cui i nemici di Hezbollah erano convinti che avrebbe faticato a riprendersi dalla guerra del 2024 era che le sue linee di rifornimento sembravano essere state interrotte.
Dopo la caduta di Assad, il successore di Nasrallah, Naim Qassem, ha riconosciuto pubblicamente che l’organizzazione aveva perso la sua via di rifornimento militare attraverso la Siria, pur cercando di minimizzare l’importanza strategica di tale perdita.
Tuttavia, secondo le fonti, il crollo del governo di Assad ha anche creato una breve ma importante opportunità.
Nel caos che ne seguì, Hezbollah riuscì a spostarsi rapidamente verso i depositi vuoti prima che le nuove autorità consolidassero il controllo e gli attacchi israeliani distruggessero ciò che restava.
Allo stesso tempo, ha impiegato mesi per rifornirsi di razzi e droni grazie al supporto iraniano e alla produzione locale.
Ciò non significa che ogni capacità sia stata ripristinata nella sua forma identica. Alcuni sistemi avanzati, in particolare la difesa aerea, sono rimasti difficili o impossibili da sostituire.
Gli sviluppi sul campo di battaglia delle ultime due settimane hanno dimostrato che Hezbollah non è stato ridotto all’irrilevanza.
Il 2 marzo, il partito ha lanciato circa 60 droni e razzi, seguiti da un numero simile il giorno successivo, per poi aumentare il ritmo poco dopo.
Questa settimana, i missili di Hezbollah hanno raggiunto persino il sud di Israele, costringendo gli israeliani di Ashkelon e delle comunità vicino alla Striscia di Gaza a cercare riparo.
Un’organizzazione che era stata ampiamente descritta come allo sbando sta nuovamente inanellando attacchi continui, ridispiegando combattenti ed esercitando pressione su Israele sia in territorio libanese che israeliano.
«Mohammed Afif, il nostro ex responsabile della comunicazione, diceva sempre: “Hezbollah non è un partito, è una nazione, e le nazioni non muoiono”», ha ricordato la terza fonte.
“Molti pensavano che fosse solo uno slogan. Ma noi abbiamo dimostrato il contrario”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Guerra asimmetrica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guerra asimmetrica. Mostra tutti i post
05/08/2023
Guera in Ucraina - Lo stallo della controffensiva di Kiev si riverbera sugli attacchi assimmetrici coi droni
di Francesco Dall'Aglio
Dal punto di vista di chi sceglie di combatterle, le guerre asimmetriche sono sempre vantaggiose perché le aspettative sono molto basse e ogni colpo messo a segno, di qualsiasi rilevanza, acquista grande significato e con poca spesa (un IED, un camion bomba o, come in questo caso, droni aerei o acquatici) è possibile creare problemi, sia mediatici che pratici, a un avversario meglio piazzato. Il rovescio della medaglia, naturalmente, è proprio questo: le guerre asimmetriche vengono combattute da chi non ha la possibilità di impensierire realmente il proprio avversario con metodi convenzionali, cioè con scontri militari sul campo.
Non è un caso che l'aumento di questo tipo di attacchi, da parte ucraina, avviene dopo che la controffensiva sul fronte non è riuscita a raggiungere gli obiettivi prefissati. Certo, nulla impedisce di utilizzare queste tattiche insieme alla controffensiva, per provocare ulteriori problemi alla Russia, e probabilmente il piano originario era questo: ma al momento la controffensiva latita e si fa ricorso dunque solo a queste azioni che hanno grandissima risonanza dal punto di vista mediatico, anche se la loro efficacia pratica è limitata.
Qualche finestra rotta a Mosca e una nave danneggiata a Novorossijsk (dopo l'attacco, la Olenegorsky Gornyak è stata appoggiata a un rimorchiatore per evitare che si sbilanci a sinistra, dove è stata colpita) non compensano la mancanza di una breccia nelle linee difensive russe, ma aiutano a "vendere" l'idea che la Russia sia impreparata e indifesa, e che i droni ucraini possano colpire a piacimento qualsiasi obiettivo. Questo è parzialmente vero – non qualsiasi obiettivo ma parecchi, e anche a lunga distanza. Mosca è raggiungibile, così come i porti russi sulla costa orientale del Mar Nero, almeno quelli più vicini alla Crimea; così come è raggiungibile, e si è visto da poco, il ponte di Crimea e la Crimea stessa.
Del resto, che i droni siano un problema molto grosso per qualsiasi difesa non lo scopriamo ora: se mi è consentita una battuta, si chiamano infatti difese "antiaeree", "antinave" e "antisommergibile", non "antidroni". L'architettura di difesa va ripensata e va ripensata soprattutto la distanza alla quale ci si può ritenere sicuri. Questo, naturalmente, vale per tutti i contendenti (abbiamo visto che anche i droni russi tendono ad essere piuttosto efficaci) e vale anche per chi contendente non è: mi chiedo l'Italia che tipo di difese antidrone abbia predisposto o stia predisponendo. Credo che il numero sia zero.
Dal punto di vista pratico la Russia prenderà le sue contromisure, che poi sono molto low-tech: reti di metallo a protezione degli ingressi dei porti, più marinai di vedetta e l'aggiunta di qualche mitragliera alle navi, anche a quelle come la Olenegorsky Gornyak, appunto quella colpita stamattina, che sono sì appartenenti alla flotta militare ma sono navi da trasporto e da sbarco e sono pochissimo armate (2 cannoncini binati da 57 mm, uno a poppa e uno a prua, 4 lanciamissili Strela da 8 missili e 2 lanciarazzi A-215 Grad-M da 22 razzi, tutte armi inadatte a fronteggiare minacce provenienti dal mare. "A finale", come dicono dalle parti mie, è un traghetto SNAV corazzato che trasporta 450 tonnellate di materiale).
Tutto questo non sarà però sufficiente, soprattutto se, come appare molto probabile, il ricorso a questi metodi di attacco si intensificherà da parte ucraina. Credo che molti nello stato maggiore russo stiano ponendosi seriamente il problema della sicurezza strategica, visto che la Russia ha iniziato questa guerra proprio per questo motivo, a parte le amenità sulla "denazificazione" e sulla protezione degli abitanti del Donbass. Finché all'Ucraina rimane costa, nessuna nave russa è al sicuro e non è al sicuro la Crimea e le sue linee di trasporto. Il che pone il comando russo di fronte a un problema complicato: accettare le perdite – che finora, come abbiamo visto, non sono elevate – e continuare con la propria strategia di erosione dell'esercito e dell'economia ucraina finché non perderà la sua capacità di difesa, o intraprendere una campagna complicata e costosa, sia in uomini che in materiale? Il comando e la leadership russa sono molto contrari alle perdite, lo abbiamo detto tante volte, per motivi pratici e di politica interna (difficoltà a rimpiazzare i caduti senza mobilitare altri soldati, cosa che avrebbe ricadute pesanti sull'economia e, forse, sul morale della popolazione). Ma anche queste sono perdite. Se gli attacchi di questo tipo dovessero continuare e magari ottenere risultati migliori, la linea dell'azione di forza potrebbe passare.
Chiudo con Repubblica, ovviamente. Mentre TUTTE le testate mondiali, anche quelle ucraine e le altre italiane tipo Corriere e La Stampa, segnalano che la Olenegorsky Gornyak è stata danneggiata e rimorchiata in porto, Repubblica titola: "Affondata la nave d’assalto Olenegorskij Gornjak". Se si va a leggere l'articolo, però, ci si trova di fronte al capolavoro: l'attacco ha provocato "l’affondamento della nave d'assalto anfibia “Olenegorskij Gornjak”, che si sarebbe appoggiata su un fianco e sarebbe stata poi trainata in secca prima che colasse a picco". Quindi non è affondata. È come titolare "X morto di infarto" e poi scrivere nell'articolo "è stato poi ricoverato prima che morisse". Pezzo firmato, eh. Dall'inviato Paolo Brera, che sostiene di essere a Izmail e che, evidentemente, non ha letto il capitolo 9 del Περί ἑρμηνείας di Aristotele, appunto a proposito di battaglie navali.
PS – possibilissimo che i danni subiti siano tanto gravi da far decidere in futuro per la rottamazione della nave. Il senso del discorso non cambia.
Fonte
Dal punto di vista di chi sceglie di combatterle, le guerre asimmetriche sono sempre vantaggiose perché le aspettative sono molto basse e ogni colpo messo a segno, di qualsiasi rilevanza, acquista grande significato e con poca spesa (un IED, un camion bomba o, come in questo caso, droni aerei o acquatici) è possibile creare problemi, sia mediatici che pratici, a un avversario meglio piazzato. Il rovescio della medaglia, naturalmente, è proprio questo: le guerre asimmetriche vengono combattute da chi non ha la possibilità di impensierire realmente il proprio avversario con metodi convenzionali, cioè con scontri militari sul campo.
Non è un caso che l'aumento di questo tipo di attacchi, da parte ucraina, avviene dopo che la controffensiva sul fronte non è riuscita a raggiungere gli obiettivi prefissati. Certo, nulla impedisce di utilizzare queste tattiche insieme alla controffensiva, per provocare ulteriori problemi alla Russia, e probabilmente il piano originario era questo: ma al momento la controffensiva latita e si fa ricorso dunque solo a queste azioni che hanno grandissima risonanza dal punto di vista mediatico, anche se la loro efficacia pratica è limitata.
Qualche finestra rotta a Mosca e una nave danneggiata a Novorossijsk (dopo l'attacco, la Olenegorsky Gornyak è stata appoggiata a un rimorchiatore per evitare che si sbilanci a sinistra, dove è stata colpita) non compensano la mancanza di una breccia nelle linee difensive russe, ma aiutano a "vendere" l'idea che la Russia sia impreparata e indifesa, e che i droni ucraini possano colpire a piacimento qualsiasi obiettivo. Questo è parzialmente vero – non qualsiasi obiettivo ma parecchi, e anche a lunga distanza. Mosca è raggiungibile, così come i porti russi sulla costa orientale del Mar Nero, almeno quelli più vicini alla Crimea; così come è raggiungibile, e si è visto da poco, il ponte di Crimea e la Crimea stessa.
Del resto, che i droni siano un problema molto grosso per qualsiasi difesa non lo scopriamo ora: se mi è consentita una battuta, si chiamano infatti difese "antiaeree", "antinave" e "antisommergibile", non "antidroni". L'architettura di difesa va ripensata e va ripensata soprattutto la distanza alla quale ci si può ritenere sicuri. Questo, naturalmente, vale per tutti i contendenti (abbiamo visto che anche i droni russi tendono ad essere piuttosto efficaci) e vale anche per chi contendente non è: mi chiedo l'Italia che tipo di difese antidrone abbia predisposto o stia predisponendo. Credo che il numero sia zero.
Dal punto di vista pratico la Russia prenderà le sue contromisure, che poi sono molto low-tech: reti di metallo a protezione degli ingressi dei porti, più marinai di vedetta e l'aggiunta di qualche mitragliera alle navi, anche a quelle come la Olenegorsky Gornyak, appunto quella colpita stamattina, che sono sì appartenenti alla flotta militare ma sono navi da trasporto e da sbarco e sono pochissimo armate (2 cannoncini binati da 57 mm, uno a poppa e uno a prua, 4 lanciamissili Strela da 8 missili e 2 lanciarazzi A-215 Grad-M da 22 razzi, tutte armi inadatte a fronteggiare minacce provenienti dal mare. "A finale", come dicono dalle parti mie, è un traghetto SNAV corazzato che trasporta 450 tonnellate di materiale).
Tutto questo non sarà però sufficiente, soprattutto se, come appare molto probabile, il ricorso a questi metodi di attacco si intensificherà da parte ucraina. Credo che molti nello stato maggiore russo stiano ponendosi seriamente il problema della sicurezza strategica, visto che la Russia ha iniziato questa guerra proprio per questo motivo, a parte le amenità sulla "denazificazione" e sulla protezione degli abitanti del Donbass. Finché all'Ucraina rimane costa, nessuna nave russa è al sicuro e non è al sicuro la Crimea e le sue linee di trasporto. Il che pone il comando russo di fronte a un problema complicato: accettare le perdite – che finora, come abbiamo visto, non sono elevate – e continuare con la propria strategia di erosione dell'esercito e dell'economia ucraina finché non perderà la sua capacità di difesa, o intraprendere una campagna complicata e costosa, sia in uomini che in materiale? Il comando e la leadership russa sono molto contrari alle perdite, lo abbiamo detto tante volte, per motivi pratici e di politica interna (difficoltà a rimpiazzare i caduti senza mobilitare altri soldati, cosa che avrebbe ricadute pesanti sull'economia e, forse, sul morale della popolazione). Ma anche queste sono perdite. Se gli attacchi di questo tipo dovessero continuare e magari ottenere risultati migliori, la linea dell'azione di forza potrebbe passare.
Chiudo con Repubblica, ovviamente. Mentre TUTTE le testate mondiali, anche quelle ucraine e le altre italiane tipo Corriere e La Stampa, segnalano che la Olenegorsky Gornyak è stata danneggiata e rimorchiata in porto, Repubblica titola: "Affondata la nave d’assalto Olenegorskij Gornjak". Se si va a leggere l'articolo, però, ci si trova di fronte al capolavoro: l'attacco ha provocato "l’affondamento della nave d'assalto anfibia “Olenegorskij Gornjak”, che si sarebbe appoggiata su un fianco e sarebbe stata poi trainata in secca prima che colasse a picco". Quindi non è affondata. È come titolare "X morto di infarto" e poi scrivere nell'articolo "è stato poi ricoverato prima che morisse". Pezzo firmato, eh. Dall'inviato Paolo Brera, che sostiene di essere a Izmail e che, evidentemente, non ha letto il capitolo 9 del Περί ἑρμηνείας di Aristotele, appunto a proposito di battaglie navali.
PS – possibilissimo che i danni subiti siano tanto gravi da far decidere in futuro per la rottamazione della nave. Il senso del discorso non cambia.
Fonte
15/07/2021
21/01/2020
Guerra cibernetica: l’ultima frontiera del conflitto
«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.»
Siamo alle soglie di una guerra silenziosa, pericolosissima e difficilmente percepibile.
Si tratta della guerra cibernetica, l’ultimo modello di conflitto che il nuovo millennio ci ha riservato.
Armi e ambienti di guerra di nuova generazione hanno sostituito i precedenti.
Nel cyberspazio le nazioni all’interno del conflitto interimperialistico globale si combattono, ciascuna per stabilire la propria supremazia, a colpi di droni e missili balistici, telecomandati da piloti ben addestrati dietro una postazione di computer.
L’infowar, la guerra dell’informazione, fa il resto nel web e nei social network, strumenti di propaganda eccezionali, indirizzando ed influenzando l’opinione pubblica con chirurgica precisione; è la naturale evoluzione di quella che un tempo era chiamata “Guerra Fredda”, ed il caso Russiagate ne è un chiaro esempio che perfettamente si inscrive in questa fenomenologia.
Nelle popolazioni si crea ad arte un clima di sospetto reciproco misto ad una sensazione di controllo, di “profiling” esagerata, che può facilmente portare alla paranoia migliaia di persone. E quando c’è troppa pressione sugli esseri umani, non c’è mai da sentirsi troppo tranquilli.
Attacchi cibernetici si susseguono senza che questo faccia quasi più notizia; si lascia crescere nella popolazione mondiale un senso di incertezza e, soprattutto, si fa vivere al cittadino globale una crescente inquietudine. Nel frattempo chi governa spinge per un uso sempre più massiccio della tecnologia perché “più facile e sicura” ma... saremmo veramente in grado di difenderci, all’occorrenza? Sicuramente no.
E nella madre di tutte le guerre asimmetriche si utilizzano sempre più spesso anche “armi” più subdole.
L’hackeraggio ed i suoi effetti.
Tra queste l’hackeraggio, al momento, è forse l’arma cibernetica più pericolosa ed infida.
Senza la possibilità di hackerare i sistemi, ovvero, a voler semplificare le cose, senza inserirsi in altri sistemi tramite un malware e “comandarli” a proprio piacimento, nessun attacco cibernetico sarebbe possibile. Altrettanto impossibile sarebbe “deviare” una qualsiasi traiettoria di un missile telecomandato o indirizzare un drone verso un obiettivo differente da quello che il pilota crede di colpire. Tutto ciò rende la realtà di questa guerra asimmetrica estremamente relativa, ma spiegherebbe il succedersi di avvenimenti più o meno fuori dall’ordinario, alcuni accaduti anche pochi giorni fa.
Per capire meglio vediamo di chiarire chi è un hacker, perimetrare qual è il suo campo d’azione, come agisce e soprattutto, come e fra quali fila viene reclutato.
Gli hacker (dal verbo inglese “to hack”, letteralmente “tagliare, fare a pezzi”) nel gergo informatico, sono tutti coloro che, servendosi delle proprie conoscenze nella programmazione dei computer, riescano a penetrare abusivamente in una rete informatica per utilizzare dati e informazioni in essa contenuti; per lo più il loro scopo, da un punto di vista “virtuoso”, sarebbe quello di aumentare i gradi di libertà di un sistema chiuso e insegnare ad altri come mantenerlo libero ed efficiente.
Ma, all’interno di un conflitto, se un hacker è al soldo di settori militari pubblici o, ancora peggio, privati, e se serve governi senza scrupoli (praticamente tutti!), dovrà necessariamente “correggere” la natura del proprio compito: l’obiettivo, come in qualsiasi guerra, diventerà quello di piegare il nemico alla propria volontà. L’aggressore quindi punta a quelle che oggi si definiscono “infrastrutture critiche”: quelle destinate ad erogare servizi essenziali, dai trasporti, all’energia, fino all’acqua potabile.
I principali attacchi potranno essere rivolti persino ad oggetti considerati smart del mondo IoT (l’”Internet delle cose”, sempre più presente nelle nostre case e nelle nostre metropoli, Ndr) e, data la natura degli oggetti, un conflitto cyber dovrebbe dunque produrre effetti “diretti” nel mondo reale: la compromissione di un sistema che gestisce il controllo dei voli di un aeroporto potrebbe facilmente uccidere centinaia di persone, per esempio. E come potrebbe reagire l’opinione pubblica alla privazione prolungata di un bene essenziale come l’energia elettrica?
Un hacker però, ci si passi la ripetizione, potrebbe anche “infiltrarsi” nel software di comando di un drone o di un missile, e fargli quindi attaccare un obiettivo diverso da quello che il pilota dietro la postazione crede di bombardare.
Sorprenderà i più ma, sul fronte dei “difensori”, in questi casi, verrebbero schierati i civili; soprattutto nel caso delle infrastrutture, dove la prima linea di difesa è rappresentata proprio dal personale addetto a gestire la sicurezza dei sistemi di decine di grandi aziende.
Il fronte da proteggere sembra essere infinito, se si pensa all’interconnessione tecnologica tra le organizzazioni strategiche e i loro partner. Penetrare i sistemi del principale operatore energetico di un paese vorrebbe dire indirizzare l’attacco magari al più oscuro dei suoi fornitori. Il difensore potrebbe essere costretto a ricorrere ad una “difesa di profondità”: aggredire a sua volta il nemico costringendolo a rimediare ai danni che subisce, rallentandone quindi l’azione.
Questo è un livello di guerra cibernetica d’eccellenza; e viene utilizzato nel conflitto interimperialistico sempre più spesso. È un cambiamento d’epoca, un salto di paradigma: la logica del “controllo” legata alla vecchia concezione dei perimetri fisici da presidiare lascia il posto alla governance del rischio. Se le tecnologie penetrano il mondo reale e ne gestiscono in modo autonomo i mezzi e gli strumenti, dobbiamo comprendere che tutte le minacce che abbiamo sempre pensato fossero confinate al di là di uno schermo, da domani saranno “applicabili” al mondo reale, con tutto quello che ne consegue.
Le nazioni più avanti in termini organizzativi e tecnologici in questo settore sono in questo momento gli Stati Uniti, Israele, Russia, Cina, Corea del Nord e Iran.
In questo scacchiere internazionale, viene da chiedersi come si colloca l’Italia. Piuttosto indietro, secondo gli esperti, che però lasciano qualche spiraglio. Uno di questi viene rappresentato da una considerazione generale fondamentale: i costi. Nel nuovo scenario che abbiamo tratteggiato, anche le organizzazioni più “povere”, gli Stati con risorse economiche modeste, potranno avere la capacità di concentrare le proprie risorse per sferrare un contrattacco al cuore delle reti. Incapaci di contrapporre al nemico un arsenale adeguato per una guerra convenzionale (un missile da crociera può arrivare a costare anche un milione di dollari al pezzo) con pochi spiccioli potrà acquistare o elaborare un malware.
Rimane da capire come reclutare un hacker ed in quale settore.
Tutti i ministeri della difesa son…o dell’opinione che il bacino più vasto è rappresentato proprio dalle organizzazioni dedite all’hacktivism, votate a pratiche d’azione diretta digitale in stile hacker; ma come assoldare un hacktivist? Vuol dire fare i conti con l’etica: alla base del reclutamento infatti, oltre all’indubbia capacità della persona, ci dovrà essere una singolare idoneità: la possibilità del ricatto.
Sono purtroppo innumerevoli gli hackers che si trovano a dover scontare le più diverse pene “detentive” ed alcuni di loro possono essere anche disposti allo scambio tra annullamento della pena e “lavorare” per il governo; e magari cambiare bandiera al momento opportuno. Sono i “nuovi mercenari” del cyberspazio. Non ce ne voglia la “categoria”, sappiamo che si tratta di casi rari, ma l’abbiamo detto: è una questione di etica. In cui è determinante la solidità individuale, che può variare a seconda delle condizioni di vita concrete.
E gli Stati, si sa, ne hanno una visione molto disinvolta... Per azzerare questa possibilità bisognerà essere scaltri e rendersi non ricattabili. Una condizione non alla portata di tutti. In fin dei conti, vigono ancora le vecchie regole dello spionaggio, anche se adattate al nuovo millennio.
Gli xenobots: l’ultima frontiera?
Una recente ricerca, frutto della collaborazione fra gli ingegneri informatici dell’Università del Vermont, guidati da Sam Kriegman e Joshua Bongard, ed un gruppo di biologi delle università di Tufts e Harvard (l’Istituto Wyss) coordinati da Michael Levin e Douglas Blackiston, pubblicata dalla rivista dell’Accademia americana delle scienze PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), ha portato alla creazione dei primi robot viventi autorigeneranti. Gli scienziati hanno utilizzato cellule staminali di una specie di rana africana (Xenopus laevis), da cui la denominazione dei piccolissimi robot (0.04 pollici, nel nostro sistema metrico decimale 0.10 cm.): xenobot
Sono talmente piccoli da viaggiare all’interno del corpo umano; possono camminare, nuotare e addirittura sopravvivere per intere settimane senza cibo. Inoltre sanno lavorare insieme, in gruppo. Organismi viventi a tutti gli effetti biodegradabili, programmabili ed in grado di autoripararsi.
Altra cosa che semplici soldati in mimetica. Un livello davvero superiore.
L’intero mondo della scienza si sta sperticando – passateci la licenza poco poetica – in lodi unanimi riguardo le innumerevoli possibili applicazioni di questi “artefatti” (così nel gergo informatico) appena arrivati: la ricerca di contaminazione radioattiva, la somministrazione di farmaci all’interno del corpo umano, la pulizia delle arterie da eventuali placche o, addirittura, la possibilità di essere rilasciati negli oceani per raccogliere le microplastiche.
Ricordate “Viaggio allucinante” dello scienziato/scrittore Isaac Asimov? Sicuramente, anche se magari si ricorda più facilmente il film anni ’80 “Salto nel buio” (ispirato comunque al romanzo), con una vena sicuramente più comica. Altri invece potrebbero anche vederci un primo abbozzo di “replicante”, modello “Blade runner”, per rimanere nel mondo della fantascienza.
Questione di prospettiva.
Qualsiasi sia la nostra, a noi sicuramente non piace rimanere in superficie, cerchiamo di approfondire e di riconoscere il nesso scoperta-committenti-obbiettivi. E, scavando fra le pieghe, chi troviamo fra gli sponsor di questa ricerca, così tanto utile e virtuosa? Nientemeno che la DARPA, acronimo di “Defense Advanced Research Projects Agency” (nome inglese che tradotto letteralmente in italiano significa “Agenzia per i progetti di ricerca avanzata di difesa“), un’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare.
Il suo nome originario era Advanced Research Projects Agency (ARPA), ma fu rinominata DARPA (indicando che il suo scopo era la difesa militare) il 23 marzo 1972; il 22 febbraio 1993 tornò ARPA, e ancora DARPA l’11 marzo 1996.
DARPA è stata responsabile dello sviluppo e dell’implementazione di tecnologie importanti, che avrebbero influito notevolmente nella vita comune di milioni di cittadini del mondo: tra queste includiamo le reti informatiche (fondarono ARPANET, che si sviluppò nel moderno Internet), e ON Line System (NLS), che è ad un ottimo livello nella creazione di ipertesti con l’uso di un’interfaccia grafica.
Non siamo complottisti. Non ci hanno mai attirato i falsi “protocolli” inneggianti a cospirazioni pluto-giudaico-massoniche, la “dietrologia” Dc-Pci, né tantomeno con le scie chimiche... Ma si sa: chi mette il denaro detta le regole. E queste, ad occhio e croce non sono affatto trasparenti. Di fatto, è stata creata una nuova arma. Il lavoro della ricerca svolta per crearla, come sempre accade, avrà ricadute anche in altri campi. Ma come effetto, non come scopo.
Ragione e Scienza, fin dai tempi dell’Illuminismo, hanno camminato fianco a fianco ma, in completa sincerità, riflettendo su quest’ultima notizia, quello che più inquieta è il fatto che, quando gli scienziati “servono lo Stato” sul piano militare, natura e obbiettivi delle scoperte prendono una direzione ben poco “umanitaria”.
Forse questa è proprio l’ultima frontiera, l’ultimo livello della guerra cibernetica.
Quello che preoccupa, ripetiamo, è l’utilizzo non proprio “virtuoso” delle scoperte scientifiche quando si devono fare i conti con la “Ragion di Stato”. Quando a mettere il denaro è l’industria della guerra, proprio come fu per l’energia nucleare, dove si può sbarcare?
Fonte
09/01/2020
la giocata di Trump - Un'occhio all'Iran e l'altro al Venezuela
di Geraldina Colotti
“Gli Stati uniti devono avere un occhio per l’Iran e l’altro per il Venezuela”. La “raccomandazione” arriva da Antonio Ledezma, ex sindaco della Gran Caracas latitante che pontifica... da un bar di Madrid. Un’altra prova del valore attribuito alle istituzioni dall’estrema destra venezuelana: che al parlamento preferisce le redazioni dei giornali, le case di squartamento dei Rastrepo o i postriboli colombiani, dove profondere “aiuti umanitari”. Un’altra avvisaglia, però, di quella che sarà uno degli assi portanti del nuovo attacco degli USA contro il Venezuela: la cosiddetta “connessione Teheran-Caracas” per finanziare “il terrorismo”. Lo avevamo anticipato in un articolo pubblicato su L’Antidiplomatico il giorno dopo la nuova “autoproclamazione redazionale” di Juan Guaidó e compari come “giunta direttiva del parlamento”. Lo riproponiamo, qui, attualizzato, nel pieno di un nuovo attacco destabilizzante, supportato dagli USA e dai grandi media, a cui deve far fronte il socialismo bolivariano.
Seguire i passi del nemico, analizzarne le strategie, serve per affinare le proprie, usando la capacità critica come l’imperialismo usa i suoi droni. Contrastare il racconto egemonico costruito dai media di guerra nei paesi capitalisti, è un’impresa titanica, almeno finché non interviene un nuovo ciclo di lotta che spazzi via la cortina di fumo e mostri un’altra visione del mondo. Tuttavia, si può (si deve) aprire qualche breccia, mostrare le insidie attraverso le quali s’insinua l’interpretazione dominante.
Abbiamo seguito in diretta la seduta parlamentare che, in Venezuela, doveva rieleggere il presidente dell’Assemblea Nazionale, uno dei cinque poteri di cui dispone la costituzione bolivariana, tenuti in equilibrio dalla massima istanza giuridica, il Tribunal Supremo de Justicia (TSJ). In contatto costante con i colleghi sul posto, ne abbiamo seguito tutte le fasi, confrontando tre fonti: la prima, proveniente dalla più estrema destra venezuelana, ovvero quella di Patricia Poleo, che conduce una trasmissione da Miami intitolata Agárrate. La seconda, fornita dai vari giornalisti e i video-maker presenti a Caracas, e la terza diffusa dalle agenzie stampa in Italia.
Quello di Poleo è un programma che, volendo essere più a destra della destra, accusa l’autoproclamato “presidente a interim Juan Guaidó” di essere stato troppo timido nell’ordire le sue trame contro il socialismo bolivariano. In questo modo, tra urla e proclami, tira fuori però tutte le magagne dell’opposizione venezuelana, golpista, affarista e, soprattutto, ladrona.
Anche nei momenti più drammatici – perché questa gente, poi, agisce davvero e conosce anzitempo tutti gli attentati – non c’è niente di più spassoso che assistere ai loro litigi: in fondo sempre per questioni di soldi, giacché appena una componente ritiene di non aver ricevuto abbastanza, fa volare gli stracci e racconta tutto quello che sa sull’avversario del momento. Diosdado Cabello, presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), durante il suo seguitissimo programma “Con el Mazo dando”, usa spesso degli estratti di Agárrate come satira politica, e con ragione.
Agárrate ha mostrato il vero clima nel quale è maturato l’appuntamento parlamentare per la destra venezuelana. Va premesso che un accordo interno al cartello di forze di opposizione ha stabilito una rotazione nell’incarico alla presidenza. Questo ha fatto sì che Guaidó e la sua fazione golpista, capitanata dal partito Voluntad Popular (quello di Leopoldo Lopez), abbiano approfittato del turno per portare più a fondo la guerra ibrida decisa dal Pentagono contro il socialismo bolivariano mediante la strategia del “caos controllato”.
Nel 2019, il popolo venezuelano ha perciò dovuto sopportarne di tutti i colori: l’“autoproclamazione”, i tentativi di golpe e di invasione mascherata alle frontiere, il furto dei beni del paese all’estero, il sabotaggio internazionale. Una pantomima che, com’è apparso chiaro per le stesse denunce dell’opposizione, l’appropriazione indebita di un bottino multimiliardario, rappresentato dalle immense risorse del Venezuela. Per questo, nonostante la presidenza del parlamento per questo ultimo periodo previsto sarebbe dovuta andare ai “partiti minori”, la banda di Guaidó non aveva alcuna intenzione di mollare la presa.
E siccome il rispetto delle regole nel mondo delle autoproclamazioni non è contemplato, Guaidó e compari avevano deciso di cambiarle: con una nuova norma-truffa che avrebbe consentito all’autoproclamato di restare alla presidenza dell’Assemblea Nazionale, facendo anche votare via internet i deputati inabilitati e quelli ricercati, fuggiti dal paese.
Un parlamento, va ricordato, già considerato “illegale” dal TSJ, per aver avallato l’elezione fraudolenta di tre deputati nel 2015. Il fatto è che, grazie all’intelligente azione politica del governo e ai numerosi inviti al dialogo del presidente legittimo, Nicolas Maduro, una buona parte dell’opposizione moderata ha finito per sottoscrivere un accordo in sei punti per presentarsi alle prossime elezioni parlamentari.
A seguito dell’accordo, i deputati chavisti del “Bloque de la Patria” hanno deciso di tornare in Parlamento. In diverse occasioni pubbliche, l’opposizione dialogante ha manifestato insofferenza per la via “trumpista” – fallimentare, truffatrice e senza ritorno – scelta da Guaidó e dai suoi compari. Chi conosce la politica venezuelana e gli attori che la muovono, già sapeva che la banda di Guaidó, constatato di non avere i voti necessari per mantenersi alla presidenza, ne avrebbe inventata un’altra per autoproclamarsi come il vero parlamento, ma fuori dall’aula legittima. E così è stato.
Uno show preparato
Guaidó e i suoi, tra insulti e provocazioni ai giornalisti che li stavano filmando, stavano facendo la coda ai controlli per far entrare a votare anche i fraudolenti e gli inabilitati. Intanto, l’autoproclamato faceva dichiarazioni infuocate ai media internazionali sulla “tremenda dittatura” che gli avrebbe impedito di entrare. Era una falsità, ma immediatamente le sue dichiarazioni venivano diffuse come oro colato e come unica fonte dalle agenzie internazionali.
Poco dopo, Guaidó ha creato l’incidente mediatico. Dopo aver volutamente tergiversato per ore, volendo imporre a tutti i costi l’entrata dei fraudolenti, ha saltato il blocco di sicurezza. Ma, intanto, il deputato più anziano aveva proceduto alla votazione, come prevede il regolamento, eleggendo a maggioranza una nuova giunta direttiva: rappresentanti della destra maggioritaria in parlamento, supportati dai voti del chavismo. A quel punto, come previsto, Guaidó e i suoi hanno annunciato di essere loro la vera giunta direttiva del parlamento e hanno deciso di riunirsi... nella redazione del giornale El Nacional.
Una nuova autoproclamazione, dunque, raccontata però al contrario dai soliti articoli a senso unico che hanno scritto di “autoproclamazione del parlamento chavista”. Subito dopo, sono arrivate le dichiarazioni del Pentagono per battezzare la componente virtuale (e golpista) dello scombinato parlamento venezuelano. Uno scenario già denunciato dalla stessa opposizione moderata, che ha messo in risalto le numerose telefonate di pressione provenienti da Washington.
Impossibile, però, per il lettore medio italiano, avere un quadro preciso leggendo gli articoli comparsi sulle principali fonti di informazione, sdraiate, come al solito, su una sola fonte: quella proveniente dagli Stati Uniti. Come si costruisce “l’opinione pubblica”? Diffondendo il parere di “esperti”, che confermano la stessa tesi proveniente dalla stessa fonte. A questo proposito, facciamo un altro esempio, che si situa nel quadro dell’“omicidio mirato” del generale iraniano Qasem Soleimani da parte degli Stati Uniti.
Il ruolo degli "esperti"
Su un’autorevole rivista d’analisi, di cui si nutre la sinistra italiana, a proposito del rapporto tra Stati Uniti e America latina, troviamo il parere dell’“esperto”, al secolo il militare venezuelano in pensione, Carlos Julio Peñaloza Zambrano. Egli afferma: “Il progetto espansionistico di Cuba, prima finanziato dall’Urss e poi dall’industria petrolifera del Venezuela, dipende sempre più dai proventi del narcotraffico, puntando alla destabilizzazione dei governi eletti democraticamente per rimpiazzarli con formazioni allineate all’Avana”.
E ancora: “L’esplosione del narcotraffico ha declassato l’ideologia; oggi in America latina vengono impiegati altri canali per alimentare il consenso. Si è fatta strada una pseudo-dottrina che esalta la ‘costruzione della Patria Grande’, concepita come integrazione fra paesi della regione sotto un unico (autoritario) governo contrapposto a Washington. La connessa narrazione, basata su un intento apparentemente lodevole, serve a legittimare un anelito autocratico ed espansionistico. Questa dottrina è la facciata dietro cui si nascondono interessi criminali: per Cuba, il narcotraffico sta diventando ‘la continuazione della politica con altri mezzi’”.
E così prosegue “l’esperto”: “La rilevanza del narcotraffico è attestata anche dai legami tra Caracas, l’Avana e Hezbollah, considerato che l’Iran è di nuovo in rotta con gli Stati Uniti ed è tra i paesi di transito della droga afghana destinata all’Europa”. Attestata da chi? Dagli USA, naturalmente, e diffusa dai suoi potenti think tank, attivissimi anche in Italia.
A proposito di attendibilità, il signor Peñaloza si è già distinto, nel 2019, per aver diffuso una delle fake news più commentate a livello mondiale: quella delle presunte nozze miliardarie della figlia di Diosdado Cabello. Notizia evidentemente falsa, ma che importa? Á la guerre comme à la guerre. In guerra, tutto è permesso. E la tesi di un “asse del male” da combattere – Cuba, Venezuela, Nicaragua – con il pretesto del “narco-terrorismo”, sta irrompendo di nuovo dopo l’assassinio del generale iraniano Soleimani. Il via lo ha dato Guaidó in un comunicato di plauso all’omicidio, in cui accusa il governo Maduro di complicità con il “il terrorismo”.
Nella strategia del “caos controllato”, dispiegata dal Pentagono dentro e fuori le proprie zone d’influenza, agiscono diversi attori. Diversi settori imperialisti, anche in lotta fra loro, mostrano i chiaroscuri della geopolitica nel mondo globalizzato. La propaganda di guerra è un elemento cardine della guerra ibrida e multifattoriale, che coniuga vecchie tattiche e insidie di nuovo tipo. Disorientare i cervelli occidentali già dinamitati dalla cosiddetta “fine delle ideologie”, è un risultato importante. I think tank di Washington stavano diffondendo da mesi la tesi dell’asse narco-terrorista tra Caracas e l’Iran.
Tutto parte dall'Iraq
Dapprima c’erano state le affermazioni di un ex funzionario venezuelano in Iraq circa passaporti falsi forniti da Caracas a Hezbollah. A giugno, il Segretario generale dell’OSA, Luis Almagro, apripista degli USA, aveva formalizzato la “denuncia”, supportato dal fantomatico Gruppo di Lima. L’Iran e Hezbollah – aveva detto – hanno una solida base operativa in Sudamerica, in alleanza con la “narcodittatura di Nicolas Maduro. Fallire in Venezuela significherebbe una vittoria per il terrorismo, la delinquenza transnazionale organizzata e l’antisemitismo”.
Gli aveva fatto eco il segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, segnalando che “Hezbollah ha le sue cellule attive in Venezuela e che, così facendo, gli iraniani stanno danneggiando i popoli del Venezuela e di tutta l’America Latina”. Il Gruppo di Lima, a sua volta, aveva invitato “la comunità internazionale ad agire di fronte al coinvolgimento crescente del regime illegittimo di Nicolas Maduro in distinte forme di corruzione, narcotraffico e delinquenza organizzata transnazionale che coinvolge i suoi familiari e prestanome, così come il riparo che offre alla presenza di organizzazioni terroriste e gruppi armati illegali in territorio venezuelano e l’impatto nella regione delle sue attività”.
Aderendo alla proscrizione del partito libanese Hezbollah da parte degli USA, i think tank del Pentagono criminalizzano normali relazioni economico-commerciali, assolutamente visibili, rendendole funzionali alla retorica della “guerra al terrorismo”. Media come El Nuevo Herald o il Panam Post pubblicano liste-bersaglio che hanno al centro il Ministro delle Industrie venezuelano, il vicepresisdente Tareck El Aissami, messo in relazione con “Ghazi Nasr al Din (più noto come Ghazi Atef Nassereddine), e con l’uomo dell’Iran, il generale Aref Richany Jimenez”.
In questo caso, l’“esperto” citato è Joseph Humire, qualificato come “specialista in sicurezza emisferica e direttore esecutivo del Centro para una Sociedad Libre y Segura, con sede a Washington”. “Hezbollah – dice Humire – è un gruppo terrorista, definito tale da oltre 50 paesi nel mondo. Compie atti di terrorismo in America latina, i più noti furono 25 anni fa quello contro l’AMIA in Argentina, e uno a Panama nel 1994. Però, oltre a compiere attentati, è coinvolto con altri gruppi terroristi nella regione e con gruppi criminali come le FARC e l’ELN”.
Il cerchio si chiude con un altro “esperto”, questa volta italiano, Emanuele Ottolenghi, che riprende e diffonde la teoria in una intervista con il Jews News Syndicate (JNS). “Il Venezuela è un punto di transito per la cocaína, e Hezbollah ha una importante rete di affari in Venezuela, ci sono molte connessioni con Colombia, Panama e con le Antille Olandesi, che poi vengono usate per lavare il denaro sporco della droga”, dice Ottolenghi, ricercatore della Fundación para la Defensa de las Democracias, con sede a Washington.
Ottolenghi è direttore del think tank Transatlantic Istitute ed è presente anche nel think tank italiano Trinità dei Monti. Durante un suo viaggio in Argentina, ha riproposto le sue analisi a proposito dell’attentato alla mutua ebraica Amia, assumendo la tesi sostenuta da Israele, e mai dimostrata, con la quale si è cercato di coinvolgere l’attuale vicepresidente argentina Kristina Kirchner nella morte del giudice Nisman, che su quei fatti indagava.
Una tesi ripresa dai grandi media italiani a fine anno, dopo l’arresto a Roma di un imprenditore colombiano.
“L’Iran potrebbe utilizzare il Venezuela per vendicare Soleimani e attaccare gli Stati Uniti”, scrive adesso il PanAm Post disponendosi allo scenario elettorale che si annuncia in Venezuela, e ribadendo il proprio sostegno a Guaidó. Un sostegno che arriva, come dal mondo della satira, anche dai governi subalterni agli Usa, compresa l’Unione Europea, che si congratulano ufficialmente per... la rielezione di Guaidó come presidente del del Parlamento e come “presidente a interim” del Venezuela.
E così, forti del supporto di Trump e dei media di guerra, gli autoproclamati fanno appello di nuovo alla violenza di piazza. E non poteva mancare il comunicato di Amnesty International, che denuncia “gravi attacchi contro rappresentanti dell’opposizione all’Assemblea Nazionale”.
Contro il socialismo bolivariano si annuncia un nuovo anno di menzogne, un altro anno sulle barricate.
Fonte
“Gli Stati uniti devono avere un occhio per l’Iran e l’altro per il Venezuela”. La “raccomandazione” arriva da Antonio Ledezma, ex sindaco della Gran Caracas latitante che pontifica... da un bar di Madrid. Un’altra prova del valore attribuito alle istituzioni dall’estrema destra venezuelana: che al parlamento preferisce le redazioni dei giornali, le case di squartamento dei Rastrepo o i postriboli colombiani, dove profondere “aiuti umanitari”. Un’altra avvisaglia, però, di quella che sarà uno degli assi portanti del nuovo attacco degli USA contro il Venezuela: la cosiddetta “connessione Teheran-Caracas” per finanziare “il terrorismo”. Lo avevamo anticipato in un articolo pubblicato su L’Antidiplomatico il giorno dopo la nuova “autoproclamazione redazionale” di Juan Guaidó e compari come “giunta direttiva del parlamento”. Lo riproponiamo, qui, attualizzato, nel pieno di un nuovo attacco destabilizzante, supportato dagli USA e dai grandi media, a cui deve far fronte il socialismo bolivariano.
Seguire i passi del nemico, analizzarne le strategie, serve per affinare le proprie, usando la capacità critica come l’imperialismo usa i suoi droni. Contrastare il racconto egemonico costruito dai media di guerra nei paesi capitalisti, è un’impresa titanica, almeno finché non interviene un nuovo ciclo di lotta che spazzi via la cortina di fumo e mostri un’altra visione del mondo. Tuttavia, si può (si deve) aprire qualche breccia, mostrare le insidie attraverso le quali s’insinua l’interpretazione dominante.
Abbiamo seguito in diretta la seduta parlamentare che, in Venezuela, doveva rieleggere il presidente dell’Assemblea Nazionale, uno dei cinque poteri di cui dispone la costituzione bolivariana, tenuti in equilibrio dalla massima istanza giuridica, il Tribunal Supremo de Justicia (TSJ). In contatto costante con i colleghi sul posto, ne abbiamo seguito tutte le fasi, confrontando tre fonti: la prima, proveniente dalla più estrema destra venezuelana, ovvero quella di Patricia Poleo, che conduce una trasmissione da Miami intitolata Agárrate. La seconda, fornita dai vari giornalisti e i video-maker presenti a Caracas, e la terza diffusa dalle agenzie stampa in Italia.
Quello di Poleo è un programma che, volendo essere più a destra della destra, accusa l’autoproclamato “presidente a interim Juan Guaidó” di essere stato troppo timido nell’ordire le sue trame contro il socialismo bolivariano. In questo modo, tra urla e proclami, tira fuori però tutte le magagne dell’opposizione venezuelana, golpista, affarista e, soprattutto, ladrona.
Anche nei momenti più drammatici – perché questa gente, poi, agisce davvero e conosce anzitempo tutti gli attentati – non c’è niente di più spassoso che assistere ai loro litigi: in fondo sempre per questioni di soldi, giacché appena una componente ritiene di non aver ricevuto abbastanza, fa volare gli stracci e racconta tutto quello che sa sull’avversario del momento. Diosdado Cabello, presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), durante il suo seguitissimo programma “Con el Mazo dando”, usa spesso degli estratti di Agárrate come satira politica, e con ragione.
Agárrate ha mostrato il vero clima nel quale è maturato l’appuntamento parlamentare per la destra venezuelana. Va premesso che un accordo interno al cartello di forze di opposizione ha stabilito una rotazione nell’incarico alla presidenza. Questo ha fatto sì che Guaidó e la sua fazione golpista, capitanata dal partito Voluntad Popular (quello di Leopoldo Lopez), abbiano approfittato del turno per portare più a fondo la guerra ibrida decisa dal Pentagono contro il socialismo bolivariano mediante la strategia del “caos controllato”.
Nel 2019, il popolo venezuelano ha perciò dovuto sopportarne di tutti i colori: l’“autoproclamazione”, i tentativi di golpe e di invasione mascherata alle frontiere, il furto dei beni del paese all’estero, il sabotaggio internazionale. Una pantomima che, com’è apparso chiaro per le stesse denunce dell’opposizione, l’appropriazione indebita di un bottino multimiliardario, rappresentato dalle immense risorse del Venezuela. Per questo, nonostante la presidenza del parlamento per questo ultimo periodo previsto sarebbe dovuta andare ai “partiti minori”, la banda di Guaidó non aveva alcuna intenzione di mollare la presa.
E siccome il rispetto delle regole nel mondo delle autoproclamazioni non è contemplato, Guaidó e compari avevano deciso di cambiarle: con una nuova norma-truffa che avrebbe consentito all’autoproclamato di restare alla presidenza dell’Assemblea Nazionale, facendo anche votare via internet i deputati inabilitati e quelli ricercati, fuggiti dal paese.
Un parlamento, va ricordato, già considerato “illegale” dal TSJ, per aver avallato l’elezione fraudolenta di tre deputati nel 2015. Il fatto è che, grazie all’intelligente azione politica del governo e ai numerosi inviti al dialogo del presidente legittimo, Nicolas Maduro, una buona parte dell’opposizione moderata ha finito per sottoscrivere un accordo in sei punti per presentarsi alle prossime elezioni parlamentari.
A seguito dell’accordo, i deputati chavisti del “Bloque de la Patria” hanno deciso di tornare in Parlamento. In diverse occasioni pubbliche, l’opposizione dialogante ha manifestato insofferenza per la via “trumpista” – fallimentare, truffatrice e senza ritorno – scelta da Guaidó e dai suoi compari. Chi conosce la politica venezuelana e gli attori che la muovono, già sapeva che la banda di Guaidó, constatato di non avere i voti necessari per mantenersi alla presidenza, ne avrebbe inventata un’altra per autoproclamarsi come il vero parlamento, ma fuori dall’aula legittima. E così è stato.
Uno show preparato
Guaidó e i suoi, tra insulti e provocazioni ai giornalisti che li stavano filmando, stavano facendo la coda ai controlli per far entrare a votare anche i fraudolenti e gli inabilitati. Intanto, l’autoproclamato faceva dichiarazioni infuocate ai media internazionali sulla “tremenda dittatura” che gli avrebbe impedito di entrare. Era una falsità, ma immediatamente le sue dichiarazioni venivano diffuse come oro colato e come unica fonte dalle agenzie internazionali.
Poco dopo, Guaidó ha creato l’incidente mediatico. Dopo aver volutamente tergiversato per ore, volendo imporre a tutti i costi l’entrata dei fraudolenti, ha saltato il blocco di sicurezza. Ma, intanto, il deputato più anziano aveva proceduto alla votazione, come prevede il regolamento, eleggendo a maggioranza una nuova giunta direttiva: rappresentanti della destra maggioritaria in parlamento, supportati dai voti del chavismo. A quel punto, come previsto, Guaidó e i suoi hanno annunciato di essere loro la vera giunta direttiva del parlamento e hanno deciso di riunirsi... nella redazione del giornale El Nacional.
Una nuova autoproclamazione, dunque, raccontata però al contrario dai soliti articoli a senso unico che hanno scritto di “autoproclamazione del parlamento chavista”. Subito dopo, sono arrivate le dichiarazioni del Pentagono per battezzare la componente virtuale (e golpista) dello scombinato parlamento venezuelano. Uno scenario già denunciato dalla stessa opposizione moderata, che ha messo in risalto le numerose telefonate di pressione provenienti da Washington.
Impossibile, però, per il lettore medio italiano, avere un quadro preciso leggendo gli articoli comparsi sulle principali fonti di informazione, sdraiate, come al solito, su una sola fonte: quella proveniente dagli Stati Uniti. Come si costruisce “l’opinione pubblica”? Diffondendo il parere di “esperti”, che confermano la stessa tesi proveniente dalla stessa fonte. A questo proposito, facciamo un altro esempio, che si situa nel quadro dell’“omicidio mirato” del generale iraniano Qasem Soleimani da parte degli Stati Uniti.
Il ruolo degli "esperti"
Su un’autorevole rivista d’analisi, di cui si nutre la sinistra italiana, a proposito del rapporto tra Stati Uniti e America latina, troviamo il parere dell’“esperto”, al secolo il militare venezuelano in pensione, Carlos Julio Peñaloza Zambrano. Egli afferma: “Il progetto espansionistico di Cuba, prima finanziato dall’Urss e poi dall’industria petrolifera del Venezuela, dipende sempre più dai proventi del narcotraffico, puntando alla destabilizzazione dei governi eletti democraticamente per rimpiazzarli con formazioni allineate all’Avana”.
E ancora: “L’esplosione del narcotraffico ha declassato l’ideologia; oggi in America latina vengono impiegati altri canali per alimentare il consenso. Si è fatta strada una pseudo-dottrina che esalta la ‘costruzione della Patria Grande’, concepita come integrazione fra paesi della regione sotto un unico (autoritario) governo contrapposto a Washington. La connessa narrazione, basata su un intento apparentemente lodevole, serve a legittimare un anelito autocratico ed espansionistico. Questa dottrina è la facciata dietro cui si nascondono interessi criminali: per Cuba, il narcotraffico sta diventando ‘la continuazione della politica con altri mezzi’”.
E così prosegue “l’esperto”: “La rilevanza del narcotraffico è attestata anche dai legami tra Caracas, l’Avana e Hezbollah, considerato che l’Iran è di nuovo in rotta con gli Stati Uniti ed è tra i paesi di transito della droga afghana destinata all’Europa”. Attestata da chi? Dagli USA, naturalmente, e diffusa dai suoi potenti think tank, attivissimi anche in Italia.
A proposito di attendibilità, il signor Peñaloza si è già distinto, nel 2019, per aver diffuso una delle fake news più commentate a livello mondiale: quella delle presunte nozze miliardarie della figlia di Diosdado Cabello. Notizia evidentemente falsa, ma che importa? Á la guerre comme à la guerre. In guerra, tutto è permesso. E la tesi di un “asse del male” da combattere – Cuba, Venezuela, Nicaragua – con il pretesto del “narco-terrorismo”, sta irrompendo di nuovo dopo l’assassinio del generale iraniano Soleimani. Il via lo ha dato Guaidó in un comunicato di plauso all’omicidio, in cui accusa il governo Maduro di complicità con il “il terrorismo”.
Nella strategia del “caos controllato”, dispiegata dal Pentagono dentro e fuori le proprie zone d’influenza, agiscono diversi attori. Diversi settori imperialisti, anche in lotta fra loro, mostrano i chiaroscuri della geopolitica nel mondo globalizzato. La propaganda di guerra è un elemento cardine della guerra ibrida e multifattoriale, che coniuga vecchie tattiche e insidie di nuovo tipo. Disorientare i cervelli occidentali già dinamitati dalla cosiddetta “fine delle ideologie”, è un risultato importante. I think tank di Washington stavano diffondendo da mesi la tesi dell’asse narco-terrorista tra Caracas e l’Iran.
Tutto parte dall'Iraq
Dapprima c’erano state le affermazioni di un ex funzionario venezuelano in Iraq circa passaporti falsi forniti da Caracas a Hezbollah. A giugno, il Segretario generale dell’OSA, Luis Almagro, apripista degli USA, aveva formalizzato la “denuncia”, supportato dal fantomatico Gruppo di Lima. L’Iran e Hezbollah – aveva detto – hanno una solida base operativa in Sudamerica, in alleanza con la “narcodittatura di Nicolas Maduro. Fallire in Venezuela significherebbe una vittoria per il terrorismo, la delinquenza transnazionale organizzata e l’antisemitismo”.
Gli aveva fatto eco il segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, segnalando che “Hezbollah ha le sue cellule attive in Venezuela e che, così facendo, gli iraniani stanno danneggiando i popoli del Venezuela e di tutta l’America Latina”. Il Gruppo di Lima, a sua volta, aveva invitato “la comunità internazionale ad agire di fronte al coinvolgimento crescente del regime illegittimo di Nicolas Maduro in distinte forme di corruzione, narcotraffico e delinquenza organizzata transnazionale che coinvolge i suoi familiari e prestanome, così come il riparo che offre alla presenza di organizzazioni terroriste e gruppi armati illegali in territorio venezuelano e l’impatto nella regione delle sue attività”.
Aderendo alla proscrizione del partito libanese Hezbollah da parte degli USA, i think tank del Pentagono criminalizzano normali relazioni economico-commerciali, assolutamente visibili, rendendole funzionali alla retorica della “guerra al terrorismo”. Media come El Nuevo Herald o il Panam Post pubblicano liste-bersaglio che hanno al centro il Ministro delle Industrie venezuelano, il vicepresisdente Tareck El Aissami, messo in relazione con “Ghazi Nasr al Din (più noto come Ghazi Atef Nassereddine), e con l’uomo dell’Iran, il generale Aref Richany Jimenez”.
In questo caso, l’“esperto” citato è Joseph Humire, qualificato come “specialista in sicurezza emisferica e direttore esecutivo del Centro para una Sociedad Libre y Segura, con sede a Washington”. “Hezbollah – dice Humire – è un gruppo terrorista, definito tale da oltre 50 paesi nel mondo. Compie atti di terrorismo in America latina, i più noti furono 25 anni fa quello contro l’AMIA in Argentina, e uno a Panama nel 1994. Però, oltre a compiere attentati, è coinvolto con altri gruppi terroristi nella regione e con gruppi criminali come le FARC e l’ELN”.
Il cerchio si chiude con un altro “esperto”, questa volta italiano, Emanuele Ottolenghi, che riprende e diffonde la teoria in una intervista con il Jews News Syndicate (JNS). “Il Venezuela è un punto di transito per la cocaína, e Hezbollah ha una importante rete di affari in Venezuela, ci sono molte connessioni con Colombia, Panama e con le Antille Olandesi, che poi vengono usate per lavare il denaro sporco della droga”, dice Ottolenghi, ricercatore della Fundación para la Defensa de las Democracias, con sede a Washington.
Ottolenghi è direttore del think tank Transatlantic Istitute ed è presente anche nel think tank italiano Trinità dei Monti. Durante un suo viaggio in Argentina, ha riproposto le sue analisi a proposito dell’attentato alla mutua ebraica Amia, assumendo la tesi sostenuta da Israele, e mai dimostrata, con la quale si è cercato di coinvolgere l’attuale vicepresidente argentina Kristina Kirchner nella morte del giudice Nisman, che su quei fatti indagava.
Una tesi ripresa dai grandi media italiani a fine anno, dopo l’arresto a Roma di un imprenditore colombiano.
“L’Iran potrebbe utilizzare il Venezuela per vendicare Soleimani e attaccare gli Stati Uniti”, scrive adesso il PanAm Post disponendosi allo scenario elettorale che si annuncia in Venezuela, e ribadendo il proprio sostegno a Guaidó. Un sostegno che arriva, come dal mondo della satira, anche dai governi subalterni agli Usa, compresa l’Unione Europea, che si congratulano ufficialmente per... la rielezione di Guaidó come presidente del del Parlamento e come “presidente a interim” del Venezuela.
E così, forti del supporto di Trump e dei media di guerra, gli autoproclamati fanno appello di nuovo alla violenza di piazza. E non poteva mancare il comunicato di Amnesty International, che denuncia “gravi attacchi contro rappresentanti dell’opposizione all’Assemblea Nazionale”.
Contro il socialismo bolivariano si annuncia un nuovo anno di menzogne, un altro anno sulle barricate.
Fonte
11/09/2019
Dall'11settembre 2001 le politiche USA hanno fatto proliferare il terrorismo
Oggi è l'11 settembre. Molti media statunitensi stanno riflettendo sulla guerra antiterrorismo del paese, nonché sui vantaggi e gli svantaggi dell'attuale politica estera statunitense. In generale, tale valutazione è buona.
Dal punto di vista nordamericano, la guerra antiterrorismo è stata efficace. Ha rovesciato o contenuto la capacità delle organizzazioni terroristiche di lanciare attacchi di massa in stile 11/9. Gli Stati Uniti sono relativamente sicuri. D'altra parte, il terrorismo si è diffuso in tutto il mondo e ha sfruttato le questioni regionali per obiettivi più specifici.
Ancora più importante, l'odio e l'incomprensione non si sono ridotti nel mondo, il che rende più difficile sradicare il terrorismo. Pertanto, vari paesi hanno speso molto per contrastare il terrorismo. La governance globale avrebbe conseguito maggiori risultati se queste risorse fossero state utilizzate per sviluppare le economie in paesi e regioni sottosviluppati.
Gli Stati Uniti sono il paese più potente del mondo. Crediamo che abbiano responsabilità speciali nel rendere il mondo più pacifico e ordinato. Purtroppo, Washington non è riuscita a farlo, e ha dato il cattivo esempio al mondo essendo egoista, capricciosa e persino maleducata.
Guardando indietro alla guerra antiterrorismo, la gente scoprirà che gli Stati Uniti non sono alla radice dell'eliminazione del terrorismo. Negli ultimi anni, le attività terroristiche si sono verificate più frequentemente in una vasta gamma di luoghi, coinvolgendo soggetti radicali sempre più diversi.
La situazione in Medio Oriente è cambiata, mentre i conflitti nel mondo islamico sono diventati gravi. Gli Stati Uniti hanno cambiato la propria politica, sostenendo Israele contro i paesi arabi, sostenendo apertamente alcuni e opponendosi ad altri in Medio Oriente, nonché sostenendo selettivamente le cosiddette attività democratiche nella regione. Washington ha guadagnato nel breve periodo ma ha lasciato la regione nel caos.
Washington ha sostenuto la politica "America First" e intrapreso azioni sovversive negli ultimi anni.
Ciò ha avuto un grave impatto sul fragile ordine mondiale e ha permesso a vari rischi per la pace di crescere.
In primo luogo, gli Stati Uniti hanno gravemente compromesso le principali relazioni di potere del dopoguerra incentrate sulla cooperazione. Hanno dichiarato che Cina e Russia sono due concorrenti strategici e hanno lanciato una folle guerra commerciale contro la Cina, portando a tensioni senza precedenti nel mondo.
In secondo luogo, Washington ha rifiutato di adempiere alle proprie responsabilità e obblighi in quanto superpotenza e si è ritirata da numerosi trattati e meccanismi internazionali, lasciando incompleta, stagnante e paralizzata la già consolidata grande cooperazione globale.
In terzo luogo, la Casa Bianca ha esercitato un'enorme pressione e rinnegato le sue parole come strategia di negoziazione palese, erodendo gravemente alcune norme di base delle relazioni internazionali.
Gli Stati Uniti desiderano rimodellare le relazioni internazionali e la distribuzione degli interessi globali secondo la propria volontà, nel tentativo di mettere in pratica il principio "America First". Man mano che il mondo con la tecnologia moderna diventa sempre più caotico, gli Stati Uniti difficilmente possono controllare tale caos e stabilire una struttura ordinata che favorisca la massimizzazione dei propri interessi.
La turbolenza e l'incertezza sono emerse nel punto in cui gli Stati Uniti hanno agitato le cose. L'ordine economico globale libero e aperto, così come la struttura di sicurezza internazionale basata sul disarmo e sul controllo degli armamenti, stanno diventando frammentati. Washington sta vivendo i suoi guadagni passati e sta creando nuova insoddisfazione e persino odio, in quasi tutte le direzioni. I politici di Washington stanno sostenendo una strategia così irrazionale incitando il nazionalismo statunitense.
Gli attacchi dell'11 settembre sono stati un'enorme tragedia. Si spera che le élite politiche di Washington ricordino come il mondo abbia simpatizzato e aiutato gli Stati Uniti nel 2001 e riflettano su come il paese ha agito da allora.
Fonte
Dal punto di vista nordamericano, la guerra antiterrorismo è stata efficace. Ha rovesciato o contenuto la capacità delle organizzazioni terroristiche di lanciare attacchi di massa in stile 11/9. Gli Stati Uniti sono relativamente sicuri. D'altra parte, il terrorismo si è diffuso in tutto il mondo e ha sfruttato le questioni regionali per obiettivi più specifici.
Ancora più importante, l'odio e l'incomprensione non si sono ridotti nel mondo, il che rende più difficile sradicare il terrorismo. Pertanto, vari paesi hanno speso molto per contrastare il terrorismo. La governance globale avrebbe conseguito maggiori risultati se queste risorse fossero state utilizzate per sviluppare le economie in paesi e regioni sottosviluppati.
Gli Stati Uniti sono il paese più potente del mondo. Crediamo che abbiano responsabilità speciali nel rendere il mondo più pacifico e ordinato. Purtroppo, Washington non è riuscita a farlo, e ha dato il cattivo esempio al mondo essendo egoista, capricciosa e persino maleducata.
Guardando indietro alla guerra antiterrorismo, la gente scoprirà che gli Stati Uniti non sono alla radice dell'eliminazione del terrorismo. Negli ultimi anni, le attività terroristiche si sono verificate più frequentemente in una vasta gamma di luoghi, coinvolgendo soggetti radicali sempre più diversi.
La situazione in Medio Oriente è cambiata, mentre i conflitti nel mondo islamico sono diventati gravi. Gli Stati Uniti hanno cambiato la propria politica, sostenendo Israele contro i paesi arabi, sostenendo apertamente alcuni e opponendosi ad altri in Medio Oriente, nonché sostenendo selettivamente le cosiddette attività democratiche nella regione. Washington ha guadagnato nel breve periodo ma ha lasciato la regione nel caos.
Washington ha sostenuto la politica "America First" e intrapreso azioni sovversive negli ultimi anni.
Ciò ha avuto un grave impatto sul fragile ordine mondiale e ha permesso a vari rischi per la pace di crescere.
In primo luogo, gli Stati Uniti hanno gravemente compromesso le principali relazioni di potere del dopoguerra incentrate sulla cooperazione. Hanno dichiarato che Cina e Russia sono due concorrenti strategici e hanno lanciato una folle guerra commerciale contro la Cina, portando a tensioni senza precedenti nel mondo.
In secondo luogo, Washington ha rifiutato di adempiere alle proprie responsabilità e obblighi in quanto superpotenza e si è ritirata da numerosi trattati e meccanismi internazionali, lasciando incompleta, stagnante e paralizzata la già consolidata grande cooperazione globale.
In terzo luogo, la Casa Bianca ha esercitato un'enorme pressione e rinnegato le sue parole come strategia di negoziazione palese, erodendo gravemente alcune norme di base delle relazioni internazionali.
Gli Stati Uniti desiderano rimodellare le relazioni internazionali e la distribuzione degli interessi globali secondo la propria volontà, nel tentativo di mettere in pratica il principio "America First". Man mano che il mondo con la tecnologia moderna diventa sempre più caotico, gli Stati Uniti difficilmente possono controllare tale caos e stabilire una struttura ordinata che favorisca la massimizzazione dei propri interessi.
La turbolenza e l'incertezza sono emerse nel punto in cui gli Stati Uniti hanno agitato le cose. L'ordine economico globale libero e aperto, così come la struttura di sicurezza internazionale basata sul disarmo e sul controllo degli armamenti, stanno diventando frammentati. Washington sta vivendo i suoi guadagni passati e sta creando nuova insoddisfazione e persino odio, in quasi tutte le direzioni. I politici di Washington stanno sostenendo una strategia così irrazionale incitando il nazionalismo statunitense.
Gli attacchi dell'11 settembre sono stati un'enorme tragedia. Si spera che le élite politiche di Washington ricordino come il mondo abbia simpatizzato e aiutato gli Stati Uniti nel 2001 e riflettano su come il paese ha agito da allora.
Fonte
13/12/2018
Il sequesto della direttrice di Huawei e la lotta per la sovranità algoritmica nelle reti cellulari
Fa notizia in queste ore il fermo di Meng Wanzhou. La donna, direttrice finanziaria di Huawei e figlia del fondatore, Ren Zhengfei, è stata fermata in Canada durante uno scalo aereo, su richiesta degli USA. Il fermo è una flagrante violazione del diritto internazionale, in quanto non sarebbe stato formulato uno specifico capo d’accusa [1]. Sono infatti i media americani ad aver fatto circolare la notizia per cui la causa dell’arresto sarebbe una presunta violazione dell’embargo nei confronti di Iran e Corea del Nord. Meng Wanzhou è stata trattenuta senza un motivo specifico: solo il sette dicembre, nel corso della prima udienza a Vancouver, le è stato comunicato il capo d’accusa [2].
Il fermo è avvenuto il primo dicembre: lo stesso giorno in cui Donald Trump e Xi Jinping avevano dichiarato una tregua nella guerra dei dazi al G20 di Buenos Aires. Inquadrare la questione entro la guerra commerciale degli USA contro la Cina per riequilibrare la bilancia commerciale è fuorviante; la vera posta in gioco è la supremazia sulle reti digitali, e in particolare la lotta per lo standard delle reti di telefonia mobile di quinta generazione (5G) che segnerà una nuova rivoluzione informatica a partire dal 2020.
Le caratteristiche che la prossima tecnologia dovrà avere sono state fissate dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, settore Radiocomunicazioni (ITU-R), agenzia specializzata delle Nazioni Unite con sede a Ginevra. La rete ad alta velocità e a bassa latenza permette di disegnare nuovi scenari d’utilizzo: radiocontrollo di veicoli passeggeri, realtà virtuale wireless, domotica (IoT), ma anche copertura garantita per aree rurali, interventi in aree colpite da disastri naturali, applicazioni industriali della robotica, città senzienti e molto altro [3]. In Italia i test sono in corso a Torino, Milano, Prato, Roma, L’Aquila, Bari e Matera, e un esperimento di coordinamento del traffico è in corso sull’autostrada del Brennero; le compagnie italiane si sono aggiudicate le frequenze delle prime reti ibride spendendo un totale di 6,5 miliardi [4].
Huawei è un pioniere nella ricerca e sviluppo dei nuovi standard fin dal 2013. Per questo è al centro del mirino degli USA. Come ho già scritto in passato, il commercio di telefonini Huawei è da anni vietato negli Stati Uniti. Si tratta di una più generale campagna volta ad alimentare l’isteria anticomunista di massa nei confronti del “nemico rosso che ascolta”. Più di recente, la rivista Bloomberg ha accusato le tecnologie americane prodotte in Cina di nascondere microscopici microchip (“non più grandi di un chicco di riso”) nelle schede-madre dei dispositivi. Questi minuscoli computers sarebbero in grado di aprire porte di servizio per rubare dati senza possibilità che un antivirus li rilevi [5]. Apple ha ovviamente respinto le accuse.
La vicenda prova una volta di più – come se ve ne fosse bisogno – l’inconsistenza dell’ideologia liberista. Secondo gli economisti liberali, se lasciassimo fare alla mano invisibile del mercato otterremmo lo standard tecnologico ideale. In realtà, i pochi Stati che sono ancora in grado di tutelare il proprio interesse nazionale cercano di evitare che tecnologie tanto delicate cadano nelle mani del nemico: ad esempio, gli USA hanno bloccato la fusione tra l’americana Qualcomm e la malaysiana Broadcom nel timore che questa potesse indebolire gli USA nella competizione per il 5G. Lo Stato interviene per impedire i danni causati dal mercato.
Si tratta ancora una volta del problema che abbiamo chiamato sovranità algoritmica: con le reti di comunicazione ogni Stato diventa una sorta di “repubblica marinara”, eterotopicamente connessa al resto del mondo, con il rischio concreto di sabotaggio, scorribande piratesche, e di ritrovarsi le cannoniere del nemico innanzi al proprio porto. Si tratta di una situazione che permette una guerra non dichiarata, asimmetrica, in cui il debole può rovesciare i rapporti di forza, e che non è possibile vincere.
Se questo è il quadro, è possibile interpretare la mossa statunitense in prospettiva bellica. Si tratta di un rapimento [6], una extraordinary rendition appena celato sotto un velo di cipria giudiziaria. Come tutti i rapimenti presenta un carattere mafioso, di avvertimento alla Cina: gli USA non intendono giocare questa partita secondo le regole e sono disposti a qualunque mezzo pur di vincere.
Note:
1 http://www.globaltimes.cn/content/1130750.shtml
2 https://it.notizie.yahoo.com/huawei-direttrice-finanziaria-accusata-di-frode-dagli-usa-195018021.html
3 https://eandt.theiet.org/content/articles/2017/03/5g-the-benefits-and-difficulties-of-creating-a-new-wireless-standard/
4 “5G”, Wired 87, 2018/2019.
5 https://www.bloomberg.com/news/features/2018-10-04/the-big-hack-how-china-used-a-tiny-chip-to-infiltrate-america-s-top-companies
6 http://www.globaltimes.cn/content/1130761.shtml
Fonte
Il fermo è avvenuto il primo dicembre: lo stesso giorno in cui Donald Trump e Xi Jinping avevano dichiarato una tregua nella guerra dei dazi al G20 di Buenos Aires. Inquadrare la questione entro la guerra commerciale degli USA contro la Cina per riequilibrare la bilancia commerciale è fuorviante; la vera posta in gioco è la supremazia sulle reti digitali, e in particolare la lotta per lo standard delle reti di telefonia mobile di quinta generazione (5G) che segnerà una nuova rivoluzione informatica a partire dal 2020.
Le caratteristiche che la prossima tecnologia dovrà avere sono state fissate dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, settore Radiocomunicazioni (ITU-R), agenzia specializzata delle Nazioni Unite con sede a Ginevra. La rete ad alta velocità e a bassa latenza permette di disegnare nuovi scenari d’utilizzo: radiocontrollo di veicoli passeggeri, realtà virtuale wireless, domotica (IoT), ma anche copertura garantita per aree rurali, interventi in aree colpite da disastri naturali, applicazioni industriali della robotica, città senzienti e molto altro [3]. In Italia i test sono in corso a Torino, Milano, Prato, Roma, L’Aquila, Bari e Matera, e un esperimento di coordinamento del traffico è in corso sull’autostrada del Brennero; le compagnie italiane si sono aggiudicate le frequenze delle prime reti ibride spendendo un totale di 6,5 miliardi [4].
Huawei è un pioniere nella ricerca e sviluppo dei nuovi standard fin dal 2013. Per questo è al centro del mirino degli USA. Come ho già scritto in passato, il commercio di telefonini Huawei è da anni vietato negli Stati Uniti. Si tratta di una più generale campagna volta ad alimentare l’isteria anticomunista di massa nei confronti del “nemico rosso che ascolta”. Più di recente, la rivista Bloomberg ha accusato le tecnologie americane prodotte in Cina di nascondere microscopici microchip (“non più grandi di un chicco di riso”) nelle schede-madre dei dispositivi. Questi minuscoli computers sarebbero in grado di aprire porte di servizio per rubare dati senza possibilità che un antivirus li rilevi [5]. Apple ha ovviamente respinto le accuse.
La vicenda prova una volta di più – come se ve ne fosse bisogno – l’inconsistenza dell’ideologia liberista. Secondo gli economisti liberali, se lasciassimo fare alla mano invisibile del mercato otterremmo lo standard tecnologico ideale. In realtà, i pochi Stati che sono ancora in grado di tutelare il proprio interesse nazionale cercano di evitare che tecnologie tanto delicate cadano nelle mani del nemico: ad esempio, gli USA hanno bloccato la fusione tra l’americana Qualcomm e la malaysiana Broadcom nel timore che questa potesse indebolire gli USA nella competizione per il 5G. Lo Stato interviene per impedire i danni causati dal mercato.
Si tratta ancora una volta del problema che abbiamo chiamato sovranità algoritmica: con le reti di comunicazione ogni Stato diventa una sorta di “repubblica marinara”, eterotopicamente connessa al resto del mondo, con il rischio concreto di sabotaggio, scorribande piratesche, e di ritrovarsi le cannoniere del nemico innanzi al proprio porto. Si tratta di una situazione che permette una guerra non dichiarata, asimmetrica, in cui il debole può rovesciare i rapporti di forza, e che non è possibile vincere.
Se questo è il quadro, è possibile interpretare la mossa statunitense in prospettiva bellica. Si tratta di un rapimento [6], una extraordinary rendition appena celato sotto un velo di cipria giudiziaria. Come tutti i rapimenti presenta un carattere mafioso, di avvertimento alla Cina: gli USA non intendono giocare questa partita secondo le regole e sono disposti a qualunque mezzo pur di vincere.
Note:
1 http://www.globaltimes.cn/content/1130750.shtml
2 https://it.notizie.yahoo.com/huawei-direttrice-finanziaria-accusata-di-frode-dagli-usa-195018021.html
3 https://eandt.theiet.org/content/articles/2017/03/5g-the-benefits-and-difficulties-of-creating-a-new-wireless-standard/
4 “5G”, Wired 87, 2018/2019.
5 https://www.bloomberg.com/news/features/2018-10-04/the-big-hack-how-china-used-a-tiny-chip-to-infiltrate-america-s-top-companies
6 http://www.globaltimes.cn/content/1130761.shtml
Fonte
13/08/2018
Servizio militare obbligatorio: “a chi la vittoria?”
Nella sua quotidiana ansia di sparare un corbelleria in grado di fargli tenere il centro della scena politica, il fascioleghista Salvini ha pestato il piede là dove proprio non doveva. Lo si può capire: non essendo ancora riuscito a produrre un benché minimo provvedimento-bandiera (neanche da ministro dell’interno, visto che la “chiusura dei porti” è stata annunciata via twitter o in tv, ma non è mai stato diramato un ordine del genere), diventa indispensabile far parlare d’altro.
La sortita sulla reintroduzione del servizio militare obbligatorio, però, ha fatto scoprire il gioco su un fronte dove la sua ignoranza del sistema di potere (che pure dovrebbe gestire, ora) è balzata fuori con disarmante evidenza.
Il poverino parlava addirittura di alcuni casi di cronaca, con protagonisti ragazzi border line o annoiati. “Vorrei che oltre ai diritti tornassero a esserci i doveri”, perché di fronte ai casi di mancanza di educazione e senso civico, “facciamo bene a studiare i costi, i modi e i tempi per valutare se, come e quando reintrodurre per alcuni mesi il servizio militare, il servizio civile per i nostri ragazzi e le nostre ragazze così almeno impari un po’ di educazione che mamma e papà non sono in grado di insegnarti“.
Sorvoliamo sull’idea ridicola che il servizio militare possa essere concepito come una sorta di “collegio duro” – un periodo di carcerazione preventiva in assenza di reato – per “insegnare l’educazione”. Ci dovrebbero essere la scuola e i normali rapporti sociali, per questo; ma la prima è sulla via della rottamazione e i secondi sono improntati all’onanismo individualista, quindi impossibilitati a far introiettare qualsiasi “regola” limitativa dell’”autoespressione”.
Più interessante, infatti, è la bastonata arrivatagli dagli “ambienti della Difesa”: “Il ministro Trenta si è già espressa sul tema nei giorni scorsi: è una idea romantica, ma i nostri militari sono e debbono essere dei professionisti e su questo aspetto è d’accordo anche Salvini“. Della serie: non provare a rilanciare o smentire, come sei solito fare, perché abbiamo pronto alche il resto...
Neanche le beghe interne al governo grillin-leghista, però, sono il centro della questione. Lasciamo volentieri a Repubblica e ai vertici del Pd le chiacchiere su questo punto.
Il cuore della questione è in un’altra considerazione che gli anonimi “ambienti della Difesa” hanno evidenziato per liquidare le battute di Salvini come una goliardata “romantica”. Nei giorni scorsi, il ministro della Difesa Elisabetta Trenta aveva sottolineato, durante un’intervista, che il servizio militare obbligatorio è un qualcosa “non più al passo con i tempi”. I soldati di oggi, aveva spiegato il ministro, “sono dei professionisti. E non abbiamo più le truppe che vengono dalle Alpi”. Dunque, “non c’è più bisogno di tanti soldati tutti insieme“.
Qui si sente l’odore acre della Nato al tempo della guerra asimmetrica, il fastidio dei professionisti che si vedono coinvolti nelle fesserie di un dilettante, ma soprattutto si ricorda che la guerra oggi è un’altra cosa: il potere – statuale o meno, ma questa è un’altra discussione – non ha più bisogno del “popolo in armi”.
Non è una cosa nuova, né una caratteristica specifica di questo paese. In tutto l’Occidente capitalistico la leva militare è stata abolita a partire dalla fine degli anni ‘70, con un periodo più o meno lungo di trapasso. Il Salvini che ha “bigiato” il servizio militare dovrebbe saperlo...
Sul piano strettamente politico-conflittuale si potrebbe pensare che questa scelta sia stata una conseguenza positiva dei movimenti giovanili precedenti, quelli che negli Usa avevano creato un enorme problema politico-sociale (c’era da andare a morire o restare invalidi combattendo in Vietnam, mica solo la controcultura e il rock&roll), e in Italia qualche preoccupazione (i “proletari in divisa” avevano simboleggiato, per qualche anno, i pericoli derivanti dall’inserimento in reparti armati di “teste calde della contestazione”). Ma altrove questi problemi non si sono presentati con la stessa rilevanza o dimensione sociale. Dunque la ragione del passaggio da un esercito che manteneva un’ampia quota di soldati-massa a uno composto di soli specialisti professionali deve avere una spiegazione meno occasionale.
A ben guardare, in effetti, la rapida scomparsa del soldato-massa (“il fante” preso dalla sua casa e sbattuto al fronte con una preparazione pressoché inesistente) avviene contemporaneamente alla scomparsa dell’”operaio massa” nelle fabbriche. Anche in quei paesi la cui classe operaia non era stata particolarmente combattiva.
Le esigenze di governance (e di massimizzazione dei profitti) hanno trovato risposta, in entrambi i casi, con l’innovazione tecnologica fenomenale rappresentata dall’automazione gestita informaticamente.
In campo militare, dunque, non occorrevano più milioni di fanti che si scontravano con altri milioni di nemici per schiodare – per pura consunzione – le sorti della guerra. Stalingrado e il D-Day, da questo punto di vista, rappresentano iconicamente il massimo che si potesse raggiungere.
Ma così come la fabbrica può produrre quasi senza operai manuali (che non vuol dire – attenzione! – “senza lavoratori dipendenti”), così la distruzione del nemico fino al punto di provocarne la resa (l’obiettivo di qualsiasi guerra) non ha più bisogno della “regina delle battaglie”, ossia la fanteria.
Per massacrare milioni di esseri umani, armati o meno, esistono ormai decine di strumenti militare gestibili da remoto (dai droni ai mini-sommergibili, dagli shock della produzione elettrica ai missili intercontinentali), senza la presenza di combattenti sul campo almeno fin quando la resa del nemico – reale o apparente, il che è un bel problema – non consente di occupare un certo territorio e disciplinarne la popolazione in vista dei propri obiettivi.
La “guerra asimmetrica” è stata l’unica forma di guerra combattuta dall’imperialismo Usa e Nato negli ultimi 70 anni. Anche quella del Vietnam lo è stata, ma lo sviluppo tecnologico raggiunto fin lì – nonostante l’abuso di napalm – non era sufficiente a sostituire l’operatività di truppe sul terreno.
La svolta avviene con la fine degli anni ‘80. Prima con una serie di invasioni sperimentali (Panama, Grenada, ecc), poi con la prima guerra all’Iraq, ben presto accompagnata dagli attacchi alla Yugoslavia, all’Afghanistan post-sovietico, di nuovo all’Iraq, ecc.
Guerra asimmetrica, in poche parole, è quel conflitto in cui la dotazione militare delle due parti è strutturalmente squilibrata sul piano tecnologico: una parte ha i cacciambombardieri e l’altra no (o perlomeno sono di generazioni molto differenti, quindi per quelli più “arretrati” è come non averli), una ha l’atomica e l’altra no, una ha i missili intercontinentali e l’altra no, una ha i droni bombardieri e l’altra no, una può impedire le comunicazioni nemiche e l’altra no, ecc.
La fanteria, in questa guerra, diventa polizia urbana in territorio nemico. Come ci hanno mostrato i migliori registi di Hollywood a proposito del dopo-seconda guerra in Iraq (o in Somalia, con Black Hawk down di Ridley Scott), il fante moderno è un serial killer di civili, a volte resistenti e combattenti, altre no (è il dubbio che Clint Eatwood rappresenta in American Sniper). E’ un cecchino iper-allenato, dentro squadre composte di specialisti diversi (comunicazione, esplosivi, interpreti, ecc).
Nessuno spazio, insomma, per giovani liceali o contadinotti senza esperienza. Quelli, semmai, li hanno di fronte, tra i civili inferociti d’esser stati invasi e che “resistono” con i mezzi che trovano, con l’ideologia o la religione che trovano. Anche se fossero del tuo stesso paese, alla fin fine (la moltiplicazione dei “soldati nelle strade” è un tipico esperimento di assuefazione di massa al regime di occupazione, “per difenderti dal terrorismo”...).
Salvini, parlando di servizio militare obbligatorio, ha parlato insomma di un mondo che non esiste più. “Romantico” nel senso di risalente a secoli fa.
Ma la sua sortita, come vediamo da molti commenti non brillanti, consente di interrogare anche il campo dell’opposizione politica, di certa “sinistra”. C’è chi rivendica “la vittoria” dell’abolizione del servizio di leva senza aver ancora capito che questa decisione era già stata presa a livello della Nato; ma volevano che tu ne fossi contento, e quindi fornissi il tuo “consenso disinformato”. Fatto. In nome del “pacifismo” nei confronti del potere e della critica di “estremismo” verso i resistenti...
Gli stessi, a volte, si indignano con Salvini ricordando l’Art. 52 della Costituzione della Repubblica Italiana, che recita:
Non perché fare il servizio militare sia “bello” o “patriottico” (anche se la Costituzione dice proprio questo, come “dovere civico” di tutti, donne comprese), ma per un motivo ben più concreto: chi monopolizza l’uso della forza comanda, anche senza troppo consenso.
Gli altri, come sempre, bofonchiano dalle profondità dell’impotenza, delirando di altri mondi...
Fonte
La sortita sulla reintroduzione del servizio militare obbligatorio, però, ha fatto scoprire il gioco su un fronte dove la sua ignoranza del sistema di potere (che pure dovrebbe gestire, ora) è balzata fuori con disarmante evidenza.
Il poverino parlava addirittura di alcuni casi di cronaca, con protagonisti ragazzi border line o annoiati. “Vorrei che oltre ai diritti tornassero a esserci i doveri”, perché di fronte ai casi di mancanza di educazione e senso civico, “facciamo bene a studiare i costi, i modi e i tempi per valutare se, come e quando reintrodurre per alcuni mesi il servizio militare, il servizio civile per i nostri ragazzi e le nostre ragazze così almeno impari un po’ di educazione che mamma e papà non sono in grado di insegnarti“.
Sorvoliamo sull’idea ridicola che il servizio militare possa essere concepito come una sorta di “collegio duro” – un periodo di carcerazione preventiva in assenza di reato – per “insegnare l’educazione”. Ci dovrebbero essere la scuola e i normali rapporti sociali, per questo; ma la prima è sulla via della rottamazione e i secondi sono improntati all’onanismo individualista, quindi impossibilitati a far introiettare qualsiasi “regola” limitativa dell’”autoespressione”.
Più interessante, infatti, è la bastonata arrivatagli dagli “ambienti della Difesa”: “Il ministro Trenta si è già espressa sul tema nei giorni scorsi: è una idea romantica, ma i nostri militari sono e debbono essere dei professionisti e su questo aspetto è d’accordo anche Salvini“. Della serie: non provare a rilanciare o smentire, come sei solito fare, perché abbiamo pronto alche il resto...
Neanche le beghe interne al governo grillin-leghista, però, sono il centro della questione. Lasciamo volentieri a Repubblica e ai vertici del Pd le chiacchiere su questo punto.
Il cuore della questione è in un’altra considerazione che gli anonimi “ambienti della Difesa” hanno evidenziato per liquidare le battute di Salvini come una goliardata “romantica”. Nei giorni scorsi, il ministro della Difesa Elisabetta Trenta aveva sottolineato, durante un’intervista, che il servizio militare obbligatorio è un qualcosa “non più al passo con i tempi”. I soldati di oggi, aveva spiegato il ministro, “sono dei professionisti. E non abbiamo più le truppe che vengono dalle Alpi”. Dunque, “non c’è più bisogno di tanti soldati tutti insieme“.
Qui si sente l’odore acre della Nato al tempo della guerra asimmetrica, il fastidio dei professionisti che si vedono coinvolti nelle fesserie di un dilettante, ma soprattutto si ricorda che la guerra oggi è un’altra cosa: il potere – statuale o meno, ma questa è un’altra discussione – non ha più bisogno del “popolo in armi”.
Non è una cosa nuova, né una caratteristica specifica di questo paese. In tutto l’Occidente capitalistico la leva militare è stata abolita a partire dalla fine degli anni ‘70, con un periodo più o meno lungo di trapasso. Il Salvini che ha “bigiato” il servizio militare dovrebbe saperlo...
Sul piano strettamente politico-conflittuale si potrebbe pensare che questa scelta sia stata una conseguenza positiva dei movimenti giovanili precedenti, quelli che negli Usa avevano creato un enorme problema politico-sociale (c’era da andare a morire o restare invalidi combattendo in Vietnam, mica solo la controcultura e il rock&roll), e in Italia qualche preoccupazione (i “proletari in divisa” avevano simboleggiato, per qualche anno, i pericoli derivanti dall’inserimento in reparti armati di “teste calde della contestazione”). Ma altrove questi problemi non si sono presentati con la stessa rilevanza o dimensione sociale. Dunque la ragione del passaggio da un esercito che manteneva un’ampia quota di soldati-massa a uno composto di soli specialisti professionali deve avere una spiegazione meno occasionale.
A ben guardare, in effetti, la rapida scomparsa del soldato-massa (“il fante” preso dalla sua casa e sbattuto al fronte con una preparazione pressoché inesistente) avviene contemporaneamente alla scomparsa dell’”operaio massa” nelle fabbriche. Anche in quei paesi la cui classe operaia non era stata particolarmente combattiva.
Le esigenze di governance (e di massimizzazione dei profitti) hanno trovato risposta, in entrambi i casi, con l’innovazione tecnologica fenomenale rappresentata dall’automazione gestita informaticamente.
In campo militare, dunque, non occorrevano più milioni di fanti che si scontravano con altri milioni di nemici per schiodare – per pura consunzione – le sorti della guerra. Stalingrado e il D-Day, da questo punto di vista, rappresentano iconicamente il massimo che si potesse raggiungere.
Ma così come la fabbrica può produrre quasi senza operai manuali (che non vuol dire – attenzione! – “senza lavoratori dipendenti”), così la distruzione del nemico fino al punto di provocarne la resa (l’obiettivo di qualsiasi guerra) non ha più bisogno della “regina delle battaglie”, ossia la fanteria.
Per massacrare milioni di esseri umani, armati o meno, esistono ormai decine di strumenti militare gestibili da remoto (dai droni ai mini-sommergibili, dagli shock della produzione elettrica ai missili intercontinentali), senza la presenza di combattenti sul campo almeno fin quando la resa del nemico – reale o apparente, il che è un bel problema – non consente di occupare un certo territorio e disciplinarne la popolazione in vista dei propri obiettivi.
La “guerra asimmetrica” è stata l’unica forma di guerra combattuta dall’imperialismo Usa e Nato negli ultimi 70 anni. Anche quella del Vietnam lo è stata, ma lo sviluppo tecnologico raggiunto fin lì – nonostante l’abuso di napalm – non era sufficiente a sostituire l’operatività di truppe sul terreno.
La svolta avviene con la fine degli anni ‘80. Prima con una serie di invasioni sperimentali (Panama, Grenada, ecc), poi con la prima guerra all’Iraq, ben presto accompagnata dagli attacchi alla Yugoslavia, all’Afghanistan post-sovietico, di nuovo all’Iraq, ecc.
Guerra asimmetrica, in poche parole, è quel conflitto in cui la dotazione militare delle due parti è strutturalmente squilibrata sul piano tecnologico: una parte ha i cacciambombardieri e l’altra no (o perlomeno sono di generazioni molto differenti, quindi per quelli più “arretrati” è come non averli), una ha l’atomica e l’altra no, una ha i missili intercontinentali e l’altra no, una ha i droni bombardieri e l’altra no, una può impedire le comunicazioni nemiche e l’altra no, ecc.
La fanteria, in questa guerra, diventa polizia urbana in territorio nemico. Come ci hanno mostrato i migliori registi di Hollywood a proposito del dopo-seconda guerra in Iraq (o in Somalia, con Black Hawk down di Ridley Scott), il fante moderno è un serial killer di civili, a volte resistenti e combattenti, altre no (è il dubbio che Clint Eatwood rappresenta in American Sniper). E’ un cecchino iper-allenato, dentro squadre composte di specialisti diversi (comunicazione, esplosivi, interpreti, ecc).
Nessuno spazio, insomma, per giovani liceali o contadinotti senza esperienza. Quelli, semmai, li hanno di fronte, tra i civili inferociti d’esser stati invasi e che “resistono” con i mezzi che trovano, con l’ideologia o la religione che trovano. Anche se fossero del tuo stesso paese, alla fin fine (la moltiplicazione dei “soldati nelle strade” è un tipico esperimento di assuefazione di massa al regime di occupazione, “per difenderti dal terrorismo”...).
Salvini, parlando di servizio militare obbligatorio, ha parlato insomma di un mondo che non esiste più. “Romantico” nel senso di risalente a secoli fa.
Ma la sua sortita, come vediamo da molti commenti non brillanti, consente di interrogare anche il campo dell’opposizione politica, di certa “sinistra”. C’è chi rivendica “la vittoria” dell’abolizione del servizio di leva senza aver ancora capito che questa decisione era già stata presa a livello della Nato; ma volevano che tu ne fossi contento, e quindi fornissi il tuo “consenso disinformato”. Fatto. In nome del “pacifismo” nei confronti del potere e della critica di “estremismo” verso i resistenti...
Gli stessi, a volte, si indignano con Salvini ricordando l’Art. 52 della Costituzione della Repubblica Italiana, che recita:
La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.Non serve un genio per capire, dunque, che chi ha voluto e preteso – ai vertici della Nato o dentro “i movimenti” – l’abolizione del servizio militare obbligatorio si è mosso in un senso incostituzionale. Di collusione col nemico, in ultima analisi.
Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici.
L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.
Non perché fare il servizio militare sia “bello” o “patriottico” (anche se la Costituzione dice proprio questo, come “dovere civico” di tutti, donne comprese), ma per un motivo ben più concreto: chi monopolizza l’uso della forza comanda, anche senza troppo consenso.
Gli altri, come sempre, bofonchiano dalle profondità dell’impotenza, delirando di altri mondi...
Fonte
21/08/2017
Terrorismo jihadista: una battaglia impossibile?
Eviteranno qualche vittima in più i cosiddetti jersey, le protezioni di cemento, che la sicurezza inizia a collocare nei centri storici di molte città, anche italiane. In alcuni luoghi simbolo si potranno fermare e deviare i furgoni della morte, ma la furia, e soprattutto la convinzione omicida, delle nuove leve del terrorismo islamista paiono travalicare quegli ostacoli. Perché cercheranno ulteriori strumenti, come fecero i qaedisti dell’11 settembre trasformando in proiettili gli aerei di linea.
Questo conflitto è anche battaglia d’informazioni dei soggetti preposti a indagare e prevenire, con tutti i successi del caso, quando s’intercettano potenziali piani d’attacco e le contraddizioni e i buchi neri evidenziati proprio dall’attentato “spettacolare” delle Torri Gemelle, che ha aperto una più grande frontiera di scontro. La conoscenza tecnico-organizzativa di questo che è diventato, a Parigi come a Lahore, lo spettro del vivere quotidiano, risulta utilissima. Come lo sono le considerazioni d’ordine politico compiute da studiosi del terrorismo jihadista.
Scorrendo un recente lavoro del trio di ricercatori Vidino, Marone, Entenmann, a cura dell’Istituto studi di politica internazionale, si hanno conferme di notizie già note e spunti interessanti di notizie utili per ulteriori riflessioni. Uno dei pilastri di quella che finora è stata la forza militare dell’Isis, che secondo qualche analista sarebbe in declino, è l’Emni. Si tratta dell’Intelligence del Daesh composta da parecchi esperti della sicurezza di Saddam Hussein, entrati, come tanti militari e poliziotti iracheni, nell’Isis. Da al-Khilafawi ad al-Adnani (il primo ucciso nel 2014, il secondo nel 2016, entrambi probabilmente dai droni della Cia in Siria), i vari agenti non solo dirigevano l’organo di sicurezza, sviluppavano anche una propaganda rivolta al proselitismo.
Con la gestione di al-Adnani il sistema di reclutamento è diventato sempre più sofisticato e mirato. La rete degli imam salafiti continua ad avvicinare soggetti nelle moschee o in luoghi di preghiera e incontro, definiti dai ricercatori ‘hub di radicalizzazione’. Lì si stabiliscono contatti diretti e personali. Come pure nelle realtà territoriali, siano esse quartieri ad alta concentrazione abitativa islamica, il pensiero va a Molenbeek presso Bruxelles, base degli attentatori parigini, oppure alla località di Ripoll, dove la ‘cellula di Barcellona’ pianificava i recenti attentati spagnoli. O ancora il caso studiato della cittadina di Hildeshein nella Bassa Sassonia, scelta da terroristi islamisti per la sua posizione centrale rispetto a grandi città tedesche, che da lì risultavano facilmente raggiungibili.
Il sistema s’è ulteriormente ramificato. I predicatori abili con la parola e le tecnologie del web (un nome su tutti è Abdulaziz Abdullah, alias Abu Walaa) e quelli che vengono definiti i ‘pianificatori virtuali’ ottengono nel cyberspazio risultati altrettanto vantaggiosi. Ciascuno lavora in contatto con l’Intelligence del Califfato. Inoltre contributi, pur segnati da scelte individuali, vengono da storie di rapper radicalizzati: caso noto quello del francese Kassim, che dopo anni di pezzi inneggianti allo scontro coi kafir, è partito per il fronte siriano. Dunque moschee e strade, bistrot, social network, web, app e tutti i ganci che rendono possibile e fruttuosa la propaganda virtuale vengono sfruttati per il medesimo scopo: uccidere e seminare paura. Finanche il tradizionale ‘gruppo dei pari’ porta adepti alla causa del terrore islamista, che negli ultimi tempi per ragioni di sicurezza (la propria) si basa sempre più su legami parentali.
Secondo le statistiche in Francia, Germania, Belgio hanno agito immigrati di seconda e terza generazione, dunque cittadini con passaporto francese, tedesco, belga. Che possono provenire da ambienti marginali e poveri, ma pure da ceti medi e di buona scolarizzazione, com’è accaduto nei Paesi scandinavi e in Danimarca dove cellule e ‘attori solitari’ indagati e fermati godevano di vantaggi sociali che altri migranti nel sud d’Europa (Spagna, Italia, Grecia) non conoscono. Vidino-Marone-Entenmann ci dicono che le sorprese non mancano.
Un caso in Belgio denominato Sharia4, che gli analisti hanno definito ‘jihadismo plebeo’, un’avanguardia combattente nel nome di Allah e della giustizia secondo chiuse logiche ispirate da Dio che rifiuta confronti con l’esterno, era noto al locale antiterrorismo. Ma non veniva ritenuta pericolosa, si pensava fosse un nucleo estremistico di parolai. Lo sviluppo della crisi siriana e i contatti di alcuni membri della struttura hanno dimostrato come essa avesse all’interno più livelli, compresi quelli che prevedevano una milizia di foreign fighters. Simili errori di valutazione possono costare molto caro alla sicurezza dei civili.
Un gran numero di islamici d’Occidente, presenti nei Paesi attaccati dalle cellule fondamentaliste, si dissociano, condannano, additano non solo i vari imam del terrore, ma le nazioni che li foraggiano e proteggono, come fa l’imam donna Ani Zonneveld, che intervistata ieri dal Corriere della sera afferma: “L’Occidente vincerà la battaglia contro il radicalismo islamico soltanto quando si dissocerà dall’Arabia Saudita che esporta questa ideologia violenta. Europa e Stati Uniti discutono di pace e sicurezza, dimenticando di essere complici dei sauditi da cui acquistano petrolio e a cui vendono armi”. La Zonneveld, che vive e predica a Los Angeles, ed è un personaggio sui generis nell’ambiente islamico per le sue posizioni progressiste e trasgressive (celebra matrimoni interreligiosi, etero e omosessuali), non aggiunge nulla di nuovo sul ruolo della monarchia saudita, dice semplicemente una verità risaputa da tutti noi. Però la ‘geopolitica del potere’ se ne infischia di quanto studiosi e teorici della convivenza denunciano e reclamano. I suoi interpreti, che sono i governanti delle nazioni in cui viviamo, piangono le vittime civili delle popolazioni che governano, condannano il jihadismo assassino poi continuano a tessere relazioni e affari coi sovrani che foraggiano i crimini fondamentalisti. Un circolo vizioso, che vede i potenti protetti e le genti usate come bersaglio. Perché le guerre asimmetriche volute e cercate dall’Isis fanno da contraltare alle invasioni e ai conflitti militari scatenati dalla Nato.
Su questo, le riflessioni pubblicate su La Repubblica del 19 agosto da parte di Tahar Ben Jelloun, propongono un richiamo a uno, non l’unico, argomento con cui il terrorismo fondamentalista rilancia la guerra all’Occidente. Scrive il saggista e poeta marocchino “... L’origine più vicina e più evidente risiede nell’invasione dell’Iraq da parte dell’esercito americano. Da quel funesto mese di marzo del 2003, quando George W. Bush ha infranto le leggi internazionali e ha agito mentendo e sostenendo di portare la democrazia al popolo iracheno, si è spalancata una porta ai soldati di Al Qaeda che hanno commesso attentati in tutto il mondo... La maggioranza dell’attuale esercito di Daesh è composta da militari iracheni che hanno scelto di seguire un ex prigioniero di Bush, Al Baghdadi, fondatore dello Stato Islamico... Se le istanze del Tribunale penale internazionale avessero giudicato George Bush per i crimini contro l’umanità che ha commesso lì, dove le sue truppe hanno rovinato la vita alla popolazione, forse queste tensioni e questi attentati sarebbero meno numerosi. Giudicare Bush sarebbe sicuramente stato percepito come un gesto di giustizia e pacificazione. Ma l’arroganza dell’America disprezza il Tribunale penale internazionale, che peraltro non ha mai riconosciuto”.
Considerazioni che si possono sottoscrivere finanche nelle virgole, ma che si scontrano con una realtà politica che vede i premier occidentali succubi dei piani strategici ed economici di chi siede alla Casa Bianca. Più inquietanti risultano le ulteriori considerazioni dello scrittore: “... La religione, anche e soprattutto mal compresa, raggiunge il sacrificio supremo, ulteriormente aumentato dalla morte degli innocenti. E’ impossibile entrare nella testa di chi pianifica i massacri: è blindata... Perciò ogni tentativo di combattere questo radicalismo è votato al fallimento: perché il terrorista e l’educatore non parlano la stessa lingua, non sono sullo stesso pianeta e non hanno nessun punto d’incontro... Il jihadista è in un tunnel e procede senza guardare né indietro né di lato... La lotta si rivela inutile perché la democrazia non è attrezzata per combattere questo nuovo tipo di terrorismo che la storia non ha mai conosciuto”.
Non è la “Sottomissione” di Houellebecq, capace peraltro di scatenare orgogli e pruriti di guerra di cui si nutre la strategia per nulla vincente, che già aveva partorito l’Enduring Freedom e che medita di rendere eterne occupazioni come in Afghanistan. Il pensiero dell’intellettuale marocchino è tragicamente amaro, non s’illude e non vuole illudere. Forse prende spunto proprio dalla “convincente” follìa del proclama lanciato il 22 settembre 2014 da Abu Mohammed al-Adnani. “… Oh Americani ed Europei, lo Stato Islamico non ha iniziato una guerra contro di voi, diversamente da quanto i vostri governi e i vostri media vogliono farvi credere. Siete stati voi ad aver iniziato l’offensiva e pertanto la colpa è vostra e pagherete un caro prezzo. Pagherete un caro prezzo quando le vostre economie collasseranno… Dunque, oh muwahhid, ovunque tu ti trovi, non mancare alla battaglia. Devi colpire i soldati, i sostenitori e le truppe dei tawāg- hīt. Colpisci i membri delle loro forze di polizia, di sicurezza e di intelligence, così come i loro agenti traditori. Distruggi i loro letti. Avvelena le loro vite e tienili impegnati… Uccidi il miscredente, sia costui civile o militare, per entrambi vale lo stesso giudizio: sono miscredenti … Riempi le loro strade di esplosivi. Attacca le loro basi. Fai irruzione nelle loro case. Taglia le loro teste. Non lasciare che si sentano al sicuro. Inseguili ovunque siano. Trasforma la loro vita mondana in paura e fiamme. Allontana le famiglie dalle proprie case, e in seguito falle esplodere…”. Col suo cupo richiamo Ben Jelloun legge fra le righe, oltre la truce retorica di questa propaganda. L’ipotetica battaglia contro il fondamentalismo ha bisogno di armi concettuali che esplodano nelle menti e nei cuori. Armi impugnate da una coalizione trasversale, interna al mondo islamico ed esterna a esso, che possano sradicare certe fanatiche convinzioni di morte, evitando di portare morte e facendosi forte d’un diverso ordine mondiale. Un sistema che, ahinoi, non esiste.
Questa è la cappa sotto cui siamo costretti a vivere.
Fonte
Questo conflitto è anche battaglia d’informazioni dei soggetti preposti a indagare e prevenire, con tutti i successi del caso, quando s’intercettano potenziali piani d’attacco e le contraddizioni e i buchi neri evidenziati proprio dall’attentato “spettacolare” delle Torri Gemelle, che ha aperto una più grande frontiera di scontro. La conoscenza tecnico-organizzativa di questo che è diventato, a Parigi come a Lahore, lo spettro del vivere quotidiano, risulta utilissima. Come lo sono le considerazioni d’ordine politico compiute da studiosi del terrorismo jihadista.
Scorrendo un recente lavoro del trio di ricercatori Vidino, Marone, Entenmann, a cura dell’Istituto studi di politica internazionale, si hanno conferme di notizie già note e spunti interessanti di notizie utili per ulteriori riflessioni. Uno dei pilastri di quella che finora è stata la forza militare dell’Isis, che secondo qualche analista sarebbe in declino, è l’Emni. Si tratta dell’Intelligence del Daesh composta da parecchi esperti della sicurezza di Saddam Hussein, entrati, come tanti militari e poliziotti iracheni, nell’Isis. Da al-Khilafawi ad al-Adnani (il primo ucciso nel 2014, il secondo nel 2016, entrambi probabilmente dai droni della Cia in Siria), i vari agenti non solo dirigevano l’organo di sicurezza, sviluppavano anche una propaganda rivolta al proselitismo.
Con la gestione di al-Adnani il sistema di reclutamento è diventato sempre più sofisticato e mirato. La rete degli imam salafiti continua ad avvicinare soggetti nelle moschee o in luoghi di preghiera e incontro, definiti dai ricercatori ‘hub di radicalizzazione’. Lì si stabiliscono contatti diretti e personali. Come pure nelle realtà territoriali, siano esse quartieri ad alta concentrazione abitativa islamica, il pensiero va a Molenbeek presso Bruxelles, base degli attentatori parigini, oppure alla località di Ripoll, dove la ‘cellula di Barcellona’ pianificava i recenti attentati spagnoli. O ancora il caso studiato della cittadina di Hildeshein nella Bassa Sassonia, scelta da terroristi islamisti per la sua posizione centrale rispetto a grandi città tedesche, che da lì risultavano facilmente raggiungibili.
Il sistema s’è ulteriormente ramificato. I predicatori abili con la parola e le tecnologie del web (un nome su tutti è Abdulaziz Abdullah, alias Abu Walaa) e quelli che vengono definiti i ‘pianificatori virtuali’ ottengono nel cyberspazio risultati altrettanto vantaggiosi. Ciascuno lavora in contatto con l’Intelligence del Califfato. Inoltre contributi, pur segnati da scelte individuali, vengono da storie di rapper radicalizzati: caso noto quello del francese Kassim, che dopo anni di pezzi inneggianti allo scontro coi kafir, è partito per il fronte siriano. Dunque moschee e strade, bistrot, social network, web, app e tutti i ganci che rendono possibile e fruttuosa la propaganda virtuale vengono sfruttati per il medesimo scopo: uccidere e seminare paura. Finanche il tradizionale ‘gruppo dei pari’ porta adepti alla causa del terrore islamista, che negli ultimi tempi per ragioni di sicurezza (la propria) si basa sempre più su legami parentali.
Secondo le statistiche in Francia, Germania, Belgio hanno agito immigrati di seconda e terza generazione, dunque cittadini con passaporto francese, tedesco, belga. Che possono provenire da ambienti marginali e poveri, ma pure da ceti medi e di buona scolarizzazione, com’è accaduto nei Paesi scandinavi e in Danimarca dove cellule e ‘attori solitari’ indagati e fermati godevano di vantaggi sociali che altri migranti nel sud d’Europa (Spagna, Italia, Grecia) non conoscono. Vidino-Marone-Entenmann ci dicono che le sorprese non mancano.
Un caso in Belgio denominato Sharia4, che gli analisti hanno definito ‘jihadismo plebeo’, un’avanguardia combattente nel nome di Allah e della giustizia secondo chiuse logiche ispirate da Dio che rifiuta confronti con l’esterno, era noto al locale antiterrorismo. Ma non veniva ritenuta pericolosa, si pensava fosse un nucleo estremistico di parolai. Lo sviluppo della crisi siriana e i contatti di alcuni membri della struttura hanno dimostrato come essa avesse all’interno più livelli, compresi quelli che prevedevano una milizia di foreign fighters. Simili errori di valutazione possono costare molto caro alla sicurezza dei civili.
Un gran numero di islamici d’Occidente, presenti nei Paesi attaccati dalle cellule fondamentaliste, si dissociano, condannano, additano non solo i vari imam del terrore, ma le nazioni che li foraggiano e proteggono, come fa l’imam donna Ani Zonneveld, che intervistata ieri dal Corriere della sera afferma: “L’Occidente vincerà la battaglia contro il radicalismo islamico soltanto quando si dissocerà dall’Arabia Saudita che esporta questa ideologia violenta. Europa e Stati Uniti discutono di pace e sicurezza, dimenticando di essere complici dei sauditi da cui acquistano petrolio e a cui vendono armi”. La Zonneveld, che vive e predica a Los Angeles, ed è un personaggio sui generis nell’ambiente islamico per le sue posizioni progressiste e trasgressive (celebra matrimoni interreligiosi, etero e omosessuali), non aggiunge nulla di nuovo sul ruolo della monarchia saudita, dice semplicemente una verità risaputa da tutti noi. Però la ‘geopolitica del potere’ se ne infischia di quanto studiosi e teorici della convivenza denunciano e reclamano. I suoi interpreti, che sono i governanti delle nazioni in cui viviamo, piangono le vittime civili delle popolazioni che governano, condannano il jihadismo assassino poi continuano a tessere relazioni e affari coi sovrani che foraggiano i crimini fondamentalisti. Un circolo vizioso, che vede i potenti protetti e le genti usate come bersaglio. Perché le guerre asimmetriche volute e cercate dall’Isis fanno da contraltare alle invasioni e ai conflitti militari scatenati dalla Nato.
Su questo, le riflessioni pubblicate su La Repubblica del 19 agosto da parte di Tahar Ben Jelloun, propongono un richiamo a uno, non l’unico, argomento con cui il terrorismo fondamentalista rilancia la guerra all’Occidente. Scrive il saggista e poeta marocchino “... L’origine più vicina e più evidente risiede nell’invasione dell’Iraq da parte dell’esercito americano. Da quel funesto mese di marzo del 2003, quando George W. Bush ha infranto le leggi internazionali e ha agito mentendo e sostenendo di portare la democrazia al popolo iracheno, si è spalancata una porta ai soldati di Al Qaeda che hanno commesso attentati in tutto il mondo... La maggioranza dell’attuale esercito di Daesh è composta da militari iracheni che hanno scelto di seguire un ex prigioniero di Bush, Al Baghdadi, fondatore dello Stato Islamico... Se le istanze del Tribunale penale internazionale avessero giudicato George Bush per i crimini contro l’umanità che ha commesso lì, dove le sue truppe hanno rovinato la vita alla popolazione, forse queste tensioni e questi attentati sarebbero meno numerosi. Giudicare Bush sarebbe sicuramente stato percepito come un gesto di giustizia e pacificazione. Ma l’arroganza dell’America disprezza il Tribunale penale internazionale, che peraltro non ha mai riconosciuto”.
Considerazioni che si possono sottoscrivere finanche nelle virgole, ma che si scontrano con una realtà politica che vede i premier occidentali succubi dei piani strategici ed economici di chi siede alla Casa Bianca. Più inquietanti risultano le ulteriori considerazioni dello scrittore: “... La religione, anche e soprattutto mal compresa, raggiunge il sacrificio supremo, ulteriormente aumentato dalla morte degli innocenti. E’ impossibile entrare nella testa di chi pianifica i massacri: è blindata... Perciò ogni tentativo di combattere questo radicalismo è votato al fallimento: perché il terrorista e l’educatore non parlano la stessa lingua, non sono sullo stesso pianeta e non hanno nessun punto d’incontro... Il jihadista è in un tunnel e procede senza guardare né indietro né di lato... La lotta si rivela inutile perché la democrazia non è attrezzata per combattere questo nuovo tipo di terrorismo che la storia non ha mai conosciuto”.
Non è la “Sottomissione” di Houellebecq, capace peraltro di scatenare orgogli e pruriti di guerra di cui si nutre la strategia per nulla vincente, che già aveva partorito l’Enduring Freedom e che medita di rendere eterne occupazioni come in Afghanistan. Il pensiero dell’intellettuale marocchino è tragicamente amaro, non s’illude e non vuole illudere. Forse prende spunto proprio dalla “convincente” follìa del proclama lanciato il 22 settembre 2014 da Abu Mohammed al-Adnani. “… Oh Americani ed Europei, lo Stato Islamico non ha iniziato una guerra contro di voi, diversamente da quanto i vostri governi e i vostri media vogliono farvi credere. Siete stati voi ad aver iniziato l’offensiva e pertanto la colpa è vostra e pagherete un caro prezzo. Pagherete un caro prezzo quando le vostre economie collasseranno… Dunque, oh muwahhid, ovunque tu ti trovi, non mancare alla battaglia. Devi colpire i soldati, i sostenitori e le truppe dei tawāg- hīt. Colpisci i membri delle loro forze di polizia, di sicurezza e di intelligence, così come i loro agenti traditori. Distruggi i loro letti. Avvelena le loro vite e tienili impegnati… Uccidi il miscredente, sia costui civile o militare, per entrambi vale lo stesso giudizio: sono miscredenti … Riempi le loro strade di esplosivi. Attacca le loro basi. Fai irruzione nelle loro case. Taglia le loro teste. Non lasciare che si sentano al sicuro. Inseguili ovunque siano. Trasforma la loro vita mondana in paura e fiamme. Allontana le famiglie dalle proprie case, e in seguito falle esplodere…”. Col suo cupo richiamo Ben Jelloun legge fra le righe, oltre la truce retorica di questa propaganda. L’ipotetica battaglia contro il fondamentalismo ha bisogno di armi concettuali che esplodano nelle menti e nei cuori. Armi impugnate da una coalizione trasversale, interna al mondo islamico ed esterna a esso, che possano sradicare certe fanatiche convinzioni di morte, evitando di portare morte e facendosi forte d’un diverso ordine mondiale. Un sistema che, ahinoi, non esiste.
Questa è la cappa sotto cui siamo costretti a vivere.
Fonte
19/08/2017
Solo cerotti per Barcellona
Di nuovo a Barcellona è stata pagata un’altra rata degli interessi del capitalismo imperialista. Una rata di sangue di gente innocente che ha però pagato per debiti con la storia e la violenza fatti da altri, in particolare dai suoi cari governanti. ISIS, wahaBbIti assassini!
Certo, ma vediamo ancora una volta chi ha iniziato tutto questo: le radici sono così chiare, ma i peggiori media del millennio fanno di tutto per farcelo scordare.
Chi finanziava le madrase degli allora nascenti talebani in Afghanistan in ottica antisovietica? Al-Qaeda fu un prodotto di allevamento della CIA: quando Rambo 3 in Afghanistan combatteva coi talebani buoni contro i cattivissimi russi, ricordate? Ma non c’erano – a quei tempi – arabi LAICI?
Certamente, in grande quantità: ad esempio i palestinesi di Arafat erano allora laici, ma gli USA preferirono blindare il loro stato-gendarme Israele, uno stato confessionale cui non si poteva che contrapporre l’intifada.
Nel frattempo gli amici degli USA diventarono i peggiori stati fondamentalisti e con regime medioevale, come l’Arabia Saudita: queste non sono “feroci dittature”, no no, non importa, sono dei nostri compagni di merende.
Sauditi e CIA assieme, poi, finanziano e crescono i peggiori gruppi di terroristi jihadisti, “bravi ragazzi” con i quali si destabilizzano gli stati dell’area che erano laici e indipendenti: Iraq, Libia, Siria (appunto, laici e antiamericani), mandando avanti con le “rivoluzioni verdi” alcuni utili idioti democratici che – non avendo alcun seguito popolare – spariscono come neve al sole, lasciando spazio (e armi ricevute dagli americani) ai terroristi come ISIS.
Tutto calcolato. Altro che “sfuggita di mano”, Sora Clinton. È la vostra ben precisa strategia. Il bel risultato sono guerre che generano profughi e povertà: gli stupendi risultati di pace e benessere in Iraq, Libia e Siria sono sotto gli occhi di tutti.
Certo, basta che non siano occhi foderati di prosciutto, come quelli dei miserabili governi occidentali che prima accompagnano USA e CIA in queste criminali politiche di destabilizzazione, e poi guaiscono quando alcuni dei loro ex-protegé vengono a casa loro per ripagarli in parte con la stessa moneta.
Guerra e profughi, terrore del terrorismo sono i pilastri sui quali si reggono le economie e i governi occidentali: emergenza permanente che consente di metter da parte la loro incapacità, corruzione, responsabilità nel nome della “sicurezza”, della difesa della fortezza Europa.
Se la Russia interviene a rovinare la festa – come in Siria – allora si facciano sanzioni alla Russia: nessuno deve disturbare il banchetto!
Nel frattempo, i “migranti”, in realtà semplicemente gente in fuga dalle nostre guerre, vengono soccorrevolmente aiutati a invadere l’Europa, in modo da costituire un comodo esercito di schiavi lavoratori a basso costo per mantenere funzionanti le nostre assurde economie. Lo scopo è cancellare gli ultimi diritti rimasti ai lavoratori europei.
E poi le campagne buoniste dei radical chic, le femministosinistre per il burqa simbolo di libertà, costituiscono l’utile rumore di fondo. Petalosi inutili se non dannosi, che si accontentano di curare un tumore con un bell’impacco di aloe.
Gli immancabili destroidi invece sono impegnatissimi nella guerra tra poveri: quanto sono bastardi ‘sti islamici, e poi vogliono anche loro invadere il giardinetto della nostra villetta in Brianza coi nanetti.
Che sia tutto un finto quadretto in cartoncino: non tange il cervello afasico né dei destri fascioleghisti né degli pseudosinistri petalosi.
Sapete, la soluzione sarebbe facile:
– Ritiro immediato da tutto il medio Oriente, finendo di fomentare guerre e uccidere “per sicurezza” centinaia di migliaia di vittime e scatenare ondate immigratorie.
– Estendere i diritti dei lavoratori a TUTTI, stranieri e italiani. Le risorse ci sono, basta smettere di sperperare con le spese militari e imperialiste.
– Italia fuori da Ue e Nato,
– Fine dell’ingerenza in Palestina, boicottando totalmente ogni collaborazione con Israele.
Fonte
Certo, ma vediamo ancora una volta chi ha iniziato tutto questo: le radici sono così chiare, ma i peggiori media del millennio fanno di tutto per farcelo scordare.
Chi finanziava le madrase degli allora nascenti talebani in Afghanistan in ottica antisovietica? Al-Qaeda fu un prodotto di allevamento della CIA: quando Rambo 3 in Afghanistan combatteva coi talebani buoni contro i cattivissimi russi, ricordate? Ma non c’erano – a quei tempi – arabi LAICI?
Certamente, in grande quantità: ad esempio i palestinesi di Arafat erano allora laici, ma gli USA preferirono blindare il loro stato-gendarme Israele, uno stato confessionale cui non si poteva che contrapporre l’intifada.
Nel frattempo gli amici degli USA diventarono i peggiori stati fondamentalisti e con regime medioevale, come l’Arabia Saudita: queste non sono “feroci dittature”, no no, non importa, sono dei nostri compagni di merende.
Sauditi e CIA assieme, poi, finanziano e crescono i peggiori gruppi di terroristi jihadisti, “bravi ragazzi” con i quali si destabilizzano gli stati dell’area che erano laici e indipendenti: Iraq, Libia, Siria (appunto, laici e antiamericani), mandando avanti con le “rivoluzioni verdi” alcuni utili idioti democratici che – non avendo alcun seguito popolare – spariscono come neve al sole, lasciando spazio (e armi ricevute dagli americani) ai terroristi come ISIS.
Tutto calcolato. Altro che “sfuggita di mano”, Sora Clinton. È la vostra ben precisa strategia. Il bel risultato sono guerre che generano profughi e povertà: gli stupendi risultati di pace e benessere in Iraq, Libia e Siria sono sotto gli occhi di tutti.
Certo, basta che non siano occhi foderati di prosciutto, come quelli dei miserabili governi occidentali che prima accompagnano USA e CIA in queste criminali politiche di destabilizzazione, e poi guaiscono quando alcuni dei loro ex-protegé vengono a casa loro per ripagarli in parte con la stessa moneta.
Guerra e profughi, terrore del terrorismo sono i pilastri sui quali si reggono le economie e i governi occidentali: emergenza permanente che consente di metter da parte la loro incapacità, corruzione, responsabilità nel nome della “sicurezza”, della difesa della fortezza Europa.
Se la Russia interviene a rovinare la festa – come in Siria – allora si facciano sanzioni alla Russia: nessuno deve disturbare il banchetto!
Nel frattempo, i “migranti”, in realtà semplicemente gente in fuga dalle nostre guerre, vengono soccorrevolmente aiutati a invadere l’Europa, in modo da costituire un comodo esercito di schiavi lavoratori a basso costo per mantenere funzionanti le nostre assurde economie. Lo scopo è cancellare gli ultimi diritti rimasti ai lavoratori europei.
E poi le campagne buoniste dei radical chic, le femministosinistre per il burqa simbolo di libertà, costituiscono l’utile rumore di fondo. Petalosi inutili se non dannosi, che si accontentano di curare un tumore con un bell’impacco di aloe.
Gli immancabili destroidi invece sono impegnatissimi nella guerra tra poveri: quanto sono bastardi ‘sti islamici, e poi vogliono anche loro invadere il giardinetto della nostra villetta in Brianza coi nanetti.
Che sia tutto un finto quadretto in cartoncino: non tange il cervello afasico né dei destri fascioleghisti né degli pseudosinistri petalosi.
Sapete, la soluzione sarebbe facile:
– Ritiro immediato da tutto il medio Oriente, finendo di fomentare guerre e uccidere “per sicurezza” centinaia di migliaia di vittime e scatenare ondate immigratorie.
– Estendere i diritti dei lavoratori a TUTTI, stranieri e italiani. Le risorse ci sono, basta smettere di sperperare con le spese militari e imperialiste.
– Italia fuori da Ue e Nato,
– Fine dell’ingerenza in Palestina, boicottando totalmente ogni collaborazione con Israele.
Fonte
Attentato a Barcellona, perché dopo 13 anni la Spagna è tornata nel mirino
Attentato di Barcellona. L’analisi di Alberto Negri
L’attentato sulle Ramblas di Barcellona, una delle più celebri arterie metropolitane del mondo, il cuore della vita e della movida catalana, è sconvolgente ma non imprevedibile. Soprattutto se, come la rivendicazione dell’Isis fa pensare, venisse accreditata la matrice jihadista.
A parte gli avvertimenti veri o presunti della Cia alle autorità spagnole sulle possibilità di un attentato a Barcellona, la Spagna è da lungo tempo nel mirino. In Spagna sono stati arrestati 636 jihadisti dopo gli attentati ferroviari alla stazione di Madrid del marzo 2004 in cui rimasero uccise circa duecento persone e più duemila ferite. Al Qaeda e lo Stato Islamico hanno una rete di propaganda diffusa e penetrante con cui hanno reclutato diversi jihadisti per andare a combattere in Siria e in Iraq. Un recente studio dell’Instituto Elcano ha rilevato che dei 150 jihadisti arrestati in Spagna negli ultimi quattro anni 124 (l’81,6%) erano collegati allo Stato islamico e 26 (il 18,4%) ad Al Qaeda.
Non bisogna mai dimenticare che cosa significa la penisola iberica nell’immaginario del mondo musulmano sui cui puntano le organizzazioni terroristiche di matrice islamica: questo è Al Andalus, il nome che gli arabi hanno dato a quei territori della Spagna, del Portogallo e della Francia occupati dai conquistatori musulmani (conosciuti anche come Mori) dal 711 al 1492. Molti musulmani credono che i territori islamici perduti durante la riconquista cristiana della Spagna appartengano ancora al regno dell’Islam e i più radicali sostengono che la legge islamica dia loro il diritto di ristabilirvi la dominazione musulmana.
Un concetto che emerge in maniera molto chiara nei materiali di propaganda dell’Isis. «Riconquisteremo Al Andalus, col volere di Allah. O carissimo al-Andalus! Pensavi che ti avessimo dimenticato ma quale musulmano potrebbe dimenticare Cordoba e Toledo», si afferma in un video dello Stato islamico. In un opuscolo diffuso dallo Stato islamico si legge che dalla creazione dell’Inquisizione spagnola nel 1478, la Spagna «ha fatto di tutto per distruggere il Corano». Si dice poi che la Spagna ha torturato i musulmani e li ha bruciati vivi. Pertanto, secondo i jihadisti, «la Spagna è uno Stato criminale che usurpa la nostra terra». Il testo esorta esplicitamente i militanti al terrorismo e a «perlustrare rotte aeree e ferroviarie per compiere attentati».
Che un attentato fosse nell’aria lo confermano anche i recenti arresti in Spagna di jihadisti di origine marocchina, una cellula dell’Isis che agiva tra Palma di Maiorca, Madrid, la Gran Bretagna e la Germania. Uno degli arrestati si era recato in varie occasioni a Palma di Maiorca per avviare la struttura terroristica che avrebbe dovuto seminare il terrore nell’isola delle Baleari. Tre dei membri della cellula inoltre sono protagonisti come attori di un video di propaganda, pubblicato su un canale con oltre 12mila sottoscrittori, che mostra il processo di radicalizzazione di un giovane musulmano in Spagna che decide di andare a combattere in Siria. Ma questo non è stato certo l’unico caso. In primavera proprio a Barcellona erano stati arrestati alcuni jihadisti marocchini che erano presenti il 22 marzo 2016 a Bruxelles, nel giorno del duplice attentato dell’Isis all’aeroporto Zaventem e alla metro.
La Spagna tra l’altro è considerata dai gruppi jihadisti uno degli alleati degli americani nella lotta al terrorismo: presenti in Medio Oriente con le truppe in Iraq e in Libano, gli spagnoli hanno il loro fronte più vulnerabile nel Maghreb per la vicinanza geografica al Marocco e le enclave di Ceuta e Melilla, proprio nel territorio del regno alauita. Le statistiche sono abbastanza esplicite: oltre il 45% di tutti i jihadisti arrestati in Spagna è nato in Marocco, il 39% in Spagna e solo il 15% in altri Paesi. Consapevole della centralità della lotta al terrorismo il governo spagnolo nel 2014 ha persino avviato un’applicazione per smartphone, AlertCops, per coinvolgere i cittadini nella segnalazione alla polizia di sospetti jihadisti. Ma restano tutte le difficoltà da parte dei servizi di sicurezza di prevenire un attacco terroristico da parte di piccole cellule o di “lupi solitari”, come hanno dimostrato gli eventi di Parigi, Londra, Manchester, Nizza, Colonia, Berlino, Stoccolma. E ora la ferita del terrore insanguina Barcellona, su quella Rambla, lunga più di un chilometro, che collega Plaça de Catalunya al vecchio porto. Rambla, un nome che deriva proprio dall’arabo e che in queste ore segna un tragico destino.
Fonte
L’attentato sulle Ramblas di Barcellona, una delle più celebri arterie metropolitane del mondo, il cuore della vita e della movida catalana, è sconvolgente ma non imprevedibile. Soprattutto se, come la rivendicazione dell’Isis fa pensare, venisse accreditata la matrice jihadista.
A parte gli avvertimenti veri o presunti della Cia alle autorità spagnole sulle possibilità di un attentato a Barcellona, la Spagna è da lungo tempo nel mirino. In Spagna sono stati arrestati 636 jihadisti dopo gli attentati ferroviari alla stazione di Madrid del marzo 2004 in cui rimasero uccise circa duecento persone e più duemila ferite. Al Qaeda e lo Stato Islamico hanno una rete di propaganda diffusa e penetrante con cui hanno reclutato diversi jihadisti per andare a combattere in Siria e in Iraq. Un recente studio dell’Instituto Elcano ha rilevato che dei 150 jihadisti arrestati in Spagna negli ultimi quattro anni 124 (l’81,6%) erano collegati allo Stato islamico e 26 (il 18,4%) ad Al Qaeda.
Non bisogna mai dimenticare che cosa significa la penisola iberica nell’immaginario del mondo musulmano sui cui puntano le organizzazioni terroristiche di matrice islamica: questo è Al Andalus, il nome che gli arabi hanno dato a quei territori della Spagna, del Portogallo e della Francia occupati dai conquistatori musulmani (conosciuti anche come Mori) dal 711 al 1492. Molti musulmani credono che i territori islamici perduti durante la riconquista cristiana della Spagna appartengano ancora al regno dell’Islam e i più radicali sostengono che la legge islamica dia loro il diritto di ristabilirvi la dominazione musulmana.
Un concetto che emerge in maniera molto chiara nei materiali di propaganda dell’Isis. «Riconquisteremo Al Andalus, col volere di Allah. O carissimo al-Andalus! Pensavi che ti avessimo dimenticato ma quale musulmano potrebbe dimenticare Cordoba e Toledo», si afferma in un video dello Stato islamico. In un opuscolo diffuso dallo Stato islamico si legge che dalla creazione dell’Inquisizione spagnola nel 1478, la Spagna «ha fatto di tutto per distruggere il Corano». Si dice poi che la Spagna ha torturato i musulmani e li ha bruciati vivi. Pertanto, secondo i jihadisti, «la Spagna è uno Stato criminale che usurpa la nostra terra». Il testo esorta esplicitamente i militanti al terrorismo e a «perlustrare rotte aeree e ferroviarie per compiere attentati».
Che un attentato fosse nell’aria lo confermano anche i recenti arresti in Spagna di jihadisti di origine marocchina, una cellula dell’Isis che agiva tra Palma di Maiorca, Madrid, la Gran Bretagna e la Germania. Uno degli arrestati si era recato in varie occasioni a Palma di Maiorca per avviare la struttura terroristica che avrebbe dovuto seminare il terrore nell’isola delle Baleari. Tre dei membri della cellula inoltre sono protagonisti come attori di un video di propaganda, pubblicato su un canale con oltre 12mila sottoscrittori, che mostra il processo di radicalizzazione di un giovane musulmano in Spagna che decide di andare a combattere in Siria. Ma questo non è stato certo l’unico caso. In primavera proprio a Barcellona erano stati arrestati alcuni jihadisti marocchini che erano presenti il 22 marzo 2016 a Bruxelles, nel giorno del duplice attentato dell’Isis all’aeroporto Zaventem e alla metro.
La Spagna tra l’altro è considerata dai gruppi jihadisti uno degli alleati degli americani nella lotta al terrorismo: presenti in Medio Oriente con le truppe in Iraq e in Libano, gli spagnoli hanno il loro fronte più vulnerabile nel Maghreb per la vicinanza geografica al Marocco e le enclave di Ceuta e Melilla, proprio nel territorio del regno alauita. Le statistiche sono abbastanza esplicite: oltre il 45% di tutti i jihadisti arrestati in Spagna è nato in Marocco, il 39% in Spagna e solo il 15% in altri Paesi. Consapevole della centralità della lotta al terrorismo il governo spagnolo nel 2014 ha persino avviato un’applicazione per smartphone, AlertCops, per coinvolgere i cittadini nella segnalazione alla polizia di sospetti jihadisti. Ma restano tutte le difficoltà da parte dei servizi di sicurezza di prevenire un attacco terroristico da parte di piccole cellule o di “lupi solitari”, come hanno dimostrato gli eventi di Parigi, Londra, Manchester, Nizza, Colonia, Berlino, Stoccolma. E ora la ferita del terrore insanguina Barcellona, su quella Rambla, lunga più di un chilometro, che collega Plaça de Catalunya al vecchio porto. Rambla, un nome che deriva proprio dall’arabo e che in queste ore segna un tragico destino.
Fonte
Barcellona scuote tutti da un colpevole sogno
La dinamica dell’attacco terrorista a Barcellona è simile a quanto avvenuto in altre metropoli europee come Nizza o Londra ma lo scenario che apre è diverso e inquietante. Ad essere colpito è un paese del blocco occidentale, membro attivo e allineato della Nato ma non in prima fila nella “guerra sporca” scatenata negli ultimi anni in Medio Oriente da Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti. Una situazione più simile all’Italia fino al 2011 ma che adesso conferma come nessun paese – tantomeno quelli dell’Europa meridionale – possano considerarsi al di fuori della guerra globale asimmetrica in corso da anni.
L’Isis – o Daesh per gli arabi – ha rivendicato l’attentato di Barcellona coprendo così politicamente un attacco che sembra essere più essere il risultato di una pianificazione che il gesto di un “lupo solitario”. Era stato così anche per le stragi di Madrid, quasi quindici anni fa, che fecero 190 morti. La Spagna si interroga sul perché sia finita al centro del mirino ma le risposte che riesce a darsi non sono esaurienti.
Spagna e Italia, sono diventate (loro malgrado) la prima linea di “ascari” con cui il blocco occidentale – e l’Unione Europea in particolare – si scontra con l’ebollizione sociale e demografica del sud del mondo. Gli spostamenti di profughi causati dalle guerre, dalla dissoluzione degli Stati esistenti provocata e ottenuta dagli interventi occidentali, da siccità o insopportabilità delle condizioni di vita sono enormi, e solo in minima parte riescono a raggiungere le coste settentrionali dell’Africa per cercare di passare in Europa. Ma è proprio qui che si trovano di fronte il muro costruito da Spagna e Italia. Più consolidato il primo, più recente il secondo.
Per la Spagna il compito è facilitato dalla sopravvivenza di due enclave coloniali a Ceuta e Melilla sulla costa africana. L’Italia ha invece riempito il mare e le coste libiche con un blocco navale, ed ora terrestre, con il compito di fermare chi fugge, con ogni mezzo e senza alcuna remora morale sui mezzi adottati. Tutti i testimoni scomodi sono stati allontanati.
Questo mondo dunque va sempre visto da diverse prospettive per ricavarne una sintesi attendibile. In Spagna e in Italia si chiede e si vuole che il mondo di sotto venga fermato lì dove sta e senza scrupoli. Il mondo di sotto guarda gli Stati europei e ne vede ormai solo i muri, le navi, gli accordi indicibili con regimi o signori della guerra che fanno il lavoro sporco in cambio di soldi. Sembra uno dei romanzi distopici di Valerio Evangelisti, ma è la realtà.
In questo contesto agiscono le organizzazioni jihadiste che hanno gioco facile nell’indicare nei paesi europei la causa dei mali che affliggono Africa e Medio Oriente. L’Isis ha spesso richiamato anche la riconquista di El Andalus, cioè della Spagna conquistata e vissuta dai musulmani per più di sette secoli.
Ma la guerra ha bisogno delle sue vittime e le vittime non possono che essere i civili che affollano le metropoli europee come le coste africane o i barconi con cui cercano di lasciarsele alle spalle.
Quando scriviamo che le guerre sono le vostre ma i morti sono i nostri, intendiamo descrivere e denunciare una realtà ben visibile ma occultata dai governi e dai loro apparati ideologici (di stato e “privati”). E’ dal 1991 che le potenze occidentali hanno sistematicamente disgregato gli equilibri esistenti nel sud del mondo per poterne trarne vantaggi in termini di risorse, controllo della forza lavoro, creazione di paradisi esclusivi per il turismo d’elite e di massa. Avevano sperato che potesse essere un gioco facile, una asimmetria gestibile anche con repentini cambi di alleanze, con finanziamenti a geometria variabile e – quando necessario – interventi militari di maggiore o minore rilievo.
Se mettiamo in fila Iraq, Somalia, Sudan, Eritrea, Etiopia, Mali, Repubblica Centroafricana, Ghana, Burkina Faso, Sierra Leone, Liberia, Costa D’Avorio, Ciad ed infine Libia e Siria, troveremo nella storia recente di questi paesi la pesante traccia del tallone di ferro lasciata da francesi, britannici, italiani, spagnoli, statunitensi.
I network della jihad giocano una doppia partita: una contro l’occidente, l’altra interna. Quest’ultima vede in particolare l’ambizione dell’Isis e di Al Qaida ad essere la vera guida della jihad globale del XXI Secolo. Entrambe prima alimentate dalle potenze occidentali, poi combattute, in un gioco di alleanze a geometria variabile che produce più risentimenti che stabilità.
Al Qaida appare più strutturata e con maggiore esperienza. La sua rete, nonostante i colpi subiti, ha maggiore dimestichezza anche nel colpire i territori metropolitani delle potenze coloniali. L’Isis ha tentato la carta della statualizzazione del Califfato, dandogli anche una strutturazione territoriale a cavallo tra Iraq e Siria. Entrambe usano i mass media e il terrore come arma di combattimento, producendo effetti non troppo dissimili dai bombardamenti missilistici o aerei delle potenze occidentali sui paesi del Medio Oriente o africani. Il terrore è terrore, e a pagarne le conseguenze sono soprattutto i civili, innocenti ma ritenuti sempre meno inconsapevoli dai due eserciti contrapposti.
Infine, ma non per importanza, c’è la domanda che tutti si pongono da ieri pomeriggio: se hanno colpito Barcellona quando toccherà all’Italia? E su questo occorre ammettere che l’attentato terroristico di Barcellona ha risvegliato molti dal sogno in cui si stavano cullando. Il non voler sapere, vedere, sentire quanto sta accadendo e accadrà nel Mediterraneo o sulle coste libiche, per rimuovere dalla nostra esistenza quotidiana una realtà che ha tirato fuori il peggio dalla società italiana, sia a livello istituzionale che nel senso comune popolare.
Ma la guerra c’è. Non è stata dichiarata con documenti consegnati da seriosi ambasciatori, ma c’è ed agisce concretamente, inaspettatamente, seminando il terrore che prova ogni popolazione coinvolta in una guerra quando avviene sul proprio territorio. Occorre solo decidere se la via d’uscita è quella indicata dal governo e da Minniti o un'alternativa globale euromediterranea, che non può che fare a meno della subalternità all’Unione Europea e alla Nato. Il Trattato di Dublino sull’immigrazione e il carattere aggressivo della Nato ce li hanno spacciati sempre come un rafforzativi della sicurezza del paese.
I fatti ci dicono invece che sono proprio essi la causa della crescente insicurezza.
Fonte
L’Isis – o Daesh per gli arabi – ha rivendicato l’attentato di Barcellona coprendo così politicamente un attacco che sembra essere più essere il risultato di una pianificazione che il gesto di un “lupo solitario”. Era stato così anche per le stragi di Madrid, quasi quindici anni fa, che fecero 190 morti. La Spagna si interroga sul perché sia finita al centro del mirino ma le risposte che riesce a darsi non sono esaurienti.
Spagna e Italia, sono diventate (loro malgrado) la prima linea di “ascari” con cui il blocco occidentale – e l’Unione Europea in particolare – si scontra con l’ebollizione sociale e demografica del sud del mondo. Gli spostamenti di profughi causati dalle guerre, dalla dissoluzione degli Stati esistenti provocata e ottenuta dagli interventi occidentali, da siccità o insopportabilità delle condizioni di vita sono enormi, e solo in minima parte riescono a raggiungere le coste settentrionali dell’Africa per cercare di passare in Europa. Ma è proprio qui che si trovano di fronte il muro costruito da Spagna e Italia. Più consolidato il primo, più recente il secondo.
Per la Spagna il compito è facilitato dalla sopravvivenza di due enclave coloniali a Ceuta e Melilla sulla costa africana. L’Italia ha invece riempito il mare e le coste libiche con un blocco navale, ed ora terrestre, con il compito di fermare chi fugge, con ogni mezzo e senza alcuna remora morale sui mezzi adottati. Tutti i testimoni scomodi sono stati allontanati.
Questo mondo dunque va sempre visto da diverse prospettive per ricavarne una sintesi attendibile. In Spagna e in Italia si chiede e si vuole che il mondo di sotto venga fermato lì dove sta e senza scrupoli. Il mondo di sotto guarda gli Stati europei e ne vede ormai solo i muri, le navi, gli accordi indicibili con regimi o signori della guerra che fanno il lavoro sporco in cambio di soldi. Sembra uno dei romanzi distopici di Valerio Evangelisti, ma è la realtà.
In questo contesto agiscono le organizzazioni jihadiste che hanno gioco facile nell’indicare nei paesi europei la causa dei mali che affliggono Africa e Medio Oriente. L’Isis ha spesso richiamato anche la riconquista di El Andalus, cioè della Spagna conquistata e vissuta dai musulmani per più di sette secoli.
Ma la guerra ha bisogno delle sue vittime e le vittime non possono che essere i civili che affollano le metropoli europee come le coste africane o i barconi con cui cercano di lasciarsele alle spalle.
Quando scriviamo che le guerre sono le vostre ma i morti sono i nostri, intendiamo descrivere e denunciare una realtà ben visibile ma occultata dai governi e dai loro apparati ideologici (di stato e “privati”). E’ dal 1991 che le potenze occidentali hanno sistematicamente disgregato gli equilibri esistenti nel sud del mondo per poterne trarne vantaggi in termini di risorse, controllo della forza lavoro, creazione di paradisi esclusivi per il turismo d’elite e di massa. Avevano sperato che potesse essere un gioco facile, una asimmetria gestibile anche con repentini cambi di alleanze, con finanziamenti a geometria variabile e – quando necessario – interventi militari di maggiore o minore rilievo.
Se mettiamo in fila Iraq, Somalia, Sudan, Eritrea, Etiopia, Mali, Repubblica Centroafricana, Ghana, Burkina Faso, Sierra Leone, Liberia, Costa D’Avorio, Ciad ed infine Libia e Siria, troveremo nella storia recente di questi paesi la pesante traccia del tallone di ferro lasciata da francesi, britannici, italiani, spagnoli, statunitensi.
I network della jihad giocano una doppia partita: una contro l’occidente, l’altra interna. Quest’ultima vede in particolare l’ambizione dell’Isis e di Al Qaida ad essere la vera guida della jihad globale del XXI Secolo. Entrambe prima alimentate dalle potenze occidentali, poi combattute, in un gioco di alleanze a geometria variabile che produce più risentimenti che stabilità.
Al Qaida appare più strutturata e con maggiore esperienza. La sua rete, nonostante i colpi subiti, ha maggiore dimestichezza anche nel colpire i territori metropolitani delle potenze coloniali. L’Isis ha tentato la carta della statualizzazione del Califfato, dandogli anche una strutturazione territoriale a cavallo tra Iraq e Siria. Entrambe usano i mass media e il terrore come arma di combattimento, producendo effetti non troppo dissimili dai bombardamenti missilistici o aerei delle potenze occidentali sui paesi del Medio Oriente o africani. Il terrore è terrore, e a pagarne le conseguenze sono soprattutto i civili, innocenti ma ritenuti sempre meno inconsapevoli dai due eserciti contrapposti.
Infine, ma non per importanza, c’è la domanda che tutti si pongono da ieri pomeriggio: se hanno colpito Barcellona quando toccherà all’Italia? E su questo occorre ammettere che l’attentato terroristico di Barcellona ha risvegliato molti dal sogno in cui si stavano cullando. Il non voler sapere, vedere, sentire quanto sta accadendo e accadrà nel Mediterraneo o sulle coste libiche, per rimuovere dalla nostra esistenza quotidiana una realtà che ha tirato fuori il peggio dalla società italiana, sia a livello istituzionale che nel senso comune popolare.
Ma la guerra c’è. Non è stata dichiarata con documenti consegnati da seriosi ambasciatori, ma c’è ed agisce concretamente, inaspettatamente, seminando il terrore che prova ogni popolazione coinvolta in una guerra quando avviene sul proprio territorio. Occorre solo decidere se la via d’uscita è quella indicata dal governo e da Minniti o un'alternativa globale euromediterranea, che non può che fare a meno della subalternità all’Unione Europea e alla Nato. Il Trattato di Dublino sull’immigrazione e il carattere aggressivo della Nato ce li hanno spacciati sempre come un rafforzativi della sicurezza del paese.
I fatti ci dicono invece che sono proprio essi la causa della crescente insicurezza.
Fonte
23/03/2017
Attentato a Londra, l’arma della normalità
Nella strategia della morte che l’Isis rivolge ai cittadini occidentali, avviata con gli attentati spettacolari di Parigi nel novembre 2015 e proseguita l’anno scorso all’aeroporto di Bruxelles e poi a Promenade des Anglais di Nizza, al mercatino antistante Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche di Berlino e ancora al “Reina club” di Istanbul, traspare una sorta di evoluzione dell’attacco in due elementi chiave: l’attentatore e l’arma letale. E’ ormai noto il messaggio che il califfo Al Baghdadi, la mente o una delle menti dell’assalto all’Occidente, ha lanciato ai fedeli del Jihad: usare qualsiasi mezzo capace di seminare morte per punire gli infedeli. Così ordigni, camion, coltelli, kalashnikov possono tutti servire allo scopo, come mille altri strumenti. Tant’è che temendo il “plastico” inserito in un pc portatile, le sicurezze americana e britannica iniziano a vietare il trasporto in cabina di questi apparecchi (e sfugge perché li si ammetta in stiva). La via del terrore scelta dall’offensiva jihadista nel cuore dell’Occidente ha, dunque, la forza di utilizzare gli elementi della vita normale per praticare la propria guerra. Inoltre sta diversificando le figure di attentatore.
Alla cellula aggregata e protetta nel quartiere d’immigrazione, com’era il caso del sobborgo di Molenbeek, va sempre più inserendo il “lupo solitario”, spesso un marginale indottrinato in carcere dalla rete dei reclutatori com’era Mohammed Lahouaiej-Bouhel, che nella festa di Francia azzerò ottantadue vite. Oppure Anis Amri, il “camionista” di Berlino fuggito in Italia e freddato mentre s’aggirava davanti la stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni. Insomma il miliziano potrà essere un tiratore esperto come Abdulgadir Masharipov, l’uzbeko che nella notte di Capodanno ha rovesciato vari caricatori sugli avventori dell’esclusivo locale sul Bosforo, o adattarsi a colpire con qualsiasi cosa, utilizzando l’unica arma imprevedibile contro cui le Intelligence non possono nulla: l’adesione alla ‘guerra santa’. Taluni commentatori vedono nella tipologia dello strumento d’offesa utilizzato una debolezza dei terroristi, evidenziano le difficoltà nel procurarsi quel materiale (ordigni esplosivi) che aveva caratterizzato le stragi qaediste del 2005 a Londra e Madrid. Merito – sostengono – del lavoro dei Servizi. E così sarà.
Eppure ciò che destabilizza il cittadino medio delle metropoli europee, e l’intero sistema che gli gira attorno e nel quale è inghiottito, è proprio la banale normalità con cui si presenta la nuova frontiera di attentati. Assolutamente imprevedibili perché scaturiti da quel che c’è nella nostra quotidianità. La mente perversa di Al Baghdadi (o chi per lui) avrà pure partorito il topolino, ma è questo che tiene in scacco le Intelligence che pur si vantano di studiare e prevenire ogni azione. Dall’11 settembre (2001... ricordiamocelo sempre... nd Re-Carbonized) francamente non si sa chi abbia fatto più strada... Certo quella che potrebbe disattivare la citata arma letale che è la scelta della ‘guerra santa’ viene meticolosamente aggirata da parlamenti e governi occidentali, che verso il mondo islamico nel suo insieme, alzano muri e controffensive come se si stesse davvero all’epoca di Saladino e Riccardo Cuor di Leone. Così ci si perde fra ipotesi di soluzioni tecniche e militari e competizioni ideologico-confessionali fra civiltà che fanno la gioia dei predicatori salafiti e di chi nell’Islam cerca potere. Con simili presupposti ai reclutatori del Jihad i kamikaze non mancheranno. Quanto all’arma basta guardarsi attorno: il quotidiano è un bazar fornitissimo per la morte.
Fonte
Alla cellula aggregata e protetta nel quartiere d’immigrazione, com’era il caso del sobborgo di Molenbeek, va sempre più inserendo il “lupo solitario”, spesso un marginale indottrinato in carcere dalla rete dei reclutatori com’era Mohammed Lahouaiej-Bouhel, che nella festa di Francia azzerò ottantadue vite. Oppure Anis Amri, il “camionista” di Berlino fuggito in Italia e freddato mentre s’aggirava davanti la stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni. Insomma il miliziano potrà essere un tiratore esperto come Abdulgadir Masharipov, l’uzbeko che nella notte di Capodanno ha rovesciato vari caricatori sugli avventori dell’esclusivo locale sul Bosforo, o adattarsi a colpire con qualsiasi cosa, utilizzando l’unica arma imprevedibile contro cui le Intelligence non possono nulla: l’adesione alla ‘guerra santa’. Taluni commentatori vedono nella tipologia dello strumento d’offesa utilizzato una debolezza dei terroristi, evidenziano le difficoltà nel procurarsi quel materiale (ordigni esplosivi) che aveva caratterizzato le stragi qaediste del 2005 a Londra e Madrid. Merito – sostengono – del lavoro dei Servizi. E così sarà.
Eppure ciò che destabilizza il cittadino medio delle metropoli europee, e l’intero sistema che gli gira attorno e nel quale è inghiottito, è proprio la banale normalità con cui si presenta la nuova frontiera di attentati. Assolutamente imprevedibili perché scaturiti da quel che c’è nella nostra quotidianità. La mente perversa di Al Baghdadi (o chi per lui) avrà pure partorito il topolino, ma è questo che tiene in scacco le Intelligence che pur si vantano di studiare e prevenire ogni azione. Dall’11 settembre (2001... ricordiamocelo sempre... nd Re-Carbonized) francamente non si sa chi abbia fatto più strada... Certo quella che potrebbe disattivare la citata arma letale che è la scelta della ‘guerra santa’ viene meticolosamente aggirata da parlamenti e governi occidentali, che verso il mondo islamico nel suo insieme, alzano muri e controffensive come se si stesse davvero all’epoca di Saladino e Riccardo Cuor di Leone. Così ci si perde fra ipotesi di soluzioni tecniche e militari e competizioni ideologico-confessionali fra civiltà che fanno la gioia dei predicatori salafiti e di chi nell’Islam cerca potere. Con simili presupposti ai reclutatori del Jihad i kamikaze non mancheranno. Quanto all’arma basta guardarsi attorno: il quotidiano è un bazar fornitissimo per la morte.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)


