Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/11/2025
Al Qaeda entra alla Casa Bianca
Un quarto di secolo dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle e l’avvio della “guerra infinita contro il terrorismo” (slogan di George W. Bush), Al Qaeda entra col tappeto rosso alla Casa Bianca.
Ieri l’ex “terrorista” Al Jolani, tornato al suo vero nome – Ahmed al-Shara – è stato ricevuto da Donald Trump nello studio ovale in qualità di presidente della “nuova Siria”, dopo la fuga di Assad.
Solo 11 mesi fa Al Jolani – già sulla poltrona più alta di Damasco – era ancora inseguito con una taglia da 10 milioni di dollari stanziata proprio dagli Stati Uniti in quanto capo riconosciuto dell’ala siriana di Al Qaeda, che aveva organizzato su incarico di Al Baghdadi (poi ucciso in Iraq).
Il suo nome è stato cancellato dalla lista ufficiale dei “terroristi” solo pochi giorni fa, quando stava in pratica salendo sull’aereo per gli Stati Uniti (dove peraltro era già stato senza problemi, parlando all’Onu).
Prima dell’ingresso alla Casa Bianca, come propaganda vuole, Al Jolani si è anche fatto riprendere mentre finge di giocare a basket insieme ai generali Brad Cooper (capo del Comando Centrale degli Stati Uniti) e Kevin Lambert (comandante della coalizione internazionale anti-ISIS in Iraq), che per anni gli avevano ufficialmente “dato la caccia”, ma in realtà lo avevano rifornito e finanziato – insieme ad Erdogan – come pilastro della destabilizzazione del regime alawita, sostenuto dalla Russia.
L’incontro sembra confermare le voci secondo cui si starebbero da qualche tempo svolgendo negoziati USA-Siria per stabilire una presenza aerea all’aeroporto internazionale di Damasco, per aiutare a monitorare il corridoio Israele-Siria. Evidente il vantaggio reciproco: l’aeronautica statunitense guadagna una base importante e il nuovo regime siriano incassa una polizza assicurativa contro possibili nuovi attacchi israeliani (Tel Aviv non segue pedissequamente la diplomazia Usa e continua a bombardare chi vuole).
Garanzia ballerina, certo, come è stato dimostrato di recente con l’attacco israeliano in Qatar, dove pure c’è una grandissima base statunitense, poco prima del “cessate il fuoco” a Gaza, nel fallito tentativo di eliminare la delegazione di Hamas ai negoziati (una specialità esclusiva dei sionisti: far fuori quelli con cui si sta discutendo di “pace”).
Le foto dell’incontro, in ogni caso, dimostrano che la definizione di “terrorista” è sempre stata un’etichetta altamente elastica, da affibbiare – o togliere – ai “nemici”. Poi, quando per qualche motivo, ri-diventano “alleati”... scurdammece o’ passato.
È appena il caso di ricordare che Al Qaeda – fondata da Osama Bin Laden con finanziamenti sauditi e statunitensi per condurre la guerra anti-sovietica in Afghanistan negli anni '80 – era diventata ad un certo punto il “nemico esistenziale” di Washington e dell’Occidente, giustificando così l’intervento militare in Afghanistan (per venti anni, fino alla ingloriosa fuga da Kabul) e in molti altri paesi musulmani.
Ma niente è per sempre. Ascoltare i cronisti italioti chiamare ora l’esperienza passata di Al Jolani come quella di un “guerrigliero”, non ha prezzo...
Fonte
31/12/2024
L'eredità di Jimmy Carter
Il 29 dicembre l'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter è morto all'età di 100 anni, quasi 44 anni dopo aver terminato il suo mandato nel gennaio 1981.
Dopo essersi laureato all'Accademia navale degli Stati Uniti nel 1946, Carter fu in servizio attivo nella Marina dal 1946 al 1953, prima di prestare servizio nelle riserve dal 1953 al 1961.
Una delle eredità più durature di Carter come presidente fu l'inizio del coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Afghanistan, con la sua amministrazione che ha supervisionato l’armamento e l’addestramento dei ribelli islamici contro il governo alleato dei sovietici nel paese dal 1978, aprendo la strada all’ascesa dei talebani e di Al Qaeda e provocando Mosca a lanciare una costosa campagna militare per sostenere il governo afghano contro la minaccia jihadista.
La strategia di destabilizzare i partner strategici di Mosca attraverso il sostegno ai gruppi islamici fondamentalisti sarebbe diventata un punto fermo della politica del blocco occidentale nei decenni successivi, inclusa la Jugoslavia negli anni ’90 e la Siria negli anni 2010 e 2020, in entrambi i casi con grande successo.
L'amministrazione Carter segnò anche l'inizio di relazioni ostili tra gli Stati Uniti e l'Iran, in seguito al rovesciamento della dinastia iraniana Pahlavi nel 1979 e alla formazione di una Repubblica islamica, con la Casa Bianca che formò una stretta partnership strategica con il nuovo governo iracheno del presidente Saddam Hussein che invase l'Iran nel 1980. Da allora le relazioni tra Washington e Teheran sono rimaste di basso livello, con l'anno 2024 che ha visto di gran lunga la più grande serie di scontri armati tra gli Stati Uniti e le risorse missilistiche e aeree iraniane nella storia.
Un'eredità meno nota dell'amministrazione Carter è che fu la prima a rivelare al mondo lo sviluppo di bombardieri stealth per l'aeronautica degli Stati Uniti. Il 22 agosto 1980 l’esistenza della tecnologia stealth fu annunciata dal Segretario alla Difesa Harold Brown, che dichiarò: “Non è troppo presto per dire che renderemo i sistemi di difesa aerea esistenti sostanzialmente inefficaci, ciò altera significativamente l’equilibrio militare”.
La decisione di annunciare lo sviluppo della nuova tecnologia è stata considerata una risposta alle critiche rivolte alla decisione dell'amministrazione nel suo primo anno di mandato di annullare lo sviluppo del bombardiere supersonico B-1, citata dagli oppositori politici per sostenere che il presidente Carter era compromettente per le difese americane.
La modernizzazione delle difese aeree sovietiche, tuttavia, aveva reso gli aerei come il B-1 progettati per penetrare nello spazio aereo del Patto di Varsavia effettivamente obsoleti, con l’amministrazione Carter che invece stanziò fondi per sviluppare il caccia d’attacco F-117 e il bombardiere strategico B-2. Entrambi questi programmi hanno aperto la strada a capacità stealth avanzate che hanno reso i velivoli più resistenti in guerra.
Sebbene Carter possa essere ricordato soprattutto per le azioni della sua amministrazione in Afghanistan, dove furono sperimentati metodi offensivi nuovi e altamente non convenzionali, il fatto che le capacità stealth siano oggi sinonimo di aerei da combattimento con equipaggio all'avanguardia rende la sua amministrazione significativa per aver portato le tecnologie attraverso i loro primi test di volo e in fasi di produzione in serie nell'ambito del programma F-117 in particolare.
Fonte
Dopo essersi laureato all'Accademia navale degli Stati Uniti nel 1946, Carter fu in servizio attivo nella Marina dal 1946 al 1953, prima di prestare servizio nelle riserve dal 1953 al 1961.
Una delle eredità più durature di Carter come presidente fu l'inizio del coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Afghanistan, con la sua amministrazione che ha supervisionato l’armamento e l’addestramento dei ribelli islamici contro il governo alleato dei sovietici nel paese dal 1978, aprendo la strada all’ascesa dei talebani e di Al Qaeda e provocando Mosca a lanciare una costosa campagna militare per sostenere il governo afghano contro la minaccia jihadista.
La strategia di destabilizzare i partner strategici di Mosca attraverso il sostegno ai gruppi islamici fondamentalisti sarebbe diventata un punto fermo della politica del blocco occidentale nei decenni successivi, inclusa la Jugoslavia negli anni ’90 e la Siria negli anni 2010 e 2020, in entrambi i casi con grande successo.
L'amministrazione Carter segnò anche l'inizio di relazioni ostili tra gli Stati Uniti e l'Iran, in seguito al rovesciamento della dinastia iraniana Pahlavi nel 1979 e alla formazione di una Repubblica islamica, con la Casa Bianca che formò una stretta partnership strategica con il nuovo governo iracheno del presidente Saddam Hussein che invase l'Iran nel 1980. Da allora le relazioni tra Washington e Teheran sono rimaste di basso livello, con l'anno 2024 che ha visto di gran lunga la più grande serie di scontri armati tra gli Stati Uniti e le risorse missilistiche e aeree iraniane nella storia.
Un'eredità meno nota dell'amministrazione Carter è che fu la prima a rivelare al mondo lo sviluppo di bombardieri stealth per l'aeronautica degli Stati Uniti. Il 22 agosto 1980 l’esistenza della tecnologia stealth fu annunciata dal Segretario alla Difesa Harold Brown, che dichiarò: “Non è troppo presto per dire che renderemo i sistemi di difesa aerea esistenti sostanzialmente inefficaci, ciò altera significativamente l’equilibrio militare”.
La decisione di annunciare lo sviluppo della nuova tecnologia è stata considerata una risposta alle critiche rivolte alla decisione dell'amministrazione nel suo primo anno di mandato di annullare lo sviluppo del bombardiere supersonico B-1, citata dagli oppositori politici per sostenere che il presidente Carter era compromettente per le difese americane.
La modernizzazione delle difese aeree sovietiche, tuttavia, aveva reso gli aerei come il B-1 progettati per penetrare nello spazio aereo del Patto di Varsavia effettivamente obsoleti, con l’amministrazione Carter che invece stanziò fondi per sviluppare il caccia d’attacco F-117 e il bombardiere strategico B-2. Entrambi questi programmi hanno aperto la strada a capacità stealth avanzate che hanno reso i velivoli più resistenti in guerra.
Sebbene Carter possa essere ricordato soprattutto per le azioni della sua amministrazione in Afghanistan, dove furono sperimentati metodi offensivi nuovi e altamente non convenzionali, il fatto che le capacità stealth siano oggi sinonimo di aerei da combattimento con equipaggio all'avanguardia rende la sua amministrazione significativa per aver portato le tecnologie attraverso i loro primi test di volo e in fasi di produzione in serie nell'ambito del programma F-117 in particolare.
Fonte
09/12/2024
I jihadisti ex Al Qaeda e i mercenari di Erdogan non sono Robin Hood
di Fulvio Scaglione
Il primo tra tutti i principi della scienza è nominare le cose. Perché dar loro un giusto nome vuol dire farle esistere e creare l’ordine. Ed è talmente vero che “ricevere un nome” è una delle grandi ricompense che Dio offre a coloro che “rispettano il diritto e fanno ciò che è retto”: “Io darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che varranno più di figli e di figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più” (Isaia, 56,5).
Un posto e un nome: yad vaShem, che non a caso è la denominazione del Memoriale della Shoah sul Monte della Memoria, a Gerusalemme.
E quindi c’è qualcosa di profondamente ingannevole e blasfemo, anche se parliamo di politica, nell’uso distorto di certe parole. Per esempio: com’è possibile definire “ribelli” i jihadisti di Heyet Tahrir al-Shams, eredi diretti di Al Qaeda, finanziati dalla petromonarchie del Golfo Persico, cioè da rigide autocrazie islamiche?
O i miliziani addestrati e finanziati dalla Turchia, oggi raccolti sotto la sigla di Fronte di liberazione nazionale dopo essere stati, ai primordi della guerra civile siriana, l’Esercito libero siriano?
Ribelli a chi? A cosa? Nemici di Bashar al-Assad di sicuro. Ma agli ordini di sceicchi ed emiri e del Rais turco Recep Tayyep Erdogan. Da un autocrate all’altro, insomma. In più, nella maggior parte non sono siriani: turchi, ceceni, tunisini, sauditi, tutto tranne che siriani. Lo stesso Al Julani, il capo di Heyet Tahrir al-Shams, è nato a Ryad, capitale dell’Arabia Saudita.
Quindi basta chiamarli “ribelli”, che sa di Robin Hood o di partigiani. Questo è un branco di fanatici e mercenari, null’altro. E così devono essere chiamati, qualunque sia il giudizio che diamo alle diverse parti in causa.
E lo stesso discorso andrebbe fatto per i famosi “volontari” stranieri che combattono nelle file dell’esercito ucraino. Anche qui, non c’entra nulla annacquare il ragionamento col mantra dell’aggressore e dell’aggredito. Non è questioni di ragioni e di torti.
Gli uomini della Legione internazionale di difesa dell’Ucraina (questo il nome ufficiale, di solito abbreviato in Legione straniera) dovrebbero essere circa 20 mila, secondo le stime ufficiali. E tra loro non mancherà di certo una quota di volontari. Ma se uno va a vedere le biografie dei morti (i vivi non amano raccontarsi) scopre che quasi tutti i georgiani, per esempio, non sono certo alla prima esperienza: nel curriculum di combattenti hanno magari la Cecenia e l’Ossetia del Sud.
Come si campa facendo il soldato “volontario”? E se uno continua a guardare, nota che tra i caduti della Legione sono molti, certo la maggioranza, i ragazzi arrivati dall’America Latina. Certo, è consolante pensare che in Ecuador e in Colombia ci siano tante persone che hanno così a cuore le sorti dell’Ucraina da attraversare il mondo e rischiare la vita per difenderla. Ma è anche credibile?
Lo diciamo per l’ennesima volta, per i duri d’orecchi: non è questione di questo o di quello, di ragione o di torto. È questione del modo in cui raccontiamo il mondo. O, magari, del modo in cui NON lo raccontiamo. Nella speranza che prima o poi i nostri desideri diventino realtà.
Fonte
Il primo tra tutti i principi della scienza è nominare le cose. Perché dar loro un giusto nome vuol dire farle esistere e creare l’ordine. Ed è talmente vero che “ricevere un nome” è una delle grandi ricompense che Dio offre a coloro che “rispettano il diritto e fanno ciò che è retto”: “Io darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che varranno più di figli e di figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più” (Isaia, 56,5).
Un posto e un nome: yad vaShem, che non a caso è la denominazione del Memoriale della Shoah sul Monte della Memoria, a Gerusalemme.
E quindi c’è qualcosa di profondamente ingannevole e blasfemo, anche se parliamo di politica, nell’uso distorto di certe parole. Per esempio: com’è possibile definire “ribelli” i jihadisti di Heyet Tahrir al-Shams, eredi diretti di Al Qaeda, finanziati dalla petromonarchie del Golfo Persico, cioè da rigide autocrazie islamiche?
O i miliziani addestrati e finanziati dalla Turchia, oggi raccolti sotto la sigla di Fronte di liberazione nazionale dopo essere stati, ai primordi della guerra civile siriana, l’Esercito libero siriano?
Ribelli a chi? A cosa? Nemici di Bashar al-Assad di sicuro. Ma agli ordini di sceicchi ed emiri e del Rais turco Recep Tayyep Erdogan. Da un autocrate all’altro, insomma. In più, nella maggior parte non sono siriani: turchi, ceceni, tunisini, sauditi, tutto tranne che siriani. Lo stesso Al Julani, il capo di Heyet Tahrir al-Shams, è nato a Ryad, capitale dell’Arabia Saudita.
Quindi basta chiamarli “ribelli”, che sa di Robin Hood o di partigiani. Questo è un branco di fanatici e mercenari, null’altro. E così devono essere chiamati, qualunque sia il giudizio che diamo alle diverse parti in causa.
E lo stesso discorso andrebbe fatto per i famosi “volontari” stranieri che combattono nelle file dell’esercito ucraino. Anche qui, non c’entra nulla annacquare il ragionamento col mantra dell’aggressore e dell’aggredito. Non è questioni di ragioni e di torti.
Gli uomini della Legione internazionale di difesa dell’Ucraina (questo il nome ufficiale, di solito abbreviato in Legione straniera) dovrebbero essere circa 20 mila, secondo le stime ufficiali. E tra loro non mancherà di certo una quota di volontari. Ma se uno va a vedere le biografie dei morti (i vivi non amano raccontarsi) scopre che quasi tutti i georgiani, per esempio, non sono certo alla prima esperienza: nel curriculum di combattenti hanno magari la Cecenia e l’Ossetia del Sud.
Come si campa facendo il soldato “volontario”? E se uno continua a guardare, nota che tra i caduti della Legione sono molti, certo la maggioranza, i ragazzi arrivati dall’America Latina. Certo, è consolante pensare che in Ecuador e in Colombia ci siano tante persone che hanno così a cuore le sorti dell’Ucraina da attraversare il mondo e rischiare la vita per difenderla. Ma è anche credibile?
Lo diciamo per l’ennesima volta, per i duri d’orecchi: non è questione di questo o di quello, di ragione o di torto. È questione del modo in cui raccontiamo il mondo. O, magari, del modo in cui NON lo raccontiamo. Nella speranza che prima o poi i nostri desideri diventino realtà.
Fonte
02/08/2022
Afghanistan - Drone Usa uccide al-Zawahiri
Il presidente statunitense, Joe Biden, ha annunciato nella serata di ieri che sabato scorso, 30 luglio, gli Stati Uniti hanno effettuato un attacco aereo in Afghanistan, uccidendo Ayman al Zawahiri, il leader di Al Qaeda e braccio destro di Osama bin Laden.
Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha definito l’attacco con droni in cui è morto il leader di Al Qaeda, Ayman al Zawahiri, una violazione dei “principi internazionali” e dell’accordo di Doha del 2020 sul ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan.
In un comunicato stampa diffuso sul suo profilo Twitter, Mujahid precisa che l’attacco con droni è avvenuto nella zona di Shirpur, a Kabul.
L’intelligence Usa aveva localizzato il leader di Al Qaeda quest’anno, dopo che si era spostato a Kabul, in Afghanistan, per riunirsi con i suoi familiari.
“Dopo attente valutazioni e verifiche, ho autorizzato la sua eliminazione: l’operazione è stata un successo, senza vittime tra i suoi familiari o altri civili”, ha affermato Biden.
Secondo la Casa Bianca Al Zawahiri era stato direttamente coinvolto nell’organizzazione dell’11 settembre e di dozzine di altri attacchi, compresi i bombardamenti delle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania. Dopo l’uccisione di Osama Bin Laden da parte di un commando Usa, al Zawahiri è subentrato al suo posto come leader di Al Qaeda.
L’esercizio della vendetta da parte degli Stati Uniti rischia adesso di aver dato un calcio ad un vespaio. Al Qaida da tempo ha sospeso gli attacchi contro strutture o individui statunitensi riconfigurando la sua attività su scenari come il Sahel e, parzialmente, contendendo spazio politico all’Isis tra Iraq e Siria. Ucciderne il leader dopo 21 anni dagli attacchi alle Torri Gemelle potrà essere motivo di soddisfazione per lo spirito vendicativo degli Usa ma rischia di riattivare reti dormienti e nemici ormai sopiti.
Una scelta a metà tra l’arroganza e la stupidità, insomma una scelta caratteristica degli Stati Uniti.
Fonte
Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha definito l’attacco con droni in cui è morto il leader di Al Qaeda, Ayman al Zawahiri, una violazione dei “principi internazionali” e dell’accordo di Doha del 2020 sul ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan.
In un comunicato stampa diffuso sul suo profilo Twitter, Mujahid precisa che l’attacco con droni è avvenuto nella zona di Shirpur, a Kabul.
L’intelligence Usa aveva localizzato il leader di Al Qaeda quest’anno, dopo che si era spostato a Kabul, in Afghanistan, per riunirsi con i suoi familiari.
“Dopo attente valutazioni e verifiche, ho autorizzato la sua eliminazione: l’operazione è stata un successo, senza vittime tra i suoi familiari o altri civili”, ha affermato Biden.
Secondo la Casa Bianca Al Zawahiri era stato direttamente coinvolto nell’organizzazione dell’11 settembre e di dozzine di altri attacchi, compresi i bombardamenti delle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania. Dopo l’uccisione di Osama Bin Laden da parte di un commando Usa, al Zawahiri è subentrato al suo posto come leader di Al Qaeda.
L’esercizio della vendetta da parte degli Stati Uniti rischia adesso di aver dato un calcio ad un vespaio. Al Qaida da tempo ha sospeso gli attacchi contro strutture o individui statunitensi riconfigurando la sua attività su scenari come il Sahel e, parzialmente, contendendo spazio politico all’Isis tra Iraq e Siria. Ucciderne il leader dopo 21 anni dagli attacchi alle Torri Gemelle potrà essere motivo di soddisfazione per lo spirito vendicativo degli Usa ma rischia di riattivare reti dormienti e nemici ormai sopiti.
Una scelta a metà tra l’arroganza e la stupidità, insomma una scelta caratteristica degli Stati Uniti.
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19/09/2021
La Turchia arma al-Qaeda
L'esercito turco ha fornito per quasi un decennio armamenti avanzati ai gruppi ribelli islamisti che operano sul suolo siriano contro e dal 2017 è emerso come protettore delle milizie legate ad Al Qaeda che governano la provincia di Idlib vicino al confine turco. Idlib è emersa come la più grande roccaforte di Al Qaeda che il mondo abbia visto negli ultimi 20 anni, sin dall'invasione dell'Afghanistan guidata dagli Stati Uniti nel settembre 2001, ed è stata un palcoscenico per molteplici attacchi terroristici agli insediamenti nel nord della Siria. I principali scontri per il controllo di Idlib si sono verificati da gennaio a marzo 2020 a seguito dell'offensiva dell'esercito arabo siriano. Sebbene le forze governative siano riuscite a guadagnare terreno, la Turchia ha lanciato un massiccio intervento militare per sostenere i gruppi jihadisti, compreso il supporto tattico di propri ufficiali e la fornitura di sistemi missilistici terra-aria portatili a corto raggio. Le difese aeree degli jihadisti hanno subito perdite considerevoli a causa degli attacchi aerei russi lanciati a sostegno delle forze governative siriane, che nel frattempo hanno ucciso diversi ufficiali turchi.
La Turchia sembra abbia intensificato i suoi sforzi per rafforzare le difese aeree jihadiste, con il trasferimento di almeno tre batterie di sistemi MIM-23 Hawk di fabbricazione americana. L'Hawk è ampiamente considerato obsoleto e risale al 1960, con la variante migliorata entrata in servizio ne 1972. Considerando le rigide restrizioni sull'uso delle sue attrezzature di difesa aerea, la Turchia potrebbe aver richiesto il permesso degli Stati Uniti per trasferire i sistemi missilistici ai militanti sotto la sua protezione. L'Improved Hawk ha un raggio di ingaggio di 45 km e potrebbe rappresentare una minaccia in particolare per i vecchi velivoli siriani come il MiG-21BiS o il MiG-23B che hanno contromisure di guerra elettronica obsolete. Sebbene questi velivoli siano in grado di volare al di sopra dell'altitudine di ingaggio massima del sistema Hawk, ciò ridurrebbe significativamente la precisione dei loro bombardamenti. Aerei più moderni, come i Su-34 della Russia, potrebbero essere schierati per sopprimere le difese aeree nemiche ed aprire la strada a attacchi più sicuri da parte dei jet siriani. Il sistema Hawk rappresenta tuttavia un importante miglioramento delle difese aeree militanti e una considerevole escalation nel conflitto.
Fonte
La Turchia sembra abbia intensificato i suoi sforzi per rafforzare le difese aeree jihadiste, con il trasferimento di almeno tre batterie di sistemi MIM-23 Hawk di fabbricazione americana. L'Hawk è ampiamente considerato obsoleto e risale al 1960, con la variante migliorata entrata in servizio ne 1972. Considerando le rigide restrizioni sull'uso delle sue attrezzature di difesa aerea, la Turchia potrebbe aver richiesto il permesso degli Stati Uniti per trasferire i sistemi missilistici ai militanti sotto la sua protezione. L'Improved Hawk ha un raggio di ingaggio di 45 km e potrebbe rappresentare una minaccia in particolare per i vecchi velivoli siriani come il MiG-21BiS o il MiG-23B che hanno contromisure di guerra elettronica obsolete. Sebbene questi velivoli siano in grado di volare al di sopra dell'altitudine di ingaggio massima del sistema Hawk, ciò ridurrebbe significativamente la precisione dei loro bombardamenti. Aerei più moderni, come i Su-34 della Russia, potrebbero essere schierati per sopprimere le difese aeree nemiche ed aprire la strada a attacchi più sicuri da parte dei jet siriani. Il sistema Hawk rappresenta tuttavia un importante miglioramento delle difese aeree militanti e una considerevole escalation nel conflitto.
Fonte
14/09/2021
L’11 settembre dell’Arabia Saudita
La pubblicazione da parte dell’amministrazione Biden del primo di una serie di documenti riservati sul possibile coinvolgimento dell’Arabia Saudita negli attentati dell’11 settembre 2001 è stata accolta in generale come un non evento che confermerebbe l’estraneità di Riyadh dai fatti che due decenni fa hanno inaugurato la “guerra al terrore”. In realtà, il quadro che ne esce, anche se per ora molto parziale, appare più sfumato e, in ogni caso, dell’iniziativa della Casa Bianca devono essere valutate anche le implicazioni geo-politiche, soprattutto per quel che riguarda l’evoluzione dei rapporti tra Washington e il regno wahhabita.
Il documento di 16 pagine declassificato qualche giorno fa risale al 4 aprile del 2016 e alimenta quanto meno ulteriori dubbi sul ruolo saudita negli attacchi. Ciò sembra oggettivamente il massimo che ci si poteva attendere, dal momento che, al di là delle effettive responsabilità, era impensabile la diffusione di materiale segreto che avrebbe puntato il dito per i fatti dell’11 settembre direttamente ai vertici di uno degli alleati più importanti degli Stati Uniti.
Le circostanze descritte nel documento si riferiscono a un’indagine dell’FBI denominata “ENCORE” e, in particolare, in esso vengono analizzate testimonianze, movimenti e contatti del presunto agente segreto saudita Omar al-Bayoumi. Le attività sospette di quest’ultimo erano di dominio pubblico da tempo, ma la recente rivelazione voluta da Biden conferma come il cittadino saudita fosse appunto oggetto di un’indagine ufficiale per la sua condotta nei mesi precedenti l’attentato. Secondo la versione ufficiale, Bayoumi era uno studente della State University di San Diego con incarichi presso il consolato saudita di Los Angeles. Le sue spese negli USA erano sostenute dal ministero della Difesa del suo paese, per il quale aveva lavorato.
In California, Bayoumi aveva aiutato finanziariamente e logisticamente due dei dirottatori dell’11 settembre, Nawaf al-Hazmi e Khalid al Mihdhar, quando erano giunti a Los Angeles. I due cittadini sauditi erano a bordo del Boeing 757 partito dall’aeroporto Dulles di Washington e schiantato contro l’edificio del Pentagono, uccidendo tutti i 64 passeggeri e 125 persone nell’edificio.
Dal documento si evince inoltre che l’imam saudita assegnato al consolato di Los Angeles, Fahad al-Thumairy, si era mosso anch’egli per assistere i due futuri terroristi, i quali avrebbero poi soggiornato provvisoriamente nell’abitazione di un informatore dell’FBI. Sia Bayoumi sia Thumairy avevano avuto altri rapporti con membri di al-Qaeda ed entrambi avrebbero poi lasciato gli Stati Uniti poco prima degli attentati. Alcuni di questi legami erano già stati individuati dall’indagine della commissione speciale del Congresso USA sull’11 settembre, ma ciò che era emerso in quel caso erano relazioni occasionali o fortuite, mentre l’indagine del “Bureau” ricostruiva uno schema fatto di molteplici contatti e telefonate.
La recente pubblicazione dovrebbe essere seguita da altre nelle prossime settimane ed è il frutto di un decreto firmato a inizio mese dal presidente Biden, ufficialmente in risposta alle richieste e alle cause legali intentate dalle associazioni dei famigliari delle vittime dell’11 settembre. Queste ultime denunciano da tempo i moltissimi punti oscuri degli eventi accaduti nel 2001 e chiedono al governo di mettere a disposizione tutto il materiale relativo alle possibili responsabilità del regime saudita.
Il primo documento appena pubblicato contiene comunque molti omissis e lo stesso decreto presidenziale stabilisce la possibilità di negare la pubblicazione di informazioni particolarmente sensibili per la sicurezza nazionale. Questa eccezione farà in modo che non ci saranno rivelazioni esplosive che coinvolgano direttamente la casa regnante saudita, tanto che essa stessa aveva emesso recentemente un comunicato ufficiale per chiedere la pubblicazione di tutte le informazioni in mano americana, così da mettere a tacere ogni sospetto nei confronti di Riyadh.
Resta però il fatto che già il materiale appena pubblicato rappresenta una prima ammissione ufficiale del collegamento tra individui legati alle strutture di governo di questo paese e gli attentatori. È significativo a questo proposito che praticamente tutti i media “mainstream” americani si siano affrettati già dai titoli dei loro articoli sulla vicenda a minimizzare la portata delle rivelazioni, mettendo subito in chiaro come non siano emerse prove certe di collegamenti tra l’Arabia Saudita e i terroristi dell’11 settembre dal documento dell’FBI.
I famigliari delle vittime degli attentati hanno accolto invece la pubblicazione in maniera diametralmente opposta, facendo notare in modo del tutto legittimo come, quanto meno, le loro accuse nei confronti del regime saudita abbiano trovato un qualche appiglio nell’indagine dell’FBI. Soprattutto, le nuove informazioni non permettono di chiudere il discorso sul coinvolgimento saudita, ma alimentano gli interrogativi e sollecitano ulteriori approfondimenti.
A questo aspetto della questione ha fatto probabilmente riferimento il commento di un legale dei famigliari delle vittime, secondo il quale “il documento, assieme alle prove di dominio pubblico raccolte finora, fornisce un modello di come al-Qaeda operava sul territorio americano con l’appoggio attivo e deliberato del governo saudita”. La sensibilità di queste informazioni è difficile da sopravvalutare, poiché vanno a toccare una delle priorità strategiche degli Stati Uniti – l’alleanza con l’Arabia Saudita – e nello specifico aprono scenari clamorosi per via dei legami strettissimi tra le agenzie di intelligence dei due paesi.
In altre parole, l’accostamento, in parte confermato dal documento recentemente pubblicato, tra gli individui oggetto di indagine, entrati in relazione con alcuni dei dirottatori, e i servizi sauditi o la CIA e l’FBI, rende difficilmente credibile l’ipotesi che l’intelligence americana fosse del tutto all’oscuro dei movimenti in corso e dei piani allo studio per colpire gli Stati Uniti. Allo stesso modo, continua a essere per nulla convincente la tesi dell’involontaria incapacità di mettere assieme le informazioni a disposizione per fermare l'operazione, vuoi per mancanza di risorse o per semplice incompetenza.
Altri commentatori e analisti hanno inoltre giudicato impossibile il coinvolgimento saudita nei fatti dell’11 settembre semplicemente perché non avrebbe avuto senso la partecipazione in un evento che, se fossero emerse le responsabilità, avrebbe messo a rischio l’alleanza con Washington. Anche in questo caso fanno testo gli interrogativi rilevati in precedenza. Le circostanze scottanti vedono implicati non solo elementi sauditi ma, più o meno tangenzialmente, anche agenzie governative americane, così che, volendo portare il ragionamento alle estreme conseguenze, l’eventuale responsabilità anche solo del mancato intervento per fermare il complotto, non sarebbe solo di Riyadh ma anche di Washington. Tenendo presente inoltre che l’attacco al World Trade Center e al Pentagono è stata la giustificazione per lanciare guerre programmate da tempo che rispondevano agli obiettivi strategici di gran parte della classe dirigente americana.
La vicenda è in definitiva più complessa di quanto appaia o di come la stia trattando la stampa ufficiale. Ciò si collega anche a un altro risvolto dell’iniziativa di Biden, ovvero che la de-classificazione dei documenti riservati sull’11 settembre può essere utilizzata come una strumento a proprio favore nel quadro del riassetto in corso delle relazioni con Riyadh. In particolare, potrebbe essere l’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman (MBS), l’obiettivo della Casa Bianca. Già lo scorso febbraio, l’amministrazione democratica aveva diffuso un documento riservato che metteva in imbarazzo quello che viene ritenuto il vero detentore del potere a Riyadh, vale a dire un rapporto dell’intelligence che collegava MBS al brutale assassinio nel 2018 del giornalista-dissidente Jamal Khashoggi all’interno del consolato saudita di Istanbul.
I segnali di freddezza tra i due alleati sono stati numerosi dopo l’insediamento di Biden e sembrano riflettere la revisione in atto delle politiche mediorientali americane. Proprio dei giorni scorsi è ad esempio la notizia del ritiro dei più avanzati sistemi di difesa missilistici USA dal territorio del regno, proprio mentre quest’ultimo è esposto all’intensificarsi degli attacchi aerei dei “ribelli” Houthis dello Yemen, dove i sauditi sono invischiati in un sanguinoso conflitto.
Molti giornali hanno ricondotto le decisioni di Biden alle simpatie di MBS per Trump, ma in gioco ci sono fattori di portata più ampia. Una delle questioni attorno alle quali Stati Uniti e Arabia Saudita divergono è l’approccio diplomatico all’Iran, scartato da Trump e rimesso in piedi invece dal suo successore. I rapporti con Teheran non esauriscono però la questione delle frizioni tra i due alleati, anche perché lo stesso regno wahhabita ha condotto negli ultimi mesi svariati round di colloqui con la Repubblica Islamica per ristabilire le relazioni diplomatiche.
Decisamente più rilevanti sono piuttosto le ansie di Washington per la conduzione della politica estera saudita da parte di MBS, il quale da tempo punta a diversificare le relazioni del suo paese in ambito energetico, economico e anche militare. Questo obiettivo ha portato alla costruzione di rapporti piuttosto solidi e con prospettive di ulteriori miglioramenti con Russia e Cina. Proprio questi nuovi scenari potrebbero dunque avere spinto l’amministrazione Biden ad aumentare le pressioni su Riyadh, al punto che, secondo alcune teorie, l’obiettivo di Washington sarebbe quello di ottenere dal sovrano saudita Salman la modifica della linea di successione al trono per sostituire Mohammed bin Salman con un membro della famiglia reale maggiormente gradito agli Stati Uniti.
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Il documento di 16 pagine declassificato qualche giorno fa risale al 4 aprile del 2016 e alimenta quanto meno ulteriori dubbi sul ruolo saudita negli attacchi. Ciò sembra oggettivamente il massimo che ci si poteva attendere, dal momento che, al di là delle effettive responsabilità, era impensabile la diffusione di materiale segreto che avrebbe puntato il dito per i fatti dell’11 settembre direttamente ai vertici di uno degli alleati più importanti degli Stati Uniti.
Le circostanze descritte nel documento si riferiscono a un’indagine dell’FBI denominata “ENCORE” e, in particolare, in esso vengono analizzate testimonianze, movimenti e contatti del presunto agente segreto saudita Omar al-Bayoumi. Le attività sospette di quest’ultimo erano di dominio pubblico da tempo, ma la recente rivelazione voluta da Biden conferma come il cittadino saudita fosse appunto oggetto di un’indagine ufficiale per la sua condotta nei mesi precedenti l’attentato. Secondo la versione ufficiale, Bayoumi era uno studente della State University di San Diego con incarichi presso il consolato saudita di Los Angeles. Le sue spese negli USA erano sostenute dal ministero della Difesa del suo paese, per il quale aveva lavorato.
In California, Bayoumi aveva aiutato finanziariamente e logisticamente due dei dirottatori dell’11 settembre, Nawaf al-Hazmi e Khalid al Mihdhar, quando erano giunti a Los Angeles. I due cittadini sauditi erano a bordo del Boeing 757 partito dall’aeroporto Dulles di Washington e schiantato contro l’edificio del Pentagono, uccidendo tutti i 64 passeggeri e 125 persone nell’edificio.
Dal documento si evince inoltre che l’imam saudita assegnato al consolato di Los Angeles, Fahad al-Thumairy, si era mosso anch’egli per assistere i due futuri terroristi, i quali avrebbero poi soggiornato provvisoriamente nell’abitazione di un informatore dell’FBI. Sia Bayoumi sia Thumairy avevano avuto altri rapporti con membri di al-Qaeda ed entrambi avrebbero poi lasciato gli Stati Uniti poco prima degli attentati. Alcuni di questi legami erano già stati individuati dall’indagine della commissione speciale del Congresso USA sull’11 settembre, ma ciò che era emerso in quel caso erano relazioni occasionali o fortuite, mentre l’indagine del “Bureau” ricostruiva uno schema fatto di molteplici contatti e telefonate.
La recente pubblicazione dovrebbe essere seguita da altre nelle prossime settimane ed è il frutto di un decreto firmato a inizio mese dal presidente Biden, ufficialmente in risposta alle richieste e alle cause legali intentate dalle associazioni dei famigliari delle vittime dell’11 settembre. Queste ultime denunciano da tempo i moltissimi punti oscuri degli eventi accaduti nel 2001 e chiedono al governo di mettere a disposizione tutto il materiale relativo alle possibili responsabilità del regime saudita.
Il primo documento appena pubblicato contiene comunque molti omissis e lo stesso decreto presidenziale stabilisce la possibilità di negare la pubblicazione di informazioni particolarmente sensibili per la sicurezza nazionale. Questa eccezione farà in modo che non ci saranno rivelazioni esplosive che coinvolgano direttamente la casa regnante saudita, tanto che essa stessa aveva emesso recentemente un comunicato ufficiale per chiedere la pubblicazione di tutte le informazioni in mano americana, così da mettere a tacere ogni sospetto nei confronti di Riyadh.
Resta però il fatto che già il materiale appena pubblicato rappresenta una prima ammissione ufficiale del collegamento tra individui legati alle strutture di governo di questo paese e gli attentatori. È significativo a questo proposito che praticamente tutti i media “mainstream” americani si siano affrettati già dai titoli dei loro articoli sulla vicenda a minimizzare la portata delle rivelazioni, mettendo subito in chiaro come non siano emerse prove certe di collegamenti tra l’Arabia Saudita e i terroristi dell’11 settembre dal documento dell’FBI.
I famigliari delle vittime degli attentati hanno accolto invece la pubblicazione in maniera diametralmente opposta, facendo notare in modo del tutto legittimo come, quanto meno, le loro accuse nei confronti del regime saudita abbiano trovato un qualche appiglio nell’indagine dell’FBI. Soprattutto, le nuove informazioni non permettono di chiudere il discorso sul coinvolgimento saudita, ma alimentano gli interrogativi e sollecitano ulteriori approfondimenti.
A questo aspetto della questione ha fatto probabilmente riferimento il commento di un legale dei famigliari delle vittime, secondo il quale “il documento, assieme alle prove di dominio pubblico raccolte finora, fornisce un modello di come al-Qaeda operava sul territorio americano con l’appoggio attivo e deliberato del governo saudita”. La sensibilità di queste informazioni è difficile da sopravvalutare, poiché vanno a toccare una delle priorità strategiche degli Stati Uniti – l’alleanza con l’Arabia Saudita – e nello specifico aprono scenari clamorosi per via dei legami strettissimi tra le agenzie di intelligence dei due paesi.
In altre parole, l’accostamento, in parte confermato dal documento recentemente pubblicato, tra gli individui oggetto di indagine, entrati in relazione con alcuni dei dirottatori, e i servizi sauditi o la CIA e l’FBI, rende difficilmente credibile l’ipotesi che l’intelligence americana fosse del tutto all’oscuro dei movimenti in corso e dei piani allo studio per colpire gli Stati Uniti. Allo stesso modo, continua a essere per nulla convincente la tesi dell’involontaria incapacità di mettere assieme le informazioni a disposizione per fermare l'operazione, vuoi per mancanza di risorse o per semplice incompetenza.
Altri commentatori e analisti hanno inoltre giudicato impossibile il coinvolgimento saudita nei fatti dell’11 settembre semplicemente perché non avrebbe avuto senso la partecipazione in un evento che, se fossero emerse le responsabilità, avrebbe messo a rischio l’alleanza con Washington. Anche in questo caso fanno testo gli interrogativi rilevati in precedenza. Le circostanze scottanti vedono implicati non solo elementi sauditi ma, più o meno tangenzialmente, anche agenzie governative americane, così che, volendo portare il ragionamento alle estreme conseguenze, l’eventuale responsabilità anche solo del mancato intervento per fermare il complotto, non sarebbe solo di Riyadh ma anche di Washington. Tenendo presente inoltre che l’attacco al World Trade Center e al Pentagono è stata la giustificazione per lanciare guerre programmate da tempo che rispondevano agli obiettivi strategici di gran parte della classe dirigente americana.
La vicenda è in definitiva più complessa di quanto appaia o di come la stia trattando la stampa ufficiale. Ciò si collega anche a un altro risvolto dell’iniziativa di Biden, ovvero che la de-classificazione dei documenti riservati sull’11 settembre può essere utilizzata come una strumento a proprio favore nel quadro del riassetto in corso delle relazioni con Riyadh. In particolare, potrebbe essere l’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman (MBS), l’obiettivo della Casa Bianca. Già lo scorso febbraio, l’amministrazione democratica aveva diffuso un documento riservato che metteva in imbarazzo quello che viene ritenuto il vero detentore del potere a Riyadh, vale a dire un rapporto dell’intelligence che collegava MBS al brutale assassinio nel 2018 del giornalista-dissidente Jamal Khashoggi all’interno del consolato saudita di Istanbul.
I segnali di freddezza tra i due alleati sono stati numerosi dopo l’insediamento di Biden e sembrano riflettere la revisione in atto delle politiche mediorientali americane. Proprio dei giorni scorsi è ad esempio la notizia del ritiro dei più avanzati sistemi di difesa missilistici USA dal territorio del regno, proprio mentre quest’ultimo è esposto all’intensificarsi degli attacchi aerei dei “ribelli” Houthis dello Yemen, dove i sauditi sono invischiati in un sanguinoso conflitto.
Molti giornali hanno ricondotto le decisioni di Biden alle simpatie di MBS per Trump, ma in gioco ci sono fattori di portata più ampia. Una delle questioni attorno alle quali Stati Uniti e Arabia Saudita divergono è l’approccio diplomatico all’Iran, scartato da Trump e rimesso in piedi invece dal suo successore. I rapporti con Teheran non esauriscono però la questione delle frizioni tra i due alleati, anche perché lo stesso regno wahhabita ha condotto negli ultimi mesi svariati round di colloqui con la Repubblica Islamica per ristabilire le relazioni diplomatiche.
Decisamente più rilevanti sono piuttosto le ansie di Washington per la conduzione della politica estera saudita da parte di MBS, il quale da tempo punta a diversificare le relazioni del suo paese in ambito energetico, economico e anche militare. Questo obiettivo ha portato alla costruzione di rapporti piuttosto solidi e con prospettive di ulteriori miglioramenti con Russia e Cina. Proprio questi nuovi scenari potrebbero dunque avere spinto l’amministrazione Biden ad aumentare le pressioni su Riyadh, al punto che, secondo alcune teorie, l’obiettivo di Washington sarebbe quello di ottenere dal sovrano saudita Salman la modifica della linea di successione al trono per sostituire Mohammed bin Salman con un membro della famiglia reale maggiormente gradito agli Stati Uniti.
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11/09/2021
11 settembre 2001 - L’attacco al cuore degli Stati Uniti
I giornali della mattina dell’11 settembre 2001 aprivano con titoli allarmati sulla crisi finanziaria in corso a seguito della fine del boom a Wall Street della Net Economy (basata sui titoli tecnologici) e dell’onda lunga della crisi in Argentina.
Intorno alle prime ore della mattina dell’11 settembre alcuni aerei vengono dirottati sui cieli statunitensi e si lanciano sul Pentagono e sul World Trade Center (le torri gemelle), un quarto non riesce a gettarsi sulla Casa Bianca perché viene abbattuto prima.
Lo shock per le autorità e l’opinione pubblica statunitense e internazionale è totale. Il cuore economico e militare degli Usa erano stati colpiti, il primo con danni devastanti e migliaia di vittime. Per gli Stati Uniti alle prese con un drammatico dibattito interno sui rischi del proprio declino, l’attacco subìto suona un campanello d’allarme all’ennesima potenza.
Nel gennaio 2001 George Bush jr. si era insediato alla Casa Bianca per il suo primo e contestato mandato. Gli Usa, con uno scenario simile a quello che abbiamo visto tra Trump e Biden, erano rimasti immobilizzati per settimane dopo le elezioni presidenziali per il sospetto di brogli elettorali in Florida a danno dello sfidante Al Gore.
A ridosso delle elezioni presidenziali, un gruppo di analisti, commentatori, politologi conservatori, aveva reso noto il PNAC (Progetto per un nuovo secolo americano) nel quale metteva in guardia gli Usa dai rischi del venire meno della loro supremazia sul mondo e rinnovava l’esortazione – già espressa in un documento analogo del 1992 – ad evitare con ogni mezzo l’emersione di potenze rivali che potessero competere con gli Stati Uniti.
Mentre Wall Street contava le perdite in Borsa, soprattutto del Nasdaq, a maggio del 2001, per la prima volta gli Stati Uniti erano stati esclusi dalla Commissione per i diritti umani dell’Onu. A giugno un missile statunitense lanciato contro l’Iraq aveva ucciso 22 civili colpendo un campo di calcio. A luglio a Genova, le manifestazioni che contestavano il vertice del G8 erano state represse con una mattanza da parte della polizia che era finita sulle televisioni di tutto il mondo. Nessuno sentiva l’esigenza di ricordare che l’11 settembre di ventotto anni prima gli Usa avevano rovesciato il governo cileno di Allende con un colpo di stato.
Qualche giorno prima dell’11settembre 2001, a Durban, in Sudafrica, gli Usa, Israele e qualche paese europeo avevano ritirato le loro delegazioni dalla Conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo per le pesanti critiche a Israele emerse nei documenti. Critiche che inevitabilmente si estendevano quasi naturalmente agli Stati Uniti e che avevano visto in prima fila sia i governi che le Ong arabe e africane. La polemica internazionale era stata durissima e gli strascichi ne erano ancora leggibili.
L’11 settembre quattro nuclei di militanti di Al Qaida danno vita al secondo attacco militare contro il territorio degli Stati Uniti dopo quello di Pearl Harbour da parte del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale. Dirottano quattro aerei e colpiscono New York e Washington.
Su questi attentati, negli anni, siamo andati spesso in controtendenza rispetto alle tesi che sostengono che l’11 settembre sia stato “organizzato dalla Cia”. Se non si possono affatto escludere i buchi lasciati aperti dall’eccesso di sicurezza o dalla rivalità tra le varie agenzie di intelligence statunitensi, abbiamo però ritenuto che la tesi “dell’auto-attentato” fosse sia consolatoria che fuorviante.
Consolatoria perché pensare che sia stata tutta opera della Cia o di un auto-attentato ci risparmia da ogni sforzo di analisi ulteriore. Fuorviante proprio perché ha negato sin dall’inizio che un gruppo di “arabi” potesse sfidare e colpire il cuore della maggiore superpotenza mondiale.
Eppure, proprio negli anni precedenti e, come abbiamo visto anche alla vigilia dell’11 settembre, era visibile che dentro le borghesie arabo-islamiche stesse maturando in alcuni settori l’ambizione a contare di più in Medio Oriente e nel mondo, e che di fronte allo stop imposto dagli Usa a tali ambizioni questi settori abbiano cercato di portarle alla luce con degli attentati clamorosi e per certi versi epocali nel cuore dell’imperialismo egemone.
Se è vero che proprio nel nuovo millennio siamo passati nella fase storica della competizione globale, del relativo declino dell’egemonia Usa e della ridefinizione dei rapporti internazionali, diventa difficile escludere che queste ambizioni ci siano e che in parte fossero quelle rese già visibili al mondo dal commando che realizzò gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti.
Chi erano e cosa rappresentavano ad esempio gli attentatori dell’11 settembre? Non certo un gruppo di disperati o di “martiri” provenienti dai campi profughi. “Troppo spesso descritte esclusivamente come tradizionali e conservatrici, le società arabe e musulmane sono comunque cambiate in questo quarto di secolo” sostiene un autorevole osservatore come Alberto Negri.
“Non si spiega altrimenti il fatto che i jihadisti coinvolti nelle operazioni di Al Quaeda siano borghesi istruiti con basi tecniche e scientifiche secolari. Il terrorismo islamico, come molti suoi predecessori in Occidente, è un’attività borghese”.
Ma come è nato questo “embrione di classe dirigente” nel mondo arabo-islamico? E di quali mezzi dispone?
Per rispondere a tali domande, dobbiamo porci le stesse domande che si sono posti centinaia di “rampolli” delle élite nei paesi arabi e islamici a metà degli anni Novanta.
Si tratta della crème delle nuove generazioni delle petromonarchie del Golfo, ma anche di ricchi rampolli egiziani, algerini, giordani, pakistani. Alcuni di loro hanno già combattuto in Afghanistan ma anche in Bosnia e nella prima guerra in Cecenia, spesso lo hanno fatto fianco a fianco con istruttori militari statunitensi o di paesi della Nato dai quali hanno imparato molti trucchi della “guerra sporca”. Esattamente come accaduto successivamente in Siria con molti miliziani dell’Isis.
Sono istruiti perché in molti casi hanno studiato nelle università USA o nei college inglesi. Sono ricchi perché la Jihad Corporation dispone dei miliardi di dollari delle istituzioni finanziarie islamiche.
Una parte di questa élite ha anche realizzato una delle principali e più riuscite operazioni di omogeneizzazione culturale del mondo arabo-islamico dando vita al network televisivo Al Jazeera nell’emirato del Qatar. Al Jazeera (da alcuni anni sfidata dal network Al Arabja messo in piedi dall’Arabia Saudita) si è rivelato uno strumento di altissima qualità che per la prima volta ha mostrato alla popolazione arabo musulmana, e non solo, quanto avviene in tutto il Medio Oriente fino all’Asia Centrale, ridando – per la prima volta – identità e protagonismo ad un mondo vissuto dentro la totale subalternità coloniale e post coloniale.
Il brusco passaggio di Al Jazeera nelle mani dei Fratelli Musulmani (sostenuti dal Qatar) e la concorrenza di Al Arabja hanno ridotto l’influenza di Al Jazeera, ma non ne hanno certo eliminato l’esempio né la capacità.
Ma se una parte della nuova borghesia arabo-islamica non del tutto subalterna agli Usa come i loro genitori aveva scelto la strada della modernizzazione per “vie pacifiche”, un’altra parte aveva scelto di passare all’azione militare con un progetto politico ben preciso sia contro gli Usa sia contro i regimi arabi ritenuti “apostati” e traditori dell’Islam.
E gli attentati dell’11 settembre ne sono stati la manifestazione più clamorosa. Il progetto di Al Qaida sostanzialmente è stato questo. Questo progetto dal 2001 in poi ha subìto colpi durissimi in Afghanistan, riuscendo però a tenere e svilupparsi nel Sahel e in alcuni ridotti della Mezzaluna Fertile, ma alla luce di come sono andate le cose in Afghanistan occorre ritenere che la partita tra Stati Uniti e Al Qaida non si sia affatto conclusa con la vittoria dei primi.
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04/09/2021
USA - Via il segreto di Stato sull’11 settembre
Il presidente Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per togliere il segreto ai documenti legati all’attacco terroristico dell’11 settembre. La decisione a otto giorni dal ventesimo anniversario degli attentati alle Torri Gemelle. Nei giorni scorsi molti familiari delle vittime avevano chiesto, in tono polemico, a Biden di non presentarsi alla cerimonia, se non avesse ordinato la desecretazione dei documenti.
L’ordine esecutivo firmato da Biden chiede al procuratore generale di rendere pubblici nei prossimi sei mesi i documenti declassificati. Quali documenti e declassificati fa chi?
Secondo osservatori e famiglie delle vittime rivelerebbero il coinvolgimento dell’Arabia Saudita.
Verso un po’ verità con 20 anni di ritardo
Joe Biden come promesso ha firmato un decreto in cui ordina la declassificazione di alcuni documenti (quali?), finora top secret relativi alle indagini sugli attacchi dell′11 settembre 2001. I documenti, che secondo molti osservatori e le famiglie delle vittime potrebbero rivelare il presunto coinvolgimento dell’Arabia Saudita, saranno resi pubblici nel giro di sei mesi. Il presidente viene così incontro alle famiglie delle vittime le quali avevano chiesto ripetutamente di declassificare le carte.
Via i segreti o non ti vogliamo vicino
In vista del ventennale degli attacchi inoltre gli avevano anche chiesto di non venire a New York qualora avesse deciso di tenere ancora segreto il dossier. In questi giorni avevano anche chiesto, in una lettera inviata all’ispettore generale del dipartimento della giustizia, di avviare un’indagine sul bureau investigativo per alcune prove che potrebbero essere andate perse o non più rintracciabili.
Quelle prime 28 pagine di segreti
Molti americani pensano che gli attentati dell’11 settembre 2001 non siano stati organizzati “solo” da Osama Bin Laden, ma siano frutto di una più ampia cospirazione che vede coinvolti ambienti vicini alla Casa regnante saudita. Lo aveva scritto nel 2016 la Commissioni Intelligence della Camera e del Senato in un rapporto sulle attività dei Servizi di Intelligence prima e dopo gli attacchi terroristici del settembre 2001. Delle migliaia di pagine del rapporto sull’incapacità dimostrata dalla comunità d’intelligence americana di mettere insieme e analizzare informazioni che avrebbero potuto sventare gli attentati, 28 le pagine chiave protette dal segreto di stato che, dopo proteste e pressioni mediatiche, sono state desecretate da Obama il 15 luglio del 2016.
I pericolosi amici di Trump
Quali segreti i tanto esplosivi in quelle 28 pagine da spingere due presidenti di fedi politiche contrapposte, a coprirle col segreto di Stato? Salvaguardare l’alleanza e i legami economici che uniscono Washington e Riad da oltre mezzo secolo. Scriveva la Commissione: «Mentre si trovavano negli Stati Uniti alcuni dei dirottatori dell’11 settembre ricevettero supporto e assistenza da personaggi che possono ritenersi collegati al governo saudita. Ci sono informazioni da fonti dell’FBI secondo le quali almeno due di questi personaggi erano funzionari dell’intelligence saudita». I due personaggi principali di cui si parla nelle 28 pagine rimaste segrete per un quindicennio sono Omar Bayoumi e Omar Bassnan, cittadini sauditi fuggiti dagli Stati Uniti poche settimane dopo gli attentati di New York e di Washington.
Il plateale coinvolgimento saudita
Secondo l’FBI, Omar Bayoumi era “chiaramente un funzionario dell’intelligence saudita” con uno stipendio pagato sia da compagnie di stato saudite che direttamente dalla moglie dell’ambasciatore, il principe Bandar. Cifre più consistenti quando arriva negli Stati Uniti il commando di 19 terroristi di Al Qaeda che avrebbero poi compiuto gli attentati. È stato sempre Bayoumi che nel 2000 ha accolto a San Diego due dei dirottatori, Nawaf Al Hazmi e Khalid Al Midhar, trovando loro un appartamento in affitto e firmando col suo nome come garante il relativo contratto. Ma, soprattutto, è stato lui ad avergli «fornito informazioni sulle scuole di volo». Anche Omar Bassnan Anche Bassnan riceveva fondi dall’ambasciatore saudita
L’impunità sovrana dei principi assassini
Le 28 pagine contengono molti altri dettagli su personaggi legati al governo saudita con provati legami con Al Qaeda. Uno dei capi di Al Qaeda, Abu Zubaydah, arrestato in Pakistan nel marzo del 2002, aveva indosso al momento della cattura una rubrica telefonica che conteneva, tra l’altro, il numero riservato del principe Bandar (il quale, è bene ricordarlo, si vantava di pranzare almeno una volta alla settimana con il presidente Bush e col vice presidente Dick Cheney) e quello del capo delle sue guardie del corpo. Ed ecco l’accusa gravissima in casa Usa. Secondo l’ex senatore repubblicano Bob Graham, «Il governo federale ha tentato di riscrivere il racconto dell’11 settembre per negare il ruolo dei sauditi in questa orribile storia».
Poi con Trump amore e affari
Parole molto dure che non hanno comunque guastato le eccellenti relazioni che legano Washington a Riad, rafforzate con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Nel 2016, dopo le rivelazioni della Commissione parlamentare, approvata la legge “Giustizia contro gli sponsor del terrorismo” che poteva consentire alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di chiedere risarcimenti miliardari al Regno saudita. Scenario improbabile, almeno per ora. Titubanze di Obama, e con Trump alla Casa Bianca la legge si è poi arenata al Senato.
Oltre le ‘28 pagine nere’ che già dicono molto, nel prossimo futuro sarà davvero desecretata la prova definitiva sul coinvolgimento diretto e consapevole del governo del Regno arabo in un atto di guerra contro l’America? E gli Stati Uniti sono pronti a rischiare di dover sconvolgere le loro spesso spregiudicate alleanza in Medio Oriente?
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L’ordine esecutivo firmato da Biden chiede al procuratore generale di rendere pubblici nei prossimi sei mesi i documenti declassificati. Quali documenti e declassificati fa chi?
Secondo osservatori e famiglie delle vittime rivelerebbero il coinvolgimento dell’Arabia Saudita.
Verso un po’ verità con 20 anni di ritardo
Joe Biden come promesso ha firmato un decreto in cui ordina la declassificazione di alcuni documenti (quali?), finora top secret relativi alle indagini sugli attacchi dell′11 settembre 2001. I documenti, che secondo molti osservatori e le famiglie delle vittime potrebbero rivelare il presunto coinvolgimento dell’Arabia Saudita, saranno resi pubblici nel giro di sei mesi. Il presidente viene così incontro alle famiglie delle vittime le quali avevano chiesto ripetutamente di declassificare le carte.
Via i segreti o non ti vogliamo vicino
In vista del ventennale degli attacchi inoltre gli avevano anche chiesto di non venire a New York qualora avesse deciso di tenere ancora segreto il dossier. In questi giorni avevano anche chiesto, in una lettera inviata all’ispettore generale del dipartimento della giustizia, di avviare un’indagine sul bureau investigativo per alcune prove che potrebbero essere andate perse o non più rintracciabili.
Quelle prime 28 pagine di segreti
Molti americani pensano che gli attentati dell’11 settembre 2001 non siano stati organizzati “solo” da Osama Bin Laden, ma siano frutto di una più ampia cospirazione che vede coinvolti ambienti vicini alla Casa regnante saudita. Lo aveva scritto nel 2016 la Commissioni Intelligence della Camera e del Senato in un rapporto sulle attività dei Servizi di Intelligence prima e dopo gli attacchi terroristici del settembre 2001. Delle migliaia di pagine del rapporto sull’incapacità dimostrata dalla comunità d’intelligence americana di mettere insieme e analizzare informazioni che avrebbero potuto sventare gli attentati, 28 le pagine chiave protette dal segreto di stato che, dopo proteste e pressioni mediatiche, sono state desecretate da Obama il 15 luglio del 2016.
I pericolosi amici di Trump
Quali segreti i tanto esplosivi in quelle 28 pagine da spingere due presidenti di fedi politiche contrapposte, a coprirle col segreto di Stato? Salvaguardare l’alleanza e i legami economici che uniscono Washington e Riad da oltre mezzo secolo. Scriveva la Commissione: «Mentre si trovavano negli Stati Uniti alcuni dei dirottatori dell’11 settembre ricevettero supporto e assistenza da personaggi che possono ritenersi collegati al governo saudita. Ci sono informazioni da fonti dell’FBI secondo le quali almeno due di questi personaggi erano funzionari dell’intelligence saudita». I due personaggi principali di cui si parla nelle 28 pagine rimaste segrete per un quindicennio sono Omar Bayoumi e Omar Bassnan, cittadini sauditi fuggiti dagli Stati Uniti poche settimane dopo gli attentati di New York e di Washington.
Il plateale coinvolgimento saudita
Secondo l’FBI, Omar Bayoumi era “chiaramente un funzionario dell’intelligence saudita” con uno stipendio pagato sia da compagnie di stato saudite che direttamente dalla moglie dell’ambasciatore, il principe Bandar. Cifre più consistenti quando arriva negli Stati Uniti il commando di 19 terroristi di Al Qaeda che avrebbero poi compiuto gli attentati. È stato sempre Bayoumi che nel 2000 ha accolto a San Diego due dei dirottatori, Nawaf Al Hazmi e Khalid Al Midhar, trovando loro un appartamento in affitto e firmando col suo nome come garante il relativo contratto. Ma, soprattutto, è stato lui ad avergli «fornito informazioni sulle scuole di volo». Anche Omar Bassnan Anche Bassnan riceveva fondi dall’ambasciatore saudita
L’impunità sovrana dei principi assassini
Le 28 pagine contengono molti altri dettagli su personaggi legati al governo saudita con provati legami con Al Qaeda. Uno dei capi di Al Qaeda, Abu Zubaydah, arrestato in Pakistan nel marzo del 2002, aveva indosso al momento della cattura una rubrica telefonica che conteneva, tra l’altro, il numero riservato del principe Bandar (il quale, è bene ricordarlo, si vantava di pranzare almeno una volta alla settimana con il presidente Bush e col vice presidente Dick Cheney) e quello del capo delle sue guardie del corpo. Ed ecco l’accusa gravissima in casa Usa. Secondo l’ex senatore repubblicano Bob Graham, «Il governo federale ha tentato di riscrivere il racconto dell’11 settembre per negare il ruolo dei sauditi in questa orribile storia».
Poi con Trump amore e affari
Parole molto dure che non hanno comunque guastato le eccellenti relazioni che legano Washington a Riad, rafforzate con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Nel 2016, dopo le rivelazioni della Commissione parlamentare, approvata la legge “Giustizia contro gli sponsor del terrorismo” che poteva consentire alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di chiedere risarcimenti miliardari al Regno saudita. Scenario improbabile, almeno per ora. Titubanze di Obama, e con Trump alla Casa Bianca la legge si è poi arenata al Senato.
Oltre le ‘28 pagine nere’ che già dicono molto, nel prossimo futuro sarà davvero desecretata la prova definitiva sul coinvolgimento diretto e consapevole del governo del Regno arabo in un atto di guerra contro l’America? E gli Stati Uniti sono pronti a rischiare di dover sconvolgere le loro spesso spregiudicate alleanza in Medio Oriente?
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31/01/2019
Siria - L'Occidente riscopre che al-Qaeda è un'organizzazione terrorista e non "ribelle"
di Michele Giorgio
Pur di abbattere il presidente siriano Bashar Assad, i paesi occidentali, con gli Usa in testa, e le monarchie arabe sunnite hanno favorito e finanziato in Siria una galassia di organizzazioni jihadiste e islamiste armate. Una strategia che ha favorito prima la nascita dello Stato islamico (Isis) del califfo Abu Bakr al Baghdadi che per quasi quattro anni ha dettato legge nel nord dell’Iraq e della Siria. E ora che il califfo è stato sconfitto, almeno territorialmente, è riemersa al Qaeda. Hayat Tahrir al Sham (ex Fronte al Nusra), l’ala siriana dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden, da alcune settimane controlla completamente la regione di Idlib, nella Siria nord-occidentale, dove ha sbaragliato la concorrenza jihadista.
Di conseguenza centinaia di migliaia degli oltre tre milioni di siriani che vivono in quest’area – fuori dal controllo di Damasco – potrebbero non ricevere più gli aiuti dell’Onu e di altre organizzazioni umanitarie.
Le minacce dei qaedisti siriani, descritti per anni come “ribelli anti-Assad” da buona parte dei media occidentali, stanno bloccando molti progetti umanitari con inevitabili riflessi sulla fornitura di servizi sanitari, l’assistenza alimentare e l’istruzione primaria a beneficio degli abitanti della regione di Idlib, in particolare gli sfollati giunti da Aleppo e altri centri abitati coinvolti nella guerra. La situazione umanitaria si è subito fatta allarmante e le agenzie internazionali potrebbero essere costrette a consegnare gli aiuti al cosiddetto “Governo di salvezza nazionale” formato dall’al Qaeda siriana ad Idlib.
Responsabile principale di questa situazione è la Turchia di Erdogan. Ankara in passato ha già aiutato i qaedisti e altri gruppi terroristici schierati contro Bashar Assad e da circa due anni mantiene truppe a nord di Idlib e una dozzina di torri di osservazione nella zona. Sarebbe dovuta intervenire invece è rimasta a guardare di fronte all’offensiva di Hayat Tahrir al Sham ad Idlib e in porzioni dei distretti di Aleppo, Hama e Latakiya. I qaedisti con la compiacenza di Erdogan – che usa ogni mezzo, anche le organizzazioni terroristiche, per contrastare le aspirazioni dei “nemici” curdi – hanno anche approfittato della tregua negoziata a settembre dalla Turchia e dalla Russia che ha impedito all’esercito siriano di riprendere il controllo di Idlib, l’ultima importante parte del paese non ancora tornata all’autorità di Damasco.
Ankara ha già subito contatto con il loro governo creando, di fatto, le basi per la probabile crisi umanitaria ad Idlib.
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Pur di abbattere il presidente siriano Bashar Assad, i paesi occidentali, con gli Usa in testa, e le monarchie arabe sunnite hanno favorito e finanziato in Siria una galassia di organizzazioni jihadiste e islamiste armate. Una strategia che ha favorito prima la nascita dello Stato islamico (Isis) del califfo Abu Bakr al Baghdadi che per quasi quattro anni ha dettato legge nel nord dell’Iraq e della Siria. E ora che il califfo è stato sconfitto, almeno territorialmente, è riemersa al Qaeda. Hayat Tahrir al Sham (ex Fronte al Nusra), l’ala siriana dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden, da alcune settimane controlla completamente la regione di Idlib, nella Siria nord-occidentale, dove ha sbaragliato la concorrenza jihadista.
Di conseguenza centinaia di migliaia degli oltre tre milioni di siriani che vivono in quest’area – fuori dal controllo di Damasco – potrebbero non ricevere più gli aiuti dell’Onu e di altre organizzazioni umanitarie.
Le minacce dei qaedisti siriani, descritti per anni come “ribelli anti-Assad” da buona parte dei media occidentali, stanno bloccando molti progetti umanitari con inevitabili riflessi sulla fornitura di servizi sanitari, l’assistenza alimentare e l’istruzione primaria a beneficio degli abitanti della regione di Idlib, in particolare gli sfollati giunti da Aleppo e altri centri abitati coinvolti nella guerra. La situazione umanitaria si è subito fatta allarmante e le agenzie internazionali potrebbero essere costrette a consegnare gli aiuti al cosiddetto “Governo di salvezza nazionale” formato dall’al Qaeda siriana ad Idlib.
Responsabile principale di questa situazione è la Turchia di Erdogan. Ankara in passato ha già aiutato i qaedisti e altri gruppi terroristici schierati contro Bashar Assad e da circa due anni mantiene truppe a nord di Idlib e una dozzina di torri di osservazione nella zona. Sarebbe dovuta intervenire invece è rimasta a guardare di fronte all’offensiva di Hayat Tahrir al Sham ad Idlib e in porzioni dei distretti di Aleppo, Hama e Latakiya. I qaedisti con la compiacenza di Erdogan – che usa ogni mezzo, anche le organizzazioni terroristiche, per contrastare le aspirazioni dei “nemici” curdi – hanno anche approfittato della tregua negoziata a settembre dalla Turchia e dalla Russia che ha impedito all’esercito siriano di riprendere il controllo di Idlib, l’ultima importante parte del paese non ancora tornata all’autorità di Damasco.
Ankara ha già subito contatto con il loro governo creando, di fatto, le basi per la probabile crisi umanitaria ad Idlib.
Fonte
18/06/2018
Libia - Haftar perde la mezzaluna pretrolifera
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Sono decollati con ogni probabilità da una base aerea in Sicilia i droni americani MQ-9 Reaper che hanno di nuovo colpito in Libia obiettivi di “Al Qaida nel Maghreb islamico” (Aqim). Mercoledì gli aerei senza pilota hanno ucciso un qaedista a circa 50 miglia a sud-est di Bani Walid. Lo scorso 24 marzo avevano colpito Musa Abu Dawud, descritto dal comando americano Africom come un «responsabile di alto livello» di al Qaida.
Da quando si è insediato alla Casa Bianca Donald Trump, gli Stati Uniti hanno condotto in Libia almeno 11 raid aerei. E decine di militari americani, membri di unità speciali, addestrano e di fatto guidano formazioni armate alleate del governo di accordo nazionale del premier Fayez al Sarraj. Nel frattempo riesplode la faida per il controllo delle risorse petrolifere.
La milizia guidata da Ibrahim al Jadharn, l’ex comandante della Guardia petrolifera libica (Pfg), ha occupato i terminal di Ras Lanuf e Sidra, nella Libia nordorientale, dopo aver lanciato un attacco nell’area nota come la “Mezzaluna petrolifera”, una vasta zona di giacimenti che rappresentano oltre i due terzi della produzione petrolifera libica che è sotto il controllo del parlamento Tobruk. La National Oil Company (Noc), la compagnia petrolifera statale ha chiesto ad al Jadharn di ritirarsi, sottolineando che a causa dei combattimenti in corso da giovedì il deposito di stoccaggio nel terminal di Ras Lanuf è stato gravemente danneggiato.
Un’intimazione a cessare subito l’occupazione dei pozzi è giunta anche dai due governi libici ma i miliziani non hanno alcuna intenzione di ritirarsi. Al Jadharan due giorni fa ha spiegato che gli attacchi nella Mezzaluna petrolifera intendono mettere fine «all’oppressione dei residenti della regione» controllata dal marzo dello scorso anno dall’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar. «Non è una battaglia per fini personali, tribali o di partito», ha precisato al Jadharn assicurando che i rifornimenti di petrolio proseguiranno tramite la Noc.
Haftar aveva preso il controllo di Ras Lanuf e Sidra consentendo la loro riapertura dopo un lungo blocco. Ora è pronto al contrattacco per sbaragliare i miliziani – ai quali si sono unite le Brigate di Difesa di Bengasi – ma non avrà vita facile. Il grosso dei suoi uomini è impegnato nella battaglia per il controllo della città costiera di Derna che infuria da tre settimane. Per questo la risposta all’occupazione dei due terminal petroliferi è arrivata dal cielo, con bombardamenti aerei.
Già lo scorso marzo le truppe fedeli ad Haftar furono impegnate per 10 giorni in combattimenti durissimi contro la stessa milizia. I combattimenti in corso a Derna sono ostacoli significativi ai piani delle Nazioni Unite di tenere elezioni il 10 dicembre. I combattimenti nei porti petroliferi sono un ricordo delle aspre divisioni che stringevano la Libia nella morsa.
Fonte
Sono decollati con ogni probabilità da una base aerea in Sicilia i droni americani MQ-9 Reaper che hanno di nuovo colpito in Libia obiettivi di “Al Qaida nel Maghreb islamico” (Aqim). Mercoledì gli aerei senza pilota hanno ucciso un qaedista a circa 50 miglia a sud-est di Bani Walid. Lo scorso 24 marzo avevano colpito Musa Abu Dawud, descritto dal comando americano Africom come un «responsabile di alto livello» di al Qaida.
Da quando si è insediato alla Casa Bianca Donald Trump, gli Stati Uniti hanno condotto in Libia almeno 11 raid aerei. E decine di militari americani, membri di unità speciali, addestrano e di fatto guidano formazioni armate alleate del governo di accordo nazionale del premier Fayez al Sarraj. Nel frattempo riesplode la faida per il controllo delle risorse petrolifere.
La milizia guidata da Ibrahim al Jadharn, l’ex comandante della Guardia petrolifera libica (Pfg), ha occupato i terminal di Ras Lanuf e Sidra, nella Libia nordorientale, dopo aver lanciato un attacco nell’area nota come la “Mezzaluna petrolifera”, una vasta zona di giacimenti che rappresentano oltre i due terzi della produzione petrolifera libica che è sotto il controllo del parlamento Tobruk. La National Oil Company (Noc), la compagnia petrolifera statale ha chiesto ad al Jadharn di ritirarsi, sottolineando che a causa dei combattimenti in corso da giovedì il deposito di stoccaggio nel terminal di Ras Lanuf è stato gravemente danneggiato.
Un’intimazione a cessare subito l’occupazione dei pozzi è giunta anche dai due governi libici ma i miliziani non hanno alcuna intenzione di ritirarsi. Al Jadharan due giorni fa ha spiegato che gli attacchi nella Mezzaluna petrolifera intendono mettere fine «all’oppressione dei residenti della regione» controllata dal marzo dello scorso anno dall’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar. «Non è una battaglia per fini personali, tribali o di partito», ha precisato al Jadharn assicurando che i rifornimenti di petrolio proseguiranno tramite la Noc.
Haftar aveva preso il controllo di Ras Lanuf e Sidra consentendo la loro riapertura dopo un lungo blocco. Ora è pronto al contrattacco per sbaragliare i miliziani – ai quali si sono unite le Brigate di Difesa di Bengasi – ma non avrà vita facile. Il grosso dei suoi uomini è impegnato nella battaglia per il controllo della città costiera di Derna che infuria da tre settimane. Per questo la risposta all’occupazione dei due terminal petroliferi è arrivata dal cielo, con bombardamenti aerei.
Già lo scorso marzo le truppe fedeli ad Haftar furono impegnate per 10 giorni in combattimenti durissimi contro la stessa milizia. I combattimenti in corso a Derna sono ostacoli significativi ai piani delle Nazioni Unite di tenere elezioni il 10 dicembre. I combattimenti nei porti petroliferi sono un ricordo delle aspre divisioni che stringevano la Libia nella morsa.
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28/02/2018
La Nato e la Jihad
L’alleanza dell’esercito turco con Al Qaeda non è uno scivolone. La Nato si serve da 40 anni di jihadisti come truppe ausiliarie.
All’attacco dell’esercito turco al cantone di Afrin nel nord della Siria prendono parte numerosi gruppi combattenti jihadisti. Molte di queste formazioni, che agiscono sotto le insegne dell’Esercito Libero Siriano (ESL), presentano una vicinanza ideologica o perfino organizzativa alla rete del terrorismo che agisce a livello internazionale. La sua propaggine ufficiale in Siria, il Fronte al-Nusra, per motivi tattici nel 2013 ha preso le distanze da Al Qaeda per avere più facile accesso ad aiuti militari dall’estero, ma intanto nei suoi obiettivi di uno Stato islamico in Siria è cambiato tanto poco, quanto non è cambiato il modo di procedere omicida contro chi la pensa diversamente o appartiene a una fede diversa.
Dal 2017 il Fronte Al-Nusra è la forza guida dell’alleanza jihadista Hayat Tahrir Al-Sham (HTS), che tiene sotto il proprio controllo la provincia di Idlib. In base all’accordo di Astana con la Russia e l’Iran a Idlib sono stanziate truppe turche, ufficialmente per controllare la creazione di una zona libera da conflitti nella regione. Ma come ha riferito il giornalista Fehim Tastekin, per il portale di notizie Al-Monitor, facendo riferimento a fonti HTS, l’esercito turco ha garantito a HTS che l’operazione era rivolta solo contro i curdi a Afrin. Di fatto l’esercito turco, il cui ingresso a Idlib nell’ottobre 2017 è stato scortato da combattenti HTS, è diventato forza protettrice di Al Qaeda.
Tra alcuni commentatori di orientamento liberale nei media occidentali, il patto dell’esercito NATO turco con gli islamisti ha provocato un grido di indignazione. Questa indignazione è fondamentalmente comprensibile. In effetti la NATO dagli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA conduce dichiaratamente a livello mondiale una “guerra contro il terrorismo” e gli USA dall’estate 2014 sono al vertice di un’alleanza internazionale contro il cosiddetto Stato Islamico (IS). Tuttavia è sorprendente quanto appare corta la memoria di queste aree liberali, se lì ora risuona la richiesta di un’esclusione della Turchia dalla NATO per via della sua collaborazione con Al Qaeda. Perché il rapporto dell’alleanza militare con i “guerrieri di dio” jihadisti non è affatto stata sempre caratterizzata da aperta inimicizia, anzi, il contrario.
Nascita di Al Qaeda da una banca dati
La storia è iniziata nel 1979, quando il Presidente USA Jimmy Carter ha ordinato un sostegno coperto da parte di oppositori islamisti al governo laico di sinistra in Afghanistan. L’obiettivo sarebbe stato quello di provocare in questo modo un ingresso sovietico, perché i russi cadessero così “nella trappola afgana” e avessero “la loro guerra del Vietnam”, ha poi schiettamente riconosciuto il consulente del Presidente USA per le questioni di sicurezza nazionale, Zbigniev Brzezinski. Il piano è riuscito. La decennale guerra con molte perdite sull’Hindu Kush ha contribuito in modo sostanziale al crollo del dominio sovietico.
Sotto il successore di Carter, Ronald Reagan, il sostegno ai mujaheddin con armi e denaro è cresciuto fino a diventare la più grande operazione sotto copertura nella storia della CIA, i servizi segreti degli USA. La CIA in questo evitò di avere contatti diretti con i jihadisti, dato che questi nella loro concezione di sé erano sia anti-americani che anti-comunisti. Il sostegno con armi e aiuti nell’addestramento si svolse attraverso la mediazione dei servizi segreti pakistani ISI.
Tra il 1982 e il 1992 furono reclutati circa 35.000 jihadisti da 40 Stati del mondo islamico per la “Jihad” contro l’Unione Sovietica. In scuole coraniche wahabite in Pakistan, finanziate con denaro saudita, i volontari vennero istruiti ideologicamente. Successivamente nei campi di addestramento gestiti dai servizi segreti pakistani, passarono l’addestramento alla guerriglia guidato dalla CIA. Un procacciatore di successo per i nuovi guerrieri di Dio fu l’agiato saudita figlio di un imprenditore, Osama bin Laden. Con il suo ufficio di reclutamento per i mujaheddin MAK, dalla metà degli anni ’80 esisteva la base operativa dalla quale all’inizio degli anni ’90 nacque Al Qaeda come organizzazione di bin Laden.
“Al Qaeda, letteralmente `la banca dati´, originariamente era un archivio computerizzato con migliaia di mujaheddin che erano stati reclutati e addestrati con l’aiuto della CIA per vincere i russi”, ha scritto l’ex Ministro degli Esteri britannico Robin Cook il 7 luglio 2005 sul Guardian. Il MAK, con il centro profughi Al-Kifah nella moschea Al-Farook a Brooklyn aveva perfino una base di appoggio negli USA, dove sotto la copertura di un’organizzazione di aiuti venivano reclutati combattenti per una “legione straniera arabo-afgana”.
Se non si fosse pentito di aver passato armi e know-how a futuri terroristi, chiese il giornale francese Le Nouvel Observateur nel 1998 dallo stratega US Brzezinski. “Cosa sarà più significativo nel corso della storia mondiale? I talebani o il crollo dell’impero sovietico? Qualche musulmano confuso o la liberazione del Centro-Europa e la fine della guerra fredda?”, fu la risposta.
Globalizzazione dei guerrieri di Dio
Dopo la fine dell’URSS, la CIA continuò a servirsi dei mujaheddin, che ora trovavano impiego nel Vicino Oriente, in Asia Centrale, nei Balcani e nel sudest asiatico. Dal 1992 i combattenti jihadisti accorsero nella Yugoslavia che si andava disfacendo in una sanguinosa guerra civile, per prestare sostegno ai musulmani bosniaci. Come in precedenza in Afghanistan, gli interessi tattici degli USA e di Al Qaeda si incontrarono. Perché per costringere in ginocchio il resto resistente della Yugoslavia, sotto il Presidente serbo Milosevic, la NATO intervenne militarmente nella guerra civile al fianco dei musulmani bosniaci.
L’amministrazione USA in cambio tollerò anche la rottura di un embargo sulle armi del Consiglio di Sicurezza dell’ONU da parte del suo arcinemico Iran, nonché della Turchia e dell’Arabia Saudita. Attraverso la Third World Relief Agency con sede a Vienna, Al Qaeda reclutò combattenti per la Bosnia. A Osama bin Laden venne perfino rilasciato un passaporto bosniaco dal governo filo-occidentale di Alija Izetbegovic. Con il benestare del Presidente USA, Bill Clinton, i combattenti di Al-Qaeda, il cui numero venne stimato in almeno 4000 da osservatori occidentali, vennero armati e addestrati dall’esercito musulmano-bosniaco, mentre gli aerei da combattimento della NATO davano sostegno aereo.
Invero i mujaheddin impiegati come truppe di sfondamento ebbero un’influenza piuttosto ridotta sullo svolgimento della guerra per via del loro fanatismo e delle atrocità che commettevano, incontrando un aperto rifiuto da parte della popolazione musulmana locale. Ma attraverso la loro missione in Bosnia i “guerrieri di dio”, dopo l’Afghanistan furono in grado di assicurarsi un punto d’appoggio europeo per ulteriori operazioni. Il Partito Repubblicano statunitense in un rapporto al congresso del 1997 accusò quindi il governo Clinton di “aver contribuito a creare in Bosnia una base per islamisti militanti”.
A tutt’oggi in Bosnia interi villaggi sono sotto il controllo di jihadisti radicali. Da nessun altro Paese europeo si è unita alla jihad in Siria una percentuale di volontari così alta rispetto alla popolazione come dalla Bosnia. Se l’intervento dell’amministrazione Reagan, di destra, in Afghanistan negli anni ’80 aveva creato i mujaheddin, il governo liberal dell’amministrazione Clinton con il suo intervento aperto nei Balcani negli anni ’90, ha contribuito in modo sostanziale alla globalizzazione dei “guerrieri di dio”. Dalla Bosnia alcuni jihadisti proseguirono verso la Cecenia e più tardi nel Kosovo, dove la NATO intervenne nel 1999 con massicci attacchi aerei al fianco dell’esercito di liberazione del Kosovo UCK contro la Serbia.
Dichiarazione di guerra contro gli USA
Naturalmente Al Qaeda non si è mai concepita come truppa mercenaria degli USA e della NATO. Gli USA venivano piuttosto considerati come “nemico strategico”, cosa che non escludeva alleanze tattiche come in Afghanistan e in Bosnia. Nel 1996, tramite Osama bin Laden, partì una dichiarazione di guerra ufficiale di Al Qaeda contro gli USA. Nel 1998 ci furono attacchi simultanei all’ambasciata USA in Kenia e al cacciatorpediniere USA USS Cole nel porto di Aden. Gli attentati al World Trade Center e al Pentagono dell’11 settembre 2001 vennero usati dal Presidente USA George W. Bush come motivazione per una “guerra contro il terrorismo” a livello mondiale.
Con questo pretesto la NATO intervenne in Afghanistan, dove con i talebani, quindi gli “allievi” delle madrasse pakistane create con l’aiuto dei sauditi e della CIA negli anni ‘80, era stato costruito un regime del terrore.
Nel 2003 l’esercito USA fece ingresso in Iraq, il cui dittatore Saddam Hussein aveva usato gas tossico contro i curdi negli anni '80, ma non presentava alcun tipo di vicinanza con Al Qaeda. Con il crollo dello Stato irakeno, in precedenza dominato dai sunniti, e l’installazione di un governo a guida sciita a Bagdad, che ora procedeva in modo sanguinario contro i sunniti, gli USA contribuirono in modo determinante al terreno di coltura sul quale Al Qaeda poté stabilirsi in Iraq come “vendicatore dei sunniti”. Che Al Qaeda con attacchi a moschee sciite abbia iniziato una guerra di religione settaria, proprio mentre iniziava ad avvicinarsi la resistenza sunnita e sciita contro l’occupazione, fu quantomeno nell’interesse degli USA. Mentre l’amministrazione Obama inaspriva sempre di più la guerra dei droni contro Al Qaeda in Afghanistan e Pakistan con numerose vittime civili, dal 2011 nel Medio Oriente e in Nord-Africa si verificava un nuovo spalleggiamento tra NATO e Al Qaeda.
Da Guantanamo al fianco della NATO
Nel 2011 in Libia si è disfatto il regime del colonnello Muammar al-Gheddafi. Seguaci di Al-Qaeda, dei quali alcuni in precedenza avevano combattuto contro gli USA nel gruppo combattente libico-islamico LIK o in Afghanistan e in Iraq, formarono la punta di lancia militarmente più esperta dei ribelli. Anche nel “Consiglio Nazionale Transitorio” che si era formato nei primi giorni della rivolta, oltre a golpisti comandati dalla CIA e ai transfughi del regime di Gheddafi, erano presenti persone vicine ad Al-Qaeda. Obiettivo dichiarato della NATO era la caduta di Gheddafi che si contrapponeva continuamente agli interessi degli Stati imperialisti per la ri-colonizzazione del Paese ricco di petrolio. Con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 1973 sull’imposizione della zona di non volo, la NATO ottenne il via libera per una guerra aerea contro la Libia e con questo agì di fatto come l’aviazione di Al Qaeda.
I rapporti cinici della NATO con Al Qaeda li chiariscono alcune generalità tra i ribelli libici. Abdel Hakim Belhadj negli anni ’80 aveva combattuto al fianco dei mujaheddin di Osama bin Laden in Afghanistan. Negli anni ’90 guidò il gruppo combattente libico islamico LIK che in Libia combatteva in armi per uno Stato islamico. Alla fine degli anni ’90 Belhadj fuggì dalla Libia. Dato che il LIK dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 era nella lista delle organizzazioni terroristiche degli USA, nel 2003 venne arrestato da agenti britannici e della CIA in Malaysia per sospetta appartenenza a Al-Qaeda. Dopo interrogatori in Thailandia e a Hong Kong, Belhadj l’anno successivo venne consegnato ai servizi segreti libici. Dopo un internamento di sei anni in un carcere noto per le torture, nel marzo 2010 venne liberato a seguito di trattative tra LIK e il regime. In quel momento era emiro del LIK che dal 2007 si era ufficialmente fuso con Al Qaeda nel Maghreb islamico. Con l’inizio della rivolta in Libia nel 2011, il LIK venne subordinato al Consiglio Transitorio e Belhadj diventò Presidente del potente Consiglio Militare di Tripoli. Invano Belhadj, che dopo l’uccisione di Gheddafi era diventato capo del partito islamico conservatore Watan in Libia e negava ogni legame con Al Qaeda, chiese delle scuse per il suo sequestro di un tempo.
Un altro ex militante del LIK, Abu bin Qumu, per via della sua appartenenza a Al-Qaeda venne incarcerato per cinque anni nel carcere USA di Guantanamo. Nel 2007 venne espulso in Libia, dove dopo un anno venne liberato a seguito di un’amnistia. Nel 2011 Qumu, con la sua “Brigata Darnah” combatté al fianco dei ribelli sostenuti dalla NATO.
Emirato salafita in Siria
Anche in Siria gli USA e i loro alleati – in particolare la Turchia e gli Stati del Golfo – non esitarono ad armare bande di mercenari jihadisti per l’agognata caduta del regime del Presidente Bashar al-Assad. Mentre larga parte della stampa occidentale descriveva come nobili ribelli l’opposizione armata che si presentava con il nome di Esercito Siriano Libero (ESL), i servizi segreti USA non si facevano illusioni su cosa animasse questi combattenti. Questo lo dimostra un rapporto del 2012 dei servizi informativi della difesa (DIA) delle forze armate USA. Che “l’allargamento della rivolta in Siria” avrebbe preso sempre di più una “direzione settaria”, in cui “i salafiti, i Fratelli Musulmani e AQI (Al-Qaeda in Iraq) sono le principali forze motrici della rivolta in Siria”, si legge nel documento, nel quale si prevede “la possibilità della creazione di un costituendo o non ufficialmente dichiarato califfato salafita nell’est della Siria”. “E questo è proprio quello che vogliono i sostenitori dell’opposizione per isolare il regime siriano e arginare l’espansione sciita in Iraq da parte dell’Iran”, faceva notare la DIA con riferimento all’opportunità strategica per gli obiettivi geopolitici dell’occidente, degli Stati del Golfo e della Turchia.
Quando tuttavia da una costola di Al-Qaeda/Al-Nusra nacque Stato Islamico (IS) e proclamò il suo califfato che oltrepassava i confini, gli USA nel 2014 si misero ai vertici di una coalizione internazionale anti-IS. Perché ora si trattava di arginare i “guerrieri di dio” diventati incontrollabili, con i loro attentati che mettevano in pericolo gli interessi di sicurezza del mondo occidentale anche all’estero. Che la Turchia, partner della NATO, sostenesse IS nella battaglia per Kobane e anche dopo, mantenendo aperti i confini per i “guerrieri di dio” e attraverso aiuti logistici, almeno verso l’esterno non veniva considerato una contraddizione rispetto all’appartenenza ufficiale della Turchia all’alleanza anti-IS.
Dal 2015 gli USA hanno costituito ufficialmente una buona mezza dozzina di punti di appoggio militari in Siria per sostenere le Forze Siriane Democratiche (FSD) nella lotta anti-IS. Tuttavia l’alleanza tra le FSD e l’esercito USA, per via di opposte ideologie, viene intesa da entrambe le parti solo come un’alleanza tattico-militare contro IS. Ma che la regione ricca di materie prime controllata dalle FSD resti sottratta al potere del regime a Damasco, è assolutamente negli interessi strategici di Washington. È quindi prevedibile che anche dopo la liberazione di Raqqa e Deir ez-Zor una persistente minaccia da parte di IS sia funzionale a uno stazionamento a lungo termine di truppe USA in Siria. Ma con questo IS, nella cui creazione e diffusione gli USA hanno avuto la loro parte, avrebbe assolutamente assolto il suo dovere per i piani geostrategici di Washington.
Mentre IS è stato combattuto militarmente, è continuato il sostegno politico e militare ai gruppi vicini a Al-Qaeda in Siria, ripuliti come “ribelli moderati” dai governi e dai media occidentali. Oltre 30 milizie appartenenti nominalmente all’ESL lo scorso anno sono state riunite sotto guida turca in un Esercito Nazionale Siriano che pare conti 22.000 uomini. Di questa truppa ora firmante come mercenaria della Turchia, fanno parte raggruppamenti jihadisti come l’associazione Ahrar Al-Sham, soccombente ad al-Nusra nelle lotte per l’egemonia a Idlib, Harka Nur Al-Din Al-Zenki e Ahrar Al-Sharkija.
“Tutti i gruppi che predono parte all’offensiva turca, una volta o l’altra sono stati sostenuti e approfonditamente verificati dagli USA”, ha confermato Charles Lister del Think Tank di Washington Middle East Institute, che da tempo fornisce una lettura positiva di Al-Qaeda in Siria, rispetto ai gruppi che ora combattono per la Turchia ad Afrin. Questa constatazione non dovrebbe suscitare stupore. USA e NATO fin dagli anni ’80 si sono continuamente serviti di jihadisti come truppe ausiliarie per far passare i propri interessi geopolitici. Questo non esclude affatto che gli islamisti radicali verranno di nuovo arginati militarmente se dovessero andare fuori controllo. La lotta contro il terrorismo viene poi a sua volta usata dalla NATO per interventi militari e per la creazione di nuove basi d’appoggio in tutto il mondo. Chi si aspetta dalla NATO una lotta coerente contro Al Qaeda & Co oppure una presa di distanze dalla Turchia a causa del suo patto con gli jihadisti, non ha capito la natura di questa alleanza militare imperialista.
YENİ ÖZGÜR POLİTİKA
Versione tedesca: http://yeniozgurpolitika.org/index.php?rupel=nuce&id=83680
Versione turca: http://www.yeniozgurpolitika.org/index.php?rupel=nuce&id=83646
Fonte
All’attacco dell’esercito turco al cantone di Afrin nel nord della Siria prendono parte numerosi gruppi combattenti jihadisti. Molte di queste formazioni, che agiscono sotto le insegne dell’Esercito Libero Siriano (ESL), presentano una vicinanza ideologica o perfino organizzativa alla rete del terrorismo che agisce a livello internazionale. La sua propaggine ufficiale in Siria, il Fronte al-Nusra, per motivi tattici nel 2013 ha preso le distanze da Al Qaeda per avere più facile accesso ad aiuti militari dall’estero, ma intanto nei suoi obiettivi di uno Stato islamico in Siria è cambiato tanto poco, quanto non è cambiato il modo di procedere omicida contro chi la pensa diversamente o appartiene a una fede diversa.
Dal 2017 il Fronte Al-Nusra è la forza guida dell’alleanza jihadista Hayat Tahrir Al-Sham (HTS), che tiene sotto il proprio controllo la provincia di Idlib. In base all’accordo di Astana con la Russia e l’Iran a Idlib sono stanziate truppe turche, ufficialmente per controllare la creazione di una zona libera da conflitti nella regione. Ma come ha riferito il giornalista Fehim Tastekin, per il portale di notizie Al-Monitor, facendo riferimento a fonti HTS, l’esercito turco ha garantito a HTS che l’operazione era rivolta solo contro i curdi a Afrin. Di fatto l’esercito turco, il cui ingresso a Idlib nell’ottobre 2017 è stato scortato da combattenti HTS, è diventato forza protettrice di Al Qaeda.
Tra alcuni commentatori di orientamento liberale nei media occidentali, il patto dell’esercito NATO turco con gli islamisti ha provocato un grido di indignazione. Questa indignazione è fondamentalmente comprensibile. In effetti la NATO dagli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA conduce dichiaratamente a livello mondiale una “guerra contro il terrorismo” e gli USA dall’estate 2014 sono al vertice di un’alleanza internazionale contro il cosiddetto Stato Islamico (IS). Tuttavia è sorprendente quanto appare corta la memoria di queste aree liberali, se lì ora risuona la richiesta di un’esclusione della Turchia dalla NATO per via della sua collaborazione con Al Qaeda. Perché il rapporto dell’alleanza militare con i “guerrieri di dio” jihadisti non è affatto stata sempre caratterizzata da aperta inimicizia, anzi, il contrario.
Nascita di Al Qaeda da una banca dati
La storia è iniziata nel 1979, quando il Presidente USA Jimmy Carter ha ordinato un sostegno coperto da parte di oppositori islamisti al governo laico di sinistra in Afghanistan. L’obiettivo sarebbe stato quello di provocare in questo modo un ingresso sovietico, perché i russi cadessero così “nella trappola afgana” e avessero “la loro guerra del Vietnam”, ha poi schiettamente riconosciuto il consulente del Presidente USA per le questioni di sicurezza nazionale, Zbigniev Brzezinski. Il piano è riuscito. La decennale guerra con molte perdite sull’Hindu Kush ha contribuito in modo sostanziale al crollo del dominio sovietico.
Sotto il successore di Carter, Ronald Reagan, il sostegno ai mujaheddin con armi e denaro è cresciuto fino a diventare la più grande operazione sotto copertura nella storia della CIA, i servizi segreti degli USA. La CIA in questo evitò di avere contatti diretti con i jihadisti, dato che questi nella loro concezione di sé erano sia anti-americani che anti-comunisti. Il sostegno con armi e aiuti nell’addestramento si svolse attraverso la mediazione dei servizi segreti pakistani ISI.
Tra il 1982 e il 1992 furono reclutati circa 35.000 jihadisti da 40 Stati del mondo islamico per la “Jihad” contro l’Unione Sovietica. In scuole coraniche wahabite in Pakistan, finanziate con denaro saudita, i volontari vennero istruiti ideologicamente. Successivamente nei campi di addestramento gestiti dai servizi segreti pakistani, passarono l’addestramento alla guerriglia guidato dalla CIA. Un procacciatore di successo per i nuovi guerrieri di Dio fu l’agiato saudita figlio di un imprenditore, Osama bin Laden. Con il suo ufficio di reclutamento per i mujaheddin MAK, dalla metà degli anni ’80 esisteva la base operativa dalla quale all’inizio degli anni ’90 nacque Al Qaeda come organizzazione di bin Laden.
“Al Qaeda, letteralmente `la banca dati´, originariamente era un archivio computerizzato con migliaia di mujaheddin che erano stati reclutati e addestrati con l’aiuto della CIA per vincere i russi”, ha scritto l’ex Ministro degli Esteri britannico Robin Cook il 7 luglio 2005 sul Guardian. Il MAK, con il centro profughi Al-Kifah nella moschea Al-Farook a Brooklyn aveva perfino una base di appoggio negli USA, dove sotto la copertura di un’organizzazione di aiuti venivano reclutati combattenti per una “legione straniera arabo-afgana”.
Se non si fosse pentito di aver passato armi e know-how a futuri terroristi, chiese il giornale francese Le Nouvel Observateur nel 1998 dallo stratega US Brzezinski. “Cosa sarà più significativo nel corso della storia mondiale? I talebani o il crollo dell’impero sovietico? Qualche musulmano confuso o la liberazione del Centro-Europa e la fine della guerra fredda?”, fu la risposta.
Globalizzazione dei guerrieri di Dio
Dopo la fine dell’URSS, la CIA continuò a servirsi dei mujaheddin, che ora trovavano impiego nel Vicino Oriente, in Asia Centrale, nei Balcani e nel sudest asiatico. Dal 1992 i combattenti jihadisti accorsero nella Yugoslavia che si andava disfacendo in una sanguinosa guerra civile, per prestare sostegno ai musulmani bosniaci. Come in precedenza in Afghanistan, gli interessi tattici degli USA e di Al Qaeda si incontrarono. Perché per costringere in ginocchio il resto resistente della Yugoslavia, sotto il Presidente serbo Milosevic, la NATO intervenne militarmente nella guerra civile al fianco dei musulmani bosniaci.
L’amministrazione USA in cambio tollerò anche la rottura di un embargo sulle armi del Consiglio di Sicurezza dell’ONU da parte del suo arcinemico Iran, nonché della Turchia e dell’Arabia Saudita. Attraverso la Third World Relief Agency con sede a Vienna, Al Qaeda reclutò combattenti per la Bosnia. A Osama bin Laden venne perfino rilasciato un passaporto bosniaco dal governo filo-occidentale di Alija Izetbegovic. Con il benestare del Presidente USA, Bill Clinton, i combattenti di Al-Qaeda, il cui numero venne stimato in almeno 4000 da osservatori occidentali, vennero armati e addestrati dall’esercito musulmano-bosniaco, mentre gli aerei da combattimento della NATO davano sostegno aereo.
Invero i mujaheddin impiegati come truppe di sfondamento ebbero un’influenza piuttosto ridotta sullo svolgimento della guerra per via del loro fanatismo e delle atrocità che commettevano, incontrando un aperto rifiuto da parte della popolazione musulmana locale. Ma attraverso la loro missione in Bosnia i “guerrieri di dio”, dopo l’Afghanistan furono in grado di assicurarsi un punto d’appoggio europeo per ulteriori operazioni. Il Partito Repubblicano statunitense in un rapporto al congresso del 1997 accusò quindi il governo Clinton di “aver contribuito a creare in Bosnia una base per islamisti militanti”.
A tutt’oggi in Bosnia interi villaggi sono sotto il controllo di jihadisti radicali. Da nessun altro Paese europeo si è unita alla jihad in Siria una percentuale di volontari così alta rispetto alla popolazione come dalla Bosnia. Se l’intervento dell’amministrazione Reagan, di destra, in Afghanistan negli anni ’80 aveva creato i mujaheddin, il governo liberal dell’amministrazione Clinton con il suo intervento aperto nei Balcani negli anni ’90, ha contribuito in modo sostanziale alla globalizzazione dei “guerrieri di dio”. Dalla Bosnia alcuni jihadisti proseguirono verso la Cecenia e più tardi nel Kosovo, dove la NATO intervenne nel 1999 con massicci attacchi aerei al fianco dell’esercito di liberazione del Kosovo UCK contro la Serbia.
Dichiarazione di guerra contro gli USA
Naturalmente Al Qaeda non si è mai concepita come truppa mercenaria degli USA e della NATO. Gli USA venivano piuttosto considerati come “nemico strategico”, cosa che non escludeva alleanze tattiche come in Afghanistan e in Bosnia. Nel 1996, tramite Osama bin Laden, partì una dichiarazione di guerra ufficiale di Al Qaeda contro gli USA. Nel 1998 ci furono attacchi simultanei all’ambasciata USA in Kenia e al cacciatorpediniere USA USS Cole nel porto di Aden. Gli attentati al World Trade Center e al Pentagono dell’11 settembre 2001 vennero usati dal Presidente USA George W. Bush come motivazione per una “guerra contro il terrorismo” a livello mondiale.
Con questo pretesto la NATO intervenne in Afghanistan, dove con i talebani, quindi gli “allievi” delle madrasse pakistane create con l’aiuto dei sauditi e della CIA negli anni ‘80, era stato costruito un regime del terrore.
Nel 2003 l’esercito USA fece ingresso in Iraq, il cui dittatore Saddam Hussein aveva usato gas tossico contro i curdi negli anni '80, ma non presentava alcun tipo di vicinanza con Al Qaeda. Con il crollo dello Stato irakeno, in precedenza dominato dai sunniti, e l’installazione di un governo a guida sciita a Bagdad, che ora procedeva in modo sanguinario contro i sunniti, gli USA contribuirono in modo determinante al terreno di coltura sul quale Al Qaeda poté stabilirsi in Iraq come “vendicatore dei sunniti”. Che Al Qaeda con attacchi a moschee sciite abbia iniziato una guerra di religione settaria, proprio mentre iniziava ad avvicinarsi la resistenza sunnita e sciita contro l’occupazione, fu quantomeno nell’interesse degli USA. Mentre l’amministrazione Obama inaspriva sempre di più la guerra dei droni contro Al Qaeda in Afghanistan e Pakistan con numerose vittime civili, dal 2011 nel Medio Oriente e in Nord-Africa si verificava un nuovo spalleggiamento tra NATO e Al Qaeda.
Da Guantanamo al fianco della NATO
Nel 2011 in Libia si è disfatto il regime del colonnello Muammar al-Gheddafi. Seguaci di Al-Qaeda, dei quali alcuni in precedenza avevano combattuto contro gli USA nel gruppo combattente libico-islamico LIK o in Afghanistan e in Iraq, formarono la punta di lancia militarmente più esperta dei ribelli. Anche nel “Consiglio Nazionale Transitorio” che si era formato nei primi giorni della rivolta, oltre a golpisti comandati dalla CIA e ai transfughi del regime di Gheddafi, erano presenti persone vicine ad Al-Qaeda. Obiettivo dichiarato della NATO era la caduta di Gheddafi che si contrapponeva continuamente agli interessi degli Stati imperialisti per la ri-colonizzazione del Paese ricco di petrolio. Con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 1973 sull’imposizione della zona di non volo, la NATO ottenne il via libera per una guerra aerea contro la Libia e con questo agì di fatto come l’aviazione di Al Qaeda.
I rapporti cinici della NATO con Al Qaeda li chiariscono alcune generalità tra i ribelli libici. Abdel Hakim Belhadj negli anni ’80 aveva combattuto al fianco dei mujaheddin di Osama bin Laden in Afghanistan. Negli anni ’90 guidò il gruppo combattente libico islamico LIK che in Libia combatteva in armi per uno Stato islamico. Alla fine degli anni ’90 Belhadj fuggì dalla Libia. Dato che il LIK dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 era nella lista delle organizzazioni terroristiche degli USA, nel 2003 venne arrestato da agenti britannici e della CIA in Malaysia per sospetta appartenenza a Al-Qaeda. Dopo interrogatori in Thailandia e a Hong Kong, Belhadj l’anno successivo venne consegnato ai servizi segreti libici. Dopo un internamento di sei anni in un carcere noto per le torture, nel marzo 2010 venne liberato a seguito di trattative tra LIK e il regime. In quel momento era emiro del LIK che dal 2007 si era ufficialmente fuso con Al Qaeda nel Maghreb islamico. Con l’inizio della rivolta in Libia nel 2011, il LIK venne subordinato al Consiglio Transitorio e Belhadj diventò Presidente del potente Consiglio Militare di Tripoli. Invano Belhadj, che dopo l’uccisione di Gheddafi era diventato capo del partito islamico conservatore Watan in Libia e negava ogni legame con Al Qaeda, chiese delle scuse per il suo sequestro di un tempo.
Un altro ex militante del LIK, Abu bin Qumu, per via della sua appartenenza a Al-Qaeda venne incarcerato per cinque anni nel carcere USA di Guantanamo. Nel 2007 venne espulso in Libia, dove dopo un anno venne liberato a seguito di un’amnistia. Nel 2011 Qumu, con la sua “Brigata Darnah” combatté al fianco dei ribelli sostenuti dalla NATO.
Emirato salafita in Siria
Anche in Siria gli USA e i loro alleati – in particolare la Turchia e gli Stati del Golfo – non esitarono ad armare bande di mercenari jihadisti per l’agognata caduta del regime del Presidente Bashar al-Assad. Mentre larga parte della stampa occidentale descriveva come nobili ribelli l’opposizione armata che si presentava con il nome di Esercito Siriano Libero (ESL), i servizi segreti USA non si facevano illusioni su cosa animasse questi combattenti. Questo lo dimostra un rapporto del 2012 dei servizi informativi della difesa (DIA) delle forze armate USA. Che “l’allargamento della rivolta in Siria” avrebbe preso sempre di più una “direzione settaria”, in cui “i salafiti, i Fratelli Musulmani e AQI (Al-Qaeda in Iraq) sono le principali forze motrici della rivolta in Siria”, si legge nel documento, nel quale si prevede “la possibilità della creazione di un costituendo o non ufficialmente dichiarato califfato salafita nell’est della Siria”. “E questo è proprio quello che vogliono i sostenitori dell’opposizione per isolare il regime siriano e arginare l’espansione sciita in Iraq da parte dell’Iran”, faceva notare la DIA con riferimento all’opportunità strategica per gli obiettivi geopolitici dell’occidente, degli Stati del Golfo e della Turchia.
Quando tuttavia da una costola di Al-Qaeda/Al-Nusra nacque Stato Islamico (IS) e proclamò il suo califfato che oltrepassava i confini, gli USA nel 2014 si misero ai vertici di una coalizione internazionale anti-IS. Perché ora si trattava di arginare i “guerrieri di dio” diventati incontrollabili, con i loro attentati che mettevano in pericolo gli interessi di sicurezza del mondo occidentale anche all’estero. Che la Turchia, partner della NATO, sostenesse IS nella battaglia per Kobane e anche dopo, mantenendo aperti i confini per i “guerrieri di dio” e attraverso aiuti logistici, almeno verso l’esterno non veniva considerato una contraddizione rispetto all’appartenenza ufficiale della Turchia all’alleanza anti-IS.
Dal 2015 gli USA hanno costituito ufficialmente una buona mezza dozzina di punti di appoggio militari in Siria per sostenere le Forze Siriane Democratiche (FSD) nella lotta anti-IS. Tuttavia l’alleanza tra le FSD e l’esercito USA, per via di opposte ideologie, viene intesa da entrambe le parti solo come un’alleanza tattico-militare contro IS. Ma che la regione ricca di materie prime controllata dalle FSD resti sottratta al potere del regime a Damasco, è assolutamente negli interessi strategici di Washington. È quindi prevedibile che anche dopo la liberazione di Raqqa e Deir ez-Zor una persistente minaccia da parte di IS sia funzionale a uno stazionamento a lungo termine di truppe USA in Siria. Ma con questo IS, nella cui creazione e diffusione gli USA hanno avuto la loro parte, avrebbe assolutamente assolto il suo dovere per i piani geostrategici di Washington.
Mentre IS è stato combattuto militarmente, è continuato il sostegno politico e militare ai gruppi vicini a Al-Qaeda in Siria, ripuliti come “ribelli moderati” dai governi e dai media occidentali. Oltre 30 milizie appartenenti nominalmente all’ESL lo scorso anno sono state riunite sotto guida turca in un Esercito Nazionale Siriano che pare conti 22.000 uomini. Di questa truppa ora firmante come mercenaria della Turchia, fanno parte raggruppamenti jihadisti come l’associazione Ahrar Al-Sham, soccombente ad al-Nusra nelle lotte per l’egemonia a Idlib, Harka Nur Al-Din Al-Zenki e Ahrar Al-Sharkija.
“Tutti i gruppi che predono parte all’offensiva turca, una volta o l’altra sono stati sostenuti e approfonditamente verificati dagli USA”, ha confermato Charles Lister del Think Tank di Washington Middle East Institute, che da tempo fornisce una lettura positiva di Al-Qaeda in Siria, rispetto ai gruppi che ora combattono per la Turchia ad Afrin. Questa constatazione non dovrebbe suscitare stupore. USA e NATO fin dagli anni ’80 si sono continuamente serviti di jihadisti come truppe ausiliarie per far passare i propri interessi geopolitici. Questo non esclude affatto che gli islamisti radicali verranno di nuovo arginati militarmente se dovessero andare fuori controllo. La lotta contro il terrorismo viene poi a sua volta usata dalla NATO per interventi militari e per la creazione di nuove basi d’appoggio in tutto il mondo. Chi si aspetta dalla NATO una lotta coerente contro Al Qaeda & Co oppure una presa di distanze dalla Turchia a causa del suo patto con gli jihadisti, non ha capito la natura di questa alleanza militare imperialista.
YENİ ÖZGÜR POLİTİKA
Versione tedesca: http://yeniozgurpolitika.org/index.php?rupel=nuce&id=83680
Versione turca: http://www.yeniozgurpolitika.org/index.php?rupel=nuce&id=83646
Fonte
29/01/2018
Yemen - Esplode lo scontro tra scessionisti e governo
A dipingere gli scenari peggiori, spesso ci si prende: i movimenti
secessioni del sud dello Yemen si sono ribellati al loro burattino per
passare nelle mani di un altro. Da anni, da quando l’Arabia Saudita nel
marzo 2015 lanciò la sua brutale guerra contro lo Yemen anche con il
sostegno delle tribù e i clan meridionali, a sud del paese si sono
riaccese spinte secessioniste mai sopite dall’unità del 1990.
Da ieri la tensione è esplosa, con lo zampino degli Emirati Arabi Uniti: scontri sono scoppiati nella città di Aden, strategico porto nel sud dello Yemen e dal 2014 capitale provvisoria del governo del presidente Hadi cacciato da Sana’a dal movimento ribelle Ansar, Allah, dagli Houthi.
Sono almeno 15 i morti e oltre 120 i feriti nelle violenze esplose nelle strade tra i secessionisti e le truppe legate ad Hadi e ai sauditi dopo che i governativi hanno cercato di impedire ieri un manifestazione separatista in città. Università, scuole, uffici pubblici, negozi chiusi, voli sospesi all’aeroporto internazionale. E il presidente in autoesilio – qualcuno dice prigioniero – a Riyadh invoca il cessate il fuoco, chiamando le sue truppe a tornare nelle caserme. Allo stesso tempo il suo primo ministro, Ahmed bin Dagher, accusa i secessionisti di colpo di Stato, facendo appello a Riyadh. Intervenga, dice Dagher. Non certo una cosa da poco visto il palese coinvolgimento degli alleati sauditi, gli Emirati Arabi che mai hanno nascosto la loro contrarietà ad Hadi.
Uno degli strumenti di Abu Dhabi è stato l’ex governatore di Aden, Aidarous al Zubeidi: dopo il licenziamento imposto da Hadi lo scorso aprile, ha creato un suo Consiglio di transizione meridionale con il quale “guidare le province meridionali”, formato dai governatori delle cinque province sud e due ministri. È stato il Consiglio ad organizzare la manifestazione prevista per ieri, miccia che ha fatto esplodere tensioni latenti da anni. Ed è il Consiglio a ricevere da mesi il sostegno degli Emirati, sotto forma di armi, addestramento e supporto militare – ad Aden sono di stanza le truppe emiratine – ma anche di costruzione di un’amministrazione parallela (milizie, forze di polizia, carceri). Ed è sempre stato il Consiglio a dare una settimana fa un ultimatum al presidente Hadi: vattene entro il 28 gennaio.
Promessa rispettata: ieri i separatisti hanno tentato di occupare le sedi governative nella capitale provvisoria, riuscendo a prendere il quartier generale dell’esecutivo e alcuni campi militari, attaccando il palazzo presidenziale e facendo gridare a Dagher al golpe: “Un colpo di Stato è in corso ad Aden contro la legittimità e l’unità del paese”. “Sulla base delle istruzioni del presidente Hadi, il comandante supremo delle forze armate, e dopo consultazioni con la coalizione araba, devo ordinare a tutte le unità militari di cessare il fuoco immediatamente”, si legge in un successivo comunicato del premier.
La tensione è altissima: il porto di Aden è militarizzato e colpi di arma da fuoco risuonano nella città da due giorni, con battaglie in corso nei quartieri di Khormaksar, al-Mansoura, Dar Sad. Il Consiglio non intende arrendersi e chiama alla “sollevazione” fino alla caduta del governo di Hadi: “Abbiamo annunciato un nuovo programma di rivolta che inizierà domani [oggi, per chi legge] – dice il segretario di al Zubeidi, Zaid al Jamal – La gente è già pronta a riempire piazza al-Orouth e non se ne andrà fino a quando il governo non sarà rovesciato”.
Dalla sua al Zubeidi non ha solo il denaro emiratino. Ha anche le vittorie registrate sul terreno: ha preso parte alla cacciata degli Houthi da Aden e da buona parte delle regioni meridionali, punti segnati con alleati di ogni tipo. Per le strade di Aden, durante la battaglia di due anni fa, tra marzo e luglio 2015, non c’erano solo le forze governative: c’erano i separatisti, gli uomini dei clan meridionali e c’erano le bandiere nere di Al Qaeda nella Penisola Arabica. La più potente filiale della rete internazionale, approfittando dei vuoti di potere in uno Yemen devastato, si è allargata a dismisura nelle province sud-orientali del paese, arrivando a imporre la propria presenza nella più importante città del sud, con l’avallo delle forze lì egemoni.
I secessionisti non hanno disdegnato il sostegno jihadista, né ad Aden né a est, dove hanno preso parte alla gestione amministrativa delle province occupate dai qaedisti. Il tutto in nome della sconfitta degli Houthi e dell’agognata separazione. Hanno aperto agli Emirati, un’alleanza che potrebbe condurre ad una frattura interna alla apparentemente monolitica coalizione sunnita a guida saudita.
Fonte
Da ieri la tensione è esplosa, con lo zampino degli Emirati Arabi Uniti: scontri sono scoppiati nella città di Aden, strategico porto nel sud dello Yemen e dal 2014 capitale provvisoria del governo del presidente Hadi cacciato da Sana’a dal movimento ribelle Ansar, Allah, dagli Houthi.
Sono almeno 15 i morti e oltre 120 i feriti nelle violenze esplose nelle strade tra i secessionisti e le truppe legate ad Hadi e ai sauditi dopo che i governativi hanno cercato di impedire ieri un manifestazione separatista in città. Università, scuole, uffici pubblici, negozi chiusi, voli sospesi all’aeroporto internazionale. E il presidente in autoesilio – qualcuno dice prigioniero – a Riyadh invoca il cessate il fuoco, chiamando le sue truppe a tornare nelle caserme. Allo stesso tempo il suo primo ministro, Ahmed bin Dagher, accusa i secessionisti di colpo di Stato, facendo appello a Riyadh. Intervenga, dice Dagher. Non certo una cosa da poco visto il palese coinvolgimento degli alleati sauditi, gli Emirati Arabi che mai hanno nascosto la loro contrarietà ad Hadi.
Uno degli strumenti di Abu Dhabi è stato l’ex governatore di Aden, Aidarous al Zubeidi: dopo il licenziamento imposto da Hadi lo scorso aprile, ha creato un suo Consiglio di transizione meridionale con il quale “guidare le province meridionali”, formato dai governatori delle cinque province sud e due ministri. È stato il Consiglio ad organizzare la manifestazione prevista per ieri, miccia che ha fatto esplodere tensioni latenti da anni. Ed è il Consiglio a ricevere da mesi il sostegno degli Emirati, sotto forma di armi, addestramento e supporto militare – ad Aden sono di stanza le truppe emiratine – ma anche di costruzione di un’amministrazione parallela (milizie, forze di polizia, carceri). Ed è sempre stato il Consiglio a dare una settimana fa un ultimatum al presidente Hadi: vattene entro il 28 gennaio.
Promessa rispettata: ieri i separatisti hanno tentato di occupare le sedi governative nella capitale provvisoria, riuscendo a prendere il quartier generale dell’esecutivo e alcuni campi militari, attaccando il palazzo presidenziale e facendo gridare a Dagher al golpe: “Un colpo di Stato è in corso ad Aden contro la legittimità e l’unità del paese”. “Sulla base delle istruzioni del presidente Hadi, il comandante supremo delle forze armate, e dopo consultazioni con la coalizione araba, devo ordinare a tutte le unità militari di cessare il fuoco immediatamente”, si legge in un successivo comunicato del premier.
La tensione è altissima: il porto di Aden è militarizzato e colpi di arma da fuoco risuonano nella città da due giorni, con battaglie in corso nei quartieri di Khormaksar, al-Mansoura, Dar Sad. Il Consiglio non intende arrendersi e chiama alla “sollevazione” fino alla caduta del governo di Hadi: “Abbiamo annunciato un nuovo programma di rivolta che inizierà domani [oggi, per chi legge] – dice il segretario di al Zubeidi, Zaid al Jamal – La gente è già pronta a riempire piazza al-Orouth e non se ne andrà fino a quando il governo non sarà rovesciato”.
Dalla sua al Zubeidi non ha solo il denaro emiratino. Ha anche le vittorie registrate sul terreno: ha preso parte alla cacciata degli Houthi da Aden e da buona parte delle regioni meridionali, punti segnati con alleati di ogni tipo. Per le strade di Aden, durante la battaglia di due anni fa, tra marzo e luglio 2015, non c’erano solo le forze governative: c’erano i separatisti, gli uomini dei clan meridionali e c’erano le bandiere nere di Al Qaeda nella Penisola Arabica. La più potente filiale della rete internazionale, approfittando dei vuoti di potere in uno Yemen devastato, si è allargata a dismisura nelle province sud-orientali del paese, arrivando a imporre la propria presenza nella più importante città del sud, con l’avallo delle forze lì egemoni.
I secessionisti non hanno disdegnato il sostegno jihadista, né ad Aden né a est, dove hanno preso parte alla gestione amministrativa delle province occupate dai qaedisti. Il tutto in nome della sconfitta degli Houthi e dell’agognata separazione. Hanno aperto agli Emirati, un’alleanza che potrebbe condurre ad una frattura interna alla apparentemente monolitica coalizione sunnita a guida saudita.
Fonte
27/12/2017
Yemen - Natale di morte, oltre 130 vittime in 48 ore
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Non è previsto Natale nel paese più povero del Golfo, attraversato da una delle escalation militari peggiori degli oltre mille giorni di conflitto già trascorsi. Le agenzie, tra lunedì e ieri, battevano a ritmo continuo per tenere il conto dei bombardamenti aerei sauditi e del numero delle vittime in 48 ore di ordinario massacro in Yemen.
Un conto chiuso ieri – temporaneamente – dalla notizia dell’uccisione di sei contadini a Hodeida, costa occidentale, tra i più sanguinosi teatri della guerra in corso per la sua importanza strategica e commerciale. È qui che ha sede il principale porto del paese, insieme a quello di Aden, a sud, via di transito del greggio diretto in Europa. Ed è qui che ieri all’alba un raid della petromonarchia saudita ha centrato una fattoria a Khokhah, lasciandosi dietro sei vittime.
Nelle stesse ore iniziava il tour regionale dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed: a capo di un team di esperti, doveva atterrare ad Aden, capitale ufficiosa del governo yemenita in esilio (non è ancora chiaro quanto forzato) in Arabia Saudita. Raggiungerà nei prossimi giorni (o settimane) Sana’a, capitale ufficiale, dal settembre 2014 controllata dal movimento Ansar Allah.
L’idea, dicono fonti interne, è (ri)lanciare un piano di pace, proporre alle parti un nuovo tavolo negoziale se «mostreranno una volontà sincera di raggiungere una soluzione politica pacifica». E la voragine si apre: se l’Onu si attende dagli Houthi un rallentamento delle rappresaglie contro le forze fedeli al defunto ex dittatore Saleh prima di mandare a Sana’a il proprio inviato, è a Riyadh che si deve guardare. È lì, nella capitale saudita, che la volontà sincera anelata dalle Nazioni Unite pare mancare del tutto.
Lo dimostra il bagno di sangue dei giorni di Natale e Santo Stefano: sarebbero oltre 70 le vittime civili e una sessantina i combattenti Houthi uccisi in raid della coalizione sunnita a guida Saud, piovuti su tutto il paese, su zone residenziali, campi militari e mercati cittadini. Una famiglia di nove persone, di cui cinque bambini, è stata sterminata a Sana’a da cinque missili caduti sulla loro casa.
Sempre nella capitale, due edifici nel quartiere di Hay Asr sono stati rasi al suolo uccidendo undici persone, di cui tre bambini e due donne; il target era l’abitazione di un leader di Ansar Allah, Mohammed al-Raimi. Ad Hodeida sono morti otto civili, di cui due donne; a Dhamar quattro persone.
Bombe anche sui manifestanti scesi in piazza ad Arhab contro la decisione del presidente statunitense Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. E ancora 18 morti a Hais, a sud di Hodeida; 35 a Tahita; 50 vittime (secondo la tv al-Masirah, vicina agli Houthi) e 50 feriti nella città di Al-Ta’iziyeh, provincia di Taiz (altro epicentro del conflitto), nel bombardamento di un mercato.
La popolazione yemenita paga il prezzo più alto delle diverse guerre che si combattono in Yemen. Quella degli Houthi che cercano di ottenere la partecipazione politica ed economica che i regimi precedenti gli hanno negato e che Riyadh non intende riconoscergli. Quella per procura tra Arabia Saudita e Iran, con Teheran che osserva ufficiosamente in disparte l’incancrenirsi del conflitto voluto dai sauditi per ridefinire le influenze regionali. Quella dei secessionisti meridionali, pronti a vestire la casacca più opportuna pur di limitare l’avanzata Houthi e lavorare a una nuova separazione tra nord e sud.
E quella di al Qaeda nella Penisola Arabica che sguazza nel vuoto di potere e mangia territori, un passo avanti e uno indietro, ma ormai capace di radicarsi facendo leva sui clan locali e le necessità belliche della coalizione saudita.
Impossibile, in tale scenario, dare torto a Tim Lenderking, responsabile del Golfo per il Dipartimento di Stato Usa, che pochi giorni fa ha dato voce alla presunta visione trumpiana della crisi yemenita: «Non c’è soluzione militare – ha detto – C’è spazio per una partecipazione politica degli Houthi». Giusto. Peccato che abbia dimenticato di menzionare l’attivo ruolo militare statunitense nel paese, il sostegno indefesso al processo di armamento continuo dei Saud e l’accusa agli Houthi di essere meri proxy iraniani.
Fonte
Non è previsto Natale nel paese più povero del Golfo, attraversato da una delle escalation militari peggiori degli oltre mille giorni di conflitto già trascorsi. Le agenzie, tra lunedì e ieri, battevano a ritmo continuo per tenere il conto dei bombardamenti aerei sauditi e del numero delle vittime in 48 ore di ordinario massacro in Yemen.
Un conto chiuso ieri – temporaneamente – dalla notizia dell’uccisione di sei contadini a Hodeida, costa occidentale, tra i più sanguinosi teatri della guerra in corso per la sua importanza strategica e commerciale. È qui che ha sede il principale porto del paese, insieme a quello di Aden, a sud, via di transito del greggio diretto in Europa. Ed è qui che ieri all’alba un raid della petromonarchia saudita ha centrato una fattoria a Khokhah, lasciandosi dietro sei vittime.
Nelle stesse ore iniziava il tour regionale dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed: a capo di un team di esperti, doveva atterrare ad Aden, capitale ufficiosa del governo yemenita in esilio (non è ancora chiaro quanto forzato) in Arabia Saudita. Raggiungerà nei prossimi giorni (o settimane) Sana’a, capitale ufficiale, dal settembre 2014 controllata dal movimento Ansar Allah.
L’idea, dicono fonti interne, è (ri)lanciare un piano di pace, proporre alle parti un nuovo tavolo negoziale se «mostreranno una volontà sincera di raggiungere una soluzione politica pacifica». E la voragine si apre: se l’Onu si attende dagli Houthi un rallentamento delle rappresaglie contro le forze fedeli al defunto ex dittatore Saleh prima di mandare a Sana’a il proprio inviato, è a Riyadh che si deve guardare. È lì, nella capitale saudita, che la volontà sincera anelata dalle Nazioni Unite pare mancare del tutto.
Lo dimostra il bagno di sangue dei giorni di Natale e Santo Stefano: sarebbero oltre 70 le vittime civili e una sessantina i combattenti Houthi uccisi in raid della coalizione sunnita a guida Saud, piovuti su tutto il paese, su zone residenziali, campi militari e mercati cittadini. Una famiglia di nove persone, di cui cinque bambini, è stata sterminata a Sana’a da cinque missili caduti sulla loro casa.
Sempre nella capitale, due edifici nel quartiere di Hay Asr sono stati rasi al suolo uccidendo undici persone, di cui tre bambini e due donne; il target era l’abitazione di un leader di Ansar Allah, Mohammed al-Raimi. Ad Hodeida sono morti otto civili, di cui due donne; a Dhamar quattro persone.
Bombe anche sui manifestanti scesi in piazza ad Arhab contro la decisione del presidente statunitense Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. E ancora 18 morti a Hais, a sud di Hodeida; 35 a Tahita; 50 vittime (secondo la tv al-Masirah, vicina agli Houthi) e 50 feriti nella città di Al-Ta’iziyeh, provincia di Taiz (altro epicentro del conflitto), nel bombardamento di un mercato.
La popolazione yemenita paga il prezzo più alto delle diverse guerre che si combattono in Yemen. Quella degli Houthi che cercano di ottenere la partecipazione politica ed economica che i regimi precedenti gli hanno negato e che Riyadh non intende riconoscergli. Quella per procura tra Arabia Saudita e Iran, con Teheran che osserva ufficiosamente in disparte l’incancrenirsi del conflitto voluto dai sauditi per ridefinire le influenze regionali. Quella dei secessionisti meridionali, pronti a vestire la casacca più opportuna pur di limitare l’avanzata Houthi e lavorare a una nuova separazione tra nord e sud.
E quella di al Qaeda nella Penisola Arabica che sguazza nel vuoto di potere e mangia territori, un passo avanti e uno indietro, ma ormai capace di radicarsi facendo leva sui clan locali e le necessità belliche della coalizione saudita.
Impossibile, in tale scenario, dare torto a Tim Lenderking, responsabile del Golfo per il Dipartimento di Stato Usa, che pochi giorni fa ha dato voce alla presunta visione trumpiana della crisi yemenita: «Non c’è soluzione militare – ha detto – C’è spazio per una partecipazione politica degli Houthi». Giusto. Peccato che abbia dimenticato di menzionare l’attivo ruolo militare statunitense nel paese, il sostegno indefesso al processo di armamento continuo dei Saud e l’accusa agli Houthi di essere meri proxy iraniani.
Fonte
22/08/2017
La lotta al jihadismo la dovrebbero fare anche i nostri alleati arabi
È in Afghanistan che è caduto il vero Muro, dieci anni prima di quello di Berlino, quando la vittoria dei mujaheddin, alleati dell’Occidente, sull’Armata Rossa è stata resa possibile dai petrodollari dell’Arabia che impone l’ortodossia del wahabismo, ideologia fondante del regno dei Saud
da Il Sole 24 Ore
L’Isis può perdere la partita in Iraq e in Siria, ma la sua ideologia resiste. Sarebbe una pericolosa illusione pensare che una sconfitta militare del Califfato possa costituire la fine del jihadismo, ideologia che si è diffusa negli ultimi decenni dall’Afghanistan all’Iraq, dal Medio Oriente all’Asia centrale, dal Nordafrica al Sahel fino a penetrare mortalmente in Europa con la propaganda tra i giovani musulmani di seconda generazione che sfrutta l’emarginazione e le spinte al nichilismo, e riempie il vuoto lasciato dalle ideologie novecentesche. Per usare le parole di Olivier Roy, uno dei massimi studiosi del fenomeno, si tratta di un’islamizzazione dell’antagonismo piuttosto che una radicalizzazione dell’Islam storico. Il jihadismo viaggia sul web e galleggia anche sui nostri vuoti di senso. Non finirà presto.
Gli esempi del contrario sono diversi, a partire da al-Qaida, casa madre in Iraq dell’Isis: l’uccisione di Bin Laden in Pakistan nel 2011 non fu la fine del gruppo terroristico come non lo era stata la perdita dei santuari afghani dopo le Torri Gemelle e la guerra del 2001. Le tracce di al-Baghdadi, autoproclamato califfo dato più volte per morto, sono svanite ma nessuno, dopo gli attentati in Spagna, può pensare che la sua scomparsa rappresenterebbe quella dell’Isis.
Sono passati 16 anni dall’inizio della guerra al terrorismo lanciata dagli Usa in Afghanistan e non solo questa non è terminata ma gli stessi americani mostrano una sostanziale indifferenza ai guai che con la guerra del 2003 in Iraq hanno provocato in Medio Oriente, trascinando il terrorismo in Europa. Nel 2014 sono stati a guardare l’ascesa dell’Isis senza fare nulla. Oppure a Washington sono solo realisti: siamo di fronte a problemi e interessi, che non si risolvono con un’amministrazione presidenziale.
Perché i jihadisti continueranno a costituire un problema? I cambiamenti sono continui anche nella galassia jihadista ma di solito ci limitiamo ad analizzarli quando esplodono in casa nostra. Abbiamo sempre parlato di antagonismo tra Isis e al-Qaida, un bipolarismo che finora ci ha fatto comodo per spiegare gli eventi. Ma anche qui c’è una trasformazione. Dal gennaio scorso in Siria si è formato un ampio fronte Hayat Tahrir al-Sham con circa 30mila combattenti che diventerà cruciale in quel governatorato di Idlib che sta diventando la nuova capitale del jihad, a stretto contatto con il confine turco.
Tra poco forse dovremo fare i conti con un jihad diffuso che si affiancherà ai marchi di fabbrica conosciuti dell’Isis e di al-Qaida. E anche l’Isis cercherà nuovi santuari fuori da Siria e Iraq. I candidati sono lo Yemen, dove l’Arabia Saudita non riesce a vincere contro gli Houthi sciiti, la Libia, il Sahel ma anche il Sinai, area strategica tra Egitto, Israele e Palestina, una sorta di “no man’s land” dove la branca egiziana dell’Isis è responsabile dei più sanguinosi attentati degli ultimi anni.
Il jihadismo non si fermerà domani perché viene da lontano e la sua crescita ci riguarda direttamente. A Damasco si trova la tomba di Ibn Tamiyyah, teologo sunnita morto nel 14° secolo, ispiratore di molti movimenti integralisti contemporanei. È singolare ma significativo che nella Siria di oggi il suo sepolcro sia ridotto a una lapide sbreccata, quasi illeggibile tra l’erba alta e gli sterpi. Questo voluto stato di abbandono, agli occhi dei sunniti, è simbolo evidente dell’empietà del regime di Damasco, una delle tante ragioni profonde per cui i jihadisti anti-Assad vogliono eliminare il clan degli alauiti.
Ma chi ha sostenuto questi movimenti radicali per abbattere Assad, alleato dell’Iran, se non la Turchia, il Qatar, l’Arabia, con l’esplicita approvazione di Usa ed europei? Taymiyya viene citato nei comunicati dei jihadisti per giustificare la guerra santa a sciiti e alauiti, oltre che naturalmente a tutti gli altri miscredenti. Tutto ciò però non sarebbe bastato a fare del jihadismo un’ideologia vincente se non ci fosse stata l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979.
È in Afghanistan che è caduto il vero Muro, dieci anni prima di quello di Berlino, quando la vittoria dei mujaheddin, alleati dell’Occidente, sull’Armata Rossa è stata resa possibile dai petrodollari dell’Arabia che impone l’ortodossia del wahabismo, ideologia fondante del regno dei Saud: tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti ipocriti, eretici o miscredenti. Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera. È questa l’ideologia di al-Qaida che è poi stata trasferita all’Isis di al-Baghdadi e alla galassia jihadista.
La lotta al jihadismo, dal punto di vista militare, di sicurezza e culturale, la dovrebbero fare anche i nostri alleati arabi, compratori di armi e partner d’affari, che manovrano questi movimenti. Ecco un’altra ragione che alimenterà ancora a lungo il jihadismo. Basta saperlo.
Fonte
da Il Sole 24 Ore
L’Isis può perdere la partita in Iraq e in Siria, ma la sua ideologia resiste. Sarebbe una pericolosa illusione pensare che una sconfitta militare del Califfato possa costituire la fine del jihadismo, ideologia che si è diffusa negli ultimi decenni dall’Afghanistan all’Iraq, dal Medio Oriente all’Asia centrale, dal Nordafrica al Sahel fino a penetrare mortalmente in Europa con la propaganda tra i giovani musulmani di seconda generazione che sfrutta l’emarginazione e le spinte al nichilismo, e riempie il vuoto lasciato dalle ideologie novecentesche. Per usare le parole di Olivier Roy, uno dei massimi studiosi del fenomeno, si tratta di un’islamizzazione dell’antagonismo piuttosto che una radicalizzazione dell’Islam storico. Il jihadismo viaggia sul web e galleggia anche sui nostri vuoti di senso. Non finirà presto.
Gli esempi del contrario sono diversi, a partire da al-Qaida, casa madre in Iraq dell’Isis: l’uccisione di Bin Laden in Pakistan nel 2011 non fu la fine del gruppo terroristico come non lo era stata la perdita dei santuari afghani dopo le Torri Gemelle e la guerra del 2001. Le tracce di al-Baghdadi, autoproclamato califfo dato più volte per morto, sono svanite ma nessuno, dopo gli attentati in Spagna, può pensare che la sua scomparsa rappresenterebbe quella dell’Isis.
Sono passati 16 anni dall’inizio della guerra al terrorismo lanciata dagli Usa in Afghanistan e non solo questa non è terminata ma gli stessi americani mostrano una sostanziale indifferenza ai guai che con la guerra del 2003 in Iraq hanno provocato in Medio Oriente, trascinando il terrorismo in Europa. Nel 2014 sono stati a guardare l’ascesa dell’Isis senza fare nulla. Oppure a Washington sono solo realisti: siamo di fronte a problemi e interessi, che non si risolvono con un’amministrazione presidenziale.
Perché i jihadisti continueranno a costituire un problema? I cambiamenti sono continui anche nella galassia jihadista ma di solito ci limitiamo ad analizzarli quando esplodono in casa nostra. Abbiamo sempre parlato di antagonismo tra Isis e al-Qaida, un bipolarismo che finora ci ha fatto comodo per spiegare gli eventi. Ma anche qui c’è una trasformazione. Dal gennaio scorso in Siria si è formato un ampio fronte Hayat Tahrir al-Sham con circa 30mila combattenti che diventerà cruciale in quel governatorato di Idlib che sta diventando la nuova capitale del jihad, a stretto contatto con il confine turco.
Tra poco forse dovremo fare i conti con un jihad diffuso che si affiancherà ai marchi di fabbrica conosciuti dell’Isis e di al-Qaida. E anche l’Isis cercherà nuovi santuari fuori da Siria e Iraq. I candidati sono lo Yemen, dove l’Arabia Saudita non riesce a vincere contro gli Houthi sciiti, la Libia, il Sahel ma anche il Sinai, area strategica tra Egitto, Israele e Palestina, una sorta di “no man’s land” dove la branca egiziana dell’Isis è responsabile dei più sanguinosi attentati degli ultimi anni.
Il jihadismo non si fermerà domani perché viene da lontano e la sua crescita ci riguarda direttamente. A Damasco si trova la tomba di Ibn Tamiyyah, teologo sunnita morto nel 14° secolo, ispiratore di molti movimenti integralisti contemporanei. È singolare ma significativo che nella Siria di oggi il suo sepolcro sia ridotto a una lapide sbreccata, quasi illeggibile tra l’erba alta e gli sterpi. Questo voluto stato di abbandono, agli occhi dei sunniti, è simbolo evidente dell’empietà del regime di Damasco, una delle tante ragioni profonde per cui i jihadisti anti-Assad vogliono eliminare il clan degli alauiti.
Ma chi ha sostenuto questi movimenti radicali per abbattere Assad, alleato dell’Iran, se non la Turchia, il Qatar, l’Arabia, con l’esplicita approvazione di Usa ed europei? Taymiyya viene citato nei comunicati dei jihadisti per giustificare la guerra santa a sciiti e alauiti, oltre che naturalmente a tutti gli altri miscredenti. Tutto ciò però non sarebbe bastato a fare del jihadismo un’ideologia vincente se non ci fosse stata l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979.
È in Afghanistan che è caduto il vero Muro, dieci anni prima di quello di Berlino, quando la vittoria dei mujaheddin, alleati dell’Occidente, sull’Armata Rossa è stata resa possibile dai petrodollari dell’Arabia che impone l’ortodossia del wahabismo, ideologia fondante del regno dei Saud: tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti ipocriti, eretici o miscredenti. Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera. È questa l’ideologia di al-Qaida che è poi stata trasferita all’Isis di al-Baghdadi e alla galassia jihadista.
La lotta al jihadismo, dal punto di vista militare, di sicurezza e culturale, la dovrebbero fare anche i nostri alleati arabi, compratori di armi e partner d’affari, che manovrano questi movimenti. Ecco un’altra ragione che alimenterà ancora a lungo il jihadismo. Basta saperlo.
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20/08/2017
Pubblicare i documenti sui legami tra terroristi e Arabia Saudita? Theresa May dice no
Questo articolo appare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico
I sopravvissuti hanno definito la risposta del Regno Unito “vergognosa”.
Come ha riportato il quotidiano britannico ‘The Independent’, la premier della Gran Bretagna, Theresa May ha respinto un appello dai sopravvissuti agli attacchi dell’11 settembre per rendere pubblica una relazione sul ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dell’estremismo islamista nel Regno Unito.
All’inizio di quest’estate, il governo britannico ha annunciato di aver deciso di non pubblicare le informazioni, citando i motivi di sicurezza nazionale e la “quantità enorme di informazioni personali” contenute.
Tra coloro che chiedono a May di rendere pubblica la relazione, commissionata dal suo predecessore David Cameron, un gruppo di sopravvissuti statunitensi degli attacchi dell’11 settembre e dei parenti di alcuni delle quasi 3.000 persone rimaste uccise.
“Il Regno Unito ha ora l’occasione storica unica per fermare l’uccisione, per fermare i terroristi ispirati dal Wahhabismo, pubblicando la relazione del governo britannico sul finanziamento del terrorismo nel Regno Unito, che secondo i rapporti mediatici colloca l’Arabia Saudita in un ruolo centrale di colpevolezza”, si legge in una lettera firmata da 15 persone.
Ma il governo britannico ha respinto la loro richiesta in una lettera che il gruppo ha definito “vergognosa”.
“Gli Stati Uniti e il Regno Unito continuano a proteggere l’Arabia Saudita, permettendogli di operare liberamente, impunemente, anche fornendogli armi letali per commettere genocidi e violazioni dei diritti umani “, ha affermato Sharon Premoli, che era all’ottavo piano della Torre Nord del World Trade Center quando colpì il primo aereo di Al-Qaeda.
Brett Eagleson, il cui figlio John è morto al 17o piano della Torre Sud, ha affermato che il governo britannico ha trattenuto informazioni potenzialmente fondamentali.
“Quando il governo britannico ha avuto l’opportunità di far luce sul finanziamento del terrorismo e ha avuto l’opportunità di fare progressi reali sulla lotta globale contro il terrorismo, ha scelto di non perdere i contatti con l’Arabia Saudita contro la sicurezza dei propri cittadini”, ha detto. “È una giornata vergognosa per la democrazia”.
Ellen Sarancini, vedova di un pilota del volo 175 della United Airlines che fu dirottato dopo aver decollato da Boston e schiantatosi nella torre Sud, ha dichiarato che la risposta del Regno Unito è stata l’ultima in una serie di rifiuti.
“Per 15 anni siamo stati bloccati dal nostro governo che, insieme al Regno Unito, continua a proteggere l’Arabia Saudita a scapito dei suoi cittadini”, ha affermato. “La relazione britannica ha il potenziale per porre fine al terrorismo perseguendo quelli che sono al centro del suo finanziamento, ma si rifiuta di farlo”, ha aggiunto.
Sebbene 15 dei 19 dirottatori che hanno attaccato New York e Washington fossero cittadini dell’Arabia Saudita, le autorità di Riyad hanno da tempo negato di aver avuto alcun ruolo ufficiale nell’attacco. Hanno anche respinto azioni legali per i risarcimenti.
All’inizio di quest’anno, una denuncia è stata presentata a New York per conto delle famiglie di 850 individui uccisi e 1.500 feriti, in cui si sostiene che il regno saudita ha appoggiato Al-Qaeda in quattro modi critici: sostenendo le organizzazioni governative legate al governo che hanno gestito i campi di addestramento, finanziando direttamente il gruppo terroristico di Osama Bin Laden, sostenendo i dirottatori fornendo loro passaporti e, infine, offrendo sostegno sul terreno ai dirottatori nei 18 mesi che portarono agli attacchi.
Un certo numero di storici hanno sottolineato che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno una lunga storia di promozione e utilizzo degli estremisti islamici per le loro diverse esigenze. Mark Curtis, storico e autore di ‘Secret Affairs’ ha affermato: “L’elite britannica è perfettamente consapevole del ruolo insidioso che l’Arabia Saudita svolge per favorire il terrorismo”.
La Gran Bretagna ha scelto quindi di non danneggiare i legami strategici con l’Arabia Saudita evitando la pubblicazione di informazioni che potevano rivelarsi scomode e imbarazzanti.
Fonte
I sopravvissuti hanno definito la risposta del Regno Unito “vergognosa”.
Come ha riportato il quotidiano britannico ‘The Independent’, la premier della Gran Bretagna, Theresa May ha respinto un appello dai sopravvissuti agli attacchi dell’11 settembre per rendere pubblica una relazione sul ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dell’estremismo islamista nel Regno Unito.
All’inizio di quest’estate, il governo britannico ha annunciato di aver deciso di non pubblicare le informazioni, citando i motivi di sicurezza nazionale e la “quantità enorme di informazioni personali” contenute.
Tra coloro che chiedono a May di rendere pubblica la relazione, commissionata dal suo predecessore David Cameron, un gruppo di sopravvissuti statunitensi degli attacchi dell’11 settembre e dei parenti di alcuni delle quasi 3.000 persone rimaste uccise.
“Il Regno Unito ha ora l’occasione storica unica per fermare l’uccisione, per fermare i terroristi ispirati dal Wahhabismo, pubblicando la relazione del governo britannico sul finanziamento del terrorismo nel Regno Unito, che secondo i rapporti mediatici colloca l’Arabia Saudita in un ruolo centrale di colpevolezza”, si legge in una lettera firmata da 15 persone.
Ma il governo britannico ha respinto la loro richiesta in una lettera che il gruppo ha definito “vergognosa”.
“Gli Stati Uniti e il Regno Unito continuano a proteggere l’Arabia Saudita, permettendogli di operare liberamente, impunemente, anche fornendogli armi letali per commettere genocidi e violazioni dei diritti umani “, ha affermato Sharon Premoli, che era all’ottavo piano della Torre Nord del World Trade Center quando colpì il primo aereo di Al-Qaeda.
Brett Eagleson, il cui figlio John è morto al 17o piano della Torre Sud, ha affermato che il governo britannico ha trattenuto informazioni potenzialmente fondamentali.
“Quando il governo britannico ha avuto l’opportunità di far luce sul finanziamento del terrorismo e ha avuto l’opportunità di fare progressi reali sulla lotta globale contro il terrorismo, ha scelto di non perdere i contatti con l’Arabia Saudita contro la sicurezza dei propri cittadini”, ha detto. “È una giornata vergognosa per la democrazia”.
Ellen Sarancini, vedova di un pilota del volo 175 della United Airlines che fu dirottato dopo aver decollato da Boston e schiantatosi nella torre Sud, ha dichiarato che la risposta del Regno Unito è stata l’ultima in una serie di rifiuti.
“Per 15 anni siamo stati bloccati dal nostro governo che, insieme al Regno Unito, continua a proteggere l’Arabia Saudita a scapito dei suoi cittadini”, ha affermato. “La relazione britannica ha il potenziale per porre fine al terrorismo perseguendo quelli che sono al centro del suo finanziamento, ma si rifiuta di farlo”, ha aggiunto.
Sebbene 15 dei 19 dirottatori che hanno attaccato New York e Washington fossero cittadini dell’Arabia Saudita, le autorità di Riyad hanno da tempo negato di aver avuto alcun ruolo ufficiale nell’attacco. Hanno anche respinto azioni legali per i risarcimenti.
All’inizio di quest’anno, una denuncia è stata presentata a New York per conto delle famiglie di 850 individui uccisi e 1.500 feriti, in cui si sostiene che il regno saudita ha appoggiato Al-Qaeda in quattro modi critici: sostenendo le organizzazioni governative legate al governo che hanno gestito i campi di addestramento, finanziando direttamente il gruppo terroristico di Osama Bin Laden, sostenendo i dirottatori fornendo loro passaporti e, infine, offrendo sostegno sul terreno ai dirottatori nei 18 mesi che portarono agli attacchi.
Un certo numero di storici hanno sottolineato che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno una lunga storia di promozione e utilizzo degli estremisti islamici per le loro diverse esigenze. Mark Curtis, storico e autore di ‘Secret Affairs’ ha affermato: “L’elite britannica è perfettamente consapevole del ruolo insidioso che l’Arabia Saudita svolge per favorire il terrorismo”.
La Gran Bretagna ha scelto quindi di non danneggiare i legami strategici con l’Arabia Saudita evitando la pubblicazione di informazioni che potevano rivelarsi scomode e imbarazzanti.
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19/08/2017
Solo cerotti per Barcellona
Di nuovo a Barcellona è stata pagata un’altra rata degli interessi del capitalismo imperialista. Una rata di sangue di gente innocente che ha però pagato per debiti con la storia e la violenza fatti da altri, in particolare dai suoi cari governanti. ISIS, wahaBbIti assassini!
Certo, ma vediamo ancora una volta chi ha iniziato tutto questo: le radici sono così chiare, ma i peggiori media del millennio fanno di tutto per farcelo scordare.
Chi finanziava le madrase degli allora nascenti talebani in Afghanistan in ottica antisovietica? Al-Qaeda fu un prodotto di allevamento della CIA: quando Rambo 3 in Afghanistan combatteva coi talebani buoni contro i cattivissimi russi, ricordate? Ma non c’erano – a quei tempi – arabi LAICI?
Certamente, in grande quantità: ad esempio i palestinesi di Arafat erano allora laici, ma gli USA preferirono blindare il loro stato-gendarme Israele, uno stato confessionale cui non si poteva che contrapporre l’intifada.
Nel frattempo gli amici degli USA diventarono i peggiori stati fondamentalisti e con regime medioevale, come l’Arabia Saudita: queste non sono “feroci dittature”, no no, non importa, sono dei nostri compagni di merende.
Sauditi e CIA assieme, poi, finanziano e crescono i peggiori gruppi di terroristi jihadisti, “bravi ragazzi” con i quali si destabilizzano gli stati dell’area che erano laici e indipendenti: Iraq, Libia, Siria (appunto, laici e antiamericani), mandando avanti con le “rivoluzioni verdi” alcuni utili idioti democratici che – non avendo alcun seguito popolare – spariscono come neve al sole, lasciando spazio (e armi ricevute dagli americani) ai terroristi come ISIS.
Tutto calcolato. Altro che “sfuggita di mano”, Sora Clinton. È la vostra ben precisa strategia. Il bel risultato sono guerre che generano profughi e povertà: gli stupendi risultati di pace e benessere in Iraq, Libia e Siria sono sotto gli occhi di tutti.
Certo, basta che non siano occhi foderati di prosciutto, come quelli dei miserabili governi occidentali che prima accompagnano USA e CIA in queste criminali politiche di destabilizzazione, e poi guaiscono quando alcuni dei loro ex-protegé vengono a casa loro per ripagarli in parte con la stessa moneta.
Guerra e profughi, terrore del terrorismo sono i pilastri sui quali si reggono le economie e i governi occidentali: emergenza permanente che consente di metter da parte la loro incapacità, corruzione, responsabilità nel nome della “sicurezza”, della difesa della fortezza Europa.
Se la Russia interviene a rovinare la festa – come in Siria – allora si facciano sanzioni alla Russia: nessuno deve disturbare il banchetto!
Nel frattempo, i “migranti”, in realtà semplicemente gente in fuga dalle nostre guerre, vengono soccorrevolmente aiutati a invadere l’Europa, in modo da costituire un comodo esercito di schiavi lavoratori a basso costo per mantenere funzionanti le nostre assurde economie. Lo scopo è cancellare gli ultimi diritti rimasti ai lavoratori europei.
E poi le campagne buoniste dei radical chic, le femministosinistre per il burqa simbolo di libertà, costituiscono l’utile rumore di fondo. Petalosi inutili se non dannosi, che si accontentano di curare un tumore con un bell’impacco di aloe.
Gli immancabili destroidi invece sono impegnatissimi nella guerra tra poveri: quanto sono bastardi ‘sti islamici, e poi vogliono anche loro invadere il giardinetto della nostra villetta in Brianza coi nanetti.
Che sia tutto un finto quadretto in cartoncino: non tange il cervello afasico né dei destri fascioleghisti né degli pseudosinistri petalosi.
Sapete, la soluzione sarebbe facile:
– Ritiro immediato da tutto il medio Oriente, finendo di fomentare guerre e uccidere “per sicurezza” centinaia di migliaia di vittime e scatenare ondate immigratorie.
– Estendere i diritti dei lavoratori a TUTTI, stranieri e italiani. Le risorse ci sono, basta smettere di sperperare con le spese militari e imperialiste.
– Italia fuori da Ue e Nato,
– Fine dell’ingerenza in Palestina, boicottando totalmente ogni collaborazione con Israele.
Fonte
Certo, ma vediamo ancora una volta chi ha iniziato tutto questo: le radici sono così chiare, ma i peggiori media del millennio fanno di tutto per farcelo scordare.
Chi finanziava le madrase degli allora nascenti talebani in Afghanistan in ottica antisovietica? Al-Qaeda fu un prodotto di allevamento della CIA: quando Rambo 3 in Afghanistan combatteva coi talebani buoni contro i cattivissimi russi, ricordate? Ma non c’erano – a quei tempi – arabi LAICI?
Certamente, in grande quantità: ad esempio i palestinesi di Arafat erano allora laici, ma gli USA preferirono blindare il loro stato-gendarme Israele, uno stato confessionale cui non si poteva che contrapporre l’intifada.
Nel frattempo gli amici degli USA diventarono i peggiori stati fondamentalisti e con regime medioevale, come l’Arabia Saudita: queste non sono “feroci dittature”, no no, non importa, sono dei nostri compagni di merende.
Sauditi e CIA assieme, poi, finanziano e crescono i peggiori gruppi di terroristi jihadisti, “bravi ragazzi” con i quali si destabilizzano gli stati dell’area che erano laici e indipendenti: Iraq, Libia, Siria (appunto, laici e antiamericani), mandando avanti con le “rivoluzioni verdi” alcuni utili idioti democratici che – non avendo alcun seguito popolare – spariscono come neve al sole, lasciando spazio (e armi ricevute dagli americani) ai terroristi come ISIS.
Tutto calcolato. Altro che “sfuggita di mano”, Sora Clinton. È la vostra ben precisa strategia. Il bel risultato sono guerre che generano profughi e povertà: gli stupendi risultati di pace e benessere in Iraq, Libia e Siria sono sotto gli occhi di tutti.
Certo, basta che non siano occhi foderati di prosciutto, come quelli dei miserabili governi occidentali che prima accompagnano USA e CIA in queste criminali politiche di destabilizzazione, e poi guaiscono quando alcuni dei loro ex-protegé vengono a casa loro per ripagarli in parte con la stessa moneta.
Guerra e profughi, terrore del terrorismo sono i pilastri sui quali si reggono le economie e i governi occidentali: emergenza permanente che consente di metter da parte la loro incapacità, corruzione, responsabilità nel nome della “sicurezza”, della difesa della fortezza Europa.
Se la Russia interviene a rovinare la festa – come in Siria – allora si facciano sanzioni alla Russia: nessuno deve disturbare il banchetto!
Nel frattempo, i “migranti”, in realtà semplicemente gente in fuga dalle nostre guerre, vengono soccorrevolmente aiutati a invadere l’Europa, in modo da costituire un comodo esercito di schiavi lavoratori a basso costo per mantenere funzionanti le nostre assurde economie. Lo scopo è cancellare gli ultimi diritti rimasti ai lavoratori europei.
E poi le campagne buoniste dei radical chic, le femministosinistre per il burqa simbolo di libertà, costituiscono l’utile rumore di fondo. Petalosi inutili se non dannosi, che si accontentano di curare un tumore con un bell’impacco di aloe.
Gli immancabili destroidi invece sono impegnatissimi nella guerra tra poveri: quanto sono bastardi ‘sti islamici, e poi vogliono anche loro invadere il giardinetto della nostra villetta in Brianza coi nanetti.
Che sia tutto un finto quadretto in cartoncino: non tange il cervello afasico né dei destri fascioleghisti né degli pseudosinistri petalosi.
Sapete, la soluzione sarebbe facile:
– Ritiro immediato da tutto il medio Oriente, finendo di fomentare guerre e uccidere “per sicurezza” centinaia di migliaia di vittime e scatenare ondate immigratorie.
– Estendere i diritti dei lavoratori a TUTTI, stranieri e italiani. Le risorse ci sono, basta smettere di sperperare con le spese militari e imperialiste.
– Italia fuori da Ue e Nato,
– Fine dell’ingerenza in Palestina, boicottando totalmente ogni collaborazione con Israele.
Fonte
Barcellona scuote tutti da un colpevole sogno
La dinamica dell’attacco terrorista a Barcellona è simile a quanto avvenuto in altre metropoli europee come Nizza o Londra ma lo scenario che apre è diverso e inquietante. Ad essere colpito è un paese del blocco occidentale, membro attivo e allineato della Nato ma non in prima fila nella “guerra sporca” scatenata negli ultimi anni in Medio Oriente da Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti. Una situazione più simile all’Italia fino al 2011 ma che adesso conferma come nessun paese – tantomeno quelli dell’Europa meridionale – possano considerarsi al di fuori della guerra globale asimmetrica in corso da anni.
L’Isis – o Daesh per gli arabi – ha rivendicato l’attentato di Barcellona coprendo così politicamente un attacco che sembra essere più essere il risultato di una pianificazione che il gesto di un “lupo solitario”. Era stato così anche per le stragi di Madrid, quasi quindici anni fa, che fecero 190 morti. La Spagna si interroga sul perché sia finita al centro del mirino ma le risposte che riesce a darsi non sono esaurienti.
Spagna e Italia, sono diventate (loro malgrado) la prima linea di “ascari” con cui il blocco occidentale – e l’Unione Europea in particolare – si scontra con l’ebollizione sociale e demografica del sud del mondo. Gli spostamenti di profughi causati dalle guerre, dalla dissoluzione degli Stati esistenti provocata e ottenuta dagli interventi occidentali, da siccità o insopportabilità delle condizioni di vita sono enormi, e solo in minima parte riescono a raggiungere le coste settentrionali dell’Africa per cercare di passare in Europa. Ma è proprio qui che si trovano di fronte il muro costruito da Spagna e Italia. Più consolidato il primo, più recente il secondo.
Per la Spagna il compito è facilitato dalla sopravvivenza di due enclave coloniali a Ceuta e Melilla sulla costa africana. L’Italia ha invece riempito il mare e le coste libiche con un blocco navale, ed ora terrestre, con il compito di fermare chi fugge, con ogni mezzo e senza alcuna remora morale sui mezzi adottati. Tutti i testimoni scomodi sono stati allontanati.
Questo mondo dunque va sempre visto da diverse prospettive per ricavarne una sintesi attendibile. In Spagna e in Italia si chiede e si vuole che il mondo di sotto venga fermato lì dove sta e senza scrupoli. Il mondo di sotto guarda gli Stati europei e ne vede ormai solo i muri, le navi, gli accordi indicibili con regimi o signori della guerra che fanno il lavoro sporco in cambio di soldi. Sembra uno dei romanzi distopici di Valerio Evangelisti, ma è la realtà.
In questo contesto agiscono le organizzazioni jihadiste che hanno gioco facile nell’indicare nei paesi europei la causa dei mali che affliggono Africa e Medio Oriente. L’Isis ha spesso richiamato anche la riconquista di El Andalus, cioè della Spagna conquistata e vissuta dai musulmani per più di sette secoli.
Ma la guerra ha bisogno delle sue vittime e le vittime non possono che essere i civili che affollano le metropoli europee come le coste africane o i barconi con cui cercano di lasciarsele alle spalle.
Quando scriviamo che le guerre sono le vostre ma i morti sono i nostri, intendiamo descrivere e denunciare una realtà ben visibile ma occultata dai governi e dai loro apparati ideologici (di stato e “privati”). E’ dal 1991 che le potenze occidentali hanno sistematicamente disgregato gli equilibri esistenti nel sud del mondo per poterne trarne vantaggi in termini di risorse, controllo della forza lavoro, creazione di paradisi esclusivi per il turismo d’elite e di massa. Avevano sperato che potesse essere un gioco facile, una asimmetria gestibile anche con repentini cambi di alleanze, con finanziamenti a geometria variabile e – quando necessario – interventi militari di maggiore o minore rilievo.
Se mettiamo in fila Iraq, Somalia, Sudan, Eritrea, Etiopia, Mali, Repubblica Centroafricana, Ghana, Burkina Faso, Sierra Leone, Liberia, Costa D’Avorio, Ciad ed infine Libia e Siria, troveremo nella storia recente di questi paesi la pesante traccia del tallone di ferro lasciata da francesi, britannici, italiani, spagnoli, statunitensi.
I network della jihad giocano una doppia partita: una contro l’occidente, l’altra interna. Quest’ultima vede in particolare l’ambizione dell’Isis e di Al Qaida ad essere la vera guida della jihad globale del XXI Secolo. Entrambe prima alimentate dalle potenze occidentali, poi combattute, in un gioco di alleanze a geometria variabile che produce più risentimenti che stabilità.
Al Qaida appare più strutturata e con maggiore esperienza. La sua rete, nonostante i colpi subiti, ha maggiore dimestichezza anche nel colpire i territori metropolitani delle potenze coloniali. L’Isis ha tentato la carta della statualizzazione del Califfato, dandogli anche una strutturazione territoriale a cavallo tra Iraq e Siria. Entrambe usano i mass media e il terrore come arma di combattimento, producendo effetti non troppo dissimili dai bombardamenti missilistici o aerei delle potenze occidentali sui paesi del Medio Oriente o africani. Il terrore è terrore, e a pagarne le conseguenze sono soprattutto i civili, innocenti ma ritenuti sempre meno inconsapevoli dai due eserciti contrapposti.
Infine, ma non per importanza, c’è la domanda che tutti si pongono da ieri pomeriggio: se hanno colpito Barcellona quando toccherà all’Italia? E su questo occorre ammettere che l’attentato terroristico di Barcellona ha risvegliato molti dal sogno in cui si stavano cullando. Il non voler sapere, vedere, sentire quanto sta accadendo e accadrà nel Mediterraneo o sulle coste libiche, per rimuovere dalla nostra esistenza quotidiana una realtà che ha tirato fuori il peggio dalla società italiana, sia a livello istituzionale che nel senso comune popolare.
Ma la guerra c’è. Non è stata dichiarata con documenti consegnati da seriosi ambasciatori, ma c’è ed agisce concretamente, inaspettatamente, seminando il terrore che prova ogni popolazione coinvolta in una guerra quando avviene sul proprio territorio. Occorre solo decidere se la via d’uscita è quella indicata dal governo e da Minniti o un'alternativa globale euromediterranea, che non può che fare a meno della subalternità all’Unione Europea e alla Nato. Il Trattato di Dublino sull’immigrazione e il carattere aggressivo della Nato ce li hanno spacciati sempre come un rafforzativi della sicurezza del paese.
I fatti ci dicono invece che sono proprio essi la causa della crescente insicurezza.
Fonte
L’Isis – o Daesh per gli arabi – ha rivendicato l’attentato di Barcellona coprendo così politicamente un attacco che sembra essere più essere il risultato di una pianificazione che il gesto di un “lupo solitario”. Era stato così anche per le stragi di Madrid, quasi quindici anni fa, che fecero 190 morti. La Spagna si interroga sul perché sia finita al centro del mirino ma le risposte che riesce a darsi non sono esaurienti.
Spagna e Italia, sono diventate (loro malgrado) la prima linea di “ascari” con cui il blocco occidentale – e l’Unione Europea in particolare – si scontra con l’ebollizione sociale e demografica del sud del mondo. Gli spostamenti di profughi causati dalle guerre, dalla dissoluzione degli Stati esistenti provocata e ottenuta dagli interventi occidentali, da siccità o insopportabilità delle condizioni di vita sono enormi, e solo in minima parte riescono a raggiungere le coste settentrionali dell’Africa per cercare di passare in Europa. Ma è proprio qui che si trovano di fronte il muro costruito da Spagna e Italia. Più consolidato il primo, più recente il secondo.
Per la Spagna il compito è facilitato dalla sopravvivenza di due enclave coloniali a Ceuta e Melilla sulla costa africana. L’Italia ha invece riempito il mare e le coste libiche con un blocco navale, ed ora terrestre, con il compito di fermare chi fugge, con ogni mezzo e senza alcuna remora morale sui mezzi adottati. Tutti i testimoni scomodi sono stati allontanati.
Questo mondo dunque va sempre visto da diverse prospettive per ricavarne una sintesi attendibile. In Spagna e in Italia si chiede e si vuole che il mondo di sotto venga fermato lì dove sta e senza scrupoli. Il mondo di sotto guarda gli Stati europei e ne vede ormai solo i muri, le navi, gli accordi indicibili con regimi o signori della guerra che fanno il lavoro sporco in cambio di soldi. Sembra uno dei romanzi distopici di Valerio Evangelisti, ma è la realtà.
In questo contesto agiscono le organizzazioni jihadiste che hanno gioco facile nell’indicare nei paesi europei la causa dei mali che affliggono Africa e Medio Oriente. L’Isis ha spesso richiamato anche la riconquista di El Andalus, cioè della Spagna conquistata e vissuta dai musulmani per più di sette secoli.
Ma la guerra ha bisogno delle sue vittime e le vittime non possono che essere i civili che affollano le metropoli europee come le coste africane o i barconi con cui cercano di lasciarsele alle spalle.
Quando scriviamo che le guerre sono le vostre ma i morti sono i nostri, intendiamo descrivere e denunciare una realtà ben visibile ma occultata dai governi e dai loro apparati ideologici (di stato e “privati”). E’ dal 1991 che le potenze occidentali hanno sistematicamente disgregato gli equilibri esistenti nel sud del mondo per poterne trarne vantaggi in termini di risorse, controllo della forza lavoro, creazione di paradisi esclusivi per il turismo d’elite e di massa. Avevano sperato che potesse essere un gioco facile, una asimmetria gestibile anche con repentini cambi di alleanze, con finanziamenti a geometria variabile e – quando necessario – interventi militari di maggiore o minore rilievo.
Se mettiamo in fila Iraq, Somalia, Sudan, Eritrea, Etiopia, Mali, Repubblica Centroafricana, Ghana, Burkina Faso, Sierra Leone, Liberia, Costa D’Avorio, Ciad ed infine Libia e Siria, troveremo nella storia recente di questi paesi la pesante traccia del tallone di ferro lasciata da francesi, britannici, italiani, spagnoli, statunitensi.
I network della jihad giocano una doppia partita: una contro l’occidente, l’altra interna. Quest’ultima vede in particolare l’ambizione dell’Isis e di Al Qaida ad essere la vera guida della jihad globale del XXI Secolo. Entrambe prima alimentate dalle potenze occidentali, poi combattute, in un gioco di alleanze a geometria variabile che produce più risentimenti che stabilità.
Al Qaida appare più strutturata e con maggiore esperienza. La sua rete, nonostante i colpi subiti, ha maggiore dimestichezza anche nel colpire i territori metropolitani delle potenze coloniali. L’Isis ha tentato la carta della statualizzazione del Califfato, dandogli anche una strutturazione territoriale a cavallo tra Iraq e Siria. Entrambe usano i mass media e il terrore come arma di combattimento, producendo effetti non troppo dissimili dai bombardamenti missilistici o aerei delle potenze occidentali sui paesi del Medio Oriente o africani. Il terrore è terrore, e a pagarne le conseguenze sono soprattutto i civili, innocenti ma ritenuti sempre meno inconsapevoli dai due eserciti contrapposti.
Infine, ma non per importanza, c’è la domanda che tutti si pongono da ieri pomeriggio: se hanno colpito Barcellona quando toccherà all’Italia? E su questo occorre ammettere che l’attentato terroristico di Barcellona ha risvegliato molti dal sogno in cui si stavano cullando. Il non voler sapere, vedere, sentire quanto sta accadendo e accadrà nel Mediterraneo o sulle coste libiche, per rimuovere dalla nostra esistenza quotidiana una realtà che ha tirato fuori il peggio dalla società italiana, sia a livello istituzionale che nel senso comune popolare.
Ma la guerra c’è. Non è stata dichiarata con documenti consegnati da seriosi ambasciatori, ma c’è ed agisce concretamente, inaspettatamente, seminando il terrore che prova ogni popolazione coinvolta in una guerra quando avviene sul proprio territorio. Occorre solo decidere se la via d’uscita è quella indicata dal governo e da Minniti o un'alternativa globale euromediterranea, che non può che fare a meno della subalternità all’Unione Europea e alla Nato. Il Trattato di Dublino sull’immigrazione e il carattere aggressivo della Nato ce li hanno spacciati sempre come un rafforzativi della sicurezza del paese.
I fatti ci dicono invece che sono proprio essi la causa della crescente insicurezza.
Fonte
17/06/2017
Al Baghdadi, doppio colpo strategico per Mosca ma non la fine della guerra in Siria
Alberto Negri - ilSole24Ore
Sarebbe un doppio colpo strategico per Mosca se fosse confermata la notizia della morte di Al Baghdadi: da quando è entrata nella guerra siriana il 30 settembre 2015 la Russia è riuscita a mantenere in sella il regime di Bashar Assad, a insediare nuove basi militari sulle coste del Mediterraneo e ora Putin potrebbe vantarsi di avere tagliato la testa ai vertici del Califfato. Al contrario per gli Stati Uniti e i loro alleati l’evento costituirebbe una sorta di smacco, magari ricompensato dalla presa di Raqqa da parte della coalizione arabo-curda sostenuta dagli Usa.
Gli americani avevano sbalzato dal potere Saddam Hussein in Iraq nel 2003 e poi, senza muovere un dito, avevano assistito, dopo il loro ritiro nel 2011, all’ascesa dell’Isis che nel 2014 era riuscito a conquistare Mosul, la seconda città irachena.
Non solo. Nel 2011 l’ex segretario di Stato Hillary Clinton aveva dato il via libera alla Turchia e ai suoi alleati arabi del Golfo, tra cui Qatar e Arabia Saudita, per l’apertura dell’"autostrada del jihad" con lo scopo di far affluire al confine i militanti islamici destinati ad abbattere il regime siriano. Un’operazione fallimentare che poi ha aperto la strada, con il contributo del brutale regime siriano, alla distruzione del Paese e all’ascesa di gruppi jihadisti tra cui la stessa Al Qaida e poi l’Isis, sorto in Iraq da una costola dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden.
In attesa di una conferma o di una smentita, si rileva che l’Isis ormai ha perso gran parte del territorio che controllava e si può dire che il progetto di insediare un Califfato al confine tra Siria e Iraq sia fallito.
Il Califfato perde quindi attrattiva e potere di fascinazione. Questo non significa però la fine dell’Isis che potrebbe continuare a essere assai pericoloso con azioni di guerriglia e terrorismo, la specializzazione originaria del movimento jihadista.
Il passato inoltre può darci qualche lezione. Quando Al Qaida fu sconfitta in Afghanistan con la guerra seguita all’11 settembre 2001, l’organizzazione di Bin Laden non si sciolse e trovò spazi anche territoriali in altre parti del Medio Oriente, dall’Iraq allo Yemen, dove continua a essere una forza in campo rilevante. La morte del capo può non costituire la fine dell’Isis come la morte di Bin Laden non rappresentò la fine di Al Qaida che ha ancora “filiali” non solo in Medio Oriente ma anche in Nordafrica, nel Sahel e nel Corno d’Africa. Anche l’Isis può contare su una presenza assai estesa, per esempio nella penisola egiziana del Sinai, in Yemen, in Africa, in Asia centrale e orientale. Basti pensare che nei giorni scorsi ha preso il controllo in Afghanistan della montagna di Tora Bora, nella provincia di Jalalabad, la stessa dove si era rifugiato Bin Laden nel 2001.
L’ideologia dell’Isis inoltre non si esaurisce con la morte eventuale del capo e dei vertici: l’islam più radicale e il jihadismo sono fenomeni da oltre quattro decenni sulla scena mediorientale e come abbiamo visto con gli attentati in Europa hanno fatto adepti anche tra alcune fasce dei musulmani in Occidente.
La guerra in Siria non finirebbe con la possibile morte di Al Baghdadi: i jihadisti potrebbero tentare di riciclarsi nelle altre guerre mediorientali come lo Yemen mentre i servizi e le truppe speciali delle potenze di tutto il mondo sono sul campo a caccia dei loro foreign fighters, altro aspetto assai preoccupante della questione Califfato.
Il conflitto siriano poi è destinato a continuare proprio contro il regime di Assad, l’Iran e gli Hezbollah libanesi, il cosiddetto “asse della resistenza” oggi alleato della Russia. Gli americani hanno abbracciato la tesi dei sauditi, appoggiata anche dagli israeliani, che l’Iran è un pericolo da combattere al pari del Califfato. Gli Stati Uniti, con l’appoggio degli inglesi e della Giordania, attaccano le truppe di Assad per tagliare il corridoio vitale per i rifornimenti militari che collega l’Iran, l’Iraq, la Siria e gli Hezbollah. L’Isis forse non è più così importante perchè questa, l’influenza dell’Iran, è la vera posta strategica in gioco tra la Mesopotamia e il Mediterraneo.
Fonte
Sarebbe un doppio colpo strategico per Mosca se fosse confermata la notizia della morte di Al Baghdadi: da quando è entrata nella guerra siriana il 30 settembre 2015 la Russia è riuscita a mantenere in sella il regime di Bashar Assad, a insediare nuove basi militari sulle coste del Mediterraneo e ora Putin potrebbe vantarsi di avere tagliato la testa ai vertici del Califfato. Al contrario per gli Stati Uniti e i loro alleati l’evento costituirebbe una sorta di smacco, magari ricompensato dalla presa di Raqqa da parte della coalizione arabo-curda sostenuta dagli Usa.
Gli americani avevano sbalzato dal potere Saddam Hussein in Iraq nel 2003 e poi, senza muovere un dito, avevano assistito, dopo il loro ritiro nel 2011, all’ascesa dell’Isis che nel 2014 era riuscito a conquistare Mosul, la seconda città irachena.
Non solo. Nel 2011 l’ex segretario di Stato Hillary Clinton aveva dato il via libera alla Turchia e ai suoi alleati arabi del Golfo, tra cui Qatar e Arabia Saudita, per l’apertura dell’"autostrada del jihad" con lo scopo di far affluire al confine i militanti islamici destinati ad abbattere il regime siriano. Un’operazione fallimentare che poi ha aperto la strada, con il contributo del brutale regime siriano, alla distruzione del Paese e all’ascesa di gruppi jihadisti tra cui la stessa Al Qaida e poi l’Isis, sorto in Iraq da una costola dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden.
In attesa di una conferma o di una smentita, si rileva che l’Isis ormai ha perso gran parte del territorio che controllava e si può dire che il progetto di insediare un Califfato al confine tra Siria e Iraq sia fallito.
Il Califfato perde quindi attrattiva e potere di fascinazione. Questo non significa però la fine dell’Isis che potrebbe continuare a essere assai pericoloso con azioni di guerriglia e terrorismo, la specializzazione originaria del movimento jihadista.
Il passato inoltre può darci qualche lezione. Quando Al Qaida fu sconfitta in Afghanistan con la guerra seguita all’11 settembre 2001, l’organizzazione di Bin Laden non si sciolse e trovò spazi anche territoriali in altre parti del Medio Oriente, dall’Iraq allo Yemen, dove continua a essere una forza in campo rilevante. La morte del capo può non costituire la fine dell’Isis come la morte di Bin Laden non rappresentò la fine di Al Qaida che ha ancora “filiali” non solo in Medio Oriente ma anche in Nordafrica, nel Sahel e nel Corno d’Africa. Anche l’Isis può contare su una presenza assai estesa, per esempio nella penisola egiziana del Sinai, in Yemen, in Africa, in Asia centrale e orientale. Basti pensare che nei giorni scorsi ha preso il controllo in Afghanistan della montagna di Tora Bora, nella provincia di Jalalabad, la stessa dove si era rifugiato Bin Laden nel 2001.
L’ideologia dell’Isis inoltre non si esaurisce con la morte eventuale del capo e dei vertici: l’islam più radicale e il jihadismo sono fenomeni da oltre quattro decenni sulla scena mediorientale e come abbiamo visto con gli attentati in Europa hanno fatto adepti anche tra alcune fasce dei musulmani in Occidente.
La guerra in Siria non finirebbe con la possibile morte di Al Baghdadi: i jihadisti potrebbero tentare di riciclarsi nelle altre guerre mediorientali come lo Yemen mentre i servizi e le truppe speciali delle potenze di tutto il mondo sono sul campo a caccia dei loro foreign fighters, altro aspetto assai preoccupante della questione Califfato.
Il conflitto siriano poi è destinato a continuare proprio contro il regime di Assad, l’Iran e gli Hezbollah libanesi, il cosiddetto “asse della resistenza” oggi alleato della Russia. Gli americani hanno abbracciato la tesi dei sauditi, appoggiata anche dagli israeliani, che l’Iran è un pericolo da combattere al pari del Califfato. Gli Stati Uniti, con l’appoggio degli inglesi e della Giordania, attaccano le truppe di Assad per tagliare il corridoio vitale per i rifornimenti militari che collega l’Iran, l’Iraq, la Siria e gli Hezbollah. L’Isis forse non è più così importante perchè questa, l’influenza dell’Iran, è la vera posta strategica in gioco tra la Mesopotamia e il Mediterraneo.
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