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13/12/2024

Siria - Tra riformismo e repressione: come Abu Mohammad Al Julani ha governato Idlib

Il contesto

Il 13 settembre 2024, il governatorato di Idlib, nella Siria nord-occidentale, ha assistito a un’ondata di proteste su larga scala, tenutesi nella città di Idlib, nonché a Killi, Binnish, Qurqania, Kafr Takharim e Armanaz nella campagna del governatorato. Le proteste si sono estese a zone della campagna occidentale di Aleppo.

Queste proteste sono la continuazione di un movimento popolare iniziato circa sette mesi fa, precisamente alla fine di febbraio 2024, contro Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) e il suo leader Abu Muhammad al-Jawlani, entrambi indicati nelle liste dei terroristi, chiedendo il rovesciamento di al-Jawlani.

L’HTS è stato fondato sotto la guida di al-Jawlani nel gennaio 2012 con il nome di Fronte al-Nusra per il Popolo del Levante, affiliato all’organizzazione jihadista globale al-Qaeda.

L’HTS controlla vaste aree nel nord-ovest della Siria, distribuite tra Idlib e le zone nelle campagne di Aleppo e Latakia. Solo a Idlib vivono più di 4,5 milioni di persone, la maggior parte delle quali sono sfollate, secondo Medici Senza Frontiere.

A Idlib, l’HTS controlla gli aspetti militari e di sicurezza attraverso la sua ala militare e i Servizi di Sicurezza Generale. Controlla anche gli aspetti amministrativi e dei servizi, attraverso il Governo di Salvezza Siriano, la sua facciata civile. L’HTS ha raggiunto questo stato di controllo nel 2019, dopo aver eliminato i concorrenti di altre fazioni militari della regione.

Questo stato di predominio è stato accompagnato da restrizioni alla sicurezza, amministrative e legali a Idlib, che hanno causato numerose violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione. La risposta a queste restrizioni si è limitata ad alcune proteste da parte dei civili negli anni passati, in cui la richiesta principale era che l’HTS lasciasse Idlib. L’HTS ha risposto arrestando alcuni degli attivisti partecipanti senza mandato giudiziario, arrestando coloro che lo criticavano sui social media o aprendo il fuoco per disperdere la folla nelle proteste.

Senza alcuna reazione civile significativa alle violazioni, l’opposizione al governo dell’HTS si è limitata agli aspetti ideologici e a Hizb ut-Tahrir (Partito della Liberazione, LP) che “promuove un discorso che chiede la restaurazione del Califfato islamico”. L’HTS ha affrontato l’attività dell’LP con massicce campagne di arresti nel 2023, spesso seguite da proteste delle mogli dei detenuti che chiedevano il rilascio dei loro mariti e “la caduta di al-Jawlani”.

[…]

Le proteste sono iniziate quando una famiglia ha saputo della morte del figlio, avvenuta il 24 febbraio 2024, a causa delle torture subite in una delle prigioni dell’HTS, dopo che era stato detenuto per circa dieci mesi con l’accusa di spionaggio.

La vittima, Abdul Qader al-Hakim, noto come “Abu Obeida Tal Hadya”, è stato arrestato dai Servizi di Sicurezza nell’aprile 2023, a causa di disaccordi con una delle fazioni dell’HTS che all’epoca controllava la campagna settentrionale di Aleppo, poiché si era rifiutato di permettere ai suoi membri di entrare nel suo villaggio, Tal Hadya, per arrestare delle persone, secondo il giornale locale Enab Baladi.

Secondo Enab Baladi, la famiglia della vittima si è rifiutata di celebrare il funerale del figlio senza il suo corpo. Pertanto, l’HTS li ha indirizzati al sito della tomba nell’area di Sheikh Bahr, nella campagna occidentale di Idlib, dove il giovane era stato sepolto. Un gruppo militare di Jaysh al-Ahrar ha trasportato il corpo, ha guidato le processioni di lutto in diverse aree della campagna di Idlib e lo ha riseppellito nella parte orientale della città.

La gente che si univa ai cortei gridava slogan contro l’HTS e il suo leader, mentre la rabbia prevaleva tra gli abitanti di Tal Hadya e della campagna meridionale di Aleppo in generale.

In questo rapporto, STJ fa luce sulle proteste e sulle richieste dei manifestanti nelle aree controllate dall’HTS e sulla risposta dell’HTS a questo movimento civile senza precedenti, basandosi su sei interviste con attivisti e manifestanti originari di Idlib o che vi risiedono. Due di questi manifestanti sono stati arrestati a causa del loro attivismo pacifico.

[…] 

Cause e richieste delle proteste

Gli attivisti e i manifestanti intervistati da STJ per questo rapporto hanno evidenziato la situazione delle loro città sotto il controllo dell’HTS. Hanno indicato la serie di pratiche repressive che hanno colpito la popolazione in ogni area, che hanno formato una situazione cumulativa che ha spinto i residenti a protestare.

Hazem al-Abdullah, uno degli attivisti del movimento di Kafr Takharim, ha dichiarato che le ragioni alla base delle proteste risalgono al 2019, quando l’HTS ha preso il controllo della Legione Faylaq al-Sham/Sham e ha monopolizzato gli aspetti di sicurezza, militari, di servizi, di soccorso e istituzionali. Ha aggiunto:

“Hanno iniziato a esercitare pressioni significative sui residenti della città che si opponevano al loro controllo, come l’arresto di figure rivoluzionarie che sfidavano la loro presenza e autorità, privando i panifici delle forniture di farina, controllando l’acqua potabile della città (tagliando le assegnazioni ai quartieri e alle case abitate dagli oppositori) e chiudendo le istituzioni rivoluzionarie (cioè create dopo la liberazione della città dalle forze governative siriane), il cui obiettivo era fornire servizi ai residenti. Inoltre, hanno chiuso l’Università di Medicina Umana, che contava circa 600 studenti, a causa della sua affiliazione al governo provvisorio siriano”.

Hazem afferma che la popolazione non ha opposto resistenza alle violazioni per paura di essere arrestata. Tuttavia, le recenti proteste in altre città di Idlib li hanno spinti a chiedere i loro diritti. Pertanto, la città è stata testimone della prima protesta l’8 marzo 2024, in cui i manifestanti hanno chiesto di:

“Abolire le tasse imposte a tutti, porre fine all’autorità dell’ufficio di sicurezza sulle famiglie della città, sciogliere i Servizi di Sicurezza e formare un Consiglio della Shura (consultivo) interno alla città di Kafr Takharim per partecipare alla risoluzione degli affari della città e alla sua gestione”.

L’HTS ha imposto prelievi esorbitanti, sotto forma di tasse o imposte, su diversi settori delle aree sotto il suo controllo, indifferente alle terribili condizioni economiche e di vita dei residenti e degli sfollati. Le tasse sono state imposte ai settori dell’edilizia, dei trasporti marittimi, del cambio di valuta e delle rimesse, dei servizi igienici e dell’importazione, produzione e stoccaggio di medicinali.

Hazem ha detto che i manifestanti non hanno subito attacchi da parte della sicurezza dell’HTS, ma che:

“Qualcuno, che è vicino a un membro dei Servizi di Sicurezza, è venuto da me la sera dello stesso giorno (la sera della prima protesta), e mi ha detto che c’erano alcuni membri dell’HTS tra i partecipanti alla protesta, e che hanno scattato foto a diverse persone che vi hanno partecipato, per raccogliere informazioni sui leader del movimento in città. Mi ha detto che la mia foto era tra quelle scattate... Dopo aver appreso queste informazioni, ho deciso di vivere fuori casa per paura della reazione dell’HTS, che si tratti di arresto, rapimento o addirittura uccisione”.

[…]

Passaggio alla violenza

Per porre fine alle proteste, l’HTS ha inizialmente adottato un discorso “riformista”: in una dichiarazione pubblicata del 1° marzo, il capo del Consiglio supremo della Fatwa dell’HTS, Abdul Rahim Atoun, ha annunciato sette passi per affrontare la questione dei detenuti, tra cui l’impegno a visitare le carceri, a emanare un’amnistia generale per i detenuti e a formare un “comitato giudiziario” per esaminare i diritti delle persone rilasciate, ciò che hanno subito e ritenere responsabili coloro che hanno commesso violazioni contro di loro.

Quattro giorni dopo, il 5 marzo, l’SSG ha emesso un decreto di amnistia per gli autori di reati, che prevedeva il rilascio di categorie di detenuti a condizioni ed eccezioni specifiche. Il ministro degli Interni del SSG, Mohammed Abdul Rahman, ha dichiarato che il ministero ha rilasciato 420 prigionieri in base al decreto, impegnandosi a rilasciarne altri inclusi nell’amnistia.

Il 6 marzo, il Consiglio della Shura generale e il SSG hanno tenuto un incontro con i rappresentanti del movimento, a cui ha partecipato al-Jawlani, che ha dichiarato: “È dovere di ogni autorità ascoltare le richieste del popolo e attuare quelle legittime”, aggiungendo: “Non siamo affatto aggrappati a nulla. La cosa più semplice è lasciare che la nave navighi da sola”. Il 13 marzo, al-Jawlani ha invitato il Consiglio della Shura a “indire elezioni anticipate e a rivedere la legge elettorale e i suoi meccanismi, in modo da garantire una maggiore rappresentanza al popolo”.

Nello stesso mese, il 23 marzo, il Consiglio della Shura ha annunciato l’istituzione di otto comitati distribuiti in tutte le aree “liberate”, affermando di aver tenuto incontri con i residenti e di aver risolto “il 25% dei casi ricevuti”.

Secondo l’attivista Hassan Fawaz, sfollato da Jobar a Damasco a Idlib, l’8 maggio 2024, alcuni attivisti indipendenti hanno annunciato la formazione del Revolutionary Movement Gathering (RMG), il cui scopo, era quello di unificare i ranghi, le richieste e gli obiettivi del raduno nato a seguito di:

“Una risposta semplice e timida da parte dell’HTS, che ha rilasciato alcuni detenuti che erano stati imprigionati per casi che non riguardavano direttamente l’HTS né l’opinione pubblica. Ci sono state vergognose sessioni di dialogo con figure invitate solo per raccogliere sostegno per l’HTS, senza invitare i simboli del movimento o alcuno dei suoi leader, con l’intenzione di emarginarli e lucidare l’immagine dell’HTS di fronte ai media e al mondo... Queste azioni provocatorie hanno portato all’espansione del numero di oppositori che manifestano contro di esso, e hanno creato un nuovo stato di risentimento popolare nella regione”.

A ciò ha fatto seguito un chiaro cambiamento nel discorso dell’HTS nei confronti delle proteste, che ha fatto ricorso all’uso eccessivo della forza per reprimere i manifestanti, a partire da una protesta a Idlib il 14 maggio 2024.

Sui social media si sono diffusi video che mostrano membri mascherati e armati, che poi si è scoperto essere membri del Dipartimento di Sicurezza Generale del Ministero degli Interni dell’SSG, che aggrediscono i manifestanti, alcuni dei quali sono rimasti feriti.

Il giorno successivo, il 15 maggio, al-Jawlani ha descritto le proteste come “una situazione che ha superato i suoi limiti naturali” e che “le richieste hanno deviato dal loro vero corso”, affermando che: “Abbiamo avvertito in precedenza che qualsiasi violazione degli interessi pubblici e delle regole generali dell’area liberata rappresenta un superamento delle linee rosse. Le autorità si muoveranno per affrontare la questione”. Nel frattempo, il ministro degli Interni dell’SSG, Mohammed Abdul Rahman, ha minacciato i manifestanti di “colpire con il pugno di ferro qualsiasi mano che voglia manomettere la sicurezza dell’area liberata e trascinarla nella sedizione”.

Lo stesso giorno, i manifestanti di Jisr al-Shughur, usciti dalla moschea di al-Jisr al-Khabeer verso la piazza principale della città, sono stati oggetto di aggressioni. Saeed ha confermato che i manifestanti portavano bandiere e striscioni rivoluzionari, nessuno dei quali includeva insulti, per poi essere sorpresi da un gruppo dei Servizi di Sicurezza:

“I membri hanno sparato in aria per disperdere la protesta... Oltre a usare manganelli di gomma e bastoni di legno, si sono spinti fino a sparare candelotti di gas lacrimogeno... Quando il caos ha regnato, i veicoli della polizia antisommossa e i blindati della sicurezza sono avanzati, dirigendosi direttamente verso i manifestanti... Un blindato ha investito due persone sotto i miei occhi, mentre stavano scappando dai membri dell’HTS. Il veicolo blindato li ha travolti e gettati a terra a diversi metri di distanza, poi i membri li hanno immediatamente arrestati e fatti salire su dei furgoni”.

Saeed ha raccontato che i membri della sicurezza hanno arrestato alcuni manifestanti e hanno cercato di arrestare suo nipote minorenne (14 anni) dopo averlo picchiato. Ha detto:

“Gli hanno rotto un piede colpendolo con bastoni di legno. Quando lo hanno ammanettato per arrestarlo, i manifestanti hanno attaccato i cinque agenti, che sono fuggiti rapidamente e si sono nascosti dietro le loro auto. Poi sono arrivati grandi rinforzi di sicurezza che si sono distribuiti nell’area, imponendo un cordone di sicurezza dopo che tutti eravamo fuggiti”.

Le dichiarazioni di al-Jawlani e dell’SSG sono state seguite da una serie di misure severe il 17 maggio 2024, quando il servizio di sicurezza e l’ala militare dell’HTS hanno imposto un cordone di sicurezza nella città di Idlib, istituendo posti di blocco e limitando gli spostamenti dei residenti ore prima delle proteste del venerdì, e impedendo ai civili provenienti da altre città di entrarvi, ad eccezione di alcuni individui, principalmente familiari di personale dell’HTS.

[…]

Il 29 maggio 2024, l’Ambasciata degli Stati Uniti in Siria ha pubblicato una dichiarazione sul suo account X, affermando che: “Sosteniamo il diritto di tutti i siriani alla libertà di espressione e di riunione pacifica, anche a Idlib. Deploriamo l’intimidazione e la brutalità in stile di regime di Hayat Tahrir al-Sham contro i manifestanti pacifici che chiedono giustizia, sicurezza e rispetto dei diritti umani”.

Arresti sotto copertura legale

Il 24 maggio, i servizi di sicurezza dell’HTS hanno lanciato una campagna di arresti contro alcuni attivisti coinvolti nell’organizzazione del movimento, sulla base di “mandati giudiziari”. Il Ministro degli Interni, Mohammed Abdul Rahman, ha accusato i manifestanti di incoraggiare “il trasporto di armi e cinture esplosive”, aggiungendo: “Abbiamo dovuto presentare la questione al procuratore generale, che a sua volta ha dato il permesso di arrestare un certo numero di individui responsabili di questa vicenda, che saranno deferiti alla magistratura competente in conformità con le regole”.

Come dichiarato da diverse fonti nel rapporto, prima di ricorrere alla magistratura, l’HTS ha effettuato numerosi arresti di manifestanti o attivisti coinvolti nell’organizzazione del movimento, tra cui l’attivista Hassan, che è stato arrestato il 27 maggio 2024, dalla sua casa di Idlib da uomini armati e mascherati accompagnati da veicoli militari.

Hassan è rimasto detenuto per circa 12 giorni, che ha trascorso in isolamento nella sezione 107 di Babisqa, sotto la supervisione del capo dei file della sicurezza interna, Abu Ahmed al-Halabi. Hassan ha dichiarato che:

“Il 9 giugno 2024, il carceriere è venuto da me, mi ha bendato, mi ha ammanettato le mani con una cintura di plastica e mi ha portato nell’ufficio di Assad al-Sunna (l’assistente di al-Halabi). Mi ha detto: “Il tuo rilascio dipende dalla tua firma che ti obbliga a rimanere a casa e a non partecipare o pianificare azioni o proteste contro l’HTS, e a non diffondere idee che indeboliscano i musulmani nelle aree liberate”, insieme ad altre parole scritte su un foglio che non sono riuscito a leggere completamente. Non ho avuto altra scelta che firmare per sfuggire alla loro morsa e tornare dalla mia famiglia il prima possibile”.

In seguito, Hassan ha scoperto che il suo rilascio era avvenuto in seguito a discussioni tra notabili di Damasco e Idlib e alcuni leader dell’HTS.

Wassim Mohammed, un manifestante di Killi, è stato arrestato, insieme a diversi altri giovani, durante una protesta che si è svolta il 7 maggio 2024.

Ha raccontato di essere stato convocato per un interrogatorio il secondo giorno del suo arresto, dove è stato inquisito da un uomo mascherato, mentre un altro uomo mascherato lo filmava, aggiungendo di essere stato picchiato perché non voleva rivelare chi coordinasse le proteste nella sua città e la fonte dei loro finanziamenti:

“Ha suonato un campanello sulla sua scrivania e ha detto a un agente: ‘Fate entrare gli uomini’. Due agenti sono entrati, mi hanno buttato a terra, mi hanno messo le manette ai piedi e hanno iniziato a picchiarmi violentemente e istericamente fino a farmi gonfiare i piedi… Ho detto all’interrogatore: “Confesserò tutto quello che volete, basta che la smettiate di torturarmi!”. Chiese agli agenti di smettere di torturarmi e di riportarmi sulla sedia. Mi ha chiesto: “Dimmi, chi ti ha finanziato?”. Ho risposto: ‘Giuro che sono un civile, non sono affiliato a Hizb ut-Tahrir o a qualsiasi altra fazione’”.

Dopo l’interrogatorio, la guardia carceraria ha portato Wassim, bendato, in isolamento, dove è rimasto fino al suo rilascio, avvenuto il 28 maggio 2024, circa 21 giorni dopo il suo arresto.

L’aumento degli arresti e delle misure restrittive ha contribuito al declino del movimento nei mesi successivi. Tuttavia, le proteste hanno iniziato a riprendere slancio a settembre, con più di 10 proteste registrate il 13 settembre, in risposta all’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza dell’HTS contro i manifestanti che si erano riuniti nel centro di Idlib il 10 settembre. Questo ha portato a feriti tra i manifestanti, oltre all’arresto di alcuni attivisti partecipanti.

Nel suo ultimo rapporto, pubblicato il 12 agosto 2024, la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sulla Repubblica Araba Siriana (COI) ha affrontato le proteste a Idlib, documentando una serie di arresti, detenzioni e torture nelle carceri dell’HTS, oltre a quattro esecuzioni di detenuti, notando che i detenuti non avevano rappresentanza legale e sono stati sottoposti a procedimenti giudiziari riservati. Il COI ha rilevato che questi atti possono costituire “crimini di guerra”, aggiungendo di avere “ragionevoli motivi per ritenere che i membri dell’HTS possano aver commesso atti che costituiscono il crimine di sparizioni forzate”.

Fonte

08/03/2020

Siria - Fallita l’operazione di Erdogan su Idlib

Si conclude con un colossale buco nell’acqua la cosiddetta operazione “Spring Shield” lanciata dall’esercito turco contro l’esercito siriano in appoggio alle varie milizie salafite e qaediste che controllano ormai solo circa la metà della provincia di Idlib.

L’impossibilità di utilizzare in maniera massiccia i bombardamenti aerei a causa del controllo esercitato dalla Russia sullo spazio aereo siriano, l’attivo appoggio dell’aviazione russa al proprio alleato e l’impiego delle forze di elite dell’esercito di Damasco hanno impedito ad Ankara di raggiungere i propri scopi dichiarati: ricacciare l’esercito siriano indietro, a sud e a est dei punti di osservazioni turchi stabiliti dagli accordi di Astana.

Nonostante le continue minacce del Presidente Erdogan ai nemici di spezzar loro le reni e alla Russia stessa di togliersi di mezzo, la Turchia è riuscita a malapena a contenere l’avanzata dell’esercito siriano verso Idlib, non riuscendo nemmeno a raggiungere un obiettivo apparentemente più realistico di quello dichiarato inizialmente, ovvero riprendere la città di Saraqib, la più grande dell’area dopo il capoluogo: dopo una prima offensiva vittoriosa, che aveva consentito ai qaedisti di rientrare nella città, i reparti di elite delle ex-Forze Tigre, con la partecipazione di Hezbollah, l’hanno espugnata di nuovo.

Così, in seguito a quest’ultimo risvolto, il sultano turco ha dovuto rassegnarsi e ha chiesto un incontro con l’omologo russo, minacciato fino a qualche giorno prima.

Il risultato è stato un accordo per un ennesimo cessate il fuoco che “congela” lo status quo raggiunto sul terreno, ovvero pieno controllo siriano su Saraqib e sull’autostrada M5 Aleppo-Damasco, riaperta dopo 8 anni, e la costituzione di un’area di sicurezza fra le due parti larga 6 km, intorno all’autostrada M4 Latakia-Aleppo; a corredo, vi sono le solite dichiarazioni di principio riguardo il riconoscimento dell’integrità territoriale della Siria e l’impegno a rispettare gli accordi di Astana, anche nella parte riguardante la divisione e l’isolamento dei qaedisti di Hayat Tahrir al-Sham dai loro alleati delle altre organizzazioni salafite non inserite nel novero delle organizzazioni riconosciute come terroriste, cosa che nemmeno stavolta quasi certamente la Turchia sarà in grado di assicurare.

Il bilancio finale per l’esercito di Ankara è di una cinquantina di morti in solo una decina di giorni circa di impegno massivo. I soldati siriani morti, invece, stando alle dichiarazioni ufficiali del Ministero della Difesa turco sarebbero intorno ai 1500, ma questo numero appare inverosimile visti gli esiti della battaglia. Certamente l’arsenale dell’esercito siriano ha subito durissimi colpi, perdendo 3 aerei da guerra e un numero imprecisato di carri armati, probabilmente a mano a mano sostituiti grazie alla Russia, che ha inviato diverse navi da guerra in Siria durante i giorni del conflitto, le quali trasportavano pezzi di artiglieria pesante; la Turchia, invece, si è vista abbattuti diversi droni e ha, a sua volta, perso molti carri armati.

Siamo, dunque, ad un ennesimo capitolo dello stop and go che va avanti da circa 3 anni nel conflitto per la provincia di Idlib; ad ogni passaggio, il terreno sotto i piedi delle milizie jihadiste appoggiate dalla Turchia si fa sempre più sottile: questa volta l’esercito siriano è giunto a soli 8 km dal capoluogo. La battaglia finale, anche stavolta, sembra solo rimandata.

Da questo esito deriva sicuramente un grande sollievo per le centinaia di miglia di profughi ammassati ai confini turchi, di cui molte donne e bambini, in buona parte appartenenti alle famiglie dei miliziani, la cui presenza è stata fra i motivi scatenanti dell’offensiva turca. Ankara, infatti, punta a fare di Idlib un proprio protettorato, al fine di farvi permanere, appunto, i miliziani con le loro famiglie, da utilizzare, alla bisogna, in altri conflitti (circa 1500 sarebbero stati spostati in Libia), nonché collocarvi altri profughi siriani attualmente in territorio turco.

Erdogan esce da quest’avventura bellica ancora più isolato all’interno della NATO, dato che l’alleanza atlantica non gli ha fornito nessun tipo di aiuto né militare, né politico (a parte qualche vuota dichiarazione di solidarietà) e avendo scatenato una crisi con la Grecia (anch’essa, si rammenta, membro della NATO) a causa della vicenda del trasporto dei migranti alla frontiera; lo scopo era quello di utilizzare la propria non ottemperanza agli accordi con l’UE sul contenimento dei profughi siriani in alcuni campi in territorio turco come arma di ricatto per costringere i paesi europei ad appoggiarlo.

Tuttavia, l’argine messo in piedi dalla polizia greca e dai fascisti sembra aver tenuto, nonostante la Turchia abbia a sua volta utilizzato alcuni reparti speciali per aiutare i migranti a sfondare i cordoni. Inoltre, il presidente turco e il suo entourage sono stati ben lungi dall’ottenere l’appoggio interno quasi unanime ottenuto in occasione delle altre operazioni militari in territorio siriano: questa volta non solo l’Hdp, ma anche il Chp e gli altri partiti di opposizione hanno espresso una forte contrarietà e vi è stata anche una maxi-rissa in Parlamento.

Damasco, da parte sua, esce da circa due mesi e mezzo di offensiva con significativi progressi territoriali che hanno portato alla riapertura di importanti infrastrutture e alla messa in sicurezza di Aleppo, che non è più sotto tiro dei colpi mortaio dei miliziani; ciò potrebbe portare ad un incremento della ricostruzione del tessuto produttivo di quella che era la capitale economica del paese.

In ogni caso, la guerra di aggressione alla Siria, che dura ormai da più di 9 anni, sembra ancora lontana dalla fine poiché ciascuno dei paesi aggressori non accetta di prendere atto della sconfitta e farsi da parte.

Fonte

06/03/2020

Siria - Cessate il fuoco a Idlib

Cessate il fuoco a Idlib: il risultato dell’incontro tra i presidenti turco Erdogan e russo Putin è arrivato dopo una giornata difficile. Sei ore di vertice al Cremlino, prima faccia a faccia e poi con la partecipazione dei ministri degli Esteri, mentre nella provincia nord-occidentale siriana un bombardamento aereo – russo, secondo i gruppi islamisti di opposizione – uccideva 16 civili.

L’intesa prevede anche la creazione di un corridoio di sicurezza per il rientro degli sfollati di sei km a nord e sei a sud dell’autostrada M4 e, a a partire dal 15 marzo, pattugliamenti congiunti russo-turchi lungo la M4, strategica perché collega Latakia e Aleppo e si unisce alla M5, tra Aleppo e Damasco.

Il cessate il fuoco è entrato in vigore a mezzanotte dopo due settimane di operazioni turche a Idlib: con l’invio di truppe, armi e carri armati, Ankara ha messo in piedi una vera e propria offensiva contro il governo di Damasco, ribattezzata pochi giorni fa “Spring Shield” dopo l’uccisione di 33 soldati turchi da parte dell’esercito di Assad.

Presto l’operazione si è spostata in aria. La guerra dei droni ha permesso a Erdogan di abbattere ben tre aerei militari siriani, mentre la contraerea di Damasco rispondeva abbattendo una manciata di droni turchi.

A Putin, ha detto il presidente turco dopo l’incontro di ieri, la Turchia ha ribadito che non sarebbe rimasta “in silenzio” di fronte agli attacchi siriani e che avrebbe reagito a qualsiasi tipo di assalto militare. Il presidente russo ha tenuto a precisare la sua contrarietà e la sovranità siriana su Idlib, che rende illegale e illegittima l’operazione turca. Ma tant’è, l’accordo si è fatto per impedire – dice Mosca – altra sofferenza ai civili.

Così non è. I due leader non hanno a cuore i siriani quanto le rispettive zone di influenza nell’area, salvabili solo a fronte di un’intesa tra potenze militari. Lo scontro va evitato per non mettere a repentaglio i rapporti commerciali e militari tra Mosca e Ankara, per garantire la tenuta di un asse che spinge i turchi ai margini della Nato e per non sovraccaricare economicamente due paesi dalle basi fragili, entrambi alle prese con severe crisi economiche.

Alla base dell’accordo raggiunto ieri stanno i vecchi riferimenti negoziali, i processi diplomatici a tre – Russia, Turchia e Iran – di Astana e Sochi che nel settembre 2018 avevano portato a definire le cosiddette zone di de-escalation. A Idlib i turchi avrebbero dovuto provvedere al disarmo e l’allontanamento della galassia islamista e salafita che ruota intorno al qaedista Tahrir al Sham, l’ex Fronte al-Nusra. Da parte sua Mosca avrebbe dovuto fermare la lunga controffensiva del governo di Damasco.

Tutto collassato lo scorso anno quando l’operazione militare siriana è ripresa con forza e brutalità, accesa dagli attacchi islamisti alle postazioni governative: i bombardamenti di questi mesi hanno preso di mira l’intera provincia, costringendo alla fuga centinaia di migliaia di persone. Quasi un milione gli sfollati da dicembre, secondo i dati Onu, oggi all’addiaccio in campi profughi nel nord siriano che non riescono ad accogliere più nessuno.

Sono loro, i rifugiati siriani, l’arma di Erdogan. Non diretta alla Russia, o almeno non direttamente. Il destinatario è l’UE che da giorni respinge, usando le forze di polizia e l’esercito greci, migliaia di rifugiati arrivati dalla Turchia dopo l’apertura dei confini ordinata da Ankara. Estreme, brutali, le violenze che la Grecia sta perpetrando contro i profughi: gas lacrimogeni, proiettili di gomma, granate stordenti a chi tenta di passare a piedi la frontiera sul fiume Evros, spari sui barconi che cercano di attraversare via mare. Abusi a cui si sommano le ronde e le aggressioni sulle isole da parte di squadre di estrema destra.

La risposta europea è denaro per la Grecia, 700 milioni per gestire i profughi e non farli incamminare sulla rotta balcanica, e aerei e navi militari per intercettarli prima, come fossero un esercito invasore. Non manca un primo cedimento alle pressioni turche: i ministri degli Esteri dei 27 paesi membri, in un vertice informale ieri a Zagabria, hanno discusso della possibilità di creare una no-fly zone nel nord ovest siriano, come richiesto da Ankara. “Una buona iniziativa”, il commento dell’Alto rappresentante Ue agli Affari esteri Borrell. Purché, ha aggiunto, organizzata da Nato o Nazioni Unite.

Fonte

05/03/2020

Siria - Una polveriera tra tragedie umanitarie e progetti coloniali

“Assad, mostro umano assetato di potere e di sangue (“un animale!” come l’ebbe a definire Donald Trump) dall’alto della sua perfidia, di tanto in tanto si sveglia la mattina e, per puro divertimento, comincia a bombardare i bambini del proprio popolo.

Prima questo tiranno viene destituito con ogni mezzo, prima la tragedia umanitaria si conclude. Un intervento Nato sarebbe quello che ci vorrebbe per riportare ordine in quella situazione.

Peccato per l’animale Putin che si è messo in mezzo, difendendo l’animale Assad e aiutandolo a bombardare i bambini, altrimenti la Nato sarebbe già da tempo intervenuta e avrebbe rimesso tutte le cose in ordine (come nella ex Jugoslavia, come in Afghanistan, come in Iraq e in Libia, dove è una fortuna che il mostro Milošević, i mostri talebani, il mostro Saddam Hussein e il mostro Gheddafi siano stati cancellati dalla faccia della terra)”.

È questa la storia che, sia pure con altri termini, ci raccontano i media occidentali. Ma è una storia di antica data, che affonda le radici nella tradizione coloniale dell’Occidente stesso: i nativi dei paesi da conquistare venivano infatti descritti, dalla pubblicistica europea, come cannibali e i loro governi come feroci tirannie. Bisognava quindi portare la civiltà dove regnava la barbarie o, secondo la terminologia dei tempi più recenti, la democrazia dove imperava la dittatura. In ogni caso, oggi come ieri, “the white man’s burden”, “il fardello dell’uomo bianco”, appare inamovibile dalle nostre spalle e le richieste di missioni umanitarie, a colpi di cannoni, non possono essere disattese.

Fortunatamente non tutti abboccano a questi resoconti mediatici. Alcuni hanno accumulato sufficiente esperienza per capire che esiste un’industria dell’indignazione messa in moto dall’Occidente (e in particolar modo dall’asse Usa-Israele) che, da parte sua, non ha mai rinunciato ai propri progetti coloniali.

Ma al di là di tutto questo, che cosa è successo effettivamente in Siria? Assad si è di nuovo svegliato male? Ha dormito scomodo dando quindi al risveglio un nuovo ordine di trucidare i bambini? È un’ipotesi.

O forse, molto più realisticamente, è successo questo.

Il 27 febbraio 2020, il gruppo terroristico Tahrir al-Sham (costola di Al-Qaida), che occupava la città di Idlib, sferra un feroce attacco contro le postazioni militari del governo siriano. L’esercito governativo reagisce e risponde al fuoco degli jihadisti. Nel corso della battaglia vengono uccisi, oltre naturalmente a numerosi innocenti (come accade in ogni guerra, giacché sarebbe il caso finalmente di capire che “guerra” e “vittime innocenti” sono in qualche modo sinonimi), anche 33 soldati turchi.

Tra le proteste e i più che comprensibili moti di indignazione di fronte alle vittime innocenti, occorrerebbe anche porsi la domanda: che cosa ci facevano i soldati turchi di Erdogan in Siria, a Idlib, insieme ai terroristi islamici di Tahrir al-Sham?

Sembra non ci sia dato saperlo. Quel che sappiamo, però, è che Erdogan è furioso, vuole l’intervento Nato, vuole che Assad venga fatto fuori. Ha il consenso di Trump, ma ha bisogno anche di quello dell’Europa.

Ordina quindi di bombardare l’esercito del governo di Damasco, uccidendo e ferendo, secondo quanto ha riportato, 327 soldati siriani. Inferocisce in sostanza il conflitto con la Siria, scatena una nuova ondata di profughi e li riversa sull’Europa come una pistola puntata alle nostre tempie per ricevere il consenso e il supporto militare di cui ha bisogno contro il governo Assad.

Quando si parla di Siria non si deve mai dimenticare che si sta parlando di un paese sotto uno stato d’assedio quantomeno decennale: il terrorismo islamico (Isis, Al-Qaida, Al- Nusra), il cosiddetto Esercito Siriano Libero (sempre più infiltrato da jihadisti e forein fighters), la Turchia, l’Europa, Israele, gli Stati Uniti hanno tutti operato, talvolta separatamente, talvolta congiuntamente, per abbattere l’attuale governo attraverso la via militare. E questo avviene da almeno 10 anni.

La Siria è un paese in ginocchio (case abbandonate, sostanze chimiche disperse, opere d’arte distrutte, scuole e ospedali rasi al suolo, sogni infranti, shock psicologici, ondate di profughi improvvisamente privati di ogni diritto e trattati come bestie), ma è un paese che sta cercando in tutti i modi di rimettersi in piedi. Questo tentativo, però, non a tutti piace: non certo agli Usa, non certo a Israele e non certo alla Turchia.

Denunciamo l’orrore ogni volta che si presenta ai nostri occhi, ma non confondiamo mai, nella nostra mente, l’invasore con l’invaso. È tragedia umanitaria in Siria, non ci sono dubbi: una tragedia che, sommata a tutte quelle inflitte a quel popolo negli ultimi 10 anni, diventa ancora più terribile.

Vogliamo fare qualcosa per fermarla? Chiediamo in primo luogo a gran voce che tutti i contingenti militari stranieri entrati illegalmente in territorio siriano abbandonino la Siria. Chiediamo ad Erdogan di ritirare le sue truppe di occupazione da Idlib. Denunciamo ogni supporto economico e ogni vendita di armi ai gruppi di terroristi che operano nel paese mediorientale. Domandiamo a tutti gli Stati – ma in primo luogo a quelli più potenti del globo che hanno interesse a sostituire il sistema di norme consolidato con la legge della giungla – il pieno rispetto del diritto internazionale. E degniamoci almeno di accogliere l’ondata di profughi e disperati che noi stessi abbiamo contribuito a provocare.

La prima condizione affinché in un paese vi sia libertà è che quel paese venga lasciato libero. Nessuna reale democrazia è possibile sviluppare in un paese sotto assedio. Permettiamo alla Siria di uscire da quello stato d’eccezione permanente in cui i nostri stessi governi hanno contribuito a farla precipitare. Denunciamo tutte le ingerenze straniere, a cominciare dalle infiltrazioni militari. E ricordiamo che, per quanti discorsi filocolonialisti possiamo ascoltare, l’umanità non si esporta militarmente ma si mette in pratica politicamente.

Rifuggiamo dalla propaganda sensazionalistica e manteniamo, per quanto ci è possibile, quello che, ormai molti decenni or sono, György Lukács aveva definito “il punto di vista della totalità”.

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03/03/2020

Siria - L'UE merita il ricatto di Erdogan

L’Europa lo ha voluto e se lo è cercato. Ha usato per anni la Turchia per abbattere il regime di Assad e adesso si lamenta, dopo avergli versato 6 miliardi

L’Europa meno interviene meglio è: nei guai non l’ha messa soltanto l’arroganza di Erdogan. Il ricatto di Erdogan sui profughi lo ha voluto e se lo è cercato. Ha usato per anni la Turchia per abbattere il regime di Assad e adesso si lamenta, dopo avere versato a Erdogan la cifra di 6 miliardi di euro per tenersi in casa oltre tre milioni di rifugiati siriani: un milione di loro, nel 2015, si riversò sulla rotta balcanica accolti in gran parte dalla Germania della cancelliera Merkel, che oggi, con la destra estrema sempre più in ascesa, non può permettersi un altro gesto simile.

La Grecia

Cosa che non può permettersi neppure la Grecia, dove i neonazisti di Alba Dorata trovano in questa nuova ondata terreno fertile per la loro propaganda. La Grecia è nel mirino di Erdogan e la tensione è salita di nuovo alle stelle per la questione di Cipro greca, dove la Turchia rivendica il diritto a estrarre il gas in una zona economica esclusiva dove opera una joint venture Eni-Total.

Erdogan, che tiene in piedi il governo libico di Tripoli sotto botta del generale Khalifa Haftar, ha fatto firmare un memorandum ad Al Sarraj per dare consistenza alle sue rivendicazioni.

Detto per inciso Erdogan anche in Libia può usare contro di noi l’arma dei profughi visto che sostiene militarmente Sarraj e ha inviato sul campo militari turchi e centinaia di mercenari jihadisti reclutati proprio in Siria.

Dietro la nuova ondata di profughi

Dietro la nuova ondata di profughi c’è la feroce battaglia incorso a Idlib tra la Turchia e i suoi alleati di Al Qaida contro siriani e russi ma ci sono anche forti motivazioni economiche. Erdogan prende di mira militarmente Damasco e l’Europa usando l’arma dei profughi per mascherare la sua sconfitta non potendo entrare troppo in rotta di collisione con Putin. È il gas della Russia che ha reso la Turchia il principale hub energetico del Mediterraneo e ad Ankara non conviene litigare con Mosca.

Quindi per far sentire le sue ragioni alla Nato e sul piano internazionale “lancia” migliaia di profughi verso i confini. I profughi Erdogan se li è voluti per fare la guerra ad Assad e per cacciare migliaia di curdi siriani dai loro territori. Non sono un evento meteorologico ma fanno parte di una ben precisa strategia di pulizia etnica che adotta anche il regime di Assad nei confronti delle popolazioni sunnite che avevano aderito alla rivolta contro Damasco.

Violati i patti con Mosca

Ora la Turchia, dove la popolazione è sempre più irritata nei confronti dei siriani ma anche delle avventure militari di Erdogan, vorrebbe mantenere la sua presenza a Idlib per scaricare una parte dei rifugiati che ha in casa: né i siriani di Damasco né i russi né gli iraniani, alleati di Assad, hanno intenzione di concedergli questo. Per un semplice motivo: Erdogan ha violato i patti con Mosca e Teheran di due anni fa.

Si era impegnato a disarmare i ribelli e in particolare le milizie jihadiste e quelle di Al Qaida ma non lo ha mai fatto, anche perché voleva continuare a controllare la provincia e i collegamenti autostradali vitali per Damasco. Insomma voleva prendersi un altro pezzo di Siria di valore strategico dopo quello strappato ai curdi.

Finito il Califfato e ucciso Al Baghadi è lui il vero capo dei jihadisti in Siria che manovra a seconda dei suoi obiettivi: li usa contro i curdi, i nostri maggiori alleati nella guerra all’Isis, contro il regime di Damasco, contro i russi e da qualche tempo anche in Libia.

L’Europa

In questa situazione l’Europa ha avuto un ruolo e una grande responsabilità.

Giusto per rinfrescarsi la memoria ricordatevi quando Erdogan nell’ottobre scorso ha massacrato i curdi siriani, provocando un’ondata interna alla Siria di oltre 200mila profughi. La causa immediata fu il vergognoso ritiro degli Stati Uniti dal Rojava, la regione autonoma curda dove Trump avrebbe dovuto contenere la Turchia per salvare i suoi alleati nella guerra contro il Califfato.

Ma anche gli europei si comportarono vergognosamente: promisero di mettere sanzioni sulla vendita di armi alla Turchia ma in realtà non se ne fece nulla. Come oggi vorrebbero fare una missione in Libia per far rispettare l’embargo: ma come credere possibile che fermeremo le armi della Turchia paese della Nato che noi stessi riforniamo? Forse il nostro ministro degli Esteri ignora che egli elicotteri d’attacco Agusta di Leonardo-Finmeccanica che colpirono i curdi noi li assembliamo direttamente in territorio turco.

L’origine della guerra

Bisogna anche ricordarsi come è nata questa guerra siriana: una rivolta contro il regime di Bashar Assad che si è trasformata ben presto in una guerra per procura. L’Europa sulla spinta dell’allora segretario di stato Hillary Clinton si allineò nel 2011 alla strategia del “guidare da dietro” la rivola contro Assad accreditando un’opposizione manovrata dalla Turchia che ha fatto affluire dal suo confine migliaia di jihadisti e terroristi provenienti da tutto il mondo musulmano. L’Europa, gli Usa, hanno permesso l’espansionismo della Turchia in Siria, lo hanno incoraggiato e poi accettato dopo il fallito golpe del 2016. E oggi sperano che sia Putin a fermarlo.

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02/03/2020

Siria - Rovesci sul fronte di Idlib

Come ha riferito il portale Al Masdar News, l'esercito arabo siriano, insieme a Hezbollah, è riuscito a riconquistare la grande città di Saraqib dopo una lunga giornata di battaglia contro ribelli jihadisti e miliziani sostenuti dalla Turchia nella parte orientale della provincia di Idlib.

Supportato da attacchi aerei russi, l'esercito siriano e Hezbollah sono stati in grado di prendere il controllo di Saraqib dopo aver sfondato la principale linea di difesa delle forze nemiche.

Secondo una fonte militare nel nord-ovest della Siria, le truppe siriane stanno nuovamente combattendo per Saraqib e stanno tentando di proteggere l'intera città prima che i miliziani lancino una controffensiva.

Le truppe governative siriane hanno perso la città di Saraqib la scorsa settimana in seguito ad una grande controffensiva da parte dei miliziani sostenuti dalla forza aerea turca.

Inoltre, con il sostegno degli attacchi aerei russi, l'esercito siriano ha lanciato una controffensiva vicino alla città di Kafr Nabl per impedire ai gruppi armati di spingersi a fondo nella regione di Jabal Al-Zawiya, a sud di Idlib.

Intanto, una fonte militare, ha comunicato che l'esercito siriano ha riconquistato le città di Dar Al-Kabira e Hazarin dopo una breve battaglia con il gruppo Fronte di liberazione nazionale (NLF) e i loro alleati jihadisti.

Allo stesso tempo, l'aeronautica russa ha bombardato pesantemente la regione di Jabal Al-Zawiya, colpendo punti di raccolta dei miliziani e le loro postazioni difensive.

La ripresa degli attacchi aerei da parte dell'aeronautica russa nel Governatorato di Idlib ha dimostrato di essere un punto di svolta nella zona, in quanto ha contribuito a respingere le forze nemiche impedendole di riconquistare il terreno che hanno perso nel corso delle ultime settimane.

Per riprendere a piano regime la sua offensiva, l'esercito siriano ha inviato un grosso convoglio di rinforzi al  Governatorato di Idlib la scorsa notte dopo che una serie di attacchi dell'aviazione turca ha danneggiato pesantemente le strutture militari di Damasco, oltre a causare numerose perdite tra i soldati.

Secondo un rapporto sul campo della Siria nordoccidentale, i rinforzi dell'esercito siriano hanno raggiunto la campagna sud-orientale del Governatorato Idlib la scorsa notte.

Il rapporto riferisce che i rinforzi comprendono moderne attrezzature militari che verranno utilizzate in conformità con gli sviluppi delle condizioni sul campo di battaglia nella regione.

L'arrivo dei rinforzi dell'esercito siriano nella regione sud-orientale di Idlib arriva poco dopo che l'esercito russo ha spedito una grande quantità di veicoli corazzati e tecnici in Siria per aiutare le forze governative nella loro battaglia nella parte nord-occidentale del paese.

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29/02/2020

Siria - Erdogan chiede la tregue a Putin

di Chiara Cruciati – il Manifesto

L’attacco aereo che giovedì in tarda serata ha ucciso almeno 33 soldati turchi nella provincia siriana di Idlib ha una tempistica precisa. Appena 24 ore prima il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva ribadito il suo ultimatum: Damasco deve ritirarsi dalle zone di de-escalation – previste dall’accordo tra Turchia e Russia, siglato a Sochi nell’autunno 2018 – o le truppe turche avanzeranno.

La risposta è stata il bombardamento. Per mano siriana, forse anche russa. Mosca ha precisato ieri che la responsabilità è tutta della Turchia che non aveva informato della presenza di sue truppe tra i miliziani islamisti. Il ministro degli Esteri Lavrov ha addirittura offerto le sue condoglianze.

Ma è difficile pensare che il comando russo non ne fosse a conoscenza. Probabile che abbia voluto ricordare a Erdogan i termini dell’accordo di de-escalation: le 12 postazioni turche in territorio siriano (la maggior parte circondate oggi dall’esercito governativo) erano ben accette in cambio del travaso di islamisti dalla provincia nord-ovest siriana, l’unica ancora fuori dal controllo damasceno.

Erdogan si ritrova con il cerino in mano, dopo il lento ma proficuo lavoro ai fianchi che gli ha fatto l’omologo Putin. Lo ha allontanato da Nato e Stati Uniti, lo ha fatto entrare nella propria orbita e ora lo mette all’angolo a Idlib, l’enorme contraddizione siriana, dove il secondo esercito della Nato protegge qaedisti (l’ex Fronte al-Nusra, apice della piramide di gruppi più o meno ampi e più o meno islamisti) e che tenta di ritagliarsi il suo posto al sole in un paese disastrato.

Il gioco della parti lo sconta la popolazione civile, tre milioni di persone – almeno la metà sfollati da altre zone della Siria – che tentano da mesi la fuga in massa dagli attacchi aerei delle aviazioni governativa e russa. Non tutti ne hanno i mezzi. Un milione di persone (di cui la metà bambini) è riuscito a scappare per ammassarsi a nord, verso il Rojava per metà occupato dai turchi e verso il confine con la Turchia. Le loro condizioni sono terribili, denunciano le organizzazioni umanitarie: mancano rifugi, tende, coperte, medicinali, mentre l’inverno fa scendere le temperature e uccide.

Il governo turco li usa. Ordina di aprire le frontiere per salvarli dai bombardamenti, quando l’obiettivo è un altro, fare pressioni sulla fortezza-Europa perché lo appoggi. Ieri, dopo l’annuncio della morte dei 33 soldati, Ankara ha promesso di rispondere «in ogni modo» con attacchi mirati «a tutte le postazioni note» del governo siriano.

Poco dopo il ministro della difesa Akar rivendicava l’uccisione in 200 attacchi di «309 truppe del regime» (non confermate da altre fonti) e la distruzione di «cinque elicotteri siriani, 23 carri armati, 10 veicoli blindati, 23 cannoni, due sistemi di difesa aerea e tre depositi di armi». Tutto in poche ore, a sentire Ankara, numeri rivolti più alla propria opinione pubblica che al presidente siriano Assad.

Intanto la Russia spostava due fregate da Sebastopoli alle coste siriane. E così ieri, a 12 ore dal bombardamento, Ankara chiedeva alla delegazione russa nella capitale turca un cessate il fuoco immediato mentre Erdogan e Putin si sentivano al telefono.

Un incontro faccia a faccia sarà organizzato al più presto, fa sapere l’ufficio stampa della presidenza turca, per ristabilire il cessate il fuoco (mai realmente entrato in vigore) e fermare la corsa a una fase nuova e devastante del conflitto. Il Cremlino indica una data, il 5 o il 6 marzo, lasciando così intendere il rinvio (o la cancellazione) del vertice a quattro – Erdogan, Putin, Merkel, Macron – previsto (ma mai ufficialmente confermato) del 5 marzo.

I due si sono detti concordi, aggiunge in una nota il Cremlino, sulla necessità di nuove misure per normalizzare la situazione. Mosca pretende da Ankara un passo indietro, vuole che si dissoci dai gruppi islamisti, che li porti via dalle zone di de-escalation e che gli impedisca di colpire l’esercito siriano impegnato nella reconquista.

Prima di chiamare il Cremlino il presidente turco si è rivolto alla Nato, probabilmente per invocare l’applicazione dell’articolo 5 del Trattato atlantico, la difesa di un paese membro. A rispondere è il segretario generale Stoltenberg che ieri ha chiesto a Russia e Siria di fermare l’offensiva su Idlib e «gli attacchi indiscriminati».

Ma non ha parlato affatto di intervento: è la Turchia con gli stivali in un altro paese, difficile parlare di auto-difesa. Senza dimenticare che a quel punto la Nato dovrebbe intervenire contro la Russia e a sostegno – indiretto – della galassia qaedista arroccata da anni a Idlib.

Poi Erdogan ha telefonato alla Casa bianca. Al presidente Trump ha chiesto fatti e non parole. Ma l’amministrazione Usa non pare intenzionata a rigettarsi nel conflitto, in un periodo in cui le relazioni con Ankara sono al minimo storico. Né lo sono gli europei: ieri Erdogan ha raccolto «solidarietà» da Francia, Germania, Gran Bretagna, ma nessun reale sostegno.

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La Turchia usa i profughi come arma di guerra

Il governo turco ha annunciato che non fermerà più i migranti che vogliono andare in Europa e il ministero degli esteri fa sapere che “alcuni migranti e richiedenti asilo hanno iniziato a muoversi verso i confini” con l’Ue.

La Grecia ha rafforzato i controlli ai propri confini, la Bulgaria ha dispiegato rinforzi della gendarmeria alle frontiere terrestri e marittime con la Turchia per contenere la pressione migratoria in arrivo, mentre la Ue e la Nato chiedono di “interrompere l’escalation a Idlib” ma sostanzialmente si schierano a sostegno della Turchia contro la Siria.

“Se si va a guardare bene chi combatte a Idlib e provincia, dove nel 2011 vivevano 1,2 milioni di persone e adesso almeno tre, con profughi e ribelli provenienti da ogni dove” – scrive oggi un osservatore autorevole come Alberto Negri – “un eventuale appoggio a Erdogan significa anche un aiuto alla coalizione jihadista di Hayat Tahir al Sham, l’ex fronte al Nusra affiliato ad al Qaeda. Gli stessi soldati turchi sono mescolati ai ribelli, e non è una novità perché Erdogan ha appoggiato in questi anni i jihadisti e fatto intese con l’Isis in funzione anti-curda e anti-Assad”.

Da settimane l’esercito siriano, con il supporto aereo e d'artiglieria della Russia, ha lanciato una vasta offensiva nella provincia di Idlib, ultima roccaforte ancora sotto il controllo delle milizie jihadiste sostenute da Ankara e da queste apertamente sostenute con armi, munizioni, appoggio logistico e una crescente presenza di militari e mezzi pesanti dell’esercito turco, riferisce il sito specializzato AnalisiDifesa.it.

“I militari turchi non dovrebbero stare fuori dalle loro postazioni di osservazione nella provincia siriana di Idlib”, ha sottolineato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, avvallando di fatto quanto dichiarato dal governo siriano, il quale accusa le truppe di Ankara (altri 3 militari turchi erano stati uccisi il 26 febbraio in situazioni analoghe) di combattere al fianco delle milizie jihadiste a Idlib.

Alcuni paesi europei – e ancora una volta non tutti – in una dichiarazione antecedente l’inizio della riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu scrivono che: “Condanniamo l’attacco ai soldati turchi. Non ci sarà soluzione militare al conflitto”.

“La Turchia ha il nostro pieno supporto nel rispondere per autodifesa ad un attacco ingiustificato”, ha detto l’ambasciatrice americana all’Onu, Kelly Craft, durante la riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza sulla Siria. “Gli Usa condannano nei termini più forti possibili l’attacco barbaro contro le forze turche”, ha aggiunto, chiedendo “un cessate fuoco immediato e duraturo”, e domandando “alla Russia di tenere a terra i suoi aerei da guerra”.

I presidenti di Russia e Turchia, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, hanno avuto una conversazione telefonica sulla tesissima situazione in Siria “dedicata alla necessità di fare tutto per soddisfare l’accordo iniziale sulla zona di de-escalation di Idlib” riferisce il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, ripreso dalle agenzie russe.

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28/02/2020

Siria - Pesanti perdite turche a Idlib

La guerra non è meno pericolosa dei virus, nonostante si svolga di fatto alla nostra frontiere europee.

In queste ore c’è stata un’escalation nel conflitto mediorientale, nella provincia siriana di Idlib, sotto controllo delle milizie jihadiste (Isis, al Qaeda ed altre), sostenute dalla Turchia, che aveva inviato in quel territorio anche proprie truppe corazzate.

Una presenza fuori da ogni convenzione internazionale, ma fuori anche dal sistema di alleanze cui la Turchia formalmente ancora appartiene (la Nato).

33 soldati turchi sono morti nelle ultime ore in scontri e raid aerei con le truppe siriane di Assad, assistite dalla Russia. In totale, nel corso di questo mese, i turchi caduti sarebbero una cinquantina.

Il ministero della Difesa russo è stato citato dall’agenzia di stampa RIA, venerdì, secondo cui le truppe turche erano state colpite dal fuoco di artiglieria delle forze del governo siriano, che stavano cercando di respingere un’offensiva da parte delle forze ribelli appoggiate dalla Turchia. Una versione che riduce lo scontro nei limiti del diritto di autodifesa del “governo legittimo”, tuttora l’unico riconosciuto da tutta l’Onu. Comunque sia andata, lo scontro è foriero di sviluppi molto pericolosi.

Dal punto di vista della “legalità internazionale” la situazione sarebbe teoricamente semplice: la Russia ha truppe sul terreno su invito esplicito del governo siriano, la Turchia è tecnicamente un paese invasore e se ne deve andare.

Ma chiaramente in guerra la “legalità” è un vezzo retorico...

Erdogan, che pensava di poter giocare sui buoni rapporti con la Russia putianana, costruiti intorno all’oleodotto per il greggio del Caspio, nonostante l’aperta contrapposizione anche sul fronte libico, è ora in grave difficoltà. Non può tornare indietro senza ammettere uno smacco, non può intensificare le operazioni militari in Siria perché rischia uno scontro diretto con la Russia, senza neanche poter contare sull’art. 5 del trattato Nato (è un paese aggressore, non può invocare la difesa collettiva).

La soluzione però sembra averla trovata, per il momento, agendo sulla leva con cui da qualche anno minaccia l’Unione Europea: aprire le frontiere e far uscire almeno una parte dei tre milioni di profughi che “ospita” a ridosso della frontiera siriana. Trasparente, dunque, la ricerca di “appoggio diplomatico e militare” europeo, pena un altro esodo biblico verso le capitali del Vecchio Continente.

La Turchia aprirà infatti il suo confine sud-occidentale con la Siria per 72 ore, per consentire ai siriani di fuggire dal libero passaggio delle forze filo-governative in Europa. L’annuncio è stato dato da fonti ufficiali turche.

La decisione è arrivata dopo una riunione di sicurezza presieduta dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan ad Ankara giovedì scorso. Un alto funzionario turco, infatti, ha detto giovedì che i rifugiati siriani diretti verso l’Europa non sarebbero stati fermati né a terra né via mare.

E immediatamente dopo l’annuncio gruppi di rifugiati e migranti siriani, provenienti da altri paesi hanno iniziato a dirigersi verso i confini della Turchia con la Grecia e la Bulgaria.

Vari gruppi di rifugiati turchi hanno anche organizzato autobus per i rifugiati siriani che intendono dirigersi al confine della Turchia con l’Europa. Secondo quanto riferito, i migranti si erano anche radunati nel distretto costiero della Turchia occidentale di Ayvacik nella provincia di Canakkale con l’obiettivo di andare in barca verso l’isola greca di Lesbo. La Grecia ha potenziato le pattuglie di frontiera, blindando di fatto il confine con Ankara.

Sul fronte strettamente militare, invece, la Russia sta inviando due navi da guerra equipaggiate con missili da crociera nel Mar Mediterraneo verso la costa siriana, secondo quanto riferito all’agenzia di stampa Interfax dalla flotta russa del Mar Nero.

La Nato, invece, ha convocato una prima riunione, su input del segretario dell’organizzazione, Stoltenberg.

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21/02/2020

Idlib - Duri scontri tra forze siriane e turche. L’UE legittima Erdogan


In Siria, intorno alla città di Idlib, si sono registrati intensi combattimenti e bombardamenti di artiglieria tra forze turche e loro milizie jihadiste alleate da una parte, e truppe governative siriane appoggiate dall’aviazione russa dall’altra. Le fonti precisano che si combatte nella cittadina di Nayrab, che si trova a otto chilometri da Idlib, ultima roccaforte sul territorio siriano dei gruppi jihadisti legati ad Al Quaida e ostili al governo di Damasco.

Ci sarebbero almeno 2 soldati turchi uccisi e altri 5 feriti in raid governativi siriani secondo quanto riferisce il ministero della Difesa di Ankara, sostenendo che le forze turche presenti nell’area hanno già risposto al fuoco, “uccidendo oltre 50 membri dell’esercito di Bashar al Assad”, e che la rappresaglia turca prosegue.

L’agenzia ufficiale siriana Sana riporta che le forze militari di Damasco sono riuscite a respingere “attacchi lanciati da organizzazioni terroristiche” nella regione di Idlib, in particolare nella zona di al-Nayrab, e confermano attacchi contro obiettivi delle milizie jihadiste.

La Russia ha chiesto alla Turchia di smettere di sostenere i terroristi in Siria e di consegnare le loro armi. “Stiamo esortando le parti turche a smettere di fornire sostegno alle azioni dei terroristi e di consegnare loro le armi per evitare incidenti” riporta l’agenzia russa Tass. Secondo la Russia le milizie jihadiste hanno violato le difese dell’esercito siriano nella zona di Idlib, sostenuti dal fuoco dell’artiglieria turca.

Nelle ultime settimane sono almeno 15 i soldati turchi morti a Idlib. Le notizie che giungono dal fronte coincidono con le parole del presidente turco Erdogan, il quale ieri aveva affermato che una nuova operazione militare turca in Siria, a Idlib, era solo “questione di tempo” dal momento che i colloqui con la Russia non hanno prodotto i risultati sperati da Ankara.

Del tutto singolare e inappropriata appare la posizione assunta dall’Unione Europea secondo la quale “La ripresa dell’offensiva militare da parte del regime siriano e dei suoi sostenitori a Idlib, che sta causando enormi sofferenze umane, è inaccettabile. L’UE invita tutti gli attori a cessare immediatamente le ostilità” si legge in una dichiarazione del Consiglio Europeo che tace invece sulle responsabilità della Turchia.

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11/02/2020

Siria - Si prepara la battaglia di Idlib

Continua la guerra aperta fra esercito siriano ed esercito turco nella provincia di Idlib. È di 5 militari turchi morti e 5 feriti il bilancio di un attacco da parte siriana alle postazioni dell’esercito invasore, mentre quest’ultimo sosteneva dalle retrovie con l’uso dell’artiglieria e dirigeva l’offensiva dei miliziani qaedisti di Hayat Tahrir al-Sham per provare a riprendere la città di Saraqib, la più importante fra quelle che hanno perso durante la battaglie delle ultime settimane. Il precedente scontro diretto fra i due eserciti aveva dato luogo ad un bilancio di 5 morti da parte turca e probabilmente 13 da parte siriana.

Durante le ore precedenti a questo secondo scontro diretto, la Turchia aveva incrementato la propria presenza militare a Idlib in maniera considerevole: fonti locali parlano di circa un migliaio di pezzi fra artiglieria pesante e veicoli corazzati leggeri, più un gran numero di soldati, che avrebbero fatto raggiungere quota 3.000 al personale militare di Ankara presente sul fronte. Prima della battaglia, i miliziani qaedisti hanno postato dei video in cui apertamente facevano sfoggio dei “doni” corazzati provenienti da Ankara.

È, dunque, un pessimo segnale, per i vertici turchi, questa conta delle vittime che già deve fare pur trattandosi solo del secondo scontro in cui il proprio esercito viene coinvolto. Su una scala più ampia, cioè se davvero la Turchia volesse imbarcarsi in impegno su vasta scala per impedire la ripresa di Idlib da parte dell’esercito siriano, occupando la città e l’area attualmente controllata dai propri proxy (uno scenario simile a quello di Afrin e delle aree del nord-est, per chiarire), ciò potrebbe tradursi in un insabbiamento e uno stillicidio di soldati uccisi.

D’altronde, i reparti di élite dell’esercito siriano che stanno guidando l’offensiva nell’area, ovvero le ex Forze Tigre (ora rinominate “25-esima divisione delle forze di missione speciale”) sono nate e si sono sviluppate in un contesto di guerra asimmetrica, come quella portata dalle centinaia di milizie fondamentaliste sunnite presenti sullo scenario siriano, e potrebbero a loro volta applicare l’esperienza acquisita contro le forze del poderoso esercito turco.

Da parte sua, il Presidente Erdogan continua a giustificare come “difensivo” il dispiegamento militare di questi giorni: il pretesto principale è che la Turchia non sarebbe preparata a gestire l’afflusso massiccio delle popolazioni in fuga “dalla furia sanguinosa del regime di Assad”. Effettivamente, da questo punto di vista, qualche motivo di timore reale la Turchia ce l’ha, anche se, ovviamente, non nel senso dei termini espressi dai vertici: a seguito di vari accordi di resa su altri fronti, attualmente la maggior parte della popolazione di Idlib è composta dai miliziani e le loro famiglie che, in caso di rovinosa sconfitta, inevitabilmente si riverserebbero in massa verso la Turchia, con qualche cellula che potrebbe volersi vendicare dell’insufficiente appoggio ricevuto.

Ankara, quindi, appare molto più in difficoltà rispetto ai precedenti interventi diretti in Siria (operazioni Peace Spring e Olive Branch contro le Ypg/Ypj e operazione Euphrates Shield contro l’Isis).

Questa volta, per il momento, nonostante proseguano incontri ad alto livello per mediare, la Russia non pare intenzionata ad assecondare le azioni militari turche: continua, infatti, ad appoggiare e a partecipare attivamente con l’aviazione all’offensiva siriana a Idlib e, per la prima volta, per bocca di molti alti funzionari, accusa apertamente Ankara di violare gli accordi di Astana in quanto continua a dare appoggio ad organizzazioni qaediste tenute fuori da tutte le varie intese di de escalation succedutesi dal 2017 ad oggi.

Nel frattempo, l’esercito siriano si è posizionato a 8 km da Idlib, lato sud-est, e continua ad avanzare sia da sud-est che da ovest. La battaglia di Idlib sta entrando nel vivo.

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05/02/2020

Su Idlib Erdogan torna a minacciare la Siria

La Turchia non permetterà al governo siriano di guadagnare più terreno nella roccaforte jihadista della provincia di Idlib, ha affermato il presidente turco Erdogan. La minaccia della Turchia è arrivata dopo la morte di otto militari turchi negli scontri con truppe siriane lunedì scorso.

Il ministero della difesa della Turchia ha riferito che sette soldati e un civile sono morti a Idlib lunedì quando sono stati bombardati dall’esercito siriano nonostante avessero indicato loro posizione, un dato smentito però sia dai siriani che dai russi. Negli scontri, le forze militari turche hanno ucciso 13 soldati siriani.

La dichiarazione è arrivata dopo che Putin ed Erdogan hanno avuto una conversazione telefonica martedì per discutere gli scontri tra militari turchi e siriani a Idlib.

L’agenzia Reuters riferisce quanto riportato da un funzionario della sicurezza della Turchia secondo il quale ci sono stati scontri intermittenti tra le truppe turche e siriane anche martedì intorno alla città di Saraqeb, che si trova a cavallo dell’intersezione tra le autostrade M4 e M5.

Le unità dell'esercito siriano sono avanzate martedì verso la città di Saraqeb a Idilb da molte direzioni e hanno liberato 21 villaggi e città a est e sud della città. Nel frattempo, altre unità dell'esercito siriano hanno liberato il villaggio di al-Nayrab a nord dell'autostrada internazionale Lattakia-Aleppo.

L’agenzia Sana riferisce che l'esercito siriano è avanzato dall'asse di Abu al-Dohour nella campagna orientale di Idleb verso Saraqeb, portando avanti feroci battaglie contro gli jihadisti asserragliati riuscendo a cacciarli da molti villaggi e città, principalmente Tal Mardikh, Barisa, Um Sharshouh, Tal Sultan, Tal al-Wasita, Jabal tawil, Ras al-Ayn e Tal Fardows.

Erdogan ha dichiarato ai giornalisti che le forze filo-governative sostenute dalla Russia “spingono persone innocenti e in lutto da Idlib verso i nostri confini”. Più di mezzo milione di civili sono fuggiti dalla città da quando il governo siriano ha lanciato un’offensiva a dicembre contro l’ultima roccaforte delle milizie jihadiste.

Le forze armate turche si sono posizionate intorno a Idlib ufficialmente “per monitorare un accordo di declassamento del 2017 mediato da Turchia e Russia” che è stato ripetutamente violato.

“In questo momento la Siria sta cercando di guadagnare tempo guidando quelle persone innocenti e in lutto in Idlib verso i nostri confini”, secondo quanto riferito da Erdogan ai media turchi “Non daremo alla Siria l’opportunità di guadagnare terreno”.

Il presidente turco ha anche affermato che la Turchia e la Russia – che appoggiano le parti opposte nella guerra civile in corso da nove anni in Siria – dovrebbero cercare di risolvere le loro differenze.

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04/02/2020

Siria. Scontri tra militari turchi e siriani a Idlib. I morti sarebbero una ventina

Otto militari turchi e almeno 13 soldati siriani sono rimasti uccisi in scontri a fuoco diretti tra i due eserciti nella provincia di Idlib, ultima roccaforte ancora in mano agli jihadisti in Siria e che Damasco intende riprendere sotto il proprio controllo

Durante la notte tra domenica e lunedì, la Turchia ha inviato a Idlib un grande convoglio militare attraverso il suo confine meridionale. Da Idlib circa 390.000 persone, l’80% delle quali sono donne e bambini, sono fuggite dalle proprie case a partire dal 1 ° dicembre, dicono le Nazioni Unite, e altre 400.000 sono state portate al confine turco da aprile. Le forze armate turche mantengono 12 posti di osservazione a Idlib per monitorare un accordo del 2018 che è stato frequentemente violato da entrambe le parti.

Il ministero della difesa della Turchia ha dichiarato che le forze turche sono state inviate a Idlib come rinforzo e attaccate lì nonostante la notifica preventiva delle loro coordinate alle autorità locali.

L’accusa è stata però contestata da funzionari di Mosca, i quali hanno dichiarato che Ankara non è stata in grado di notificare i suoi movimenti delle truppe durante la notte a Idlib e che i soldati turchi sono stati colpiti dal fuoco siriano diretto contro i “terroristi”, un riferimento ai miliziani collegati ad al-Qaida ad ovest di Saraqeb.

La Turchia è intervenuta militarmente in Siria tre volte fino ad oggi nelle operazioni transfrontaliere contro le forze guidate dai curdi appoggiate dagli USA, ma lo scontro avvenuto lunedì è stato un raro confronto diretto contro le truppe di Assad e le milizie alleate di quest'ultimo.

Pur essendo schierati su fronti opposti sul teatro siriano, Mosca e Ankara hanno in gran parte cercato di coordinare le loro azioni. Sebbene la Turchia dipenda dalla cooperazione russa per continuare le sue operazioni nel nord-est della Siria e nonostante i legami commerciali, energetici e di difesa dei due paesi, gli sviluppi di lunedì indicano un crescente attrito nei rapporti. Ulteriori combattimenti tra forze turche e truppe siriane potrebbero rischiare una grave escalation nel conflitto in corso ormai dal 2011 in Siria.

Il presidente turco Erdogan ha chiesto alla Russia e a Putin di non mettersi in mezzo: “Il nostro interlocutore non siete voi, ma il regime siriano, non provate ad intromettervi”, ha dichiarato. Erdogan ha anche aggiunto che l’esercito turco continuerà con i raid “per mettere in sicurezza il Paese”. Si parla di 122 attacchi di artiglieria e 100 con tiri di mortaio contro 46 bersagli dell’esercito siriano.

Sempre parlando lunedì, il presidente turco ha dichiarato che l’operazione a Idlib era in corso e ha ribadito un avvertimento per i sostenitori di Assad a Mosca di non ostacolare l’azione turca. “Coloro che mettono alla prova la determinazione della Turchia nei confronti dell’Idlib siriano con attacchi così insidiosi realizzeranno il loro errore”, ha detto Erdogan ai giornalisti prima della sua partenza da Ankara per l’Ucraina.

Idlib e la campagna circostante sono nominalmente tutelati da un accordo di de-escalation mediato da Mosca e Ankara a settembre 2018. Tuttavia, i combattimenti nell’area sono costantemente peggiorati da quando la milizia jihadista Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ex affiliata siriana di al-Qaida, è emerso come il gruppo dominante nell’area l’anno scorso.

Damasco e Mosca sostengono che l’affermazione di HTS legittima la campagna contro Idlib in quanto stanno prendendo di mira i terroristi non coperti dall’accordo di cessate il fuoco che hanno rafforzato gli attacchi contro Aleppo tornata sotto il controllo del governo siriano.

Le agenzie di soccorso, tuttavia, affermano che gli attacchi aerei hanno colpito duramente la città e avvertono che la popolazione di Idlib di 3 milioni di persone è ancora a rischio della più grande crisi umanitaria del conflitto.

Migliaia di famiglie si stanno attualmente rifugiando in scuole, moschee e tende vicino al confine turco senza cibo o medicine adeguati al clima invernale.

L’ultimo tentativo di cessate il fuoco per Idlib il 12 gennaio è stato ignorato dal governo siriano, che invece ha accelerato i suoi sforzi, catturando diversi villaggi e la città chiave di Maarat al-Numan sulla strategica autostrada M5 la scorsa settimana.

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25/12/2019

Siria - Jihadisti ed Erdogan sotto schiaffo a Idlib

Riprende in maniera prorompente l’offensiva dell’esercito siriano nella provincia di Idlib. Si ricorda che è da metà 2017 che questo fronte della guerra in Siria è sostanzialmente congelato, a parte un paio di stop and go. In conseguenza degli accordi scaturiti dall’ormai famoso “formato di Astana”, ovvero le trattative diplomatiche internazionali condotte da Russia, Turchia e Iran per cercare di stabilizzare la situazione fra lo stato siriano e le varie opposizioni integraliste sunnite, la provincia di Idlib, nella quale sono stati concentrati tutti i miliziani, assieme alle loro famiglie, usciti sconfitti da altri fronti, avrebbe dovuto costituire una zona di de-escalation.

In pratica, le milizie filo-turche avrebbero dovuto separarsi dai gruppi qaedisti (in primis Hayat Tahrir al-Sham) considerati terroristi, e ottenere legittimità per partecipare alla riscrittura della Costituzione, una volta sconfitti questi ultimi.

In realtà, sia per l’affinità ideologica, sia per i comuni appoggi internazionali, sia per i rapporti di forza militari, molto sbilanciato a favore dei qaedisti, l’esercito Nazionale Siriano (ultimo brand di cui si sono dotati i proxy turchi) e Hayat Tahrir al-Sham hanno sempre condiviso la stessa struttura amministrativa ed economica nella provincia e hanno dovuto agire anche militarmente in maniera coordinata (pena l’annichilimento dei filo-turchi).

A causa della sostanziale convergenza raggiunta fra Russia e Turchia per provare a limitare l’influenza di USA e UE sullo scenario siriano, l’esercito di Damasco ha quasi sempre dovuto mordere il freno rispetto al fronte di Idlib (e non solo), non potendo sfruttare la propria supremazia militare. Anzi, i miliziani sunniti hanno utilizzato la situazione per riorganizzarsi, finanziarsi in maniera parassitaria ai danni della popolazione locale e tenere continuamente sotto pressione le truppe governative, senza che queste potessero rispondere utilizzando tutto il loro potenziale.

Di contro, l’effetto positivo è che vi è stata una diminuzione sostanziale della violenza rispetto ad una situazione di battaglia aperta.

Ebbene, tale equilibrio, nei giorni scorsi, è improvvisamente saltato, senza che né le forze belligeranti sul campo, né i rispettivi alleati internazionali facessero precedere la ripresa della battaglia con la solita escalation verbale del caso.

Eppure, in 4 giorni di offensiva, guidata dai reparti di élite delle Forze Tigre, l’esercito siriano ha riguadagnato il controllo su un numero di centri urbani stimato fra i 20 e i 30, mostrando una superiorità militare ancora maggiore rispetto alle escalation precedenti. Anche l’aviazione russa, che aveva quasi azzerato la propria attività, ha ripreso ad agire e un punto di osservazione dell’esercito turco, fra quelli a stabiliti a garantire l’attuazione degli accordi di Astana, risulta accerchiato.

Parallelamente, cellule dell’Isis ancora attive nel deserto, hanno rivendicato un attacco con droni che ha azzerato l’estrazione di gas e petrolio in alcuni giacimenti nell’area di Homs. Il Governo Siriano ha denunciato che l’azione è stato troppo sofisticata e precisa per essere esclusivamente opera delle poche centinaia di miliziani dell’ex-califfato, accusando di fatto gli USA di averla supportata.

Immancabile, inoltre, il raid israeliano nell’area di Damasco; stavolta, tuttavia, non pare vi siano stati danni rilevanti nelle due esplosioni segnalate, mentre la maggior parte dei missili sarebbe stata intercettata.

Per capire i motivi di questi sviluppi non bisogna farsi sfuggire la coincidenza temporale con la parallela accelerazione in atto in Libia: su quest’ultimo scenario, infatti, la Turchia ha firmato un accordo con il governo Serraj, guidato dalla Fratellanza Musulmana, che le consente di intervenire militarmente in maniera diretta; non solo fornendo armi e uomini nell’ambito della battaglia di Tripoli in corso di svolgimento, ma anche nei pattugliamenti in mare (cosa che porta, fra l’altro, a potenziali interferenze con le attività di Italia e Grecia tese a bloccare l’immigrazione).

La Russia, invece, seppure in maniera più defilata, da tempo sostiene le milizie guidate da Khalifa Haftar, che oramai sono attestate alle porte della capitale e sono prossime a tentare l’assalto decisivo per defenestrare il governo Serraj.

Pertanto, la ripresa dell’offensiva siriana nella provincia di Idlib può essere vista come un contraltare rispetto alla ripresa delle ambizioni sub-imperialiste di ispirazione neo-ottomana della Turchia, con Mosca che, dopo aver dovuto in qualche modo accettare e fornire copertura diplomatica agli interventi nelle zone di Afrin e del nord-est della Siria, non vuole più concedere altro respiro all’alleato/rivale.

L’assenza pressoché totale di dichiarazioni ufficiali, comunque, indica che le negoziazioni dietro le quinte fremono. Il 23 dicembre vi è stato un contatto fra funzionari ad alto livello di Russia e Turchia per discutere di ambedue gli scenari, quello siriano e quello libico.

L’esito di questi contatti potrebbe decidere la sorte, almeno relativamente a questo momento, di entrambe le battaglie, quella di Tripoli e quella di Idlib: ci potrebbe essere un via libera reciproco, oppure un compromesso su entrambi gli scenari, oppure il permanere delle divergenze.

Nel mentre, l’esercito di Damasco cerca, ovviamente, di guadagnare più terreno possibile per rendere palese lo squilibrio delle forze in campo; ciò, infatti, contribuisce a creare le condizioni affinché, attraverso i negoziati o per via militare, l’intera provincia di Idlib e tutte le aree nelle mani dei proxy della Turchia rientrino prima o poi sotto il proprio controllo.

A latere, è opportuno rimarcare che un’eventuale afflusso di miliziani jihadisti in aiuto dei commilitoni attivi a Idlib potrebbe mettere in discussione anche lo status quo stabilitosi nelle aree che in precedenza componevano il Rojava, ovvero Afrin e il nord-est. Pertanto, le Ypg e anche le truppe USA stanziate a est dell’Eufrate sono spettatori interessati.

Dal punto di vista mediatico-occidentale, è ovviamente ripreso il martellamento nei confronti dell’esercito siriano in relazione a quest’offensiva. Tuttavia, gli attori che lo stanno mettendo in scena (media occidentali in collaborazione con ong e “fonti sul campo” vicine ai miliziani jihadisti) non hanno più alcuna credibilità per essere presi in considerazione.

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27/10/2019

ISIS - La morte di Al Baghdadi, forse stavolta è vera

Su certe notizie bisogna scrivere tutto al condizionale, perché “le fonti” hanno tutte interessi piuttosto distanti dalla verità.

L’annuncio della morte di Al Baghdadi, considerato il capo dell’Isis, fa parte di diritto di questa piuttosto ampia tipologia di “news”. Del resto, sono ormai innumerevoli gli annunci simili che ho hanno riguardato negli ultimi anni...

Secondo quanto riportano fonti statunitensi, Al Baghdadi sarebbe stato scovato dalla Cia in un compound nella sacca di Idlib, l’enclave di territorio siriano sotto tutela della Turchia e ultimo rifugio “sicuro” di tutte le milizie jihadiste (un lungo elenco è stato redatto, per averli affrontati sul campo, dai combattenti curdi).

L’operazione sarebbe avvenuta in modo ancora non rivelato, probabilmente con l’intervento di elicotteri e commandos. Secondo le stesse fonti Usa, Al Baghdadi si sarebbe fatto esplodere con un giubbotto da kamikaze, portando con sé anche un paio di mogli.

Sui resti si starebbero conducendo i test del dna per verificare con certezza l’identità dei cadaveri. Il capo dell’Isis era stato uno dei prigionieri a Guantanamo, quindi le agenzie di “sicurezza” Usa dispongono del suo dna originale.

Il resto è nella nebbia.

Fonti siriane, irachene e iraniane, presenti sul terreno (e che dispongono probabilmente di informatori all’interno della sacca di Idlib) confermano la morte di Al Baghdadi.

Quindi dovrebbe essere vera, visto che non corre certamente buon sangue tra loro e gli Usa.

Se così è, bisogna dire che Al Baghdadi ha percorso l’esatta traiettoria già compiuta a suo tempo da Osama Bin Laden, ucciso in un compound militare pakistano, controllato dai servizi segreti di quel paese (la Dina). Da alleato a nemico, da foraggiato a ricercato (ma fino ad un certo punto), e infine ucciso senza lasciare traccia.

Insomma, bisogna “fidarsi” di quel che dice il Pentagono così come ci si fida nell’accettare dollari come corrispettivo di qualche merce.

Se così, si conferma che è la Turchia – nell’area – ad assicurare la libertà operativa di un gran numero di gruppi jihadisti ufficialmente considerati “terroristi” dalla Nato e altri paesi occidentali. La “stranezza” sta nel fatto che la Turchia fa parte della Nato, così come il Pakistan è un caposaldo della presenza Usa tra India e Iran.

Gli interrogativi sulle ragioni di questa uccisione possono coprire un vasto arco di “dietrologie”, anche di segno opposto.

Le uniche cose che ci sembrano indubbie riguardano l’abitudine statunitense ad eliminare le prove delle proprie porcate in vari teatri di guerra “sporca”. Lo fanno maldestramente, spesso, ma lo fanno sempre. Per restare solo alla Siria di questi anni, ricordiamo il bombardamento di un “cementificio”, usato dall’Isis in collaborazione con Francia e Gran Bretagna, subito dopo il ritiro delle truppe occidentali da quella zona.

Se, dopo anni, gli Usa si sono decisi a sbarazzarsi dell’ingombrante ex alleato, assicurandosi di farlo restare per sempre in silenzio, significa che gli equilibri nell’area stanno profondamente cambiando.

È noto che la Turchia è diventata un membro “alieno” della Nato. Prima per aver firmato contratti di acquisto di missili antiaerei russi (anziché statunitensi), poi per aver stretto con Putin il “patto di Sochi” per controllare congiuntamente il Rojava, neutralizzando sia l’invasione turca sia l’autonomia dei curdi.

In questo quadro, una serie di forze – fin qui utilissime nel tentativo di destabilizzare la Siria e mandare Assad a raggiungere Gheddafi e Saddam – diventano obbiettivamente un problema. E se la maggior parte di queste forze non sono né conosciute né credibili al di fuori di un cerchio ristretto, l’Isis e Al Baghdadi sono/erano invece una possibile “fonte interessante”.

Stante il mutamento di quadro intervenuto in quell’area, insomma, la morte del capo dell’Isis sarebbe una ciliegina sulla torta dell’accordo geopolitico tra grandi potenze e attori locali. Dunque, stavolta sembra più credibile dei precedenti annunci simili.


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17/09/2019

Siria - Vertice a tre Russia, Iran, Turchia

Il presidente turco Erdogan ha incontrato da ieri ad Ankara Putin e Rohani, per un nuovo vertice sulla Siria, in cui discutere, tra l’altro, l'annunciata offensiva di Damasco contro l’ultima roccaforte dell’Isis a Idlib.

Si tratta del quinto vertice tra Erdogan, ostile alla Siria, con Putin e Rohani, intervenuti dal 2017 a sostegno del governo siriano. La Turchia appare preoccupata di una vittoria di Bashar al Assad ma la esterna come mera preoccupazione per un nuovo massiccio afflusso di rifugiati da Idlib, nella Siria nordoccidentale verso la frontiera turca. L’ultimo vertice trilaterale si era tenuto sette mesi fa a Sochi, in Russia.

In base a un accordo concluso lo scorso anno con la Russia, la Turchia dispone in quest’area di dodici posti di osservazione, uno dei quali al momento si ritrova circondato dalle truppe di Damasco che stanno riconquistando l’area.

Secondo l’Afp ripresa in Italia da Askanews, l’obiettivo del vertice, è quello di esaminare “gli sviluppi in Siria, in particolare a Idlib, ma anche le misure da prendere congiuntamente nel prossimo periodo per la cessazione del conflitto, l’attuazione delle condizioni necessarie per il ritorno dei rifugiati e l’applicazione di una soluzione politica”, ha dichiarato la presidenza turca in una nota.

Nonostante un fragile cessate il fuoco decretato il 31 marzo, nella regione continuano a verificarsi sporadici raid aerei dell’aviazione russa e di quella siriana. “In quest’area, è ancora presente un gran numero di terroristi (iii) e i combattenti continuano a sparare contro le posizioni delle forze governative”, ha detto venerdì il consigliere del Cremlino, Yuri Ushakov.

Ma il vertice dovrebbe anche valutare gli effetti sul campo di quanto sta avvenendo sull’Eufrate orientale, dove la Turchia ha raggiunto un accordo con gli Stati Uniti che prevede l’istituzione di una zona cuscinetto per separare il confine turco dalle aree siriane controllate dalle milizie curde Ypg, fino ad oggi sostenute da Washington ma che vengono considerate “terroriste” da Ankara.

Uno degli obiettivi di questa “zona di sicurezza” per Ankara è poter restituire alla Siria alcuni degli oltre tre milioni e mezzo di rifugiati siriani che adesso sono riparati in Turchia. Erdogan ha annunciato nei giorni scorsi l’intenzione di reinsediarvi un milione dei 3,6 milioni di rifugiati siriani attualmente in Turchia, utilizzando la zona di sicurezza concordata con gli Stati Uniti per allontanare i curdi dal confine.

La Russia invece intende andare avanti sulla creazione di un comitato costituzionale responsabile della stesura della Costituzione per il post-guerra in Siria. Prima della conclusione del vertice a tre, però i tre leader terranno anche colloqui bilaterali. Al termine del summit trilaterale, Turchia, Iran e Russia dovrebbero presentare alla stampa internazionale una dichiarazione congiunta.

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20/08/2019

Siria - Damasco bombarda convoglio militare turco

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Non c’è tregua che regga a Idlib. Ieri nella provincia nord-occidentale siriana si è ripetuto quanto accaduto esattamente due mesi fa, il 19 giugno, quando un missile siriano aveva colpito una base militare turca nel nord del paese.

Stavolta a essere colpito da un bombardamento aereo delle forze governative (alzando l’asticella della contraddizione politico-militare che è Idlib) è stato un convoglio di Ankara lungo l’autostrada che collega Aleppo a Damasco. Tre morti e dodici feriti, secondo il governo turco in quello che definisce un atto di aggressione.

Identica la versione damascena ma ribaltata: ad aver violato la sovranità siriana è stata la Turchia che ha fatto entrare dal valico di Bab al-Hawa, profondo nord-ovest siriano, un corposo convoglio militare scortato da una delle fazioni armate sponsorizzate da Ankara.

Un camion, sette carri armati e 25 veicoli con soldati e attrezzature militari e logistiche diretti a dare man forte – secondo la versione governativa – ai gruppi islamisti di opposizione a sud di Idlib, a Khan Sheikhoun, oggetto in questi giorni della controffensiva russo-siriana: ieri, per la prima volta dal 2014, le truppe di Damasco sono entrate nella città in mano a Hayat Tahrir al-Sham (l’ex al-Nusra) e ne hanno assunto il controllo, costringendo i qaedisti alla fuga.

Secondo Ankara, invece, i suoi soldati si stavano muovendo verso il posto di osservazione numero 9 a nord di Idlib, uno dei 12 impiantati dalla Turchia dopo l’invasione via terra del nord della Siria, nell’agosto 2016, e l’accordo stipulato lo scorso anno ad Astana con Russia e Iran sulle cosiddette «zone di de-escalation», mai realmente entrate in vigore.

Prosegue così la controffensiva lanciata a fine aprile da Mosca e Damasco contro l’ultimo pezzo di territorio ancora in mano alle opposizioni.

Un’operazione che, secondo l’Onu, avrebbe provocato 500 morti tra i civili (oltre a 1.400 miliziani e 1.200 soldati governativi) e 400mila sfollati. Tra cui buona parte della popolazione di Khan Sheikhun: dei 100mila abitanti, molti dei quali sfollati da altre zone del paese, ne restano pochissimi.

Si fugge, per l’ennesima volta, verso nord per evitare la battaglia finale tra Damasco e islamisti, fatta di raid aerei da una parte e dall’altra di missili e kamikaze.

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17/08/2019

Siria - La situazione è di nuovo in fibrillazione

Andiamo con ordine. I fronti più incandescenti si sono relativamente stabilizzati dal settembre 2018, quando, grazie agli accordi raggiunti tra Russia, Iran e Turchia nell’ambito dei colloqui di Astana, è stato stipulato un accordo per la creazione di una zona demilitarizzata di 20-25 km attorno ai territori ancora in mano alle opposizioni islamiste nella provincia di Idlib.

L’accordo prevedeva che all’interno di tali territori si stabilisse una limitata presenza militare turca, atta a tutelare i jihadisti presenti, ma, soprattutto, a separare le fazioni non considerate terroriste da quelle considerate tali, ovvero specialmente Hayat Tahrir al-Sham, ex Al Nusra, sostanzialmente braccio di Al-Qaeda in Siria, al fine di eliminare queste ultime.

In realtà, la costituzione della zona demilitarizzata non è stata mai completamente rispettata e nessun passo per eliminare i “terroristi” è stato mai mosso; anzi, Hayat Tahrir al-Sham, ad un certo punto aveva quasi completamente annichilito militarmente gli altri gruppi jihadisti considerati “legali” dalle potenze internazionali, salvo poi consentire loro un limitato ridispiegamento al fine di non far saltare completamente gli accordi di Astana.

Tutti questi fattori hanno in qualche modo garantito, come detto, una relativa stabilizzazione e il tasso di violenza è drasticamente diminuito rispetto a prima, anche se non è mai cessato completamente, sia per gli sporadici scontri mai cessati fra esercito siriano e jihadisti attorno alla zona formalmente demilitarizzata, sia per gli scontri all’interno della provincia di Idlib di cui si è detto poc’anzi.

Anche nell’altra ampia area del paese non controllata dall’esercito governativo, ovvero quella a nord-est (posta in parte delle province di Aleppo, Raqqa e Deir-ez-Zor) controllata dalle Syrian Democratic Forces, ovvero il cosiddetto Rojava, la situazione si è relativamente stabilizzata da più di anno: una volta sconfitta la presenza dell’Isis sul terreno, gli USA non hanno dato corso ai propositi espressi da Trump di ritirare il contingente statunitense presente sul terreno in un numero stimato in qualche migliaio di unità.

Pertanto, i disegni turchi di “mettere le mani” anche su quest’area, riproducendo lo scenario di Afrin, si sono dovuti (momentaneamente) fermare di fronte alla presenza militare nord-americana, che costituisce, di fatto, la garanzia di sopravvivenza delle Sirian Democratic Forces e, quindi, delle milizie Ypg/Ypg, braccio militare del Pyd, ala siriana del Pkk, che Ankara vorrebbe distruggere.

A favorire il non ritiro nord americano gioca anche la persistente ostilità fra USA e Turchia dovuto a varie questioni aperte quali l’acquisto, da parte di Ankara, di forniture militari dalla Russia, la guerra finanziaria scatenata contro la lira turca e il rifiuto, da parte di Washington di estradare in Turchia Fetullah Gulen.

Tale situazione, seppure ha portato a far quasi “tacere le armi” nell’area, per un altro verso ha xondotto alla chiusura di ogni tentativo di dialogo formale fra le Syrian Democratic Forces e l’alleanza Russia-Siria in precedenza imbastito (ad esempio alla vigilia dell’operazione “ramoscello di ulivo su Afrin e in altre circostanze), con Damasco che accusa le milizie curde di comportarsi come un proxy degli USA, rubando, tra l’altro, il petrolio siriano a beneficio dei loro protettori (la maggior parte del petrolio presente nel sottosuolo del paese si trova proprio in aree sotto il controllo dei Curdi, dove sono posizionate le fortificazioni militari USA); ciò ha avuto come conseguenze degli sporadici scontri fra le parti, nonché alcuni scontri interni ai territori del Rojava per la presenza di alcune tribù e villaggi a maggioranza araba che vorrebbero instaurare un dialogo con Damasco o passare dalla sua parte.

Ebbene, vi sono diversi segnali che tale equilibrio di forze sia di nuovo in fibrillazione.

In primo luogo, ogni cessate il fuoco nell’area di Idlib è, allo stato, completamente saltato. Gli scontri sono aumentati di intensità già da un paio di mesi, ma da un paio di settimane l’esercito siriano sta premendo decisamente sull’acceleratore con un’intensità pari a quella di prima degli accordi del settembre 2018; in alcune circostanze anche i punti di osservazione delle truppe turche sono stati colpiti e ci sono state vittime fra i soldati di Ankara. Al momento, l’esercito di Damasco è giunto nelle immediate vicinanze di Kan Shaykhun, la principale località situata a sud del capoluogo Idlib.

Ciò che fa pensare a possibili cambiamenti sostanziali alle viste nei rapporti di forza nell’area è la mancata reazione della Turchia ad eventi del genere, che normalmente sarebbero stati accompagnati da minacce e dimostrazioni di isteria verbale. Anzi, al termine del 13-esimo round dei colloqui di Astana, terminati a inizio agosto, proprio in coincidenza con l’incremento dell’offensiva dell’esercito siriano, i funzionari turchi si sono detti soddisfatti di come progrediscono le trattative di pacificazione della Siria e, in particolare, quelle per l’instaurazione di un Comitato Costituzionale, il quale dovrebbe dare impulso ad una soluzione politica del conflitto.

Ovviamente non avremo mai conferme ufficiali, ma questa catena di eventi fa pensare che potrebbe esserci un accordo fra Russia e Turchia per dare disco verde all’operazione militare attualmente in corso da parte dell’esercito siriano, della quale, però non è dato sapere i reali obiettivi e fin dove si spingerà all’interno della sacca di idlib.

Contemporaneamente, è ripreso l’attivismo diplomatico turco sull’altro fronte, quello del nord-est paese. Mentre Erdogan ha ripreso le minacce di intervenire militarmente per spazzare via le Ypg, sono cominciati dei negoziati con gli USA per trovare una soluzione condivisa.

Tali sessioni di trattative, secondo le dichiarazioni ufficiali delle parti, sarebbero giunte ad un primo esito concludente consistente in un accordo per stabilire una buffer zone al confine turco/siriano in corrispondenza, ovviamente delle aree attualmente controllate delle Syrian Democratic Forces; tale zona cuscinetto verrebbe controllata dalla Turchia e, ovviamente, da essa le Ypg sarebbero costrette a ritirarsi. Non sono stati forniti maggiori dettagli a riguardo, ad esempio sulla profondità all’interno del territorio siriano di tale area: la Turchia ha fatto filtrare che la controparte ha promesso loro 35 km. Inoltre, Ankara avrebbe richiesto ulteriori 20 km liberi dal dispiegamento di armi pesanti da parte delle milizie curde.

Da parte loro le Yog/Ypj, le quali, ancora una volta, come nel caso di Afrin, ripongono le loro speranze nell’”alleato” da esse stesse accettato e selezionato, avrebbero fatto sapere a quest’ultimo di essere disposte ad accettare una buffer zone di 10 km, che preveda, però, l’esclusione dei maggiori centri urbani (Kobani/Ain al Arab, Tell Abyad, Ain Issa), sui quali la situazione dovrebbe rimanere immutata.

Staremo a vedere come si evolvono questi negoziati. Non è escluso che alla fine venga trovato un compromesso, i cui effetti politici e umanitari saranno delineati da come verranno sciolti i nodi sopracitati. Tirando le somme degli eventi recenti, pare ipotizzabile un ridispiegamento parziale delle milizie fondamentaliste sunnite filo-turche dal fronte di Idlib a quello del nord-est della Siria che, al momento, per Ankara pare prioritario, lasciando all’esercito siriano ampie fette di territorio e l’onere di combattere contro Hayat Tahrir al-Sham.

Se pure il ridispiegamento di milizie nell’area dell’attuale Rojava dovesse avvenire senza bisogno di un’operazione militare, come ad Afrin, nondimeno per le popolazioni non arabe dell’area le conseguenze potrebbero rivelarsi disastrose: emigrazione forzata, confische e altre vessazioni di ogni genere a favore delle famiglie dei miliziani e anche in parte dei profughi siriani attualmente presenti in grandissimo numero sul territorio turco, che Ankara vorrebbe ricollocare su porzioni del territorio siriano sotto il suo protettorato.

Il Governo di Damasco, intanto, vede premiati il suo basso profilo e la sua pazienza nell’adottare la tattica di affrontare un fronte alla volta, avvalendosi dei buoni uffici diplomatici dell’alleato russo, senza mai venire formalmente meno al principio dell’affermazione dell’unità territoriale del paese. L’obiettivo è quello d’imporre una soluzione politica in cui le altri componenti in gioco (milizie filo-turche e milizie curde) si presentino ai tavoli di trattativa molto più deboli; d’altra parte, Damasco spero anche di poter vantare, agli occhi di buona parte della popolazione, una maggiore capacità di stabilizzare i territori sotto il proprio controllo e, quindi di poter riportare la vita alla normalità. Pertanto, anche per questo motivo cerca di evitare strappi e mantiene un basso profilo.

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