Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/05/2020

Isis, arrestato al-Qirdash, “successore ombra” di al-Baghdadi

I Servizi segreti iracheni hanno annunciato l’arresto di Abdulnasser al-Qirdash, “maggior indiziato” per la successione alla guida dello Stato islamico (Is) dopo l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi avvenuta lo scorso ottobre.

«Oggi è stato arrestato il terrorista Abdulnasser al-Qirdash, candidato a succedere al criminale al-Baghdadi. L’arresto è avvenuto dopo un’accurata operazione di intelligence», così i servizi iracheni, notizia rilanciata ieri sera dall’emiratina al-Arabiya.

Poco dopo la morte di al-Baghdadi occorsa per mano statunitense nei pressi di Aleppo, nord-ovest della Siria, al-Qirdash era stato nominato alla guida dell’Is in un video reso pubblico da al-Furqan, organo d’informazione dell’organizzazione.

Tuttavia la figura di al-Qirdash era rimasta perlopiù nell’ombra in questi mesi, non rappresentando una linea di continuità certa con l’operato di al-Baghdadi.

Sempre secondo al-Arabiya, era stato lo stesso ex Califfo a richiedere un ripensamento dell’assetto organizzativo del sedicente Stato islamico, dopo che negli ultimi anni molte roccaforti erano andate perdute.

«C’è stata una massiccia rivalutazione dello Stato islamico dopo che ha perso vaste aree, tra cui Kobane e molte altri territori. Eravamo in tre, io, Omar al-Furkan e Ayoub Rakawi, che eravamo seduti con la leadership [al-Baghdadi, ndr] per rivedere i nostri passi», aveva dichiarato al-Qirdash al quotidiano emiratino.

L’arresto avviene in un momento di particolare tensione per il paese, dove da appena un mese si è insediato il nuovo esecutivo guidato da Mustafa al-Kadhimi.

Figura di basso profilo vicina ai leader sciiti, scelto per abbassare i toni lungo le tensioni sociali che attraversano il territorio iracheno dallo scorso ottobre, le formazione del governo ha comunque seguito la logica della spartizione delle rappresentanze secondo i criteri di lottizzazione dei dicasteri tra i partiti politici più importanti, logica in vigore sin dalla caduta di Saddam Hussein.

E di Saddam, al-Qirdash era stato servitore nelle fila dell’esercito durante l’invasione statunitense, transitato poi nelle fila di Al Qaeda in Iraq (Aqi) guidata da Abu Musab al-Zarqawi per combattere l’occupazione Usa, dalla cui costola nacque per mano di al-Baghdadi proprio l’Isis (“Islamic state in Iraq and Sirya”, ora Is visto l’ampio raggio di azione) in contrapposizione alla – giudicata – troppo morbida guida di Ayman al-Zawahiri, medico succeduto alla guida di Al Quaeda dopo l’uccisione di Osama Bin Laden (2011).

Fonte

30/10/2019

Morte di Al Baghdadi, la versione di Trump non convince

Così come dichiarato a suo tempo per Osama Bin Laden, anche i resti del capo dell’Isis Al Baghdadi sarebbero stati dispersi in mare dopo essere stato ucciso da un commando delle forze speciali Usa. A confermare questa versione sono stati i vertici del Pentagono in una conferenza stampa a cui ha partecipato il capo di stato maggiore interforze Usa Mark Milley.

Ma la versione ufficiale di Trump e dei vertici militari statunitensi, non convince alcuni giornali inglesi e americani, dal ‘New York Times’ al ‘The Guardian’, che hanno pubblicato servizi e inchieste nelle quali si comincia a dubitare della ricostruzione fatta da Trump circa la morte di Abu Bakr al-Baghdadi.

Sono diversi i punti critici rilevati dal quotidiano New York Times, in particolare la descrizione del Califfo che urla e piange nel tunnel dove poi si è fatto esplodere.

Secondo il New York Times, infatti, le immagini alle quali hanno assistito Trump e i suoi collaboratori nella ‘situation room’ erano senza audio. Non solo, di Baghdadi braccato nel tunnel il presidente americano non ha potuto nemmeno vedere le immagini in diretta. Gli ultimi minuti di vita del leader dell’Isis, infatti, sono state riprese dalle telecamere installate sugli elmetti dei soldati americani che stavano facendo il blitz. Quei video però sono stati consegnati a Trump soltanto dopo la conferenza stampa.

Su una domanda specifica della Abc sul racconto cinematografico di Trump, il capo del Pentagono Mark Esper ha provato a tergiversare dicendo di essere all’oscuro di certi dettagli e di ritenere che il presidente abbia parlato con i militari sul campo per farsi dare tutte le informazioni.

Anche il britannico “The Guardian” decostruisce la versione fornita da Trump.

In Italia a sollevare apertamente dubbi è un veterano del giornalismo sul fronte come Alberto Negri, il quale si è dichiarato assai perplesso per alcune ‘incongruenze’ che emergerebbero dalla versione dei fatti fornita dal presidente americano. “Non c’era audio, non si vedeva quasi niente perché era notte – scrive Negri su Facebook – si distinguevano a stento le sagome degli attaccanti e dei jihadisti.

Ma Trump, grazie a una fervida immaginazione, è stato in grado di descrivere nei dettagli la morte di Al Baghdadi.

I russi non sono convinti, turchi e curdi lo assecondano, i siriani tacciono, se non per protestare contro l’annuncio di Trump di voler occupare i loro pozzi petroliferi. I testimoni in zona parlano di tre ore di battaglia, raid e bombardamenti: fatti da chi e come? Da un aereo Usa e da sei elicotteri che poi dovevano tornare in Iraq? In Iraq o in Turchia che è a 5 minuti di volo ed è un Paese con basi Usa e Nato?

Un racconto che fa acqua da tutte le parti: forse a Trump il Pentagono ha dato informazioni monche perché non si fida”.

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Ditelo a Trump: il Medio Oriente non è Hollywood e avanza un nuovo ordine

Alberto Negri – il manifesto

L’inaffidabile racconto hollywoodiano di Trump sulla fine di al Baghdadi. In Medio Oriente intanto si profila un nuovo ordine dopo gli anni dominati dalle milizie e dagli attori non statuali

C’era una volta… in Siria, anzi a Hollywood, ma questa volta non c’è Tarantino alla regia e il copione fa acqua da tutte le parti. Anche i russi del ministero della Difesa smentiscono Trump: non abbiamo mai aperto nessuno spazio aereo agli americani.

Oltre al racconto di Trump sull’uccisione del capo dell’Isis – con battute inventate da lui visto che nella “situation room” della Casa Bianca non c’era neppure l’audio – è il momento di chiedersi cosa stia accadendo in una regione dove la mappa geopolitica è rapidamente cambiata nel giro di due settimane.

Ma il racconto di Trump merita qualche sottolineatura. In particolare la sua descrizione del Califfo che urla e piange nel tunnel dove si è fatto esplodere. In primo luogo «un codardo», come dice lui, non si fa saltare in aria. E poi è un falso. Non solo le immagini che ha visto Trump erano senza audio, ma non ha potuto seguire neppure quelle nel tunnel perché i video dei soldati sono stati consegnati solo dopo la conferenza stampa. Ma Trump, con fervida immaginazione, ha inventato i dettagli della morte di Al Baghdadi, imbarazzando anche il capo del Pentagono Mark Esper.

I testimoni siriani parlano di tre ore di raid e bombardamenti: non è stato un blitz, ma una battaglia. Fatta da chi e come? Da un aereo Usa e da sei elicotteri che poi dovevano tornare in Iraq con 70 minuti di volo? Oppure in Turchia, che è a 5 minuti di volo ed è un Paese con basi Usa e Nato?

Un racconto non credibile: forse a Trump il Pentagono ha dato informazioni monche perché non si fida. È non si fidano i russi che controllano i cieli siriani con jet, radar e contraerea. Il portavoce ministero della Difesa russo Igor Konashenkov ha dichiarato che Mosca «non è in possesso di prove affidabili sulla morte del leader dell’Isis», sottolineando che coloro che riferiscono della partecipazione dei russi all’operazione – ovvero lo stesso Trump – hanno riportato dettagli sbagliati, alimentando dubbi sul raid.

In Medio Oriente intanto si profila un nuovo ordine dopo gli anni dominati dalle milizie e dagli attori non statuali. L’Isis al culmine della sua espansione tra Siria e Iraq dominava un territorio vasto come l’Italia con un popolazione di 10-12 milioni, mentre altri dovevano sottostare comunque ai gruppi affiliati ad Al Qaida o ad altre bande jihadiste.

La stessa area di Idlib, ai confini con la Turchia, dove oggi è prevalente il gruppo qaidista Hayat Tahrir al Sham (ex Al Nusra), in concorrenza con l’Isis, conta un paio di milioni di abitanti. Mentre le milizie curde hanno dovuto abbandonare sotto i colpi di Erdogan un territorio strategico con città per loro decisive, sostituiti da turchi, milizie filo-Ankara, russi e soldati di Assad tornati in forze in un’area dove non c’erano da anni.

Ora queste milizie, islamiste e non, devono tornare sotto il cappello dello stato siriano, turco o iracheno. La Turchia è chiamata da Putin e dall’Iran a rispettare i patti di Astana, restituire Idlib a Damasco e farsi carico dei jihadisti che ha già in parte incorporato nelle milizie anti-curde schierate nella «fascia di sicurezza»: il Rojava abbandonato dagli americani.

E a proposito di foreign fighter dell’Isis sono centinaia quelli europei detenuti nella Siria settentrionale, territorio il cui futuro è assai incerto. I governi europei, riluttanti a riportarli a casa cercano, come ha fatto Macron con l’Iraq, di processarli e condannarli morte nella regione. Esiste ora il rischio che molti possano sfuggire e anche l’Europa prima o poi dovrà riprenderseli.

A guidare il processo di «ritorno all’ordine» statuale non sono gli Usa e tantomeno l’Europa, ma il capo del Cremlino. Uno schema che potrebbe replicarsi in Libia dove Putin, con egiziani ed Emirati, sostiene Haftar, mentre Erdogan appoggia con le armi Al Sarraj alleato degli italiani. Ma L’Italia militarmente non conta, quindi dovrà negoziare anche con Putin per stabilizzare la Libia, visto che gli alleati europei e americani, come si vedrà anche alla conferenza di Berlino, non tengono conto alcuno delle istanze nostrane.

L’altro protagonista mediorientale è Assad che si conferma l’ultimo raìs arabo, erede di quel partito Baath dato per morto e sepolto con la fine di Saddam Hussein in Iraq nel 2003.

Porta a casa un successo anche l’Iran: ogni rafforzamento di Assad è un punto a favore della repubblica islamica, i cui alleati sono stati messi in difficoltà dalle rivolte popolari in Iraq e nel Libano degli Hezbollah.

La mezzaluna sciita è quindi chiamata a una nuova prova di sopravvivenza anche se è stato fatto fuori un nemico mortale come Al Baghadi. Ma sono altri i due nemici che oggi agitano le piazze arabe, oltre le barriere settarie, più insidiosi e quasi imbattibili: l’ingiustizia sociale e la corruzione.

Ditelo a Trump che il Medio Oriente non è Hollywood.

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27/10/2019

ISIS - La morte di Al Baghdadi, forse stavolta è vera

Su certe notizie bisogna scrivere tutto al condizionale, perché “le fonti” hanno tutte interessi piuttosto distanti dalla verità.

L’annuncio della morte di Al Baghdadi, considerato il capo dell’Isis, fa parte di diritto di questa piuttosto ampia tipologia di “news”. Del resto, sono ormai innumerevoli gli annunci simili che ho hanno riguardato negli ultimi anni...

Secondo quanto riportano fonti statunitensi, Al Baghdadi sarebbe stato scovato dalla Cia in un compound nella sacca di Idlib, l’enclave di territorio siriano sotto tutela della Turchia e ultimo rifugio “sicuro” di tutte le milizie jihadiste (un lungo elenco è stato redatto, per averli affrontati sul campo, dai combattenti curdi).

L’operazione sarebbe avvenuta in modo ancora non rivelato, probabilmente con l’intervento di elicotteri e commandos. Secondo le stesse fonti Usa, Al Baghdadi si sarebbe fatto esplodere con un giubbotto da kamikaze, portando con sé anche un paio di mogli.

Sui resti si starebbero conducendo i test del dna per verificare con certezza l’identità dei cadaveri. Il capo dell’Isis era stato uno dei prigionieri a Guantanamo, quindi le agenzie di “sicurezza” Usa dispongono del suo dna originale.

Il resto è nella nebbia.

Fonti siriane, irachene e iraniane, presenti sul terreno (e che dispongono probabilmente di informatori all’interno della sacca di Idlib) confermano la morte di Al Baghdadi.

Quindi dovrebbe essere vera, visto che non corre certamente buon sangue tra loro e gli Usa.

Se così è, bisogna dire che Al Baghdadi ha percorso l’esatta traiettoria già compiuta a suo tempo da Osama Bin Laden, ucciso in un compound militare pakistano, controllato dai servizi segreti di quel paese (la Dina). Da alleato a nemico, da foraggiato a ricercato (ma fino ad un certo punto), e infine ucciso senza lasciare traccia.

Insomma, bisogna “fidarsi” di quel che dice il Pentagono così come ci si fida nell’accettare dollari come corrispettivo di qualche merce.

Se così, si conferma che è la Turchia – nell’area – ad assicurare la libertà operativa di un gran numero di gruppi jihadisti ufficialmente considerati “terroristi” dalla Nato e altri paesi occidentali. La “stranezza” sta nel fatto che la Turchia fa parte della Nato, così come il Pakistan è un caposaldo della presenza Usa tra India e Iran.

Gli interrogativi sulle ragioni di questa uccisione possono coprire un vasto arco di “dietrologie”, anche di segno opposto.

Le uniche cose che ci sembrano indubbie riguardano l’abitudine statunitense ad eliminare le prove delle proprie porcate in vari teatri di guerra “sporca”. Lo fanno maldestramente, spesso, ma lo fanno sempre. Per restare solo alla Siria di questi anni, ricordiamo il bombardamento di un “cementificio”, usato dall’Isis in collaborazione con Francia e Gran Bretagna, subito dopo il ritiro delle truppe occidentali da quella zona.

Se, dopo anni, gli Usa si sono decisi a sbarazzarsi dell’ingombrante ex alleato, assicurandosi di farlo restare per sempre in silenzio, significa che gli equilibri nell’area stanno profondamente cambiando.

È noto che la Turchia è diventata un membro “alieno” della Nato. Prima per aver firmato contratti di acquisto di missili antiaerei russi (anziché statunitensi), poi per aver stretto con Putin il “patto di Sochi” per controllare congiuntamente il Rojava, neutralizzando sia l’invasione turca sia l’autonomia dei curdi.

In questo quadro, una serie di forze – fin qui utilissime nel tentativo di destabilizzare la Siria e mandare Assad a raggiungere Gheddafi e Saddam – diventano obbiettivamente un problema. E se la maggior parte di queste forze non sono né conosciute né credibili al di fuori di un cerchio ristretto, l’Isis e Al Baghdadi sono/erano invece una possibile “fonte interessante”.

Stante il mutamento di quadro intervenuto in quell’area, insomma, la morte del capo dell’Isis sarebbe una ciliegina sulla torta dell’accordo geopolitico tra grandi potenze e attori locali. Dunque, stavolta sembra più credibile dei precedenti annunci simili.


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01/05/2019

ISIS - Riappare il califfo

Abu Bakr Al Baghdadi nel video diffuso ieri

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Donald Trump lo scorso dicembre twittava sulle «storiche vittorie sull’Isis» che gli Usa e i loro alleati avrebbero ottenuto in Siria e in Iraq e annunciava il rientro a casa dei soldati americani. Ma se le sconfitte territoriali dello Stato islamico di cui scriveva sono reali, l’idea del nuovo califfato incarnata dal suo capo, Abu Bakr al Baghdadi, è viva e vegeta.

A maggior ragione da ieri. Cinque anni dopo il sermone nella Grande Moschea di Mosul, in cui proclamò davanti al mondo la nascita dello Stato islamico, Al Baghdadi è ricomparso in un video diffuso da uno degli organi di propaganda dell’Isis e pubblicato in parte da Site, il sito che monitora il jihadismo sul web. Il capo dell’Isis promette rivincita e vendetta.

Il “Califfo”, nel filmato di 18 minuti, appare invecchiato e indossa una tunica lunga e scura, un gilet beige e, naturalmente, il suo turbante nero. È seduto sul pavimento e al suo fianco c’è un kalashnikov. Assieme a lui ci sono tre uomini. Oltre alla abituale invocazione alla «guerra ai crociati», Al Baghdadi cita temi di stretta attualità a dimostrazione che il video è stato girato di recente. Più di tutto con la sua apparizione mette a tacere le continue voci della sua uccisione. L’ultima lo scorso luglio, poi smentita con il primo audio dal settembre del 2017 nel quale Al Baghdadi incita i suoi seguaci a continuare il jihad.

Gli Stati Uniti, che su di lui hanno messo una taglia di 25 milioni di dollari, ad un certo punto hanno ammesso di non avere idea di dove fosse. Per i servizi segreti iracheni Al Baghdadi in questi ultimi due anni, si sarebbe nascosto nel deserto lungo il confine tra Siria e Iraq, usando dei tunnel per muoversi tra i due paesi.

Nel video reso pubblico ieri da Site, il “Califfo” fa riferimento alla battaglia per il controllo del centro abitato di Baghuz, l’ultima roccaforte dell’Isis in Siria, avvenuta a fine marzo tra i suoi uomini e i combattenti curdi. Riferisce di 92 attacchi già compiuti in otto paesi come rappresaglia per i jihadisti uccisi e i territori in Iraq e Siria perduti ed elogia le operazioni armate contro i soldati francesi e i loro alleati in Burkina Faso e Mali. Cita inoltre la raffica di attentati avvenuti a Pasqua nello Sri Lanka e rivendicati dall’Isis. Questa parte in cui Baghdadi plaude ai terroristi cingalesi è solo un audio sovrapposto alle immagini, forse è stata aggiunta dopo gli attacchi.

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17/06/2017

Al Baghdadi, doppio colpo strategico per Mosca ma non la fine della guerra in Siria

Alberto Negri - ilSole24Ore

Sarebbe un doppio colpo strategico per Mosca se fosse confermata la notizia della morte di Al Baghdadi: da quando è entrata nella guerra siriana il 30 settembre 2015 la Russia è riuscita a mantenere in sella il regime di Bashar Assad, a insediare nuove basi militari sulle coste del Mediterraneo e ora Putin potrebbe vantarsi di avere tagliato la testa ai vertici del Califfato. Al contrario per gli Stati Uniti e i loro alleati l’evento costituirebbe una sorta di smacco, magari ricompensato dalla presa di Raqqa da parte della coalizione arabo-curda sostenuta dagli Usa.

Gli americani avevano sbalzato dal potere Saddam Hussein in Iraq nel 2003 e poi, senza muovere un dito, avevano assistito, dopo il loro ritiro nel 2011, all’ascesa dell’Isis che nel 2014 era riuscito a conquistare Mosul, la seconda città irachena.

Non solo. Nel 2011 l’ex segretario di Stato Hillary Clinton aveva dato il via libera alla Turchia e ai suoi alleati arabi del Golfo, tra cui Qatar e Arabia Saudita, per l’apertura dell’"autostrada del jihad" con lo scopo di far affluire al confine i militanti islamici destinati ad abbattere il regime siriano. Un’operazione fallimentare che poi ha aperto la strada, con il contributo del brutale regime siriano, alla distruzione del Paese e all’ascesa di gruppi jihadisti tra cui la stessa Al Qaida e poi l’Isis, sorto in Iraq da una costola dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden.

In attesa di una conferma o di una smentita, si rileva che l’Isis ormai ha perso gran parte del territorio che controllava e si può dire che il progetto di insediare un Califfato al confine tra Siria e Iraq sia fallito.

Il Califfato perde quindi attrattiva e potere di fascinazione. Questo non significa però la fine dell’Isis che potrebbe continuare a essere assai pericoloso con azioni di guerriglia e terrorismo, la specializzazione originaria del movimento jihadista.

Il passato inoltre può darci qualche lezione. Quando Al Qaida fu sconfitta in Afghanistan con la guerra seguita all’11 settembre 2001, l’organizzazione di Bin Laden non si sciolse e trovò spazi anche territoriali in altre parti del Medio Oriente, dall’Iraq allo Yemen, dove continua a essere una forza in campo rilevante. La morte del capo può non costituire la fine dell’Isis come la morte di Bin Laden non rappresentò la fine di Al Qaida che ha ancora “filiali” non solo in Medio Oriente ma anche in Nordafrica, nel Sahel e nel Corno d’Africa. Anche l’Isis può contare su una presenza assai estesa, per esempio nella penisola egiziana del Sinai, in Yemen, in Africa, in Asia centrale e orientale. Basti pensare che nei giorni scorsi ha preso il controllo in Afghanistan della montagna di Tora Bora, nella provincia di Jalalabad, la stessa dove si era rifugiato Bin Laden nel 2001.

L’ideologia dell’Isis inoltre non si esaurisce con la morte eventuale del capo e dei vertici: l’islam più radicale e il jihadismo sono fenomeni da oltre quattro decenni sulla scena mediorientale e come abbiamo visto con gli attentati in Europa hanno fatto adepti anche tra alcune fasce dei musulmani in Occidente.

La guerra in Siria non finirebbe con la possibile morte di Al Baghdadi: i jihadisti potrebbero tentare di riciclarsi nelle altre guerre mediorientali come lo Yemen mentre i servizi e le truppe speciali delle potenze di tutto il mondo sono sul campo a caccia dei loro foreign fighters, altro aspetto assai preoccupante della questione Califfato.

Il conflitto siriano poi è destinato a continuare proprio contro il regime di Assad, l’Iran e gli Hezbollah libanesi, il cosiddetto “asse della resistenza” oggi alleato della Russia. Gli americani hanno abbracciato la tesi dei sauditi, appoggiata anche dagli israeliani, che l’Iran è un pericolo da combattere al pari del Califfato. Gli Stati Uniti, con l’appoggio degli inglesi e della Giordania, attaccano le truppe di Assad per tagliare il corridoio vitale per i rifornimenti militari che collega l’Iran, l’Iraq, la Siria e gli Hezbollah. L’Isis forse non è più così importante perchè questa, l’influenza dell’Iran, è la vera posta strategica in gioco tra la Mesopotamia e il Mediterraneo.

Fonte

25/01/2017

Iraq - Daesh in fuga, Al Baghdadi fuggito a Raqqa


Abu Bakr Al Baghdadi, guida spirituale e politica di Daesh, si troverebbe a Raqqa nell’autoproclamata capitale siriana dell’ISIS. La notizia, trasmessa dall’agenzia stampa iraniana ISNA, riporta le dichiarazioni del generale delle forze speciali irachene, Abdul Gani Al Asadi, circa l’attuale situazione degli scontri contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria. “Molti comandanti militari di Daesh sono morti negli scontri a Mosul o sono fuoriusciti dalla città” – afferma il generale – “ e le nostre truppe hanno riconquistato in tre mesi di combattimenti tutta la parte orientale della città”.

Il quotidiano britannico The Guardian confermerebbe la notizia aggiungendo che “il leader dell’ISIS ha abbandonato la città di Mosul verso Raqqa e continuerebbe a incitare, attraverso i social media, i suoi seguaci a continuare la lotta contro tutte le forze dei “miscredenti” in Siria ed Iraq”.

Dalle informazioni diffuse dai media mediorientali, Al Baghdadi avrebbe lasciato diverse tracce del suo passaggio. Dopo aver abbandonato la città di Mosul, il leader radicale, sarebbe passato dalla provincia di Ninive nelle città di Tel Afar e Al Baaj lungo il confine siro-iracheno. Negli ultimi giorni si sarebbero, infatti, intensificati i bombardamenti della coalizione anti-ISIS, sia statunitensi che russi, su tutta l’area tra la parte occidentale irachena e quella orientale siriana. Attacchi talmente intensi da far affermare a fonti degli apparati di sicurezza irachena che “si dispone di informazioni abbastanza sicure circa il fatto che Al Baghdadi sia stato ferito durante i bombardamenti sulla città di Al Baaj con altri dirigenti e capi militari”.

La fuga o la morte dei principali comandanti militari jihadisti è legata, inoltre, alla manovra di accerchiamento che l’esercito iracheno sta portando avanti in maniera abbastanza lenta, ma efficace, lungo la parte orientale e meridionale della città. Le forze dell’Hashed Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolari di natura confessionale che raggruppano sciiti, cristiani e sunniti) starebbero facendo la stessa cosa nella parte settentrionale e occidentale di Mosul. L’operazione militare ha l’obiettivo di tagliare qualsiasi via di fuga dalla città irachena verso le zone di confine con la Siria, come richiesto più volte dalle forze russe impegnate nel conflitto a fianco del presidente siriano Bashar Al Assad.

Le sconfitte dell’ISIS, inoltre, dipendono ancora da altri fattori che in questi mesi hanno rallentato gli sforzi dei militari iracheni. Il più importante rappresenta l’accordo raggiunto tra Baghdad ed Ankara, nelle passate settimane, riguardo “un progressivo ritiro delle truppe turche dai confini iracheni”. Ankara, in effetti, ha diminuito notevolmente il suo contingente nella base di Bashiqa, giunto ufficialmente per addestrare milizie curde fedeli alla volontà di Erdogan, ma il ritiro rimane incerto con una scadenza non ancora definita. In questo modo la Turchia resta in attesa di poter vedere cosa accadrà con la caduta di Mosul e la spartizione delle risorse petrolifere dell’area.

Altro fattore fondamentale è stato un maggiore sforzo da parte dell’aviazione americana che avrebbe cominciato a bombardare in maniera più efficace le posizioni jihadiste in territorio iracheno.

Una ricerca dell’IHS Markit, centro di ricerca inglese, afferma che Daesh ha perso oltre il 40% dei suoi territori in Siria e Iraq tra il 2015 ed il 2016. Celebri sono state le sconfitte di Dabiq e Manbij in Siria o quelle di Ramadi e Falloujah in Iraq, compensate solo in parte dalla riconquista di Palmira.

La nuova strategia militare dell’ISIS, secondo il report, sarebbe quella di mantenere le sue attuali roccaforti in Siria ( principalmente Raqqa e Deir Ezzor) per conservare il controllo di tutta la zona orientale siriana e di parte dei territori iracheni. “La riconquista di Raqqa” – continua lo studio dell’IHS- “sarà molto più difficile e problematica del previsto poiché l’ISIS possiede ancora notevoli risorse militari e logistiche unite ad un contingente di 15.000 combattenti”. “Un elemento fondamentale sarà” – conclude il rapporto – “l’intervento di forze militari sul campo di battaglia”. Un fattore garantito in questi due anni principalmente dalla coalizione siriana, libanese (Hezbollah) e iraniana a guida russa, più che da quella a guida statunitense. Sempre in attesa di capire le reali intenzioni sul Medio Oriente da parte dell’amministrazione americana e del neo presidente Trump.

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19/05/2015

Che succede nell’Isis?

Il 1° maggio,  “The Guardian” annunciava che Abu Bakr Al Baghdadi, Califfo dello Stato Islamico (Isis) sarebbe stato colpito nel corso di un bombardamento americano accaduto in marzo. A causa della serietà delle ferite alla schiena, non sarebbe stato in grado di reggere il califfato, per cui sarebbe stato sostituito dal suo vice Abu Alaa al-Afri, un professore di fisica membro della prima ora dell’Isis. E questo avrebbe spiegato l’assenza di Al Baghdadi dalla scena pubblica che durava da diverse settimane.

Per la verità, non era la prima volta che veniva annunciato il ferimento di Al Baghdadi, anzi in novembre si era detto che sarebbe addirittura morto, sempre a causa di un raid aereo. Questa volta, però, si aggiungeva una nota ufficiale del governo iraqueno che confermava la notizia.

Meno di due settimane dopo, il 13 maggio, lo stesso governo di Baghdad annunciava  la morte di Abu Alaa al-Afri, in un nuovo bombardamento aereo che aveva colpito la Moschea dei Martiri, nella zona di Tal Afar, mentre era in corso una riunione di molti esponenti dell’Isis in gran parte periti anche essi.

Subito dopo, compariva in rete un video di Al Baghdadi con il consueto appello alla Jihad e il Califfo appariva in buone condizioni di salute, eretto e perfettamente in grado di muoversi (mentre avrebbe dovuto essere stato colpito gravemente alla schiena). Sin qui nessuno è stato in grado di stabilire se si tratti di un messaggio pre registrato o se la voce sia davvero quella di Al Baghdadi. Insomma, che sta succedendo nell’Isis e quali e quante di queste notizie vanno prese sul serio? Quanta fuffa c’è? Facciamo alcune ipotesi.

La più semplice: è tutto vero, Al Baghdadi è stato colpito a marzo ed Al Afri a maggio, il primo ferito, il secondo ucciso. Il messaggio di Al Baghdadi potrebbe essere un falso o un pre registrato dell’Isis per reggere il colpo propagandistico. Oppure, in questi due mesi Al Baghdadi si è rimesso ed è in grado di mantenersi eretto e fare un discorso. Possibile. Però se davvero l’aviazione alleata è riuscita in così poco tempo a mettere a segno due colpi di questo livello appare singolare: o hanno un sistema di localizzazione che gli permette di identificare dove colpire i massimi dirigenti nemici, o sono i primatisti mondiali della fortuna. In secondo luogo: possibile che, dopo il ferimento di Al Baghdadi, i seguaci dell’Isis non abbiano preso alcuna precauzione per proteggere i propri dirigenti? Al punto da riunirli in vasta compagnia in una Moschea abbastanza nota, per di più nella zona natale del facente funzioni del Califfo e, quindi, zona tenuta d’occhio? Possibile ma con dei dubbi.

Secondo scenario: una delle due notizie è falsa o lo sono entrambe, e sono manovre di disinformazione, sia per galvanizzare la propria parte, sia per vedere se ci sono reazioni e quali in campo avverso; nebbia di guerra. Plausibilissimo, come fa pensare le diverse volte in cui è stato annunciato il ferimento di Al Baghdadi. Peraltro questa guerra è ancora più “buia” di quella dell’Afghanistan e ne sappiamo davvero poco. Perplessità? Il trucco è destinato a durare poco perché le presunte vittime potrebbero ricomparire in pubblico prima o poi e smentire le notizie sulla loro morte o ferimento.

Terzo scenario: c’è qualcosa che sta accadendo dentro il Califfato con il conflitto fra i due leader, uno dei quali potrebbe essere stato eliminato dall’altro, nel quadro di una lotta per il potere interno. E americani ed iraqueni potrebbero trovare conveniente ascrivere a sé la morte o il ferimento dei vari esponenti dell’Isis, per dare peso alla propria azione e dimostrare che i bombardamenti stanno sortendo effetti importanti. Anche questo è possibile, anche se le perplessità non mancano. Ad esempio: se c’è un lotta interna per il potere, sarebbe il momento migliore per una offensiva di cui, invece non si vede l’ombra.

Guerra davvero strana questa: dopo la travolgente avanzata di giugno scorso, l’Isis sembrò fermarsi, forse ad opera delle milizie curde. Seguivano molta propaganda, decapitazioni, annunci. In gennaio la Giordania aveva annunciato una offensiva di terra in risposta al rogo del suo giovane pilota, ma sin qui non si è visto niente. In marzo una offensiva degli sciiti appoggiati dall’Iran sembrava strappare città una dietro l’altra all’Isis, dopo, inspiegabilmente si è interrotta ed, anzi, c’è stata una controffensiva dell’Isis che ora sembra espandersi in Siria.

Che effetti reali abbiano i bombardamenti, cosa stia facendo questa strana alleanza islamica anti Isis, che gioco faccia la Turchia: tutte cose di cui non si capisce un accidenti. La sensazione, (giusto una sensazione che non saprei supportare con dati di fatto) è che si stia cercando un qualche compromesso, un punto di caduta o una tregua in attesa di qualcosa. Di fatto è la guerra su cui abbiamo meno notizie.

Fonte

03/05/2015

ISIS - Al Baghdadi ferito grave "inabile" al comando

Il leader dello Stato Islamico (Isis) Abu Bakr al-Baghdadi, rimasto ferito gravemente due mesi fa in un bombardamento aereo della Coalizione guidata dagli Stati Uniti, sarebbe in uno stato di “inabilità” fisica, a causa di un serio “danno spinale”, e non in grado di svolgere più il suo ruolo di comando dell’organizzazione che circa un anno fa, nel giro di poche settimane, prese il controllo dei territori settentrionali di Iraq e Siria. Lo scrive il quotidiano britannico Guardian citando quelle che definisce fonti ben informate a Mosul, la “capitale” dello Stato islamico in Iraq. Il giornale sostiene che l’Isis “è ora guidato da Abu Alaa al Afri”, numero due del gruppo.
Oltre due mesi dopo il suo ferimento, riferisce il Guardian, “il Califfo (al Baghdadi) deve ancora riprendere il comando… tre fonti vicine all’organizzazione affermano che le gravi ferite di Baghdadi potrebbero significare che non tornerà mai più a guidare l’Isis”.

Abu Alaa al Afri, con un passato di insegnante di fisica prima di diventare un leader jihadista e vice di al Baghdadi, avrebbe perciò assunto il comando dell’organizzazione. “Hanno molta fiducia in al Afri”, afferma Hisham al Hashimi, consigliere del governo iracheno sull’Isis, “è intelligente, un ottimo leader e amministratore. Se Baghdadi dovesse morire al Afri sarà nominato (nuovo Califfo)”.

Sempre secondo il Guardian, una donna medico specialista in radiologia e un chirurgo – entrambi membri dello Stato Islamico – stanno curando Baghdadi nel suo rifugio segreto. L’organizzazione manterrebbe uno stretto riserbo sulle sue condizioni, per non demoralizzare combattenti e attivisti. “Soltanto un gruppo ristretto dell’organizzazione è a conoscenza delle reali ferite di Baghdadi e dove si è rifugiato e in pochi hanno potuto fargli visita. Tuttavia le notizie sulle sue condizioni si stanno diffondendo anche nelle seconde linee dell’Isis”, conclude il Guardian.

Il Califfo sarebbe stato ferito in un raid aereo,  avvenuto il 18 marzo a al-Baaj, 130 chilometri da Mosul. I tre uomini che viaggiavano con lui rimasero uccisi. Allora lo stesso Guardian aveva rivelato come al-Baghdadi avesse rischiato di morire, salvo poi riprendersi lentamente.

Già in passato si era diffuse voci sulla morte o il ferimento grave di al Baghdadi in raid aerei della Coalizione. Le prime indiscrezioni risalgono al mese di novembre quando via twitter era stata annunciata ufficialmente l’uccisione di al-Baghdadi in un raid su Qaim. Queste voci sono poi risultate false.

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23/08/2014

Il Califfo eretico sarà sconfitto dall’ Islam


‘Islamic State e Islam’. A tentare di capire attraverso uno specialista, Aldo Madia, come l’obiettivo perseguito nell’Islam anche dai movimenti più estremisti è mutato nel tempo. Difesa della terra musulmana e salvaguardia della religione disse il Profeta Maometto. Salafyya’, aslaf, antenati.

Difesa della terra musulmana e salvaguardia della religione disse il Profeta Maometto. La ‘salafyya’, da aslaf, gli antenati.

Tra la Mecca e Medina
Le formazioni più radicali si dividono in due gruppi.
- Nel primo, rientrano quanti fanno riferimento alla vita del Profeta nella Mecca, quando con un modesto gruppo di seguaci predicava (dawah) pacificamente per acquisire discepoli.
- Nel secondo gruppo, sono compresi coloro che si ispirano alla vita di Maometto a Medina, dove, rifugiato per sfuggire alle persecuzioni cui era sottoposto insieme ai suoi fedeli alla Mecca, ottenne un vasto sostegno che gli consentì di unire alla predicazione il Jihad, il combattimento.

Le tre scuole di Medina
Coloro che si attengono al periodo della Mecca tendono all’isolamento per evitare contaminazioni con la vita occidentale.
Quelli che si orientano alla vita del Profeta a Medina ritengono che il tempo del jihad sia arrivato e si dividono in tre tipologie:
1) “I locali”, che privilegiano la lotta contro “il nemico vicino”, cioè i regimi arabi considerati corrotti e seguaci dei valori occidentali;
2) “I separatisti”, formati da minoranze islamiche presenti in Paesi non musulmani (Kashmir, Cecenia, Kazakistan), che intendono proclamare Stati Indipendenti;
3) “Gli internazionalisti”, organizzazioni de-territorializzate ispirate al Manifesto di Peshawar del febbraio 1998 firmato da Al Qaeda e altri 10 gruppi. Il documento teorizza la necessità di iniziare “la guerra a sionisti e crociati”, ritenuti responsabili della corruzione dei Paesi islamici e indicati come “i nemici lontani”, cioè USA e forze straniere che vogliono invadere le terre dell’Islam.

L’eresia al-Baghdadi
Nel complesso e diversificato mondo islamico, il Califfato Islamico creato alla fine di giugno da Abu Bakr al-Baghdadi non trova nessuna legittimazione e, al contrario, incontra molti ostacoli nella quasi totalità dell’élite dottrinale.
Nel silenzio dei media non solo occidentali, Baghdadi è accusato di violare il principio chiave dell’ ”umma”, la comunità dei fedeli che è appunto ‘Unione’ e non il settarismo e la divisione che Baghdadi sta provocando in Siria e Iraq.
Principio che è stato alla base dell’espulsione di Baghdadi da Al Qaeda all’inizio del 2014 su decisione dell’attuale leader, Ayman al-Zawahiri, dopo il vano tentativo di porre fine alla guerra fratricida intentata da Baghdadi contro l’omologo Fronte Al Nusra.
Secondo la legge islamica, la frammentazione dei gruppi viola il principio dell’unità dei credenti e dell’unicità del Califfo e nel caso contrario si scade a livello di movimenti totalitari ma non totalizzanti.

L’Islam salverà l’Occidente dal Califfo
Mentre gli USA bombardano postazioni e militanti di IS e i paesi europei forniscono ai curdi armamento, Baghdadi, dopo avere vinto molte battaglie, potrebbe perdere quella più importante all’interno del suo mondo.
La guerra che gli verrà dichiarata da quella religione di cui si è autoproclamato Califfo, discendente dal Profeta e in nome della quale ha richiesto l’obbedienza di tutti i fedeli.

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