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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/12/2017

Gli anti-imperialisti devono comprendere la relazione tra SDF e Stati Uniti

Dopo l’ISIS, gli Stati Uniti abbandoneranno subito i propri alleati curdi?

Il 17 ottobre, le Forze Democratiche Siriane hanno annunciato la liberazione di Raqqa dalle forze reazionarie dello Stato islamico dopo la cosiddetta "Grande Battaglia”, in cui oltre 600 dei loro compagni hanno perso la vita. La liberazione della città dal gruppo fascista più brutale della regione è stato un grande momento di giubilo per le forze delle SDF, sia nelle sue milizie arabe che nelle forze prevalentemente curde delle Unità di Protezione Popolare (YPG) e delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ).

In particolare, il ruolo delle militanti delle YPJ è servito come fedele promemoria che si trattasse di una battaglia che riguardava tanto la liberazione delle donne dalle costrizioni della schiavitù quanto quella della città nel suo complesso dalla brutalità che aveva sopportato fin dal 2014. Le immagini di donne vestite in uniforme militare che cantano 'Jin Jiyan Azadi' (Donna, Vita, Libertà) dopo aver preso la piazza centrale di Raqqa, insieme alle loro compatriote delle Unità delle Donne di Sinjar che si erano unite alla battaglia per vendicare il massacro del 2014 delle loro sorelle Yazide di Sinjar erano smisuratamente potenti. Dopotutto, è qui che i fascisti dello Stato islamico (ISIS) avevano effettuato esecuzioni pubbliche non molto tempo fa, esponendo le teste mozzate delle loro vittime. Era impossibile immaginare una giustapposizione di immagini più radicalmente diversa.

Eppure, non erano solo le forze socialiste e femministe del movimento a guida curda a rivendicare Raqqa come propria vittoria. La città era stata ridotta in macerie dai raid aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti, che ha sostenuto dal cielo l'assalto delle SDF all’autoproclamata capitale dello Stato islamico. Per gli Stati Uniti, si è trattato di un'opportunità per gongolare del loro ruolo nella lotta al "terrorismo", tanto quanto hanno tentato di rivendicare la paternità del salvataggio di Kobane nel gennaio 2015, quando è iniziato il coordinamento tra le YPG / YPJ e gli Stati Uniti. 'Operation Inherent Resolve' è stata, secondo loro, un grande successo.

Le basi dell'Alleanza USA-SDF

L’alleanza tra SDF e Stati Uniti ha causato un grande senso di confusione e alienazione a molti socialisti in tutto il mondo. Ho scritto più addietro sull'incapacità della sinistra occidentale di comprendere le dinamiche in gioco nella guerra siriana nel mio articolo 'YPG & YPJ: Revolutionists or Pawns of the Empire?’. Una critica che tanto riguardava la mia precedente mancanza di comprensione quanto la considerava un problema generale per gli autoproclamati rivoluzionari e le persone di sinistra di tutto il mondo.

A dire il vero, la cooperazione tra le forze che hanno in comune il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Ocalan come proprio leader ideologico e la principale potenza imperialista del mondo è una situazione estremamente insolita e unica. Il curriculum degli USA all'estero è stato generalmente di sostenere ed armare le forze più reazionarie per impegnarsi nella sua conquista di parti del mondo geopoliticamente significative. Uno sguardo superficiale ai colpi di stato, agli interventi e alle guerre sostenute dagli USA in giro per il mondo ci fornisce una chiara indicazione del fatto che l’attività del Pentagono non è quella di schierarsi generalmente con movimenti di liberazione autentici. Qualsiasi numero di esempi ci mostra la vera natura della macchina da guerra americana, dalla "Guerra Dimenticata" nella penisola coreana dal 1950 al 1953 al brutale tentativo di soffocare la lotta di liberazione vietnamita un decennio dopo, dal sostegno al colpo di stato fascista in Cile nel 1973, all’armamento dei Contras in Nicaragua per tutti gli anni '80, e più recentemente le guerre in Iraq e Afghanistan. Sappiamo molto bene cosa siano le forze dell'impero USA.

Detto ciò, forse nessuno potrebbe meglio essere in grado di comprendere quali siano le intenzioni e le motivazioni degli Stati Uniti che il Movimento di Liberazione Curdo stesso. Dopotutto, sono stati gli Stati Uniti sotto l'egida del presidente Bill Clinton e della CIA a svolgere un ruolo chiave nel facilitare il complotto internazionale contro Ocalan nel 1999 che ha portato alla sua cattura in Kenya ed alla detenzione in Turchia, che continua ancora oggi. Anche mentre le armi statunitensi sono confluite verso le forze delle YPG e delle YPJ e gli USA hanno effettuato attacchi aerei in tandem con esse, gli Stati Uniti stanno coordinando l'intelligence e i raid aerei con la Turchia contro i quadri del PKK in Turchia e Iraq.

L'ipocrisia è sconcertante. Se gli USA avessero davvero investito in una partnership con il movimento rivoluzionario curdo, avrebbero rimosso il PKK dalla lista delle organizzazioni terroristiche, rifiutato di sostenere le ambizioni genocide della Turchia nella propria regione curda e richiesto la presenza dell'ala politica delle forze guidate dalle YPG e dalle YPJ , il Partito dell'Unione Democratica, al tavolo dei negoziati di Ginevra che determinerà il futuro della Siria. Tuttavia, ciò non è in definitiva nel loro interesse. La promozione di un modello politico orientato al socialismo nell'Asia occidentale è in contrasto ultimo con le esigenze economiche dei monopoli, di Wall Street, e dei decisori a Washington. Il PYD e il Movimento di Liberazione Curdo raggruppati attorno all'Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) lo sanno. È per questo che hanno continuamente citato l'alleanza con gli Stati Uniti come "tattica” e come una contraddizione che sarà in ultima istanza irricomponibile.

In un'intervista con ANF English all'inizio di novembre, Riza Altun, membro del Comitato Esecutivo del KCK, ha commentato l'alleanza con gli Stati Uniti, sottolineando che "il rapporto tra la coalizione a guida USA e le YPG era considerato legittimo e necessario come l'alleanza tra USA ed Unione Sovietica contro il fascismo di Hitler al tempo della Seconda Guerra Mondiale. Entrambe le parti avevano bisogno di quel tipo di rapporto, come ne ebbero allora bisogno gli USA ed i sovietici. Quindi una relazione tattica con gli USA è stata sviluppata contro l'ISIS”. In altre parole, interessi reciproci e sovrapposti hanno indotto entrambe le parti a cooperare tra loro, anche se le loro prospettive ideologiche sono notevolmente diverse, allo stesso modo dell'URSS e delle potenze occidentali - unite contro la minaccia della Germania nazista, nonostante i sistemi capitalista e socialista fossero in definitiva incompatibili.

Altun sottolinea anche che il KCK è consapevole del fatto che, fedelmente alla natura degli Stati Uniti in tutti gli interventi di cui sopra in tutto il mondo, Washington ha anche ricoperto un ruolo nella diffusione dei gruppi salafiti come al-Nusra e lo Stato islamico in Siria e Iraq. Dopotutto, la fissazione del regime change degli Stati Uniti rispetto alla Siria è stata ben documentata per decenni. Anche se il governo siriano del Baath ha partecipato ad un certo livello alla "guerra al terrore" sostenuta dagli USA e si è mosso nella direzione delle riforme neoliberiste nell'era di Bashar al-Assad, l'establishment statunitense ha continuato a vedere la Siria come un esempio di indipendenza e nazionalismo economico. Questo è inaccettabile per il Pentagono come lo erano i governi nazionalisti dell'Iraq sotto Saddam Hussein e della Libia sotto Muammar Gheddafi. Altun è consapevole del fatto che gli Stati Uniti hanno foraggiato forze reazionarie in questa missione, affermando che quando è iniziata la battaglia per Kobane, il sostegno ai gruppi salafiti non proveniva solo dalla Turchia, ma anche che ”altre potenze, in particolare gli Stati Uniti e Israele, sostenessero questi gruppi .' Afferma che è stato solo a causa delle imponenti pressioni internazionali che gli Stati Uniti hanno infine deciso di intervenire e aiutare le YPG e le YPJ a prevenire lo Stato islamico dal raggiungere il confine turco a Kobane.

A coloro che stavano a guardare mentre l'amministrazione Obama era quasi intervenuta in Siria nel settembre 2013 per bombardare le posizioni del governo siriano, solo per essere bombardata da proteste sia nelle strade che al Congresso da coloro che volevano sapere se ciò equivalesse a sostenere al-Nusra e lo Stato islamico, l'intervento degli USA in Siria in una portata di "guerra al terrore" verso la fine del 2014 puzzava di ipocrisia.

Sfortunatamente, gran parte della sinistra che aveva sostenuto la resistenza kurda a Kobane ora non potrebbe spingersi a continuare la sua solidarietà con le YPG e le YPJ. La resistenza non era più "pura", ma era contaminata da un'associazione con le forze dell'impero. Per le frotte di guerrieri da tastiera nel comfort dei loro caffè occidentali, i "curdi rossi" si erano ora trasformati in ascari per la balcanizzazione della Siria e della regione. Non c'era alcuna distinzione da fare tra le YPG ed il clan reazionario di Barzani nel nord dell'Iraq - erano entrambe parti di un assalto imperialista appoggiato dal sionismo, anche se le YPG non avevano intenzione di combattere le forze dello stato siriano - nonostante le occasionali scaramucce con l’Esercito Arabo Siriano.

La furia degli USA per la dedica della vittoria di Raqqa ad Ocalan

Mentre il giubilo sulla vittoria di Raqqa continuava nei giorni successivi alla dichiarazione della sua liberazione, le YPG e le YPJ hanno annunciato che questo risultato storico sarebbe stato dedicato al loro leader Abdullah Ocalan. I dipartimenti mediatici di entrambe le organizzazioni hanno prodotto video in cui i militanti hanno parlato a lungo e con passione su quanto fosse importante 'Serok Apo' (Leader Ocalan) per l'ispirazione di ottenere la vittoria non solo a Raqqa, ma nelle battaglie degli anni precedenti in tutta la Siria del Nord. La vista di un enorme striscione nella piazza centrale della città è stata vista da alcuni nazionalisti arabi come prova del "colonialismo curdo", nonostante il fatto che gli scritti di Ocalan e il progetto del Rojava si siano allontanati dal discorso nazionalista in favore di una società multietnica in cui la cooperazione tra curdi, arabi, assiri, turcomanni e altre nazioni è fondamentale.

La campagna per mantenere Ocalan come simbolo del movimento e la vittoria di Raqqa mostrata al mondo era strategicamente significativa. Era tanto per far sapere agli Stati Uniti che le convinzioni del movimento non sarebbero mai state compromesse. Alcuni giorni dopo, il portavoce del Dipartimento della Difesa USA, il maggiore Adrian Rankine-Galloway, ha dichiarato al Global Post: "Condanniamo la manifestazione del leader e fondatore del PKK Abdullah Ocalan durante la liberazione di Raqqa. Gli Stati Uniti continuano a sostenere la nostra alleata della NATO, la Turchia, nella sua lotta pluridecennale contro il PKK e riconoscono la perdita di vite umane che la Turchia ha subito in quel conflitto ".

Questo rivela ancora una volta il profondo livello delle tensioni in atto nella precaria alleanza e il fatto che, nonostante le obiezioni della Turchia alla fornitura di armi USA alle SDF, gli americani non siano mai stati interessati a segnare una rottura netta con il secondo più grande esercito della NATO. Mentre gli Stati Uniti e la Turchia rimangono fondamentalmente nella stessa squadra, le differenze tra il Pentagono e il Movimento di Liberazione Curdo sono troppo significative per creare una cooperazione a lungo termine.

L’esponente del KCK Altun ha relazionato su queste tensioni nella sua intervista ad ANF English, dichiarando che “La lotta per la libertà dei curdi in Rojava si basa sulla libertà e l'uguaglianza su basi socialiste. È l'espressione di un percorso politico che si è sviluppato sulla base della fratellanza e dell'unità dei popoli. Dall'altra parte, gli imperialisti stanno combattendo per imporre la propria egemonia sul Medio Oriente ... Questa non è una relazione in cui le parti si sostengono a vicenda ma sono in costante conflitto. "" Difficilmente queste parole suonano come quelle del leader di una forza di ascari che segua ciecamente gli ordini del suo burattinaio, desiderando soddisfare i bisogni della missione storica di quest’ultimo e rigettando la propria.

Altun menziona ancora una volta l'esempio della cooperazione occidentale-sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale, affermando che "L'alleanza sviluppata durante la Seconda Guerra Mondiale fu una posizione antifascista che emerse dall'intersezione tra la difesa nazionale dell'Unione Sovietica sotto intensi attacchi e gli interessi di altre potenze antifasciste. Questo accordo rimase in vigore fino a quando continuarono gli attacchi fascisti. Ma una volta sconfitto il fascismo, tutte le parti tornarono alle loro posizioni politiche e proseguirono sui propri rispettivi percorsi ideologico-politici ".

Per quanto si protragga la cooperazione tra il Movimento di Liberazione Curdo e gli Stati Uniti, non c'è dubbio che le YPG e le YPJ non rinunceranno mai alle loro convinzioni ideologiche. Sarebbe una spettacolare fantasticheria ed un'illusione monumentale per Washington pensare che le idee basilari di un movimento di liberazione di 40 anni, scritte nel sangue di decine di migliaia di martiri, possano essere smantellate per le richieste dell’arroganza imperiale americana. Parlando all’Aspen Institute a luglio, Raymond "Tony" Thomas, Comandante del Comando per le Operazioni Speciali degli USA, ha detto con sufficienza ai curdi combattenti in Siria, "non potete tenervi stretto Ocalan". Forse proprio Julian Assange di WikiLeaks lo ha detto nel modo migliore, quando ha risposto dicendo: “Chi è quell’ #Ocalan che l'esercito americano dice che i curdi non possono tenersi stretto? E’ il loro Mandela. E’ più probabile che gli USA rinuncino a George Washington".

Un segno premonitore?

I curdi dicono che le loro uniche amiche sono le montagne. Sono stati usati ed emarginati da potenze occupanti e colonizzatrici per decenni, anzi per secoli. La divisione della loro patria storica in quattro stati-nazione quasi cento anni fa è solo la versione più recente di una storia di assoggettamento. Sarebbe sbagliato presumere che il movimento non abbia capito che a un certo punto dopo la sconfitta dello Stato islamico, questa situazione di essere "senza amici" potrebbe essere di nuovo una prospettiva molto reale.

La stesura di un cambiamento nella politica degli Stati Uniti nei confronti delle Forze Democratiche Siriane (SDF) - o almeno delle YPG e delle YPJ - potrebbe già essere un segno premonitore. Il 13 novembre, quasi un mese dopo la proclamazione della liberazione di Raqqa e molto tempo dopo che gli americani avevano reagito con rabbia alla sua dedica ad Ocalan, la BBC ha pubblicato una presunta ricostruzione intitolata “Lo sporco segreto di Raqqa". La storia in sé era tutt'altro che sporca, lontana da essere un segreto. La sua premessa fondamentale era che ci fosse un accordo tra la SDF e Stato islamico per evacuazione centinaia di questi militanti fascisti dalla città. Ciò era già stato pubblicato da decine di canali mediatici in lingua inglese nei giorni successivi al suo pubblico annuncio da parte delle SDF. Vi sono delle motivazioni ciniche nel riconfezionare una vecchia storia come "un'indagine" dirompente per far sembrare le SDF “sporche”?

L'internazionalista delle YPJ, Kimmie Taylor, che ha preso parte a numerose campagne con i suoi compagni curdi tra cui la Grande Battaglia per Raqqa, ha dichiarato riguardo al reportage che manchi di credibilità, essendo composto di "interviste a conducenti e contrabbandieri preoccupati solamente del denaro. In altre notizie, migliaia e migliaia di combattenti YPG e SDF sono rimasti soli per sei anni, morendo per salvare l'umanità dall'ISIS. Strano come ora, dopo che abbiamo di fatto sconfitto l'ISIS, i media e l'occidente inizino a rivolgersi contro di noi. Pensateci per un minuto".

Non importa cosa succederà dopo, il movimento curdo continuerà a combattere per gli stessi principi di socialismo, uguaglianza di genere, unità multietnica e società ecologica. Ha tenuto queste posizioni molto prima che gli USA decidessero di offrire il proprio incerto appoggio, e continuerà a tenerle a lungo dopo la fine di questo aiuto militare. La sinistra globale deve divulgare ai propri movimenti la comprensione della natura di questa relazione, e rendersi conto che i rivoluzionari moderni come Mehmet Aksoy il cui sangue sta ora nutrendo il suolo di Raqqa sono morti per un futuro più luminoso per tutta l'umanità, non per gli interessi dell'imperialismo.

Fonte

Una testimonianza utile a dipanare almeno parzialmente l'intricatissimo scenario siriano.
Decisamente fuoriluogo, tuttavia, l'associazione quasi ossessiva dell'ISIS al fascismo che può avere un senso soltanto sul piano mediatico (per bucare le coscienze) mentre su quello analitico oltre ad essere errato, diventa pure fuorviante.

23/10/2017

L'Arabia Saudita amica dei curdi per spaccare la Siria

di Michele Giorgio - il Manifesto

È impossibile non vedere un collegamento tra le parole pronunciate venerdì dal generale e portavoce delle Forze democratiche siriane, Talal Sillo – «Il futuro politico di Raqqa sarà determinato nel quadro di una Siria decentrata, federale e democratica», ha detto – e la visita alla città appena strappata allo Stato Islamico del ministro saudita per gli affari del Golfo Thamer as Sabhan, accompagnato dall’inviato speciale Usa, generale Brett McGurk. E non è insignificante che i liberatori, in gran parte curdi delle Ypg, abbiano subito consegnato il controllo di Raqqa, città araba oltre i confini del Rojava, non al governo bensì al “Consiglio Civile di Raqqa” formato dai rappresentanti di clan sunniti locali. Il riferimento di Sillo alla «Siria federale» ha fatto scattare l’allarme a Damasco. «Il futuro di Raqqa sarà deciso all’interno della struttura dello Stato siriano», ha replicato il ministro siriano per la riconciliazione nazionale Ali Haidar.

La preoccupazione delle autorità siriane è ben fondata. Se da un lato i curdi da tempo teorizzano una nuova Siria, “federale”, in cui potrà trovare realizzazione la loro aspirazione alla piena autodeterminazione, dall’altro il sostegno diretto che ricevono dagli Stati Uniti e l’arrivo a Raqqa del ministro saudita, indicano che è in corso una partita a scacchi dagli esiti incerti e pericolosi. La visita di as Sabhan non può essere letta come un sincero interesse di Riyadh per la ricostruzione di Raqqa distrutta per l’80% da bombardamenti aerei e combattimenti. Il ministro non ha solo incontrato i membri del Consiglio Civile. Ha anche avuto un lungo colloquio con l’ex capo della Coalizione siriana dell’opposizione, Ahmad al Jarba, che aveva reclutato tanti combattenti sunniti per farli unire ai curdi nelle Fds.

Con al Jarba, secondo indiscrezioni di fonte siriana, il ministro avrebbe discusso dell’appoggio saudita, anche economico, alla separazione dalla Siria attuale di Raqqa e di altre porzioni del nord del Paese. Per il giornale online Raia al Youm, l’Arabia Saudita mettendo subito piede a Raqqa e mostrandosi vicina ai curdi siriani, segnala a Turchia e Iran, suoi avversari, che avrà un ruolo di primo piano nella definizione del futuro del nord della Siria in armonia, naturalmente, con gli interessi degli Stati Uniti. «Riyadh – spiega Raia al Youm – così facendo ha anche voluto ringraziare il presidente Donald Trump per il suo rifiuto di certificare l’accordo sul programma nucleare iraniano e per le accuse di sostenere il terrorismo e minare la stabilità della regione che ha rivolto a Tehran».

Cosa l’Arabia Saudita stia concretamente cucinando non è del tutto visibile. Certo è che l’appoggio della monarchia Saud alla causa curda ha ben poco a vedere con la realizzazione dei diritti dei popoli oppressi. I curdi, pensa Riyadh, con la loro lotta per l’autodeterminazione possono indebolire Siria e Iraq e aiutare indirettamente a contenere l’influenza iraniana in quei Paesi. Per questo, quattro mesi fa, Saleh Muslim, capo delle Fds, è stato ricevuto con tutti gli onori dall’Arabia Saudita, dove aveva vissuto per 13 anni tra gli anni ’70 e ’80. In queste ore inoltre i media vicini all’Arabia Saudita denunciano il sostegno che Tehran sta offrendo all’offensiva militare di Baghdad nel nord contro i curdi rappresentati come vittime dell’espansionismo iraniano.

I disegni e le speranze dei sauditi però potrebbero rivelarsi inconsistenti, dice l’analista Nidal Hamadeh, alla luce della «inaffidabilità» di Washington «resa evidente – spiega – proprio dalla vicenda di Kirkuk, dove gli americani non hanno mosso un dito per aiutare gli storici alleati curdi iracheni». E lo stesso, aggiunge l’analista, potrebbe accadere anche a Raqqa se Damasco, con l’appoggio del gruppo di Astana (Russia, Turchia e Iran), deciderà di togliere con la forza alle Fds e ai curdi il controllo di quella città.

Fonte

18/10/2017

La variante curda tra Siria, Iraq, Iran Turchia e Usa

La questione curda si fa sempre più intricata nelle sue diversissime articolazioni in Siria e Iraq. Negli ultimi giorni un importantissimo sviluppo si sta avendo in Iraq, dove il Governo di Baghdad è passato alle vie di fatto in risposta al referendum indipendentista tenuto nelle aree controllate dal Governo Regionale Curdo, guidato dal clan Barzani e dal suo Partito Democratico del Kurdistan (PDK), lo scorso 27 settembre; tale referendum è nullo secondo Baghdad, mentre secondo Erbil, dato il risultato che ha premiato il sì all’indipendenza con più del 90% dei voti, ha avviato un processo di sconnessione dell’entità curda dallo stato iracheno.

Pertanto quest’ultimo, dopo aver attuato varie politiche di blocco in collaborazione attiva con Iran e Turchia (fino al 27 settembre storico alleato di Barzani), ha avviato un’offensiva militare per prendere il controllo di alcuni territori che il Governo Regionale Curdo si è annesso nel corso degli anni strappandoli all’Isis prima dei soldati di Baghdad, ma che non sarebbero di sua pertinenza secondo la Costituzione irachena del 2004.

A partire dal 15 ottobre diversi reparti della polizia irachena e dell’esercito iracheno, fra cui le Unità di Mobilitazione Popolare (PMU) di forte influenza iraniana, si sono mossi dapprima verso la città di Kirkuk e l’area petrolifera che la circonda, poi verso Sinjar; la risposta dei Peshmerga, ovvero le milizie del Governo regionale Curdo, è stata molto sporadica poiché essi hanno abbandonato le due aree quasi senza combattere; solo le Hpg, ovvero le milizie del Pkk sono rimaste nelle città ed hanno invitato alla resistenza, anche se non è chiaro se ed in che forme questa sia avvenuta. Fatto sta che ora le città sono in mano al governo centrale.

I portavoce dei comandi USA nell’area hanno affermato di sostenere una soluzione pacifica, ma nei termini della Costituzione, delle dispute territoriali e poi, nel negare ogni ruolo delle PMU, hanno parlato di collaborazione fra peshmerga ed esercito iracheno nel ripristino del controllo di quest’ultimo su Kirkuk e Sinjar.

D’altra parte, ambienti vicini al PDK hanno accusato il partito rivale, ovvero l’Unione Patriottica Curda (PUK), tradizionalmente meno ostile all’Iran e al governo centrale, di aver compiuto un tradimento, come se solo i peshmerga controllati dal PUK si fossero ritirati; il Pkk invece, dal canto suo rivolge questa accusa ad entrambi.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, lo scenario più probabile è che sia stato proprio il voltafaccia americano nei confronti di Erbil (fino a prima considerato alleato molto più affidabile rispetto al Governo Iracheno, troppo influenzato dall’Iran) a determinare la ritirata dei peshmerga dai territori in questione che, è bene tenere presente, sono di popolazione multietnica e non preminentemente curda; a determinare tale spostamento di equilibri, dunque, sarebbe stato il referendum indipendentista di settembre, che ha alienato parzialmente a Barzani alleanze storiche, come la Turchia e, appunto, gli USA. Staremo a vedere se e come il leader nazionalista curdo proverà a correggere la rotta. La situazione rimane fluida ed evolve di ora in ora.

Sul fronte siriano, intanto, le Forze Democratiche Siriane (SDF), composte principalmente dalla formazione curda delle Ypg vicina al Pkk, ma anche da milizie di altre etnie, hanno dichiarato che Raqqa (città a prevalenza arabo-sunnita) è completamente sottratta all’Isis; non sono chiari, al momento, i termini dell’accordo che ha portato all’evacuazione delle ultime centinaia di miliziani del califfato che erano rimasti in città, molti dei quali foreign fighters.

Si pone, così, la parola fine ad una battaglia sanguinosissima che ha visto l’aviazione USA riversare sulla città, a copertura aerea dell’azione delle SDF, tonnellate di bombe in maniera pressoché indiscriminata, senza badare ai danni materiali e alle vittime civili, come riportato da molteplici fonti, spesso anche accondiscendenti nei confronti dell’imperialismo; sono apparse anche evidenze fotografiche e video dell’utilizzo di armi chimiche al fosforo bianco.

Continua intanto, la competizione fra esercito governativo e SDF su un altro fronte e sempre sulle ceneri dell’isis, in lento ma inesorabile decadimento: ovvero la provincia orientale di Deir-ez-Zor, area anch’essa a prevalenza arabo-sunnita. Dopo aver rotto l’assedio del capoluogo e sottratto al califfato la città di Mayadin, Damasco e alleati continuano l’avanzata verso il confine con l’Iraq per giungere all’agognato ricongiungimento con le PMU filo-iraniane, che cambierebbe i rapporti di forza nell’area a proprio favore.

Tuttavia, le SDF, anche a costo di allentare parzialmente l’assedio su Raqqa, hanno concentrato molte forze nell’area per impedire ai soldati di Damasco di varcare l’Eufrate e portarsi verso l’Iraq; in questo sforzo, hanno strappato all’Isis diversi pozzi petroliferi (di cui la zona è ricchissima) e si sono spinte fino all’area industriale di Deir-ez-Zor; lo stato maggiore russo, a tal proposito, ha più volte accusato gli USA di favorire e coprire l’afflusso di miliziani dell’Isis dall’Iraq e da altre zone della Siria per contrastare l’avanzata dell’esercito di Damasco.

Per completare il quadro, il terzo fronte che potrebbe surriscaldarsi a breve è quello della provincia di Idlib, dove la Turchia ha schierato alcuni soldati e pezzi di artiglieria pesante. Lo scopo teorico dell’operazione sarebbe quello di implementare nell’area una zona di de-escalation militare, così come concordato ad Astana con Russia e Iran; pertanto, Ankara dovrebbe appoggiare le varie brigate che si fregiano dei simboli del Free Syrian Army contro Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ex Al-Nusra, non compresa negli accordi perché nei fatti legata ad Al-Qaeda.

Tuttavia, i vari gruppi operanti nella provincia di Idlib sono spesso indistinguibili, né la Turchia ha mai contribuito a distinguere i qaedisti dagli altri, poiché ha sempre appoggiato tutti indistintamente; se a ciò aggiungiamo che fonti delle brigate del FSA già parlano di accordi e copertura reciproca fra HTS ed esercito turco, ecco che si può giungere alla conclusione non lontana dalla verità che il vero obiettivo dell’incursione turca potrebbe essere il confinante Cantone di Afrin del cosiddetto Rojava, ovvero l’area controllata dalle Ypg curde.

Tutte queste “micce accese” sono spia del fatto che anche dopo l’eventuale sconfitta completa dell’Isis (non scontata poiché l’imperialismo potrebbe comunque avere interesse a lasciarne in vita qualche focolaio a tempo indefinito) l’effetto destabilizzante e la deriva settaria portati dagli interventi imperialisti nell’area non cesserà; così come non cesserà il tentativo di utilizzare strumentalmente le aspirazioni legittime del popolo curdo per fini differenti.

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Il Kurdistan iraqueno perde Sinjar, lo Stato Islamico Raqqa

di Roberto Prinzi

Dopo Kirkuk è stato il turno oggi di Sinjar, nel nord ovest dell’Iraq: il gruppo yazida Lalesh affiliato alle milizie sciite irachene ha infatti detto di aver preso il controllo della città rivendicata sia dal governo centrale sia da quello autonomo curdo.

Anche qui, come è avvenuto ieri nella città petrolifera di Kirkuk, l’avanzata di forze legate a Baghdad è avvenuta senza lo spargimento di sangue: Lalesh è riuscito ad estendere il suo controllo su tutta Sinjar approfittando del ritiro delle forze peshmerga curde avvenuto nella tarda notte di ieri. Uno scenario ben diverso rispetto a quanto accaduto lo scorso marzo quando si erano registrati in città violenti scontri tra le Unità di resistenza del Sinjar (YBS) e quelle peshmerga, riproposizione locale del più ampio conflitto tra il governo centrale e quello regionale curdo (Krg).

La perdita del territorio da parte curda è stata confermata dal sindaco di Sinjar, Mahma Khalil, che ha fatto sapere che le unità di mobilitazione popolare (Pmu) controllano ora la città. Ma a essere presenti nell’area restano anche i combattenti del partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), tra i protagonisti nel 2015, insieme ai peshmerga, della sua riconquista dalle mani dell’autoproclamato Stato Islamico.

Le forze irachene – secondo quanto ha riferito un ufficiale militare alla Reuters – sono avanzate poi stamane anche nei campi petroliferi di Bai Hasan e Avana dopo che ieri avevano preso possesso di quelli di Baba Gurgur, Jambur e Khabbaz. Giacimenti che, affermano da Baghdad, starebbero già operando regolarmente.

Le recenti ritirate dei peshmerga – che giungono a distanza di tre settimane dal referendum curdo sull’indipendenza che includeva anche alcune aree “contese” da Baghdad e il Krg, a partire da Kirkuk – rappresentano un duro colpo per il presidente della regione curda, Massoud Barzani, che proprio sul voto referendario aveva puntato tutte le sue carte per ricompattare la sua popolazione distogliendola dai problemi reali (corruzione, crisi economica, disoccupazione alle stelle).

Una mossa apparsa già allora un azzardo visto che le potenze regionali e internazionali avevano manifestato sin da subito la loro netta contrarietà all’indipendenza del Kurdistan iracheno e che, di ora in ora, sembra essere stata sempre di più un grosso errore politico. Baghdad, godendo di ampio sostegno, può ora avanzare senza difficoltà in quei territori che i curdi, dopo averli strappati all’Is con costi umani ed economici elevati, volevano far rientrare nel loro stato indipendente.

Sinjar è balzata alle cronache tristemente nell’estate del 2014 perché teatro di una delle più gravi stragi commesse dallo Stato islamico: ancora oggi non si conosce il numero esatto delle persone uccise dalla barbarie jihadista (si parla di migliaia di civili). Senza poi dimenticare le migliaia di donne e ragazze yazide rapite e trasformate in schiave del sesso dai miliziani. Il dramma yazida, con i suoi morti, stupri e le sue lunghe file di rifugiati in fuga disperata dalla città, riuscì a fare breccia per alcuni giorni sulla stampa occidentale mainstream facendo scoprire al mondo, forse per la prima volta in questi termini, la crudeltà e la violenza cieca dello Stato Islamico.

La perdita di un altro pezzo di territorio rivendicato dai curdi giunge mentre la tensione politica nel Kurdistan iracheno continua ad essere alta: ieri uno dei partiti storici della regione, il Puk, è stato accusato dal Kdp del presidente Barzani di “tradimento” per aver ritirato le sue forze di fronte all’avanzata delle truppe irachene. Il Puk, accusa il Kdp, avrebbe negoziato con l’Iran e il governo iracheno lo status di Kirkuk, prima del collasso di ogni possibile dialogo.

Quanto fondamento hanno queste accuse è quanto invece sono strumentali in vista del voto locale previsto tra due settimane? La domanda nasce spontanea. Sempre che, sia chiaro, il voto avrà luogo. Una possibilità su cui non è possibile mettere la mano sul fuoco visto gli sviluppi delle ultime ore. Elezioni che sembrano sempre più minacciate anche dalle casse vuote curde a causa della perdita dei giacimenti petroliferi nel distretto di Kirkuk.

Un dato su tutto: Bai Hassan e Avana producevano da soli la metà dei 600 mila barili giornalieri esportati da Erbil verso l’Europa, via Turchia.

Ore 15:00 Forze democratiche siriane: “Conquistata tutta Raqqa”

Le forze democratiche siriane (Sdf), sostenute dagli Stati Uniti, hanno il pieno controllo della città di Raqqa, la “capitale” siriana dell’autoproclamato Stato Islamico. A riferirlo all’Afp è stato il portavoce delle Sdf, Talal Sello. “Le operazioni militari – ha detto Sello – sono terminate, ma sono in corso ora quelle di pulizia volte a scovare cellule [terroristiche] dormienti e a rimuovere le mine”.

Intervistato dalla Reuters, un residente della città ha raccontato che i combattenti delle Sdf hanno celebrato la vittoria per strada con cori e canti. La vittoria a Raqqa, la cui offensiva era iniziata lo scorso 6 giugno, è il simbolo ormai definitivo della fine, almeno nella sua forma statuale, del “califfato” islamico.

Fonte

01/09/2017

Siria - Raqqa città fantasma

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Il drone della Cnn che sorvola Raqqa ovest, entra nei vicoli, perlustra le strade e corre lungo le pareti semi distrutte dei palazzi ancora in piedi, restituisce l’immagine di una città fantasma. I civili ci sono, sarebbero secondo l’Onu 20mila quelli intrappolati, ma non si vedono.

Gli scheletri dei palazzi sono tutti grigi, dal primo all’ultimo, di vetri alle finestre non ce ne sono più, solo buchi di pallottole, razzi e mortai, i piccoli giardini che intervallano i quartieri sono bruciati.

Raqqa è grigia, svuotata, una città spettrale. La battaglia continua: la controffensiva lanciata a giugno dalla federazione di kurdi, assiri, turkmeni, arabi, circassi (le Forze Democratiche Siriane, Sdf) avanza con difficoltà, i cecchini e le mine dell’Isis li rallentano.

Dall’alto piovono le bombe della coalizione a guida Usa che uccidono chi trovano: secondo Amnesty International, tra giugno e luglio sono morti 150 civili, ma il numero appare palesemente al ribasso viste le stragi segnalate dalle associazioni di monitoraggio come Airwars.

Fino al 25 agosto sono stati oltre mille i raid in Siria, 953 a luglio e 878 a giugno. I morti? Almeno 100 civili sono stati uccisi la scorsa settimana in 48 ore, 167 dal 14 al 23 agosto. Il 27 luglio il gruppo Raqqa is Being Slaughtered Silently denunciava 29 morti (8 bambini) in un raid Usa. E, andando a ritroso, i numeri si ripetono.

La situazione per i civili siriani da tre anni e mezzo ostaggi dello Stato Islamico che di Raqqa ha fatto la propria capitale – e la difende, come Mosul, con i denti – è drammatica. Dal gennaio 2014 vivono sotto un’occupazione brutale la cui via d’uscita – l’operazione Sdf – è ovviamente violenta.

Per questo l’Onu, attraverso l’inviato speciale Jan Egelend, pochi giorni fa ha fatto appello agli Stati Uniti chiedendo una pausa nei raid per poter soccorrere i residenti delle zone ora raggiungibili. Ma Washington ha detto di no. Lo stesso appello che alla fine dell’anno scorso veniva mosso per Aleppo al fronte Damasco-Mosca, accusati di non tenere in alcun conto la vita dei civili, stavolta passa sotto silenzio.

Rifiutato. E i raid continuano nelle aree centrali della città, quelle con la più alta densità abitativa, perché – è la spiegazione del colonnello Scrocca della coalizione Usa – «andare più lentamente ritarda solo la liberazione e dunque costerebbe di più in termini di vite civili». «La coalizione concorda con la necessità di proteggere i civili – aggiunge – e mettiamo a rischio le vite delle forze partner per salvarli ogni giorno. È un equilibrio delicato. Non esiste una formula perfetta».

Dall’altra parte c’è l’Isis che, dicono le Sdf, impedisce ai residenti la fuga, li usa (come già visto in altri scenari di guerra) come scudi umani. E la loro presenza, aggiungono, ritarda l’avanzata: «Se non ci fossero civili, Raqqa sarebbe libera in 10 giorni».

Ma non si combatte solo contro l’Isis: martedì vicino Manbij, comunità liberata dalle Ypg kurde ad agosto 2016 e da allora target della Turchia, le opposizioni legate ad Ankara (unità dell’Esercito Libero Siriano che prendono parte all’operazione terrestre turca a Rojava) hanno aperto il fuoco contro le forze di terra statunitensi.

I marines hanno risposto al fuoco per poi ritirarsi ed evitare un’imbarazzante escalation, pericolosa non tanto dal punto di vista militare quanto politico. L’Els ha ricevuto milioni di dollari in armi e addestramento dagli Stati Uniti e la Turchia è stretto alleato della Nato e di Washington.

Gli scontri di martedì lasciano tutti nudi, svelano le contraddizioni che la guerra siriana ha esaltato, gli interessi di parte e le storture dell’intervento occidentale.

22/08/2017

Raqqa. 167 morti in otto giorni sotto le bombe Usa

Un macabro bilancio ci dice che sono più di venti morti al giorno, più di quelli di Barcellona. Sarebbero infatti almeno 167 i civili, di cui 59 minori, uccisi a partire tra il 14 agosto e il 21 agosto sotto i bombardamenti statunitensi su Raqqa, a sostegno dell’offensiva delle forze a predominanza curda che avanzano nella città siriana per strapparla al controllo dell’Isis. Ad affermarlo è l’Ondus. Secondo la stessa fonte, 27 persone sono state uccise domenica e 42 ieri. E’ assai improbabile che le immagini delle conseguenze di questi bombardamenti verranno mai trasmesse dai media mainstream. I bombardamenti Usa prima su Mosul poi su Raqqa, sembrano quasi avvenire in un vuoto pneumatico e invisibile, trattamento assai diverso da quello riservato ad altri soggetti in campo nella guerra a geometria variabile in corso in Siria e Iraq da anni.

Sulla situazione a Raqqa è tornato a farsi sentire anche Erdogan. Il presidente turco ha assicurato che la Turchia ostacolerà qualsiasi tentativo da parte delle milizie curde – che egli ritiene “terroristiche” – di istituire uno stato curdo nella Siria settentrionale. Ankara ha decretato infatti che le Unità di Difesa del Popolo curdo(YPG) e il suo braccio politico, il Partito Democratico Curdo (PYD) sono a suo avviso entità terroristiche. Tuttavia, al momento la Turchia deve tenere conto che gli Stati Uniti stanno sostenendo i combattenti dello YPG nella battaglia contro i jihadisti dello Stato Islamico (Isis) per la liberazione di Raqqa, nel nord siriano. “Non facciamo e non permetteremo mai che un cosiddetto stato sia stabilito dal PYD e lo YPG nel nord della Siria”, ha dichiarato Erdogan in un discorso a Ankara. “Vogliono istituire un corridoio terroristico nella Siria settentrionale che raggiunge il Mediterraneo”.

Si bombarda intanto anche in altri quadranti della Siria. Le forze aeree russe in Siria hanno dichiarato di aver distrutto un grande convoglio di veicoli di jihadisti diretti verso la città siriana di Deir ez-Zor. Secondo il ministero della Difesa russo: “L’aviazione militare russa ha eliminato un altro grande convoglio di militanti dallo Stato Islamico mentre erano diretti verso Deir ez-Sor, dove i terroristi di tutto il mondo cercano di ricongiungersi e di dar vita alla loro ultima roccaforte siriana”, ha detto il ministero citato dalla Tass.

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13/07/2017

La battaglia di Raqqa fondamentale per le sorti della Siria

“La battaglia di Raqqa è entrata nella sua fase finale” – così ha dichiarato il comandante americano della forza Centcom Joseph Votel – “anche se per la sua liberazione ci vorranno diversi mesi”. Quasi tutti i protagonisti del conflitto siriano (locali, regionali e internazionali) sembrano decisi nel partecipare alla battaglia per la liberazione della capitale dello Stato Islamico in Siria.

Ad inizio giugno le Forze Democratiche Siriane (truppe a maggioranza curda sostenute dagli USA) hanno avviato la quinta fase: l’attacco decisivo a Raqqa. Dopo la conquista di Al Tabaqa, con il sostegno aereo statunitense, le FDS hanno accerchiato la città da nord, da ovest e da est e sono riuscite ad entrare nella periferia di Raqqa.

In contemporanea le truppe di Damasco, proprio in questi giorni, hanno conquistato la città di Al Rasafa, località a sud della capitale di Daesh ed hanno liberato oltre 1500 Km quadrati in pochi giorni.

Da un punto di vista strategico Raqqa non rappresenta nulla. Non ha niente a che vedere con Aleppo, seconda città siriana e capitale economica o con Palmira, la “Perla del Deserto”, strategica per l’accesso nel deserto siriano chiamato Badia.

Raqqa, però, è un simbolo perché è “la capitale dello Stato Islamico” e la sua conquista rappresenterebbe la quasi definitiva sconfitta di Daesh anche in territorio siriano, come è avvenuto in questi giorni a Mosul in Iraq.

Fox News e Russia Today riportano, comunque, che in questi mesi lo Stato Islamico ha spostato la maggior parte dei suoi quadri di comando e, soprattutto, le sue risorse economiche nella città di Al Mayadin, a sud  di Deir Ez Zor. Diverse testimonianze, infatti, riportano di una grossa  mobilitazione in quell’area, strategica perché vicino al confine iracheno, di molti miliziani e dei loro familiari.

Nella capitale dell’Isis, secondo il quotidiano francese Libération, sarebbero rimasti numerosi “foreign fighters tunisini, egiziani e ceceni pronti alla difesa della loro capitale”.

In un’intervista al canale di Hong Kong Phoenix, il presidente siriano Bashar Al Assad ha dichiarato che “la liberazione di Raqqa e di Deir Ez Zor sono i prossimi obiettivi di Damasco”, dopo la riconquista  in un solo anno di oltre il 40% del territorio nazionale. Il governo siriano, infatti, controlla tutte le cinque principali città del paese: Damasco, Aleppo, Homs, Lattakia e Hama nel quale vive oltre l’80% della popolazione siriana.

La conquista di Raqqa e, ancor più, quella di Deir Ez Zor, risultano invece strategiche per una questione simbolica e, soprattutto, per ostacolare i piani americani nella regione. Secondo Damasco, infatti, Washington mira a conquistare la città di Raqqa per posizionarsi in maniera stabile e per imporre i propri piani nel paese.

Il giornale libanese Al Akhbar afferma che gli americani vorrebbero rimpiazzare Daesh con qualche milizia tribale “ribelle” in modo da dividere lo stato siriano nella sua parte centro-orientale e limitare la presenza iraniana in Siria.
 
Scenario che complicherebbe anche la situazione dei curdi siriani. Da questo punto di vista, come ventilato da diverso tempo dalla stampa americana, le Ypg dovrebbero, dopo aver fatto il lavoro “sporco” per Washington, rientrare nei loro territori ed eventualmente dover contrastare un’ennesima “operazione di pulizia” portata avanti dal presidente turco Erdogan.

Proprio per questo motivo diversi esponenti curdi siriani hanno riallacciato i rapporti, come avvenuto già a Manbij, con il governo di Damasco in maniera da poter poi mediare, eventualmente, per una zona autonoma, ma non separata dal governo di Damasco, nel Rojava.
 
Vista la veloce avanzata delle FDS nella zona di Raqqa, le truppe siriane e quelle di Hezbollah stanno puntando alla liberazione di Deir Ez Zor.  La città è già in possesso delle truppe lealiste, ma è assediata da diversi anni da Daesh. Le truppe siriane mirano a chiudere qualsiasi possibilità di fuga agli jihadisti dell’ISIS e puntano ad ostacolare qualsiasi brama di espansione ai “ribelli” filo-americani verso la zona orientale del paese.

L’esercito siriano, appoggiato da russi, hezbollah ed iraniani, resta al momento il vero vincitore di questa guerra di strategia. La presenza di Qassem Soleimani, generale iraniano della Brigata Al Quds (reparto militare che agisce al di fuori dei confini iraniani e risorsa fondamentale per la riorganizzazione delle truppe irachene filo-sciite, ndr), ha portato nelle settimane scorse alla conquista di gran parte del territorio meridionale di confine con Giordania e Iraq.

Una vittoria che ha limitato le mire espansionistiche USA nella zona di Al Tanf ed ha favorito il ricongiungimento delle truppe di Damasco con quelle irachene dell’Hasced Shaabi (Unità Mobilitazione Popolare) per contrastare Daesh e “sigillare” il confine siriano.

Resta da riconquistare, infine, la zona di Idlib dove “sopravvive” l’altro gruppo jihadista Hayat Tahrir Al Sham (ex Al Nusra) che in questi mesi ha eliminato tutti i gruppi “ribelli” non allineati alle sue posizioni. Agli sforzi militari si aggiungono, comunque, anche quelli diplomatici con gli accordi di Astana.

La creazione di quattro “aree demilitarizzate” ha favorito, anche in questo caso, il governo di Damasco visto che nelle aree possono essere presenti solamente  osservatori russi, iraniani e turchi e che la loro creazione ha diminuito in parte la capacità sia americana sia israeliana di sostenere militarmente i gruppi ribelli al regime.

I prossimi mesi saranno, quindi, fondamentali per capire meglio le sorti della Siria e della sua integrità territoriale. Per il momento, invece, l’unica certezza è che all’interno di Raqqa sono rimasti oltre centomila civili, tenuti ostaggi come “scudi umani”, contro i bombardamenti aerei della coalizione che hanno causato in pochi giorni oltre 200 vittime.

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L’Italia disponibile a inviare militari anche in Siria

Nell’intervista rilasciata a La Stampa lo aveva solo accennato, ma dopo l’incontro al Pentagono con il collega americano James Mattis, la ministra della Difesa Roberta Pinotti ha fatto sapere che non solo “l’Italia aiuterà la stabilizzazione di Mosul, addestrando le milizie che hanno liberato la città per inquadrarle in forze regolari” ma che “è pronta a fare lo stesso a Raqqa, in Siria, quando la capitale del Califfato sarà caduta”.

Come è noto il governo italiano ha già inviato 600 militari a Mosul, ufficialmente per proteggere i lavori alla diga affidati ad una azienda italiana. “Noi finora abbiamo scelto di essere in Iraq perché c’è una risoluzione Onu e una richiesta del governo legittimo”. Ma la vera e inquietante novità – con parecchi problemi che si andrebbero ad aprire – è il possibile invio di militari italiani anche in Siria. “In Siria il mandato Onu di sconfiggere il terrorismo esiste, ma la situazione politica è confusa, non tutti considerano il governo legittimo, e l’autorità locale non è riconosciuta. Questi paletti noi li manterremo” ha detto la Pinotti, precisando che “per allargare la nostra azione a Raqqa bisognerà vedere se si chiarisce la questione politica in Siria, quali truppe addestrare, e su che base. Nell’ambito di una possibile chiarificazione delle condizioni, le forze in campo, e il percorso politico, potremmo valutare un contributo”.

Nell’incontro con il segretario alla Difesa Usa Mattis, “Abbiamo analizzato tutti gli scenari – ha proseguito la ministra – La crisi del Golfo, l’Arabia Saudita, il Qatar, la questione Corea del Nord. Quindi Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. Un ragionamento a 360 gradi”.

Da questo elenco ovviamente manca lo Yemen dove l’Arabia Saudita sta bombardando pesantemente con le armi imbarcate e spedite proprio dall’Italia (dal porto di Domusnovas, in Sardegna, ndr).

La disponibilità del governo italiano a inviare militari anche in Siria (oltre a quelli in Afghanistan, Iraq, Libia, Libano, Kosovo), ripropone la questione delle missioni militari all’estero, non solo costose ma con regole di ingaggio e accordi internazionali sempre più risibili e discutibili. Una pagina che andrebbe chiusa al più presto dal Parlamento.

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04/07/2017

Siria. Tregua unilaterale nel sud. A Raqqa si rivela strategico il fiume Eufrate

Una tregua unilaterale è stata dichiarata dall’esercito siriano nel sud del Paese in coincidenza con il nuovo round dei colloqui di pace che iniziano domani ad Astana., in Kazakistan, colloqui patrocinati da Russia, Iran e Siria con alcune delle forze che si oppongono ad Assad.

Il comunicato dell’esercito siriano, diramato dall’agenzia di stampa Sana, afferma che le ostilità nelle provincie di Daraa, Quneitra e Sweida si interromperanno “per sostenere il processo di pace e la riconciliazione nazionale” con “la cessazione delle ostilità da mezzogiorno del 2 luglio e fino alla mezzanotte del 6 luglio”.

A Raqqa invece si è rivelato strategica la funzione del grande fiume Eufrate. Tre giorni fa le forze appoggiate dagli Stati Uniti in Siria erano entrate per la prima volta da Sud nella roccaforte jihadista di Raqqa, attraversando l’Eufrate. Dopo una manovra di accerchiamento durata mesi, le Forze Democratiche siriane (FDS) – un’alleanza di combattenti curdi e arabi – sono riuscite giovedì scorso a tagliare ogni via di fuga ai combattenti dello Stato Islamico. Tre settimane fa, invece, erano stati i miliziani dello Stato Islamico (Isis) a riprendere il controllo di gran parte delle zone di Raqqa dalle quale nella notte si erano ritirati permettendo l’ingresso delle forze siriane democratiche (SDF). Secondo le testimonianze degli abitanti i miliziani dell’Isis avevano realizzato una manovra di aggiramento partendo proprio dal fiume Eufrate a sud della città riprendendo così i quartieri dai quali si erano ritirati nella notte.

Secondo la coalizione internazionale circa 2.500 combattenti dell’Isis sono presenti a Raqqa, conquistata dai miliziani nel 2014 e divenuta la capitale de facto dell’Isis in Siria. Secondo le Nazioni Unite sono circa 100.000 i civili ancora “intrappolati” nella città.

Il “falso califfato” sarà pure ormai vicino alla fine, come ha detto alcuni giorni fa il premier iracheno al-Abadi, ma continua (come era prevedibile) a uccidere. Due attacchi suicidi sul suolo iracheno, avvenuti a distanza di meno di 24 ore l’uno dall’altro, infatti, hanno causato la morte di almeno 15 persone. Il più recente è avvenuto ieri l’altro nella città vecchia di Mosul dove l’esercito iracheno sta combattendo contro gli ultimi jihadisti rimasti: qui due donne, dopo essersi nascoste tra un gruppo di civili in fuga, hanno attivato l’esplosivo che portavano con loro uccidendo un soldato e ferendone diversi. L’attacco più sanguinoso è avvenuto nella provincia di Ambar dove 14 persone sono state massacrate da un attentatore suicida vestito da donna che si è fatto saltare in aria.

Anche in Siria, domenica mattina un’autobomba è riuscita ad eludere le forze di sicurezza siriane e si è fatta esplodere nella parte orientale di Damasco compiendo una strage: almeno 21 i morti, l’attentato più sanguinoso nella capitale negli ultimi mesi. I media di stato riferiscono che i soldati erano riusciti a intercettare in prima mattinata tre vetture sospette che si dirigevano in città. A quel punto gli autisti di due veicoli segnalati si facevano esplodere, ma un terzo riusciva ad eludere i controlli e raggiungeva piazza Tahrir dove, sebbene circondato, riusciva a farsi esplodere.

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07/06/2017

Siria. E’ iniziata la battaglia di Raqqa. Bombardamento Usa uccide 21 civili

Le forze democratiche siriane (Sdf), l’alleanza curdo-araba sostenuta da Washington, hanno dato notizia dell’ingresso dei loro combattenti a Raqqa. Subito dopo c’è stato un altro annuncio, questa volta da parte della stessa alleanza dominata dalle Unità di Difesa del Popolo curdo (Ypg), che aveva fatto sapere di aver lanciato la “grande battaglia” per liberare Raqqa, ‘capitale’ nel Nord della Siria dello Stato Islamico. “Le nostre forze sono entrate nella città di Raqqa dal distretto orientale di Al-Meshleb”, ha detto all’agenzia France Presse il comandante delle Sdf Rojda Felat.

Migliaia di civili stanno fuggendo dalla città di fronte dell’avanzata delle Forze Democratiche Siriane per sottrarsi ai combattimenti ma soprattutto ai bombardamenti degli aerei Usa e della coalizione anti Daesh, che proprio ieri avevano causato 21 vittime tra i civili.“I civili stavano salendo su piccole imbarcazioni sulla riva Nord dell’Eufrate per fuggire dai quartieri meridionali di Raqqa”, ha detto Rami Abdel Rahman, riferendo anche di “diversi feriti in condizioni critiche”. Non tutti sono entusiasti dell’offensiva su Raqqa. Il primo ministro turco Binali Yildirim ha dichiarato infatti che Ankara reagirà immediatamente se l’offensiva lanciata dalle forze curdo-arabe sostenute dagli Stati Uniti rappresenterà una minaccia per la Turchia riporta il quotidiano turco Hurriyet.

Raqqa e l’omonima provincia si trovano in una posizione strategica. Qui si incrociano infatti diverse arterie stradali a ridosso delle rive del grande fiume Eufrate. Raqqa si trova 160 chilometri a est dalla seconda città siriana, Aleppo, ma a soli 90 chilometri dal confine con la Turchia e a meno di 200 chilometri dal confine iracheno. La costruzione di una diga nei pressi della città di Tabqa, più a Ovest, ha permesso a Raqqa di acquistare un ruolo importante nell’economia del Paese con lo sviluppo del settore agricolo.

Raqqa è stata il primo capoluogo provinciale a cadere in mano dei ribelli anti Assad, tra cui gli jihadisti del Fronte al Nusra, affiliato ad al Qaida. All’inizio del 2014, però i miliziani di Al Nusra vennero cacciati dai “cugini” di Daesh che presero il pieno controllo della città.

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15/05/2017

Gli Stati Uniti confermano il sostegno alla Turchia nella lotta contro il PKK

Un funzionario statunitense giovedì ha dichiarato alla Reuters che gli USA stanno cercando di rafforzare la cooperazione di intelligence con la Turchia per sostenere la sua lotta contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Il funzionario ha riferito che il segretario alla Difesa Jim Mattis ha dichiarato al primo ministro turco Binali Yildirim che Washington è impegnata a proteggere il suo alleato della NATO, anche contro minacce come il PKK.

Lo sforzo potrebbe essere un tentativo di lenire la disapprovazione della Turchia per la fornitura di armamenti da parte degli Stati Uniti alle forze curde in Siria nella lotta contro lo Stato Islamico (IS).

Lunedì il presidente Donald Trump ha approvato un piano del Pentagono per fornire armi e munizioni alle Unità di Protezione del Popolo (YPG) per aiutarle nella loro lotta per riprendere la città di Raqqa, capitale de facto dell'ISIS. Tuttavia, la Turchia vede la YPG come un’estensione del fuorilegge PKK, che dal 1984 combatte nel sud-est della Turchia.

Tuttavia, gli Stati Uniti ha annunciato di voler aumentare le capacità di ciò che è noto come un “centro di fusione di intelligence” ad Ankara per aiutare i funzionari turchi a meglio identificare e tracciare i combattenti del PKK. Secondo il funzionario degli Stati Uniti, il piano potrebbe finire per raddoppiare la capacità del centro di intelligence con l’aggiunta di ulteriori risorse degli Stati Uniti, come droni e altre funzionalità.

La condivisione estesa delle informazioni offrirà un’importante incremento della sicurezza nazionale per la Turchia.

Gli Stati Uniti non riconoscono pubblicamente la relazione tra i vari gruppi curdi. Gli Stati Uniti guardano alle YPG come un partner efficace e prezioso nella lotta contro i militanti di ISIS nel nord della Siria.

Mercoledì scorso, Mattis ha espresso fiducia in merito al fatto che Stati Uniti sarebbero in grado di risolvere le tensioni con la Turchia per quanto riguarda la decisione di armare i curdi, affermando: “Lavoreremo su qualsiasi delle preoccupazioni.” Il 16 maggio è previsto che la Casa Bianca ospiterà il presidente Recep Tayyip Erdogan.

La visita, secondo la Casa Bianca, permetterebbe ai due leader di rafforzare le loro relazioni bilaterali e approfondire ulteriormente la cooperazione per affrontare il terrorismo in tutte le sue forme.

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03/05/2017

Siria - Kamikaze Isis sui rifugiati, le opposizioni sparano sui civili

di Chiara Cruciati

Gli ultimi giorni in Siria sono stati segnati dalla morte. A spargerla sono l’Isis, quasi dimenticato ma attivissimo, e le faide interne alle opposizioni islamiste che hanno insanguinato i sobborghi di Damasco.

Ieri nell’estremo oriente siriano, al confine con l’Iraq, l’Isis ha attaccato rifugiati siriani e iracheni nel campo improvvisato di Rajm al-Salibi. Da lì stavano tentando di raggiungere zone più sicure a Rojava. L’attacco, perpetrato da cinque kamikaze che si sono fatti esplodere nel campo, è la vendetta per l’avanzata delle Forze Democratiche Siriane su Raqqa, “capitale” del sedicente califfato.

Decine i feriti, almeno 37 i morti, per lo più donne e bambini. La vittima più piccola aveva solo tre mesi di vita. Una fonte dell’esercito iracheno citata dalla Bbc e lo stesso parlamento di Baghdad riportano anche di decine di civili rapiti dai miliziani.

Proprio ieri le Sdf avevano annunciato la ripresa di Tabqa, strategica località 40 chilometri a ovest di Raqqa lungo il fiume Eufrate, ripulita dalla presenza dell’Isis dopo due settimane di scontri. Migliaia di civili intrappolati nella comunità araba a maggioranza sciita sono stati portati in zone sicure.

Per l’Isis un colpo duro: dopo aver perso la base militare e la diga di Tabqa, vede avvicinarsi le Sdf alla propria “capitale” e tagliarla definitivamente fuori dalle vie di comunicazione tra Deir Ezzor e il resto della Siria, ma anche tra le enclavi islamiste e il confine settentrionale con la Turchia, da cui buona parte di armamenti e nuove reclute sono transitate per anni.

Nel fine settimana, invece, è stata Ghouta est a fare da palcoscenico alla brutale violenza islamista. Niente Isis stavolta, ma Jaysh al-Islam (gruppo salafita invitato a Ginevra, nonostante posizioni vicine a quelle qaedista) e Hayat Tahrir al-Sham, federazione nata a gennaio su iniziativa dell’ex Fronte al-Nusra, ribattezzatosi Fatah al-Sham dopo l’uscita – tutta mediatica – da al Qaeda.

In cinque giorni di scontri tra le due fazioni rivali almeno 95 persone sono state uccise, a seguito del tentativo di Jaysh al-Islam di cacciare da Ghouta est Fatah al-Sham. Una storia che si ripete: già un anno fa faide interne alle opposizioni si erano lasciate dietro 300 vittime. Lunedì la popolazione, allo stremo da anni, è scesa in piazza per chiedere la fine degli scontri.

La risposta è stata brutale: in un video si vedono giovani e uomini marciare per le strade dell’affollato sobborgo (400mila abitanti) e le opposizioni aprire il fuoco su di loro, costringendoli alla fuga. Nel mirino anche Medici Senza Frontiere: l’ong ha sospeso le attività a Ghouta est dopo che l’ospedale Hazzeh è stato oggetto di colpi di arma da fuoco, del furto di un’ambulanza e di raid di 30 miliziani a volto coperto alla ricerca di feriti rivali da catturare.

È in questo contesto di guerra permanente che oggi parte un nuovo round negoziale ad Astana, sponsorizzato da Russia, Iran e Turchia. Sullo sfondo le aperte contraddizioni tra i tre paesi con Ankara che solo pochi giorni fa ha lanciato un durissimo attacco nel nord della Siria e promesso di allargare le operazioni all’Iraq.

In Kazakistan ci sarà Jaysh al-Islam, protagonista degli attacchi sui civili a Ghouta est: il suo leader, Mohammed Alloush, è il capo delegazione delle opposizioni. Ci saranno anche l’inviato Onu de Mistura e Stuart Jones in rappresentanza degli Stati Uniti. Ieri Putin ha parlato di Siria al telefono con Trump, la prima volta dopo i Tomahawk lanciati su una base siriana il 4 aprile.

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24/03/2017

Siria, Washington cambia marcia

di Michele Paris

La progressiva implementazione delle decisioni sulla Siria della nuova amministrazione Trump sembra avere impresso una svolta a un conflitto entrato ormai nel settimo anno. Gli effetti delle iniziative già più o meno adottate e di quelle che si prospettano nel prossimo futuro si sono tradotti in un’impennata delle vittime civili in Medio Oriente, proprio mentre i colloqui di pace stanno per riaprirsi quasi senza aspettative a Ginevra e la cosiddetta coalizione anti-ISIS si è riunita a Washington senza i rappresentanti delle forze che stanno realmente combattendo sul campo i fondamentalisti islamici.

Il summit nella capitale americana ha avuto un qualche rilievo soprattutto per le dichiarazioni del segretario di Stato, Rex Tillerson. L’ex amministratore delegato di ExxonMobil ha chiarito come gli Stati Uniti non intendano abbandonare il proprio ruolo in Medio Oriente e, con buona pace di coloro che si attendevano una de-escalation della guerra in Siria dopo l’ingresso di Trump alla Casa Bianca, come siano allo studio manovre che rischiano seriamente di aggravare il conflitto in corso.

Tillerson è tornato a ipotizzare la creazione di “zone di sicurezza” in territorio siriano, controllate dai militari americani o dalle milizie armate che si battono contro il regime di Damasco, ufficialmente per facilitare il ritorno dei rifugiati nelle loro abitazioni.

Questa misura circola da tempo negli ambienti USA che da più di sei anni cercano di rovesciare il governo di Assad. La fazione del governo americano che faceva capo all’ex segretario di Stato, Hillary Clinton, aveva promosso negli anni scorsi l’istituzione di aree off-limits alle forze del regime o all’ISIS, così come il presidente turco Erdogan aveva a lungo cercato di ottenere il via libera dall’amministrazione Obama per questo stesso progetto.

Tillerson, riprendendo una promessa che lo stesso Trump aveva fatto subito dopo il suo insediamento, è ora tornato sull’argomento, tralasciando di far notare come una misura simile sia del tutto illegale e rischi di innescare un confronto militare diretto con le forze russe o di Damasco, dal momento che, come minimo, sarebbe necessario creare e far rispettare una “no-fly zone” nei cieli siriani.

Nel comunicato finale seguito al vertice della coalizione anti-ISIS non è stata comunque citata la possibile creazione di queste “zone di sicurezza”. Tuttavia, a Washington se ne continua a discutere seriamente. In queste aree, dopo avere cancellato la presenza dell’ISIS, le forze “ribelli” – curde o sunnite – potrebbero riorganizzarsi grazie ai propri sponsor internazionali e lanciare una nuova fase della guerra, diretta esclusivamente contro il regime di Assad.

Al di là delle forme che prenderà a breve il rilancio dell’impegno USA nel conflitto in Siria, il segretario di Stato di Trump ha assicurato che la presenza militare americana in questo paese e in Iraq, ma anche ovunque il “califfato” dovesse radicarsi, resterà una realtà non solo fino alla sconfitta di quest’ultimo ma anche in seguito per contribuire ai processi di “ricostruzione” che si renderanno necessari.

Delle conseguenze della nuova attitudine della Casa Bianca si è avuta un’anticipazione proprio mentre andava in scena la riunione di Washington. La stampa americana ha raccontato di come gli USA abbiano avviato a partire da martedì un’operazione militare che non ha precedenti in Siria, inviando uomini dei reparti speciali a sostegno delle Forze Democratiche della Siria, all’interno delle quali prevalgono le milizie curde, “al di là delle linee dell’ISIS”.

L’operazione rientra nel quadro del progettato assalto alla capitale dell’ISIS in Siria, Raqqa, e si sta concentrando in questa fase iniziale su una diga sul fiume Eufrate nelle mani degli uomini del “califfato”, allo scopo di aprire una via di penetrazione da occidente verso la città. L’attacco sembra essere condotto con un imponente dispiegamento di forze, tanto che gli stessi vertici militari hanno faticato a ribadire la solita versione ufficiale, cioè che i soldati americani impegnati sul campo hanno un semplice ruolo di “consiglieri” in appoggio delle milizie curde e sunnite.

Il New York Times ha spiegato che la strategia USA in Siria assomiglia sempre più a quella in Iraq, dove da mesi è in corso una durissima battaglia per la liberazione della città di Mosul dalle forze dell’ISIS. Anche in Siria, cioè, gli Stati Uniti stanno sempre più facendo ricorso a forze convenzionali con incarichi di combattimento a fianco delle milizie locali che, almeno ufficialmente, dovrebbero condurre la gran parte delle operazioni.

Il dibattito sull’intensificazione dell’impegno americano in Siria continua in ogni caso a evitare il punto più importante della questione, vale a dire la totale illegalità delle operazioni militari in corso. L’amministrazione Trump sta in sostanza accelerando un’offensiva iniziata da Obama e che già non aveva alcuna base legale legittima, se non quella creata appositamente dallo stesso governo americano.

È importante inoltre sottolineare come il rinnovato sforzo militare USA sia già drammaticamente visibile nonostante Trump non abbia ancora formulato in modo ufficiale la nuova politica relativa al conflitto in Siria. Gli sviluppi di questi giorni sarebbero infatti solo la conseguenza dell’allentamento delle regole a cui devono sottostare i militari nel condurre le operazioni sul campo.

La Casa Bianca ha cioè cancellato le limitazioni decise da Obama e che intendevano ridurre le vittime civili, anche se spesso in maniera del tutto inefficace. Il Pentagono ha ora la facoltà di agire senza ricevere l’autorizzazione dell’autorità civile e senza la necessità di adoperarsi affinché le operazioni non si risolvano in stragi di innocenti.

Il bilancio dei civili massacrati in Siria dalle bombe americane nelle ultime settimane è perciò salito vertiginosamente. L’episodio più recente è stato registrato martedì, quando i jet americani hanno distrutto una scuola nell’area della città di Raqqa che ospitava un centinaio di rifugiati. Le prime notizie davano più di 30 morti, ma il numero delle vittime potrebbe essere in realtà molto più alto.

Solo qualche giorno prima, un’altra incursione nella provincia di Idlib aveva ucciso più di 40 civili dopo che era stata colpita una moschea. I militari americani avevano sostenuto che il bombardamento aveva interessato un edificio vicino, dove si trovavano miliziani qaedisti, ma le testimonianze dei residenti e delle organizzazioni umanitarie hanno smentito questa versione, costringendo il Pentagono ad aprire un’indagine sull’accaduto.

Oltre alle conseguenze per la popolazione civile, il maggiore coinvolgimento americano in Siria, destinato a crescere ulteriormente nelle prossime settimane, rischia anche di allargare un conflitto già complicatissimo. La nuova strategia di Trump dovrà fare i conti ad esempio con le resistenze della Turchia ad accettare come legittime le forze curde, a cui gli Stati Uniti sembrano essere intenzionati ad assegnare un ruolo ancora più importante nel conflitto.

Soprattutto, però, la maggiore presenza e intraprendenza americana in Siria minaccia di scontrarsi con le operazioni militari della Russia in difesa del regime di Assad. Nonostante Trump avesse prospettato una qualche collaborazione con Mosca nella lotta all’ISIS anche in Siria, finora su questo fronte non sembrano esserci stati particolari progressi.

Anzi, gli sviluppi degli ultimi due mesi indicano piuttosto l’aggravamento del rischio di un confronto militare diretto tra le due principali potenze coinvolte in una guerra che continua a martoriare il paese mediorientale.

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23/03/2017

Siria - Combattenti curdi e corpi speciali USA verso Raqqa

di Michele Giorgio – Il Manifesto
Annunciata indirettamente dal Segretario di stato Usa, Rex Tillerson, che ha esortato i paesi alleati, durante l’incontro ieri con il premier iracheno Heider al Habadi, «a fare di più» contro l’Isis, l’operazione dietro le linee nemiche compiuta da 500 combattenti curdi appoggiati delle forze speciali Usa, ha colto di sorpresa i miliziani dello Stato islamico.

Il blitz, con l’impiego di aerei Osprey capaci di atterrare in spazi ristretti come un elicottero, è avvenuto a Tabqa, una cittadina della provincia di Raqqa, la “capitale” dell’Isis in Siria. I curdi hanno strappato all’Isis il controllo di quattro villaggi e interrotto la strada che porta verso Aleppo, a ovest. Tuttavia Raqqa si trova a decine di chilometri a est del luogo dove sono intervenuti curdi e americani. L’obiettivo dell’operazione perciò è solo quello di mettere le mani su quell’area, in preparazione dell’assalto finale a Raqqa.

L’operazione congiunta segna un nuovo passo verso un maggiore coinvolgimento militare in Siria della nuova amministrazione Usa che, come ha ribadito ieri Tillerson, considera la guerra all’Isis la «priorità assoluta». A Mosul intanto gli uomini del Califfato resistono alla pressione dell’esercito iracheno e la liberazione della città appare ancora lontana.

Non lontano da quell’area, nella cittadina di Mansoura, decine di sfollati siriani sono stati uccisi da un bombardamento aereo della scuola dove erano ospitati. I morti sarebbero una quarantina e l’Osservatorio per i diritti umani in Siria, vicino all’opposizione, sostiene che è stato compiuto dalla coalizione a guida americana.

Silenzio da parte di Washington, responsabile appena qualche giorno fa di un altro attacco aereo contro presunti «leader di al Qaeda» che invece ha centrato in pieno una moschea facendo dozzine di vittime. Nella scuola di Mansoura avevano trovato alloggio temporaneo una cinquantina di famiglie fuggite dai combattimenti nella provincia di Raqqa e da quelle di Homs e Aleppo.

Nel frattempo è definitivamente crollata la tregua proclamata alla fine dello scorso anno e la Siria precipita in una nuova, ma non inattesa, escalation militare innescata da jihadisti e qaedisti, descritti come “ribelli” o “insorti” dai media occidentali. In qualche capitale del Golfo qualcuno ha deciso di silurare i negoziati avviati da russi e turchi ad Astana e dalle Nazioni Unite a Ginevra, considerati «favorevoli» al presidente siriano Bashar Assad. I miliziani della Hay’at Tahrir al Sham, la coalizione composta da al Qaeda e dai suoi numerosi alleati, proseguono l’offensiva alla periferia orientale di Damasco e ad Hama.

Qui i qaedisti e altri gruppi islamisti hanno raggiunto il villaggio di Khatab, 10 chilometri a nord ovest della Hama. A Damasco Hay’at Tahrir al Sham, che domenica aveva lanciato una prima offensiva respinta dai governativi, martedì è ritornata all’attacco e ha occupato una zona industriale della capitale.

Per ora i qaedisti guidati da Abu Muhammad al Julani, luogotenente di Ayman Zawahri, il successore di Osama Bin Laden, resistono agli attacchi aerei e al fuoco dell’artiglieria governativa. E a loro volta, dal sobborgo di Jobar, lanciano razzi e colpi di mortaio verso la capitale. In linea d’aria sono ad appena tre-quattro chilometri dal quartier generale di Assad e domenica erano riusciti a colpire anche un edificio dell’ambasciata russa. Decine di famiglie sono state costrette ad abbandonare le loro case per sfuggire ai combattimenti.

Alla vigilia di una nuova sessione di colloqui tra governo ed opposizione l’inviato speciale dell’Onu per la Siria Staffan De Mistura ha descritto questi sviluppi come “allarmanti”. Un po’ poco di fronte al negoziato che si sta sbriciolando. Tra i gruppi alleati di al Qaeda nell’assalto della capitale infatti ci sono anche Ahrar al Sham e Jaysh al Islam considerati “moderati” dall’Occidente e Mohammed Alloush, leader di Jaysh al-Islam – fazione finanziata e armata dall’Arabia Saudita – è il capo negoziatore a Ginevra.

E se nei mesi scorsi, dopo la liberazione di Aleppo da parte dell’esercito siriano, i “ribelli” si erano spaccati in due gruppi – i presunti “moderati” favorevoli a discutere una soluzione politica e i qaedisti considerati “terroristi” anche dagli Stati Uniti e non solo da Mosca – adesso la frattura si è ricomposta. E la direzione dell’orchestra jihadista “ribelle” appare saldamente nelle mani di al Qaeda contraria a qualsiasi ipotesi di compromesso con «l’apostata» Assad. Invece secondo l’editorialista Hussein Abdel Aziz, del quotidiano saudita al Hayat, l’offensiva di Hay’at Tahrir al Sham non sarebbe volta a far naufragare il negoziato bensì avrebbe solo lo scopo di rafforzare l’opposizione ai colloqui a Ginevra ed Astana.

09/03/2017

Tra Mosul e Raqqa scontro finale con l’Isis? Truppe statunitensi in Siria

L’Isis controllerebbe ormai solo il 15 per cento del territorio della provincia irachena di Mosul. A dichiaralo alla testata russa Sputnik è l’ambasciatore iracheno a Mosca, Haidar Hadi. “Due anni fa Daesh controllava il 40 per cento del territorio iracheno, attualmente controlla solo il 15 per cento della provincia di Mosul”, ha detto Hadi. Fonti della Difesa americana dichiarano invece che lo sceicco Al Baghdadi, ritenuto la guida dell’Isis “Ha probabilmente lasciato Mosul prima che la città e Tal Afar venissero isolate dalle forze irachene”, ha spiegato il responsabile statunitense a condizione di anonimato. Secondo le stime ONU, circa 750​.000 persone restano intrappolate nella zona ovest della roccaforte jihadista, mentre almeno 45mila sarebbero riusciti a fuggire dalla città.

A Mosul, dodici persone, tra cui donne e bambini, sono state ricoverate nei giorni scorsi con gravi sintomi di esposizione ad armi chimiche. La denuncia arriva dall’Oms che ha attivato con le autorità sanitarie locali “un piano di emergenza per trattare in modo sicuro uomini, donne e bambini che possono essere esposti a sostanze chimiche altamente tossiche”, ha detto l'agenzia delle Nazioni Unite in un comunicato. Questa volta ad essere accusati di aver usato armi chimiche sono i miliziani jihadisti dell’Isis arroccati nella città. Una versione che cambia continuamente a seconda degli scenari. Se ad attaccare le roccaforti dell’Isis sono i russi o le truppe governative siriane le accuse si rovesciano su queste ultime, se ad attaccare sono gli Usa, la narrazione dell’orrore si dispiega sui miliziani dell’Isis.

Gli Usa di Trump adesso si apprestano infatti ad intervenire massicciamente sul piano militare in Iraq ma anche a ridosso della Siria. La Cnn riferisce che un gruppo di marines statunitensi è già arrivato nel nord della Siria per sostenere le forze turche e le milizie anti-Assad che si apprestano a lanciare l'offensiva verso la città siriana di Raqqa in mano all'Isis. Il problema è che anche i guerriglieri curdi intendono liberare Raqqa per consolidare il loro progetto di confederazione democratica, una ipotesi questa osteggiata dalla Turchia che, insieme agli USA e ai ribelli siriani, vorrebbe battere sul tempo i curdi.

I marines giunti in Siria – riporta il Washington Post – erano già dispiegati nella regione sulle navi Usa nel Golfo Persico. Secondo la Reuters altri soldati Usa arriveranno prossimamente nella regione, per l’intervento militare sul territorio siriano.

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01/03/2017

Siria - I tre tavoli della guerra

di Chiara Cruciati

Ieri è stata la giornata degli annunci e delle forzature. Al centro sempre la Siria, campo di battaglia globale dove il nuovo e futuro equilibrio dei poteri si gioca su tanti tavoli. Ad al-Bab, a Ginevra, al Palazzo di Vetro di New York.

Ieri il presidente turco Erdogan ha confermato quanto dice da mesi, dalla fine di agosto quando lanciò l’operazione Scudo dell’Eufrate nel nord della Siria: le sue truppe marceranno su Manbij, città liberata dal giogo Isis dalle forze kurde la scorsa estate. Non solo: Ankara parteciperà alla futura controffensiva su Raqqa, dimenticando che una è già in corso ed è quella delle Sdf, le Forze Democratiche Siriane di cui fanno parte gruppi kurdi, arabi, armeni, circassi e turkmeni.

Il tutto nel più ampio contenitore della guerra all’unità kurda di Rojava che la Turchia intende evitare ad ogni costo. Anche a quello di andare allo scontro diretto con le truppe governative siriane, a quanto pare: al centro ancora al-Bab, la città della provincia nord di Aleppo a poche decine di km dal confine turco.

Come previsto, le contraddizioni della guerra siriana – e della fragile tregua in atto – erano destinate ad esplodere proprio ad al-Bab e così è stato: domenica l’Esercito Libero Siriano (Els), gruppo di opposizione sotto l’ombrello turco, ha attaccato i militari di Damasco in un villaggio a sud di al-Bab. Ventidue i morti, a cui il governo ha risposto bombardando postazioni delle opposizioni intorno Homs e Damasco.

Il tavolo di Ginevra non è saltato nonostante l’aperto scontro, ma traballa. Soprattutto se si ascoltano le dichiarazioni dell’Els che ieri ha annunciato di voler attaccare sia l’esercito governativo che le Sdf. Bloccano la via per Raqqa, è questo il motivo: Damasco da sud di al-Bab si è spostato ad est dove si è congiunto con le Forze Democratiche Siriane, nella pratica accerchiando turchi e opposizioni e impedendo loro di proseguire verso Manbij e la “capitale” del sedicente califfato.

Un conflitto plastico, solo in apparenza a bassa intensità, ma che tira dentro la ridefinizione delle alleanze globali con la Russia al centro. Lo si è visto ieri durante il voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla risoluzione (presentata da Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia) per introdurre sanzioni contro Damasco (nello specifico contro 11 cittadini siriani e 10 entità legali) e vietare la vendita, la fornitura e il trasferimento di elicotteri e pezzi di ricambio a causa dell’uso presunto di armi chimiche. Mosca ha messo il veto, e non è una novità. Lo stesso ha fatto la Cina.

E l’Egitto, rompendo con il suo finanziatore, l’Arabia Saudita, si è astenuto. Una decisione che segue ad altre simili assunte a favore di Damasco nei mesi scorsi e che ha già portato alla sospensione da parte di Riyadh dei prestiti e i finanziamenti da girare al Cairo. È possibile che al-Sisi, lo stesso che un anno fa aveva scatenato manifestazioni di piazza dopo aver regalato le isole Tiran e Sanafir a re Salman, oggi conti di più sull’ingresso nell’orbita russa.

Il veto russo era stato anticipato nel pomeriggio dallo stesso presidente Putin, che aveva definito “inadeguata e totalmente inappropriata” la risoluzione: “Minerebbe la fiducia nel processo negoziale. La Russia non sosterrà alcuna nuova sanzione contro la leadership siriana”.

A Ginevra, però, di passi avanti non ce ne sono. Ieri al-Hariri, uno dei leader della delegazione delle opposizioni, all’agenzia stampa turca Anadolu ha fatto sapere che la proposta di un governo di unità che gestisca la transizione mossa dal governo di Damasco è stata rigettata. Il motivo: non avrebbe sponde internazionali.

Non è dato sapere nulla della proposta in questione. Al-Hariri si limita a dire di aver visionato le idee dell’inviato Onu de Mistura e di voler fondare la soluzione politica su “elezioni libere e una nuova costituzione”. Nessun passo avanti al momento.

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25/01/2017

Iraq - Daesh in fuga, Al Baghdadi fuggito a Raqqa


Abu Bakr Al Baghdadi, guida spirituale e politica di Daesh, si troverebbe a Raqqa nell’autoproclamata capitale siriana dell’ISIS. La notizia, trasmessa dall’agenzia stampa iraniana ISNA, riporta le dichiarazioni del generale delle forze speciali irachene, Abdul Gani Al Asadi, circa l’attuale situazione degli scontri contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria. “Molti comandanti militari di Daesh sono morti negli scontri a Mosul o sono fuoriusciti dalla città” – afferma il generale – “ e le nostre truppe hanno riconquistato in tre mesi di combattimenti tutta la parte orientale della città”.

Il quotidiano britannico The Guardian confermerebbe la notizia aggiungendo che “il leader dell’ISIS ha abbandonato la città di Mosul verso Raqqa e continuerebbe a incitare, attraverso i social media, i suoi seguaci a continuare la lotta contro tutte le forze dei “miscredenti” in Siria ed Iraq”.

Dalle informazioni diffuse dai media mediorientali, Al Baghdadi avrebbe lasciato diverse tracce del suo passaggio. Dopo aver abbandonato la città di Mosul, il leader radicale, sarebbe passato dalla provincia di Ninive nelle città di Tel Afar e Al Baaj lungo il confine siro-iracheno. Negli ultimi giorni si sarebbero, infatti, intensificati i bombardamenti della coalizione anti-ISIS, sia statunitensi che russi, su tutta l’area tra la parte occidentale irachena e quella orientale siriana. Attacchi talmente intensi da far affermare a fonti degli apparati di sicurezza irachena che “si dispone di informazioni abbastanza sicure circa il fatto che Al Baghdadi sia stato ferito durante i bombardamenti sulla città di Al Baaj con altri dirigenti e capi militari”.

La fuga o la morte dei principali comandanti militari jihadisti è legata, inoltre, alla manovra di accerchiamento che l’esercito iracheno sta portando avanti in maniera abbastanza lenta, ma efficace, lungo la parte orientale e meridionale della città. Le forze dell’Hashed Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolari di natura confessionale che raggruppano sciiti, cristiani e sunniti) starebbero facendo la stessa cosa nella parte settentrionale e occidentale di Mosul. L’operazione militare ha l’obiettivo di tagliare qualsiasi via di fuga dalla città irachena verso le zone di confine con la Siria, come richiesto più volte dalle forze russe impegnate nel conflitto a fianco del presidente siriano Bashar Al Assad.

Le sconfitte dell’ISIS, inoltre, dipendono ancora da altri fattori che in questi mesi hanno rallentato gli sforzi dei militari iracheni. Il più importante rappresenta l’accordo raggiunto tra Baghdad ed Ankara, nelle passate settimane, riguardo “un progressivo ritiro delle truppe turche dai confini iracheni”. Ankara, in effetti, ha diminuito notevolmente il suo contingente nella base di Bashiqa, giunto ufficialmente per addestrare milizie curde fedeli alla volontà di Erdogan, ma il ritiro rimane incerto con una scadenza non ancora definita. In questo modo la Turchia resta in attesa di poter vedere cosa accadrà con la caduta di Mosul e la spartizione delle risorse petrolifere dell’area.

Altro fattore fondamentale è stato un maggiore sforzo da parte dell’aviazione americana che avrebbe cominciato a bombardare in maniera più efficace le posizioni jihadiste in territorio iracheno.

Una ricerca dell’IHS Markit, centro di ricerca inglese, afferma che Daesh ha perso oltre il 40% dei suoi territori in Siria e Iraq tra il 2015 ed il 2016. Celebri sono state le sconfitte di Dabiq e Manbij in Siria o quelle di Ramadi e Falloujah in Iraq, compensate solo in parte dalla riconquista di Palmira.

La nuova strategia militare dell’ISIS, secondo il report, sarebbe quella di mantenere le sue attuali roccaforti in Siria ( principalmente Raqqa e Deir Ezzor) per conservare il controllo di tutta la zona orientale siriana e di parte dei territori iracheni. “La riconquista di Raqqa” – continua lo studio dell’IHS- “sarà molto più difficile e problematica del previsto poiché l’ISIS possiede ancora notevoli risorse militari e logistiche unite ad un contingente di 15.000 combattenti”. “Un elemento fondamentale sarà” – conclude il rapporto – “l’intervento di forze militari sul campo di battaglia”. Un fattore garantito in questi due anni principalmente dalla coalizione siriana, libanese (Hezbollah) e iraniana a guida russa, più che da quella a guida statunitense. Sempre in attesa di capire le reali intenzioni sul Medio Oriente da parte dell’amministrazione americana e del neo presidente Trump.

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