Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/12/2018

Dopo la Siria le truppe statunitensi si ritirano anche dall’Afghanistan. Mattis si dimette

Trump ha annunciato che, oltre al ritiro del contingente in Siria, intende dimezzare anche i 14mila militari Usa ancora dislocati in Afghanistan. Si tratta di 5.500 soldati assegnati all’operazione Freedom Sentinel e 8.500 soldati assegnati all’operazione Resolute Support della Nato, operazione a cui partecipano anche 8.500 militari alleati provenienti da quasi 40 paesi, tra cui l’Italia.

Gli Stati Uniti ritireranno 7.000 militari su 15.000, praticamente un dimezzamento, ha affermato un funzionario del Dipartimento della Difesa americana secondo quanto riportato dai media statunitensi. La notizia era già stata anticipata dal Wall Street Journal. Secondo alcune fonti citate dal giornale la riduzione delle truppe statunitensi in Afghanistan potrebbe iniziare nel giro di qualche settimana.

Già da tempo le truppe statunitensi sul terreno afghano avevano cessate le operazioni “combat” per passare a quelle di addestramento e supporto delle truppe del governo afghano. Sul piano militare le conseguenze erano state il recupero da parte dei Talebani di ampie zone del territorio da cui erano stati allontanati dall’intervento militare Usa e Nato.

A novembre, un reportage del New York Times, raccontava di come i Talebani stessero riconquistando terreno in molte province.

Gli annunci del ritiro delle truppe dalla Siria ed ora il dimezzamento delle truppe in Afghanistan, hanno provocato le dimissioni del Segretario alla difesa James Mattis, in disaccordo con gli annunci di Trump. Mattis uscirà dal Pentagono ufficialmente il prossimo 28 febbraio. “Il presidente Donald Trump merita un segretario alla Difesa con idee che sono allineate alle sue”, afferma Mattis nella lettera di dimissioni consegnata alla Casa Bianca. Negli ultimi due mesi ben quattro membri dell’amministrazione Trump hanno dato le dimissioni o sono stati messi alla porta.

Attualmente in Afghanistan la presenza militare italiana prevede un impiego di 900 militari, 148 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei, suddivisi tra personale con sede a Kabul, e contingente militare italiano dislocato ad Herat presso il TAAC-W.

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20/04/2018

Siria - OPAC ferma, reporter USA smentisce l'attacco chimico

di Michele Giorgio il Manifesto

James Mattis voleva l’approvazione del Congresso al raid contro la Siria lanciato ‎sabato scorso dagli Stati Uniti. La richiesta del Segretario alla difesa però fu ‎respinta da Donald Trump, intenzionato a non attendere i tempi della politica e a ‎colpire Damasco subito in risposta al mai accertato attacco con armi chimiche su ‎Douma del 7 aprile, attribuito dall’opposizione siriana all’aviazione governativa. ‎Mattis comunque avrebbe strappato al presidente il sì a lanci di missili limitati a tre obiettivi, per evitare di colpire le postazioni russe in Siria. A scriverlo è stato il New ‎York Times rivelando il retroscena dell’attacco e le differenze in seno ‎all’Amministrazione sulla politica Usa nei confronti della crisi siriana. Il Pentagono ‎ha negato tutto bollando la rivelazione del Nyt come falsa. ‎

‎ La questione è di scarso rilievo. Ciò che conta è che Washington, assieme a Londra e Parigi, ha aggredito la Siria senza attendere la foglia di fico di una risoluzione Onu e senza permettere lo svolgimento di indagini per accettare cosa sia accaduto il 7 aprile. L’incertezza intanto si fa sempre più fitta mentre Trump, ‎Emmanuel Macron e Theresa May nei giorni scorsi parlavano di uso certo di armi ‎chimiche.

Dopo il giornalista britannico Robert Fisk che ha riferito di non aver ‎trovato a Douma conferme di un attacco con gas velenosi a danno della popolazione ‎civile, anche un reporter americano, Pearson Sharp, di One America News – ‎network tv conservatore che ha appoggiato la campagna elettorale di Trump – ha espresso forti dubbi. Sharp ha detto di aver intervistato dieci abitanti e nessuno di essi ha avvalorato la tesi di un lancio di ordigni con gas.

Sharp ha aggiunto di essere ‎entrato nel quartier generale di Jaysh al Islam, il gruppo jihadista finanziato ‎dall’Arabia Saudita che fino a qualche giorno fa aveva il controllo di Douma, ‎trovandoci migliaia di proiettili di mortaio e ingenti quantitativi di armi.‎


Tra lo scetticismo di Trump e dei suoi alleati, gli esperti dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) si dicono pronti a fare luce sull’accaduto. ‎Ma non hanno cominciato il loro lavoro. Giunti a Damasco il 14 aprile, aspettano ‎ancora il via libera dei responsabili della sicurezza delle Nazioni Unite per avviare ‎le indagini. Ieri il direttore dell’Opac, Ahmet Uzumcum, è stato perentorio quando ‎ha affermato che la missione diventerà operativa solo se le sarà consentito l’accesso ‎illimitato a tutte le aree di indagine. Peraltro ieri a Douma si sono sentiti degli spari e questo ha frenato ulteriormente il via libera degli uomini della sicurezza dell’Onu.

Ad alcuni chilometri di distanza da Douma, le forze armate siriane intanto hanno intensificato la pressione attorno al campo profughi palestinese di Yarmuk – la sua ‎popolazione in gran parte è fuggita negli anni passati – e ai vicini sobborghi di Hajar ‎al Aswad e Babila, fuori dal controllo governativo da sei anni e dal 2015 nelle mani ‎dei miliziani dello Stato islamico che qualche settimana fa sono entrati anche a ‎Qadam, sempre a ridosso di Damasco, abbandonato dai rivali qaedisti di an Nusra. ‎Sconfitti intorno alla capitale, i jihadisti hanno provato ieri a cogliere di sorpresa ‎l’esercito siriano a Quba al Kurdi, a sud di Hama, un’area strategica in ci sono ‎stanziate le forze governative e i miliziani. I combattimenti in quella zona ora sono ‎intensi.

Con il ritorno di una calma relativa in diverse aree del Paese, si accentua il rientro a casa dei siriani fuggiti in Giordania, Libano e Turchia. 462 rifugiati da anni ‎ospitati nella località meridionale libanese di Shabaa, ieri a bordo di autobus hanno ‎attraversato la frontiera e si sono diretti verso Beit Jinn, sulle pendici orientali delle ‎Alture del Golan occupate da Israele. ‎

Fonte

28/08/2017

Varsavia: “Meglio con l’SS Bandera che con Mosca”

La previsione era sin troppo facile. Se ancora pochissimi giorni prima del 24 agosto, qualche sparuta voce si levava a Varsavia contro la partecipazione di soldati della Trzecia Rzeczpospolita Polska alla parata militare a Kiev per l’anniversario della “indipendenza” ucraina, al suono dell’inno OUN-UPA di Bandera e Šuchevič, il Ministero della difesa polacco aveva fatto sapere che il dilemma riguardava solo l’ampiezza della partecipazione.

Detto fatto: a presenziare alla parata militare NATO e a rendere omaggio al Segretario alla difesa USA James Mattis, giunto a Kiev in qualità di gogoliano “Revisore generale” (autentico, però), c’era anche il Ministro della difesa polacco, Antoni Macierewicz, che ha assistito alla sfilata dei reparti NATO, accanto ai colleghi di Canada, Polonia, Gran Bretagna, Estonia, Lituania, Lettonia, Romania, Moldavia e Georgia; quest’ultima, aspirante al sacro titolo di membro dell’Alleanza atlantica. I più maligni, sostengono che non Petro Porošenko presiedesse la parata, ma il ben più alto “ospite” a stelle e strisce. Sarà per questo che non uno dei militari stranieri partecipanti alla parata, è stato sottoposto alla procedura del metal detector, a differenza di quelli ucraini: a tal punto Porošenko crede nella fedeltà delle sue forze armate.

Era ovvio che Varsavia, mettendo sul piatto della bilancia i 100.000 polacchi della Volinia trucidati dalle bande filonaziste di OUN-UPA nel 1943 e il fronte antirusso del 2017, non avrebbe avuto dubbi nel far pendere l’ago dalla parte del secondo. I contenziosi storici tra Varsavia e Kiev riguardano solo le moderne pretese economiche e territoriali e, di fronte al padrino americano, conta solo il presente e il ruolo che Polonia e Ucraina debbano rivestire per garantire gli interessi d’oltreoceano. 

D’altronde, è stato proprio Antoni Macierewicz che, a diverse riprese, ha sentenziato che i massacri di polacchi perpetrati in Volinia l’11 luglio del ’43 sarebbero stati “provocati dall’avanzata dell’Armata Rossa”; che “Bisogna comprendere che non ci sarebbe stato alcun 11 luglio, se non ci fosse stata l’aggressione sovietica del 17 settembre” e che ha addirittura attribuito alla Polonia “il merito di aver respinto il tentativo della Russia bolscevica di conquistare l’Europa” nel 1920. 

Ormai i rimpianti storici vengono lasciati a singoli gruppi nazionalisti, sia che si tratti degli squadristi ucraini di Svoboda, adirati per i “blasfemi” omaggi internazionali resi agli “Orlęta Lwowskieche” (gli aquilotti di Lwow) al cimitero Ličakivskij (Cmentarz Łyczakowski, per i polacchi) di L’vov, cui hanno preso parte rappresentanti polacchi, ucraini e statunitensi, sia che i loro corrispondenti polacchi parlino di una “data nera”, in relazione alla partecipazione alla parata del 24 agosto a Kiev. 

La sostanza vera è quella ribadita da Macierewicz, appunto, il 24 agosto, a Kiev: l’Ucraina è la prima linea di difesa europea dall’aggressione dall’est, per la qual cosa gli europei le debbono gratitudine. E Andrzej Talaga, su Rzeczpospolita, invita i polacchi a mettersi l’animo in pace con Bandera e far pace “col diavolo stesso”; il titolo del servizio è eloquente: “Meglio con Bandera che con Mosca”. Sembra che Rzeczpospolita abbia aperto per i polacchi l’ennesima “Finestra di Overton”, nota Balalaika24.ru: oltre alla verità storica, c’è una “verità strategica” e questa consiste nel fatto che la Polonia non deve respingere l’Ucraina banderista, se non vuole che questa diventi un “satellite di Mosca” e da ciò “abbia a soffrirne la posizione strategica della Polonia”. Quindi, “gli interessi di Stato sono al di sopra della morale”. 

Appena pochi giorni fa il leader di Prawo i Sprawiedliwość, Jarosław Kaczyński, aveva tuonato che “Con Bandera, l’Ucraina non entrerà mai nella UE”, al che il Ministro degli esteri, Witold Waszczykowski, aveva addolcito i toni, esortando i colleghi ucraini a riprendere i colloqui per addivenire a una “pacificazione” sulle questioni storiche. La sintesi “storico-morale” l’ha definita a Kiev il Ministro della difesa Macierewicz. In questo senso, nota Balalaika24.ru, l’Ucraina non deluderà le aspettative polacche: l’amicizia ucraino-polacca contro la Russia è cementata proprio dalle bandiere nero-rosse di Stepan Bandera. “La memoria delle vittime polacche in Volinia e Galizia” conclude Rzeczpospolita, “richiede che noi protestiamo energicamente, ma gli interessi statali ci obbligano a tacere e allacciare con Kiev rapporti quanto più stretti possibile”.

Così stretti che, scrive Novorosinform.org, secondo la polizia polacca, a oggi, ci sarebbero in Polonia oltre 2,5 milioni di lavoratori ucraini: un milione e mezzo in più delle cifre ufficiali e il 13% di tutta la forza lavoro polacca. Negli ultimi sette mesi, circa un milione di ucraini avrebbe fatto domanda di lavoro temporaneo in Polonia, i cui economisti sostengono che, per mantenere l’attuale tasso di crescita, il paese necessita di 5 milioni di migranti entro il 2050: ogni milione di migranti ucraini porta ulteriori 2 miliardi di euro l’anno al bilancio statale. Migranti ucraini occupati in Polonia per il 37,6% come domestici; per il 23,6% nell’edilizia e per il 19,3% nell’agricoltura, con salari medi di 2.100 zloty, cioè del 25-30% più bassi di quelli dei lavoratori polacchi. Trecento anni dopo la perdita dell’Ucraina, osserva Novorosinform, i “panowie” polacchi riportano sotto controllo la sedicente repubblica “indipendente” che, come trecento anni fa, si piega sotto la morsa della novella “szlachta” rosso-bianca.

Come che sia, Varsavia, sentendosi evidentemente le spalle coperte dall’amico americano, insiste nelle pretese estere e, sulla questione delle riparazioni di guerra, fa la voce sempre più grossa nei confronti sia di Mosca (in questo, seguita dalla Lituania, che però da 20 anni non sa decidersi sull’ammontare delle richieste) che di Berlino. Dopo che il Ministro degli esteri Witold Waszczykowski aveva proclamato che l’Urss, insieme alla Germania, “porta la responsabilità per lo scatenamento della Seconda guerra mondiale” – tacendo ovviamente di come, nel 1934, lo Państwo Polskie della 2° Rzeczpospolita di Józef Piłsudski si fosse accordato con il Drittes Reich hitleriano per spartirsi l’Urss; ma gli era andata male – e il suo collega alla Difesa, Antoni Macierewicz, sulla storia delle riparazioni, aveva messo sul tavolo il gioco delle tre carte DDR-Polonia-Germania, non meraviglia che il 24 agosto, a Kiev, a celebrare la “indipendenza” ucraina, ci fosse sì Macierewicz, ma non Ursula von der Leyen e, tra i reparti NATO che sfilavano sulla Khreščatik, non ci fossero quelli tedeschi. 

Se i portavoce governativi di Berlino hanno più volte ribadito che la Germania riconosce la propria responsabilità storica negli aspetti politici, morali e finanziari, ma che, comunque, il problema delle riparazioni è definitivamente risolto (ci si riferisce evidentemente all’accordo tedesco-polacco del 1990) sia politicamente che giuridicamente, a Varsavia si continua a dire che la Polonia non ha mai rinunciato alle compensazioni tedesche e chi la pensa diversamente, ha tuonato il gemello Jarosław Kaczyński, si sbaglia. Si è arrivati al punto che Rzeczpospolita ha rivisitato a modo suo il macabro slogan nazista: “Le riparazioni rendono liberi”.

Sarà un caso, ma le cronache raccontano del Ministro degli esteri sassone Sigmar Gabriel che, su tuitter, pare abbia inviato a Kiev un messaggio di auguri che terminava con il saluto dell’OUN-UPA, oggi di moda tra i nazisti ucraini, “Gloria all’Ucraina”. 

Vedremo presto come lo interpreteranno a Varsavia. 

24/08/2017

L’ostaggio Trump, nella giunta militare di Goldman Sachs

Nel mondo del capitalismo multinazionale reale non c’è spazio per i Mule (mitico personaggio della quadrilogia della Galassia Centrale, di Isaac Asimov). Non c’è insomma possibilità che arrivi una “testa matta”, espressione diretta di una parte consistente della società programmaticamente esclusa dalla “stanza dei bottini” (non è un refuso...), e realizzi il programma politico per cui è stato eletto.

Trump è un nazionalista di destra, valvola di sfogo – tra l’altro – dell’America bianca e razzista, ma la sua parabola illustra (con le dovute differenze, certo) quel che sarebbe accaduto a Bernie Sanders, se non fosse stato fermato assai prima dall’establishment “democratico” (grazie a un sistema di “grandi elettori” che permette di annullare in buona parte i voti dei partecipanti alle primarie).

Del resto, che gli Stati Uniti – col potenziale economico e di fuoco militare che hanno – possano essere politicamente “contendibili” secondo le regole della democrazia astratta è sempre stata una pia illusione. Ma comunemente accettata come narrazione credibile; anzi, un vero e proprio modello universale valido per tutti i paesi e tutte le culture (una forma particolarmente ideologica di imperialismo, che ignora ed azzera decenni di studi antropologici).

L’elezione di Trump e il suo progressivo confinamento – ripetiamo: quella di Sanders avrebbe avuto lo stesso destino, anche se espressione di un blocco sociale in buona parte diverso e con un altro sistema di valori – dimostra la potenza immanente, istituzionalizzata, performante i dispositivi statuali federali, di un’aggregazione di poteri che non ammette deviazioni significative sulla base della sola forza elettorale.

Con la cacciata anche di Steve Bannon è diventato evidente a tutti che Trump, lungi dall’essere quello che pretende di essere, è di fatto un prigioniero nel Palazzo. Ci potrà restare – l’ipotesi impeachment è scomparsa dai media, resta confinata in un percorso istituzionale contorto ma sempre accelerabile, se necessario – anche fino alla fine del mandato, ma senza poteri effettivi. Pura rappresentazione “twittata” di un potere politico ridotto a sceneggiata.

Uno degli analisti che fin dall’inizio aveva colto la “novità Trump”, sottraendosi al pensiero binario dominante (“sei favorevole o contrario”?), si prende giustamente beffe di quanti – qui in Italia, completamente fuori dai giochi – si sono spesi in una ridicola campagna comunicativa “pro establishment”, scambiando i propri film per realtà politica. Con il risultato di star ora lì ad applaudire l’opera di normalizzazione di una giunta militare diretta da banchieri d’affari. Anzi, da una sola banca che porta il nome di Goldman Sachs.

Quando parliamo di “sinistra rosè” o di stupidità complice, di tifoseria che ignora le regole del gioco, alzate lo sguardo su questo idilliaco quadretto...


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La presidenza Trump è finita (ammesso che sia mai cominciata)

Di fatto The Donald risulta commissariato da Wall Street e dal Pentagono. L’attuale politica Usa (finanza forte e interventismo militare) è l’esatto contrario di quanto promesso in campagna elettorale

Fulvio Scaglione
da http://www.linkiesta.it 

Sarà pure un neofascista-razzista-diffusore di fake news, però Steve Bannon, lo stratega della vittoria più clamorosa nella storia delle elezioni presidenziali americane, ha ragione: con il suo licenziamento è ufficialmente finita la presidenza di Donald Trump. Quella, almeno, per cui gli elettori spuntati dalla penombra dell’America profonda avevano votato: nazionalista in economia, isolazionista, attenta alle ragioni dei lavoratori, meno disposta a fare, con gli esiti che conosciamo, il gendarme (spesso non richiesto) del mondo.

Si può certamente discutere di tale apparato ideologico, negargli qualunque valore di novità, e persino considerare l’arrivo di Trump una disgrazia epocale. Siamo in democrazia, perbacco. Ed è lecito anche chiedersi se tale “presidenza Trump”, tra i pasticci del Donald, l’opposizione del Partito democratico, l’ostilità di una parte del Partito repubblicano e il boicottaggio dello Stato profondo, sia mai cominciata.
Però, se fossimo nei panni dei tanti benintenzionati che hanno scambiato Trump per il demonio e il suo arrivo sulla scena per la fine del mondo, adesso ci faremmo qualche domanda.

Alla Casa Bianca, adesso, comandano due gruppi del tutto complementari. Il primo è quello dei boss di Goldman Sachs, la banca d’affari che nel 2008 contribuì a innescare la crisi finanziaria che poi ebbe ripercussioni in tutto il mondo. Non lo dico io, lo ammise Lloyd Blankfein, all’epoca amministratore della banca, che nel 2010 ha dichiarato durante un’intervista alla Cnn: “Abbiamo contribuito allo scoppio della bolla che ha portato alla crisi, finanziando progetti immobiliari con un livello di indebitamento troppo elevato”.

Goldman Sachs era stata anche uno dei principali donatori per la campagna elettorale di Barack Obama nel 2007 e 2008, con un milione di dollari tra donazioni dirette dell’istituto e donazioni dei suoi dirigenti. Ovviamente si tratta di un caso ma nel 2010, con Obama presidente, il Dipartimento di Giustizia ritenne di non avere “basi adeguate” per perseguire per truffa la banca e i suoi dirigenti a proposito dello sfacelo finanziario del 2008, nonostante che il rapporto della speciale Commissione d’inchiesta del Congresso, presieduta dal senatore democratico Carl Levin, sostenesse esattamente il contrario.

La banca nel 2008 fu salvata da un bail out finanziato con 10 miliardi di dollari dei contribuenti americani. Ora, nella Casa Bianca del Donald Trump evirato, il Consiglio economico nazionale ha come direttore Gary Cohn, che fu il vice di Lloyd Blankfein, mentre il ministro del Tesoro è Steven Mnuchin, che di Goldman Sachs fu chief information officer. In pratica, la politica economico-finanziaria degli Usa è oggi sotto la loro tutela.

Bel colpo, no? Anche perché l’altro gruppo dominante è quello dei generali. John Kelly, già capo della Sicurezza interna, è da qualche tempo capo di gabinetto della Presidenza, e sta silurando tutti i trumpiani della prima ora come Bannon. Poi c’è James Mattis al Pentagono come ministro della Difesa. E per finire Herbert Raymond McMaster come consigliere per la Sicurezza nazionale. Per dare un’idea: era dai tempi di Richard Nixon, cioè della guerra in Vietnam, che non c’era un militare nel ruolo di capo di gabinetto.

Ecco, la domanda è: ma davvero ci sentiamo meglio ora che gli Usa sono diretti da un pugno di banchieri e di generali? Le conseguenze già si vedono. Bannon è stato cacciato dopo aver detto che l’idea di una missione militare contro la Corea del Nord era insostenibile. Cosa che tutti pensano, perché bombardare il cortile sul retro della Cina non è una grande idea, ma che forse non piaceva alla lobby militare. Poi Trump ha deciso di spedire altri 4 mila soldati Usa in Afghanistan, a proseguire un disastro che da sedici anni si perpetua senza prospettive.

L’ondivago Obama prima aveva potenziato la missione, portando fino a 95 mila il numero dei soldati negli anni tra il 2010 e il 2013; poi aveva concluso il secondo mandato presidenziale con promesse di ritiro totale. La nuova Casa Bianca si rimette sulla stessa strada, come se non fosse successo niente.

Piacerebbe sapere che cosa pensano, adesso, i famosi liberal americani, quelli delle marce per la pace e il progresso. Devono essere gli unici a non capire che finanza e militari non sono ricomparsi insieme per caso ma perché da decenni, sotto l’ombrello ideologico neo-con (dove “con” sta per conservatori, anche quelli del Partito democratico), sono la testa e il braccio di un unico genere di globalizzazione, quella che fa gli interessi degli Usa e delle grandi compagnie transnazionali, e che si incarica di spianar loro la strada spianando questo o quel Paese che non risulta allineato.

Alla fine, con le manifestazioni, i cartelli e tutto l’ambaradan, questa brava gente preoccupata per le sorti della democrazia ha dato una mano affinché i finanzieri che hanno speculato e si sono poi salvati a spese dei risparmi della piccola e media borghesia e i generali di imprese come l’Afghanistan e l’Iraq potessero riprendersi tutto, ma proprio tutto il potere. Donald Trump e i suoi saranno pure stati un disastro. Ma di che cosa dovremmo essere contenti, adesso?

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13/07/2017

L’Italia disponibile a inviare militari anche in Siria

Nell’intervista rilasciata a La Stampa lo aveva solo accennato, ma dopo l’incontro al Pentagono con il collega americano James Mattis, la ministra della Difesa Roberta Pinotti ha fatto sapere che non solo “l’Italia aiuterà la stabilizzazione di Mosul, addestrando le milizie che hanno liberato la città per inquadrarle in forze regolari” ma che “è pronta a fare lo stesso a Raqqa, in Siria, quando la capitale del Califfato sarà caduta”.

Come è noto il governo italiano ha già inviato 600 militari a Mosul, ufficialmente per proteggere i lavori alla diga affidati ad una azienda italiana. “Noi finora abbiamo scelto di essere in Iraq perché c’è una risoluzione Onu e una richiesta del governo legittimo”. Ma la vera e inquietante novità – con parecchi problemi che si andrebbero ad aprire – è il possibile invio di militari italiani anche in Siria. “In Siria il mandato Onu di sconfiggere il terrorismo esiste, ma la situazione politica è confusa, non tutti considerano il governo legittimo, e l’autorità locale non è riconosciuta. Questi paletti noi li manterremo” ha detto la Pinotti, precisando che “per allargare la nostra azione a Raqqa bisognerà vedere se si chiarisce la questione politica in Siria, quali truppe addestrare, e su che base. Nell’ambito di una possibile chiarificazione delle condizioni, le forze in campo, e il percorso politico, potremmo valutare un contributo”.

Nell’incontro con il segretario alla Difesa Usa Mattis, “Abbiamo analizzato tutti gli scenari – ha proseguito la ministra – La crisi del Golfo, l’Arabia Saudita, il Qatar, la questione Corea del Nord. Quindi Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. Un ragionamento a 360 gradi”.

Da questo elenco ovviamente manca lo Yemen dove l’Arabia Saudita sta bombardando pesantemente con le armi imbarcate e spedite proprio dall’Italia (dal porto di Domusnovas, in Sardegna, ndr).

La disponibilità del governo italiano a inviare militari anche in Siria (oltre a quelli in Afghanistan, Iraq, Libia, Libano, Kosovo), ripropone la questione delle missioni militari all’estero, non solo costose ma con regole di ingaggio e accordi internazionali sempre più risibili e discutibili. Una pagina che andrebbe chiusa al più presto dal Parlamento.

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15/05/2017

Gli Stati Uniti confermano il sostegno alla Turchia nella lotta contro il PKK

Un funzionario statunitense giovedì ha dichiarato alla Reuters che gli USA stanno cercando di rafforzare la cooperazione di intelligence con la Turchia per sostenere la sua lotta contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Il funzionario ha riferito che il segretario alla Difesa Jim Mattis ha dichiarato al primo ministro turco Binali Yildirim che Washington è impegnata a proteggere il suo alleato della NATO, anche contro minacce come il PKK.

Lo sforzo potrebbe essere un tentativo di lenire la disapprovazione della Turchia per la fornitura di armamenti da parte degli Stati Uniti alle forze curde in Siria nella lotta contro lo Stato Islamico (IS).

Lunedì il presidente Donald Trump ha approvato un piano del Pentagono per fornire armi e munizioni alle Unità di Protezione del Popolo (YPG) per aiutarle nella loro lotta per riprendere la città di Raqqa, capitale de facto dell'ISIS. Tuttavia, la Turchia vede la YPG come un’estensione del fuorilegge PKK, che dal 1984 combatte nel sud-est della Turchia.

Tuttavia, gli Stati Uniti ha annunciato di voler aumentare le capacità di ciò che è noto come un “centro di fusione di intelligence” ad Ankara per aiutare i funzionari turchi a meglio identificare e tracciare i combattenti del PKK. Secondo il funzionario degli Stati Uniti, il piano potrebbe finire per raddoppiare la capacità del centro di intelligence con l’aggiunta di ulteriori risorse degli Stati Uniti, come droni e altre funzionalità.

La condivisione estesa delle informazioni offrirà un’importante incremento della sicurezza nazionale per la Turchia.

Gli Stati Uniti non riconoscono pubblicamente la relazione tra i vari gruppi curdi. Gli Stati Uniti guardano alle YPG come un partner efficace e prezioso nella lotta contro i militanti di ISIS nel nord della Siria.

Mercoledì scorso, Mattis ha espresso fiducia in merito al fatto che Stati Uniti sarebbero in grado di risolvere le tensioni con la Turchia per quanto riguarda la decisione di armare i curdi, affermando: “Lavoreremo su qualsiasi delle preoccupazioni.” Il 16 maggio è previsto che la Casa Bianca ospiterà il presidente Recep Tayyip Erdogan.

La visita, secondo la Casa Bianca, permetterebbe ai due leader di rafforzare le loro relazioni bilaterali e approfondire ulteriormente la cooperazione per affrontare il terrorismo in tutte le sue forme.

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21/02/2017

Iraq - Al via l'offensiva per Mosul ovest

È iniziata ieri l’offensiva dell’esercito iracheno per la conquista della parte occidentale di Mosul ancora sotto il controllo dell’autoproclamato Stato Islamico (Is). Ad annunciare il via alle operazioni è stato il premier Haider al-Abadi sulla tv nazionale. Usando l’acronimo arabo invece di Is, il primo ministro ha detto che le forze irachene si stanno muovendo “per liberare per sempre il popolo di Mosul dall’oppressione di Daesh e dal terrorismo”. “Questa è l’ora zero, stiamo per terminare questa guerra, se Dio vuole” gli ha fatto poi eco l’ufficiale iracheno Mahmoud Mansour impegnato in queste ore in prima linea nei combattimenti.
 
Baghdad aveva dichiarato Mosul est “completamente liberata” lo scorso mese dopo tre mesi di combattimenti violenti. Ciononostante, la situazione è tutt’altro che pacificata anche in quest’area: nella sola giornata di ieri si sono registrati due attacchi suicidi. Un portavoce militare dell’esercito iracheno, il Brigadier Generale Yahya Rasoul, ha confermato gli attentati (rivendicati subito dall’Is) e ha detto che il loro obiettivo sono state, nel primo caso, le tribù sunnite alleate di Baghdad dispiegate nel quartiere di Zihoour e, nel secondo, le truppe irachene presenti nell’area di Nabi Yunis. Non è chiaro però quante persone siano rimaste uccise. Secondo alcuni ufficiali che hanno preferito restare anonimi, il primo attacco avrebbe causato l’uccisione di un combattente sunnita e il ferimento di nove persone, mentre nel secondo attentato sarebbero rimasti feriti cinque soldati.

L’offensiva iniziata ieri è molto complessa: la zona occidentale di Mosul infatti ha strade strette ed è densamente popolata. Il rischio per i civili è altissimo: le Nazioni Unite hanno già detto che centinaia di migliaia di civili intrappolati nell’area sud ovest della città si trovano “a rischio estremo” e hanno a disposizione scarse quantità di cibo, acqua, carburante ed elettricità. Le operazioni militari hanno fatto registrare primi incoraggianti successi per il governo al-Abadi: le truppe irachene hanno ripreso il controllo di 15 villaggi occupati nel 2014 dall’Is. Un alto ufficiale delle Forze di risposta rapida del Ministero degli interni, Abbas al-Juburi, ha riferito ieri alla stampa che i militari, guidati dalle unità della polizia federale, sono avanzati senza incontrare significativa resistenza nei villaggi a sud di Mosul in direzione dell’aeroporto. Un altro reparto dell’esercito, fa sapere il ministero degli interni, si sarebbe mosso invece verso il villaggio di Bakhira, sempre nell’area sud ovest della città. Le operazioni di terra stanno avvenendo anche grazie alla copertura aerea della coalizione internazionale a guida statunitense che nella sola giornata di sabato ha compiuto in città nove raid contro il “califfato”.

Un ruolo di primo piano nell’offensiva anti-Is lo stanno svolgendo anche le truppe speciali americane che, secondo quanto ha riferito il Comando centrale Usa, sono impegnate direttamente nelle operazioni belliche in sostegno delle truppe irachene. Accanto al numero (per ora imprecisato) di combattenti a stelle e strisce, non va dimenticato che diverse migliaia di militari statunitensi (oltre 5.000) sono presenti sul territorio iracheno per fornire sostegno logistico e addestramento alle truppe locali.

A confermare la presenza americana nei combattimenti è stato ieri anche il Segretario alla Difesa Usa James Mattis. Nel corso di una visita a sorpresa compiuta oggi in Iraq, Mattis ha poi provato a tranquillizzare gli iracheni: contraddicendo il presidente Donald Trump, l’alto ufficiale statunitense ha dichiarato che “gli Usa non intendono prendersi il petrolio iracheno”. “Penso che tutti noi in questa stanza e tutti noi in America – ha aggiunto – paghiamo il nostro gas e il petrolio e sono sicuro che continueremo a farlo nel futuro”. Le parole di Mattis stridono con le intenzioni di Trump il quale, sia durante la sua campagna elettorale che nel corso di un incontro avuto lo scorso mese alla Cia, aveva usato tutti altri toni. Parlando all’Intelligence, il neo presidente era stato infatti chiaro: “le spoglie appartengono al vincitore, pertanto dovremmo mantenere il petrolio”.

Trump ha però anche ribadito che sconfiggere l’Is è una priorità della sua amministrazione. Un impegno riconfermato anche durante il suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca quando ha promesso che sradicherà “completamente il terrorismo islamico dalla faccia della terra”. Parole che hanno avuto una prima applicazione concreta lo scorso 28 gennaio quando ha dato a Mattis e a 30 alti ufficiali statunitensi l’ordine di presentare entro 30 giorni un piano anti-Is sia in Iraq che in Siria.

Mattis, per ora, preferisce temporeggiare affermando che non discuterà con gli alleati iracheni di questioni specifiche. L’obiettivo, afferma, è raccogliere prima informazioni. Negli ambienti militari statunitensi le operazioni sul tavolo sono innanzitutto addestrare e sostenere maggiormente le truppe locali e i gruppi siriani “moderati” aumentando nello stesso tempo il lavoro d’intelligence. Il Pentagono preme anche per avere più libertà nel decidere le modalità di lotta al califfato. In Siria, ad esempio, c’è chi suggerisce di mandare altre truppe americane (tra cui anche unità di combattimento) soprattutto in vista di un imminente assalto su Raqqa, la “capitale” siriana dello Stato Islamico. Un’altra questione al momento in stand by è poi se offrire armi e veicoli ai curdi siriani e se poterli addestrare. Da un lato, infatti, le Ypg curde si sono rivelate di gran lunga la forza migliore e più affidabile per sconfiggere l’Is. Dall’altro, però, ci sono le proteste rumorose della Turchia, alleato chiave Usa e della Nato, che le considera un gruppo terroristico.

Mentre prosegue l’offensiva nella zona ovest di Mosul, le Nazioni Unite lanciano l’allarme per i civili rimasti intrappolati in città. Secondo il Palazzo di Vetro quasi la metà dei negozi alimentari è chiusa, i prezzi del cherosene e del gas da cucina sono aumentati a dismisura e molte famiglie starebbero bruciando pezzi di legno, mobili, plastica e immondizia per riscaldarsi. “La situazione è angosciante” ha commentato laconicamente Lise Grande, coordinatrice umanitaria per l’Iraq dell’Onu. Secondo le agenzie umanitarie tra i 250.000 e i 400.000 civili potrebbero scappare dalla città a causa dell’offensiva. L’Onu ritiene che 750.000 persone siano ancora nella zona occidentale di Mosul.

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11/12/2016

Quella di Trump sta diventando una “giunta militare”

Che gli Stati Uniti abbiano un gradimento particolare per le giunte militari, i paesi dell’America Latina lo hanno imparato sulla propria pelle. E ad essere sinceri anche l’Iran, l’Indonesia o la Grecia furono vittime di colpi di stato militari sostenuti dagli Usa. Ma che questo criterio arrivasse fino all’amministrazione presidenziale degli Stati Uniti sta diventando una novità decisamente inquietante.

Nella nuova amministrazione di Trump sono stati nominati in posti chiave tre generali in pensione: il segretario alla Difesa (James Mattis), il segretario alla Sicurezza interna (John Kelly) e il consigliere per la sicurezza nazionale (Michael Flynn). Adesso pare che Trump possa scegliere l'ammiraglio James Stavridis o il generale David Petraeus come Segretario di Stato (in pratica il ministro degli esteri) portando così a quattro il numero dei segretari con le stellette. Trump ha messo insieme il proprio staff presidenziale con il maggior numero di militari e civili dalla seconda Guerra mondiale, escludendo dunque politici di professione e tecnici o esperti di una materia. Bush aveva voluto il generale Powell come Segretario di Stato (quello delle provette false agitate all’Onu come prova delle armi chimiche dell’Iraq). L’agenzia Askanews riporta il servizio di un giornale ben informato di Washington (“Politico”) secondo il quale alcuni confidenti e amici di Trump confermano come i militari abbiano un importante ascendente sul presidente eletto. In particolare il gen. Patton, uno dei protagonisti della Seconda Guerra Mondiale ma anche di diverse pellicole hollywoodiane. Nominando il gen. Mattis al Pentagono, Trump lo ha così definito: "Dicono sia la cosa più vicina al generale George Patton che abbiamo, ed era ora".

Secondo alcune fonti il numero di generali nella amministrazione Trump potrebbe salire addirittura a cinque, visto che Petraeus – qualora non venisse nominato a Segretario di Stato – potrebbe essere scelto per guidare l'intelligence.

Ma anche sul piano “civile” Trump sta nominando personaggi ben dentro il mondo del business a posti chiave. Lui che in campagna elettorale si era presentato come l’incubo di Wall Street e della finanza protetta da Hillary Clinton ha scelto due finanzieri miliardari, Steven Mnuchin e Wilbur L. Ross, come segretari al Tesoro e al Commercio. Infine anche sulla Giustizia la scelta si è rivelata tra le più fetide. Il segretario alla Giustizia sarà infatti Jeff Sessions, senatore dell’Alabama favorevole all’espulsione degli immigrati irregolari, contrario all’aborto ed ai matrimoni fra omosessuali. Le sue venature razziste, gli sono costate in passato il posto di giudice federale.

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25/11/2016

Casa Bianca, arrivano i barbari

di Michele Paris

L’appello all’unità della nazione lanciato in occasione del giorno del Ringraziamento da Donald Trump è solo il più recente sforzo del presidente eletto degli Stati Uniti di superare le divisioni e i toni più estremi da lui tenuti nel corso della campagna elettorale. Questo è per lo meno ciò che viene spiegato dalla stampa ufficiale americana, assecondata da un Partito Democratico che ha dimenticato in fretta le feroci critiche rivolte al miliardario newyorchese prima del voto, così come gli avvertimenti circa la catastrofe che avrebbe investito il paese in caso di un suo insediamento alla Casa Bianca.

Da ormai due settimane, tra gli oppositori di Trump lo shock del suo successo ha lasciato il posto per lo più a promesse di collaborazione, sforzi per garantire una transizione senza scosse, come ha affermato di voler fare Obama, e al massimo impegni ad attendere le prime iniziative del neo-presidente prima di esprimere un giudizio nei suoi confronti.

Questo atteggiamento accomodante contrasta con il profilo dei membri che Trump ha già scelto per occupare alcune posizioni all’interno della sua nascente amministrazione e con quello di molti altri che sono in fase di valutazione e che potrebbero ricevere un qualche incarico a breve.

Alla settimana scorsa risalgono le nomine a ministro della Giustizia (“Attorney General”) del senatore dell’Alabama, Jeff Sessions, a direttore della CIA del deputato del Kansas, Mike Pompeo, e a consigliere per la sicurezza nazionale del generale in pensione, Michael Flynn. Tutti e tre sono attestati su posizioni di estrema destra e, visti i ruoli che andranno a ricoprire nel prossimo futuro, lasciano intravedere un’involuzione reazionaria nell’ambito della politica estera, della sicurezza nazionale e dei diritti democratici sul fronte domestico.

Sessions è uno dei senatori considerati più a destra della camera alta del Congresso di Washington ed è stato il primo tra i suoi colleghi Repubblicani a sostenere Trump in campagna elettorale. Più volte autore di commenti apertamente razzisti durante la sua carriera giuridica e politica, nel 1986 Sessions era stato proprio per questa ragione uno dei pochissimi nominati alla carica di giudice federale nella storia degli Stati Uniti a essere bocciato dalla commissione Giustizia del Senato, oltretutto a maggioranza Repubblicana.

Pompeo, da parte sua, ha sempre manifestato la propria approvazione sia per i metodi di tortura utilizzati dall’agenzia che andrà a dirigere negli interrogatori di presunti terroristi dopo l’11 settembre, sia per la sorveglianza indiscriminata delle comunicazioni elettroniche dei cittadini condotta dalla NSA. Flynn, infine, è un fanatico anti-islamico, rimosso nel 2014 da Obama dall’incarico di direttore dei servizi segreti militari per l’imbarazzo e il caos provocati dalle sue convinzioni.

La scelta di questi individui aveva fatto seguito all’ingresso alla Casa Bianca come “stratega” presidenziale di Stephen Bannon, ex direttore del sito web di ultra-destra, Breitbart News, e con legami ben documentati con gli ambienti fascisti del suprematismo bianco.

Le nomine più recenti di Trump sono state accolte invece dalla gran parte dei media d’oltreoceano come un tentativo di diversificare gli orientamenti ideologici della sua amministrazione oppure di offrire posizioni di rilievo a donne, dopo che in campagna elettorale si era alienato molte americane a causa delle varie denunce di molestie sessuali che erano emerse.

In realtà, finora i prescelti di entrambi i sessi da Trump continuano ad avere sostanzialmente in comune posizioni di destra, se non di estrema destra. La prossima ambasciatrice USA alle Nazioni Unite sarà ad esempio la governatrice della South Carolina di origine indiana, Nikki Haley, la quale, oltre a non avere nessuna esperienza nell’ambito degli affari internazionali, è una convinta anti-abortista e nel suo attuale incarico ha promosso politiche fiscali ed economiche improntate all’austerity più estrema e al taglio dei servizi pubblici.

Ancora più preoccupante è stata poi la nomina a ministro dell’Educazione di Betsy DeVos, miliardaria ed ex numero uno del Partito Repubblicano in Michigan che ha dedicato la propria vita alla distruzione della scuola pubblica nel suo stato. Anche la stampa americana “mainstream” in questi giorni ha insistito sulle sue attività volte alla promozione delle cosiddette “charter schools”, ovvero scuole private a fini di lucro sovvenzionate con denaro pubblico, e al contenimento dell’attività sindacale degli insegnanti nel settore pubblico.

Betsy DeVos, sorella di Erik Prince, fondatore di Blackwater, la famigerata compagnia che offriva servizi di sicurezza al governo americano in teatri di guerra, nonostante come Nikki Haley abbia talvolta espresso giudizi critici nei confronti di Trump nei mesi scorsi, minaccia di mettere in atto le idee di quest’ultimo in ambito scolastico, fondate sul trasferimento di fondi pubblici agli istituti privati, tramite ad esempio l’erogazione di “voucher” agli studenti che scelgono di frequentarli.

Già nelle prossime ore potrebbero arrivare altre nomine per ricoprire importanti incarichi nell’amministrazione Trump e le prospettive non appaiono migliori. Per il dipartimento della Difesa, il neo-presidente sta valutando, tra gli altri, l’ex generale dei Marines, James Mattis.

Alto ufficiale con incarichi di comando in Iraq e in Afghanistan, Mattis ha mostrato più volte la propria predisposizione al fanatismo ed è associato a numerosi massacri di civili, come le battaglie di Fallujah nel 2004 e, nello stesso anno, il bombardamento su una festa di nozze nella località irachena di Mukaradeeb che fece più di 40 vittime, tra cui 13 bambini.

Più in generale, Trump si è consultato in queste due settimane con svariati ex generali, offrendo probabilmente ad alcuni di loro incarichi governativi. Ciò conferma, al di là di quelle che saranno le scelte definitive, come la nuova amministrazione intenda orientare le proprie iniziative verso un marcato militarismo, con buona pace di quanti si attendono una de-escalation dell’impegno americano all’estero.

Nonostante la prevedibile piega che sta prendendo il processo di transizione di Trump verso la Casa Bianca, come già anticipato, molti esponenti Democratici hanno manifestato aperture nei suoi confronti, soprattutto in merito al piano di costruzione di infrastrutture per centinaia di miliardi di dollari che era al centro della sua campagna elettorale.

Anche se molti “liberal” sostengono di avere trovato un importante punto in comune con il populismo trumpiano, il suo non è un progetto di lavori pubblici che ricordi il New Deal di Roosevelt, ma prevede piuttosto massicce sovvenzioni a imprese private che saranno le principali beneficiarie delle opere che verranno eventualmente realizzate.

Il Partito Democratico sostiene inoltre di poter trovare un’intesa con la nuova amministrazione Repubblicana sulle misure di “nazionalismo economico” propagandate da Trump. La “sinistra” Democratica e i sindacati sono ad esempio sulla stessa lunghezza d’onda del presidente eletto per quanto riguarda la lotta ai trattati di libero scambio, accusati di avere causato l’emorragia di posti di lavoro dagli Stati Uniti negli ultimi decenni. Poca attenzione viene però prestata al pericolo di scatenare una guerra di dazi con gli altri paesi, conseguenza inevitabile del protezionismo propagandato da Trump.

Oltre alla necessità di serrare i ranghi nella classe dirigente americana per far fronte alle tensioni sociali che attraversano il paese, è anche l’illusione di poter lavorare con Trump in questi e altri ambiti ad aver probabilmente convinto i leader Democratici ad astenersi, se non in rare occasioni, dal fare riferimento al margine di vantaggio di Hillary Clinton nel voto popolare. Cosa che avrebbe potuto mettere in dubbio la legittimità dell’agenda reazionaria che si prospetta a partire da gennaio.

Malgrado abbia perso il voto dei “collegi elettorali”, su cui si basano le presidenziali negli Stati Uniti, l’ex segretario di Stato di Obama ha raggiunto un margine di due milioni di voti su Trump quando mancano ancora centinaia di migliaia di schede da scrutinare in stati come la California. Questo risultato è senza precedenti nella storia americana, visto che, tra la manciata di elezioni nelle quali il candidato vincente ha perso il voto popolare, il margine più grande era stato registrato nel 2000, quando Al Gore ottenne circa 540 mila consensi in più di George W. Bush.

L’atteggiamento di deferenza nei confronti di Trump, a fronte della deriva a destra che fa prevedere la selezione dei membri della sua amministrazione, è apparso particolarmente evidente nei giorni scorsi da due episodi che hanno coinvolto i media americani.

Trump si è recato martedì presso la sede del New York Times, cioè il giornale che aveva condotto la battaglia più dura contro la sua candidatura durante la campagna elettorale, giungendo spesso a distorcere i fatti riportati per favorire Hillary Clinton. L’incontro tra il presidente eletto e l’editore e alcuni reporter del giornale newyorchese è stato fin troppo cordiale e non ha toccato le questioni più scottanti relative a Trump, in linea con il proposito fatto recentemente ai lettori di seguire in futuro le vicende politiche in maniera più “equilibrata”.

In precedenza, lo stesso Trump aveva invece convocato nella sua residenza di New York dirigenti e principali “anchormen” dei più importanti network privati nazionali di notizie (ABC, CBS, CNN, FoxNews, MSNBC e NBC), verosimilmente per lamentarsi delle critiche rivolte da molti di loro nei suoi confronti e forse per dare indicazioni sulla copertura giornalistica della nuova amministrazione.

L’evento è decisamente senza precedenti in una democrazia e sembra essere stato caratterizzato da furiose invettive da parte di Trump contro i presenti. Frammenti della discussione sono filtrati solo in forma anonima per essere riportati da alcuni giornali, mentre nessuno dei partecipanti all’incontro si è fatto alcuno scrupolo per l’accaduto, decidendo di rispettare il vincolo di segretezza invece di denunciare gli attacchi del neo-presidente contro quella che dovrebbe essere ancora a tutti gli effetti una stampa libera e indipendente.

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