A conclusione del Consiglio Affari Esteri della UE, l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha lanciato una dura accusa alla Russia: “oltre novemila attacchi chimici proibiti sono stati registrati dall’inizio della guerra in Ucraina” da parte di Mosca. Questi attacchi si sarebbero inoltre intensificati mostrando, a suo avviso, la mancata volontà di Putin di sedersi davvero a un tavolo di pace.
Sarebbero state le intelligence di Germania e Olanda a raccogliere e a verificare i dati al riguardo. Si tratterebbe dunque di una verifica, a suo modo di vedere, ‘indipendente’ da Kiev. Ma giudicare i servizi segreti dei paesi europei come parte non in causa è impossibile, mentre una dichiarazione del genere sembra ricordare la famosa falsa provetta di armi chimiche sventolata da Colin Powell all'ONU.
Bisogna dire che non è la prima volta che viene lanciata un’accusa del genere a Mosca. A dicembre il tenente generale Igor Kirillov era stato ucciso in un attentato orchestrato dal Servizio di sicurezza ucraino (SBU). Il giorno prima era stato condannato in contumacia per 5 mila casi di utilizzo di granate e droni equipaggiati con sostanze chimiche irritanti vietate dalle convenzioni internazionali.
Anche il Dipartimento di Stato USA aveva formulato accuse simili, e Kirillov era stato posto sotto sanzioni da Canada e Regno Unito. Non si tratta, insomma, di una novità nel panorama della guerra ucraina. Il fatto che venga ritirato fuori ora non è perciò uno scandalo, ma di certo assolve ad almeno altri due obiettivi, che poco hanno a che vedere con le armi chimiche in sé.
Tralasciando momentaneamente se sia vero o meno l’utilizzo di tali strumenti, ma tenendo ben presente che non è stata rilasciata alcuna ulteriore specifica (cosa che solleva dubbi, dunque, su quali siano queste armi chimiche), la UE si trova di fronte al rilancio del tentativo di Trump di trovare un’intesa con Putin per chiudere il conflitto, cosa che Bruxelles non vuole assolutamente.
C’è un margine di 50 giorni per far sì che qualsiasi passo avanti salti, garantendo così alla UE la continuazione di una guerra in cui si è imbarcata e che ormai è diventata strumento del proprio riarmo. La stessa Giorgia Meloni ha sottolineato che il presidente russo ignora la mano tesa del tycoon. Annunciare l’uso di armi chimiche vuole dunque irrigidire l’opinione pubblica di fronte a qualsiasi trattativa.
Il secondo motivo risiede nel veto posto da Slovacchia e Ungheria, allo stesso Consiglio Affari Esteri dell’annuncio di Kallas, all'adozione del 18esimo pacchetto di sanzioni alla Russia. È chiaro che la denuncia dell’uso di armi chimiche ha la funzione di dare ulteriore spinta alla necessità dell’approvazione di questo pacchetto, mettendo in cattiva luce Bratislava e Budapest.
L’aver riportato nel dibattito pubblico la questione delle armi chimiche, in una fase come questa, è evidentemente una mossa dettata da interessi specifici, mentre la UE combatte per avere ancora un senso come soggetto autonomo della competizione globale.
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18/07/2025
21/04/2022
Le impronte digitali americane sull’Ucraina
Per la serie “i generali dicono quel che i media nascondono sotto il tappeto”... Con immense implicazioni politiche, a volerci ragionare sopra.
*****
di Fabio Mini - Il Fatto Quotidiano
Un paio di settimane fa, in un’apparizione su una televisione statunitense, la celebre giornalista Lara Logan ha lanciato tante e tali “bombe di verità” su uno spaesato pubblico da costringere i conduttori della trasmissione a implorare (sui telefoni interni) l’interruzione pubblicitaria. Le bombe in realtà erano cose che i cosiddetti “complottisti” dicono da tempo a tutto il mondo, salvo agli americani evidentemente.
A prescindere dalla retorica putiniana, speculare a quella antiputiniana, ciò che meraviglia è la reazione del pubblico: un tripudio di complimenti per le verità taciute, un paio di obiezioni, molti attestati di ammirazione per il coraggio e altrettante preghiere di chi teme per la sua vita.
Anche nella terra della libertà di espressione, se dici qualcosa che infastidisce il potere sei morto.
La filippica della Logan è qualcosa di più: è una chiara chiamata in correità della leadership Usa in ciò che sta accadendo in Ucraina. Lì la retorica dei buoni e dei cattivi è saltata, com’era saltata sul Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan, ma per gli americani ormai assuefatti all’idea di essere i buoni, è sempre una “scoperta” salutare ma traumatica.
Cercare le tracce del coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in questa guerra che viene presentata come una questioncina tra Russia e Ucraina, e al massimo tra Ue o Nato e Russia, è meno difficile di quanto possa sembrare.
Gli Usa sono in Ucraina dal 1991 e non se ne sono mai andati. All’atto della disintegrazione dell’URSS, l’Ucraina si trovò con il terzo più potente arsenale nucleare al mondo, dopo Stati Uniti e Russia. Ben 176 missili intercontinentali con 1240 testate nucleari. Diverse dozzine di bombardieri nucleari strategici con 600 missili e bombe a gravità e 3000 ordigni nucleari tattici.
Stati Uniti e Russia concordarono una riduzione degli armamenti nucleari e nell’idea che l’Ucraina sarebbe stata comunque nella sfera d’influenza della Russia, decisero di eliminare tutti gli armamenti nucleari esistenti in Ucraina.
Dal 1992 l’Ucraina sfruttò la sensibilità occidentale alla questione nucleare e fino al 1994 l’Ucraina continuò a temporeggiare e mercanteggiare sulla propria adesione al trattato di non-proliferazione e sulla ratifica degli Start.
Lo smantellamento di ogni silo missilistico costava 1 milione di dollari (di allora) e gli Stati Uniti stanziarono 399,2 milioni per pagare la Bechtel Corp. che prese l’appalto dei lavori.
La denuclearizzazione si completò, almeno sulla carta, nel ’96, ma solo nel 2000 i bombardieri strategici furono ceduti alla Russia in cambio dell’abbuono dei debiti accumulati con le forniture di gas. L’Ucraina ha ereditato circa il 30% dell’industria militare sovietica, che comprendeva il 50-60% di tutte le imprese ucraine, impiegando il 40% della sua popolazione attiva.
L’esercito ucraino commerciava armi convenzionali e firmava contratti con imprese commerciali. I primi contratti sulle consegne di armi all’Iran, firmati a metà ’92, causarono una reazione negativa in Occidente (specie negli Usa). Da allora l’Ucraina non ha cessato di produrre armamenti e di cederli anche sul mercato nero a vari Paesi, sempre sotto l’occhio vigile di Usa, Russia e relativi trafficanti e oligarchi.
A partire dalla “Rivoluzione arancione” del 2004, gli Stati Uniti intervengono in Ucraina per destabilizzarne i rapporti con la Russia. I vari tentativi si concretizzano dieci anni dopo con gli incidenti di Maidan. L’ingerenza è plateale ed è la telefonata di Victoria Nuland – che “l’Ue si fotta!” – a rivelare che non si tratta di semplice monitoraggio degli eventi, ma di regia politica e operativa.
Dal 2014 al 2022, con sanzioni e interventi di assistenza militare Usa e Nato, viene ristrutturato l’esercito, vengono armate e addestrate le milizie paramilitari e installati laboratori di ricerca biologica a cura di compagnie statunitensi.
In un tentativo grottesco di spacciare per fake news la questione dei laboratori, il Vox Check Team scrive: “Biolaboratori segreti americani in Ucraina? Un mito della propaganda russa. Non ci sono prove che ci siano... Tuttavia c’è una cooperazione tra istituzioni ucraine e americane. Dal 2005 gli Stati Uniti hanno aiutato a modernizzare i laboratori ucraini, a condurre ricerche e a migliorare la cultura della sicurezza per prevenire focolai di pericolose malattie infettive attraverso il programma di riduzione della minaccia biologica.
Durante l’intero periodo di cooperazione, gli Stati Uniti hanno investito circa 200 milioni di dollari per lo sviluppo di 46 laboratori e istituzioni mediche in Ucraina. Queste istituzioni non sono coinvolte nello sviluppo di armi chimiche o biologiche”.
E infatti, siccome la mutua ucraina non tratta vaccini ma elementi patogeni ad alto rischio, l’11 marzo (fonte Reuters) l’Organizzazione mondiale della sanità ha consigliato all’Ucraina di distruggere tali agenti ospitati nei laboratori di sanità pubblica del paese per prevenire “qualsiasi potenziale fuoriuscita” che diffonderebbe malattie tra la popolazione.
Ma la questione è che “al contrario, gli Stati Uniti hanno avviato un programma per prevenire lo sviluppo di tali armi. L’Unione Sovietica aveva il suo programma di armi biologiche. Dopo il crollo, i materiali biologici pericolosi sono rimasti sul territorio dell’Ucraina. Il programma degli Stati Uniti mira a garantire che questi materiali non vengano rubati o utilizzati per scopi non di ricerca. Fino al 2014, il programma si estendeva anche ai laboratori russi”.
Questi materiali lasciati dall’URSS sollevano però l’interrogativo degli altri materiali sovietici in Ucraina. L’URSS aveva uno stock di quasi 40mila tonnellate di agenti chimici nervini, vescicanti e soffocanti. Secondo alcuni rapporti, la scorta totale superava le 50mila tonnellate, con un’ulteriore scorta di 32.300 tonnellate di agenti al fosforo.
Quante di queste scorte sono rimaste in Ucraina? Ufficialmente nessuna, ma se sono rimaste le armi biologiche perché non lasciare anche quelle chimiche di cui dispongono ancora Russia e Usa?
Le tracce degli Stati Uniti in Ucraina sono anche qui, se non altro perché sanno esattamente dove sono finite. Se poi si dovesse misurare il coinvolgimento statunitense dal numero di soldati Usa presenti sul territorio, ci si può limitare a contare i cosiddetti volontari tra i foreign fighter e i contractor.
Il presidente Zelensky ha parlato di circa 20mila volontari da ogni parte del mondo (Usa compresi). La “legione internazionale” è stata incorporata nelle forze di difesa dell’Ucraina, così da non cadere nel vuoto giuridico sullo status di mercenari. In effetti molti di essi sono pagati con i fondi elargiti da Usa ed Europa oltre che da “privati”.
Il comandante della Legione Georgiana Mamulashvili conduce reclutamento e addestramento di battaglioni formati da professionisti, in maggioranza statunitensi e britannici, fin dall’aprile 2014. Ed ha anche personalmente condotto i suoi battaglioni contro i russi all’aeroporto di Hostomel, nella regione di Kiev.
Se poi si vuole esaminare il ruolo statunitense nella questione ucraina a pochi passi dal confine si può dedurre che la “difesa” Nato è poco difensiva e molto provocatoria. Il Pentagono ha riposizionato le sue truppe prima dell’invasione russa.
I 160 uomini della Guardia nazionale della Florida (istruttori) sono stati ritirati dall’Ucraina. Dei circa 40mila soldati Usa presenti in Germania, alcune migliaia sono stati schierati nei Paesi Nato confinanti. La Nato ha schierato 5mila uomini fin dal 2014 nei Paesi baltici e gli Usa ne hanno inviati altri 5mila in Germania.
Anche la presenza Usa nella cyberguerra è di lunga data. L’ultimo attacco russo alla rete ucraina di controllo dell’energia elettrica (8 aprile) è stato miracolosamente evitato grazie a Microsoft e alla slovacca Eset.
Il collettivo Anonymous ha più volte attaccato la Russia e si è schierata totalmente con l’Ucraina. La provenienza dei membri transitori del collettivo è la più varia e offre varie possibilità ad agenti di cyberwar di mascherarsi dietro quel brand.
La stessa opportunità è offerta a siti anti-russi come RURansom Wiper e decine di altre piattaforme formali e informali. Le grandi aziende Usa sono tutte presenti in Ucraina e boicottano e censurano qualsiasi comunicazione “non gradita”. Sono attività collaterali, ma importanti.
Tuttavia il coinvolgimento più significativo è quello che sta con e dietro l’invio di fondi e armi. Il presidente Biden ha portato a 1 miliardo di dollari il contributo Usa in una settimana e a 2 miliardi dall’inizio del suo mandato.
Le nuove armi inviate includono i missili Stinger (800), Javelin (2mila), sistemi anticarro (6mila). La cessione all’Ucraina di veicoli corazzati, tecnologia e droni da parte di altri Paesi è stata autorizzata. Molti di tali sistemi hanno bisogno anche dei relativi operatori e questi sono normalmente forniti tramite le compagnie militari private che continuano a reclutare personale specializzato.
Con tutto questo, soltanto un Paese volutamente lasciato nell’ignoranza può ancora pensare di non essere coinvolto e di poter trascorrere una serena Pasqua.
Fonte
13/04/2022
Guerra in Ucraina - Mariupol è sotto controllo russo. Arrestato leader opposizione a Zelenski. Gli Usa aumentano forniture armamenti all’Ucraina. Disinformazione sulle armi chimiche
Il fronte militare
A Mariupol, un gruppo di miliziani ucraini accerchiati presso lo stabilimento Ilyich di Mariupol ha cercato rompere l’accerchiamento. “Durante le ore dell’oscurità di lunedì, le restanti unità dell’esercito ucraino nei locali dello stabilimento Ilyich hanno fatto un tentativo senza successo di fuggire dalla città”, riferiscono fonti del ministero della difesa russo. “Un centinaio di militari ucraini a bordo di veicoli blindati hanno tentato di combattere per uscire dalla fabbrica e lasciare la città in direzione nord. Ma il tentativo è stato sventato da attacchi aerei e di artiglieria. Altri 42 militari ucraini si sono arresi”.
Un mercenario britannico, Aiden Eslin, è stato catturato.
Attualmente, la zona residenziale della città è ormai libera dalla presenza di militari ucraini e le forze russe e delle Repubbliche del Donbass hanno preso sotto controllo il porto di Mariupol. Squadre d’assalto sono state preparate per neutralizzare le formazioni nazionaliste nella grande struttura industriale “Azovstal”.
I civili uccisi nella guerra
Almeno 1.892 civili sono stati uccisi, e altri 2.558 sono rimasti feriti, dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina il 24 febbraio scorso: lo hanno reso noto le Nazioni Unite, secondo quanto riporta la Cnn. Il bilancio dei decessi include 478 uomini, 308 donne, 30 ragazze e 52 ragazzi, oltre a 71 bambini e 953 adulti il cui sesso è ancora sconosciuto, ha annunciato l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr).
Arrestato leader di un partito di opposizione in Ucraina
I Servizi di sicurezza ucraini hanno arrestato Viktor Medvedchuk, il leader del partito Piattaforma di opposizione-Per la vita messo fuorilegge dal governo ucraino alcune settimane fa. Medvedchuk è accusato di essere filorusso e poco prima dell’inizio del conflitto era stato accusato di tradimento ma era riuscito a sfuggire agli arresti domiciliari nei primi giorni dell’invasione russa. Zelensky ha confermato la cattura di Medvedchuk, spiegando che era stato intercettato mentre tentava di travestirsi da soldato ucraino. “Se Medvedchuk ha scelto di indossare un’uniforme militare, allora il suo arresto rientra nelle regole di guerra”, ha detto il Zelensky, proponendo uno scambio di prigionieri con dei soldati ucraini catturati dai russi.
Gli Usa aumentano le forniture militari all’Ucraina
L’amministrazione Usa, dovrebbe annunciare nelle prossime ore altri 750 milioni di dollari di aiuti militari all’Ucraina, scrive la Reuters. Le nuove forniture militari verrebbero finanziate utilizzando la Presidential Drawdown Authority, uno strumento con il quale il presidente può autorizzare il trasferimento di articoli e servizi prelevati dalle riserve statunitensi senza l’approvazione del Congresso. Con questo ulteriore stanziamento gli Usa hanno ormai superato il tetto di 3 miliardi di dollari in armamenti per l’Ucraina.
Il Pentagono intanto ha convocato i vertici delle otto principali aziende di armamenti degli Stati Uniti per discutere della capacità dell’industria bellica nazionale di soddisfare le esigenze di armi da fornire all’Ucraina se la guerra con la Russia dovesse durare anni.
L’incontro – scrive ancora la Reuters – sarà organizzato dall’Ufficio acquisizione e sostegno del Pentagono, l’ufficio che si occupa dell’acquisizione di armi per il ministero della Difesa statunitense.
Il Pentagono ha già fatto sapere che le armi più utili sono i sistemi più piccoli, come i missili anticarro Javelin e i missili antiaerei Stinger, che Washington e gli alleati spediscono in Ucraina ormai quotidianamente.
Secondo fonti del Pentagono, gli Usa potrebbero trasferire Humvee corazzati, ma anche elicotteri che possono essere equipaggiati per attaccare i veicoli russi, e una serie di altre attrezzature sofisticate.
Botta e risposta sull’ipotesi dell’uso di armi chimiche
Il portavoce del Dipartimento di stato Usa, Ned Price, ieri ha detto ai giornalisti che “la Russia potrebbe cercare di ricorrere ad armi chimiche” nella guerra in Ucraina. Ha affermato, tra l’altro, che “le forze della Russia possono usare una varietà di agenti antisommossa, e questo include gas lacrimogeni mescolati con agenti chimici che causerebbero sintomi più forti”.
L’ambasciata russa a Washington, riferisce la Tass, ha respinto come infondate le affermazioni del portavoce del Dipartimento di Stato americano sulla possibilità che la Russia usi armi chimiche in Ucraina.
“Abbiamo preso nota delle dichiarazioni provocatorie fatte dal segretario alla stampa del Dipartimento di Stato americano Ned Price in un briefing del 12 aprile, secondo cui il nostro paese potrebbe eventualmente usare armi chimiche alla luce dei presunti fallimenti dell’operazione militare speciale in Ucraina”, ha detto l’ambasciata in un comunicato. “Ned Price ancora una volta si è distinto per le sue chiacchiere inutili, non suffragate da una sola prova”.
I diplomatici hanno osservato che le forze armate russe “non hanno e non possono avere alcun agente di guerra chimica” a loro disposizione, perché la Russia ha eliminato tutte le scorte di armi chimiche già nel 2017.
Fonte
A Mariupol, un gruppo di miliziani ucraini accerchiati presso lo stabilimento Ilyich di Mariupol ha cercato rompere l’accerchiamento. “Durante le ore dell’oscurità di lunedì, le restanti unità dell’esercito ucraino nei locali dello stabilimento Ilyich hanno fatto un tentativo senza successo di fuggire dalla città”, riferiscono fonti del ministero della difesa russo. “Un centinaio di militari ucraini a bordo di veicoli blindati hanno tentato di combattere per uscire dalla fabbrica e lasciare la città in direzione nord. Ma il tentativo è stato sventato da attacchi aerei e di artiglieria. Altri 42 militari ucraini si sono arresi”.
Un mercenario britannico, Aiden Eslin, è stato catturato.
Attualmente, la zona residenziale della città è ormai libera dalla presenza di militari ucraini e le forze russe e delle Repubbliche del Donbass hanno preso sotto controllo il porto di Mariupol. Squadre d’assalto sono state preparate per neutralizzare le formazioni nazionaliste nella grande struttura industriale “Azovstal”.
I civili uccisi nella guerra
Almeno 1.892 civili sono stati uccisi, e altri 2.558 sono rimasti feriti, dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina il 24 febbraio scorso: lo hanno reso noto le Nazioni Unite, secondo quanto riporta la Cnn. Il bilancio dei decessi include 478 uomini, 308 donne, 30 ragazze e 52 ragazzi, oltre a 71 bambini e 953 adulti il cui sesso è ancora sconosciuto, ha annunciato l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr).
Arrestato leader di un partito di opposizione in Ucraina
I Servizi di sicurezza ucraini hanno arrestato Viktor Medvedchuk, il leader del partito Piattaforma di opposizione-Per la vita messo fuorilegge dal governo ucraino alcune settimane fa. Medvedchuk è accusato di essere filorusso e poco prima dell’inizio del conflitto era stato accusato di tradimento ma era riuscito a sfuggire agli arresti domiciliari nei primi giorni dell’invasione russa. Zelensky ha confermato la cattura di Medvedchuk, spiegando che era stato intercettato mentre tentava di travestirsi da soldato ucraino. “Se Medvedchuk ha scelto di indossare un’uniforme militare, allora il suo arresto rientra nelle regole di guerra”, ha detto il Zelensky, proponendo uno scambio di prigionieri con dei soldati ucraini catturati dai russi.
Gli Usa aumentano le forniture militari all’Ucraina
L’amministrazione Usa, dovrebbe annunciare nelle prossime ore altri 750 milioni di dollari di aiuti militari all’Ucraina, scrive la Reuters. Le nuove forniture militari verrebbero finanziate utilizzando la Presidential Drawdown Authority, uno strumento con il quale il presidente può autorizzare il trasferimento di articoli e servizi prelevati dalle riserve statunitensi senza l’approvazione del Congresso. Con questo ulteriore stanziamento gli Usa hanno ormai superato il tetto di 3 miliardi di dollari in armamenti per l’Ucraina.
Il Pentagono intanto ha convocato i vertici delle otto principali aziende di armamenti degli Stati Uniti per discutere della capacità dell’industria bellica nazionale di soddisfare le esigenze di armi da fornire all’Ucraina se la guerra con la Russia dovesse durare anni.
L’incontro – scrive ancora la Reuters – sarà organizzato dall’Ufficio acquisizione e sostegno del Pentagono, l’ufficio che si occupa dell’acquisizione di armi per il ministero della Difesa statunitense.
Il Pentagono ha già fatto sapere che le armi più utili sono i sistemi più piccoli, come i missili anticarro Javelin e i missili antiaerei Stinger, che Washington e gli alleati spediscono in Ucraina ormai quotidianamente.
Secondo fonti del Pentagono, gli Usa potrebbero trasferire Humvee corazzati, ma anche elicotteri che possono essere equipaggiati per attaccare i veicoli russi, e una serie di altre attrezzature sofisticate.
Botta e risposta sull’ipotesi dell’uso di armi chimiche
Il portavoce del Dipartimento di stato Usa, Ned Price, ieri ha detto ai giornalisti che “la Russia potrebbe cercare di ricorrere ad armi chimiche” nella guerra in Ucraina. Ha affermato, tra l’altro, che “le forze della Russia possono usare una varietà di agenti antisommossa, e questo include gas lacrimogeni mescolati con agenti chimici che causerebbero sintomi più forti”.
L’ambasciata russa a Washington, riferisce la Tass, ha respinto come infondate le affermazioni del portavoce del Dipartimento di Stato americano sulla possibilità che la Russia usi armi chimiche in Ucraina.
“Abbiamo preso nota delle dichiarazioni provocatorie fatte dal segretario alla stampa del Dipartimento di Stato americano Ned Price in un briefing del 12 aprile, secondo cui il nostro paese potrebbe eventualmente usare armi chimiche alla luce dei presunti fallimenti dell’operazione militare speciale in Ucraina”, ha detto l’ambasciata in un comunicato. “Ned Price ancora una volta si è distinto per le sue chiacchiere inutili, non suffragate da una sola prova”.
I diplomatici hanno osservato che le forze armate russe “non hanno e non possono avere alcun agente di guerra chimica” a loro disposizione, perché la Russia ha eliminato tutte le scorte di armi chimiche già nel 2017.
Fonte
29/12/2019
Un ufficiale Opcw ha ordinato di cancellare documenti su falsi attacchi chimici in Siria
Secondo WikiLeaks, un funzionario altolocato dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche avrebbe ordinato di cancellare le tracce che confermerebbero un’operazione di false flag sugli attacchi con agenti chimici avvenuti nella città siriana di Douma.
L’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (Opcw) aveva concluso in precedenza che molto probabilmente era stato utilizzato cloro nel sospetto attacco contro la città siriana di Douma nell’aprile 2018.
Wikileaks ha pubblicato il quarto gruppo di documenti dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche relativo alle prove sul presunto attacco chimico nella città siriana di Douma nel 2018.
Un informatore del noto portale ha condiviso uno scambio di e-mail tra alti funzionari dell’organizzazione e membri della missione investigativa sull’attacco di Douma.
Un altro documento pubblicato da Wikileaks è il verbale di una riunione dei membri dell’Opcw del 6 giugno 2018. Si ammette che secondo i rilievi degli esperti non vi è alcuna correlazione tra i sintomi manifestati dalle vittime e l’esposizione al cloro.
“I sintomi osservati sono incompatibili con l’esposizione al cloro e nessun’altra sostanza chimica ipotizzata può essere legata ai sintomi manifestati”, si legge nel passaggio del verbale.
Per il presunto attacco chimico di Douma nel 2018 l’Occidente ha accusato le forze governative siriane fedeli al presidente Assad. Tuttavia Damasco ha respinto qualsiasi coinvolgimento, affermando che l’attacco è stata una messinscena organizzata dai ribelli siriani e dai membri dell’organizzazione non governativa dei Caschi Bianchi.
La scorsa primavera l’Opcw ha concluso che il cloro era “molto probabilmente” l’agente chimico usato nell’attacco.
Fonte
L’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (Opcw) aveva concluso in precedenza che molto probabilmente era stato utilizzato cloro nel sospetto attacco contro la città siriana di Douma nell’aprile 2018.
Wikileaks ha pubblicato il quarto gruppo di documenti dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche relativo alle prove sul presunto attacco chimico nella città siriana di Douma nel 2018.
Un informatore del noto portale ha condiviso uno scambio di e-mail tra alti funzionari dell’organizzazione e membri della missione investigativa sull’attacco di Douma.
RELEASE: OPCW-Douma Docs 4. Four leaked documents from the OPCW reveal that toxicologists ruled out deaths from chlorine exposure and a senior official ordered the deletion of the dissenting engineering report from OPCW’s internal repository of documents.https://t.co/ndK4sRikNkSecondo le e-mail, Sebastien Braha, capo di gabinetto dell’Opcw avrebbe richiesto che un rapporto tecnico, così come tutte le tracce di questo documento, venissero rimosse dall’archivio del registro dei documenti dell’organizzazione.
— WikiLeaks (@wikileaks) 27 dicembre 2019
“Quattro documenti trapelati dall’Opcw rivelano che i tossicologi hanno escluso i decessi per esposizione al cloro e un alto funzionario ha ordinato la cancellazione di questo rapporto dai documenti d’archivio dell’Opcw,” si legge nel tweet di WikiLeaks.
Un altro documento pubblicato da Wikileaks è il verbale di una riunione dei membri dell’Opcw del 6 giugno 2018. Si ammette che secondo i rilievi degli esperti non vi è alcuna correlazione tra i sintomi manifestati dalle vittime e l’esposizione al cloro.
“I sintomi osservati sono incompatibili con l’esposizione al cloro e nessun’altra sostanza chimica ipotizzata può essere legata ai sintomi manifestati”, si legge nel passaggio del verbale.
Per il presunto attacco chimico di Douma nel 2018 l’Occidente ha accusato le forze governative siriane fedeli al presidente Assad. Tuttavia Damasco ha respinto qualsiasi coinvolgimento, affermando che l’attacco è stata una messinscena organizzata dai ribelli siriani e dai membri dell’organizzazione non governativa dei Caschi Bianchi.
La scorsa primavera l’Opcw ha concluso che il cloro era “molto probabilmente” l’agente chimico usato nell’attacco.
Fonte
09/12/2019
Chi rivela verità nascoste sulle guerre della NATO viene ucciso: il caso Kelly
La guerra all’Iraq, basata sulle menzogne di Robert Mueller (mandante di Powell) e Tony Blair, ha fatto almeno un milione di morti. I responsabili sono tutti liberi, al loro posto, e stanno godendo dei giganteschi profitti ricavati dalla guerra stessa e/o dei lauti compensi per conferenze e consulenze in giro per il mondo.
Chi li ha denunciati invece è morto, come David Kelly, oppure viene fatto lentamente morire in galera, come stanno facendo ora con Julian Assange.
Ma chi era David Kelly? Kelly era un assai stimato scienziato consulente del ministero della Difesa inglese ed un’autorità britannica nella guerra biologica, impiegata dal Ministero della Difesa e precedentemente ispettore dei sistemi d’armamento per conto delle Nazioni Unite in Iraq. Il suo presunto suicidio causò una grave crisi politica in Gran Bretagna.
Kelly aveva giudicato assai “modesta” la minaccia irachena e, prima di “essere suicidato”, nel luglio del 2003, dopo essere stato indicato come la fonte per un servizio della BBC in cui si accusava il governo di aver ingigantito la minaccia irachena per giustificare la guerra, era stato uno degli ispettori dell’ONU in Iraq.
Durante un’intervista riguardante il dossier sulle presunte armi di distruzione di massa possedute dall’Iraq, che fu rilasciata da Kelly al giornalista Andrew Gilligan, lo scienziato avanzò precise accuse sull’infondatezza del dossier presentato dal Governo Blair.
Il 29 maggio 2003 Gilligan raccontò del dossier di Kelly sulla BBC, nel corso della popolare trasmissione radiofonica “Today programme”. L’intervento, ripreso dal resto della stampa inglese, causò un clamoroso scandalo politico nel corso del 2003: si manifestarono profondi dubbi sulla veridicità dei dossier riguardanti le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e di conseguenza sulla necessità dell’intervento armato del Regno Unito in Iraq.
Alla morte dello scienziato seguì uno ‘scoop’ della BBC che rivelò, citando fonti confidenziali, che un dossier sulle presunte armi di distruzioni di massa nelle mani del governo iracheno fu ‘gonfiato’ dal governo britannico per sostenere la decisione della Gran Bretagna di entrare in guerra. Fu poi rivelato che era stato lo scienziato e consulente governativo David Kelly a passare le informazioni sul falso dossier. Dopo pochi giorni, nel luglio 2003, il suo corpo fu trovato senza vita a poco distanza dalla sua casa nell’Oxfordshire.
Successivamente la Commissione d’inchiesta sui fatti, presieduta da Lord Hutton, si espresse scagionando il Governo inglese da qualunque responsabilità sul dossier e rimproverando Gillian e la BBC per non aver controllato la veridicità delle notizie diffuse. Tuttavia, le polemiche non cessarono ed il sindacato dei giornalisti britannici (NUJ) ritenne le critiche di Lord Hutton ad Andrew Gilligan e alla BBC “ del tutto infondate” e il rapporto “una minaccia all’indipendenza giornalistica in questo paese”.
Analoga fu la presa di posizione della Federazione Nazionale Stampa Italiana, che definì il rapporto Hutton “un’inaccettabile invasione di campo della politica nell’informazione”.
David Kelly venne ritrovato cadavere ad Harrowdown Hill, una foresta nell’Oxfordshire, ufficialmente suicida dopo aver ingerito 29 pastiglie di un analgesico, il co-proxamol. Ciò avvenne pochi giorni dopo la testimonianza di Kelly davanti alla commissione d’inchiesta parlamentare che indagava sulla vicenda. La mattina precedente il ritrovamento del suo corpo senza vita, David Kelly era uscito di casa dicendo alla moglie che stava andando a fare una passeggiata.
L’esame necroscopico attribuì la morte ai profondi tagli sul polso sinistro e sul petto di Kelly vennero anche rinvenuti 4 elettrodi adesivi, gli stessi utilizzati per un elettrocardiogramma. La spiegazione fu che furono applicati sul corpo del Dottor Kelly per accertarne il decesso.
Tuttavia, le testimonianze di colleghi e conoscenti ritrassero un Kelly del tutto sereno alla vigilia della propria morte. In particolare una vicina di casa, Ruth Absalom, lo incontrò per ultima ad un chilometro da casa sua, trovandolo tranquillo e conversando amichevolmente con lui. Inoltre, il collega Terence Taylor, altro ispettore ONU in Iraq, amico di Kelly da 16 anni, notò che Kelly non vedeva l’ora di assistere alle nozze di sua figlia, fissate per l’ottobre successivo.
Nel 2007 venne pubblicato “The Strange Death of David Kelly“ a cura del liberaldemocratico Norman Baker. Baker indagò sulla morte di David Kelly.
Secondo la versione ufficiale, Kelly avrebbe avuto un tracollo psicologico in seguito all’interrogatorio condotto nei suoi confronti in modo estremamente aggressivo dalla commissione parlamentare d’inchiesta britannica. E così, a causa della pressione psicologica e dello stress seguito all’interrogatorio, avrebbe deciso di togliersi la vita due giorni dopo. Nel suo libro, Baker contestò questa versione degli eventi sostenendo che Kelly fosse invece stato assassinato.
Grazie ad una richiesta a norma della legge “Freedom of Information” (che in Italia manca clamorosamente), Baker ottenne visione del materiale dell’inchiesta scoprendo un particolare sconcertante.
Secondo i rapporti forensi, sul coltello che Kelly avrebbe usato per tagliarsi i polsi non c’erano impronte, nessuna impronta. Kelly non indossava guanti (il rapporto dice proprio che non sono stati trovati guanti) e non si capisce perché in un frangente del genere dovrebbe avere avuto cura di non lasciare impronte sull’arma del delitto.
Nel rapporto si legge inoltre che Kelly si sarebbe reciso l’arteria ulnare di un polso. Si tratta di un’arteria al di sotto dei tendini. Anche in questo caso è difficile pensare che Kelly si sia procurato una tale ferita, un atto che andava ben oltre la necessità del suicidio. Recidere quell’arteria vuol dire esercitare molta forza e farsi molto male (è stato usato un coltello da giardinaggio non troppo affilato) per niente; recidere le vene dei polsi per ottenere il dissanguamento richiede molto meno dolore.
Baker, per assicurarsi che non si fosse trattato di un caso, chiese all’Office of National Statistics quante persone morte nel 2003 (anno della morte di Kelly) avessero riportato il taglio dell’arteria ulnare: solo il dottor Kelly.
La moglie di Kelly si è sempre detta convinta del suicidio, data la pressione alla quale era stato sottoposto il marito. Molti suoi conoscenti avevano invece smentito pensieri suicidi da parte della vittima e diversi medici avevano contestato il risultato dell’autopsia. Non è superfluo notare che se Kelly non si è suicidato, qualcuno lo ha ucciso ed ha organizzato una messinscena.
Baker dichiarò “Sono convinto oltre ogni ragionevole dubbio che questo non può essere stato un suicidio. Le prove mediche non lo supportano e lo stato mentale e la personalità di David Kelly suggeriscono il contrario. Non è stato un incidente, quindi sono arrivato alla conclusione che si è trattato di omicidio.” [1].
Diversi esperti e politici hanno riacceso il dibattito nel 2010 sulle circostanze della morte dello scienziato. Dominic Grieve, il più autorevole consulente legale del governo, in un’intervista al Daily Telegraph, Grieve dichiarò di “voler sciogliere qualsiasi dubbio sulla vicenda” ma che, per avviare nuove indagini, “ servivano prove convincenti per dimostrare che quello di Kelly non era stato un suicidio”.
La vicenda riesplose sulle pagine della stampa britannica dopo che un gruppo di medici avanzò seri dubbi sulle spiegazioni ufficiali fornite dal governo sulla morte di Kelly.
Ciò che rendeva più increduli gli esperti era proprio la causa del decesso, cioé l’emorragia, considerando che Graham Coe, il detective che fu tra i primi a arrivare sulla scena della morte, affermò subito che non c’era molto sangue sulla scena della morte.
Alle voci degli esperti che pretendevano chiarimenti si aggiunsero presto quelle di politici di tutti i partiti. “Coloro che hanno espresso dubbi sui motivi che hanno condotto Lord Hutton a non chiarire tutti i lati oscuri del caso, potrebbero avere un argomento valido” dichiarò Grieve al Daily Telegraph, aprendo alla possibilità di coinvolgere nelle nuove indagini anche esponenti del governo dell’epoca, come l’ex premier Tony Blair. Ma, poi aggiunse “non ho ricevuto nessuna prova che dimostri una causa alternativa della morte. Se mi verranno fornite, avanzerò una richiesta all’Alta Corte per avviare una nuova inchiesta”.
La vedova del dottor David Kelly ha parlato della morte del marito per la prima volta, in nuovo libro, pubblicato in Gran Bretagna, ad aprile 2018, che rivisita il caso del defunto ispettore del governo. La giornalista investigativa Miles Goslett afferma di aver ottenuto un estratto di una lettera inviata da Janice Kelly, 72 anni, ad un attivista che stava cercando di riavviare l’inchiesta sulla sua morte.
Goslett ritiene che un’inchiesta ufficiale sulla morte del dottor Kelly, 59 anni, trovato morto a Harrowdown Hill, a due miglia da casa sua a Southmoor, nell’Oxfordshire, il 18 luglio 2003, sia l’unico modo per risolvere le domande senza risposta. In tutti questi anni la signora Kelly ha mantenuto un dignitoso silenzio sulla morte di suo marito da quando ha rilasciato un’intervista al New York Times il giorno in cui è stato trovato il corpo e non ha mai messo pubblicamente in discussione i risultati dell’indagine della commissione parlamentare presieduta da Hutton.
Il libro della Goslett è il risultato di diversi anni di ricerca che è partita da una lettera pervenuta a Rowena Thursby il 10 giugno 2004. La sig.ra Thursby, un editrice che all’epoca aveva 40 anni, aveva istituito il Kelly Investigation Group e stava lavorando con un certo numero di medici per cercare di riaprire l’inchiesta. La signora Kelly stava rispondendo a una lettera che la signora Thursby le aveva inviato in merito ai propri sospetti sul caso.
Goslett ha scritto nel suo libro: “La lettera dice che la signora Kelly non ha dubbi sul fatto che suo marito sia stato ucciso e il motivo per cui lo hanno fatto è stato perché il lavoro della sua vita era finito […] . E dice pure che lei e suo marito sono state entrambi completamente traumatizzati durante l’ultima settimana della vita di David Kelly” . Ma poi, stranamente, aggiunge che suo marito “non aveva bisogno di alcuna razione esterna per porre fine alla sua vita. Il fatto che abbia scelto di porre fine alla sua vita alla sua prima opportunità disponibile è perché aveva completato ciò che gli era stato chiesto.”[2].
Secondo quanto riferito, la signora Kelly ha anche considerato l’eventualità che il dott. Kelly potesse essere stato assassinato, come suggerito dai “teorici della cospirazione”. Il libro afferma che Mrs. Kelly dichiarò: “Sono consapevole che le prove presentate sulle circostanze fisiche e materiali che circondano la morte di David potrebbero non dare un verdetto completo del suicidio stesso […] questo ha reso difficile per alcuni accettare che la sua morte era stata davvero un suicidio […] La ‘teoria della cospirazione’ è relativamente facile da mettere insieme, forse molto più facile del fatto di accettare l’idea del suicidio“. [3]
Secondo quanto scritto dalla Goslett, la vedova Kelly disse che non avrebbe mai messo in discussione le cause della morte del marito, ma disse pure che non avrebbe mai chiesto alla sig.ra Thursby di interrompere la sua campagna. Tuttavia, secondo quanto riferito, aggiunse: “Ho avuto un grande volume di lettere di sostenitori della tesi dell’omicidio ed ho avuto molto tempo da considerare e riconsiderare […] Sono andata con la mente più volte alle ore precedenti la morte di David e sono assolutamente certa che si sia suicidato.”[4]
Goslett afferma che il giorno in cui la sig.ra Thursby ricevette la lettera, ebbe anche una telefonata da parte della signora Kelly in cui quest’ultima diceva di aver cambiato idea sulla sua pubblicazione. “Thursby ha accettato di restituire la lettera ma, poiché era legalmente di sua proprietà, ne ha fatto una copia, un estratto che ha condiviso con alcuni membri del Kelly Investigation Group[…] Questo estratto non è mai stato pubblicato prima.” [5]
Il dott. Kelly aveva fornito prove alla commissione per gli affari esteri il 15 luglio del 2003, appena due giorni prima della sua scomparsa. Quando gli fu chiesto del suo presunto coinvolgimento nella divulgazione di informazioni al giornalista della BBC Andrew Gilligan in merito al cosiddetto “dossier” del governo, sostenne che il caso della guerra con l’Iraq “era stato risolto”. David Kelly era stato precedentemente indicato dalla stampa come la principale fonte dello scoop di Gilligan sul “dossier gonfiato”, cosa che il funzionario aveva subito negato ma che, quasi certamente, ne ha decretato il verdetto di morte.
Note:
[1] The Strange Death of David Kellly, di Norman Baker , (GB), 2007
[2] An Inconvenient Death – How The Establishment Covered Up The David Kelly Affair di Miles Goslett, ed. Head of Zeus(GB) , 2018
[3] Ibid.
[4] Ibid.
[5] Ibid.
Fonte
Chi li ha denunciati invece è morto, come David Kelly, oppure viene fatto lentamente morire in galera, come stanno facendo ora con Julian Assange.
Ma chi era David Kelly? Kelly era un assai stimato scienziato consulente del ministero della Difesa inglese ed un’autorità britannica nella guerra biologica, impiegata dal Ministero della Difesa e precedentemente ispettore dei sistemi d’armamento per conto delle Nazioni Unite in Iraq. Il suo presunto suicidio causò una grave crisi politica in Gran Bretagna.
Kelly aveva giudicato assai “modesta” la minaccia irachena e, prima di “essere suicidato”, nel luglio del 2003, dopo essere stato indicato come la fonte per un servizio della BBC in cui si accusava il governo di aver ingigantito la minaccia irachena per giustificare la guerra, era stato uno degli ispettori dell’ONU in Iraq.
Durante un’intervista riguardante il dossier sulle presunte armi di distruzione di massa possedute dall’Iraq, che fu rilasciata da Kelly al giornalista Andrew Gilligan, lo scienziato avanzò precise accuse sull’infondatezza del dossier presentato dal Governo Blair.
Il 29 maggio 2003 Gilligan raccontò del dossier di Kelly sulla BBC, nel corso della popolare trasmissione radiofonica “Today programme”. L’intervento, ripreso dal resto della stampa inglese, causò un clamoroso scandalo politico nel corso del 2003: si manifestarono profondi dubbi sulla veridicità dei dossier riguardanti le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e di conseguenza sulla necessità dell’intervento armato del Regno Unito in Iraq.
Alla morte dello scienziato seguì uno ‘scoop’ della BBC che rivelò, citando fonti confidenziali, che un dossier sulle presunte armi di distruzioni di massa nelle mani del governo iracheno fu ‘gonfiato’ dal governo britannico per sostenere la decisione della Gran Bretagna di entrare in guerra. Fu poi rivelato che era stato lo scienziato e consulente governativo David Kelly a passare le informazioni sul falso dossier. Dopo pochi giorni, nel luglio 2003, il suo corpo fu trovato senza vita a poco distanza dalla sua casa nell’Oxfordshire.
Successivamente la Commissione d’inchiesta sui fatti, presieduta da Lord Hutton, si espresse scagionando il Governo inglese da qualunque responsabilità sul dossier e rimproverando Gillian e la BBC per non aver controllato la veridicità delle notizie diffuse. Tuttavia, le polemiche non cessarono ed il sindacato dei giornalisti britannici (NUJ) ritenne le critiche di Lord Hutton ad Andrew Gilligan e alla BBC “ del tutto infondate” e il rapporto “una minaccia all’indipendenza giornalistica in questo paese”.
Analoga fu la presa di posizione della Federazione Nazionale Stampa Italiana, che definì il rapporto Hutton “un’inaccettabile invasione di campo della politica nell’informazione”.
David Kelly venne ritrovato cadavere ad Harrowdown Hill, una foresta nell’Oxfordshire, ufficialmente suicida dopo aver ingerito 29 pastiglie di un analgesico, il co-proxamol. Ciò avvenne pochi giorni dopo la testimonianza di Kelly davanti alla commissione d’inchiesta parlamentare che indagava sulla vicenda. La mattina precedente il ritrovamento del suo corpo senza vita, David Kelly era uscito di casa dicendo alla moglie che stava andando a fare una passeggiata.
L’esame necroscopico attribuì la morte ai profondi tagli sul polso sinistro e sul petto di Kelly vennero anche rinvenuti 4 elettrodi adesivi, gli stessi utilizzati per un elettrocardiogramma. La spiegazione fu che furono applicati sul corpo del Dottor Kelly per accertarne il decesso.
Tuttavia, le testimonianze di colleghi e conoscenti ritrassero un Kelly del tutto sereno alla vigilia della propria morte. In particolare una vicina di casa, Ruth Absalom, lo incontrò per ultima ad un chilometro da casa sua, trovandolo tranquillo e conversando amichevolmente con lui. Inoltre, il collega Terence Taylor, altro ispettore ONU in Iraq, amico di Kelly da 16 anni, notò che Kelly non vedeva l’ora di assistere alle nozze di sua figlia, fissate per l’ottobre successivo.
Nel 2007 venne pubblicato “The Strange Death of David Kelly“ a cura del liberaldemocratico Norman Baker. Baker indagò sulla morte di David Kelly.
Secondo la versione ufficiale, Kelly avrebbe avuto un tracollo psicologico in seguito all’interrogatorio condotto nei suoi confronti in modo estremamente aggressivo dalla commissione parlamentare d’inchiesta britannica. E così, a causa della pressione psicologica e dello stress seguito all’interrogatorio, avrebbe deciso di togliersi la vita due giorni dopo. Nel suo libro, Baker contestò questa versione degli eventi sostenendo che Kelly fosse invece stato assassinato.
Grazie ad una richiesta a norma della legge “Freedom of Information” (che in Italia manca clamorosamente), Baker ottenne visione del materiale dell’inchiesta scoprendo un particolare sconcertante.
Secondo i rapporti forensi, sul coltello che Kelly avrebbe usato per tagliarsi i polsi non c’erano impronte, nessuna impronta. Kelly non indossava guanti (il rapporto dice proprio che non sono stati trovati guanti) e non si capisce perché in un frangente del genere dovrebbe avere avuto cura di non lasciare impronte sull’arma del delitto.
Nel rapporto si legge inoltre che Kelly si sarebbe reciso l’arteria ulnare di un polso. Si tratta di un’arteria al di sotto dei tendini. Anche in questo caso è difficile pensare che Kelly si sia procurato una tale ferita, un atto che andava ben oltre la necessità del suicidio. Recidere quell’arteria vuol dire esercitare molta forza e farsi molto male (è stato usato un coltello da giardinaggio non troppo affilato) per niente; recidere le vene dei polsi per ottenere il dissanguamento richiede molto meno dolore.
Baker, per assicurarsi che non si fosse trattato di un caso, chiese all’Office of National Statistics quante persone morte nel 2003 (anno della morte di Kelly) avessero riportato il taglio dell’arteria ulnare: solo il dottor Kelly.
La moglie di Kelly si è sempre detta convinta del suicidio, data la pressione alla quale era stato sottoposto il marito. Molti suoi conoscenti avevano invece smentito pensieri suicidi da parte della vittima e diversi medici avevano contestato il risultato dell’autopsia. Non è superfluo notare che se Kelly non si è suicidato, qualcuno lo ha ucciso ed ha organizzato una messinscena.
Baker dichiarò “Sono convinto oltre ogni ragionevole dubbio che questo non può essere stato un suicidio. Le prove mediche non lo supportano e lo stato mentale e la personalità di David Kelly suggeriscono il contrario. Non è stato un incidente, quindi sono arrivato alla conclusione che si è trattato di omicidio.” [1].
Diversi esperti e politici hanno riacceso il dibattito nel 2010 sulle circostanze della morte dello scienziato. Dominic Grieve, il più autorevole consulente legale del governo, in un’intervista al Daily Telegraph, Grieve dichiarò di “voler sciogliere qualsiasi dubbio sulla vicenda” ma che, per avviare nuove indagini, “ servivano prove convincenti per dimostrare che quello di Kelly non era stato un suicidio”.
La vicenda riesplose sulle pagine della stampa britannica dopo che un gruppo di medici avanzò seri dubbi sulle spiegazioni ufficiali fornite dal governo sulla morte di Kelly.
Ciò che rendeva più increduli gli esperti era proprio la causa del decesso, cioé l’emorragia, considerando che Graham Coe, il detective che fu tra i primi a arrivare sulla scena della morte, affermò subito che non c’era molto sangue sulla scena della morte.
Alle voci degli esperti che pretendevano chiarimenti si aggiunsero presto quelle di politici di tutti i partiti. “Coloro che hanno espresso dubbi sui motivi che hanno condotto Lord Hutton a non chiarire tutti i lati oscuri del caso, potrebbero avere un argomento valido” dichiarò Grieve al Daily Telegraph, aprendo alla possibilità di coinvolgere nelle nuove indagini anche esponenti del governo dell’epoca, come l’ex premier Tony Blair. Ma, poi aggiunse “non ho ricevuto nessuna prova che dimostri una causa alternativa della morte. Se mi verranno fornite, avanzerò una richiesta all’Alta Corte per avviare una nuova inchiesta”.
La vedova del dottor David Kelly ha parlato della morte del marito per la prima volta, in nuovo libro, pubblicato in Gran Bretagna, ad aprile 2018, che rivisita il caso del defunto ispettore del governo. La giornalista investigativa Miles Goslett afferma di aver ottenuto un estratto di una lettera inviata da Janice Kelly, 72 anni, ad un attivista che stava cercando di riavviare l’inchiesta sulla sua morte.
Goslett ritiene che un’inchiesta ufficiale sulla morte del dottor Kelly, 59 anni, trovato morto a Harrowdown Hill, a due miglia da casa sua a Southmoor, nell’Oxfordshire, il 18 luglio 2003, sia l’unico modo per risolvere le domande senza risposta. In tutti questi anni la signora Kelly ha mantenuto un dignitoso silenzio sulla morte di suo marito da quando ha rilasciato un’intervista al New York Times il giorno in cui è stato trovato il corpo e non ha mai messo pubblicamente in discussione i risultati dell’indagine della commissione parlamentare presieduta da Hutton.
Il libro della Goslett è il risultato di diversi anni di ricerca che è partita da una lettera pervenuta a Rowena Thursby il 10 giugno 2004. La sig.ra Thursby, un editrice che all’epoca aveva 40 anni, aveva istituito il Kelly Investigation Group e stava lavorando con un certo numero di medici per cercare di riaprire l’inchiesta. La signora Kelly stava rispondendo a una lettera che la signora Thursby le aveva inviato in merito ai propri sospetti sul caso.
Goslett ha scritto nel suo libro: “La lettera dice che la signora Kelly non ha dubbi sul fatto che suo marito sia stato ucciso e il motivo per cui lo hanno fatto è stato perché il lavoro della sua vita era finito […] . E dice pure che lei e suo marito sono state entrambi completamente traumatizzati durante l’ultima settimana della vita di David Kelly” . Ma poi, stranamente, aggiunge che suo marito “non aveva bisogno di alcuna razione esterna per porre fine alla sua vita. Il fatto che abbia scelto di porre fine alla sua vita alla sua prima opportunità disponibile è perché aveva completato ciò che gli era stato chiesto.”[2].
Secondo quanto riferito, la signora Kelly ha anche considerato l’eventualità che il dott. Kelly potesse essere stato assassinato, come suggerito dai “teorici della cospirazione”. Il libro afferma che Mrs. Kelly dichiarò: “Sono consapevole che le prove presentate sulle circostanze fisiche e materiali che circondano la morte di David potrebbero non dare un verdetto completo del suicidio stesso […] questo ha reso difficile per alcuni accettare che la sua morte era stata davvero un suicidio […] La ‘teoria della cospirazione’ è relativamente facile da mettere insieme, forse molto più facile del fatto di accettare l’idea del suicidio“. [3]
Secondo quanto scritto dalla Goslett, la vedova Kelly disse che non avrebbe mai messo in discussione le cause della morte del marito, ma disse pure che non avrebbe mai chiesto alla sig.ra Thursby di interrompere la sua campagna. Tuttavia, secondo quanto riferito, aggiunse: “Ho avuto un grande volume di lettere di sostenitori della tesi dell’omicidio ed ho avuto molto tempo da considerare e riconsiderare […] Sono andata con la mente più volte alle ore precedenti la morte di David e sono assolutamente certa che si sia suicidato.”[4]
Goslett afferma che il giorno in cui la sig.ra Thursby ricevette la lettera, ebbe anche una telefonata da parte della signora Kelly in cui quest’ultima diceva di aver cambiato idea sulla sua pubblicazione. “Thursby ha accettato di restituire la lettera ma, poiché era legalmente di sua proprietà, ne ha fatto una copia, un estratto che ha condiviso con alcuni membri del Kelly Investigation Group[…] Questo estratto non è mai stato pubblicato prima.” [5]
Il dott. Kelly aveva fornito prove alla commissione per gli affari esteri il 15 luglio del 2003, appena due giorni prima della sua scomparsa. Quando gli fu chiesto del suo presunto coinvolgimento nella divulgazione di informazioni al giornalista della BBC Andrew Gilligan in merito al cosiddetto “dossier” del governo, sostenne che il caso della guerra con l’Iraq “era stato risolto”. David Kelly era stato precedentemente indicato dalla stampa come la principale fonte dello scoop di Gilligan sul “dossier gonfiato”, cosa che il funzionario aveva subito negato ma che, quasi certamente, ne ha decretato il verdetto di morte.
Note:
[1] The Strange Death of David Kellly, di Norman Baker , (GB), 2007
[2] An Inconvenient Death – How The Establishment Covered Up The David Kelly Affair di Miles Goslett, ed. Head of Zeus(GB) , 2018
[3] Ibid.
[4] Ibid.
[5] Ibid.
Fonte
23/05/2019
Siria - Smentito il presunto attacco chimico a idlib
Anche l’Osservatorio siriano per i diritti umani, una Ong nota per i legami con l’opposizione schierata contro il presidente Bashar Assad, smentisce che Damasco abbia fatto uso negli ultimi giorni di armi chimiche nel nord-ovest del paese. L’accusa ha immediatamente spinto gli Stati Uniti a minacciare la Siria di nuovi attacchi militari.
Dietro la denuncia ci sono le milizie qaediste e jihadiste che operano in quella zona, secondo le quali l’aviazione siriana il 19 maggio avrebbe lanciato gas cloro contro aree abitate da civili nella regione nord-occidentale di Latakia. Ma l’Osservatorio afferma di non avere prove di queste affermazioni e sottolinea che nell’area delle montagne di Latakia non risultano esserci civili.
Una notizia falsa ma che l’Amministrazione Trump, impegnata in una campagna aggressiva – per ora diplomatica ed economica – contro l’Iran e la Siria sua alleata, ha subito preso sul serio per far salire la tensione. Da Washington hanno annunciato di essere pronti a “rispondere rapidamente e in maniera adeguata”, ossia militarmente, come avvenuto lo scorso anno con la cooperazione di Francia e Gran Bretagna dopo la denuncia di un presunto attacco chimico governativo su Douma (nei pressi di Damasco) che non ha mai trovato una conferma definitiva.
E’ da notare che la Russia, alleata dalla Siria, sulla base di informazioni della sua intelligence, aveva avvertito nei giorni scorsi che i miliziani qaedisti intendevano orchestrare una messinscena sull’uso di armi chimiche per provocare una reazione occidentale. Damasco è impegnata dalla fine di aprile in un’offensiva militare per la riconquista della regione nordoccidentale di Idlib, l’unica ancora nelle mani delle forze schierate contro il governo centrale e che, secondo un accordo raggiunto lo scorso settembre da Russia e Turchia, è sotto la tutela di Ankara che ora vorrebbe ritirare i suoi soldati che presidiano una dozzina di posti di osservazione nella regione. Da giorni Russia e Turchia sono impegnate in colloqui per trovare una via d’uscita che al momento non sembra a portata di mano.
L’offensiva governativa intanto prosegue. Non è chiaro al momento se Damasco intenda riprendere tutta Idlib. Di sicuro vuole mettere fine ai blitz armati e ai lanci di razzi che compiono i qaedisti e altre formazioni estremiste armate all’esterno della regione, bloccando tra le altre cose le comunicazioni stradali tra il nord e il sud del Paese. Questi gruppi nelle ultime ore hanno sferrato un attacco tra Hama e Idlib e nella valle dell’Oronte. 150 miliziani di Hay’at Tahrir al Sham (il ramo siriano di al Qaida) sarebbero stati uccisi secondo fonti russe e governative siriane. Dall’altra parte invece annunciano di aver “inflitto dure perdite al nemico” grazie anche ai razzi anticarro “Kornet” di recente ricevuti dalla Turchia. I qaedisti sostengono inoltre che bombardamenti di jet russi ed elicotteri governativi avrebbero ucciso 16 civili, 12 dei quali in un mercato di Marrat Numan, a sud-est di Idlib. La notizia non ha trovato conferme da parte di fonti indipendenti.
Intanto ieri è finito l’incubo per il bresciano Alessandro Sandrini, rapito tre anni fa al confine tra Siria e Turchia e liberato da una formazione qaedista. L’annuncio è inizialmente arrivato tramite un comunicato del cosiddetto “Governo di salvezza nazionale”, il braccio politico di Hay’at Tahrir Sham. Nel testo del sedicente ministero degli interni qaedista non si fa riferimento al pagamento di un eventuale riscatto.
Fonte
Dietro la denuncia ci sono le milizie qaediste e jihadiste che operano in quella zona, secondo le quali l’aviazione siriana il 19 maggio avrebbe lanciato gas cloro contro aree abitate da civili nella regione nord-occidentale di Latakia. Ma l’Osservatorio afferma di non avere prove di queste affermazioni e sottolinea che nell’area delle montagne di Latakia non risultano esserci civili.
Una notizia falsa ma che l’Amministrazione Trump, impegnata in una campagna aggressiva – per ora diplomatica ed economica – contro l’Iran e la Siria sua alleata, ha subito preso sul serio per far salire la tensione. Da Washington hanno annunciato di essere pronti a “rispondere rapidamente e in maniera adeguata”, ossia militarmente, come avvenuto lo scorso anno con la cooperazione di Francia e Gran Bretagna dopo la denuncia di un presunto attacco chimico governativo su Douma (nei pressi di Damasco) che non ha mai trovato una conferma definitiva.
E’ da notare che la Russia, alleata dalla Siria, sulla base di informazioni della sua intelligence, aveva avvertito nei giorni scorsi che i miliziani qaedisti intendevano orchestrare una messinscena sull’uso di armi chimiche per provocare una reazione occidentale. Damasco è impegnata dalla fine di aprile in un’offensiva militare per la riconquista della regione nordoccidentale di Idlib, l’unica ancora nelle mani delle forze schierate contro il governo centrale e che, secondo un accordo raggiunto lo scorso settembre da Russia e Turchia, è sotto la tutela di Ankara che ora vorrebbe ritirare i suoi soldati che presidiano una dozzina di posti di osservazione nella regione. Da giorni Russia e Turchia sono impegnate in colloqui per trovare una via d’uscita che al momento non sembra a portata di mano.
L’offensiva governativa intanto prosegue. Non è chiaro al momento se Damasco intenda riprendere tutta Idlib. Di sicuro vuole mettere fine ai blitz armati e ai lanci di razzi che compiono i qaedisti e altre formazioni estremiste armate all’esterno della regione, bloccando tra le altre cose le comunicazioni stradali tra il nord e il sud del Paese. Questi gruppi nelle ultime ore hanno sferrato un attacco tra Hama e Idlib e nella valle dell’Oronte. 150 miliziani di Hay’at Tahrir al Sham (il ramo siriano di al Qaida) sarebbero stati uccisi secondo fonti russe e governative siriane. Dall’altra parte invece annunciano di aver “inflitto dure perdite al nemico” grazie anche ai razzi anticarro “Kornet” di recente ricevuti dalla Turchia. I qaedisti sostengono inoltre che bombardamenti di jet russi ed elicotteri governativi avrebbero ucciso 16 civili, 12 dei quali in un mercato di Marrat Numan, a sud-est di Idlib. La notizia non ha trovato conferme da parte di fonti indipendenti.
Intanto ieri è finito l’incubo per il bresciano Alessandro Sandrini, rapito tre anni fa al confine tra Siria e Turchia e liberato da una formazione qaedista. L’annuncio è inizialmente arrivato tramite un comunicato del cosiddetto “Governo di salvezza nazionale”, il braccio politico di Hay’at Tahrir Sham. Nel testo del sedicente ministero degli interni qaedista non si fa riferimento al pagamento di un eventuale riscatto.
Fonte
26/12/2018
Ucraina - Kiev sta preparando un attacco chimico nel Donbass?
Al momento di scrivere, mancano poche ore allo scadere della legge marziale, introdotta un mese fa in dieci regioni dell’Ucraina, dopo la provocazione navale nello stretto di Kerch. Alle 13 ora italiana, sarà chiaro se Petro Poroshenko ne decreterà la fine, o invece la rinnoverà per un altro mese: la sua proposta iniziale era in effetti di due mesi, poi ridotti a uno, per metter d’accordo tutte le frazioni parlamentari.
I presupposti per il rinvio della scadenza, pare ci siano tutti: le agenzie di stampa russe non escludono un’altra provocazione nazista proprio nei prossimi due giorni. Questa volta, l’obiettivo sarebbero alcune città di quella parte del Donbass sotto controllo ucraino. Kiev starebbe allestendo lo scenario di un attacco chimico, del tipo di quelli che hanno spianato la strada ai bombardamenti yankee sulla Siria. Questa volta, le sostanze venefiche sarebbero però autentiche (fonti citate da news-front.info parlano di una variante, con l’avvelenamento delle condutture dell’acqua potabile): a farne le spese sarebbero civili ucraini e la colpa verrebbe ovviamente addossata alle milizie di DNR e LNR.
Uno degli obiettivi potrebbe essere la città di Schaste, una trentina di km a nord di Lugansk. A sud della città scorre il fiume Donets, che costituisce ora la linea del fronte e mappe con le condotte idriche della zona sarebbero state trovate dalla ricognizione delle milizie. Allo stesso tempo, sia a nord di Lugansk, sia a ovest, nell’area di Bakhmut, Kiev ha dispiegato negli ultimi giorni grandi quantità di mezzi bellici, in particolare carri armati ed elicotteri.
Moskovskij komsomolets scriveva ieri dell’arrivo alla stazione di Krasnogorovka, una quindicina di km a ovest di Donetsk, sulla linea del fronte, di un convoglio ferroviario carico di bidoni di colore azzurro, contenenti presumibilmente sostanze tossiche, che i militari ucraini, dotati di speciali tute protettive, avrebbero immediatamente scaricato. Secondo il portavoce delle milizie della Repubblica popolare di Donetsk, Eduard Basurin, la ricognizione della DNR avrebbe individuato proprio in quell’area, anche elementi dei servizi speciali yankee e britannici.
Fonte
I presupposti per il rinvio della scadenza, pare ci siano tutti: le agenzie di stampa russe non escludono un’altra provocazione nazista proprio nei prossimi due giorni. Questa volta, l’obiettivo sarebbero alcune città di quella parte del Donbass sotto controllo ucraino. Kiev starebbe allestendo lo scenario di un attacco chimico, del tipo di quelli che hanno spianato la strada ai bombardamenti yankee sulla Siria. Questa volta, le sostanze venefiche sarebbero però autentiche (fonti citate da news-front.info parlano di una variante, con l’avvelenamento delle condutture dell’acqua potabile): a farne le spese sarebbero civili ucraini e la colpa verrebbe ovviamente addossata alle milizie di DNR e LNR.
Uno degli obiettivi potrebbe essere la città di Schaste, una trentina di km a nord di Lugansk. A sud della città scorre il fiume Donets, che costituisce ora la linea del fronte e mappe con le condotte idriche della zona sarebbero state trovate dalla ricognizione delle milizie. Allo stesso tempo, sia a nord di Lugansk, sia a ovest, nell’area di Bakhmut, Kiev ha dispiegato negli ultimi giorni grandi quantità di mezzi bellici, in particolare carri armati ed elicotteri.
Moskovskij komsomolets scriveva ieri dell’arrivo alla stazione di Krasnogorovka, una quindicina di km a ovest di Donetsk, sulla linea del fronte, di un convoglio ferroviario carico di bidoni di colore azzurro, contenenti presumibilmente sostanze tossiche, che i militari ucraini, dotati di speciali tute protettive, avrebbero immediatamente scaricato. Secondo il portavoce delle milizie della Repubblica popolare di Donetsk, Eduard Basurin, la ricognizione della DNR avrebbe individuato proprio in quell’area, anche elementi dei servizi speciali yankee e britannici.
Fonte
26/11/2018
Contrordine in redazione: in Siria sono “i ribelli” ad usare il gas!
E’ bellissimo leggere i giornali mainstream... Sì, proprio quelli che domenica hanno riempito il Brancaccio, a Roma, per lamentare l’attacco verbale subito dalla maggioranza di governo. Con tanto di direttori che sentenziavano “il potere non ama chi lo contesta”. Come se fossero all’opposizione dura e pura da mille anni; come se non avessero mai mentito; come se non oscurassero sistematicamente tutti i soggetti, politici e sociali, che il potere (non solo i governi sgraditi) lo contestano davvero; come se non fossero – ieri come oggi – zerbini sdraiati sull’interesse dei rispettivi editori (tutti “impuri”, in Italia; ossia imprenditori che hanno il proprio core business in tutt’altri comparti, ma necessitano di megafoni fedeli).
Giusto un esempio, fresco fresco, per evidenziare il problema.
Sentite dire da anni che in Siria avvengono spesso bombardamenti che non guardano troppo per il sottile e colpiscono spesso anche i civili (ed è verissimo). Sentite dire spesso che sono state usate armi chimiche (e qualche volta è vero). Sentite dire che ad usare le armi chimiche è l’esercito di Assad, che regolarmente smentisce, permette il controllo agli ispettori Onu, i quali a volte certificano che non hanno trovato tracce di armi chimiche o gas, altre volte lasciano il dubbio.
Non siamo degli ingenui. Sappiamo benissimo che nelle guerre contemporanee il confine tra gruppi combattenti e popolazioni civili è molto esile, sul terreno. E che ogni fazione armata bada prima di tutto a vincere, senza star lì a sottilizzare sui morti che provoca “dall’altra parte”. E’ orrendo, inumano, ma è così.
Dunque non ci ha mai persuaso la propaganda mainstream che, nel grande macello siriano, ci raccontava che c’erano da una parte “gli insorti buoni” e dall’altra gli “stragisti di Assad”. Anche perché, com’è ormai universalmente noto, gli “insorti buoni” erano in genere miliziani di Al Qaeda (do you remenber Bin Laden?) o dell’Isis, sostenuti a giorni alterni da Turchia, Stati Uniti e Israele, oltre ad alcuni emirati del Golfo.
Però, dopo anni di propaganda unilineare contro Assad, ci saremmo aspettati un attimo di riflessione da parte dei cronisti de La Stampa di Torino (storico giornale di casa Agnelli, oggi in pratica una dependance del gruppo De Benedetti-Repubblica) nel darci questa notizia: “Siria, i ribelli usano gas, 107 intossicati ad Aleppo”.
E’ un titolo che rovescia completamente una narrazione pluriennale consolidata, inverte il ruolo tra “buoni” e “cattivi”, o quantomeno rivela che i “buoni” non sono poi proprio angelicati. Ci sarebbe di che scusarsi per la menzogne sparate per anni...
E invece nulla. Si scrive, si va avanti, si fa finta di niente, poi seguirà un editoriale del direttore – quando ci sarà da sostenere gli interessi occidentali contro quelli russi o siriani – che ripeterà le solite giaculatorie, come se lo stesso giornale che dirige non ci avesse raccontato l’opposto.
Per chi è interessato anche ai dettagli, qui di seguito l’articolo a firma Giordano Stabile.
Oltre cento persone sono rimaste intossicare da gas tossici dopo che i ribelli hanno colpito la periferia di Aleppo con proiettili al cloro lanciati da mortai. Il governo di Damasco parla di 30 “feriti gravi”, compresi molti bambini. La Russia ha chiesto alla Turchia di intervenire per fermare gli attacchi. L’aviazione di Mosca ha compiuto raid di rappresaglia su postazioni nella provincia di Idlib controllate da miliziani jihadisti, legati ad Al-Qaeda. Non è chiaro se ci siano state vittime civili in questi attacchi.
Sono i primi raid da due mesi nell’area di Idlib, da quando un accordo fra Mosca e Ankara ha portato all’istituzione di una zona cuscinetto fra le province di Aleppo e Idlib e a una tregua prolungata. I bombardamenti russi e l’attacco chimico dei ribelli sono stati entrambi confermati dall’Osservatorio per diritti umani in Siria, una ong con sede a Londra, vicina all’opposizione, che dispone di una rete di osservatori su tutto il territorio siriano. L’Osservatorio ha riportato testimonianze di “un forte cattivo odore” e persone con problemi respiratori.
L’agenzia statale siriana ha precisato che i proietti hanno colpito “tre distretti” della metropoli e ferito “107 persone”. E’ il bilancio più grave da quando le forze governative hanno riconquistato la città, la seconda della Siria per importanza dopo Damasco, nel dicembre del 2016. I ribelli però mantengono posizioni a poca distanza dalla periferia occidentale. “Non abbiamo certezza sul tipo di gas usato – ha detto Zaher Batal, un medico alepino citato dall’agenzia Reuters -. Ma sospettiamo che si tratti di cloro in base ai sintomi: difficoltà respiratorie, infiammazioni agli occhi, svenimenti”.
Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco. I maggiori sospetti sono però su Hayat al-Tahrir al-Sham, la franchise siriana di Al-Qaeda, che non ha accettato l’accordo di settembre fra Russia e Turchia. I jihadisti conducono una campagna all’interno della provincia di Idlib contro gli altri gruppi di ribelli, finiti sotto l’influenza e in alcuni casi il controllo diretto turco. Ci sono stati una serie di omicidi mirati nei confronti di capi locali e i qadeisti sono sospettati anche dell’uccisione di un attivista anti-regime e anti-islamisti, Raed Fares.
Fonte
Giusto un esempio, fresco fresco, per evidenziare il problema.
Sentite dire da anni che in Siria avvengono spesso bombardamenti che non guardano troppo per il sottile e colpiscono spesso anche i civili (ed è verissimo). Sentite dire spesso che sono state usate armi chimiche (e qualche volta è vero). Sentite dire che ad usare le armi chimiche è l’esercito di Assad, che regolarmente smentisce, permette il controllo agli ispettori Onu, i quali a volte certificano che non hanno trovato tracce di armi chimiche o gas, altre volte lasciano il dubbio.
Non siamo degli ingenui. Sappiamo benissimo che nelle guerre contemporanee il confine tra gruppi combattenti e popolazioni civili è molto esile, sul terreno. E che ogni fazione armata bada prima di tutto a vincere, senza star lì a sottilizzare sui morti che provoca “dall’altra parte”. E’ orrendo, inumano, ma è così.
Dunque non ci ha mai persuaso la propaganda mainstream che, nel grande macello siriano, ci raccontava che c’erano da una parte “gli insorti buoni” e dall’altra gli “stragisti di Assad”. Anche perché, com’è ormai universalmente noto, gli “insorti buoni” erano in genere miliziani di Al Qaeda (do you remenber Bin Laden?) o dell’Isis, sostenuti a giorni alterni da Turchia, Stati Uniti e Israele, oltre ad alcuni emirati del Golfo.
Però, dopo anni di propaganda unilineare contro Assad, ci saremmo aspettati un attimo di riflessione da parte dei cronisti de La Stampa di Torino (storico giornale di casa Agnelli, oggi in pratica una dependance del gruppo De Benedetti-Repubblica) nel darci questa notizia: “Siria, i ribelli usano gas, 107 intossicati ad Aleppo”.
E’ un titolo che rovescia completamente una narrazione pluriennale consolidata, inverte il ruolo tra “buoni” e “cattivi”, o quantomeno rivela che i “buoni” non sono poi proprio angelicati. Ci sarebbe di che scusarsi per la menzogne sparate per anni...
E invece nulla. Si scrive, si va avanti, si fa finta di niente, poi seguirà un editoriale del direttore – quando ci sarà da sostenere gli interessi occidentali contro quelli russi o siriani – che ripeterà le solite giaculatorie, come se lo stesso giornale che dirige non ci avesse raccontato l’opposto.
Per chi è interessato anche ai dettagli, qui di seguito l’articolo a firma Giordano Stabile.
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Oltre cento persone sono rimaste intossicare da gas tossici dopo che i ribelli hanno colpito la periferia di Aleppo con proiettili al cloro lanciati da mortai. Il governo di Damasco parla di 30 “feriti gravi”, compresi molti bambini. La Russia ha chiesto alla Turchia di intervenire per fermare gli attacchi. L’aviazione di Mosca ha compiuto raid di rappresaglia su postazioni nella provincia di Idlib controllate da miliziani jihadisti, legati ad Al-Qaeda. Non è chiaro se ci siano state vittime civili in questi attacchi.
Sono i primi raid da due mesi nell’area di Idlib, da quando un accordo fra Mosca e Ankara ha portato all’istituzione di una zona cuscinetto fra le province di Aleppo e Idlib e a una tregua prolungata. I bombardamenti russi e l’attacco chimico dei ribelli sono stati entrambi confermati dall’Osservatorio per diritti umani in Siria, una ong con sede a Londra, vicina all’opposizione, che dispone di una rete di osservatori su tutto il territorio siriano. L’Osservatorio ha riportato testimonianze di “un forte cattivo odore” e persone con problemi respiratori.
L’agenzia statale siriana ha precisato che i proietti hanno colpito “tre distretti” della metropoli e ferito “107 persone”. E’ il bilancio più grave da quando le forze governative hanno riconquistato la città, la seconda della Siria per importanza dopo Damasco, nel dicembre del 2016. I ribelli però mantengono posizioni a poca distanza dalla periferia occidentale. “Non abbiamo certezza sul tipo di gas usato – ha detto Zaher Batal, un medico alepino citato dall’agenzia Reuters -. Ma sospettiamo che si tratti di cloro in base ai sintomi: difficoltà respiratorie, infiammazioni agli occhi, svenimenti”.
Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco. I maggiori sospetti sono però su Hayat al-Tahrir al-Sham, la franchise siriana di Al-Qaeda, che non ha accettato l’accordo di settembre fra Russia e Turchia. I jihadisti conducono una campagna all’interno della provincia di Idlib contro gli altri gruppi di ribelli, finiti sotto l’influenza e in alcuni casi il controllo diretto turco. Ci sono stati una serie di omicidi mirati nei confronti di capi locali e i qadeisti sono sospettati anche dell’uccisione di un attivista anti-regime e anti-islamisti, Raed Fares.
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04/09/2018
Siria - Trump in soccorso dei jihadisti di Idlib
di Michele Giorgio
A pochi giorni dal 18esimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle di New York compiuto da uomini di al Qaeda, il presidente americano Donald Trump minaccia il leader siriano Bashar Assad pronto a ordinare alle sue truppe di riprendere Idlib, l’ultima roccaforte in Siria delle formazioni islamiste armate, in gran parte controllata da Hay’at Tahrir a Sham, schieramento dominato dall’ex Fronte an Nusra, ossia il braccio di al Qaeda in Siria. Considerata, al pari dell’Isis, negli Usa e in Europa una pericolosa organizzazione terroristica responsabile di attentati e attacchi con migliaia di morti, al Qaeda in Siria invece è definita da americani, europei e buona parte dei media occidentali una formazione “ribelle” solo perché combatte Assad. Lo stesso può dirsi dell’Isis inserito dagli occidentali nella galassia dei “ribelli” pronti a “difendere” Idlib.
“Il presidente Bashar al Assad – ha scrittoTrump in un tweet – non dovrebbe attaccare sconsideratamente la provincia di Idlib in Siria. Russi e iraniani farebbero un grave errore umanitario nel prendere parte a questa possibile tragedia umana. Centinaia di migliaia di persone potrebbero essere uccise. Non facciamo che questo accada!”. E’ chiaro che l’esercito siriano e le formazioni sciite sue alleate hanno il dovere di non coinvolgere e proteggere i civili siriani che vivono nella regione di Idlib (circa 3 milioni di persone) ma Trump che proprio nei giorni scorsi ha negato aiuti umanitari americani a 5 milioni di profughi palestinesi non ha alcun diritto di intimare ad altri di fare ciò che per primo lui non fa. Ipocrite sono peraltro gli ammonimenti a Damasco lanciati dalla Francia, paese che dal 2011 appoggia in Siria formazioni jihadiste e salafite, in particolare Jaysh al Islam, un gruppo armato espulso dalla Ghouta orientale, la regione a ridosso della capitale siriana riconquistata nei mesi scorsi dall’esercito governativo.
Come, secondo alcune fonti, potrebbe essere avvenuto a Ghouta, i “ribelli” si preparerebbero a lanciare armi chimiche a Idlib, attribuendo poi la responsabilità alle forze armate siriane in modo da innescare un attacco di americani, francesi e britannici contro Damasco più potente e letale di quello avvenuto la scorsa primavera. Lo denuncia la Russia che ha esortato l’Opac, l’agenzia per il monitoraggio delle armi chimiche, a vigilare su questo aspetto. Secondo Mosca gli Elmetti bianchi – la cosiddetta «difesa civile» che opera solo nelle zone “ribelli” e accusata dalle autorità di Damasco di aver organizzato falsi attacchi dei governativi – avrebbero trasferito due container di gas tossico a Idlib, dove ne hanno già altri otto, da usare contro i civili per far reagire Washington, Parigi e Londra.
Intanto prosegue la preparazione dell’offensiva a Idlib dell’esercito siriano che ha spostato mezzi e uomini a nord-est di Latakia, a sud di Aleppo e a nord di Hama. La Russia ha trasferito dieci navi e due sottomarini lungo le coste siriane a sostegno di Damasco. Sull’altro fronte la Turchia supervisiona l’organizzazione delle milizie islamiste sue alleate, in particolare dell’Esercito libero siriano. I salafati di Ahrar a Sham hanno creato il Fronte di Liberazione Nazionale insieme ai jihadisti di Nureddin al Zinki senza riuscire però a coinvolgere il gruppo principale, Hay’at Tahrir a Sham. Secondo alcune stime sarebbero 70mila i qaedisti e jihadisti pronti a combattere.
Fonte
A pochi giorni dal 18esimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle di New York compiuto da uomini di al Qaeda, il presidente americano Donald Trump minaccia il leader siriano Bashar Assad pronto a ordinare alle sue truppe di riprendere Idlib, l’ultima roccaforte in Siria delle formazioni islamiste armate, in gran parte controllata da Hay’at Tahrir a Sham, schieramento dominato dall’ex Fronte an Nusra, ossia il braccio di al Qaeda in Siria. Considerata, al pari dell’Isis, negli Usa e in Europa una pericolosa organizzazione terroristica responsabile di attentati e attacchi con migliaia di morti, al Qaeda in Siria invece è definita da americani, europei e buona parte dei media occidentali una formazione “ribelle” solo perché combatte Assad. Lo stesso può dirsi dell’Isis inserito dagli occidentali nella galassia dei “ribelli” pronti a “difendere” Idlib.
“Il presidente Bashar al Assad – ha scrittoTrump in un tweet – non dovrebbe attaccare sconsideratamente la provincia di Idlib in Siria. Russi e iraniani farebbero un grave errore umanitario nel prendere parte a questa possibile tragedia umana. Centinaia di migliaia di persone potrebbero essere uccise. Non facciamo che questo accada!”. E’ chiaro che l’esercito siriano e le formazioni sciite sue alleate hanno il dovere di non coinvolgere e proteggere i civili siriani che vivono nella regione di Idlib (circa 3 milioni di persone) ma Trump che proprio nei giorni scorsi ha negato aiuti umanitari americani a 5 milioni di profughi palestinesi non ha alcun diritto di intimare ad altri di fare ciò che per primo lui non fa. Ipocrite sono peraltro gli ammonimenti a Damasco lanciati dalla Francia, paese che dal 2011 appoggia in Siria formazioni jihadiste e salafite, in particolare Jaysh al Islam, un gruppo armato espulso dalla Ghouta orientale, la regione a ridosso della capitale siriana riconquistata nei mesi scorsi dall’esercito governativo.
Come, secondo alcune fonti, potrebbe essere avvenuto a Ghouta, i “ribelli” si preparerebbero a lanciare armi chimiche a Idlib, attribuendo poi la responsabilità alle forze armate siriane in modo da innescare un attacco di americani, francesi e britannici contro Damasco più potente e letale di quello avvenuto la scorsa primavera. Lo denuncia la Russia che ha esortato l’Opac, l’agenzia per il monitoraggio delle armi chimiche, a vigilare su questo aspetto. Secondo Mosca gli Elmetti bianchi – la cosiddetta «difesa civile» che opera solo nelle zone “ribelli” e accusata dalle autorità di Damasco di aver organizzato falsi attacchi dei governativi – avrebbero trasferito due container di gas tossico a Idlib, dove ne hanno già altri otto, da usare contro i civili per far reagire Washington, Parigi e Londra.
Intanto prosegue la preparazione dell’offensiva a Idlib dell’esercito siriano che ha spostato mezzi e uomini a nord-est di Latakia, a sud di Aleppo e a nord di Hama. La Russia ha trasferito dieci navi e due sottomarini lungo le coste siriane a sostegno di Damasco. Sull’altro fronte la Turchia supervisiona l’organizzazione delle milizie islamiste sue alleate, in particolare dell’Esercito libero siriano. I salafati di Ahrar a Sham hanno creato il Fronte di Liberazione Nazionale insieme ai jihadisti di Nureddin al Zinki senza riuscire però a coinvolgere il gruppo principale, Hay’at Tahrir a Sham. Secondo alcune stime sarebbero 70mila i qaedisti e jihadisti pronti a combattere.
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07/07/2018
Siria - Smentito l’attacco con armi chimiche a Douma. Svergognati i leader occidentali
L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) ha annunciato in un rapporto pubblicato il 6 luglio scorso, di non aver trovato la prova dell’utilizzo di gas nervino nell’attacco compiuto il 7 aprile nella città siriana di Douma. L’indagine sul campo era iniziata il 15 aprile scorso con gli ispettori dell’Opac giunti nella città siriana. “Dai risultati è emerso che non sono stati usati gas nervini o prodotti derivati”, ha detto l’Opac in un rapporto provvisorio aggiungendo che “insieme ai residui di esplosivi, sono stati rinvenuti vari composti di cloro”. Nei bombardamenti morirono circa 40 persone, ma le veline dei mass media parlavano di 100 morti uccisi da gas nervino e armi chimiche e il fatto servì come pretesto a Usa, Gran Bretagna e Francia per scatenare un attacco missilistico contro la Siria.
L’ambasciatrice Usa all’Onu, Niki Halley, comparve in aula con delle foto dell’orrore di Douta, con una sceneggiata che a molti ricordò quella del suo predecessore Colin Powell con le provette delle armi chimiche in Iraq. “Abbiamo la prova che la settimana scorsa sono state utilizzate armi chimiche in Siria da parte del regime” aveva detto il presidente francese Emmanuel Macron. La premier britannica Theresa May in un rapporto alla Camera dei Comuni aveva giustificato i raid della coalizione appoggiata da Londra (il giorno successivo Gentiloni fece altrettanto alla Camera dei deputati), affermando che era “Altamente probabile la responsabilità del regime siriano sulla base di una significativa mole di informazioni, provenienti da fonti aperte e d’intelligence”.
Le forze armate russe in Siria avevano denunciato che “un laboratorio chimico e un deposito di sostanze chimiche sono stati trovati durante un’ispezione a Duma. Durante l’ispezione, gli specialisti hanno scoperto sostanze chimiche bandite. Inoltre hanno trovato un contenitore di cloro simile a quello usato dai miliziani per mettere in scena il falso attacco chimico”, aveva spiegato Alexander Rodionov, un portavoce delle truppe russe in Siria.
Sulla manipolazione dei fatti su quanto avvenuto a Douma vedi anche:
Attacco chimico a Douma? L’Oms smentita dai funzionari Onu sul campo
Siria. Robert Fisk: “A Douma non c’è stato attacco chimico”
Fonte
L’ambasciatrice Usa all’Onu, Niki Halley, comparve in aula con delle foto dell’orrore di Douta, con una sceneggiata che a molti ricordò quella del suo predecessore Colin Powell con le provette delle armi chimiche in Iraq. “Abbiamo la prova che la settimana scorsa sono state utilizzate armi chimiche in Siria da parte del regime” aveva detto il presidente francese Emmanuel Macron. La premier britannica Theresa May in un rapporto alla Camera dei Comuni aveva giustificato i raid della coalizione appoggiata da Londra (il giorno successivo Gentiloni fece altrettanto alla Camera dei deputati), affermando che era “Altamente probabile la responsabilità del regime siriano sulla base di una significativa mole di informazioni, provenienti da fonti aperte e d’intelligence”.
Le forze armate russe in Siria avevano denunciato che “un laboratorio chimico e un deposito di sostanze chimiche sono stati trovati durante un’ispezione a Duma. Durante l’ispezione, gli specialisti hanno scoperto sostanze chimiche bandite. Inoltre hanno trovato un contenitore di cloro simile a quello usato dai miliziani per mettere in scena il falso attacco chimico”, aveva spiegato Alexander Rodionov, un portavoce delle truppe russe in Siria.
Sulla manipolazione dei fatti su quanto avvenuto a Douma vedi anche:
Attacco chimico a Douma? L’Oms smentita dai funzionari Onu sul campo
Siria. Robert Fisk: “A Douma non c’è stato attacco chimico”
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26/05/2018
Quattro anni fa veniva ucciso in Donbass il fotoreporter Andrea Rocchelli
Quattro anni fa il fotoreporter Andrea Rocchelli veniva ucciso a Sloviansk mentre documentava i danni sulla popolazione civile della guerra in Donbass.
A luglio 2017 i Ros di Milano ed i carabinieri di Pavia hanno arrestato, a Bologna, un italo-ucraino ritenuto responsabile, in concorso con altri non ancora identificati, dell’omicidio di Andrea Rocchelli, dell’interprete russo Andrej Mironov e del ferimento del foto-reporter francese William Roguelon, avvenuto il 24 maggio 2014 a Sloviansk, in Donbass. Rocchelli era lì per documentare il conflitto tra le forze militari ucraine e le milizie della Repubblica Popolare del Donetsk.
Dalle indagini sono emerse le responsabilità dell’italo-ucraino Vitaly Markiv ora in carcere a Pavia, che, alla la fine del 2013, era tornato in Ucraina ed aveva partecipato attivamente agli scontri di Piazza Maidan a Kiev. Subito dopo si era arruolato nei “Battaglioni di volontari” inseriti nella Guardia Nazionale, alle dirette dipendenze del Ministero dell’Interno Ucraino. il 24 maggio 2014, sulla collina Karachun, nei pressi di Sloviansk, avrebbe sparato indiscriminatamente contro i due foto-reporter e contro l’interprete russo causando la morte di Andrea ed il ferimento degli altri due.
L’assassinio del fotoreporter italiano era stato inizialmente liquidato da Kiev come «un danno collaterale» della guerra. La madre di Andrea, Elisa, ha sempre sostenuto che si trattò di un «attacco selettivo» contro Andrea mentre fotografava un treno, fermo sui binari per bloccare il passaggio dei carri armati, attorniato da militari ucraini. In quel frangente un civile consigliò al fotoreporter e ai suoi accompagnatori di allontanarsi, vista la presenza delle milizie ucraine. A quel punto partirono diversi colpi di kalashnikov ed anche alcuni colpi di mortaio verso Andrea ed i suoi due compagni.
Fra le varie ipotesi sui motivi per cui Andrea Rocchelli è stato ucciso ci sarebbe un legame con una ONG assai vicina alla Repubblica Popolare del Donetsk, ovviamente invisa al governo neonazista ucraino. In ogni caso è assai probabile che sia stato proprio il lavoro di documentazione sulla guerra in Donbass, la causa dell’assassinio di Andrea, dal momento che aveva scattato foto proprio in quella zona anche nei giorni precedenti la sua morte.
Nato a Pavia il 27 settembre 1983, Andrea era da poco diventato papà. Nel 2008 aveva fondato con altri quattro colleghi Cesura Lab, un collettivo indipendente di fotografi con cui voleva realizzare il suo desiderio di raccontare le guerre e le tragiche conseguenze sulle popolazioni civili.
Di certo l’attività di documentazione indipendente di Andrea e di William Roguelon doveva essere considerata assai scomoda dal governo e dalle forze militari ucraine che si sono macchiate di svariate atrocità ai danni del popolo del Donbass. Atrocità e crimini contro l’umanità fino a spingersi ad usare armi chimiche anche sui civili, come recentemente testimoniato da un reduce delle Forze operative speciali (SSO) di Kiev, tale Aleksandr Medinskij, rifugiatosi in Finlandia. Una notizia che non ha scosso minimamente le cancellerie di quegli stessi paesi che poco più di un mese fa hanno bombardato la Siria per un supposto uso di armi chimiche da parte delle forze armate siriane, peraltro, non provato né prima né dopo l’attacco missilistico che USA, Francia e Gran Bretagna hanno condotto insieme.
Fonte
A luglio 2017 i Ros di Milano ed i carabinieri di Pavia hanno arrestato, a Bologna, un italo-ucraino ritenuto responsabile, in concorso con altri non ancora identificati, dell’omicidio di Andrea Rocchelli, dell’interprete russo Andrej Mironov e del ferimento del foto-reporter francese William Roguelon, avvenuto il 24 maggio 2014 a Sloviansk, in Donbass. Rocchelli era lì per documentare il conflitto tra le forze militari ucraine e le milizie della Repubblica Popolare del Donetsk.
Dalle indagini sono emerse le responsabilità dell’italo-ucraino Vitaly Markiv ora in carcere a Pavia, che, alla la fine del 2013, era tornato in Ucraina ed aveva partecipato attivamente agli scontri di Piazza Maidan a Kiev. Subito dopo si era arruolato nei “Battaglioni di volontari” inseriti nella Guardia Nazionale, alle dirette dipendenze del Ministero dell’Interno Ucraino. il 24 maggio 2014, sulla collina Karachun, nei pressi di Sloviansk, avrebbe sparato indiscriminatamente contro i due foto-reporter e contro l’interprete russo causando la morte di Andrea ed il ferimento degli altri due.
L’assassinio del fotoreporter italiano era stato inizialmente liquidato da Kiev come «un danno collaterale» della guerra. La madre di Andrea, Elisa, ha sempre sostenuto che si trattò di un «attacco selettivo» contro Andrea mentre fotografava un treno, fermo sui binari per bloccare il passaggio dei carri armati, attorniato da militari ucraini. In quel frangente un civile consigliò al fotoreporter e ai suoi accompagnatori di allontanarsi, vista la presenza delle milizie ucraine. A quel punto partirono diversi colpi di kalashnikov ed anche alcuni colpi di mortaio verso Andrea ed i suoi due compagni.
Fra le varie ipotesi sui motivi per cui Andrea Rocchelli è stato ucciso ci sarebbe un legame con una ONG assai vicina alla Repubblica Popolare del Donetsk, ovviamente invisa al governo neonazista ucraino. In ogni caso è assai probabile che sia stato proprio il lavoro di documentazione sulla guerra in Donbass, la causa dell’assassinio di Andrea, dal momento che aveva scattato foto proprio in quella zona anche nei giorni precedenti la sua morte.
Nato a Pavia il 27 settembre 1983, Andrea era da poco diventato papà. Nel 2008 aveva fondato con altri quattro colleghi Cesura Lab, un collettivo indipendente di fotografi con cui voleva realizzare il suo desiderio di raccontare le guerre e le tragiche conseguenze sulle popolazioni civili.
Di certo l’attività di documentazione indipendente di Andrea e di William Roguelon doveva essere considerata assai scomoda dal governo e dalle forze militari ucraine che si sono macchiate di svariate atrocità ai danni del popolo del Donbass. Atrocità e crimini contro l’umanità fino a spingersi ad usare armi chimiche anche sui civili, come recentemente testimoniato da un reduce delle Forze operative speciali (SSO) di Kiev, tale Aleksandr Medinskij, rifugiatosi in Finlandia. Una notizia che non ha scosso minimamente le cancellerie di quegli stessi paesi che poco più di un mese fa hanno bombardato la Siria per un supposto uso di armi chimiche da parte delle forze armate siriane, peraltro, non provato né prima né dopo l’attacco missilistico che USA, Francia e Gran Bretagna hanno condotto insieme.
Fonte
21/05/2018
Armi chimiche contro il Donbass
Ci sarà una “adeguata reazione” dei “governi democratici” per l’uso di armi chimiche da parte dell’ennesimo “stato canaglia”? Si leverà il coro “di sdegno” dell’Occidente libero a chiedere la “necessaria risposta” all’impiego di armi proibite contro donne e bambini da parte di un governo dittatoriale e a imporre che il suo presidente si faccia da parte? La risposta è a dir poco retorica, dato che la domanda è come minimo stupida, trattandosi della junta neonazista ucraina.
Si dirà che l’accusa è tutta da provare e quindi occorrerà molto tempo per raccogliere prove, testimonianze, filmati. Occorrerà molto più tempo di altre volte: sicuramente, sul campo, non ci saranno stati i “meritori” caschi bianchi che, telecamere alla mano, avranno ripreso gli effetti sulla popolazione del Donbass dell’uso di proiettili chimici da parte delle truppe di Kiev...
Certo, in altre occasioni si è sorvolato su tali dettagli: la risposta doveva esser pronta e d’effetto; le prove e le testimonianze potevano aspettare. Anche in questo caso, c’è appena la testimonianza di un reduce delle Forze operative speciali (SSO) di Kiev, tal Aleksandr Medinskij che, rifugiato in Finlandia, denuncia il fatto. Forse un po’ poco. Ma, in altre occasioni, è bastato molto, molto meno per far scattare la “reazione adeguata” dell’Occidente “sdegnato”. Anzi, l’uso di armi chimiche lo si è dato per acquisito mentre i cacciabombardieri erano già sulla pista di rullaggio.
Medinskij si rivolge con un video direttamente a Donald Trump e, affermando di ritenere gli USA “inflessibili combattenti contro la diffusione delle sostanze tossiche e l’uso delle armi chimiche”, sottolinea come sia stata fulminea la reazione statunitense al caso Skripal (dimesso sabato scorso dall’ospedale) e alle voci non confermate sull’attacco chimico a Douma, in Siria. Medinskij, che si dice pronto a testimoniare di fronte a CIA, FBI e NSA, racconta nel video di come, nell’estate 2015, le SSO avessero confiscato un laboratorio chimico appartenente al battaglione “Donbass” e come in seguito Kiev ne avesse utilizzate le sostanze nel conflitto. L’ex militare ucraino afferma anche che nelle SSO sussiste la tacita dottrina sull’uso di sostanze tossiche e la “licenza” al loro utilizzo contro le milizie del Donbass.
La domanda che si poneva all’inizio, oltreché stupida, giunge dunque anche in ritardo di almeno tre anni. Per un verso, nel caso specifico, non si tratta affatto di uno “stato canaglia”, bensì di una “legittima” junta composta da “rispettabilissimi” nazisti messi al proprio posto da USA e UE e con cui le autorità istituzionali dei più democratici paesi (Italia in testa) sono ansiose di stringere accordi.
Per un altro verso, la domanda è tardiva: di solito, la “adeguata reazione” giunge mentre i comuni mortali si stanno ancora chiedendo come sia possibile lavare con l’acqua del rubinetto gli effetti di un attacco chimico, come fosse salsedine dopo una tonica nuotata in mare; ora, trascorsi tre anni, dove sarebbe l’effetto sorpresa?
D’altronde, alla “epopea” di majdan e all’aggressione contro il Donbass, si tributano premi cinematografici. Perché rovinare la soddisfazione?
Fonte
Si dirà che l’accusa è tutta da provare e quindi occorrerà molto tempo per raccogliere prove, testimonianze, filmati. Occorrerà molto più tempo di altre volte: sicuramente, sul campo, non ci saranno stati i “meritori” caschi bianchi che, telecamere alla mano, avranno ripreso gli effetti sulla popolazione del Donbass dell’uso di proiettili chimici da parte delle truppe di Kiev...
Certo, in altre occasioni si è sorvolato su tali dettagli: la risposta doveva esser pronta e d’effetto; le prove e le testimonianze potevano aspettare. Anche in questo caso, c’è appena la testimonianza di un reduce delle Forze operative speciali (SSO) di Kiev, tal Aleksandr Medinskij che, rifugiato in Finlandia, denuncia il fatto. Forse un po’ poco. Ma, in altre occasioni, è bastato molto, molto meno per far scattare la “reazione adeguata” dell’Occidente “sdegnato”. Anzi, l’uso di armi chimiche lo si è dato per acquisito mentre i cacciabombardieri erano già sulla pista di rullaggio.
Medinskij si rivolge con un video direttamente a Donald Trump e, affermando di ritenere gli USA “inflessibili combattenti contro la diffusione delle sostanze tossiche e l’uso delle armi chimiche”, sottolinea come sia stata fulminea la reazione statunitense al caso Skripal (dimesso sabato scorso dall’ospedale) e alle voci non confermate sull’attacco chimico a Douma, in Siria. Medinskij, che si dice pronto a testimoniare di fronte a CIA, FBI e NSA, racconta nel video di come, nell’estate 2015, le SSO avessero confiscato un laboratorio chimico appartenente al battaglione “Donbass” e come in seguito Kiev ne avesse utilizzate le sostanze nel conflitto. L’ex militare ucraino afferma anche che nelle SSO sussiste la tacita dottrina sull’uso di sostanze tossiche e la “licenza” al loro utilizzo contro le milizie del Donbass.
La domanda che si poneva all’inizio, oltreché stupida, giunge dunque anche in ritardo di almeno tre anni. Per un verso, nel caso specifico, non si tratta affatto di uno “stato canaglia”, bensì di una “legittima” junta composta da “rispettabilissimi” nazisti messi al proprio posto da USA e UE e con cui le autorità istituzionali dei più democratici paesi (Italia in testa) sono ansiose di stringere accordi.
Per un altro verso, la domanda è tardiva: di solito, la “adeguata reazione” giunge mentre i comuni mortali si stanno ancora chiedendo come sia possibile lavare con l’acqua del rubinetto gli effetti di un attacco chimico, come fosse salsedine dopo una tonica nuotata in mare; ora, trascorsi tre anni, dove sarebbe l’effetto sorpresa?
D’altronde, alla “epopea” di majdan e all’aggressione contro il Donbass, si tributano premi cinematografici. Perché rovinare la soddisfazione?
Fonte
28/04/2018
L’Aja certifica: “in Siria non c’è stato alcun attacco chimico”
Nessun giornale italiano ne ha dato notizia, eppure la seduta svoltasi l’altro ieri a l’Aja, nella sede dell’Opcw (Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons), ha preso in esame il famoso “attacco con armi chimiche” delle truppe di Assad che per poco non è diventato il casus belli di uno scontro potenzialmente catastrofico tra Usa e Russia.
Cos’è successo?
Davanti ai “giudici” sono comparsi 17 cittadini siriani di Douma, ripresi nei video che hanno fatto il giro del mondo. Tra di loro il bambino di 11 anni, Assan Diab. Che veniva investito da un getto d’acqua per “liberarlo dai gas al cloro”.
Com’è noto, abbiamo nutrito più di qualche dubbio su quel filmato girato dagli “Elmetti bianchi” (una sorta di Croce rossa legata ai jihadisti alleati degli Usa e della Turchia), proponendovi anche un’analisi informata da parte di un ex ufficiale dell’esercito italiano che aveva svolto il suo servizio proprio nei reparti Nbc (quelli che devono affrontare le conseguenze di eventuali attacchi nucleari-batteriologici-chimici). Ma quel che è venuto fuori da questa seduta olandese ha superato anche la nostra esperienza in bufale di guerra.
Il bambino ha spiegato che “Eravamo nel seminterrato e abbiamo sentito gente gridare che dovevamo andare in ospedale. Abbiamo attraversato un tunnel. All’ospedale hanno iniziato a versare acqua fredda su di me e avevo fumo negli occhi...”. Tutti i 17 testimoni hanno affermato che non c’è stato nessun attacco chimico, ma la “normale”, terribile, guerra “convenzionale” con il suo seguito di crolli, calcinacci, rifugi sotterranei, caos.
Insomma, il video era una docu-fiction dei jihadisti (un filmato montato selezionando frammenti “allusivi” e fortemente orientato dalla voce narrante). Su questa base sia Trump che Macron e Theresa May ha garantito al mondo di “avere le prove” dell’uso di armi chimiche da parte di Assad, procedendo a un attacco che avrebbe potuto scatenare – se fossero stati colpiti soldati e postazioni russe – un conflitto dalle conseguenze difficilmente immaginabili.
Siamo certi, comunque, che la prossima volta i nostri “giornalisti professionali” abboccheranno lo stesso. Li pagano per questo...
Fonte
Cos’è successo?
Davanti ai “giudici” sono comparsi 17 cittadini siriani di Douma, ripresi nei video che hanno fatto il giro del mondo. Tra di loro il bambino di 11 anni, Assan Diab. Che veniva investito da un getto d’acqua per “liberarlo dai gas al cloro”.
Com’è noto, abbiamo nutrito più di qualche dubbio su quel filmato girato dagli “Elmetti bianchi” (una sorta di Croce rossa legata ai jihadisti alleati degli Usa e della Turchia), proponendovi anche un’analisi informata da parte di un ex ufficiale dell’esercito italiano che aveva svolto il suo servizio proprio nei reparti Nbc (quelli che devono affrontare le conseguenze di eventuali attacchi nucleari-batteriologici-chimici). Ma quel che è venuto fuori da questa seduta olandese ha superato anche la nostra esperienza in bufale di guerra.
Il bambino ha spiegato che “Eravamo nel seminterrato e abbiamo sentito gente gridare che dovevamo andare in ospedale. Abbiamo attraversato un tunnel. All’ospedale hanno iniziato a versare acqua fredda su di me e avevo fumo negli occhi...”. Tutti i 17 testimoni hanno affermato che non c’è stato nessun attacco chimico, ma la “normale”, terribile, guerra “convenzionale” con il suo seguito di crolli, calcinacci, rifugi sotterranei, caos.
Insomma, il video era una docu-fiction dei jihadisti (un filmato montato selezionando frammenti “allusivi” e fortemente orientato dalla voce narrante). Su questa base sia Trump che Macron e Theresa May ha garantito al mondo di “avere le prove” dell’uso di armi chimiche da parte di Assad, procedendo a un attacco che avrebbe potuto scatenare – se fossero stati colpiti soldati e postazioni russe – un conflitto dalle conseguenze difficilmente immaginabili.
Siamo certi, comunque, che la prossima volta i nostri “giornalisti professionali” abboccheranno lo stesso. Li pagano per questo...
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20/04/2018
Siria - OPAC ferma, reporter USA smentisce l'attacco chimico
di Michele Giorgio – il Manifesto
James Mattis voleva l’approvazione del Congresso al raid contro la Siria lanciato sabato scorso dagli Stati Uniti. La richiesta del Segretario alla difesa però fu respinta da Donald Trump, intenzionato a non attendere i tempi della politica e a colpire Damasco subito in risposta al mai accertato attacco con armi chimiche su Douma del 7 aprile, attribuito dall’opposizione siriana all’aviazione governativa. Mattis comunque avrebbe strappato al presidente il sì a lanci di missili limitati a tre obiettivi, per evitare di colpire le postazioni russe in Siria. A scriverlo è stato il New York Times rivelando il retroscena dell’attacco e le differenze in seno all’Amministrazione sulla politica Usa nei confronti della crisi siriana. Il Pentagono ha negato tutto bollando la rivelazione del Nyt come falsa.
La questione è di scarso rilievo. Ciò che conta è che Washington, assieme a Londra e Parigi, ha aggredito la Siria senza attendere la foglia di fico di una risoluzione Onu e senza permettere lo svolgimento di indagini per accettare cosa sia accaduto il 7 aprile. L’incertezza intanto si fa sempre più fitta mentre Trump, Emmanuel Macron e Theresa May nei giorni scorsi parlavano di uso certo di armi chimiche.
Dopo il giornalista britannico Robert Fisk che ha riferito di non aver trovato a Douma conferme di un attacco con gas velenosi a danno della popolazione civile, anche un reporter americano, Pearson Sharp, di One America News – network tv conservatore che ha appoggiato la campagna elettorale di Trump – ha espresso forti dubbi. Sharp ha detto di aver intervistato dieci abitanti e nessuno di essi ha avvalorato la tesi di un lancio di ordigni con gas.
Sharp ha aggiunto di essere entrato nel quartier generale di Jaysh al Islam, il gruppo jihadista finanziato dall’Arabia Saudita che fino a qualche giorno fa aveva il controllo di Douma, trovandoci migliaia di proiettili di mortaio e ingenti quantitativi di armi.
Tra lo scetticismo di Trump e dei suoi alleati, gli esperti dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) si dicono pronti a fare luce sull’accaduto. Ma non hanno cominciato il loro lavoro. Giunti a Damasco il 14 aprile, aspettano ancora il via libera dei responsabili della sicurezza delle Nazioni Unite per avviare le indagini. Ieri il direttore dell’Opac, Ahmet Uzumcum, è stato perentorio quando ha affermato che la missione diventerà operativa solo se le sarà consentito l’accesso illimitato a tutte le aree di indagine. Peraltro ieri a Douma si sono sentiti degli spari e questo ha frenato ulteriormente il via libera degli uomini della sicurezza dell’Onu.
Ad alcuni chilometri di distanza da Douma, le forze armate siriane intanto hanno intensificato la pressione attorno al campo profughi palestinese di Yarmuk – la sua popolazione in gran parte è fuggita negli anni passati – e ai vicini sobborghi di Hajar al Aswad e Babila, fuori dal controllo governativo da sei anni e dal 2015 nelle mani dei miliziani dello Stato islamico che qualche settimana fa sono entrati anche a Qadam, sempre a ridosso di Damasco, abbandonato dai rivali qaedisti di an Nusra. Sconfitti intorno alla capitale, i jihadisti hanno provato ieri a cogliere di sorpresa l’esercito siriano a Quba al Kurdi, a sud di Hama, un’area strategica in ci sono stanziate le forze governative e i miliziani. I combattimenti in quella zona ora sono intensi.
Con il ritorno di una calma relativa in diverse aree del Paese, si accentua il rientro a casa dei siriani fuggiti in Giordania, Libano e Turchia. 462 rifugiati da anni ospitati nella località meridionale libanese di Shabaa, ieri a bordo di autobus hanno attraversato la frontiera e si sono diretti verso Beit Jinn, sulle pendici orientali delle Alture del Golan occupate da Israele.
Fonte
James Mattis voleva l’approvazione del Congresso al raid contro la Siria lanciato sabato scorso dagli Stati Uniti. La richiesta del Segretario alla difesa però fu respinta da Donald Trump, intenzionato a non attendere i tempi della politica e a colpire Damasco subito in risposta al mai accertato attacco con armi chimiche su Douma del 7 aprile, attribuito dall’opposizione siriana all’aviazione governativa. Mattis comunque avrebbe strappato al presidente il sì a lanci di missili limitati a tre obiettivi, per evitare di colpire le postazioni russe in Siria. A scriverlo è stato il New York Times rivelando il retroscena dell’attacco e le differenze in seno all’Amministrazione sulla politica Usa nei confronti della crisi siriana. Il Pentagono ha negato tutto bollando la rivelazione del Nyt come falsa.
La questione è di scarso rilievo. Ciò che conta è che Washington, assieme a Londra e Parigi, ha aggredito la Siria senza attendere la foglia di fico di una risoluzione Onu e senza permettere lo svolgimento di indagini per accettare cosa sia accaduto il 7 aprile. L’incertezza intanto si fa sempre più fitta mentre Trump, Emmanuel Macron e Theresa May nei giorni scorsi parlavano di uso certo di armi chimiche.
Dopo il giornalista britannico Robert Fisk che ha riferito di non aver trovato a Douma conferme di un attacco con gas velenosi a danno della popolazione civile, anche un reporter americano, Pearson Sharp, di One America News – network tv conservatore che ha appoggiato la campagna elettorale di Trump – ha espresso forti dubbi. Sharp ha detto di aver intervistato dieci abitanti e nessuno di essi ha avvalorato la tesi di un lancio di ordigni con gas.
Sharp ha aggiunto di essere entrato nel quartier generale di Jaysh al Islam, il gruppo jihadista finanziato dall’Arabia Saudita che fino a qualche giorno fa aveva il controllo di Douma, trovandoci migliaia di proiettili di mortaio e ingenti quantitativi di armi.
Tra lo scetticismo di Trump e dei suoi alleati, gli esperti dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) si dicono pronti a fare luce sull’accaduto. Ma non hanno cominciato il loro lavoro. Giunti a Damasco il 14 aprile, aspettano ancora il via libera dei responsabili della sicurezza delle Nazioni Unite per avviare le indagini. Ieri il direttore dell’Opac, Ahmet Uzumcum, è stato perentorio quando ha affermato che la missione diventerà operativa solo se le sarà consentito l’accesso illimitato a tutte le aree di indagine. Peraltro ieri a Douma si sono sentiti degli spari e questo ha frenato ulteriormente il via libera degli uomini della sicurezza dell’Onu.
Ad alcuni chilometri di distanza da Douma, le forze armate siriane intanto hanno intensificato la pressione attorno al campo profughi palestinese di Yarmuk – la sua popolazione in gran parte è fuggita negli anni passati – e ai vicini sobborghi di Hajar al Aswad e Babila, fuori dal controllo governativo da sei anni e dal 2015 nelle mani dei miliziani dello Stato islamico che qualche settimana fa sono entrati anche a Qadam, sempre a ridosso di Damasco, abbandonato dai rivali qaedisti di an Nusra. Sconfitti intorno alla capitale, i jihadisti hanno provato ieri a cogliere di sorpresa l’esercito siriano a Quba al Kurdi, a sud di Hama, un’area strategica in ci sono stanziate le forze governative e i miliziani. I combattimenti in quella zona ora sono intensi.
Con il ritorno di una calma relativa in diverse aree del Paese, si accentua il rientro a casa dei siriani fuggiti in Giordania, Libano e Turchia. 462 rifugiati da anni ospitati nella località meridionale libanese di Shabaa, ieri a bordo di autobus hanno attraversato la frontiera e si sono diretti verso Beit Jinn, sulle pendici orientali delle Alture del Golan occupate da Israele.
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19/04/2018
Armi chimiche 1
“Fallujah. La strage nascosta” è un documentario di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta andato in onda per la prima volta sulle reti televisive della Rai l’8 novembre 2005 che ha documentato le prove dell’uso di armi chimiche, in particolare ordigni incendiari e armi basate sul fosforo bianco e altre sostanze simili al napalm, come il Mark 77, e l’uso indiscriminato della violenza contro i civili da parte delle forze militari statunitensi nella città irachena di Falluja durante l’offensiva del novembre 2004.
Le interviste con ex militari statunitensi che affermano di essere stati presenti all’offensiva di Falluja supportano l’ipotesi dell’uso di armi da parte degli Stati Uniti, mentre i giornalisti che erano in Iraq discutono dei tentativi degli Stati Uniti di bloccare la diffusione delle notizie.
Vi sono filmati di armi al fosforo bianco sparate da elicotteri in aree urbane, così come riprese dettagliate mostrano i resti di persone che si suppone siano state uccise da quelle armi, tra cui donne e bambini.
Nel documentario viene intervistato l’ex soldato statunitense, ora attivista contro la guerra, Jeff Englehart, il quale discute dell’uso del fosforo bianco, chiamato “Willie Pete”, da parte degli Stati Uniti in aree edificate e descrive l’offensiva di Falluja come «un’uccisione di massa di arabi». Englehart ha trascorso due giorni a Falluja durante la battaglia.
Nel reportage si afferma che i militari statunitensi hanno deliberatamente mirato a civili iracheni e bambini durante l’offensiva di Falluja per debellare l’opposizione all’occupazione statunitense. Viene intervistato l’ex soldato statunitense Garret Reppenhagen il quale afferma che le morti civili erano frequenti e intenzionali.
Per le rivelazioni in anteprima il documentario è stato ripreso dalle maggiori testate mondiali, fra le quali Le Monde[2], El País[3], il New York Times[4], il Guardian[5], oltre alle italiane La Repubblica[6] e Il Corriere della Sera[7]; su quest’ultimo, Enzo Biagi richiamò il filmato e i suoi autori nella sua rubrica “Strettamente personale”[8].
Nel 2006 Ranucci ha vinto per il documentario il premio Alpi con la seguente motivazione: «Sigfrido Ranucci svela in esclusiva l’utilizzazione del fosforo nei bombardamenti americani su Falluja. L’inchiesta di Rai News 24 ha fatto il giro del mondo denunciando un drammatico retroscena della guerra in Iraq.»[9] Anche nel corso dell’attacco contro Gaza del 2009 l’esercito israeliano ha fatto uso di munizioni al fosforo bianco.
L’uso del fosforo bianco è un crimine di guerra. I media internazionali hanno impiegato un po’ di tempo per testimoniare quello che un occhio un po’ esperto di questioni militari ha capito fin dall’inizio dei bombardamenti. Gli aerei da caccia, gli elicotteri e gli altri vettori venduti dagli Stati Uniti e utilizzati da Tsahal hanno impiegato munizioni con fosforo bianco. Blindati e artiglieria hanno fatto seguito durante l’attacco terrestre infliggendo alle popolazioni della Striscia di Gaza, una delle zone più densamente popolate al mondo, un diluvio di materiale iper-attivo che si ossida e si infiamma al contatto dell’aria e sprigiona un forte odore di aglio.
L’uso di questo tipo di armi è devastante. Le particelle incandescenti di fosforo bianco – chiamato “affettuosamente” Willy Pete dai soldati britannici all’epoca della seconda Guerra mondiale e dai soldati USA in Vietnam – penetrano profondamente nella pelle, fino a fondere l’epidermide, la carne e le ossa.
Il fosforo bianco provoca ustioni chimiche multiple che possono continuare a bruciare all’interno del corpo, anche in assenza di ossigeno. “Generalmente, quando un paziente presenta un’ustione, si sa come curarla e soprattutto non c’è peggioramento, racconta il dottor Nafez Abu Shaaban, capo del servizio ustionati all’ospedale Shifa. Qui, non solamente era impossibile, ma in più la piaga si ingrandiva sempre di più e, dopo qualche ora, dalla ferita usciva fumo bianco. L’unica soluzione che avevamo era di portare il più rapidamente possibile il paziente in sala operatoria.” Queste ustioni sono spesso di secondo o terzo grado.
Fonte
18/04/2018
Siria. Robert Fisk: “A Douma non c’è stato attacco chimico”
Il noto reporter di guerra britannico Robert Fisk, nel suo reportage da Douma, nei luoghi dove ci sarebbe stato l’attacco chimico, ha intervistato residenti e medici di Douma, ed emerge un quadro della situazione che smentisce tutta la narrativa menzognera del maistream e dei governi occidentali.
Dal reportage del celebre e storico reporter di guerra Rober Fisk si evince che a Douma non c’è stato nessuno attacco con armi chimiche. Potrebbe essere contestata la versione di Fisk. Vero, ma dal momento che i governi di USA, Francia e Gran Bretagna hanno attaccato la Siria in quanto hanno ricevuto informazioni dai social network dell’uso di gas da parte dell’esercito siriano, perché non si dovrebbe credere ad un reporter di fama internazionale che da più di 40 anni realizza reportage dai campi di battaglia? L’articolo di Fisk acquisisce un autorevolezza maggiore dal momento che non si può affatto definire un simpatizzante di Assad. Dall’articolo, qui in originale, emerge. Segue traduzione integrale pubblicato da Lantidiplomatico.it
Questa è la storia di una città chiamata Douma, un luogo devastato e puzzolente di blocchi di appartamenti distrutti – e di una clinica sotterranea le cui immagini di sofferenza hanno permesso a tre delle nazioni più potenti del mondo occidentale di bombardare la Siria la scorsa settimana. C’è anche un dottore amichevole in un cappotto verde che, quando lo rintraccio nella stessa clinica, mi dice allegramente che la ripresa del “a gas” che ha fatto orrore al mondo – nonostante tutti i dubbiosi – è perfettamente genuina.
Le storie di guerra, tuttavia, hanno l’abitudine di diventare più oscure. Per lo stesso dottore siriano di 58 anni c’è qualcosa di profondamente scomodo: i pazienti, dice, sono stati sopraffatti non dal gas ma dalla fame di ossigeno nei tunnel pieni di spazzatura e negli scantinati in cui vivevano, in una notte di vento e bombardamenti pesanti che hanno scatenato una tempesta di polvere.
Come il dott. Assim Rahaibani annuncia in questa particolare conclusione, vale la pena di osservare che è per sua stessa ammissione non un testimone oculare e, mentre parla in buon inglese, si riferisce due volte agli uomini armati jihadisti di Jaish el-Islam [l’esercito dell’islam] a Douma come “terroristi” – la parola del regime per i loro nemici, e un termine usato da molte persone in tutta la Siria. Sto ascoltando questoQuale versione degli eventi dobbiamo credere?
Per sfortuna, anche i dottori che erano in servizio quella notte, il 7 aprile, erano tutti a Damasco per fornire prove a un’indagine sulle armi chimiche, che tenterà di fornire una risposta definitiva a questa domanda nelle prossime settimane.
La Francia, nel frattempo, ha dichiarato di aver “provato” che sono state usate armi chimiche, e i media statunitensi hanno citato fonti che dicono che anche le analisi del sangue e delle urine hanno mostrato questo. L’OMS ha affermato che i suoi partner sul campo hanno curato 500 pazienti “che presentano segni e sintomi compatibili con l’esposizione a sostanze chimiche tossiche.”
Allo stesso tempo, gli ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) sono attualmente bloccati dal venire qui sul luogo del presunto attacco di gas, apparentemente perché mancavano i giusti permessi delle Nazioni Unite.
Prima di andare oltre, i lettori dovrebbero essere consapevoli che questa non è l’unica storia a Douma. Ci sono molte persone con cui ho parlato tra le rovine della città che hanno detto di non aver mai creduto a storie di gas, che di solito venivano messe in atto dai gruppi armati islamici. Questi jihadisti, in particolare, sono sopravvissuti sotto una tormenta di fuoco di bombe vivendo nelle case di altre persone e in vasti e ampi tunnel con strade sotterranee scavate nella roccia viva con asce dai prigionieri su tre livelli sotto la città. Ho attraversato tre di loro ieri, vasti corridoi di roccia viva che contenevano ancora russi – sì, russi – razzi e auto bruciate.
Quindi la storia di Douma non è solo una storia di gas – o niente gas, a seconda dei casi. Si tratta di migliaia di persone che non hanno optato per l’evacuazione da Douma sugli autobus che sono partiti la scorsa settimana, insieme agli uomini armati con cui hanno dovuto vivere come trogloditi per mesi per sopravvivere. Ho attraversato questa città abbastanza liberamente ieri senza soldato, poliziotto o agente di sicurezza a seguire i miei passi, solo due amici siriani, una macchina fotografica e un taccuino. Qualche volta dovevo arrampicarmi su bastioni alti due metri e mezzo, su e giù per i quasi muri da terra. Felici di vedere stranieri tra loro, ancora più felici che l’assedio sia finalmente finito, sono per lo più sorridenti; quelli di cui puoi vedere le facce, naturalmente, perché un numero sorprendente di donne di Douma indossa un hijab nero.
Ho guidato per la prima volta a Douma come parte di un convoglio scortato di giornalisti. Ma una volta che un generale noioso aveva annunciato al di fuori di una casa distrutta “Non ho informazioni” me ne sono andato. Diversi altri reporter, per lo più siriani, hanno fatto lo stesso. Persino un gruppo di giornalisti russi, tutti in abiti militari, se ne è andato.
È stata una breve passeggiata per il Dr Rahaibani.
Dalla porta della sua clinica sotterranea – “Punto 200”, si chiama, nella strana geologia di questa città parzialmente sotterranea – c’è un corridoio che porta in discesa dove mi mostra il suo umile ospedale e i pochi letti dove piangeva una ragazzina mentre gli infermieri le curavano un taglio sopra l’occhio.
“Ero con la mia famiglia nel seminterrato della mia casa a trecento metri da qui quella notte, ma tutti i dottori sanno cosa è successo. C’erano un sacco di bombardamenti [da parte delle forze governative] e gli aerei erano sempre sopra Douma durante la notte – ma quella notte, c’era vento e nuvole di polvere enormi cominciarono a venire negli scantinati e nelle cantine dove vivevano le persone. La gente ha cominciato ad arrivare qui soffrendo di ipossia, perdita di ossigeno. Poi qualcuno alla porta, un “Casco bianco”, ha gridato “Gas!”, Ed è cominciato il panico. La gente ha iniziato a gettare acqua l’una sull’altra. Sì, il video è stato girato qui, è autentico, ma quello che vedi sono persone che soffrono di ipossia – non intossicazione da gas.”
Stranamente, dopo aver parlato con più di 20 persone, non sono riuscito a trovarne uno che mostrasse il minimo interesse per il ruolo di Douma nel provocare gli attacchi aerei occidentali. Due in realtà mi hanno detto che non sapevano della connessione.
Ma è uno strano mondo in cui sono entrato. Due uomini, Hussam e Nazir Abu Aishe, hanno detto di non sapere quante persone siano state uccise a Douma, anche se quest’ultimo ha ammesso di avere un cugino “giustiziato da Jaish el-Islam [l’esercito dell’Islam] per essere “vicino al regime”. Si sono scrollati le spalle quando ho chiesto delle 43 persone che si dice siano morte nel famigerato attacco Douma.
I White Helmets – i primi soccorritori medici già leggendari in Occidente ma con alcuni spunti interessanti alla loro stessa storia – hanno svolto un ruolo familiare durante le battaglie. Sono in parte finanziati dal Ministero degli Esteri e la maggior parte degli uffici locali è stata gestita da uomini di Douma. Ho trovato i loro uffici distrutti non lontano dalla clinica del dott. Rahaibani. Una maschera antigas era stata lasciata fuori da un contenitore di cibo con un occhio forato e una pila di sporche uniformi mimetiche militari giaceva all’interno di una stanza. Piantato, mi sono chiesto? Ne dubito. Il posto era pieno di capsule, attrezzature mediche e file rotti, lenzuola e materassi.
Ovviamente dobbiamo ascoltare la loro versione della storia, ma non succederà qui: una donna ci ha detto che ogni membro dei White Helmets di Douma ha abbandonato il quartier generale e ha scelto di portare gli autobus organizzati dal governo e protetti dalla Russia per la provincia ribelle di Idlib con i gruppi armati quando è stata concordata la tregua finale.
C’erano bancarelle di cibo aperte e una pattuglia di poliziotti militari russi – un optional ora facoltativo per ogni cessate il fuoco siriano – e nessuno si era nemmeno preso la briga di irrompere nella prigione islamica ostile vicino alla Piazza del Martirio dove le vittime sarebbero state presumibilmente decapitate negli scantinati. Il complemento della città della polizia civile siriana degli interni – che indossa stranamente abiti militari – è sorvegliato dai russi che possono essere o non essere osservati dai civili. Ancora una volta, le mie domande sincere sul gas sono state soddisfatte con quello che sembrava una vera perplessità.
Com’è possibile che i profughi di Douma che avevano raggiunto i campi in Turchia stessero già descrivendo un attacco di gas che nessuno oggi a Douma sembrava ricordare? Mi è venuto in mente che, camminando per più di un miglio attraverso questi miserabili tunnel ingombri di prigionieri, i cittadini di Douma vivevano così isolati l’uno dall’altro per così tanto tempo che le “notizie” nel senso della parola semplicemente non avevano significato per loro. La Siria non è fatta come una democrazia jeffersoniana – come vorrei cinicamente dire ai miei colleghi arabi – ed è davvero una dittatura spietata, ma che non potrebbe manipolare queste persone, felici di vedere gli stranieri tra di loro, di reagire con poche parole di verità. Quindi cosa mi stavano dicendo?
Parlavano degli islamisti sotto i quali erano vissuti. Hanno parlato di come i gruppi armati abbiano rubato case ai civili per evitare il governo siriano e il bombardamento russo. Jaish el-Islam ha bruciato i suoi uffici prima che se ne andassero, ma i massicci edifici all’interno delle zone di sicurezza che avevano creato erano stati quasi tutti distrutti a colpi di bombardamenti aerei. Un colonnello siriano che ho incontrato dietro uno di questi edifici mi ha chiesto se volevo vedere quanto fossero profondi i tunnel. Mi sono fermato dopo più di un miglio quando ha cripticamente osservato che “questo tunnel potrebbe arrivare fino alla Gran Bretagna”. Ah, sì, signora May, ho ricordato, i cui attacchi aerei erano stati così intimamente connessi a questo luogo di tunnel e polvere. E il gas?
Fonte: The Independent
Fonte
Dal reportage del celebre e storico reporter di guerra Rober Fisk si evince che a Douma non c’è stato nessuno attacco con armi chimiche. Potrebbe essere contestata la versione di Fisk. Vero, ma dal momento che i governi di USA, Francia e Gran Bretagna hanno attaccato la Siria in quanto hanno ricevuto informazioni dai social network dell’uso di gas da parte dell’esercito siriano, perché non si dovrebbe credere ad un reporter di fama internazionale che da più di 40 anni realizza reportage dai campi di battaglia? L’articolo di Fisk acquisisce un autorevolezza maggiore dal momento che non si può affatto definire un simpatizzante di Assad. Dall’articolo, qui in originale, emerge. Segue traduzione integrale pubblicato da Lantidiplomatico.it
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Questa è la storia di una città chiamata Douma, un luogo devastato e puzzolente di blocchi di appartamenti distrutti – e di una clinica sotterranea le cui immagini di sofferenza hanno permesso a tre delle nazioni più potenti del mondo occidentale di bombardare la Siria la scorsa settimana. C’è anche un dottore amichevole in un cappotto verde che, quando lo rintraccio nella stessa clinica, mi dice allegramente che la ripresa del “a gas” che ha fatto orrore al mondo – nonostante tutti i dubbiosi – è perfettamente genuina.
Le storie di guerra, tuttavia, hanno l’abitudine di diventare più oscure. Per lo stesso dottore siriano di 58 anni c’è qualcosa di profondamente scomodo: i pazienti, dice, sono stati sopraffatti non dal gas ma dalla fame di ossigeno nei tunnel pieni di spazzatura e negli scantinati in cui vivevano, in una notte di vento e bombardamenti pesanti che hanno scatenato una tempesta di polvere.
Come il dott. Assim Rahaibani annuncia in questa particolare conclusione, vale la pena di osservare che è per sua stessa ammissione non un testimone oculare e, mentre parla in buon inglese, si riferisce due volte agli uomini armati jihadisti di Jaish el-Islam [l’esercito dell’islam] a Douma come “terroristi” – la parola del regime per i loro nemici, e un termine usato da molte persone in tutta la Siria. Sto ascoltando questoQuale versione degli eventi dobbiamo credere?
Per sfortuna, anche i dottori che erano in servizio quella notte, il 7 aprile, erano tutti a Damasco per fornire prove a un’indagine sulle armi chimiche, che tenterà di fornire una risposta definitiva a questa domanda nelle prossime settimane.
La Francia, nel frattempo, ha dichiarato di aver “provato” che sono state usate armi chimiche, e i media statunitensi hanno citato fonti che dicono che anche le analisi del sangue e delle urine hanno mostrato questo. L’OMS ha affermato che i suoi partner sul campo hanno curato 500 pazienti “che presentano segni e sintomi compatibili con l’esposizione a sostanze chimiche tossiche.”
Allo stesso tempo, gli ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) sono attualmente bloccati dal venire qui sul luogo del presunto attacco di gas, apparentemente perché mancavano i giusti permessi delle Nazioni Unite.
Prima di andare oltre, i lettori dovrebbero essere consapevoli che questa non è l’unica storia a Douma. Ci sono molte persone con cui ho parlato tra le rovine della città che hanno detto di non aver mai creduto a storie di gas, che di solito venivano messe in atto dai gruppi armati islamici. Questi jihadisti, in particolare, sono sopravvissuti sotto una tormenta di fuoco di bombe vivendo nelle case di altre persone e in vasti e ampi tunnel con strade sotterranee scavate nella roccia viva con asce dai prigionieri su tre livelli sotto la città. Ho attraversato tre di loro ieri, vasti corridoi di roccia viva che contenevano ancora russi – sì, russi – razzi e auto bruciate.
Quindi la storia di Douma non è solo una storia di gas – o niente gas, a seconda dei casi. Si tratta di migliaia di persone che non hanno optato per l’evacuazione da Douma sugli autobus che sono partiti la scorsa settimana, insieme agli uomini armati con cui hanno dovuto vivere come trogloditi per mesi per sopravvivere. Ho attraversato questa città abbastanza liberamente ieri senza soldato, poliziotto o agente di sicurezza a seguire i miei passi, solo due amici siriani, una macchina fotografica e un taccuino. Qualche volta dovevo arrampicarmi su bastioni alti due metri e mezzo, su e giù per i quasi muri da terra. Felici di vedere stranieri tra loro, ancora più felici che l’assedio sia finalmente finito, sono per lo più sorridenti; quelli di cui puoi vedere le facce, naturalmente, perché un numero sorprendente di donne di Douma indossa un hijab nero.
Ho guidato per la prima volta a Douma come parte di un convoglio scortato di giornalisti. Ma una volta che un generale noioso aveva annunciato al di fuori di una casa distrutta “Non ho informazioni” me ne sono andato. Diversi altri reporter, per lo più siriani, hanno fatto lo stesso. Persino un gruppo di giornalisti russi, tutti in abiti militari, se ne è andato.
È stata una breve passeggiata per il Dr Rahaibani.
Dalla porta della sua clinica sotterranea – “Punto 200”, si chiama, nella strana geologia di questa città parzialmente sotterranea – c’è un corridoio che porta in discesa dove mi mostra il suo umile ospedale e i pochi letti dove piangeva una ragazzina mentre gli infermieri le curavano un taglio sopra l’occhio.
“Ero con la mia famiglia nel seminterrato della mia casa a trecento metri da qui quella notte, ma tutti i dottori sanno cosa è successo. C’erano un sacco di bombardamenti [da parte delle forze governative] e gli aerei erano sempre sopra Douma durante la notte – ma quella notte, c’era vento e nuvole di polvere enormi cominciarono a venire negli scantinati e nelle cantine dove vivevano le persone. La gente ha cominciato ad arrivare qui soffrendo di ipossia, perdita di ossigeno. Poi qualcuno alla porta, un “Casco bianco”, ha gridato “Gas!”, Ed è cominciato il panico. La gente ha iniziato a gettare acqua l’una sull’altra. Sì, il video è stato girato qui, è autentico, ma quello che vedi sono persone che soffrono di ipossia – non intossicazione da gas.”
Stranamente, dopo aver parlato con più di 20 persone, non sono riuscito a trovarne uno che mostrasse il minimo interesse per il ruolo di Douma nel provocare gli attacchi aerei occidentali. Due in realtà mi hanno detto che non sapevano della connessione.
Ma è uno strano mondo in cui sono entrato. Due uomini, Hussam e Nazir Abu Aishe, hanno detto di non sapere quante persone siano state uccise a Douma, anche se quest’ultimo ha ammesso di avere un cugino “giustiziato da Jaish el-Islam [l’esercito dell’Islam] per essere “vicino al regime”. Si sono scrollati le spalle quando ho chiesto delle 43 persone che si dice siano morte nel famigerato attacco Douma.
I White Helmets – i primi soccorritori medici già leggendari in Occidente ma con alcuni spunti interessanti alla loro stessa storia – hanno svolto un ruolo familiare durante le battaglie. Sono in parte finanziati dal Ministero degli Esteri e la maggior parte degli uffici locali è stata gestita da uomini di Douma. Ho trovato i loro uffici distrutti non lontano dalla clinica del dott. Rahaibani. Una maschera antigas era stata lasciata fuori da un contenitore di cibo con un occhio forato e una pila di sporche uniformi mimetiche militari giaceva all’interno di una stanza. Piantato, mi sono chiesto? Ne dubito. Il posto era pieno di capsule, attrezzature mediche e file rotti, lenzuola e materassi.
Ovviamente dobbiamo ascoltare la loro versione della storia, ma non succederà qui: una donna ci ha detto che ogni membro dei White Helmets di Douma ha abbandonato il quartier generale e ha scelto di portare gli autobus organizzati dal governo e protetti dalla Russia per la provincia ribelle di Idlib con i gruppi armati quando è stata concordata la tregua finale.
C’erano bancarelle di cibo aperte e una pattuglia di poliziotti militari russi – un optional ora facoltativo per ogni cessate il fuoco siriano – e nessuno si era nemmeno preso la briga di irrompere nella prigione islamica ostile vicino alla Piazza del Martirio dove le vittime sarebbero state presumibilmente decapitate negli scantinati. Il complemento della città della polizia civile siriana degli interni – che indossa stranamente abiti militari – è sorvegliato dai russi che possono essere o non essere osservati dai civili. Ancora una volta, le mie domande sincere sul gas sono state soddisfatte con quello che sembrava una vera perplessità.
Com’è possibile che i profughi di Douma che avevano raggiunto i campi in Turchia stessero già descrivendo un attacco di gas che nessuno oggi a Douma sembrava ricordare? Mi è venuto in mente che, camminando per più di un miglio attraverso questi miserabili tunnel ingombri di prigionieri, i cittadini di Douma vivevano così isolati l’uno dall’altro per così tanto tempo che le “notizie” nel senso della parola semplicemente non avevano significato per loro. La Siria non è fatta come una democrazia jeffersoniana – come vorrei cinicamente dire ai miei colleghi arabi – ed è davvero una dittatura spietata, ma che non potrebbe manipolare queste persone, felici di vedere gli stranieri tra di loro, di reagire con poche parole di verità. Quindi cosa mi stavano dicendo?
Parlavano degli islamisti sotto i quali erano vissuti. Hanno parlato di come i gruppi armati abbiano rubato case ai civili per evitare il governo siriano e il bombardamento russo. Jaish el-Islam ha bruciato i suoi uffici prima che se ne andassero, ma i massicci edifici all’interno delle zone di sicurezza che avevano creato erano stati quasi tutti distrutti a colpi di bombardamenti aerei. Un colonnello siriano che ho incontrato dietro uno di questi edifici mi ha chiesto se volevo vedere quanto fossero profondi i tunnel. Mi sono fermato dopo più di un miglio quando ha cripticamente osservato che “questo tunnel potrebbe arrivare fino alla Gran Bretagna”. Ah, sì, signora May, ho ricordato, i cui attacchi aerei erano stati così intimamente connessi a questo luogo di tunnel e polvere. E il gas?
Fonte: The Independent
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Siria - OPAC a Douma, Riyadh pronta a rimpiazzare i soldati USA
di Michele Giorgio – Il Manifesto
La missione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) è giunta ieri a Douma. I suoi membri indagheranno sul presunto raid con armi chimiche del 7-8 aprile che avrebbe fatto decine di morti. Raid al quale Usa, Francia e Gb il 14 aprile hanno risposto con il lancio di oltre 100 missili contro la Siria.
Appena entrata a Douma la delegazione dell’Opac si è diretta verso l’ospedale dove si trovano ricoverate alcune delle “vittime”. Nelle stesse ore mentre si aspettavano gli esiti dell’audizione al Congresso del segretario alla difesa Usa, James Mattis, e del capo degli stati maggiori riuniti Joseph Dunford, sui raid americani contro Damasco, i sauditi hanno accreditato un articolo del Wall Street Journal sull’intenzione degli Stati Uniti di rimpiazzare la propria presenza nel nord della Siria (almeno 2mila uomini) con una forza militare congiunta composta da diversi Paesi arabi: Egitto, Arabia Saudita, Emirati e forse il Qatar. Riyadh, per bocca del ministro degli esteri Adel Jubeir, si è detta disponibile a inviare proprie truppe in Siria, con altri paesi, al fine di «stabilizzare la situazione nel Paese». Questa “soluzione” – sarebbe l’inizio della partizione della Siria di cui si parla da tempo – darebbe il via a una guerra devastante. La Siria e l’Iran, e probabilmente anche la Russia, non la accetteranno mai.
Si spera che la missione Opac possa operare senza ostacoli. Il rischio di pressioni è enorme perché se l’Opac dovesse confermare ciò che ripetono Mosca e Damasco, ossia che a Douma non sono mai state usate armi chimiche, l’aggressione alla Siria ordinata sabato da Trump, Macron e May risulterebbe ancora più grave e illegittima. Washington nel frattempo già sostiene che russi e siriani hanno fatto sparire le prove.
Sui fatti di Douma ha scritto sull’Independent il famoso giornalista britannico e vincitore di premi internazionali Robert Fisk. A Douma, Fisk ha intervistato medici e abitanti testimoni di quanto avvenuto tra il 7 e 8 aprile. La sua conclusione è netta: sono vere le immagini che mostrano medici e volontari impegnati nei soccorsi ma le “vittime” non erano state attaccate dal cloro o da gas velenosi ma soffrivano di ipossia, mancanza di ossigeno. Fisk riporta la testimonianza di un medico, Assim Rahaibani, dal luogo del presunto attacco chimico. Rahaibani spiega che le persone nei filmati hanno rischiato di rimanere asfissiate dopo un bombardamento che aveva fatto crollare numerosi edifici sui ricoveri e tunnel sotterranei in cui la popolazione di Douma trovava rifugio durante i combattimenti tra jihadisti e forze governative. «La gente è arrivata qui soffrendo di ipossia – ha raccontato il dottor Rahaibani – poi qualcuno alla porta, un membro degli ‘Elmetti Bianchi’, ha gridato ‘Gas’ ed è stato il panico. Le persone hanno iniziato a gettarsi acqua addosso. Sì, il video è stato girato qui, è autentico, ma quello che si vede sono persone che soffrono di ipossia, non di avvelenamento da gas». Altri abitanti di Douma intervistati da Fisk non hanno confermato l’attacco chimico.
Intanto in Siria continua la guerra. Riconquistata la Ghouta orientale e ottenuta la resa dei miliziani di Jaysh al Islam ad al Dumair, ieri l’esercito siriano ha dato il via alla fase preliminare di una nuova grande offensiva a sud Damasco. L’area interessata è quella del più grande dei campi profughi palestinesi, Yarmouk, e di alcune zone limitrofe – Hajar al Aswad e Tadamon – dal 2015 sotto il controllo dell’Isis che a marzo ha occupato anche Qadam. Da Yarmouk la popolazione è in gran parte fuggita ma alcune migliaia di rifugiati restano nel campo. Una riconquista da parte del governo di quest’area libererebbe Damasco da qualsiasi pressione. Inoltre aprirebbe la strada ad una nuova offensiva, nel sud del Paese contro altre formazioni islamiste armate e per il controllo pieno del territorio a ridosso delle linee israeliane sul Golan occupato. In quel caso il rischio già elevato di un conflitto tra gli alleati Siria-Iran-Hezbollah e Israele si farebbe ancora più alto.
Ieri i media israeliani hanno ripetuto per tutto il giorno che Lo Stato ebraico è pronto ad affrontare un possibile attacco, con missili terra terra o droni armati, da parte dei Guardiani della Rivoluzione dell’Iran in risposta al recente raid di Israele sulla base siriana T4 che ha ucciso sette consiglieri militari iraniani. Se sia un rischio reale o solo allarmismo per guadagnare appoggi internazionali in vista di un conflitto ampio, nessuno sa dirlo. Solo i comandi militari delle parti coinvolte conoscono la verità. I media, questa volta siriani, ieri mattina avevano riferito di un attacco, lasciando intendere da parte di Israele, contro la base di Shiryat poi risultato un falso allarme. A quanto pare sarebbe stato un attacco hacker a far attivare i sistemi di difesa missilistica siriana senza che vi fosse una reale minaccia.
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La missione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) è giunta ieri a Douma. I suoi membri indagheranno sul presunto raid con armi chimiche del 7-8 aprile che avrebbe fatto decine di morti. Raid al quale Usa, Francia e Gb il 14 aprile hanno risposto con il lancio di oltre 100 missili contro la Siria.
Appena entrata a Douma la delegazione dell’Opac si è diretta verso l’ospedale dove si trovano ricoverate alcune delle “vittime”. Nelle stesse ore mentre si aspettavano gli esiti dell’audizione al Congresso del segretario alla difesa Usa, James Mattis, e del capo degli stati maggiori riuniti Joseph Dunford, sui raid americani contro Damasco, i sauditi hanno accreditato un articolo del Wall Street Journal sull’intenzione degli Stati Uniti di rimpiazzare la propria presenza nel nord della Siria (almeno 2mila uomini) con una forza militare congiunta composta da diversi Paesi arabi: Egitto, Arabia Saudita, Emirati e forse il Qatar. Riyadh, per bocca del ministro degli esteri Adel Jubeir, si è detta disponibile a inviare proprie truppe in Siria, con altri paesi, al fine di «stabilizzare la situazione nel Paese». Questa “soluzione” – sarebbe l’inizio della partizione della Siria di cui si parla da tempo – darebbe il via a una guerra devastante. La Siria e l’Iran, e probabilmente anche la Russia, non la accetteranno mai.
Si spera che la missione Opac possa operare senza ostacoli. Il rischio di pressioni è enorme perché se l’Opac dovesse confermare ciò che ripetono Mosca e Damasco, ossia che a Douma non sono mai state usate armi chimiche, l’aggressione alla Siria ordinata sabato da Trump, Macron e May risulterebbe ancora più grave e illegittima. Washington nel frattempo già sostiene che russi e siriani hanno fatto sparire le prove.
Sui fatti di Douma ha scritto sull’Independent il famoso giornalista britannico e vincitore di premi internazionali Robert Fisk. A Douma, Fisk ha intervistato medici e abitanti testimoni di quanto avvenuto tra il 7 e 8 aprile. La sua conclusione è netta: sono vere le immagini che mostrano medici e volontari impegnati nei soccorsi ma le “vittime” non erano state attaccate dal cloro o da gas velenosi ma soffrivano di ipossia, mancanza di ossigeno. Fisk riporta la testimonianza di un medico, Assim Rahaibani, dal luogo del presunto attacco chimico. Rahaibani spiega che le persone nei filmati hanno rischiato di rimanere asfissiate dopo un bombardamento che aveva fatto crollare numerosi edifici sui ricoveri e tunnel sotterranei in cui la popolazione di Douma trovava rifugio durante i combattimenti tra jihadisti e forze governative. «La gente è arrivata qui soffrendo di ipossia – ha raccontato il dottor Rahaibani – poi qualcuno alla porta, un membro degli ‘Elmetti Bianchi’, ha gridato ‘Gas’ ed è stato il panico. Le persone hanno iniziato a gettarsi acqua addosso. Sì, il video è stato girato qui, è autentico, ma quello che si vede sono persone che soffrono di ipossia, non di avvelenamento da gas». Altri abitanti di Douma intervistati da Fisk non hanno confermato l’attacco chimico.
Intanto in Siria continua la guerra. Riconquistata la Ghouta orientale e ottenuta la resa dei miliziani di Jaysh al Islam ad al Dumair, ieri l’esercito siriano ha dato il via alla fase preliminare di una nuova grande offensiva a sud Damasco. L’area interessata è quella del più grande dei campi profughi palestinesi, Yarmouk, e di alcune zone limitrofe – Hajar al Aswad e Tadamon – dal 2015 sotto il controllo dell’Isis che a marzo ha occupato anche Qadam. Da Yarmouk la popolazione è in gran parte fuggita ma alcune migliaia di rifugiati restano nel campo. Una riconquista da parte del governo di quest’area libererebbe Damasco da qualsiasi pressione. Inoltre aprirebbe la strada ad una nuova offensiva, nel sud del Paese contro altre formazioni islamiste armate e per il controllo pieno del territorio a ridosso delle linee israeliane sul Golan occupato. In quel caso il rischio già elevato di un conflitto tra gli alleati Siria-Iran-Hezbollah e Israele si farebbe ancora più alto.
Ieri i media israeliani hanno ripetuto per tutto il giorno che Lo Stato ebraico è pronto ad affrontare un possibile attacco, con missili terra terra o droni armati, da parte dei Guardiani della Rivoluzione dell’Iran in risposta al recente raid di Israele sulla base siriana T4 che ha ucciso sette consiglieri militari iraniani. Se sia un rischio reale o solo allarmismo per guadagnare appoggi internazionali in vista di un conflitto ampio, nessuno sa dirlo. Solo i comandi militari delle parti coinvolte conoscono la verità. I media, questa volta siriani, ieri mattina avevano riferito di un attacco, lasciando intendere da parte di Israele, contro la base di Shiryat poi risultato un falso allarme. A quanto pare sarebbe stato un attacco hacker a far attivare i sistemi di difesa missilistica siriana senza che vi fosse una reale minaccia.
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17/04/2018
Siria - Israele rivendica il raid contro l'Iran, USA sempre ondivaghi
di Chiara Cruciati – il Manifesto
Ieri l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) avrebbe dovuto iniziare le proprie indagini a Ghouta est, nella città di Douma, dove il 7 aprile, secondo il fronte anti-Assad, il governo siriano avrebbe compiuto un attacco con armi chimiche.
Il team di esperti, arrivato giovedì su invito governativo, ieri sarebbe dovuto entrare nel sobborgo per analisi biometriche, raccolta di campioni e interviste ai feriti. Ma è ancora fuori, scatenando il fuoco incrociato di accuse tra Washington e Mosca.
La delegazione britannica dell’Opac ha denunciato in mattinata il mancato ingresso, mentre l’inviato Usa dell’Organizzazione dava le indagini per inutili perché le prove «potrebbero essere state compromesse» dai russi. Risponde la Russia: la missione inizierà domani. Il vice ministro degli esteri Ryabkov aveva attribuito il ritardo «alla mancanza di approvazione della missione da parte del Dipartimento alla sicurezza del segretariato Onu» e affermato che «la rapida soluzione del problema è impedita dalle conseguenze dell’azione militare illegale» compiuta nella notte tra venerdì e sabato da Usa, Francia e Regno Unito.
Intervengono anche il ministro degli esteri Lavrov, che in un’intervista alla Bbc garantisce «che la Russia non ha manomesso il sito», e il vice ministro degli esteri siriano al-Mokdad che riporta di incontri tra la delegazione dell’Opac e il governo sulle modalità di cooperazione a Ghouta est. Modalità a cui l’Opac ha già ricorso in passato nel monitoraggio delle attività chimiche del governo.
A tal proposito vanno ricordati i due rapporti dell’Organizzazione, del febbraio e del novembre 2017: a seguito di ispezioni nel centro ricerche di Barzeh (distrutto dai raid Usa) l’Opac certificava l’assenza «di attività in contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione sulle armi chimiche». A Barzeh non si stavano svolgendo ricerche o producendo gas.
Dall’altro lato del confine sud è Israele a tornare in scena. Dopo l’esplosione che domenica ha provocato 20 morti in un sito militare di Aleppo, usato dal movimento sciita libanese Hezbollah e dall’esercito iraniano, che negano però un’azione esterna, un alto funzionario delle forze armate israeliane ha ammesso ieri con il New York Times la responsabilità di Tel Aviv nel bombardamento della base siriana T4 e l’uccisione di 14 soldati, di cui 7 pasdaran, il 9 aprile.
L’insoddisfazione israeliana per i 103 missili lanciati su Damasco e Homs, azione considerata troppo soft, è data dal ministro della Difesa Lieberman: «Manterremo totale libertà di azione e non accetteremo alcuna limitazione quando si tratta della difesa dei nostri interessi di sicurezza», ha detto al sito web Walla. «Non vogliamo provocare i russi, abbiamo una linea di comunicazione aperta», ha aggiunto facendo però capire che lo Stato ebraico si autoattribuisce piena autonomia, che a Mosca piaccia o no.
Israele è consapevole del potere esercitato sugli Stati che hanno compiuto l’ attacco e anche delle contraddizioni interne, pericolose per le mire anti-iraniane di Tel Aviv. Di nuove ne sono esplose ieri, provocate ancora una volta dalla volatilità della politica mediorientale trumpiana. Il presidente Trump ha smentito l’alleato francese sul mantenimento delle truppe in Siria.
Ma ha smentito anche se stesso: domenica all’Onu l’ambasciatrice Haley aveva parlato della necessità di non ritirare i marines, per tre ragioni: evitare che le armi chimiche siano un rischio per gli interessi Usa, sconfiggere l’Isis e monitorare le attività iraniane in Siria.
Accanto all’intervento di Haley (che aveva annunciato nuove sanzioni contro compagnie russe legate ad Assad, poi «congelate» in serata da Trump), nelle stesse ore il presidente francese Macron raccontava alla Bfm Tv del ruolo svolto nel convincere Trump a non andarsene dal paese: «Dieci giorni fa il presidente Trump voleva ritirare gli Usa dalla Siria. L’ho convinto a restare».
Poche ore e la smentita, direttamente dalla Casa bianca. La portavoce Sanders ha fatto sapere che i piani non cambiano: «Il presidente è stato chiaro: vuole le forze Usa a casa prima possibile». O i due alleati hanno scarse capacità di comunicazione interna, o la smentita di Trump altro non è che la preparazione del terreno a un eventuale intervento francese o britannico su suolo siriano.
Forse fantascienza, forse no. Sanders ha aggiunto infatti un tassello: «Ci aspettiamo che i nostri alleati assumano maggiori responsabilità, sia militari che finanziarie, per garantire la sicurezza della regione».
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Ieri l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) avrebbe dovuto iniziare le proprie indagini a Ghouta est, nella città di Douma, dove il 7 aprile, secondo il fronte anti-Assad, il governo siriano avrebbe compiuto un attacco con armi chimiche.
Il team di esperti, arrivato giovedì su invito governativo, ieri sarebbe dovuto entrare nel sobborgo per analisi biometriche, raccolta di campioni e interviste ai feriti. Ma è ancora fuori, scatenando il fuoco incrociato di accuse tra Washington e Mosca.
La delegazione britannica dell’Opac ha denunciato in mattinata il mancato ingresso, mentre l’inviato Usa dell’Organizzazione dava le indagini per inutili perché le prove «potrebbero essere state compromesse» dai russi. Risponde la Russia: la missione inizierà domani. Il vice ministro degli esteri Ryabkov aveva attribuito il ritardo «alla mancanza di approvazione della missione da parte del Dipartimento alla sicurezza del segretariato Onu» e affermato che «la rapida soluzione del problema è impedita dalle conseguenze dell’azione militare illegale» compiuta nella notte tra venerdì e sabato da Usa, Francia e Regno Unito.
Intervengono anche il ministro degli esteri Lavrov, che in un’intervista alla Bbc garantisce «che la Russia non ha manomesso il sito», e il vice ministro degli esteri siriano al-Mokdad che riporta di incontri tra la delegazione dell’Opac e il governo sulle modalità di cooperazione a Ghouta est. Modalità a cui l’Opac ha già ricorso in passato nel monitoraggio delle attività chimiche del governo.
A tal proposito vanno ricordati i due rapporti dell’Organizzazione, del febbraio e del novembre 2017: a seguito di ispezioni nel centro ricerche di Barzeh (distrutto dai raid Usa) l’Opac certificava l’assenza «di attività in contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione sulle armi chimiche». A Barzeh non si stavano svolgendo ricerche o producendo gas.
Dall’altro lato del confine sud è Israele a tornare in scena. Dopo l’esplosione che domenica ha provocato 20 morti in un sito militare di Aleppo, usato dal movimento sciita libanese Hezbollah e dall’esercito iraniano, che negano però un’azione esterna, un alto funzionario delle forze armate israeliane ha ammesso ieri con il New York Times la responsabilità di Tel Aviv nel bombardamento della base siriana T4 e l’uccisione di 14 soldati, di cui 7 pasdaran, il 9 aprile.
L’insoddisfazione israeliana per i 103 missili lanciati su Damasco e Homs, azione considerata troppo soft, è data dal ministro della Difesa Lieberman: «Manterremo totale libertà di azione e non accetteremo alcuna limitazione quando si tratta della difesa dei nostri interessi di sicurezza», ha detto al sito web Walla. «Non vogliamo provocare i russi, abbiamo una linea di comunicazione aperta», ha aggiunto facendo però capire che lo Stato ebraico si autoattribuisce piena autonomia, che a Mosca piaccia o no.
Israele è consapevole del potere esercitato sugli Stati che hanno compiuto l’ attacco e anche delle contraddizioni interne, pericolose per le mire anti-iraniane di Tel Aviv. Di nuove ne sono esplose ieri, provocate ancora una volta dalla volatilità della politica mediorientale trumpiana. Il presidente Trump ha smentito l’alleato francese sul mantenimento delle truppe in Siria.
Ma ha smentito anche se stesso: domenica all’Onu l’ambasciatrice Haley aveva parlato della necessità di non ritirare i marines, per tre ragioni: evitare che le armi chimiche siano un rischio per gli interessi Usa, sconfiggere l’Isis e monitorare le attività iraniane in Siria.
Accanto all’intervento di Haley (che aveva annunciato nuove sanzioni contro compagnie russe legate ad Assad, poi «congelate» in serata da Trump), nelle stesse ore il presidente francese Macron raccontava alla Bfm Tv del ruolo svolto nel convincere Trump a non andarsene dal paese: «Dieci giorni fa il presidente Trump voleva ritirare gli Usa dalla Siria. L’ho convinto a restare».
Poche ore e la smentita, direttamente dalla Casa bianca. La portavoce Sanders ha fatto sapere che i piani non cambiano: «Il presidente è stato chiaro: vuole le forze Usa a casa prima possibile». O i due alleati hanno scarse capacità di comunicazione interna, o la smentita di Trump altro non è che la preparazione del terreno a un eventuale intervento francese o britannico su suolo siriano.
Forse fantascienza, forse no. Sanders ha aggiunto infatti un tassello: «Ci aspettiamo che i nostri alleati assumano maggiori responsabilità, sia militari che finanziarie, per garantire la sicurezza della regione».
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