Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Armi atomiche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Armi atomiche. Mostra tutti i post

27/08/2026

L’Iran viene spinto verso la soglia nucleare

Il pericolo più grave nella guerra attuale non è che l’Iran abbia già deciso di fabbricare un’arma nucleare. Non esiste alcuna prova verificata di una tale decisione. Il pericolo è che un’altra importante escalation statunitense possa convincere Teheran che rimanere uno stato non nucleare all’interno del Trattato di Non Proliferazione (TNP) non offra più protezione, riconoscimento, o neppure la sicurezza elementare che il trattato avrebbe dovuto garantire. Washington potrebbe quindi produrre esattamente l’esito che afferma di voler prevenire.

L’Iran si sta avvicinando alla sua linea rossa riguardo al TNP. Il ritiro dal trattato non è più discusso solo come rappresaglia retorica. Istituzioni iraniane, incluso il parlamento, lo hanno esaminato come risposta pratica agli attacchi contro impianti nucleari sotto salvaguardia, al fallimento dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) nel condannare tali attacchi, e al sospetto che le informazioni raccolte attraverso le ispezioni siano finite nei processi di targeting statunitensi e israeliani.

A fine marzo 2026, un disegno di legge con tripla urgenza che propone il ritiro dell’Iran dal TNP è stato caricato nel sistema legislativo del parlamento iraniano, sebbene non fosse ancora stato dibattuto o approvato.

Il TNP consente il ritiro quando uno stato conclude che “eventi straordinari” hanno messo in pericolo i suoi interessi supremi. L’Iran può sostenere plausibilmente che il bombardamento dei suoi impianti nucleari da parte di stati dotati di armi nucleari costituisca proprio un tale evento.

Funzionari iraniani che sostengono il ritiro dal trattato hanno sottolineato che un passo del genere non significherebbe necessariamente la decisione di fabbricare una bomba. Alaeddin Boroujerdi, membro della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento, ha sostenuto a marzo 2026 che l’Iran dovrebbe lasciare il TNP insistendo: “Non stiamo cercando una bomba nucleare”.

Una tale mossa, tuttavia, terminerebbe o ridurrebbe radicalmente il sistema di ispezione attraverso il quale l’AIEA monitora il materiale nucleare iraniano. Tale distinzione è giuridicamente significativa ma strategicamente labile. Una volta che l’Iran avrà lasciato il trattato, avrà limitato gli ispettori e aumentato l’arricchimento, gli altri governi presumibilmente riterranno che stia preparando un’arma.

Secondo le rivelazioni di Transition Protocol, l’Iran ha deciso di spostare le sue scorte di uranio verso un arricchimento al 90%. L’Iran aveva accumulato circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% prima che gli ispettori perdessero la capacità di stabilire l’ubicazione e le condizioni dell’intera scorta.

L’uranio arricchito al 60% è già ben oltre il livello normalmente richiesto per la produzione di energia civile, sebbene non sia di per sé un’arma nucleare. Arricchire questo materiale a circa il 90% lo porterebbe nella gamma convenzionalmente definita come “grado per armi”.

Conversazioni con persone in Iran hanno rivelato che le autorità iraniane hanno incaricato l’apparato nucleare di prepararsi a processare gran parte di questo materiale verso il 90% se gli Stati Uniti dovessero compiere un’altra escalation.

Arricchire l’uranio, convertirlo in forma adatta, costruire un dispositivo esplosivo e sviluppare un’arma consegnabile sono fasi correlate ma distinte. Tuttavia, se le informazioni sono accurate, la direzione è inequivocabile.

Un altro importante attacco statunitense potrebbe indurre l’Iran a lasciare il TNP, arricchire l’uranio fino a un grado per armi e arrivare alla deterrenza di soglia. Teheran potrebbe allora assemblare un dispositivo senza testarlo, oppure potrebbe effettuare una detonazione sotterranea o dimostrativa per rimuovere ogni dubbio di aver superato la soglia.

Una tale detonazione costituirebbe una fase completamente nuova nella storia dell’Asia occidentale. Ma sarebbe la conseguenza di una guerra esistenziale, non la prova che l’Iran avesse sempre segretamente inteso arrivare a questo punto.

Corea vs. Libia

La scelta che gli strateghi iraniani devono affrontare è sempre più descritta attraverso due precedenti: la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) e la Libia.

La Libia rinunciò al suo embrionale programma nucleare e missilistico nel 2003. Trasferì attrezzature e documenti agli Stati Uniti, accettò ispezioni invasive e cercò relazioni normali con l’Occidente. Washington e Londra presentarono la decisione di Muammar Gheddafi come prova che il disarmo avrebbe portato sicurezza e riabilitazione internazionale.

Otto anni dopo, la NATO utilizzò una risoluzione delle Nazioni Unite apparentemente intesa a proteggere i civili per condurre una guerra per il cambiamento di regime. Lo stato libico fu distrutto e Gheddafi fu catturato e ucciso.

La RPDC seguì la strada opposta. Si ritirò dal TNP nel 2003, testò un dispositivo nucleare nel 2006 e sviluppò gradualmente una capacità nucleare e missilistica. La Corea del Nord ha subito sanzioni, isolamento, esercitazioni militari e minacce ripetute.

Tuttavia, nessun governo statunitense ha tentato un’invasione su vasta scala o una guerra di cambiamento di regime contro di essa. Washington negozia con Pyongyang in condizioni fondamentalmente diverse da quelle imposte a Baghdad, Tripoli o Teheran, perché le conseguenze di un attacco alla RPDC non possono essere controllate con sicurezza.

La lezione appresa a Teheran, Pyongyang e altrove è tremendamente semplice: Gheddafi abbandonò il suo deterrente, aprì il suo paese e non ricevette alcuna garanzia duratura contro l’attacco occidentale. La sua sottomissione rimosse un ostacolo al cambiamento di regime anziché garantire la sovranità della Libia.

Questa non è un’approvazione della proliferazione nucleare. Le armi nucleari sono strumenti di distruzione di massa e la loro abolizione rimane una necessità umana. È una spiegazione del calcolo strategico determinato dalla condotta occidentale.

Le potenze nucleari non hanno rispettato l’accordo di disarmo del TNP, hanno protetto l’arsenale nucleare non dichiarato di Israele, hanno attaccato stati non nucleari e hanno preteso che determinati avversari rimanessero permanentemente vulnerabili. Hanno trasformato il possesso nucleare nella polizza assicurativa più credibile contro il rovesciamento forzato.

L’Iran finora ha resistito a questa logica. La sua posizione ufficiale rimane che le armi nucleari sono religiosamente proibite, militarmente non necessarie e incompatibili con la sua dottrina dichiarata. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito dopo gli attacchi precedenti che l’Iran non aveva abbandonato questa politica e continuava a considerare la produzione, l’accumulo e l’uso di armi di distruzione di massa come disumani e anti-islamici.

Ha anche spiegato che l’Iran ha portato l’arricchimento al 60% per dimostrare che minacce e pressioni non avrebbero costretto alla capitolazione.

Tuttavia, le dottrine non sono immuni ai cambiamenti nelle circostanze materiali. Se uno stato viene ripetutamente attaccato mentre osserva un divieto, e se i suoi attaccanti discutono apertamente di distruggere il suo governo (anche con armi nucleari), i suoi leader inevitabilmente riconsidereranno se la moderazione morale sia diventata un’esposizione strategica.

Il dibattito interno all’Iran si è già spostato dal chiedersi se le armi nucleari siano desiderabili al chiedersi se la deterrenza nucleare possa diventare indispensabile per la sopravvivenza nazionale.

Se l’Iran dovesse superare la soglia, quasi certamente presenterebbe la decisione come la costruzione di uno scudo, non come preparazione a una guerra offensiva. L’Iran ha ripetutamente dichiarato di non cercare conquiste territoriali, coercizione nucleare o attacchi contro popoli vicini. Il suo scopo immediato sarebbe convincere Washington e Tel Aviv che nessuna campagna per distruggere lo stato iraniano potrebbe procedere senza conseguenze inaccettabili per gli attaccanti.

Un deterrente, tuttavia, non può essere reso completamente sicuro dichiarandolo difensivo. Gli altri governi non possono conoscere le intenzioni future con certezza. Un’arma iraniana potrebbe stimolare un hedging nucleare da parte di Arabia Saudita, Turchia, Egitto o altri.

Israele potrebbe tentare un attacco preventivo prima che l’Iran completi la costruzione di un'arma atomica. Il periodo di transizione – tra l’arricchimento al 90% e l’istituzione di un deterrente credibile – sarebbe particolarmente pericoloso. Un errore di calcolo potrebbe produrre la catastrofe che tutte le parti affermano di opporsi.

Ecco perché la responsabilità decisiva ora ricade sugli stati che possono scegliere o meno se fare escalation. Se gli Stati Uniti attaccano di nuovo, intensificano un assedio economico progettato per spezzare lo stato iraniano, o rendono i negoziati indistinguibili da un ultimatum, rafforzeranno coloro che a Teheran sostengono che la via libica finisce con la morte e solo la via coreana garantisce la sopravvivenza.

L’Iran sembra prepararsi a resistere piuttosto che a capitolare. Sta rafforzando la sua struttura di comando, preservando la capacità missilistica e dei droni, e organizzandosi per una guerra economica prolungata.

La scommessa di Teheran è di poter assorbire un’enorme pressione finché la coalizione statunitense non dovrà affrontare crescenti costi militari, commerciali e politici (in particolare dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti a novembre). La questione nucleare ora si inserisce in quella più ampia strategia di sopravvivenza.

La scelta è quindi netta. Washington può accettare un accordo verificabile che riconosca il diritto dell’Iran alla tecnologia nucleare civile, garantisca la non aggressione e ripristini ispezioni credibili. Oppure può continuare una guerra che distrugge la restante base di sostegno alla moderazione all’interno dell’Iran.

Se sceglie l’escalation, non dovrebbe fingere di essere sorpresa quando l’Iran conclude che i trattati non forniscono scudi, le ispezioni non portano sicurezza, e solo il possesso dell’arma definitiva impedisce un’altra Libia.

Fonte

12/08/2026

Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev

C’è un proposta che sarebbe arrivata fino al tavolo di Andy Burnham, il nuovo inquilino di Downing Street, che riguarda uno scambio tra l’ombrello nucleare britannico e l’accesso privilegiato del Regno Unito alla zona di libero scambio della UE. È un’idea che risale al 2019, e ora torna all’attenzione pubblica, perché ha una funzione molto chiara: quella di aiutare a promuovere riarmo e difesa europei, e l’inserimento dell’Ucraina in questa equazione.

La proposta è stata formulata da Nick Boles, ex deputato ed ex sottosegretario conservatore (uscito dal partito Tory nel 2019), il quale ha successivamente collaborato con lo staff dell’ex premier Keir Starmer nella fase di preparazione al governo. I dettagli del programma sono stati tratteggiati in un documento pubblicato dal think tank Demos, ed è circolato tra i vertici governativi britannici.

Il piano prevedrebbe l’allargamento della copertura difensiva del sistema missilistico britannico Trident ai paesi europei, da usare come leva rispetto al ritorno ai “benefici” del libero scambio commerciale con l’UE. Nei fatti, una parte sostanziale dei membri dell’Unione sono già protetti dai Trident britannici, data la comune adesione alla NATO. La novità sarebbe che l’ombrello sarebbe allargato a Svizzera, Norvegia, ai Balcani Occidentali (ipoteticamente Albania e Serbia) e, ovviamente, all’Ucraina.

Il fulcro della proposta di Boles prevede una significativa novità per lo scenario geopolitico, con la creazione di una “Confederazione Europea”, un’architettura istituzionale capace di saldare insieme l’area comunitaria con gli impegni di difesa strategica della NATO, e il ruolo che i paesi europei vogliono oggi assumere all’interno dell’Alleanza Atlantica.

In questo nuovo scacchiere, è chiaro che l’Ucraina assumerebbe un ruolo centrale: Kiev si impegnerebbe ad essere la “Israele” d’Europa, con un imponente esercito permanente e un conflitto che continuerebbe a essere il principale laboratorio bellico (sulla pelle degli ucraini) per lo sviluppo e la sperimentazione delle più moderne tecnologie militari.

Londra offre una visione strategica di “difesa” che coinvolge sostanzialmente tutto il Vecchio Continente, per diventare parte integrante del meccanismo guerrafondaio che, passando per la propagandata “minaccia russa”, è già oggi il motore del tentativo di trasformare la UE in un attore significativo nel consesso internazionale attraverso la forza delle armi.

Non verrebbero toccate la libera circolazione delle persone e, ovviamente, la sterlina. Tuttavia, potrebbero essere stipulati nuovi accordi bilaterali su mobilità giovanile e programmi di innovazione tecnologica condivisa. Insomma, sarà facilitata la mobilità della forza lavoro qualificata verso i centri del riarmo europeo, ma per il resto continuerà la retorica della remigrazione.

Dietro il piano Boles vi è un calcolo geopolitico ben preciso che segue la rottura dell’unità euroatlantica. Boles ha spiegato al Telegraph che una nuova strategia di cooperazione difensiva ed economica in Europa è resa indispensabile dal fatto che non vi è alcuna garanzia reale che gli Stati Uniti, anche con un diverso inquilino alla Casa Bianca, siano disposti in futuro a “difendere l’Europa come se fosse il Kansas”.

L’ex sottosegretario britannico, inoltre, ha fatto accenno alla nuova architettura confederale proposta, offrendo a Bruxelles un importante incentivo a fare passi ulteriori verso una maggiore integrazione, vincendo alcune resistenze interne. Allo stesso tempo, ci sarebbe una estensione della sfera di influenza della UE sotto il benestare delle armi, senza dover affrontare nell’immediato i delicati temi di bilancio e migratori che potrebbero emergere con l’allargamento ad altri paesi dell’Est Europa.

Negli ambienti governativi si ritiene che vi sia ampio margine di manovra per trattare con Bruxelles sulla base del piano Boles. Varie fonti sembrano aver confermato ai media che i funzionari governativi stanno elaborando diverse opzioni per approfondire la cooperazione con la UE, in vista di un vertice ad alto livello previsto per il mese di ottobre, dopo la stagione dei congressi di partito. La stagione successiva sarà quella dell’inverno... nucleare.

Fonte

10/08/2026

Mai più armi atomiche! Da Hiroshima contro riarmo e proliferazione

Introduzione

A 81 anni dall’esplosione delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, come Ecoresistenze abbiamo visitato Hiroshima per continuare a tenere viva la testimonianza degli orrori derivanti dall’unico utilizzo sul campo della bomba atomica mai effettuato – ad opera degli Stati Uniti, nel 1945.

In un presente in cui la recrudescenza della guerra e una nuova spinta alla proliferazione nucleare stanno rivelando la fragilità del sistema di relazioni internazionali confezionato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, questo capitolo oscuro della Storia ci insegna che le conseguenze più gravi della corsa al riarmo e della devastazione del Pianeta riguarderanno l'intera specie umana.

Anche per questo come ambientalisti continueremo a militare per contrastare l’implementazione del nucleare come scelta che il nostro Paese, nel quadro della spinta europea all’indipendenza strategica e al rafforzamento militare, sta portando avanti.

Le cicatrici di Hiroshima a monito perpetuo per tutta l’umanità
L’esplosione della Bomba-A


Alle ore 8:15 del 6 agosto 1945, la prima bomba atomica della storia fu sganciata sulla città di Hiroshima, seguita tre giorni dopo, il 9 agosto, da quella su Nagasaki.

Una bomba atomica agisce in tre modi: il calore, l’urto, la radiazione. Nel caso di Hiroshima, la detonazione di 13-18 kilotoni avvenuta a 600 metri sopra il suolo produsse una palla di fuoco dalla temperatura superficiale di 7.700°C, raggiungendo vicino all’ipocentro fino a 3.000-4.000°C; un’immensa pressione di 11 tonnellate al metro quadro a 500 m dall’ipocentro; una massiccia dose di radiazione iniziale, seguita da quella “residua” che si depositò al suolo.

Tutti e tre provocarono conseguenze immediate sconvolgenti: la pelle umana fu bruciata fino a 3,5 km dall’ipocentro, ma nelle persone distanti fino a 1,2 km le ustioni arrivarono alla cane, provocando morte istantanea o dopo qualche giorno di agonia; l’onda d’urto non causò solo il collasso di moltissime strutture, intrappolando le persone tra le macerie e investendole di schegge, ma fu così forte da sollevarle in aria, farle svenire o schiacciarle a morte.

Anche piante e animali furono coinvolti: la vegetazione della città fu istantaneamente ridotta in cenere e solo lo sforzo tra il 1957 e il 1958 (in cui altri municipi e prefetture giapponesi, ma anche organizzazioni e singoli donarono piante e semi alla città) permise di riforestarla.

Ma le conseguenze più drammatiche e permanenti derivarono dalle radiazioni.

I danni da radiazioni

Hiroshima e Nagasaki sono stati gli unici casi in cui si siano potuti verificare gli effetti dell’esposizione a dosi così massicce di radiazione su un essere umano. La cosiddetta “radiazione iniziale” sprigionata con l’esplosione sotto forma di raggi gamma e neutronici, impose una dose di 4.200 millisievert di sola radiazione gamma per ogni persona non schermata, entro 1 km dall’ipocentro.

Questa energia era sufficiente ad uccidere istantaneamente chi si trovasse nei pressi dell’ipocentro, ma chi non morì sul colpo patì sofferenze mai conosciute prima. Dopo i primi sintomi (debolezza, nausea, febbre, diarrea) si manifestarono gli effetti acuti dell’avvelenamento da radiazioni, come la perdita dei capelli, la comparsa di macchie di sangue sottocutanee (rinominate “macchie della morte”), emorragie nel tratto di bocca ed esofago e la distruzione massiccia dei globuli bianchi – oltre a disturbi permanenti all’apparato riproduttivo. Infatti l’impatto più significativo delle radiazioni si manifesta immediatamente sui tessuti contenenti cellule che si dividono rapidamente: midollo osseo, nodi linfatici, mucose dell’apparato gastrointestinale, genitali e bulbi piliferi.

Dopo il bombardamento, la “radiazione residua” indotta negli oggetti ed edifici o ricaduta al suolo colpì anche chi, pur non esposto direttamente, si recò successivamente ad Hiroshima. La pioggia di fuliggine radioattiva nera e appiccicosa che cadde a seguito dell’esplosione è un esempio di nuclear fallout, ed è diventata simbolica della pervasività delle conseguenze di un simile disastro. Poco dopo l’esplosione gli abitanti di Hiroshima, sconvolti, assetati e bruciati dagli incendi la bevvero, contribuendo ad amplificare l’avvelenamento da radiazioni.

Tumori, leucemia ed altre malattie e disturbi hanno continuato a manifestarsi anche ad anni o decenni di distanza. Ancora oggi, la comprensione degli effetti a lungo termine di questa esposizione non è completa, e tante sono le questioni oggetto di studio. Non è un caso che sia nato proprio a Hiroshima l’Istituto di Ricerca per la Biologia delle Radiazioni e per la Medicina, fondato nel 1958 come Istituto per la Ricerca sulle Radiazioni Nucleari – uno dei maggiori istituti universitari di ricerca in questo campo presenti in Giappone. Conduce l’analisi epidemiologica concernente i colpiti dalla bomba atomica, oltre che lo sviluppo di trattamenti per curare i danni da radiazioni e la ricerca in medicina rigenerativa per la sindrome da radiazione acuta (ARS).

Gli Hibakusha – sopravvissuti ma non illesi

Entro la fine del 1945 erano morte approssimativamente 140.000 persone, ma gli effetti della bomba atomica si sono protratti per i decenni a venire.

Le difficoltà e le sofferenze sopportate dai colpiti dalla bomba atomica negli anni a venire furono immense, sia dal punto fisico che psicologico ed emotivo. Molti sopravvissuti si trovarono a fronteggiare la mancanza di conoscenza delle malattie insorte, e la discriminazione derivante dalla credenza errata che quelle malattie fossero contagiose. Anche chi riusciva a trovare un lavoro era spesso malvisto: “la malattia dei fannulloni” chiamavano in maniera sprezzante la continua stanchezza propria di molti colpiti dalle radiazioni.

Tanti altri non sopravvissero a lungo. Uno dei casi più noti è quello di Sadako, una bambina che al tempo del bombardamento aveva appena 2 anni. Visse serenamente fino ai 9 anni, quando sviluppò una leucemia acuta. Il museo conserva tante delle gru di carta che piegò durante la malattia, e la sua vicenda ha ispirato la costruzione del Monumento per la Pace dei Bambini, in ricordo di tutti i bambini uccisi dalla bomba atomica. Tutt’oggi il monumento è circondato dagli origami donati dai bambini in visita.

Un appello continuo alla Pace

La città di Hiroshima è completamente permeata di riferimenti al disastro nucleare, monumenti memoriali e messaggi di Pace. Il Parco Memoriale della Pace, che si articola nei pressi dell’ipocentro dell’esplosione, è quello che ne contiene la maggior parte.

In particolare, il Museo della Pace raccoglie la maggior parte dei reperti relativi al bombardamento, oltre che ripercorrere la storia dello sviluppo e dell’utilizzo della bomba atomica, e dei trattati internazionali per la non proliferazione dalla Guerra Fredda ad oggi.

Un’iscrizione iniziale recita:
“Una singola bomba atomica ha ucciso indiscriminatamente decine di migliaia di persone, distruggendo in profondità ed alterando le vite dei sopravvissuti. Tramite gli oggetti lasciati dalle vittime, artefatti bombardati, testimonianze dai sopravvissuti alla bomba atomica e materiali correlati, il Museo Memoriale della Pace comunica al mondo gli orrori e la natura inumana delle armi nucleari e diffonde il messaggio: mai più altre Hiroshima.”
Sono reperti che convogliano un enorme carico emotivo, simile per molti alla sensazione che si trova nel visitare gli ex campi di sterminio nazisti. L’utilizzo delle armi atomiche è ed è stato un crimine contro l’umanità, e sono migliaia le storie che, nel museo, lo testimoniano.

Il Museo della Pace non riporta tuttavia soltanto testimonianze di vittime e sopravvissuti, ma anche una meticolosa disamina della storia relativa alla bomba atomica – inclusi l’invenzione, gli utilizzi, gli sviluppi successivi alla guerra ed i trattati sulle armi nucleari in vigore fino ad oggi.

Il ruolo degli scienziati

Particolarmente rilevanti i documenti storici che ricostruiscono le “ragioni” e la pianificazione dello sganciamento della bomba, oltre che quelli che testimoniano il ruolo degli scienziati che hanno contribuito non solo ad idearla, ma a consigliarne l’utilizzo ed a studiare la massimizzazione del suo impatto.

Nel luglio 1941, il comitato MAUD convocato dal governo britannico fu il primo a stabilire la fattibilità della bomba atomica. Quello stesso novembre, l’Accademia Nazionale delle Scienze Statunitense stimò che questo tipo di arma sarebbe stato realizzabile in 3-4 anni.

Inizia qui la storia dello sviluppo della bomba atomica, con il Progetto Manhattan lanciato nel giugno 1942 ai laboratori di Los Alamos: uno sforzo costato 2 miliardi di dollari che coinvolse militari, industriali di tutta la Nazione e scienziati – questi ultimi soprattutto stranieri. Particolare importanza ebbe infatti “l’importazione” di fisici europei in fuga dal nazismo1, tra cui Albert Einstein, Hans Bethe, John von Neumann, Leo Szilard, James Franck, Edward Teller, Rudolf Peierls, Klaus Fuchs, Enrico Fermi.

La bomba fu testata con successo per la prima volta il 16 luglio 1945 nel deserto di Los Alamos (Trinity Test).

L’idea di utilizzare la bomba atomica contro il Giappone prese forma nel corso del suo sviluppo, anche in contemporanea all’apertura del fronte della Guerra nel Pacifico. Rispetto alle altre opzioni sul campo, questa fu privilegiata a causa della convinzione che terminare la guerra con un bombardamento atomico prima che l’Unione Sovietica potesse dichiarare guerra al Giappone avrebbe di molto ridotto l’influenza dell’URSS sull’Isola dopo la guerra, oltre che giustificato agli occhi dei cittadini statunitensi l’altissimo costo per il suo sviluppo.

Fu in questo quadro che gli Stati Uniti iniziarono a valutare, dalla primavera del 1945, i possibili bersagli: aree urbane con un diametro di almeno 4,8 km ed una topografia adatta ad amplificare gli effetti della deflagrazione. Il Comitato ad Interim per la selezione del bersaglio stabilì inequivocabilmente che dovesse trattarsi di un’area abitata e prese in considerazione Kyoto, Hiroshima, Yokohama, Kokura, Niigata e Nagasaki, consigliato tra gli altri da Fermi, Oppenheimer, Compton e Lawrence.

Altri furono più tiepidi, e il “Rapporto Franck” (firmato per l’appunto da James Franck, Donald J. Hughes, James J. Nickson, Eugene Rabinowitch, Glenn T. SeaborgJoyce, C. Stearns e Leó Szilárd) sconsigliò l’utilizzo della bomba nucleare sul Giappone senza preventivo avvertimento – sostenendo che questa mossa avrebbe sacrificato il supporto pubblico mondiale, precipitato la corsa agli armamenti, pregiudicato la possibilità di accordi internazionali sul futuro controllo di armi di questo tipo. Per contro, il suggerimento fu di rivelare al mondo l’esistenza di quest’arma tramite dimostrazione su aree non abitate.

Anche in questo caso, non venne messa in discussione la necessità che tali armi fossero prodotte e detenute, soprattutto per quanto riguarda gli Stati Uniti.

Solo l’orrore delle conseguenze dello sganciamento delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, la cui realizzazione degli effetti fu così freddamente pianificata, sembrò “aprire gli occhi” a molti scienziati, che negli anni successivi si spesero per il disarmo nucleare. Una prima base fu il manifesto di Russel-Einstein del 1955 che, a seguito della messa a punto della bomba a idrogeno, spronava il resto della comunità scientifica a mobilitarsi contro la realizzazione e l’utilizzo delle armi di distruzione di massa.

Proprio da questo documento traggono ispirazione le Pugwash Conferences on Sciences and World Affairs, appuntamenti organizzati da scienziati dediti a promuovere approfondimento e argomentazioni sulla minaccia posta all’umanità dalle armi nucleari ed altre armi di distruzione di massa.

Ed è a Hiroshima stessa che abbiamo avuto la possibilità di incontrare il referente giapponese del Pugwash: Tomohiro Inagaki, fisico delle particelle, Deputy director presso l’Education and Research Center for Artificial Intelligence and Data Innovation e professore presso l’Information Media Center dell’Università di Hiroshima – un incontro che all’importante valenza simbolica ha aggiunto contenuti che ben fanno da ponte tra il passato e il presente di una città e più in generale di una nazione che hanno sperimentato il dramma della bomba atomica.

La sua storia è un esempio di come pur se nipote di un hibakusha e studente di fisica, la memoria e la coscienza non sono scontate, ma possono essere recuperate, coltivate e trasformate in azione:
“Quando ero bambino, mio nonno era un hibakusha, cioè un sopravvissuto al bombardamento atomico.
In Giappone usiamo solitamente la parola hibakusha piuttosto che semplicemente “sopravvissuto”. Queste persone sono sopravvissute al bombardamento, ma hanno continuato a soffrirne le conseguenze per tutta la vita. La loro esperienza non si è conclusa nel momento in cui sono sopravvissute all’esplosione.
Da bambino ascoltavo spesso i racconti di mio nonno. Tuttavia, non gli piaceva parlare nei dettagli di ciò che era accaduto. Mi diceva soltanto che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la vita era estremamente difficile.
Quando ero molto giovane, mi interessavo alla gravità e alla cosmologia. In seguito, durante il liceo, sviluppai un interesse per la fisica delle particelle, in particolare per i quark. Dopo essere entrato all’Università di Hiroshima, scoprii che diversi fisici stavano studiando gli effetti a lungo termine dei materiali radioattivi e cercavano di comprendere meglio ciò che era accaduto il 6 agosto 1945.
A quel tempo non riflettevo su queste questioni come fisico. Piuttosto, mi consideravo uno studente dell’Università di Hiroshima che riteneva importante comprendere l’eredità del bombardamento atomico e riflettere su come l’esperienza di Hiroshima potesse contribuire a ridurre il rischio delle armi nucleari nel mondo. Tuttavia, non ero personalmente coinvolto in queste attività.
Dopo aver completato il mio dottorato di ricerca, le cose cambiarono gradualmente.
Nel 1995 si tenne a Hiroshima la conferenza annuale del Movimento Pugwash. Quello stesso anno ottenni il dottorato. Il mio relatore era uno degli organizzatori della conferenza e lo vidi impegnarsi per ottenere finanziamenti e coordinare l’evento.
Dieci anni dopo, nel 2005, ero ricercatore presso l’Università di Hiroshima e il mio relatore era diventato rettore dell’università. Organizzò un’altra Conferenza Pugwash a Hiroshima. In seguito mi disse che desiderava che gli scienziati più giovani proseguissero questo lavoro, ed è allora che iniziai a prendere seriamente queste attività”. 
Un interesse che negli anni non si è rivolto solo a Hiroshima, ma progressivamente al resto del Giappone e al mondo. Recentemente, il prof. Inagaki ha visitato l’isola di Okinawa, in occasione del Giorno Memoriale dedicato a una pagina della storia giapponese meno nota di quella di Hiroshima e Nagasaki, ma maggiormente rivelatrice delle dinamiche che seguirono la Seconda Guerra Mondiale.
“Verso la fine della guerra, tra il 1944 e il 1945, l’esercito degli Stati Uniti avanzò attraverso il Pacifico partendo da luoghi come le Filippine, conquistando un’isola dopo l’altra fino a raggiungere Okinawa.
La Battaglia di Okinawa fu devastante. Circa il 25% della popolazione civile venne ucciso, compresi molti studenti. Ancora oggi è considerata una delle più grandi tragedie della storia di Okinawa.
Successivamente arrivarono i bombardamenti atomici di Hiroshima, il 6 agosto, e di Nagasaki, il 9 agosto. Ma prima di questi eventi, il 23 giugno, l’esercito giapponese aveva già abbandonato Okinawa. Quella data è ancora oggi commemorata come il Giorno della Memoria di Okinawa.
In effetti, ero a Okinawa proprio la scorsa settimana per tenere una conferenza magistrale su come Okinawa possa continuare a trasmettere al mondo il suo messaggio di pace.
Dopo la guerra, molti abitanti di Okinawa persero le loro case perché gli Stati Uniti costruirono basi militari in tutta l’isola. 
All’epoca, Okinawa era estremamente importante al livello strategico. L’Unione Sovietica era vicina, la Cina era vicina e il Giappone stesso era un alleato fondamentale degli Stati Uniti nell’Asia orientale.
Per la sua posizione geografica, Okinawa divenne una delle più importanti basi militari statunitensi nel Pacifico. A partire dagli anni Cinquanta vi furono schierate grandi quantità di armi nucleari.
Al culmine della Guerra Fredda, circa 1.300 armi nucleari erano dispiegate nell’intera regione del Pacifico. Okinawa da sola ospitava la concentrazione più elevata”.
“Ufficialmente, tutte le armi nucleari furono rimosse prima della restituzione del 1972.” Eppure “Circa il 70% di tutte le installazioni militari statunitensi presenti in Giappone è ancora concentrato a Okinawa.”

E le testate nucleari? “Non è chiaro dove siano state trasferite esattamente. Alcune probabilmente furono spostate in luoghi come Guam o le Filippine, ma i documenti pubblici non specificano ogni singolo trasferimento”. 

Ad oggi “pur credendo che non vi siano armi nucleari permanentemente stazionate a Okinawa, non possiamo verificare in modo indipendente ciò che potrebbe essere trasportato dai mezzi militari in visita” dal momento che “non esiste alcun modo per ispezionare le navi, i sottomarini o le altre unità militari americane”. 

Si tratta insomma di una storia che racconta, come quella dello sganciamento delle bombe atomiche, quali siano stati i mezzi impiegati dal secondo dopoguerra in poi dagli Stati Uniti per affermare la propria egemonia – un’egemonia che sembrava avesse avuto il suo culmine con il crollo dell’Unione Sovietica, ma che oggi è profondamente in crisi.

Ed è proprio questa crisi a spingere l’Occidente ed i suoi alleati politici e militari al riarmo – il Giappone non fa eccezione:
“C’è una forte pressione da parte degli Stati Uniti affinché il Giappone aumenti il proprio bilancio militare, e il governo giapponese ha deciso di ampliare la spesa per la difesa.
Il governo sostiene che ciò sia necessario per proteggere il Giappone e che non abbia finalità offensive. Ma la domanda è: chi può distinguere chiaramente tra difesa e offesa?
Le stesse strutture e gli stessi sistemi militari possono essere utilizzati per entrambi gli scopi”. 
In particolare, rispetto alla “deterrenza nucleare”, l’argomento più in voga per sostenere la produzione delle armi atomiche e la loro proliferazione:
“La deterrenza nucleare funziona attraverso un ciclo continuo: un Paese aumenta le proprie capacità militari e un altro Paese risponde aumentando a sua volta le proprie. Questo porta a una corsa agli armamenti senza fine.
De-escalation. Naturalmente, questo è molto difficile. Molte persone non credono che il dialogo possa risolvere gravi conflitti internazionali. Ma io credo che dovremmo continuare a impegnarci per creare le condizioni affinché ciò sia possibile”. 

Condividiamo l’impegno del prof. Inagaka e di tanti altri perché questo tipo di coscienza si continui a sviluppare anche negli ambienti accademici e della ricerca, il cui ruolo è tutt’altro che neutrale – contrariamente a quanto il liberismo continua a propagandare.

Una scia di morti e devastazione che attraversa il passato e minaccia il presente

“Che tutte le anime qui riposino in pace; perché non si ripeta il male”

Questa è l’iscrizione che reca il Cenotafio di Hiroshima per le vittime della bomba atomica.

Una frase esemplificativa di un grande non detto che aleggia su tutti i memoriali e in tutti i discorsi: l’utilizzo della bomba atomica è stato un crimine contro l’umanità – crimine per il quale nessuno ha mai pagato e per cui nessuna scusa è mai pervenuta ai familiari e ai sopravvissuti.

Un crimine che si è protratto anche nei decenni successivi, continuando a mietere silenziosamente vittime tramite le centinaia di test nucleari che sono stati effettuati in tutto il mondo.

Oltre 500 sono quelli registrati fino al 1980, con la dispersione di materiali altamente nocivi in ampie aree del Pianeta, con effetti devastanti su tutti coloro che furono esposti (chi abitava in prossimità dei siti, soldati coinvolti nei test) e, ovviamente, sull’ambiente.

È il caso dei test nucleari come quelli portati avanti nel Nevada Test Site dal 1951 in poi, i cui residui radioattivi che si sparsero nelle aree circostanti (ed in alcuni casi a centinaia di chilometri di distanza, raggiungendo Utah e Arizona) esposero almeno 170.000 persone, provocando un innalzamento delle morti per leucemia e cancro.

Nonostante il primo Trattato di Non Proliferazione sottoscritto nel 1970 e tutte le sue estensioni e divieti di test che sono stati sottoscritti negli anni successivi, la crisi delle istituzioni e dei trattati internazionali frutto degli equilibri post-bellici ha coinvolto anche questo ambito.

Oggi il CTBT (Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty) del 1996 è in stallo, e tutti gli accordi sono indeboliti dalle progressive prese di posizione belliciste di un Occidente che ha fondato l’attuale quadro normativo internazionale a proprio vantaggio e che oggi, sempre a proprio vantaggio, lo rifiuta.

Note

1 https://ahf.nuclearmuseum.org/scientist-refugees-and-manhattan-project/

Fonte

01/08/2026

Bombe atomiche ad Aviano: il Tribunale conferma la presenza, ma archivia l’esposto

Il Giudice per le indagini preliminari (Gip) di Pordenone ha disposto l’archiviazione della denuncia, presentata da decine di realtà insieme a vari cittadini e cittadine, sull’illegittimità della presenza di armi nucleari nella base statunitense di Aviano.

Il procedimento era nato dall’esposto presentato da questo nutrito gruppo di associazioni e persone impegnati sui temi del disarmo e della smilitarizzazione, particolarmente dirimenti in questo frangente storico segnato sempre più da guerre e riarmo.

Il provvedimento del Gip

I denuncianti riportano che il decreto di archiviazione in realtà non smentirebbe l’ipotesi della presenza di ordigni nucleari nella base militare di Aviano.

Il provvedimento del Gip Francesca Vortali infatti indica che tale presenza sarebbe riconducibile ad accordi e trattati internazionali, non smentendo de facto la presenza di tali ordigni sul suolo italiano.

Proprio quei trattati e quegli accordi (adesione Nato, piano Rearm Europe ecc.) sono stati criticati duramente nelle manifestazioni contro la guerra degli ultimi anni perché “imposti” alla popolazione senza nessun, vero, dibattito democratico all’interno del Paese.

Possibile ricorso alla Corte europea

Come si apprende da fonti locali, i denuncianti stanno valutando un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Non c’è dubbio infatti che la presenza di armi nucleari rappresenta un rischio per la sicurezza dei cittadini, come ben stiamo vedendo dal conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Questo potrebbe dunque sollevare questioni legate alla tutela del diritto alla vita previsto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Fonti: nordest24.it, Jugocoord

Di seguito, riportiamo il comunicato stampa dei denunciati successivo all’ordinanza del Gip.

È giusto dare atto alla giudice Vortali di avere studiato e approfondito la questione sottoposta al suo giudizio, molto più di quanto abbiano fatto i precedenti magistrati di Roma e Brescia, che interpellati si sono limitati a scrivere due righe di motivazione per l’archiviazione.

La dottoressa ha anche riconosciuto a Wilpf Italia (Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà) la legittimazione ad agire a tutela degli interessi collettivi di disarmo e smilitarizzazione.

L’ordinanza considera sicura la presenza delle armi nucleari in Italia, provata dalle molteplici fonti addotte dai denuncianti. Del resto anche la Procura aveva implicitamente ammesso la presenza delle bombe, non avendo ravvisato accertamenti esperibili da produrre.

Nell’atto si ritiene giustificata l’importazione delle armi in questione, in base all’art. 51 del Codice penale (esercizio di un diritto o adempimento di un dovere); giustificazione che rappresenta un’ulteriore conferma della loro presenza, come fatto costituente reato ma discriminato ex art. 51; quindi non punibile.

Vengono ritenute legittime le preoccupazioni sanitarie, ambientali e di sicurezza espresse dai denuncianti, ma considerate attinenti a una dimensione politica e non penalistica.

I denuncianti non sono dello stesso avviso. La strada giudiziaria si fa ardua perché il ricorso per Cassazione è precluso da una costante giurisprudenza, che per le archiviazioni circoscrive l’ammissibilità ai soli casi di violazione del contraddittorio. In questo caso rispettato.

È possibile per i denuncianti ipotizzare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, così motivando: la presenza delle armi nucleari rappresenta un rischio concreto e oggettivo per la vita dei cittadini (come riconosce l’ordinanza); presenza che viola l’art. 2 della Convenzione europea, laddove tutela il diritto alla vita nella sua accezione più ampia e impone agli Stati aderenti obblighi idonei ad escludere rischi.

Contro l’ordinanza in oggetto si sono espressi anche gli avvocati di Ialana (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms) sostenendo che “è errato il richiamo all’art. 117 della Costituzione. Il meccanismo di prevalenza di una norma internazionale – ammesso che un accordo segreto di condivisione nucleare con l’Italia lo sia – sul diritto interno passa solo attraverso un incidente di costituzionalità.”

“Salvo che per il diritto europeo, non esiste applicazione diretta del diritto internazionale pattizio incompatibile col diritto interno, da parte del giudice ordinario. Le norme inderogabili di diritto internazionale umanitario vietano la minaccia e l’uso delle armi nucleari. Nessun trattato tra Stati può derogare a tali norme di ius cogens”.

Il fine ultimo da perseguire quindi è la rimozione delle testate nucleari statunitensi dalla base di Aviano. La loro presenza è un’aperta violazione del nostro ordinamento, interno e internazionale, che mette a rischio immediato l’esistenza di milioni di persone, in presenza dei venti di guerra diabolici che soffiano dall’Ucraina in Palestina.

Per i denuncianti (Tavola per la Pace Friuli Venezia Giulia, Abbasso la Guerra odv, Centro sociale 28 Maggio, Comunità Laudato Si’ Cremona, Comunità Laudato Sì Oglio Po, Coordinamento nazionale No Triv, Donne e Uomini contro la Guerra Brescia, Pax Christi Cremona e Tradate, Tavola della Pace Oglio Sud, WILPF Italia).

Fonte 

24/07/2026

Si allarga il mosaico nucleare in Medio Oriente. Israele, Iran e ora l’Arabia Saudita

Al mosaico della questione nucleare in Medio Oriente si sta aggiungendo una nuova tessera: l’Arabia Saudita.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Stati Uniti e l’Arabia Saudita, avrebbero concluso un accordo triennale per potenziare la cooperazione in materia di energia nucleare.

L’accordo prevederebbe condivisione e trasferimenti tecnologici in materia di nucleare civile. Inutile dire che questo accordo avrà un effetto potenzialmente dirompente per la regione. Innanzitutto per Israele che dopo essersi opposta anche militarmente al nucleare iraniano guarda ora con preoccupazione all’accordo sul nucleare tra USA e Arabia Saudita, al quale si è sempre opposta.

L’accordo, noto come “1-2-3 Agreement”, permetterebbe all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare civile che includerà, dopo uno studio congiunto sulla fattibilità economica, la possibilità di arricchire uranio o riprocessare plutonio sul proprio suolo. E’ stato sottoscritto dal principe saudita Bin Salman e dal Segretario all’Energia statunitense Chris Wright.

In realtà l’ambizione nucleare di Riad era scritta nero su bianco da anni, ed era stata posta come una delle condizioni per l’eventuale firma degli Accordi di Abramo con Israele. Così come è difficile sorvolare sul fatto che l’atomica pakistana sia stata finanziata dall’Arabia Saudita già dagli anni Settanta e che proprio il recente accordo tra i due paesi preveda la copertura nucleare pakistana a Riad in caso di minacce da parte di altre potenze atomiche.

Insomma l’Arabia Saudita non nasconde di vedere l’opzione e semmai anche la deterrenza nucleare nel proprio orizzonte.

La Casa Bianca però dovrà ora tenere conto del parere del Congresso su questo accordo con l’Arabia Saudita. L’accordo non include il principio definito impropriamente Gold Standard, una clausola “che impedirebbe al regno di arricchire l’uranio e riprocessare il combustibile nucleare esaurito, entrambe potenziali vie per la produzione di armi nucleari”.

Questa clausola venne invece imposta nel 2009 agli Emirati Arabi Uniti per la costruzione della loro prima centrale nucleare.

Ma questa limitazione nelle possibilità di arricchimento dell’uranio è anche il fattore principale dell’eventuale accordo sul nucleare iraniano.

L’unico Stato della regione a non esser sottoposto a limitazioni e controlli in materia di nucleare militare è ancora Israele, ravvivando così un doppio standard sempre meno accettabile, in particolare dall’Iran, ma adesso, forse, anche dall’Arabia Saudita.

Fonte

11/07/2026

Melodramma Trump, e Israele punta sull’atomica

Nella tragedia c’è sempre un angolo per la farsa. La novità di Trump è quella di aprirci anche un siparietto di melodramma: “Sono da molto tempo sulla loro [dell’Iran ndr] lista”, ha detto al New York Post. E per questo ha aggiunto di aver ordinato che, se dovesse essere ucciso, “li bombardino come mai è stato fatto prima”.

Non serve una grande memoria per ricordare che l’Iran, con tutti i suoi difetti, non ha fin qui assassinato nessun capo di stato o di governo, neppure di paesi di poco peso internazionale. Al contrario, questa è un’antica abitudine proprio degli States e di Israele (solo quest’anno: il rapimento di Nicolàs Maduro, l’uccisione di Ali Khamenei e di altri dirigenti iraniani).

E dunque appare logicamente improbabile che Teheran possa meditare l’“omicidio mirato” del presidente della principale superpotenza. Non solo perché quella prassi appare più occidentale che persiana, ma soprattutto in considerazione delle possibilità di risposta che la superpotenza avrebbe a disposizione.

Una breve analisi più attenta della notizia, oltretutto, permette di sapere che è stata pubblicata dal Wall Street Journal, il quale precisa anche la provenienza: un rapporto dei servizi segreti israeliani descritto come “un tentativo di influenzare le decisioni di Trump”. Cosa che ha fatto sorridere ironicamente persino funzionari del Pentagono e della Casa Bianca.

L’unico elemento di realtà sarebbero insomma i canti e cartelli che, durante i funerali di Khamenei, inneggiavano alla morte di Trump e degli Usa. Praticamente quello che si sente in ogni corteo del mondo, dal secondo dopoguerra... 

Come confermato da diverse fonti, Benjamin Netanyahu vorrebbe tornare ad attaccare l’Iran, mentre l’amministrazione Usa tentenna, visto che il lavoro diplomatico sul Memorandum firmato in Svizzera continua anche in questi giorni di follia guerrafondaia.

In definitiva si tratta di una vera e propria bufala di dimensioni ragguardevoli che serve comunque a rimettere in campo l’opzione “bomba atomica” (questo e non altro significa “ho ordinato che li bombardino come mai è stato fatto prima”, che riprende la vecchia minaccia “potremmo cancellare la loro civiltà in cinque minuti”).

L’uso dell’atomica sembra ormai l’unica speranza di Tel Aviv per rimuove il “problema Iran” dallo scacchiere strategico della “Grande Israele”. A quel punto ci sarebbe il “problema Turchia” – come ventilato persino da Trump durante il vertice Nato di Ankara – ma i sionisti sono abituati a macinare comunque nella direzione da loro scelta, senza badare affatto agli interessi altrui. Fossero anche quelli degli Stati Uniti.

Peraltro sanno bene che sarebbe un problema se usassero una di quelle presenti nel loro arsenale, visto che ufficialmente non esiste. E dunque la soluzione migliore sarebbe quella di obbligare l’America a farlo in prima persona. Quel che accadrebbe poi non sembra essere al centro dei loro calcoli... 

A compensare questa radicalizzazione dello scenario, dalla stessa amministrazione Usa arrivano segni di voler dare una possibilità ai negoziati con Teheran. Ma per capirlo bisogna districarsi in comunicati che mettono insieme ansia di dialogo, menzogne clamorose, propaganda mal cucinata e minacce a gogo.

Per esempio. Il solito “funzionario anonimo” incaricato di far arrivare ad Axios (ossia a Ravid Barak, ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano) la voce secondo cui gli iraniani “Ci hanno detto: ‘Abbiamo sbagliato. Abbiamo commesso un errore. Continuiamo a parlare’”, ha spiegato anche che “Vogliamo che dichiarino pubblicamente che smetteranno di sparare alle navi e che riconoscano esplicitamente, o almeno implicitamente, di aver commesso un errore. Ci stiamo lavorando”.

Il tutto ovviamente “in tempi brevissimi”, magari già entro oggi. Quando, cioè, le delegazioni dei due Paesi dovrebbero incontrarsi in Oman per riprendere i colloqui sul nucleare e sulla sicurezza nel Golfo.

Il format statunitense è sempre lo stesso, insomma: bombe, dialogo, diplomazia, nuove bombe, minacce, dialogo... Fretta e autismo diplomatico, pensiero unilaterale e sottovalutazione degli avversari.

Il convitato di pietra resta però Israele, che palesemente sta facendo di tutto per impedire un qualsiasi processo di pacificazione che implicherebbe – necessariamente – la rinuncia ad ulteriore espansione territoriale e magari il ritiro da parte del Libano, nonché la sospensione del genocidio a Gaza e in Cisgiordania. Una bestemmia, per il sionismo fuori di cranio che domina da quelle parti.

L’evocazione della possibile uccisione di Trump, con conseguente uso dell’atomica contro Teheran, sembra così il nuovo delirio di onnipotenza circolante nel cenacolo dei Netanyahu e dei BenGvir.

Fossimo nei panni di Trump ci guarderemmo le spalle, anche perché il Mossad ce l’ha già in casa. Sia militarmente (prosegue la lenta fusione delle intelligence tra Washington e Israele), sia fisicamente: il genero, Jared Kushner, mandato in giro per il mondo come inviato personale insieme a Steve Witkoff, è un finanziatore di alcuni dei gruppi più estremisti dei coloni in Cisgiordania.

E si sa – per restare al melodramma inscenato dal tycoon – che non c’è peggior serpente che un proprio parente...

Fonte

02/07/2026

In Iran evocata la mutua deterrenza nucleare come opzione possibile

“L’Iran non ha altra scelta che ottenere una bomba nucleare per rimuovere le minacce militari contro il paese durante la transizione verso un nuovo ordine mondiale”. Un articolo pubblicato sull’agenzia iraniana Fars news ha messo i piedi nel piatto della contraddizione fin qui rimossa nei negoziati sul futuro degli assetti in Medio Oriente.

L’articolo, non firmato, sostiene che l’Iran deve raggiungere la deterrenza nucleare per ottenere quella che ha definito la “calma necessaria” per garantire che altre controversie possano essere risolte tramite negoziati e che solo in tali condizioni sarebbero possibili negoziare dalla “posizione giusta”.

L’agenzia Fars ha spiegato che l’articolo era stato pubblicato su una piattaforma interattiva in cui gli utenti possono pubblicare i propri contenuti e che “non riflette la posizione ufficiale dell’agenzia”.

Quanto pubblicato su Fars news sottolinea inoltre come la deterrenza nucleare potrebbe creare un equilibrio di potere tra Iran, Stati Uniti e Israele e mantenere sotto controllo l’ampiezza di qualsiasi possibile conflitto.

L’articolo sembra mettere in discussione lo spirito dell’accordo preliminare recentemente firmato tra Iran e Stati Uniti, secondo il quale Teheran si è impegnata a non perseguire l’uso di armi atomiche permettendo però agli ispettori internazionali di tornare gradualmente a ispezionare le sue strutture nucleari. Un trattamento che però non viene nè ancora preso in considerazione nè attuato verso l’unica potenza nucleare del Medio Oriente: Israele.

L’articolo della Fars sostiene che l’ambiente di sicurezza iraniano lascia poche alternative se non perseguire un deterrente strategico paragonabile a quello di altri stati dotati di armi nucleari. Secondo la pubblicazione, l’Iran dovrebbe studiare l’esperienza della Cina durante la Guerra Fredda, sostenendo che Pechino abbia ottenuto negoziati significativi con Washington solo dopo aver sviluppato con successo armi nucleari. Ha inoltre affermato che gli Stati Uniti avevano precedentemente minacciato la Cina con attacchi nucleari prima di impegnarsi diplomaticamente dopo che Pechino aveva acquisito armi atomiche.

L’articolo sostiene anche che le armi nucleari potrebbero stabilire un equilibrio di potere con paesi come Stati Uniti e Israele, entrambi descritti come dotati di capacità nucleari.

“La deterrenza nucleare significa che si può raggiungere un equilibrio di potere contro America e Israele... non affinché la guerra non avvenga, ma affinché l’entità del conflitto rimanga controllabile”, ha aggiunto il commento.

Sebbene l’articolo non rappresenti una dichiarazione politica ufficiale del governo, la sua pubblicazione su un importante mass media iraniano segnala l’aspra dialettica politica interna e le diverse opzioni in campo sulle scelte strategiche.

La pubblicazione contrasta infatti con la storica posizione ufficiale dell’Iran secondo cui il suo programma nucleare è inteso esclusivamente a scopi civili pacifici.

Teheran e Washington hanno recentemente concordato un quadro volto a ridurre le attività nucleari dell’Iran, mentre l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) si sta preparando a riprendere i lavori di ispezione nei siti iraniani.

Ma è evidente che fino a quando l’arsenale nucleare israeliano non entrerà nei negoziati generali sugli assetti della regione, questa asimmetria sul campo e il doppio standard degli organismi internazionali e dei governi occidentali lascerà sempre aperta una contraddizione insostenibile, che può manifestarsi prima come crisi e poi, di conseguenza, come conflitto.

Fonte

11/06/2026

Una guerra in stile mafioso

Idee poche, ma rigorosamente confuse. L’America di Trump dichiara di soffrire della sindrome di Gulliver, gigante impigliato in un numero incalcolabile di “lacci e lacciuoli” gestiti da nanerottoli.

Così a giorni alterni riprende il sopravvento l’ipotesi di “liberarsi” con un’azione “decisa e netta”, agitando missili e bombardieri.

Ieri sera, per la seconda notte consecutiva, Trump ha fatto bombardare l’Iran. Gli attacchi – sembra con una cinquantina di missili Tomahawk – avrebbero preso di mira installazioni militari (radar, rampe di lancio, ecc.) nel sud del paese.

Teheran, come al solito, ha risposto simmetricamente, indirizzando missili vero le basi Usa nel Golfo Persico, e soprattutto verso il centro di comando della Quinta Flotta, in Bahrein, con risultati per ora impossibili da accertare.

Per capire quanto sia grave lo stato confusionale alla Casa Bianca, gli attacchi sono stati giustificati con la “frustrazione” del tycoon, da giorni in attesa di una risposta alla sua ultima “proposta di accordo”. Come se la soluzione di una guerra possa dipendere dal numero di ore o giorni che ci vogliono per risolvere un contenzioso così grave.

Contemporaneamente, però, i vertici Usa “assicurano” che la proposta è sempre sul tavolo, e che i bombardamenti servono esplicitamente a “fare pressione” sull’Iran perché risponda al più presto. Ma se ciò non avverrà, si dice esplicitamente, “stasera faremo altrettanto, anzi di più”. In questo quadro la guerra diventa l’equivalente della “proposta che non si può rifiutare”, in perfetto stile mafioso (Il padrino).

Trasparente, in questa schizofrenia “comunicativa”, è solo il peso il peso delle contraddizioni interne agli States. La contrarietà della popolazione Usa alla guerra, e soprattutto alle sue conseguenze sul portafoglio, si è allargata ormai ben oltre il livello della recuperabilità.

I costi diretti della guerra superano i 2 miliardi al giorno (quando non si spara, altrimenti anche di più), la benzina è ormai a 5 dollari al gallone e il diesel a 6, la Camera dei rappresentanti è già ingovernabile ora e sicuramente sarà più “oppositiva” dopo le elezioni di inizio novembre. Persino l’apparizione al Madison Square Garden, in occasione della popolarissima finale del campionato Nba di basket, è diventata occasione per una marea di fischi (e quello era un pubblico di benestanti, visto il prezzo dei biglietti di ingresso).

Non stranamente, il presidente iraniano – il chirurgo e laico Pezeshkian – ha affermato che le minacce di Trump dimostrano non forza, ma “disperazione”.

Ma la disperazione di un gigante scimunito è un pericolo per tutti. Il più autorevole tra i giornalisti statunitensi, il premio pulitzer Seymour Hersh, ha scritto che Donald Trump avrebbe iniziato di recente a discutere con i suoi collaboratori della possibilità di usare armi nucleari contro l’Iran per accelerare la fine del conflitto. Come con il Giappone nel 1945...

Il che implica un rovesciamento drammatico delle relazioni internazionali, soprattutto tra grandi potenze dotate di arsenali nucleari, perché la rottura del tabù impostosi in tutto il dopo Seconda guerra mondiale (quando gli Usa persero il “monopolio dell’atomica”), obbligherebbe tutti a prendere contromisure immediate che alla lunga non possono che portare ad uno scontro senza vincitori né sopravvissuti.

Quel che è chiaro è che non si può “esercitare egemonia” sul mondo esclusivamente con il ricatto militare. Questa fogna intellettuale in cui Israele si è cacciata – nessuna mediazione con i vicini e col mondo intero, solo guerra – sembra che abbia inquinato anche quel poco di razionalità che aveva albergato ai piani alti del potere statunitense, dove il suprematismo spudorato si era sempre (o quasi) saputo contenere di fronte a rischi incontrollabili.

La superiorità militare infatti “aiuta”, ma senza obbiettivi realistici diventa un abbaglio. E proprio questi primi 100 giorni di guerra all’Iran lo hanno dimostrato. Partita come una “guerra lampo” – la milionesima che fallisce in corso d’opera – si è trasformata in una trappola “frustrante”. Pensare di uscirne con un “colpo e via” dà la misura del livello pericolosamente basso della classe dirigente attuale nella superpotenza occidentale.

E in Europa è anche peggio.

Fonte

L’inaccettabile “normalità” della minaccia di guerra atomica

Il ministro della Difesa Crosetto e quello degli Esteri Tajani sono intervenuti davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. Ma nella relazione di Crosetto, relativamente alla guerra in corso in Ucraina, c’è stato un passaggio che deve aver fatto scorrere un brivido lungo la schiena di chiunque lo abbia potuto ascoltare: “Sta tornando attuale la minaccia atomica che avevamo relegato ai libri di storia”.

Da quanto ci risulta, sembra che nessuno dei parlamentari delle Commissioni presenti – di maggioranza o di opposizione – abbia sentito l’esigenza di chiedere qualche chiarimento in merito.

L’affermazione è stata fatta quasi con non chalance all’interno di una relazione che faceva il quadro dei conflitti in corso e indicava gli impegni militari dell’Italia sui vari teatri di crisi, ma è evidente che non possa essere liquidata come un dettaglio tecnico di un quadro generale. 

Parlando della guerra in Ucraina, Crosetto l’ha definita come “un conflitto che da oltre quattro anni dal suo inizio continua a registrare livelli di violenza che l’Europa non conosceva dalla fine della Seconda guerra mondiale. E le ricadute sono molteplici, in particolare quelle finanziarie”.

“Un giorno l’Europa dovrà confrontarsi con gli effetti della guerra: finanziari, energetici, con il grande numero di ex combattenti da reintegrare, con la ricostruzione dell’Ucraina, Paese resiliente ma provato, e della stessa Russia” ha affermato il ministro della Difesa.

Ma anche la guerra in Iran, secondo Crosetto “ha assunto una dimensione più ampia”, e Teheran ha dimostrato di essere in grado di “condurre attacchi missilistici di ampia portata verso Israele e non solo... Questo fa capire come le capacità militari e gli arsenali non sono esauriti”.

In questo quadro che vede almeno due grossi conflitti regionali in corso, è arrivato il via libera alla proroga di cinquanta missioni militari all’estero e all’avvio di due nuove missioni bilaterali, rispettivamente in Iraq e in Somalia. Sono già coinvolti almeno 7500 miliari, il contingente massimo può arrivare a 12mila unità, 37 assetti navali e 147 aerei. Con uno stanziamento previsto pari a circa 1,38 miliardi di euro, un po meno rispetto all’anno precedente.

Ma torniamo alle parole di Crosetto sul fatto che la guerra atomica è tornata di attualità. Cosa può aver spinto un ministro della Difesa ad una affermazione così impegnativa, anche se pronunciata quasi come uno “scenario normale”?

È evidente che sia la guerra in Ucraina che quella in Iran stiano assumendo per alcuni degli attori in campo il carattere di una “minaccia esistenziale”, cioè una minaccia alla propria stessa sopravvivenza come stato.

La Russia sta maturando questa percezione a causa dell’oltranzismo guerrafondaio dei governi europei, i quali non perdono occasione per mettersi di traverso su eventuali trattative e per alzare continuamente l’asticella dell’escalation.

Aver preteso nel vertice dei “volenterosi” a Londra che, in caso di armistizio tra Ucraina e Russia, le truppe europee debbano essere schierate sul territorio ucraino “a garanzia della tregua” è un tentativo evidente di mandare all’aria il tavolo, come del resto era già accaduto nel 2022 negli accordi di Istanbul che avrebbero potuto congelare già allora una guerra che si è invece trascinata per altri quattro anni.

Contestualmente le potenze europee del “formato Weimar”, che oltre a Germania e Francia include la Polonia e, a geometria variabile anche Italia, Gran Bretagna e Spagna, non nascondono l’ambizione di voler vedere la vera e propria disgregazione della Federazione Russa come scenario futuro.

Del resto questo è stato il senso delle operazioni tese a mettere le mani, tramite l’ipotesi di adesione alla Ue e alla Nato, sui “paesi di cintura” della Russia come la Georgia, la Moldova e ora l’Armenia. L’Ucraina è stato il caso più clamoroso e più sanguinoso di questo progetto dopo quello sulla Georgia.

L’atteggiamento bellicista dei governi europei e della Nato, riaffermato nel recente vertice di Londra dei “volenterosi”, inevitabilmente viene percepito dalla Russia come “minaccia esistenziale”, una minaccia che nelle dottrine di difesa ufficiali prevede e non esclude il ricorso alle armi nucleari.

Contestualmente, i governi e i principali mass media europei continuano a terrorizzare le proprie opinioni pubbliche – e a conformare su questo la propria politica militare ed estera – con la minaccia dell’invasione russa dell’Europa, talvolta con una imminenza, e altrettanto avventurismo, tesa a legittimare tutte le opzioni di fronte ad una “minaccia esistenziale per i nostri valori e i nostri modelli di vita”.

La razionalità e la realtà sul campo spiegano abbondantemente che la Russia non ha nè l’ambizione nè le possibilità materiali per farlo, ma la propaganda di guerra è esattamente la negazione della razionalità. Così si continua lo stesso ad alzare l’asticella dell’escalation.

Sul fronte Sud invece, c’è uno stato – Israele – che l’evocazione della “minaccia esistenziale” la ripete in continuazione, martellandolo sulla propria popolazione e nelle relazioni internazionali e la utilizza materialmente e sistematicamente nella sua dottrina della “guerra sui sette fronti”.

Israele è omertosa su questo aspetto, ma qui e lì il fattore rappresentato dal proprio arsenale nucleare viene evocato come estrema risorsa, ad esempio, contro quella che viene indicata come “minaccia esistenziale”, cioè l’Iran. E se le cose nella regione mediorientale continuano ad andare come stanno andando e ad Israele si consente ancora di giocare al “Cane Pazzo” (definizione di Moshè Dayan, ndr), questo scenario appare sempre meno remoto.

Anche qui, contestualmente, di fronte ad un nemico dotato di armi atomiche e della mentalità per usarle, è inevitabile che anche l’Iran cerchi di dotarsi di una deterrenza atomica, alimentando una rincorsa al riarmo.

Pensiamo che ben pochi si siano dimenticati la notte di angoscia passata solo due mesi fa, quando Trump lo scorso 7 aprile annunciava in un post che “Una intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà”.

Dunque le parole di Crosetto sulla “minaccia atomica tornata d’attualità”, non possono passare come normale amministrazione, ma sono rivelatrici delle informazioni che circolano e delle discussioni in corso all’interno degli ambiti militari e dell’intelligence, anche di quelli italiani. E lo devono essere talmente spesso da far citare la minaccia atomica come un dettaglio quasi di routine in una relazione ufficiale presentata ai parlamentari da un ministro della Difesa.

Se i parlamentari membri delle Commissioni non stavano giocando con il cellulare mentre Crosetto parlava, forse è il caso di chiedere quanto prima spiegazioni più dettagliate al ministro su questo aspetto così inquietante. 

È drammaticamente evidente però che occorra aumentare e accelerare tutti gli sforzi possibili per fermare la macchina della guerra e sottrarre il nostro paese a questo piano inclinato.

Fonte

07/06/2026

L’avvertimento mafioso di Zelenskij a Putin

Che sia davvero tempo di porre fine al massacro di soldati ucraini e russi e dare pace al martoriato Donbass, terrorizzato ormai da dodici anni dagli attacchi dei nazisti di Kiev, è questione su cui rifiutano di convenire solo le soldataglie neonaziste e i ras che, dalla pace, avrebbero solo da perdere soldi e potere.

Che i diretti interessati al conflitto, coloro che, con mosse banditesche, lo hanno provocato e hanno sinora brigato per mandare all’aria, sin dalla primavera del 2022, qualsiasi tentativo di soluzione negoziata, vogliano davvero, oggi, porre la parola fine a quel massacro, resta invece abbastanza dubbio.

Gli interessi che hanno mosso le cancellerie europee, sin dal 2014 – non entriamo qui nella questione dei piani via via elaborati e attuati nei decenni precedenti da USA, NATO e UE, che hanno sempre fatto perno sulla cosiddetta “essenza della ucrainicità” quale liquidazione della “russicità” e sterminio del popolo russo, come decretato già agli inizi del ‘900 da Dmitrij Dontsov – non sembrano di molto cambiati, tanto da poter fare affidamento su un “sussulto pacifista” a Londra, Parigi, Roma, Berlino o Varsavia.

Messe da parte queste poche considerazioni soggettive, la cronaca odierna vede i media di regime allineati sulla lettera con cui Vladimir Zelenskij chiede a Vladimir Putin di accordarsi per un incontro e concordi sul far intendere al lettore che il secondo sarebbe felice di un vertice a due, trovandosi in difficoltà al fronte, come d’altronde vuole la narrazione europeista, di una Russia messa all’angolo dagli eroici e forti ucraini.

Dunque, le cose sembrano stare così: il nazigolpista-capo pubblica un appello alla leadership russa proponendo un incontro in territorio neutrale «per porre fine alla guerra». Zelenskij avrebbe detto di sapere che a Putin in Alaska «era stata promessa una soluzione su alcune questioni riguardanti l’Ucraina e l’Europa. Ma vedete che le questioni ucraine e europee non vengono risolte ad Anchorage», ghigna il clown terrorista, sentendosi le spalle coperte a Londra.

E continua «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo chi ci sosterrà. Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto mandato a riferire il messaggio del don: il pizzino di un ras della cupola non sarebbe stato vergato più “amichevolmente”.

Così che Vladimir Putin non poteva che rispondere in maniera adeguata: «non dobbiamo rivolgerci agli autori di questa lettera, non a coloro che apprezzano il genere epistolare, ma ai nostri soldati in prima linea. E quindi, rivolgendomi a loro, voglio dire: compagni soldati e marinai, compagni sottufficiali e marescialli, compagni ufficiali, ammiragli e generali, l’intero paese guarda a voi, l’intero paese è orgoglioso di voi e ripone in voi la sua speranza. Al lavoro, fratelli!».

Dunque: Ucraina e Europa, con la prima, come d’uopo, “vallo militare” a difesa della seconda.

Cosa risponde Putin, parlando coi giornalisti a margine del Forum economico a Piter? La Russia non si oppone all’adesione dell’Ucraina all’entità europea sul tipo delineato da Friedrich Merz; Moskva è però contraria alla trasformazione della UE in blocco militare. E, checché ne dica Zelenskij, «forse l’Unione Europea potrebbe contribuire a trovare una soluzione. A mio avviso, ciò dovrebbe avvenire nel quadro degli accordi che abbiamo discusso ad Anchorage». Alaska, signor Zelenskij; Alaska, non Londra, o Parigi o Berlino.

Ad Anchorage era stato chiesto alla Russia «se fosse disposta a fare una serie di compromessi... nel mio incontro con il Presidente degli Stati Uniti, ho detto che eravamo pronti e ho illustrato in cosa potrebbero consistere questi accordi e questi compromessi. La questione è se questi compromessi saranno accettati dalla parte ucraina», ha detto Putin e ha espresso seri dubbi su questo punto, aggiungendo che, a giudicare da tutto, Kiev non è affatto pronta per la pace.

Per le lamentazione delle redazioni romane, milanesi, torinesi, l‘esercito russo è in vantaggio e sta avanzando su tutti i fronti, ma Kiev non è ancora disposta a scendere a compromessi e continua a resistere, ha detto ancora Putin. Negli ultimi tempi, la Russia ha messo sotto controllo circa 2.440 chilometri quadrati di territorio e continua ad avanzare.

Certo, ha detto Putin, gli sponsor occidentali stanno fornendo a Kiev un gran numero di droni di vario tipo, anche a lunga gittata. In ogni caso, ha detto, Moskva è pronta per addivenire a «un accordo con l’Ucraina con mezzi pacifici, sulla base di quanto discusso nell’incontro di Anchorage». Anchorage e ancora Anchorage, signor scaduto “presidente” dell’Ucraina.

Anchorage. Nonostante non tutto, anche là, sia andato per il verso dovuto. Durante i colloqui in Alaska, ha detto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, la Russia ha fatto concessioni “difficili” riguardo all’operazione militare, ma Donald Trump non è stato in grado di garantire l’attuazione degli accordi.

In Alaska, la proposta avanzata dagli americani «è stata accettata dal presidente russo, che ne ha parlato ripetutamente. È stata difficile perché non corrispondeva pienamente a ciò che volevamo, ma era accettabile come primo passo che avrebbe permesso di porre fine alle ostilità e avviare negoziati per definire tutti i dettagli... Ma poi non è successo nulla sul fronte dei negoziati ucraini...

Le relazioni Russia-USA hanno ricominciato a farsi tese, perché non solo le sanzioni di Biden continuano ad essere estese, ma sono comparse anche quelle di Trump contro Lukoil e Rosneft. L’obiettivo dichiarato è il dominio americano nei mercati energetici globali... Forse è vantaggioso per i nostri colleghi americani ritardare le pressioni sull’Ucraina. E nel frattempo, continuare a esercitare pressioni economiche su di noi».

Lavrov lamenta che principio della politica occidentale sia sempre dato dall’aforisma “parola data, parola ripresa”, quale ricusazione delle promesse fatte, come nel caso degli accordi precedenti al golpe contro Viktor Janukovyc e poi degli accordi di Minsk.

Non è certo un caso che siano risuonate proprio ora le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui gli USA non sono un intermediario neutrale, ma una parte che sostiene l’Ucraina con le armi: «Non siamo mediatori imparziali. Chiaramente, stiamo favorendo una parte rispetto all’altra».

Trump, dice Lavrov, afferma che «questa non è la sua guerra, ma quella di Biden, e che se lui fosse stato presidente allora, questa guerra non sarebbe mai iniziata. Ma ora l’ha ereditata. All’inizio aveva deciso di fermarla. E sembrava esserci riuscito in Alaska. Ma ora probabilmente si starà chiedendo: e se la guerra continuasse, finiremmo per estromettere Russia e Cina dai mercati globali come concorrenti».

In effetti, come riportato da The New York Times, Donald Trump ha approvato il coinvolgimento di agenti della CIA nella pianificazione degli attacchi contro le imprese energetiche russe e la “flotta ombra”, che vengono poi mascherati come attacchi ucraini.

In questa cornice, l’ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, ha dichiarato a Sky News che, per la Russia, l’operazione militare in Ucraina è una «guerra esistenziale. Per noi, non per i paesi della NATO... una guerra esistenziale contro i paesi NATO, forse senza la partecipazione degli Stati Uniti. Ma gli USA sono stati molto attivamente coinvolti fin dall’inizio».

Perché i paesi NATO sono direttamente coinvolti nel conflitto. Le nuove armi in arrivo a Kiev sono presentate come ucraine, sebbene in realtà siano prodotti del complesso militare-industriale europeo, ha detto Kelin, indicando paesi come Gran Bretagna, Danimarca, Canada e altri, in cui viene semplicemente esternalizzata la produzione.

Attenzione, ha detto Kelin: a un certo punto la Russia dovrà adottare delle «contromisure. Non dirò esattamente quali, ma conosciamo gli indirizzi. Li abbiamo pubblicati e saranno facili bersagli».

Secondo l’ambasciatore russo, anche la Gran Bretagna subirà «ritorsioni, poiché sta imponendo sanzioni anti-russe, fornendo armi all’Ucraina e ostacolando i colloqui di pace... La Gran Bretagna sta facendo tutto il possibile per infliggere una sconfitta strategica alla Russia».

Dunque, le prospettive non sono poi così rosee. Non lo sono, perché la guerra in Ucraina non rappresenta che la “fase attuale” della contrapposizione che, da decenni, vede i capitali occidentali puntare alle sterminate risorse della Russia e vede da decenni i “comitati d’affari” dei capitali occidentali, quelle entità che Lenin definiva «comitati nazionali di milionari, detti governi», pianificare azioni di guerra sotterranea – quella che oggi chiamano “ibrida” – o guerra guerreggiata, a diverso titolo e con diverse intenzioni, prima contro l’Unione Sovietica e, dopo, contro la Russia.

Quindi, dice l‘ex ufficiale dell’intelligence Andrej Bezrukov, docente presso il prestigioso MGIMO, la Russia sarà costretta a combattere almeno per i prossimi due decenni, in conflitti ad alta e a bassa intensità, affrontando minacce alle infrastrutture critiche e insidie di guerra biologica.

I nemici, dice Bezrukov, contano sulla prospettiva che «a un certo punto il nostro sistema decisionale venga sovraccaricato da attacchi complessi provenienti da tutte le direzioni: ideologici, fisici, militari e così via, e che il sistema non sia più in grado di prendere decisioni adeguate».

Potrebbe trattarsi di una guerra molto violenta, afferma l’ex agente, come quella «che stiamo vivendo ora. Oppure di una guerra strisciante. Anche se si estendesse ad altre regioni, avremmo due generazioni che si potrebbero praticamente considerare in guerra. E dobbiamo imparare a convivere con questa guerra... Dobbiamo costruire il nostro sistema statale, costruire la nostra economia in modo tale che assolva non solo al compito dello sviluppo, ma anche a quello della difesa».

A oggi, dice Bezrukov, la Russia sta affrontando una nuova forma di guerra, in cui gli avversari intensificano costantemente l’escalation, pur senza raggiungere il livello nucleare. La strategia dell’Occidente in questa guerra è molto semplice: «evitare uno scontro nucleare con noi, dal quale uscirebbero sconfitti. Quindi devono far “bollire la rana”, che è quello che stanno facendo, aumentando gradualmente l’escalation. E non si fermeranno perché non hanno via di fuga. Noi rappresentiamo una minaccia esistenziale per loro».

Secondo Bezrukov, la “seconda fase critica” della guerra sarà l’Asia. Per quanto riguarda la Russia, dice, tenteranno di distruggerla lentamente, prima di tutto eliminando la minaccia nucleare: «l’obiettivo principale è evitare la soglia nucleare e neutralizzare le nostre forze nucleari. Questo può essere fatto in due modi: o costruendo un sistema nello spazio, cosa che hanno iniziato a fare, per impedire qualsiasi decollo. Oppure facendo quello che hanno fatto con l’Operazione “Ragnatela”, installando qui i loro agenti e, a un certo punto, colpendo le nostre forze nucleari. Forse non le metteranno fuori combattimento tutte, ma è una minaccia reale».

Vien da chiedersi se il pizzino di Zelenskij serva a fare da paravento a qualcosa di molto più pericoloso.

Fonte

04/06/2026

L’opzione delle armi nucleari USA si riaffaccia in Europa, Italia inclusa

Il Financial Times ha rivelato in un articolo che gli Stati Uniti starebbero pensando di nuovo alla installazione di armi nucleari in Europa, riavviando così quella che fu la famosa “Direttiva 39” della fine degli anni Settanta e che portò all’installazione degli euromissili nel continente europeo. Anche l’Italia venne coinvolta nell’operazione ospitando nel 1983 i missili Cruise con testate nucleari nella base di Comiso, in Sicilia. Gli altri paesi europei coinvolti furono Germania, Belgio e Paesi Bassi.

La Polonia non ha fatto mistero di essere pronta ad ospitare le armi nucleari Usa sul proprio territorio, dunque a ridosso dei confini russi.

Il Financial Times scrive che “Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato dopo una riunione dei ministri degli Esteri dell’Alleanza il mese scorso, che c’era “un’intesa comune sul fatto che, mentre gli Stati Uniti si orienteranno maggiormente verso altri teatri operativi... la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono rimanere invariate”. “Voglio essere assolutamente chiaro... Se qualcuno fosse così sciocco da attaccarci, la risposta sarebbe devastante”, ha affermato Rutte”.

Il rilancio del riarmo nucleare in Europa, segna la conclusione definitiva dei negoziati avviati alla fine degli anni Ottanta (c’era ancora l’URSS) e che portò alla riduzione degli arsenali atomici dislocati in Europa.

Nella fase storica più recente, nel 2010 Obama e l’allora presidente russo Medvedev firmarono a Praga il trattato New Start, che evolveva i precedenti accordi Start sulle armi nucleari strategiche. Il trattato fissava un limite di 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per ciascuna delle due superpotenze.

Ma solo due anni dopo la firma del trattato, nel 2012, l’amministrazione Obama chiedeva nuovi investimenti per rafforzare il sistema di deterrenza nucleare statunitense. La prima amministrazione Trump (2026) ne avrebbe accelerato la modernizzazione. Contestualmente la Russia aveva avviato un vasto programma di aggiornamento del proprio arsenale nucleare già nel decennio 2011-2020, seguito da un nuovo piano ancora in attesa di compimento.

A livello mondiale subito dopo Stati Uniti e Russia si collocano Cina, Francia e Regno Unito, riconosciuti come Stati nucleari dal Trattato di non proliferazione (TNP).  Pechino possiede circa 600 testate, un numero in crescita costante. La Francia dispone di circa 290 testate nucleari, mentre il Regno Unito ne possiede circa 225.

In Asia ci sono poi India e Pakistan che possiedono rispettivamente circa 180 e 170 testate nucleari. Infine ci sono Israele che si stima detenga circa 90 testate e la Corea del Nord che dispone oggi di un numero stimato in circa 30 e 50 testate nucleari.

La Russia investe annualmente circa 8,5 miliardi di dollari nel settore nucleare militare, mentre gli Stati Uniti spendono in questo settore oltre 35 miliardi, quattro volte di più. La Russia possiede circa 6.370 testate atomiche. Gli Stati Uniti ne possiedono tra le 5.000 e le 6.000 a seconda delle metodologie di conteggio.

Di queste armi nucleari USA, più di un centinaio risultano ancora dislocate in Europa, e tra queste alcune decine – i dati sono però discordanti – sono stoccate in Italia, nelle basi militari di di Aviano e Ghedi.

Eppure, in teoria, l’Italia non potrebbe ospitare armi nucleari in base al Trattato di non proliferazione nucleare che ha firmato il 2 maggio del 1975. In particolare, l’articolo II del TNP è estremamente chiaro e vincolante per i Paesi che, come l’Italia, non possedevano armi atomiche al momento della firma.

L’articolo II recita testualmente: “Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari”. Questo impegno implicava il divieto non solo di produrre, ma anche di ricevere e ospitare sul proprio territorio ordigni nucleari di qualsiasi tipo. La sottoscrizione di questo trattato avrebbe dovuto, in teoria, rendere il suolo italiano completamente libero da tali armamenti, ma come abbiamo visto non è affatto così.

La base aerea di Aviano, in provincia di Pordenone, ospita circa 50 testate (tra le 20 e le 30 secondo fonti diverse, ndr), mentre la base aerea di Ghedi, in provincia di Brescia, ospiterebbe il rimanente arsenale, quantificato in circa 20-40 bombe. Si tratta di ordigni nucleari B61-12 di esclusiva proprietà e controllo degli Stati Uniti, presenti nel nostro Paese nell’ambito della NATO. La base militare di Ghedi, situata a circa 25 chilometri da Brescia, è sede di una flotta di 30 cacciabombardieri F-35, velivoli progettati per il trasporto e il lancio di armamenti nucleari.

Mentre imperversano i dott. Stranamore de noantri, diventa sempre più prioritario porre il problema dell’allontanamento di queste armi nucleari dal territorio italiano in ogni agenda di politica internazionale che riguardi il nostro paese.

Fonte

23/05/2026

I manager nazigolpisti della guerra glorificati dal Corriere della Sera

19 maggio. Con quale afflato, con che trasporto, con quanta guerresca partecipazione, come a rivivere le “radiose giornate di maggio”, i megafoni guerrafondai milanesi e torinesi del bellicista “comitato d’affari” fascio-borghese hanno echeggiato, lo scorso 18 maggio, gli attacchi ucraini sulla regione di Moskva.

«4 morti», hanno scritto, asetticamente, come di una lista della spesa – “un chilo di patate e tre filetti d’aringa” – sottolineando premurosamente «Zelenskij azione giustificata»; mica come quando biascicano pietisticamente di «vittime civili ucraine dei criminali raid russi»! Qui no: i «4 morti» sono russi. Civili anche loro, ma russi. Ben gli sta: è una «azione giustificata», lo testimonia il nazigolpista dalla voce roca.

E poi, con un ulteriore balzo d’entusiasmo cameratesco verso il beneamato regime banderista, si giubila che i «Raid simultanei a lungo raggio» di Kiev indicano che si è entrati in «Una nuova fase del conflitto grazie al salto dell’industria bellica».

Questo perché, verga la signora Marta Serafini sul Corriere della Sera, «Finanziamenti, cooperazione industriale e joint venture con partner europei stanno contribuendo a trasformare il comparto ucraino dei droni in una base produttiva sempre più stabile». Sia lode al complesso militare-industriale per l’ulteriore segmento di profitto.

Lo ha detto chiaro, il ministro della guerra golpista Mikhail Fëdorov, quello incensato dalla stessa signora Serafini perché, al momento dell’insediamento, aveva cristianamente annunciato «il nuovo traguardo di arrivare a 50.000 perdite mensili inflitte a Mosca tra morti e feriti».

Kiev punta ora su un forte aumento della produzione di droni d’attacco a medio raggio: «l’obiettivo è quello di aumentare drasticamente i volumi di produzione. Abbiamo già firmato un numero record di contratti per sistemi d’attacco a medio raggio e continuiamo a investire in questo settore».

Gli risponde l’omologo tedesco Boris Pistorius, in visita a Zaporož’e: obiettivo della Germania è imparare dall’esperienza ucraina nella guerra coi droni e capire come accelerare e migliorare l’efficienza della loro produzione. Berlino e Kiev sono ora «partner strategici», ha detto il bellicista teutonico; «Possiamo trarre profitto dall’esperienza ucraina… non smetteremo di fornirvi lo stesso livello di supporto che vi abbiamo garantito in tutti questi anni. Ma ora dobbiamo capire come accelerare e migliorare l’efficienza nella produzione di droni».

Detto così, apertamente: ormai non si finge nemmeno più di essere fuori dalla guerra. Altrettanto platealmente, Fëdorov elogia la Germania, che «è il primo Paese al mondo per quanto riguarda gli aiuti all’Ucraina… Fornisce un supporto significativo nel settore della difesa aerea e delle forniture di artiglieria a lungo raggio, acquista droni ucraini per l’Ucraina e costruisce impianti di produzione congiunti».

E in un trasporto di comuni “ideali”, passati e presenti, Pistorius si sbraccia in un moto di orgoglio per il «mio Paese e il popolo tedesco, così prudente in materia di guerra e di esercito, data la nostra storia… abbiamo una responsabilità nei confronti delle persone di oggi e delle generazioni future, quando si tratta di sicurezza e della minaccia rappresentata dalla Russia… la minaccia esiste… Dobbiamo riconoscerlo. Altrimenti, non saremo in grado di affrontare la sfida e portare a termine la nostra missione».

Quella, cioè, di incrementare l’industria di guerra in preparazione dello scontro con la Russia.

Già un mese fa, l’ex deputato della Rada Oleg Tsarëv aveva detto che Kiev al momento non ha problemi con armi e soldi, dato che l’Europa ha completamente sostituito i rifornimenti USA: «lo vediamo al fronte. Se ci fosse carenza, la situazione sarebbe diversa».

Dei 90 miliardi stanziati, 60 andranno nell’acquisto di armi e si farà di tutto perché metà del prestito venga erogata rapidamente; se prima si fornivano a Kiev carri armati e attrezzature costose e facilmente distrutte, ora i soldi vanno in armi adatte «a un nuovo e più efficace tipo di guerra… Hanno intenzione di inondare l’Ucraina di armi. Queste joint venture che stanno avviando… beh, noi siamo stati così precisi nel colpire la produzione in Ucraina, che l’hanno trasferita in Europa».

«Nulla costringerà l’Europa a negoziare con la Russia in questo momento» dice il sociologo di Donetsk Evghenij Kopat’ko; la macchina bellica «è già in moto. L’Europa sta riarmando e modernizzando l’industria della difesa. I soldi per una guerra con la Russia ci sono e, con la linea del fronte praticamente ferma, l’Ucraina ha risorse economiche e umane sufficienti per resistere a lungo… Al ritmo attuale delle operazioni militari, l’Europa ha fondi sufficienti per finanziare l’Ucraina per molti anni».

Così che, dato che le aziende occidentali non fanno mistero del loro coinvolgimento diretto nella guerra contro la Russia, dovrebbero diventare obiettivi legittimi per attacchi di rappresaglia, afferma il politologo Vladimir Kornilov.

È il momento, dice, di domandarci se stiamo combattendo solo contro l’Ucraina o contro tutti questi “gruppi Palantir”: dobbiamo avvertirli che «hanno oltrepassato il limite che avevamo indicato. I nostri leader avevano avvertito che colpire in profondità la Russia e usare armi occidentali, avrebbe rappresentato il superamento di una linea rossa. Hanno oltrepassato quella linea e stanno testando fin dove possano spingersi. Finora, a mio avviso, non c’è stata una risposta adeguata, ma dovrà essere data».

Il rappresentante russo presso la OSCE, Dmitrij Poljanskij afferma infatti che nella società russa cresce la richiesta di azioni decise in risposta al coinvolgimento dei paesi UE nei bombardamenti del territorio russo: «Gli europei esagerano… cercano di mettere alla prova la nostra determinazione, di capire a che punto reagiremo. È un gioco molto pericoloso… non è un videogioco, una simulazione, ma una situazione seria. Noi teniamo aperta la porta per una soluzione diplomatica alla crisi in Ucraina, ma nessuno vuole ascoltarci. Ora c’è una forte richiesta pubblica di un’azione decisa, per dimostrare che la Russia è pronta a combattere».

Dunque, dato che la UE ha da tempo oltrepassato tutte le linee rosse, una guerra con essa è solo questione di tempo: «consiglierei di non mettere alla prova la nostra pazienza e moderazione. Il fatto che la NATO sia ora direttamente coinvolta nella guerra contro la Russia, fornendo spazio aereo ai droni ucraini e localizzando la produzione di droni e altri mezzi bellici sul proprio territorio, ci avvicina pericolosamente a questo conflitto».

Proprio ieri, l’intelligence estera russa ha diffuso una notizia secondo cui Kiev starebbe apprestando una serie di attacchi in profondità al territorio russo, servendosi dello spazio aereo lettone; in sostanza, non si limiterebbe a utilizzare i corridoi aerei messi a disposizione dai paesi baltici, intenderebbe lanciare droni direttamente dal loro territorio.

Quindi, dice Poljanskiij, solo una vittoria militare russa potrà far rinsavire i politici occidentali, distaccati dalla realtà: «Ci sono due scenari possibili. Il primo è che schiacciamo militarmente l’Ucraina. Credo che questo sia uno scenario molto verosimile. L’altro, che al momento sembra molto improbabile, è che l’Occidente, e in particolare i paesi europei, rinsaviscano e si rendano conto di essersi spinti troppo oltre… tutte le misure adottate finora dall’Occidente sono state a spese della Russia, senza tenere conto delle sue preoccupazioni…

Non ci sono diplomatici da parte europea disposti a fare ciò per cui siamo stati addestrati: riunirci, cercare soluzioni e proporle alle nostre capitali. Quelli con cui ho a che fare sono solo dei propagandisti che si limitano a diffondere le informazioni che il loro governo cerca di diffondere ovunque».

È così che il professor Serghej Karaganov, Presidente del Consiglio per la politica estera e di difesa, in uno sterminato saggio pubblicato da La Russia nella politica globale, dal titolo “Guerra mondiale: la strada verso la vittoria”, afferma che una vera e propria guerra mondiale sia già iniziata e, da parte di Moskva, si tratti di adottare la conseguente strategia.

Il primo passo da compiere, dice, è la “siberizzazione” della Russia: il trasferimento del centro dello sviluppo ideologico, economico e politico nell’Asia russa. Dato che «l’Europa sta tornando “a se stessa” – fonte di guerre e altri problemi – uno spostamento verso Oriente e lo sviluppo della tecnologia militare sono necessari anche per ragioni strategico-militari… trasferendo alcune funzioni capitali alle città siberiane».

Questo, insieme a una modernizzazione delle politiche estera e della difesa; tanto più che «continuare con l’attuale mezza politica in Ucraina, che rischia di sfinire il paese, potrebbe minare la forza e lo spirito di rinascita della Russia».

Dunque, i colloqui per una tregua nello “spirito dell’Alaska” possono proseguire a livello tattico, ma «con la consapevolezza che la pace e lo sviluppo a lungo termine sono impossibili senza fermare il tentativo dell’Occidente di attuare una vendetta militare e politica storica».

In particolare, afferma lo storico, una conclusione vittoriosa dell’attuale conflitto in Ucraina, e ancor meno la prevenzione di un’escalation a livello termonucleare globale, è impossibile senza un significativo rafforzamento della politica di deterrenza nucleare: il potenziamento dei missili a medio e lungo raggio e di altri vettori «dovrebbe essere intensificato per dissuadere gli occidentali dal tentare di riconquistare la propria superiorità… Le armi nucleari, se impiegate in quantità ottimali e con la dottrina appropriata, rendono irraggiungibile la superiorità non nucleare e consentono di risparmiare risorse per le forze convenzionali.

I nostri “Burevestnik”, “Orešnik” e i sistemi di lancio ipersonici dovrebbero convincere il nemico della vacuità delle sue speranze di vittoria… L’obiettivo di potenziare e rendere più flessibili gli arsenali nucleari è ricordare a tutti che una grande potenza nucleare non può essere sconfitta attraverso una corsa agli armamenti non nucleari o una guerra convenzionale, nemmeno con i droni…

I potenziali avversari devono comprendere che una corsa agli armamenti è suicida per loro… La guerra coi droni, la guerra biologica e persino la guerra cognitivo-digitale devono essere prevenute e scoraggiate facendo sempre più affidamento su armi in grado di distruggere i responsabili di tali guerre».

È inoltre necessario accrescere la «credibilità della minaccia dell’uso di armi nucleari per risvegliare le società europee dal loro “parassitismo strategico”, ovvero dalla convinzione che la guerra non scoppierà, che “andrà tutto bene”. Bisogna restituire il senso di paura e di autoconservazione a coloro che hanno smarrito la strada e dimenticato le guerre e i crimini commessi dai loro paesi e popoli nei secoli passati».

Sono necessari diversi cambiamenti alla dottrina sull’uso delle armi nucleari. Affidarsi alla deterrenza nucleare è «essenziale per prevenire la guerra coi droni. La risposta deve essere devastante. Se, ad esempio, missili o droni venissero nuovamente lanciati dall’Ucraina e dai paesi limitrofi dopo possibili accordi di pace o persino una capitolazione, coloro che gestiscono i droni devono sapere che subiranno ritorsioni, anche nucleari».

È il momento di abbandonare l’assunto, che avvantaggia principalmente gli americani, secondo cui in una guerra nucleare «non ci possono essere vincitori e che l’uso di armi nucleari porterebbe inevitabilmente a un’escalation termonucleare globale. Dio non voglia che vengano usate armi nucleari. Persone innocenti moriranno e verrà distrutto il mito che ha salvato l’umanità, quello secondo cui l’uso di armi nucleari porterebbe a un Armageddon universale. Ma una guerra nucleare, soprattutto in un’Europa sovraffollata e moralmente debole, può essere vinta…

Ripeto: l’uso delle armi nucleari è un grave peccato. Ma, di fatto, astenersi dall’usarle non è meno grave, perché spiana la strada all’intensificarsi della guerra mondiale iniziata dall’Occidente… Dobbiamo vincere la guerra mondiale scatenata, indebolendo e respingendo i revanscisti… Alla Russia sono stati concessi vent’anni di pace. Ma ora siamo entrati in decenni di guerra e conflitto. Dobbiamo vincere, salvando noi stessi e l’umanità».

Nemmeno a farlo apposta, dal 19 al 21 maggio, sono in corso in Russia esercitazioni delle forze nucleari: vi sono impegnati circa 65.000 uomini e quasi ottomila mezzi delle forze missilistiche strategiche, flotte del Nord e del Pacifico, aviazione a lungo raggio.

Che importa; per i megafoni della guerra, attendati in via Solferino, importante è sbavare per «il giovane neoministro» che, nella Kiev nazigolpista, «toglie la giacca, indossa la felpa e diventa un manager» di «droni economici e sacrificabili»: al Corriere della Sera presentano davvero la guerra come fosse “un videogioco, una simulazione”.

D’altronde, da un secolo e mezzo sono avvezzi a glorificare guerre coloniali, fasciste e naziste. E quella dei banderisti non fa eccezione.

Fonte 

21/03/2026

Guerra all'Iran - Sei aspetti da considerare

L’Iran uscirà da questa guerra con le infrastrutture danneggiate, sotto forte pressione economica e con famiglie devastate dalla perdita di vite umane e dall’invalidità. Ma le guerre non si giudicano solo in base alla distruzione. Si giudicano in base al raggiungimento degli obiettivi politici.

Le guerre raramente sono decise dal solo campo di battaglia. Le campagne militari possono distruggere città e uccidere un gran numero di persone, ma gli esiti politici sono definiti dalla resilienza, dalla legittimità e dalle correnti storiche che scorrono sotto la violenza immediata.

Sebbene la guerra che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto al popolo iraniano possa produrre vittorie tattiche per Israele e gli Stati Uniti, il terreno politico racconta già una storia diversa. L’Iran ha perso infrastrutture e persone, ma è probabile che vincerà la guerra sul piano politico.

Primo aspetto: il cambio di regime

L’obiettivo centrale della campagna militare USA-Israele sembrava essere la destabilizzazione o il cambio del regime. Tuttavia, le prime valutazioni dei servizi di intelligence statunitensi mostrano che, nonostante gli omicidi di alti dirigenti politici, il sistema politico non è crollato. Inoltre, nonostante i pesanti bombardamenti, non si è verificata alcuna rivolta interna. Anzi, la guerra sembra aver rafforzato la Repubblica Islamica e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC).

La storia ci insegna che quando una nazione, specialmente una con una storia di orgoglio nazionale come l’Iran, viene attaccata da forze esterne, le considerazioni politiche interne passano temporaneamente in secondo piano mentre la questione della sovranità diventa prioritaria. Ciò significa che né gli Stati Uniti né Israele hanno un vero piano politico per concludere la guerra.

Quando smettono di bombardare? Il 9 marzo, Trump ha dichiarato che l’Iran “non ha marina, non ha comunicazioni, non ha aviazione. I loro missili sono ridotti a frammenti sparsi. I loro droni vengono fatti saltare in aria ovunque”. Se l’Iran non ha più capacità militare, allora perché non invadere l’Iran e rovesciare ciò che resta dello Stato? Ovviamente, non è una opzione realmente perseguibile. L’obiettivo del cambio di regime rimane solo un sogno dell’ex oligarchia iraniana in esilio e del governo israeliano.

Secondo aspetto: potere asimmetrico

Nel corso del genocidio contro il popolo palestinese, le forze militari israeliane hanno indebolito le forze dell'“asse della resistenza” in Libano e Siria (incluso il fatto di permettere a un ex capo di al-Qaeda di diventare presidente della Siria, che ha poi concesso a Israele il diritto di sorvolo per bombardare l’Iran).

Sia Israele che gli Stati Uniti presumevano che ciò significasse che l’Iran non aveva più il vantaggio di questo “asse della resistenza” per colpire Israele in risposta ai bombardamenti sull’Iran. Tuttavia, l'“asse della resistenza” non è solo un’alleanza militare; è anche radicato in una cultura politica.

Viaggiare nei quartieri popolari – prevalentemente sciiti – del Libano meridionale e in Siria (incluse le zone rurali di Aleppo) nell’ultimo decennio mi ha mostrato che queste aree hanno una forte affinità culturale con la leadership religiosa e politica iraniana. Questo legame inserisce l’Iran in una più ampia lotta politica contro Israele e gli Stati Uniti, complicando così l’ambiente strategico e aumentando il costo dell’escalation.

Il conflitto non è una semplice guerra tra stati, ma parte di una contesa più ampia sul futuro dell’Asia occidentale che coinvolge una serie di gruppi politici e sociali che non sono disposti a permettere che Stati Uniti e Israele prevalgano in Iran.

Terzo aspetto: problemi diplomatici

La guerra USA-Israele è iniziata con un attacco che ha ucciso 165 bambine in una scuola elementare. Erika Guevara-Rosas di Amnesty International ha dichiarato che questo “atroce attacco a una scuola, con aule piene di civili, è un’illustrazione agghiacciante del prezzo catastrofico e del tutto prevedibile che i civili stanno pagando durante questo conflitto armato”.

Gli attacchi hanno distrutto importanti infrastrutture civili, come ospedali e impianti energetici, e hanno causato gravi problemi alla vita quotidiana in tutto l’Iran. Poiché gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato questi bombardamenti proprio quando sembrava ci fosse una svolta nei negoziati, i governi e le popolazioni di tutto il mondo ora hanno un altro esempio dell’uso da parte degli Stati Uniti di una forza militare schiacciante piuttosto che della diplomazia.

Questa percezione è importante perché la legittimità globale è ora cambiata e paesi come Cina e Russia si rifiutano di isolare l’Iran. Sembra che la Russia abbia trasportato per via aerea il nuovo leader supremo dell’Iran, Mojtaba Khamenei, a Mosca per curare le ferite riportate durante i bombardamenti – un segno delle relazioni durature tra i due paesi.

Quarto aspetto: geografia strategica

La capacità dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz – attraverso il quale passa una grande quantità di forniture mondiali di petrolio e gas naturale – ha ora portato a interruzioni nell’intera economia globale. Il Brent, indicatore dei prezzi del petrolio, è salito sopra i 100 dollari, le tariffe di nolo per le petroliere e i premi per l’assicurazione contro i rischi bellici sono aumentati rapidamente, e i fertilizzanti che transitano attraverso lo stretto sono ora bloccati, con un enorme impatto sull’agricoltura globale.

La capacità geografica dell’Iran di chiudere lo Stretto gli conferisce un potere che pochi stati possiedono. Gli Stati Uniti sono ora disperati nel cercare che qualsiasi paese faccia pressione sull’Iran – militarmente e diplomaticamente – per riaprire lo Stretto, ma pochi sembrano interessati.

La Cina, ad esempio, ha avviato colloqui bilaterali con l’Iran per consentire il passaggio delle proprie navi e poi ha esortato a una de-escalation; gli alleati degli Stati Uniti in Asia, come Giappone e Corea del Sud, così come i paesi europei, hanno rifiutato di partecipare all’avventura militare.

Quinto aspetto: i limiti del potere militare

Israele e Stati Uniti possono colpire impianti e infrastrutture iraniane, ma non possono invadere un paese di quasi 100 milioni di persone, molti dei quali resisteranno attivamente all’occupazione. Un’invasione di terra di questo tipo innescherebbe una conflitto regionale che coinvolgerebbe l’Iraq e lo Yemen, dove la situazione è in gran parte tranquilla.

Qualche attacco in Iraq non ha ancora mostrato il tipo di sostegno che l’Iran raccoglierebbe in caso di un’invasione di terra da parte di Stati Uniti e Israele. L’esperienza dell’Iraq (2003) e della Libia (2011) mostra che è facile distruggere l’ufficio del presidente ma più difficile smantellare il sistema politico senza cadere nel caos.

La superiorità militare si scontra con la realtà politica. La potenza aerea può distruggere le infrastrutture, ma non può cancellare un’ideologia politica né smantellare uno Stato che mantiene la coesione interna.

Sesto aspetto: un futuro con armi nucleari

L’attacco del luglio 2025 da parte di Stati Uniti e Israele ha completamente distrutto gli impianti nucleari iraniani; Trump aveva detto all’epoca: “Obliterazione è un termine accurato!”. Tuttavia, ciò che non è stato rimosso dal paese è stata la scorta di 440 kg di uranio arricchito. Questo fornisce la base per un programma di armi nucleari, se l’Iran decidesse di cambiare idea sulla necessità della deterrenza attraverso le armi nucleari.

La storia recente della proliferazione nucleare è istruttiva: nel 1994, la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC o Corea del Nord) firmò l’Accordo Quadro per congelare il suo programma nucleare al plutonio. Poi, dopo che il presidente degli Stati Uniti George W. Bush intensificò il linguaggio sul cambio di regime nel 2001 (con la frase “asse del male”), la RPDC si ritirò dal Trattato di Non Proliferazione nel 2003.

Ci fu una svolta diplomatica nei Sei colloqui nel 2006, seguita dal congelamento da parte degli Stati Uniti di 25 milioni di dollari di fondi nordcoreani, che portò al test dell’arma nucleare dell’ottobre 2006. Queste due guerre (2025 e 2026) imposte all’Iran potrebbero infrangere l’impegno a non testare armi nucleari e portare allo sviluppo di un’arma nucleare iraniana.

L’Iran uscirà da questa guerra con le infrastrutture danneggiate, sotto forte pressione economica e con famiglie devastate dalla perdita di vite umane e dall’invalidità. Ma le guerre non si giudicano solo in base alla distruzione. Si giudicano in base al raggiungimento degli obiettivi politici.

Gli Stati Uniti e Israele non conseguiranno nessuno dei loro obiettivi bellici. La Storia offre spesso tali ironie. Gli imperi entrano in guerra fiduciosi nella loro superiorità militare, solo per scoprire che la legittimità politica, la resilienza nazionale e la geografia strategica sono forze che le bombe non possono facilmente sconfiggere.

Fonte