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10/09/2026

“Necessità di porre fine al blocco imposto dagli Usa contro Cuba”

Il documento inviato dal ministero degli Esteri cubano al Segretario generale dell’Onu.

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Il presente documento costituisce il contributo di Cuba al rapporto richiesto al Segretario Generale delle Nazioni Unite (ONU) in virtù della risoluzione A/RES/80/4, intitolata “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”, adottata a larga maggioranza nel contesto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 29 ottobre 2025.

L’ammontare totale dei danni a Cuba derivanti dal blocco nel periodo compreso tra il 1° marzo 2025 e il 28 febbraio 2026 mostra una cifra record di 8.083.300.000 dollari statunitensi, un 7% SUPERIORE ALLA CIFRA GIÀ MOLTO ELEVATA RIPORTATA NEL RAPPORTO PRECEDENTE.

L’allegato di questo rapporto dettaglia l’impatto nei diversi settori della società cubana. I danni accumulati nel corso degli anni di blocco ammontano a 178.700.500.000 USD a prezzi attuali, un 4,7% in più rispetto a quanto riportato nel rapporto precedente. Tenendo conto del forte aumento del prezzo dell’oro rispetto al dollaro, questo porta il totale a 3.896.505.000.000 USD.

Senza l’embargo, il PIL di Cuba a prezzi attuali nel 2025 sarebbe stato del 10,8% superiore al valore stimato per quell’anno. L’enorme valore di queste perdite non è sorprendente, poiché lo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato l’8 gennaio 2026, riferendosi alla politica del suo governo verso Cuba: «Non credo si possa esercitare molta più pressione, a parte entrare e distruggere il posto».

Dopo più di 60 anni di stretta applicazione, lo scopo del blocco rimane lo stesso: distruggere la Rivoluzione Cubana. A tal fine, si fomenta la scarsità, si portano avanti attacchi contro il tessuto sociale e produttivo di Cuba e si tenta di isolare il nostro paese, nella speranza che i cubani abbandonino i loro sforzi per decidere il proprio destino.

Nessuna formulazione potrebbe presentare lo scopo del blocco con tanta eloquenza come espressa dall’allora Sottosegretario di Stato Lester Mallory nel suo memorandum del 6 aprile 1960: «(…) Si devono impiegare rapidamente tutti i mezzi possibili per indebolire la vita economica di Cuba (…) una linea d’azione che, essendo la più abile e discreta possibile, ottenga i maggiori progressi privando Cuba di denaro e rifornimenti, al fine di ridurre le sue risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e il rovesciamento del Governo».

Durante l’ultimo anno, il governo degli Stati Uniti ha intensificato i suoi sforzi per soffocare e isolare completamente la Rivoluzione Cubana. A tal fine, ha incorporato, come strumenti di massima pressione, l’imposizione di un embargo energetico a Cuba e un ampio schema di sanzioni secondarie contro qualsiasi entità in paesi terzi che mantenga investimenti o legami commerciali con entità cubane.

Ciò si aggiunge ai disastrosi effetti della presenza ingiustificata di Cuba nella lista unilaterale, arbitraria e fraudolenta del Dipartimento di Stato dei presunti stati patrocinatori del terrorismo, alla aggressiva persecuzione finanziaria e alla stretta applicazione delle leggi che codificano il blocco, principalmente la Legge Helms-Burton.

Un elemento aggiuntivo nell’escalation dell’aggressione statunitense è stato l’uso pericoloso e irresponsabile di una retorica sempre più minacciosa contro la sovranità e l’integrità territoriale di Cuba. Durante la prima metà del 2026, ci sono state costanti dichiarazioni da parte di alti funzionari del governo statunitense che hanno suggerito l’uso della forza per eliminare il sistema politico ed economico cubano. L’affronto all’autodeterminazione e l’interferenza negli affari interni di Cuba sono stati palesi.

Tali dichiarazioni si aggiungono alla campagna di guerra psicologica che viene condotta contro i cubani, con l’obiettivo di aggiungere ulteriore angoscia e ansia alla vita quotidiana del nostro popolo e provocare un’esplosione sociale.

A causa del rafforzamento senza precedenti del blocco a livelli estremi e dell’aggressione multidimensionale del governo degli Stati Uniti contro Cuba, che si sta intensificando in modo sostenuto e deliberato, il popolo cubano ha subito un deterioramento della qualità della vita e danni umanitari incalcolabili.

La scarsità quasi totale di carburante, i prolungati e preoccupanti blackout, le interruzioni diffuse del sistema elettrico nazionale, i guasti ricorrenti nella fornitura di acqua, le grandi difficoltà nella raccolta dei rifiuti solidi e le difficoltà con cibo e medicinali sono stati elementi determinanti della vita quotidiana dei cubani dall’inizio del 2026. Ognuno di questi problemi ha il blocco come causa fondamentale.

Il 29 gennaio 2026, il blocco statunitense si è rafforzato in modo senza precedenti, formalizzando un BLOCCO ENERGETICO CONTRO CUBA. In quella data, il presidente degli Stati Uniti ha firmato un ordine esecutivo (EO 14380) che autorizzava l’imposizione di dazi aggiuntivi sulle importazioni di qualsiasi paese che vendesse o fornisse petrolio a Cuba, direttamente o indirettamente.

Questa misura è stata presentata sotto la giustificazione assurda e ridicola di considerare Cuba come una «minaccia inusuale e straordinaria» per la sicurezza nazionale e la politica estera degli USA. Vale la pena notare che settimane dopo la firma di questo ordine esecutivo, una decisione della Corte Suprema degli USA ha stabilito che non esiste fondamento giuridico per l’imposizione di dazi da parte del Presidente di quel paese senza l’autorizzazione del Congresso.

Ciò ha portato all’eliminazione di tutte quelle tariffe imposte dal presidente Trump contro vari paesi. Tuttavia, per quanto riguarda Cuba, la minaccia permanente dell’uso della forza, come l’intercettazione di navi petrolifere, così come il timore creato di fronte al possibile impiego di altre misure coercitive, hanno portato a un blocco quasi assoluto della fornitura di carburanti alla nazione caraibica.

A causa di queste pressioni, nel primo semestre del 2026 solo una petroliera proveniente dalla Federazione Russa è giunta sulle coste cubane, sotto forma di aiuto umanitario. Il suo carico di 100 mila tonnellate di greggio, sebbene sia stato un sollievo e un segno deciso di solidarietà, ha rappresentato una frazione limitata dei bisogni energetici cubani.

Infatti, alla fine di maggio 2026, sono state quantificate 2 MILIONI 667 MILA 800 TONNELLATE IN MENO DI CARBURANTI DISPONIBILI NEL PAESE RISPETTO A QUANTO PREVISTO.

Il presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha riferito pubblicamente come molte comunità del paese abbiano sperimentato OLTRE 30 ORE CONTINUE SENZA ELETTRICITÀ a causa di questa situazione. Ovviamente, ciò ha provocato irritabilità, malessere, privazioni e una grande angoscia nella popolazione, il che è in linea con gli obiettivi tracciati dal 1960 nel memorandum di Lester D. Mallory.

Una diagnosi del sistema elettro-energetico cubano alla fine di maggio 2026 riflette che esistono circa 1 400 MW DI POTENZA DISPONIBILE CHE NON GENERANO ELETTRICITÀ PER MANCANZA DI CARBURANTE. Più specificamente, la generazione con motori Diesel si è attestata al 18,5 PER CENTO, con una mancata generazione di 338,3 GWh PER QUESTA TECNOLOGIA. Allo stesso modo, per la tecnologia dei motori a combustibile, è stato generato solo il 14,5 PER CENTO del previsto, con una mancata generazione di 644,5 GWh.

A CAUSA DEL CERCHIO ENERGETICO, NEL 2026 IL DEFICIT DEL SERVIZIO ELETTRICO A CUBA È AUMENTATO ESPONENZIALMENTE.

Nel settore dell’economia, è stato possibile servire solo il 54,6 PER CENTO di un piano elettrico che presentava già un deficit. Nel settore residenziale, il piano viene rispettato all’83 PER CENTO, IL CHE RAPPRESENTA OLTRE 20 ORE DI INTERRUZIONE ELETTRICA come media in tutto il territorio nazionale.

L’implementazione del cerchio energetico costituisce un aggravamento della politica di persecuzione contro le forniture di carburante a Cuba, intrapresa a partire da luglio 2019, che ha incluso l’intercettazione illegale da parte delle forze statunitensi di forniture di petrolio provenienti dal Venezuela a partire dalla fine del 2025.

Come risultato della strategia degli Stati Uniti per disattivare il sistema elettrico nazionale, la generazione termica nel 2025 ha prodotto 7.789 GWh, il che rappresenta una riduzione di 1.046,6 GWh rispetto al 2024, quando la produzione di energia attraverso queste tecnologie ha raggiunto gli 8.836 GWh.

Secondo i rapporti dell’impresa nazionale Unión Eléctrica, le restrizioni a Cuba hanno impedito l’esecuzione della manutenzione parziale, prorogata e di capitale per le unità termiche del paese, per cui 11 delle 15 unità esistenti rimangono fuori dal ciclo di manutenzione di capitale.

Il blocco energetico sopra descritto, insieme ad altre misure di intensificazione estrema del blocco, costituiscono un atto di genocidio classificato anche come punizione collettiva contro la popolazione cubana e una grave violazione del Diritto Internazionale, del Diritto Internazionale dei Diritti Umani e persino qualificato come violazione del Diritto Internazionale Umanitario, anche in assenza di uno stato di guerra convenzionale tra Stati Uniti e Cuba.

Una dichiarazione emessa il 12 febbraio 2026 da quattro titolari di procedure speciali del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha sottolineato che ciò solleva serie preoccupazioni nel quadro del Diritto Internazionale dei Diritti Umani e come questo ordine esecutivo aggravi gli effetti della già esistente designazione illegale di Cuba da parte degli Stati Uniti come stato patrocinatore del terrorismo.

Il 7 maggio 2026, una nuova dichiarazione delle procedure speciali del Consiglio per i Diritti Umani ha affrontato la privazione energetica a cui gli Stati Uniti hanno sottoposto Cuba dall’Ordine Esecutivo del 29 gennaio e ha evidenziato come l’uso di un blocco energetico fosse incompatibile con gli standard internazionali dei diritti umani, dati gli impatti che questa politica stava avendo su molteplici aspetti come il diritto all’istruzione e all’assistenza sanitaria, con particolare enfasi sui bambini cubani.

L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, attraverso il suo portavoce, ha anche riconosciuto come queste restrizioni stessero mettendo in pericolo servizi essenziali a livello nazionale, come i sistemi sanitari, alimentari e idrici, a causa della loro forte dipendenza dai combustibili importati. Questa agenzia dell’ONU ha inoltre sottolineato come le unità di terapia intensiva, così come lo stoccaggio di sangue e farmaci sensibili alla temperatura, stessero venendo compromessi da queste limitazioni nella fornitura di carburante.

Il Coordinatore Residente dell’ONU a Cuba ha dichiarato durante una conferenza stampa offerta dal portavoce del Segretario Generale il 26 febbraio che la scarsità di energia era diventata il principale moltiplicatore di rischi umanitari per la popolazione cubana. Allo stesso modo, il Segretario Generale dell’ONU, attraverso il suo portavoce, ha espresso la sua preoccupazione per la crescente scarsità di carburante a Cuba e il suo impatto sulla popolazione.

Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha espresso sentimenti simili, affermando, in riferimento a questa misura imposta a Cuba, che la salute deve essere protetta a tutti i costi e mai lasciata in balia della geopolitica, dei blocchi energetici e dei blackout.

Come si può osservare, tutte queste dichiarazioni di figure del sistema delle Nazioni Unite sono coerenti con quanto disposto dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, che stabilisce che sono proibite le punizioni collettive, una situazione a cui senza dubbio è sottoposto il popolo cubano nella sua interezza con il suddetto blocco energetico.

Inoltre, l’Ordine Esecutivo del 29 gennaio 2026 viola i diritti sovrani di terzi stati, concretamente nell’ambito delle loro relazioni commerciali, poiché li minaccia con misure coercitive secondarie se forniscono carburante a Cuba. Si tratta di una misura dal carattere chiaramente extraterritoriale, il che conferma che il blocco contro Cuba non è una questione bilaterale, come falsamente affermano gli Stati Uniti.

L’Ordine Esecutivo sopra menzionato costituisce anche una violazione della libertà di commercio e navigazione, e delle norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). È un impedimento chiaro e illegittimo al libero commercio di combustibili tra Cuba e i suoi diversi partner o fornitori.

In questo modo, gli Stati Uniti cercano di dettare alle nazioni sovrane con chi possono e non possono commerciare le proprie risorse naturali. Un’analisi più approfondita rivela una serie di violazioni gravi e più specifiche di questo aspetto del diritto internazionale.

Ad esempio, esiste una violazione del principio di non discriminazione, una pietra angolare dell’OMC. A causa dell’effetto intimidatorio di questo Ordine Esecutivo, Cuba è stata di fatto esclusa dalla catena mondiale di approvvigionamento di combustibili, il che può solo essere qualificato come illegale e discriminatorio.

Oltre alla sua illegalità dimostrata, l’embargo energetico è totalmente cinico. Mentre intimidisce i paesi terzi affinché non vendano carburante a Cuba e nega alle istituzioni pubbliche cubane la possibilità di acquisirlo, il governo degli Stati Uniti rivendica il diritto di permettere alle proprie imprese nazionali di esportare carburante esclusivamente al settore non statale cubano e alle ambasciate situate nell’isola.

Con ciò, il governo degli Stati Uniti intende garantire che non arrivino a Cuba i combustibili necessari per il sistema elettrico nazionale, l’approvvigionamento di acqua potabile, il sistema sanitario, il trasporto pubblico, le comunicazioni, le istituzioni educative, i servizi comunitari e tutti quegli ambiti della vita nella società che coinvolgono lo Stato cubano.

Così, il 19 giugno 2026, l’azienda Aguas de La Habana ha dovuto emettere una nota informativa in cui indicava che, a causa degli effetti sulle fonti di approvvigionamento idrico derivanti dal deficit energetico, prodotto a sua volta dalla mancanza di carburante, gli intervalli di attesa per la fornitura di acqua ai clienti della capitale dovevano essere ulteriormente dilazionati.

Esistono anche numerosi esempi che dimostrano la difficile situazione affrontata da migliaia di lavoratori del settore statale, ma in particolare quelli del settore non statale da quando è stato istituito l’embargo del petrolio contro Cuba.

Tassisti che hanno smesso di lavorare per scarsità di carburante. Artigiani e proprietari di affitti, bar e ristoranti che sono rimasti praticamente senza clienti poiché i voli internazionali e, di conseguenza, i turisti si sono ridotti al minimo, dato che Cuba non ha potuto accedere al carburante per i reattori.

In generale, tutte le piccole imprese che non possono permettersi il lusso di importare carburante in modo indipendente sono state colpite e, poiché dipendono dal sistema energetico nazionale gravemente danneggiato, subiscono interruzioni sistematiche nella loro capacità di gestione autonoma.

Ciò non implica solo perdite economiche per il settore non statale in tutte le sue forme. Soprattutto, significa l’angoscia di vedere ridotti i propri mezzi di sussistenza, i mezzi per mantenere se stessi e le proprie famiglie. Dimostra anche la falsità dell’argomento tradizionalmente sostenuto dal governo degli Stati Uniti secondo cui le sue misure contro Cuba colpiscono solo il governo e il settore statale dell’economia.

Il blocco energetico imposto a Cuba è stato così categorico che è stato impossibile per la stampa tradizionale statunitense o anche per le figure più alte del governo degli Stati Uniti ignorarlo, che si sono vantati ripetutamente di dire che Cuba non ha petrolio e, di conseguenza, è sul punto di cadere.

Spicca particolarmente l’articolo di opinione pubblicato il 12 maggio 2026 sul The New York Times, scritto dai congressisti statunitensi Pramila Jayapal e Jonathan L. Jackson, che riassume le loro impressioni dopo la loro visita a Cuba nell’aprile 2026.

Entrambi i congressisti hanno dichiarato di essere scioccati dagli effetti inumani del blocco energetico e hanno affermato categoricamente che: «Se il popolo americano sapesse la reale portata di ciò che sta accadendo a Cuba, chiederebbe la fine immediata dell’embargo». La scarsità di carburante che ha colpito la nazione ha avuto un impatto devastante su quasi tutti gli aspetti della società.

Nel settore sanitario, i danni causati dai blackout minacciano direttamente la vita dei pazienti, da qui la sua natura crudele e genocida. Nel reparto di neonatologia di un importante ospedale di ostetricia e ginecologia di Cuba, le vite dei neonati più vulnerabili dipendono da una fornitura elettrica poco affidabile. La dottoressa Niurka Moreno Obregón, capo del dipartimento, avverte che ogni blackout obbliga ad attivare un vecchio generatore in meno di dieci secondi, poiché molti ventilatori non hanno batterie funzionanti.

Se la ventilazione viene interrotta oltre quel punto, deve essere eseguita manualmente, con risultati incerti. La precaria situazione colpisce le incubatrici, le bilance e oltre il 95% delle apparecchiature, tutte dipendenti da una fornitura di energia che non è mai affidabile. Come altri 148 ospedali del paese, questo centro sta vivendo una crisi energetica che colpisce persino le sale parto.

La dottoressa Yudmila Rodríguez Verdecia, capo dell’anestesia e della sala operatoria ostetrica, spiega: «In caso di emergenza elettrica, un’interruzione della fornitura elettrica, tutta l’unità si scollega completamente. Rimaniamo nell’oscurità totale». «Dobbiamo continuare l’intervento perché la procedura chirurgica non può essere fermata. Abbiamo dovuto continuare a operare con la luce dei nostri telefoni cellulari», racconta, descrivendo una situazione tesa vissuta dalla sua squadra.

Il pericolo è immediato e multidimensionale. L’incubatrice neonatale smette di funzionare, rendendo impossibile mantenere la temperatura adeguata per il neonato, che deve essere avvolto in coperte come misura disperata. La macchina per l’anestesia, il cuore della sala operatoria, si spegne completamente.

Sebbene dispongano di ossigeno supplementare per mantenere in vita il paziente, «non abbiamo assolutamente alcun monitoraggio». I pazienti pediatrici con cancro affrontano minacce simili. Tra 300 e 400 bambini e adolescenti cubani vengono diagnosticati con cancro ogni anno. Le loro vite dipendono da farmaci e apparecchiature specializzate che funzionano con l’elettricità.

Non sono solo i pazienti a soffrire le limitazioni causate dal blocco. Anche le loro famiglie sono vittime del blocco, sperimentando ripetutamente l’angoscia e l’impatto emotivo dell’incertezza causata da queste carenze.

Licet Rodríguez Alonso accompagna suo figlio Diego nel trattamento contro il cancro da quasi quattro anni. Gli è stato diagnosticato un cancro a quindici anni. Tra Villa Clara e L’Avana, la famiglia organizza le proprie vite attorno a interventi chirurgici, chemioterapia e radioterapia. Oggi, Diego sta ricevendo radioterapia, un processo che dipende da apparecchiature con alto consumo elettrico e scarso carburante.

«Come posso non essere preoccupato per la situazione attuale?», chiede sua madre. «Diego sta ricevendo radioterapia e non c’è carburante. Come faranno a far funzionare quella apparecchiatura? Se chiudono l’ospedale, come farò a continuare a dare a Diego il suo trattamento?».

Le restrizioni energetiche e la scarsità di risorse derivate dal blocco hanno gravemente colpito la capacità operativa degli ospedali. Attualmente, la lista d’attesa chirurgica nel paese ha raggiunto i 100.000 pazienti, di cui 12.000 sono bambini.

Con l’attuale blocco energetico, queste cifre stanno aumentando perché il sistema sanitario nazionale è costretto a rinviare gli interventi non urgenti per dare priorità al cancro e ad altre procedure che rappresentano un rischio per la vita. Inoltre, la natura intermittente del trasporto refrigerato, a causa della scarsità di carburante, ha reso difficile che più di 30.000 bambini ricevessero i loro vaccini in tempo, anche se i vaccini erano fisicamente disponibili nei magazzini del paese.

Allo stesso modo, è risultato difficile prestare assistenza a 2888 PAZIENTI CHE DIPENDONO DA TRATTAMENTI DI EMODIALISI, servizi che richiedono una stabilità energetica che attualmente è molto difficile da garantire.

Questa drammatica situazione ha attirato l’attenzione del direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, il quale ha dichiarato: «La situazione a Cuba è profondamente preoccupante, poiché il paese lotta per mantenere l’erogazione dei servizi sanitari in un momento di immensa turbolenza», sottolineando che la scarsità di energia «ha influenzato la salute».

Il massimo funzionario dell’OMS ha confermato che gli ospedali cubani hanno avuto difficoltà a mantenere i servizi di emergenza e terapia intensiva. Ha anche sottolineato che “gli ospedali, le cliniche e le ambulanze di Cuba sono più necessari che mai e devono ricevere supporto per svolgere il loro lavoro di salvare vite”.

In linea con queste dichiarazioni, la Coordinatrice Residente del Sistema delle Nazioni Unite a Cuba ha allertato circa 32.000 donne incinte a rischio a causa dell’instabilità nell’accesso ai servizi prenatali.

Il portavoce del segretario generale dell’ONU ha anche espresso preoccupazione per le migliaia di pazienti oncologici che necessitano di radioterapia e chemioterapia, che non possono ricevere il trattamento richiesto a causa dei blackout e della mancanza di risorse.

Un’altra prova della natura genocida del blocco è il calo che ha provocato nei tassi di sopravvivenza al cancro a Cuba. Il numero di persone che muoiono di cancro nel paese è aumentato significativamente, superando ora le 70 al giorno. Sebbene i tassi di sopravvivenza cubani rimangano più alti di quelli dei paesi a basso e medio reddito, e superino persino gli obiettivi dell’OMS, sono diminuiti negli ultimi anni.

Nel caso dei bambini e dei giovani, I TASSI DI SOPRAVVIVENZA SONO CALATI DALL’85% AL 65%. Questa tendenza coincide con il periodo più severo dell’embargo statunitense. Il direttore della Divisione Risposta alle Crisi dell’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari e il direttore della Gestione Umanitaria e dei Disastri dell’OMS hanno confermato, dopo la loro visita a Cuba nel maggio 2016, che la scarsità di carburante sta influenzando direttamente la salute pubblica e l’accesso ai centri sanitari.

Nel settore educativo, la scarsità di carburante ha limitato il trasporto di studenti e insegnanti che viaggiano in tutto il paese, rappresentando circa il 30% degli studenti. Inoltre, il buon svolgimento del processo di insegnamento e apprendimento, così come le attività extrascolastiche pianificate, è stato influenzato, poiché gli orari scolastici sono stati interrotti e l’attenzione individualizzata agli studenti è stata ridotta.

Per quanto riguarda l’istruzione superiore, il primo semestre di lezioni del 2026 ha dovuto essere convertito in un formato totalmente online, il che ha influenzato l’interazione tra docenti e studenti. L’educazione speciale continua ad affrontare sfide significative nonostante gli sforzi compiuti dalle istituzioni del settore per supportare sia gli studenti che le loro famiglie.

Ad esempio, la Scuola di Educazione Speciale Flor de la Revolución, che segue 232 bambini di sette comuni dell’Avana con disabilità visiva, richiede un trasporto scolastico stabile per poter fornire l’attenzione necessaria agli studenti.

L’inaffidabilità della fornitura elettrica sconvolge anche la routine scolastica: le aule richiedono una buona illuminazione e, durante i blackout, le lezioni vengono trasferite nei cortili o nei corridoi. Il direttore della scuola avverte che la mancanza di elettricità influisce persino sulle abitudini alimentari e del sonno dei bambini, con ripercussioni sul loro rendimento scolastico.

Anche la produzione alimentare è stata gravemente colpita dal blocco energetico. Durante la stagione agricola invernale terminata all’inizio del 2026, in media, sono state possibili solo 2 ore di irrigazione al giorno, contro le 16 ore che le macchine avrebbero dovuto funzionare in media. Ciò ha provocato interruzioni nei cicli di irrigazione e ha ridotto i raccolti agricoli.

Ciò è dovuto principalmente alla mancanza di carburante. Nel frattempo, il team delle Nazioni Unite a Cuba ha riferito di avere circa 20.000 tonnellate di forniture alimentari immagazzinate in tutto il paese, ma la distribuzione alle comunità vulnerabili procedeva molto lentamente a causa della scarsità di carburante.

Per ragioni simili, le autorità dei trasporti di Cuba hanno dovuto implementare misure organizzative per ridurre il numero di rotte di viaggio interprovinciali, il trasporto di merci e altri modi di trasporto.

Nel caso del trasporto aereo, trovare alternative è stato molto più difficile data l’incapacità di acquisire il carburante necessario. Infatti, solo pochi giorni dopo l’annuncio dell’Ordine Esecutivo del 29 gennaio, l’autorità dell’aviazione civile cubana ha dovuto annunciare la propria incapacità di fornire carburante per l’aviazione (Jet A-1) negli aeroporti cubani.

Ciò ha avuto un effetto disastroso sul turismo a Cuba, poiché ha ridotto il numero di vie di ingresso dei viaggiatori nel paese. Va notato che alla fine del 2025, i contratti con gli operatori turistici internazionali proiettavano tassi di occupazione favorevoli per la stagione invernale che sarebbe dovuta iniziare all’inizio del 2026. Tuttavia, l’imposizione dell’embargo energetico ha provocato un brusco cambiamento in queste prospettive di ripresa.

Come se l’applicazione delle misure sopra descritte non fosse già una punizione sufficiente contro il popolo cubano, il governo degli Stati Uniti ha deciso di aumentare ulteriormente la sua pressione su Cuba emanando un altro Ordine Esecutivo (EO 14404) il 1° maggio 2026, sotto la falsa narrativa di rispondere alla calunniosa e ridicola affermazione di “Minaccia inusuale e straordinaria di Cuba alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, decretata nell’Ordine Esecutivo del 29 gennaio 2026.

L’Ordine Esecutivo del 1° maggio esacerba il carattere extraterritoriale dell’embargo a Cuba, poiché consente il blocco di attività e la restrizione delle operazioni di qualsiasi persona o entità straniera che operi in settori considerati strategici per l’economia cubana, menzionando specificamente l’energia, l’estrazione mineraria, la finanza, la sicurezza e la difesa.

Autorizza anche sanzioni contro coloro che hanno fornito supporto finanziario, materiale, tecnologico o logistico al governo o allo Stato cubani. Il riferimento esplicito ai settori energetico e finanziario non è accidentale e fa parte di una strategia ben calcolata per blindare l’applicazione dell’embargo energetico e aggravare gli impatti del blocco economico, commerciale e finanziario nel suo insieme.

Uno degli aspetti più innovativi e incisivi di questo Ordine Esecutivo è l’introduzione di severe sanzioni secondarie contro banche, istituzioni finanziarie o imprese straniere che facilitino transazioni relative a persone o entità “sanzionate”.

In termini pratici, ciò rafforza la pressione sui paesi terzi, le imprese e le istituzioni finanziarie che hanno legami con Cuba, e su qualsiasi persona che possa averli. A tal fine, il governo degli Stati Uniti utilizza la paura di perdere l’accesso al mercato e al sistema finanziario statunitense come strumento chiave di coercizione.

Ciò espone ancora una volta la natura extraterritoriale del blocco contro Cuba. L’Ordine Esecutivo del 1° maggio prevede anche restrizioni di immigrazione e ingresso negli Stati Uniti per quelle persone che il governo degli Stati Uniti considera aver fornito supporto materiale allo Stato cubano.

Chiaramente, questo è un altro fattore deterrente e intimidatorio significativo che potrebbe portare alla cessazione delle operazioni di terzi con Cuba. A causa di preoccupazioni simili, diverse compagnie aeree hanno annunciato la sospensione dei loro voli per Cuba.

Spicca il caso dell’operatore Plus Ultra, entità contrattata dalla compagnia aerea nazionale Cubana de Aviación per coprire la rotta Madrid-Santiago di Cuba-L’Avana, che ha informato della sospensione di questi servizi il 12 maggio, sotto l’esplicito argomento di evitare rischi derivanti dal suddetto Ordine Esecutivo, che hanno indicato come un evento di forza maggiore al di fuori del controllo della compagnia.

Le rinomate compagnie di navigazione internazionali Hapag-Lloyd e CMA CGM hanno smesso di accettare nuovi ordini relativi a Cuba mentre analizzano le possibili conseguenze dell’Ordine Esecutivo del 1° maggio. Sebbene non ci sia una stima della portata, della durata e del costo economico di questa decisione, le catene di approvvigionamento a Cuba saranno senza dubbio sotto una pressione crescente data l’importanza di queste aziende nel trasporto marittimo internazionale di merci.

In relazione a quanto sopra, le agenzie delle Nazioni Unite a Cuba hanno riferito che più di 2.900 tonnellate metriche di spedizioni di aiuti alimentari già contrattate sono state colpite dalle interruzioni dei servizi marittimi verso Cuba.

Inoltre, sono state colpite sette spedizioni critiche per un valore di 630.000 dollari, inclusi kit medici di emergenza, forniture per neonati, forniture nutrizionali per donne incinte e in allattamento, attrezzature per il trattamento dell’acqua e kit di igiene mestruale.

L’Ordine Esecutivo 14404 ha anche portato alla sospensione dei servizi finanziari che le istituzioni bancarie fornivano a Cuba per le sue transazioni internazionali. I pagamenti effettuati con Visa e Mastercard nell’isola sono diventati impossibili dopo che le banche utilizzate da Cuba come banche corrispondenti si sono rifiutate di continuare questa relazione a causa dei rischi potenziali che dovevano affrontare da parte degli Stati Uniti.

Questo isolamento finanziario è stato un obiettivo chiave nella strategia degli Stati Uniti per paralizzare l’economia cubana. Le conseguenze di ciò vanno oltre le semplici transazioni cancellate.

In realtà, ciò implica l’impossibilità di acquisire spedizioni di alimenti, forniture per la produzione di farmaci, macchinari per l’industria cubana, tra gli altri impatti, indipendentemente dal fatto che i fondi per questo siano disponibili.

D’altra parte, la crociata intrapresa dalle autorità statunitensi dalla promulgazione dell’Ordine Esecutivo 14404 ha avuto come obiettivo chiaro la liquidazione dell’industria alberghiera cubana, considerando l’importanza del turismo come una delle principali attività per l’economia del paese.

All’inizio di giugno 2026, diverse delle principali catene alberghiere internazionali con operazioni a Cuba hanno ritirato i loro accordi di gestione per decine di hotel nel paese. Queste decisioni sono state guidate dalla paura di ritorsioni contro le loro proprietà e conti bancari negli Stati Uniti.

Sotto il pretesto dell’Ordine Esecutivo del 1° maggio, il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti hanno lanciato una vera e propria caccia alle streghe contro chiunque abbia affari o legami con Cuba. Data la portata di queste azioni, ha iniziato a emergere un secondo obiettivo di questa strategia: oltre a indurre il collasso del sistema economico, politico e sociale di Cuba, gli Stati Uniti cercano di eliminare qualsiasi potenziale rivale commerciale nel perseguimento del loro obiettivo desiderato di prendere il controllo totale dell’isola.

Nel caso del settore energetico, per non lasciare dubbi sulla rigorosità del loro embargo, l’11 giugno 2026, gli Stati Uniti hanno sanzionato l’impresa statale cubana Unión Cuba-Petróleo (CUPET), in virtù dell’Ordine 14404.

In questo modo, il governo statunitense ha bloccato la possibilità di qualsiasi operazione commerciale che implicasse la fornitura di carburante a Cuba in grandi quantità, come ad esempio tramite petroliere, anche se le controparti cubane coinvolte sono proprietari privati, poiché inevitabilmente richiederebbe l’uso dell’infrastruttura della CUPET per il trasporto, lo stoccaggio e la conservazione sicura di grandi quantità di queste risorse.

L’attuazione di queste misure ha creato un sofisticato metodo di soffocamento contro la popolazione cubana, superando di gran lunga la pressione esercitata sul paese per decenni. Dopo diversi mesi di questi metodi rafforzati di coercizione, è diventato palpabile il deterioramento della qualità della vita dei cubani, che già vivevano con grande stoicismo a causa dell’impatto accumulato e delle privazioni derivanti dal blocco.

Nessun popolo merita né dovrebbe essere sottoposto a tale punizione semplicemente per difendere il proprio diritto all’autodeterminazione.

L’applicazione della Legge Helms-Burton, in particolare del suo Titolo III, così come la persecuzione finanziaria derivante dall’inclusione arbitraria di Cuba nella lista degli Stati Patrocinatori del Terrorismo, sono stati due strumenti chiave nella politica di massima pressione contro Cuba e nel rafforzamento del blocco dal 2019.

Il Titolo III della Legge Helms-Burton consente che vengano presentate cause nei tribunali statunitensi contro qualsiasi persona fisica o giuridica che abbia realizzato attività con proprietà nazionalizzate dal governo cubano.

Ciò ha rappresentato un forte impedimento per gli investimenti e gli affari a Cuba, dato il rischio che i partner stranieri affrontino procedimenti legali nei tribunali statunitensi. Alla fine di marzo 2026, sono state presentate 46 cause ai sensi del Titolo III della Legge Helms-Burton, e 24 di esse erano ancora in sospeso.

I principali ambiti che sono stati attaccati dai processi derivanti dall’applicazione di questa legge sono il turismo, il trasporto marittimo, l’estrazione mineraria, l’edilizia, la fornitura e la distribuzione di carburanti, le compagnie aeree e l’agricoltura; e le aziende che sono state oggetto delle cause sono, paradossalmente, nella loro maggioranza di nazionalità statunitense.

Il 25 novembre 2025, il querelante José Ramón López Regueiro ha presentato una nuova causa contro la compagnia aerea statunitense Delta, affermando di essere l’erede legale dell’Aeroporto Internazionale José Martí dell’Avana. Per illustrare meglio l’impatto extraterritoriale dell’embargo sul turismo e persino la violazione dei diritti delle persone in paesi terzi, vale la pena consultare un articolo pubblicato sulla pubblicazione online The Pointer il 21 gennaio 2026.

Questo articolo racconta la storia di una famiglia canadese che, desiderosa di viaggiare a Cuba, ha tentato di utilizzare i punti premio accumulati sulla propria carta del Toronto Dominion Bank (TD) per scambiarli con biglietti aerei e alloggio sull’isola attraverso la piattaforma Expedia. Quando hanno digitato “L’Avana” nel motore di ricerca del sito, hanno ricevuto un messaggio che indicava che questa non era un’opzione disponibile.

Questa famiglia ha saputo che Expedia Group ha bloccato le prenotazioni per Cuba, persino per cittadini non statunitensi, adducendo rischi legali derivanti dall’embargo statunitense, inclusa l’applicazione della Legge Helms-Burton. Inoltre, l’assurda e arbitraria inclusione continua di Cuba nella lista fraudolenta dei presunti stati patrocinatori del terrorismo, elaborata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, è rimasta un ostacolo importante per lo sviluppo della nazione cubana.

Questa misura ha contribuito a rafforzare il carattere extraterritoriale del blocco, dato che ha incrementato la cautela e il distanziamento che le entità internazionali assumono nei confronti delle loro controparti cubane per paura di ritorsioni statunitensi.

Questa designazione spurie e unilaterale, della quale il governo degli Stati Uniti non ha fornito una sola prova, costituisce uno strumento di aggressione e ignora deliberatamente la cooperazione provata del nostro paese nella lotta contro il terrorismo. Tutti sanno, incluse le forze dell’ordine degli Stati Uniti, che lungi dal patrocinare il terrorismo, Cuba è stata vittima di questa piaga e ha rispettato strettamente i propri impegni internazionali in tal senso.

Le conseguenze economiche di questa inclusione sono state devastanti. Tra marzo 2025 e febbraio 2026, 34 istituzioni bancarie internazionali hanno sospeso o si sono rifiutate di effettuare transazioni con Cuba per paura di sanzioni secondarie, chiudendo conti o rifiutando trasferimenti per l’acquisto di alimenti, medicinali e carburante.

L’economia cubana ha perso fornitori tradizionali, che hanno cessato le relazioni commerciali per evitare il rischio di sanzioni. Inoltre, questa misura ha portato all’imposizione di sovrapprezzi sugli interessi come conseguenza della qualificazione del rischio paese di Cuba. Di conseguenza, l’accesso al finanziamento da parte di banche e imprese nazionali continua a diminuire rispetto a periodi precedenti, il che si riflette nella diminuzione della produzione e dei servizi all’interno di Cuba.

La posizione sfavorevole delle istituzioni finanziarie nell’elaborazione dei pagamenti, insieme all’incapacità di accedere a rotte logistiche più rapide, ha costretto Cuba a sostenere elevati costi aggiuntivi per acquisire forniture essenziali. Tutto ciò ha esacerbato l’effetto cumulativo del blocco e il suo impatto erosivo nel tempo.

Anche le piattaforme digitali e i servizi tecnologici hanno subito gli effetti di questa designazione. Sono stati sospesi i pagamenti ai server cubani su piattaforme di hosting, sono stati interrotti i servizi di posta elettronica per aziende cubane da parte di fornitori legati a imprese statunitensi e sono stati chiusi i conti di campagne di solidarietà che raccoglievano fondi per donazioni.

Numerose missioni diplomatiche cubane hanno anche affrontato serie difficoltà con le istituzioni bancarie che tradizionalmente prestavano loro servizi in varie regioni del mondo. Questa situazione ha influenzato le loro operazioni e la loro stabilità finanziaria, incluso l’iter dei pagamenti per servizi consolari.

Durante il periodo in questione, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha continuato a imporre multe alle aziende che fanno affari con Cuba. Sebbene questa pratica sia totalmente illegittima, poiché gli Stati Uniti non hanno l’autorità per determinare questioni tra terzi, queste azioni sono molto efficaci per interrompere e scoraggiare qualsiasi legame commerciale con l’isola.

Il 2 luglio 2025, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (OFAC) ha imposto una multa di 608.825 dollari all’azienda di logistica globale Key Holding, LLC, con sede in Delaware, per presunte violazioni del regime di sanzioni contro Cuba. L’OFAC ha determinato che, tra gennaio 2022 e luglio 2023, la filiale colombiana di Key Holding, LLC, all’epoca chiamata Key Logistics Colombia SAS, ha gestito la logistica di 36 spedizioni di merci dalla Colombia a Cuba.

Il 15 luglio 2025, l’OFAC ha annunciato un’altra multa, questa volta di 11.832.136 dollari, pagabile dall’azienda privata di logistica globale Interactive Brokers, LLC (IB), con sede a Greenwich, Connecticut, per violazioni del suo regime di sanzioni contro Cuba. L’OFAC ha determinato che tra il 15 luglio 2016 e il 31 gennaio 2024, IB ha fornito servizi di intermediazione e investimento a privati residenti in vari paesi, inclusa Cuba.

Da parte sua, la designazione arbitraria di Cuba come stato patrocinatore del terrorismo è servita come argomento per negare la richiesta del permesso online per visitare gli Stati Uniti, noto come visto ESTA, a cittadini di paesi eleggibili per questo programma che hanno visitato l’isola.

L’Ufficio dello Storico dell’Avana riferisce di una notevole diminuzione degli investimenti realizzati dal settore privato in aree prioritarie per il restauro a causa del declino del turismo, il che ha provocato un minor livello di attività economica nelle aree patrimoniali della città.

Al contrario, le statistiche dell’Ufficio mostrano che durante l’ultimo periodo dell’amministrazione Obama, sono aumentati gli investimenti del settore privato in attività legate al turismo come alloggio, servizi di ristorazione e ricreazione. Ciò, a sua volta, ha contribuito a un aumento significativo nel restauro di edifici nell’Avana Vecchia.

In generale, la designazione arbitraria di Cuba come Stato Patrocinatore del Terrorismo da parte del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, insieme all’intensificazione senza precedenti del blocco, ha impattato negativamente su tutti gli aspetti della società cubana, con conseguenze dirette per la qualità della vita e i diritti umani della nostra popolazione: LA MORTALITÀ INFANTILE A CUBA È AUMENTATA DA 4 PER 1.000 NATI VIVI NEL 2018 A 9,9 NEL 2025, IL CHE RAPPRESENTA UN AUMENTO DEL 148%. DEI 395 FARMACI CHE CUBA PRODUCE COME PARTE DELLA SUA ASSISTENZA SANITARIA DI BASE, 300 NON RICEVONO SUPPORTO A CAUSA DELLE DIFFICOLTÀ AD ACCEDERE A MATERIE PRIME E FORNITURE FARMACEUTICHE.

Esiste una persistente difficoltà ad acquisire tecnologia medica di origine statunitense o che contenga più del 10% di componenti provenienti da quel paese, il che richiede l’uso di intermediari e un aumento sostanziale dei prezzi, rendendola potenzialmente inaccessibile per l’economia cubana.

Nel campo dell’oncologia, la scarsità di un gruppo di nuovi farmaci contro il cancro prodotti da compagnie farmaceutiche statunitensi rimane una preoccupazione. Tra i farmaci inaccessibili ci sono: PEMETREXED (Lilly): adenocarcinoma polmonare, mesotelioma. PALBOCICLIB (Pfizer): cancro al seno metastatico sensibile agli ormoni. BRENTUXIMAB VEDOTIN (Seattle Genetics): linfoma di Hodgkin refrattario post-trapianto. PEMBROLIZUMAB e NIVOLUMAB (MSD e Bristol Myers Squibb, rispettivamente): immunoterapia avanzata per melanoma metastatico, cancro al polmone, cancro alla vescica e linfoma di Hodgkin.

Per quanto riguarda i servizi di gastroenterologia e nefrologia, l’accesso a tecnologie all’avanguardia è molto limitato. Non è possibile acquisire torri di endoscopia digestiva dell’azienda giapponese Olympus perché, a causa di problemi di pagamento e della minaccia di sanzioni, il prezzo offerto a Cuba è dieci volte superiore rispetto ad altri paesi latinoamericani. Inoltre, viene negata la manutenzione della tecnologia esistente. In nefrologia, aziende come Baxter Healthcare e distributori come Vitalmex Interamericana SA si rifiutano di commerciare con Cuba, citando esplicitamente l’embargo.

Per quanto riguarda i servizi di cardiologia e genetica, le apparecchiature vitali per i bambini, come il HeartMate 3 e le pompe cardiache PediMag e CentriMag di Abbott, prodotte negli USA, NON SONO DISPONIBILI PER I BAMBINI CUBANI. Questi dispositivi permettono di prolungare la vita di neonati con gravi cardiopatie senza la necessità di un trapianto.

Durante l’anno 2025, lo studio di 140 pazienti è stato compromesso a causa di una carenza di fitoemoagglutinina, un reagente prodotto dall’azienda statunitense Sigma-Aldrich, necessario per il test di laboratorio chiamato cariotipo postnatale, che analizza i cromosomi di un neonato per rilevare malformazioni congenite o sindromi genetiche.

L’educazione speciale a Cuba continua ad affrontare sfide significative nonostante gli sforzi delle istituzioni del settore per supportare sia gli studenti che le loro famiglie. Sebbene 259 studenti del paese abbiano ricevuto impianti cocleari, 39 di essi hanno stampi rotti o mancano di batterie.

Durante gli ultimi cinque anni scolastici, solo 2 dei 16 audiometri delle province sono stati operativi, il che ha influenzato la stimolazione uditiva di 297 studenti seguiti in scuole speciali e degli 803 studenti seguiti in centri ordinari.

Nel caso della disabilità visiva, c’è scarsità di macchine braille (Perkins). Di queste, 21 sono irreparabili nel paese. È necessario un totale di 63 di queste macchine. Questa scarsità colpisce 126 studenti ciechi, sia quelli che frequentano scuole speciali (59) che quelli che frequentano scuole ordinarie (67).

Nel caso dei bambini sordi e con difficoltà uditive, María de los Ángeles Escalona Arias, direttrice della scuola speciale René Vilches Rojas, riferisce che l’aumento del blocco governativo impedisce loro di acquisire apparecchi acustici retroauricolari e impianti cocleari, che sono essenziali per i loro alunni. Dei 65 studenti, 22 hanno ricevuto impianti, ma le recenti restrizioni hanno drasticamente ridotto la possibilità di nuovi interventi.

C’è stata una forte contrazione nel settore delle costruzioni. Nel 2025, l’industria nazionale del cemento ha sperimentato il suo secondo livello più basso di produzione fisica dal trionfo della Rivoluzione nel 1959. Ciò ha comportato un livello molto basso di esecuzione per i grandi progetti di opere pubbliche. Ad esempio, il Programma Nazionale Stradale è stato eseguito solo al 43% nel 2025; il Programma di Riparazione degli Aeroporti è stato completato al 58%; il Programma delle Risorse Idriche, al 64%; e il Programma Abitativo, al 53%.

Il trasporto passeggeri all’Avana viene attualmente effettuato con poco più di 100 autobus, quando ne servirebbero almeno 3.000 per fornire un servizio di qualità. Inoltre, l’assegnazione estremamente limitata di circa 40.000 tonnellate di carburante destinate al trasporto passeggeri lo scorso anno ha potuto essere utilizzata solo per coprire circa il 65% della domanda. Questa situazione ha portato le autorità dei trasporti a Cuba a concludere che lo stato attuale del settore è più complesso che durante gli anni più difficili del cosiddetto “Periodo Speciale” negli anni ’90.

L’inclusione di Cuba nella lista degli Stati Patrocinatori del Terrorismo impedisce agli artisti cubani di accedere a programmi di scambio culturale patrocinati da entità statunitensi. Collaborazioni precedenti con compagnie di danza contemporanea e teatro fisico a New York e in California sono state interrotte a causa dell’incapacità di ottenere permessi dall’OFAC in tempi ragionevoli, o perché i progetti sono stati cancellati a causa dell’incapacità di effettuare pagamenti agli artisti cubani.

Sono aumentate le sfide per gli investimenti e l’acquisizione di forniture essenziali per il settore agricolo nazionale. Ad esempio, il programma del riso a Cuba ha avuto solo una resa di 1,9 t/ha di superficie piantata nel 2025.

Ciò è stato 2,31 t/ha inferiore alla resa di 4,21 t/ha raggiunta per questa coltura nel 2018, prima dell’indurimento del blocco.<sup>39,40</sup> Oltre all’ampia lista di misure per rafforzare il blocco economico, commerciale e finanziario implementato lo scorso anno, c’è stato un uso ricorrente di una narrativa altamente minacciosa e conflittuale contro Cuba da parte dei livelli più alti del potere dell’attuale amministrazione statunitense. Il presidente Donald Trump ha affermato che “avrebbe l’onore di prendere il controllo di Cuba”.

Ha anche minacciato il governo cubano di raggiungere un accordo. Il presidente degli Stati Uniti ha indicato in numerose occasioni che Cuba sarebbe stata la prossima, alludendo a quale sarebbe stato il prossimo paese nell’agenda della Casa Bianca per forzare un cambio di governo. Allo stesso modo, ha dichiarato pubblicamente che avrebbe posizionato una portaerei a 100 iarde dalla costa cubana per intimidire Cuba e provocare il collasso del suo sistema politico, economico e sociale.

Questa dichiarazione è stata un chiaro esempio di una minaccia con l’uso della forza e di una violazione della sovranità di Cuba, dato che tale affermazione allude a una trasgressione delle acque territoriali nazionali da parte di un gruppo navale con chiari fini offensivi. Da parte sua, nel gennaio 2026, il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato davanti al Senato degli Stati Uniti che gli piacerebbe “vedere un cambio di regime a Cuba”.

Inoltre, in ricorrenti apparizioni pubbliche ha negato l’esistenza del blocco e ha cercato di attribuire la responsabilità delle vicissitudini della nazione al governo cubano, dimostrando il suo comportamento disonesto e senza scrupoli.

Con questo obiettivo, le strutture di potere degli Stati Uniti hanno orchestrato una campagna mediatica per stabilire e giustificare l’idea di un’azione militare diretta contro Cuba tra il pubblico statunitense. Diversi mezzi di comunicazione statunitensi hanno riportato voli di ricognizione militare vicino alla costa cubana e gli sforzi del Pentagono per aggiornare i piani di contingenza per una possibile operazione contro Cuba.

Allo stesso modo, nel giugno 2026, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha visitato la base navale occupata illegalmente nella baia di Guantánamo e ha avvertito che gli Stati Uniti erano “pronti per qualsiasi evenienza” riguardo a Cuba. Queste dichiarazioni sono state fatte in un contesto di pressione e danno senza precedenti inflitti alla popolazione cubana nel suo insieme.

Tutto ciò fa parte dell’assedio contro Cuba, che è strutturato, progettato chirurgicamente, estremamente completo e che, forse con maggiore chiarezza che in decenni, potrebbe essere il preludio di un attacco diretto al territorio cubano. Inoltre, tra marzo 2025 e febbraio 2026, il governo degli Stati Uniti ha scatenato una feroce campagna di calunnie e pressioni, che continua ancora oggi, con l’obiettivo di provocare la cessazione della cooperazione medica cubana in diversi paesi.

A tal fine, hanno fatto ricorso a metodi estremamente occulti, come minacciare di revocare i visti statunitensi di tutti i funzionari di paesi terzi che hanno partecipato alla firma di accordi di cooperazione medica con Cuba. Queste minacce non sono rimaste mera retorica. Il 3 giugno 2025, il Dipartimento di Stato ha pubblicato una restrizione ai visti di ingresso negli Stati Uniti per funzionari di governi centroamericani e le loro famiglie, con il pretesto di aver avuto legami con programmi di cooperazione medica cubani.

Il 13 agosto 2025, il Segretario di Stato degli Stati Uniti ha annunciato restrizioni di visto simili per funzionari di diversi paesi, così come per ex funzionari dell’Organizzazione Panamericana della Sanità. Va notato che gli accordi di cooperazione medica firmati dalle autorità sanitarie pubbliche cubane con quelle di altri stati si basano sui principi di legalità e beneficio reciproco, e costituiscono un’autentica forma di cooperazione Sud-Sud, secondo gli standard internazionali.

Il blocco costituisce una violazione flagrante, massiccia e sistematica dei diritti umani del popolo cubano, su una scala ancora maggiore dal suo recente rafforzamento e dall’embargo del petrolio. Lo ha confermato la Relatrice Speciale del Consiglio per i Diritti Umani sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, Alena Douhan, durante la sua visita ufficiale a Cuba dall’11 al 21 novembre 2025.

L’11 maggio 2026, il Segretario Generale dell’ONU si è riferito alle misure coercitive degli Stati Uniti contro Cuba e ha ricordato la risoluzione presentata dall’Isola all’Assemblea Generale, che qualifica tali sanzioni come illegali e contrarie al Diritto Internazionale.

Ha anche respinto qualsiasi approccio militare e ha espresso la speranza che il popolo cubano non continui a soffrire drammaticamente, alludendo all’indurimento del blocco. Più recentemente, nel giugno 2026, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha avvertito che l’espansione delle sanzioni statunitensi contro Cuba stava causando danni diffusi alla popolazione e mettendo in pericolo vite umane, esortando al contempo a fermare tali azioni.

L’Alto Commissario ha sottolineato che: «Le restrizioni sul carburante imposte dall’inizio del 2016 e il recente indurimento delle sanzioni extraterritoriali stanno danneggiando direttamente la popolazione cubana, specialmente i più vulnerabili». Ha affermato che: «I bambini stanno morendo perché i medici non hanno accesso a forniture e medicinali essenziali». In altro luogo, l’Alto Commissario ha osservato: «Cuba viene soffocata dalle sanzioni degli Stati Uniti».

All’interno degli Stati Uniti, c’è stato un significativo sostegno per la revoca dell’embargo. Movimenti sociali, sindacati, organizzazioni comunitarie, intellettuali e ampi settori della società civile hanno promosso lettere, petizioni e campagne che hanno ottenuto un sostegno massiccio.

A livello locale e legislativo, sono state registrate risoluzioni municipali e dichiarazioni di rappresentanti che mettevano in discussione la politica di soffocamento e chiedevano un approccio verso Cuba basato sul dialogo e sul rispetto del Diritto Internazionale.

Queste espressioni mostrano che il rifiuto del blocco non è solo una condanna esterna, ma risuona anche tra i cittadini e le organizzazioni all’interno del paese che lo impone. Le nazioni africane hanno continuato a dimostrare la loro incrollabile solidarietà con Cuba. Nel febbraio 2026, l’Assemblea dell’Unione Africana ha adottato, per la diciassettesima volta consecutiva, una risoluzione che condannava il blocco statunitense imposto a Cuba.

L’iniziativa ha anche esortato all’esclusione di Cuba dalla lista unilaterale di paesi che presumibilmente patrocinano il terrorismo, esprimendo al contempo preoccupazione per l’impatto extraterritoriale del blocco, in particolare a causa dell’applicazione del Titolo III della Legge Helms-Burton.

In America Latina e nei Caraibi, il rifiuto del blocco statunitense contro Cuba e la solidarietà con l’isola si sono espressi con forza e in modi diversi nel corso del 2025 e all’inizio del 2026. Ciò abbraccia dai livelli più alti del governo, con pronunciamenti ricorrenti di presidenti come Claudia Sheinbaum (Messico), Luis Arce (Bolivia), Lula da Silva (Brasile), Gustavo Petro (Colombia), Gabriel Boric (Cile), Nicolás Maduro (Venezuela) e Xiomara Castro (Honduras), e primi ministri come Mia Mottley (Barbados), Gaston Browne (Antigua e Barbuda), John Briceño (Belize) e Dickon Mitchell (Grenada), fino all’azione legislativa espressa in risoluzioni parlamentari in Perù, Uruguay e Giamaica, e dichiarazioni di gruppi di amicizia interparlamentari con Cuba in diversi paesi come Cile ed Ecuador.

Anche la regione Asia-Pacifico è stata testimone di pronunciamenti ufficiali e mobilitazioni sociali. Cina e Vietnam, attraverso i loro massimi organismi statali e governativi, hanno chiesto la fine delle misure coercitive e hanno respinto l’inclusione punitiva di Cuba nella lista degli stati patrocinatori del terrorismo. In Australia, Nuova Zelanda, Giappone, India e Timor Est, partiti politici, associazioni di solidarietà e sindacati hanno lanciato campagne di petizioni e risoluzioni a sostegno della nazione caraibica.

In Europa, anche le voci contro il blocco hanno risuonato con forza a molteplici livelli. Dalle formali richieste della Duma di Stato e del Consiglio della Federazione Russa alle dichiarazioni al Parlamento Europeo e alle mozioni ampiamente sostenute nel Regno Unito, il messaggio era chiaro: il blocco deve finire.

Allo stesso modo, diversi organismi politici di Francia, Belgio, Irlanda, Spagna, Austria, Croazia, Polonia, Bielorussia e Lussemburgo hanno emesso dichiarazioni o adottato iniziative che sottolineavano l’illegalità e l’impatto umanitario del blocco.

Tutte queste espressioni di sostegno e solidarietà si sono riflesse nel sostegno travolgente che ha ricevuto la più recente risoluzione di Cuba contro il blocco, presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (AGNU) il 29 ottobre 2025, quando 165 stati membri hanno espresso il loro voto a favore della revoca di questa politica antiquata e criminale contro il popolo cubano.

Va anche notato che durante il dibattito di alto livello della 80ª Assemblea Generale dell’ONU nel settembre 2025, 43 leader hanno alzato la voce per chiedere la fine del blocco, essendo questo uno dei temi più dibattuti in quell’occasione.

In generale, la società civile di tutto il mondo ha svolto un ruolo centrale ed estremamente attivo nel denunciare il blocco: organizzazioni di solidarietà, associazioni di amicizia, reti mediche e ONG hanno organizzato campagne di raccolta firme, donazioni e azioni pubbliche per evidenziare l’impatto umanitario del blocco su Cuba.

Ad esempio, una lettera indirizzata al presidente degli Stati Uniti, firmata inizialmente da 515 intellettuali e artisti su iniziativa della sezione messicana della Rete di Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità, ha finito per accumulare più di 20.000 firme. Sindacati, associazioni professionali e gruppi politici giovanili di numerosi paesi hanno approvato risoluzioni e organizzato manifestazioni davanti a missioni diplomatiche, dimostrando che la protesta contro il blocco ha trasceso i forum diplomatici ed è arrivata nelle strade e nelle città del mondo.

Il Convoi de Nuestra América è stata una manifestazione emblematica della solidarietà internazionale verso Cuba: delegazioni composte da numerose organizzazioni di solidarietà, sindacati, collettivi studenteschi e gruppi culturali hanno viaggiato all’Isola per esprimere di persona il loro rifiuto del blocco e offrire sostegno materiale e simbolico.

Di fronte a uno scenario così avverso, come dettagliato in questo rapporto, Cuba non è rimasta isolata. La stragrande maggioranza della comunità internazionale, le forze politiche di tutto il mondo, le organizzazioni della società civile e le figure di spicco di tutto il mondo continuano a essere solidali con l’isola.

La notevole resistenza del popolo cubano nel sopportare un assedio così spietato continuerà a ispirare ammirazione in tutto il mondo. Il popolo cubano prevarrà, perché la sua resistenza, creatività e determinazione non possono essere frustrate in alcun modo.

Fonte

03/09/2026

Cosa significa essere donne oggi a Gaza

Mi chiamo Aisha. Sono una scrittrice e una giornalista di Gaza e soprattutto sono madre di due figlie meravigliose. Una volta ho scritto nel mio diario: «I corpi delle donne non sono stati creati per tutta questa sofferenza, né i loro cuori per sopportare questa quantità folle di dolore».

Ricordo quelle parole ora mentre osservo decine di donne affollarsi insieme agli uomini attorno ai camion dell’acqua potabile che raggiungono la tendopoli di Al-Mawasi, nel sud di Gaza. Vedo volti bruciati dal sole, vestiti logori per i ripetuti lavaggi e corpi sfiniti dal trasportare contenitori pesanti e dall’attesa.

La mia tenda è vicina alle loro. Sento le loro voci e le vedo ogni giorno. So che stanno vivendo le stesse condizioni in cui mi trovo io. Ma non voglio parlarvi solo delle tende. Voglio parlarvi delle donne le cui vite la guerra ha ridotto a una lotta per la sopravvivenza.

Iniziamo le nostre mattine cercando di svegliarci prima che il caldo diventi insopportabile, ma il caldo arriva sempre prima di noi. Il sole filtra attraverso la tenda e mi sveglia con il corpo madido di sudore, i vestiti appiccicati alla pelle e gli insetti che ronzano senza sosta intorno al mio viso.

Esco in cerca d’aria, solo per scoprire che anche l’aria stessa è calda. Io e le mie due figlie cerchiamo un po’ d’ombra, spostandoci da una zona all’altra. In quei momenti, non penso alla colazione né al caffè. Penso all’acqua fresca.

Quella cosa preziosa non fa più parte della nostra vita quotidiana. Qui l’acqua non è un dettaglio secondario. Determina quando possiamo lavarci, cosa possiamo pulire e con quale frequenza possiamo fare il bagno ai nostri figli.

Secondo le Nazioni unite, una valutazione relativa all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene condotta a Gaza ha rilevato che il 63 per cento delle famiglie intervistate riceve meno di sei litri di acqua potabile al giorno a persona, mentre il 34 per cento ne riceve meno di nove. Il 74 per cento dipende dal rifornimento diretto dai camion cisterna. Per chi legge queste cifre da lontano, potrebbero sembrare semplici statistiche. Per noi determinano ciò che accade ai nostri corpi.

Fanno anche parte della storia di Hala. Hala è incinta di sei mesi. Mi racconta: «Avevo una bella casa. Mi ero sposata solo pochi mesi prima della guerra. Ora tutto ciò che abbiamo io e mio marito è questa tenda e questo bambino che cresce lentamente dentro di me. Non faccio altro che pensare a come partorirò qui, senza un bagno come si deve. Come crescerà il mio bambino tra umidità, muffa e topi?».

Hala aveva iniziato la sua vita matrimoniale in una casa che aveva preparato da neo-sposa. Ora lei e suo marito vivono in una piccola tenda con uno spazio tutto loro e una toilette che è poco più di un buco scavato nella sabbia, circondato da pezzi di stoffa logora. Eppure si considera più fortunata di molte altre donne.

La privacy nelle tende non è garantita. Le famiglie sono stipate in spazi angusti, mentre le donne cercano un angolo dove potersi cambiare, lavarsi o semplicemente stare da sole per qualche minuto.

Durante un periodo di sfollamento, ho trascorso quattro mesi interi senza guardarmi allo specchio. Non era lo specchio che mi mancava. Mi mancavano il tempo e lo spazio che permettono a una donna di guardarsi, prendersi cura dei propri capelli, del proprio corpo e dei propri vestiti, senza sentire che ogni minuto dedicato a se stessa sia stato sottratto a qualcosa di più urgente.

Me lo ricordo ogni volta che vedo la mia vicina chinata su pile di biancheria da lavare. Guardo le mie mani screpolate e ricordo quanto fossero morbide un tempo e quanto mi piacesse dipingermi le unghie di rosso. Anche quei piccoli dettagli ora appartengono a un’altra vita.

Eppure, le donne non li hanno abbandonati del tutto. Vedo alcune di loro che si applicano il kohl sugli occhi e cercano di scegliere bei colori per abiti larghi che sono diventati, allo stesso tempo, abiti per la preghiera, il lavoro e per portare l’acqua. Sono un piccolo modo per dire: «Sono ancora me stessa».

Le mestruazioni rivelano un altro aspetto, più duro, della perdita della privacy. Samira ha quindici anni. Quando le ho chiesto perché una volta mi avesse detto che avrebbe voluto nascere maschio, mi ha raccontato del suo primo ciclo mestruale. È successo nella tenda sei mesi fa, in un giorno in cui il camion cisterna non è arrivato. Non c’era un bagno vero e proprio e l’acqua scarseggiava.

Quando i suoi fratelli più piccoli hanno visto tracce di sangue sul pavimento sabbioso del luogo che la famiglia usava come bagno, lei si è sentita profondamente in imbarazzo.

Sua madre dice che Samira è cambiata dopo quel giorno. Il suo sonno e il suo appetito sono stati sconvolti, si è chiusa in se stessa ed è diventata meno disposta a uscire dalla tenda. Samira è solo una di tante ragazze. La differenza è che ha una madre che la stringe a sé e si preoccupa per lei. Altre giovani affrontano la pubertà nelle tende senza privacy, a volte senza una madre che le abbracci o una casa che le protegga.

La pubertà in una tenda non è semplicemente un cambiamento fisico; è un precoce confronto con la perdita della privacy. E il caldo rende tutto più difficile. Durante il giorno, la tenda diventa soffocante. Rimandiamo il bagno, il bucato e le faccende domestiche fino a quando la temperatura non scende. Quello che non si può rimandare, lo facciamo sudando.

L’Organizzazione mondiale della Sanità avverte che il caldo estremo comporta gravi rischi per la salute, in particolare per le donne incinte e i bambini. Sottolinea inoltre che la gravidanza può aumentare la vulnerabilità al caldo e alla disidratazione.

Ma come può una donna incinta proteggersi dal caldo quando non ha una stanza fresca, né aria condizionata, né frigorifero e a volte nemmeno acqua fredda? Ecco perché non dico che la guerra abbia privato le donne di Gaza della loro femminilità. Ha privato loro del tempo, dello spazio e della privacy che un tempo permetteva loro di viverla.

Eppure una donna continua a pettinare i capelli di sua figlia quando ne trova il tempo. Lava i vestiti quando trova dell’acqua. Si mette il kohl quando può e sorride quando ha ben pochi motivi per farlo.

C’è una ragazza che vedo quasi ogni mattina dall’ingresso della mia tenda. Ha diciotto anni. Cammina tra le tende raccogliendo sacchetti di plastica, pezzi di legno e scarti sparsi sulla sabbia, raccogliendoli per accendere un fuoco e cucinare per la sua famiglia. Il sole ha lasciato segni profondi sul suo viso, facendola sembrare più grande della sua età. Le sue mani sono ruvide e stanche, come quelle di una donna di ottanta anni. La guardo e penso alla distanza tra la sua età e ciò che le sue mani stanno trasportando.

Cosa farebbe se non fosse costretta a questa vita? Forse sarebbe seduta in un’aula universitaria, avrebbe scelto un vestito, si sarebbe dipinta le unghie di rosso o avrebbe sognato un futuro sconosciuto.

Invece, sta cercando qualcosa da poter bruciare. E ogni volta che la vedo, mi ricordo che le donne di Gaza non hanno perso il loro istintivo senso di femminilità. Hanno perso la vita stessa. Sono donne che sono state costrette a mettere la sopravvivenza al primo posto, e tutto il resto dopo.

Fonte

13/08/2026

Joe Biden dovrebbe morire di cancro all’Aja

Secondo Hunter, figlio dell’ex presidente, il cancro di Joe Biden si sta sviluppando in una fase avanzata.

Secondo quanto riportato dall’AP: “Il cancro alla prostata dell’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è diffuso ad altre parti del corpo e gli causa dolore, nonostante continui a esprimersi su questioni pubbliche”, ha dichiarato suo figlio Hunter in un’intervista.

In un’ampia intervista alla BBC andata in onda venerdì sera, Hunter Biden si è commosso parlando delle condizioni di salute del padre, descrivendole come molto triste da vedere:
«Il cancro si è diffuso, ha metastatizzato alle ossa e oltre», ha detto. «È molto doloroso ed è molto debilitante sotto molti aspetti».

Ho visto molte persone sui social media esprimere tristezza e dolore per la notizia della situazione di Biden, e sono d’accordo sul fatto che sia molto triste che stia accadendo. Joe Biden non dovrebbe stare a casa a morire di cancro, dovrebbe essere rinchiuso in una cella all’Aia a morire di cancro.

Il mondo è un disastro perché uomini come Joe Biden possono morire serenamente di cancro nelle loro case.

Vivono a lungo, liberi dalle conseguenze delle loro azioni mostruose.

Non trascorrono i loro ultimi giorni a marcire in una gabbia per crimini di guerra.

Nessuno li farà pagare per quello che hanno fatto.

Le persone peggiori del pianeta vengono elevate dall’impero capitalista ai più alti livelli di potere in ogni campo, peggiorando la vita di tutti, per poi morire serenamente di vecchiaia, circondate dai propri cari.

Questa è la vera fonte dei nostri problemi. Non gli immigrati. Non il “politicamente corretto”. Non le elezioni che premiano il partito politico sbagliato. La fonte dei nostri problemi è che siamo governati da psicopatici assassini e non usiamo il potere del nostro numero per rovesciarli con la forza. Che permettiamo ai tiranni di farla franca con il genocidio.

👉 Dave DeCamp @DecampDave​DecampDave

    Tuo padre ha aiutato quel tizio a far crollare interi palazzi pieni di donne e bambini

    Clash Report @ clashreport

Hunter Biden: Se è antisemita far notare che Bibi Netanyahu è la personificazione del male, allora non so più cosa dire alla gente. Voglio dire, aprite gli occhi. Aprite il cuore per un minuto.

Joe Biden ha appoggiato un olocausto trasmesso in diretta streaming sotto gli occhi del mondo intero, e ora se ne va da questo mondo senza aver subito alcuna conseguenza. Lo abbiamo visto tutti. Lo abbiamo visto diffondere menzogne ​​sull’aver visto bambini decapitati e uccisi il 7 ottobre e sul fatto che il bilancio delle vittime a Gaza fosse falso, per giustificare le sue atrocità genocidarie.

E siamo in tanti. Ma non lo abbiamo fermato. Non gli abbiamo fatto pagare. Non lo useremo come esempio per mostrare a tutti perché nessuno dovrebbe mai fare quello che ha fatto lui.

Sta succedendo ovunque. Stiamo assistendo a persone potenti che scatenano guerre e genocidi, distruggono il nostro ecosistema, ci impongono l’intelligenza artificiale e ci circondano con tecnologie di sorveglianza tiranniche, e lo fanno alla luce del sole, e noi sostanzialmente lo accettiamo passivamente.

Come disse Utah Phillips: “La Terra non sta morendo, viene uccisa. E le persone che la stanno uccidendo hanno un nome e un indirizzo”.

Non è solo che la rivoluzione non si sia materializzata, è che non si è nemmeno lontanamente avvicinata a materializzarsi. Ci danno giusto il pane e i giochi circensi necessari per placarci, e poi ce ne stiamo lì seduti a sgranocchiare patatine e guardare Netflix mentre il mondo brucia.

La natura non permetterà che questa situazione continui ancora a lungo. Risveglieremo la ferocia che è in noi, oppure la ferocia della natura renderà presto questo pianeta molto meno abitabile.

O supereremo questa prova o la falliremo. E finché i Joe Biden di questo mondo vivranno a lungo senza subire conseguenze, noi stiamo fallendo.

Fonte

10/08/2026

Mai più armi atomiche! Da Hiroshima contro riarmo e proliferazione

Introduzione

A 81 anni dall’esplosione delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, come Ecoresistenze abbiamo visitato Hiroshima per continuare a tenere viva la testimonianza degli orrori derivanti dall’unico utilizzo sul campo della bomba atomica mai effettuato – ad opera degli Stati Uniti, nel 1945.

In un presente in cui la recrudescenza della guerra e una nuova spinta alla proliferazione nucleare stanno rivelando la fragilità del sistema di relazioni internazionali confezionato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, questo capitolo oscuro della Storia ci insegna che le conseguenze più gravi della corsa al riarmo e della devastazione del Pianeta riguarderanno l'intera specie umana.

Anche per questo come ambientalisti continueremo a militare per contrastare l’implementazione del nucleare come scelta che il nostro Paese, nel quadro della spinta europea all’indipendenza strategica e al rafforzamento militare, sta portando avanti.

Le cicatrici di Hiroshima a monito perpetuo per tutta l’umanità
L’esplosione della Bomba-A


Alle ore 8:15 del 6 agosto 1945, la prima bomba atomica della storia fu sganciata sulla città di Hiroshima, seguita tre giorni dopo, il 9 agosto, da quella su Nagasaki.

Una bomba atomica agisce in tre modi: il calore, l’urto, la radiazione. Nel caso di Hiroshima, la detonazione di 13-18 kilotoni avvenuta a 600 metri sopra il suolo produsse una palla di fuoco dalla temperatura superficiale di 7.700°C, raggiungendo vicino all’ipocentro fino a 3.000-4.000°C; un’immensa pressione di 11 tonnellate al metro quadro a 500 m dall’ipocentro; una massiccia dose di radiazione iniziale, seguita da quella “residua” che si depositò al suolo.

Tutti e tre provocarono conseguenze immediate sconvolgenti: la pelle umana fu bruciata fino a 3,5 km dall’ipocentro, ma nelle persone distanti fino a 1,2 km le ustioni arrivarono alla cane, provocando morte istantanea o dopo qualche giorno di agonia; l’onda d’urto non causò solo il collasso di moltissime strutture, intrappolando le persone tra le macerie e investendole di schegge, ma fu così forte da sollevarle in aria, farle svenire o schiacciarle a morte.

Anche piante e animali furono coinvolti: la vegetazione della città fu istantaneamente ridotta in cenere e solo lo sforzo tra il 1957 e il 1958 (in cui altri municipi e prefetture giapponesi, ma anche organizzazioni e singoli donarono piante e semi alla città) permise di riforestarla.

Ma le conseguenze più drammatiche e permanenti derivarono dalle radiazioni.

I danni da radiazioni

Hiroshima e Nagasaki sono stati gli unici casi in cui si siano potuti verificare gli effetti dell’esposizione a dosi così massicce di radiazione su un essere umano. La cosiddetta “radiazione iniziale” sprigionata con l’esplosione sotto forma di raggi gamma e neutronici, impose una dose di 4.200 millisievert di sola radiazione gamma per ogni persona non schermata, entro 1 km dall’ipocentro.

Questa energia era sufficiente ad uccidere istantaneamente chi si trovasse nei pressi dell’ipocentro, ma chi non morì sul colpo patì sofferenze mai conosciute prima. Dopo i primi sintomi (debolezza, nausea, febbre, diarrea) si manifestarono gli effetti acuti dell’avvelenamento da radiazioni, come la perdita dei capelli, la comparsa di macchie di sangue sottocutanee (rinominate “macchie della morte”), emorragie nel tratto di bocca ed esofago e la distruzione massiccia dei globuli bianchi – oltre a disturbi permanenti all’apparato riproduttivo. Infatti l’impatto più significativo delle radiazioni si manifesta immediatamente sui tessuti contenenti cellule che si dividono rapidamente: midollo osseo, nodi linfatici, mucose dell’apparato gastrointestinale, genitali e bulbi piliferi.

Dopo il bombardamento, la “radiazione residua” indotta negli oggetti ed edifici o ricaduta al suolo colpì anche chi, pur non esposto direttamente, si recò successivamente ad Hiroshima. La pioggia di fuliggine radioattiva nera e appiccicosa che cadde a seguito dell’esplosione è un esempio di nuclear fallout, ed è diventata simbolica della pervasività delle conseguenze di un simile disastro. Poco dopo l’esplosione gli abitanti di Hiroshima, sconvolti, assetati e bruciati dagli incendi la bevvero, contribuendo ad amplificare l’avvelenamento da radiazioni.

Tumori, leucemia ed altre malattie e disturbi hanno continuato a manifestarsi anche ad anni o decenni di distanza. Ancora oggi, la comprensione degli effetti a lungo termine di questa esposizione non è completa, e tante sono le questioni oggetto di studio. Non è un caso che sia nato proprio a Hiroshima l’Istituto di Ricerca per la Biologia delle Radiazioni e per la Medicina, fondato nel 1958 come Istituto per la Ricerca sulle Radiazioni Nucleari – uno dei maggiori istituti universitari di ricerca in questo campo presenti in Giappone. Conduce l’analisi epidemiologica concernente i colpiti dalla bomba atomica, oltre che lo sviluppo di trattamenti per curare i danni da radiazioni e la ricerca in medicina rigenerativa per la sindrome da radiazione acuta (ARS).

Gli Hibakusha – sopravvissuti ma non illesi

Entro la fine del 1945 erano morte approssimativamente 140.000 persone, ma gli effetti della bomba atomica si sono protratti per i decenni a venire.

Le difficoltà e le sofferenze sopportate dai colpiti dalla bomba atomica negli anni a venire furono immense, sia dal punto fisico che psicologico ed emotivo. Molti sopravvissuti si trovarono a fronteggiare la mancanza di conoscenza delle malattie insorte, e la discriminazione derivante dalla credenza errata che quelle malattie fossero contagiose. Anche chi riusciva a trovare un lavoro era spesso malvisto: “la malattia dei fannulloni” chiamavano in maniera sprezzante la continua stanchezza propria di molti colpiti dalle radiazioni.

Tanti altri non sopravvissero a lungo. Uno dei casi più noti è quello di Sadako, una bambina che al tempo del bombardamento aveva appena 2 anni. Visse serenamente fino ai 9 anni, quando sviluppò una leucemia acuta. Il museo conserva tante delle gru di carta che piegò durante la malattia, e la sua vicenda ha ispirato la costruzione del Monumento per la Pace dei Bambini, in ricordo di tutti i bambini uccisi dalla bomba atomica. Tutt’oggi il monumento è circondato dagli origami donati dai bambini in visita.

Un appello continuo alla Pace

La città di Hiroshima è completamente permeata di riferimenti al disastro nucleare, monumenti memoriali e messaggi di Pace. Il Parco Memoriale della Pace, che si articola nei pressi dell’ipocentro dell’esplosione, è quello che ne contiene la maggior parte.

In particolare, il Museo della Pace raccoglie la maggior parte dei reperti relativi al bombardamento, oltre che ripercorrere la storia dello sviluppo e dell’utilizzo della bomba atomica, e dei trattati internazionali per la non proliferazione dalla Guerra Fredda ad oggi.

Un’iscrizione iniziale recita:
“Una singola bomba atomica ha ucciso indiscriminatamente decine di migliaia di persone, distruggendo in profondità ed alterando le vite dei sopravvissuti. Tramite gli oggetti lasciati dalle vittime, artefatti bombardati, testimonianze dai sopravvissuti alla bomba atomica e materiali correlati, il Museo Memoriale della Pace comunica al mondo gli orrori e la natura inumana delle armi nucleari e diffonde il messaggio: mai più altre Hiroshima.”
Sono reperti che convogliano un enorme carico emotivo, simile per molti alla sensazione che si trova nel visitare gli ex campi di sterminio nazisti. L’utilizzo delle armi atomiche è ed è stato un crimine contro l’umanità, e sono migliaia le storie che, nel museo, lo testimoniano.

Il Museo della Pace non riporta tuttavia soltanto testimonianze di vittime e sopravvissuti, ma anche una meticolosa disamina della storia relativa alla bomba atomica – inclusi l’invenzione, gli utilizzi, gli sviluppi successivi alla guerra ed i trattati sulle armi nucleari in vigore fino ad oggi.

Il ruolo degli scienziati

Particolarmente rilevanti i documenti storici che ricostruiscono le “ragioni” e la pianificazione dello sganciamento della bomba, oltre che quelli che testimoniano il ruolo degli scienziati che hanno contribuito non solo ad idearla, ma a consigliarne l’utilizzo ed a studiare la massimizzazione del suo impatto.

Nel luglio 1941, il comitato MAUD convocato dal governo britannico fu il primo a stabilire la fattibilità della bomba atomica. Quello stesso novembre, l’Accademia Nazionale delle Scienze Statunitense stimò che questo tipo di arma sarebbe stato realizzabile in 3-4 anni.

Inizia qui la storia dello sviluppo della bomba atomica, con il Progetto Manhattan lanciato nel giugno 1942 ai laboratori di Los Alamos: uno sforzo costato 2 miliardi di dollari che coinvolse militari, industriali di tutta la Nazione e scienziati – questi ultimi soprattutto stranieri. Particolare importanza ebbe infatti “l’importazione” di fisici europei in fuga dal nazismo1, tra cui Albert Einstein, Hans Bethe, John von Neumann, Leo Szilard, James Franck, Edward Teller, Rudolf Peierls, Klaus Fuchs, Enrico Fermi.

La bomba fu testata con successo per la prima volta il 16 luglio 1945 nel deserto di Los Alamos (Trinity Test).

L’idea di utilizzare la bomba atomica contro il Giappone prese forma nel corso del suo sviluppo, anche in contemporanea all’apertura del fronte della Guerra nel Pacifico. Rispetto alle altre opzioni sul campo, questa fu privilegiata a causa della convinzione che terminare la guerra con un bombardamento atomico prima che l’Unione Sovietica potesse dichiarare guerra al Giappone avrebbe di molto ridotto l’influenza dell’URSS sull’Isola dopo la guerra, oltre che giustificato agli occhi dei cittadini statunitensi l’altissimo costo per il suo sviluppo.

Fu in questo quadro che gli Stati Uniti iniziarono a valutare, dalla primavera del 1945, i possibili bersagli: aree urbane con un diametro di almeno 4,8 km ed una topografia adatta ad amplificare gli effetti della deflagrazione. Il Comitato ad Interim per la selezione del bersaglio stabilì inequivocabilmente che dovesse trattarsi di un’area abitata e prese in considerazione Kyoto, Hiroshima, Yokohama, Kokura, Niigata e Nagasaki, consigliato tra gli altri da Fermi, Oppenheimer, Compton e Lawrence.

Altri furono più tiepidi, e il “Rapporto Franck” (firmato per l’appunto da James Franck, Donald J. Hughes, James J. Nickson, Eugene Rabinowitch, Glenn T. SeaborgJoyce, C. Stearns e Leó Szilárd) sconsigliò l’utilizzo della bomba nucleare sul Giappone senza preventivo avvertimento – sostenendo che questa mossa avrebbe sacrificato il supporto pubblico mondiale, precipitato la corsa agli armamenti, pregiudicato la possibilità di accordi internazionali sul futuro controllo di armi di questo tipo. Per contro, il suggerimento fu di rivelare al mondo l’esistenza di quest’arma tramite dimostrazione su aree non abitate.

Anche in questo caso, non venne messa in discussione la necessità che tali armi fossero prodotte e detenute, soprattutto per quanto riguarda gli Stati Uniti.

Solo l’orrore delle conseguenze dello sganciamento delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, la cui realizzazione degli effetti fu così freddamente pianificata, sembrò “aprire gli occhi” a molti scienziati, che negli anni successivi si spesero per il disarmo nucleare. Una prima base fu il manifesto di Russel-Einstein del 1955 che, a seguito della messa a punto della bomba a idrogeno, spronava il resto della comunità scientifica a mobilitarsi contro la realizzazione e l’utilizzo delle armi di distruzione di massa.

Proprio da questo documento traggono ispirazione le Pugwash Conferences on Sciences and World Affairs, appuntamenti organizzati da scienziati dediti a promuovere approfondimento e argomentazioni sulla minaccia posta all’umanità dalle armi nucleari ed altre armi di distruzione di massa.

Ed è a Hiroshima stessa che abbiamo avuto la possibilità di incontrare il referente giapponese del Pugwash: Tomohiro Inagaki, fisico delle particelle, Deputy director presso l’Education and Research Center for Artificial Intelligence and Data Innovation e professore presso l’Information Media Center dell’Università di Hiroshima – un incontro che all’importante valenza simbolica ha aggiunto contenuti che ben fanno da ponte tra il passato e il presente di una città e più in generale di una nazione che hanno sperimentato il dramma della bomba atomica.

La sua storia è un esempio di come pur se nipote di un hibakusha e studente di fisica, la memoria e la coscienza non sono scontate, ma possono essere recuperate, coltivate e trasformate in azione:
“Quando ero bambino, mio nonno era un hibakusha, cioè un sopravvissuto al bombardamento atomico.
In Giappone usiamo solitamente la parola hibakusha piuttosto che semplicemente “sopravvissuto”. Queste persone sono sopravvissute al bombardamento, ma hanno continuato a soffrirne le conseguenze per tutta la vita. La loro esperienza non si è conclusa nel momento in cui sono sopravvissute all’esplosione.
Da bambino ascoltavo spesso i racconti di mio nonno. Tuttavia, non gli piaceva parlare nei dettagli di ciò che era accaduto. Mi diceva soltanto che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la vita era estremamente difficile.
Quando ero molto giovane, mi interessavo alla gravità e alla cosmologia. In seguito, durante il liceo, sviluppai un interesse per la fisica delle particelle, in particolare per i quark. Dopo essere entrato all’Università di Hiroshima, scoprii che diversi fisici stavano studiando gli effetti a lungo termine dei materiali radioattivi e cercavano di comprendere meglio ciò che era accaduto il 6 agosto 1945.
A quel tempo non riflettevo su queste questioni come fisico. Piuttosto, mi consideravo uno studente dell’Università di Hiroshima che riteneva importante comprendere l’eredità del bombardamento atomico e riflettere su come l’esperienza di Hiroshima potesse contribuire a ridurre il rischio delle armi nucleari nel mondo. Tuttavia, non ero personalmente coinvolto in queste attività.
Dopo aver completato il mio dottorato di ricerca, le cose cambiarono gradualmente.
Nel 1995 si tenne a Hiroshima la conferenza annuale del Movimento Pugwash. Quello stesso anno ottenni il dottorato. Il mio relatore era uno degli organizzatori della conferenza e lo vidi impegnarsi per ottenere finanziamenti e coordinare l’evento.
Dieci anni dopo, nel 2005, ero ricercatore presso l’Università di Hiroshima e il mio relatore era diventato rettore dell’università. Organizzò un’altra Conferenza Pugwash a Hiroshima. In seguito mi disse che desiderava che gli scienziati più giovani proseguissero questo lavoro, ed è allora che iniziai a prendere seriamente queste attività”. 
Un interesse che negli anni non si è rivolto solo a Hiroshima, ma progressivamente al resto del Giappone e al mondo. Recentemente, il prof. Inagaki ha visitato l’isola di Okinawa, in occasione del Giorno Memoriale dedicato a una pagina della storia giapponese meno nota di quella di Hiroshima e Nagasaki, ma maggiormente rivelatrice delle dinamiche che seguirono la Seconda Guerra Mondiale.
“Verso la fine della guerra, tra il 1944 e il 1945, l’esercito degli Stati Uniti avanzò attraverso il Pacifico partendo da luoghi come le Filippine, conquistando un’isola dopo l’altra fino a raggiungere Okinawa.
La Battaglia di Okinawa fu devastante. Circa il 25% della popolazione civile venne ucciso, compresi molti studenti. Ancora oggi è considerata una delle più grandi tragedie della storia di Okinawa.
Successivamente arrivarono i bombardamenti atomici di Hiroshima, il 6 agosto, e di Nagasaki, il 9 agosto. Ma prima di questi eventi, il 23 giugno, l’esercito giapponese aveva già abbandonato Okinawa. Quella data è ancora oggi commemorata come il Giorno della Memoria di Okinawa.
In effetti, ero a Okinawa proprio la scorsa settimana per tenere una conferenza magistrale su come Okinawa possa continuare a trasmettere al mondo il suo messaggio di pace.
Dopo la guerra, molti abitanti di Okinawa persero le loro case perché gli Stati Uniti costruirono basi militari in tutta l’isola. 
All’epoca, Okinawa era estremamente importante al livello strategico. L’Unione Sovietica era vicina, la Cina era vicina e il Giappone stesso era un alleato fondamentale degli Stati Uniti nell’Asia orientale.
Per la sua posizione geografica, Okinawa divenne una delle più importanti basi militari statunitensi nel Pacifico. A partire dagli anni Cinquanta vi furono schierate grandi quantità di armi nucleari.
Al culmine della Guerra Fredda, circa 1.300 armi nucleari erano dispiegate nell’intera regione del Pacifico. Okinawa da sola ospitava la concentrazione più elevata”.
“Ufficialmente, tutte le armi nucleari furono rimosse prima della restituzione del 1972.” Eppure “Circa il 70% di tutte le installazioni militari statunitensi presenti in Giappone è ancora concentrato a Okinawa.”

E le testate nucleari? “Non è chiaro dove siano state trasferite esattamente. Alcune probabilmente furono spostate in luoghi come Guam o le Filippine, ma i documenti pubblici non specificano ogni singolo trasferimento”. 

Ad oggi “pur credendo che non vi siano armi nucleari permanentemente stazionate a Okinawa, non possiamo verificare in modo indipendente ciò che potrebbe essere trasportato dai mezzi militari in visita” dal momento che “non esiste alcun modo per ispezionare le navi, i sottomarini o le altre unità militari americane”. 

Si tratta insomma di una storia che racconta, come quella dello sganciamento delle bombe atomiche, quali siano stati i mezzi impiegati dal secondo dopoguerra in poi dagli Stati Uniti per affermare la propria egemonia – un’egemonia che sembrava avesse avuto il suo culmine con il crollo dell’Unione Sovietica, ma che oggi è profondamente in crisi.

Ed è proprio questa crisi a spingere l’Occidente ed i suoi alleati politici e militari al riarmo – il Giappone non fa eccezione:
“C’è una forte pressione da parte degli Stati Uniti affinché il Giappone aumenti il proprio bilancio militare, e il governo giapponese ha deciso di ampliare la spesa per la difesa.
Il governo sostiene che ciò sia necessario per proteggere il Giappone e che non abbia finalità offensive. Ma la domanda è: chi può distinguere chiaramente tra difesa e offesa?
Le stesse strutture e gli stessi sistemi militari possono essere utilizzati per entrambi gli scopi”. 
In particolare, rispetto alla “deterrenza nucleare”, l’argomento più in voga per sostenere la produzione delle armi atomiche e la loro proliferazione:
“La deterrenza nucleare funziona attraverso un ciclo continuo: un Paese aumenta le proprie capacità militari e un altro Paese risponde aumentando a sua volta le proprie. Questo porta a una corsa agli armamenti senza fine.
De-escalation. Naturalmente, questo è molto difficile. Molte persone non credono che il dialogo possa risolvere gravi conflitti internazionali. Ma io credo che dovremmo continuare a impegnarci per creare le condizioni affinché ciò sia possibile”. 

Condividiamo l’impegno del prof. Inagaka e di tanti altri perché questo tipo di coscienza si continui a sviluppare anche negli ambienti accademici e della ricerca, il cui ruolo è tutt’altro che neutrale – contrariamente a quanto il liberismo continua a propagandare.

Una scia di morti e devastazione che attraversa il passato e minaccia il presente

“Che tutte le anime qui riposino in pace; perché non si ripeta il male”. 

Questa è l’iscrizione che reca il Cenotafio di Hiroshima per le vittime della bomba atomica.

Una frase esemplificativa di un grande non detto che aleggia su tutti i memoriali e in tutti i discorsi: l’utilizzo della bomba atomica è stato un crimine contro l’umanità – crimine per il quale nessuno ha mai pagato e per cui nessuna scusa è mai pervenuta ai familiari e ai sopravvissuti.

Un crimine che si è protratto anche nei decenni successivi, continuando a mietere silenziosamente vittime tramite le centinaia di test nucleari che sono stati effettuati in tutto il mondo.

Oltre 500 sono quelli registrati fino al 1980, con la dispersione di materiali altamente nocivi in ampie aree del Pianeta, con effetti devastanti su tutti coloro che furono esposti (chi abitava in prossimità dei siti, soldati coinvolti nei test) e, ovviamente, sull’ambiente.

È il caso dei test nucleari come quelli portati avanti nel Nevada Test Site dal 1951 in poi, i cui residui radioattivi che si sparsero nelle aree circostanti (ed in alcuni casi a centinaia di chilometri di distanza, raggiungendo Utah e Arizona) esposero almeno 170.000 persone, provocando un innalzamento delle morti per leucemia e cancro.

Nonostante il primo Trattato di Non Proliferazione sottoscritto nel 1970 e tutte le sue estensioni e divieti di test che sono stati sottoscritti negli anni successivi, la crisi delle istituzioni e dei trattati internazionali frutto degli equilibri post-bellici ha coinvolto anche questo ambito.

Oggi il CTBT (Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty) del 1996 è in stallo, e tutti gli accordi sono indeboliti dalle progressive prese di posizione belliciste di un Occidente che ha fondato l’attuale quadro normativo internazionale a proprio vantaggio e che oggi, sempre a proprio vantaggio, lo rifiuta.

Note

1 https://ahf.nuclearmuseum.org/scientist-refugees-and-manhattan-project/

Fonte

26/07/2026

Israele tiene chiuso il corridoio medico con Gaza. I malati gravi non saranno trasferiti

La chiusura del corridoio medico tra Gaza e la Cisgiordania continua a trasformarsi, giorno dopo giorno, in una condanna per migliaia di malati che avrebbero la possibilità di essere curati a pochi chilometri di distanza.

Domenica la Corte suprema israeliana ha respinto la petizione presentata da cinque organizzazioni israeliane, Gisha, HaMoked, Medici per i Diritti Umani, Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) e Adalah, che chiedevano la riapertura del corridoio medico tra Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha infatti bloccato i trasferimenti dei pazienti palestinesi verso gli ospedali della Cisgiordania occupata, interrompendo un sistema che per anni aveva consentito migliaia di cure specialistiche impossibili da effettuare nella Striscia.

La decisione dei giudici conferma la chiusura del corridoio e lascia senza prospettive di cure mediche migliaia di persone. La Corte ha inoltre “suggerito” che i pazienti vengano trasferiti in altri Paesi, una soluzione che le ong definiscono irresponsabile nonché irrealistica rispetto all’entità dell’emergenza.

Secondo i dati diffusi dalle organizzazioni umanitarie e dall’Organizzazione mondiale della sanità, sono almeno 18.500 i palestinesi di Gaza che necessitano di cure mediche urgenti fuori dalla Striscia, tra i quali 4.000 bambini.

Molti soffrono di tumori, gravi patologie cardiache, malattie rare o hanno riportato ferite gravissime durante la guerra che richiedono interventi specialistici impossibili da effettuare negli ospedali ormai al collasso di Gaza.

Si stima inoltre che almeno 1.500 pazienti siano già morti mentre attendevano l’autorizzazione al trasferimento. Oggi il numero delle evacuazioni mediche rappresenta appena il dieci per cento di quello registrato prima dell’ottobre 2023.

«La Corte suprema ha risposto in modo politico a una questione di carattere giuridico», ha dichiarato Milena Ansari, direttrice per i Territori occupati di Medici per i Diritti Umani. «Abbiamo esposto gli obblighi legali di Israele, l’urgente realtà umanitaria sul campo e le vite già perse in attesa di cure mediche. Nessuno di questi argomenti è stato confutato. Invece di affrontarli, la Corte ha scelto di scaricare la responsabilità su Stati terzi. In ogni caso, ciò non esonera Israele dai suoi obblighi».

Le organizzazioni ricorrenti ricordano che, in base al diritto internazionale umanitario e alla Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante ha il dovere di garantire alla popolazione civile sotto il proprio controllo l’accesso alle cure mediche.

Israele respinge questa interpretazione sostenendo di non esercitare più un’occupazione diretta della Striscia dopo il ritiro del 2005, una posizione contestata dalla gran parte degli organismi internazionali, comprese le Nazioni Unite, che continuano invece a considerare Gaza un territorio occupato per il controllo esercitato sui confini, sullo spazio aereo e sulle acque territoriali.

Prima della guerra, centinaia di malati oncologici, cardiopatici e pazienti pediatrici attraversavano non senza difficoltà il valico di Erez per essere ricoverati negli ospedali di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e in qualche caso anche in Israele.

Quel sistema è stato completamente interrotto dopo il 7 ottobre 2023. I trasferimenti verso Egitto, Giordania o altri Paesi, organizzati con il sostegno dell’Organizzazione mondiale della sanità e di altri organismi internazionali, riguardano soltanto un numero limitato di casi e restano largamente insufficienti rispetto ai bisogni della popolazione.

La decisione dei giudici della Corte Suprema è stata accompagnata da forti proteste anche da parte di alcuni medici israeliani. Michal Feldon, pediatra del Centro medico Yitzhak Shamir, ha definito l’udienza «una farsa di un regime fascista».

In un intervento pubblicato sui social ha denunciato la presenza nell’aula del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir accanto agli avvocati dello Stato e il rifiuto della Corte di ascoltare le testimonianze di cinque specialisti degli ospedali Shaare Zedek, Ichilov, Hadassah, Kaplan e Sheba.

I giudici hanno inoltre disposto la rimozione della relazione presentata dalla ginecologa statunitense Ambreen Sleemi, che ha lavorato per sei settimane nell’ospedale Nasser di Khan Younis. La dottoressa aveva documentato casi diffusi di malnutrizione tra le donne incinte, la cronica carenza di medicinali, antibiotici e sangue, neonati affetti da gravi malformazioni non curabili a Gaza, pazienti oncologici in attesa da mesi di un trasferimento e ferite infette che conducevano alla morte.

Secondo le organizzazioni ricorrenti, invece di valutare il contenuto della perizia, la Corte si è concentrata sulle critiche espresse dalla medica sui social nei confronti di Israele e delle sue forze armate.

Il sistema sanitario di Gaza continua intanto a collassare. La maggior parte degli ospedali è stata distrutta o gravemente danneggiata e quelli ancora funzionanti operano solo parzialmente, tra carenze croniche di elettricità, carburante, anestetici, farmaci essenziali e materiale chirurgico.

Le équipe mediche denunciano da mesi l’impossibilità di garantire non solo le cure specialistiche, ma spesso anche gli interventi d’urgenza. Per migliaia di pazienti, la possibilità di lasciare Gaza per essere curati rappresenta ormai l’unica speranza di sopravvivenza.

Per le organizzazioni umanitarie la priorità resta salvare i malati. «Le conseguenze della decisione del tribunale si misurano nella vita dei pazienti di Gaza in attesa di cure mediche urgenti», avverte Milena Ansari.

«Ogni giorno che il corridoio rimane chiuso, altri pazienti perdono la speranza di sopravvivere. Una potenza occupante è obbligata a garantire alla popolazione sotto il suo controllo l’accesso all’assistenza medica».

Fonte