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27/09/2026

Cuba, il crimine è non inginocchiarsi

Trump e Rubio tornano all’attacco di Cuba. E lo fanno con il solito repertorio: accuse, minacce, sanzioni e una montagna di propaganda confezionata a Washington per nascondere una realtà che ormai è impossibile cancellare.

Cuba è sotto assedio

Da più di sessant’anni gli Stati Uniti tentano di piegare un piccolo paese che ha avuto la presunzione di non inginocchiarsi davanti alla principale potenza imperialista del continente. Adesso Rubio racconta che mentre il popolo cubano soffre per la carenza di carburante e per i blackout, i «leader comunisti» accumulerebbero risorse per se stessi, per l’esercito e per gli apparati repressivi, utilizzando il razionamento come strumento di controllo sociale.

Una narrazione comoda. Fin troppo comoda. Perché nella versione di Washington c’è un grande assente: il blocco statunitense.

Scompare l’embargo. Scompaiono le sanzioni. Scompaiono le restrizioni finanziarie. Scompaiono le difficoltà imposte a Cuba per acquistare carburante, tecnologie, componenti industriali e beni necessari al funzionamento della propria economia.

Rimane soltanto la fotografia della crisi. E quella fotografia viene utilizzata come arma politica. È un meccanismo vecchio quanto la guerra economica: si strangola un paese, si osservano le conseguenze dello strangolamento e poi si usa quella sofferenza per dimostrare che il paese non è capace di governarsi.

È esattamente la logica con cui Washington ha trattato Cuba per decenni. Nessuno sostiene che Cuba non abbia problemi interni. Sarebbe ridicolo. L’economia cubana è in difficoltà, le infrastrutture energetiche sono logore e la popolazione affronta sacrifici pesantissimi. Ma proprio per questo la domanda è inevitabile: perché gli Stati Uniti, invece di rimuovere le proprie sanzioni, continuano ad aggiungere pressione a una situazione già drammatica?

La risposta è politica

Il problema di Washington non è soltanto ciò che Cuba fa. È ciò che Cuba rappresenta.

Dal 1959 l’isola ha rotto con il sistema di dipendenza economica e politica costruito dagli Stati Uniti nei decenni precedenti. Ha nazionalizzato interessi economici statunitensi, ha scelto un percorso socialista e ha rivendicato il diritto di decidere autonomamente delle proprie alleanze e del proprio modello sociale.

Per Washington, questo era intollerabile. Cuba doveva essere riportata all’ordine. E l’ordine che si vuole ripristinare non è difficile da immaginare.

Prima della Rivoluzione, l’isola era profondamente subordinata agli interessi statunitensi. L’Avana era una vetrina del turismo internazionale, dei casinò e degli affari che ruotavano attorno al capitale straniero. La mafia statunitense vi aveva costruito interessi enormi. La dittatura di Batista garantiva che quel sistema funzionasse.

Poi arrivò la Rivoluzione. E il giocattolo si ruppe. Da quel momento Cuba è diventata un esempio da cancellare.

Non perché costituisse una minaccia militare per gli Stati Uniti. Non perché avesse la possibilità di invadere la Florida. Ma perché dimostrava che anche un piccolo paese latinoamericano poteva dire no a Washington e continuare a esistere.

È questo che il blocco cerca di spezzare. Trump e Rubio possono chiamarlo «pressione», «sicurezza», «democrazia» o «sostegno al popolo cubano». Le parole cambiano. La politica resta. E la politica è quella di provocare una crisi economica abbastanza profonda da trasformarsi in crisi sociale e, infine, in crisi politica.

Poi arriverà il momento di dire: «Vedete? Il socialismo non funziona». Una profezia che Washington cerca da decenni di realizzare con le proprie mani. È difficile immaginare un’ipocrisia più grande.

Se davvero l’obiettivo fosse il benessere dei cubani, basterebbe una decisione semplicissima: fine del blocco. Lasciare Cuba libera di commerciare, acquistare, vendere, investire, scegliere i propri partner economici. Ma è proprio questa libertà che Washington non vuole concedere. Perché una Cuba libera di commerciare sarebbe anche una Cuba più libera di scegliere.

E il vero scandalo, per l’imperialismo statunitense, è precisamente questo: che Cuba continui a scegliere da sola. Non importa quante sanzioni verranno aggiunte. Non importa quante volte Rubio ripeterà le proprie accuse. Non importa quante volte la macchina della propaganda proverà a trasformare il carnefice in vittima.

La questione rimane elementare.

Cuba ha il diritto di esistere senza chiedere il permesso a Washington. E forse è proprio questo, ancora oggi, il crimine che gli Stati Uniti non riescono a perdonarle.

Fonte

10/09/2026

“Necessità di porre fine al blocco imposto dagli Usa contro Cuba”

Il documento inviato dal ministero degli Esteri cubano al Segretario generale dell’Onu.

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Il presente documento costituisce il contributo di Cuba al rapporto richiesto al Segretario Generale delle Nazioni Unite (ONU) in virtù della risoluzione A/RES/80/4, intitolata “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”, adottata a larga maggioranza nel contesto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 29 ottobre 2025.

L’ammontare totale dei danni a Cuba derivanti dal blocco nel periodo compreso tra il 1° marzo 2025 e il 28 febbraio 2026 mostra una cifra record di 8.083.300.000 dollari statunitensi, un 7% SUPERIORE ALLA CIFRA GIÀ MOLTO ELEVATA RIPORTATA NEL RAPPORTO PRECEDENTE.

L’allegato di questo rapporto dettaglia l’impatto nei diversi settori della società cubana. I danni accumulati nel corso degli anni di blocco ammontano a 178.700.500.000 USD a prezzi attuali, un 4,7% in più rispetto a quanto riportato nel rapporto precedente. Tenendo conto del forte aumento del prezzo dell’oro rispetto al dollaro, questo porta il totale a 3.896.505.000.000 USD.

Senza l’embargo, il PIL di Cuba a prezzi attuali nel 2025 sarebbe stato del 10,8% superiore al valore stimato per quell’anno. L’enorme valore di queste perdite non è sorprendente, poiché lo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato l’8 gennaio 2026, riferendosi alla politica del suo governo verso Cuba: «Non credo si possa esercitare molta più pressione, a parte entrare e distruggere il posto».

Dopo più di 60 anni di stretta applicazione, lo scopo del blocco rimane lo stesso: distruggere la Rivoluzione Cubana. A tal fine, si fomenta la scarsità, si portano avanti attacchi contro il tessuto sociale e produttivo di Cuba e si tenta di isolare il nostro paese, nella speranza che i cubani abbandonino i loro sforzi per decidere il proprio destino.

Nessuna formulazione potrebbe presentare lo scopo del blocco con tanta eloquenza come espressa dall’allora Sottosegretario di Stato Lester Mallory nel suo memorandum del 6 aprile 1960: «(…) Si devono impiegare rapidamente tutti i mezzi possibili per indebolire la vita economica di Cuba (…) una linea d’azione che, essendo la più abile e discreta possibile, ottenga i maggiori progressi privando Cuba di denaro e rifornimenti, al fine di ridurre le sue risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e il rovesciamento del Governo».

Durante l’ultimo anno, il governo degli Stati Uniti ha intensificato i suoi sforzi per soffocare e isolare completamente la Rivoluzione Cubana. A tal fine, ha incorporato, come strumenti di massima pressione, l’imposizione di un embargo energetico a Cuba e un ampio schema di sanzioni secondarie contro qualsiasi entità in paesi terzi che mantenga investimenti o legami commerciali con entità cubane.

Ciò si aggiunge ai disastrosi effetti della presenza ingiustificata di Cuba nella lista unilaterale, arbitraria e fraudolenta del Dipartimento di Stato dei presunti stati patrocinatori del terrorismo, alla aggressiva persecuzione finanziaria e alla stretta applicazione delle leggi che codificano il blocco, principalmente la Legge Helms-Burton.

Un elemento aggiuntivo nell’escalation dell’aggressione statunitense è stato l’uso pericoloso e irresponsabile di una retorica sempre più minacciosa contro la sovranità e l’integrità territoriale di Cuba. Durante la prima metà del 2026, ci sono state costanti dichiarazioni da parte di alti funzionari del governo statunitense che hanno suggerito l’uso della forza per eliminare il sistema politico ed economico cubano. L’affronto all’autodeterminazione e l’interferenza negli affari interni di Cuba sono stati palesi.

Tali dichiarazioni si aggiungono alla campagna di guerra psicologica che viene condotta contro i cubani, con l’obiettivo di aggiungere ulteriore angoscia e ansia alla vita quotidiana del nostro popolo e provocare un’esplosione sociale.

A causa del rafforzamento senza precedenti del blocco a livelli estremi e dell’aggressione multidimensionale del governo degli Stati Uniti contro Cuba, che si sta intensificando in modo sostenuto e deliberato, il popolo cubano ha subito un deterioramento della qualità della vita e danni umanitari incalcolabili.

La scarsità quasi totale di carburante, i prolungati e preoccupanti blackout, le interruzioni diffuse del sistema elettrico nazionale, i guasti ricorrenti nella fornitura di acqua, le grandi difficoltà nella raccolta dei rifiuti solidi e le difficoltà con cibo e medicinali sono stati elementi determinanti della vita quotidiana dei cubani dall’inizio del 2026. Ognuno di questi problemi ha il blocco come causa fondamentale.

Il 29 gennaio 2026, il blocco statunitense si è rafforzato in modo senza precedenti, formalizzando un BLOCCO ENERGETICO CONTRO CUBA. In quella data, il presidente degli Stati Uniti ha firmato un ordine esecutivo (EO 14380) che autorizzava l’imposizione di dazi aggiuntivi sulle importazioni di qualsiasi paese che vendesse o fornisse petrolio a Cuba, direttamente o indirettamente.

Questa misura è stata presentata sotto la giustificazione assurda e ridicola di considerare Cuba come una «minaccia inusuale e straordinaria» per la sicurezza nazionale e la politica estera degli USA. Vale la pena notare che settimane dopo la firma di questo ordine esecutivo, una decisione della Corte Suprema degli USA ha stabilito che non esiste fondamento giuridico per l’imposizione di dazi da parte del Presidente di quel paese senza l’autorizzazione del Congresso.

Ciò ha portato all’eliminazione di tutte quelle tariffe imposte dal presidente Trump contro vari paesi. Tuttavia, per quanto riguarda Cuba, la minaccia permanente dell’uso della forza, come l’intercettazione di navi petrolifere, così come il timore creato di fronte al possibile impiego di altre misure coercitive, hanno portato a un blocco quasi assoluto della fornitura di carburanti alla nazione caraibica.

A causa di queste pressioni, nel primo semestre del 2026 solo una petroliera proveniente dalla Federazione Russa è giunta sulle coste cubane, sotto forma di aiuto umanitario. Il suo carico di 100 mila tonnellate di greggio, sebbene sia stato un sollievo e un segno deciso di solidarietà, ha rappresentato una frazione limitata dei bisogni energetici cubani.

Infatti, alla fine di maggio 2026, sono state quantificate 2 MILIONI 667 MILA 800 TONNELLATE IN MENO DI CARBURANTI DISPONIBILI NEL PAESE RISPETTO A QUANTO PREVISTO.

Il presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha riferito pubblicamente come molte comunità del paese abbiano sperimentato OLTRE 30 ORE CONTINUE SENZA ELETTRICITÀ a causa di questa situazione. Ovviamente, ciò ha provocato irritabilità, malessere, privazioni e una grande angoscia nella popolazione, il che è in linea con gli obiettivi tracciati dal 1960 nel memorandum di Lester D. Mallory.

Una diagnosi del sistema elettro-energetico cubano alla fine di maggio 2026 riflette che esistono circa 1 400 MW DI POTENZA DISPONIBILE CHE NON GENERANO ELETTRICITÀ PER MANCANZA DI CARBURANTE. Più specificamente, la generazione con motori Diesel si è attestata al 18,5 PER CENTO, con una mancata generazione di 338,3 GWh PER QUESTA TECNOLOGIA. Allo stesso modo, per la tecnologia dei motori a combustibile, è stato generato solo il 14,5 PER CENTO del previsto, con una mancata generazione di 644,5 GWh.

A CAUSA DEL CERCHIO ENERGETICO, NEL 2026 IL DEFICIT DEL SERVIZIO ELETTRICO A CUBA È AUMENTATO ESPONENZIALMENTE.

Nel settore dell’economia, è stato possibile servire solo il 54,6 PER CENTO di un piano elettrico che presentava già un deficit. Nel settore residenziale, il piano viene rispettato all’83 PER CENTO, IL CHE RAPPRESENTA OLTRE 20 ORE DI INTERRUZIONE ELETTRICA come media in tutto il territorio nazionale.

L’implementazione del cerchio energetico costituisce un aggravamento della politica di persecuzione contro le forniture di carburante a Cuba, intrapresa a partire da luglio 2019, che ha incluso l’intercettazione illegale da parte delle forze statunitensi di forniture di petrolio provenienti dal Venezuela a partire dalla fine del 2025.

Come risultato della strategia degli Stati Uniti per disattivare il sistema elettrico nazionale, la generazione termica nel 2025 ha prodotto 7.789 GWh, il che rappresenta una riduzione di 1.046,6 GWh rispetto al 2024, quando la produzione di energia attraverso queste tecnologie ha raggiunto gli 8.836 GWh.

Secondo i rapporti dell’impresa nazionale Unión Eléctrica, le restrizioni a Cuba hanno impedito l’esecuzione della manutenzione parziale, prorogata e di capitale per le unità termiche del paese, per cui 11 delle 15 unità esistenti rimangono fuori dal ciclo di manutenzione di capitale.

Il blocco energetico sopra descritto, insieme ad altre misure di intensificazione estrema del blocco, costituiscono un atto di genocidio classificato anche come punizione collettiva contro la popolazione cubana e una grave violazione del Diritto Internazionale, del Diritto Internazionale dei Diritti Umani e persino qualificato come violazione del Diritto Internazionale Umanitario, anche in assenza di uno stato di guerra convenzionale tra Stati Uniti e Cuba.

Una dichiarazione emessa il 12 febbraio 2026 da quattro titolari di procedure speciali del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha sottolineato che ciò solleva serie preoccupazioni nel quadro del Diritto Internazionale dei Diritti Umani e come questo ordine esecutivo aggravi gli effetti della già esistente designazione illegale di Cuba da parte degli Stati Uniti come stato patrocinatore del terrorismo.

Il 7 maggio 2026, una nuova dichiarazione delle procedure speciali del Consiglio per i Diritti Umani ha affrontato la privazione energetica a cui gli Stati Uniti hanno sottoposto Cuba dall’Ordine Esecutivo del 29 gennaio e ha evidenziato come l’uso di un blocco energetico fosse incompatibile con gli standard internazionali dei diritti umani, dati gli impatti che questa politica stava avendo su molteplici aspetti come il diritto all’istruzione e all’assistenza sanitaria, con particolare enfasi sui bambini cubani.

L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, attraverso il suo portavoce, ha anche riconosciuto come queste restrizioni stessero mettendo in pericolo servizi essenziali a livello nazionale, come i sistemi sanitari, alimentari e idrici, a causa della loro forte dipendenza dai combustibili importati. Questa agenzia dell’ONU ha inoltre sottolineato come le unità di terapia intensiva, così come lo stoccaggio di sangue e farmaci sensibili alla temperatura, stessero venendo compromessi da queste limitazioni nella fornitura di carburante.

Il Coordinatore Residente dell’ONU a Cuba ha dichiarato durante una conferenza stampa offerta dal portavoce del Segretario Generale il 26 febbraio che la scarsità di energia era diventata il principale moltiplicatore di rischi umanitari per la popolazione cubana. Allo stesso modo, il Segretario Generale dell’ONU, attraverso il suo portavoce, ha espresso la sua preoccupazione per la crescente scarsità di carburante a Cuba e il suo impatto sulla popolazione.

Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha espresso sentimenti simili, affermando, in riferimento a questa misura imposta a Cuba, che la salute deve essere protetta a tutti i costi e mai lasciata in balia della geopolitica, dei blocchi energetici e dei blackout.

Come si può osservare, tutte queste dichiarazioni di figure del sistema delle Nazioni Unite sono coerenti con quanto disposto dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, che stabilisce che sono proibite le punizioni collettive, una situazione a cui senza dubbio è sottoposto il popolo cubano nella sua interezza con il suddetto blocco energetico.

Inoltre, l’Ordine Esecutivo del 29 gennaio 2026 viola i diritti sovrani di terzi stati, concretamente nell’ambito delle loro relazioni commerciali, poiché li minaccia con misure coercitive secondarie se forniscono carburante a Cuba. Si tratta di una misura dal carattere chiaramente extraterritoriale, il che conferma che il blocco contro Cuba non è una questione bilaterale, come falsamente affermano gli Stati Uniti.

L’Ordine Esecutivo sopra menzionato costituisce anche una violazione della libertà di commercio e navigazione, e delle norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). È un impedimento chiaro e illegittimo al libero commercio di combustibili tra Cuba e i suoi diversi partner o fornitori.

In questo modo, gli Stati Uniti cercano di dettare alle nazioni sovrane con chi possono e non possono commerciare le proprie risorse naturali. Un’analisi più approfondita rivela una serie di violazioni gravi e più specifiche di questo aspetto del diritto internazionale.

Ad esempio, esiste una violazione del principio di non discriminazione, una pietra angolare dell’OMC. A causa dell’effetto intimidatorio di questo Ordine Esecutivo, Cuba è stata di fatto esclusa dalla catena mondiale di approvvigionamento di combustibili, il che può solo essere qualificato come illegale e discriminatorio.

Oltre alla sua illegalità dimostrata, l’embargo energetico è totalmente cinico. Mentre intimidisce i paesi terzi affinché non vendano carburante a Cuba e nega alle istituzioni pubbliche cubane la possibilità di acquisirlo, il governo degli Stati Uniti rivendica il diritto di permettere alle proprie imprese nazionali di esportare carburante esclusivamente al settore non statale cubano e alle ambasciate situate nell’isola.

Con ciò, il governo degli Stati Uniti intende garantire che non arrivino a Cuba i combustibili necessari per il sistema elettrico nazionale, l’approvvigionamento di acqua potabile, il sistema sanitario, il trasporto pubblico, le comunicazioni, le istituzioni educative, i servizi comunitari e tutti quegli ambiti della vita nella società che coinvolgono lo Stato cubano.

Così, il 19 giugno 2026, l’azienda Aguas de La Habana ha dovuto emettere una nota informativa in cui indicava che, a causa degli effetti sulle fonti di approvvigionamento idrico derivanti dal deficit energetico, prodotto a sua volta dalla mancanza di carburante, gli intervalli di attesa per la fornitura di acqua ai clienti della capitale dovevano essere ulteriormente dilazionati.

Esistono anche numerosi esempi che dimostrano la difficile situazione affrontata da migliaia di lavoratori del settore statale, ma in particolare quelli del settore non statale da quando è stato istituito l’embargo del petrolio contro Cuba.

Tassisti che hanno smesso di lavorare per scarsità di carburante. Artigiani e proprietari di affitti, bar e ristoranti che sono rimasti praticamente senza clienti poiché i voli internazionali e, di conseguenza, i turisti si sono ridotti al minimo, dato che Cuba non ha potuto accedere al carburante per i reattori.

In generale, tutte le piccole imprese che non possono permettersi il lusso di importare carburante in modo indipendente sono state colpite e, poiché dipendono dal sistema energetico nazionale gravemente danneggiato, subiscono interruzioni sistematiche nella loro capacità di gestione autonoma.

Ciò non implica solo perdite economiche per il settore non statale in tutte le sue forme. Soprattutto, significa l’angoscia di vedere ridotti i propri mezzi di sussistenza, i mezzi per mantenere se stessi e le proprie famiglie. Dimostra anche la falsità dell’argomento tradizionalmente sostenuto dal governo degli Stati Uniti secondo cui le sue misure contro Cuba colpiscono solo il governo e il settore statale dell’economia.

Il blocco energetico imposto a Cuba è stato così categorico che è stato impossibile per la stampa tradizionale statunitense o anche per le figure più alte del governo degli Stati Uniti ignorarlo, che si sono vantati ripetutamente di dire che Cuba non ha petrolio e, di conseguenza, è sul punto di cadere.

Spicca particolarmente l’articolo di opinione pubblicato il 12 maggio 2026 sul The New York Times, scritto dai congressisti statunitensi Pramila Jayapal e Jonathan L. Jackson, che riassume le loro impressioni dopo la loro visita a Cuba nell’aprile 2026.

Entrambi i congressisti hanno dichiarato di essere scioccati dagli effetti inumani del blocco energetico e hanno affermato categoricamente che: «Se il popolo americano sapesse la reale portata di ciò che sta accadendo a Cuba, chiederebbe la fine immediata dell’embargo». La scarsità di carburante che ha colpito la nazione ha avuto un impatto devastante su quasi tutti gli aspetti della società.

Nel settore sanitario, i danni causati dai blackout minacciano direttamente la vita dei pazienti, da qui la sua natura crudele e genocida. Nel reparto di neonatologia di un importante ospedale di ostetricia e ginecologia di Cuba, le vite dei neonati più vulnerabili dipendono da una fornitura elettrica poco affidabile. La dottoressa Niurka Moreno Obregón, capo del dipartimento, avverte che ogni blackout obbliga ad attivare un vecchio generatore in meno di dieci secondi, poiché molti ventilatori non hanno batterie funzionanti.

Se la ventilazione viene interrotta oltre quel punto, deve essere eseguita manualmente, con risultati incerti. La precaria situazione colpisce le incubatrici, le bilance e oltre il 95% delle apparecchiature, tutte dipendenti da una fornitura di energia che non è mai affidabile. Come altri 148 ospedali del paese, questo centro sta vivendo una crisi energetica che colpisce persino le sale parto.

La dottoressa Yudmila Rodríguez Verdecia, capo dell’anestesia e della sala operatoria ostetrica, spiega: «In caso di emergenza elettrica, un’interruzione della fornitura elettrica, tutta l’unità si scollega completamente. Rimaniamo nell’oscurità totale». «Dobbiamo continuare l’intervento perché la procedura chirurgica non può essere fermata. Abbiamo dovuto continuare a operare con la luce dei nostri telefoni cellulari», racconta, descrivendo una situazione tesa vissuta dalla sua squadra.

Il pericolo è immediato e multidimensionale. L’incubatrice neonatale smette di funzionare, rendendo impossibile mantenere la temperatura adeguata per il neonato, che deve essere avvolto in coperte come misura disperata. La macchina per l’anestesia, il cuore della sala operatoria, si spegne completamente.

Sebbene dispongano di ossigeno supplementare per mantenere in vita il paziente, «non abbiamo assolutamente alcun monitoraggio». I pazienti pediatrici con cancro affrontano minacce simili. Tra 300 e 400 bambini e adolescenti cubani vengono diagnosticati con cancro ogni anno. Le loro vite dipendono da farmaci e apparecchiature specializzate che funzionano con l’elettricità.

Non sono solo i pazienti a soffrire le limitazioni causate dal blocco. Anche le loro famiglie sono vittime del blocco, sperimentando ripetutamente l’angoscia e l’impatto emotivo dell’incertezza causata da queste carenze.

Licet Rodríguez Alonso accompagna suo figlio Diego nel trattamento contro il cancro da quasi quattro anni. Gli è stato diagnosticato un cancro a quindici anni. Tra Villa Clara e L’Avana, la famiglia organizza le proprie vite attorno a interventi chirurgici, chemioterapia e radioterapia. Oggi, Diego sta ricevendo radioterapia, un processo che dipende da apparecchiature con alto consumo elettrico e scarso carburante.

«Come posso non essere preoccupato per la situazione attuale?», chiede sua madre. «Diego sta ricevendo radioterapia e non c’è carburante. Come faranno a far funzionare quella apparecchiatura? Se chiudono l’ospedale, come farò a continuare a dare a Diego il suo trattamento?».

Le restrizioni energetiche e la scarsità di risorse derivate dal blocco hanno gravemente colpito la capacità operativa degli ospedali. Attualmente, la lista d’attesa chirurgica nel paese ha raggiunto i 100.000 pazienti, di cui 12.000 sono bambini.

Con l’attuale blocco energetico, queste cifre stanno aumentando perché il sistema sanitario nazionale è costretto a rinviare gli interventi non urgenti per dare priorità al cancro e ad altre procedure che rappresentano un rischio per la vita. Inoltre, la natura intermittente del trasporto refrigerato, a causa della scarsità di carburante, ha reso difficile che più di 30.000 bambini ricevessero i loro vaccini in tempo, anche se i vaccini erano fisicamente disponibili nei magazzini del paese.

Allo stesso modo, è risultato difficile prestare assistenza a 2888 PAZIENTI CHE DIPENDONO DA TRATTAMENTI DI EMODIALISI, servizi che richiedono una stabilità energetica che attualmente è molto difficile da garantire.

Questa drammatica situazione ha attirato l’attenzione del direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, il quale ha dichiarato: «La situazione a Cuba è profondamente preoccupante, poiché il paese lotta per mantenere l’erogazione dei servizi sanitari in un momento di immensa turbolenza», sottolineando che la scarsità di energia «ha influenzato la salute».

Il massimo funzionario dell’OMS ha confermato che gli ospedali cubani hanno avuto difficoltà a mantenere i servizi di emergenza e terapia intensiva. Ha anche sottolineato che “gli ospedali, le cliniche e le ambulanze di Cuba sono più necessari che mai e devono ricevere supporto per svolgere il loro lavoro di salvare vite”.

In linea con queste dichiarazioni, la Coordinatrice Residente del Sistema delle Nazioni Unite a Cuba ha allertato circa 32.000 donne incinte a rischio a causa dell’instabilità nell’accesso ai servizi prenatali.

Il portavoce del segretario generale dell’ONU ha anche espresso preoccupazione per le migliaia di pazienti oncologici che necessitano di radioterapia e chemioterapia, che non possono ricevere il trattamento richiesto a causa dei blackout e della mancanza di risorse.

Un’altra prova della natura genocida del blocco è il calo che ha provocato nei tassi di sopravvivenza al cancro a Cuba. Il numero di persone che muoiono di cancro nel paese è aumentato significativamente, superando ora le 70 al giorno. Sebbene i tassi di sopravvivenza cubani rimangano più alti di quelli dei paesi a basso e medio reddito, e superino persino gli obiettivi dell’OMS, sono diminuiti negli ultimi anni.

Nel caso dei bambini e dei giovani, I TASSI DI SOPRAVVIVENZA SONO CALATI DALL’85% AL 65%. Questa tendenza coincide con il periodo più severo dell’embargo statunitense. Il direttore della Divisione Risposta alle Crisi dell’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari e il direttore della Gestione Umanitaria e dei Disastri dell’OMS hanno confermato, dopo la loro visita a Cuba nel maggio 2016, che la scarsità di carburante sta influenzando direttamente la salute pubblica e l’accesso ai centri sanitari.

Nel settore educativo, la scarsità di carburante ha limitato il trasporto di studenti e insegnanti che viaggiano in tutto il paese, rappresentando circa il 30% degli studenti. Inoltre, il buon svolgimento del processo di insegnamento e apprendimento, così come le attività extrascolastiche pianificate, è stato influenzato, poiché gli orari scolastici sono stati interrotti e l’attenzione individualizzata agli studenti è stata ridotta.

Per quanto riguarda l’istruzione superiore, il primo semestre di lezioni del 2026 ha dovuto essere convertito in un formato totalmente online, il che ha influenzato l’interazione tra docenti e studenti. L’educazione speciale continua ad affrontare sfide significative nonostante gli sforzi compiuti dalle istituzioni del settore per supportare sia gli studenti che le loro famiglie.

Ad esempio, la Scuola di Educazione Speciale Flor de la Revolución, che segue 232 bambini di sette comuni dell’Avana con disabilità visiva, richiede un trasporto scolastico stabile per poter fornire l’attenzione necessaria agli studenti.

L’inaffidabilità della fornitura elettrica sconvolge anche la routine scolastica: le aule richiedono una buona illuminazione e, durante i blackout, le lezioni vengono trasferite nei cortili o nei corridoi. Il direttore della scuola avverte che la mancanza di elettricità influisce persino sulle abitudini alimentari e del sonno dei bambini, con ripercussioni sul loro rendimento scolastico.

Anche la produzione alimentare è stata gravemente colpita dal blocco energetico. Durante la stagione agricola invernale terminata all’inizio del 2026, in media, sono state possibili solo 2 ore di irrigazione al giorno, contro le 16 ore che le macchine avrebbero dovuto funzionare in media. Ciò ha provocato interruzioni nei cicli di irrigazione e ha ridotto i raccolti agricoli.

Ciò è dovuto principalmente alla mancanza di carburante. Nel frattempo, il team delle Nazioni Unite a Cuba ha riferito di avere circa 20.000 tonnellate di forniture alimentari immagazzinate in tutto il paese, ma la distribuzione alle comunità vulnerabili procedeva molto lentamente a causa della scarsità di carburante.

Per ragioni simili, le autorità dei trasporti di Cuba hanno dovuto implementare misure organizzative per ridurre il numero di rotte di viaggio interprovinciali, il trasporto di merci e altri modi di trasporto.

Nel caso del trasporto aereo, trovare alternative è stato molto più difficile data l’incapacità di acquisire il carburante necessario. Infatti, solo pochi giorni dopo l’annuncio dell’Ordine Esecutivo del 29 gennaio, l’autorità dell’aviazione civile cubana ha dovuto annunciare la propria incapacità di fornire carburante per l’aviazione (Jet A-1) negli aeroporti cubani.

Ciò ha avuto un effetto disastroso sul turismo a Cuba, poiché ha ridotto il numero di vie di ingresso dei viaggiatori nel paese. Va notato che alla fine del 2025, i contratti con gli operatori turistici internazionali proiettavano tassi di occupazione favorevoli per la stagione invernale che sarebbe dovuta iniziare all’inizio del 2026. Tuttavia, l’imposizione dell’embargo energetico ha provocato un brusco cambiamento in queste prospettive di ripresa.

Come se l’applicazione delle misure sopra descritte non fosse già una punizione sufficiente contro il popolo cubano, il governo degli Stati Uniti ha deciso di aumentare ulteriormente la sua pressione su Cuba emanando un altro Ordine Esecutivo (EO 14404) il 1° maggio 2026, sotto la falsa narrativa di rispondere alla calunniosa e ridicola affermazione di “Minaccia inusuale e straordinaria di Cuba alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, decretata nell’Ordine Esecutivo del 29 gennaio 2026.

L’Ordine Esecutivo del 1° maggio esacerba il carattere extraterritoriale dell’embargo a Cuba, poiché consente il blocco di attività e la restrizione delle operazioni di qualsiasi persona o entità straniera che operi in settori considerati strategici per l’economia cubana, menzionando specificamente l’energia, l’estrazione mineraria, la finanza, la sicurezza e la difesa.

Autorizza anche sanzioni contro coloro che hanno fornito supporto finanziario, materiale, tecnologico o logistico al governo o allo Stato cubani. Il riferimento esplicito ai settori energetico e finanziario non è accidentale e fa parte di una strategia ben calcolata per blindare l’applicazione dell’embargo energetico e aggravare gli impatti del blocco economico, commerciale e finanziario nel suo insieme.

Uno degli aspetti più innovativi e incisivi di questo Ordine Esecutivo è l’introduzione di severe sanzioni secondarie contro banche, istituzioni finanziarie o imprese straniere che facilitino transazioni relative a persone o entità “sanzionate”.

In termini pratici, ciò rafforza la pressione sui paesi terzi, le imprese e le istituzioni finanziarie che hanno legami con Cuba, e su qualsiasi persona che possa averli. A tal fine, il governo degli Stati Uniti utilizza la paura di perdere l’accesso al mercato e al sistema finanziario statunitense come strumento chiave di coercizione.

Ciò espone ancora una volta la natura extraterritoriale del blocco contro Cuba. L’Ordine Esecutivo del 1° maggio prevede anche restrizioni di immigrazione e ingresso negli Stati Uniti per quelle persone che il governo degli Stati Uniti considera aver fornito supporto materiale allo Stato cubano.

Chiaramente, questo è un altro fattore deterrente e intimidatorio significativo che potrebbe portare alla cessazione delle operazioni di terzi con Cuba. A causa di preoccupazioni simili, diverse compagnie aeree hanno annunciato la sospensione dei loro voli per Cuba.

Spicca il caso dell’operatore Plus Ultra, entità contrattata dalla compagnia aerea nazionale Cubana de Aviación per coprire la rotta Madrid-Santiago di Cuba-L’Avana, che ha informato della sospensione di questi servizi il 12 maggio, sotto l’esplicito argomento di evitare rischi derivanti dal suddetto Ordine Esecutivo, che hanno indicato come un evento di forza maggiore al di fuori del controllo della compagnia.

Le rinomate compagnie di navigazione internazionali Hapag-Lloyd e CMA CGM hanno smesso di accettare nuovi ordini relativi a Cuba mentre analizzano le possibili conseguenze dell’Ordine Esecutivo del 1° maggio. Sebbene non ci sia una stima della portata, della durata e del costo economico di questa decisione, le catene di approvvigionamento a Cuba saranno senza dubbio sotto una pressione crescente data l’importanza di queste aziende nel trasporto marittimo internazionale di merci.

In relazione a quanto sopra, le agenzie delle Nazioni Unite a Cuba hanno riferito che più di 2.900 tonnellate metriche di spedizioni di aiuti alimentari già contrattate sono state colpite dalle interruzioni dei servizi marittimi verso Cuba.

Inoltre, sono state colpite sette spedizioni critiche per un valore di 630.000 dollari, inclusi kit medici di emergenza, forniture per neonati, forniture nutrizionali per donne incinte e in allattamento, attrezzature per il trattamento dell’acqua e kit di igiene mestruale.

L’Ordine Esecutivo 14404 ha anche portato alla sospensione dei servizi finanziari che le istituzioni bancarie fornivano a Cuba per le sue transazioni internazionali. I pagamenti effettuati con Visa e Mastercard nell’isola sono diventati impossibili dopo che le banche utilizzate da Cuba come banche corrispondenti si sono rifiutate di continuare questa relazione a causa dei rischi potenziali che dovevano affrontare da parte degli Stati Uniti.

Questo isolamento finanziario è stato un obiettivo chiave nella strategia degli Stati Uniti per paralizzare l’economia cubana. Le conseguenze di ciò vanno oltre le semplici transazioni cancellate.

In realtà, ciò implica l’impossibilità di acquisire spedizioni di alimenti, forniture per la produzione di farmaci, macchinari per l’industria cubana, tra gli altri impatti, indipendentemente dal fatto che i fondi per questo siano disponibili.

D’altra parte, la crociata intrapresa dalle autorità statunitensi dalla promulgazione dell’Ordine Esecutivo 14404 ha avuto come obiettivo chiaro la liquidazione dell’industria alberghiera cubana, considerando l’importanza del turismo come una delle principali attività per l’economia del paese.

All’inizio di giugno 2026, diverse delle principali catene alberghiere internazionali con operazioni a Cuba hanno ritirato i loro accordi di gestione per decine di hotel nel paese. Queste decisioni sono state guidate dalla paura di ritorsioni contro le loro proprietà e conti bancari negli Stati Uniti.

Sotto il pretesto dell’Ordine Esecutivo del 1° maggio, il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti hanno lanciato una vera e propria caccia alle streghe contro chiunque abbia affari o legami con Cuba. Data la portata di queste azioni, ha iniziato a emergere un secondo obiettivo di questa strategia: oltre a indurre il collasso del sistema economico, politico e sociale di Cuba, gli Stati Uniti cercano di eliminare qualsiasi potenziale rivale commerciale nel perseguimento del loro obiettivo desiderato di prendere il controllo totale dell’isola.

Nel caso del settore energetico, per non lasciare dubbi sulla rigorosità del loro embargo, l’11 giugno 2026, gli Stati Uniti hanno sanzionato l’impresa statale cubana Unión Cuba-Petróleo (CUPET), in virtù dell’Ordine 14404.

In questo modo, il governo statunitense ha bloccato la possibilità di qualsiasi operazione commerciale che implicasse la fornitura di carburante a Cuba in grandi quantità, come ad esempio tramite petroliere, anche se le controparti cubane coinvolte sono proprietari privati, poiché inevitabilmente richiederebbe l’uso dell’infrastruttura della CUPET per il trasporto, lo stoccaggio e la conservazione sicura di grandi quantità di queste risorse.

L’attuazione di queste misure ha creato un sofisticato metodo di soffocamento contro la popolazione cubana, superando di gran lunga la pressione esercitata sul paese per decenni. Dopo diversi mesi di questi metodi rafforzati di coercizione, è diventato palpabile il deterioramento della qualità della vita dei cubani, che già vivevano con grande stoicismo a causa dell’impatto accumulato e delle privazioni derivanti dal blocco.

Nessun popolo merita né dovrebbe essere sottoposto a tale punizione semplicemente per difendere il proprio diritto all’autodeterminazione.

L’applicazione della Legge Helms-Burton, in particolare del suo Titolo III, così come la persecuzione finanziaria derivante dall’inclusione arbitraria di Cuba nella lista degli Stati Patrocinatori del Terrorismo, sono stati due strumenti chiave nella politica di massima pressione contro Cuba e nel rafforzamento del blocco dal 2019.

Il Titolo III della Legge Helms-Burton consente che vengano presentate cause nei tribunali statunitensi contro qualsiasi persona fisica o giuridica che abbia realizzato attività con proprietà nazionalizzate dal governo cubano.

Ciò ha rappresentato un forte impedimento per gli investimenti e gli affari a Cuba, dato il rischio che i partner stranieri affrontino procedimenti legali nei tribunali statunitensi. Alla fine di marzo 2026, sono state presentate 46 cause ai sensi del Titolo III della Legge Helms-Burton, e 24 di esse erano ancora in sospeso.

I principali ambiti che sono stati attaccati dai processi derivanti dall’applicazione di questa legge sono il turismo, il trasporto marittimo, l’estrazione mineraria, l’edilizia, la fornitura e la distribuzione di carburanti, le compagnie aeree e l’agricoltura; e le aziende che sono state oggetto delle cause sono, paradossalmente, nella loro maggioranza di nazionalità statunitense.

Il 25 novembre 2025, il querelante José Ramón López Regueiro ha presentato una nuova causa contro la compagnia aerea statunitense Delta, affermando di essere l’erede legale dell’Aeroporto Internazionale José Martí dell’Avana. Per illustrare meglio l’impatto extraterritoriale dell’embargo sul turismo e persino la violazione dei diritti delle persone in paesi terzi, vale la pena consultare un articolo pubblicato sulla pubblicazione online The Pointer il 21 gennaio 2026.

Questo articolo racconta la storia di una famiglia canadese che, desiderosa di viaggiare a Cuba, ha tentato di utilizzare i punti premio accumulati sulla propria carta del Toronto Dominion Bank (TD) per scambiarli con biglietti aerei e alloggio sull’isola attraverso la piattaforma Expedia. Quando hanno digitato “L’Avana” nel motore di ricerca del sito, hanno ricevuto un messaggio che indicava che questa non era un’opzione disponibile.

Questa famiglia ha saputo che Expedia Group ha bloccato le prenotazioni per Cuba, persino per cittadini non statunitensi, adducendo rischi legali derivanti dall’embargo statunitense, inclusa l’applicazione della Legge Helms-Burton. Inoltre, l’assurda e arbitraria inclusione continua di Cuba nella lista fraudolenta dei presunti stati patrocinatori del terrorismo, elaborata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, è rimasta un ostacolo importante per lo sviluppo della nazione cubana.

Questa misura ha contribuito a rafforzare il carattere extraterritoriale del blocco, dato che ha incrementato la cautela e il distanziamento che le entità internazionali assumono nei confronti delle loro controparti cubane per paura di ritorsioni statunitensi.

Questa designazione spurie e unilaterale, della quale il governo degli Stati Uniti non ha fornito una sola prova, costituisce uno strumento di aggressione e ignora deliberatamente la cooperazione provata del nostro paese nella lotta contro il terrorismo. Tutti sanno, incluse le forze dell’ordine degli Stati Uniti, che lungi dal patrocinare il terrorismo, Cuba è stata vittima di questa piaga e ha rispettato strettamente i propri impegni internazionali in tal senso.

Le conseguenze economiche di questa inclusione sono state devastanti. Tra marzo 2025 e febbraio 2026, 34 istituzioni bancarie internazionali hanno sospeso o si sono rifiutate di effettuare transazioni con Cuba per paura di sanzioni secondarie, chiudendo conti o rifiutando trasferimenti per l’acquisto di alimenti, medicinali e carburante.

L’economia cubana ha perso fornitori tradizionali, che hanno cessato le relazioni commerciali per evitare il rischio di sanzioni. Inoltre, questa misura ha portato all’imposizione di sovrapprezzi sugli interessi come conseguenza della qualificazione del rischio paese di Cuba. Di conseguenza, l’accesso al finanziamento da parte di banche e imprese nazionali continua a diminuire rispetto a periodi precedenti, il che si riflette nella diminuzione della produzione e dei servizi all’interno di Cuba.

La posizione sfavorevole delle istituzioni finanziarie nell’elaborazione dei pagamenti, insieme all’incapacità di accedere a rotte logistiche più rapide, ha costretto Cuba a sostenere elevati costi aggiuntivi per acquisire forniture essenziali. Tutto ciò ha esacerbato l’effetto cumulativo del blocco e il suo impatto erosivo nel tempo.

Anche le piattaforme digitali e i servizi tecnologici hanno subito gli effetti di questa designazione. Sono stati sospesi i pagamenti ai server cubani su piattaforme di hosting, sono stati interrotti i servizi di posta elettronica per aziende cubane da parte di fornitori legati a imprese statunitensi e sono stati chiusi i conti di campagne di solidarietà che raccoglievano fondi per donazioni.

Numerose missioni diplomatiche cubane hanno anche affrontato serie difficoltà con le istituzioni bancarie che tradizionalmente prestavano loro servizi in varie regioni del mondo. Questa situazione ha influenzato le loro operazioni e la loro stabilità finanziaria, incluso l’iter dei pagamenti per servizi consolari.

Durante il periodo in questione, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha continuato a imporre multe alle aziende che fanno affari con Cuba. Sebbene questa pratica sia totalmente illegittima, poiché gli Stati Uniti non hanno l’autorità per determinare questioni tra terzi, queste azioni sono molto efficaci per interrompere e scoraggiare qualsiasi legame commerciale con l’isola.

Il 2 luglio 2025, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (OFAC) ha imposto una multa di 608.825 dollari all’azienda di logistica globale Key Holding, LLC, con sede in Delaware, per presunte violazioni del regime di sanzioni contro Cuba. L’OFAC ha determinato che, tra gennaio 2022 e luglio 2023, la filiale colombiana di Key Holding, LLC, all’epoca chiamata Key Logistics Colombia SAS, ha gestito la logistica di 36 spedizioni di merci dalla Colombia a Cuba.

Il 15 luglio 2025, l’OFAC ha annunciato un’altra multa, questa volta di 11.832.136 dollari, pagabile dall’azienda privata di logistica globale Interactive Brokers, LLC (IB), con sede a Greenwich, Connecticut, per violazioni del suo regime di sanzioni contro Cuba. L’OFAC ha determinato che tra il 15 luglio 2016 e il 31 gennaio 2024, IB ha fornito servizi di intermediazione e investimento a privati residenti in vari paesi, inclusa Cuba.

Da parte sua, la designazione arbitraria di Cuba come stato patrocinatore del terrorismo è servita come argomento per negare la richiesta del permesso online per visitare gli Stati Uniti, noto come visto ESTA, a cittadini di paesi eleggibili per questo programma che hanno visitato l’isola.

L’Ufficio dello Storico dell’Avana riferisce di una notevole diminuzione degli investimenti realizzati dal settore privato in aree prioritarie per il restauro a causa del declino del turismo, il che ha provocato un minor livello di attività economica nelle aree patrimoniali della città.

Al contrario, le statistiche dell’Ufficio mostrano che durante l’ultimo periodo dell’amministrazione Obama, sono aumentati gli investimenti del settore privato in attività legate al turismo come alloggio, servizi di ristorazione e ricreazione. Ciò, a sua volta, ha contribuito a un aumento significativo nel restauro di edifici nell’Avana Vecchia.

In generale, la designazione arbitraria di Cuba come Stato Patrocinatore del Terrorismo da parte del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, insieme all’intensificazione senza precedenti del blocco, ha impattato negativamente su tutti gli aspetti della società cubana, con conseguenze dirette per la qualità della vita e i diritti umani della nostra popolazione: LA MORTALITÀ INFANTILE A CUBA È AUMENTATA DA 4 PER 1.000 NATI VIVI NEL 2018 A 9,9 NEL 2025, IL CHE RAPPRESENTA UN AUMENTO DEL 148%. DEI 395 FARMACI CHE CUBA PRODUCE COME PARTE DELLA SUA ASSISTENZA SANITARIA DI BASE, 300 NON RICEVONO SUPPORTO A CAUSA DELLE DIFFICOLTÀ AD ACCEDERE A MATERIE PRIME E FORNITURE FARMACEUTICHE.

Esiste una persistente difficoltà ad acquisire tecnologia medica di origine statunitense o che contenga più del 10% di componenti provenienti da quel paese, il che richiede l’uso di intermediari e un aumento sostanziale dei prezzi, rendendola potenzialmente inaccessibile per l’economia cubana.

Nel campo dell’oncologia, la scarsità di un gruppo di nuovi farmaci contro il cancro prodotti da compagnie farmaceutiche statunitensi rimane una preoccupazione. Tra i farmaci inaccessibili ci sono: PEMETREXED (Lilly): adenocarcinoma polmonare, mesotelioma. PALBOCICLIB (Pfizer): cancro al seno metastatico sensibile agli ormoni. BRENTUXIMAB VEDOTIN (Seattle Genetics): linfoma di Hodgkin refrattario post-trapianto. PEMBROLIZUMAB e NIVOLUMAB (MSD e Bristol Myers Squibb, rispettivamente): immunoterapia avanzata per melanoma metastatico, cancro al polmone, cancro alla vescica e linfoma di Hodgkin.

Per quanto riguarda i servizi di gastroenterologia e nefrologia, l’accesso a tecnologie all’avanguardia è molto limitato. Non è possibile acquisire torri di endoscopia digestiva dell’azienda giapponese Olympus perché, a causa di problemi di pagamento e della minaccia di sanzioni, il prezzo offerto a Cuba è dieci volte superiore rispetto ad altri paesi latinoamericani. Inoltre, viene negata la manutenzione della tecnologia esistente. In nefrologia, aziende come Baxter Healthcare e distributori come Vitalmex Interamericana SA si rifiutano di commerciare con Cuba, citando esplicitamente l’embargo.

Per quanto riguarda i servizi di cardiologia e genetica, le apparecchiature vitali per i bambini, come il HeartMate 3 e le pompe cardiache PediMag e CentriMag di Abbott, prodotte negli USA, NON SONO DISPONIBILI PER I BAMBINI CUBANI. Questi dispositivi permettono di prolungare la vita di neonati con gravi cardiopatie senza la necessità di un trapianto.

Durante l’anno 2025, lo studio di 140 pazienti è stato compromesso a causa di una carenza di fitoemoagglutinina, un reagente prodotto dall’azienda statunitense Sigma-Aldrich, necessario per il test di laboratorio chiamato cariotipo postnatale, che analizza i cromosomi di un neonato per rilevare malformazioni congenite o sindromi genetiche.

L’educazione speciale a Cuba continua ad affrontare sfide significative nonostante gli sforzi delle istituzioni del settore per supportare sia gli studenti che le loro famiglie. Sebbene 259 studenti del paese abbiano ricevuto impianti cocleari, 39 di essi hanno stampi rotti o mancano di batterie.

Durante gli ultimi cinque anni scolastici, solo 2 dei 16 audiometri delle province sono stati operativi, il che ha influenzato la stimolazione uditiva di 297 studenti seguiti in scuole speciali e degli 803 studenti seguiti in centri ordinari.

Nel caso della disabilità visiva, c’è scarsità di macchine braille (Perkins). Di queste, 21 sono irreparabili nel paese. È necessario un totale di 63 di queste macchine. Questa scarsità colpisce 126 studenti ciechi, sia quelli che frequentano scuole speciali (59) che quelli che frequentano scuole ordinarie (67).

Nel caso dei bambini sordi e con difficoltà uditive, María de los Ángeles Escalona Arias, direttrice della scuola speciale René Vilches Rojas, riferisce che l’aumento del blocco governativo impedisce loro di acquisire apparecchi acustici retroauricolari e impianti cocleari, che sono essenziali per i loro alunni. Dei 65 studenti, 22 hanno ricevuto impianti, ma le recenti restrizioni hanno drasticamente ridotto la possibilità di nuovi interventi.

C’è stata una forte contrazione nel settore delle costruzioni. Nel 2025, l’industria nazionale del cemento ha sperimentato il suo secondo livello più basso di produzione fisica dal trionfo della Rivoluzione nel 1959. Ciò ha comportato un livello molto basso di esecuzione per i grandi progetti di opere pubbliche. Ad esempio, il Programma Nazionale Stradale è stato eseguito solo al 43% nel 2025; il Programma di Riparazione degli Aeroporti è stato completato al 58%; il Programma delle Risorse Idriche, al 64%; e il Programma Abitativo, al 53%.

Il trasporto passeggeri all’Avana viene attualmente effettuato con poco più di 100 autobus, quando ne servirebbero almeno 3.000 per fornire un servizio di qualità. Inoltre, l’assegnazione estremamente limitata di circa 40.000 tonnellate di carburante destinate al trasporto passeggeri lo scorso anno ha potuto essere utilizzata solo per coprire circa il 65% della domanda. Questa situazione ha portato le autorità dei trasporti a Cuba a concludere che lo stato attuale del settore è più complesso che durante gli anni più difficili del cosiddetto “Periodo Speciale” negli anni ’90.

L’inclusione di Cuba nella lista degli Stati Patrocinatori del Terrorismo impedisce agli artisti cubani di accedere a programmi di scambio culturale patrocinati da entità statunitensi. Collaborazioni precedenti con compagnie di danza contemporanea e teatro fisico a New York e in California sono state interrotte a causa dell’incapacità di ottenere permessi dall’OFAC in tempi ragionevoli, o perché i progetti sono stati cancellati a causa dell’incapacità di effettuare pagamenti agli artisti cubani.

Sono aumentate le sfide per gli investimenti e l’acquisizione di forniture essenziali per il settore agricolo nazionale. Ad esempio, il programma del riso a Cuba ha avuto solo una resa di 1,9 t/ha di superficie piantata nel 2025.

Ciò è stato 2,31 t/ha inferiore alla resa di 4,21 t/ha raggiunta per questa coltura nel 2018, prima dell’indurimento del blocco.<sup>39,40</sup> Oltre all’ampia lista di misure per rafforzare il blocco economico, commerciale e finanziario implementato lo scorso anno, c’è stato un uso ricorrente di una narrativa altamente minacciosa e conflittuale contro Cuba da parte dei livelli più alti del potere dell’attuale amministrazione statunitense. Il presidente Donald Trump ha affermato che “avrebbe l’onore di prendere il controllo di Cuba”.

Ha anche minacciato il governo cubano di raggiungere un accordo. Il presidente degli Stati Uniti ha indicato in numerose occasioni che Cuba sarebbe stata la prossima, alludendo a quale sarebbe stato il prossimo paese nell’agenda della Casa Bianca per forzare un cambio di governo. Allo stesso modo, ha dichiarato pubblicamente che avrebbe posizionato una portaerei a 100 iarde dalla costa cubana per intimidire Cuba e provocare il collasso del suo sistema politico, economico e sociale.

Questa dichiarazione è stata un chiaro esempio di una minaccia con l’uso della forza e di una violazione della sovranità di Cuba, dato che tale affermazione allude a una trasgressione delle acque territoriali nazionali da parte di un gruppo navale con chiari fini offensivi. Da parte sua, nel gennaio 2026, il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato davanti al Senato degli Stati Uniti che gli piacerebbe “vedere un cambio di regime a Cuba”.

Inoltre, in ricorrenti apparizioni pubbliche ha negato l’esistenza del blocco e ha cercato di attribuire la responsabilità delle vicissitudini della nazione al governo cubano, dimostrando il suo comportamento disonesto e senza scrupoli.

Con questo obiettivo, le strutture di potere degli Stati Uniti hanno orchestrato una campagna mediatica per stabilire e giustificare l’idea di un’azione militare diretta contro Cuba tra il pubblico statunitense. Diversi mezzi di comunicazione statunitensi hanno riportato voli di ricognizione militare vicino alla costa cubana e gli sforzi del Pentagono per aggiornare i piani di contingenza per una possibile operazione contro Cuba.

Allo stesso modo, nel giugno 2026, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha visitato la base navale occupata illegalmente nella baia di Guantánamo e ha avvertito che gli Stati Uniti erano “pronti per qualsiasi evenienza” riguardo a Cuba. Queste dichiarazioni sono state fatte in un contesto di pressione e danno senza precedenti inflitti alla popolazione cubana nel suo insieme.

Tutto ciò fa parte dell’assedio contro Cuba, che è strutturato, progettato chirurgicamente, estremamente completo e che, forse con maggiore chiarezza che in decenni, potrebbe essere il preludio di un attacco diretto al territorio cubano. Inoltre, tra marzo 2025 e febbraio 2026, il governo degli Stati Uniti ha scatenato una feroce campagna di calunnie e pressioni, che continua ancora oggi, con l’obiettivo di provocare la cessazione della cooperazione medica cubana in diversi paesi.

A tal fine, hanno fatto ricorso a metodi estremamente occulti, come minacciare di revocare i visti statunitensi di tutti i funzionari di paesi terzi che hanno partecipato alla firma di accordi di cooperazione medica con Cuba. Queste minacce non sono rimaste mera retorica. Il 3 giugno 2025, il Dipartimento di Stato ha pubblicato una restrizione ai visti di ingresso negli Stati Uniti per funzionari di governi centroamericani e le loro famiglie, con il pretesto di aver avuto legami con programmi di cooperazione medica cubani.

Il 13 agosto 2025, il Segretario di Stato degli Stati Uniti ha annunciato restrizioni di visto simili per funzionari di diversi paesi, così come per ex funzionari dell’Organizzazione Panamericana della Sanità. Va notato che gli accordi di cooperazione medica firmati dalle autorità sanitarie pubbliche cubane con quelle di altri stati si basano sui principi di legalità e beneficio reciproco, e costituiscono un’autentica forma di cooperazione Sud-Sud, secondo gli standard internazionali.

Il blocco costituisce una violazione flagrante, massiccia e sistematica dei diritti umani del popolo cubano, su una scala ancora maggiore dal suo recente rafforzamento e dall’embargo del petrolio. Lo ha confermato la Relatrice Speciale del Consiglio per i Diritti Umani sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, Alena Douhan, durante la sua visita ufficiale a Cuba dall’11 al 21 novembre 2025.

L’11 maggio 2026, il Segretario Generale dell’ONU si è riferito alle misure coercitive degli Stati Uniti contro Cuba e ha ricordato la risoluzione presentata dall’Isola all’Assemblea Generale, che qualifica tali sanzioni come illegali e contrarie al Diritto Internazionale.

Ha anche respinto qualsiasi approccio militare e ha espresso la speranza che il popolo cubano non continui a soffrire drammaticamente, alludendo all’indurimento del blocco. Più recentemente, nel giugno 2026, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha avvertito che l’espansione delle sanzioni statunitensi contro Cuba stava causando danni diffusi alla popolazione e mettendo in pericolo vite umane, esortando al contempo a fermare tali azioni.

L’Alto Commissario ha sottolineato che: «Le restrizioni sul carburante imposte dall’inizio del 2016 e il recente indurimento delle sanzioni extraterritoriali stanno danneggiando direttamente la popolazione cubana, specialmente i più vulnerabili». Ha affermato che: «I bambini stanno morendo perché i medici non hanno accesso a forniture e medicinali essenziali». In altro luogo, l’Alto Commissario ha osservato: «Cuba viene soffocata dalle sanzioni degli Stati Uniti».

All’interno degli Stati Uniti, c’è stato un significativo sostegno per la revoca dell’embargo. Movimenti sociali, sindacati, organizzazioni comunitarie, intellettuali e ampi settori della società civile hanno promosso lettere, petizioni e campagne che hanno ottenuto un sostegno massiccio.

A livello locale e legislativo, sono state registrate risoluzioni municipali e dichiarazioni di rappresentanti che mettevano in discussione la politica di soffocamento e chiedevano un approccio verso Cuba basato sul dialogo e sul rispetto del Diritto Internazionale.

Queste espressioni mostrano che il rifiuto del blocco non è solo una condanna esterna, ma risuona anche tra i cittadini e le organizzazioni all’interno del paese che lo impone. Le nazioni africane hanno continuato a dimostrare la loro incrollabile solidarietà con Cuba. Nel febbraio 2026, l’Assemblea dell’Unione Africana ha adottato, per la diciassettesima volta consecutiva, una risoluzione che condannava il blocco statunitense imposto a Cuba.

L’iniziativa ha anche esortato all’esclusione di Cuba dalla lista unilaterale di paesi che presumibilmente patrocinano il terrorismo, esprimendo al contempo preoccupazione per l’impatto extraterritoriale del blocco, in particolare a causa dell’applicazione del Titolo III della Legge Helms-Burton.

In America Latina e nei Caraibi, il rifiuto del blocco statunitense contro Cuba e la solidarietà con l’isola si sono espressi con forza e in modi diversi nel corso del 2025 e all’inizio del 2026. Ciò abbraccia dai livelli più alti del governo, con pronunciamenti ricorrenti di presidenti come Claudia Sheinbaum (Messico), Luis Arce (Bolivia), Lula da Silva (Brasile), Gustavo Petro (Colombia), Gabriel Boric (Cile), Nicolás Maduro (Venezuela) e Xiomara Castro (Honduras), e primi ministri come Mia Mottley (Barbados), Gaston Browne (Antigua e Barbuda), John Briceño (Belize) e Dickon Mitchell (Grenada), fino all’azione legislativa espressa in risoluzioni parlamentari in Perù, Uruguay e Giamaica, e dichiarazioni di gruppi di amicizia interparlamentari con Cuba in diversi paesi come Cile ed Ecuador.

Anche la regione Asia-Pacifico è stata testimone di pronunciamenti ufficiali e mobilitazioni sociali. Cina e Vietnam, attraverso i loro massimi organismi statali e governativi, hanno chiesto la fine delle misure coercitive e hanno respinto l’inclusione punitiva di Cuba nella lista degli stati patrocinatori del terrorismo. In Australia, Nuova Zelanda, Giappone, India e Timor Est, partiti politici, associazioni di solidarietà e sindacati hanno lanciato campagne di petizioni e risoluzioni a sostegno della nazione caraibica.

In Europa, anche le voci contro il blocco hanno risuonato con forza a molteplici livelli. Dalle formali richieste della Duma di Stato e del Consiglio della Federazione Russa alle dichiarazioni al Parlamento Europeo e alle mozioni ampiamente sostenute nel Regno Unito, il messaggio era chiaro: il blocco deve finire.

Allo stesso modo, diversi organismi politici di Francia, Belgio, Irlanda, Spagna, Austria, Croazia, Polonia, Bielorussia e Lussemburgo hanno emesso dichiarazioni o adottato iniziative che sottolineavano l’illegalità e l’impatto umanitario del blocco.

Tutte queste espressioni di sostegno e solidarietà si sono riflesse nel sostegno travolgente che ha ricevuto la più recente risoluzione di Cuba contro il blocco, presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (AGNU) il 29 ottobre 2025, quando 165 stati membri hanno espresso il loro voto a favore della revoca di questa politica antiquata e criminale contro il popolo cubano.

Va anche notato che durante il dibattito di alto livello della 80ª Assemblea Generale dell’ONU nel settembre 2025, 43 leader hanno alzato la voce per chiedere la fine del blocco, essendo questo uno dei temi più dibattuti in quell’occasione.

In generale, la società civile di tutto il mondo ha svolto un ruolo centrale ed estremamente attivo nel denunciare il blocco: organizzazioni di solidarietà, associazioni di amicizia, reti mediche e ONG hanno organizzato campagne di raccolta firme, donazioni e azioni pubbliche per evidenziare l’impatto umanitario del blocco su Cuba.

Ad esempio, una lettera indirizzata al presidente degli Stati Uniti, firmata inizialmente da 515 intellettuali e artisti su iniziativa della sezione messicana della Rete di Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità, ha finito per accumulare più di 20.000 firme. Sindacati, associazioni professionali e gruppi politici giovanili di numerosi paesi hanno approvato risoluzioni e organizzato manifestazioni davanti a missioni diplomatiche, dimostrando che la protesta contro il blocco ha trasceso i forum diplomatici ed è arrivata nelle strade e nelle città del mondo.

Il Convoi de Nuestra América è stata una manifestazione emblematica della solidarietà internazionale verso Cuba: delegazioni composte da numerose organizzazioni di solidarietà, sindacati, collettivi studenteschi e gruppi culturali hanno viaggiato all’Isola per esprimere di persona il loro rifiuto del blocco e offrire sostegno materiale e simbolico.

Di fronte a uno scenario così avverso, come dettagliato in questo rapporto, Cuba non è rimasta isolata. La stragrande maggioranza della comunità internazionale, le forze politiche di tutto il mondo, le organizzazioni della società civile e le figure di spicco di tutto il mondo continuano a essere solidali con l’isola.

La notevole resistenza del popolo cubano nel sopportare un assedio così spietato continuerà a ispirare ammirazione in tutto il mondo. Il popolo cubano prevarrà, perché la sua resistenza, creatività e determinazione non possono essere frustrate in alcun modo.

Fonte

01/09/2026

Medici cubani espulsi dalla Giamaica: 400 dottori a casa per pressioni USA

La Giamaica del governo “laburista” di Andrew Holness, ha interrotto da marzo il programma sanitario che condivideva con Cuba, negando il rinnovo del permesso di soggiorno a circa 400 tra medici e infermieri cubani che operavano all’interno di ospedali e consultori pubblici. Un percorso che durava da oltre 50 anni, pur nell’alternanza alla guida del Paese dei due partiti: PNP People’s National Party, filocubano e JLP Jamaica Labour Party, alleato USA, di cui Holness è leader.

Il Primo Ministro ha motivato la sua decisione sul fatto che alcuni punti del programma non fossero conformi alle leggi giamaicane e ai canoni internazionali. Il governo castrista ha risposto all’ex partner di aver ceduto alle pressioni del segretario di Stato Marco Rubio ai fini di sabotare Cuba.

Sta di fatto che questa rottura è accaduta dopo un anno esatto dalla visita di Rubio in Giamaica, dove aveva incontrato anche i capi di stato di Haiti e delle altre isole anglofone. Nella sua agenda, il punto centrale era proprio il programma cubano: “Cuba fa traffico di esseri umani, sfrutta il lavoro dei medici non pagandoli, non siate complici di questo crimine”. Rubio ventilò la possibilità di ritirare il visto d’entrata negli Usa ai funzionari dei governi che non avessero aderito alla sua richiesta. 

Dietro il pretesto umanitario, i soldi che Cuba avrebbe incassato annualmente da tutto il mondo: 6-7 miliardi, cifra che coincide con i calcoli dell’istituto di statistica cubano e il Tesoro USA. 

In quell’occasione, sia Holness che gli altri stati caraibici respinsero uniti la richiesta e Mia Motley, premier delle Barbados, accennò a una rottura diplomatica se il delegato di Trump avesse insistito.

Un anno dopo, i rapporti storici tra JLP e partito repubblicano USA hanno prevalso, e la Giamaica – insieme a Guyana, Bahamas, Guatemala e Honduras – è uscita dal programma: 1200 dottori sottratti quindi a servizi sanitari fragili e con lacune incolmabili per mancanza di personale. 

Abbiamo parlato con l’amministratore di Annotto Bay Hospital, un piccolo ospedale statale che copre la provincia di St Mary, una della più povere dell’isola giamaicana. Qui non esistono cliniche, la gente non se le potrebbe permettere. Ci lavoravano una decina di cubani che coprivano a turno tutti i reparti.

Chi pagava queste persone? 

“Il pagamento veniva effettuato direttamente dalla Ragioneria di Stato nella capitale, la stessa che paga i nostri stipendi – dice l’amministratore della struttura – Possibile che facessero due bonifici differenti, uno al corpo governativo cubano in capo alla missione e l’altro ai medici. Ignoro le cifre. Posso dire con sicurezza che la ragione dell’interruzione del rapporto non è dipeso dalla qualità del loro servizio, perché erano molto preparati”. 

Pressione degli Stati Uniti, quindi? 

“Qui è venuto anche il Gleaner (la testata giamaicana più diffusa, N.d.A.) “a fare la stessa domanda. Lo dovete chiedere al ministero della Salute” conclude il funzionario. Il Fatto Quotidiano.it ha provato a contattare il ministero, senza esito. 

Secondo il ministero degli Affari Esteri, il bonifico veniva mandato interamente all’Avana, mentre gli straordinari invece venivano pagati separatamente ai medici.

“Ho un tumore al seno” si sfoga una paziente, “e per sapere se la massa è cancerosa, dovevo aspettare 6-7 mesi per il risultato della biopsia. Ho dovuto chiedere un prestito e farla in privato”. 

Dopo che i dottori hanno lasciato l’isola (tranne 40 assunti direttamente dal governo con un permesso di lavoro temporaneo) sono aumentate le file al pronto soccorso per la carenza di personale specializzato e soprattutto si allungano i tempi degli esami importanti e dello screening per la diagnosi precoce dei tumori al seno e del colon-retto. 

Così ha postato sul suo profilo social Donna Scott-Motley, la portavoce per gli Esteri del partito d’opposizione PNP:  “Un accordo consolidato, fondamentale per supportare il sistema sanitario pubblico del Paese, non può essere interrotto di punto in bianco senza dare una spiegazione dettagliata alla cittadinanza. Il governo ha l’obbligo di fornire un programma alternativo per rimpiazzare un servizio che è stato struttura integrante della nostra sanità per mezzo secolo”.

Oltre a tagliare l’ultima fonte di reddito del governo cubano dopo il crollo del turismo –  bloccando il programma medico mentre l’embargo viene inasprito al punto che nell’isola mancano anche farmaci salvavita e aghi per le siringhe – la sua cancellazione travalica i confini nazionali andando a colpire il ceto basso dei paesi vicini, per i quali il supporto dei dottori cubani costituiva lo zoccolo duro di un servizio sanitario pubblico che la privatizzazione globale ha già affondato.

Fonte

25/08/2026

L’inflazione a Cuba. Una battaglia per la sopravvivenza della Rivoluzione e il benessere del popolo

di Ramon Labanino Salazar

Quando ci si siede a riflettere sull’inflazione cubana, non lo si può fare né dalla fredda statistica né dai manuali di economia scritti in paesi senza blocco. Bisogna farlo dalla trincea, dalla resistenza quotidiana di un popolo che da più di sei decenni dimostra di non arrendersi. Perché questo, compagni, non è un problema tecnico: è una battaglia politica, e in essa è in gioco niente meno che la sopravvivenza della Rivoluzione e il benessere del nostro popolo.

L’inflazione: un termometro dell’aggressione imperialista

Non possiamo parlare di inflazione senza parlare della sua causa fondamentale: il blocco criminale degli Stati Uniti. Le cifre ufficiali parlano di un 18,27% di inflazione su base annua nel mercato formale, ma ogni cubano sa che la realtà è più dura. L’assedio petrolifero che Washington ha imposto da gennaio ha fatto salire i prezzi in modo trasversale e a livelli smisurati, specialmente nell’alimentazione e nei trasporti.

Il Partito Comunista e il governo hanno riconosciuto con onestà rivoluzionaria che esiste «un accumulo di distorsioni, avversità, difficoltà ed errori propri, esacerbati da un blocco esterno estremamente aggressivo». E di fronte a ciò, la risposta non può essere la rassegnazione. Come ha detto il presidente, «non c’è spazio per la gestione rassegnata della crisi».

Quale livello di inflazione sarebbe sano per il nostro popolo?

In un’economia normale, senza blocco, con produzione propria e moneta stabile, l’obiettivo sarebbe un’inflazione tra il 2% e il 5% annuo. Ma a Cuba, con un blocco che ci strangola, parlare di queste cifre oggi sarebbe irrealistico.

Il livello di inflazione che sarebbe sano per il nostro popolo è quello che permette a una famiglia con un salario medio di coprire i propri bisogni fondamentali senza dover vendere quel poco che possiede. E ciò passa per la stabilizzazione macroeconomica, perché come ha detto il presidente, la stabilità macroeconomica «non è un lusso tecnocratico; è una condizione affinché i salari valgano la pena, affinché il mercato funzioni, non per sé stesso, ma per garantire una politica sociale sostenibile».

Le trasformazioni necessarie: uno sguardo dalla coscienza rivoluzionaria

Sono state approvate 176 misure economiche che rappresentano la trasformazione più profonda della nostra economia socialista in decenni. Non le abbiamo fatte per compiacere nessuno, è per sopravvivere. Come ha chiarito Díaz-Canel: «Si tratta, al di sopra di tutto, di salvare la Rivoluzione».

In questo compito essenziale per abbassare i prezzi e con essi i livelli di inflazione, queste sono alcune delle proposte che avanziamo:

  • Primo: smettere di finanziare il deficit con emissione monetaria. Questa non è una concessione al neoliberismo, è una necessità marxista. Quando lo Stato emette moneta senza copertura, ciò che fa è un’imposta invisibile su chi ha meno. Per questo il governo sta lavorando alla stabilizzazione macroeconomica come condizione affinché i salari recuperino il loro valore.
  • Secondo: unificare il tasso di cambio. La molteplicità dei cambi distorce tutta l’economia. Un tasso di cambio unico, seppur alto, darebbe segnali chiari ai produttori e agli importatori. E in un’economia che dipende da ciò che viene dall’esterno a causa del blocco, questo è vitale.
  • Terzo: trasformare l’impresa statale. Le imprese pubbliche si stanno trasformando in società commerciali, con autonomia gestionale ed esposte persino a ristrutturazioni se accumulano perdite. L’obiettivo è chiaro: rendere più efficiente il settore statale, risanarlo, evitare gli sprechi. Marx ha già mostrato come l’efficienza sia una forza oggettiva che, anche nel socialismo, deve essere gestita.
  • Quarto: aprire spazi al settore non statale. Sono state approvate migliaia di MIPYMES (micro, piccole e medie imprese), è stato ampliato il limite di lavoratori e si consente l’investimento di cubani residenti all’estero. Non stiamo parlando di grandi capitalisti, ma piuttosto di piccoli e medi produttori che, inseriti nell’economia nazionale, possono dare molto. Non si cede la proprietà dei mezzi fondamentali di produzione, questo non è negoziabile.
  • Quinto: affrontare il problema energetico come emergenza nazionale. Il blocco petrolifero degli Stati Uniti ha paralizzato la nostra economia. Per questo è stato autorizzato il primo investimento estero per importare e vendere carburante, e quasi 200 imprese cubane hanno già il permesso per la distribuzione all’ingrosso di carburante. È sopravvivenza, non resa.
  • Sesto: proteggere i più vulnerabili. Si eliminano i sussidi universali e si concentrano su chi ne ha più bisogno. Il Bilancio dello Stato sovvenzionava il settore imprenditoriale con 92,5 miliardi di pesos, la metà destinata alle tariffe elettriche. Rivedere ed eliminare gradualmente questo onere è coerente con una gestione socialista razionale.

L’unità del popolo come arma principale

Di fronte a coloro che dall’esterno ci etichettano come uno «stato fallito», il presidente ha risposto con la verità dei fatti: «Uno stato fallito potrebbe affrontare un uragano come Melissa e superare la sfida di proteggere la vita del popolo in momenti molto critici per l’economia?»

Coloro che odiano Cuba dimenticano che nella nostra Isola lo Stato siamo tutti. Il tessuto sociale che la Rivoluzione ha creato in isolati, quartieri e comunità è più potente di qualsiasi Stato tipico. Il potere del popolo, quello è il vero potere.

Come ha detto Roberto Morales Ojeda, la risposta del popolo e del governo cubano non è la resa, ma la preparazione meticolosa e la mobilitazione collettiva, dimostrando ancora una volta che l’unità e l’intelligenza sono i pilastri per andare avanti.
Conclusione: una rivoluzione che si reinventa

L’inflazione a Cuba non è un numero, è un termometro dell’aggressione imperialista e della nostra capacità di resistenza. Le trasformazioni che stiamo applicando non sono perfette, avranno contraddizioni, ma è meglio avanzare con correzioni che restare paralizzati mentre il blocco ci soffoca. Come ho già detto prima.

«Non implementeremo un capitalismo predatore né effettueremo una privatizzazione massiccia degli asset nazionali, come alcuni temono. Non ci sarà privatizzazione della salute, della scienza, della cultura o dei servizi strategici per la nazione».

La Rivoluzione non si inginocchia, si reinventa e si rafforza nell’avversità. Perché come ci insegnò Fidel, «Rivoluzione è senso del momento storico, è cambiare tutto ciò che deve essere cambiato, è difendere i valori in cui si crede a costo di qualsiasi sacrificio». E questo, più di qualsiasi cifra, è ciò che realmente ci tiene in piedi.

La strada è difficile, ma la rotta è chiara: salvare la Rivoluzione, costruire una società più giusta e migliorare la vita del nostro popolo. Questa è la battaglia che stiamo combattendo. E la vinceremo.

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22/08/2026

“C’è una guerra imperialista e genocida contro Cuba”

In questa intervista Luciano Vasapollo resoconta le condizioni incontrate durante il suo recente viaggio a Cuba con una delegazione della Rete dei Comunisti, della quale hanno fatto parte anche Rita Martufi e Giacomo Marchetti. Il suo è un racconto fortemente politico, che interpreta la drammatica situazione dell’isola come il risultato di una strategia di strangolamento economico, finanziario e commerciale condotta dagli Stati Uniti e resa possibile, a suo giudizio, anche dall’acquiescenza dell’Unione europea.

Nel suo racconto, Vasapollo insiste soprattutto su un punto: la guerra non coincide necessariamente con le bombe. Può essere combattuta anche attraverso sanzioni, blocchi commerciali, controllo delle forniture energetiche e impedimenti alle importazioni. Una guerra silenziosa che, secondo la sua lettura, produce effetti concreti sulla vita quotidiana della popolazione cubana.

Professor Vasapollo, quali sono le sue impressioni dopo questo nuovo viaggio a Cuba?


Le impressioni sono quelle di un Paese in guerra, perché di questo si tratta. Non lo dico per esagerare. Il problema è che siamo abituati a pensare alla guerra soltanto quando cadono le bombe, quando vediamo il sangue e i morti. Esistono invece guerre silenziose. Quella contro Cuba è una guerra economica, finanziaria e commerciale, una guerra di asfissia e di strangolamento che dura da decenni.
Il blocco statunitense ha progressivamente sottratto a Cuba possibilità di sviluppo e di autodeterminazione economica, politica e culturale. E negli ultimi mesi, con l’inasprimento delle misure volute dall’amministrazione Trump e soprattutto con il blocco delle forniture di combustibile, la situazione ha assunto caratteristiche ancora più drammatiche.

Lei parla addirittura di una guerra con caratteri genocidi. Non ritiene che sia un termine particolarmente forte?

È un termine forte, ma bisogna capire che cosa produce concretamente una politica di strangolamento. Quando manca il combustibile, inizialmente viene tolto alle automobili private, poi ai trasporti pubblici, quindi ai mezzi dello Stato e progressivamente anche ai servizi essenziali. Arriva un momento in cui vengono coinvolti i mezzi dei pompieri, le ambulanze e i sistemi di soccorso.
Senza combustibile non funzionano i trasporti, le persone non riescono a raggiungere il lavoro, le fabbriche si fermano. Se manca l’elettricità, non funzionano i frigoriferi e diventa difficilissimo conservare gli alimenti. Se mancano carburante ed energia, possono fermarsi anche le pompe che garantiscono l’approvvigionamento idrico.
Questa volta ho trovato una situazione persino peggiore rispetto al viaggio di marzo. In alcune realtà ho visto una mancanza d’acqua protrattasi per quaranta giorni. Non per una scelta della popolazione, ma perché le pompe dei pozzi non possono funzionare senza energia.

Quali sono le conseguenze più drammatiche che ha visto negli ospedali?

La mancanza di energia ha conseguenze che possono diventare questione di vita o di morte. Quando in un ospedale viene a mancare la corrente, vengono messi in difficoltà strumenti indispensabili per curare i malati. Ci sono bambini malati di leucemia o di cancro che necessitano di cure e apparecchiature che dipendono dalla disponibilità di energia elettrica.
E poi ci sono gli apagones, le interruzioni di corrente che possono durare trenta, quaranta o cinquanta ore consecutive, prima che l’elettricità ritorni magari soltanto per un periodo limitato. Quando tutti questi elementi si sommano – combustibile, elettricità, acqua, trasporti, medicine, alimenti – gli effetti sulla popolazione diventano devastanti.

Qual è, secondo lei, l’obiettivo politico di questa strategia?

Cuba non è in guerra con gli Stati Uniti. Non c’è una guerra dichiarata e Cuba non rappresenta una minaccia militare per Washington. Il punto, a mio avviso, è un altro: distruggere l’esempio di un altro mondo possibile.
Cuba dimostra che un Paese può organizzare la propria società al di fuori della logica dell’imperialismo e del capitalismo dominante, puntando sulla sanità pubblica, sull’istruzione gratuita, sullo sport e sull’accesso universale ai servizi fondamentali. È questo il vero problema per l’imperialismo: l’esistenza di un’alternativa.

Quindi il blocco non sarebbe soltanto uno strumento di pressione economica, ma una strategia ideologica?

Esattamente. Cuba viene punita perché ha scelto l’autodeterminazione e perché continua a rappresentare un modello alternativo. L’imperialismo statunitense non vuole semplicemente ottenere determinate concessioni economiche: vuole dimostrare che il socialismo non può funzionare.
E qui vedo anche una grande responsabilità dell’Europa. L’Unione europea continua a proclamare la propria autonomia strategica, la propria difesa dei diritti umani e il proprio multilateralismo, ma quando si tratta di Cuba troppo spesso accetta la logica imposta da Washington. Questa acquiescenza europea è politicamente grave.

Lei denuncia anche un grande silenzio mediatico. Perché?

Perché Cuba viene raccontata troppo spesso attraverso categorie precostituite. Si parla di crisi, di difficoltà, di problemi interni, ma raramente si mette al centro il fatto che esiste un blocco economico e finanziario che condiziona profondamente la vita dell’isola.
E questo silenzio riguarda anche una parte della sinistra europea. Non parlo soltanto della destra. Mi chiedo perché tanta stampa che si definisce progressista non racconti ciò che sta vivendo il popolo cubano e non racconti soprattutto la sua capacità di resistere.

Che cosa significa, concretamente, questa resistenza?

Significa inventiva, solidarietà e organizzazione collettiva. Ho visto persone affrontare la mancanza d’acqua attraverso una redistribuzione comunitaria. Una famiglia riesce a procurarsi una certa quantità d’acqua e la condivide con altre famiglie. Nei quartieri ci si organizza per capire chi ha una riserva e chi invece non ne ha.
Lo stesso accade con il cibo. Se una famiglia può cucinare una certa quantità di riso, ne prepara molto di più e lo distribuisce. Non è soltanto solidarietà individuale: è una forma di comunione dei beni di fronte a una difficoltà collettiva.

Anche sul piano dei trasporti avete visto forme di adattamento?

Certamente. Dove manca il carburante si cerca di utilizzare mezzi elettrici. Ho visto vecchi furgoncini sui quali sono stati installati pannelli solari. Si cerca di trasformare ciò che è possibile trasformare. Dalla Cina stanno arrivando pannelli solari che possono contribuire a questa riconversione.
Quando c’è un mezzo disponibile, viene utilizzato collettivamente. Cinque o sei persone salgono sullo stesso furgone e condividono il viaggio. È una risposta comunitaria a una situazione che rende impossibile la normalità.

E come reagiscono le persone agli apagones, alle lunghe interruzioni di corrente?

Con una dignità impressionante. La sera, quando manca la luce, le persone escono dalle case, si siedono sui muretti, parlano. I ragazzi si ritrovano insieme. Se qualche telefono ha ancora un po’ di carica, si ascolta della musica.
C’è una dimensione comunitaria molto forte. Per certi aspetti mi ha ricordato quello che accadeva una volta nei paesi della Calabria, della Sicilia e del Mezzogiorno: stare insieme, condividere quello che si ha, affrontare collettivamente le difficoltà.
È quella che definisco un’arte della sopravvivenza, ma anche un’arte del sorriso.

Questa capacità di resistere da dove nasce?

Nasce dalla storia di Cuba. È un popolo abituato alla lotta contro il colonialismo. Nell’Ottocento c’è José Martí e la resistenza al colonialismo spagnolo. Nel Novecento ci sono stati governi fantoccio e la forte influenza statunitense, fino alla Rivoluzione che ha cambiato radicalmente il volto dell’isola.
Poi sono arrivati decenni di blocco. Cuba ha imparato a resistere e a organizzarsi.

Lei contesta anche la definizione di “crisi umanitaria” riferita a Cuba. Perché?

Perché bisogna stare molto attenti alle parole. Non voglio che si trasformi una guerra economica in una presunta incapacità dello Stato cubano di governare il Paese.
Se si parla semplicemente di “crisi umanitaria”, si rischia di cancellare le cause politiche della situazione. E soprattutto si rischia di offrire agli Stati Uniti la giustificazione per un intervento presentato come umanitario. Prima si crea una situazione insostenibile attraverso il blocco e poi si interviene sostenendo di voler risolvere l’emergenza che si è contribuito a creare.
Cuba non è uno Stato fallito. Non lo è.

Perché è così importante sottolinearlo?

Perché abbiamo visto in questi giorni la capacità di Cuba di organizzare eventi internazionali di grande portata. Abbiamo partecipato a un convegno per i cento anni dalla nascita di Fidel Castro con circa 1.500 partecipanti, dei quali 1.100 stranieri provenienti da 63 Paesi.
Questo non è il quadro di uno Stato semplicemente collassato. È un Paese sottoposto a una pressione enorme che continua a organizzare la propria vita politica, sociale e internazionale.

Qual è allora la chiave per comprendere la resistenza cubana?

È la convinzione che esista un progetto alternativo. La resistenza non è soltanto sopravvivenza materiale. È anche convinzione politica. Molti cubani continuano a credere nel processo rivoluzionario e nel progetto socialista.
Abbiamo incontrato Miguel Díaz-Canel e abbiamo avuto con lui un confronto di circa tre quarti d’ora. Abbiamo espresso la nostra vicinanza e il nostro apprezzamento per il lavoro di resistenza che sta portando avanti insieme al popolo cubano.

Ma questa adesione riguarda davvero tutta la popolazione?

Non necessariamente. Non bisogna idealizzare. Ci sono persone che non sono comuniste, che non sono iscritte al Partito e che possono avere critiche nei confronti della Rivoluzione. Ma anche molti di loro comprendono che il ritorno sotto una logica coloniale e imperialista significherebbe una regressione drammatica.
C’è un sentimento anticolonialista e antimperialista che attraversa la società. La memoria di ciò che era Cuba prima della Rivoluzione rimane molto forte.

Lei sostiene quindi che la battaglia cubana abbia un significato che va oltre l’isola?

Assolutamente sì. La questione cubana riguarda tutti noi perché mette in discussione il sistema di potere internazionale. Cuba continua a sostenere che un Paese piccolo possa autodeterminarsi, scegliere il proprio sistema economico e politico e costruire relazioni internazionali senza sottostare ai diktat di Washington.
È questo che l’imperialismo non accetta.

E quale ruolo dovrebbe avere l’Europa?

L’Europa dovrebbe smettere di essere semplicemente un’appendice della politica estera statunitense. Se davvero vuole parlare di autonomia, sovranità, diritti umani e pace, deve avere il coraggio di applicare questi principi anche quando Washington preferirebbe il contrario.
La subordinazione dell’Unione europea agli interessi geopolitici statunitensi è uno dei problemi centrali della nostra epoca. L’Europa non può continuare a presentarsi come potenza autonoma mentre accetta il paradigma imperialista degli Stati Uniti.

Che cosa chiede allora alla società italiana ed europea?

Di non voltarsi dall’altra parte. Di conoscere Cuba, di rompere il silenzio e di costruire solidarietà concreta. Noi continuiamo a portare alimenti e soprattutto medicine. Le consegniamo alle istituzioni, ma anche alle comunità, ai nuclei familiari e ai Comitati di difesa della Rivoluzione, che le redistribuiscono nei quartieri, nei luoghi di lavoro e nelle scuole.
Eppure anche la solidarietà internazionale viene ostacolata. Secondo quanto ci è stato riferito durante la nostra esperienza, migliaia di container contenenti alimenti e medicine destinati a Cuba rimangono bloccati nei porti caraibici. È un’altra dimostrazione, a nostro giudizio, di quanto sia estesa la pressione esercitata dal blocco.

Qual è dunque il suo appello finale?

Aiutiamo Cuba. Stiamo vicino a Cuba. Rompiamo il silenzio. Non accettiamo che una guerra economica venga resa invisibile soltanto perché non produce quotidianamente immagini di bombardamenti.
Cuba sta pagando un prezzo enorme per la scelta di autodeterminarsi. E proprio per questo la solidarietà internazionale non deve essere carità: deve essere una scelta politica contro ogni forma di imperialismo, colonialismo e subordinazione.
Quella cubana è una battaglia che riguarda anche la possibilità di immaginare un ordine internazionale diverso, nel quale i popoli possano decidere il proprio futuro senza essere strangolati perché hanno scelto una strada che Washington non condivide.

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15/08/2026

McCarthismo del XXI secolo. Cuba nel mirino

Il 25 maggio 2020 a Minneapolis, negli Stati Uniti, George Floyd (un uomo nero) fu arrestato con l’accusa di aver tentato di pagare un pacchetto di sigarette con una banconota falsa da 20 dollari. L’agente di polizia Derek Chauvin (un uomo bianco) lo gettò a terra e premette il suo ginocchio sul collo di Floyd per oltre 9 minuti.

Non servì a nulla che George Floyd ripetesse “Non riesco a respirare” più di 20 volte. Perse conoscenza e morì per soffocamento. In altre parole, fu assassinato dal poliziotto. Questo fatto provocò un’ondata di indignazione e proteste che si estese a più di 2000 città degli Stati Uniti e oltre.

La storia degli Stati Uniti mostra un lungo curriculum di politiche discriminatorie che riflettono un sistema strutturalmente razzista. L’indignazione per l’assassinio spietato di un afrodiscendente per mano di un poliziotto bianco sembrerebbe una reazione inevitabile.

Nonostante ciò, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti non ha trovato spiegazione migliore che attribuire la responsabilità delle proteste al governo cubano, il cui “mito fondativo e principio centrale è cancellare gli Stati Uniti dalla faccia della Terra”, come affermano in un rapporto infame pubblicato il 20 luglio di quest’anno 2026, intitolato “Cuba. La Capitale del Comunismo del XXI Secolo”.

Il rapporto del Dipartimento di Stato, che sembra generato dall’Intelligenza Artificiale, è una raccolta di luoghi comuni che ricordano i tempi del senatore repubblicano Joseph McCarthy, il quale avviò una crociata anticomunista tra il 1950 e il 1954 che implicò la persecuzione, il licenziamento o la prigione di chiunque fosse accusato di appartenere o simpatizzare con movimenti di sinistra, il che veniva interpretato come “attività anti-americane”.

In generale non ci fu mai un’indagine giudiziaria che collegasse gli accusati a tali attività. Fu creato un Comitato che convocava gli imputati, ai quali veniva chiesto di denunciare conoscenti con presunte posizioni di sinistra. Le molestie raggiungevano un tale livello che rifiutarsi di rispondere facendo appello al diritto costituzionale di non auto-incriminarsi (Quinto Emendamento) era considerato prova di colpevolezza.

Ora, nel pieno del 2026, il Dipartimento di Stato fa appello alla paura per creare una fantasia che fa apparire il governo cubano e i suoi servizi di intelligence come la maggiore minaccia affrontata dalla maggiore potenza militare della Terra, e così generare un clima di paranoia nella popolazione degli Stati Uniti che scateni la sfiducia e prepari le condizioni per un possibile attacco armato all’isola.

In tale rapporto, Cuba è accusata di aver sostenuto movimenti di resistenza a regimi dittatoriali e criminali come i Tupamaros, che lottarono contro la dittatura uruguaiana negli anni ’70, il Fronte Sandinista, che rovesciò la dittatura di Somoza in Nicaragua, o la guerriglia venezuelana negli anni ’60, che lottò contro il governo socialdemocratico di Betancourt e Leoni, governi che praticarono e perfezionarono le sparizioni forzate, la tortura e le esecuzioni extragiudiziali.

Sebbene il rapporto, come fece McCarthy, non presenti alcuna prova contro Cuba, almeno non ci sono dubbi che l’accusa sia quella di aver sostenuto coloro che resistettero a governi criminali fortemente contestati dalla storia. Sembra che l’IA utilizzata non si sia accorta di questo dettaglio.

Il rapporto, di 99 pagine, elenca le molteplici azioni che, senza alcuna prova, il governo cubano compierebbe per infiltrarsi non solo nel governo statunitense, ma anche nei movimenti sociali, nei sindacati, nelle università e nelle piattaforme scientifiche e culturali. È un racconto in cui si mescolano alcune condanne verificate per spionaggio con testimonianze non verificate di disertori o rapporti del Congresso, della CIA o dell’FBI che non hanno modo di essere provate.

Ciò che il rapporto omette sono i più di 60 anni di aggressioni statunitensi contro Cuba, che includono il blocco illegale condannato ripetutamente ogni anno dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e che ha causato danni accumulati dall’inizio per 164 miliardi di dollari, gli attacchi armati come quello della Baia dei Porci, i più di 600 attentati contro il Comandante in Capo Fidel Castro o l’attentato con bomba contro il volo 455 della Cubana de Aviación il 6 ottobre 1976, che provocò la morte di 73 persone e i cui autori intellettuali, Orlando Bosch e Luis Posada Carriles, vissero protetti negli e dagli Stati Uniti fino alla loro morte.

Il Dipartimento di Stato approfitta di questo rapporto per incriminare ogni dissenso all’interno degli Stati Uniti, mescolando epoche e movimenti come le Pantere Nere, Black Lives Matter, associazioni di avvocati, università e brigate di solidarietà come parte di un presunto piano per distruggere i “valori americani”.

Improvvisamente risulta che gli accordi accademici tra l’Università dell’Avana e le università statunitensi fanno parte di un’agenda di spionaggio, che i piani di sviluppo turistico di Cuba fanno parte di un’agenda di addottrinamento e che il corpo medico cubano è in realtà una brigata di spie sparse per il mondo per distruggere i valori occidentali.

Il rapporto del Dipartimento di Stato, oggi diretto da un bugiardo, opportunista e ambizioso Marco Rubio, non ha alcun valore accademico o di intelligence. La sua importanza non è quella. La sua importanza è che rivela in modo esplicito un governo essenzialmente fascista che cerca di imporsi con la forza, la censura e la paura di fronte al mondo e questo include lo stesso popolo nordamericano.

Lo scrittore argentino Julio Cortázar scrisse: “Essere fascisti; se nessuno lo ha definito esattamente, basta osservarlo come comportamento per sentire che la sua radice è negativa, che nasce dalla paura”. È proprio quella paura che l’Amministrazione Trump usa per giustificare il suo agire autoritario.

Il nemico malvagio che chiamò prima comunista, poi terrorista, islamista, narcotrafficante, migrante e ora di nuovo comunista. Un agire pericoloso che cerca di costruire una piattaforma internazionale di repressione sullo stile del Piano Condor rinnovato e rinforzato da sofisticati strumenti tecnologici che attacca senza pietà Cuba ma che si propone di porre fine a tutto ciò che lo sfida.

Quest’anno commemoriamo il centenario del Comandante in Capo Fidel Castro. Come pochi, Fidel rappresenta la dignità dell’essere umano e la difesa dei principi come valori irriducibili per la costruzione di quell’altro mondo possibile e necessario di giustizia, uguaglianza e pace.

Laddove Cuba invia brigate mediche, gli Stati Uniti inviano soldati addestrati per uccidere. Laddove Cuba invia maestre e maestri per insegnare a leggere, scrivere e portare luce ai popoli esclusi, gli Stati Uniti inviano spazzatura mediatica, alienazione, oscurità e morte.

Cuba ha resistito con dignità alla maggiore minaccia dell’umanità ed è dovere di tutti e tutte innalzare la nostra massima condanna alle politiche implementate dal governo degli Stati Uniti contenute oggi in quel rapporto meschino ed esprimere la nostra solidarietà, nel centenario del Comandante Fidel Castro, per quel popolo coraggioso. Basta con il blocco! Basta con le minacce!

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14/08/2026

Fidel è la bussola più precisa

Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha inaugurato il I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro”, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro.

Senza l’intenzione personale di tenere una conferenza magistrale, come ha precisato, il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha aperto lunedì le sessioni del I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro” con una dissertazione che ha messo in luce gli insegnamenti del leader storico della Rivoluzione Cubana e l’ispirazione che rappresenta nella sfida di salvare la Rivoluzione da una delle minacce più gravi che abbia mai affrontato in 67 anni di asfissia da parte degli Stati Uniti.

Più di 1.500 accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici, insieme a giovani studenti provenienti da tutti i continenti per onorare Fidel nel centenario della sua nascita, hanno costituito il pubblico davanti al quale il presidente cubano ha espresso idee, ordinate – ha commentato – dai sentimenti, dall’emozione e dall’impegno rivoluzionario che comporta il privilegio di parlare di Fidel, l’uomo che ha segnato il XX secolo e il cui pensiero illumina il XXI secolo.

A questi fidelisti di Cuba e del mondo, che hanno sfidato le distanze, le campagne di disinformazione e, in molti casi, le pressioni dei loro stessi governi per venire nell’Isola in una data così significativa, il capo di Stato cubano ha riconosciuto questo atto di coraggio e coerenza.

“Perché venire a Cuba oggi, in mezzo all’intensificarsi del blocco e dell’ostilità imperiale, è un gesto di solidarietà militante che onora l’eredità di Fidel” e costituisce – ha indicato – “il monumento migliore e più solido che gli ambasciatori della verità, i testimoni che Cuba non si arrende, i compagni di strada di una rivoluzione che trascende i confini, possono innalzare”.

“Non esagero dicendo che questo colloquio si tiene in uno dei momenti più difficili che la nostra Rivoluzione abbia vissuto” – ha spiegato il presidente e subito dopo ha affermato – “ma non siamo qui per amministrare la nostalgia. Siamo qui perché il pensiero di Fidel Castro continua ad essere la bussola più precisa che abbiamo per navigare la tempesta che vive il popolo cubano”.

Fidel: una scuola perenne di lavoro rivoluzionario

Parlando dell’eredità del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, il Presidente Díaz-Canel ha ricordato lo studente universitario che scese dalla collina della sua Alma Mater divenuto rivoluzionario per accendere le fiaccole del Centenario dell’Apostolo, colui che, più tardi e ancora molto giovane, sarebbe diventato il capo del movimento che il 26 luglio 1953 si lanciò contro le caserme di una dittatura sanguinaria e proimperialista, per iniziare un’altra Guerra Necessaria.

“Il brillante avvocato che trasformò la sua autodifesa in programma politico del suo movimento, il tenace prigioniero che sconfisse i suoi carcerieri trasformando il carcere modello in scuola di combattenti, il fondatore di un esercito popolare che sconfisse in due anni un esercito professionale che possedeva diverse volte il numero delle sue forze, il Comandante in Capo che mise Cuba sulla mappa del mondo e riempì di speranze i popoli del continente, aveva già un posto nella storia quando, a soli 34 anni, scosse l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il discorso più lungo e trascendente che fosse stato pronunciato lì fino ad allora”.

Il Capo di Stato cubano ha affermato che l’eredità di Fidel oggi interpella più che mai coloro che continuano la sua opera. “Cosa ci ha lasciato in eredità il Comandante in Capo? Ci ha lasciato la certezza che i sogni si conquistano difendendo le idee; ci ha lasciato la lezione che l’internazionalismo è un atteggiamento che deve distinguerci; ci ha insegnato la convinzione che il socialismo è l’unica via per salvare l’umanità dall’abisso”.

Fidel – ha ricordato – fu il primo a denunciare la globalizzazione neoliberista come l’impero della morte, e anche il primo ad alzare la voce per un mondo migliore per tutti.

“Ci ha insegnato che la lotta per la preservazione dell’ambiente e della specie umana è anche una battaglia socialista, che la scienza deve essere al servizio del popolo, che l’unità dei rivoluzionari è più importante di qualsiasi differenza tattica”.

Díaz-Canel ha sottolineato che in Fidel si trova non solo un leader storico, ma una scuola perenne di lavoro rivoluzionario, dove le premesse fondamentali sono: studiare, analizzare, prevedere, ascoltare il popolo e agire con audacia e onestà.

Nel suo intervento il dignitario ha riconosciuto che Fidel ha guidato le sorti di Cuba con una coerenza che non ha pari nella storia contemporanea e che al di là dell’essere un dirigente e un leader, è stato un lavoratore instancabile, uno studente permanente, un oratore che muoveva le folle, uno stratega che anticipava il futuro.

“Fidel ci ha lasciato un modo di pensare e agire. Non ha lasciato ricette; ha lasciato un metodo. E quel metodo è nato dalla prassi, non solo dalla biblioteca”.

Questo modo di pensare e agire è stato esemplificato da Díaz-Canel nella sua conferenza al Colloquio. Ha menzionato che quando Fidel formulò nella sua arringa del 16 ottobre 1953 le cinque leggi rivoluzionarie – riforma agraria, diritti del lavoro, riforma urbana, confisca dei beni mal acquisiti e partecipazione industriale – non elaborò un programma dottrinario importato da qualche manuale, ma diagnosticò le malattie strutturali di un’economia sottosviluppata e dipendente.

“Quel metodo – diagnosi rigorosa, proposta programmatica, azione decisa – si ripeté in ogni crocevia”.

Nella sfera economica – ha valutato Díaz-Canel – il leader storico della Rivoluzione Cubana comprese qualcosa che molti teorici non riuscirono a vedere: che l’economia non è una sfera autonoma separata dalla politica, ma la sua espressione materiale, sintetizzata nella sua formulazione: “non c’è economia senza politica, né politica senza economia”.

Il presidente ha approfondito anche altre eredità di colui che è la guida dei comunisti cubani. Ha sottolineato la coerenza e l’etica, la capacità di predicare con l’esempio, di vivere senza ricchezze, la fedeltà ai principi. “Visse come pensò e morì come visse. Questo, in un mondo dove la politica è diventata uno spettacolo di ipocrisia, è una sfida permanente alla coscienza”.

Ha inoltre caratterizzato l’eredità dell’audacia intellettuale del Comandante in Capo, che fu un lettore instancabile, un uomo che dialogava con scienziati, economisti, artisti, sportivi e contadini. “Ci ha insegnato che il socialismo non è un dogma, ma una scienza in costruzione, che deve adattarsi alle realtà concrete senza rinunciare ai principi. Oggi, quando il capitalismo digitale ci impone nuove forme di alienazione, il suo appello a ‘studiare, studiare, studiare’ risuona come un avvertimento: non c’è rivoluzione senza conoscenza”.

Durante la dissertazione, più volte interrotta da ovazioni, il Presidente cubano ha sottolineato l’eredità dell’internazionalismo. Per Fidel la Rivoluzione cubana non era un fatto isolato. Per lui, fedele a Martí, Patria era umanità. Per questo sostenne le cause per la liberazione dei popoli africani, della Palestina, denunciò l’apartheid e il genocidio; alzò la voce contro la guerra in Iraq e contro il blocco e l’appropriazione coloniale di qualsiasi popolo del mondo.

In modo particolare ha menzionato l’eredità dell’ottimismo rivoluzionario, quello che non lo rese mai pessimista, anche nelle peggiori circostanze. Ha ricordato i giorni più bui, quando il campo socialista crollava e il blocco si inaspriva, e come Fidel mantenne la fede nell’essere umano e nella storia. “Ci ha insegnato che l’ottimismo rivoluzionario non è ingenuità, ma convinzione incrollabile nella vittoria”, ha assicurato.

In ambito militare, ha accentuato il pensiero e la pratica della strategia militare in Fidel. Ha sottolineato che l’eterno guerrigliero era un profondo studioso dell’arte militare contemporanea, che apportò veri contributi nella concezione delle più importanti contese militari sviluppate nelle missioni internazionaliste cubane e che concepì la dottrina della Guerra di tutto il popolo.

Per Díaz-Canel, Fidel vedeva la sovranità non come uno stato raggiunto, ma come un processo che si conquista e si difende su molteplici fronti simultaneamente: la difesa e la sicurezza del paese, il fronte economico, il fronte culturale-ideologico, il fronte internazionalista e di solidarietà, il fronte scientifico, il fronte della politica estera e delle relazioni internazionali.

Nel caratterizzare il sistema di lavoro del leader storico della Rivoluzione Cubana, il presidente ha distinto quattro principi: la priorità del politico, la sequenza tattico-strategica, la mobilitazione popolare come risorsa strategica e l’innovazione sotto restrizione.

Riguardo alle sue qualità di stratega che anticipava il futuro, Díaz-Canel ha detto che non c’è alcun dubbio, ma nemmeno misticismo nell’affermazione. Ha argomentato che Fidel fu un profondo studioso della realtà nazionale e internazionale, che seguiva nei dettagli attraverso tutti i mezzi possibili; era anche un osservatore acuto del comportamento umano, grazie non solo alla sua notevole intelligenza, ma alla sua insaziabile ricerca della conoscenza, dei progressi della scienza e della tecnica. Possedeva anche una cultura vasta, alimentata durante la sua vita da letture fondamentali di tutti i generi.

Un leader che ha materializzato le sue idee

Davanti ai più di 1.500 delegati riuniti al Palazzo delle Convenzioni dell’Avana, il Presidente della Repubblica ha citato le tappe del processo rivoluzionario guidato dal Comandante in Capo Fidel Castro sotto la pressione del governo degli Stati Uniti, la loro politica di asfissia economica e i tentativi di assassinarlo.

Con la leadership di Fidel, Cuba riuscì a sradicare l’analfabetismo nel 1961, con una campagna che mobilitò più di 250.000 volontari. Appena due anni dopo la vittoria, sconfisse a Playa Girón un’invasione finanziata, addestrata e scortata dall’impero vicino, infliggendogli la prima grande sconfitta in America Latina.

Cuba costruì il sistema sanitario universale più avanzato del cosiddetto Terzo Mondo. Cuba inviò più di 600.000 professionisti della salute in 165 paesi attraverso il Programma Internazionale di Cooperazione Medica.

L'isola più grande delle Antille sviluppò un sistema educativo gratuito dall’Asilo Nido all’Università. Costruì un solido sistema culturale e sportivo che per molti anni fu un riferimento per il mondo. Fidel progettò i principi della politica estera cubana, elevandola a riferimento per il mondo.

Per quanto riguarda la sua azione continentale, ha sottolineato che uno dei capitoli fondamentali della sua eredità si svolse nel periodo più promettente della storia della Nostra America quando, insieme a Hugo Chávez, guidò la rinascita del progetto integrazionista di Simón Bolívar che fu anche il grande sogno di José Martí.

Fidel: una guida per superare le sfide

In modo enfatico, il dignitario ha affermato che a poche ore dal commemorare i cento anni dalla nascita di Fidel, l’incontro che si svolge all’Avana non è precisamente per celebrare un rituale, ma per adempiere a un dovere: il dovere di pensare Fidel non come passato, ma come stratega al di là del suo tempo. “Pensare la sua eredità non come un deposito di citazioni da evocare negli anniversari, ma come una guida per superare le sfide che abbiamo davanti a noi, oggi, nella Cuba reale del 2026”.

Díaz-Canel ha detto agli accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici che non si può parlare di Fidel senza guardare al mondo che lui tanto studiò e che noi abbiamo ereditato. “E il mondo, come amava dire lui, è un ‘vortice di contraddizioni’. La crisi sistemica del capitalismo è arrivata al suo punto più acuto: guerre regionali che minacciano di espandersi, crisi climatica che non è più previsione ma catastrofe quotidiana, carestie provocate dalla speculazione finanziaria, migrazioni forzate che trasformano i mari in cimiteri, e una frattura sociale dove la ricchezza di pochi si accumula sulla miseria di molti”.

“L’ordine internazionale è in discussione. L’unilateralismo imperiale pretende di imporre la sua legge con la forza, ma il mondo multipolare è venuto per restare. Tuttavia, l’impero raddoppia i suoi attacchi, cerca nuovi pretesti, fabbrica nemici e destabilizza i governi che non si piegano”.

In questo scenario globale, Cuba continua ad essere uno degli obiettivi prediletti dell’ira imperiale. “Non è un caso che nell’anno del centenario di Fidel, Washington abbia intensificato la sua offensiva: rafforzamento del blocco con misure extraterritoriali che perseguono le relazioni commerciali e finanziarie; inclusione arbitraria nella lista degli stati sponsor del terrorismo – un’ironia storica per un paese che è stato vittima del terrorismo di Stato per decenni –; campagne mediatiche massive che cercano di dipingere Cuba come un ‘regime fallito’, mentre tacciono i successi della nostra salute, educazione, cultura, scienza e sport”.

Il presidente ha denunciato che gli Stati Uniti “hanno destinato milioni di dollari per promuovere il ‘cambio di regime’ attraverso social network, ONG e piattaforme che si mascherano da ‘difensori dei diritti umani’, ma che in realtà servono gli interessi geopolitici dell’impero”.

“Non ci sorprendono affatto le rivelazioni degli ultimi giorni dei grandi media statunitensi su un incremento delle operazioni della CIA a Cuba per sovvertire l’ordine interno. Non sono fughe di notizie casuali, come le presentano, ma parte del piano deliberato del regime statunitense di guerra psicologica contro Cuba”, ha affermato.

Ha aggiunto: “Nel colmo del cinismo e della perversione, il Segretario di Stato ha dichiarato recentemente che le sanzioni statunitensi contro il regime cubano non faranno altro che inasprirsi. ‘Quello che stiamo cercando di insegnare loro – ha detto – è che non ci sono valvole di sfogo’. È un riconoscimento senza riserve che esiste una situazione difficile a Cuba come conseguenza di una guerra economica senza precedenti. Questa affermazione costituisce la minaccia aperta dello sterminio genocida di un intero popolo se non si sottomette ai disegni dell’impero”.

Appello ai partecipanti del colloquio

“Fidel non è patrimonio esclusivo dei cubani. Fidel appartiene a tutti coloro che lottano per un mondo migliore”, ha sentenziato Díaz-Canel, e ha indicato quattro compiti decisivi per i partecipanti. Primo, diffondere la verità di Cuba e di tutti i popoli in resistenza. “Ogni libro che scriverete, ogni articolo che pubblicherete, ogni conferenza che terrete nei vostri paesi è una trincea contro la disinformazione”.

Secondo, articolare reti di solidarietà efficaci. “Bisogna tradurre la solidarietà in azioni concrete: campagne per la revoca del blocco, proposte di cooperazione scientifica e culturale, progetti di commercio equo, denunce presso organismi internazionali”.

Terzo, approfondire il pensiero critico sul socialismo del XXI secolo. “Fidel ci ha lasciato domande aperte, non risposte definitive. Come costruire il potere popolare nell’era digitale? Come conciliare pianificazione centralizzata con autonomia territoriale? Come affrontare il cambiamento climatico da una prospettiva socialista?”

Quarto, rafforzare l’unità dei movimenti progressisti. “Fidel fu un maestro nell’arte di sommare volontà, di gettare ponti tra settori diversi, di cercare convergenze senza rinunciare alle differenze”.

Appello ai giovani: il ricambio generazionale in marcia

Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista ha dedicato uno spazio significativo ai giovani; in quel momento del suo intervento ha riconosciuto la fiducia che Fidel ha sempre riposto in loro e ha lanciato un appello diretto ad assumere il protagonismo nella costruzione del futuro.

Ha ricordato che furono i giovani a circondare Fidel per concepire sogni realizzabili quando la Patria ne aveva bisogno, quelli che impugnarono le armi nella Sierra, quelli che alfabetizzarono la popolazione sulle montagne, i protagonisti delle gloriose missioni internazionaliste. “Furono i giovani a costruire i contingenti, a promuovere la scienza e la tecnologia”, ha sottolineato.

“Oggi, nell’anno del suo centenario, la gioventù cubana è chiamata a forgiarsi con la stessa altezza storica. Le sfide che abbiamo davanti sono immense: l’economia colpita dal blocco, le trasformazioni strutturali che dobbiamo implementare, la necessità di produrre più cibo, di realizzare la transizione energetica, di sostituire le importazioni, di costruire una società con maggiore benessere per tutti. Non c’è sfida che la gioventù non possa affrontare se se lo propone”.

Díaz-Canel ha convocato i giovani di Cuba e del mondo a essere non solo eredi di Fidel, ma protagonisti attivi della sua continuità: “A voi, giovani, spetta scrivere il prossimo capitolo di questa storia. La Rivoluzione non è un museo, è una prassi che si rinnova ogni giorno con la vostra intelligenza, la vostra ribellione e il vostro impegno. Fidel ha confidato in voi; noi anche”.

Díaz-Canel ha concluso il suo intervento con una certezza lasciata da Fidel: “Il futuro non è scritto, noi abbiamo il potere di scriverlo. Sì, l’impero è potente, ma la storia è dalla parte dei popoli”.

“Il centenario di Fidel è un punto di partenza. È il momento di assumere che la sua eredità non è nel passato, ma nel presente e nel futuro che stiamo costruendo. Non basta ricordarlo; bisogna studiarlo. Non basta ammirarlo; bisogna emularlo”.

Il Presidente ha concluso con una citazione di quel paradigma che è Fidel: “Noi siamo disposti a resistere dignitosamente e con abnegazione per gli anni che saranno necessari al blocco imperialista. Se altri transigono, se altri si lasciano corrompere, se altri tradiscono, Cuba saprà mantenersi come esempio di una rivoluzione che non cede, che non si vende, che non si arrende, che non si mette in ginocchio”.

Con queste parole, il Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba ha inaugurato il Colloquio Internazionale, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro, in un momento in cui l’Isola affronta uno dei periodi più complessi della sua storia recente.

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