Molti chiedono come mai lo sciopero si stia facendo soprattutto al Sud. Naturalmente la mia è una supposizione, basata sulla mia esperienza personale in quasi 30 anni di carriera. Al Nord il trasporto è completamente diverso dal Sud.
Negli ultimi mesi ho lavorato fisso nel porto di Genova, per trasportare container. Ma in passato ho lavorato in Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, e anche in Friuli e Trentino-Alto Adige. Sempre assunto da ditte del Sud che lavorano al Nord.
Non sono mai voluto emigrare. Se l’avessi fatto avrei cambiato la mia vita lavorativa, e forse anche quella dei miei figli, che probabilmente, a differenza mia, saranno obbligati a emigrare una volta laureati.
Spesso mi confronto con autisti del Nord, e la prima cosa che viene fuori è il salario. Gli stipendi sono spesso simili, ma con una grossa differenza: molti di loro, alla stessa cifra, la sera sono a casa, magari con poche notti fuori durante il mese, e di conseguenza con meno spese per mangiare, vivere fuori casa o semplicemente farsi una doccia. Mentre a noi, se ci va bene, tocca partire il lunedì mattina alle 3 e tornare il sabato alle 3 di mattina. Nella peggiore delle ipotesi, partire la domenica alle 22 e tornare il sabato alle 15.
Per i siciliani è ancora peggio. Molte aziende dell’isola tengono gli autisti fuori anche 15 giorni. Per loro, infatti, ai lunghi viaggi si aggiungono i tempi e i costi necessari per attraversare lo Stretto. Una volta, prima delle schede tachigrafiche digitali, si rientrava prima, ma a patto di viaggiare diverse ore in più di quelle consentite. A quei tempi partivo da Napoli per il Veneto la domenica pomeriggio e tornavo il lunedì sera. In pratica, nell’arco di 24 ore arrivavo a guidarne 18.
Questo perché il grosso del comparto industriale si trova al Nord. Di conseguenza è lì che si decidono molti appalti, ed è lì che si fa il prezzo del trasporto. Spesso sono proprio le aziende del Sud a vincere alcuni di questi appalti. E lo fanno con gare al ribasso. Per questo, anche quando gli stipendi sono simili, gli autisti meridionali finiscono spesso per lavorare molte più ore e trascorrere molti più giorni lontano da casa per guadagnare la stessa cifra.
Al Nord c’è molto lavoro interno, spostamenti tra fabbriche e industrie che si trovano a poche centinaia di chilometri l’una dall’altra. Questo fenomeno al Sud è molto meno frequente. Io sono campano, e lavorare tra Calabria e Campania, oppure tra Campania e Puglia, è diverso rispetto a spostarsi tra le regioni del Nord.
La prima differenza è la concentrazione di fabbriche e aziende, molto più bassa al Sud. Poi c’è la situazione logistica. Al Nord esiste una fitta rete autostradale che, al netto del traffico, permette di collegare molte zone industriali in poche ore. 200 km al Nord sono diversi da 200 km al Sud.
Tutto questo ha contribuito a creare un comparto dei trasporti meridionale che ormai da anni lavora al ribasso. Alcuni sopravvivono, ma molti su quel sistema si sono anche arricchiti. E spesso, sia chi cerca di resistere sia chi si è arricchito, ha fatto quadrare i conti tagliando sul costo dei lavoratori.
Non soltanto sugli stipendi, ma anche sul tempo e sulla qualità della vita degli autisti. Oggi, con la crisi dei carburanti, diventa sempre più difficile continuare a tagliare sul personale, anche perché ormai gli autisti mancano, a prescindere dal prezzo del gasolio. Questo sistema, che ha sempre camminato sul filo del rasoio, adesso è in seria difficoltà. Naturalmente lo è anche al Nord, perché se noi subiamo soprattutto la concorrenza interna al ribasso, molte aziende settentrionali soffrono quella straniera.
Infatti, anche le imprese del Nord specializzate nei trasporti internazionali devono affrontare un’enorme concorrenza da parte dei vettori dell’Est Europa. In questo siamo accomunati.
Il problema è che ormai da anni, sia al Sud che al Nord, una parte importante del trasporto cerca di restare competitiva attraverso la compressione del costo del lavoro. Con la differenza che al Sud, dove il tessuto economico e industriale soffre da sempre di una depressione endemica, i margini per ridurre ulteriormente i costi sono ormai ridottissimi.
Al Nord la maggiore concentrazione industriale offre ancora opportunità che al Sud spesso non esistono, ma anche lì il rischio è che a pagare il prezzo della concorrenza siano ancora una volta gli autisti. Insomma, se al Nord si galleggia ancora, al Sud siamo già sott’acqua.
Naturalmente in tutto questo ci sono anche le responsabilità dei grandi committenti, di chi affida i trasporti e spesso cerca il prezzo più basso possibile. Perché alla fine il prezzo del trasporto non lo decide soltanto chi lo esegue, ma anche chi lo commissiona. E quando una ditta rifiuta un viaggio perché non è economicamente sostenibile, spesso ce n’è un’altra pronta ad accettarlo a un prezzo ancora più basso.
Probabilmente una parte delle responsabilità è anche delle aziende di trasporto stesse, sia del Nord che del Sud, che invece di combattere un sistema basato sulla concorrenza al ribasso, spesso ne sono state complici e, in alcuni casi, si sono anche arricchite.
Per anni questo sistema ha funzionato, almeno per qualcuno. Finché i costi potevano essere scaricati sui lavoratori, si è continuato ad andare avanti. Oggi però i margini si sono ridotti, gli autisti scarseggiano e il prezzo del gasolio mette ulteriormente in difficoltà un settore già fragile.
Il caro gasolio non ha creato questa crisi. Ha semplicemente fatto emergere tutte le contraddizioni di un sistema che era in difficoltà già da decenni. Forse già da tempo si sarebbe dovuto scioperare, magari coinvolgendo anche chi il trasporto lo mantiene in vita, anzi in strada. Mettendo insieme le esigenze delle aziende con quelle dei lavoratori.
Ma forse anche oggi stiamo perdendo l’ennesima occasione per riformare un settore ormai in declino, già prima del gasolio a 2 euro e 50.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/10/2026
Trasportatori meridionali, un doppia croce
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