Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Meridione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Meridione. Mostra tutti i post

22/08/2025

Sud, giovani e ipocrisia

Rilanciamo una considerazione politica, di Ciro Crescentini, direttore de il Desk, circa la mistificante narrazione ad opera del quotidiano Il Mattino di Napoli a proposito di un ‘virtuoso ciclo di sviluppo economico e sociale’ che sarebbe in atto nel Meridione d’Italia.

*****

Mentre il Paese si prende una pausa, dalle pagine de Il Mattino arriva l’ennesima dose di retorica di regime. Il direttore Roberto Napoletano, ormai portavoce entusiasta del potere, ha firmato un editoriale imbarazzante: “Ragazzi, tornate a Napoli”. Un’ode zuccherosa alla “nuova Napoli”, che – secondo lui – sarebbe diventata la terra delle opportunità.

A rincarare la dose ci ha pensato Luigi Sbarra, ex segretario generale della CISL e oggi comodamente seduto alla Presidenza del Consiglio, nel governo Meloni. Anche lui con lo stesso mantra trito e ritrito: “Il Sud è baricentro del Mediterraneo, attrattivo per i talenti”.

Peccato che queste parole, pubblicate con toni trionfali, suonino come uno schiaffo a chi è stato costretto a fuggire. A chi ha investito in competenze e studio, per poi essere ignorato da un sistema che premia i raccomandati e umilia i meritevoli. È l’ennesimo insulto all’intelligenza collettiva di chi ha vissuto sulla propria pelle il fallimento sociale, economico e culturale del Mezzogiorno.

Sbarra: da sindacalista a portavoce del governo

Ci sono domande semplici semplici che nessuno gli pone: Sbarra ha rappresentato i lavoratori o il sistema di potere? Da segretario della CISL a uomo di governo, ha fatto carriera ma cosa ha fatto contro il sistema che ha bloccato il Sud? Cosa ha fatto contro le raccomandazioni sistemiche, le parentopoli nelle aziende pubbliche, il familismo sindacale che premia i figli dei dirigenti con incarichi “miracolosi”?

Dov’è la CISL mentre i lavoratori vengono sfruttati nei call center a 3 euro l’ora? E quando giovani professionisti vengono umiliati da stage gratuiti, finte collaborazioni e stipendi da fame?

La verità è che la CISL ha chiuso gli occhi, ha preferito il silenzio e l’equilibrismo politico alla denuncia. È diventato un sindacato funzionale al potere, più attento a non disturbare che a difendere i lavoratori, i precari, i giovani, i disoccupati.

Napoletano e la Napoli da cartolina che non esiste

E poi c’è lui, Roberto Napoletano, che tra una conferenza e un premio, si dedica a raccontare una Napoli immaginaria: piena di eventi, startup, porti, lungomare. Una città da brochure aziendale. Domande semplici semplici anche per il direttore de Il Mattino: dove sono i posti di lavoro? Che tipologia di posti di lavoro? Con quali garanzie per il futuro lavorativo? Quali contratti di lavoro verrebbero applicati? In quali aziende o appalti e subappalti?

Ma la verità è un’altra: Napoli continua a espellere i suoi giovani migliori, che vengono sfruttati, ignorati, costretti ad andare via. Dove, senza “conoscenze”, puoi anche essere un genio ma verrai scavalcato dal mediocre raccomandato. Esempi più recenti? Giovani architetti, 110 e lode, anni di esperienza, costretti a lavorare in nero per 500 euro al mese. E voi, con i vostri editoriali, vorreste cancellare tutto questo?

Tornare, per fare cosa? I camerieri a 600 euro? I progettisti sottopagati? I volontari nei Comuni?

Non è il Sud che manca ai giovani. È la dignità. Chi è andato via, non si è allontanato da Napoli: si è allontanato dal sistema che la opprime. Un sistema fatto di relazioni marce, caste trasversali, sindacati addomesticati e stampa asservita. Chi resta, spesso lo fa resistendo, ogni giorno, contro tutto questo ma non certo grazie alla CISL o a Il Mattino.

Altro che “ritorno dei cervelli”. Servirebbe una rivoluzione culturale

Se davvero volete far tornare i giovani, non servono articoli e convegni. Serve:
– Una guerra vera contro il clientelismo, anche dentro le vostre strutture;
– Un cambio radicale della cultura del lavoro, che metta al centro diritti e competenze, non favori e parentele;
– Una pubblica amministrazione trasparente, non un cimitero di raccomandati;
– Una stampa libera, non un megafono della propaganda di governo.

Fino ad allora, i vostri inviti restano chiacchiere da Ferragosto. E i giovani continueranno ad andarsene, magari in silenzio, magari di notte ma con la testa alta. Perché fuori dal Sud non hanno trovato il paradiso ma almeno hanno trovato il rispetto.

Fonte

25/07/2025

La ricerca non ha nulla da festeggiare col nuovo dl Università

Con 78 voti favorevoli e 59 contrari, il Senato ha approvato il decreto legge Università e Ricerca, che ora passerà alla Camera. Ci si aspetta che anche lì passerà senza problemi, e si avrà così un ulteriore provvedimento sul mondo dell’accademia e della ricerca scientifica che non tocca assolutamente i suoi problemi fondamentali.

Anzi, sembra che questo decreto sia stato fatto semplicemente per tappare alcune falle, e spostare voci di spesa per far cantare vittoria al governo. Infatti, il punto cardine di questo provvedimento sarebbe lo stanziamento di ulteriori 160 milioni di euro (40 quest’anno, 60 nel 2026 e nel 2027) per gli enti di ricerca posto sotto il Ministero dell’Università.

Ma ecco la prima ‘mezza verità’: questi fondi erano già a disposizione di tali istituti, e sono stati semplicemente trasferiti da un capitolo di spesa a un altro, per dare un’immediata boccata d’ossigeno a un gran numero di programmi che hanno usufruito dei fondi PNRR, e che ora vedranno dunque chiudersi i rubinetti.

15 milioni sono stati prelevati dal Fondo integrativo speciale per la ricerca, 25 dal Fondo italiano per la scienza, 90 dal Fondo italiano delle scienze applicate e infine 30 dal finanziamento del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Non si tratta, dunque, di risorse strutturali, che permettano la stabilizzazione del personale e una programmazione delle attività almeno sul medio periodo.

Negli enti pubblici di ricerca è ormai precario oltre il 50% del personale. Solo per il CNR, già con la scorsa legge di bilancio, era stata sbloccata la possibilità di stabilizzazione, ma le procedure non erano mai state avviate per mancanza dei criteri di selezione. Oggi arrivano 22 milioni di euro spalmati su tre anni, una cifra ancora inadeguata rispetto alle necessità.

È interessante poi che nel decreto venga previsto il Piano d’azione ‘Ricerca Sud’, per cui vengono svincolati 150 milioni di euro. Lo scopo è quello di creare “ecosistemi dell’innovazione” in tutto il Mezzogiorno, che tradotto significa rafforzare la subordinazione degli atenei alle imprese.

Una misura che, tra le altre cose, viene presentata come funzionale a fermare l’emorragia di giovani serve in realtà a sostenere la ricerca, sì... ma del profitto. Bisogna inoltre ricordare che, stando alle dichiarazione dell’Associazione Dottorandi Italiani (ADI), nel 2026 saranno ben 2 mila i contratti di ricerca che scadranno, e saranno soprattutto il Sud e le Isole a subirne gli effetti.

Insomma, sembra che l’unica utilità di questo decreto sarà quella di sanare la situazione dei laureati in Scienze dell’educazione e della formazione primaria, i quali, per vari motivi burocratici, se si erano iscritti all’università prima del 2018-19 non avrebbero potuto diventare educatori nei nidi per la fascia d’età dagli 0 ai 3 anni.

Una vicenda che assume i contorni paradigmatici dello stato in cui versa l’università italiana: tanti giovani con importanti competenze che vengono sostanzialmente cacciati da un paese incapace di qualsiasi pianificazione del proprio sviluppo funzionale agli interessi collettivi.

Fonte

03/03/2025

Il nostro meridionalismo

di Luciano Vasapollo

La colonizzazione interna avvenuta nel Sud, sostiene Zitara, ha creato un esercito di consumatori piuttosto che di lavoratori. Lo strato superiore di questi consumatori (intellettuali, libere professioni, burocrati statali, politici locali e nazionali, etc.) funge da sbocco per i surplus demografici delle classi dominanti, che svolgono un ruolo di “borghesia acquirente” simile a quello dei paesi del Terzo Mondo.

Al contrario, gli strati inferiori costituiscono una sorta di «proletariato esterno» (categoria usata anche da Samir Amin) coinvolto nell’economia di mercato capitalista attraverso la mediazione di forme ibride di produzione.

Quest’antagonismo di classe tra centro e periferia, che implica un conflitto di interessi tra il proletariato interno ed esterno, non solo è applicabile dal livello nazionale a quello mondiale, ma è applicabile anche alle stesse aree centrali del sistema mondiale.

In particolare, Samir Amin classifica le nazioni dell’Europa orientale e meridionale come semiperiferiche, in quanto si sono gradualmente trasformate in economie estroverse, costrette, dalla divisione ineguale del lavoro, a produrre merci inferiori il cui lavoro trova meno valorizzazione.

Il capitalismo, specialmente nella sua fase suprema, quella imperialistica, presuppone lo sfruttamento dei popoli del Mondo a vantaggio delle cittadelle industriali e dei grandi poli imperialistici mondiali. Tale forma di selvaggio sfruttamento ha sempre trovato, nella pubblicistica borghese e capitalista, le più varie e altrettanto odiose forme di giustificazione: dal culto assoluto della liberalizzazione del mercato, a quelle della civilizzazione, passando per l’affermazione della superiorità etnica o razziale.

Non bisogna, tuttavia, andare lontano nella ricerca di questi presupposti politici, economici e culturali per la spoliazione dei paesi dominati: nelle parole di Gramsci per definire la sostanza del dominio del Nord italiano sul Mezzogiorno ritroviamo essenzialmente l’espressione particolare della vocazione coloniale e predatoria del capitalismo: citando i termini dell’ideologia propagandata dalla borghesia del Nord Italia,
«il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari temperando questa sorte matrigna con la esplosione puramente individuale dei grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto»[1].
I termini della questione posta tra i primi da Gramsci si attaglia bene a racchiudere in sé tutta l’ideologia colonizzatrice che, dai tempi dell’accumulazione originaria attraverso lo sfruttamento predatorio delle colonie americane e orientali, ha costituito la premessa economica e l’altra faccia fondamentale del sistema di produzione capitalistico e del mercato mondiale[2].

Che l’esempio ora proposto della colonizzazione settentrionale sul meridione d’Italia rappresenti uno spaccato fondamentale sul complesso e generale meccanismo di colonizzazione è stato spesso affermato.
«Il dramma del Meridione ci ha preparati, attrezzati a capire ciò che sta avvenendo a livello mondiale. D’altra parte, il Meridione non è una molecola isolata, ma è inserito nel vasto fronte delle vicende mondiali»[3].
La lotta per l’emancipazione del «proletariato esterno» e dei popoli soggetti alla colonizzazione imperialista come momento fondamentale della lotta di classe generale è divenuto «l’alveo principale» della lotta di classe stessa.

In sostanza, i presupposti fondamentali di una politica imperialista moderna, che innova rispetto al colonialismo originario che aveva fatto parzialmente da ostacolo, a causa della parcellizzazione dei mercati dominati in via diretta ed esclusiva, per l’espansione del mercato mondiale grazie allo sfruttamento predatorio, sono rappresentati dalla trasformazione delle masse nei paesi colonizzati in proletariato e manodopera per l’industria dei paesi imperialistici; la «massificazione» dell’economia coloniale e dei suoi prodotti grazie al mercato internazionale, specialmente nel settore delle materie prime.

Ciò ha significato produzione e prodotti a basso costo e costruzione di una massa enorme di forza-lavoro ora a disposizione dell’industria tecnologicamente più avanzata.

Se tutto questo è vero, è chiaro che il conflitto tra le nazioni centrali e periferiche può essere interpretato come una forma di conflitto di classe. Pertanto, nessun internazionalismo astratto può nascondere il fatto che gli interessi delle classi subordinate nei centri non coincidono, se non nel lungo periodo, con quelli delle classi subordinate nelle periferie.

Nicola Zitara, analizzando il caso della colonizzazione dell’Italia meridionale da parte delle regioni settentrionali, porta questo punto di vista all’estremo quando scrive che «il coraggio di riconoscere che oggi non c’è coesione, non intendo punti di forza ma interessi tra le classi subordinate delle due Italia»[4].

In conclusione, gli intrecci che passano per le classi potenzialmente rivoluzionarie, attraverso linee contrapposte sia di reddito che territoriali e geografiche, e circondano un’area ricca di conflitti interni, seppur del tutto contrari agli interessi dell’élite capitaliste mondiali. Insomma, non esiste un soggetto privilegiato capace di sostituire la classe operaia nel ruolo di antagonista “oggettivo” del governo capitalista.

Si tratta quindi di capire come unificare questa moltitudine di soggetti per creare le condizioni, se non per un’immediata transizione al socialismo, per un ambiente economico, sociale, politico e culturale in cui la transizione diventi concepibile e proiettabile. Ciò implica la necessità di riaprire un’ampia riflessione sui concetti di nazione, popolo, Stato e partito.

Note

[1] GRAMSCI A. (1970), Alcuni temi della quistione meridionale, in GRAMSCI A., La quistione meridionale, pagg. 151-152.

[2] VASAPOLLO L. (2019), Eppur sempre si muove…, Edizioni Efesto, Roma.

[3] ZITARA N. (1977), Il proletariato esterno, Jaca Book, Milano. pagg. 156-157.

[4] ZITARA N. (1977), Il proletariato esterno, Jaca Book, Milano.

Fonte

03/02/2025

Un’Italia divisa, lungo faglie di classe e faglie regionali

Alla fine di gennaio l’Istat ha pubblicato due rapporti molto interessanti, quello sui conti economici territoriali per gli anni 2021-2023, e quello stilato insieme a Bankitalia che analizza la ricchezza dei settori istituzionali dal 2005, arrivando anch’esso fino al 2023.

Ciò che ne emerge è quello che andiamo analizzando da mesi, anche per smontare la retorica governativa sui presunti risultati economici del Paese. A partire dalle stime preliminari per il PIL, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, che nel 2024 è cresciuto appena dello 0,5%.

Tali aumenti di decimali di punto, oltre ad essere striminziti, non esprimono necessariamente un miglioramento nelle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. Questo ci raccontano i dati dei rapporti citati all’inizio del presente articolo.

A fine 2023 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 11.286 miliardi di euro, con un aumento rispetto all’anno precedente del 4,5%. La quota in cifra assoluta è la più alta dal 2005, ma valutata a prezzi costanti (cioè la ricchezza reale nel tempo) è minore rispetto a quella del 2021 di ben sette punti percentuali.

La causa è identificata nella fiammata inflazionistica cominciata nel 2022. Ricordiamo che poco più di una settimana fa lo studio sulle retribuzioni per il 2022 parlava del 10% dei dipendenti retribuiti con meno di 9 euro l’ora, e l’Unione Nazionale dei Consumatori ha calcolato in oltre 2 mila euro l’aumento di spesa per le famiglie nel biennio 2023-2024.

L’Italia non è caratterizzata solo da evidenti “faglie” di classe, come anche l’Oxfam ha mostrato di recente, ma continuano ad approfondirsi anche quelle faglie regionali che hanno da sempre segnato la netta separazione tra Nord e Sud del Paese. Anche se nel secondo il PIL in volume è cresciuto più che nel primo, nel 2023.

Infatti, sempre nel 2023, il reddito pro capite delle famiglie a prezzi correnti è aumentato a livello nazionale del 4,9%, mentre i prezzi sono cresciuti del 5,7%. Ma mentre al Nord-Ovest il dato dei redditi risulta pari a quello dell’inflazione (+5,7%), al Sud l’aumento si ferma al 4,7%.

Il reddito disponibile dalle famiglie per abitante nel Mezzogiorno è inferiore del 30% rispetto a quello del Centro-Nord (17,1 mila contro 25 mila euro). Il PIL pro capite meridionale è poco più della metà di quello del Nord-Ovest (24 mila contro 44 mila euro), i consumi finali delle famiglie per abitante esprimono anch’essi la stessa asimmetria.

Viene inoltre evidenziato come al Sud i problemi siano accentuati non solo dalla maggiore diffusione dell’economia sommersa, ma anche dal fatto che il lavoro prevalente è nel terziario a basso valore aggiunto: insomma, un'economia fondata su lavori poco specializzati, spesso legati alla filiera del turismo.

La ministra del Lavoro Calderone ha comunque detto che il governo sta lavorando per il Meridione, attraverso “decontribuzione Sud e ZES”, ovvero due misure che ancora una volta significheranno regali agli imprenditori, senza nessuna garanzia sull’aumento dei salari e dei consumi collettivi.

Proprio come hanno fatto centrodestra e centrosinistra negli ultimi trent’anni...

Fonte

05/12/2024

Il Meridione diventa una Zona Economica Speciale. Attenti alle trappole

Intervista a Franco Russo. Tra le pieghe del PNRR e non scritto nella legge che vorrebbe introdurre l’Autonomia Differenziata, c’è un convitato di pietra che ancora sfugge all’attenzione e al dibattito pubblico: la trasformazione del Meridione in una Zona Economica Speciale. Un modo “pulito” per introdurre ulteriori differenziazioni sociali, fiscali, contributive e probabilmente anche salariali nel nostro Paese. Non sempre tutto è visibile al primo colpo d’occhio, occorre guardare ai dettagli e individuare le tendenze.

Ne abbiamo parlato con Franco Russo, attivo da tempo nel comitato che si oppone all’autonomia differenziato e attento osservatore delle dinamiche di potere nell’Unione Europea.

Cosa significa concretamente trasformare un territorio in una Zona Economica Speciale?

Per avere un quadro di cosa comporta la ZES unica mi rifaccio alla Relazione svolta dal ministro Fitto nel Consiglio dei ministri del 29 novembre 2024 (Consiglio dei ministri n. 105), il giorno delle sue dimissioni per assumere l’incarico di Commissario e Vicepresidente della Commissione UE.

Afferma Fitto: ‘Le 8 ZES presenti fino al 31 dicembre 2023 in Italia, di cui 6 regionali e 2 interregionali, hanno rilasciato 279 autorizzazioni uniche (AU) tra giugno 2022 e dicembre 2023, con un investimento totale di 1,9 miliardi di euro e un incremento, secondo i commissari straordinari, di 6.027 unità lavorative. L’istituzione della ZES unica per il Mezzogiorno, operativa dal 1° gennaio 2024, che comprende tutte le regioni del Sud Italia, ha creato un quadro integrato e coerente per lo sviluppo economico del Mezzogiorno.

La ZES unica offre vantaggi significativi, come la riduzione degli squilibri competitivi tra le imprese operanti in territori limitrofi e la creazione di un’area attrattiva per gli investimenti, con incentivi differenziati per rispondere alle diverse esigenze produttive e strategiche degli investitori. Da gennaio a novembre 2024 sono state chiuse positivamente 401 AU, con investimenti totali di 2,3 miliardi di euro e un incremento di 7.428 unità lavorative. La Campania ha registrato il 54% delle AU, seguita da Puglia (17%) e Sicilia (12%)’.


Il governo, rispetto al PNRR originale che la prevedeva solo per alcuni territori del Sud, ha esteso la ZES (Zona Economica Speciale) a tutto il Meridione. Qual è l’obiettivo di questa forzatura?

Con il varo del Piano strategico della ZES unica sono state individuate nove filiere strategiche: Agroalimentare e Agroindustria, Turismo, Elettronica e ICT, Automotive, Made in Italy di qualità, Chimica e Farmaceutica, Navale e Cantieristica, Aerospazio e Ferroviario.

Per facilitare e semplificare le procedure burocratiche è stato istituito lo Sportello Unico Digitale ZES (SUD ZES) presso la Struttura di missione ZES. Dai dati forniti dal ministro risulta che sia stata ‘aumentata l’autorizzazione di spesa a 3,4 miliardi di euro (+1,6 miliardi di euro). La spesa per le infrastrutture gestite dalla Struttura di missione ZES ha visto un’accelerazione significativa, con un incremento del 71% rispetto al periodo delle 8 ZES’, la ZES unica comprende le regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna, ed è stata istituita il 1° gennaio 2024, con decreto-legge 19 settembre 2023, n. 124, convertito con la legge 13 novembre 2023, n. 162.

La ZES unica sostituisce le otto Zone Economiche Speciali previste dal decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91, limitate alle aree retroportuali del Mezzogiorno, attribuendo alle aziende già operative o a quelle che si insedieranno benefici per gli investimenti e le attività di sviluppo d’impresa (art. 9, comma 1, d.l. n. 124/2023).

Quali i benefici previsti? Come ricorda la Corte dei Conti, nella sua deliberazione del 22 ottobre 2024, essi seguono due vie: ‘la semplificazione amministrativa e le agevolazioni fiscali (segnatamente: il credito d’imposta per gli investimenti nella ZES unica di cui all’articolo 16 del decreto-legge Sud (cioè il dl 124/2023), cui si aggiungono le ulteriori misure recentemente introdotte con decreto-legge 7 maggio 2024, n. 60, convertito con legge 4 luglio 2024, n. 95, recante “Ulteriori disposizioni urgenti in materia di politiche di coesione”).

In particolare, l’art. 24 del testo normativo da ultimo citato, prevede l’esonero, per un periodo massimo di 24 mesi, del 100% dal versamento dei contributi previdenziali dovuti dal datore di lavoro privato nel limite massimo di 650 euro su base mensile (con esclusione dei premi e contributi INAIL), per ciascun dipendente assunto quale lavoratore subordinato non dirigente, a tempo indeterminato, dal 1° settembre 2024 e fino al 31 dicembre 2025, al fine di sostenere lo sviluppo occupazionale della Zona Economica Speciale unica per il Mezzogiorno e contribuire alla riduzione dei divari territoriali’
.

I paesi europei hanno il serio problema di accorciare le filiere internazionali per le forniture. La Zona Economica Speciale nel Meridione può diventare un fattore di competizione con le aree a bassi salari nel resto del mondo?

Il quadro che risulta è chiaro: il sostegno riguarda alcune filiere produttive volte a servire o come fornitrici di prodotti intermedi per le industrie del Nord o dell’UE o come esportatrici al pari delle grandi imprese nel campo petrolchimico e siderurgico negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso che furono al servizio delle industrie del Nord. Dunque avremo ancora una volta uno ‘sviluppo’ a macchia di leopardo che vedrà industrie di eccellenza in alcune zone – il polo aerospaziale napoletano e pugliese, la meccatronica barese o l’SMT di Catania – e per il resto avremo la desertificazione non solo delle aree interne ma di tutte quelle che non diverranno anelli delle catene del valore. L’elenco delle filiere rende chiaro che la maggior parte delle zone meridionali saranno tagliate fuori.

Che queste mie considerazioni critiche non siano frutto di pregiudizi ideologici antigovernativi è testimoniato dalla relazione del presidente della Confindustria Basilicata, Francesco Somma, nell’assemblea pubblica del 15 novembre 2024, dove chiede ‘con quali procedure si ritenga di garantire che gli investimenti più significativi non prendano, come sta accadendo, la strada verso agglomerazioni industriali già consolidate a prezzo della desertificazione delle altre aree e contesti, magari ben predisposti ma considerati periferici. Territori che attendono da sempre di concorrere all’equilibrio generale del Sud. E di ciò in Basilicata siamo preoccupati’.

Anche per le infrastrutture, oltre alla grande opera del Ponte di Messina, ci sono interventi finalizzati solo ad inserire il Mezzogiorno sulle grandi direttrici TEN-T dell’UE perché la logistica e le reti di trasmissione elettrica e dei flussi energetici siano garantiti sempre e solo alle produzioni del Nord Italia ed europee, mentre aree come la Basilicata, dove pure opera Stellantis, si vedono sempre più messe ai margini.

Alla domanda rispondo che certo i sostegni finanziari agli investimenti sono sostanziosi – il prof. Viesti ha calcolato che le aliquote di credito d’imposta arrivano al 60% per le piccole imprese (al 70% nell’area di Taranto). Tuttavia i sussidi per abbassare agli imprenditori il costo del lavoro non saranno mai tali da poter competere con i livelli salariali che si hanno in Polonia, in Serbia o in Marocco, paesi dove sono attivi per es. stabilimenti di Stellantis.

Dunque, tutta la narrazione del reshoring, del rientro delle filiere della componentistica dislocate tuttora nei paesi asiatici, non vedrà la loro riallocazione in Italia ma nei paesi in cui costo del lavoro e standard ambientali sono bassi (Nord-Africa, Est europeo). Il Mezzogiorno è destinato a seguire le vie di sempre: alcune zone con produzioni di eccellenza con merci destinate ai mercati internazionali, essendo utilizzato per il resto come hub energetico e logistico – sarà attraversato da gasdotti e reti di trasmissione elettrica con destinazione Nord Italia ed Europa.

La trasformazione del Meridione in una Zona Economica Speciale marcia parallelamente all’autonomia differenziata che metterà in competizione tra loro le regioni. A tuo avviso c’è una connessione tra i due provvedimenti?

Posso rispondere che il modello di governo della destra è di istituire un sistema di comando degli esecutivi, scopo sia dell’autonomia differenziata che del premierato. La destra vuole che il potere sia gestito dal ‘primo ministro’ nazionale, eletto direttamente, con la cooperazione dei ‘governatori’ regionali – questo ripeto il disegno.

La tendenza alla centralizzazione è netta, e proprio con la ZES unica se ne ha la riprova: tutto il potere è concentrato nella Cabina di Regia, prevista dall’art. 10, dl 124/2023, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, presieduta dal Ministro con delega al Sud, e poiché questa delega, dopo le dimissioni del ministro Fitto, è oggi nelle mani della presidente Meloni, si vede all’opera il processo di centralizzazione e personalizzazione del potere.

Altro che autonomia differenziata! Al più avremo un esercizio di potere differenziato nel senso che la Presidente del Consiglio detterà legge consultandosi ora con questo ora con l’altro ‘governatore’ a secondo della Regione interessata ai provvedimenti.

È bene ricordare che il modello di elezione e di funzionamento degli organi regionali – elezione diretta e riduzione dell’assemblea legislativa a organo sottomesso per via del simul stabunt simul cadent – è quello che guida anche il modello di premierato assoluto.

Questo il disegno politico, che intanto si è inceppato perché la Corte Costituzionale con la recentissima sentenza – la 192/2024 – ha demolito il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Speriamo con i referendum di cancellarlo completamente, così come con il referendum dovremo respingere il premierato assoluto, se mai la legge dovesse essere approvata.

Colgo l’occasione di queste risposte a Contropiano per auspicare una ripresa del meridionalismo di sinistra, elemento fondamentale di un’alternativa al capitalismo italiano, che in nome dell’integrazione europea continua a vedere nel Mezzogiorno un’area di servitù economiche e militari.

Se si costituisse un gruppo di lavoro – un Osservatorio Mezzogiorno, tanto per indicare una possibile sigla – avremo a disposizione almeno un luogo dove esaminare e confrontarci sulle tematiche meridionali, completamente perse di vista anche dalle forze della sinistra alternativa. Se non si interviene con determinazione e con risorse politiche nel Mezzogiorno, questo resterà terra di scorribanda di forze reazionarie e conservatrici, con al più qualche coloritura populista.

Fonte

24/09/2024

La desertificazione del Meridione, sotto tutti gli aspetti

Due sere fa, sul programma Presadiretta, si è fatto un quadro della situazione del Meridione italiano che non può che suscitare un certo grado di sgomento, ma anche di rabbia. La trasmissione si è basata sui dati resi pubblici dagli ultimi studi dello Svimez.

Sappiamo già che è proprio il Sud Italia ad essere maggiormente interessato da quel fenomeno di desertificazione che risale la penisola insieme alla crisi climatica, messa sempre in secondo piano rispetto ai profitti. Ma quest’area ha vissuto anche altre forme di desertificazione.

Quella industriale e manifatturiera, che ha reso impossibile cercare un futuro nel Mezzogiorno. Il governo ha creato una narrazione tossica sulla volontà di costruire una Zona Economica Speciale nel Sud, che rappresenta solamente una misura complementare dell’autonomia differenziata.

Invece di garantire uno sviluppo equilibrato e attento ai consumi collettivi (il che significherebbe anche un miglioramento delle infrastrutture e dei servizi pubblici), a Palazzo Chigi pensano a come trasformare definitivamente il Sud in un terreno di speculazione per le imprese, millantando che ciò ridarà fiato a quest’area abbandonata da decenni.

Ma il dato che più di tutti è stato sottolineato dallo Svimez e poi da Presadiretta è il numero di laureati che è fuggito dal Mezzogiorno. Sono stati circa un milione coloro che, dopo il titolo accademico, se ne sono definitivamente andati dal Sud negli ultimi venti anni.

Le iscrizioni negli atenei meridionali sono crollate, con i giovani diretti verso le università più rinomate del Nord o verso l’estero. L’anno scorso lo Svimez aveva evidenziato come il Sud perdesse circa 40 mila laureati all’anno.

Una dinamica che non è una casualità, ma un vero e proprio “furto” di cervelli – più che fuga –, con una polarizzazione tra istituti di serie A e di serie B costruita ad arte coi meccanismi premiali del Fondo di Finanziamento Ordinario dell’istruzione accademica. E ovviamente una maggiore attrattività da parte dei paesi core della UE.

In generale, sono poi tutte le aree interne a perdere laureati. Negli ultimi vent’anni, oltre 330 mila laureati tra i 25 e i 39 anni le hanno abbandonate, diretti verso i centri urbani, mentre circa 45 mila si sono diretti verso mete straniere: le aree interne hanno perso in media 8 mila laureati l’anno.

Non solo i laureati, ma i giovani nel complesso decidono di andarsene dall’Italia. Negli ultimi due anni sono state 100 mila le persone tra i 18 e i 35 anni che se ne sono andate all’estero, secondo la Fondazione Nord Est (un forum economico presieduto da Confindustria).

Per la Fondazione, inoltre, poiché molti giovani mantengono la residenza in Italia, pur vivendo in un altro paese, il dato sarebbero nettamente sottodimensionato. Si stima che la sua grandezza possa essere tre volte superiore.

Per dare un futuro alle giovani generazioni non basta più la retorica di una classe politica tutta uguale, che continua da decenni con le stesse politiche e che non è mai messa alle strette di fronte al suo fallimento. Serve un’alternativa che tenga conto dei bisogni dei giovani e dei settori popolari.

Fonte

01/09/2024

Alle origini dell’industria pubblica nel Mezzogiorno

di Guglielmo Forges Davanzati

Il Dizionario Italiano De Mauro definisce luogo comune una “affermazione banale e diffusa, frase fatta”. Il luogo comune nasce da un pregiudizio, ovvero da un giudizio formulato prima di e indipendentemente dall’acquisizione di informazioni su una persona o su un evento. La discriminazione, razziale e di genere, è tipicamente una manifestazione di pregiudizio.

Il pregiudizio è nemico dell’efficienza perché porta a distribuire risorse secondo valutazioni che prescindono dal contributo effettivo che un individuo dà alla produzione, valutandolo sulla base di caratteristiche extra-economiche (razziali, sessuali). Lo storico israeliano Yuval Noah Harari – nel suo 21 lezioni per il XXI secolo del 2018 – ha correttamente osservato che “non esiste soluzione al problema dei pregiudizi umani che non sia la conoscenza”.

La questione delle cosiddette cattedrali del deserto (i “white elephants” per la pubblicistica inglese del periodo), secondo la definizione che ne diede Luigi Sturzo nel 1958 per denotare grandi e costose imprese finanziate dallo Stato in zone inadatte a ospitarle (Ilva di Taranto, le raffinerie ANIC a Gela e Valle del Basento e l’impianto chimico Montecatini a Brindisi, quelle principali) negli anni dell’intervento straordinario, avviato nei primi anni Cinquanta e definitivamente cessato nel decennio Novanta, si può far rientrare nel novero dei tanti luoghi comuni che riguardano le vicende economiche in generale e italiane in particolare.

Rileggere con il dovuto approfondimento la Storia di quegli interventi e delle idee economiche che li produssero è fondamentale per comprendere gli errori di politica economica che si stanno commettendo in Italia e nel Mezzogiorno da molti decenni.

Rispetto a quella esperienza, si sono cumulati tre luoghi comuni, che ne hanno decretato la damnatio memorie: le industrie di Stato localizzate nel Mezzogiorno in quegli anni furono molto costose; non ebbero nessuna ricaduta sullo sviluppo economico e civile dei territori nei quali erano localizzati; costituirono superflui “doppioni” delle imprese del Nord.

La teoria economica che portò all’intervento straordinario nel Mezzogiorno si fondò sulla convinzione che occorreva generare, come si disse, un big push di quella macroarea (una spinta derivante dall’azione pubblica, che contrastasse la spontanea tendenza di un’economia di mercato a produrre diseguaglianze regionali), che occorreva innanzitutto dotare il Sud di adeguate infrastrutture per poi procedere alla sua industrializzazione, mediante poli di sviluppo.

La ricerca storica su quella fase è ormai sufficientemente consolidata. Per chi fosse interessato ad approfondirla, si segnalano, fra gli altri, gli studi di Enrico Cerrito (La politica dei poli di sviluppo nel Mezzogiorno. Elementi per una prospettiva storica, Banca d’Italia – Quaderni di Storia Economica, Giugno 2010), di Vittorio Daniele e Paolo Malanima (Il divario Nord-Sud in Italia: 1861-2011. Rubbettino. 2011), di Amedeo Lepore (La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca mondiale. Rubbettino , 2013), e di una, più recente, del sottoscritto e da Rosario Patalano dell’Università “Federico II” di Napoli (Public firms and regional divergences in Italy, in corso di pubblicazione).

Tutte convergono nel rilevare, dal punto di vista empirico, che gli anni dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno furono gli unici anni, per un periodo lungo (nel 1950 fu istituita la Cassa per il Mezzogiorno per arrivare alla sua abolizione negli anni Novanta) di significativa convergenza del Pil pro capite del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord.

Su fonte Banca d’Italia, si mostra che il più alto valore della convergenza (68% del Pil pro capite in volume) si ha nel 1975 e che il rapporto fra il Pil pro capite del Sud e quello del Nord si contrae significativamente dopo la fine dell’esperienza dell’intervento straordinario, giungendo a meno del 55% negli anni Duemila. Non è irrilevante considerare poi che le strutture pubbliche che operavano per l’intervento straordinario erano condotte da tecnici di elevata competenza.

I registri contabili degli Enti pubblici coinvolti in quella stagione mostrano che, rispetto al Pil, la spesa pubblica non fu eccezionalmente alta, come vuole, per contro, la vulgata contemporanea. Non furono poi solo cattedrali del deserto: gli effetti di spillover, ovvero diffusivi di imprenditorialità privata, ci furono e riguardarono in particolare alcuni settori più di altri, soprattutto quello meccanico.

Tutti gli studi citati concordano, inoltre, nel ritenere che i problemi – anche quelli del bilancio pubblico – iniziarono dopo la fine dell’esperienza dell’intervento straordinario e l’avvio delle privatizzazioni. Fu proprio a partire dalla dismissione dell’industria pubblica, nella svolta dei primi anni Novanta, che si manifestarono due problemi:

a) l’integrazione si sviluppò soprattutto in senso verticale, con le sedi industriali del Nord, soprattutto a causa del fatto che la progressiva riduzione dei costi di trasporto limitava gli effetti diffusivi locali e le economie di agglomerazione;

b) il progressivo emergere della questione ambientale, a partire soprattutto dagli anni Settanta, e, contestualmente, negli anni immediatamente successivi, la necessità del rispetto di vincoli di bilancio sempre più stringenti resero sempre più difficile il finanziamento della riconversione industriale con effetti meno impattanti sull’ambiente.

Se poi anche si trattò di “doppioni”, stando proprio all’impostazione liberista che si oppone al rafforzamento dell’economia mista in Italia e nel Mezzogiorno, è semmai proprio l’esistenza di una pluralità di imprese che, in territori anche diversi, operano nei medesimi settori, a produrre un aumento del grado di concorrenza e la concorrenza – ci viene insegnato – accresce il benessere sociale.

Il pregiudizio su quella esperienza ha portato, a partire soprattutto dalla svolta del 1992 in un processo ancora in atto, al più il più massiccio programma di privatizzazioni effettuato nell’ambito dei Paesi OCSE.

Un vasto programma di privatizzazioni che, a giudizio della storiografia più recente (p.e. le ricerche di Franco Amatori), ha privato il nostro Paese delle principali imprese impegnate nella fondamentale attività di ricerca e sviluppo (IRI generava più ricerca scientifica di tutto il settore privato italiano ancora negli anni Ottanta), limitando la capacità dell’economia italiana di generare endogenamente avanzamento tecnico, con effetti di segno negativo sulla dinamica della produttività del lavoro e sul tasso di crescita e, dunque, in definitiva, accrescendone la dipendenza (tecnologica, ma anche, per conseguenza, politica) dall’estero.

Fonte

27/07/2024

La secessione reale. Il governo vara la “Zona Economica Speciale unica” nel Meridione

A fianco dell’autonomia differenziata sta marciando un altro processo che porterà alla “secessione reale” del paese.

Indicato già nel PNRR di Draghi ma sottraendo risorse alle zone interne in via di spopolamento, diventa operativo il progetto di fare nel Meridione una “Zona Economica Speciale”.

Prima concepita per territori specifici (privilegiando quelli in prossimità di porti e aeroporti) e poi per un'unica area, la Zes creerà nel Sud del paese le condizioni per attuare il disegno della gabbie salariali differenziando le condizioni di lavoro, salario e previdenziali nel Paese. Per molti aspetti si tratta di un progetto perfettamente complementare a quello dell’autonomia differenziata.

Secondo la presidente del Consiglio Meloni, il Piano “è un modello molto diverso dalle logiche assistenzialistiche che abbiamo visto in passato, e che hanno impedito al Sud di dimostrare appieno il suo valore. Il Mezzogiorno – ha proseguito Meloni – ha straordinarie ricchezze e potenzialità, che finora non sono state espresse appieno. Penso alla sua eccezionale posizione geografica, che lo rende una piattaforma naturale al centro del Mediterraneo, ma anche a ciò che rende il Sud famoso nel mondo, in termini di storia, cultura, bellezza, talenti e produzioni di eccellenza”.

Per la Presidente del Consiglio “è un mattone in più che noi mettiamo per costruire quel nuovo modello di cooperazione, sviluppo e partenariato con l’Africa che è alla base del Piano Mattei, che il Parlamento sta discutendo in queste ore, e che identifica l’Italia come ponte tra il continente africano e l’Europa. L’obiettivo strategico che ci poniamo – ha proseguito la Meloni– è rendere il Sud un luogo dove sia conveniente investire. Ed è un’occasione alla nostra portata, perché la Zes Unica del Mezzogiorno sarà la più grande zona economica speciale in Europa per numero di abitanti, e supererà il primato della Polonia, che pure costituisce una buona pratica a livello internazionale”.

In Polonia esistono infatti 14 Zone Economiche Speciali (Specjalne Strefy Ekonomiczne- SSE), istituite con la legge del 20 ottobre 1994 e cioè in piena fase di conquista dell’Est Europa da parte dei gruppi capitalisti occidentali. Le Zes sono state prorogate fino al 2026.

Si tratta di aree territoriali che assicurano sgravi fiscali e altri benefici per le imprese. In Polonia sono prevalentemente localizzate in aree poco abitate, dove gli imprenditori che vi insediano l’attività possono beneficiare di aiuti pubblici. L’ordine di grandezza delle agevolazioni alle imprese cambia di regione in regione: in alcune (Lubelskie, Podkarpackie, Podlaskie, Warminsko-Mazurskie) le agevolazioni per le piccole imprese raggiungono il 70%, mentre per le grandi aziende l’abbattimento della tassazione è del 50 per cento. In altre zone le agevolazioni sono più contenute: del 45% per le piccole imprese e del 25% per le grandi aziende (Dolnoslskie, Wielkopolskie, Slskie) oppure rispettivamente del 35% e del 15% per Varsavia (fino a 2017; successivamente passeranno al 30% e al 10%).

Altro elemento di indubbio interesse per le imprese è ovviamente “un costo del lavoro che resta ancora competitivo rispetto ai Paesi occidentali specialmente per quanto riguarda la manodopera qualificata”.

Standard sociali differenziati tra le regioni, agevolazioni fiscali e contributive per le imprese, differenziazioni salariali. Più chiaro di così!

Fonte

09/06/2024

Italia - Si allarga la voragine tra Nord e Sud

Nel dibattito pubblico si parla spesso di PIL e di vincoli europei, ma passa in sordina l’andamento interno dell’economia. E come da decenni a questa parte, con la spinta della dinamica centro-periferia implementata dal trattato di Maastricht, il divario tra il Nord e il Sud del paese va allargandosi.

Nel rapporto 2023 di Banca d’Italia risulta che il PIL è cresciuto dell’1,1% sia nel Nord-Ovest sia nel Nord-Est, ma solo dello 0,8% al Centro e dello 0,7% al Sud. “Dal 2019 la crescita del Pil in quest’ultima macroarea è stata inferiore alla media nazionale”, anche se superiore rispetto al Centro.

Anche se i livelli di attività economica sono tornati a quelli precedenti alla pandemia di Covid-19, nel Meridione “il prodotto è ancora inferiore di oltre 7 punti rispetto ai livelli precedenti la crisi del 2008-09 (4 punti nel Centro), mentre nel Nord è superiore già dal 2022”.

Il PIL pro-capite del Mezzogiorno è solo il 55% di quello registrato nel resto del paese. In pratica, il reddito disponibile per chi abita dalla Campania in giù è poco più della metà di quello di chi abita dal Lazio in su, con una cesura nettissima nella penisola... ed è così dal 2016.

Nel 2023 gli investimenti delle imprese industriali con almeno 20 addetti sono cresciuti al Centro e al Nord, ma sono rimasti invariati al Sud. Anche per questo non sorprende che nel primo trimestre di questo anno la dinamica di crescita rimanga più o meno la stessa per tutte le macroaree.

Anche se di nuovo è tornata ai livelli raggiunti prima della pandemia, “la spesa per consumi delle famiglie sarebbe cresciuta dell’1,4 per cento al Centro Nord e dello 0,8 nel Sud e Isole”. Dunque, si può facilmente dedurre che anche sulle condizioni e la qualità di vita si vada allargando il divario tra le ‘due metà’ del paese.

Il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, sottolinea che la ripresa dopo il Covid-19, “contrariamente a quanto avvenuto in episodi di crisi del passato, è stata intensa anche nel Mezzogiorno”. Quello che ora bisogna fare è, “da un lato, affrontare le conseguenze del calo e dell’invecchiamento della popolazione e, dall’altro lato, imprimere una decisa accelerazione alla produttività”.

“Un’inversione di tendenza è possibile”: un’affermazione che sembra cozzare con i dati resi pubblici dal suo stesso istituto. E difatti aggiunge, sempre in una prospettiva tutta interna ai vincoli di bilancio: “il ritardo economico del Mezzogiorno e l’elevato debito pubblico sono questioni ineludibili per la politica economica”.

“Così come i vincoli alla concorrenza che in molti settori creano rendite di posizione e limitano l’accesso di nuovi operatori, comprimendo l’innovazione, la produttività e l’occupazione. Dobbiamo aprire l’economia alla concorrenza e offrire a tutti l’opportunità di valorizzare i propri talenti”.

Le parole che sentiamo ripetere da decenni, ovvero che c’è poca produttività, che ci sono troppi legacci all’attività di impresa e che la dimensione delle aziende italiane limita la loro capacità di imporsi a livello internazionale.

Possiamo anche accettare che, in certa misura, questi nodi possano essere considerati ‘problemi’, ma quello che è evidente è che le ricette messe in campo da questa classe dirigente sono fallimentari. Ne abbiamo la prova davanti agli occhi.

Sarebbe il caso che il pubblico riprenda in mano le direttrici dello sviluppo economico, invece di lasciarle al privato che non è evidentemente in grado di risolvere le storture del nostro sistema economico. E anzi, le amplifica solamente.

Fonte

19/04/2024

A proposito del proletariato esterno, meriti e limiti del pensiero di Zitara

Nei miei lavori ho più volte citato le idee “eretiche” del marxista calabrese Nicola Zitara (1), pur senza approfondire nei dettagli il suo contributo teorico e limitandomi ad evidenziarne le convergenze con gli autori della scuola della dipendenza, come Samir Amin e gli altri membri di quella che Alessandro Visalli definisce “la banda dei quattro" (2). La lettura di un recente libro di Angelo Calemme (La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea. Contributo alla teoria del socialismo di mercato, Guida editori), mi stimola a riprendere la riflessione sul pensiero di Zitara (3) per discutere le sfide teoriche che questo autore ci ha lasciato in eredità e che ora Calemme rilancia, da un lato mettendone in luce i meriti, dall’altro esasperandone, a mio avviso, i limiti. Nelle pagine che seguono imposterò un percorso in quattro tappe: nella prima esaminerò gli argomenti con cui Zitara e Calemme difendono la tesi secondo cui il Regno delle Due Sicilie era, al momento dell’unificazione nazionale, più avanzato di tutti gli altri stati preunitari sulla strada della modernizzazione economica; nella seconda analizzerò il loro punto di vista sull’unificazione come processo di asservimento coloniale del Meridione da parte della monarchia sabauda; nella terza riprenderò le loro analisi sulla composizione di classe della società meridionale; nell’ultima discuterò la proposta di una rivoluzione nazional popolare finalizzata alla autonomizzazione del Meridione e alla sua conversione in una formazione socialista di mercato.

I.

Ripartendo dalla tesi di Zitara, il quale, confrontando i dati economici relativi ai vari staterelli italiani preunitari, ne estrae l’evidenza di un indiscutibile primato del Regno borbonico, Calemme mette tale primato in relazione con l’influenza politico culturale esercitata dai maggiori esponenti della scuola illuminista napoletana (Galiani, Intieri e Genovesi su tutti). Costoro, argomenta, non si limitarono a nutrire un profondo interesse per i temi della produzione, accumulazione e circolazione della ricchezza, ma associarono la sensibilità nei confronti di un’agricoltura in grado di garantire la sussistenza della popolazione all’attenzione nei confronti della manifattura, delle infrastrutture e dei servizi, prospettando il decollo di un moderno sviluppo industriale come effetto del miglioramento produttivo delle attività agricole piuttosto che dell'indebitamento pubblico, e attribuendo allo Stato il ruolo di sovrintendente pubblico degli interessi privati. Questi fermenti vennero fatti propri, scrive Calemme, dai governi del Regno, dando vita a un “riformismo dall’alto” che cercò di promuovere la nascita di una borghesia industriale e di un’ala riformatrice dell’aristocrazia rurale.

Sugli effetti concreti di questo attivismo illuminato delle élite regnanti mi pare che Calemme sia più ottimista dello stesso Zitara. Costui ribadisce, citando fra gli altri Nitti, che “nel Mezzogiorno era più grande ricchezza che in quasi tutte le parti del Nord”, parla di un protoindustrialismo basato soprattutto sulla produzione domiciliare, e mette in luce come le alte tariffe doganali fossero riuscite a difendere il Regno dalla penetrazione delle merci inglesi e francesi, concludendo che nel Sud esistevano le condizioni minime per un’evoluzione autonoma verso l’economia mercantile e l’industrializzazione (il che avrebbe salvato l’area dal sottosviluppo e dalla subordinazione coloniale). Quanto a Calemme ritiene che gli insediamenti industriali nel settore della siderurgia e della metalmeccanica fossero qualcosa di più di “efflorescenze prive di consistenza”, rappresentando piuttosto i primi esempi di transizione dalla manifattura all’industria moderna, transizione cui lo stato borbonico contribuì promuovendo lo sviluppo della marina mercantile, delle ferrovie e della telegrafia, svecchiando gli ordinamenti giuridici, sostenendo la formazione tecnica e professionale e incoraggiando gli investitori stranieri (cui talvolta veniva offerta la naturalizzazione). Fermenti cui contribuirono la Banca del Regno delle Due Sicilie e la Borsa di Napoli (tanto che Rothschild e altri grandi finanzieri stranieri aprirono le loro filiali nella capitale del Regno). In conclusione: secondo Calemme i Borboni erano riusciti ad avviare la trasformazione in senso capitalistico del Sud con vent’anni di anticipo sugli altri stati italiani dell’epoca.

Dalla lettura di Zitara non emergono però analoghe tendenze modernizzanti nel settore agricolo: “la pressione demografica, scrive, ostacolava ogni progresso, alimentando la frantumazione fondiaria e vincolando grandi estensioni di terra alla cerealicoltura, poco confacente a clima e suoli”. Ciò detto, il fatto che l’economia fosse scarsamente monetizzata e orientata all’autoconsumo faceva comunque sì che la condizione contadina fosse migliore di quella post unitaria.

II.

La retorica risorgimentale che celebra l’Unità nazionale raggiunta nel 1861, argomentano Zitara e Calemme, serve a mascherare il cinico interesse di un Regno di Sardegna che la crisi del 1857/58 e le spericolate scelte economiche cavouriane avevano trascinato sull’orlo del fallimento. Al punto che Nitti commentava che il default si sarebbe potuto evitare solo confondendo le disastrare finanze piemontesi con quelle di uno stato più ricco, qual era a quei tempi il Regno delle Due Sicilie. Serve inoltre a nascondere il ruolo decisivo giocato dagli interessi geopolitici inglesi. Le politiche protezioniste dei Borboni penalizzavano infatti le merci inglesi (e anche quelle francesi), ma soprattutto l’imminente apertura del Canale di Suez faceva del Meridione (in particolare della Sicilia) un nodo strategico delle rivitalizzate rotte mediterranee. Di qui il fattivo appoggio offerto alla conquista sabauda (frutto della spregiudicata politica di alleanze del manovriero Cavour, vedi il successivo appoggio della Francia alle guerre contro l’Austria).

La spoliazione del Meridione inizia subito dopo l’unificazione: viene prelevato dal Sud il 65% di tutta la moneta circolante del nuovo Regno, e contemporaneamente inizia lo strangolamento delle industrie sviluppatesi all’ombra del riformismo borbonico. Naturalmente le ruberie non basterebbero di per sé a giustificare il ricorso alla categoria del colonialismo. Il colonialismo, argomenta Zitara, non è un problema di redditi ma di strutture economico sociali: a partire da quel sottosviluppo (4) che, nel caso del Sud Italia, è il prodotto dell’inclusione del Sud nel mercato nazionale e nel contemporaneo blocco della spinta alla nascita di una produzione industriale autonoma. In particolare, sono l’estensione a tutti gli ex stati pre unitari del sistema fiscale e doganale piemontese e l’abolizione dei dazi interni a colpire duramente. Di fronte all’aumento della pressione fiscale, i proprietari terrieri reagiscono imponendo la conversione monetaria dei canoni di affitto dei fondi, che prima venivano regolati in natura, per cui il contadino è costretto a convertire in prodotti per il mercato i prodotti per il consumo domestico.

Il sistema si articola su due livelli: da un lato, la pressione finanziaria del Nord colpisce tutti i settori economici meridionali, dall’altro la classe padronale si rifà sulla classe contadina che subisce un rapido processo di immiserimento, dovuto anche al fatto che lo sviluppo di un’agricoltura estensiva specializzata (agrumi, olio e vino) per l’esportazione (favorita dalla politica inizialmente liberista del nuovo governo nazionale) scaccia i coloni e i pastori dalla terra. Nei “normali” processi di proletarizzazione associati all’accumulazione primitiva il lavoro contadino “liberato” dalla terra viene reimpiegato nelle industrie, ma la mancanza e/o la scarsità di queste ultime fa sì che il solo sbocco possibile per i contadini meridionali divenga l’emigrazione di massa: di qui il famoso detto “briganti o migranti” (5).

Il punto di non ritorno che segnò l’inesorabile declino del Sud, scrive Calemme, fu la svolta protezionista adottata dal governo Depretis nel 1887. La precedente politica liberista aveva apportato benefici alle esportazioni delle monocolture agricole di cui sopra, dopodiché il passaggio al protezionismo (che serve a favorire la nascente industria settentrionale) chiude gli sbocchi di mercato e consolida la morsa del sottosviluppo. Nitti, annota ancora Calemme, pensava che il “sacrificio” del Sud in favore del resto d’Italia fosse inevitabile per consentire l’ingresso del Paese nel concerto delle nazioni industriali, ma pensava anche che il sacrificio sarebbe stato temporaneo e che la reindustrializzazione del Sud avrebbe seguito l'industrializzazione del Nord. Il che non è evidentemente avvenuto. È invece avvenuto che le tradizionali aspirazioni contadine di possedere la terra sono progressivamente venute meno, sostituite dal miraggio di una industrializzazione mai arrivata, mentre nel secondo dopoguerra è arrivato il consumismo neocapitalista in un Meridione relativamente spopolato dalle reiterate ondate migratorie e trasformato da area a vocazione agricola ad area di consumo scarsamente produttiva e quindi in costante disavanzo.

III.

Sia in Zitara che in Calemme l’analisi della composizione di classe del Sud Italia si intreccia con le critiche alle sinistre italiane, imputate di persistenti errori di comprensione della realtà sociale e delle aspirazioni popolari, se non di veri e propri tradimenti nei confronti degli interessi delle masse meridionali. Le accuse risalgono indietro nel tempo fino a coinvolgere lo stesso Gramsci, di cui entrambi gli autori si professano pure allievi, riconoscendolo come l’unico teorico marxista che abbia compiuto un serio sforzo di comprensione della Questione Meridionale. Zitara gli rimprovera tuttavia di non avere capito che, dopo decenni di disintegrazione sociale causata dalla condizione coloniale, il proletariato meridionale era solo in minima parte composto di forza lavoro agricola, mentre la maggioranza era ridotta alla condizione di forza lavoro di riserva per le industrie settentrionali e/o straniere. In ragione di tale equivoco, comunisti e socialisti non hanno mai smesso di “ricacciare l’opposizione meridionale nel circolo vizioso delle arcaiche lotte per la terra” (6). In buona sostanza, rincara Calemme, Gramsci ragionava nei termini classici di un’alleanza fra operai e contadini, presupponendo una sostanziale uniformità di interessi fra i due strati proletari.

L’equivoco si reitera e rafforza nel secondo dopoguerra, allorché si dà per scontata la sostanziale convergenza delle due Italie sul terreno della resistenza democratica e antifascista, laddove il proletariato meridionale è insensibile nei confronti di una democrazia che lo ha sempre ignorato e tradito, per cui percepisce la legittimazione resistenziale come una nuova forma di legittimismo colonialista (7). La rottura fra proletariato meridionale e PCI si aggrava quando Togliatti, fra il '47 e il '50, egemonizza ma al tempo stesso frena le lotte per la socializzazione della terra, limitandone la ridistribuzione ai soli campi incolti (per inciso: vengono redistribuite quote insufficienti per sostenere l’autosufficienza economica degli assegnatari, per cui le terre torneranno rapidamente nelle mani dei nuovi baroni). Insomma: da un lato si insiste sullo schema della terra ai contadini, continuando a pensare alla Questione Meridionale come una questione eminentemente agraria, dall’altro lato non si agisce coerentemente e radicalmente nemmeno su tale terreno.

Non è che in campo marxista, argomenta Zitara (8) mancasse la consapevolezza dell’unificazione come processo di colonizzazione e dei livelli di supersfruttamento che ciò implica, eppure sul piano politico si è sempre negata pervicacemente l’esistenza di due italie, nel timore che eventuali spinte autonomistiche venissero egemonizzate dalle destre. Timore ingigantito dalla rivolta di Reggio Calabria capeggiata dai fascisti, che piuttosto avrebbe dovuto ispirare riflessioni autocritiche sulla mancata rappresentazione del proletariato meridionale, condannando le masse dei disoccupati all’afasia politica e alla disponibilità nei confronti delle sirene di destra (9).

Vediamo ora l’analisi di classe in base alla quale Zitara, e Calemme con lui, sostiene la tesi secondo cui, nel nostro Paese, esistono due proletariati che, non solo non condividono gli stessi interessi e obiettivi, ma sono oggettivamente in conflitto reciproco. Il primo argomento teorico di Zitara trascende lo scenario italiano e si aggancia direttamente alla tradizione della scuola della dipendenza, come enunciato in apertura di questo articolo. Si tratta di una questione cruciale che rovescia il dogma marxista in base al quale la transizione al socialismo è possibile solo nei punti alti dello sviluppo capitalistico, a partire da una constatazione di fatto che anche chi scrive (10) ha in più occasioni evidenziato: la classe operaia occidentale non ha portato vittoriosamente a termine una sola rivoluzione e, se più di un terzo dell’umanità vive oggi in sistemi socialisti (malgrado il crollo dell’Unione Sovietica e dei paesi satelliti!) ciò si deve esclusivamente a rivoluzioni condotte dalle larghe masse delle periferie del mondo (in ampia maggioranza contadine).

I marxisti ortodossi, nota Zitara, cercano di aggirare la questione sostenendo che si è trattato di eventi diretti da partiti che erano espressione di minoranze operaie, ma l’obiezione cade ove si consideri che sia in Russia sia in Cina l’egemonia della classe operaia ha realmente potuto affermarsi a rivoluzione avvenuta, sull’onda dei successivi processi di industrializzazione. Quanto appena osservato si spiega solo riannodando il filo rosso che si dipana dalle riflessioni di Marx sulla necessità dell’emancipazione del popolo irlandese quale condizione imprescindibile del risveglio della classe operaia inglese, anestetizzata dalle briciole del saccheggio imperialista; all’analisi di Lenin sull’imperialismo e sull’intreccio fra rivoluzione sociale e rivoluzione nazionale; alle tesi di Baran e Sweezy che hanno inaugurato le riflessioni postbelliche su colonialismo sottosviluppo e dipendenza (11); alle riflessioni di marxisti sudamericani come Mariategui e Linera sul ruolo rivoluzionario delle comunità originarie andine (12); per finire con il concetto di “proletariato esterno” - coniato da Braudel e ripreso da Samir Amin (13) – che è il nodo centrale del pensiero di Zitara.

A sostanziare il nodo in questione è la constatazione che, nel tardo capitalismo, i maggiori livelli di sfruttamento e le contraddizioni più radicali si collocano alla periferia del sistema mondiale, in quelle regioni in cui la penetrazione del denaro e delle merci ha distrutto le forme di vita e i sistemi produttivi e riproduttivi tradizionali senza integrare le persone in rapporti sociali assimilabili a quelli dei centri metropolitani, per cui i livelli occidentali di benessere si associano alla miseria e al supersfruttamento delle masse periferiche. Dunque le classi subalterne non sono divise da diversi gradi di maturazione politica, come sostengono la maggior parte dei marxisti occidentali, bensì da interessi diversi, di fatto contrastanti. Occorre quindi distinguere fra proletari interni ai processi produttivi che il capitale gestisce direttamente, e proletari esterni, anch’essi coinvolti nell’economia capitalistica ma in modo indiretto, tramite la mediazione di forme sociali ibride che il capitalismo tiene in vita anche attraverso la forma limite della disoccupazione (esercito di riserva globale) (14).

In tale contesto, argomenta Zitara, perdono senso le categorie classiche di sottoproletariato e aristocrazie operaie, rimpiazzate appunto da quelle di proletariato esterno ed interno, il primo è la base ideale delle politiche rivoluzionarie il secondo è la base ideale del riformismo: un conflitto che si delinea fin dallo scontro fra Seconda e Terza Internazionale e caratterizza l’intera storia moderna del lavoro subalterno e delle sue espressioni politiche (la socialdemocrazia, annota Zitara, non è frutto di una deviazione ideologica, bensì il prodotto storico di interessi reali). Questo schema interpretativo viene applicato alla storia d’Italia: “Fu subito chiaro, scrive Zitara, che le masse settentrionali ferme su una logica rivendicazionista non avrebbero favorito il movimento contadino, che poteva sfociare solo nel rovesciamento del sistema.” (15). Dopodiché aggiunge che che questi due soggetti sociali possono sì, come voleva Gramsci, avere lo stesso obiettivo strategico ma, al contrario di quanto ipotizzato dallo stesso Gramsci, per realizzarlo dovranno percorrere strade diverse e autonome, perché autonomi e contrastanti sono i rispettivi interessi. Ovviamente il proletariato esterno meridionale non è fatto solo di contadini e disoccupati: è un insieme complesso e disomogeneo di strati sociali accomunati da condizioni di precarietà, un soggetto che può essere descritto, in analogia con le masse periferiche del Terzo Mondo, come una nuova classe di lavoratori coinvolti nella produzione capitalistica ma esclusi dai suoi vantaggi.

L’analisi di classe di Zitara, riproposta da Calemme, prende in considerazione altri due soggetti fondamentali. Il primo è una borghesia, a sua volta stratificata e disomogenea, che non trova precisa e stabile collocazione nello scacchiere politico nazionale, in quanto priva di effettiva forza contrattuale, per cui svolge di fatto un ruolo analogo alle borghesie ”compradore” (16), svolge cioè il ruolo di cinghia di trasmissione, di mediatore dell’egemonia economica, politica e culturale delle élite settentrionali. Zitara parla di “tre mediazioni concatenate”: dai gruppi egemonici settentrionali allo Stato, dallo Stato agli intellettuali meridionali, da questi alle classi subalterne. Gli intellettuali, anello intermedio della catena in questione, sono il secondo dei due soggetti fondamentali di cui sopra. La storia di questo strato, secondo Zitara, viene da lontano, nel senso che fin dall’inizio le professioni liberali e le magistrature hanno svolto ruoli analoghi, se non identici, a quelli dell’abito talare e del cavalierato destinati ai cadetti dei signori feudali. Gli intellettuali sono una classe di puri consumatori i cui ranghi sono venuti ingrossandosi a mano a mano che il sistema si impoveriva offrendo sempre meno alternative (17) e, dal momento che i ceti impiegatizi inseriti nella Pubblica Amministrazione e le professioni liberali godono di redditi equiparabili a quelli dei loro omologhi settentrionali, costoro sono il principale alleato del dominio coloniale. Ecco perché, ironizza Zitara, “ancora oggi gli unici veri italiani del Sud sono gli intellettuali” (18).

IV.

Le idee fin qui analizzate rappresentano un mix di formidabili intuizioni – in particolare sul piano della contro analisi storica del processo di unificazione nazionale e della denuncia delle responsabilità delle sinistre – e di elementi di debolezza – analogie suggestive ma talvolta non del tutto fondate fra Meridione e Paesi del Terzo Mondo, insufficienti aggiornamenti sulle trasformazioni socioeconomiche e antropologiche che il nostro Sud ha subito negli ultimi decenni. Prima di tracciare un bilancio critico occorre però completare la nostra analisi descrivendo il progetto politico di Zitara e il rovesciamento di paradigma – rispetto a Marx – su cui tale progetto si fonda.

Il compito prioritario, argomenta Zitara, è dare un volto politico alle forze popolari del Sud, condizione imprescindibile per consentire la partecipazione del proletariato esterno alla lotta di classe, il che è possibile a due condizioni: far sì che esso elabori in forma autonoma i propri obiettivi e la strategia per realizzarli, a partire dalla presa di coscienza di essere oggetto di sfruttamento e oppressione coloniale. Una volta ottenuta tale consapevolezza, la lotta per la liberazione dovrà procedere su due binari: quello della emancipazione nazionale e quello sociale della lotta contro le borghesie locali che mediano l’egemonia del Nord. Parliamo insomma di una rivoluzione nazional popolare, di una “via subnazionale al socialismo”che permetta in primo luogo di realizzare una piena e buona occupazione e di ottenere un minimo di vita dignitosa per le masse. Questo obiettivo, alternativo a quelli della lotta politico sociale della sinistra nazionale, dovrà necessariamente incarnarsi nella creazione di una nuova entità nazionale nella misura in cui (e qui le idee di Zitara evocano il concetto di delinking (19) di Samir Amin) solo erigendo nuove frontiere sarà possibile combattere la disoccupazione attraverso la valorizzazione delle risorse locali e l’adozione di forme di protezionismo mirate.

Ma di che socialismo parliamo? Per liberare il Sud, scrive Zitara, non basta uscire dallo Stato italiano e dall’Europa: “bisogna uscire da una cultura che viene dall’utilitarismo inglese e americano” (20) incompatibile con l’antica civiltà mediterranea. Tuttavia quest’ultima affermazione appare in stridente contraddizione con l’invito a ribaltare la concezione marxiana che associa il socialismo all’abolizione della proprietà privata: “Marx vuole abolire la proprietà invece l’assunto va capovolto: ciascuno sia proprietario del proprio prodotto mentre nessuno deve poter possedere il prodotto altrui”. L’idea di libertà, scrive infatti Zitara esprimendo un’opinione che Marx avrebbe liquidato come una robinsonata, è sempre quella classica, associata al pieno diritto di vendere e comprare, definizione che, ahimè, è una delle colonne ideologiche su cui si basa quel liberalismo anglosassone che Zitara dice di voler liquidare.

In poche parole, siamo all’interno di una cornice concettuale che rievoca i classici del socialismo utopistico ottocentesco – Owen ma soprattutto Proudhon – come esplicitamente confermato da Calemme, il quale mi pare (anche se posso sbagliarmi, non avendo letto tutti gli scritti del suo maestro e ispiratore) che radicalizzi il pensiero di Zitara, spingendolo ulteriormente nella direzione appena descritta. Dopo aver reiterato la necessità di rovesciare l’assunto marxiano dell’abolizione della proprietà privata, Calemme scrive infatti che quella di Zitara è “una versione neo giusnaturalista e neo contrattualista” del socialismo scientifico (sic) marxista nella misura in cui egli ritiene che libertà e proprietà individuali siano diritti naturali inalienabili preesistenti al contratto sociale, già sanciti dalla mercatura medievale, ribaditi dai diritti dell’uomo e del cittadino dell’89 e da Proudhon e altri esponenti del socialismo utopistico. Posto che non si capisce come si possano mettere insieme categorie come giusnaturalismo, contrattualismo, diritti naturali (individuali) inalienabili, nonché l’affermazione che “l’individuo umano libero e autonomo è frutto del soggetto economico e del suo diritto di compravendita” con l’invito a “battersi contro ogni orientamento liberale” (?), non sorprende che questi salmi finiscano in gloria, cioè con la condanna della pianificazione socialista e della distribuzione del prodotto sociale controllata dallo stato, laddove il socialismo liberale del costituendo soggetto nazionale dell’Italia del Sud dovrà limitare il compito dello Stato alla sovrintendenza pubblica degli interessi privati a garanzia dello sviluppo equilibrato di una società fatta di liberi produttori, “ognuno con il proprio capitale preso in prestito da una banca di denaro pubblico”. A questo punto disponiamo di tutti gli elementi per tracciare un bilancio critico.

*****

Premetto che non dispongo delle competenze storiche per giudicare se, nel 1861, il Regno delle Due Sicilie fosse effettivamente il più avanzato sul piano dello sviluppo economico in senso capitalista rispetto agli altri stati preunitari, anche se mi pare che sia Zitara che Calemme offrano argomenti convincenti a sostegno di tale tesi. Ritengo invece del tutto condivisibile la tesi del saccheggio coloniale da parte degli occupatori sabaudi e della relazione strutturale fra decollo industriale del Nord e “sviluppo del sottosviluppo” (21) del Meridione, un processo che potremmo anche definire, con David Harvey, accumulazione per espropriazione (22). In particolare, mi pare meritoria la demistificazione delle retorica risorgimentale (tanto cara anche a certa sinistra) che mette in luce come il successo dell’impresa dei Mille non sarebbe stato possibile senza l’appoggio sabaudo, motivato dalla necessità di mettere le mani sul “tesoro” dei Borboni per salvare dal fallimento il Regno di Sardegna, e senza l’appoggio inglese motivato dall’esigenza geopolitica di rimuovere gli ostacoli al controllo imperiale su Mediterraneo. Senza dimenticare l’ambiguità garibaldina nei confronti delle aspirazioni delle masse contadine, ferocemente represse da Nino Bixio.

Resta il fatto che, proprio in ragione di quelle aspirazioni, ampi settori delle masse meridionali aderirono entusiasticamente alla mobilitazione contro i Borboni. Il che conferma che il riformismo dall’alto di questi ultimi, nei confronti del quale il giudizio positivo di Calemme mi pare assuma a volte toni eccessivi, era “monco”, non aveva cioè affiancato gli sforzi per sostenere il processo di sviluppo industriale ad altrettanti sforzi per promuovere la modernizzazione dei rapporti sociali nelle campagne. È quindi probabile che, ove lasciato proseguire autonomamente la propria evoluzione, il Regno borbonico sarebbe evoluto verso un modello “prussiano”, cioè verso l’integrazione fra nascente borghesia industriale e aristocrazia “junker”, un regime moderno ma con spiccate caratteristiche autoritarie.

Passo alle critiche alla sinistra. Premetto che le critiche a Gramsci, cui viene rimproverato di non avere realizzato che la questione meridionale, dopo decenni di disintegrazione sociale delle campagne, non era più riducibile alla questione agraria, e che il progetto rivoluzionario non poteva essere proposto nei termini classici di alleanza operai-contadini, mi paiono francamente ingenerose, nel senso che si fondano su una retrodatazione di condizioni che sarebbero giunte a completa maturazione solo nel secondo dopoguerra. Ciò detto condivido la denuncia degli errori che, dopo la riforma agraria “dimezzata” voluta da Togliatti nell’immediato dopoguerra, si sono fatti sempre più evidenti con il sistematico disconoscimento degli interessi del proletariato esterno meridionale, fino alla mancata autocritica dopo la rivolta di Reggio Calabria, per avere consegnato l’egemonia della rabbia popolare ai fascisti. L’ossessione che ha inchiodato le sinistre italiane a ragionare sul Sud esclusivamente nei termini di ridistribuzione delle terre (obiettivo che ormai i contadini proletarizzati avevano rimpiazzato con le aspettative di occupazione industriale) somiglia a quella dei partiti comunisti sudamericani, i quali hanno continuato a perseguire lo stesso obiettivo senza riconoscere il potenziale anticapitalista delle comunità originarie e delle masse proletarie esterne ai centri di sviluppo industriale (23).

Credo che Zitara abbia perfettamente ragione nel puntare il dito contro la secolare diffidenza (che risale alle sferzanti battute del Marx del Manifesto contro l’ottusità dei contadini), non di rado venata di disprezzo, nei confronti del mondo contadino. E naturalmente condivido, come ho ampiamente argomentato altrove (24), la necessità di prendere atto che le sole rivoluzioni socialiste riuscite sono avvenute in Paesi economicamente “arretrati” ed hanno avuto come protagoniste le larghe masse contadine piuttosto che la classe operaia. Così come sono a mia volta convinto che gli interessi del proletariato esterno e di quello interno siano conflittuali. Ma se questo vale tuttora sul piano dello scontro geopolitico – oggi alle soglie della Terza guerra mondiale – fra imperialismo occidentale e fronte delle nazioni nate dalle rivoluzioni di liberazione nazionale seguite al Secondo conflitto mondiale, mi sembra opinabile se riferito al conflitto fra centri e periferie interni al blocco occidentale. Per quanto riguarda, in particolare, il conflitto fra le due italie, mi pare che lo schema bipolare su base geografica sia stato progressivamente eroso dai processi di immiserimento e precarizzazione che decenni di neoliberismo hanno innescato a danno del proletariato interno settentrionale. Oggi l’opposizione centro periferia tende ad assumere una configurazione a macchia di leopardo, per cui i sud (al plurale) europei (a partire dal nostro, ma vedi anche la colonizzazione della Germania Est da parte della Germania Ovest) non sta più solo al Sud, ma anche nei sobborghi delle metropoli gentrificate, nelle province tagliate fuori dai flussi del capitale globale, ecc. (25). Se ciò è vero, torna di attualità la questione dell’unità proletaria a livello delle singole nazioni più che a livello subnazionale. Unità che non si pone in termini di alleanze, bensì come progetto di ricostruzione politica di una classe lavoratrice disarticolata e dispersa tanto sul piano sociale che sul piano territoriale dai decenni lotta di classe dall’alto che il capitale ha condotto, con la complicità delle sinistre.

C’è poi un fattore culturale e antropologico che rende a mio avviso improbabile il progetto di mobilitare le masse meridionali in vista di una secessione rivoluzionaria. Chi scrive ha vissuto per quindici anni in Salento, insegnando all’Università di Lecce dove ha avuto occasione di frequentare quotidianamente centinaia di studenti appartenenti a ogni strato sociale (non solo medio alto: ai primi del duemila ancora molte famiglie della provincia povera mandavano i figli a frequentare i corsi della triennale, nell’illusione che ciò garantisse più opportunità di lavoro). Ciò mi ha permesso di misurare l’impatto della penetrazione della cultura consumistica (non solo attraverso i media, ma anche grazie all’interazione con i massicci flussi turistici che invadono il territorio per buona parte dell’anno). Ebbene: in questi ragazzi non ho trovato tracce di odio e risentimento per i “colonizzatori” (26) , ho trovato invece un pressoché totale allineamento con i gusti, i valori, i desideri e le aspirazioni “americanizzate” dei loro coetanei settentrionali e/o di altri Paesi occidentali. Quelli che non emigrano al Nord o all’estero, sono impegnati a praticare vari generi di auto-imprenditoria terziaria nei settori del turismo, del commercio, dei nuovi media, della comunicazione pubblicitaria, ecc. Rieducare politicamente questi strati di proletariato esterno “postmodernizzato” non sarà impresa meno ardua di quella di restituire coscienza dei propri interessi di classe al proletariato interno immiserito e precarizzato dalle “cure” delle élite di Bruxelles.

Ma veniamo a quello che considero il limite maggiore dei discorsi sin qui presi in esame, vale a dire il tentativo di resuscitare un socialismo utopistico alla Proudhon. Ammesso e non concesso che oggi sia, non dico realizzabile, ma anche solo concepibile “una società di liberi produttori” (Owen e Proudhon potevano ancora nutrire un simile sogno perché vivevano nella fase aurorale del capitalismo industriale, ma nemmeno loro avrebbero potuto farlo se fossero vissuti nell’era del tardo capitale monopolistico) non vedo come si possa non capire che tale società, in seguito alle differenze di capacità, talento, aggressività, ambizione, ecc. di questi produttori sarebbe destinata a subire un rapido processo di concentrazione dei capitali nella mani di una minoranza a scapito della maggioranza. Peggio mi sento di fronte alla schizofrenia teorica che, da un lato esclude ogni forma di liberismo economico e critica la filosofia utilitarista, dall’altro indica nella proprietà privata e nella piena libertà di vendere e comprare il fondamento dei “diritti naturali” dell’individuo, per tacere della rivendicazione dei principi giusnaturalisti e contrattualisti che, come insegna Andrea Zhok nella sua fondamentale Critica della ragione liberale (27) sono, proprio assieme all’utilitarismo, il fondamento stesso del moderno liberalismo borghese (e quindi anche della sua attuale, spietata versione neoliberista e dell’ordoliberalismo che governa la costituzione materiale della UE).

Qualcuno potrebbe a questo punto obiettare che chi scrive, sulle tracce di autori come Vladimiro Giacché e Giovanni Arrighi (28) ha ripetutamente messo in discussione il modello classico di socialismo formulato da Marx ed Engels, i quali prevedevano l’abolizione integrale del mercato. Vero, solo che io mi riferivo ai socialismi del secolo XXI che crescono in Asia, Africa e America Latina, e in particolare a quel socialismo in stile cinese, che, avendo imparato la lezione del fallimento sovietico, ha restituito ai contadini la libertà di vendere il proprio plus prodotto (ma non la proprietà della terra, che resta saldamente nelle mani dello stato), ha consentito (entro certi limiti e sempre sotto controllo statale) l’accumulazione privata, impedendo però alla borghesia nazionale di tradurre in potere politico il potere economico, e mantenendo il controllo pubblico sui settori produttivi strategici, sulle banche, sulla ricerca scientifica e sui servizi essenziali. Per inciso, le riforme postmaoiste hanno realizzato proprio gli obiettivi prioritari indicati sia da Zitara che da Calemme: piena occupazione, una vita dignitosa per centinaia di milioni di cittadini strappati alla miseria, piena sovranità nazionale dopo più di un secolo di umiliazioni coloniali, per tacere della capacità di competere alla pari sul piano economico, scientifico e tecnologico con l’imperialismo americano che, non a caso, si prepara ad aggredire militarmente questo scomodo competitor, che lo inquieta sul piano ideologico-politico ancora più che su quello economico. In conclusione: niente rivoluzione senza partito rivoluzionario e niente sviluppo socialista senza stato socialista. Per parafrasare il duo Zitara Calemme: per emancipare il proletariato esterno non basta uscire dalla UE, bisogna rompere con il blocco capitalista occidentale e la sua ideologia (e quindi anche con la sua idea di libertà economica!). Quanto all’Italia, il nodo non è più geografico, nel senso che non si tratta più di liberare il Sud, bensì di liberare i sud (minuscolo plurale) estendendo la rivoluzione nazional popolare all’intero territorio.

Note

(1) Le citazioni si trovano in Utopie letali (Jaka Book, Milano 2013), Il socialismo è morto. Viva il socialismo (Meltemi, Milano 2019) e Guerra e rivoluzione (2 voll. Meltemi, Milano 2023).

(2) Gli altri membri della “banda” sono Gunder Frank, Giovanni Arrighi ed Immanuel Wallerstein. Cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi Milano 2020.

(3) I testi di Zitara cui farò riferimento in questo articolo sono: Il proletariato esterno (Jaka Book, Milano 1972), L’unità d’Italia. Nascita di una colonia (Jaka Book, Milano 1971, ristampa 2010), L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria (Jaka Book, Milano 2010) e Negare la negazione. Introduzione al separatismo rivoluzionario, Città del Sole, Reggio Calabria 2001.

(4) Cfr. fra gli altri, G. Myrdal, Teoria economica e paesi sottosviluppati, Feltrinelli, Milano 1957; P. Baran, Il surplus economico, Feltrinelli, Milano 1962; P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968, oltre al già citato Dipendenza di A. Visalli.

(5) Nelle analisi di Zitara e Calemme il fenomeno del brigantaggio ha il valore di una prima manifestazione della resistenza del proletariato esterno meridionale all’occupazione coloniale.

(6) In Negare la Negazione, cit.

(7) Anche questo giudizio sull’uso strumentale della retorica resistenziale come legittimismo colonialista si trova in Negare la negazione, cit.

(8) Zitara denuncia questa schizofrenia dell’atteggiamento dei partiti italiani di ispirazione marxista ne L’unità d’Italia, cit.

(9) Ne Il proletariato esterno cit. Zitara scrive che la esibita “purezza morale” fascista che punta il dito contro corruttela, clientelismo e le baronie politiche che la democrazia italiana ha imposto al Sud affascina le masse meridionali.

(10) Cfr. Guerra e rivoluzione, vol. I (Le macerie dell’Impero), cap. I (“La cassetta degli attrezzi).

(11) Vedi nota 4.

(12) Ne Il proletariato esterno, cit. Zitara nota come la produzione per l'autoconsumo e l’economia di villaggio abbiano svolto per la classe contadina un ruolo di autodifesa contro lo sfruttamento. Il ruolo di resistenza anticapitalista dei residui di forme sociali precapitalistiche è un tema centrale di molti marxisti latinoamericani. Vedi, in particolare, J. C. Mariategui, Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti, Einaudi, Torino 1972 e A. G. Linera, Forma valor y forma comunidad, Traficantes de Suenos, Quito 2015. In particolare Linera estende il concetto di classe rivoluzionaria alle comunità originarie andine, in polemica con i marxisti ortodossi che le considerano forme comunistiche primitive che devono essere “sciolte” nei moderni rapporti di produzione capitalistici prima di poter essere integrate nel fronte della lotta di classe.

(13) Accenno a questo rapporto fra Samir Amin e Zitara in Guerra e rivoluzione, cit., vol. II, pp. 148 e segg.

(14) Di questa capacità del capitale metropolitano di mettere al lavoro forme economiche ibride in cui il mercato capitalistico convive con rapporti sociali di tipo tradizionale, discute A. G. Linera nel libro citato alla nota 12.

(15) Ne Il proletariato esterno, cit.

(16) Calemme usa il termine di lumpenborghesia per denotare questa nuova borghesia dominante che rafforza i rapporti di subalternità economica dei Paesi ex coloniali

(17) Sempre ne Il proletariato esterno, Zitara sostiene che a mano a mano che i figli vengono avviati agli studi ciò genera un nuovo fattore sociale che alimenta la disoccupazione intellettuale, foriera di tensioni particolarmente esplosive.

(18) Ne L’unità d’Italia, cit.

(19) Sul concetto di delinking cfr. S. Amin, La déconnextion. Pour sortir du système mondial, La Découvert, Paris 1986 e Classe et nation, Nouvelles Editions Numériques Africaines, Dakar 2015. Vedi anche H. Jaffe, Via dall'azienda mondo,Jaka Book, Milano 1995.

(20) In Negare la negazione, cit.

(21) Cfr. P. Baran e G. Myrdal opp. citt.

(22) Cfr. D. Harvey, The Anti-capitalist Chronicles, Pluto Press, London 2020.

(23) vedi nota 12.

(24) Vedi Guerra e rivoluzione, cit.

(25) Su questa nuova dimensione del conflitto centri periferie, cfr. C. Guilluy, La France périphérique, Flammarion, Paris 2014.

(26) Il tema dell’odio meridionale contro i colonizzatori ricorre di frequente nel libro di Calemme (la pulsione violenta della masse meridionali, scrive, “non è esecrabile ma è l’ultimo vestigio della loro umanità, della loro dignità”). Calemme traccia un filo che si dipana dai Fasci siciliani, agli eventi di Avola e Battipaglia, alla rivolta di Reggio, fino ad appellarsi al fenomeno mafioso come “il tentativo storico della classe subalterna meridionale eterna allo sviluppo storico di avviare con la violenza un nuovo processo di accumulazione originaria”, discorso che, mentre può avere un qualche senso alle origini del fenomeno, mi pare non più sostenibile nella sua attuale versione globalizzata e finanziarizzata, totalmente integrata nei vertici del sistema capitalista mondiale.

(27) A. Zhok, Critica della ragione liberale, Meltemi, Milano 2020.

(28) Vedi fra i molti scritti che Giacché dedica al tema, il suo (a cura di) Economia della rivoluzione, il Saggiatore, Milano 2017, quanto ad Arrighi vedi, in particolare, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007.

Fonte

16/06/2023

Le asimmetrie dell’Unione Europea fotografate nei dati ISTAT

I dati che il 13 giugno l’ISTAT ha diffuso riguardo la valutazione ventennale delle politiche di coesione UE possono essere letti in almeno due modi. E in ogni caso le conclusioni da trarne sono che il libero mercato e le forme dell’integrazione europea non fanno che aumentare il divario e la divergenza economica.

Il rapporto ci dice che il Sud Italia ha smesso decenni fa di recuperare la distanza dal Nord del paese, e che le politiche europee per far fronte alla situazione non sono efficaci.

Ma è anche la dimostrazione di come una costruzione sovranazionale fondata sulla concentrazione capitalistica di un centro imperialista, a discapito della sua periferia, non può che riprodurre questa divergenza.

L’obiettivo della politica di coesione, che nel periodo 2021-27 assorbirà 330 miliardi di risorse allocate principalmente guardando il PIL pro capite, è quello di favorire la convergenza nei livelli di sviluppo delle varie regioni della UE. Le aree più coinvolte sono quelle dell’Est Europa (in particolare Romania e Polonia) e il Sud Europa (il meridione di Spagna e Italia).

La popolazione che vive nelle regioni meno sviluppate è diminuita ovunque, tranne che in Slovacchia e in Italia. Nel caso nostrano, tra il ciclo di programmazione iniziato nel 2000 e l’attuale, dopo un’iniziale riduzione, si è tornati a quasi 19 milioni e mezzo di persone, 150 mila in più dell’inizio del millennio.

“I benefici del mercato unico non si sono distribuiti in modo uniforme ma, ancor più durante le crisi economiche, si sono concentrati favorendo la competitività internazionale di alcuni territori”. Quei territori sono quelli intorno ai quali si sono riorganizzate le filiere continentali.

Nel rapporto si afferma che la geografia della dicotomia «centro/periferia» si è complicata, con riferimento soprattutto ai paesi dell’ex Cortina di Ferro, che possono essere definite “regioni in convergenza”. Esse sono però anche quelle che partivano dai livelli più bassi di reddito e hanno potuto in certa misura beneficiare delle delocalizzazioni di altri paesi, Germania in primis.

Sulla tradizionale periferia europea dell’Europa meridionale il giudizio è netto. Infatti, si osserva “l’incapacità del modello di crescita economica mediterraneo di esprimere delle ‘super stars'” (regioni economicamente avanzate capaci di realizzare dei tassi di crescita superiori alla media Ue, ndr) “ma forse anche delle regioni convergenti”.

Mentre tendenzialmente le divergenze interne ai paesi si sono ridotte fino alla crisi del 2008, per poi stabilizzarsi e tornare a crescere negli ultimi anni, l’Italia non ha mai vissuto la fase di convergenza. Le regioni del Mezzogiorno possono “essere considerate tutte insieme come l’area più vasta e popolosa di arretratezza economica dell’Europa occidentale”.

Ma ancor più interessante è osservare che anche le nostre regioni «centrali» abbiano perso l’aggancio con le locomotive continentali.

Tra le 242 regioni censite, tutte quelle italiane hanno perso posizioni negli ultimi due decenni, e se nel 2000 ve ne erano dieci fra le prime 50 per PIL pro capite a parità di potere d’acquisto, nel 2021 fra le prime 50 ve ne sono rimaste solo quattro e altrettante sono entrate fra le ultime 50.

All’origine di questa dinamica ci sono diversi fattori. Il contributo del calo di produttività ad ampliare le differenze è diventato crescente, e ciò deriva sia dalla struttura produttiva delle imprese, più piccole rispetto ai principali paesi Ue e focalizzate su settori ad alta intensità di manodopera, sia dalle crisi economiche, ma è difficile invertire la tendenza se il tasso di investimento rimane negativo.

Ma è quasi interamente il basso tasso di occupazione a spiegare la distanza del PIL pro capite a parità di potere d’acquisto delle regioni italiane più arretrate nei confronti della media UE (20 punti percentuali) e della media nazionale (10 punti percentuali).

In generale, l’Italia è il fanalino di coda europeo del tasso di occupazione, a certificare la desertificazione industriale del paese.

Se non verranno messe in atto politiche in controtendenza, entro qualche anno questa forbice tra la penisola e il core del continente sarà un burrone. Il governo Meloni non sembra né capace né nella possibilità di avviarsi su questa strada, considerando che le mancanze di organico dovute all’austerity rendono difficile anche solo spendere i soldi del PNRR.

Bisogna poi dirsi che, pur essendo vero che chiaramente nell’arco di un ventennio la geografia economica della UE si è sviluppata con una dialettica complessa e non sempre lineare, e sicuramente cambierà ancora, emerge con evidenza che la costruzione comunitaria si è effettivamente sviluppata con un centro che ha cercato il salto imperialista drenando risorse e menti dalla periferia. E l’Italia ne ha subito in pieno gli effetti.

Ora gli indirizzi della UE sono nettamente virati su di un sentiero bellico, che incancrenirà le difficoltà del paese. Per dargli un futuro, dobbiamo lottare per rompere la catena imperialista del Blocco Euroatlantico e affermare un’alternativa sistemica nel quadro di un emergente mondo multipolare.

Fonte

11/06/2023

Autonomia Differenziata, ecco come lo Stato rischia il default

Cosa accade ai bilanci dello Stato e delle regioni meridionali se le regioni ricche del Nord trattengono i tributi erariali sul loro territorio?

In Commissione Affari Costituzionali del Senato, si sono concluse le audizioni sul DDL del Ministro Calderoli sull’autonomia differenziata. Tra gli altri, sono stati auditi il Presidente Michele Emiliano, l’ex Sen. Anna Finocchiaro, il prof. Francesco Pallante e il prof. Gianpaolo Arachi, Ufficio di Bilancio.

Come ricordato dal presidente della Commissione Alberto Balboni (FdI), gli auditi sono stati oltre sessanta. Arachi ha sottolineato un passaggio fondamentale sul piano finanziario per il bilancio dello Stato.

Le regioni che chiedono l’attribuzione di autonomia su una determinata funzione lo faranno dopo aver definito i LEP, Livelli Essenziali delle Prestazioni, livelli cui dovrà corrispondere un costo e un fabbisogno standard. In nome di quel costo standard, una regione (che vuole autonomia) chiederà di trattenere una quota di tributi erariali sul proprio territorio, ovvero di compartecipare ad una quota di tributi erariali riscossi sul suo territorio.

Ma cosa accade praticamente? Scrive l’UPB nella memoria depositata: «nel caso in cui la compartecipazione avesse una dinamica inferiore al fabbisogno sarebbe necessario integrarla per assicurare le risorse necessarie secondo il dettato del terzo comma dell’articolo 119 della Costituzione».

Ovvero, se io regione differenziata ho trattenuto una quota di tributi erariali insufficiente a finanziare un LEP, per una determinata funzione che svolgo, chiederò inevitabilmente di trattenere più tributi sul mio territorio. Ma potrebbe accadere il contrario, ovvero, io regione differenziata trattengo una quota di tributi erariali superiore al costo standard per svolgere una determinata funzione per la quale ho chiesto autonomia.

Secondo l’UPB «la correzione sarebbe parimenti necessaria nel caso in cui la dinamica della compartecipazione eccedesse quella del fabbisogno». In quel caso le regioni autonome avrebbero «risorse in eccesso rispetto a quelle che sarebbero state garantite dalla fornitura statale. Di conseguenza, vi sarebbero meno risorse per il resto delle Amministrazioni pubbliche che, dati gli obiettivi di finanza pubblica, dovrebbero essere reperite con riduzioni di spesa» o «aumenti della pressione fiscale che si scaricherebbero anche sui cittadini delle altre Regioni».

Nel primo caso ci sarebbero tagli del fondo perequativo e delle risorse necessarie a rimuovere gli squilibri economici e sociali secondo l’articolo 119 della Costituzione. E, su tali questioni, Francesco Boccia, Presidente dei Senatori PD, ha chiesto all’UPB una ricognizione seria del fabbisogno finanziario complessivo: «cosa accade ai Livelli essenziali delle prestazioni se le Regioni si trovano ad avere risorse insufficienti per garantire i servizi alla persona?».

Per Boccia il fondo di perequazione necessario all’attuazione del DDL Calderoli è di almeno 60 miliardi, 100 se si calcolano anche le infrastrutture. Il presidente Balboni ha accolto la richiesta: ogni Senatore della Commissione, tramite la Presidenza della stessa Commissione, potrà inviare quesiti sull’impatto finanziario del DDL Calderoli all’Ufficio Parlamentare di Bilancio. L’UPB si è impegnato a rispondere nei tempi necessari.

Analogamente la Vicepresidente del Senato Maria Domenica Castellone (M5S) in Commissione Bilancio ha chiesto un’indagine conoscitiva sulla spesa storica attuale e sugli effetti contabili dell’autonomia differenziata. Oggi prima dell’eventuale attuazione dell’autonomia differenziata, quanti soldi ci vorrebbero per garantire gli stessi LEP su tutto il territorio nazionale?

I dati dei Conti Pubblici Territoriali, prodotti dall’Agenzia per la Coesione Territoriale, sono il principale termometro della spesa storica. Nel 2019, al netto delle partite finanziarie e degli interessi, in termini di spesa del Settore Pubblico Allargato, un cittadino del Centro-Nord riceve 17.363 euro, un cittadino meridionale riceve 13.607 euro. La differenza è 3.756 euro.

Per azzerare il divario Nord-Sud lo Stato dovrebbe investire in più ogni anno al Sud 75 miliardi. Un cittadino pugliese riceve 13.637 euro: il divario con il Centro-Nord è di 3.726 euro. Per dare ad un pugliese la stessa spesa del Settore Pubblico Allargato di un cittadino del Centro-Nord, lo Stato, ogni anno, dovrebbe spendere in Puglia almeno 14 miliardi di euro in più per suoi 4 milioni di abitanti.

Infine, qualora Veneto, Emilia Romagna e Lombardia trattenessero il 90% dei loro tributi sui rispettivi territori, cosa accadrebbe al bilancio dello Stato?

Secondo una simulazione su dati 2015 dei professori Adriano Giannola e Gaetano Stornaiuolo sulla Rivista Economica del Mezzogiorno, 190 miliardi su 751 di bilancio nazionale uscirebbero dal bilancio nazionale ed entrerebbero nelle casse di Emilia Romagna (43 miliardi), Veneto (41 miliardi) e Lombardia (106 miliardi).

Per il Servizio Bilancio del Senato, nella Nota 52, se le regioni “differenziate” trattenessero parte dei tributi sul proprio territorio, non sarebbero garantiti i livelli essenziali delle prestazioni nelle altre regioni.

Fonte