Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
15/01/2026
Come confondere la marxiana astrazione concreta con l’idealtipo weberiano
L’articolo di Zichen e Haijun pubblicato da “Contropiano” (Il Proletariato digitale, ndr) affronta in modo ingenuo – mi permetto di definirlo tale soprattutto perché accampa infondate pretese di novità – un interrogativo teorico complesso e controverso sul quale, in campo marxista, si discute da decenni, vale a dire: in che misura l’avvento delle tecnologie digitali impone una revisione radicale delle categorie fondamentali della critica dell’economia politica.
Ho volutamente usato il termine tecnologie digitali, laddove gli autori associano disinvoltamente l’aggettivo digitale ai concetti di economia, capitalismo e proletariato (proletariato digitale è il titolo dell’articolo), in modo da chiarire da subito i termini del dissenso. È vero che io stesso, sia in un libro del 2011 – Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro – che in testi precedenti, fui fra i primi a utilizzare analoghi neologismi (ad esclusione di “proletariato digitale”), ma in un contesto e con finalità diverse: da un lato, intendevo richiamare l’attenzione su certi fenomeni socioeconomici emergenti, dall’altro, mi proponevo di criticare coloro che, a partire da tali fenomeni, tentavano già allora di fondare una visione tanto innovativa quanto distorta della teoria marxista.
Oggi non li userei più nemmeno in senso metaforico, perché mi sono convinto che l’attuale livello di evoluzione del modo di produzione capitalistico – di cui la tecnologia digitale è solo uno, e nemmeno il più decisivo, dei fattori – imponga di elevare l’analisi a un 2/10 livello di astrazione superiore a quello cui Marx poteva aspirare a partire dall’analisi concreta del capitalismo ottocentesco, e non di riproporne i concetti cambiandone il nome, senza metterne in discussione i limiti immanenti (vale a dire la loro determinazione storica che – Lukács docet – è l’unico criterio scientifico accettabile per chi voglia applicare seriamente il metodo marxiano alla realtà). Ma procediamo con ordine.
Prima di analizzare alcune pacchiane sviste teoriche presenti nell’articolo di Zichen e Haijun, preferisco partire da un paio di affermazioni condivisibili:
1) il lavoro digitale (che i due autori identificano restrittivamente con il lavoro direttamente coinvolto nella produzione di dati) non è lavoro immateriale;
2) il lavoro cooperativo ispirato ai principi dell’open source (cioè della condivisione libera e gratuita del codice dei software sviluppati) non è, come sostenuto da alcuni apologeti della new economy, una inedita forma di “socialismo”, ma finisce per essere inglobato nei circuiti dell’economia capitalistica.
Non sto a dilungarmi sul secondo punto (da me affrontato tempo fa), in merito al quale mi limito a ricordare che le grandi software house (superata la fase delle “crociate” indette da Microsoft e altri giganti del settore per tutelare il copyright sui propri prodotti) hanno fatto ampio ricorso ai principi dell’open source per coinvolgere (a titolo gratuito!) le reti di sviluppatori indipendenti nei processi di debugging, implementazione e perfezionamento dei propri programmi.
Decisamente più significativo, a mio avviso, il primo punto, che ha il merito di fare piazza pulita delle idiozie sul lavoro immateriale diffuse in anni recenti da autori come André Gorz e altri. Il lavoro digitale, scrivono Zichen e Haijun, non è immateriale, nella misura in cui anche un singolo bit richiede consumo di energia e dev’essere scritto su un supporto materiale, ergo: i dati sono il prodotto materiale del lavoro digitale. Ben detto, peccato che questa giusta precisazione si inscriva in un discorso in cui la definizione restrittiva (vedi sopra) del concetto di lavoro digitale è associata a una serie di speciose distinzioni formali che dovrebbero chiarire qual è oggi lo specifico soggetto di classe – il cosiddetto proletariato digitale – che si oppone al cosiddetto capitalismo digitale.
Così gli autori contrappongono arbitrariamente la produzione di dati alla produzione di beni e servizi “immateriali” che ispira i concetti postoperaisti di lavoro cognitivo e di “cognitariato” (annoto, per inciso, che le critiche che i due rivolgono al concetto di lavoro immateriale riferito alla produzione di dati andrebbero estese a ogni altra forma di produzione: non esiste letteralmente qualcosa come un lavoro immateriale, né esistono prodotti immateriali – nemmeno gli algoritmi e le teorie scientifiche sono a mio avviso tali).
Peggio: pur ammettendo che esiste una “forma indiretta” di produzione dati, – cioè i milioni di lavoratori che fabbricano, aggiustano distribuiscono, ecc. i device digitali, ai quali andrebbero sommati i milioni di lavoratori che estraggono i minerali di cui quei device sono fatti –, e pur ammettendo che esistono proletari digitali “atipici” (rider, autisti di Uber e simili, lavoratori precari della gig economy, ecc.), asseriscono che tutti questi strati di forza lavoro (che dovrebbero essere oggetto di un’analisi della nuova composizione di classe) sono solo “resti” di forme economiche e modalità produttive precedenti, rappresentano cioè la periferia di una struttura produttiva a cerchi concentrici in cui tutti contribuiscono alla produzione globale di dati, ma solo chi sta al centro di tale 3/10 struttura è il “vero” proletariato digitale che incarna la contraddizione di classe con il capitalismo digitale.
Qui le scemenze sono tante e intrecciate, per cui diventa difficile districarsi. Comunque ci provo.
Il primo anello da cui si dipana l’intera catena è di ordine metodologico. Zichen e Haijun sostengono infatti di avere applicato “il metodo di ricerca marxiano secondo cui per ogni classe esistono forme tipiche”. In altre parole, confondono l’astrazione concreta – cioè l’astrazione storicamente determinata – marxiana con gli idealtipi weberiani.
Ciò trova ulteriore conferma laddove scrivono che Marx analizzava l’Inghilterra perché cercava di individuare l’oggetto più “tipico” e rappresentativo di una certa classe, applicando il metodo “del caso esemplare”.
Ma se così fosse il metodo di Marx sarebbe un esempio di cattiva astrazione. Marx non cercava “l’oggetto più tipico”, analizzava il più alto livello di sviluppo storico raggiunto dal modo di produzione capitalistico che in quella concreta e specifica fase coincideva con il capitalismo inglese. Né pretendeva, come ha chiarito nella famosa lettera indirizzata al recensore russo del Capitale, di avere inteso individuare le leggi evolutive generali che guidano il cammino dell’umanità.
L’Inghilterra non era un “caso tipico”, era il caso storico concreto dalla cui analisi Marx ha estratto alcuni concetti. Dalla mancata comprensione dell’essenza del metodo marxiano discendono gli altri equivoci.
Posto che i nostri vedono nel capitalismo digitale – inteso come produzione di dati – l’idealtipo del modo di produzione capitalistico contemporaneo, ne derivano la concezione secondo cui il proletariato digitale (restrittivamente definito e distinto dai lavoratori che concorrono alla “produzione indiretta” di dati, che per inciso sono la schiacciante maggioranza del proletariato mondiale) sarebbe l’unico “soggetto attivo della lotta rivoluzionaria”.
E qui siamo al paradosso: ammesso e non concesso che si accetti la definizione di proletariato digitale, essa connoterebbe tuttalpiù la “classe in sé”, certamente non la “classe per sé”, si potrebbe cioè sostenere che questi lavoratori incarnano la contraddizione oggettiva fra capitale e lavoro, certamente non la consapevolezza soggettiva del proprio ruolo rivoluzionario.
A dircelo non è la teoria ma la prassi: gli unici soggetti attivi delle lotte rivoluzionarie li troviamo nelle larghe masse dei produttori indiretti di dati che popolano le periferie del mondo, certamente non nelle minoranze privilegiate che popolano i centri.
La sproporzione fra centri e periferie non è solo qualitativa, è anche e soprattutto quantitativa. Dopodiché nell’articolo in questione c’è un tentativo di rimediare a quest’ultimo aspetto, senonché, per citare un detto che ho imparato abitando per anni a Venezia, “el tacon è pesor del buso” (la toppa è peggiore del buco).
I nostri insinuano infatti che i miliardi di utenti dei social producono gratuitamente valore (cioè i big data che alimentano il modello di business delle piattaforme che li gestiscono) per cui possono essere considerati parte del proletariato digitale.
L’argomento è seducente, tanto che anch’io ho rischiato a suo tempo di cascarci, finché mi sono reso conto che si trattava di una metafora, più che di una tesi scientificamente sostenibile. Questo “furto” capitalistico del sapere sociale prodotto dagli utenti dei social rinvia infatti al concetto di 4/10 accumulazione per espropriazione di David Harvey (nel caso in questione appropriazione privata di commons digitali) (12) piuttosto che al rapporto di sfruttamento fra capitale e forza lavoro.
Per ricondurlo a quest’ultimo Zichen e Haijun ricorrono a un’altra mossa teoricamente insostenibile: scrivono che, siccome i big data sono privati e posseduti dal capitale, tutti i dati prodotti sono trasformati in pluslavoro.
A parte questa ardita soluzione “scientifica”, il vero punto è che, considerato l’alto livello di socializzazione raggiunto dagli attuali processi produttivi, non solo di dati, ma di beni, servizi, prodotti industriali e quant’altro (previsto da Marx nel Libro VI Inedito (13)) il rapporto fra lavoro necessario e pluslavoro, e quindi il tasso di sfruttamento, si determinano a livello delle catene globali del valore e non dei singoli processi.
Fonte
03/11/2025
Uno sguardo su Pier Paolo Pasolini attraverso il film “Uccellacci e uccellini”
Il film ci indica quindi sin dal suo inizio il tema del futuro, ovvero del senso del cammino o della storia dell’umanità. Non a caso la didascalia è sovrapposta all’immagine in campo lungo di una strada sul cui orizzonte scorgiamo appena, piccolissimi, i due protagonisti del film che conosceremo qualche attimo dopo. La strada è appunto la metafora visiva, chapliniana della storia come cammino dell’umanità.
Subito dopo conosciamo i due personaggi del film, finalmente inquadrati da vicino: un padre e un figlio, interpretati da Totò e Ninetto Davoli, in realtà interpreti di se stessi, i quali percorrono quella strada di periferia, apparentemente senza un motivo o una precisa direzione: di nuovo un tema che precorre il ’68, quello del conflitto tra le generazioni, tra la vecchia Italia cattolica e contadina, quella appunto dei padri, e la nuova Italia dei giovani, uscita profondamente trasformata dal boom economico e dai radicali processi di modernizzazione che lo hanno accompagnato.
Il bar di periferia in cui vediamo fermarsi i due protagonisti è la prima stazione del loro viaggio, il cui svolgimento in forma poetica più che narrativa sarà appunto il film. Allegro e sorridente, Ninetto si aggiunge ad un gruppo di ragazzi che ballano davanti al bar: una sequenza che sembra volerci restituire attraverso il movimento e il ritmo frenetico di quei giovani corpi e della loro danza, lo slancio vitale, il prepotente impulso di cambiamento che anima le giovani generazioni nell’Italia appena uscita dal boom della fine degli anni ’60.
La corsa improvvisa di quei giovani verso un autobus interrompe bruscamente il loro ballo e il cammino dei due vagabondi riprende così in una sterminata periferia, in uno spazio deserto quasi beckettiano. E del resto vagamente beckettiano appare pure lo stesso personaggio di Totò, di cui Pasolini esalta i tratti grotteschi e assurdi della sua maschera triste, in contrasto con l’infantile allegria e l'innocente vitalità da angioletto del figlio Ninetto.
Le insegne stradali che scandiscono il cammino senza meta dei due personaggi indicano città e paesi di continenti diversi e così la periferia e la campagna romane finiscono per mutarsi nella periferia e nella campagna del mondo. I campi lunghi e lunghissimi, dentro i quali Totò e Ninetto sembrano perdersi, disegnano uno spazio che si fa metafora di un mondo che si è dilatato, oggi diremmo globalizzato, privo ormai di quella stabile e rassicurante distinzione tra centri e periferie che lo ha per un lunghissimo periodo storico strutturato.
Si direbbe allora che il deserto della periferia sia l’immagine di una realtà assurda, svuotata ma anche l’immagine di una apertura di spazi, di nuove possibilità storiche. Non sappiamo dove vada l’umanità come ci dice Mao all’inizio del film, ma sappiamo che c’è un cammino nello spazio di un mondo che è infinitamente più vasto e aperto di quello che abbiamo conosciuto sino ad ora. Di qui il senso di libertà dei due personaggi e del loro vagabondare per le strade del mondo.
Pasolini esalta la semplicità e lo slancio della loro ingenua vitalità proletaria, l’essenziale autenticità dei loro istinti primordiali che si esprime negli impulsi della fame e del sesso, privati però adesso di quei tratti di aggressività e di violenza che li connotavano nei suoi film precedenti. Di qui il tono favolistico del film, il suo tocco di comica leggerezza quasi chapliniano. Nei titoli di testa esso viene definito “un triste girotondo” e insieme un “lieto girotondo”.
Totò e Ninetto ci appaiono come l’espressione immediatamente fisica di una vitalità proletaria che non ha tuttavia più niente della collera e della violenta disperazione del sottoproletariato delle borgate romane di Accattone. Nessuna aperta o consapevole ribellione esprime la loro, povera, nuda esistenza: e tuttavia quest’ultima si impone come una oggettiva negazione dell’ordine fondato sulla proprietà privata e la sua violenza, sebbene l’esplicita ribellione ad esso si manifesterà soltanto nell’atto del defecare sul terreno di un proprietario e poi nella fuga per sfuggire alle sue fucilate.
Il cinema di poesia sembra risolversi qui nel linguaggio non-verbale dei corpi di Totò e Ninetto, nella poetica grazia e nella sublime semplicità dei loro gesti: nello splendido apologo degli “uccellacci e degli uccellini” i due protagonisti, nei panni di due frati francescani del Duecento, troveranno il modo di comunicare con gli uccelli nel puro linguaggio dei gesti, l’unico in grado di comunicare ad essi la religione della pace e dell’Amore. Nella misura in cui esso libera il gesto, il cinema di poesia si pone dunque come ritorno e recupero del cinema muto. Esso non è più soltanto la “lingua scritta della realtà” ma anche la lingua proletaria del corpo.
Ma proprio l’ironico ricorso alle caratteristiche didascalie del cinema muto consente a Pasolini di esplicitare i contenuti politici ed ideologici del suo film e insieme di sottoporli ad una spietata e dolorosa riflessione autocritica. La comicità di Totò come “uomo umano” si impone infatti come la loro critica implicita. La maschera ilare e triste, ingenua e folle dell’attore napoletano, massima espressione della vitalità e dell’“umanità” dell’uomo si contrappone alla razionalità ossessiva e disperata del corvo marxista che come un insopportabile grillo parlante accompagna i due vagabondi in tutto il corso del loro cammino.
Il corvo definisce “religione” la “ forza che un passo dopo l’altro” fa muovere i due pellegrini “lungo una strada che nessuno sa”, quella in cui crede siano destinate a convergere tutte le altre. Una religione che li rende “beati”, espressione di una forza inattingibile per lui, i cui genitori sono non a caso il “Dubbio” e la “Coscienza”. Ma qui “passione” e “ideologia” si intrecciano e insieme si contraddicono. L’apologo francescano che viene recitato dagli stessi Totò e Ninetto è tuttavia raccontato dal corvo.
Esso non è quindi tanto l’espressione di quella “religione” immanente nella vitalità proletaria dei due pellegrini quanto della concezione della religione propria dell’intellettuale marxista, ovvero della religione che si nasconde nella sua ideologia e che viene esplicitata nello splendido discorso di Francesco d’Assisi: la profezia di quest’ultimo, dell’avvento di una sorta di Messia marxista, quindi la rivendicazione di una religione fondata sull’impegno politico quotidiano contro l’oppressione e la diseguaglianza tra le classi come condizione per l’avvento di un mondo all’insegna dei valori evangelici di amore e di pace sembra intrecciare e conciliare una prospettiva religiosa e apocalittica con una concezione della storia come graduale progresso della coscienza.
L’incontro tra il corvo e i due pellegrini è allora la metafora di quello tra la concezione della religione che il corvo rende esplicita nel discorso di Francesco e quella “religione” che è lo stesso cammino senza meta dei due vagabondi, ovvero la metafora del disperato tentativo dell’intellettuale marxista di portare al livello della coscienza e della storia come narrazione di lotta di classi la vitalità proletaria, al di qua o al di là della storia, che si incarna in Totò e Ninetto.
Ma al corvo che gli chiede dove stiano andando, Totò risponde semplicemente “laggiù, in fondo”: il suo senso della vita è proprio il contrario di una prospettiva finalistica. Perciò il suo unico senso è la morte in cui la vita si compie, di contro ad ogni dimensione storica. Significativo in questo senso il dialogo tra Totò e Ninetto sulla vita e la morte: quando uno muore, dice Totò – rispondendo ad una ingenua domanda del figlio su come si passi dalla vita alla morte – vuol dire che tutto quello che doveva fare lo ha fatto. Una didascalia ci informa che il corvo “è un intellettuale marxista di prima della morte di Togliatti”.
E qui Pasolini introduce un altro elemento essenziale per definire la dimensione storica del film. I giovani che danzano all’inizio del film, come il paesaggio urbano e le industrie che di tanto in tanto scorgiamo nella campagna sterminata ci dicono che siamo appunto nell’Italia “di dopo la morte di Togliatti”. La splendida sequenza dei funerali, montata con soli documenti di repertorio è una delle più grandi pagine del cinema di Pasolini. La morte di Togliatti è la fine di una certa Italia contadina e proletaria, quella che ha vissuto le lacerazioni terribili del fascismo e della guerra ma anche le grandi speranze di rinnovamento e di trasformazione radicale della società del dopoguerra, della Resistenza e degli anni ’50, il decennio in cui si svolge la formazione politica e ideologica di Pasolini. La sua fine Pasolini la racconta attraverso il pianto, il dolore e la disperazione di una folla sterminata che nel film si fa immagine di una comunità, ovvero di un popolo che attraverso il partito si è dato una coscienza.
È forse tra tutte le sequenze dei suoi film quella in cui meglio Pasolini ha saputo risolvere nel cinema la sua poesia civile e l’ideologia populista che vi si esprime. Si direbbe che qui “passione” e “ideologia” per una volta, si confondono completamente, di là dal loro lacerante conflitto che scandisce la poesia e il cinema di Pasolini, di là da quello “scandalo del contraddirmi” che Pasolini confessava a Gramsci davanti alla sua tomba, in versi celebri del poemetto Le ceneri di Gramsci. Non più soltanto “estetica passione” come lo stesso Pasolini la definiva in quei versi, qui la visione “sacrale” del popolo, tutta figurativamente risolta nelle immagini di repertorio dei funerali, riassume e condensa, infatti, la stessa passione politica di Pasolini. L’ideologia si fa passione.
Ciò non toglie tuttavia che questa identificazione avvenga nel segno della morte, del dolore, della “passione” intesa anche in senso cristologico: i pugni chiusi dei proletari che sfilano davanti al feretro di Togliatti sembrano scandire un rito religioso, come le stesse bandiere rosse a lutto sotto le quali si compone e raccoglie il popolo fattosi comunità politica. Se la morte di Togliatti è la fine di un’epoca storica, essa ne è anche il compimento, racchiudendone il senso. Ancora una volta, secondo le parole di Totò che citavamo prima, la vita si compie nella morte.
Nel film tuttavia a questo motivo se ne accompagna e intreccia un altro, apparentemente opposto: quello dell'identità tra vita e morte intesa nel senso del ciclo, ovvero l’idea della morte come rinascita della vita. Ancora una volta si tratta di un motivo che in Pasolini non è esente da tratti cristologici. La morte del corvo, mangiato da Totò e Ninetto è appunto la metafora di questa potenza della vita che si incarna nei due vagabondi. La concezione della vita e del mondo espressione di un epoca storica ormai compiutasi viene digerita e quindi assimilata da Totò e Ninetto.
È lo stesso Pasolini a suggerire didascalicamente questa interpretazione nella citazione ironica di una frase del grande filologo Giorgio Pasquali: “i professori vanno mangiati sempre in salsa piccante, perché chi se li mangia diventa un po’ professore anche lui”. Io credo che qui il registro ironico sia fondamentale per capire la conclusione del film, se di una vera e propria conclusione possiamo parlare e il suo stesso senso e quindi il senso della sua poesia.
Per un verso l’immagine delle ceneri del corvo, inquadrate in primo piano da Pasolini, forse evocative di quelle di Gramsci, sono in questo senso anche l’immagine-simbolo del martirio: l’intellettuale mangiato dai due sottoproletari si fa martire e la sua vita e il suo impegno acquistano il loro senso in questa fine. Ma per un altro verso questo compimento si configura nello stesso tempo come l’inizio di una nuova storia e di una nuova vita. Perciò l’intellettuale marxista non può che finire mangiato.
L’atto del mangiare è nello stesso tempo l’espressione della eterna Fame dei due vagabondi e insieme un rinnovato ma laico rito eucaristico: mangiando il corvo, Totò e Ninetto ne digeriscono e assimilano alcuni essenziali “insegnamenti” impliciti nelle sue parole e diventano almeno un po’ come lui. Dunque la morte come compimento e insieme passaggio ad un “al di là” storico e terrestre. La morte del corvo, ovvero quella di Pasolini acquista non a caso un senso liberatorio che non ha quella di Togliatti nella sequenza dei funerali. Ci si libera della “ideologia” solo assimilandola. “Il cammino è appena iniziato, ma il viaggio è già finito”, dice il corvo, all’inizio del film.
Ma in fondo se un cammino può ancora darsi è proprio perché il viaggio è finito. In realtà ogni “viaggio” è sempre già finito, il suo “fine” dandosi infatti in esso come già predeterminato nel suo inizio, come “compimento” di quest’ultimo. Se allora la morte di Togliatti sembra volerci dire che la storia è finita, quella del corvo ci suggerisce, invece, che è finita una certa concezione finalistica della storia, di là dalla quale propria la storia potrà continuare sebbene non verso uno scopo o un fine predeterminato ma verso quel “laggiù” indicato da Totò e che non conosciamo ancora.
Fonte
06/06/2025
Proletariato intellettuale e lavoro manuale nella fabbrica dei sogni
di Sandro Moiso
David Mamet, Bambi contro Godzilla. Teoria e pratica dell’industria cinematografica, Edizioni minimum fax, Roma 2025, pp. 300, 18 euro
In un grande studio cinematografico, chi seleziona veramente le sceneggiature da trasformare in film? Come si sottopone un soggetto a un produttore? Quali sono gli ingredienti per una perfetta scena di inseguimento? Come mai nei titoli compaiono così tanti produttori? E soprattutto: cosa diamine fanno, esattamente? Sono domande che tutti i cultori del cinema, ma anche i semplici spettatori devono essersi posti almeno una volta e a cui David Mamet cerca di dare risposta all’interno del testo appena tradotto da Giuliana Lupi per le edizioni minimum fax.
David Mamet, nato a Chicago il 30 novembre del 1947, con ironia e perspicacia, fornisce risposte dirette, illuminanti e spesso sconcertanti a tali domande, rivelando allo stesso tempo le disfunzioni e i processi reali dell’industria cinematografica, la più grande e redditizia «macchina dei sogni» del pianeta. Mamet, di cui minimum fax ha già pubblicato in precedenza Note in margine di una tovaglia. Scrivere (e vivere) per il cinema e per il teatro (2012) e I tre usi del coltello. Saggi e lezioni sul cinema (2023), può farlo perché ha ricoperto praticamente tutti i ruoli più importanti che ruotano intorno alla “settima arte”: sceneggiatore, regista, attore, produttore, dedicando tutta la sua vita al cinema e alla scrittura.
È stato infatti lo sceneggiatore di film celebri come Il postino suona sempre due volte di Bob Rafelson (1981), Il verdetto di Sidney Lumet (1982), Gli intoccabili di Brian De Palma (1987) e Hannibal di Ridley Scott (2001), solo per citarne alcuni, ma complessivamente ha al suo attivo 28 film (di 9 dei quali è stato anche regista), 34 opere teatrali, 3 fiction per la televisione, 21 saggi, 2 raccolte di poesie, 5 libri per bambini, 11 canzoni. Mentre il suo primo importante riconoscimento era arrivato con l’opera tetrale Glengarry Glen Ross, una feroce rappresentazione del mondo degli affari americano, vincitrice del Premio Pulitzer nel 1984 e dalla quale avrebbe poi tratto la sceneggiatura per il film Americani, con Al Pacino, Jack Lemmon, Alec Baldwin e Kevin Spacey nel 1992.
Tutto questo, però, non è stato qui ricordato soltanto per sottolineare il medagliere dell’autore e l’importanza della sua personalità per il mondo del cinema statunitense, ma piuttosto per sottolineare come i suoi saggi sul mondo del cinema e della scrittura cinematografica affondino le loro radici in una vasta e pluridecennale esperienza e una profonda conoscenza dello stesso ambiente culturale, economico e sociale che lo circonda e permea.
In tempi di dazi trumpiani che mettono in risalto come i prodotti del cinema non siano in fondo che merci e prodotti destinati al consumo di massa e in un paese, l’Italia, in cui si parla, troppo spesso e senza riguardo per la realtà, di “cinema d’autore”, Mamet si rivela utilissimo, lui che certamente “autore” è stato sia come sceneggiatore che come regista, per comprendere i meccanismi di quella che, in fin dei conti, non è altro che la più importante industria dell’immaginario collettivo, cosa già compresa all’inizio del XX secolo da rivoluzionari come Lenin e Trockij1.
Ma, probabilmente, non ancora qui da noi: in un ambiente socioculturale in cui non solo le tv, pubbliche e private, ma anche le sale cinematografiche snobbano quasi sempre i titoli di coda dei film tagliandoli o eliminandoli del tutto, quasi che il film fosse una sorta di magico prodotto del pensiero dei registi e degli sceneggiatori più celebri oppure, ancor peggio, della fisicità degli attori e delle attrici. Contribuendo così a coltivare nel pubblico il mito borghese e fetente dell’individuo e della sua “creatività”, avulso comunque dai processi della produzione sociale e della collaborazione collettiva. Continuando a separare il lavoro intellettuale da quello manuale, per mera convenienza ideologica di classe, mentre il prodotto di qualsiasi attività umana non deriva che dalla sintesi concretizzante tra i due2.
Non è un caso quindi che il saggio di Mamet inizi proprio da lì, dall’ambiente cinematografico come “fabbrica” in cui il contributo di tutti (operai, costumisti, scenografi, fotografi, attrezzisti, fonici, elettricisti, falegnami, tecnici degli effetti speciali, facchini, montatori, segretarie e segretari di produzione e tanti altri ancora) è fondamentale per la riuscita dell’impresa. Proprio per evitare quell’ignominia del ricordare i marchi delle auto o delle merci senza ricordare la manodopera che ha contribuito a realizzarle oppure le grandi battaglie parlando soltanto dei generali e dei “condottieri” senza ricordare i soldati che le hanno combattute sul campo e le loro sofferenze.
Certo, per gli amanti del “cinema d’autore” così come per i filosofi del demiurgo borghese, è utile alimentarne il culto rimuovendo il sudore, le fatiche, i sacrifici e i contributi, spesso altrettanto creativi, delle maestranza sui suoi luoghi di produzione come Hollywood o Cinecittà, ma non lo è per Mamet che, invece, vuole proprio sottolineare sia il contributo degli “altri” che le pecche dello star system e dei suoi “eroi” e delle sue “eroine”.
Lo diceva Billy Wilder: sai di aver finito di dirigere quando non ti reggono più le gambe [...] Ma si affronta il giorno o la notte con un senso di responsabilità verso i propri collaboratori e con il terrore di deluderli. Perché la gente che lavora a un film si spacca il culo.
L’attore protagonista può protestare, e spesso lo fa. Viene coccolato. Giustificato e incoraggiato (con tanto di compenso in denaro) a coltivare la mancanza di controllo dei suoi impulsi. Quando la star fa una scenata [...] la troupe rimane impassibile e il regista, io, osserva quello straordinario autocontrollo e pensa: «Ti ringrazio, Signore, di questa lezione».
Il regista, gli attori, il produttore e lo sceneggiatore sono sopra la riga, tutti gli altri sotto.
Esiste un sistema a due livelli nel cinema, proprio come nell’esercito. Chi sta sopra la riga si presume contribuisca al finanziamento o ai potenziali proventi del film molto più delle «maestranze» – cioè i tecnici – che lavorano sul set, in ufficio o nei laboratori.
[...] Parlavo di cattivi comportamenti, qualche film fa, con l’attrezzista capo. Lui mi raccontò di aver lavorato con una star maleducata che, per rallegrare l’atmosfera o in un eccesso di buonumore, si era messa a ballare con gli anfibi sul tetto di una Mercedes nuova di zecca. «Fece quasi diecimila dollari di danni», mi disse, «e ci rimasi davvero male, perché avevo rinunciato al mio giorno libero per cercare un attrezzo di scena: neanche ero pagato».
In alcuni divi non c’è solo belligeranza, ma anche la tendenza a litigare. Ne ho visto uno misurare con un metro a nastro la propria roulotte perché sospettava che non fosse perfettamente uguale (come da contratto) a quella del suo coprotagonista.
E intanto l’attrezzista rinuncia al suo giorno libero per garantire che, lunedì, il portafoglio, il coltello, la valigetta o l’orologio siano perfetti.
Questo, secondo la mia esperienza, non è un esempio isolato, bensì la norma nel mondo del cinema. Mentre la star esce in ritardo dalla sua roulotte, mentre il produttore sbraita al cellulare gridando oscenità all’assistente che, con ogni probabilità, ha fatto un errore nel prenotargli il ristorante, la gente sul set dà il massimo per realizzare un film perfetto. Non credo di esagerare.
[...] Alcuni uomini d’affari ritengono di poter realizzare un film perfetto (vale a dire con un buon ritorno economico) in generale, facendo a meno del rispetto, dell’abilità o dell’umiltà necessari, e ispirati e sostenuti soltanto dall’amore per il denaro.
[...] Mi torna in mente il vecchi adagio: in migliaia hanno lavorato negli anni per erigere le cattedrali, e nessuno ha messo il proprio nome su una sola di quelle costruzioni.
Noi, ovviamente, apprezziamo il film per il lavoro degli identificabili, gli attori, ma non potremmo goderne se non fosse per il lavoro degli anonimi, la troupe.
[...] Mentre riflettevo su questo, pensando alla star, pagata venti milioni di dollari che rovina il tetto di un’auto, e all’attrezzista, pagato ventimila dollari, che rinuncia al suo giorno libero per la riuscita dell’opera, credo di aver iniziato davvero a capire la teoria marxista del plusvalore. Domanda: di chi è il film? Passate una giornata sul set e lo saprete3.
Il saggio di Mamet parla di molto altro ancora e può funzionare come autentico viatico per chiunque voglia avvicinarsi al cinema anche da un punto di vista professionale, occupandosi di produzione, sceneggiatura (e di come presentarla) oppure di come siano state realizzate le migliori scene di film di azione o di guerra e perché, ma è l’attenzione rivolta al lavoro “anonimo” oppure al tentativo di Ronald Reagan di distruggere il movimento sindacale americano per abbassare i costi del lavoro, compreso quello delle troupe cinematografiche, per impedire il trasferimento delle attività produttive all’estero e a minor costo, che fa di questo saggio un testo da cui davvero non si può prescindere per comprendere, con i piedi saldamente piantati in terra, quali siano le basi materiali della “creazione” dell’immaginario contemporaneo.
In cui, però, come ricorda proprio in apertura l’autore, la standardizzazione della produzione industriale di stampo ancora fordista, spinge a ridurre sia la qualità del prodotto che quella delle attività di quel proletariato intellettuale di cui lo sciopero lungo degli sceneggiatori hollywoodiani ha rappresentato la più concreta e visibile manifestazione dello scontento.
Tutti i fiumi sfociano nel mare. Eppure il mare non si riempie. Il cinema, nato come l’ultima trovata commerciale in fatto di divertimento popolare, sembra essere tornato al punto di partenza. I giorni della sceneggiatura volgono al termine. Al suo posto troviamo una premessa alla quale appiccicare le varie gag. Questi eventi, che una volta non erano che ornamenti della storia vera e propria, sono ormai quasi l’unica ragione d’essere del film. Nei thriller gli eventi sono le scene d’azione e le esplosioni; nei film dell’orrore gli squartamenti; nei film polizieschi e di guerra le sparatorie e i bombardamenti. Il cinema basato soltanto sui “punti culminanti” è figlio del cinema porno.
[...] Oggi le case di produzione puntano tutto sui franchise movie, vale a dire sul richiamo di un pubblico che si è già creato autonomamente. Ed è sempre più difficile collocare sul mercato film non quantificabili, man mano che il modello del franchising prosegue la sua avanzata verso il controllo totale dei budget della casa di produzione e, quindi, del mercato. Tutte le attività industriali migrano infatti verso il monopolio, e la ridotta concorrenza provoca inevitabilmente un calo di qualità4.
Note
1) Si veda L. Trockij, Vodka, chiesa e cinema, «Pravda», 12 luglio 2023, ora in L. Trockij, Opere scelte, vol. 13, Cultura e socialismo, Roma 2004, pp. 87-90.
2) In proposito si veda il sempre attuale A. S. Rethel, Lavoro intellettuale e lavoro manuale. Per la teoria della sintesi sociale, Feltrinelli editore, Milano 1977.
3) D. Mamet, Il duro lavoro in D. Mamet, Bambi contro Godzilla. Teoria e pratica dell’industria cinematografica, Edizioni minimum fax, Roma 2025, pp. 15-20.
4) D. Mamet, op. cit., pp.9-10.
19/05/2025
A little british story
Mio padre era operaio specializzato in una vecchia fabbrica di macchine da scrivere, sulla Doganella, poi chiusa, nonostante un’eroica occupazione finale. Prepensionato baby, un regalo dell’innovazione tecnologica e della primissima digitalizzazione ad inizio anni ’80. Mia madre, lavorava in una delle tante fabbriche abusive di borse e guanti del mio quartiere; pelletteria di qualità, ma nei sottoscala. Prima che arrivassero le filiere produttive globali. Io, il primo a laurearsi in famiglia.
Quando, dopo il dottorato, e qualche anno di precarietà in giro per l’Inghilterra, nel 2012, mi offrono un contratto da lecturer all’università di Sheffield, decido di non affittare un appartamento in centro. Voglio stare vicino a “quelli come me”. Che la feccia liberal dei miei colleghi, quelli che vanno a fare yoga dopo il lavoro, e si bevono il caffelatte da Starbucks (dove io entro solo per andare al bagno), non la sopporto.
A me piace prendermi a cup of coffee – rigorosamente solubile, tanto farebbe schifo lo stesso ovunque – al vecchio Castle Market, 75p, sedermi, e guardare quel mondo di pensionati muniti di carrello, single mothers, migranti di mezza età che mi gira intorno.
Nel cuore proletario della vecchia People’s Republic of South Yorkshire, a poca distanza dalla Town Hall sulla quale, qualche decennio prima, ogni Primo Maggio sventolava la bandiera rossa. Faccio anche la spesa lì, tra banchi di frutta e verdura, improbabili pescivendoli (che non sanno mai dirmi da dove arrivi la loro merce) e venditori di offal (le nostre frattaglie, si trova pure ‘o pere e ‘o musso, che sciccheria), nonostante tutti, al lavoro, mi consiglino di andare da Waitrose, fornitore ufficiale della Royal Family. “You can find real pasta there”, mi dicono. Ma a me non serve, me la porto da Napoli ogni volta che scendo e risalgo. Quella liscia, the real one, uso Gragnano, non si trova manco nel Nord Italia, figuriamoci qui.
Mi stabilisco, quindi, in un vecchio council estate a Manor Park. Numero due nella lista di suburbs snocciolata da Jarvis Cocker in Sheffield Sex City, a un tiro di schioppo dalla sua Intake e da Stanhope Road. Mi sembra anche per questo una scelta felice, anche se di council ci è rimasto poco, sempre sia maledetta Maggie col suo right-to-buy.
Ma è comunque a buon mercato, vicino al centro. Case bi-familiari, a due piani, forse un poco umide, ma belle grandi, con giardini ampi anche se non sempre curati e qualche volta ridotti male assai. Il primo a darmi il benvenuto è Philip, il mio vicino di casa. Sessantenne, pensionato, magro, barba sfatta, sguardo acceso. Mi dice subito, con orgoglio, di essere stato candidato per dieci anni al consiglio comunale per i Verdi. Mai eletto, ma “convinzione ferrea”.
“Labour these days are just red Tories, mate. We deserve something better, reyt?”. Va a piedi ovunque, al limite in bicicletta, nonostante abbia l’abbonamento gratuito per il bus, e coltiva pure l’insalata nel retro. Le Fred Perry d’ordinanza, un po’ usurate, con cui si veste, le compra nei charity shop, un mondo di riuso e riciclo cui mi introduce. E gliene sarò per sempre grato.
Mi redarguisce per la mia simpatia per il Wednesday, ricordandomi che la working class, a Sheffield, tifa United. “And, that Paolo Di Canio was a fascist thug, how can you like the owls?”. Vaglielo a spiegare, di quel 27 Marzo 1994, del San Paolo che sembrava la Bombonera, coi coriandoli sul prato, e di quella serpentina che farebbe perdonare qualsiasi saluto romano.
Nonostante le insormontabili divergenze calcistiche, parliamo spesso, quando ci incontriamo sull’uscio di casa. Di decrescita, reddito di base, trasporti gratuiti. Dell’ultima infamia imposta dal governo conservatore, la bedroom tax, che obbliga chi ha una council house con una stanza vuota ad una decurtazione dei benefit.
Mi fornisce consigli utilissimi su come risparmiare sul riscaldamento, visto che d’inverno le bollette mordono forte. Hot water bottles (le borse dell’acqua calda, un’ossessione tutta inglese), keep your curtains open when there is sun and closed at night; use radiator foils, they make miracles. A me, che mi occupo, per lavoro, anche di indagini sulla povertà energetica, sembrano parole che raccontano, meglio di tante delle mie regressioni lineari, le condizioni delle classi popolari britanniche. Un’inchiesta quotidiana, senza neppure bisogno di ethics approval.
Philip mi invita anche a una riunione del comitato di quartiere al community centre. Età media alta, e ci sono più torte fatte in casa che proposte. Ma a me va bene. Mi piace stare lì. Mi sembra di aver trovato una bolla resistente. Tutti sono gentili. Mi iscrivo come volontario al litter picking group; gli spazzini ormai non esistono più, mi spiegano, il Council ha subito troppi tagli. E quindi dobbiamo fare da noi, per tenere le strade pulite. Mi forniscono anche tutto l’equipaggiamento necessario, incluso un gilet giallo, quando non era ancora di moda.
Di sabato, organizzano anche serate Northern Soul, ma, sinceramente, it’s not my cup of tea, dico a Phil. “I’m a post-punk guy”, dichiaro fieramente: il mio cuore batte tutto across the Pennines, per le band mancuniane a marchio Factory Records, e questo, qui a Sheffield, è un problema. Ci ridiamo su, è comunque solidarietà, vera, scampata alla Thatcher e agli anni rampanti del Blairismo, che hanno a loro volta aperto la strada ad un nuovo inverno di tagli ed austerità conservatrice.
Quando dico ai colleghi che abito a Manor Park, restano spiazzati: “Bloody hell, Massimo, are you staying there for an ethnographic project?”; “How do you cope with all those chavs?”. Chavs, li chiamano così, ormai, i proletari, qui. Suona un po’ come tamarri.
Lo scopro grazie a un bel libro di Owen Jones.
Ma loro mica lo sanno che io vengo da Secondigliano, che sono nato in una specie di basso a Piazza Zanardelli, ‘mmiezo all’arco, e che in ufficio, quella musica che ascolto di pomeriggio e che a volte sentono, a forza, pure i miei vicini di stanza, è di Franco Ricciardi.
Poi arriva la primavera del 2016. Una mattina, porto mia figlia all’asilo. Sul muro, di fronte, è all’improvviso spuntato un murales enorme: bandiera Union Jack, faccia sovrapposta di Boris Johnson, e la scritta in vernice fresca: “Vote Leave – #BREXIT”. Mi fermo. Scatto una foto. Mi sembra di stare in un sogno sbagliato. In un quartiere dove, alle ultime elezioni locali, il Labour aveva preso il 70%; i Tories il 6%.
Vado all’università, partecipo a una riunione su futuri progetti di ricerca. Coordina il mio mentore. Uno dei pochi in quel posto a capirci qualcosa; un cavallo di razza diventato Professor senza dottorato, che doveva iniziare a lavorare presto, e forgiatosi nell’inferno delle post-'92. Inizia, e dice, secco: “We are heading towards a Brexit, so we need to change our approach to fund-raising”.
Niente più finanziamenti europei? Gli altri dieci astanti, tutti chiusi nelle proprie bolle middle-class, convinti remainers per poter andare a svernare in Toscana senza visto, sbiancano. Io dico: “I hear you, I know what you mean, Colin. Really”. E penso al faccione di Boris apparso, nottetempo, in un council estate. Altro che le previsioni di pollsters e bookmakers. Noi sì, che abbiamo il polso della situazione.
Quello che Colin capisce è che la Brexit non è un voto. Al di là del cinismo di Farage e dell’ultra-destra conservatrice, è un grido. Un urlo di chi si sente lasciato indietro e non sa più a chi rivolgersi, ed è determinato ad utilizzare quel referendum, l’unica occasione disponibile in cui ogni voto vale per quello che è, senza distorsioni elettorali, per un sincero “fuck off”.
I miei colleghi, con le loro analisi e i loro progetti di ricerca, non lo vedono. Ma io sì. Io lo vedo ogni giorno al mercato, al community centre, nelle case umide di Manor Park. Gente stanca, alienata, che si sente tradita da tutto: dai sindacati, dai politici, dai professori come me. “Brexit is coming”, dice Colin. Ma non sta arrivando: è già qui, e io sono forse l’unico in questa stanza a saperlo.
A pomeriggio inoltrato, torno a casa. Philip, il mio vicino verde, ha appeso un cartello fuori casa.
Cartone grezzo, pennarello nero: “LEAVE NOW”. Lo guardo. Lui mi guarda. Mi dice: “It’s not what you think. Nothing against you. We’ll still be great friends”. E rientra. Io rimango lì, immobile, con mia figlia per mano, passaporto britannico (dalla nascita, mica per naturalizzazione!), Sheffield accent bello cattivo, ma ancora troppo piccola per capire, e soprattutto per decidere. Con la sensazione che la storia stia compiendosi, mentre siamo in pochi a capirlo.
Resto lì, fedele alla classe, anche se la classe non c’è (almeno per ora, almeno per sé).
Fonte
02/05/2025
Dove vanno i voti della classe lavoratrice? Analisi flussi elettorali 2008-2022
Pubblichiamo, dopo averli assemblati, i materiali di analisi a nostra disposizione dedicati allo spostamento a destra della classe operaia italiana e dei bassi percettori di reditto durante le elezioni parlamentari che sono intercorse tra il 2008 e il 2022. In questa ricerca abbiamo fornito anche una definizione di classe operaia, coloro che sono inquadrabili nell’industria manifatturiera, e di bassi percettori di reddito, coloro che sono assimilabili per condizioni di vita alla classe operaia di oggi ma che non lavorano nell’industria. In entrambi di casi, per i 15 anni presi in considerazione nella nostra ricerca, vi è una marcata prevalenza per la scelta di voto a destra. In questo senso la classe operaia in senso stretto ha scelto come primo partito il Pdl di Berlusconi nel 2008 come ha scelto FdI di Giorgia Meloni nel 2022. Solo nel 2013 il PD è riuscito a conquistare il posto di primo partito tra la classe operaia ma, da allora, come vedremo, i competitori per l’egemonia sulla working class sono altri. Un’altra tendenza chiara dei quindici anni presi in esame è che alla stabilizzazione, a destra, del voto operaio e dei bassi percettori di reddito corriponde una crescita mai vista, in Italia, dell’astensionismo. Oltre 17 punti di percentuale di astensionismo in più in quindici anni accompagnano la stabilizzazione, a destra, dell’elettorato dei ceti subalterni. Naturalmente, questo, per dimensioni e metodo, è un lavoro di comprensione delle dinamiche dei flussi elettorali alle elezioni politiche non un saggio di analisi su cause e tendenze in atto. Ma una cosa va detta, chi ricorda le enormi manifestazioni a difesa articolo 18 del 2002? Sei anni dopo, durante elezioni 2008, il Pdl guidato da Berlusconi era il primo partito operaio. Saper entrare in questi temi, darsi spiegazioni, saper innovare su questo campo aiuta molto a definire una proposta politica all’altezza dei problemi che stiamo attraversando.
1. Introduzione
Contesto generale
Il presente report si propone di analizzare l’evoluzione del comportamento elettorale di due segmenti sociali di particolare rilevanza nel panorama italiano – la classe operaia, con un focus specifico sui lavoratori del settore manifatturiero ove possibile, e i percettori di basso reddito – nel corso delle elezioni politiche generali tenutesi tra il 2008 e il 2022. Questo arco temporale è stato testimone di profonde trasformazioni nel sistema politico italiano, segnato da una notevole instabilità, da ricorrenti crisi economiche, dall’affermazione di nuovi soggetti politici come il Movimento 5 Stelle (M5S), dal declino di forze tradizionali e, in modo particolarmente allarmante, da un progressivo e marcato aumento dell’astensionismo, che ha raggiunto livelli record nelle ultime consultazioni. Comprendere come questi mutamenti abbiano influenzato le scelte di voto di gruppi sociali storicamente significativi è cruciale per decifrare le dinamiche politiche contemporanee.
Rilevanza dell’analisi
L’analisi del voto operaio e dei bassi redditi riveste un’importanza fondamentale. Tradizionalmente considerati un bacino elettorale di riferimento per i partiti della sinistra, questi segmenti hanno manifestato, negli ultimi decenni, una crescente volatilità e un progressivo disallineamento dalle appartenenze storiche. Le loro preferenze elettorali sono diventate oggetto di contesa tra diverse forze politiche, incluse quelle populiste e di destra, e le loro scelte hanno avuto un impatto decisivo sugli equilibri politici nazionali, contribuendo a determinare l’esito delle competizioni elettorali e la formazione dei governi. Studiare i loro orientamenti permette non solo di mappare i cambiamenti socio-politici in atto, ma anche di valutare il grado di rappresentanza politica offerto a fasce della popolazione particolarmente esposte alle difficoltà economiche e sociali.
Metodologia e fonti
La presente analisi si fonda sull’esame critico di dati provenienti da diverse fonti, quali studi sui flussi elettorali, sondaggi post-voto (exit poll e survey campionarie), ricerche accademiche e analisi condotte da istituti di ricerca specializzati come ITANES (Italian National Election Studies), l’Istituto Cattaneo, IPSOS, e altri contributi specifici reperiti nei materiali di ricerca. Un’attenzione particolare è stata dedicata al tentativo di armonizzare, per quanto possibile, le diverse definizioni operative utilizzate per identificare i gruppi target (“classe operaia” e “bassi redditi”), riconoscendo i limiti intrinseci di tale operazione e la potenziale influenza delle diverse metodologie sui risultati.
Struttura del report
Il report si articola nelle seguenti sezioni:
- Una discussione preliminare sulle definizioni operative dei gruppi elettorali oggetto di studio.
- Una sintesi del contesto politico e delle principali tendenze elettorali nel periodo 2008-2022.
- Un’analisi dettagliata degli orientamenti di voto della classe operaia (operai/settore manifatturiero) per ciascuna delle quattro elezioni considerate.
- Un’analisi analoga per i percettori di basso reddito.
- Una sintesi comparativa dei risultati, inclusa una tabella riassuntiva, per evidenziare convergenze e divergenze nelle traiettorie di voto dei due gruppi.
- Una discussione sulle tendenze di fondo e sulle possibili motivazioni che hanno guidato le scelte elettorali di questi segmenti.
- Conclusioni riepilogative e riflessioni finali.
Date delle elezioni analizzate
Le elezioni politiche generali incluse in questa analisi sono quelle tenutesi nelle seguenti date:
- 13-14 aprile 2008
- 24-25 febbraio 2013
- 4 marzo 2018
- 25 settembre 2022
2. Definire l’elettorato: Classe operaia e bassi redditi
La sfida della definizione
Identificare e tracciare nel tempo il comportamento elettorale della “classe operaia” e dei “bassi percettori di reddito” presenta significative sfide metodologiche. Le definizioni operative di questi gruppi non sono univoche e variano considerevolmente tra le diverse fonti di ricerca e nel corso del tempo. Questa eterogeneità dipende da molteplici fattori, tra cui le metodologie impiegate (sondaggi individuali vs. analisi ecologiche basate sui risultati aggregati delle sezioni elettorali ) e le specifiche variabili socio-demografiche disponibili o utilizzate dai ricercatori (tipo di occupazione, settore lavorativo, auto-collocazione soggettiva, livello di reddito dichiarato o stimato, appartenenza a decili di reddito ). Tali differenze influenzano inevitabilmente le stime sul voto e rendono complessa la comparazione diacronica dei risultati.
Definizione di “classe operaia” (settore manifatturiero)
La richiesta specifica di analizzare il voto dei lavoratori del “settore manifatturiero” si scontra con la prassi comune di molte ricerche elettorali, che tendono a utilizzare la categoria più ampia di “operai” o l’espressione colloquiale “tute blu”. Studi accademici e analisi storiche, come la tesi di Occhionero o lo studio della Fondazione Di Vittorio focalizzato sul 2006, discutono l’evoluzione del concetto di classe operaia, sottolineandone la crescente eterogeneità interna e le difficoltà di una definizione univoca nel contesto post-industriale. Anche le indagini ITANES, come quelle relative al 2008 o al 2013, utilizzano prevalentemente la categoria “operai” basata sulla classificazione professionale degli intervistati.
Data questa limitazione nelle fonti primarie disponibili, il presente report utilizzerà prevalentemente la categoria “operai” come proxy per la “classe operaia del settore manifatturiero”, specificando ove possibile la natura dei dati utilizzati e riconoscendo che tale categoria include anche lavoratori di altri settori (es. edilizia, trasporti). Questa scelta, pur necessaria per condurre l’analisi, implica un certo grado di approssimazione rispetto alla richiesta originale. La difficoltà nel reperire dati disaggregati specificamente per il settore manifatturiero riflette, in parte, la trasformazione stessa del mondo del lavoro e la minor centralità analitica attribuita alle distinzioni settoriali in alcune ricerche contemporanee.
Definizione di “Bassi percettori di reddito”
Anche la definizione di “bassi percettori di reddito” presenta una notevole variabilità. Le principali questioni riscontrate nelle fonti includono:
Condizione economica auto-dichiarata. Gli intervistati valutano soggettivamente la propria situazione economica, classificandola ad esempio come “bassa”, “media” o “elevata”, come nell’analisi IPSOS per le elezioni 2022. Questo approccio cattura la percezione individuale del disagio, che può essere influenzata da fattori psicologici e sociali oltre che dal reddito oggettivo.
Appartenenza a decili di reddito. Il campione di intervistati viene suddiviso in dieci gruppi (decili) in base al reddito familiare dichiarato, e si analizza il comportamento di coloro che appartengono ai decili inferiori (es. i primi quattro decili, come nello studio basato su dati ESS9 per il 2018). Questo metodo offre una misura relativa del basso reddito all’interno del campione analizzato.
Reddito medio della zona di residenza. Si utilizzano dati aggregati sul reddito medio dichiarato ai fini fiscali (es. IRPEF) per aree geografiche definite (es. Codice di Avviamento Postale – CAP) e si correla il reddito medio della zona con i risultati elettorali delle sezioni in essa comprese. Questa tecnica, basata sull’inferenza ecologica, assume un’omogeneità interna alle zone che non sempre corrisponde alla realtà.
Correlazione con indicatori di disagio o sussidi. Si analizza la relazione tra il voto e indicatori specifici di difficoltà economica, come il tasso di disoccupazione o inattività, o la quota di beneficiari di misure di sostegno al reddito come il Reddito di Inclusione (REI) o il Reddito di Cittadinanza (RdC). Questo approccio identifica specifici sottogruppi in condizione di vulnerabilità, spesso legati a determinate politiche pubbliche.
La coesistenza di queste diverse definizioni rende evidente che il concetto di “basso reddito” può riferirsi a realtà parzialmente differenti: la povertà percepita, la posizione relativa nella distribuzione dei redditi, la residenza in aree svantaggiate, o la dipendenza da sussidi statali. Questa eterogeneità è un fattore cruciale da considerare nell’interpretazione dei risultati presentati nelle sezioni successive.
Implicazioni metodologiche
Le differenze nelle definizioni operative e nelle metodologie di rilevazione (sondaggi vs. analisi ecologica) comportano cautele interpretative. I risultati basati su sondaggi riflettono le dichiarazioni e le percezioni individuali, mentre le analisi ecologiche stimano comportamenti individuali da dati aggregati, introducendo un potenziale margine di errore (la “fallacia ecologica”). La comparabilità dei dati tra diverse elezioni è inoltre influenzata dai cambiamenti nelle metodologie di indagine e nelle stesse categorie socio-professionali o di reddito utilizzate. Pertanto, ogni dato presentato sarà contestualizzato rispetto alla fonte e alla definizione specifica impiegata, evidenziando le tendenze generali pur nella consapevolezza di queste limitazioni.
3. Il panorama elettorale 2008-2022: contesto politico e principali tendenze
Il periodo compreso tra le elezioni politiche del 2008 e quelle del 2022 è stato uno dei più turbolenti e trasformativi nella storia della Repubblica Italiana. Comprendere il contesto politico generale è essenziale per interpretare le scelte elettorali della classe operaia e dei bassi redditi.
Le elezioni del 2008 (13-14 aprile). Svoltesi dopo la caduta prematura del secondo governo Prodi, queste elezioni videro un ritorno apparente al bipolarismo, con la netta affermazione della coalizione di centrodestra (Popolo della Libertà – PdL, Lega Nord, MPA) guidata da Silvio Berlusconi, a scapito del Partito Democratico (PD) di Walter Veltroni. La legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza (“Legge Calderoli” o “Porcellum”) favorì la semplificazione del quadro politico, riducendo drasticamente il numero di liste rappresentate in Parlamento rispetto al 2006. L’affluenza, pur ancora elevata (80,6%), registrò un calo rispetto alle tornate precedenti.
Le elezioni del 2013 (24-25 febbraio). Tenutesi in un clima di profonda crisi economica e sfiducia verso la politica tradizionale, acuita dall’esperienza del governo tecnico guidato da Mario Monti, queste elezioni segnarono la fine traumatica del bipolarismo. L’elemento dirompente fu l’affermazione del Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo, che divenne il primo partito per voti alla Camera. Nessuna coalizione ottenne la maggioranza assoluta dei seggi, portando a una lunga fase di instabilità e alla formazione di governi di larghe intese. La legge elettorale “Calderoli”, ancora in vigore, fu successivamente dichiarata parzialmente incostituzionale. L’astensionismo subì un’ulteriore, significativa crescita, con un tasso di partecipazione al 75,2%.
Le elezioni del 2018 (4 marzo). Il sistema politico apparve consolidato su una struttura tripolare: la coalizione di centrodestra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia-UDC), la coalizione di centrosinistra (PD e alleati) e il M5S. Il M5S si confermò primo partito, mentre la coalizione di centrodestra risultò la più votata, trainata da una Lega in forte crescita a livello nazionale. Tuttavia, nessuna delle tre forze raggiunse la maggioranza parlamentare. Dopo una complessa fase di negoziati, si formò il governo “giallo-verde” tra M5S e Lega. L’affluenza continuò il suo declino, attestandosi al 72,9%. Le elezioni si svolsero con la nuova legge elettorale “Rosatellum”, un sistema misto maggioritario-proporzionale.
Le elezioni del 2022 (25 settembre). Indette anticipatamente a seguito della crisi del governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi, queste elezioni furono caratterizzate da una chiara vittoria della coalizione di centrodestra, guidata da Fratelli d’Italia (FdI) di Giorgia Meloni, che divenne il primo partito con il 26% dei consensi. Il PD si confermò secondo partito, mentre il M5S, dato in forte calo nei mesi precedenti, registrò un recupero significativo attestandosi come terza forza. L’elemento più drammatico fu il crollo storico della partecipazione al voto, scesa per la prima volta sotto il 64%. Queste elezioni si tennero con la legge “Rosatellum” e furono le prime con il numero ridotto di parlamentari (400 deputati e 200 senatori).
Tendenze Generali del Periodo 2008-2022
Questo quindicennio è stato segnato da alcune tendenze di fondo:
1) Frammentazione e riconfigurazione continua. Il sistema partitico ha perso i suoi ancoraggi tradizionali, passando da una logica bipolare a una tripolare, per poi vedere l’emergere di una nuova forza egemone (FdI) nel centrodestra nel 2022.
2) Elevata volatilità elettorale. Gli elettori hanno mostrato una propensione crescente a cambiare voto tra un’elezione e l’altra, come evidenziato dalle analisi dei flussi elettorali che mostrano significativi spostamenti tra partiti e coalizioni.
3) Crescita imponente dell’astensionismo. Il calo della partecipazione al voto è stato il fenomeno più costante e preoccupante del periodo. Tra il 2008 e il 2022, la quota di votanti è diminuita di quasi 17 punti percentuali, portando l’area del non voto a superare per dimensioni quella di qualsiasi partito o coalizione. Questo trend segnala una profonda crisi di fiducia e di rappresentanza.
4) Persistenza delle fratture territoriali. Nonostante i cambiamenti, le tradizionali differenze di voto tra Nord e Sud Italia sono rimaste significative, influenzando le strategie dei partiti e l’esito delle elezioni.
5) Impatto delle crisi economiche. Le difficoltà economiche, l’aumento della disoccupazione, la precarizzazione del lavoro e l’erosione dei salari reali hanno costituito uno sfondo costante, alimentando il malcontento sociale e influenzando le scelte politiche degli elettori.
4. Orientamenti di voto della classe operaia (settore manifatturiero)
Come anticipato, l’analisi seguente si riferisce principalmente alla categoria “operai” come definita nelle diverse fonti, data la difficoltà di isolare specificamente il solo settore manifatturiero in modo consistente per tutte le elezioni considerate.
Elezioni 2008. Le fonti dirette disponibili per questa analisi e il volume ITANES dedicato (“Il ritorno di Berlusconi”) non quantificano esplicitamente le percentuali di voto operaio per i singoli partiti. Tuttavia, alcuni elementi contestuali permettono di formulare un’ipotesi plausibile. Lo studio della Fondazione Di Vittorio relativo al 2006 indicava già una spaccatura nel voto operaio: il centrosinistra prevaleva a livello nazionale, ma il centrodestra (in particolare la Lega Nord) era più forte tra gli operai delle regioni settentrionali, specialmente nel Nord-Est. La tesi di Sirna, analizzando il periodo 1994-2008, sottolinea come il fattore occupazionale fosse diventato cruciale, con una tendenza dei lavoratori autonomi a preferire la destra e dei dipendenti la sinistra, ma evidenzia anche la capacità di Berlusconi di raccogliere consensi trasversali, presentando il PdL come un partito dal volto “popolare”. Considerando la netta vittoria del PdL nel 2008 e queste tendenze pregresse, è ragionevole stimare che i due principali partiti per l’elettorato operaio a livello nazionale fossero:
Popolo della Libertà (PdL) (Stima)*
Partito Democratico (PD) (Stima)* *Nota: Questa è un’inferenza basata su dati indiretti e contesto generale, da considerare con cautela. È probabile che la Lega Nord abbia raccolto una quota significativa del voto operaio al Nord, confluita in parte nel risultato nazionale del PdL.
Elezioni 2013. Per questa tornata elettorale, disponiamo di dati più specifici grazie alla tesi di Occhionero, che utilizza dati dell’indagine ITANES 2013. L’analisi indica chiaramente che i primi due partiti scelti dagli operai intervistati (per la Camera dei Deputati) furono:
Partito Democratico (PD) (34,1%)
Movimento 5 Stelle (M5S) (24,3%) Il 2013 rappresenta un momento di svolta significativo. Pur confermandosi come primo partito tra gli operai, il PD vede l’irruzione prepotente del M5S, che si posiziona come seconda forza. Questo risultato segnala un indebolimento del legame tradizionale tra classe operaia e sinistra istituzionale e l’apertura di questo elettorato verso un voto di protesta, anti-establishment, catalizzato dalla grave crisi economica e dalla sfiducia verso la politica tradizionale. Il M5S riesce a sottrarre consensi sia al PD, sia al centrodestra (PdL, frammentato in questa elezione) e agli astenuti.
Elezioni 2018. Le fonti ITANES specifiche per il 2018 (“Vox Populi” e analisi correlate ) non forniscono nei brani disponibili una classifica diretta dei partiti più votati dagli operai a livello nazionale. Tuttavia, le analisi dei flussi elettorali condotte dall’Istituto Cattaneo e le analisi socio-economiche offrono indicazioni convergenti. La Lega emerge come un partito “pigliatutto”, capace di attrarre voti operai da diverse provenienze, inclusi ex elettori PD e M5S, specialmente nelle regioni del Nord, confermando e ampliando la tendenza già osservata nel 2006. Il M5S, pur perdendo voti verso la Lega al Nord, rimane molto forte al Sud, dove intercetta il disagio sociale. Il PD, invece, subisce pesanti perdite verso entrambi. Sulla base di queste dinamiche e dei risultati generali dell’elezione (con M5S primo partito e Lega forza trainante del centrodestra), è altamente probabile che i primi due partiti tra gli operai a livello nazionale fossero:
Lega (Stima)*
Movimento 5 Stelle (M5S) (Stima)* *Nota: Stima basata sull’analisi dei flussi, delle correlazioni socio-economiche e del contesto politico. Sussistono significative differenze territoriali, con la Lega dominante al Nord e il M5S probabilmente prevalente tra gli operai del Sud. Il 2018 sembra quindi sancire il sorpasso dei due principali partiti populisti/sovranisti sul PD all’interno dell’elettorato operaio. Questo cambiamento riflette una profonda trasformazione, dove le tematiche identitarie, la sicurezza, la critica all’immigrazione e all’establishment (portate avanti dalla Lega) e la protesta contro il sistema e il disagio economico (cavalcate dal M5S) trovano maggiore risonanza rispetto all’offerta politica del centrosinistra tradizionale.
Elezioni 2022. L’analisi post-voto condotta da IPSOS fornisce un quadro chiaro per le ultime elezioni. Tra gli operai (“tute blu”), i primi due partiti sono risultati essere:
Fratelli d’Italia (FdI). (oltre il 33%)
Lega (oltre il 13%). Il 2022 segna un’ulteriore e decisa svolta a destra del voto operaio. Fratelli d’Italia emerge come il partito egemone in questo segmento, superando nettamente la Lega. Questo successo si spiega con la capacità di FdI di attrarre consistenti flussi di voto sia dalla Lega stessa, sia dal M5S rispetto al 2018. Si consolida così un blocco di destra/centrodestra tra i lavoratori manuali. Il M5S, pur recuperando a livello generale, non figura tra i primi due partiti in questa specifica categoria a livello nazionale, a differenza di quanto avviene tra i bassi redditi. Il PD rimane ai margini delle preferenze operaie. Questa evoluzione suggerisce che l’offerta politica di FdI, incentrata su identità nazionale, sicurezza, e forse una retorica di protezione sociale coniugata a politiche economiche di destra, abbia trovato particolare ascolto tra i lavoratori operai, superando sia l’appeal sovranista della Lega del 2018, sia quello anti-sistema del M5S.
5. Orientamenti di voto dei bassi percettori di reddito
Anche per questo gruppo, è fondamentale ricordare la variabilità delle definizioni utilizzate (auto-percezione, decili di reddito, reddito medio di zona, beneficiari di sussidi).
Elezioni 2008. Similmente al caso degli operai, le fonti disponibili e il volume ITANES non forniscono una classifica diretta dei partiti più votati dai bassi redditi nel 2008. L’analisi dell’elettorato di Berlusconi (PdL) evidenzia una composizione eterogenea, che includeva anche fasce caratterizzate da “marginalità sociale”. Il PD, d’altro canto, risultava forte tra pensionati e impiegati, categorie che possono includere anche persone a basso reddito. Data la vittoria complessiva del PdL e la sua capacità di penetrazione in segmenti popolari, si può ipotizzare, con notevole incertezza, che i partiti principali fossero:
Popolo della Libertà (PdL) (Stima)*
Partito Democratico (PD) (Stima)* *Nota: Inferenza basata su dati parziali e contesto, da trattare con estrema cautela.
Elezioni 2013. Non emergono dati diretti dai brani forniti sui primi due partiti per i bassi redditi nel 2013. Tuttavia, il contesto è illuminante. L’elezione si svolge nel pieno della crisi economica e vede l’esplosione del M5S, un partito che, fin da subito, si caratterizza per un forte messaggio anti-establishment e di critica alle politiche di austerity. Le analisi dei flussi mostrano come il M5S abbia attratto voti trasversalmente, pescando da PD, Pdl e, in modo significativo, dall’astensione. Considerando che il disagio economico tende a correlarsi con la sfiducia politica e la ricerca di alternative radicali, è altamente probabile che il M5S sia stato il partito più votato da questo segmento. La seconda posizione è più incerta, potenzialmente occupata dal PD o dalle forze eredi del PdL, ma è anche plausibile un alto tasso di astensione tra i più poveri, data la correlazione positiva tra reddito e partecipazione al voto. Pertanto, la stima è:
Movimento 5 Stelle (M5S) (Stima)*
Partito Democratico (PD) / Eredi PdL / Astensione (Stima)* *Nota: Inferenza basata su contesto, flussi generali e natura del voto M5S. Il 2013 segna verosimilmente l’inizio dell’affermazione del M5S come punto di riferimento per una parte consistente dell’elettorato a basso reddito, deluso dalle politiche tradizionali e attratto da promesse di cambiamento radicale.
Elezioni 2018. Per questa tornata, le evidenze sono più robuste e convergenti. Lo studio di Di Cocco e Monechi, basato sui dati della European Social Survey (ESS9) e utilizzando i decili di reddito, indica chiaramente che i due partiti più votati dagli elettori appartenenti ai decili più bassi (1°-4°) furono:
Movimento 5 Stelle (M5S). (Il 47,2% dei suoi elettori totali proveniva da questi decili). Altre analisi confermano la forte correlazione tra il voto al M5S e varie forme di disagio socio-economico, specialmente nel Mezzogiorno, e la sua popolarità tra i beneficiari del Reddito di Inclusione (misura antesignana del Reddito di Cittadinanza). Questi dati consolidano l’immagine del M5S come partito egemone tra le fasce più deboli della popolazione nel 2018, probabilmente anche in virtù della promessa del Reddito di Cittadinanza, percepita come una risposta diretta alle loro difficoltà.
Lega. (Il 44,3% dei suoi elettori totali proveniva da questi decili)L’emergere della Lega come seconda forza suggerisce che anche l’offerta sovranista, incentrata su sicurezza e immigrazione, riusciva a intercettare una parte significativa di questo elettorato, forse con accentuazioni diverse a livello territoriale (più forte al Nord) o tra sottogruppi specifici (es. lavoratori poveri vs. assistiti).
Elezioni 2022. Le analisi post-voto confermano la tenuta del M5S in questo segmento, nonostante il calo rispetto al picco del 2018. L’indagine IPSOS identifica il Movimento 5 Stelle (M5S) come il primo partito tra coloro che si dichiarano in difficoltà economica. La stessa analisi e quella basata sui dati dei CAP nelle grandi città indicano che la seconda posizione è occupata dalla Lega, affiancata o seguita da Forza Italia (FI). L’analisi per CAP è particolarmente eloquente: nei quartieri più poveri delle grandi città (Napoli, Palermo), il M5S ottiene percentuali altissime (oltre il 50-60%), mentre FdI e PD risultano molto deboli. La classifica è quindi:
Movimento 5 Stelle (M5S). Nel 2022, il M5S riesce a mantenere la sua leadership tra i bassi redditi, un risultato probabilmente legato alla strenua difesa del Reddito di Cittadinanza durante la campagna elettorale, misura percepita come essenziale da molti in condizioni di povertà o precarietà.
Lega / Forza Italia (FI). La Lega e Forza Italia conservano una presenza significativa, indicando la persistenza di un appeal legato ad altre tematiche o a reti clientelari locali. Il dato più rilevante è la debolezza di FdI in queste fasce, nonostante il trionfo a livello nazionale e tra gli operai. Questo fenomeno evidenzia una chiara divergenza nel 2022 tra il comportamento della classe operaia (intesa in senso lato) e quello dei percettori di basso reddito: mentre i primi si sono spostati in massa verso FdI, i secondi sono rimasti in larga parte fedeli al M5S.
6. Analisi comparativa e sintesi
Per fornire una visione d’insieme immediata delle tendenze di voto dei due gruppi target nelle quattro elezioni analizzate, si presenta la seguente tabella riassuntiva. È fondamentale tenere presenti le note relative alle definizioni utilizzate e al grado di certezza dei dati (stime vs. dati diretti).
Confronto delle Traiettorie e la Divergenza del 2022
L’analisi comparativa dei percorsi elettorali dei due gruppi rivela dinamiche complesse e non lineari.
- Nel 2008, entrambi i gruppi sembrano essere principalmente contesi tra il PdL berlusconiano e il PD, sebbene con specificità territoriali importanti, come la forza della Lega tra gli operai del Nord già evidente nel 2006.
- La svolta del 2013, innescata dalla crisi economica e dalla sfiducia politica, vede l’irruzione del M5S come attore protagonista per entrambi i segmenti. Diventa la seconda forza tra gli operai e, con alta probabilità, la prima tra i bassi redditi, segnalando un comune allontanamento dalle forze politiche tradizionali.
- Le elezioni del 2018 mostrano un consolidamento di questa tendenza, ma con sfumature diverse. La Lega sembra conquistare la leadership tra gli operai (specialmente al Nord), mentre il M5S rafforza la sua egemonia tra i bassi redditi, in particolare al Sud, anche grazie all’attesa per il Reddito di Cittadinanza. Il PD appare ormai marginalizzato in entrambi i segmenti.
- Il 2022 segna il punto di massima divergenza tra i due gruppi. Mentre la classe operaia si sposta decisamente verso il blocco di destra guidato da FdI, i percettori di basso reddito confermano in maggioranza il loro sostegno al M5S.
Questa divergenza finale è particolarmente significativa. Suggerisce che, pur condividendo spesso condizioni di disagio economico e sociale, le priorità e le risposte politiche ricercate dai due gruppi non sono più sovrapponibili nel 2022. Per la classe operaia, sembrano prevalere istanze legate all’identità nazionale, alla sicurezza, alla critica all’immigrazione e forse a un certo nazionalismo economico, intercettate efficacemente da FdI e Lega. Per i bassi redditi, invece, la difesa di misure di welfare come il Reddito di Cittadinanza e un persistente sentimento anti-establishment sembrano mantenere forte l’attrattiva del M5S. Questa biforcazione rappresenta una sfida complessa per tutti gli attori politici che ambiscono a rappresentare le classi popolari in Italia.
7. Tendenze di fondo e motivazioni
I cambiamenti osservati negli orientamenti di voto della classe operaia e dei bassi redditi tra il 2008 e il 2022 non sono casuali, ma riflettono tendenze profonde di natura sociale, economica e politica.
Il declino del voto di classe tradizionale. Il periodo analizzato ha visto un’accelerazione dell’erosione del tradizionale legame tra classe operaia e partiti di sinistra. Le trasformazioni strutturali dell’economia (deindustrializzazione, crescita del terziario, globalizzazione), la frammentazione del mercato del lavoro (aumento della precarietà, declino del lavoro standard), la crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali e i mutamenti nell’offerta politica hanno contribuito a questo disallineamento. I partiti del centrosinistra, in particolare il PD, sono stati percepiti da segmenti crescenti del mondo del lavoro manuale e delle fasce a basso reddito come distanti dai loro problemi materiali, più focalizzati sui ceti medi urbani, sui diritti civili o sull’integrazione europea. Al contrario, il PD ha consolidato il suo consenso tra gli elettori con livelli di istruzione più elevati, accentuando la distanza dalle classi popolari.
L’impatto delle crisi economiche e dell’insicurezza. Le ripetute crisi economiche (la crisi finanziaria globale del 2008-2009, la crisi del debito sovrano del 2011-2012, le conseguenze della pandemia e della crisi energetica più recenti) hanno avuto un impatto devastante sul tessuto sociale italiano, aumentando la disoccupazione, la povertà e l’insicurezza economica. Questa condizione di vulnerabilità diffusa ha alimentato sentimenti di rabbia, frustrazione e sfiducia verso le istituzioni e le élite politiche, creando un terreno fertile per il voto di protesta e per l’affermazione di partiti che promettevano un cambiamento radicale o una maggiore protezione sociale.
L’appeal dei partiti Popolari/Sovranisti
- Il Movimento 5 Stelle ha capitalizzato su questo malcontento, presentandosi come forza anti-sistema (“né di destra né di sinistra”) capace di dare voce alla protesta dei cittadini contro la “casta” politica. La sua capacità di attrarre voti da tutti gli schieramenti e dall’astensione ne ha decretato il successo, specialmente nel 2013 e 2018. Il suo radicamento tra i bassi redditi, in particolare nel Mezzogiorno è stato poi cementato dalla promessa e successiva implementazione (e difesa) del Reddito di Cittadinanza, percepito come una risposta concreta al disagio sociale.
- La Lega, sotto la leadership di Matteo Salvini, ha trasformato la sua identità da partito autonomista nordista a forza nazionale sovranista. Il suo successo tra gli operai, specialmente al Nord, si è basato su un mix di temi: sicurezza, forte contrasto all’immigrazione, critica all’Unione Europea, difesa dell’identità nazionale e promesse di riduzione fiscale. La Lega è riuscita ad attrarre anche ex elettori di sinistra, dimostrando la permeabilità dei vecchi confini ideologici.
- Fratelli d’Italia ha raccolto l’eredità di questo spostamento a destra, riuscendo nel 2022 a superare la Lega e a diventare il partito egemone nel centrodestra e tra la classe operaia. Il suo successo deriva dalla capacità di attrarre voti sia dalla Lega, sia dal M5S, proponendo un’agenda nazional-conservatrice che combina temi identitari, sicurezza, e una retorica di difesa degli interessi nazionali, che ha evidentemente trovato forte risonanza in ampi settori dell’elettorato popolare.
Il significato dell’astensionismo. L’impressionante crescita dell’astensionismo non può essere interpretata semplicisticamente come mera apatia o disinteresse. Essa rappresenta, per molti versi, una forma di protesta silenziosa, un segnale di profonda disillusione e sfiducia verso l’intero sistema politico. Le analisi dei flussi indicano che una parte significativa degli astenuti proviene da elettori che in precedenza avevano votato per partiti come il M5S o la Lega. Questo suggerisce che la disaffezione colpisce anche le forze politiche emerse più recentemente, forse a causa di aspettative deluse o della percezione di un tradimento delle promesse iniziali. Per la classe operaia e i bassi redditi, l’astensione può rappresentare l’esito di un percorso di allontanamento dalla politica, culminato nella sensazione che nessun partito sia in grado o abbia la volontà di rappresentare efficacemente i loro interessi. Questa vasta area di non voto costituisce un sintomo preoccupante della crisi di rappresentanza democratica e un potenziale bacino elettorale per future mobilitazioni.
La dimensione territoriale. Le differenze tra Nord e Sud rimangono cruciali per comprendere queste dinamiche. Il M5S ha trovato nel Mezzogiorno il suo bacino elettorale più solido tra i bassi redditi, grazie alla maggiore incidenza del disagio sociale e all’impatto del Reddito di Cittadinanza. Al Nord, invece, la Lega prima e FdI poi hanno dimostrato una maggiore capacità di attrarre il voto operaio, facendo leva su temi identitari, produttivistici e sulla critica all’immigrazione. Questa geografia politica del voto popolare riflette fratture economiche, sociali e culturali profonde del Paese.
8. Conclusioni
L’analisi del comportamento elettorale della classe operaia e dei percettori di basso reddito in Italia tra il 2008 e il 2022 rivela un quadro di profonda trasformazione e crescente instabilità. I principali risultati possono essere così sintetizzati:
1) Disallineamento dalla sinistra. Entrambi i gruppi hanno progressivamente abbandonato i partiti tradizionali di sinistra, che storicamente ne costituivano il principale punto di riferimento politico. Il PD, in particolare, ha visto erodere costantemente il proprio consenso in questi segmenti, pur mantenendo forza tra gli elettori più istruiti.
2) Affermazione di nuove forze politiche. Il vuoto lasciato dalla sinistra è stato riempito da nuovi attori politici. Il Movimento 5 Stelle è emerso come forza significativa per entrambi i gruppi nel 2013, consolidandosi poi come partito egemone tra i bassi redditi, specialmente al Sud, grazie a un messaggio anti-establishment e a politiche di welfare mirate. La Lega ha conquistato una posizione di rilievo tra gli operai, soprattutto al Nord, facendo leva su temi identitari e securitari. Infine, Fratelli d’Italia ha capitalizzato su queste tendenze, diventando nel 2022 il primo partito tra gli operai e la forza trainante del centrodestra.
3) Divergenza finale (2022). Nonostante un percorso parzialmente simile nella fase centrale del periodo, le scelte dei due gruppi sono apparse nettamente divergenti nel 2022. La classe operaia si è orientata decisamente verso il blocco di destra (FdI-Lega), mentre i bassi redditi hanno in maggioranza confermato il loro sostegno al M5S. Questa biforcazione suggerisce l’emergere di priorità e logiche di voto differenti all’interno del mondo popolare.
4) Ruolo del contesto e delle crisi. Le crisi economiche ricorrenti, l’aumento dell’insicurezza sociale e la sfiducia verso le istituzioni hanno giocato un ruolo cruciale nell’alimentare la volatilità elettorale e la ricerca di alternative politiche radicali o percepite come più vicine ai bisogni concreti.
5) Astensionismo come sintomo. La crescita esponenziale dell’astensionismo, alimentata anche da elettori delusi provenienti da M5S e Lega, segnala una profonda crisi di rappresentanza che colpisce in modo particolare questi segmenti sociali, lasciando una vasta area di cittadini ai margini della partecipazione politica attiva.
L’interpretazione complessiva di questi fenomeni rimanda a una più ampia trasformazione del sistema politico italiano, caratterizzata dalla crisi delle ideologie tradizionali, dalla personalizzazione della politica, dall’impatto della globalizzazione e dalla crescente rilevanza di fratture culturali (identità vs. cosmopolitismo, apertura vs. chiusura) che si sommano e talvolta sostituiscono la tradizionale frattura di classe. Gli allineamenti elettorali emersi appaiono fluidi e potenzialmente instabili, soggetti all’evoluzione del contesto economico e all’efficacia delle strategie messe in campo dai diversi attori politici.
Questi spostamenti pongono sfide significative per la rappresentanza democratica. I partiti che oggi raccolgono il consenso della classe operaia (FdI, Lega) e dei bassi redditi (M5S) sono chiamati a dimostrare la capacità di tradurre questo sostegno in politiche concrete che rispondano alle esigenze di questi gruppi, al di là della retorica elettorale. La divergenza osservata nel 2022 solleva interrogativi sulla possibilità di costruire piattaforme politiche capaci di unificare le diverse anime del mondo popolare.
Guardando al futuro, la volatilità dimostrata da questi elettorati suggerisce che gli equilibri attuali non sono necessariamente definitivi. L’evoluzione della situazione economica, l’impatto delle politiche del governo in carica e le strategie dei partiti di opposizione potrebbero innescare ulteriori cambiamenti. La vasta platea degli astenuti, in particolare, rappresenta un’incognita e un potenziale serbatoio di voti per chi saprà interpretarne le ragioni della disaffezione e offrire prospettive credibili di cambiamento e rappresentanza. Comprendere e affrontare la crisi di partecipazione che coinvolge ampi strati delle classi popolari rimane una delle sfide più urgenti per la salute della democrazia italiana.
Fonte
03/03/2025
Il nostro meridionalismo
La colonizzazione interna avvenuta nel Sud, sostiene Zitara, ha creato un esercito di consumatori piuttosto che di lavoratori. Lo strato superiore di questi consumatori (intellettuali, libere professioni, burocrati statali, politici locali e nazionali, etc.) funge da sbocco per i surplus demografici delle classi dominanti, che svolgono un ruolo di “borghesia acquirente” simile a quello dei paesi del Terzo Mondo.
Al contrario, gli strati inferiori costituiscono una sorta di «proletariato esterno» (categoria usata anche da Samir Amin) coinvolto nell’economia di mercato capitalista attraverso la mediazione di forme ibride di produzione.
Quest’antagonismo di classe tra centro e periferia, che implica un conflitto di interessi tra il proletariato interno ed esterno, non solo è applicabile dal livello nazionale a quello mondiale, ma è applicabile anche alle stesse aree centrali del sistema mondiale.
In particolare, Samir Amin classifica le nazioni dell’Europa orientale e meridionale come semiperiferiche, in quanto si sono gradualmente trasformate in economie estroverse, costrette, dalla divisione ineguale del lavoro, a produrre merci inferiori il cui lavoro trova meno valorizzazione.
Il capitalismo, specialmente nella sua fase suprema, quella imperialistica, presuppone lo sfruttamento dei popoli del Mondo a vantaggio delle cittadelle industriali e dei grandi poli imperialistici mondiali. Tale forma di selvaggio sfruttamento ha sempre trovato, nella pubblicistica borghese e capitalista, le più varie e altrettanto odiose forme di giustificazione: dal culto assoluto della liberalizzazione del mercato, a quelle della civilizzazione, passando per l’affermazione della superiorità etnica o razziale.
Non bisogna, tuttavia, andare lontano nella ricerca di questi presupposti politici, economici e culturali per la spoliazione dei paesi dominati: nelle parole di Gramsci per definire la sostanza del dominio del Nord italiano sul Mezzogiorno ritroviamo essenzialmente l’espressione particolare della vocazione coloniale e predatoria del capitalismo: citando i termini dell’ideologia propagandata dalla borghesia del Nord Italia,
«il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari temperando questa sorte matrigna con la esplosione puramente individuale dei grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto»[1].I termini della questione posta tra i primi da Gramsci si attaglia bene a racchiudere in sé tutta l’ideologia colonizzatrice che, dai tempi dell’accumulazione originaria attraverso lo sfruttamento predatorio delle colonie americane e orientali, ha costituito la premessa economica e l’altra faccia fondamentale del sistema di produzione capitalistico e del mercato mondiale[2].
Che l’esempio ora proposto della colonizzazione settentrionale sul meridione d’Italia rappresenti uno spaccato fondamentale sul complesso e generale meccanismo di colonizzazione è stato spesso affermato.
«Il dramma del Meridione ci ha preparati, attrezzati a capire ciò che sta avvenendo a livello mondiale. D’altra parte, il Meridione non è una molecola isolata, ma è inserito nel vasto fronte delle vicende mondiali»[3].La lotta per l’emancipazione del «proletariato esterno» e dei popoli soggetti alla colonizzazione imperialista come momento fondamentale della lotta di classe generale è divenuto «l’alveo principale» della lotta di classe stessa.
In sostanza, i presupposti fondamentali di una politica imperialista moderna, che innova rispetto al colonialismo originario che aveva fatto parzialmente da ostacolo, a causa della parcellizzazione dei mercati dominati in via diretta ed esclusiva, per l’espansione del mercato mondiale grazie allo sfruttamento predatorio, sono rappresentati dalla trasformazione delle masse nei paesi colonizzati in proletariato e manodopera per l’industria dei paesi imperialistici; la «massificazione» dell’economia coloniale e dei suoi prodotti grazie al mercato internazionale, specialmente nel settore delle materie prime.
Ciò ha significato produzione e prodotti a basso costo e costruzione di una massa enorme di forza-lavoro ora a disposizione dell’industria tecnologicamente più avanzata.
Se tutto questo è vero, è chiaro che il conflitto tra le nazioni centrali e periferiche può essere interpretato come una forma di conflitto di classe. Pertanto, nessun internazionalismo astratto può nascondere il fatto che gli interessi delle classi subordinate nei centri non coincidono, se non nel lungo periodo, con quelli delle classi subordinate nelle periferie.
Nicola Zitara, analizzando il caso della colonizzazione dell’Italia meridionale da parte delle regioni settentrionali, porta questo punto di vista all’estremo quando scrive che «il coraggio di riconoscere che oggi non c’è coesione, non intendo punti di forza ma interessi tra le classi subordinate delle due Italia»[4].
In conclusione, gli intrecci che passano per le classi potenzialmente rivoluzionarie, attraverso linee contrapposte sia di reddito che territoriali e geografiche, e circondano un’area ricca di conflitti interni, seppur del tutto contrari agli interessi dell’élite capitaliste mondiali. Insomma, non esiste un soggetto privilegiato capace di sostituire la classe operaia nel ruolo di antagonista “oggettivo” del governo capitalista.
Si tratta quindi di capire come unificare questa moltitudine di soggetti per creare le condizioni, se non per un’immediata transizione al socialismo, per un ambiente economico, sociale, politico e culturale in cui la transizione diventi concepibile e proiettabile. Ciò implica la necessità di riaprire un’ampia riflessione sui concetti di nazione, popolo, Stato e partito.
Note
[1] GRAMSCI A. (1970), Alcuni temi della quistione meridionale, in GRAMSCI A., La quistione meridionale, pagg. 151-152.
[2] VASAPOLLO L. (2019), Eppur sempre si muove…, Edizioni Efesto, Roma.
[3] ZITARA N. (1977), Il proletariato esterno, Jaca Book, Milano. pagg. 156-157.
[4] ZITARA N. (1977), Il proletariato esterno, Jaca Book, Milano.
Fonte
22/08/2024
[Contributo al dibattito] - Una scomoda verità sulla classe operaia in Occidente
Nel suo articolo Bettelheim sosteneva che la contraddizione principale, all’interno della società capitalista, è sempre quella tra capitale e lavoro. Poiché sia i lavoratori dei Paesi ricchi che quelli dei Paesi poveri vengono espropriati del proprio pluslavoro, entrambi hanno interesse a rivoltarsi contro i propri capitalisti, formando a questo scopo un’alleanza internazionale.
Al contrario di Bettelheim, che partiva dalla teoria, Emmanuel partiva dai fatti, che attestavano il coinvolgimento della grande maggioranza della classe operaia dei Paesi ricchi nella cogestione capitalista di quel tempo.
Secondo lui, contro questa evidenza valeva a poco appellarsi alla teoria, così come all’“opportunismo” o al “tradimento” del proletariato da parte di una ristretta “aristocrazia operaia”. La sua conclusione era impietosa: “Dopo un secolo di lotte sociali e politiche, le masse hanno avuto il tempo di darsi i leader e i partiti che meritano.”
Per quanto le sue conclusioni fossero scomode, il metodo seguito da Emmanuel era prettamente marxista. Poiché la sovrastruttura è determinata, in ultima istanza, dalla struttura, se osserviamo che la maggioranza della classe operaia è pronta a seguire la politica della propria borghesia, è una conclusione coerentemente marxista dedurne che la classe operaia abbia interessi economici in comune con essa.
La verità scomoda proclamata da Emmanuel è dunque la seguente: nei Paesi ricchi la parte maggioritaria della classe operaia (per non parlare dei salariati in generale) migliora il proprio benessere usufruendo di una parte dei dividendi della rapina imperialista, e dunque non ha interesse materiale a formare un’alleanza internazionale con la classe operaia dei Paesi poveri.
Non vorrei concentrarmi su quali siano esattamente i canali attraverso cui fluiscono i benefici dell’imperialismo, né sulla loro entità. Tanto meno vorrei negare che questi benefici possano convivere con diffusi meccanismi di sfruttamento interno, né che i processi di sfruttamento all’interno dell’Occidente si siano intensificati negli ultimi decenni, né che esistano drammatici problemi sociali che affliggono grandi parti delle nostre società.
Neppure vorrei trascurare l’evoluzione concreta della classe operaia occidentale, dove tendenze rivoluzionarie e controrivoluzionarie si sono scontrate a lungo, talvolta violentemente, spesso sottotraccia.
La storia delle mancate rivoluzioni in Occidente è fatta di repressione violenta, quando non di vera e propria guerra interna. In altri termini, la borghesia occidentale ha svolto un ruolo attivo nel plasmare la classe operaia secondo i propri interessi, impiegando all’occorrenza il braccio violento della legge.
Ma (e questo è il punto fondamentale) se la borghesia riesce ad imporre la propria egemonia è, anche e soprattutto, perché sa impiegare a proprio beneficio la leva dell’interesse materiale immediato di gran parte della classe lavoratrice.
Torniamo così alla verità scomoda di Emmanuel, che è più che mai importante tenere presente oggi, perché siamo parte di un Occidente che vive una profondissima crisi di prospettive. L’accesa competizione politica tra un campo liberal-liberista in declino e un campo populista-reazionario in ascesa è lo specchio di una borghesia divisa come non mai tra apertura e isolamento, che trascina la classe lavoratrice occidentale nel vortice delle proprie contraddizioni.
Paradossalmente, la contestazione della globalizzazione non proviene oggi dal Sud globale, ma dall’Occidente stesso. Mentre il multipolarismo si propone di porre su nuove basi le relazioni economiche internazionali, l’Occidente agisce in modo distruttivo perché teme di perdere la propria egemonia.
La strategia neoliberale si è basata sull’idea che la convergenza verso il proprio modello economico e culturale avrebbe permesso all’Occidente di riplasmare i sistemi politici globali, archiviando definitivamente le esperienze politiche nate dai processi rivoluzionari e di decolonizzazione per sostituirli con regimi compiacenti.
In questa strategia il ruolo principale è svolto dal soft power, che esporta l’Occidente come uno spazio di libertà, opportunità e diritti per tutti, utilizzando allo scopo i propri veicoli d’influenza.
Questi ultimi vengono impiegati prima per creare e poi per mettere al potere i propri referenti interni. Quando questo programma incontra resistenza, si ricorre alla sovversione interna, ai colpi di stato, alle “rivoluzioni colorate”. Se questo ancora non basta, si gioca la carta dell’aggressione militare condotta unilateralmente o attraverso la NATO.
Nel quadro neoliberale prevale sul piano esterno la spinta verso l’integrazione, grazie ad una situazione economica fortemente asimmetrica, che porta enormi benefici al capitale occidentale. Sul piano interno, prevale la retorica dell’integrazione per assimilare le componenti migranti. In cambio di una promessa di benessere, è richiesto loro di accettare la cancellazione della propria identità e l’assimilazione incondizionata dei cosiddetti valori occidentali.
In breve, il neoliberismo prevede un controllo assoluto dell’Occidente sia sul piano internazionale che su quello interno. Quando il primo comincia a venire meno, anche il secondo inizia a scricchiolare. Prende allora forza un’opzione differente, che spinge verso una ricostruzione identitaria da spendere in una contrapposizione militare diretta con un nemico molto più difficile da affrontare rispetto al passato.
Il militarismo riprende quota come opzione prioritaria sul piano esterno, e viene accompagnato da un’ondata di politiche protezionistiche. Ne risultano potenzialmente penalizzate le sfere di capitale maggiormente competitive e innovative.
Invece, dalla svolta protezionista traggono beneficio i settori meno competitivi, più legati al mercato interno e alla spesa pubblica, in particolare militare. Questa è la base economica della drammatica frattura politica all’interno delle élite occidentali.
La costruzione del consenso per l’opzione populista-reazionaria passa attraverso l’appello alla difesa degli interessi immediati del proletariato bianco in contrapposizione con quelli del proletariato multinazionale. La responsabilità delle difficoltà economiche viene attribuita alla concorrenza esterna, sia essa rappresentata dall’immigrazione o dalle merci cinesi.
Le suggestioni del protezionismo e di un welfare ridefinito su basi razziali vengono proposte alle componenti più impoverite della popolazione bianca, così come alle componenti più integrate della classe lavoratrice, quali risposte capaci di preservare quel benessere che il sistema non riesce più ad assicurare.
Non dovrebbe sorprenderci che queste suggestioni riscuotano il consenso di ampi strati popolari. Ne risulta confermata una volta di più la scomoda verità di Emmanuel, ovvero che una parte importante del proletariato è disposta a seguire la propria borghesia, come ieri sul piano della compatibilità socialdemocratica, così oggi sul piano populista-reazionario.
Questa componente forma la massa di manovra necessaria per disciplinare sul fronte interno il proletariato multinazionale, così come per spingere la società sul piano inclinato della guerra. Per entrambi i compiti risulta funzionale la riproposizione di una gerarchia razziale basata sul suprematismo bianco, che sta prendendo piede in termini sempre più espliciti.
Arriviamo così alle conclusioni operative del ragionamento. In primo luogo, non ci dovremmo stupire che spezzoni delle classi lavoratrici occidentali si mobilitino in senso reazionario, dati i fattori strutturali e sovrastrutturali all’opera nelle società imperialiste.
In secondo luogo, non dovremmo mai giustificare chi si lascia guidare dall’odio razziale, e dovremmo considerare come compagno di strada solo chi è pronto ad aprirsi al mondo intero in uno spirito di fratellanza. In terzo luogo, è urgente rafforzare all’interno delle società occidentali la lotta per la pace e per la fratellanza tra tutti i popoli.
Le bandiere palestinesi che sventolavano nelle manifestazioni antifasciste nel Regno Unito ci indicano la via da seguire, perché lanciano un messaggio di solidarietà che non può essere manipolato o strumentalizzato.
All’opposto, la censura della solidarietà con la Palestina nelle manifestazioni anti-AfD in Germania mostra i limiti di una sinistra occidentale che ancora non ha fatto i conti con il proprio passato e che tende a riproporne i canoni coloniali.
La sinistra neoliberale non può contrapporsi alla destra perché ne condivide gli obiettivi di fondo. Ma la sinistra radicale non può contrapporsi alla sinistra neoliberale se accetta le medesime compatibilità e ne segue la medesima logica in politica estera. La solidarietà internazionale è il migliore antidoto alle strumentalizzazioni, perché la lotta di liberazione dei popoli oppressi non è compatibile né con il razzismo né con il cosmopolitismo neoliberale.
Allo stesso modo, dovremmo avere ben chiaro che la lotta per la pace, per la libertà e la pari dignità di tutti i popoli è incompatibile con il nazionalismo e il protezionismo, tanto quanto lo è con il militarismo. Si tratta di porre la globalizzazione su nuove basi per procedere sulla via della solidarietà internazionale e del socialismo, non di ritornare verso un passato che non ha niente di positivo da offrire.
Fonte
Testo molto stimolante.
Personalmente non condivido l'analisi, che trovo sconti un certo meccanicismo pur richiamandosi all'osservazione empirica della "situazione concreta".
L'autore mi sembra non tenga in considerazione un paio di fattori che concorrono più di un "materialismo terra-terra" a dare adito a questa comunione di interessi tra borghesia e classe proletaria occidentale:
1) il ruolo del sistema mediatico-culturale nella costruzione del senso comune all'interno della società e quindi, in prima battuta, del proletariato;
2) il fatto che il cordone ombelicale con cui si sostanzia la comunione di interessi è, da quasi 50 anni, la leva finanziaria. Ma questa più che costituire uno strumento di condivisione dei dividendi della rapina imperialista all'estero, è la catena con cui si imprigiona a debito il proletariato occidentale all'interno dello schema nasci > produci > consuma > crepa.
La conferma alla mia opinione, la traggo dal fatto che le conclusioni dell'autore - che condivido - non accennano ad alcuna operatività effettiva per dare gambe a cioè che suggerisce. E non lo fanno perché in prima battuta sarebbe necessario ragionare almeno sul punto 1.

